Tag: coraggio

Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le vignette di Carlo Tassi su questo quotidiano clicca sul suo nome.
Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

La liberazione dai vili

Ho sempre cercato di non identificare le persone con le loro opinioni. Eppure un diavoletto molesto, che continuavo a scacciare, insisteva a sussurrarmi all’orecchio che le opinioni più ardite corrispondono spesso alle persone più pavide. Poi finalmente è arrivata la Mirella, 96 anni, partigiana genovese, componente del CLN, a dire apertamente quello che mi sussurrava il diavoletto. Siccome lei la Resistenza l’ha fatta, mi ha tolto ogni senso di colpa per il piccolo satanasso che alberga nella mia coscienza.

“Quando si entrava in classe, negli anni del fascismo, l’insegnante ti mandava a guardare la cartina geografica per esaltare i progressi dell’“impero”. Ma poi quando uscivo di scuola, la prima immagine che mi capitava sotto gli occhi erano le madri vestite a lutto. Mi facevano tanta impressione. E poi c’erano gli amici che partivano per la guerra e non tornavano più. Che vita era, che gioventù era la nostra? Io odiavo le guerre. La guerra è bestialità, non è un prodotto dell’evoluzione. Ho fatto la guerra partigiana per non sentirne parlare più….A me fanno un po’ ridere queste persone che esaltano la guerra per difendere la democrazia e la libertà: sono le stesse, ci scommetto, che poi stanno zitte e buone quando capita a loro il momento di prendere una decisione di vita o di morte”.

Mirella Alloisio (staffetta partigiana)

FORSE AL PACIFISMO SERVE CORAGGIO
Per non lasciare sola Kiev, fare come Marek Edelman a Sarajevo?

 

Ieri ero a Montesole per la manifestazione per la pace in Ucraina, tornando ho scritto questo testo.

E’ inutile girarci intorno. Checché ne dica Putin di invasione e, ogni giorno di più, di sterminio si tratta e gli ucraini, Zelenskyj e i difensori di Kiev si sentono soli a contrastare l’attacco russo e vivono noi europei impotenti, distanti ed inermi.

E non cambiano la situazione, per quanto necessari e utili, gli aiuti umanitari ai profughi.

Non lo fanno i pur sacrosanti sforzi diplomatici che ben poco servono di fronte ad un’aggressione così feroce e determinata.
Appaiono tardive, e in questa fase, forse addirittura controproducenti le proposte di ammettere l’Ucraina nella Comunità Europea.

E’ dubbia, sul piano concreto prima ancora che morale, la fornitura di armi agli ucraini che combattono perché rischia da un lato di innescare un conflitto di dimensioni mondiali e dall’altro solo di prolungare i tempi di una resistenza destinata a soccombere inevitabilmente, innalzando il tributo di sangue e di vite militari e civili.

La domanda è dunque: si può fare altro?
Si può evitare al pacifismo il rischio di passare come il rifugio delle anime belle e di chi non vuole sporcarsi le mani?
Perché è senz’altro giusto non nascondersi limiti e colpe della Nato ma limitarsi a manifestare al sicuro nelle città europee sotto la bandiera “né con Putin né con la Nato” non impedirà che al di la del confine si continui a morire di bombe e carri armati.

Per questo credo sia importante continuare ad interrogarci e a cercare ogni strada possibile per non far sentire soli ed abbandonati a se stessi Kiev e l’Ucraina. Di fronte a drammi di questa portata umana e politica strade facili evidentemente non ce ne sono ma nondimeno forse potrebbe esserci d’aiuto concentrarci a pensare non a come portare domani  l’Ucraina in Europa ma piuttosto a come l’Europa possa subito ed ora condividerne l’urto dell’invasione.

Marek_Edelman_Fot_Mariusz_Kubik_Warsaw_April19_2009_02
Marek Edelman a Varsavia nel 2009, foto Mariusz_Kubik (Wikimedia Commons)

Su questa strada un suggerimento importante a me sembra possa venire al movimento pacifista dalle scelte di vita di Marek Edelman, prima eroico comandante del Bund e dei partigiani ebrei che nel 1943 guidò la rivolta del ghetto di Varsavia contro i nazisti, poi medico e leader di Solidarnosc, e infine negli anni ’90 del secolo scorso ormai più che settantenne capace di rompere l’isolamento di Sarajevo conducendo le colonne di aiuti umanitari in città.

Certo servirebbe coraggio, molto coraggio, buona logistica e molta organizzazione.
Ma cosa accadrebbe se domenica prossima entrasse a Kiev una colonna di aiuti non di militari ma di militanti per la pace
, senza armi ma con viveri, coperte, medici e medicine? E con i pacifisti i sindaci di alcune grandi città europee, parlamentari italiani e di Bruxelles, Emma Bonino e Angela Merckel. E che cosa accadrebbe se una volta arrivati tutti loro, Bonino e Merkel, sindaci e parlamentari compresi,  dicessero noi restiamo qui, accanto a Zelenskyj e a chi difende Kiev decisi a condividere senza armi ma fino in fondo l’assedio e la resistenza dei difensori della città?

Certo, sarebbe necessario essere disposti a rischiare un po’ la vita perché nessuno può evidentemente garantire oggi che la pazzia senile e l’autoritarismo sconfinato di Putin per questo si fermerebbero. Ma forse solo in questo modo Zelenskyj e con lui uomini, donne e bambini ucraini avrebbero qualche probabilità di più di sopravvivere. E solo così noi pacifisti italiani ed europei avremo la possibilità di lasciarli meno soli e di contribuire in modo davvero utile e forse decisivo alla loro resistenza contro l’invasore.

(Ferrara, 6 marzo 2022)

Cover: Sarajevo durante la guerra di Bosnia (Wikimedia Commons)

vaccini bambini diploma coraggio

Sì, ci vuole davvero un bel coraggio!

 

Chiedo preventivamente scusa ai miei amici con figli piccoli. Non intendo offendere nessuno e apprezzo la loro tenerezza, almeno nelle intenzioni e nella buona fede che non si nega a nessuno.

Ma non posso più vedere cartelli così, e ne vedo a dozzine.

Cioè, un attestato di coraggio per una puntura? che neanche si sente e dura mezzo secondo? e tutti lì, genitori, infermieri, medici… – gentilissimi, per carità – a rassicurare, distrarre, consolare, premiare…

Ma allora quando dovranno fare le tonsille (si fanno ancora?) cosa ci inventiamo? Gli regaliamo un Rolex?

E se nostro figlio dovesse subire un’appendicectomia prima di prendere la patente per risarcirlo di tanta tragedia gli compriamo uno yacht?

Se gli facciamo credere che un’iniezione sia un problema tale da meritare un diploma di coraggio, quando si troveranno di fronte un problema vero, piccolo o grande ma certo più grande della vaccinazione, come, dove, da chi troveranno, impareranno il coraggio?

Inkeddiploma di coraggio_LI

Quando guardiamo al telegiornale insieme a loro – speriamo – bambini della loro età, e anche più piccoli, spesso soli, su un gommone nel mare in tempesta – se pur non li vediamo affogare – come chiameremo quel coraggio? come lo spiegheremo ai nostri figli? con quale senso delle proporzioni e delle parole? Se gli diamo un diploma con i disegnini per una puntura, cosa dovremmo dare a chi è scampato alla morte in mare per mettersi in salvo dalla fame dalla guerra dalle torture?

Ma c’è di più. Per quello che ho visto io, per quello che mi hanno raccontato le persone direttamente o i miei amici volontari negli hub vaccinali, ci sono ragazzi più che maggiorenni che svengono per una puntura (e non li sto deridendo, la paura è rispettabilissima sempre), e così adulti, ho conosciuto un manager che era terrorizzato (non dal vaccino, proprio dall’ago in quanto tale), è svenuto poi – senza alcun effetto collaterale, solo per lo stress – dopo l’iniezione ha dovuto dormire tutto il pomeriggio per riprendersi. Questo io lo rispetto totalmente, sia chiaro. A me fanno paura i gatti, figuriamoci (ma quando se ne avvicina uno e non scappo non pretendo un diploma, soprattutto so che solo l’idea farebbe sghignazzare). Voglio dire, c’è una percentuale piccola di bambini che ha paura esattamente come i grandi, ma è una piccola percentuale, non una cosa che è eroica a causa della giovane età.

Quello che mi fa paura – ecco, paura, sì, paura davvero – è che questi cartelli dicono la nostra paura di adulti, non quella dei nostri bambini. Ai quali la trasmettiamo, semmai, dicendo a noi stessi che assumiamo la loro, bambini, figli sui quali proiettiamo ansie e terrori che poi loro assorbiranno, invece di esserne protetti (che sarebbe poi il compito degli adulti verso i piccoli, no?, liberarli per quanto possibile dalla paura della vita invece che inculcargliela a dosi massicce fin da piccolissimi).

Scusate se la vecchiaia mi porta a un paragone di sicuro spropositato. Non riesco però a non pensarci quando vedo questi cartelli.
Penso a ragazzini poco più grandi di questi nostri Supereroi dell’Ago (non ancora dell’Ego, auguriamoci, ma attenzione, che il passo è più breve di quanto non sembri), ai ragazzini entrati nella Resistenza, catturati, del tutto consapevoli che poche ore dopo sarebbero stati fucilati e scrivevano letterine alla mamma con tutta l’ingenuità dell’essere in quel momento più piccoli della loro giovanissima età ma con un orgoglio e un coraggio che ancora oggi ci commuove. “Non piangere, mamma, muoio volentieri per la Patria, per la Libertà, contro l’oppressore. Peccato che non ho ancora mai baciato una ragazza”.

Ecco, invece del diploma del coraggio con i disegnini, dai sei-sette anni in su prima o dopo la vaccinazione farei leggere ai nostri ragazzini una paginetta delle Lettere di condannati a morte della Resistenza. Così, per il senso delle proporzioni di cui dicevo, così, per dare loro un’idea sensata di cosa significhi avere coraggio.

Sogno – ma non credo di essere molto lontano dalla realtà – che i nostri bambini la sera prima del vaccino dicano a quei genitori più bambini di loro: “Non preoccuparti, mamma, è solo una puntura. Cosa vuoi che sia. Sono piccolo, non scemo. Dopo però mi porti da McDonald’s”.

Nota: questo articolo di Piergiorgio Paterlini è già uscito in  http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it/

PER CERTI VERSI
Paura e coraggio

PAURA E CORAGGIO

Ci vuole molto coraggio
Per vivere
In un modo
E mondo del genere
Ci vuole tanta paura
Per non uscire di scena
E rimanere lì
A ciucciare la vena
Di questa fonte malata
Ma
Ancora vita
Ammaliata
Dalla bellezza
Che non salva
Ma guarda
Nelle tue parole
Di salvia
Nel burro
Fuso
Di una luna
Che mi appoggi
Ostia
Sulle labbra

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

Gibran: “Quando l’amore vi chiama, seguitelo”

Nella settimana di San Valentino vorrei condividere questa rosa ritratta nell’orto botanico di Ferrara e le bellissime parole scritte da Kahlil Gibran ne Il profeta. Questo libro venne pubblicato nel 1923 ed è composto da una serie di poesie in prosa che si susseguono come risposte del profeta Almustafa alle tematiche richieste dalla gente della terra che stava lasciando.
Il profeta pronuncia un inno all’amore come atto di libertà, di generosità assoluta, che dà senza chiedere nulla in cambio. È un atto coraggioso che rende vulnerabili. Poiché come è vero che l’amore ha in sé una promessa di felicità, altrettanto reali sono i pericoli a cui espone gli innamorati. Pericoli che il poeta condensa nell’immagine del vento del Nord, che porta scompiglio e devastazione; è il vento del cambiamento che soffia via le tue convinzioni, le costruzioni di un’intera vita, per fare spazio a qualcosa di ignoto e incontrollabile. Ma solo l’amore è in grado di liberare l’amante dalle rigidità e renderlo leggero.

“Quando l’amore vi chiama, seguitelo.
Anche se le sue vie sono dure e scoscese.
E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui,
Anche se la sua lama, nascosta tra le piume, vi può ferire.
E quando vi parla, credetegli,
Sebbene la sua voce possa frantumare i vostri sogni così come il vento del nord arreca scompiglio al giardino.
Poiché nel mentre che l’amore vi incorona, così vi crocefigge. Mentre vi accresce, così vi taglia per potarvi.
Mentre ascende alle vostre altezze e accarezza i vostri più teneri rami palpitanti al sole,
Così scenderà alle vostre radici scuotendole nel loro abbraccio alla terra.
Come covoni di grano vi raccoglie in sé.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi setaccia per liberarvi dai gusci.
Vi macina fino al candore.
V’impasta sinché siete cedevoli;
E poi vi consegna al suo sacro fuoco, perché possiate diventare pane sacro per la sacra mensa di Dio.
Tutto questo provocherà l’amore in voi, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.
Ma se per paura cerchereste nell’amore unicamente la tranquillità e il suo piacere,
Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall’aia dell’amore,
Nel mondo senza stagioni, dove riderete, ma non tutto il vostro riso, e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.
L’amore non dà nulla fuorché se stesso, e non attinge che da se stesso.
L’amore non possiede né vuole essere posseduto;
Poiché l’amore basta all’amore.
Quando amate non dovreste dire “Ho Dio nel cuore”
ma piuttosto “Io sono nel cuore di Dio”.
E non crediate di indirizzare il cammino dell’ amore
poiché sarà l’ amore, se vi riterrà degni, a condurvi.
L’ amore non desidera che il proprio compimento
Ma se amate e ardete di desideri, essi siano questi:
Sciogliersi ed essere un ruscello che scorrendo intona alla notte la sua melodia.
Conoscere la pena della troppa tenerezza.
Ferirsi di comprensione dell’amore;
E sanguinare volentieri e con gioia.
Risvegliarsi all’alba con un cuore alato e ringraziare per un altro giorno d’amore;
Riposare nell’ora del meriggio e meditare dell’amore l’estasi;
Rientrare a casa la sera colmi di gratitudine;
E addormentarsi con una preghiera per l’amato nel cuore e sulle labbra un cantico di lode .”

Diamoci tregua per capire dove stiamo andando

Abbiamo tutti bisogno di tregua. Che non significa oziare, perdere tempo e occasioni, immobilizzarci e perdere mordente; significa piuttosto rallentare, sospendere per un attimo tutto ciò che ci sta fagocitando, respirare ossigeno che ci disintossichi, riprenderci. Rabbia, rancore, paura sono stati d’animo che a volte, per alcuni spesso, prevalgono nella vita del quotidiano, nelle azioni, negli incontri, nei progetti, nei ricordi del passato, nella realtà del presente, nelle aspettative del futuro.
Siamo mossi da un’ansia interiore compulsiva, incontrollabile, presente nelle nostre vite come una seconda veste, insinuandosi in ogni nostra scelta e azione, sensazione, emozione. “Mors tua vita mea” è diventato lo slogan che ci accompagna, l’antidoto egoistico a una condizione di sofferenza di cui non ci rendiamo sempre conto, una corazza nella quale ci sentiamo apparentemente al sicuro, perché se tocca agli altri noi possiamo assistere indenni a ciò che sarebbe potuto accadere anche a noi. Schemi fasulli, fatti di cartapesta e illusioni, perché sappiamo fin troppo bene che quel “noi” è fatto di tutti. Abbiamo più che mai, in tempi di incertezza, incognite, punti interrogativi, dubbi e false certezze, di quel tempo sospeso che ci permetta di fermarci per un attimo, resettare pensieri venefici, liberarci da quel sottile disagio accumulato simile a una catena che ci impedisce di essere creature libere, gioiose, vere.
“Tregua” è un termine di origine tedesca che deriva da “trauen” – “fidarsi”; il riflessivo “sich trauen” significa osare, azzardare, avere il coraggio. Con questo verbo le antiche popolazioni germaniche, definite da noi ‘barbariche’, chiedevano al nemico di cessare le ostilità, di sospendere i massacri delle guerre, imploravano la tregua per onorare i caduti e bruciare sulle pire i loro morti, per riposare, recuperare onore e umanità, ricomporre la loro identità tribale e chiamare a raccolta i loro valori culturali dispersi.
La “tregua” interviene nella Storia ogni volta che emerge il bisogno di disegnare uno spartiacque tra lutti, morte, violenza, sangue, e la necessità fisiologica di pace, riposo, ripresa, recupero degli aspetti umani dimenticati. Nel Medioevo, la cosiddetta “Tregua di Dio” era l’appello più profondo all’Altissimo, la cui autorità doveva impedire, almeno nel periodo tra Quaresima e Avvento, uccisioni, stupri, rapine e ogni sorta di aberrazioni.
La “tregua” è sempre stata una specie di liberazione provvisoria da una condizione coercitiva, dolorosa, insostenibile, disumana. E’ proprio nel grande romanzo “La Tregua” di Primo Levi (1962), che troviamo l’interpretazione più drammatica di questa condizione: per l’autore è soltanto una parentesi fondata sull’illusione destinata a spegnersi nel breve raggio di tempo. Levi racconta del lungo viaggio da deportato ebreo liberato ad Auschwitz, dopo l’arrivo dell’Armata Rossa sovietica, intrapreso per tornare nella sua città natale di Torino. Racconta il ritorno in patria dopo il lager, del sollievo di aver scampato l’olocausto e la morte nelle camere a gas, del rientro alla vita quotidiana ritrovata. “Ora abbiamo ritrovato la casa, il nostro ventre è sazio. Abbiamo finito di raccontare. E’ tempo. Presto udiremo ancora il comando straniero: ”Wstawac!” – l’ordine di alzarsi all’alba di ogni giorno che i deportati sentivano urlare dai loro aguzzini –“. Levi suggerisce come la tregua, sebbene necessaria, non sia altro che una liberazione temporanea dalla tensione della tragedia che continuerà a pervadere l’esistenza umana. Un ciclo senza soluzione di continuità.
“La tregua” (1960) è anche un romanzo di Mario Benedetti, poeta e scrittore uruguaiano, uno dei grandi autori della letteratura latino-americana del ‘900. Martin, un uomo di 49 anni, vedovo con tre figli ormai grandi, conduce una noiosa vita da impiegato di commercio: assiste al trascorrere del tempo con disillusione, rassegnazione e fatalismo. Viene assunta la giovane Avellaneda, timida e chiusa, che stravolgerà la sua vita dando avvio a un amore insperato e con questa relazione clandestina il tempo, quel tempo che prima non trascorreva mai, viene rimesso in movimento con una sferzata di vitalità. Non era felicità, era solo una tregua, ammette il protagonista, la parentesi in cui tutto viene sospeso rispetto il prima e il dopo. La giovane verrà a mancare e lui si ritroverà nuovamente solo. “Una vita che prende il vento a gonfie vele per poi, caduto il vento, tornare nella quiete della bonaccia.”
Abbiamo bisogno di tregua per capire dove stiamo andando, per orientarci meglio. Abbiamo bisogno di dare una tregua ai nostri sensi di colpa per concedere loro il beneficio del perdono. Abbiamo bisogno di tregua per vedere con sguardo nitido ciò che ci circonda. Che la “tregua” di Capodanno sia per ciascuno di noi un momento di respiro profondo, rigenerante, che permetta di proseguire il cammino con sana energia e calore umano.

Don Minzoni, il coraggio di dire “no”. Il film del ferrarese Muroni al Maxxi di Roma

Dopo il sold out a Ferrara all’anteprima nazionale di ‘Oltre la bufera’, il film ideato da Stefano Muroni sarà presentato domani (23 ottobre) come evento speciale alla festa del Cinema di Roma

Il duello degli sguardi. Le parole sussurrate, i volti ravvicinati, viso a viso, fino a ‘fiutarsi’, a sentire l’altrui respiro nei primissimi piani. La citazione ripetuta de ‘La tempesta’ di William Shakespeare («Siamo fatti della stessa materia dei sogni»); le riprese inconsuete, le scene teatrali, avvolte o tagliate da una luce straordinaria; le istantanee in bianco e nero, come sussulti di un discorso franto, sincopato, quasi fosse un singhiozzo.
Così il film ‘Oltre la bufera’ sa raccontare don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, «uomo giusto», vittima di un agguato fascista il 23 agosto 1923.
All’anteprima nazionale della proiezione la sala dell’Apollo di Ferrara era gremita all’inverosimile e ci si domanda come la figura di un sacerdote possa attirare ancora oggi tanto pubblico.
La risposta è lì, nello sguardo fiero del prete-soldato, un don Minzoni integro, irreprensibile, nell’interpretazione potente di chi per primo ha riscoperto la forza autentica di una personalità guerriera, controcorrente: da un’idea del ferrarese Stefano Muroni, attore protagonista, ha preso forma e si è materializzato il progetto di ‘Oltre la bufera’, diretto da Marco Cassini e prodotto da Controluce.
Un soggetto composto a più mani da Marco Cassini, Valeria Luzi e Stefano Muroni, che insieme sono riusciti a riaffermare l’attualità della figura di don Minzoni con una sceneggiatura avvincente, avvalorata da una prova attoriale di forte intensità.
Il film sarà presentato domani (23 ottobre) come evento speciale al Maxxi alla Festa del Cinema di Roma, alla presenza del ministro Dario Franceschini.

La narrazione è costruita con cura artigianale: in una vicenda della quale si conosce il finale, il ‘come’ è imprescindibile, conta molto più del ‘che cosa’ si vuole raccontare. L’intero film è un discorso narrativo che trae la sua forza dall’alludere, dallo sfiorare, dall’evocare. La scelta stilistica del regista è una poetica di dettagli artistici disseminati nella pellicola, punti di luce per tracciare una costellazione: le inquadrature, i costumi, il montaggio. La musica, che fa vibrare ogni fotogramma, che dà voce al grido muto di chi vede cadere don Minzoni sotto i colpi di un potere a cui resta solo la brutalità per affermarsi. E il sopruso soccombe nel palpitare delle braccia che sorreggono don Giovanni.
«Prima di essere un prete don Minzoni è un uomo», che dà tutto e non si piega al compromesso, che risponde al sopruso con una sola arma: la sua umanità.
Così Oltre la bufera arriva al cuore e alla pelle del pubblico, tassello di un progetto che riporta sotto i riflettori una storia da molti dimenticata. Un progetto che si inscrive in una visione d’insieme, nella possibilità di disegnare un paesaggio di bellezza nell’orizzonte della terra ferrarese: a partire da Argenta e dalle scelte eroiche del suo parroco.
«Mi stanno lasciando solo», riconosce don Minzoni quando comprende che la ‘bufera’ sta per abbattersi su di lui: ma coraggiosamente resiste. E l’ombra di quel ‘piccolo prete’ di campagna s’innalza sopra ogni meschinità, assurge a quella di un gigante, che continuerà a vivere oltre la sua esistenza terrena e ad aggirarsi tra le coscienze.
Mentre il suo «no» rimbomba risoluto nel silenzio.

«Lunga è la notte», ripete ossessivamente, minacciosa, la voce di Augusto Maran.
Ma gli occhi fieri di don Minzoni, luci incorruttibili, continuano a scintillare. Sul filo della notte. Oltre la bufera.

Genere: drammatico, biografico
Regia: Marco Cassini
Attori: Stefano Muroni, Piero Cardano, Enrica Pintore, Michela Ronci, Pio Stellaccio, Jordi Montenegro, Davide Paganini
Produzione: Controluce Produzione srl, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna
Soggetto: Marco Cassini, Valeria Luzi e Stefano Muroni
Fotografia: Mattia Tedeschi
Montaggio: Cristian Gazzanni
Costumi: Luigi Bonanno
Musica: Martina Colli
Produttore: Valeria Luzi

I ragazzi curdi

Un fermo immagine, un momento di pausa.
Giovani uomini e giovani donne in divisa. Parlano, sorridono e scherzano tra loro. Sguardi profondi, sinceri, sereni nonostante tutto. Nonostante la guerra tutt’intorno, la morte che incombe, le violenze subite, l’ingiustizia secolare.
Ragazzi fieri, coraggiosi, liberi, battaglieri. Amano la pace, la bellezza, la loro terra violentata. Difendono i loro vecchi e i loro bambini. Non si piegano, non scappano, combattono e muoiono!
Non sono come noi, sono meglio di noi. Sono eroi impavidi, gloriosi, eppure normalissimi. Hanno paura, amano, piangono la vita che fugge, cavalcano i loro incubi, non si arrendono!
Puliti nonostante la polvere, il fango e il sangue addosso.
Sono già morti, traditi dal resto del mondo, lasciati soli… Per questo saranno immortali!

I DIALOGHI DELLA VAGINA
I baci rubati

Perché non scrivi dei baci rubati?
Siamo in un posto sperduto, mangiamo baccalà e l’amalgama dei discorsi di tutti noi è denso, lavoro, figli, famiglia, persone che vanno e vengono nelle nostre vite senza chiedere permesso.
Non siamo d’accordo quasi su niente, ci provochiamo e io affronto il mio primo mezzo bicchiere di rosé.
Non afferro subito cosa intenda il mio amico per bacio rubato, penso al mio più recente, a un semaforo, mi era sembrato rubato perché di anticipo, non scontato, furtivo nel mezzo di un discorso lasciato a metà.
Il mio bacio al semaforo fu il primo di una lunga serie quella sera e nei mesi successivi, quindi non andava bene per quello che voleva dire il mio amico che intanto finiva il suo baccalà e ordinava un fritto misto.
Una notte in treno, un lungo viaggio tra due città d’Europa e nello scompartimento una ragazza. Erano giovani, entrare in confidenza non fu difficile, tra loro solo un bacio, un bacio rubato, preso e portato via per sempre, senza seguito e senza altre intenzioni. Il bacio rubato inizia e finisce senza replica poco dopo, è un unicum che non rinuncia a farsi avanti, anche se la fermata del treno sta per arrivare e uno dei due scenderà rivelando il suo nome ormai sulla porta.
Capisco meglio cosa intenda il mio amico, devo tornare indietro nel tempo, all’estate 1992, quella della canzone di Jovanotti e di un concerto allo stadio di Bologna. Fu una notte di un bacio rubato, sì. Sotto il palco, sul prato, il caso volle che io e la mia amica C. fossimo finite vicine a un gruppo di ragazzi che conoscevamo di vista.
Rivedo lo stupore complice della mia amica quando riaprii gli occhi: ora so che quello era il mio bacio rubato, imprevisto, illuminato dalle luci, avvolto dalla leggerezza di non chiedere niente, riprendere il treno di notte e ricordarlo ancora oggi.

L’avete mai vissuto un bacio rubato? Cosa ne è stato complice?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Il coraggio di Manuel

Svegliarsi dopo un incidente, non provocato né direttamente né indirettamente, e non poter più camminare.
È quello che è successo pochi giorni fa a Manuel Bortuzzo, diciannovenne promessa del nuoto, che ha commesso il solo errore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
In mezzo ad un regolamento di conti mentre stava semplicemente comprando delle sigarette con la sua ragazza, miracolosamente illesa.
É accaduto a Roma, dove si era recato per allenarsi, per inseguire il suo sogno di diventare un grande nuotatore.
Un nuotatore che usa quelle gambe per macinare chilometri, da solo, accompagnato soltanto dalla propria perseveranza.
Questa vicenda, più di altre, ha risvegliato in me il pensiero di come sia profondamente autentico il fatto che la vita possa bruscamente sterzare in qualsiasi istante, e senza un motivo decidere di colpire te e non qualcun altro.
E non solo ti travolge, inaspettatamente e assurdamente, ma ti lascia anche il compito di trovarlo tu un motivo, uno qualsiasi, anche piccolo, senza il quale non sarebbe possibile andare avanti.
C’è qualcosa che ci permette di non abbandonarci allo sconforto, al senso di impotenza che storie come questa suscitano in noi?
È vedere come all’insensatezza si possa reagire con un coraggio, una lucidità e tenacia capaci di far impallidire l’irragionevolezza di certe vicende della vita.

Il coraggio di rischiare

Amelia Earhart è stata la prima donna aviatrice della storia. Decise di fare della sua più grande passione, un lavoro; senza dubbio atipico per una donna.
Fu la prima a sorvolare l’Oceano Atlantico in solitaria, impresa nella quale riuscì nonostante le avversità, partendo dall’America per giungere in Irlanda del Nord.
Siamo nei primi anni del secolo scorso e la sua necessità di governare il cielo, la sua prodezza e la sua forza, la spingono ad intraprendere un viaggio molto più lungo: il suo intento era quello di fare il giro del mondo con il suo aeroplano. Consapevole dei rischi, decise di intraprendere tale avventura che però non riuscì mai a portare a termine. Precipitò, poiché rimasta senza carburante, nell’Oceano Pacifico e non fu mai più ritrovata.
La sua storia ci offre un grande insegnamento: essere coraggiosi, avere fiducia in se stessi e dedicarsi appieno al proprio obiettivo, anche quando comporta dei rischi, conduce ad una crescita e ad una felice consapevolezza di sé.

“La cosa più difficile è la decisione iniziale di agire, il resto è solo tenacia. Le paure sono tigri di carta”
Amelia Earhart

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Non arrenderti mai…

Never Back Down (Novastar, 2006)

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo…”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, immane come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Polvere mossa dal vento, invisibile, libera.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre, ma ti ha lasciato solo ed è questo l’unico tuo pensiero.
Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Dentro di te è lo stesso. Il gelo perdura anche d’estate. Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango. Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.
E ti butti nella mischia. Lottando, correndo alla meta. “Non arrenderti mai”, senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più. Parlargli ancora una volta, contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Rabbia e lacrime sono tutto ciò che resta. La vita a volte brucia. Come una ferita sempre aperta, sanguina, s’infetta, ma poi guarisce… il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo, perché la strada è terribile, pericolosa e meravigliosa.
Corri, non fermarti. La salita è una morsa che ti prende il respiro e ti spezza le gambe, ma oltre le colline le nuvole si diradano e c’è speranza di incontrare il sole, finalmente!
Chissà, forse vale la pena tentare… una volta ancora.

Sport estremi:
sfidare l’universo, tra emozioni straordinarie e rischi mortali

“Le grandi imprese di solito si compiono a prezzo di grandi pericoli” affermava Erodoto nell’antichità, e questa è anche la sintesi attualissima di tutto ciò che riguarda l’universo degli sport estremi dove ricerca di emozioni straordinarie, ottenute attraverso la sperimentazione del rischio elevato, è accompagnata da un intenso sforzo fisico. Costituiscono ormai un esercito coloro che si sottopongono a sfide estreme verso se stessi o contro altri, che richiedono anche una rapida e precisa elaborazione percettiva e cognitiva che le situazioni oltre limite richiedono. Forti velocità, sfide ad altezze, ambienti ostili alla natura umana, forze naturali avverse, profondità inaffrontabili, climi e condizioni del terreno, dell’aria e dell’acqua proibitive, costituiscono il palcoscenico dello sport estremo ed allo stesso tempo sono le variabili che sfuggono alle classificazioni precise e costanti del controllo umano, determinando i successi o decretando i tragici fallimenti delle performances. E per questo motivo, gli standard di valutazione di questi sport differiscono radicalmente rispetto i criteri tradizionali, che sono applicati in situazioni e ambienti controllati. Lo sport estremo di qualunque categoria concentra la sua essenza nella scarica di adrenalina in risposta alla paura: pochi minuti che sembrano un tempo lunghissimo che aumentano endorfine e serotonina nel cervello per l’elevata tensione e sforzo fisico e mentale in chi si appresta all’impresa. Sono i “sensation seekers”, i “cercatori di emozioni”, che hanno bisogno di stimoli e attivazioni fisiologiche molto elevate, di brivido, avventura oltre ogni barriera dell’umano agire. Oggi si sta ancora discutendo sul termine ‘sport estremo’ e su ciò che si considera realmente estremo perché il confine si è spostato e l’asticella si è notevolmente alzata verso tentativi sempre più spregiudicati e spericolati. Ci si chiede perché alcuni sport tradizionali come il rugby non possano essere considerati alla stessa stregua di pericolosità dell’estremismo e al contempo si creano nuove forme di sport ‘beyond the limit’ come se non fossero mai sufficienti quelli già sperimentati. Una rincorsa al nuovo orizzonte da conquistare, a una nuova frontiera da esplorare e un vecchio muro da abbattere perché superato. Il target demografico dei praticanti gli sport estremi è costituito prevalentemente da giovani che agiscono in solitaria un’esperienza strettamente intima e personale che non disdegnano, a volte, di condividere sui social attraverso dirette elettrizzanti sotto gli occhi del mondo web: qualcuno fanatico, qualcun altro raffinato tecnico del rischio, chi folle e incosciente sperimentatore, chi aspirante a fama (e carriera) internazionale, per raggiungere elevati livelli, trovare sponsor, produttori, mass media che assicurino traguardi economici ed esaltazione personale. Li troviamo in una miriade di ambiti sportivi perché queste performances un tempo sporadiche, di nicchia, per pochi appassionati silenziosi, sono diventate successivamente una mania vera e propria ed oggi attività molto conosciute, consolidate e diffuse nel mondo del brivido: torrentismo, sci di velocità in quota, skateboarding, immersioni in grotta, arrampicata su ghiaccio, funambolismo, hydrospeed (nuoto in correnti e corsi d’acqua sconnessi) surf da onda, lancio con tuta alare, deep water soloing (arrampicata libera solitaria senza assicurazione su scogliere a picco sul mare). Alcuni di questi sport come rafting e parapendio sono diventati sport olimpici. L’origine dell’espressione ‘sport estremo’ viene fatta coincidere con la frase attribuita allo scrittore Ernest Hemingway “Ci sono solo tre sport: corrida, corse automobilistiche e alpinismo; tutto il resto sono solo giochi.” Un’affermazione che definiva un’attività in cui era possibile morire. Nell’agosto del 1974 il funambolo e artista di strada Philippe Petit salì al 110° piano di una delle Twin Towers a New York e percorse camminando, saltellando, correndo e sdraiandosi ogni tanto, un cavo d’acciaio teso utilizzando arco e frecce tra i due grattacieli. Furono 20 minuti di percorso a 417 metri d’altezza e 61 metri di estensione. Era la ricerca di un istante di bellezza, non inseguiva la gloria, affermò Philippe Petit, in un triste e cupo momento storico degli USA, tra scandalo Watergate e guerra del Vietnam. Occorrerà arrivare al 1979 per assistere alla prima manifestazione di Bungee Jumping (lancio da altezze elevate con una corda elastica, assicurati con imbragatura) organizzata dal Dangerous Sports Club di Oxford che attirò molta attenzione con i lanci dal ponte sospeso di Cliffon a Bristol. Ne seguì un’altra sul Golden Gate di S. Francisco. Memorabile l’appuntamento del Club a St. Moritz in Svizzera negli anni successivi, dove i concorrenti dovevano creare una grande scultura dotata di sci e lanciarla lungo una ripida discesa. Il Club si presentò sulla pista a bordo di un autobus londinese a due piani ma fu fermato in tempo dal divieto delle autorità elvetiche. Tra gli anni ’70 e ’80 Toni Valeruz, maestro di sci e guida alpina di Alba di Canazei (TN), è l’indiscusso protagonista e precursore dell’estremismo, rimanendo agli annali come uno dei più forti praticanti di sci estremo: più di 100 discese spericolate sulle Alpi e su cime extraeuropee, come quella da quota 4200 del Cervino e 8100 del Makalu in Nepal, la quinta montagna più alta della Terra. In una recente intervista, Valeruz ha commentato come si sia perso il buonsenso con youtube e la voglia di spettacolarizzare le proprie prestazioni e di come i giovani scelgano questi sport per mancanza di affetto o considerazione. A volte, ha dichiarato l’alpinista, entra in campo la voglia di isolarsi dal resto del mondo in un’esperienza rischiosa. Ma solo negli Anni ’90 il fenomeno dello sport estremo ha raggiunto un’adesione vasta e diffusa, quando le compagnie di marketing inaugurarono gli X Games trasmessi dal canale televisivo Extreme Sport Channel, guadagnando popolarità e visibilità. Da allora ad oggi, gli eroi o antieroi dello sport estremo si sono moltiplicati e hanno dato il loro contributo in imprese che sembravano irrealizzabili, un contributo che spesso, troppo spesso è costato la vita. Oggi tocca ad Armin Schmieder, 28 anni, Armin Holzer, Alex Polli, Uli Emanuele e, ultimo di questi giorni, Matteo Pancaldi, 30 anni, lasciare traccia di sé in un’impresa mortale. Volevano volare, il desiderio più ancestrale dell’uomo, con la loro tuta alare da scoiattolo volante o lanciarsi in base jumping nel vuoto o ancora camminare tra le nuvole, sospesi a un filo. Matteo Pancaldi, modenese, è precipitato per circa 200 m tra due cime della Val d’Adige in Trentino, abbandonando definitivamente quel filo teso sul vuoto e la sua giovane vita, sotto gli occhi attoniti degli amici. Dimenticanza? Sbadataggine? Errore umano? Errore tecnico? Ciò che resta e importa di questi epiloghi è il ricordo di chi non c’è più, poveri pionieri della generazione Y, moderni Icaro che hanno ‘osato’ sfidare l’universo.

L’arma del perdono

di Federica Mammina

È considerata una delle cose più difficili da fare nei rapporti umani, perdonare.
E non si sa mai se sia più difficile chiedere il perdono oppure offrirlo. Chi lo chiede deve superare la paura e magari anche la vergogna di ammettere i propri errori e le proprie debolezze, e chi lo offre invece deve trovare la forza di dimenticare, non portare rancore e ricominciare.
Si sa per certo però che non se ne può fare a meno per voltare pagina e poter ricostruire. E si è convinti che una volta ricevuto il perdono ci si sentirà subito meglio, più leggeri.
A volte però non è così semplice perché potrebbe non essere questo l’ostacolo più arduo da superare. Ci aspettiamo che siano gli altri con il balsamo del loro perdono a lenire le nostre ferite, ma se non bastasse?
Forse il passo più importante verso la rinascita lo dobbiamo fare con noi stessi, chiedendo e offrendo il perdono a noi stessi.

“Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente.”
Nelson Mandela

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Le storie parallele: scampoli di felicità o isole disintossicanti?

Storie parallele che durano anni oppure pochi giorni, lettrici e lettori raccontano le loro evasioni dalla quotidianità.

Segreto e straordinario

Cara Riccarda,
leggendo di Clementina e Erri ho pensato ad una amica: il suo grande amore era (è e resterà) uno, peccato che non sia quello con cui condivide la vita quotidiana perché lui prima di conoscere lei era promesso sposo e, seppur rimandando il matrimonio, alla fine ha scelto l’altra. Con queste premesse però loro non hanno mai smesso di vedersi, unendo occasioni di lavoro a giorni via da casa e lei anni fa mi disse che questi giorni erano per entrambi la “dose di aria” per poter vivere serenamente. Non ne ho la certezza, ma credo trovino ancora le occasioni per vedersi e in ogni modo lui è sempre presente nei discorsi di lei. In maniera un po’ schizofrenica si sono creati una dimensione di vita parallela, da cui entrano ed escono abilmente e ad una mia esplicita domanda “ma non ti manca una quotidianità/normalità con lui”, lei mi rispose “credo che nel quotidiano non lo potrei sopportare”.
M.

Cara M.,
penso esistano condizioni, che possono durare anche molto a lungo, in cui si decide di riservare il meglio di sè a qualcuno. La tua amica ti ha dato una risposta molto vera: il quotidiano non è quasi mai una passeggiata serena e allora la ‘dose d’aria’ di cui scrivi, perchè la dobbiamo inquinare? Se troviamo una persona che ci fa stare bene al fuori della nostra routine, perchè non accoglierla? Direi soprattutto per un motivo che va oltre il brivido del momento: quando ci accorgiamo che parti di noi, che non avevamo mai scorto, escono solo con certe persone, dovremmo considerarlo un regalo. Poi magari le storie finiscono, ma i regali restano.
Riccarda

Un’isola felice

Cara Riccarda,
è successo, succede di essere travolti da passioni così forti da non poterne fare a meno, di volere a tutti i costi essere felici anche se per poco. E’ successo anche che la razionalità abbia spento sul nascere tali passioni perche’ la paura delle conseguenze ti ghiaccia e reprime!
Ma benedetta sia quell’isola felice dei nostri coraggiosi protagonisti!
Qualcuno riesce persino a viverci davvero, qualcuno solo nella fantasia, costruendosi così viaggi meravigliosi dove i personaggi sono bellissimi e le conseguenze non esistono.
Alle volte l’isola ti salva la vita, ti salva l’autostima.
Il coraggio di viverla davvero poi è così raro e prezioso che ne farei tesoro a tal punto da non ripeterlo mai più. Rimarrebbe così la perfezione, senza conseguenze, senza sensi di colpa,solo passione, solo ricordi tra sogno e realtà e soprattutto senza drammatici sconvolgimenti della tua vita,costruita con tanta fatica!
N.

Cara N.,
parto dalla fine della tua lettera, dalla vita costruita con fatica. A volte tanta fatica a tenere insieme pezzi che scivolano fuori dal quadro d’insieme. Hai presente la tecnica giapponese del kintsugi che suggerisce di riparare il vasellame rotto con l’oro? Il risultato è un vaso diverso su cui le crepe sono messe ben in evidenza dal luccichio dell’oro, come a ricordare che lì qualcosa si è rotto ed è diventato altro. Anche nella vita, credo, capitino eventi che ‘spaccano’ certezze ed equilibri, ma lasciano tracce che non dovremmo ignorare.
Riccarda

Pensare al femminile

Cara Riccarda,
personalmente mi è successo, ma ero più giovane, adesso mi risulterebbe più difficile perchè essere ‘saggi’ comporta ragionamenti che ti fanno dire voglio vivere più a lungo i momenti felici, emozionarmi con quella donna. Purtroppo tenere alto il livello del rapporto, quando la conoscenza si protrae, diventa complicato perchè l’uomo dovrebbe pensare come la donna e la donna come…la donna! C’è poi un problema, la donna da parte sua ha quel desiderio di cercare un uomo che la faccia soffrire, un ancestrale bisogno di provare dolore. Ma questa è una matassa che meriterebbe una disquisizione troppa lunga.
Marco

Caro Marco,
ti prego, no, non condannarci all’infelicità sine die. Non voglio pensare che ci sia una legge ancestrale e di natura che induce noi donne al ‘bisogno di provare dolore’. Non ci sto. Ti garantisco che noi donne sappiamo anche riconoscere il piacere, il benessere, la felicità che ha i suoi tempi e magari non sempre coincidono con i vostri…
Riccarda

Un’estate, una settimana, un momento… e mai più

Buongiorno Riccarda,
in un tempo lontanissimo, mi sono trovato anche io in una situazione del genere, naturalmente il tutto era accentuato dalla giovane età (22 anni) e quindi le emozioni provate erano più intense perché la mente era libera da altre preoccupazioni e l’unica cosa che contava era vivere al massimo quei momenti. Ho conosciuto una ragazza durante un periodo di vacanze estive al mare, provenivamo da città diverse, la sorte ha voluto che ci incontrassimo in un campeggio di una località marina del centro Italia. Ci siamo visti la prima volta la sera del nostro primo giorno in quel luogo di divertimento. Qualcosa è scattata in noi, credo fosse anche dovuta al fatto che ancora non conoscessimo nessuno in zona e quindi ci siamo trovati compatibili. Dopo un primo approccio, ci siamo resi conto che tra noi poteva esserci un feeling. Abbiamo trascorso una bella serata, cercando di scoprirci reciprocamente. Il giorno successivo nel rivederci, abbiamo realizzato quanto ci siamo mancati sino a quel momento. È stato l’inizio di una relazione, breve, intensa, durata una settimana, ma che ci ha dato emozioni e ricordi per tutta la vita. Alla fine della vacanza, entrambi non sapevamo se fosse meglio non sentirsi più oppure tentare di continuare a distanza questo rapporto, ha prevalso la voglia di congelare nel tempo quei bellissimi sette giorni, nei quali tutto era perfetto, credo che un protrarsi avrebbe solo potuto logorare col tempo quanto di bello avevamo creato. Ci sono situazioni che raggiungono un apice oltre il quale è impossibile andare, non si possono ricreare e qualsiasi tentativo di riviverle è destinato a fallire perché perde la spontaneità e l’emozione di quei momenti che sono arrivati all’improvviso. Preferisco quindi, conservare un bel ricordo di un qualcosa che ha raggiunto il suo massimo senza imperfezioni, che mi ha donato tanto, al vederlo pian piano entrare nella routine della vita. Adesso che sono molto più vecchio, posso pensare con gioia ma senza rimpianto a quei momenti perché ho congelato tutto sul momento più bello, quando eravamo al massimo della felicità e niente si era frapposto al nostro voler vivere quella esperienza. Può essere vigliaccheria, non voler affrontare i problemi che un legame potrebbe comportare, ma in quel caso io credo che la scelta sia stata giusta, abbiamo voluto crearci un ricordo di qualcosa di bello al quale attingere in giornate negative e per me funziona ancora, perché da qualche parte nella mia mente, ci sarà per sempre l’immagine di un luogo dove è stato possibile vivere qualcosa che non tutti hanno potuto permettersi.
Cordiali saluti.
Gigi

Caro Gigi,
non credo proprio sia vigliaccheria scegliere di lasciare tutto com’è senza imporre altre derive. Secondo me è una questione di intuito, l’istinto sa cosa è meglio, se prendere o mollare. E direi che, anche nel tuo caso, non ha fallito, ancora oggi conservi un ricordo che ti fa stare bene e non ti abbandonerà.
Riccarda

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

Il tabù della solitudine…

di Federica Mammina

In un mondo di grandi conquiste, come il nostro, purtroppo alcuni tabù resistono tenacemente. Sebbene con qualche passo avanti rispetto al passato, ancora oggi è malvisto il fatto di essere single dopo i trent’anni, soprattutto per una donna. Come se certe tappe dovessero essere obbligatorie per tutti, e con gli stessi tempi. E così, superati i trenta, risulta sospetta la mancanza di un compagno, di un matrimonio imminente o almeno di una convivenza. Come se il non avere una relazione nascondesse per forza qualche aspetto problematico della persona, qualche difficoltà nelle relazioni, una forma di egoismo, di mancanza di sentimenti o romanticismo.
Ma il pregiudizio a volte cela che, dietro a quella che può apparire una situazione passivamente subita, ci possa essere una scelta di grande coraggio: il coraggio di non cedere alla paura della solitudine, di non volersi impegnare in qualcosa per cui non ci si sente pronti, di non accontentarsi se non ci si sente pienamente soddisfatti, o di credere così profondamente nell’amore da non voler sprecare quell’unica occasione che forse un giorno potrebbe presentarsi.

“Alla base del tabù c’è una corrente positiva di desiderio.”
Sigmund Freud

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Vivere contro corrente, vivere liberi di scegliere

Le nostre lettrici hanno commentato la storia di A.

Il coraggio di andare per la propria strada

Cara Riccarda, ti confesso che, pur essendo per carattere e vissuto, l’antitesi di A. ammiro e rispetto molto la sua forza: il coraggio e la capacità di andare avanti per la strada scelta senza lasciarsi influenzare dai consigli degli “altri”. Quella di A. infatti non è pura caparbietà e incosciente sfrontatezza: è una scelta meditata, consapevole e matura. A. sa quello che vuole, conosce ciò che è bene per sè e questo perché ha compiuto una scelta libera che nasce dall’esperienza e dalla profonda conoscenza di se stessi. A. non si piange addosso; A. non è a traino e non subisce.; A. è indipendente e si assume la responsabilità delle proprie scelte: A. è una donna intelligente che ha rispetto di se stessa e una grande dignità.
Grazie per i meravigliosi spunti di riflessione che ci regali ogni settimana con la tua bellissima rubrica.
Ti abbraccio.
Stefania

Cara Stefania,
credo che A. abbia molto chiaro cosa le piace e cosa non vuole e questo le permette di essere padrona delle proprie scelte. Ho conosciuto donne completamente dipendenti, impossibilitate a cambiare le cose, prigioniere di situazioni in cui riuscivano solo ad allargare le braccia senza provare a portare un cambiamento, anche piccolo, ma significativo. A volte è solo questione di visione, di paura di vedere che uno spiraglio c’è, perchè chissà cosa poi troviamo dietro.
Riccarda

Diversi modi di amare, possibile metterli d’accordo?

Cara Riccarda
A me spettavano Natale, S. Silvestro, Pasqua… poichè ero quella “ufficiale”… la moglie e so che se avessi scritto questa lettera vent’anni fa, sarebbe stata a senso unico. Questo perchè avevo la parte della moglie tradita ed ero pronta ad esternare sentimenti e parole quali: irresponsabilità, tradimento, bugie, sotterfugi. Poi grazie all’esperienza e alle tante primavere passate, ho capito che ci sono persone che riescono ad amare in maniera diversa dalla mia, amano più persone, amano non legarsi in maniera univoca per molteplici motivi, per un senso di libertà o altro ancora.
Ho imparato a non giudicare più perchè nella vita non si sa mai, perchè nessuno è il possessore della verità su come si deve amare, in quale misura, chi, come.
Ho almeno due amiche che vivono la loro vita in questo modo avendo momenti felici ed infelici come tutti del resto!
Personalmente non sono in grado di gestire una vita così e come in passato non perdonerei a mio marito una doppia vita, sempre che lo venissi a sapere ovviamente. Quindi no, non vado contro corrente e sono convinta che in entrambi le situazioni si necessiti di forza e coraggio.
N.

Cara N,
e per fortuna che non amiamo tutti nello stesso modo! Dovremmo ricordarcelo soprattutto in coppia, quando soppesiamo ciò che diamo e ci aspettiamo parti uguali. Se partissimo da questo presupposto, cioè la diversità, secondo me saremmo meno dogmatici e giudicanti. Ma non è facile, lo so, è difficile almeno quanto stare in coppia.
Riccarda

Si può vivere anche contro corrente, l’importante è rispettare se stessi

Cara Riccarda,
non so se vivere l’amore come lo vive A, sia vivere contro corrente.
probabilmente A, vive l’amore rispettando la propria natura, ascoltando il proprio cuore.
Chi può dire quale scelta di vita sia quella giusta?
Chi può sapere quale sia la felicità per quelli che sono gli altri?
Avevo tante certezze quando ero più piccola, vivendo ne ho solo una:
“non ho certezze”.
Come possiamo conoscere le dinamiche che regolano i rapporti interpersonali tra le varie coppie, per giudicare il loro modo di vivere.
Credo che vivere nel rispetto di se stesse, sia la cosa migliore che possiamo donare alla nostra vita.
Forse è questo il modo di vivere veramente contro corrente.
Siamo così abituati a impostare la nostra vita per stereotipi, guardandoci le spalle, nel timore di quello che gli altri possano pensare delle nostre scelte.
E’ a causa di questa paura, che molto spesso, si decide di percorrere la strada forse più semplice, ma che è in conflitto con la nostra vera essenza, sicuramente rispettata dagli altri, ma con una grande tristezza nel cuore per non avere ascoltato la propria voce.
A, hai tutta la mia stima e il mio rispetto.
S.

Cara S.,
per quello che conosco A, lei ha ascoltato solo se stessa e nessun altro. Credo che ciascuno abbia la propria personale felicità e si debba mettere da solo sulla strada per raggiungerla, magari la acchiappa a singhiozzo, ma almeno ha scelto da sè.
La strada degli altri porta altrove, a un simulacro di felicità, a quello stereotipo di cui parli tu. E allora che felicità è?
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

Volti bugiardi e maschere sincere

“Gettare la maschera”, niente di più sbagliato! Le maschere ci servono, le indossiamo tutti i santi giorni. Sono diverse a seconda dell’uso: c’è quella per i colleghi, quella per gli amici, quella per i parenti (serpenti), e perfino quella per l’amato bene… Di solito sono maschere innocue, hanno le nostre sembianze e servono solo per difesa; contro l’invadenza degli altri, i loro giudizi affrettati, le insinuazioni, le cattiverie, i pettegolezzi. Ognuno di noi, anche il più sincero tra tutti, conserva un proprio mondo segreto, un posto accessibile solo a lui, dove pudore e vergogna sono banditi.

Poi ci sono altri tipi di maschere: sono maschere per attaccare, servono quando non si ha coraggio, servono per colpire senza essere colpiti a nostra volta, si possono usare nel bene e nel male. Nascondono alla perfezione i nostri volti rendendoci anonimi, ma rivelano esattamente e inequivocabilmente ciò che siamo!

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero.”
Oscar Wilde

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

STORIE SOTTOVOCE
Mai dire… ‘Sono cose da grandi’.
Per raccontare la paura ai figli, munirsi di una scatola magica…

Questa lettera ha inizio nell’estate dei tuoi quattro anni. Quando le mie paure si sono schiuse davanti alle immagini di una strage. Poco dopo la Terra ha tremato. E anche io sono stata contagiata da quel tremore, perché l’ho avvertito in te”. (Simona Sparaco, ‘Sono cose da grandi’)

Oggi la paura non è più solo quella delle fiabe, dei lupi, degli orchi, delle streghe, dei vampiri, dei fantasmi o dei mostri cattivi pronti ad affollare le notti e gli incubi di bambini sensibili, attutita e ammansita da una carezza sulla nuca. Oggi la si vede in televisione, la si riconosce negli occhi di un nipote che, di fronte all’11 settembre di Nizza, a una macchina che esplode, a una scheggia che falcia tutti come birilli o a stragi perpetrate da uomini incappucciati di nero in nome di una religione lontana, pone la fatica domanda: ma perché tanta violenza a questo mondo?

In questo tempo incerto, crudo, tempestoso e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio di 4 anni, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che, con amore, crea ogni giorno per lui. A fare questo, con attenzione, garbo e grazia (oltre che lucida sintesi), Simona Sparaco, nel suo recente ‘Sono cose da grandi’ (Einaudi Stile Libero Big). Di fronte a tanta violenza che non risparmia nulla e nessuno, la frase tante volte usata per proteggerlo – “sono cose da grandi” – non funziona più. Rinviare le spiegazioni a domani non serve. Per quanto difficili.

Così, questa coraggiosa madre decide di rivolgersi al figlio per dirgli ciò che ha imparato sulla paura, nel tempo che non perdona. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire miracolosamente i propri desideri. Scrivendogli, scopre la propria fragilità, e in questa, un’indicibile forza. E facendo questo si fa coraggio, un coraggio che ogni madre è costretta a cercare e trovare per rassicurare i propri figli. Questa lettera al figlio spiega, in fondo, come parlare ai bambini dei mali del mondo. Come se si raccontasse una storia a bassa voce, si sussurrasse una verità difficile da comprendere, accettare, spiegare e digerire, per insegnare come vivere senza farsi dominare dalla paura, quella che è la realtà di oggi, come convivere con la sensazione perenne di insicurezza nell’entrare in un bar, un ristorante, un teatro, una sala da concerti, un cinema o una metropolitana.

Non possiamo rispondere alle domande sulla realtà con lo stesso metodo che adottiamo per liberarci degli orchi e dalle streghe malvagie. Bisogna elaborare strategie diverse, non si può stare sempre sull’attenti, si deve capire che bene e male non sono così facilmente identificabili. E anche accettare che per certe domande non esistono risposte, ma solo grandi gesti d’amore. Che di devono e possono creare oasi di pace e di gioia in grado di aiutarci a sopravvivere, in una terra che si scuote e crea disastri (un ricordo anche al terrore del terremoto). Magari inventandosi una scatola magica dentro la quale depositare segreti, domande, desideri, speranze, sogni, fiducia e dolori. Un giorno quella scatola potrebbe essere utile a ripercorrere il cammino fatto da un genitore e un figlio lungo la strada che hanno percorso insieme. Cullandosi, abbracciandosi e raccontandosi quanto è importante amare.

Simona Sparaco, Sono cose da grandi, Einaudi, 2017, 104 p.

Una canzone logica

Giocare era l’unico modo che avevi per conoscere il mondo. Poi arrivarono i grandi che ti dissero che servivano regole, tabelle, schemi… Solo così potevi imparare a stare al mondo, dicevano.
Così andasti a scuola, dove i grandi t’insegnarono cosa fare. E imparasti a leggere, a scrivere, a contare… e diventasti grande anche tu, come loro.
Ora che sei grande hai scordato tutto il resto.
Giocare: guardare le nuvole e le formiche, e vedere creature immense e lillipuziane; ascoltare l’acqua che scorre e il vento che soffia, e sentire tempeste e uragani… Sai ancora fare tutto questo?
Hai avuto la logica ma hai perso la fantasia. Un vero guaio.
Impossibile barattarle, solo i pazzi e gli artisti ci sono riusciti, ma a quale prezzo?
Ora hai ancora mille domande a cui non sai dare risposte. Diventare grande non ti è servito a nulla, se non a perdere quella felicità che solo la fantasia di un bambino poteva darti.
Casomai puoi rifarti ripetendo agli altri le stesse cose che ti furono dette, perché no? Usa la testa non il cuore! Stai coi piedi per terra non tra le nuvole! Stai sveglio non dormire!
Ma hai dimenticato le ferite che ogni volta hai subito? Hai dimenticato i bocconi amari, le delusioni, le angosce?
Ora sei fregato caro mio! Segui pure la tua logica, consolati con essa, chissà se mai un giorno ti suggerirà che forse era meglio continuare a giocare…

Due versioni di The Logical Song (Supertramp, 1979)

Concerto di Roger Hodgson (Veszprém Fest, Ungheria, 2015)

Concerto di Roger Hodgson e Orchestra Sinfonica (Notte dei Proms, Germania, 2004)

IL LIBRO
Il silenzio degli omertosi in ‘Aemilia’:
i segreti della ‘ndrangheta nell’inchiesta di Sabrina Pignedoli

di Chiara Marchesin*

E’ molto più comodo far finta di non sapere niente, perché la realtà è scomoda da accettare e la mafia si basa su una realtà percepita invece come comoda.
E’ una riflessione che nasce dall’incontro con Sabrina Pignedoli, giornalista che ha subìto intimidazioni da parte di persone coinvolte nell’operazione ‘Aemilia’, su cui ha scritto l’omonimo libro, vincitore del Premio Estense 2016. Sabrina documenta con estrema precisione un susseguirsi di fatti che hanno determinato l’espansione della ‘ndrangheta di Cutro fino a Reggio Emilia. Queste minacce tuttavia non l’hanno portata a rinunciare al suo lavoro, anzi, senza paura si è rimboccata le maniche e ha approfondito le ricerche perché “per limitare questi fenomeni la gente deve sapere, deve essere informata”.

Nulla di tutto quello che Sabrina Pignedoli rivela riguardo la ‘ndrangheta era conosciuto: dagli appalti vinti, agli stipendi di 50.000 euro mensili, alle false dichiarazioni dei redditi, allo sfruttamento degli operai, alla politica corrotta, ai media pilotati. Nessuno sapeva nulla. Nessuno aveva mai sospettato di nulla. Nessuno mai si era posto questo problema.
Al Sud i cittadini subiscono, al Nord sono compagni di affari, inconsapevoli che poi la mafia li porterà in situazioni negative. Inizialmente gli imprenditori possono infatti ricorrere al malaffare per sottrarsi a situazioni difficili, ma poi ‘tutti i nodi vengono al pettine’ e pagano il costo di queste azioni. E il conto è caro. La mafia si presenta con una struttura solida e immutabile, capace di piantare radici in qualsiasi luogo e attraversata da forti valori. I valori mafiosi sono molti, come primi quello dell’omertà e della forza. “È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre” scrive Leonardo Sciascia ne “Il Giorno della civetta”, libro che Sabrina Pignedoli ha scelto come ‘galeotto’ e dal quale ha tratto ispirazione. Questa citazione ci pone di nuovo davanti al problema del ‘silenzio degli onesti e dei disonesti‘ che proteggerà sempre i mafiosi e i loro affiliati.

Perché prendere posizione ed esporsi fa paura a tutti? C’è una forma di omertà innata nel genere umano che deriva dalla paura di ricevere un danno irrimediabile dall’esporsi, dalla denuncia di nomi o fatti, con conseguenze che potrebbero intaccare il quieto vivere di ciascuno. Però è proprio la rottura dell’omertà in genere che implica un diffuso solidarismo sociale, uno scarso potere di dominio del più forte sul più debole. Una ricerca di Giorgio Chinnici, autore che è stato consulente della Commissione Nazionale Antimafia nella XIV legislatura, ha ampiamente dimostrato come anche l’omertà abbia costituito uno stereotipo utile a relegare un carattere umano definito (omertoso) a un ambito regionale (Sicilia) quando, al contrario, la Sicilia, in termini di denunce, si colloca al di sopra degli standard medi nazionali (sfatando una concezione antropologica del siciliano).

L’allargamento del consenso contro l’imposizione del pizzo e la territorialità delle mafie lo dimostra.
Tutti dovremmo avere il coraggio di Sabrina che dopo un’intimidazione non ha cambiato nulla nel suo modo di lavorare, anzi, si è dimostrata ancora più determinata e infastidita verso chi volesse ostacolarla. La mafia crea lavoro e aiuta quando lo Stato non c’è, ma ruba costantemente a noi e al nostro futuro. Il coraggio vero sta nel togliersi la maschera dell’omertà e nel rischiare, credendo ancora nei valori di giustizia e legalità.

 

*studentessa del Liceo Ariosto di Ferrara

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Lottare senza paura… battere il cancro e i suoi fantasmi si può!

Vichinga e le altre…

Cara Riccarda
Ho letto la storia di T. la vichinga e come spesso accade ho ripensato alle storie che tante ‘guerriere’ mi hanno raccontato in questi anni, i loro volti non li ricordo nitidamente, sono tante, tante davvero, ma le loro parole sì, mi sono entrate nel cuore. E la forza con cui davanti a me ricordano, parlano, ricostruiscono la malattia tirando fuori quello che c’è stato di più doloroso, mentre a volte stanno ancora facendo le terapie, a volte le hanno appena finite e ironizzano su quello che è stato (i capelli… beh sono caduti così che adesso crescono più forti, e magari cambio anche colore eh).
Assieme cerchiamo di capire se la causa della malattia può essere genetica, se c’entrano i “geni dell’Angelina Jolie”, ormai li chiamiamo così i due geni che predispongono al tumore al seno (BRCA1 e 2) che suona meglio di questi acronimi inventati dagli americani.
Perché se l’analisi è positiva, allora i controlli devono essere di più, perché è importante giocare in attacco sempre, perchè anche l’Angelina lo ha fatto e ha fatto informazione, perché bisogna sapere, sempre.
E perché le vichinghe sono tante, tante di più di quello che immaginiamo.
Marcella Neri

Cara dottoressa,
e allora chiamiamoli “i geni dell’Angelina Jolie”. Se proviamo a dare un nome a una cosa incomprensibile, se anzichè usare la sigla, parliamo dei geni dell’Angelina, forse non cambierà nulla nella sostanza, ma l’approccio sarà più umano. Fa meno paura ciò che conosciamo e che possiamo nominare, ci sembra di capirlo, almeno un po’.
Sentire da un medico che le parole di quelle donne, le nostre vichinghe, rimangono e colpiscono anche chi per mestiere ci vive in mezzo, conferma che le pazienti sono prima di tutto persone, storie di battaglie e vissuti. Come la nostra T. che mi ha scritto “la vita ti mette di fronte a prove che non puoi dribblare, non ti resta che giocartela tutta e al meglio”.
Riccarda

Combattere senza paura

Cara Riccarda,
il cancro è un’esperienza che, nel migliore dei casi, lascia perenni cicatrici, visibili invisibili. Sono un medico e sto dall’altra parte, dalla parte di chi deve comunicare la malattia e accompagnare le persone nel loro percorso di “lotta”. Combattere senza paura vorrei che non fosse solo uno slogan da potere dire a chi si trova a dovere affrontare la malattia, ma fosse un modo convinto di mettersi in cammino nelle tappe da vivere su una strada che non è mai breve né semplice.
La chirurgia senologica è spesso solo una tappa del processo di guarigione che prevede la partecipazione anche della oncologia con farmaci chemioterapici, endocrini ed immunologici e della radioterapia.
L’approccio multidisciplinare ha portato negli anni costanti miglioramenti nella qualità della vita delle operate e percentuali di guarigione più alte. Al momento in Italia vi sono più di 600 mila donne sopravvissute al cancro mammario.
I tempi di guarigione del cancro al seno non sono brevi, solitamente dopo l’intervento chirurgico la paziente viene presa in carico, per un periodo minimo di 5 anni, da un oncologo che la seguirà nel follow-up: una serie di controlli periodici programmati utili a intercettare eventuali recidive o ricaduta in malattia.
Chi diventerà un’operata al seno? Si è parlato di una vichinga, di una combattente, una che non si arrenderà mai al male. Tale domanda trova diverse e svariate risposte, così come tante e diverse sono le culture dell’umanità.
Nelle popolazioni del nord Europa, le donne tendono a esibire senza problemi le cicatrici o l’amputazione perché la femminilità, dicono, è un valore che le donne si portano dentro, nel proprio intimo.
Nelle popolazioni mediterranee, prevale invece il ricorso ad interventi ricostruttivi che portano le operate a scegliere una mastoplastica additiva al fine di ricostruire e ripristinare la propria femminilità.
Di vichinghe ne incontro diverse nella mia quotidianità di medico, e mi auguro che tante trovino la stessa forza di T.
Francesco Pellegrini

Caro dottore,
ho volutamente scelto di lasciare il titolo che lei ha dato al suo intervento: combattere senza paura. È il senso che ho colto nella determinazione di T ed è la stessa impronta che lei, mi pare di capire, tende a comunicare quando si approccia a una paziente oncologica.
La storia di T è per tutte quelle donne che sono in prima linea e lottano, solo loro possono sapere quanto.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi