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TEATRO COMUNALE
Il balletto della pandemia, prima nazionale a Ferrara

 

Il lockdown che come per incanto ha infilato uffici e redazioni tra telecomandi e playstation dei nostri tinelli, per sei bei giovani ballerini e sei belle giovani ballerine ha trasformato salotti e monolocali nella porzione di una grandiosa e frastagliata sala prova, disseminata probabilmente tra l’Olanda, il Belgio, l’Italia. Mentre io mi districavo tra le e-mail d’ufficio e le varie richieste di servizio annunciate dalle notifiche di WhatsApp, loro volteggiavano lievi e tenaci sotto le webcam accese. A fare della pandemia il filo conduttore di un ambizioso spettacolo è “Blasphemy Rhapsody – La volubilità delle certezze”, andato in scena al Teatro Comunale di Ferrara sabato 6 novembre 2021 in prima nazionale.

Emio Greco in scena al Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Questo è l’appuntamento che ha visto Ferrara accogliere il debutto italiano del nuovo lavoro firmato dal danzatore e coreografo Emio Greco insieme con il regista olandese Pieter C. Scholten, a conclusione del “Festival di danza contemporanea” del teatro Claudio Abbado con protagonista la compagnia di danza olandese Ick Dans Amsterdam.

Victor Swank con Emio Greco e una delle ballerine della compagnia Ick Dans (foto Marco Caselli Nirmal)

Ritmi concitati, sincronici, ma che mantengono rigorosamente distanziati gli uni dagli altri aprono il balletto, che già nella scheda descrittiva viene presentato come uno spettacolo che “nasce in un momento storico – quello della pandemia da coronavirus – in cui ogni certezza sociale, umana, professionale non trovava più alcuna radice in un’unica visione di cultura”.

Emergenza sanitaria raccontata attraverso la danza, dunque, con l’isolamento che ha trovato una via di fuga nel collegamento a distanza. Il riferimento pandemico viene mostrato in maniera quasi documentaria alla fine, quando sulla scenografia di sfondo viene proiettato il mosaico delle schermate con ciascuno dei protagonisti più o meno riconoscibile nelle sagome-video dei danzatori, che piroettano e muovono le braccia in ambienti dall’aspetto assolutamente domestico.

I danzatori dell’Ick Amsterdam sul palco ferrarese (foto Marco Caselli Nirmal)

Tutti i gesti e i movimenti dello spettacolo “Blasphemy Rhapsody” sono del resto così perfetti e, nello stesso tempo, caratterizzati da quell’individualismo che mantiene ogni mossa dell’uno uguale ma staccata da quella degli altri. Un filo conduttore molto concreto, dove diversi elementi vanno a rafforzare questo parallelismo tra la realtà dominata dall’avvento di un virus e l’impeccabile messa in scena. Ecco allora l’irruzione sul palco di una figura maschile nerovestita, che richiama a sé tutto il corpo di danza e governa una specie di girotondo che gravita intorno a lui; poi la figura del ballerino (interpretato dallo stesso Emio Greco) che irrompe con la croce rossa sul petto a impartire indicazioni; lo sventolio dei drappi bianchi; l’applicazione collettiva di una mini-mascherina nera sul naso.

Il riferimento cronachistico è comunque uno spunto. La danza contemporanea sta alla danza classica un po’ come l’astrattismo alla pittura figurativa. La narrazione di una storia, così come la rappresentazione di persone, paesaggi o figure, non sono più il fine ultimo dello sguardo. Per apprezzare la danza contemporanea, mi rendo conto che bisogna piuttosto cambiare approccio e trovare una nuova modalità, che renda apprezzabile ciò che si vede e gli dia un senso altro, che va oltre i riferimenti narrativi.

I ballerini della compagnia olandese Ick Dans Amsterdam (foto Marco Caselli Nirmal)

Per chi, come me, non è conoscitore del genere, uno spettacolo di danza contemporanea richiede forse di lasciarsi soprattutto andare ai suoni e alla messa in scena della bellezza dei corpi, che creano composizioni spericolate e armoniche, flessuose ondulazioni e colpi di scena, mescolando – in questo caso – ritmi quasi tribali, posizioni ginniche, una rivisitazione del charleston post-bellico e danze liberatorie del sud d’Italia.

Le coreografie di questi danzatori e danzatrici –  perfettamente modellati, snodati e sincronizzati – compongono figure singole e d’insieme che offrono suggestioni visive basate sui loro movimenti frenetici e sinuosi, a volte identici tra loro o volutamente dissonanti e ampliati fin quasi allo spasimo. L’immagine complessiva, che il palco offre allo sguardo del pubblico, si modella sulla base dei suoni e dei ritmi, come un’onda che trascina lo spettatore dentro quelle movenze, che nella vita reale sarebbero improbabili, e che però nei ballerini che le realizzano sul palco sono così scorrevoli e inappuntabili da diventare naturalissime.

“Blasphemy Rhapsody” (foto Marco Caselli Nirmal)

Nella danza classica tutto questo viene incapsulato nell’involucro di una narrazione con personaggi riconoscibili attraverso scenografie e costumi che raccontano una storia con passi e volteggi. La danza contemporanea lascia da parte la trama, o, meglio, la riduce come la rappresentazione di un quadro astratto, dove il tema è un’ispirazione per lasciare poi forme, composizioni e colori a dominare la scena, relegando in sottofondo gli eventuali significati letterali della rappresentazione figurativa.

Luci e corpi protagonisti sul palco del Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Nel romanzo “Un amore” di Dino Buzzati, la partecipazione alle prove di un balletto a cui il protagonista si trova ad assistere descrive bene la sensazione che la danza contemporanea, nella sua essenzialità, può trasmettere. “Vedendole così vicine – racconta il narratore a proposito delle ballerine – prese dall’impegno del lavoro, senza trucchi né code di pavone, così semplici e disadorne, nude più che se fossero nude, Dorigo capì improvvisamente il loro segreto”. Per il protagonista del romanzo il ballo altro non è che “un meraviglioso simbolo dell’atto sessuale”. A questa sublimazione della passione carnale, della fusione dei corpi e del piacere – secondo lui – mirano alla fin fine tutte le componenti che stanno dietro un balletto: “la regola, la disciplina, la ferrea e spesso crudele imposizione, alle membra, di movimenti difficili e dolorosi, il costringere quei giovani corpi verginali a far vedere le più riposte prospettive in posizioni estremamente tese e aperte, la liberazione delle gambe, del torso, delle braccia nelle loro massime disponibilità”. Per lui “la bellezza stava appunto in questo appassionato e spudorato abbandono” a cui le ballerine si dedicano “con impeto, con patimento, con sudore”.

La compagnia Ick Dans Amsterdam alla fine dello spettacolo, a Ferrara il 6 novembre 2021

Con energico impeto – sudato, convincente e impeccabile – gli interpreti dell’Ick-Ensemble spiccano per le loro personalità fisiche, che alla fine ci diventano familiari come i personaggi di una storia: lo scultoreo, tanto alto quanto esile ed atletico corpo candido del ricciuto Victor Swank, l’aria della fidanzatina di scuola della bionda Doreja Atkociunas che con il suo semplice abito bianco sembra fare irrompere la normalità sulla scena dell’emergenza (e che infatti se ne resta per lungo tempo seduta in disparte), il mediterraneo Denis Bruno d’aspetto un po’ piratesco, la minuta Maria Ribas, le slanciate Sixtine Biron e Beatrice Cardone dalla lunga chioma ondeggiante, il diavolesco Emio Greco, i prodighi Louis Dobbs e Dennis Van Herpen dalle fattezze fiamminghe, la scattante Laurie Pascual, Marie Couturier dalla chioma fluente e l’aspetto d’eroe selvaggio di Claudio Murabito. Lunghi minuti di applausi scrosciano sul palco a ripagare la compagnia di una tensione incessante che ha inchiodato il pubblico per settanta minuti di suggestioni, acrobazie e corpi, trasformati in materia di composizione artistica.

ELOGIO DEL PRESENTE
Il virus della solitudine

 

In questo lungo anno che abbiamo alle spalle abbiamo tutti sperimentato la fatica della solitudine. La solitudine può far male anche sul piano fisico. Da questa considerazione scaturiscono le iniziative che in diverse aree del mondo hanno costruito presidi per fronteggiare il problema. La solitudine è spesso un’epidemia nascosta che può colpirci in momenti di fragilità, quando si cambiano le proprie abitudini, ci si trasferisce in una nuova città o si affronta una separazione. Sentirsi soli può aumentare le probabilità di ammalarsi e di ridurre la capacità di combattere le infezioni virali.

Le persone sole possono anche sovraccaricare il sistema sanitario, facendo più ricorso all’assistenza. La politica di tagli alle politiche assistenziali e della salute non producono più equità ma emarginazione. Il danno della solitudine è difficile da curare. La solitudine non è solo un problema per le persone anziane, ma anche per le giovani generazioni, che pur legate ai dispositivi multimediali, hanno una scarsa coesione emotiva.

E in Italia? Secondo Eurostat, un italiano su otto si sente solo perché non ha nessuno a cui chiedere aiuto, non ha un amico, né un familiare con cui sfogarsi. I dati si riferiscono al 2015: il 13,2% degli italiani sopra i 16 anni sostiene di non avere una persona a cui chiedere aiuto, l’11,9% non ha qualcuno con cui parlare dei propri problemi. Dunque, la solitudine non colpisce solo gli anziani, anzi nessuna età è immune ad essa. Una recente indagine sulla popolazione dai 16 anni in su dell’UE segnala che il 6% della popolazione dell’UE non ha nessuno a cui possa chiedere aiuto in caso di bisogno.

La solitudine sta rapidamente diventando uno dei problemi sociali più importanti e insidiosi. Le conseguenze sono pesantissime per il benessere psicofisico di chi ne soffre. È stato dimostrato che l’isolamento sociale ha un effetto dannoso alla salute quanto l’obesità e il fumo di 15 sigarette al giorno. La solitudine è infatti associata alla riduzione dell’aspettativa di vita, problemi cardiaci e demenza senile. Di solitudine, insomma, si muore.

Cambiamenti demografici, tecnologia, inurbamento, famiglie e comunità che si allontanano geograficamente ed emotivamente, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere il problema dell’isolamento sociale sempre più diffuso. Nel Regno Unito oltre 1,2 milioni di persone soffre di solitudine cronica Nella fascia di età tra 18 e 34 anni si riscontra la quota più alta di chi dichiara di patire per un senso di isolamento.
Gli italiani avvertono sempre di più il peso della solitudine, un sentimento capace di depotenziare il capitale sociale. L’epidemia acuisce la sensazione di isolamento.

Dopo mesi di lockdown più o meno totale, di misure di distanziamento, di raccomandazioni a non frequentare troppe persone, a limitare gli spostamenti, a ridurre al minimo le occasioni di incontro, psicoterapeuti discutono le conseguenze della cosiddetta ‘Covid fatigue’ e del ribaltamento della vita quotidiana. Per mesi, gran parte delle persone non ha visto che i propri partner, forse qualche familiare più stretto, il resto è stato affidato a videochiamate e altri canali di comunicazione. Adesso uno studio del Massachusetts Institute of Technology di Boston spiega che l’isolamento e la solitudine provate in questi mesi condividono una base neurale col desiderio di cibo che proviamo quando abbiamo fame. Inoltre diverse ricerche hanno associato la solitudine a un maggior declino cognitivo e a un più rapido deterioramento dello stato di salute. Uno studio appena pubblicato su JNeurosci, mostra che la solitudine ‘altera’ il cervello, modificandone le connessioni e la rappresentazione delle relazioni.

Un lavoro, pubblicato nel 2017 sulla Psychological Science Agenda, ha mostrato che la solitudine è tipicamente associata a depressione, declino cognitivo e maggior rischio di insorgenza di demenza e ipotizzando che possa essere collegata a una disfunzione nei circuiti di ricompensa del cervello.

Negli ultimi tempi, quando il lockdown ha imposto un regime di solitudine forzata, la comunità scientifica ha esplorato ulteriormente il tema. A marzo un’équipe di scienziati del Massachusetts Institute of Technology, che la solitudine da quarantena scatena nel cervello una sorta di astinenza simile a quella provocata dalla fame.
Mantenere le relazioni in questi lunghi mesi di Covid farà bene alla nostra salute.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Imitazione e verità

Ricordo in tempi paleolitici un intervento di Pasolini che, commentando la cadenza locale dei presentatori televisivi che avrebbero dovuto superare l’imperante toscanismo e fiorentinismo, poneva in guardia sulla inevitabile vittoria della cadenza romana. Cosa che si è puntualmente avverata.
Leggo oggi uno spassosissimo intervento di Aldo Grasso sul Corriere dal titolo Meloni e i draghi che stanno sulla luna, dove si commenta la performance della Meloni che si è esibita nelle vesti di Daenerys Targaryen, l’eroina di un programma Games of Thrones. Recitato nella parlata romana di cui è regina. “Sono Daenerys, nata dalla tempesta. I vostri padroni vi hanno mentito su di me o forse non vi hanno detto niente. Non importa. Non ho niente da dire a loro. Parlo solo a voi.”, che nella mia traslitterazione così suonerebbe “Zono Daenerys nada dalla dembesda. I vostri Badroni vi hanno mendido su di me o forse non vi hanno deddo niende. Non imborda. Non ho niende da dire a loro. Barlo tzolo a voi…”.

Ma ormai la cadenza regionale è diventata fondamentale, quasi un segno di riconoscimento. E se il ministro Franceschini ha saputo correggere il suo ferraresismo con una contaminazione romana, per cui le ‘essce’ ferraresi sono quasi diventate neutre ‘esse’, la violenta natura sgarbiana nella sua incidenza ferrarese e nell’atteggiamento dello spalancamento della bocca produce un ibrido non male esaltato, anche dalla tonalità rauca della emissione vocale.
I miei tentativi poi di evitare la pronuncia ferrarese nella patria della ‘zeta’ perfetta – vale a dire Firenze – hanno prodotto un misto non piacevolissimo, in cui nel luogo in cui mi trovo, sia la Toscana o l’Emilia, sembra nella maggioranza dei casi pronuncia artefatta.

Ma in questo momento pandemico colui che riesce a imitare ogni pronuncia dal Nord al Sud ovviamente è l’inimitabile Crozza, che andrebbe eletto a rappresentante vocale dell’Italia intera. Che imiti Zaia o De Luca, Conte o il Papa Bergoglio è credibile e perfetto. Quanto a Locatelli o a Zangrillo o a Galli chiunque potrebbe prenderlo per veritiero.
L’imitatio, figura fondamentale della retorica antica, è dunque quella che regge l’intero universo esplicativo della pandemia. Si imita tutto perché tutto è imitabile e tutto è replicabile. Allora nasce dal profondo dell’io una specie di scoramento sul problema della verità. La verità è imitabile: quindi l’imitazione è la realtà.
E non è un pensiero confortante.

Cerco di nuovo risposte dai libri; ma non mi rispondono. Anzi sembrano eludere la ricerca. Poi mi immergo in un testo che mi procurava sospetto L’uomo dalla vestaglia rossa di Julian Barnes. Un libro che parla d’arte e dei suoi favolosi protagonisti, in un tempo che venne chiamato la Belle  Époque e che secondo illustri critici anticipa i tempi attuali, che dal mio punto di vista sarei propenso a chiamare quella di oggi la Mauvaise Époque. Manca ogni possibilità di rapportarsi a personaggi che ne caratterizzino il tempo e il senso. Chi sarebbero oggi gli autori che ne possono sostenere il confronto nella musica, nelle arti, nella scrittura?

Comunque non è il tempo di deprimersi nonostante le furiose polemiche che scuotono la piccola città. Ricordate la canzone di Guccini?
“Piccola città bastardo posto
Appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi
Mi spinse via
Piccola città io ti conosco
Nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo.”
Ecco il mio rapporto con la Ferrara che ho vissuto e che poco mi ha dato e a cui ho dato molto. Sembra ora che l’intreccio imprevedibile le famose ‘combinaison :che non sono le combinazioni della biancheria intima (ma forse lo sono in senso metaforico).

E allora giù Ovadia, Pazzi, Sgarbi, Fabbri, Resca, e pure Lodi e dietro di lato in fondo, o in avanzamento le truppe corazzate dell’intellighenzia locale.
Però ci potrebbe essere qualcosa di peggiore. Ad esempio un coronavirus modificato in agguato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Sui rimedi alle tremende (e istruttive) volgarità televisive

Mentre con estrema cura mi leggo la vagonata di note che illustrano il libro di Gigliola Fragnito, La Sanseverina, ripasso il dialogo che intreccerò lunedì sera al Libraccio con Francesca Boari sul suo romanzo Animula blandula poi, in sosta, comincio la ricerca di cosa vedere in tv.
Ritrovo un bellissimo film Lettere da Berlino che già mi aveva commosso; ma purtroppo a un’ora assai presta era finito. Così ho deciso di vedermi la finale di un furoreggiante programma di esibizioni danzanti, a cui partecipavano nomi noti e un poco imbarazzanti, quali quelli di una Mussolini e di un Peron (quest’ultimo non parente con il famoso statista), o anche di un Della Gherardesca. Basito, non tanto per le performances, quanto per il livello, a cui davano un impulso fondamentale pubblico in sala, commentatori, giudici, conduttrice e votazione via social.
Riproporre i commenti di vincitori e vinti farebbe la gioia di qualsiasi analista della lingua e del comportamento, ma ciò che mi lasciava a bocca aperta erano le decorazioni tatuate di molti partecipanti – alcune in testa -, i costumi, i vestiti, le acconciature e…baci, baci, baci.
Il giorno dopo una signora imponente, signora che tutti, lei per prima, si ostinano a chiamare ‘zia’ (si vede rivolti ai non conoscitori di cosa quel termine significasse qualche decennio fa), invita tra singultanti interiezioni a base di ‘amore’ e ‘tesoro’ a intervistare i giudici della gara danzante e i vincitori, tra cui una celebre parlamentare dal nome ancor più sfolgorante, che esibisce parentele illustri non ultima quella con la più famosa attrice italiana. Le cose precipitano allorché si richiede un giudizio, una presa di posizione, un commento che fosse almeno conseguente allo show. Solo una tra il gruppo dei giudici, dal nome un po’ selvatico, osa raccontare parte della verità che riversa sul pubblico indubbiamente italiota meriti e demeriti delle scelte.

Ma, per tornare al mio ruolo di radical chic, penso con una certa preoccupazione a quale fine sia destinata la politica, se tra gli illustri che compongono il parlamento nei suoi due rami troviamo i più assidui frequentatori di questi spettacoli, con e senza mascherine.

Mi domandano assai preoccupati gli amici per le scelte che ho imboccato nello scrivere questi ‘pezzulli’, se il cervello mi è andato in fumo o se anche io, nel bene e nel male, aspiro a frequentare ‘in minore’ questi personaggi. Un tempo non facevo parte forse delle accademie? Non mi ero cimentato in quasi trecento lavori, non tutti inutili o disprezzabili? Non avevo raggiunto, anche se in campi non del tutto miei, una certa rispettabilità? Rispondo con altrettanta franchezza che a non conoscere le scelte degli italioti poi si cade nelle frane politiche e si vive questo tempo angoscioso e angosciato come un remedium proprio dei tempi inutili.

Che cosa fanno allora tutti ordinati per benino i miei dodicimila ‘bambini-libri’, che invadono la mia casa, la rendono viva e ora esplodono in un sonoro sbadiglio. Da soli. Senza rapporto con gli altri. Da Firenze mi arrivano notizie allucinanti su come ottenere libri in prestito dalle più famose biblioteche a cominciare dalla Nazionale. Nel nostro piccolo non si può frequentare il Centro studi bassaniani di Casa Minerbi perché ambienti, libri e oggetti non sono sanitizzati. Ma come? E’ chiuso da quasi tre mesi! Cosa vuoi ‘sanitizzare’?

Per trovar conforto lento pede mi dirigo al luogo del piacere estremo: la libreria. E’ sabato. La trovo chiusa. Disperato per dover rimandare gli acquisti (la nuova edizione del Dizionario degli dèi di Mircea Eliade, dello stesso quello sui luoghi sacri,  l’ultimo volume di Vaccaneo sulla Torino pavesiana) in quanto molti sanno cosa sia per un frequentatore di librerie dover rimandare l’acquisto! Telefono alla direttrice del Libraccio di Ferrara che con voce funerea mi spiega che il  Bonaccini nostro governatore ha emesso per l’Emilia–Romagna una ingiunzione alle librerie di più di 250 metri di restare chiuse il sabato e la domenica. Se non avessi più radicato dell’amore dei libri la scelta politica mi rifiuterei di votarlo, per questa enorme c….ta. Ecco a cosa ci riduce il coronavirus.

Ma oggi lunedì mi rifaccio. Usciamo e ci facciamo depositare in piazza (come si diceva una volta) dal taxi. Fendiamo le folle del mercato e ci dirigiamo verso un celebre negozio che vende cachemire, poi nella (vuota) libreria e giù giù per la via delle compere, dove i negozi offrono e ri-offrono a compratori latitanti la loro merce pregiata ed infine ennesimo taxi per il ritorno nella deserta e soleggiata via dove, incurante del silenzio e del sole, occhieggiano le finestre della mia casa.

E’ e rimarrà indubitabile: il coronavirus nel bene e nel male ci ha abituato e ulteriormente ci abituerà a una vita diversa da quella che per lunghissimi decenni aveva formato il senso della nostra vita.

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La ricerca dei soldi nasconde l’incapacità di fare politica

I soldi non sono un problema ma, nonostante l’evidenza, si continua a far finta che non sia così. In diverse occasioni, e praticamente tutti gli ultimi governatori della Fed americana, hanno avuto modo di ribadire il concetto che le banche centrali possono creare moneta dal nulla e senza sforzo, ovviamente in presenza di un’economia in grado di creare beni da poter poi acquistare.

Ma nonostante queste dichiarazioni e sebbene anche lo stesso Draghi, in una delle sue ultime conferenze stampa da governatore della Bce, abbia avuto modo di confortare i giornalisti sull’impossibilità che la banca centrale possa finire i soldi, la politica continua a perseverare negli stessi errori e noi a rincorrere i nostri politici nelle loro perversioni interpretative che ci allontanano dall’obiettivo.

In un periodo come questo, in cui una pandemia sta logorando i rapporti economici e di conseguenza quelli sociali, sarebbe molto utile non perdersi dietro schermaglie ideologiche come quelle del Mes e concentrarsi sui reali problemi delle persone. Il difficile non è creare soldi ma creare le condizioni per uscire dalle crisi, oggi come ieri la ricerca dei primi continua a rimanere una questione politica che impedisce la risoluzione delle seconde.

Basta guardare, ad esempio, cosa sta succedendo nelle ultime aste dei nostri titoli di stato. Da qui possiamo trarre alcune importanti evidenze di politica monetaria puntualmente ignorate dall’analisi complessiva: la prima riguarda lo spread che è oramai scomparso dai radar dei catastrofisti, mentre gli interessi sul debito pubblico sono arrivati a livelli bassissimi se non addirittura negativi. Il motivo di questa discesa è noto ed è dovuto al massiccio intervento della Banca Centrale Europea, che ha continuato ad acquistare titoli di debito, coadiuvata in questo dalle dichiarazioni della Commissione Europea pronta a lanciare a sua volta piani di acquisto. Andando più a fondo, per cercare di capire cosa muove davvero gli eventi finanziari e monetari, dovremmo arrivare alla conclusione che per avere sempre i soldi necessari per realizzare i nostri progetti, senza doverci preoccupare di debito e interessi ma solo delle idee, della produzione e della gestione delle capacità, abbiamo bisogno di avere a disposizione, sempre, una banca centrale. Fare in modo, insomma, che politica monetaria e politica fiscale coincidano, cioè che cuore e braccia facciano davvero parte dello stesso corpo.

Bisognerebbe procedere insomma ad una revisione dell’attuale assetto monetario europeo e superare la dicotomia tra chi gestisce la politica fiscale e chi quella monetaria. Rimettere finalmente al servizio degli stati le banche centrali.

Una seconda evidenza attiene al fatto che gli investitori chiedono i nostri titoli e sono disposti ormai a comprarli anche a tasso negativo. Infatti le richieste, da febbraio circa, eccedono l’offerta di almeno 200 miliardi. Non ci sono dunque problemi di finanziamento né di credibilità sui mercati. La vera speculazione sta nel fatto di far credere il contrario, ed è proprio quando si diffondono queste paure che lo spread si allarga e quindi gli interessi aumentano. Paure giustificate dal fatto che quando non si può far leva sui poteri di intervento delle banche centrali, si rimane in balia degli umori del mercato.

Infine, alcuni Paesi, come la Spagna, il Portogallo e la Francia, sembrano intenzionati a non richiedere la parte del Recovery Fund a debito, vorrebbero quindi fermarsi all’incasso della parte sussidio che per l’Italia sarebbe di 120 miliardi. Perché, si chiedono, accendere un mutuo condizionato con la Commissione Europea quando i tassi di mercato sono così vantaggiosi e senza condizioni? Quello che serve, in fondo, non è che questa venda debito agli stati ma che aiuti a tenere bassi i tassi di mercato e imponga alla Bce, laddove serva, di acquistare titoli. Quello che si otterrebbe sarebbe semplicemente che banca centrale e istituzioni europee lavorerebbero per la stabilità dell’economia, e ciò renderebbe possibile attuare le necessarie riforme per la crescita e gli investimenti.

Quindi, se non ci sono problemi di accesso al mercato ma una richiesta di titoli in aumento e a tassi di interesse bassi o negativi, cosa ci impedisce di impegnarci subito in una seria rincorsa al tempo perduto e iniziare ad investire seriamente in ospedali, scuole e lotta alla disoccupazione, senza aspettare Recovery Fund e Mes, considerato poi che anche altri Paesi europei stanno ragionando in tal senso?

Ed ecco che il punto allora è politico, solo politico, e nulla ha a che fare con la disponibilità di denaro.

Il governo, in questi ultimi otto mesi, ha già messo a deficit (cioè speso o preventivato di spendere a debito) nei suoi piani finanziari, e Dpcm vari, circa 70 miliardi senza che si siano visti né progetti né opere concluse.

Non abbiamo un piano serio sui trasporti, sulle scuole e sulla capacità di queste ultime di avere telecamere, internet e quanto serva per la didattica a distanza o la fornitura di adeguati supporti per tutti gli studenti che ne abbiano bisogno. Non ci sono ospedali e terapie intensive che si siano aggiunte in tempo utile a quelle esistenti prima dell’inizio della pandemia, piani di sanità che permettano le cure anche a chi non è affetto da coronavirus, assunzioni di medici e infermieri, insegnanti e personale ausiliario.

Forse l’unico vero motivo per cui si invoca a gran voce l’utilizzo dei fondi europei è davvero la necessità di non dover essere costretti a cimentarsi con sfide al di sopra delle proprie capacità. Legare i destini dell’Italia alle istituzioni europee, attraverso un indebitamento condizionato, potrebbe essere una scelta mirata per lasciare ad altri l’onere di prendere decisioni che non si è in grado di prendere autonomamente.

BUFALE & BUGIE
“Negazionisti” che non negano

Assegnare etichette e attaccare l’avversario sono i modi migliori per evitare di discutere. In mancanza di capacità argomentative, l’utilizzo di fallacie del ragionamento dirotta l’attenzione su questioni superflue e ininfluenti, e il gioco è fatto.

Se addirittura il servizio pubblico posta sulla propria piattaforma di notizie, Rai News, un articolo dal titolo “Coronavirus, “No Mask” e “No Vax” in piazza a Roma. Polemiche per partecipanti senza mascherine”, lo scorso 5 settembre, non c’è che da preoccuparsi. Basta informarsi su chi ha organizzato la manifestazione, l’associazione di promozione sociale Popolo delle mamme [vedi qui], per far crollare le forzature tendenziose divulgate dalla tv di Stato. Secondo il suo atto costitutivo, l’associazione si propone di salvaguardare la qualità di vita di bambine e bambini, di tutelare il diritto alla vita e di promuovere la tutela della fertilità naturale. Lo statuto, inoltre, prevede la difesa da abusi e violazioni riguardanti il diritto alla vita. Più nello specifico, il Popolo delle mamme si oppone all’applicazione delle leggi Lorenzin e Azzolina, considerate contrarie ai princìpi della Costituzione italiana quanto ad autodeterminazione sanitaria e al riconoscimento del diritto allo studio, in violazione peraltro del concetto di medicina personalizzata e delle più elementari fondamenta dell’educazione. La manifestazione tenutasi a Roma ha accolto chiunque appoggiasse i valori proclamati, senza colori di parte o di partito. “No Mask” e “No Vax”? No, semmai persone contrarie all’estensione generalizzata di misure sanitarie monche di una base scientifica che le giustifichi. E neppure si capisce come mai la notizia di una manifestazione sia interamente focalizzata sulle polemiche e non sui contenuti della stessa. Nel sommario leggiamo infatti di un “rischio sanzioni” e di un commento negativo fornito dal ministro Speranza. E continuando, “in piazza gruppi di estrema destra, ma anche di sinistra”; nessun approfondimento però sui dubbi, sollevati da parte di chi ha organizzato l’evento e riportati nell’articolo, relativamente alla sicurezza dei vaccini e agli effetti sulla salute di quelli pediatrici. Si assiste a una semplice elencazione degli argomenti toccati, come in un flusso di coscienza, eppure nessuno di questi viene spiegato, nonostante all’incontro abbiano partecipato anche figure della ricerca italiana. Al contrario, sono le polemiche esterne a essere sviluppate con più nutrite argomentazioni, le quali diventano occasione per ribadire le “misure di sicurezza” non rispettate da gran parte della piazza.

Dittatura sanitaria” può sembrare un’espressione forte, tuttavia trova il supporto, tra gli altri, di uno scenario ipotizzato dalla Rockefeller Foundation [vedi qui]. Ma al di là di tali interpretazioni, ciò che è certo è che dipingere una situazione per quello che non è non può dirsi giornalismo. E’ negazionista chi non nega l’esistenza del virus, o chi nega un’informazione imparziale alla cittadinanza?

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

BUFALE E BUGIE
Ci si riammala, serve il vaccino! Ma…

Da quando la vita ha lasciato il posto alla sopravvivenza, facendo dimenticare che i rischi del vivere sono connaturati nell’esistenza stessa, il timore di smarrire la salute è divenuto il nuovo comun denominatore a tutti i componenti della nostra società. Una paura irrazionale, tuttavia, che non sa concretarsi in una cosciente acquisizione di modus vivendi sani e profilattici.

Business Insider Italia, che già avevo segnalato per disinformazione scientifica, è tornato lo scorso 28 agosto ad alimentare gli allarmismi ingiustificati degli ultimi tempi: “Ora c’è la conferma: di Covid ci si può ammalare di nuovo. Ma il vaccino servirà comunque”. E invece la realtà è diversa: non c’è alcuna conferma. Lo studio citato [vedi qui], il cui testo originale è stato accettato ma non ancora pubblicato in via definitiva, per cui è suscettibile di interventi correttivi, presenta l’ipotesi di un caso di reinfezione da SarsCov-2, che nulla ha a che vedere con il ritorno di una malattia, in questo caso la Covid-19. L’uomo incriminato, che a seguito di alcuni sintomi primaverili riconducibili a tale patologia era risultato positivo al test del tampone, ed è stato perciò ritenuto da essa colpito, al ritorno da un viaggio è stato sottoposto a un ulteriore tampone nel mese di agosto, rivelandosi nuovamente positivo, ma in totale assenza di sintomi. Le analisi condotte hanno evidenziato sia la probabile presenza di una immunità nel paziente conseguente alla prima infezione, sia l’appartenenza a due ceppi diversi del virus individuato nelle due occasioni. Addirittura, “il ceppo virale rilevato nel secondo episodio è completamente diverso da quello trovato nel primo”, nonostante l’articolo italiano parli di “una varietà leggermente differente”. Ma anche un’altra sbrigativa affermazione si discosta dai contenuti del manoscritto: “la sua carica virale era comunque alta. Il che significa che avrebbe potuto infettare altre persone”, mentre piuttosto la contagiosità è fortemente condizionata dalla presenza di sintomi, e infatti di ciò non si parla nel testo del paper. L’accento, infine, viene spostato sulla questione vaccini, ma pure in questo caso lo studio originale sembra mostrare uno scenario differente. I risultati ottenuti farebbero pensare, infatti, che i vaccini contro il nuovo coronavirus potrebbero, testualmente, non essere in grado di fornire una protezione permanente contro il malanno. A ogni modo, comunque, non è affatto dimostrato al momento che un eventuale vaccino “proteggerebbe in ogni caso dall’eventualità di ammalarsi gravemente”. Ciò non è ancora certo, né può essere esteso all’intera popolazione.

Il nuovo studio non menziona casi di una ricaduta da Covid-19, mai dimostrata scientificamente. Semplicemente, testimonia la possibilità, considerata rara, di avere esito positivo al tampone anche dopo aver avuto sintomi in passato. E i dubbi sul vaccino si mantengono tuttora.

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BUFALE & BUGIE
Chi è il nuovo untore?

L’ansiogena rincorsa all’ultima novità sull’argomento dell’anno non dà segni di allentamento, e chi non si è mosso sin da gennaio a studiarlo e approfondirlo non può sperare proprio ora di recuperare con semplicità il bandolo della matassa.

La caccia all’untore prosegue, tocca adesso alle giovani generazioni. Ce ne dava notizia l’Ansa, il 20 agosto, con un titolo e un articolo certi del contenuto: “Coronavirus, i bambini sono diffusori silenziosi”. L’agenzia di stampa ha tuttavia ignorato il contesto in cui si inserisce lo studio scientifico, dimenticando di segnalare diversi elementi imprescindibili per la sua corretta comprensione. Per cominciare, si tratta di un articolo in attesa di pubblicazione e ancora suscettibile di modifiche prima della versione finale. Venendo alla ricerca condotta, essenziale risulta il campione stabilito e testato: 192 individui fino ai 22 anni di età, con sospetta infezione [vedi qui] da SarsCov-2, che si sono presentati al pronto soccorso, o che sono stati ricoverati per sospetta o confermata infezione da SarsCov-2, oppure per la presenza della MisC, la sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica, al momento ritenuta associata e non causata dal germe menzionato. La metodologia principale usata per indagare la positività al virus è stata quella del tampone oro-nasofaringeo, analizzato tramite la tecnica della Real Time Polymerase Chain ReactionReal Time Pcr – , utilizzata per quantificare le espressioni geniche, esaminare le variazioni riscontrate e misurare la quantità di sequenze degli acidi nucleici in determinati campioni. L’inventore della Pcr, il Nobel Kary Mullis, sottolineava tuttavia come la propria creazione permettesse di scovare sequenze genetiche di virus, ma non i virus stessi. I limiti dei tamponi nelle analisi diagnostiche, tra falsi positivi e falsi negativi, sono ampiamente conosciuti, così come la possibilità che presentino contaminazioni e che non vengano effettuati correttamente [vedi qui], divenendo un rischio per la salute pubblica e individuale. I risultati dello studio, circoscritti dai paletti che abbiamo dovuto evidenziare, fanno emergere pertanto una ipotetica carica virale più alta, nelle vie respiratorie dei soggetti attenzionati, rispetto ai pazienti adulti ricoverati nelle terapie intensive. Il che non equivale a una maggiore contagiosità, nonostante la notizia italiana sia quasi interamente concentrata su questo aspetto. Per di più, dalla lettura si rischia di cadere nel tranello che assimila il microbo a una malattia: dire che le bambine e i bambini non sono immuni dal virus, nel senso che possono ospitarlo, non significa dire automaticamente che possano esserne attaccati tanto da veder insorgere una patologia.

Scoperta una nuova fonte di contagio? No. Il paper prossimo alla pubblicazione non aggiunge nulla alle conoscenze attuali sulla diffusione del SarsCov-2, tantomeno sulla vulnerabilità degli individui più giovani alla Covid-19.

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BUFALE & BUGIE
Mascherine e ossigeno: il falso mistero

Fino a prima che scoppiasse il caso mediatico della diffusione globale del nuovo ceppo di coronavirus, era abbastanza raro trovare nei comuni sistemi di informazione notizie e approfondimenti dal mondo scientifico. Nell’ultimo periodo la tendenza sembra essersi invertita, se dovessi però scegliere tra poca ma buona, e tanta ma pessima divulgazione, credo che la preferenza ricadrebbe sulla prima possibilità.

Molte testate e persone si sono dovute reinventare per l’occasione. L’edizione italiana di un sito statunitense dedicato a economia e politica, Business Insider Italia, titolava il 10 agosto: “Un medico corre 35 km con una mascherina anti Covid per sfatare una convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”. La notizia dell’impresa compiuta dal dottor Tom Lawton – impegnato nel campo dell’anestesia e della rianimazione, con un particolare interesse per l’informatica – , finanziata dal basso [vedi qui] e raccontata in presa diretta da egli stesso su Twitter [vedi qui], meritava certamente una sua diffusione al grande pubblico, parimenti ad altre sperimentazioni similari con risultati opposti. Il problema condiviso da questi test è tuttavia uno: non avvenendo in una situazione controllata e non seguendo un protocollo approvato a monte e descritto nel dettaglio, per consentire la ripetizione della prova da persone terze sulla base di uno studio regolarmente refertato e pubblicato, non possono ambire a un loro pieno riconoscimento di validità scientifica. Ecco dunque emergere l’imprescindibile e disattesa necessità, da parte dell’articolista, di contestualizzare correttamente la notizia all’interno delle attuali conoscenze mediche. Malgrado si parli di “convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”, è già nutrita la bibliografia che evidenzia la possibilità di una riduzione dell’ossigeno disponibile e di un’alterazione dell’aria inspirata soprattutto durante lo svolgimento di un’attività fisica. Ciò non vuol dire che le condizioni appena descritte debbano sempre verificarsi, poiché sono da tenere in considerazione varianti quali il tipo di mascherina, la persona che la indossa, le azioni eseguite, l’ambiente circostante… Allo stesso modo, gli esperimenti che giungono a conclusioni diverse sono validi per gli individui e lo scenario analizzati, ma non sono estendibili in generale a tutta la popolazione e a tutte le situazioni possibili. Del resto, gli effetti collaterali che possono derivare da uno scorretto utilizzo di tali dispositivi sono già conosciuti, e riconosciuti anche da chi è più incline a ritenere maggiormente rilevanti i benefici, in una immaginaria pesatura dei pro e dei contro.

Tom Lawton ha fatto vedere come le misurazioni effettuate dal proprio strumento sull’aria trattenuta dalla propria mascherina rientrassero nei parametri definiti sicuri. Ma trasformare questo dato in un consiglio comportamentale indiscriminato può rivelarsi un pericolo per la salute.

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BUFALE & BUGIE Fake news di Trump, o fake news su Trump?

Non è mai terminata la campagna denigratoria contro Donald Trump iniziata oramai in vista delle elezioni statunitensi del 2016, è anzi sempre più accesa e mistificatoria in questi ultimi mesi. Per evitare di assistere a una riconferma del presidente concentrato sulla federazione che governa, si arriva spesso a negare la stessa evidenza dei fatti.

Sul carrozzone della disinformazione si vedono salire anche testate pronte a evadere dal proprio campo di attività pur di sposare un ideale più alto. E’ il caso de Il Sole 24 Ore, specializzato in economia, che il 6 agosto scorso si è avventurato in considerazioni scientifiche: “Facebook rimuove e Twitter blocca video di Trump con false informazioni sul virus”. La notizia, in questo caso, è l’azione portata avanti dai due colossi della comunicazione, ma il giornalista Riccardo Barlaam – i cui argomenti di interesse sono l’economia, la finanza e la politica internazionale, e gli Stati Uniti – ha deciso autonomamente che i materiali incriminati contenessero informazioni errate sull’agente microbico. Di più, perché la teoria del corrispondente è illustrata nel sommario, secondo il quale “il fatto che i bambini sarebbero immuni dal coronavirus” è una “tesi senza fondamento scientifico”. Non si sta parlando, tuttavia, né di una tesi personale né di una posizione controversa, ma dei risultati raccolti nei numerosi mesi toccati dalla diffusione del SarsCov-2: secondo la letteratura scientifica attuale [vedi qui], gli individui con età inferiore ai diciotto anni, in condizioni di normalità, sono praticamente incolumi rispetto alla Covid-19, e pertanto non contribuiscono quasi in alcun modo al contagio, non possedendo abbastanza carica virale. La chiusura dell’articolo, inoltre, marca l’accento sui mancati interventi del passato rispetto a due affermazioni false che avrebbero visto il presidente americano come protagonista. Si tira in ballo il presunto suggerimento alla popolazione di ingerire candeggina contro la malattia, ma ciò non è mai avvenuto, nonostante l’avvenimento sia presentato senza alcuna ombra di dubbio. Per di più, si aggiunge la dichiarazione secondo cui l’esposizione alle luci ultraviolette sia in grado di contrastare il virus in questione; ebbene, anche stavolta non si tratta di una strana convinzione appartenente a una minoranza, ma di una scoperta scientifica nota e acclarata da diverso tempo.

Se anche le linee editoriali condotte dalla maggior parte dei media non combaciano esattamente con le politiche di un esponente al governo, l’inganno e la falsificazione dei dati scientifici condivisi a livello internazionale non dovrebbero in alcun caso essere consentite. Donald Trump si appropria di evidenze scientifiche utili alla propria agenda? Libero di farlo, ma questo non comporta la libertà che si arrogano i mezzi di informazione nel confondere le carte in tavola e comunicare visioni prive di fondamenta al pubblico lettore.

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BUFALE & BUGIE
Non servono prove, se accusi Putin e la Russia

L’onere della prova spetta a chi intenda dimostrare una tesi, eccetto quando il bersaglio corrisponde al “diverso” da noi.

A maggior ragione se si tratta della Russia, in mano a uno zar, l’onere probatorio lascia il posto all’accusa gratuita. Secondo un articolo de La Repubblica, pubblicato il 2 agosto, “Romania, la disinformazione russa dietro alle teorie negazioniste del coronavirus”. Un titolo sbadatamente privo di punto interrogativo – necessario poiché riporta le interpretazioni di un sito Internet informativo che nulla dimostra in via definitiva nel proprio scritto – , e che mostra un uso improprio dell’aggettivo “negazionista[vedi qui]. Quella che viene presentata nel sommario come inchiesta del sito riportato, Politico Europe, è in verità una notizia lanciata il 29 luglio dal New York Times Post per dare eco alle parole di Corina Rebegea, sostenitrice della tesi in questione. Ma Andrea Tarquini, che ricordiamo per le informazioni errate sulla Svezia [vedi qui], scivola anche citando il sito Sputnik nella versione romena: secondo il giornalista, dall’inchiesta emerge la sua centralità nel sostenimento di “campagne anti-mascherine rivolte soprattutto ai giovani”; eppure, leggendo l’articolo preso a modello dal giornale italiano, si nota come a parlare di tale argomento sia Raed Arafat, membro del governo, mentre l’agenzia di stampa internazionale è tirata in ballo solo più avanti, parlando in generale di “disinformazione”. L’accusa lanciata dalla dirigente del Center for European Policy Analysis sostiene il ruolo attivo della piattaforma Sputnik nella promozione di “teorie cospirative” sul virus, ma basta visitare l’edizione presente in Romania per verificare che la sua colpa è semmai quella di dare spazio anche a notizie che pongono dubbi. Pura invenzione dell’articolo italiano sono poi i “troll di Putin”, a cui si associa il lancio di “bombe sporche”; non solo, perché apprendiamo anche che la tesi da questi appoggiata prevederebbe “una cospirazione dei servizi d’intelligence occidentali”. Inutile dire che nulla di ciò è documentato, né tra le righe dell’articolo originale, né tra quelle del sito citato. E quando invece l’articolista trascrive un dato che ha sì una fonte, oltre ai due testi, aggiunge però un tocco di immaginazione: secondo il sondaggio nominato, il 41% delle persone intervistate crede che il SarsCov-2 sia un’arma biologica statunitense creata per dominare il mondo, e non “una macchinazione dei servizi segreti occidentali piuttosto che una minaccia reale”. L’ipotesi che il virus sia ingegnerizzato non comporta la sua non pericolosità.

E come mai non troviamo scritto che Politico Europe non è altro che la versione europea del quotidiano americano Politico? O che il Cepa è un istituto americano dichiaratamente atlantista? O che il sondaggio menzionato è stato portato avanti da un centro legato all’Unione Europea? Ma la propaganda è solo quella degli altri.

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L’ascensore maledetto: cosa dice davvero lo studio scientifico

Terrorista: quante volte al giorno sentivamo pronunciare questa parola fino allo scorso anno? Sembrava fosse riconosciuta da chiunque come la colpa del secolo, ma dovevamo ancora affrontare quella che da mesi chiamano “transizione alla nuova normalità”.

La persona asintomatica – rispetto a quale malanno, tuttavia, non è mai specificato – è la nuova figura untrice dei nostri tempi. Tanto che, quando il 15 luglio lessi sull’Huffington Post “Così un’asintomatica ha contagiato 71 persone prendendo un ascensore”, il puzzo di notizia farlocca non ha tardato a palesarsi. La ricerca scientifica cui si fa riferimento, pur mostrando un titolo concettualmente identico, non ne giustifica l’utilizzo a fini giornalistici. Mentre chi appartiene al mondo scientifico, infatti, possiede le competenze utili per leggere gli studi pubblicati, che quasi mai presentano dimostrazioni assolute, chi non ne fa parte rischia di assumere per certo dati che certi non sono. L’indicativo presente sfoggiato dall’articolista afferma una verità assente nello studio scientifico, ma addirittura non è quest’ultimo la sua fonte, come risulta evidente dall’informazione secondo cui il viaggio in ascensore della donna asintomatica sarebbe durato sessanta secondi. Dato, questo, apparso sin dai primi articoli [vedi qui] battuti dopo circa una decina di giorni dalla pubblicazione della ricerca, e non presente in quest’ultima. Leggendo con attenzione il paper che imposta e rende pubblica la questione, e che al momento attuale è un semplice report della ricerca condotta non definitivo e suscettibile di modifiche, è già il primo capoverso a indicare l’interpretazione fornita come probabile, e non sicura. Al contrario di quanto si legge sul sito italiano, non è detto che il focolaio sia partito dalla donna asintomatica: lo stesso studio afferma che le prime cinque persone ipoteticamente infettate dalla donna, per via indiretta, non hanno seguito nei giorni precedenti un regime di quarantena – solo lei è stata tenuta a farlo, provenendo dagli Stati Uniti – . Semmai, non hanno frequentato luoghi a trasmissione sostenuta del SarsCov-2, secondo i dati utilizzati a riguardo. Il fulcro del problema è tuttavia un altro. La vicenda studiata è ambientata in piena epidemia primaverile, tra marzo e aprile, e difficilmente è attualizzabile ai giorni in cui se ne è data notizia, per non dire che è impossibile estenderla ai mesi futuri.

Di certo sappiamo che la ricostruzione esposta dal notiziario non consegna al pubblico la corretta chiave di lettura: se anche l’ipotesi epidemiologica in discussione fosse la più probabile, i risultati sarebbero utili semplicemente per comprendere le modalità specifiche di diffusione che hanno caratterizzato questo determinato virus nel periodo e nel luogo descritti. Nessun allarme in vista.

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Storia di un Sindaco “complottista”: ma i suoi dubbi sul 5 G sono gli stessi della scienza indipendente

Ecco un altro sindaco complottista che luddisticamente priva la propria città del necessario progresso tecnologico! Che ne sarà mai della transizione al digitale, se un primo cittadino ha ancora la facoltà di mettere i bastoni fra le ruote alle compagnie telefoniche? Ne è convinto il Corriere della Sera, il quale il 7 luglio scorso titolava allarmato “Reggio Calabria: – Stop 5G – . Con il Covid boom dei comuni contro le antenne”, parlando di un vero e proprio ‘fenomeno nazionale’.
L’articolo di Claudio Del Frate, cronista non specializzato in giornalismo scientifico, già nel sommario affianca le parole di Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, alla presunta posizione degli ‘scienziati’, evidenziandone la distanza, e cita “la teoria che accosta il 5G al coronavirus”, anch’essa da loro smentita. Le cinque pagine dell’ordinanza sindacale [vedi qui], tuttavia, contengono tutti i riferimenti necessari alla piena comprensione dei motivi alla base della decisione, e non risulterebbe possibile, dopo una sua lettura e verifica fattuale, produrre considerazioni e diffondere inesattezze come quelle presenti sul quotidiano.

Nella letteratura scientifica ufficiale, infatti, già da tempo sono presenti studi che hanno dimostrato, ovvero hanno prodotto evidenze a riguardo, l’impatto biologico del 5G, e più in generale della trasmissione senza fili. Uno dei più insigni ricercatori al mondo, dalla carriera invidiabile come Joel Moskowitz, non ha dubbi in proposito; a ben guardare, il dibattito interno alla comunità scientifica è incentrato sul ‘come’ tutto questo sia dannoso per la vita, non sul ‘se’.

Le meta-analisi condotte dal professor Angelo Gino Levis sui finanziamenti, le firme e le metodologie usate negli studi pubblicati, prevedibilmente, non hanno che evidenziato l’esistenza di due realtà parallele: da un lato, gli studi che alle spalle vantano i portatori di interesse, caratterizzati da errori e assenza di significato scientifico, ma pronti a negare gli effetti dell’esposizione all’inquinamento elettromagnetico – che ha aumentato il fondo naturale di miliardi di volte – ; dall’altro, gli studi indipendenti che non presentano carenze metodologiche e sono concordi nell’individuazione di effetti significativi. Per non parlare del tendenzioso avvicinamento alla teoria della Covid-19 causata dal 5G, che nulla ha a che vedere con l’ordinanza. Ma gli effetti dell’elettrosmog sulle difese immunitarie sono già acquisiti dalla scienza. E che dire dello studio, citato dal Corriere, firmato dall’Istituto Superiore di Sanità? E’ ricco di falle e questioni aperte [vedi qui].

‘La scienza’ è dunque tutt’altro che unanime sul tema in questione. Curioso il fatto che i media ci propinino sempre la stessa visione, non trovate? Io non credo però che i dati raccolti dalla scienza, quella vera, debbano incidere automaticamente sulle scelte politiche. Spetta a noi informarci e decidere della nostra salute.

SCHEI
Recovery Fund: dai Mister No alle Wonder Women

Recovery Fund: imperversano ovviamente le reazioni alla più importante trattativa tra Stati europei del secondo dopoguerra – o, se preferite, della prima guerra batteriologica della storia. Inizio citando l’europarlamentare della Lega Gianna Gancia, moglie di Roberto Calderoli, che scrive su Twitter (rivolta a Salvini e Meloni): “Che spieghino agli italiani da dove avrebbero preso i soldi loro”. Lodevole manifestazione d’indipendenza intellettuale. Parliamo dell’ex presidente della Provincia di Cuneo, leghista della prima ora. Giorgia Meloni, peraltro, da paracula-mica-scema-romana, afferma adesso che “Conte si è battuto” e che “l’Italia esce in piedi dalla trattativa”. Di Ursula Von der Leyen e del suo piglio e linguaggio nuovo ho già parlato: è stata la prima a chiedere scusa all’Italia e a cambiare l’atteggiamento della Commissione Europea verso di noi, i più colpiti economicamente dall’epidemia, ma perché siamo stati i primi a chiuderci a chiave. E di questa scelta si coglie tutto il drammatico valore adesso, che negli Stati Uniti le persone stanno cadendo come mosche e in Brasile si comincia a parlare di genocidio commesso dal proprio Presidente. Le due nazioni che più di ogni altra hanno rubricato per mesi la pandemia al rango di febbriciattola.

Ma la vera protagonista del cambio di passo è stata Angela Merkel, cancelliera di Germania. La ragione è molto semplice: se non fosse stata la Germania (la nazione di maggior rilievo economico dell’Unione) a cambiare atteggiamento verso l’ipotesi di un debito europeo mutualistico e condiviso (perché questo è il Recovery Fund), gli equilibri non si sarebbero mai modificati. Se lei non avesse spostato letteralmente il peso della Germania dai paesi cosiddetti “frugali” – con gli altri, visto che ad esempio i Paesi Bassi hanno il più alto debito privato pro capite dell’area, e sottraggono miliardi di euro di entrate fiscali ai paesi vicini con il loro dumping  – verso i paesi ad alto debito pubblico ma anche alta responsabilità sociale, come Italia (soprattutto), Spagna, Portogallo e Francia, questo accordo non sarebbe stato possibile. Non vogliamo annoiare con i numeri (li potete trovare un po’ dappertutto in questi giorni), ma non credo possa essere disinvoltamente e sbrigativamente definita una “fregatura” il fatto che più di un quarto delle risorse nuove stanziate andrà all’Italia. Non importano le ragioni che hanno spinto la Merkel a cambiare idea: a volte un sano egoismo da politica navigata, che può passare alla storia come l’affossatrice dell’Europa unita o come la sua salvatrice e sceglie la seconda strada (e non ce n’era una terza), è il veicolo che trasporta un concetto di solidarietà tra nazioni diverse e lontane culturalmente, socialmente, economicamente; nazioni che si ritrovano a firmare un compromesso fondato sull’idea che nessuno si salva da solo, e questa volta la frase non suona stucchevole, perché si tratta della pura verità.

Naturalmente le incognite sul campo rimangono tante. Ci sono delle condizionalità, c’è un ruolo lasciato al Consiglio europeo (i singoli Stati) anziché alla Commissione Europea nel valutare le riforme dei singoli paesi beneficiari. Ma è caduta l’idea che uno Stato singolo possa mettere il veto sulla destinazione dei denari: si decide a maggioranza. A questo punto tocca a noi. Il premier Conte ha dimostrato capacità negoziali niente affatto scontate: se la mettano via i sarcastici dei DPCM uno al giorno, avrei voluto vedere loro (o uno qualunque dei politici di mestiere sulla scena) a portarsi a casa un risultato paragonabile a quello che porta a casa lui. Adesso gli tocca un compito ancora più arduo, a lui e al suo fragile governo, che deve dimostrare la stessa tenuta nervosa: quello di cambiare alle fondamenta un paese che sembra immodificabile nei suoi difetti atavici. Non solo. La crisi economica più grave della storia moderna è già cominciata, e quando inizierà a mordere troppa gente (perché i soldi del Recovery non arriveranno certo a settembre) sarà già tardi, se non saranno state messe in campo misure contingenti di salvataggio (ricordiamo, rimborsabili quelle adottate da febbraio 2020) per garantire la sussistenza materiale delle persone. Dovranno essere un mix di varie cose, dalle moratorie fiscali a sovvenzioni alle persone fisiche, per fare la spesa, per comprarsi i vestiti. E’ un’impresa complessa, purtroppo, perché nel frattempo lo Stato deve incassare i soldi per la gestione corrente: che serve a pagare gli stipendi, le pensioni, l’assistenza sanitaria, le strutture scolastiche. Questo è il rischio più incombente che vedo, ed è un rischio che è capace in un baleno di distruggere anche il patrimonio di credibilità che Conte si è guadagnato. Perché quando la gente non ha più un euro in tasca tu puoi anche essere Gorbaciov (mi viene in mente lui, se penso ad un gigante politico che ha tentato un’operazione gigantesca), ma il tuo popolo se la prenderà con te.

In questo quadro, mi sembrano ingenerose le critiche di chi, anche dalle pagine di Ferraraitalia, lamenta un arretramento, una rivincita della Vecchia Europa, una vittoria dei mercatisti come messaggio di fondo dell’accordo raggiunto. In una Europa minacciata dai sovranisti, non solo nel blocco di Visegrad ma dentro gli stessi paesi del Nord, un accordo con questi contenuti è un ponte aperto per attraversare il baratro. Senza, ci sarebbe il baratro e basta. Mai come in questo caso, il meglio è nemico del bene.

Infine: sarà la pressione di questi mesi di lockdown e di paura del futuro che mi spinge ad alleggerire, e mi diverto allora a pensare ad alcuni dei protagonisti di questo negoziato come dei personaggi dei fumetti: Rutte – Mister No che viene piegato a più miti consigli da una batteria di donne combattenti: delle vere Wonder Women. Credo infatti che in questa occasione le donne forti della politica europea abbiano fornito un contributo di concretezza e pragmatismo che può essere ascritto a qualità “di genere”.

Copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (3) – Tecniche di respirazione in apnea

di Giovanna De Simone

Tutto sommato mi sto abituando a questa reclusione. Non scalpito più come un animale in gabbia, come il giorno in cui il mio padrone mi mise agli arresti domiciliari.
Qui, in questi spazi ristretti, ho ricominciato ad inspirare ed espirare anche con poca aria a disposizione. Bisogna solo cambiare il modo di respirare, dice sempre il mio maestro yoga Raffaele durante le sue dirette facebook.
A proposito, ne ho una alle 18.30, ma oggi ho talmente tante cose da fare che non so se riuscirò ad essere puntuale all’appuntamento.
Alle 10.00, dopo il saluto al sole e la colazione, ho una lezione di risveglio muscolare, poi doccia, qualche telefonata di lavoro ed è già ora di preparare il pranzo ed infornare una nuova ciambella per la merenda mattutina.
Dopo pranzo è il momento della siesta, che trascorro dormicchiando sul divano tra notiziari e social, per ridere o piangere con i miei simili, stringendoli in un grande abbraccio virtuale.
Caffè e alle 14.30 ricomincio a lavorare in procedura smart working, come direbbe l’uomo forte che mi governa. Devo inviare alcune mail, far misurare in videochiamata la febbre a tutte le ospiti delle strutture di accoglienza che gestiamo, fare una riunione di équipe con le mie colleghe, per il monitoraggio dei casi.
Tempo prima, questo confronto si svolgeva una volta alla settimana, ma in quest’epoca di coronavirus e con le case piene di donne recanti vari disagi e svariate violenze, il confronto on-line è diventata una pratica quotidiana.
L’unica figata dello smart working è che mentre lavori puoi fare un sacco di cose contemporaneamente: rimestare il ragù, sistemare alcune foto del 2013 sparse sul desktop del computer casalingo, fare un solitario mentre si è in conference call con Bruxelles.
Solo al termine del mio finto orario di lavoro mi rendo conto che non ho ancora trovato il tempo di stendere i panni e guardarmi la 9° puntata, terza stagione, di una serie TV che manco Beautiful mi ha mai appassionato tanto.
Alle 18.30, in diretta su youtube, ho lezione di pilates, e poi via per la preparazione della cena.
Ho deciso di saltare l’appuntamento delle 18.00 con Borrelli, mi avrebbe rallentato tutte le attività, oltre a lasciarmi una carica di tristezza che avrei smaltito solo il giorno dopo come una brutta sbronza.
Da quando ho deciso di bannarlo, mi leggo i resoconti del bollettino on-line solo dopo cena, sdraiata sul divano e con un amaro nel bicchiere. So che è brutto dirlo, ma bisogna pur sopravvivere.
Rimane fisso il mio appuntamento delle 21.30 con la spazzatura. Mi metto il giubbotto, mi rullo una sigaretta ed esco fino ai bidoni, aspirandomi l’aria della sera.
Alle 22.00 ho la meditazione collettiva con il gruppo Osho Shao in diretta su istagram. Poi mi faccio ancora la doccia e mi corico esausta a letto, entrando nella meravigliosa residenza di Downton Abbey che mi aspetta a braccia aperte.
Inspirare. Espirare.

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (1) – Appuntamento al buio

di Giovanna De Simone

“Scusi signora…”, mi chiede il poliziotto mentre, in auto con il suo collega, mi si affianca abbassando il finestrino.
Sono le 22.13 di una calda nottata primaverile e io sono seduta su una panchina di ferro nella piazzetta lastricata di Porta Paola. Quella dove al venerdì facevano il mercato.
In quest’epoca di coronavirus mi sono data un piccolo appuntamento serale. Come una coccola, come un amante, come le carezze prima di dormire.
Alle dieci di sera, nell’ora del coprifuoco più serrato, quando sono tutti sdraiati sui divani a smaltire l’ultimo TG con il suo inesorabile bollettino, io esco a buttare la spazzatura.
Ho ideato un sistema di sacchetti piccoli in cui stiparla, così che a fine giornata almeno uno è irrimediabilmente pieno.
Quando sono le dieci, e fuori non si ode altra voce, io esco.
Butto la spazzatura e mi vado a sedere sulla panchina di Porta Paola, che dista solo 30 passi dal mio condominio.
Sto li, annuso l’aria, guardo la luna, mi fumo una sigaretta, smanetto con il cellulare.
“Signora scusi…”, scende dall’auto il poliziotto in divisa. Bell’uomo direi, ma chissà, in questa quarantena qualsiasi uomo mi sembra desiderabile. “Cosa sta facendo seduta fuori a quest’ora della sera?”
Insieme ai riders in giro per le strade deserte, ci sono loro, i vigilanti della notte. Poliziotti, vigili, carabinieri, guardia di finanza, a far rispettare il coprifuoco a suon di denunce, perché noi esseri umani siamo troppo cretini, e un nemico minuscolo e invisibile che ci uccide alle spalle ancora non ci fa paura.
“Mm”, dico imbarazzata. “Ero andata a buttare la spazzatura ma il bidone dell’umido è pieno…guardi!”, mostro come un alibi il sacchetto maleodorante di fianco a me.
L’uomo mi guarda sorridendo, “vabbè”, mi dice come una promessa, “facciamo che io tra 5 minuti ripasso. Se la ritrovo ancora qui mi tocca farle una multa”, e si allontana strizzandomi l’occhio.
Io abbasso lo sguardo arrossendo, pur sempre sensibile alla divisa. Prendo il mio sacchetto e mi avvio verso casa, quasi contenta nonostante la tuta, la spazzatura che puzza, le sopracciglia di Frida Kahlo, i capelli raccolti con il mollettone rosa.
In quest’epoca di coronavirus basta un attimo per sentirsi ancora una donna.

PER CRESCERE KARIM
bisognava farsi villaggio

Rileggo La Repubblica, Cronaca Milano 13,35 del 20 maggio: ” MORTO BAMBINO 10 ANNI INCASTRATO IN UN CASSONETTO PER INDUMENTI Nessuno può dirlo con certezza ma Karim, il bimbo di soli 10 anni morto schiacciato in un cassonetto della Caritas, a Boltiere, centro di cinquemila abitanti della Bassa bergamasca, stava cercando probabilmente qualche vestito tra quelli lasciati dentro il contenitore. Qualche indumento per sé e per la famiglia. Il papà, nativo della Costa d’Avorio, e la mamma italiana hanno cinque figli e vivono in una casa comunale non distante dal luogo della tragedia.[…]*.
Le tragedie, da sempre, o sempre di più, sono ‘Il sale’ dell’informazione. Ma è possibile andare oltre, smettere il solito linguaggio gridato che trasmette l’orrore o induce alla inutile ed effimera lacrima, scavare più a fondo, svelare il nostro rimosso collettivo? E’ quello che fa
Elena Buccoliero in questa sua riflessione.
(Effe Emme)

Karim era da solo e ad accorgersi dell’incidente è stata una donna che ha dato subito l’allarme. L’oscenità di un corpo bambino intrappolato tra le lamiere è totalizzante. Lo sguardo resta impigliato alle piccole membra di Karim stritolato dal cassonetto degli abiti usati, oppure fugge via.
Ci vuole un tempo per il dolore, e per il rispetto del dolore. Tutto questo è dovuto e necessario, vorrei solo che non fosse tutto lì. Lasciamo stare la retorica del piccolo angelo. Dobbiamo anche altro a un bambino di 10 anni che muore a quel modo: guardare dentro alle cose, spingere il nostro desiderio di comprensione ad allargare l’inquadratura nel tempo e in profondità senza perdere di vista quel corpo bambino che punta i piedi contro il nostro petto.

Dopo quel 19 maggio qualcosa abbiamo saputo. Provo a riassumerlo.
Karim Bemba è il secondo di cinque figli tra i 2 e gli 11 anni. Vivono con la madre, una donna siciliana di 37 anni, in provincia di Bergamo, mentre il padre, ivoriano, lavora all’estero. Abitano in una casa del Comune e ricevono tutti gli aiuti di cui l’Ente Locale è capace, anche in forza di un decreto del Tribunale per i Minorenni di Brescia che assegna al servizio sociale il compito di sostenere la famiglia senza dividerla. Karim va a scuola e così probabilmente i suoi fratelli, non c’è ragione di credere il contrario. Se la didattica a distanza sia arrivata fino a loro non sappiamo dire. I vicini di casa affermano di temere da tempo che “succeda qualcosa” a quei bambini, li vedono poco curati e spesso in giro da soli, vivono in una casa arruffata.

Dopo la morte di Karim il tribunale per i minorenni emette un nuovo decreto e colloca la mamma e i fratellini in una struttura d’accoglienza. Nella sua scuola, gli insegnanti sospendono la didattica a distanza e si collegano in videoconferenza con la classe per parlare di quello che è successo, ricordano la dolcezza del compagno scomparso, la curiosità, i messaggi d’affetto che confezionava per loro, e capiscono che questo è il lascito, la lezione di Karim.
Questa sintesi racchiude tante cose buone, doverose ma non scontate: l’accompagnamento del servizio sociale e del giudice minorile, il rispetto per l’unità familiare, la frequenza scolastica, l’attenzione degli insegnanti. Che cosa c’è di storto? Tanto altro ancora.

Partiamo dal macro. Nel dicembre scorso – l’altro ieri, e sembra un secolo fa – Save the Children, registrava nel 2019 record negativi sia per la povertà minorile, con più di 1,2 milioni di minori (il 12,5% del totale) in condizioni di povertà assoluta cioè senza i beni indispensabili per condurre una vita accettabile, sia per la natalità. Denunciava diseguaglianze territoriali nella presenza di servizi di qualità per la prima infanzia, con una copertura che raggiunge il 19,6% nei comuni del Nordest ma poco più del 5% al Sud, e un aggravamento dell’abbandono scolastico. Lo affermava mentre apprezzava una manovra governativa che andava in una direzione di maggiore equità investendo più di prima a favore di famiglie e bambini e, aggiungeva, è un segnale positivo, non ancora sufficiente e che deve diventare strutturale.

Il quadro non si è certo addolcito con la crisi sanitaria, educativa, economica e sociale indotta dalla pandemia. Ha cercato di descriverlo ancora Save the Children con la campagna Riscriviamo il futuro [vedi qui] e una campagna sull’impatto del coronavirus sulla povertà educativa.[qui]
Però attenti: i dati razionalizzano, rassicurano, confondono i volti. Non perdiamo di vista Karim, teniamocelo stretto. Noi non sappiamo, l’ho detto in premessa, se lui e i suoi fratelli avessero o meno la possibilità di fare scuola a distanza. In generale possiamo pensare che per un bambino non sia uguale seguire le lezioni o non seguirle, lo dico per tante ragioni, di cui l’apprendimento non è neppure la più importante. Viene prima il suo sentirsi parte della comunità scolastica e il fatto che quella comunità possa oppure no occuparsi di lui.

Dico cose dure. Non so niente di Karim e della sua famiglia, mi pongo tante domande pensando alle molte famiglie che, invece, ho visto da vicino. È poi così ovvio che un bambino povero cerchi di entrare in un cassonetto? Da cosa, da chi è venuta l’idea? Aveva 10 anni, era frequente per lui uscire di casa da solo? È stato trovato alle otto di sera, qualcuno sarebbe andato a cercarlo non vedendolo rientrare? La povertà economica è spesso compagna della povertà educativa ma non c’è un legame necessario: anche famiglie benestanti possono dare poco ai figli, e non sempre le difficoltà concrete implicano carenza di cura.

Le parole dei vicini fanno pensare che la mamma fosse in difficoltà, e come poteva essere altrimenti? Sfido chiunque a occuparsi da solo di 5 bambini tra i 2 e gli 11 anni! Penso agli equilibrismi dei genitori che conosco, e sono in due con un figlio solo, tra accompagnamenti (pre-covid), lezioni a distanza (covid), scelte educative, amicizie da coltivare, giochi e passatempi. Le risorse non sono solo il denaro, sono anche il tempo, lo spazio mentale, la possibilità di condivisione. Nella famiglia di Karim sembra lontana la famiglia allargata – siciliana la mamma, ivoriano il babbo – e i bambini da seguire sono 5, tutti piccoli. Nessuno potrebbe farcela da solo. Siamo in una società che ha bisogno di nonni e zii d’elezione, che per me vuol dire famiglie affiancanti, educatori domiciliari, allenatori, vicini di casa… insomma, rete, non soltanto per risollevare il bilancio familiare. Non basta la povertà economica a spiegare perché un bambino di 10 anni viene ritrovato alle otto sera incastrato in un cassonetto.

Il tribunale per i minorenni di Brescia ha inserito la mamma e i fratelli in una comunità. Ha fatto bene, questo li tiene vicini e li sostiene. Serve infinitamente di più adesso, ciascuno di loro e tutti insieme avranno bisogno di affrontare il vuoto, la mancanza, il senso di colpa, l’ingiustizia, la vergogna per la morte di Karim, e forse serve a prescindere per colmare l’assenza del villaggio.

Un ultimo pensiero voglio dedicarlo al bisogno di angelicare le vittime che si osserva dopo qualsiasi violenza: malattia, guerra, omicidio, cassonetto tritacarne. Non ho conosciuto Karim ma voglio pensare che non fosse un angelo, ma un bambino. Disseminava sorrisi e messaggi d’affetto, me ne congratulo, e per parlarne ai compagni va bene così, ma non dobbiamo avere bisogno di questo. Karim aveva il diritto di vivere non perché era affettuoso e disponibile ma perché era un bambino; fosse stato bizzoso, antipatico, irascibile, monello… non avrebbe tolto o aggiunto niente al fatto che ci fosse un posto per lui. E qualunque cosa fosse diventato: un eroe un perdigiorno o un terrorista.

Il divieto di angelicare le vittime riguarda anche coloro che oggi stanno soffrendo di più. Il dolore non è un merito, quando ci sovrasta sembra scontato che si sia abbattuto sull’innocenza e in un certo senso è vero, nessuna umanissima incompiutezza ci fa meno che innocenti di fronte ad una tragedia. Dico solo che chi ne ha il ruolo e le competenze dovrà interrogarsi su quello che è successo e farà bene a farlo, nell’interesse dei fratellini e per rispetto di tutte le persone coinvolte. Karim incluso.

PER CRESCERE KARIM
bisognava farsi villaggio

Rileggo La Repubblica, Cronaca Milano 13,35 del 20 maggio: ” MORTO BAMBINO 10 ANNI INCASTRATO IN UN CASSONETTO PER INDUMENTI Nessuno può dirlo con certezza ma Karim, il bimbo di soli 10 anni morto schiacciato in un cassonetto della Caritas, a Boltiere, centro di cinquemila abitanti della Bassa bergamasca, stava cercando probabilmente qualche vestito tra quelli lasciati dentro il contenitore. Qualche indumento per sé e per la famiglia. Il papà, nativo della Costa d’Avorio, e la mamma italiana hanno cinque figli e vivono in una casa comunale non distante dal luogo della tragedia.[…]*.
Le tragedie, da sempre, o sempre di più, sono ‘Il sale’ dell’informazione. Ma è possibile andare oltre, smettere il solito linguaggio gridato che trasmette l’orrore o induce alla inutile ed effimera lacrima, scavare più a fondo, svelare il nostro rimosso collettivo? E’ quello che fa
Elena Buccoliero in questa sua riflessione.
(Effe Emme)

Karim era da solo e ad accorgersi dell’incidente è stata una donna che ha dato subito l’allarme. L’oscenità di un corpo bambino intrappolato tra le lamiere è totalizzante. Lo sguardo resta impigliato alle piccole membra di Karim stritolato dal cassonetto degli abiti usati, oppure fugge via.
Ci vuole un tempo per il dolore, e per il rispetto del dolore. Tutto questo è dovuto e necessario, vorrei solo che non fosse tutto lì. Lasciamo stare la retorica del piccolo angelo. Dobbiamo anche altro a un bambino di 10 anni che muore a quel modo: guardare dentro alle cose, spingere il nostro desiderio di comprensione ad allargare l’inquadratura nel tempo e in profondità senza perdere di vista quel corpo bambino che punta i piedi contro il nostro petto.

Dopo quel 19 maggio qualcosa abbiamo saputo. Provo a riassumerlo.
Karim Bemba è il secondo di cinque figli tra i 2 e gli 11 anni. Vivono con la madre, una donna siciliana di 37 anni, in provincia di Bergamo, mentre il padre, ivoriano, lavora all’estero. Abitano in una casa del Comune e ricevono tutti gli aiuti di cui l’Ente Locale è capace, anche in forza di un decreto del Tribunale per i Minorenni di Brescia che assegna al servizio sociale il compito di sostenere la famiglia senza dividerla. Karim va a scuola e così probabilmente i suoi fratelli, non c’è ragione di credere il contrario. Se la didattica a distanza sia arrivata fino a loro non sappiamo dire. I vicini di casa affermano di temere da tempo che “succeda qualcosa” a quei bambini, li vedono poco curati e spesso in giro da soli, vivono in una casa arruffata.

Dopo la morte di Karim il tribunale per i minorenni emette un nuovo decreto e colloca la mamma e i fratellini in una struttura d’accoglienza. Nella sua scuola, gli insegnanti sospendono la didattica a distanza e si collegano in videoconferenza con la classe per parlare di quello che è successo, ricordano la dolcezza del compagno scomparso, la curiosità, i messaggi d’affetto che confezionava per loro, e capiscono che questo è il lascito, la lezione di Karim.
Questa sintesi racchiude tante cose buone, doverose ma non scontate: l’accompagnamento del servizio sociale e del giudice minorile, il rispetto per l’unità familiare, la frequenza scolastica, l’attenzione degli insegnanti. Che cosa c’è di storto? Tanto altro ancora.

Partiamo dal macro. Nel dicembre scorso – l’altro ieri, e sembra un secolo fa – Save the Children, registrava nel 2019 record negativi sia per la povertà minorile, con più di 1,2 milioni di minori (il 12,5% del totale) in condizioni di povertà assoluta cioè senza i beni indispensabili per condurre una vita accettabile, sia per la natalità. Denunciava diseguaglianze territoriali nella presenza di servizi di qualità per la prima infanzia, con una copertura che raggiunge il 19,6% nei comuni del Nordest ma poco più del 5% al Sud, e un aggravamento dell’abbandono scolastico. Lo affermava mentre apprezzava una manovra governativa che andava in una direzione di maggiore equità investendo più di prima a favore di famiglie e bambini e, aggiungeva, è un segnale positivo, non ancora sufficiente e che deve diventare strutturale.

Il quadro non si è certo addolcito con la crisi sanitaria, educativa, economica e sociale indotta dalla pandemia. Ha cercato di descriverlo ancora Save the Children con la campagna Riscriviamo il futuro [vedi qui] e una campagna sull’impatto del coronavirus sulla povertà educativa.[qui]
Però attenti: i dati razionalizzano, rassicurano, confondono i volti. Non perdiamo di vista Karim, teniamocelo stretto. Noi non sappiamo, l’ho detto in premessa, se lui e i suoi fratelli avessero o meno la possibilità di fare scuola a distanza. In generale possiamo pensare che per un bambino non sia uguale seguire le lezioni o non seguirle, lo dico per tante ragioni, di cui l’apprendimento non è neppure la più importante. Viene prima il suo sentirsi parte della comunità scolastica e il fatto che quella comunità possa oppure no occuparsi di lui.

Dico cose dure. Non so niente di Karim e della sua famiglia, mi pongo tante domande pensando alle molte famiglie che, invece, ho visto da vicino. È poi così ovvio che un bambino povero cerchi di entrare in un cassonetto? Da cosa, da chi è venuta l’idea? Aveva 10 anni, era frequente per lui uscire di casa da solo? È stato trovato alle otto di sera, qualcuno sarebbe andato a cercarlo non vedendolo rientrare? La povertà economica è spesso compagna della povertà educativa ma non c’è un legame necessario: anche famiglie benestanti possono dare poco ai figli, e non sempre le difficoltà concrete implicano carenza di cura.

Le parole dei vicini fanno pensare che la mamma fosse in difficoltà, e come poteva essere altrimenti? Sfido chiunque a occuparsi da solo di 5 bambini tra i 2 e gli 11 anni! Penso agli equilibrismi dei genitori che conosco, e sono in due con un figlio solo, tra accompagnamenti (pre-covid), lezioni a distanza (covid), scelte educative, amicizie da coltivare, giochi e passatempi. Le risorse non sono solo il denaro, sono anche il tempo, lo spazio mentale, la possibilità di condivisione. Nella famiglia di Karim sembra lontana la famiglia allargata – siciliana la mamma, ivoriano il babbo – e i bambini da seguire sono 5, tutti piccoli. Nessuno potrebbe farcela da solo. Siamo in una società che ha bisogno di nonni e zii d’elezione, che per me vuol dire famiglie affiancanti, educatori domiciliari, allenatori, vicini di casa… insomma, rete, non soltanto per risollevare il bilancio familiare. Non basta la povertà economica a spiegare perché un bambino di 10 anni viene ritrovato alle otto sera incastrato in un cassonetto.

Il tribunale per i minorenni di Brescia ha inserito la mamma e i fratelli in una comunità. Ha fatto bene, questo li tiene vicini e li sostiene. Serve infinitamente di più adesso, ciascuno di loro e tutti insieme avranno bisogno di affrontare il vuoto, la mancanza, il senso di colpa, l’ingiustizia, la vergogna per la morte di Karim, e forse serve a prescindere per colmare l’assenza del villaggio.

Un ultimo pensiero voglio dedicarlo al bisogno di angelicare le vittime che si osserva dopo qualsiasi violenza: malattia, guerra, omicidio, cassonetto tritacarne. Non ho conosciuto Karim ma voglio pensare che non fosse un angelo, ma un bambino. Disseminava sorrisi e messaggi d’affetto, me ne congratulo, e per parlarne ai compagni va bene così, ma non dobbiamo avere bisogno di questo. Karim aveva il diritto di vivere non perché era affettuoso e disponibile ma perché era un bambino; fosse stato bizzoso, antipatico, irascibile, monello… non avrebbe tolto o aggiunto niente al fatto che ci fosse un posto per lui. E qualunque cosa fosse diventato: un eroe un perdigiorno o un terrorista.

Il divieto di angelicare le vittime riguarda anche coloro che oggi stanno soffrendo di più. Il dolore non è un merito, quando ci sovrasta sembra scontato che si sia abbattuto sull’innocenza e in un certo senso è vero, nessuna umanissima incompiutezza ci fa meno che innocenti di fronte ad una tragedia. Dico solo che chi ne ha il ruolo e le competenze dovrà interrogarsi su quello che è successo e farà bene a farlo, nell’interesse dei fratellini e per rispetto di tutte le persone coinvolte. Karim incluso.

MEDITERRANEO
L’identità e la natura italiana di fronte alla pandemia

Questa pandemia ci ha ricordato la nostra natura ‘mediterranea’, ha richiamato i tratti riconoscibili del nostro popolo che accomunano Nord e Sud, sorvolando sulle distinzioni delle quali solitamente ci fregiamo – spesso luoghi comuni – che nascono a partire dalla latitudine di appartenenza. Abbiamo dimostrato di essere una nazione che, al cospetto di un evento di gravità spropositata, reagisce con emotività, slancio, inventiva, passione, generosità, anche insofferenza, talvolta, al rigore e alla disciplina che si traduce in superficialità, inclinazione alla critica infondata e alla detrazione.
Dalle Alpi all’Italia insulare e meridionale, con concessioni più marcate in alcune zone anziché altre, siamo uniti in una visione d’insieme che crea comunanza e permette di riconoscersi per una volta senza distinzione e pregiudizio, senza rinunciare però all’individualità che ci contraddistingue.

Non siamo la Germania monolitica in cui il senso di ‘Heimat’, la Patria, è intoccabile, ferreo storico punto di riferimento che crea e cementa coesione e compattezza del ‘Volk’, il popolo.
Noi siamo gente ‘di pancia’, che non cede facilmente davanti a ragionamenti, dimostrazioni oggettive, argomentazioni circostanziate e approfondimenti perché emerge in noi quell’istinto guerriero reattivo che ci vuole protagonisti della scena, ciascuno a dire la sua, sostenere una propria tesi, demolire quanto ritenuto scomodo o sconveniente, pontificare e sentenziare, dare sfoggio di competenze anche laddove non ne siamo titolati, intraprendere ciascuno una propria battagli ma anche lanciare bellissime campagne di solidarietà e sostegno ai più vulnerabili, chi decidiamo noi.
Offriamo un’immagine caratteristica che ha colorato e movimentato questo interminabile periodo di sospensione da ciò che sembrava dovesse essere indiscutibile e immutato.
Non siamo compassati, freddi, assertivi, sufficientemente obbedienti, inquadrati, rigorosi, coerenti: siamo vivaci, irruenti, empatici, attivi, ingegnosi, impulsivi, dei creativi spiazzati dal cambiamento di schemi che prevedono un grado di libertà controllata, monitorata, sottoposta a vaglio continuo e viviamo la quotidianità scalpitando impazienti per tornare a riappropriarci dei nostri spazi, delle nostre attività ferme, di nuove forme e opportunità di lavoro.

Vogliamo ricominciare ad esprimere ciò che siamo, partendo dalla nostra identità, per dare fondo a tutti i nostri sforzi, le nostre risorse, i sacrifici, la volontà, le idee, i progetti nuovi che forse potranno ossigenarci e toglierci dall’apnea per allontanarci dallo spettro della recessione più nera.
Discutiamo ininterrottamente sui social – dal momento che altri luoghi di aggregazione ci sono interdetti – dei nostri comportamenti, delle nostre decisioni, delle convinzioni che ci guidano, delle scelte e dei nostri ‘credo’, spesso a paragone con altri popoli, formulando ipotesi sul perché siamo come siamo.

Scriveva Luigi Barzini  nel suo libro  ‘Gli Italiani, vizi e virtù di un popolo’, (1964): “[…] Ho scoperto che tutti, istintivamente, riconosciamo come talune abitudini, taluni tratti di carattere, certe tendenze e certe pratiche siano inequivocabilmente nostre. Le chiamiamo ‘le cose all’italiana’. Queste parole vengono talora pronunciate con fierezza, talora con affetto, con ironia, con compassione, con aria divertita, o con rassegnazione, molto spesso con ira, sdegno, o sarcasmo, ma sempre con un sottofondo di tristezza. […]”. E col suo accenno di sarcastico sorriso,
Paolo Villaggio ci descriveva nel suo esilerante romanzo ‘Fantozzi’, regalandoci una nota di colore e leggerezza:
“Gli Italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna.”

I CITTADINI NON SONO PECORE
Alle prese con la Fase 2: liberazione, democrazia, diritti… e paura

Il presidente del Consiglio, che sta facendo del suo meglio per affrontare l’assoluta novità di questa pandemia e di questo nuovo virus, durante la conferenza stampa riunita per annunciare l’inizio della cosiddetta fase due, ha sollecitato noi cittadini a fare la nostra parte di persone responsabili del funzionamento della vita sociale e della sua qualità. Ha chiesto anche di non cedere alla rabbia e al risentimento, conseguenti alle decisioni prese dal governo, che deludevano le aspettative di maggiore mobilità a tutti i livelli.
Questi due sentimenti, rabbia e risentimento, sono suscitati spesso dalla mancanza di rispetto della dignità della persona e dall’offesa della sua intelligenza. Sono stati il motivo per cui 25 secoli fa un popolo che non voleva più guerre, ma vivere in pace ha inventato la democrazia. Perciò il richiamo non deve essere rivolto solo ai cittadini, ma anche al governo che deve fare il massimo sforzo perché dai suoi atti emerga più chiaramente il rispetto per i cittadini e la loro dignità, e quindi deve fornire la possibilità a tutti di esercitare la propria soggettività di persone libere e responsabili.

Pertanto, si deve finalmente chiarire che questa pandemia ha messo in evidenza come la promessa di qualsiasi Governo di mettere in “sicurezza” i propri cittadini sia un falso perché la sola vera sicurezza possibile e concreta che uno Stato può dare è quella di rispettare i diritti di tutti; questo, infatti, è l’unico modo per costruire relazioni sociali di collaborazione, non conflittuali e quindi pacifiche e non violente.
In questo senso un governo  può accettare anzi auspicare che i cittadini esprimano la propria rabbia e il proprio risentimento in maniera il più possibile civile e ordinata, ma deve anche assumersi la responsabilità che, se ci sono questi sentimenti tra la cittadinanza, è perché lui per primo non sta svolgendo il proprio compito in maniera sufficientemente rispettosa delle istanze di tutti Quindi, piuttosto, deve chiedere ai propri ministri in primis, e poi all’intero parlamento, di considerare e cercare di superare al più presto le cause di questa rabbia e di questo risentimento, per rispondere al mandato elettorale e non rubare la dignità e la speranza dei cittadini per i quali sono chiamati a vorrebbero governare.

Per prima cosa perciò si dovrebbero eliminare tutte quelle leggi e quei comportamenti statali amministrativi che considerano il cittadino incapace di intendere e di volere. Il cittadino va invece messo nella condizione di capire il significato delle regole e di rispettarle nella loro sostanza, rendendole, in questo modo efficaci.
Perciò è necessario eliminare finalmente il Codice Rocco, che è stato stilato secondo i principi dello Stato fascista, uno stato paternalistico che si sostituiva al cittadino, considerandolo soggetto pericoloso o incapace di scegliere per il proprio benessere. Uno stato quindi che si legittimava sul controllo e sulle sanzioni. Invece, uno stato democratico viene legittimato dalla partecipazione dei propri cittadini, che si sentono riconosciuti soggetti attivi alla costruzione della società civile e alla qualità della vita accessibile a tutti e perciò democratica.
Del fatto che questo Codice fascista sia ancora in vigore con il suo paternalismo e maschilismo, ne fanno le spese in primo luogo le donne. Ad esempio nella scelta di questi giorni di riaprire i posti di lavoro e non la scuola e gli spazi di gioco, si dimostra che la cultura giuridica non contempla i diritti della donna e del bambino. Non essendoci la scuola, si dà per scontato che sia la donna quella che deve stare a casa a prendersi cura dei figli e quindi che debba rinunciare al proprio lavoro. Inoltre non si considera che per un bambino la mancanza di movimento, di gioco e di relazione con gli altri coetanei per un tempo così prolungato, è fonte di un serio disagio psicofisico, difficile da superare, in seguito, non solo una limitazione di libertà, quindi, ma anche un serio danno alla salute.

Non è ammissibile che, a causa di una qualsiasi emergenza, in questo caso sanitaria, si mettano in contrapposizione gli elementi che costituiscono la complessità della persona; che si oppongano, ad esempio, il diritto al lavoro e il diritto alla salute, o il diritto alla parità e il diritto alla salute. Ogni articolo della costituzione vale tanto quanto gli altri: nel loro insieme sono la declinazione dei diritti della persona nella sua unicità e interezza e del cittadino come soggetto di una comunità. Perché questo progetto concreto sia realizzabile già nel presente, e non solo in un futuro possibile di là da venire, si deve pretendere che le leggi e i provvedimenti governativi contengano norme conformi ai diritti di tutti, donne e bambini compresi; si deve veramente vigilare su questo e garantire la parità di genere, altrimenti non si rispetta il mandato democratico.

Un giorno della mia prima giovinezza, quando avevo raggiunto una certa autonomia di pensiero e una certa capacità di riflessione, parlando con mia madre, che con mio padre condivideva l’esperienza di partigiana contro la dittatura, le ho chiesto cosa fosse veramente il fascismo e lei, senza un minuto di riflessione, perché non ne aveva bisogno, mi ha risposto: ”Non potersi fidare di nessuno, nemmeno di tuo fratello”. Mi sembra un po’ il clima che con questa situazione di emergenza sanitaria, e con le informazioni che ci vengono fornite, si sta costruendo.

La complessità dell’attuale società, con il suo livello di qualità della vita, richiede che ciascun professionista svolga al meglio il proprio ruolo, che ciascuno si assuma la propria responsabilità per realizzare il progetto di convivenza comune; quindi gli scienziati dovrebbero rendere note le cause e fornire soluzioni, non avallare la paura dell’altro come possibile fonte di malattia, né arrogarsi responsabilità di governo. Loro responsabilità sono la ricerca, la cura e l’individuazione chiara di cause e effetti. Questa situazione, per esempio, non è dovuta, come è ormai noto, a nessun untore, ma al sistema di vita consumistico, che oltre ad essere antidemocratico, ha causato uno squilibrio ecologico e climatico che ha determinato questi fenomeni di insorgenze virali. Si è infatti appurato che il virus si installa sulle polveri sottili e ne viene veicolato.

Non meno importante, è fornire strategie di difesa e di prevenzione, come la distanza fisica e la sanificazione ambientale con l’utilizzo dell’ozono negli ambienti chiusi, di lavoro, di scuola o di svago senza però imporsi sui comportamenti della popolazione.
Un valido aiuto potrebbe venire da un’informazione che usi il proprio ruolo non per cercare notorietà professionale né tantomeno per fomentare una faziosità partitica e strumentalizzare le scelte dei governanti, come si fosse perennemente in campagna elettorale. La finalità dell’informazione è informare correttamente perché i cittadini possano comportarsi come è necessario per difendere il più possibile la salute pubblica. Inoltre i media dovrebbero servire a far conoscere la realtà della popolazione perché le sue vere necessità vengano adeguatamente recepite.

Tutti sono bravi a criticare a posteriori le scelte prese, ma è senz’altro più utile concorrere a individuare le problematiche e trovare insieme soluzioni efficaci, via via più aderenti alle necessità presentate da questa particolare situazione.
Cogliamo questa condizione eccezionale, che ci costringe e allo stesso tempo ci permette di iniziare un nuovo periodo come un’occasione per realizzare una democrazia più compiuta, senza discriminazioni, nella quale siano riconosciuti il diritto di cittadinanza e la dignità di ciascuno.

 

OMBRE E LUCI DELLA DIDATTICA A DISTANZA
Il vero fulcro è la relazione, la base per una didattica della vicinanza

In questi mesi la didattica a distanza (per i ‘congiunti’ DAD) sta suscitando un dibattito sulla scuola come forse non ce n’era da tempo, e questo per ragioni in parte organizzative – la campanella scandiva la giornata delle famiglie, non solo dei bambini e adolescenti – ma in grandissima parte di merito, di contenuto. Ci interroghiamo tutti insieme su che cosa debba essere la scuola, quale sia il suo compito, che rapporto ci sia tra relazioni e saperi, e tra conoscenze e competenze. Argomenti di un certo calibro, che provvisoriamente stanno appassionando anche i non addetti ai lavori. Nel distinguersi delle consuete tifoserie – attenzione che non si facciano ‘assembramenti’! – mi sembra più affollata la curva dei detrattori, e che gli accaniti sostenitori siano mossi o dalle precauzioni sanitarie (non riguarda la scuola in sé, ma tutti i luoghi dove andavamo in tanti, dal teatro allo stadio), o dall’idea che finalmente ci si possa concentrare sulle materie. Formata al dilemma del rabbino che vede perfettamente compatibili le opposte ragioni di marito e moglie, non so prendere una posizione unica e forse neppure mi importa, non avendo la responsabilità di orientare verso questa o quella soluzione. Sono persuasa che ancor prima della pandemia si sarebbe insegnato e imparato molto meglio in classi di 15 ragazzi invece che di 28, con strumenti aggiornati, ambienti idonei, insegnanti formati e forse mediamente un po’ più giovani. Alcune cose da fare per chi volesse far funzionare la scuola erano chiare anche prima. Ora si aggiunge lo spettro del Covid-19 e tutto si complica. Ci costringe, che lo vogliamo o no, a ragionare sulla didattica a distanza.

Le ombre. Diseguaglianze a più livelli.
In cima alla colonna, con il segno meno, sta la diseguaglianza nel possesso di strumenti e connessione, nella loro capacità d’uso e nel supporto che la famiglia può dare al figlio. Se al primo punto ha cercato di porre rimedio un fondo governativo, affrontare gli altri due è più difficile e non è neppure inedito; già prima i ragazzi ricevevano sollecitazioni diverse a seconda della famiglia in cui erano nati, ma adesso pesa di più, perché l’azione di riequilibrio affidata alla scuola è ridotta. Ci sono associazioni di volontariato che stanno organizzando progetti di aiuto ai compiti, naturalmente a distanza, per i bambini che ne hanno bisogno, ma non è mai finita.
Ancora nella colonna meno annoto la libera interpretazione che gli insegnanti possono dare del loro lavoro, il che ulteriormente amplifica differenze preesistenti. Come in ogni professione, anche in questa ci sono sempre stati insegnanti più o meno impegnati; da quando non si entra in classe c’è chi se la cava con qualche mail ai ragazzi, chiedendo di studiare da qui a lì, o caricando qualche video sul registro elettronico. Salta il controllo sull’effettivo lavoro svolto dal docente. Non mancano tuttavia quelli che hanno raddoppiato l’impegno, tra preparare materiale didattico, fare ricerche in rete, immaginare contenuti e modalità non scontati. I più solerti, gli appassionati, o semplicemente gli incaricati si adoperano affinché la scuola garantisca a ciascun allievo la disponibilità degli strumenti, o si metta in rete con servizi e associazioni per essere più vicina ai ragazzi.
Prosegue intanto il lavoro collegiale. Consigli di classe e riunioni si susseguono, come hanno sempre fatto, ma online. D’accordo, non è la miniera, ma rimanere connessi davanti a uno schermo per molte ore consecutive può essere stancante, chi lo sta sperimentando lo sa.
Una tra le principali critiche mosse alla DAD è quella di trattare bambini e ragazzi come contenitori da riempire e non come persone. Per affrontare il discorso in modo approfondito bisognerebbe almeno distinguere le fasce d’età a cui si fa riferimento: un bambino di 4 anni e un adolescente di 16 hanno bisogni e autonomie del tutto diversi. Anche dribblando questo argomento, occorre chiedersi se la DAD debba necessariamente essere fredda e nozionistica. Molti pensano di sì e perciò la rifiutano. Certo, se si ha in testa la scuola come pura trasmissione di informazioni, lavorare on line aiuta. Distilla il tempo trascorso insieme e impoverisce il residuo di relazioni che in aula si dà, anche non volendo, e da certi adulti è inteso come puro disturbo. Perché in aula ci sono gli sguardi, le risate e le boccacce, i bigliettini sotto il banco, insomma ci sono i corpi con le loro esigenze e tensioni. Il sottobosco di rapporti tra i ragazzi si nutre di intervalli, ore buche, smagliature della didattica e sopravvivere, qualunque sia il rendimento scolastico, è una componente fondamentale dello stare insieme ed è formativo e coinvolgente almeno quanto, per alcuni studenti molto più, di qualsiasi parola esca dalla bocca del docente. Tutto questo, irrimediabilmente, è perduto.
Non tutti gli insegnanti – io dico: per fortuna – la pensano così e, proprio perché i modi di procedere sono molti, non si fermano le incomprensioni scuola-famiglia. Ora più di prima ogni genitore può verificare di persona lo stile di lavoro di ciascun docente e criticarlo per una ragione o per l’altra. Quello che mai potrà essere condiviso è proprio il punto di equilibrio da raggiungere tra la trasmissione di contenuti e l’attenzione alle relazioni, tra raggiungere apprendimenti in sé e coltivare cittadinanza, tra valutare i risultati e valorizzare le persone, tra sommergere i ragazzi di compiti o lasciarli inattivi. Emanuela Garimberti, una brava insegnante di lettere bolognese, un bel giorno si è sfogata in rete con una mamma insistente, invadente, preoccupata solo di quante date e nomi la figlia sta imparando a memoria. La prof, dopo ampie argomentazioni, conclude: “Non sono arrabbiata, sono indignata e sono preoccupata (…) perché tua figlia, né migliore né peggiore di altri, né più simpatica, più distratta, più acuta o disorganizzata della media dei suoi compagni, tua figlia con il tuo esempio crescerà guardando alle differenze e ai problemi altrui sempre e soltanto a partire dal suo ombelico. E sono preoccupata perché a me toccherà, quando tutto questo finalmente sarà finito e me la troverò seduta di fronte nel banco, farle capire che c’è molto altro. Che dalle difficoltà altrui s’impara più che dalle videoconferenze. Perché da che mondo è mondo, dopo i bombardamenti, tocca sempre ricostruire”.

Le luci. Un particolare modo di riconoscersi.
Alla prova dei fatti la DAD ha evidenziato anche pregi imprevedibili. Uno spicchio di bellezza dipende dall’averla iniziata dopo che studenti e docenti si erano frequentati in carne e ossa, dunque non si trattava di iniziare una relazione ma di alimentarla. Ritrovarsi online è una soluzione emergenziale, in una fase drammatica, venata di nostalgia e desiderio per le lezioni – e la vita – in presenza. Tanti docenti hanno osservato, anche negli allievi ritenuti poco motivati, ogni sforzo per essere presenti. Dopo l’ebbrezza iniziale per la vacanza inattesa, mentre acquisivano consapevolezza sulla malattia, la scuola a distanza sta rappresentando per i ragazzi quel basso continuo che sorregge l’identità e non disperde relazioni e routine essenziali.
Nei racconti di amici e amiche insegnanti rintraccio vantaggi specifici, dati proprio dal fatto di vedersi attraverso uno schermo. Più di prima i bambini, i ragazzi si sentono guardati. Se è vero che “ognuno cresce solo se sognato” (D. Dolci), non è una cosetta da poco. Anche prima l’insegnante era in mezzo agli allievi ma non è detto che loro si sentissero oggetto di attenzione, anzi in momenti strategici facevano di tutto per evitarlo. In videoconferenza, se tutto funziona, vedono la propria faccia insieme a quelle degli altri e del prof, si guardano, sanno di essere guardati. In alcune piattaforme il volto di chi ha la parola si sposta, ingrandito, al centro dello schermo, impossibile sottrarsi all’attenzione. E se poi c’è un dispositivo per prenotare l’intervento si parla a turno e non sovrapposti, il che toglie naturalezza ma aggiunge possibilità, mentre – più o meno, ma era così anche prima – gli altri ascoltano. Con l’aggiunta che mettersi in coda è uguale per gli spocchiosi, gli esuberanti e i timidi ed è più difficile monopolizzare la lezione.
Con la didattica a distanza ci si vede da casa, l’insegnante entra nell’intimità dei ragazzi e loro nella sua. Si inquadrano tinelli e camerette, genitori, gatti, fratelli piccoli. Qualcuno si presenta in pigiama: provocazione, imbarazzo o un modo per dire sinceramente qualcosa di sé? Dipende, probabilmente, da come è costruita la scena e dal rapporto preesistente, il problema per me si ha quando gli insegnanti optano a priori per la mancanza di rispetto, senza farsi domande su quello che i ragazzi stanno cercando di comunicare. Mi raccontano lezioni di scuola superiore che sanno di maternage, ma quanto possono far bene ad adolescenti spiazzati dall’imprevisto! Dicono a ognuno: m’importa di te, perciò non mi disturba la tua sorellina che ci vuole salutare, la mamma o il papà che passa in fretta dietro le tue spalle. La scuola è a distanza, ma si è avvicinata alla casa e alla vita degli allievi. A loro volta i ragazzi sono ingordi di notizie sugli insegnanti. “Sa prof, abbiamo letto tutti i preferiti che ha sul desktop”. Gli studenti sono curiosi, i professori si svalutano inutilmente quando pensano di essere irrilevanti.
Faccio un passo in più. Con la DAD si entra in casa cioè nelle case, che sono tutte diverse. Le diseguaglianze c’erano anche prima, ma adesso si vedono meglio. Un conto è sapere che da Giovanni si vive in tanti in una casa inadatta, un altro è vedere che cosa significa per Giovanni studiare in una stanza piccola, dove sono sempre presenti tre fratelli, una nonna e un genitore a turno. Se in aula poteva sembrare equità trattare tutti allo stesso modo, può darsi che, entrando nelle case, equità diventi porre obiettivi alti, ma non disgiunti dalla vita e dalla storia dei ragazzi. Un’altra amica e ottima insegnante mi racconta di come raggiunge i più sfuggenti con telefonate mirate, per te che hai la maturità e non sai come prepararla, per te che non hai ancora il tablet e hai paura di essere tagliato fuori. Non dico che, date le condizioni contrattuali, il mestiere dell’insegnante debba essere questo – è sforare qualsiasi orario di servizio, davvero – ma tanti docenti lo stanno facendo, non per oblazione ma perché intendono così la loro professione.
Poi succedono piccoli fatti straordinari. A fine aprile alcuni quotidiani hanno raccontato di una maestra che ha allertato le forze dell’ordine perché, durante la lezione in terza elementare, ha sentito che nella casa di un alunno il papà maltrattava la mamma. Il bimbo non ha spento il microfono, sarebbe bello sapere se per scelta o per caso, e dispiace per lo spavento dei compagni, ma è fantastico che l’insegnante non abbia perso tempo.

Co-costruire conoscenza, anche online.
Io insisto, insisto sulla relazione e non penso alla didattica! Tanti bravi insegnanti sono stati scippati di ciò che nel tempo avevano costruito in termini di attività laboratoriali, apprendimento cooperativo, sottogruppi, coralità. La questione è seria. Non questo, ma altro in rete si può e si potrà fare, via via che ci si addestra, perché la lezione non sia necessariamente frontale o la comunicazione radiale, dal centro (insegnante) ai punti della circonferenza (gli alunni) attraverso i raggi, appunto. Molti bravi insegnanti lo stanno scoprendo poco a poco. Intanto hanno iniziato davvero, adulti e ragazzi insieme, a utilizzare la rete con competenza crescente. Si è scoperto che i nativi digitali possono essere imbranati come i loro genitori se si tratta di cercare, di selezionare e scartare, verificare fonti e cercarne altre. Fare ricerca, approfondire nel web sterminato, visionare incontri con autori, letture, spettacoli o film e poi discuterli assieme potrebbe diventare più semplice. Certo, non ignorando ciò che i ragazzi stanno vivendo. In questi mesi è diverso insegnare a Bergamo o a Ferrara; avere allievi con genitori infermieri, impiegati o improvvisamente disoccupati, qualche differenza la fa, ancor più perché entrando nelle case è più intenso il rapporto con le famiglie. Alcune indicazioni per un buon utilizzo della DAD si trovano in un  articolo di Stefano Stefanel, di cui riporto soltanto i titoli: “1) Dalle domande agli studenti alle domande degli studenti 2) Dall’interrogazione al colloquio colto 3) Dall’esperienza di classe all’esperienza personale 4) Dai compiti per casa ai compiti di realtà 5) Dalla verifica di quanto trasmesso alla ricerca della complessità: dal disciplinare al pluridisciplinare 6) Dal fare i compiti allo scrivere libri 7) Dalla penna alla tastiera 8) Dal segnalare libri (letture) al segnalare link 9) Dalla lingua madre al plurilinguismo 10) Dall’orario dei docenti all’orario degli apprendimenti”.
Gli enunciati suggeriscono un paradigma in parte attuabile anche in presenza e sicuramente agevolato dagli strumenti elettronici. Mi spingo a dire che potrebbe mutare il profilo richiesto al docente. Tenere la classe, ad esempio, che cosa significa online? I ragazzi non rinunciano ad essere provocatori – so di signorine che si presentano in reggiseno il giorno dell’interrogazione, con il prof terrorizzato di essere accusato di pedopornografia – ma posso pensare che le qualità personali per essere apprezzato dagli allevi non siano le stesse, quando ci si incontra in rete.
“Al di là degli spazi e degli orari, vorremmo che ci fosse una didattica di vicinanza, che non deve per forza essere fatta in presenza. La didattica di vicinanza è la condizione etica verso cui tutti dobbiamo andare”, ha affermato Daniela Lucangeli, docente di Psicologia all’Università di Padova e membro della task force governativa sulla scuola. “Il nostro fine è trasformare questa esperienza di apprendimento in una modalità non passiva, ma di comunità”.
Il difetto non starebbe quindi nello strumento, ma in come lo si utilizza. Secondo un modello mirato alla prestazione “che non mi convince affatto, né scientificamente né eticamente”, dice ancora la Lucangeli, “oppure un altro, che ricorda a ogni studente: ‘Svegliati, questa mattina siamo qui perché ci aspetta la seconda guerra di indipendenza. Come la affrontiamo? Vogliamo costruire insieme una mappa?’. Gli insegnanti hanno infiniti esempi di scienza psicopedagogica, ma c’è bisogno di una formazione che li renda consapevoli della differenza”.
La buona notizia è che i bravi insegnanti lo stanno facendo.
Ne cito una per tutti, Emanuela Cavicchi, ferrarese, che mi è cara per come fa scuola e per come scrive di scuola. Questo brano, tratto da un post più ampio, comparso sul suo profilo Facebook, è luminoso. “La pezza che ci stiamo mettendo, ed ognuno cuce la sua con quello che trova a disposizione, non riguarda quanto siamo bravi noi docenti a fare la scuola a distanza, quanto è ‘figo’ usare le nuove tecnologie e strumenti digitali, quanto siamo performanti a fare video, tutorial, produrre materiale da caricare, continuare a mettere voti, non perdere l’anno… Molti di noi ormai sono connessi ore e ore per partorire un topolino, dovremmo esserne ben coscienti ed evitare il narcisismo autoreferenziale. Non lo si fa, o non lo si dovrebbe fare, per il programma o per la nostra coscienza, ma perché non li vogliamo mollare. Niente sentimentalismi, non c’è una ragione più professionale di questa. Il punto non è perdere l’anno o perdere tempo, il punto è non perdere loro, non perderci noi stessi, non lasciare solo nessuno. Se l’approccio alla scuola è socializzante e relazionale, allora funziona anche a distanza, pur zoppicante. E non funziona se dobbiamo dibattere delle ore sul mettere dei voti e quali voti a foto sfocate e monche di compiti rovesciati. Funziona se le riceviamo, quelle foto sfocate e monche, perché intanto ci stanno provando, e sono entrati in contatto con noi. Funziona quando Julia ci mostra la sorellina in braccio, che vuole salutarci, Diana ci presenta il suo gatto, Andrea e sua mamma ci sorridono, seduti vicini, e si scherza sul ciuffo anti-gravità di Samir. Noi non perdiamo loro, loro non ci fanno perdere. Tutto il resto è noia, ma veramente”.

FERMATE LE ARMI!
L’Italia spende ogni giorno 72 mln di € per la Difesa:
come Obiettare alle Spese Militari

di Davide Scaglianti

Nel suo Rapporto annuale il SIPRI, l’ istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, comunica che nel mondo, nel  2019 sono stati spesi quasi 2 mila miliardi di dollari (1.917 per la precisione) per le armi e la difesa; in un anno la spesa è cresciuta del 3,6% in termini reali, il più alto livello dal 1988 al netto dell’inflazione.

Nello stesso tempo il bilancio dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)è di poco superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi. Nel nostro Paese dal 2008 gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno depotenziato il Servizio Sanitario Nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat.  Negli ultimi 9 anni, alla sanità italiana sono state sottratte risorse pari a 37 miliardi di euro; ciò ha determinato la perdita di 43.000 posti di lavoro, la chiusura di ospedali, di reparti e la riduzione di posti letto con una percentuale di 3,2 posti letto ogni mille abitanti contro la media di 5 ogni mille dell’Unione Europea, ma con punte di 8 ogni mille della Germania..
Negli stessi anni sono aumentate le spese militari. La spesa militare italiana, al 12° posto mondiale, ammonta a 26,8 miliardi di dollari nel 2019, in aumento di oltre il 6% sul 2018, equivalenti a una media di 72 milioni di euro al giorno. In base all’impegno preso nella Nato, essa dovrà continuare a crescere fino a raggiungere una media di circa 100 milioni di euro al giorno. La crisi del Coronavirus  rende evidenti le priorità necessarie alle popolazioni e rivela come le spese militari globali siano uno spreco vergognoso e una perdita di opportunità. Ora c’è bisogno di concentrare le risorse per rispondere alle necessità fondamentali: condizioni di vita sane per tutti, che derivano necessariamente da società più giuste, verdi e pacifiche. L’apparato militare non può fermare questa crisi. La pandemia si sconfigge potenziando la sanità e le altre attività di sostegno alla vita, non con forniture di mezzi e soldati finalizzati alla guerra. L’utilizzo di risorse militari durante la crisi in atto non ci deve ingannare; ciò non giustifica spese stellari né significa che la crisi possa così avere soluzione. E’ vero piuttosto il contrarioabbiamo bisogno di meno soldati, cacciabombardieri, carri armati e portaerei e più medici, ambulanze e ospedali. Occorrono enormi risorse per fronteggiare le conseguenze socio-economiche della crisi del coronavirus e mantenere condizioni economiche e sociali dignitose per le persone.
È tempo di spostare buona parte delle voci del bilancio militare verso i veri bisogni umani. Le reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo chiedono da tempo una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Importanti riduzioni nelle spese militari libererebbero risorse non solo per fornire assistenza sanitaria universale, ma anche per far fronte alle emergenze climatiche e umanitarie che ogni anno uccidono migliaia di persone, specialmente nei paesi del Sud del mondo che stanno subendo le peggiori conseguenze di un modello economico che è stato loro imposto.
Oggi, nel nostro Paese è possibile recuperare miliardi di risorse dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma: si deve bloccare il programma F-35, evitando di spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici; le spese per la difesa non dovrebbero superare l’1% del Pil. Inoltre si dovrebbe procedere ad una riconversione dell’industria a produzione bellica verso aree produttive più utili per la vita, la salute, la sicurezza di tutti gli italiani. Oggi le urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni, di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi, di sostegno al lavoro. Queste sono le vere priorità del Paese.

Ognuno di noi può dare una mano per favorire la realizzazione di questo processo; a Ferrara è presente un nucleo importante del Movimento nonviolento ed è possibile sostenerne le attività visitando il sito www.azionenonviolenta.it  e abbonandosi al periodico Azione nonviolenta [Qui] 

Inoltre, dal 2005 è stata rilanciata nella nostra città la campagna OSM (Obiezione alle spese militari): nata nel 1982, offre l’occasione di manifestare il proprio dissenso al continuo aumento delle spese militari e per sostenere economicamente un progetto di pace. A chi aderisce si chiede di compilare un modulo di adesione alla campagna(indirizzato al Presidente della Repubblica e al centro di coordinamento nazionale della campagna), ai suoi obiettivi (riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali; elaborazione di un sistema difensivo non armato e nonviolento; approvazione di una legge per l’opzione fiscale) e di contribuire con una somma in denaro a sostenere il progetto “Adottare Srebrenica”, che ha per obiettivo la ricostruzione di un tessuto sociale e la creazione di relazioni pacifiche e non violente in una città che è stata teatro di uno degli eccidi più efferati del secolo scorso. La raccolta delle adesioni avviene nei mesi di settembre e ottobre.

Davide Scaglianti è Referente locale per Ferrara della Campagna Obiezione alle Spese Militari (OSM)
Chi volesse aderire, o comunque saperne di più, può chiamare il numero: 333. 4985319

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