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RISPARMIO TRADITO A FERRARA:
retrospettiva su un delitto economico

Novembre 2015. Carife sta aspettando da mesi il bonifico di 300 milioni del Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi), per una ricapitalizzazione deliberata in luglio 2015 dall’assemblea dei soci. Quei soldi tardano ad arrivare, perchè pende una interlocuzione tra Governo italiano e Commissione Europea, che sostiene che quel denaro (chiaramente erogato da un ente privato, essendo contribuito dalle banche italiane) sarebbe un “aiuto di Stato”.
Nel frattempo, un fiume di depositi continua ad uscire dalla banca, vista l’incertezza (in una banca gestita in quel frangente da coloro che dovrebbero essere i custodi della sua stabilità, ovvero i Commissari di Bankitalia, che non fanno nulla per rassicurare i clienti e trattenere quei soldi). In data 19 novembre 2015 Vestager (Commissaria alla Concorrenza presso l’Unione Europea) scrive a Padoan dicendo che un intervento del Fitd, di natura propriamente privata (poi denominato schema volontario), non sarebbe aiuto di Stato e non farebbe scattare il bail-in.
In data 22 novembre 2015 il governo Renzi decreta comunque la risoluzione delle 4 Banche, con le conseguenze che conosciamo bene. Risparmiatori azzerati dalla sera alla mattina, una banca che chiude la saracinesca e la riapre il giorno dopo con l’insegna “Nuova Carife”, i soldi di migliaia di famiglie che hanno creduto nel rilancio della loro banca locale, comprandone le azioni, cancellati con un tratto di penna. Un bail-in “leggero”, che in realtà “salva” solo i depositi liberi e le obbligazioni ordinarie, travolgendo il resto.

Aldilà delle storielle di macroeconomia raccontate in questi anni da rampanti professori per giustificare il misfatto, il diavolo si nasconde nei dettagli. E il dettaglio, in questo caso, sta proprio in quei quattro giorni. Il 19 novembre 2015 l’Europa scrive al Governo italiano che, se i soldi del Fitd vengono erogati a titolo di “contributo volontario”, la censura di aiuto di Stato verrebbe superata.
Niente bail in, niente risoluzione.
Il Governo italiano cosa fa?
Invece di aspettare i tempi tecnici che permettano al Fitd di creare al suo interno lo “schema volontario” – che infatti qualche settimana dopo verrà utilizzato per “salvare” Caricesena, impedendo di raderne al suolo il tessuto economico-sociale – quattro giorni dopo la lettera della Vestager, il 22 novembre 2015, decreta la “risoluzione” di Carife. Una morte e risurrezione che, fatta da un privato qualunque, lo farebbe inseguire coi forconi dai creditori imbufaliti. Invece il Governo Renzi la spaccia come il minore dei danni, mentre i creditori non se la prendono con lui nè con Murolo, ma con gli sportellisti. Una decisione politica, che ignora la via d’uscita offerta dall’Europa, accolta dal manipolo di parlamentari ferraresi di allora con una acquiescenza al capo (ora ridotto a farsi dare la mancia da un califfo che fa eliminare i giornalisti, allora enfant prodige della sinistra contemporanea) cui stento tuttora a credere. Ma è tutto vero, e infatti la propaggine piddina locale, identificata (e come poteva essere altrimenti) come l’indifferente ancella di chi ha deciso la demolizione del suo territorio, ha perso il governo locale dopo settant’anni. Dopo questo capolavoro, avrebbe perso perfino contro Naomo. Infatti ha perso contro Naomo.

Non sono i saggi economici, in questi casi, a mostrare la cruda sostanza di quanto accaduto alla carne delle persone: sono i romanzi. Cito dal romanzo Bankabbestia (l’ho scritto io, pazienza, mi perdonerete e se non mi perdonerete, pazienza). Chi parla, nel romanzo, è uno dei commissari (immaginari, per carità) di Bankitalia, che annuncia ai sindacalisti la risoluzione della banca con queste parole: “…purtroppo, non si è potuto evitare che gli obbligazionisti subordinati contribuissero in maniera significativa alla rinascita della banca. E’ stato un prezzo doloroso ma limitato. Del resto, in questo modo sono stati completamente salvaguardati i correntisti e i dipendenti. E non un solo posto di lavoro è andato perduto!” conclude, con un tono che parte contrito e sale fino a comunicare un inaspettato colpo di fortuna, una vincita alla lotteria. Invece, ci sta dicendo che ci fanno fallire e che espropriano il denaro dei nostri clienti. Non riuscirò mai a rendere con sufficiente accuratezza l’ammirazione che provo per questo genere di pornografica disinvoltura nel travisare le cose.

La decisione della Corte Europea di questi giorni rinnova il dolore e l’amarezza. Con questa decisione, definitiva, la Corte afferma che la Commissione Europea commise un “errore di diritto” nel considerare “aiuti di Stato” quelli concessi dal Fitd a Tercas. Ricordo che lì una pronuncia della Commissaria europea ci fu, ed infatti è stato possibile impugnarla. Nel caso di Carife, come sopra descritto, ci fu addirittura il contrario: l’Europa indicò una strada, ma il Governo italiano decise di non seguirla, e di fare pulizia della banca dissestata drenando il denaro dei risparmiatori: pensionati, dipendenti, artigiani, piccoli imprenditori, dipendenti della banca, loro amici e parenti che ne misero in dubbio la buonafede. Un massacro esistenziale, non solo sociale, del quale Ferrara pagherà il prezzo per decenni. Perché adesso si parla di risarcimenti per i danneggiati, ma aldilà delle perplessità per le possibili basi giuridiche di un simile ricorso se riferito a Ferrara, la storia non si è fermata e soprattutto non è possibile riavvolgerne il nastro.
Non ci meritavamo i Murolo, i commissari, Renzi e i suoi silenziosi accoliti locali, però li abbiamo avuti e li abbiamo subiti tutti, fino in fondo. Non so dire se questa sia la nemesi per una qualche colpa collettiva di cui ci siamo macchiati. Di sicuro i terremoti sono stati tanti, da quello fisico a quello economico, e hanno scavato ancora più nel profondo quella ‘busa’ nella quale viviamo.
Ci resta la bellezza malinconica delle emergenze urbanistiche, come certi sprazzi dell’Addizione Erculea, che dal Castello ci precipita nella piena campagna attraverso pochi passi che risuonano silenziosi sull’acciottolato più struggente d’Europa. Non è un patrimonio di poco conto, a pensarci bene.

In copertina:  Ferrara: corso Ercole I d’Este (foto Ferrara Terra e acqua)

 

ALTRI SGUARDI
Alba, dolce e creativa alba

La brezza all’alba ha segreti da dirti. Non tornare a dormire. (Rumi)

IMG_5491Ferrara è bella questa mattina, particolarmente bella. Si risveglia in un’alba avvolta di rosa, quasi petali leggeri cadessero dal cielo, una lacrima di un giovane angelo commosso davanti a tanta bellezza. Sembra una bella addormentata distesa su petali lilla che dolcemente apre gli occhi dopo un lungo sonno. Forse Lucrezia sta vegliando sulla città, con la sua divina eleganza. Forse Ercole si compiace della leggerezza dei passi sui ciottoli di una delle vie più misteriose e avvolgenti d’Europa, che come per magia (e che onore) porta proprio il suo nome. Magari Borso guarda all’ingiù, compiaciuto di tante stradine brulicanti di musica, di poesia e di pensieri, di voltini antichi che avvolgono i turisti, di piccioni che zampettano alla ricerca di bambini che ormai non danno più loro alcun chicco croccante di granoturco. Certo che stamane Ferrara è davvero bella.

Dalla bianca tenda ricamata si intravvedono i tetti addormentati, le nuvole si confondono con quei ricami leziosi e preziosi, preziose esse proprio come loro. In un lungo abbraccio senza fine, quei pizzi e quel cielo rosato si perdono all’orizzonte. Quasi si confondono. Si avvicina la primavera, i peschi sono già in fiore, rosa anch’essi, l’erba spunta irrispettosa e cristallina fra le pietre antiche. Il campanile della cattedrale, alto, elegante e meravigliosamente diritto, saluta il cielo, come ogni mattina, nebbia o non nebbia, sole o pioggia, vento o sereno, da lontano mi da il benvenuto. Ancora, sempre, ogni volta che rientro. Immancabile, puntale, sicuro, certo. Rosa. Sempre. Il solito piccione curioso si affaccia sul davanzale di marmo, sembra aver dimenticato le poche lucciole che ieri sera cercavano spazio. Il rumore dei vetri svuotati dai cassonetti sembra un tintinnio lontano, non da fastidio, in fondo è una sveglia allegra dopo una notte baldanzosa che, nella via, ha salutato amici che se ne tornano a casa. Dopo una bella e profumata birra artigianale e qualche spensierata chiacchiera in più. Gioia, poca noia. Aromi.

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Tutto profuma di rosa. Il cielo, il letto, le lenzuola, il divano, la camicia da notte, il balcone. Tutto sa di bello, tutto sa di felicità. Sono io o questo cielo? Magari lo siamo insieme, felici. L’ultimo lampione si è appena spento, piano piano, lasciando spazio alla luce del sole. Ora lui non serve più, almeno fino a un’altra notte, quella che, preceduta da un altrettanto splendido tramonto rosa, lascerà spazio ai sogni. Buongiorno Este, buongiorno città che necessiti di una piccola sveglia, buongiorno storia, anche la mia.

Che il rosa vi avvolga.

Fotografie di Simonetta Sandri

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INTERNAZIONALE
Giardini da immaginare: tour nella storia

Giardini che c’erano e che ci sono ancora un poco. Sono quelli che ti porta a vedere la visita guidata “Verde estense”, organizzata all’interno di Internazionale, a Ferrara da ieri e fino a oggi pomeriggio. Il giro è gratuito, ma per partecipare bisogna prenotarsi all’Infopoint sul listone, in piazza Trento Trieste (oggi, domenica 4 ottobre 2015, ore 9-11). Oppure ci si può provare, a presentare sul posto, sperando che qualcuno che si è prenotato non ci sia.

Il giro vale il rischio. Perché quelli che si vanno a vedere non sono tanto i giardini che ci sono, ma soprattutto quelli che avrebbero potuto esserci, quelli favolosi di un tempo andato e quelli che qualcuno – come Giorgio Bassani o i duchi estensi – ha immaginato. Luoghi che magari si conoscono anche già, dove si è passati tante volte, ma da riguardare con occhi nuovi.

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Giardino delle duchesse a Ferrara con l’attrice e regista del Teatro Ferrara off, Roberta Pazi (foto Giorgia Mazzotti)
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Giardino delle duchesse a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Si parte dal Giardino delle duchesse, il cortile in cui si entra sia dal portone aperto su via Garibaldi 6 sia da piazza Castello. Qui la prima, bella sorpresa adesso è di trovarlo sgombro, vuoto, senza tutte quelle panche, bancarelle, casette tirolesi che tante volte lo affollano. Vabbè: in un angolo ci sono delle transenne e una ruspa; il terreno è chiazzato di pozzanghere che colmano il terreno sconnesso; la ghiaia si alterna a un praticello sparuto. Però, finalmente, si può spaziare con lo vista e immaginare questo luogo che accoglieva gli ospiti di Palazzo ducale (ora Municipio) e – soprattutto – ci si può riempire gli occhi dell’albero che troneggia lì in un bell’angolo, con le sue foglie rigogliose e i rami carichi di pomi verdi e tondi, che tra un poco si trasformeranno in cachi arancioni.

Il percorso prosegue dentro al castello e poi giù in corso Ercole I d’Este, la strada ferrarese dei giardini. A partire dal cortile con chiostro e pozzo del palazzo più celebre, che è Palazzo dei Diamanti, con una sbirciatina a quelli di tutti gli altri signori che accolsero l’invito ducale di dotarsi di un palazzo circondato da fronde, fiori e frutti. In mezzo c’è Parco Massari, giardino pubblico da diversi decenni. Lo storico Francesco Scafuri, in veste di guida, spiega perché è un luogo sempre così piacevole. Nel 1852 i conti Massari lo comprano e decidono di trasformare le aiuole rigide e i sentieri retti in uno spazio curvilineo e il più possibile simile a qualcosa di naturale, quasi selvatico. Non più giardino all’italiana, geometrico e schematico, ma parco di alberi e sentieri tortuosi, un luogo dove perdersi e fantasticare; dove riflettere, gioire o lasciarsi andare alla malinconia in sintonia con la natura.

Infine il giardino di palazzo Trotti Mosti. Niente di speciale, tutto sommato, a vedere questo prato con un po’ di alberi e un muretto intorno che affianca la sede del dipartimento di giurisprudenza, in corso Ercole I d’Este 37. Così, almeno, lo si può giudicare se ci si passa distratti e superficiali. La spiegazione dello storico rivela invece che proprio questo potrebbe essere uno dei giardini più cercati della città, da parte tanto dei ferraresi quanto dei visitatori di Ferrara: il romanzesco parco che dà il titolo al “Giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani. Proprio quello, sì. A rivelarlo a Scafuri un signore ormai molto anziano, che gli ha raccontato la sua frequentazione dell’edificio negli anni ’30, all’epoca abitazione della famiglia Pisa, di origine ebraica. E che ha voluto fargli sapere come nella lettura del romanzo più famoso di Bassani lo avessero colpito tanti particolari della case e del giardino che aveva visto proprio lì dentro. La distesa verde, certo, era un po’ diversa da adesso, molto più grande, tanto da scavalcare vie ed edifici arrivando fino in via Pavone.

La realtà e l’espansione edilizia cittadina hanno ristretto lo spazio del verde, ma la mente può partire da questi luoghi aperti e ricominciare a spaziare.

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Bicicletta per altoparlanti accompagna la visita guidata ai giardini (foto Giorgia Mazzotti)
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Parco Massari di Ferrara raccontato dallo storico Francesco Scafuri (foto Giorgia Mazzotti)
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Intervento del Teatro Nucleo a Parco Massari (foto Giorgia Mazzotti)
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Giardino di palazzo Trotti Mosti, a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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IMMAGINARIO
Palestra all’aperto.
La foto di oggi…

Una palestra a cielo aperto. E’ quella messa a disposizione di tutti gli amanti dell’attività sportiva in mezzo all’aria e al verde, come quelli che corrono, camminano e fanno movimento sulle Mura alberate di Ferrara. Adesso ci sono attrezzi per sviluppare i pettorali, la panca coi pedali per rafforzare la resistenza, il chest per le braccia, l’hip per i fianchi. Il nuovo parco per l’attività fisica, gratuito e aperto a tutti, è stato appena inaugurato di fronte alla Casa degli Angeli, dove si uniscono via Orlando Furioso e corso Ercole I d’Este. A cura del Progetto di cooperazione transfrontaliera Italia Slovenia (Pangea) con Comune di Ferrara, Università e Soprintendenza per i beni architettonici.

OGGI – IMMAGINARIO SPORT

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Sportivi in azione con gli attrezzi davanti alla Casa degli Angeli, in fondo a via Orlando Furioso e corso Ercole I d’Este
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Palestra cielo aperto accanto alle Mura di Ferrara

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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LA MOSTRA
C’era un ragazzo nel ’43, ora si racconta

Era un ragazzo ferrarese, William Ferrari. Alle spalle un’infanzia e una giovinezza tranquille tra via Calcagnini e Scandiana. Poi scoppia la seconda guerra mondiale e lui entra in Marina. L’8 settembre 1943 ha 20 anni e – come tutto il Paese – non sa più bene da che parte sta o dovrebbe essere. I tedeschi, non più alleati, gli chiedono se passa dalla loro parte. Non accetta e lo fanno prigioniero. Rinchiuso in un carro bestiame, inizia un viaggio allucinante verso la Germania. “Ci sarebbe stato posto per venti al massimo – racconta – e invece eravamo più di cinquanta”. Da quel carro, diretto in un campo di lavori forzati, riesce a gettare fuori un biglietto, poi un altro e un altro ancora. Cerca soprattutto di rassicurare i suoi genitori: “Non allarmatevi che io godo di ottima salute”. Tre persone diverse, in tre città diverse attraverso le quali passa quel carro, raccolgono per terra le lettere spiegazzate e le fanno avere ai genitori.

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Al Museo della Resistenza uno dei biglietti scritti nel ’43 da William Ferrari sul carro che lo sta deportando

Da oggi sono in mostra al Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara documenti, immagini e testimonianze legati a William (che – da noi – si legge Villiam). Raccontano la vicenda di un ragazzo come tanti, precipitato nella storia soffrendola sulla sua pelle. La mostra a cura di Antonella Guarnieri è realizzata anche grazie al contributo di Paolo Ferrari, il figlio di William. Biglietti scritti a mano, fotografie e riproduzioni ruotano attorno a questo ventenne, che d’un tratto si trova a lottare contro una prigionia inaspettata, in preda a fame, prevaricazione, fatica e paura quotidiana.
“La storia di William – spiega la studiosa Antonella Guarnieri – in realtà è la storia di tanti”. Si è calcolato che sono stati tra i 600 e i 650mila i militari italiani che, dopo il proclama dell’armistizio di Badoglio con gli Alleati, si trovano faccia a faccia coi tedeschi e, anziché accettare di passare dalla loro parte, cedono le armi e vengono fatti prigionieri.

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La lettera alla famiglia della persona che ha ritrovato uno dei biglietto lanciati da William Ferrari ragazzo

La cosa straordinaria è che William questa storia l’ha vissuta, ha conservato memoria di quel momento e questa mattina era lì con i suoi 92 anni, testimone lucido e pacato nella saletta del museo che ora ospita la mostra storico-documentaria “William Ferrari, un marinaio tra guerra e deportazione e altri volti di ex Internati militari italiani”.
Il carro su cui viene fatto salire il giovane Ferrari viaggia per tre giorni e tre notti, senza che venga dato niente da mangiare e senza mai che si possa uscire o andare in un bagno. Non ha nemmeno matita o biro per scrivere, William. Ma vuole fare sapere qualcosa a mamma e papà. Così gratta della ruggine da una parete del carro e la inumidisce per mettere sulla carta quei messaggi. Non sa bene dove si trova, mentre li butta fuori. Li raccoglie una signora a Treviso, una persona a Mestre e un’altra a Marghera. E tutti questi italiani prendono i foglietti e si prodigano per fare arrivare quei messaggi a Ferrara.

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Il “passaporto” con cui viene schedato William Ferrari dai tedeschi e ora al Museo diiRisorgimento e Resistenza di Ferrara

Il terzo giorno è il 22 settembre 1943 e il carro arriva in Germania. I prigionieri vengono smistati in campi di lavoro. Sulla loro casacca viene dipinta la sigla Imi, che vuol dire “Internati militari italiani”. Significa che non sono considerati prigionieri, e che quindi non godono nemmeno di quel minimo di tutele previste dal trattato di Ginevra. Diventano forza lavoro e basta. Schiavi da far sgobbare nelle miniere, nelle industrie o nei cantieri tedeschi . Dieci ore al giorno di fatica e una specie di pasto a fine giornata, una “sbobba indistinta e acquosa dove, se eri fortunato, potevi trovare un pezzo di patata”.

Nelle baracche – racconta Ferrari – non ci sono nemmeno le brande. Solo mucchi di paglia su cui i lavoratori forzati si gettano ogni sera, esausti. Appena qualcuno viene visto lavorare un po’ meno o se ci persone che arrivano in ritardo alla chiamata mattutina, la regola è quella di contare i prigionieri a gruppi di cinque; il quinto finisce impiccato davanti a tutti, come monito. William finisce in un’industria di motori. La soda con cui deve pulire i meccanismi di acciaio distrugge i suoi abiti e lui cerca di tenersi lontano dal liquido corrosivo, mentre lo getta. Uno dei controllori lo punisce per questo e lo trasferisce nella Compagnia di disciplina, il reparto di lavoro più duro. Anziché il misero pasto al giorno, solo una brodaglia ogni due giorni. Lo mandano in miniera un po’, poi nei boschi. “Quei boschi – sorride – sono stati forse la mia salvezza”. Mentre scava le trincee in mezzo agli alberi, trova vermi e lumache che può inghiottire.

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William Ferrari tra il figlio Paolo e il nipote Matteo

Nella baracca gelata dove torna alla sera i suoi compagni sono russi, francesi, anche tedeschi che si sono opposti al regime. Due gli anni passati lì, con inverni di 13 gradi sottozero e oltre, neve, sfinimento, fame e bastonate che ogni tanto il prigioniero incaricato di controllarli tira contro di loro. “Lo faceva – spiega – per cercare di accattivarsi le simpatie dei tedeschi”. Nell’agosto del 1945 esce dalla baracca e vede il campo coperto di teli bianchi. E’ la resa tedesca. Sono arrivati i russi e gli americani. William segue un gruppo dove capisce che ci sono altri italiani come lui. E’ un carro americano. Lo visitano, curano ferite, danno cibo poco a poco per non traumatizzare i fisici debilitati. Un mese dopo William riparte per l’Italia. Arriva finalmente a Ferrara. Ritrova la famiglia, si sposa e ora ha il figlio Paolo, 51 anni, e il nipote Matteo, 24 anni. Il passato entra nel presente. Il Museo della Resistenza lo racconta.

La mostra è “William Ferrari, un marinaio tra guerra e deportazione”, in corso Ercole I d’Este 19, fino all’8 febbraio, ore 9-13 e 15-18, chiuso il lunedì.

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LA PROPOSTA
Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico

Il castello di Ferrara è un quadrilatero con sole due facce, quella che guarda il corso Martiri e l’altra rivolta a piazza Savonarola. Gli altri due lati sono di scorrimento, sostanzialmente invisibili perché non adeguatamente valorizzati. Il prospetto che sta fra viale Cavour e corso Giovecca è sacrificato al transito automobilistico, mentre come un retrobottega è stato sempre trattato il fronte che guarda i “giardini della Standa” (tutti continuano a chiamarli così perché nessuno ha mai saputo il loro nome, che è stato recentemente cambiato in “20 e 29 maggio 2012” in memoria del terremoto).

Bene, anzi: male. La città Unesco è tale per il carattere dell’impianto urbanistico del suo centro storico e vanta alcune perle famose nel mondo: il palazzo dei Diamanti, corso Ercole d’Este (definita da Byron la strada più bella d’Europa), il duomo, palazzo Schifanoia, le vie medievali, le mura. Fra i monumenti eccelle il castello Estense. Possibile non si possa fare nulla per meglio esaltarne i pregi?
Proprio in questi giorni il deputato Alessandro Bratti ha rilanciato l’idea di chiudere l’asse Cavour-Giovecca fra l’intersezione con via Spadari (palazzo delle poste) e quella con via Bersaglieri del Po. Rendere pedonali quei 500 metri di strada darebbe un nuovo volto alla città e nuova vita all’area monumentale. Ferrara, che con Perugia ebbe per prima l’intuizione e la forza di impedire alle auto l’ingresso in centro all’inizio degli anni Settanta, deve ritrovare quello slancio e quel coraggio di scommettere su se stessa.

Ma si potrebbe fare ancora di più. Sotto viale Cavour, scorre l’antico canale Panfilio, che fino all’Ottocento conferiva al centro di Ferrara un carattere “veneziano”, con acqua e ponticelli di attraversamento. Fu creato artificialmente e progressivamente ampliato fra la fine del Cinquecento e la metà del 1600, e tombato nel 1880. Riportarlo alla luce si può!
Non è un’idea folle, è un progetto grandioso che rilancia l’ambizione di una città che nel Rinascimento fu riconosciuta capitale artistica e culturale d’Europa e che nei secoli seguenti è andata progressivamente spegnendosi, per pigrizia intellettuale, facendosi provincia di se stessa e di un provincialismo senz’anima e senza ambizioni.

In uno slancio neorinascimentale, lanciarono questa proposta anni fa lo scrittore Roberto Pazzi e lo storico dell’arte Ranieri Varese. Nonostante la loro fama e la riconosciuta autorevolezza furono sostanzialmente irrisi come sognatori fuori tempo. Invece quell’idea fu seriamente considerata e ripresa dallo stimatissimo architetto Carlo Bassi, che in un prezioso documento del 2004, dal titolo “Come sogno Ferrara fra 10 anni” (raccolta di opinioni promossa dall’associazione il Pane e le Rose), scrisse: “Demolirei viale Cavour per ritrovare il canale Panfilio. La vecchia idea di Ranieri Varese e Roberto Pazzi bocciata come una inutile fantasia di mezza estate ritengo invece che sia di grande attualità per dare un senso a questo viale ʹumbertinoʹ così estraneo, nella sua dimensione, allo spirito della città”.
In realtà non sarebbe neppure necessario smantellare la via, già basterebbe riaprire la parte di controviale fra il palazzo delle poste e il castello per conferire a quel tratto stradale, che è preludio ai tesori antichi, la funzione di suggestiva porta di accesso alle meraviglie della città estense.

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Le suggestioni di Camerani: ombre d’artista all’ombra di Matisse

Ombre all’ombra di Matisse. Sono quelle tracciate da Maurizio Camerani, scultore e video artista, che con le sue opere dialoga con i quadri del maestro fauve francese. L’allestimento è alla Mlb home-gallery di Ferrara, che si trova lungo la stessa, bella via di Palazzo dei Diamanti dove è allestita l’esposizione di Henri Matisse: sul corso Ercole d’Este, ma una manciata di numeri civici più in su, vicino al castello del centro cittadino.

Una visita alla galleria-abitazione di Maria Livia Brunelli è un’opportunità per entrare in confidenza con l’arte minimale di Camerani, ma anche con quella ricca e variopinta di Matisse. In uno spazio che è familiare e intimo, ogni dettaglio richiama la fusione tra l’arte e la vita che è intorno. Come le piccole sagome in pasta frolla a forma di pesci, di mani e di piedi, create per il buffet da Laura Saetti: un abbraccio tra arte e materia quotidiana che – in questo caso – si può fare proprio, assaporare, masticare, digerire.

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I “Pesci rossi” di Matisse, di Camerani e del buffet

Affascinato dai momenti sospesi e dalle suggestioni che coglie nei quadri del pittore , Camerani riprende elementi delle sue stesse video-installazioni degli anni ’80 e li affianca a dettagli ricorrenti dei quadri di Matisse. Ogni opera è un assemblaggio che mette insieme un fotogramma dei suoi video con alcuni particolari matissiani, catturati sotto forma di ombra. Ecco allora il segno della matita morbida su carta, che va a comporre il riflesso che può lasciare una figura: la silhouette di un piede con la cavigliera da odalisca; la sagoma di una tazzina rovesciata; un tamburello; una rosa e una lucertola; le mani di una danzatrice; pesci rossi; foglie lobate di una pianta di filodendro che evoca vecchi appartamenti borghesi. Sono ombre, dunque, riflessi che proprio di riflessione parlano e alla riflessione portano.

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Odalisca di Matisse e opere di Camerani alla Mlb

Nella casa-galleria al primo piano del palazzo è aperto un catalogo dell’opera di Henri Matisse. Camerani indica su una pagina la riproduzione del quadro dell’odalisca addormentata con accanto una tazzina capovolta e una scacchiera. E si chiede: “Cosa sarà successo in quella stanza? Si sono amati? Hanno litigato?”. Un particolare che esce da quell’opera, così piena di colori da sopraffarci, per diventare protagonista in punta di matita sopra un foglio di carta montato su telaio. La riduzione al bianco e nero diventa un percorso di indagine, interrogazione, insinuazione di un mistero.

In un video la sagoma rossastra di una danzatrice si muove come nel celebre olio su tela intitolato “La danza” e dipinto da Matisse in varie versioni nel primo decennio del ’900. La didascalia spiega: “Aurora si muove con la sua ombra, la rincorre, la tocca, la tira verso di sè, poi la lascia libera di fluttuare”.

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La Danza di Matisse e di Camerani

In un’altra opera le sagome dei pesci riprodotte con la matita sulla carta sono come ombre create dalla luce sulla parete dietro a un acquario, con le dimensioni degli animali che variano, rimpicciolite o ingrandite mentre navigano nell’acqua a causa dell’effetto ottico del vetro e delle luci. La suggestione è completata dalla presenza di tre pesciolini veri, che nuotano in una sfera di vetro a ricordare i “Pesci rossi” dipinti da Matisse all’interno di altre stanze, vicino ad altre finestre, in momenti e luoghi passati. “La tecnica esecutiva della matita – racconta Camerani – è un intreccio di segni, che mi costringe a un tempo lungo di permanenza sull’opera. E’ quasi un mantra, un tempo riflessivo e si collega alla mia matrice minimalista nell’ambito dell’arte”. Un mantra che riporta qui e adesso l’epoca fauve della Francia d’inizio Novecento, la rivisita in chiave moderna, la spoglia e la rinnova.

La mostra “Maurizio Camerani Atelier Matisse” in corso Ercole I d’Este 3 è aperta fino al 14 settembre; fino al 29 giugno è visitabile ogni sabato e domenica dalle 15 alle 19 con ingresso libero anche senza appuntamento. Negli altri giorni info allo 346 7953757 o sul sito della galleria (www.mlbgallery.com.)

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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