Tag: Covid19

La pandemia ci libererà dalle bugie?

 

Fino a poco tempo fa esisteva il vaccino, adesso che ne sappiamo qualcosa in più abbiamo scoperto che non esiste il vaccino ma esistono i vaccini.

Abbiamo scoperto che ci sono i vaccini vivi attenuati (morbillo), i vaccini inattivi (antipolio), i vaccini ad antigeni purificati (pertosse), i vaccini ad anatossine (tetano), i vaccini a Dna ricombinante (Ebola) e che ognuno di questi utilizza un metodo diverso per combattere la malattia specifica, dai microbi vivi ai virus o batteri uccisi con il calore, dagli antigeni alle sostanze tossiche prodotte dai batteri a quelli prodotti copiando informazioni genetiche dei virus.

E a tutti questi si aggiunge il vaccino oggi più famoso, quello che impegna il dibattito pubblico in maniera scomposta, quello anti Covid 19. Attualmente sembra quello più tecnologico, è a base di Rna messaggero (o Mrna), ovvero di una delle due molecole contenenti le informazioni genetiche specifiche per ogni organismo vivente.

L’altra molecola è il Dna, e mentre questa contiene tutte le informazioni necessarie alla vita, spetta al Rna il compito di trasmetterle alla cellula che permette poi la produzione di tutte le proteine che a loro volta permettono a noi di vivere.

Un’altra scoperta che abbiamo fatto riguarda proprio quest’ultimo vaccino.
Gli studi per produrre un vaccino utilizzando Rna messaggero sono iniziati da decenni ma non per prevenire i coronavirus bensì alcuni tipi di tumore, come quello alla prostata o al polmone nonché per prevenire alcune malattie autoimmuni come l’Alzheimer. Il successo di queste ricerche è arrivato grazie al fatto che a BioNTech e Moderna sono stati dirottati fiumi di miliardi, un sostegno senza precedenti da parte degli stati, gli unici a poter spendere per queste finalità e in queste quantità.

Nei decenni precedenti gli studi si erano infatti sempre interrotti per mancanza di fondi, e del resto sappiamo bene quando questa pandemia sia stata esacerbata proprio a causa dei tagli alla sanità e alla ricerca che ci hanno costretto a rincorrere, non essendo stati talmente saggi da prevenire.

Ma proprio questa pandemia ha permesso un salto di qualità e di quantità nella spesa pubblica. Ci siamo resi conto che è possibile fare deficit oltre il 10% e spendere addirittura 156 miliardi in un anno tenendo oltretutto le persone a casa, chiudendo interi settori produttivi e con il PIL italiano e mondiale in caduta libera. Abbiamo imparato che una decisione politica può essere più forte dell’economia.

A questo punto ci sarebbero alcune domande che dovremmo porci e porre.
Ad esempio, perché oggi è stato possibile mentre dopo la grande crisi del 2008 e quelle seguenti non lo era stato? In Italia molte famiglie e numerose aziende furono ridotte alla fame, la povertà aumentò in maniera esponenziale e appena prima della pandemia ancora non si era recuperato tutto ciò che con quella crisi si era perso. Si sarebbero potuti evitare sacrifici e suicidi, disoccupazione e disperazione. Tutto oggi dovrebbe apparire chiaro, comprese le colpe, fu per politica e non per economia.

Nel 2020 non ci si poteva permettere una nuova devastante crisi, sarebbe stato troppo. Ma già si comincia a parlare di restituzione, cioè dovremmo restituire i soldi a noi stessi, visto che la raccolta è stata fatta vendendo Btp e che questi sono stati comprati praticamente tutti da Banche Centrali e nazionali.

Bankitalia, ad esempio, a luglio 2021 aveva in contabilità oltre 631 miliardi di Btp, denaro creato quindi, ma non bisogna dirlo a voce troppo alta. Perché c’è il rischio che i cittadini possano imparare che esistono pasti gratis, ed è questa la prima e più grande verità che il potere deve nascondere.

E allora oggi il punto non è, secondo me, il green pass. Se il vaccino Mrna funziona davvero allora dovremmo pretendere che fiumi di denaro finiscano in ricerca, in scuole e università e sanità perché si arrivi a sconfiggere le altre malattie che sono pandemie perenni e con le quali conviviamo forse inutilmente, per mancanza di soldi che ci sono sempre stati e della giusta decisione politica.
E perché si smetta di mentire sulla capacità di uno Stato di poter spendere per le politiche sociali, per il lavoro, per la casa e per tutto quello che potrebbe rendere la vita “degna di essere vissuta”.

Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi

Stiamo un po’ calmini

Prosegue, in tutto il Paese, la sconcertante ondata di euforia provocata dalle prestazioni della nostra Nazionale.
Si respira un clima degno della festosa Norimberga negli anni del Reich.
Si vedono a tutte le ore caroselli con bandiere, musicaccia, musica un po’ meglio, petardi, pistole, bazooka, bambini strafatti di popper, genitori ubriachi e nonni bombati di cocktail di farmaci.
Tutto questo fa certamente bene all’umore del Paese: ma non si può certo continuare così perché tutto questo è molto pericoloso in ottica assembramenti & covid-19.
C’è da essere sinceramente preoccupati per la sfida dei “nostri ragazzi” – in programma questo sabato – agli ottavi di finale.
Fortunatamente, la partita si svolgerà a Wembley e non all’Olimpico di Roma.
Questa casualità potrebbe sì alleggerire la situazione: ma anche peggiorarla sensibilmente, accentuando la follia serpeggiante iniziata dalle settimane di poco precedenti l’inizio della massima competizione continentale per squadre nazionali.
Che dire?
Intanto: Forza azzurri!
Ma anche: stiamo un attimino calmi, per Dio.
Comunque buona settimana a tutti e speriamo bene.

World in motion (New Order, 1998)

“Lavarsene le mani”…
in tutti i sensi che vi vengono in mente

Inizia la Settimana Santa e la Chiesa, come in ogni Domenica delle Palme, ripropone la lettura della Passione. Viene letto ancora una volta il celebre passaggio in cui Ponzio Pilato si lava simbolicamente le mani: «Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!”» (Mt 27, 24). Da qui il celebre modo di dire.
Quest’anno il passaggio mi ha colpito in modo particolare, perché mi è saltato subito in mente quante volte dobbiamo (certamente con un significato diverso) lavarci le mani in questo tempo di pandemia. Allora, presa dalla curiosità, ho fatto una piccola ricerca.
Ho scoperto che degli studi dell’Università del Michigan (2011, link qui) condotti dagli psicologi Spike Wing Sing Lee e Norbert Schwarz confermano che lavare le mani aiuta a lavar via il senso di colpa e rafforza una decisione presa e che, magari, non convince del tutto.
Nei loro esperimenti, gli studiosi hanno ingaggiato quaranta studenti universitari fingendo si trattasse di un’indagine sui consumatori. Dovevano valutare delle copertine di CD e dei vasetti di marmellata, ma anche del sapone liquido e delle salviette igienizzanti. Ad alcuni è stato chiesto di provare il sapone o le salviette, ad altri solo di valutarne l’aspetto. Coloro che avevano provveduto al lavaggio delle mani sembravano molto più felici della soluzione adottata rispetto a quanti non lo avevano fatto, e meno propensi a cercare giustificazioni.
Il professor Lee ha spiegato al Daily Mail (link qui) che «Il gesto di lavarsi le mani ha il significato di cancellare i dubbi, perché quando una persona prende una decisione, spesso è chiamata a scegliere fra due possibilità, in molti casi entrambe interessanti. […] Il nostro studio ha dimostrato che, dopo che le persone si sono lavate le mani, non si sentono più in dovere di giustificare la loro scelta, come se l’acqua avesse lavato via tutti i loro dubbi e la necessità compulsiva di dare una spiegazione alla decisione adottata».
Precedenti ricerche del team hanno stabilito un legame anche tra lavarsi le mani e “pulirsi la coscienza”. Altri studi dell’Università di Toronto hanno infatti sottolineato come il gesto aiuti a distaccarsi dagli eventi e dagli impegni; i ricercatori ipotizzano che le aree del cervello che si occupano della pulizia fisica si sovrappongano a quelle che elaborano la purezza psicologica.

Inflazione: problema reale o suggestione?

 

In questo periodo l’attenzione degli italiani è tutta per il Covid 19 e i colori di Comuni, Province e Regioni ma la mia, inspiegabilmente, è stata catturata da un video che gira in rete, incentrato sui pericoli dell’inflazione e con relatore un noto onorevole ed economista, Luigi Marattin. Un video che per quanto mi riguarda ha già avuto successo, visto che mi ha ispirato le considerazioni che sto per condividere e che potrebbero servire come spunto di riflessione anche a chi mi sta leggendo.
Esistono le suggestioni, quelle che durano a lungo, decenni, persino secoli e per essere abbandonate, per lasciar spazio alla realtà e alla logica hanno bisogno di un trauma, di una condizione nuova, rivoluzionaria, che abbia la forza dirompente di risvegliare la nostra parte assopita, assente, perché le difficoltà della vita costringono alla delega delle decisioni, persino alla delega dei bisogni, nella speranza (suggestioni) che il nostro bisogno coincida con quello del delegato.
Jean-Baptiste Say (1767 – 1832) è stato il principale economista classico francese, il suo pensiero è stata la suggestione dell’800 e oltre, “l’offerta crea sempre la sua domanda”, dogma nelle università e nelle istituzioni (elitarie ovviamente) che riversò le sue conseguenze sui suggestionati fino al crollo di Wall Street e alla grande depressione. Trauma, conseguente fine della suggestione, e risveglio a base di ricette keynesiane.
Una crisi epocale l’abbiamo avuta anche noi e oggi, quando ancora non ci eravamo completamente risollevati a causa delle note ricette tecniche, siamo stati sorpresi da una ulteriore crisi portata da una incredibile e inaspettata pandemia che sta scoperchiando ancor di più tutti gli errori del passato prossimo. Ma, invece delle ricette keynesiane, da noi è arrivato Draghi e si profilano nuove ricette tecniche, miste ad un’operazione di assemblaggio di politici etichettati a priori come “i migliori”.
Intanto è un fatto, siamo in una crisi economica e servono soluzioni, e l’argomento di discussione dovrebbe essere sul come sostenere la ripresa economica nei prossimi mesi o anni. Deve essere la Bce a monetizzare il gap esistente tra domanda e offerta oppure bisogna chiedere prestiti finanziati dagli stessi stati che li chiederanno? In altri termini, la Bce dovrebbe mettere a disposizione soldi nuovi da utilizzare immediatamente nell’economia oppure dovrebbe attingere a quelli in circolazione e a disposizione di investitori internazionali (cioè attraverso mercati e finanza)? Dobbiamo stampare moneta oppure chiedere prestiti? Dobbiamo limitarci a pensare a come utilizzare i fondi del Next Generation Eu oppure si potrebbe andare oltre?
Tante possibili domande che cercano risposte e a cui il video in argomento contribuisce dicendo cosa assolutamente non deve essere fatto a prescindere: stampare moneta, lasciarsi catturare dalle sirene della sovranità monetaria. E se questo non si può fare l’alternativa è ovviamente chiedere prestiti, questo sì che è una cosa saggia, oltre che figlia di una suggestione che si avvicina anch’essa alle 100 candeline. Quando la Bce, o una qualsiasi altra banca centrale, crea moneta stampandola questa produce inflazione che, prima o poi, si trasforma in iperinflazione. L’unica soluzione possibile o consona è, quindi, chiedere prestiti o accettare programmi di aiuto.
“Ho un albero di mele e del terreno libero per piantare altri meli, ma siccome il raccolto potrebbe poi essere troppo abbondante e qualche mela potrebbe marcire, chiedo un po’ di mele in prestito al mio vicino promettendogli di restituirgli capitale e interessi oppure, se non riesco, di sistemargli le aiuole o di cedergli parte della mia casa.”
Affidarsi alla suggestione dell’inflazione come fenomeno esclusivamente “cattivo”, elevarlo al nemico dietro l’angolo, assolve dall’eventuale peccato di uscire dal pensiero comune, ma non tiene conto di ragione, analisi storica e comparazione degli eventi. La crisi del 2007 – 2008 e quella da Covid-19 hanno tolto moneta dal circuito economico e allora oggi ci sono più prodotti che soldi per acquistarli, quindi stampandoli si coprirebbe semplicemente un buco per poi ripartire senza debito e catene. I prestiti comportano (giustamente) una restituzione di capitale e interessi nonché sudditanza politica.
Bisognerebbe ricordare che quando si è affidato alle banche centrali la moneta, condividendo con essa il potere sovrano della sua creazione, le è stato consegnato la macchina per stamparli e il dovere del controllo che ne fossero stampati nella quantità giusta, né troppo né troppo pochi.
“Ho tante mele e una sola bocca per mangiarle, posso tagliare l’albero oppure potarne qualche ramo o utilizzare il surplus per farci barattoli di marmellata di mele e conservarli per il futuro.” Insomma c’è sempre una scelta da contrapporre all’impulso di distruggere la fonte di approvvigionamento o limitare la possibilità di un investimento.
Si aiutano le future generazioni, e noi stessi, conservando i mezzi di difesa e di attacco che l’economia, in senso lato, ci mette a disposizione. Affidarsi ai prestiti europei significa affidarsi a qualcosa che non possiamo controllare e questo creerà sicuri problemi. L’aumento delle risorse trovate in questo modo corrisponderà alla diminuzione della capacità di spesa futura perché se si accetta che il denaro sia una quantità prestabilita, allora bisogna essere pronti fin da subito all’idea che nel futuro prossimo bisognerà ribilanciare tale quantità. Quindi nel mondo che avremo si consoliderà l’idea che la moneta è merce ed è scarsa, che saremo costantemente in deflazione e che sempre più gente soffrirà la fame in nome di qualcosa che semplicemente non esiste.
Ma torniamo nello specifico dell’inflazione. Questa viene solo dopo aver coperto quel buco esistente tra la capacità di produzione e la quantità di moneta in circolazione. Se ho 10 mele e 10 soldi ogni mela mi costa 1 soldo, se poi stampo 100 soldi senza aumentare la produzione di mele allora la stessa mela mi costerà 10 soldi.
Milano Finanza ha pubblicato un articolo in queste settimane in cui si fanno i calcoli sull’aumento dell’offerta di denaro negli Usa. Ebbene, l’offerta di moneta M2, cioè quelle attività finanziarie che hanno elevata liquidità e valore certo in qualsiasi momento futuro (essenzialmente i depositi bancari e quelli postali), è aumentata di 4.000 miliardi di dollari nel 2020. Il tasso di inflazione a gennaio 2021 era 1,4%, cioè stampo moneta con un aumento del +26% rispetto all’anno precedente ma sorprendentemente non ottengo inflazione.
In Eurozona, e solo con le operazioni di Quantitative Easing, dal 2015 ad oggi si è fornito al sistema denaro per 3.066 miliardi di euro.

Il tasso di inflazione nella stessa area a gennaio 2021 è arrivato allo 0,90%.
Ma perché a Weimar e nello Zimbawe, in Argentina e in Venezuela c’è stata o c’è inflazione, addirittura iperinflazione e a noi niente? Forse c’è qualcosa da rivedere, che a mio modesto avviso potrebbe non essere stato considerato, qualche connessione di natura storica e strutturale forse è saltata.
Partiamo da una differenza di fondo, la differenza tra inflazione e iperinflazione per arrivare a quando o come la prima si trasforma nella sua patologia.

Come si può notare per calcolare l’iperinflazione si guarda al tempo necessario per il raddoppio dei prezzi che nel caso dell’Ungheria del 1946 avveniva ogni 15 ore, a Weimar ogni 3,7 giorni mentre nello Zimbawe il raddoppio era giornaliero e il tasso di inflazione, sempre giornaliero, era del 98%. Normalmente noi ci occupiamo e siamo coinvolti in aumenti annuali e anche quando sono a due cifre, come nell’Italia degli anni ’80 in cui si arrivò al 20%, non necessariamente si assiste a casi di suicidi, chiusure aziende e licenziamenti a catena come succede nei casi di deflazione tipo quella della crisi del 2008 fino ai giorni nostri.
A Weimar ci si arrivò come conseguenza di una guerra mondiale, di un trattato di pace sbagliato e di un’occupazione dei territori maggiormente produttivi da parte dei paesi vincitori. Allo Zimbawe dopo una rivoluzione che portò improvvisamente al governo persone non preparate nella gestione della macchina amministrativa e produttiva, la scelta di investimenti in armi e una guerra al Congo per impossessarsi delle sue risorse. All’Argentina per scelte populiste di politica economica e sociali che portarono alla necessità di agganciare la propria moneta ad una moneta estera (cosa che si fa quando la situazione monetaria interna è già molto compromessa). Al Venezuela per incapacità gestionale delle ricchezze petrolifere e per il tentativo di volersi distaccare dall’influenza geopolitica americana.
Cioè oggi non bisogna stampare moneta perché: “Ho un albero di mele che mi potrebbe sfamare, ma come dimenticare che in Karponistan nel 1967 il raccolto andò a male, meglio chiedere un Recovery”
In una realtà di paesi occidentali normalmente produttivi il problema serio e da tenere sotto controllo risulta essere la deflazione, cioè la mancanza di denaro, e non il suo contrario che è appunto l’inflazione, cioè l’abbondanza di moneta.
In paesi dove c’è alta capacità produttiva e mancanza di tensioni significative con l’estero, il problema è l’incapacità di alimentare il sistema economico con la giusta quantità di moneta. Solitamente è necessario aggiungere e non togliere, ma questo sarebbe troppo democratico e toglierebbe potere a chi poi la moneta la controlla. Se tutti possono utilizzare l’acqua del fiume che scorre in abbondanza, questa non ha valore, ma se costruisco una diga e comincio a razionarla, questa acquista un grande valore per chi deve bere e un grande guadagno per chi controlla la diga.
Il denaro, pur avendo una storia millenaria che meriterebbe approfondimenti, è disarmante nella sua semplicità di funzionamento pratico. Riflette beni e servizi prodotti e quindi se viene a mancare impedisce gli scambi e, di conseguenza, manda in crisi l’economia perché l’economia è scambio e il pil si calcola proprio su questi. Il denaro, però, è un po’ più complicato dal punto di vista politico e del potere che rappresenta, ma questa è un’altra storia.
Che tipo di problema abbiamo dunque oggi in Italia e in Europa? Siamo tutti bloccati in casa. Le aziende sono aperte a sprazzi e i lavoratori restano a casa con la preoccupazione del futuro. Sono semi-chiusi i bar, i ristoranti e i negozi in centro, mentre misteriosamente continuano ad aprire nuovi centri commerciali, almeno a Ferrara (nota polemica). Quindi i bar, i ristoranti e chi si occupa di turismo ma anche gli studi professionali e i parrucchieri, dovranno ricevere dilazioni nei pagamenti delle tasse e prestiti a tassi vantaggiosi dalle banche oppure sarebbe il caso di dar loro soldi senza condizioni e a fondo perduto al solo scopo di coprire un buco tra un lockdown e l’altro, tra una zona gialla e una rossa?
In fondo è come chiedersi se sia più importante avere 1.000 euro oppure un respiratore che salva la vita a nostro nonno, padre o fratello o addirittura figlio. A cosa servono mille euro se non a rappresentare un bene o un servizio immediato che preservi la vita o la dignità di un essere umano?
L’inflazione sarà pure un fenomeno monetario ma non è neutro ne nelle origini né nelle conseguenze. La scelta di stampare moneta in un paese avanzato e produttivo è politica, cioè qualcuno decide di farlo e di conseguenza è politica anche la scelta della deflazione, cioè qualcuno decide di non farlo. Le conseguenze non sono monetarie ma politiche, cioè chi decide di stampare cerca di far riprendere gli scambi e le attività commerciali e quindi sta aiutando i cittadini, mentre chi vuole chiedere prestiti o aiuti sta creando deflazione, cioè continua a mettere merci/servizi e denaro sullo stesso piano di importanza.
Chi sceglie tra stampare o chiedere prestiti a prima vista sta scegliendo tra inflazione e deflazione, cioè sta scegliendo quale fenomeno monetario causare. Da un esame più attento si potrebbe però scoprire che sta scegliendo come utilizzare il proprio potere e chi favorire, sta quindi scegliendo quale fenomeno sociale creare, povertà o benessere.

IL VIRUS DELLA DISEGUAGLIANZA
La pandemia ha reso forti i divari già presenti nella società

 

Le 1.000 persone più ricche del mondo hanno recuperato in appena nove mesi tutte le perdite accumulate per l’emergenza Covid-19, mentre i più poveri per riprendersi dalle catastrofiche conseguenze della pandemia potrebbero impiegare più di 10 anni. È quanto emerge da Il virus della disuguaglianza, il rapporto pubblicato da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze in occasione del World Economic Forum di Davos.
A dicembre la ricchezza dei miliardari nel mondo aveva raggiunto il massimo storico di 11.950 miliardi di dollari, ossia quanto stanziato da tutti i Paesi del G20 per rispondere al coronavirus.

Il Covid19 ha reso più evidenti alcuni importanti divari già presenti all’interno della società. La fascia meno istruita è stata ulteriormente penalizzata, nel lavoro e nelle condizioni di vita. Angus Deaton, premio Nobel studioso delle diseguaglianze, sostiene che il Covid19 aumenterà il divario tra ricchi e poveri in America. La pandemia ha colpito prima e di più i Paesi ricchi, finendo per ridurre in qualche modo il divario tra Paesi ricchi e poveri. “Questo è forse l’unico modo in cui il Covid ha reso il mondo giusto” scrive Deaton.

Un sondaggio globale svolto da Oxfam in 79 paesi rafforza tali previsioni, mentre la Banca Mondiale prevede che entro il 2030 oltre mezzo miliardo di persone in più vivranno in povertà.
Le donne, ancora una volta, sono le più colpite perché impiegate nei settori professionali più duramente colpiti. Le donne rappresentano oltre il 70% della forza lavoro impiegata in professioni sanitarie o lavori sociali e di cura. Questo le espone a maggiori rischi.
La pandemia uccide in modo disuguale: sono le donne e le minoranze etniche a subire il peso maggiore della crisi. In molti paesi sono i primi a rischiare di soffrire la fame e ritrovarsi tagliati fuori dall’assistenza sanitaria”.

I divari nell’istruzione hanno inciso in modo forte: 1/3 degli americani ha un diploma universitario e 2/3 invece ne è sprovvisto. Un fattore, questo, che comporta come prima conseguenza la possibilità o meno di accedere ad un posto di lavoro e, dunque, di avere o meno un dato stile di vita. Si nota ancora quindi – prosegue – che dal 1990 al 2018, l’aspettativa di vita di chi è sprovvisto di istruzione, non ha subito variazioni in positivo. Per contro, in questi 2/3 di popolazione si assiste invece a una più diffusa abitudine al fumo e alle droghe.
In questo contesto il Covid19 ha ampliato le disuguaglianze. I meno istruiti si sono trovati in condizione di non poter lavorare da remoto.

Un altro importante dato di diseguaglianza riguarda le donne. Perché le donne potrebbero soffrirne di più? Prima di tutto perché ci sono molte meno donne che lavorano: il 94% degli uomini tra i 25 e i 54 anni ha un’occupazione, contro il 63% delle donne nella medesima fascia di età.
Le donne, quando lavorano, hanno uno stipendio minore. Gli ultimi dati Eurostat sulla disparità salariale tra uomo e donna in Europa [Vedi qui], registrano una differenza media del 15%.
Oltre all’aspetto economico vi sono implicazioni sociali. Secondo le Nazioni Unite, la chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti aumenta la mole di lavoro domestico e di cura. Le donne che lavorano spendono, in media 4,1 ore al giorno per i lavori domestici e di cura non retribuita, contro solo 1,7 ore al giorno degli uomini. La pandemia enfatizza le note e sedimentate disparità.

BUFALE & BUGIE
“Negazionisti” che non negano

Assegnare etichette e attaccare l’avversario sono i modi migliori per evitare di discutere. In mancanza di capacità argomentative, l’utilizzo di fallacie del ragionamento dirotta l’attenzione su questioni superflue e ininfluenti, e il gioco è fatto.

Se addirittura il servizio pubblico posta sulla propria piattaforma di notizie, Rai News, un articolo dal titolo “Coronavirus, “No Mask” e “No Vax” in piazza a Roma. Polemiche per partecipanti senza mascherine”, lo scorso 5 settembre, non c’è che da preoccuparsi. Basta informarsi su chi ha organizzato la manifestazione, l’associazione di promozione sociale Popolo delle mamme [vedi qui], per far crollare le forzature tendenziose divulgate dalla tv di Stato. Secondo il suo atto costitutivo, l’associazione si propone di salvaguardare la qualità di vita di bambine e bambini, di tutelare il diritto alla vita e di promuovere la tutela della fertilità naturale. Lo statuto, inoltre, prevede la difesa da abusi e violazioni riguardanti il diritto alla vita. Più nello specifico, il Popolo delle mamme si oppone all’applicazione delle leggi Lorenzin e Azzolina, considerate contrarie ai princìpi della Costituzione italiana quanto ad autodeterminazione sanitaria e al riconoscimento del diritto allo studio, in violazione peraltro del concetto di medicina personalizzata e delle più elementari fondamenta dell’educazione. La manifestazione tenutasi a Roma ha accolto chiunque appoggiasse i valori proclamati, senza colori di parte o di partito. “No Mask” e “No Vax”? No, semmai persone contrarie all’estensione generalizzata di misure sanitarie monche di una base scientifica che le giustifichi. E neppure si capisce come mai la notizia di una manifestazione sia interamente focalizzata sulle polemiche e non sui contenuti della stessa. Nel sommario leggiamo infatti di un “rischio sanzioni” e di un commento negativo fornito dal ministro Speranza. E continuando, “in piazza gruppi di estrema destra, ma anche di sinistra”; nessun approfondimento però sui dubbi, sollevati da parte di chi ha organizzato l’evento e riportati nell’articolo, relativamente alla sicurezza dei vaccini e agli effetti sulla salute di quelli pediatrici. Si assiste a una semplice elencazione degli argomenti toccati, come in un flusso di coscienza, eppure nessuno di questi viene spiegato, nonostante all’incontro abbiano partecipato anche figure della ricerca italiana. Al contrario, sono le polemiche esterne a essere sviluppate con più nutrite argomentazioni, le quali diventano occasione per ribadire le “misure di sicurezza” non rispettate da gran parte della piazza.

Dittatura sanitaria” può sembrare un’espressione forte, tuttavia trova il supporto, tra gli altri, di uno scenario ipotizzato dalla Rockefeller Foundation [vedi qui]. Ma al di là di tali interpretazioni, ciò che è certo è che dipingere una situazione per quello che non è non può dirsi giornalismo. E’ negazionista chi non nega l’esistenza del virus, o chi nega un’informazione imparziale alla cittadinanza?

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

BUFALE E BUGIE
Ci si riammala, serve il vaccino! Ma…

Da quando la vita ha lasciato il posto alla sopravvivenza, facendo dimenticare che i rischi del vivere sono connaturati nell’esistenza stessa, il timore di smarrire la salute è divenuto il nuovo comun denominatore a tutti i componenti della nostra società. Una paura irrazionale, tuttavia, che non sa concretarsi in una cosciente acquisizione di modus vivendi sani e profilattici.

Business Insider Italia, che già avevo segnalato per disinformazione scientifica, è tornato lo scorso 28 agosto ad alimentare gli allarmismi ingiustificati degli ultimi tempi: “Ora c’è la conferma: di Covid ci si può ammalare di nuovo. Ma il vaccino servirà comunque”. E invece la realtà è diversa: non c’è alcuna conferma. Lo studio citato [vedi qui], il cui testo originale è stato accettato ma non ancora pubblicato in via definitiva, per cui è suscettibile di interventi correttivi, presenta l’ipotesi di un caso di reinfezione da SarsCov-2, che nulla ha a che vedere con il ritorno di una malattia, in questo caso la Covid-19. L’uomo incriminato, che a seguito di alcuni sintomi primaverili riconducibili a tale patologia era risultato positivo al test del tampone, ed è stato perciò ritenuto da essa colpito, al ritorno da un viaggio è stato sottoposto a un ulteriore tampone nel mese di agosto, rivelandosi nuovamente positivo, ma in totale assenza di sintomi. Le analisi condotte hanno evidenziato sia la probabile presenza di una immunità nel paziente conseguente alla prima infezione, sia l’appartenenza a due ceppi diversi del virus individuato nelle due occasioni. Addirittura, “il ceppo virale rilevato nel secondo episodio è completamente diverso da quello trovato nel primo”, nonostante l’articolo italiano parli di “una varietà leggermente differente”. Ma anche un’altra sbrigativa affermazione si discosta dai contenuti del manoscritto: “la sua carica virale era comunque alta. Il che significa che avrebbe potuto infettare altre persone”, mentre piuttosto la contagiosità è fortemente condizionata dalla presenza di sintomi, e infatti di ciò non si parla nel testo del paper. L’accento, infine, viene spostato sulla questione vaccini, ma pure in questo caso lo studio originale sembra mostrare uno scenario differente. I risultati ottenuti farebbero pensare, infatti, che i vaccini contro il nuovo coronavirus potrebbero, testualmente, non essere in grado di fornire una protezione permanente contro il malanno. A ogni modo, comunque, non è affatto dimostrato al momento che un eventuale vaccino “proteggerebbe in ogni caso dall’eventualità di ammalarsi gravemente”. Ciò non è ancora certo, né può essere esteso all’intera popolazione.

Il nuovo studio non menziona casi di una ricaduta da Covid-19, mai dimostrata scientificamente. Semplicemente, testimonia la possibilità, considerata rara, di avere esito positivo al tampone anche dopo aver avuto sintomi in passato. E i dubbi sul vaccino si mantengono tuttora.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

BUFALE & BUGIE
Chi è il nuovo untore?

L’ansiogena rincorsa all’ultima novità sull’argomento dell’anno non dà segni di allentamento, e chi non si è mosso sin da gennaio a studiarlo e approfondirlo non può sperare proprio ora di recuperare con semplicità il bandolo della matassa.

La caccia all’untore prosegue, tocca adesso alle giovani generazioni. Ce ne dava notizia l’Ansa, il 20 agosto, con un titolo e un articolo certi del contenuto: “Coronavirus, i bambini sono diffusori silenziosi”. L’agenzia di stampa ha tuttavia ignorato il contesto in cui si inserisce lo studio scientifico, dimenticando di segnalare diversi elementi imprescindibili per la sua corretta comprensione. Per cominciare, si tratta di un articolo in attesa di pubblicazione e ancora suscettibile di modifiche prima della versione finale. Venendo alla ricerca condotta, essenziale risulta il campione stabilito e testato: 192 individui fino ai 22 anni di età, con sospetta infezione [vedi qui] da SarsCov-2, che si sono presentati al pronto soccorso, o che sono stati ricoverati per sospetta o confermata infezione da SarsCov-2, oppure per la presenza della MisC, la sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica, al momento ritenuta associata e non causata dal germe menzionato. La metodologia principale usata per indagare la positività al virus è stata quella del tampone oro-nasofaringeo, analizzato tramite la tecnica della Real Time Polymerase Chain ReactionReal Time Pcr – , utilizzata per quantificare le espressioni geniche, esaminare le variazioni riscontrate e misurare la quantità di sequenze degli acidi nucleici in determinati campioni. L’inventore della Pcr, il Nobel Kary Mullis, sottolineava tuttavia come la propria creazione permettesse di scovare sequenze genetiche di virus, ma non i virus stessi. I limiti dei tamponi nelle analisi diagnostiche, tra falsi positivi e falsi negativi, sono ampiamente conosciuti, così come la possibilità che presentino contaminazioni e che non vengano effettuati correttamente [vedi qui], divenendo un rischio per la salute pubblica e individuale. I risultati dello studio, circoscritti dai paletti che abbiamo dovuto evidenziare, fanno emergere pertanto una ipotetica carica virale più alta, nelle vie respiratorie dei soggetti attenzionati, rispetto ai pazienti adulti ricoverati nelle terapie intensive. Il che non equivale a una maggiore contagiosità, nonostante la notizia italiana sia quasi interamente concentrata su questo aspetto. Per di più, dalla lettura si rischia di cadere nel tranello che assimila il microbo a una malattia: dire che le bambine e i bambini non sono immuni dal virus, nel senso che possono ospitarlo, non significa dire automaticamente che possano esserne attaccati tanto da veder insorgere una patologia.

Scoperta una nuova fonte di contagio? No. Il paper prossimo alla pubblicazione non aggiunge nulla alle conoscenze attuali sulla diffusione del SarsCov-2, tantomeno sulla vulnerabilità degli individui più giovani alla Covid-19.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

BUFALE & BUGIE
Mascherine e ossigeno: il falso mistero

Fino a prima che scoppiasse il caso mediatico della diffusione globale del nuovo ceppo di coronavirus, era abbastanza raro trovare nei comuni sistemi di informazione notizie e approfondimenti dal mondo scientifico. Nell’ultimo periodo la tendenza sembra essersi invertita, se dovessi però scegliere tra poca ma buona, e tanta ma pessima divulgazione, credo che la preferenza ricadrebbe sulla prima possibilità.

Molte testate e persone si sono dovute reinventare per l’occasione. L’edizione italiana di un sito statunitense dedicato a economia e politica, Business Insider Italia, titolava il 10 agosto: “Un medico corre 35 km con una mascherina anti Covid per sfatare una convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”. La notizia dell’impresa compiuta dal dottor Tom Lawton – impegnato nel campo dell’anestesia e della rianimazione, con un particolare interesse per l’informatica – , finanziata dal basso [vedi qui] e raccontata in presa diretta da egli stesso su Twitter [vedi qui], meritava certamente una sua diffusione al grande pubblico, parimenti ad altre sperimentazioni similari con risultati opposti. Il problema condiviso da questi test è tuttavia uno: non avvenendo in una situazione controllata e non seguendo un protocollo approvato a monte e descritto nel dettaglio, per consentire la ripetizione della prova da persone terze sulla base di uno studio regolarmente refertato e pubblicato, non possono ambire a un loro pieno riconoscimento di validità scientifica. Ecco dunque emergere l’imprescindibile e disattesa necessità, da parte dell’articolista, di contestualizzare correttamente la notizia all’interno delle attuali conoscenze mediche. Malgrado si parli di “convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”, è già nutrita la bibliografia che evidenzia la possibilità di una riduzione dell’ossigeno disponibile e di un’alterazione dell’aria inspirata soprattutto durante lo svolgimento di un’attività fisica. Ciò non vuol dire che le condizioni appena descritte debbano sempre verificarsi, poiché sono da tenere in considerazione varianti quali il tipo di mascherina, la persona che la indossa, le azioni eseguite, l’ambiente circostante… Allo stesso modo, gli esperimenti che giungono a conclusioni diverse sono validi per gli individui e lo scenario analizzati, ma non sono estendibili in generale a tutta la popolazione e a tutte le situazioni possibili. Del resto, gli effetti collaterali che possono derivare da uno scorretto utilizzo di tali dispositivi sono già conosciuti, e riconosciuti anche da chi è più incline a ritenere maggiormente rilevanti i benefici, in una immaginaria pesatura dei pro e dei contro.

Tom Lawton ha fatto vedere come le misurazioni effettuate dal proprio strumento sull’aria trattenuta dalla propria mascherina rientrassero nei parametri definiti sicuri. Ma trasformare questo dato in un consiglio comportamentale indiscriminato può rivelarsi un pericolo per la salute.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

BUFALE & BUGIE Fake news di Trump, o fake news su Trump?

Non è mai terminata la campagna denigratoria contro Donald Trump iniziata oramai in vista delle elezioni statunitensi del 2016, è anzi sempre più accesa e mistificatoria in questi ultimi mesi. Per evitare di assistere a una riconferma del presidente concentrato sulla federazione che governa, si arriva spesso a negare la stessa evidenza dei fatti.

Sul carrozzone della disinformazione si vedono salire anche testate pronte a evadere dal proprio campo di attività pur di sposare un ideale più alto. E’ il caso de Il Sole 24 Ore, specializzato in economia, che il 6 agosto scorso si è avventurato in considerazioni scientifiche: “Facebook rimuove e Twitter blocca video di Trump con false informazioni sul virus”. La notizia, in questo caso, è l’azione portata avanti dai due colossi della comunicazione, ma il giornalista Riccardo Barlaam – i cui argomenti di interesse sono l’economia, la finanza e la politica internazionale, e gli Stati Uniti – ha deciso autonomamente che i materiali incriminati contenessero informazioni errate sull’agente microbico. Di più, perché la teoria del corrispondente è illustrata nel sommario, secondo il quale “il fatto che i bambini sarebbero immuni dal coronavirus” è una “tesi senza fondamento scientifico”. Non si sta parlando, tuttavia, né di una tesi personale né di una posizione controversa, ma dei risultati raccolti nei numerosi mesi toccati dalla diffusione del SarsCov-2: secondo la letteratura scientifica attuale [vedi qui], gli individui con età inferiore ai diciotto anni, in condizioni di normalità, sono praticamente incolumi rispetto alla Covid-19, e pertanto non contribuiscono quasi in alcun modo al contagio, non possedendo abbastanza carica virale. La chiusura dell’articolo, inoltre, marca l’accento sui mancati interventi del passato rispetto a due affermazioni false che avrebbero visto il presidente americano come protagonista. Si tira in ballo il presunto suggerimento alla popolazione di ingerire candeggina contro la malattia, ma ciò non è mai avvenuto, nonostante l’avvenimento sia presentato senza alcuna ombra di dubbio. Per di più, si aggiunge la dichiarazione secondo cui l’esposizione alle luci ultraviolette sia in grado di contrastare il virus in questione; ebbene, anche stavolta non si tratta di una strana convinzione appartenente a una minoranza, ma di una scoperta scientifica nota e acclarata da diverso tempo.

Se anche le linee editoriali condotte dalla maggior parte dei media non combaciano esattamente con le politiche di un esponente al governo, l’inganno e la falsificazione dei dati scientifici condivisi a livello internazionale non dovrebbero in alcun caso essere consentite. Donald Trump si appropria di evidenze scientifiche utili alla propria agenda? Libero di farlo, ma questo non comporta la libertà che si arrogano i mezzi di informazione nel confondere le carte in tavola e comunicare visioni prive di fondamenta al pubblico lettore.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

BUFALE & BUGIE
L’ascensore maledetto: cosa dice davvero lo studio scientifico

Terrorista: quante volte al giorno sentivamo pronunciare questa parola fino allo scorso anno? Sembrava fosse riconosciuta da chiunque come la colpa del secolo, ma dovevamo ancora affrontare quella che da mesi chiamano “transizione alla nuova normalità”.

La persona asintomatica – rispetto a quale malanno, tuttavia, non è mai specificato – è la nuova figura untrice dei nostri tempi. Tanto che, quando il 15 luglio lessi sull’Huffington Post “Così un’asintomatica ha contagiato 71 persone prendendo un ascensore”, il puzzo di notizia farlocca non ha tardato a palesarsi. La ricerca scientifica cui si fa riferimento, pur mostrando un titolo concettualmente identico, non ne giustifica l’utilizzo a fini giornalistici. Mentre chi appartiene al mondo scientifico, infatti, possiede le competenze utili per leggere gli studi pubblicati, che quasi mai presentano dimostrazioni assolute, chi non ne fa parte rischia di assumere per certo dati che certi non sono. L’indicativo presente sfoggiato dall’articolista afferma una verità assente nello studio scientifico, ma addirittura non è quest’ultimo la sua fonte, come risulta evidente dall’informazione secondo cui il viaggio in ascensore della donna asintomatica sarebbe durato sessanta secondi. Dato, questo, apparso sin dai primi articoli [vedi qui] battuti dopo circa una decina di giorni dalla pubblicazione della ricerca, e non presente in quest’ultima. Leggendo con attenzione il paper che imposta e rende pubblica la questione, e che al momento attuale è un semplice report della ricerca condotta non definitivo e suscettibile di modifiche, è già il primo capoverso a indicare l’interpretazione fornita come probabile, e non sicura. Al contrario di quanto si legge sul sito italiano, non è detto che il focolaio sia partito dalla donna asintomatica: lo stesso studio afferma che le prime cinque persone ipoteticamente infettate dalla donna, per via indiretta, non hanno seguito nei giorni precedenti un regime di quarantena – solo lei è stata tenuta a farlo, provenendo dagli Stati Uniti – . Semmai, non hanno frequentato luoghi a trasmissione sostenuta del SarsCov-2, secondo i dati utilizzati a riguardo. Il fulcro del problema è tuttavia un altro. La vicenda studiata è ambientata in piena epidemia primaverile, tra marzo e aprile, e difficilmente è attualizzabile ai giorni in cui se ne è data notizia, per non dire che è impossibile estenderla ai mesi futuri.

Di certo sappiamo che la ricostruzione esposta dal notiziario non consegna al pubblico la corretta chiave di lettura: se anche l’ipotesi epidemiologica in discussione fosse la più probabile, i risultati sarebbero utili semplicemente per comprendere le modalità specifiche di diffusione che hanno caratterizzato questo determinato virus nel periodo e nel luogo descritti. Nessun allarme in vista.

BUFALE & BUGIE
Storia di un Sindaco “complottista”: ma i suoi dubbi sul 5 G sono gli stessi della scienza indipendente

Ecco un altro sindaco complottista che luddisticamente priva la propria città del necessario progresso tecnologico! Che ne sarà mai della transizione al digitale, se un primo cittadino ha ancora la facoltà di mettere i bastoni fra le ruote alle compagnie telefoniche? Ne è convinto il Corriere della Sera, il quale il 7 luglio scorso titolava allarmato “Reggio Calabria: – Stop 5G – . Con il Covid boom dei comuni contro le antenne”, parlando di un vero e proprio ‘fenomeno nazionale’.
L’articolo di Claudio Del Frate, cronista non specializzato in giornalismo scientifico, già nel sommario affianca le parole di Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, alla presunta posizione degli ‘scienziati’, evidenziandone la distanza, e cita “la teoria che accosta il 5G al coronavirus”, anch’essa da loro smentita. Le cinque pagine dell’ordinanza sindacale [vedi qui], tuttavia, contengono tutti i riferimenti necessari alla piena comprensione dei motivi alla base della decisione, e non risulterebbe possibile, dopo una sua lettura e verifica fattuale, produrre considerazioni e diffondere inesattezze come quelle presenti sul quotidiano.

Nella letteratura scientifica ufficiale, infatti, già da tempo sono presenti studi che hanno dimostrato, ovvero hanno prodotto evidenze a riguardo, l’impatto biologico del 5G, e più in generale della trasmissione senza fili. Uno dei più insigni ricercatori al mondo, dalla carriera invidiabile come Joel Moskowitz, non ha dubbi in proposito; a ben guardare, il dibattito interno alla comunità scientifica è incentrato sul ‘come’ tutto questo sia dannoso per la vita, non sul ‘se’.

Le meta-analisi condotte dal professor Angelo Gino Levis sui finanziamenti, le firme e le metodologie usate negli studi pubblicati, prevedibilmente, non hanno che evidenziato l’esistenza di due realtà parallele: da un lato, gli studi che alle spalle vantano i portatori di interesse, caratterizzati da errori e assenza di significato scientifico, ma pronti a negare gli effetti dell’esposizione all’inquinamento elettromagnetico – che ha aumentato il fondo naturale di miliardi di volte – ; dall’altro, gli studi indipendenti che non presentano carenze metodologiche e sono concordi nell’individuazione di effetti significativi. Per non parlare del tendenzioso avvicinamento alla teoria della Covid-19 causata dal 5G, che nulla ha a che vedere con l’ordinanza. Ma gli effetti dell’elettrosmog sulle difese immunitarie sono già acquisiti dalla scienza. E che dire dello studio, citato dal Corriere, firmato dall’Istituto Superiore di Sanità? E’ ricco di falle e questioni aperte [vedi qui].

‘La scienza’ è dunque tutt’altro che unanime sul tema in questione. Curioso il fatto che i media ci propinino sempre la stessa visione, non trovate? Io non credo però che i dati raccolti dalla scienza, quella vera, debbano incidere automaticamente sulle scelte politiche. Spetta a noi informarci e decidere della nostra salute.

Dora, Amalia e l’incendio di via Santoni Rosa

Qui a Pontalba siamo tutti dispiaciuti della morte di Dora, la signora anziana che abitava in via Santoni Rosa a pochi isolati di distanza da casa nostra. Dora era simpatica, ci piaceva tanto. Alla mattina usciva a spazzare davanti al suo grande portone di legno e se mi vedeva, diceva: “Ecco Rebecca, una delle tre meraviglie di via Santoni”  (le altre due meraviglie sono i miei fratelli: Valeria e Enrico). Amalia, la sorella di Dora, è rimasta da poco sola in quella vecchia casa. Ha  novant’anni. Il suo cervello funziona ancora bene, le sue gambe molto meno.

Quando la zia Costanza era piccola, Amalia e Dora erano giovani e arzille. Portavano dei cappellini vivaci con fiori e piume e cantavano come due sirene. La zia se le ricorda sedute vicine nel banco in chiesa, mentre intonavano le canzoni della Messa di Natale. Anche la nonna Anna se le ricorda.
Quando la zia Costanza aveva quattro anni, la zia Rachele tre e mia madre non era ancora nata, la nostra casa in via Santoni Rosa andò a fuoco.
C’era una caldaia a nafta posizionata in uno stanzino tra la cucina e un’ala diroccata dello stesso stabile, proprio lì si scatenò l’incendio.  Alcuni anni dopo quell’ala in disuso fu restaurata ed è diventata  la mia casa attuale. In quella drammatica notte, un grumo di combustibile  intasò la caldaia e causò l’incendio che si propagò per buona parte dell’abitazione e distrusse il fienile. Le esalazioni di nafta fecero morire Lisa, il collie delle zie.

Io sono nata molto tempo dopo, ma di quella vicenda ne ho sempre sentito parlare. Le fiamme erano altissime, i pompieri non arrivavano, né quelli della centrale più vicina, né quelli della città. Si erano persi con le loro autobotti nella notte d’autunno che, nella pianura lombarda, sa essere insidiosa e quasi priva di visibilità. Il fuoco imperversava. I nonni e i bisnonni, tutti ormai svegli e usciti in cortile col solo pigiama addosso, non sapevano cosa fare.

La zia Costanza e la zia Rachele furono portate a casa di Dora e Amalia e là si addormentarono, mentre gli adulti continuarono ad aspettare i pompieri. Le fiamme erano violente, rosse come i tramonti di Luglio, bollenti. I nostri vicini trebbiatori provarono a fermarle  con gli estintori in dotazione a chi lavora con le macchine agricole, ma fu inutile. Quelle bisce di fuoco si abbassarono per un attimo e poi ripresero vigore e si innalzarono nel cielo della notte come draghi inferociti. Un po’ alla volta si svegliò tutto il paese. C’era una strana luce e uno strano calore ovunque. Suonarono le campane a martello per avvisare che c’era un dramma in corso.
Poi finalmente arrivarono i pompieri e spensero il fuoco. La casa rimase bollente, piena di schiumogeno, cenere e resti di nafta fuoriuscita dalla cisterna e parzialmente bruciata, per giorni. Quel nero bruciato si era appiccicato alle pareti e si riuscì a liberarsene definitivamente l’estate dopo, quando con l’intonaco nuovo si risistemarono i muri martoriati.
Mentre tutto questo succedeva  le zie dormivano nel letto di Dora e Amalia. Entrambe, seppur piccole, ricordano di essersi svegliate in quel letto “diverso” e di aver avvertito che la situazione era anomala, ma non ricordano molto di più.

Quando sento parlare di incendi ripenso sempre a quel che le zie e la nonna Anna raccontano di quel fuoco violento che devastò parte della nostra casa, per la precisione la parte che poi è stata ristrutturata e dove noi abitiamo adesso. Ho rischiato di perdere la mia abitazione prima ancora di averla trovata. La nostra grande casa di campagna è divisa in due appartamenti: in uno abita la zia Costanza con la nonna, nell’altra abitiamo io, Valeria, Enrico e i nostri genitori. La zia Rachele abita a Torino perché lavora là.

Anche la signora Amalia ricorda bene quella notte. Una volta mi raccontò che era stato un grande spavento, avevano avuto paura che della nostra casa non restasse nulla, tanto l’incendio era alto e autoalimentato (la nafta continuava ad uscire dal bruciatore e nessuno sapeva come fermarla). Nella caldaia c’era trenta quintali di nafta che bruciavano con ardore.
Un amico della nonna tagliò i fili della corrente elettrica che si stavano surriscaldando e i pompieri iniziarono a bagnare con acqua ghiacciata i muri interni della casa che stavano diventando bollenti. Un dramma che ha sfiorato la tragedia.
Dora e Amalia sono state tempestive, ci hanno aiutato, hanno avvolte le zie in coperte e poi le hanno portate a dormire, hanno costretto i nonni a bere un po’ di grappa.
In quel dramma improvviso si è risvegliato, di notte, un intero paese. Insieme alle fiamme si è riaccesa la solidarietà. Insieme al calore del fuoco, via Santoni Rosa è stata invasa dalla bontà di tanti cuori. Si è riscoperta improvvisamente la fratellanza.

La mattina dopo nella mia casa devastata e nera come il carbone, arrivarono diversi piatti di frittelle fumanti, segno inequivocabile di solidarietà e di partecipazione al damma. Non centrava proprio più la politica, le riunioni condominiali, le candidature a Sindaco del paese, la gestione della cassa dell’oratorio e tutte quelle vicende che allertano gli animi in tempo di pace. Una notte sola aveva spazzato via tutti questi piccoli risentimenti di una vita un po’ banale e un po’ ripetitiva. (Soprassederei sull’effettiva utilità di ingurgitare dolci fritti dopo essere stati una notte al freddo e aver provato un forte stringimento di stomaco causato dalla paura e dalla preoccupazione. Là bontà dei cuori va oltre.)

Credo che sia in momenti come quelli che si riscopre la differenza tra l’abitare in un paese  e nella periferia di una grande città. Tutti gli abitanti di via Santoni Rosa si ritrovarono quella notte per strada, senza vestiti, senza scarpe e cercarono di dare il loro aiuto a seconda delle loro possibilità, della competenza, dell’età e della preoccupazione che, a volte, impedisce di vedere le soluzioni più ragionevoli.
Il papà di Camilla andò sull’angolo della via ad aspettare i pompieri, Amalia chiamò il medico di guardia per il nonno che stava male, gli zii che abitavano in piazza si misero a pregare e accesero delle belle candele suoi loro comodini.
Il parroco arrivò in bicicletta, la farmacista in vespa, il segretario comunale a piedi perchè la sera prima aveva bevuto e vinto a carte all’osteria e, i postumi della sbornia, gli permettevano di fidarsi solo delle sue gambe.
Il giorno dopo a scuola le maestre fecero fare ai bambini della elementari un tema sull’incendio di via Santoni Rosa, mentre quelli delle medie studiarono come funzionava la combustione della nafta.

Tutto il paese partecipò al dramma e la cosa che sollevò gli animi di tutti è che non morì nessuno, né la casa cadde a pezzi, anzi si salvò e venne ristrutturata. Amalia e Dora raccontarono per anni questa storia con molta fierezza come se l’esito positivo della vicenda fosse, almeno un po’, merito loro.  Forse in parte lo era, come lo era di tutti coloro che in quella notte, rossa come il fuoco e accesa come il sole di mezzogiorno, parteciparono al dramma e provarono a dare il loro contributo allo spegnimento dell’incendio.
Ben diversi sono stati gli eventi a causa dei quali, proprio in quegli anni, sono bruciati fienili carichi di fieno e legname. In quei casi  il dramma assumeva proporzioni rilevanti e i danni economici potevano portare alla rovina dei malcapitati colpiti dal fuoco. A volte  gli incendi erano di natura dolosa, ma di questo a me non è mai stato raccontato nulla.

I bisnonni, i nonni, le zie devono ringraziare  Dora e Amalia che, con la loro solerzia e il loro proverbiale altruismo, si sono precipitate a prendere le due bambine della casa che stava bruciando. Ora Dora purtroppo è morta, ma lei è una nostra defunta, fa parte della nostra tomba di famiglia.
Nei paesi di campagna le storie di incendi sono tante, hanno tante cause, tante conseguenze, tante chiacchiere posticce e a volte anche tante polemiche.

Ma Dora  e Amalia hanno sempre ringraziato il cielo che ai  miei parenti non sia successo niente e che alle due bambine di via Santoni Rosa (la zia Costanza e la zia Rachele) sia continuata ad essere garantita una vita serena e protetta. Le due bambine sono infatti cresciute sane e per nulla traumatizzate dal brutto e pericoloso incidente. Le zie sanno quante candele hanno acceso Dora e Amalia per loro. E di questo non si possono dimenticare. Adesso che Dora è morta di Covid-19, ogni tanto, piangono.  Credo ripensino a tutte le volte che Dora le ha cordialmente salutate, ha sorriso loro, regalato qualche caramella e indicato loro i rondoni pronti a spiccare il volo.  Ripensano a quando, in quella notte di terrore, lei e sua sorella Amalia le hanno fatte dormire nel loro letto perché la casa bruciava. Le zie sanno, perché l’hanno provato sulla loro pelle, che è la presenza  di persone buone che cambia il corso della vita, è il loro amore, la loro forza, la loro fiducia e anche un po’ della loro temerarietà.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Uomo, stampelle

La gamba di Costantino

Mia madre ha un solo fratello e una sola cognata: lo zio Giovanni Ghepardi e sua moglie Ester. Gli zii hanno tre figlie: Ines, Bella e Guenda Ghepardi, che sono le mie cugine. Ines e Bella sono due ragazze bionde con gli occhi azzurri, simpatiche e socievoli. Gestiscono un bar a Cremantello in provincia di Varese, mentre Guenda fa tutt’altro.
In questo periodo di Covid-19 al bar di Ines e Bella è successo di tutto: prima hanno cominciato ad ammalarsi clienti e non si sapeva cosa avessero, poi è arrivata la clausura, poi la riapertura di solo qualche ora al giorno per i tabacchi, poi la riapertura di sei ore al giorno con distanziamento sociale, poi la riapertura definitiva sempre con distanziamento sociale.  Per fortuna il bar Ghepardi è dotato di uno spiazzo antistante il locale dove è possibile mettere tavolini.  Può così ospitare clienti senza ridurre gli accessi in maniera tanto drastica da rendere inutile la riapertura.

Uno dei clienti più assidui del bar è Costantino, guardiano del museo della ceramica di Cremantello.
Costantino ha una gamba sola, una necrosi ossea ha portato all’amputazione dell’arto sinistro quando aveva vent’anni. Ora ne ha sessanta. Al posto della gamba amputata ha una protesi che lui ogni tanto toglie, appoggiandola al muro più vicino e poi dimenticandosela. Resta tranquillo con una gamba sola e non sa più che l’altro arto non è al suo posto “usuale”.  Quando si rende conto che è ora di andare a casa, non sempre ha voglia di riposizionare l’arto finto e chiede a Ines di  riportarlo a casa. E’ già successo più volte. Ines carica Costantino e la sua gamba sulla sua Twingo e li porta a destinazione. Sono solo cinque minuti di macchina. Bella invece non vuole sapere nulla della protesi di Costantino, credo che le faccia impressione.

Costantino dice che ciò che è importante non è la gamba finta, ma quella vera, visto che ne ha solo una. Credo sia proprio così. Avere una sola gamba, una sola mano, un solo occhio, un solo rene, cambia la vita delle persone. Noi non siamo una mente che prescinde dal corpo. Noi siamo mente e corpo insieme. Se cambia il corpo, cambia anche la mente. Cambia il modo in cui noi percepiamo noi stessi, cambia il modo in cui noi ci approcciamo agli altri e soprattutto cambiano le nostre aspettative nei confronti del mondo. Inoltre resta la paura per ciò che potrebbe succedere al corpo rimasto. Una volta ho provato ad approfondire la questione con Costantino.
E’ come pensavo. Costantino ha cambiato vita nel periodo dell’amputazione. Ha smesso di amare il mondo per come l’aveva sempre amato ed ha dovuto da solo ritrovare il senso dell’esistere. Mi ha raccontato che ha passato un intero anno a guardare la gamba che non c’era. Le parlava addirittura: “Gamba mia, perché te ne sei andata, come potrò vivere senza di te?. Tu che eri parte di me più della mia vita, più del mio sangue e delle mie ossa. Come potrò alzarmi al mattina e non vederti con me, sapere che te ne sei andata per sempre?. So che a volte può capitare, ma ora sono qui solo in questa stanza e guardo il vuoto. C’è uno spazio tangibile che prima era occupato da te e che ora non appartiene più a nessuno: come faccio a gestire un posto che prima era tuo e ora è solo del vento?.” Povero Costantino ha sicuramente passato un periodo molto brutto, era anche molto giovane.

Sua sorella ha raccontato a Ines che, dopo il primo periodo di “quasi-autismo”, Costantino ha ripreso a camminare con le sue gambe: a destra quella di carne, a sinistra la protesi. Su e giù per Cremantello con le stampelle, intanto che il cervello e i muscoli si abituavano alla nuova situazione. Si trascinava con il nuovo arto che non aveva niente di simile al precedente e che non gli piaceva per nulla. Era duro, insensibile, poco adattabile ai cambiamenti, si lasciava dimenticare.
Costantino camminò tanto con quell’arto finto, ma così tanto, che alla fine lui e la protesi diventarono familiari e nell’imparentarsi, si riappacificarono.  Arrivarono a quella specie di indifferenza che li contraddistingue attualmente. Una coppia di fatto, mia troppo felice. A Costantino non importa molto della sua gamba finta, dice che a lei non importa nulla di essere dimenticata.

Sempre curiosa la vita degli uomini.  Nelle menomazioni che possono capitare e nel conseguente riadattamento, c’è sempre molto dolore. Il sentirsi diversi, sfortunati, perseguitati, brutti fa molto male. Un “brutto” che dipende dalla diversità è ancora più drammatico.

In questo momento sono al bar Ghepardi. E’ pomeriggio inoltrato, fa caldo. Guardo i clienti che vanno e vengono, la macchina del caffè che sbuffa mentre lavora a pieno regime. Costantino è là con la sua gamba finta. Se ne sta seduto, parla con tutti, gioca a carte. Chissà come sarebbe stata la sua vita con entrambe le gambe. Magari sarebbe diventato un podista, un motociclista, un grande scalatore. Oppure no, sarebbe comunque stato un guardiano di ceramiche.
Ines dice che Costantino le piace, peccato che abbia sessant’anni e sia troppo vecchio per lei. Dice anche che a lei della protesi non importa nulla e nemmeno della gamba sinistra che non c’è. Costantino sa che è così, per questo va sempre al bar Ghepardi.

Una sera, il giorno del compleanno del guardiano di ceramiche, tutti i clienti più assidui del bar si sono legati una gamba con una corda,  dopo averla girata all’insù sotto il ginocchio, in modo da tenere il piede fermo incollato alla coscia e da sembrare tutti degli amputati. Come tante gru addormentate che stanno su una gamba sola, così i clienti del bar sono diventati tanti Costantini. Quando il vero Costantino è arrivato al bar, ha capito subito cosa stesse succedendo e ha ringraziato per gli auguri. Però non ha riso come gli altri speravano. Il vedere tanta gente come lui non l’ha divertito troppo, anche se ha apprezzato lo scopo buono dell’iniziativa.
Ines ha stappato una bottiglia di vino e tutti sono rimasti in bilico su una gamba sola fino all’orario di chiusura. La mattina dopo al bar c’erano pochissimi clienti. Quello strano tenersi in equilibrio come delle gru senza esserci abituati, aveva lasciato alcune conseguenze. Nella notte erano comparsi ai festaioli dolore ai fianchi, alla schiena e alle gambe. La posizione tenuta il giorno prima li aveva temporaneamente messi fuori combattimento.
Uno dei pochi cliente di quella mattina deserta fu Costantino con la sua gamba finta.  Come al solito, dopo un po’ si levò la protesi, dicendo a Ines: “Al Ghepardi oggi c’è una sola gamba buona, quella che è rimasta a me. In questo momento voi di arti buoni non ne avete, quindi per una volta quello messo meglio sono io”. Poi ha sorriso divertito. Era in vantaggio di una gamba su tutti.  Ines e Bella si sono rasserenate.
E’ brillato il sole sul bar Ghepardi, ed era particolarmente bello.

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (5) – Natale con i tuoi, Pasqua con chi puoi

di Giovanna De Simone

Dopo i cenoni della Vigilia e i pranzi natalizi imposti a suon di compromessi e ricatti, con parenti e affini che si è cercato di evitare per tutto l’anno, le festività di Pasqua sono sempre state viste nei secoli come il grido di liberazione da dogmi, legami familiari e altre costrizioni imposte dal sangue e dai contratti. Chi si programmava fughe al mare, chi solitari ritiri di meditazione sulle colline, altri, più semplicemente, picnic in costume al parco urbano con gli amici.
Questa Pasqua di Covid ci ha chiuso in casa con chi, accidentalmente in quel preciso momento storico, stava transitando nei nostri spazi domestici. Come quando una mattina Berlino si svegliò divisa da un muro.
Le tre coinquiline che avevano deciso di non andare ad infettare il paesino natio al Sud, hanno steso un asse di legno fuori dal balcone per congiungersi con il vicino sessantenne che abita da solo e che possiede un barbecue in balcone. Come menù di Pasqua si prevedono scones salati, lasagne al forno, grigliatona di carne e verdure, tiramisù e un paio di bottiglie di Aglianico tenute apposta per le occasioni speciali.
I coniugi che stavano per separarsi hanno deciso di rivelarsi le proprie storie parallele e faranno un pranzo a quattro in diretta Skype con i rispettivi amanti, annullando in questo modo tutte le ritorsioni e le guerre per spartirsi i mobili.
La casalinga per protesta ai doppi lavori forzati a cui è stata costretta in questa quarantena, ordinerà su just eat sushi fino a sfondarsi, solo per sé, lasciando marito e figli nello sconcerto.
Infine si rimpiangeranno le odiose ammucchiate familiari e solo in quel momento, con il cucchiaio affondato nella zuppa inglese e un litro di vino rosso in corpo, si video-chiameranno tutti gli amati parenti-serpenti perché la lontananza si sa, è come il vento, che fa dimenticare chi non si ama.
E in questa Pasqua di coronavirus il cielo è terso, le temperature superano i ventisei gradi e i venti sono assenti.

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (4)
Tana libera vecchio

di Giovanna De Simone

All’inizio lo feci per mio padre.
Poi sì, mi rinchiuse in casa Conte e me lo impose la polizia.
Ma furono le madri, i nonni, le vicine di casa ottantenni che ci fecero rispettare le misure.
Per salvarli.
Mi affaccio alla finestra di casa in questo soleggiato pomeriggio primaverile. Da oggi, per colmo, grazie all’ora legale abbiamo anche un’ora di luce in più.
Comunque sia, mi piazzo con la sedia sul balcone del mio piano attico e guardo il mondo deserto che mi si stende sotto.
Per salvarli.
Ma… cosa ci fanno quelle due anziane alla fermata del bus con il carrellino? Una avrà almeno cento anni. Ecco che adesso ne passa un altro, dagli abiti si direbbe novantenne, che arranca su una bicicletta arrugginita tirata fuori da chissà quale soffitta.
Stamattina, mentre sono andata a buttare la spazzatura, ho persino visto il mio vicino di casa centenario che si faceva un giro sulla carrozzina.
Ora che ci penso, la vecchia zitella del secondo piano, che normalmente vive murata in casa, la vedo a qualsiasi ora del giorno a portare fuori il suo decrepito cane. Passettino dopo passettino, è capace di passarsi la mattina fuori.
Ma cosa succede? Li hanno sdoganati tutti adesso gli anziani?
Chissà, penso mentre continuo ad osservare il lento via vai dei vecchi di questa città. Forse ci sono sempre stati e noi, presi dalle nostre frette, dal lavoro e dalle scadenze, non li abbiamo mai notati, perché correvano ad un ritmo diverso dal nostro, fatto di lente camminate e lunghe pause.
Eccone che passa un altro, appoggiato al bastone, con il giornale sotto braccio.
Ma cos’è? Si sono ringalluzziti solo ora? Dopo vite passate davanti a Barbara D’Urso, hanno scoperto solo ora che esiste un mondo là fuori?!?
Già, forse è proprio così. Probabilmente prima di questa pandemia, con tutto quel casino di moto, auto, scooter, monopattini, a loro gli faceva paura uscire. Ti potevano investire se non attraversavi in fretta sulle strisce pedonali, farti cadere in mezzo alla folla solo urtandoti con un gomito. Cose così.
Eh no, si sentivano troppo fragili nel mondo là fuori.
Solo ora che noi, pavidi di fronte alla morte, ci siamo rinchiusi in casa, loro hanno preso nuovamente possesso della città, delle strade, dei supermercati.
Mio padre, uno dei motivi della mia quarantena, tutte le mattine va a passeggiare lungo gli argini del Po. Poi va a comprare un panino al panificio sotto casa e al pomeriggio va al campo sportivo, di cui è il custode, a fare piccoli lavoretti. Quando ha finito, prende una busta con alcune derrate alimentari dentro, e fa finta di andare al supermercato.
Adesso io non so, forse è il delirio che causa l’isolamento, ma a me a tratti sembra che questa pandemia l’abbiano architettata a tavolino i vecchi, per liberarsi di noi almeno per un po’.

PER CERTI VERSI
A V.

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

A V.

Eri un amico
Di un mio amico fraterno
In parte infermo
In una casa di riposo
Ah il riposo
È diventato sonno eterno
Il covid fu un soffio
A una farfalla morta

FOGLI ERRANTI
SCAMPOLI DI LOCKDOWN (2) – La bugadara solidale

di Giovanna De Simone

“Ciao Isa!”, video-chiamo la mia amica del cuore che abita solo a quindici minuti di bicicletta da qui, ma che ora è distante come anni luce.
“Ciao!”, mi risponde in tuta di felpa rosa, secondo me la stessa che usava alle medie, dalla cucina buia della sua casa. “…scusa”, mi chiede sospettosa, “ma dove sei, che quel posto lì non l’ho mai visto? Confessa! Sei uscita di casa!”.
Oggi è l’innumerevole sabato pomeriggio di isolamento nazionale. Nel Mondo di Fuori è sbocciata una meravigliosa primavera che mai nella storia recente aveva degnato il mese di marzo di cotanta grazia, e io non so neanche come abbia fatto ad arrivare fino a questo punto senza aver compiuto una strage familiare degna dell’Overlook Hotel.
Durante la settimana riesco ad attutire il peso della reclusione perché ne evado legittimamente, andando al lavoro. Nel mio tragitto a piedi fino all’ufficio, scorgo le tendine delle finestre che si scostano e gli sguardi invidiosi dei più, che non hanno avuto il permesso premio.
Ma durante il week end, quando anche i supermercati sono chiusi, quando hai rinvasato anche le piante dei vicini, quando hai pulito dopo quindici anni il garage e la cantina, ti accorgi che gli spazi domestici sono diventati improvvisamente troppo stretti. Una frase del Talmud diceva che gli esseri umani sono come le olive, solo quando vengono schiacciati esprimono il meglio, così oggi sono andata in esplorazione dell’immenso condominio in cui abito.
“Eh no cara mia, non sono uscita oggi!” sorrido attraverso il telefonino alla mia amica, con il vento tra i capelli. “Ho scoperto che ho un terrazzo condominiale!”
Più che un terrazzo, è una colata di cemento, eternit e cacche di piccione, posta alla sommità di questo mostruoso palazzone di sessanta unità che deturpa, come una ferita, il glorioso ingresso dei Duchi nel medioevale centro cittadino.
Per disattendere l’immaginario della maggior parte dei cittadini che lo conoscono, esso non è un blocco di cemento armato, monolitico e compatto anche al suo interno. Il centro del palazzone è invece un tondo vuoto in cui si affacciano i balconi delle cucine delle sessanta famiglie che lo abitano.
La bugadara, in quest’epoca di coronavirus, è quanto mai popolata di un umanità di cui prima non ci era mai accorti.
Ah…ma la dirimpettaia del 4 piano, così seria ed integerrima, si fa le canne?!?
Ma quant’è carino lo studente di fronte?
E da dove l’ha uscita la moglie, quel cretino che abita sopra? Mai vista in quindici anni. La teneva chiusa in soffitta?
I primi saluti, mentre si stendevano le lenzuola, sono iniziati solo dopo il quinto giorno di reclusione. Era un sabato di sole e la fame d’aria ci aveva fatto affacciare tutti alla bugadara.
Chi stendeva le tende, chi dipingeva le ringhiere, chi travasava le piante, altri semplicemente prendevano il sole.
Dalle finestre aperte delle cucine arrivavano profumi di ragù alla sedicesima ebollizione e musica. Qualcuno canticchiava.
“Signora Tinaaaa!”, mi urla la vicina del piano di sotto. Mi affaccio che sto quasi per cadere.
“Salve signora Anna!”
“Volevo ringraziarla per la pianta che mi ha messo ieri davanti alla porta. E’ bellissima!”
“Di niente”
“Senta, sto facendo i maccheroni pasticciati. Ne vuole due porzioni? Gliele metto davanti alla porta.
Tutta la bugadara ascolta interessata e partecipe.
“Scusi lei”, urla il vecchietto della scala B dal terzo piano. “Lei che sta armeggiando con lo smerigliatore”
“Si?”, il novello sposino alza lo sguardo. “Salve, mi dica”, dice così piano che tutta la bugdara di sporge dai balconi per ascoltare.
“Quando ha finito con quella finestra, non è che me lo può prestare?”
“Ma certamente! Ma…come faccio a darglielo? Abita dall’altra parte del palazzo!”
“Guardi, me lo può lasciare stasera vicino ai bidoni della spazzatura. Verso le 21.30…”, poi si gira verso la platea tutta della bugadara, “e che nessuno me lo prenda!”.
Alle 21.30, dopo l’ultima sigaretta affacciati al balcone, le sessanta famiglie della bugadara si augurano collettivamente la buonanotte.

italia

LETTERA APERTA DI UNA SEMPLICE CITTADINA:
“Egr. Sig. Presidente del Consiglio, ecco cosa ci dovrebbe insegnare questo dramma”

Mi voglio rivolgere direttamente a Lei, egregio Presidente del Consiglio on. Giuseppe Conte, perché vorrei poterLa guardare negli occhi e chiederLe a cosa mai sia servito questo dramma così inaspettato ed eloquente rispetto alle scelte sbagliate compiute dai governi precedenti e a quelle che si sarebbero dovute compiere in modo non solo sollecito ma urgente.
Come può essere, signor Presidente, che non siano state concentrate il massimo delle risorse economiche per finanziare, finalmente, la scuola ed il mondo universitario e della ricerca? Questo dopo che si è constatato che ciò che è successo è dovuto in gran parte proprio all’ignoranza nei riguardi della realtà del mondo: della natura umana e della terra. E’ stato solo grazie alla responsabilità dei cittadini che si sono potuti arginare con relativa efficacia i danni avvenuti a causa di scelte irresponsabili e miopi del passato.

Come è possibile che non si sia capito che senza la risposta responsabile degli insegnanti, degli allievi e delle famiglie, nessuno degli obiettivi del governo, rispetto all’emergenza, si sarebbero realizzati?
Come può non tenere conto del fatto che solo grazie agli insegnanti, che si sono messi a disposizione senza chiedere niente in cambio per questo nuovo impegno, parte dei ragazzi ha potuto continuare a usufruire del servizio scolastico, diritto costituzionale. E anche che molti, nonostante questo impegno, sono rimasti scartati da questo servizio per insufficienza di risorse umane e tecnologiche?

Le faccio notare, signor Presidente del Consiglio, che la sospensione delle libertà personali a cui si sono assoggettati tutti i cittadini, ma soprattutto i ragazzi, cioè i meno responsabili di quanto è successo, deve essere giustificata e compensata da un riconoscimento di pari valore e dignità di attenzione e rispetto affinché ciò non debba più accadere in uno Stato democratico degno di questo attributo.

Per questo motivo mi sarei aspettata, e credo non solo io, che le scelte di investimento per far ripartire l’Italia avrebbero riguardato l’ambito dell’educazione, formazione, ricerca e cultura in generale, almeno per il cinquanta per cento delle risorse disponibili. Davvero pensiamo che il mondo futuro possa fare a meno dell’arte, dei musei, della musica, dei teatri, della cultura e della bellezza in generale? Anche questi sono da considerarsi beni primari.
Investire in questo sarebbe il segnale che molti italiani si aspettano per poter capire che le cose stanno cambiando e rinascendo davvero.
Questa scelta dimostrerebbe che qualcuno fra coloro che ci governa ha finalmente capito cosa serva per costruire un mondo più a misura della qualità di una vita all’altezza della nostra evoluzione.

Come può essere che non si capisca che siamo arrivati a questo punto perché precedentemente si è scelta la logica del profitto a tutti i livelli, compreso quello della rendita politica?  I cittadini in maggioranza oggi sanno che il valore di uno Stato democratico sta nell’avere accesso ai servizi necessari perché ciascuna persona abbia la possibilità di realizzare i propri desideri, i propri sogni, cioè poter avere speranza nel futuro che è ciò che dà senso alla vita.
L‘indifferenza di un Governo che si dice  progressista mi indigna, perché è segno di scarsa considerazione per la storia e la cultura del popolo italiano sia recente che rispetto alle sue radici dalle quali nascono le attuali civiltà e democrazie che tutto il mondo ci riconosce.
Se questo governo vuole distinguersi dalla retorica del mondo consumistico, per altro chiaramente in declino per la sua irrazionalità e sconfitto dalla forza stessa della natura, deve fornire quegli strumenti che questa diversificazione garantisce. La natura, lo sappiamo, esige rispetto per le diversità e propende verso una sempre maggiore diversificazione per garantirsi un futuro migliore del presente. Questi strumenti sono quelli dell’educazione finalizzata a riconoscere e sviluppare la capacità creativa e di immaginazione delle giovani generazioni che sono quelle che più si intendono di futuro perché nuovo e imprevedibile. I giovani non si riconoscono più in uno stereotipo che li dipinge come consumatori instancabili e divoratori di risorse, ottusi e inerti, ma si riconoscono attori che desiderano costruirsi un mondo che corrisponda ai loro sogni e alla loro libertà e gusto della vita.

Se vuole distinguersi, egregio Presidente del Consiglio, e dare un vero segno di cambiamento in questo momento di rinascita, metta al centro del suo progetto di governo le persone nella loro dignità di cittadini. Interpreti, nella ricostruzione, la loro insoddisfazione e, partendo da quel centro di valore, costruisca la sua prospettiva di governo. Riconosca i cittadini come coloro che possono trasformare i limiti derivati dalla natura in opportunità di cambiamento e sviluppo, e non soltanto come consumatori che la logica del profitto disegna e costringe in una dimensione di pericolosi parassiti.
Mettendo al centro le persone e avendo a cuore il loro benessere, le priorità delle scelte per un governo che progetta un futuro possibile, ma anche desiderabile si evidenziano quasi spontaneamente. Tutti desiderano vivere una vita con soddisfazione perché ci permette di trasformare ciò che non ci soddisfa. Tutti desiderano vivere in un ambiente armonioso e accogliente di cui si possono assaporare gusti e profumi e contemplare le bellezze insieme agli altri con il piacere di poterlo consegnare alle prossime generazioni. Tutti desiderano vivere in pace e considerano inutili i soldi spesi in armamenti.

Cosa si aspetta, quindi, a scegliere la strada di una finalmente riconosciuta umanità e progettare seriamente una strategia di investimenti veri e utili alla società? Invece di investire sull’Alitalia che tutti sappiamo bene essere una industria in perdita, perché non investiamo su una compagnia Europea?
Rispondere a queste legittime aspettative di avere dei governanti che riconoscono l’urgenza di mettere mano al dissesto territoriale italiano, al patrimonio paesaggistico oltre che ambientale indispensabile alla qualità della vita, sarebbe un’occasione da non perdere, in questa fase, per creare molti posti di lavoro dei quali alcuni anche molto qualificati.
Queste scelte avvierebbero anche un cambio di comportamento di quei giovani che non potendo esprimere il loro sapere e il loro entusiasmo in Italia se ne vanno all’estero, dando ad altri Paesi il loro valore aggiunto.

Spero, signor Presidente del Consiglio, che le sue prossime scelte e i suoi programmi di governo e di investimenti siano veramente lungimiranti e perciò riguardino il reale benessere delle persone, riuscendo a considerare i cittadini capaci di scegliere il loro futuro. La fiducia nell’onestà e nell’intelligenza delle persone è la base per la costruzione di una società democratica che possa sperare che il futuro sia migliore del presente.
Le auguro perciò un buon lavoro e confido nella sua intelligenza di persona non solo lungimirante ma coraggiosa e intraprendente, capace di decidere e di condividere la propria aspirazione e di lasciare in eredità la possibilità di un futuro degno della nostra storia. 

Mummia, morte, tombe

Zia Costanza e la tomba di Kha e Merit

 

La zia Costanza ha compiuto cinquant’anni ed è una zia speciale.  Uno dei motivi per cui mi piace la zia è che  mi dice sempre: “Rebecca sei bellissima”. Chissà perché lo dice, sicuramente lo pensa, è una persona sincera. L’ha sempre detto fin da quando ero piccola, fin da quando io ricordo. Anche ai miei fratelli, Enrico e Valeria, lo dice sempre: “Siete bellissimi!”.  La zia Costanza scrive quasi sempre e, a volte, parla mentre scrive, dà voce ai suoi pensieri. Anche le mie amiche amano la zia Costanza che è alta, mora, molto agile, sa tante cose.

La zia ha un marito che si chiama Pietro, ma la nonna Anna dice che quando era giovane aveva un altro fidanzato che si chiamava Guido e abitava in montagna. La storia di Guido è una delle incognite della vita della zia, non ne parla mai. Io cerco sempre di farmi raccontare qualcosa di questo Guido ma lei tergiversa sempre.  Una volta la nonna mi ha raccontato che Guido era un mezzo genio, un tipo intelligente, affascinante ma alquanto strano. E’ stato lui a lasciare la zia. Mi chiedo come abbia potuto fare una cosa del genere, non ha sicuramente trovato niente di meglio. Io ascolto sempre quel che racconta la zia Costanza perché da lei si impara.

Adesso tutti parlano degli insegnamenti che ci ha lasciato il Covid-19: nessuno si salva da solo, i medici e gli infermieri sono stati la prima linea di questa guerra, la conoscenza scientifica deve essere messa a disposizione di tutta la comunità in tempi rapidi, no all’individualismo smodato, no alla corsa all’autorealizzazione fine a se stessa, no al predominio del mercato sullo Stato, no alla privatizzazione della sanità.
Anche la zia dice che tutto questo è vero, ma afferma anche che nelle cose che dicono tutti c’è poca convinzione e molto passaparola.

Dice che il Covid-19 ci ha insegnato anche altro. Ad esempio  a voler bene ai nostri vicini di casa, soprattutto se sono anziani. Qui in via Santoni Rosa è morta una signora che conoscevamo da sempre. Si chiamava Dora.  Di fronte al retro della nostra casa ci sono degli orti, anche Mina, la signora anziana che ne coltivava uno, è morta. Ci dispiace tanto, quelle signore erano belle dentro e fuori. E’ proprio vero, la presenza di persone care è una grande fortuna. Rende migliore la nostra vita, più leggera, più protetta. Bisogna godere della loro presenza in ogni attimo, perché non sappiamo per quanto loro ci saranno, per quanto ci saremo noi. Dora e Mina ci hanno lasciato improvvisamente.
Non abbiamo potuto andare al loro funerale, ma io e la zia Costanza abbiamo comprato due piantine di azalea bianca e le abbiamo messe sulle loro tombe. La zia dice che il culto dei morti è importantissimo, che è uno dei pilastri che segnano l’inizio della civiltà umana.
Dice che le tombe sono dei reperti storici importanti dai quali si può imparare molto: dalle tombe dei Faraoni a quelle degli Etruschi, dalle tombe Aborigene a quelle Militari delle guerre mondiali. Proprio lì si ritrova la nostra storia, le nostre radici, si scoprono gli errori umani e anche quanto l’uomo sa essere solidale e giusto anche in situazioni drammatiche e pericolose.
La zia Costanza  ama le tombe, quelle recenti e quelle passate, quelle vecchie ma ancora in buono stato e anche quelle antichissime di cui resta solo una pietra. Dice anche che il culto dei morti, le cerimonie funebri, i riti della mummificazione e cremazione sono affascinanti, che io devo imparare da tutto questo. Mi ha promesso che appena si potrà, mi porterà al museo egizio di Torino dove c’è una tomba che devo vedere. E’ una delle più antiche tombe custodite in quel museo, quella di Kha e della sua consorte Merit. Sono vissuti tra il 1450 e il 1380 avanti cristo. Kha fu il capo architetto della necropoli Tebana al servizio del faraone Amenhotep III.
La sua mummia ha un grande collare d’oro e orecchini dello stesso metallo. Giace in un duplice sarcofago di cui quello esterno è ‘a cassa’ mentre quello più interno antropomorfo è in legno di cedro.  Il sarcofago antropomorfo contiene i resti di Merit la quale, morta prima del marito, ricevette la sepoltura nel sarcofago a lui già destinato. Sono stati rinvenuti nella tomba vasi canopi,   oggetti funerari e oggetti  della vita quotidiana e lavorativa della coppia.  Tra questi vi sono tuniche, vesti, biancheria intima, parrucche, tavole per il gioco del senet, suppellettili, mobilio, resti di cibo, strumenti di misurazione.

La zia dice che dobbiamo andare a vedere la tomba di Kha e Merit, che loro sono nostri antenati tanto quanto lo sono Dora e Mina. Dice che il DNA di Merit e quello di Mina sono quasi uguali. Se si pensa all’età della Terra, la distanza temporale tra Merit e Mina è breve, quasi irrilevante per la struttura del DNA che si è mantenuta pressochè uguale. Appena si potrà andremo a Torino.

La zia Costanza è unica. A volte manifesta dei bisogni impellenti che non hanno a che vedere con il cibo o con il freddo o con qualche bisogno fisiologico, ma che sembrano scatenarsi dentro di lei con lo stesso grado di urgenza. Vuole portarmi a vedere quella tomba e lo farà quanto prima. Sembra un suo desiderio attuale, una sua necessità.
Un altro pensiero che si è affacciato alla coscienza della zia in questo periodo, è che non bisogna credere ai sedicenti medium, a chi dice che si può comunicare con i defunti, naturalmente dietro lauto compenso.
Non bisogna fidarsi di persone che si fanno pagare per fare cose del genere, anzi bisogna denunciarli, scrivere ai giornali, dire a tutti che è una vergogna e uno scandalo”.
Dice  che se mai qualcuno sapesse davvero mettersi in contatto con i cari estinti lo farebbe gratis, per aiutare le persone, per spirito di carità e non di certo per lucrare.

Io non so molto di aldilà e non credo che si possa comunicare con i morti attraverso un essere umano vivente che fa da medium. Mi sembra che la zia abbia ragione.
Lucrare sulle sofferenze umane, quali le perdite di persone care, è una cattiva azione
. C’è sempre qualche spregiudicato che prova a farlo. L’utilità di stare lontano da persone che approfittano senza scrupoli della sofferenza altrui non è un insegnamento nuovo, è una riscoperta di quello che dicevano i nostri nonni e che adesso è riemerso dalla nostra storia con rinnovato vigore.
Gli insegnamenti che vengono dal passato non sono arrivati a noi per caso. Si ripropongono di tanto in tanto alla nostra coscienza con un vigore che dipende dalle avversità e dai drammi che viviamo.

La zia dice anche altro sugli insegnamenti del Covid-19. Ad esempio ogni tanto dice: “Quando non se ne può proprio più bisogna mettersi a testa in giù, guardare la gente dal basso verso l’alto e provare a vedere le persone diverse e migliori, mettere a fuoco alla rovescia dei sorrisi clementi che fanno bene a tutti. Quando il dramma è ovunque non resta che provare a cambiare prospettiva.
Io quando lei dice queste cose, non commento. E’ mia zia e io le voglio bene.

 

Cernobil. Orto abbandonato

ČERNOBYL
una scodella abbandonata, un papavero sul cemento

Se guardo dalla mia finestra vedo l’orto di Mina incolto. Mina aveva novant’anni ed è morta di Covid-19 quest’inverno. Come tante persone anziane, purtroppo.
In questo orto incolto c’è qualcosa di triste, il ricordo di chi lo coltivava con attenzione e saggezza, ma c’è anche il fascino del cambiamento. La riappropriazione da parte della natura di uno spazio che per un po’ è stato prestato all’uomo.
L’erba sta crescendo, veloce, robusta, indifferente alle avversità climatiche, allo smog delle macchine che passano sulla strada vicina e all’antipatia degli uomini.

Ho visto un documentario sulla città di Černobyl, nel suo stato desolato e selvaggio attuale. E’ l’amplificazione dell’orto di Mina.

Il disastro di Černobyl  è avvenuto il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:45 del mattino, presso la centrale nucleare V.I.Lenin situata in Ucraina settentrionale. È stata la più grave sciagura mai verificatasi in centrali di quel tipo. Secondo Greenpeace sono sei milioni i decessi avvenuti negli ultimi trent’anni che dipendono da quel disastro e, contando tutti i tipi di tumori riconducibili all’esplosione del reattore numero quattro della centrale, si arriva ad un numero di persone ammalate o morte impressionante.  Il reattore era di tipo RBMK-1000 un reattore a canali, moderato a grafite e refrigerato ad acqua.

Ciò che fa impressione guardando il documentario è vedere la Černobyl odierna piena di erba, rovi e alberi. Dove prima c’erano case, strade, scuole, centri ricreativi, aziende agricole, ore ci sono i rovi. Enormi, scuri, pungenti. Fanno impressione tanto sono grandi. Amplificano a dismisura il senso di abbandono. Sottolineano una sconfitta umana nei confronti della natura che si è ripresa i suoi spazi, nei confronti di tutto ciò che i nostri simili erano riusciti a fare in quel posto e che adesso non esiste più. Le case sono state abbandonate in seguito all’evacuazione della città e mai più riabitate. Si vedono mobili, piatti, bicchieri, giochi di bambini lasciati improvvisamente per un allontanamento tanto improvviso, quanto definitivo. Ora quei bambini, se sono sopravvissuti, hanno tra i quaranta e i cinquant’anni, chissà cosa ricordano di allora. Chissà se qualcuno si è davvero ripreso e ora sta bene. I bambini hanno sempre grandi risorse, qualcuno ce l’avrà sicuramente fatta.

Riguardo l’orto di Mina che sembra una piccola Černobyl, stanno crescendo i rovi.

Penso che trovarsi di fronte a tali evidenze, potenti nel loro potere evocatorio e anche nella loro forma e colore, aiuti a uscire da alcuni schemi mentali e da molti pregiudizi.  Permetta di vedere le cose con occhi nuovi. Sia Černobyl che l’orto di Mina sono, se si dimentica la tragedia che li ha generati e ci si focalizza semplicemente sul presente, affascinanti. La natura che riconquista i suoi spazi a scapito dell’uomo è travolgente. Ha una forza disumana. Si vede  la prepotenza della vegetazione che perfora il cemento, sbucano fiori sul catrame. Dai finestrini delle macchine parcheggiate a Černobyl in quella triste notte e là rimaste per sempre, crescono le stelle alpine, piccolo e inconsapevole tributo ai tanti morti.
Dalla rete dell’orto di Mina escono le dalie gialle che le piacevano tanto. Sono sopravvissute in mezzo ai rovi.

La natura sa essere selvaggia, aggressiva, incontrollata, primordiale. Lei c’era nella preistoria quando le prime scimmie si sono innamorate, quando il primo uomo ha acceso il fuoco, ha cacciato e costruito capanne. Lei c’era quando i Romani hanno conquistato un impero, quando gli Unni l’hanno invaso, quando è caduto il muro di Berlino. Lei c’era sempre.
E’ fortissima, accompagna la nostra vita, la permette e la sovrasta. Senza vegetazione non ci sarebbe ossigeno e quindi vita. Se si pensa a questo, si guarda tutto con occhi diversi, si trovano interessanti i rovi. Bisogna provare, cercare con convinzione una visione che si esaurisce nel presente, scevra dall’origine del paesaggio desolante, una rappresentazione che abbraccia il mondo vegetale per quello che è, senza addomesticamento alcuno e allora si vede la forza della vegetazione in movimento.
Ciò che resta dopo il disastro umano è spesso questa natura che non risparmia nessuno, aggredisce e porta via. Scava nei tombini, fa scoppiare le fondamenta, si aggroviglia sui tetti delle case e toglie le tegole. Vegetazione ovunque che non conosce paura. Una natura che riprende i suoi spazi.
Aggressiva e libera.
Va dove vuole, fa quello che vuole, con determinazione e senso di rivalsa. In questo c’è del fascino, si riscopre la sua vera forza e la sua longevità. E’ molto  più vecchia di noi, ne sa più di noi, ci soppravviverà, deciderà del nostro futuro.
Una natura che affronta una seconda genesi e che galoppa, mangia il cemento, si mescola a terra e fango, riapre gli scoli per l’acqua, reindirizza la pioggia.  Scoppia forte il fascino per ciò che nessun’uomo controlla, si vede perfettamente quanto siamo piccoli e mortali.
Riguardo l’orto di Mina e ripenso a Černobyl. Questi due drammi si mescolano sulle lenti dei miei occhiali, nel mio cuore di bambina allora, di adulta adesso. Vedo tante foglie e qualche gatto randagio che vive bene anche lì.

Oggi nella zona di Černobyl vivono circa centoquaranta persone. Sono tornate a vivere là. Un po’ per necessità un po’ per recuperare le proprie radici. Dicono che là si sta benissimo, che la vegetazione è ovunque e questo permette una vita molto piacevole. Si sono innamorati di quel posto che è diventato selvaggio. Tra gli alberi, le fogli e i ruderi delle vecchie case si è insediata di nuovo la vita umana. In quel posto c’è il fascino del passato spezzato e di un nuovo corso dell’esistere che illumina tutto.
E’ rinato un mondo con la sua voglia di evolvere, è rinato un senso di appartenenza che abbraccia ambiente e alberi, umanizzandoli, rendendoli una creazione della gente  più delle case rotte e dei ricordi di ciò che è sbagliato e perduto, più della tragedia e di tanti errori umani. Di mattina rispunta il sole tra le foglie degli alberi di Černobyl. Brilla la luce, quasi acceca. Anche sull’erba dell’orto di Mina spunta il sole tutte le mattine e in questo c’è comunque la gioia di una novità che piace, c’è un calore che ritrova la via dell’inizio e dello stupore.

Sono qui e guardo quell’orto incolto cercando di cambiare prospettiva, cercando  di  inquadrare il mondo e la vita in maniera diversa.  I disastri lasciano degli insegnamenti che posso istruire. I fiori nati sul cemento sono stupefacenti e fortissimi, sono coloratissimi e impossibili. Sanno abbagliare. Guardo l’orto di Mina e mi sembra di essere a Černobyl, di camminare in quel posto semi abbandonato, pieno di vegetazione rinata, pieno di morte passata e di vita presente. Mi sembra proprio di essere là. E allora mi siedo per terra sotto un albero, raccolgo una scodella abbandonata lì il giorno della tragedia,  vedo da vicino quello che di grandioso sa fare la natura e mi sorprendo a pensare che per tutti c’è una seconda possibilità, che il mondo sa regalare sia traguardi che nuove partenze, che saremo vivi  finchè ci sarà ossigeno. Saremo vivi grazie anche ai rovi.

Mi rialzo, mi risiedo e poi mi rialzo e mi risiedo e mi rialzo, non riesco ad andarmene da quella visione che è un po’ immaginata e un po’ reale, un po’ visionaria e un po’ suggestiva. Sul modo in cui la natura accompagna la nostra vita e se ne riprende con prepotenza dei pezzetti, c’è da riflette, molto da scrivere.  Nasce un papavero sul cemento.

In ginocchio, preghiera

IN GINOCCHIO
Per George Floyd. Contro la violenza del potere.

Migliaia di figure genuflesse, uomini, donne, anziani e giovanissimi, raccolti a testa china in un pensiero, un ricordo, una muta indignazione, una preghiera, una supplica, una speranza.

Minesota USA: marcia di protesta contro la violenza della polizia: giustizia per George Floyd

Da Washington a Los Angeles attraverso gli Stati Uniti, dalla Corea del Sud ai Paesi dell’Unione Europea, dal Giappone al Canada, dall’Australia alla Tunisia… Manifestazioni di solidarietà con il movimento ‘Black Lives Matter’ che pesano, fanno sentire la voce di chi non ci sta, di tutti coloro che convintamente rifiutano il violento, inumano gesto razzista che ha accompagnato in modo eclatante la morte di George Floyd ma serpeggia anche viscido e subdolo in molte altre situazioni e circostanze.
“I can’t breathe”(Non riesco a respirare), sono le ultime parole dell’uomo per quegli interminabili 8 minuti e 46 secondi prima del nulla; non c’è solo il flagello del Covid che toglie aria vitale, c’è anche la spietatezza dettata dall’odio di un essere sull’altro.
Nel significato più nobile e nella gestualità del genuflettere c’è profonda riverenza, alto rispetto: un atto rituale che esprime fedeltà, fiducia nell’affidarsi a chi sta davanti, riconoscimento e riconoscenza. E’ un atteggiamento di devozione che, in termini di credo e fede, si assume dinnanzi a una reliquia, all’altare, alla croce e a tutti i simboli portanti di molte religioni. Ricordando George Floyd diventa consacrazione del principio di equità, del rispetto dei diritti umani, della proclamazione e difesa della giustizia per tutti, della conferma che le distinzioni razziali non devono trasformarsi in discriminazione razzista.
Negli Stati Uniti è consuetudine che l’ufficiale preposto si genufletta sul ginocchio sinistro davanti ai familiari seduti, durante le esequie dei loro congiunti caduti in servizio militare. Le salme vengono onorate e ricordate, mentre la bandiera nazionale a stelle e strisce che le avvolge verrà consegnata piegata alle famiglie. Un cerimoniale solenne, in cui stato e cittadini si riconoscono in quel simbolo potente che contraddistingue ogni nazione. Ed è così che Floyd è stato accolto: una lunga e partecipata genuflessione reggendo i vessilli dell’America, alzando il pugno, recitando quell’unica sua frase, l’ultima, finchè l’aria nei polmoni glielo ha permesso, povero eroe in una guerra impari.

Minneapolis. (USA) Un milione di persone in marcia: Giustizia per George Floyd

La Storia è piena di genuflessioni davanti all’autorità religiosa, davanti ai potenti che governavano il mondo, gesto liturgico ma anche secolare. Nel 328 a.C., Alessandro Magno la introdusse come etichetta di corte, già in uso in Persia.  Nella cultura ebraica le ginocchia erano simbolo di forza e piegarle a terra raffigurava la sottomissione incondizionata a Dio.
L’inginocchiarsi è presente nella liturgia di molte religioni e ne è una delle rappresentazioni più ricche di significato. Negli avvenimenti storici, proverbiale è la genuflessione dell’imperatore Enrico IV che, per ottenere la revoca della scomunica da parte di Papa Gregorio VII fu costretto a rimanere inginocchiato col capo cosparso di cenere, per tre giorni e tre notti davanti al portone del castello di Matilde di Canossa. Un gesto che doveva esprimere pentimento e obbedienza.
E di una genuflessione tanto attesa ma mancata si parla in “Napoleone – vita del generale che volle conquistare il mondo” dello scrittore e giornalista tedesco Emil Ludwig (1881-1948), autore di molte biografie di straordinario successo.
Scrive: “[…] Ed ecco che, quando giunge il momento prestabilito e tutti sono in attesa della genuflessione di colui che nessuno ha mai veduto inchinarsi, egli col massimo stupore di mille e mille sguardi, afferra da sé la corona, volge la fronte alla chiesa e, col Papa alle spalle, tenendosi ritto come sempre in vita sua, incorona se stesso in faccia alla Francia. Poi incorona la donna inginocchiata. […]”
Una genuflessione rifiutata palesemente, ignorata, disprezzata come gesto insostenibile per se stesso ma non per sua moglie, futura imperatrice, sottoposta agli obblighi di procedura senza possibilità di sottrarsi.
La parola ‘genuflessione’ assume un significato metaforico in “Mussolini e Hitler: Storia di una relazione pericolosa” di Christian Goeschel.
L’autore scrive: “[…] Gli insoddisfacenti risultati militari dell’Italia in Grecia portarono ulteriore discredito per il Paese presso la gente comune in Germania, secondo i rapporti dell’SD (Sicherheitdienst-Servizio di Sicurezza) sull’opinione pubblica alla fine del 1940. Tipico sotto questo aspetto è il rapporto del 21 novembre 1940 secondo il quale i tedeschi avevano reagito con sentimenti misti, al discorso di Mussolini, visto largamente come una genuflessione  davanti a Hitler. […]”
Un piegare le ginocchia, in questo contesto, descritto e avvertito come abbandono della dignità e mancanza di forza, un comportamento che sottende arrendevolezza e sudditanza davanti al potere prevaricatore. In questi giorni inginocchiarsi nelle strade e nelle piazze con la foto di George Floyd in mano non assume particolari significati religiosi o celebrativi: è diventato un linguaggio che inneggia alla richiesta di giustizia, ai diritti per tutti, all’equità sociale per essere contemporaneamente un tributo a chi “è caduto in guerra”.
Riconosce sacrosanto il diritto alla vita per tutti senza discriminazioni e rifiuta la violenza. E in una Nazione, gli Stati Uniti d’America, dove si sta riaccendendo il dibattito sul libero accesso alle armi da fuoco e circolano più armi che persone, dove le comunità afroamericana e ispanica vivono situazioni di forte disagio, c’è bisogno di ricordarlo.

Foto nel testo: di Fibonacci Blue from Minnesota, USA – Protest march against police violence – Justice for George Floyd, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90744811

Scarti

“Passato il santo, passata la festa” recita un detto. Ma non è festa gioiosa, ma ferita ancora aperta fatta di morte e sofferenza. A che valgono i proclami se il risultato stride con le promesse? Ci si stringe, si parla, si lotta e si risorge, ma i segni lasciati sono indelebili come l’inchiostro sulla carta. Nel frattempo l’acqua scorre lenta e cade giù ma non lava via le colpe, le rende solo più chiare e visibili.

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi