Tag: criceto

DIARIO IN PUBBLICO
Gerne! / Volentieri!

Il cielo anche oggi qui a Vipiteno presenta matasse di nuvole, brevi piovaschi, sole malato e i villeggianti compiono senza sosta il percorso delle vie del centro. Miriam la nostra accompagnatrice taxista propone percorsi, ci invita a scuoterci dalla nostra inattività, a volte forzata, a volte scelta. Peter e Delberta fanno di tutto per farci uscire dalla nostra presunta apatia: ci organizzano gite a luoghi bellissimi e ormai familiari. Partecipiamo alle vicende del gatto ventenne malato Ulli che con Ute rappresentano la loro riserva di pelosi; ammiriamo con una punta di invidia la loro terrazza straordinariamente fiorita (c’è perfino una specie di begonia che si chiama Cleopatra!); beviamo l’Hugo, specialità del luogo, sapendo che il loro peloso canino a Ferrara si chiama Ugo e in hotel ci alziamo a metà pranzo per andare ad accarezzare il bellissimo setter rosso Kenny, che ci guarda con occhi languidi, stremato dalle gite che pretende e vuole.

A questo punto il criceto mi prende da parte e mi confessa che, essendo finita la trasferta a Vipiteno e avvicinandosi il sabato in cui approderemo al Laido degli Estensi, ha deciso di lasciarmi e di trascorrere il resto della sua vita tra i prati e valli in fior, qui dove la natura ha ancora senso. Rispondo immediatamente: Gerne! tradotto ‘Volentieri!’; così dopo una strofinatina alla guancia, il criceto sceglie la libertà e si dissocia dal suo umano.

Nei lunghi anni qui trascorsi però ancora mi scuote questa interiezione, che ad ogni istante risuona, pronunciata con tono gentile e suadente: ‘Volentieri!’. Le ragazze del ristorante, che ogni sera indossano un costume diverso e nascondono la loro bellezza dietro la mascherina, parlano con gli occhi e, proponendo piatti o levandoli, accompagnano il cambio e il servizio con questo termine ‘Volentieri’ che traduce il tedesco Gerne e che esprime cortesia e buona volontà.

Mi dice il coltissimo Peter, che sarebbe il corrispettivo francese ‘pas de quoi’, ma è estremamente confortante sentire quel ritornello, anche se a volte residui di giovinezza, forse sprecata, m’inducono a pensare a certi servizi a cui favolose ragazze a precise richieste avrebbero potuto rispondere “Gerne!”

Imbottiti di cibo, di attenzioni e di pigrizia ogni mattina ci facciamo accompagnare in centro e ‘volonterosamente’ ci accodiamo alla massa che pazientemente percorre, come spinta da un destino il lungo corso, e qui  assistiamo a imprevedibili cambiamenti. I polpacci nerboruti delle squadre di ciclisti che abbandonano il loro cavallo d’acciaio per meritarsi una sanguigna grappa si trasformano in braccia altrettanto polpose; le loro compagne, provviste di poderosi ‘lati b’, trasferiscono quell’abbondanza sul petto, si muovono con solenne impaccio e trafiggono il riguardante sotto la continua e mai elusa protezione della mascherina. Dal mio osservatorio dietro una tazza di caffè vedo confondersi i tatuaggi che migrano impazziti e, monotono, alla mia richiesta di un nuovo ‘hugo’ risuona il ‘volentieri’, che mi schiaccia e mi ricolloca al mio posto.

A poco a poco mi prende anche la pigrizia libraria. Trascino faticosamente la lettura di tre testi che mi parevano interessanti da leggere, compreso l’ultimo romanzo dell’amico Hans Tuzzi/Adriano BonNessuno rivede Itaca, candidato al premio Dessì e lo trovo eccellente. Se mi si chiedesse un parere e se potessi premiarlo, risponderei “Gerne-Volentieri”. Ma ancora una volta l’attenzione si rivolge al mio Cesarito. Covid permettendo, aspetto con ansia la riconferma delle celebrazioni pavesiane a Parigi e a Torino e lotto con la caparbietà propria dei diversamente giovani costringendomi a leggere in e/book l’ultimo prodotto degli studi pavesiani: Pavese nel tempo a cura di Antonio R. Daniele e Fabio Pierangeli. Il percorso è faticoso e sicuramente alla proposta di poterlo leggere in cartaceo immediatamente risponderei “GERNE!”.

Non passo per Ferrara, dove l’accesso al Centro Studi bassaniani è ancora negato. Si deve procedere alla sanificazione; ma obbietta ancora il mio criceto, che rispunta fuori da un delizioso cespuglio di rose: “ma quando mai la sanificazione è necessaria dopo che libri e carte del Centro sono intoccati da almeno 4 mesi?”. Certo, capisco – relativamente – il poderoso lavoro a cui si devono sottoporre i lavoratori librari, ma esorterei l’Amministrazione a procedere più speditamente a porre questa necessità tra le primarie e a rispondere “Gerne!”. Purtroppo so che in questo momento non sono molto graditi miei consigli, così mi ritiro nel Laido degli Estensi, sperando che gli albatri, che mi guardano minacciosi dalle cime dei pini, alla mia educata richiesta di non mollarmela in testa possano rispondere: “VOLENTIERI/GERNE!”

DIARIO IN PUBBLICO
Ricordi perduti e ritrovati

Ho appena visto un orrendo film Mamma o papà?, in cui un criceto viene martirizzato dalla immonda madre di tre altrettanto orridi figli. I due genitori in via di separazione (Paola Cortellesi e Antonio Albanese) cercano in ogni modo di non venir scelti dai figli, per scaricare sull’altro la responsabilità della convivenza. La madre non sopporta il criceto, che appartiene al figlio più piccolo, e lo vuole uccidere, ma non ci riesce. L’animaletto si stufa e provoca un incendio, che distrugge la casa, ma riporta uniti i genitori. Dopo questa visione il mio criceto ed io abbiamo deciso di darci invece a ricordi leggeri e vaganti, che hanno messo in agitazione le mie cellule mentali e provocato una serie di incontri/scontri.

Tutto comincia con una pianta e un luogo. Mi trovo ad un  grande convegno sui giardini, che si svolse in Sicilia presso la Fondazione Lucio Piccolo d’Orlando, il cugino di Tomasi di Lampedusa, nella sua meravigliosa casa a Capo d’Orlando. Necessaria se non obbligatoria la visita a un grande vivaio di Milazzo, dove acquistai una pianta di cui, fino a pochi giorni fa, non ricordavo né il nome né il modo con cui arrivò all’Orto Botanico di Ferrara. L’unica traccia certa e stampata nella memoria: l’arrivo all’aeroporto di Bologna della pianta tenuta saldamente in braccio dall’amica Margherita Visentini.

Laboriosi contatti nel frattempo mi permisero di ricostruirne la storia, grazie a chi la consegnai che, a sua volta, la ricoverò all’Orto Botanico di Ferrara: il professor Filippo Piccoli che, con non del tutto celata ironia, mi ragguagliò sul nome e sulla specie: un Frangipane, che schiude i suoi profumatissimi fiori in questa stagione. Nome scientifico Plumeria. Così diligentemente registro da Wikipedia:  “Le Plumerie sono i fiori con cui nelle isole del Pacifico si usa preparare grandi collane da regalare agli ospiti; si tratta di arbusti di dimensioni medie o piccole, strettamente imparentati con gli oleandri, la carissa, gli adenium”.

Esattamente i fiori metaforici, con cui uno scatenato Vittorio Sgarbi su Il giornale incorona noi che abbiamo condiviso le osservazioni del professor Ranieri Varese con uno straordinario inanellamento di metaforici fiori in quanto – e cito – “gli argomenti di Varese sono acidamente condivisi da un piccolo gruppo di frustrati ringhiosi (Alessandra Chiappini, Gianni Venturi, Giuliana Ericani, Francesco Giombini), e da altri tristi e ignoranti chattanti….” .
Wow!!! Fantastico! Mi metto immediatamente a cantare: “La fleur que tu m’avais jetée/Dans ma prison m’était restée/Flétrie et séche, cette fleur/Gardait toujours sa douce odeur.” Mi sembra che nell’occasione il ricorso alla Carmen sia d’obbligo. Purtroppo per l’incontenibile mattatore i fiori che ci getta gli sono egualmente restituiti, poiché in quanto a ignoranza civile e umana giustamente nulla ha da insegnarci.

Allora, m’incalza il criceto, lasciamo le maledizioni sgarbiane e torniamo al Frangipane che ha bisogno di un clima particolarmente adatto in quanto “può essere coltivata all’esterno solo nelle zone con un clima invernale mite e completamente privo di gelate. In tutte le altre regioni, la pianta deve essere coltivata in vaso, in modo da poterla proteggere senza difficoltà e spostarla in un luogo riparato nel periodo invernale.” Così il mio frangipane probabilmente vive ancora nel mondo incantato dell’Orto botanico, oppure una pianta simile ne avrà preso il posto. Tuttavia mi rassicura il professor Gerdol docente di Plant Ecology: “Tutti gli esemplari di Plumeria sp. (cosiddetti frangipani) presenti in Orto e acquisiti in diversi momenti sono vivi. Non c’è però in alcun caso il riferimento alla località di acquisto o al donatore. In ogni modo, seppure in maniera indiretta, possiamo essere ragionevolmente certi che la Plumeria di cui mi chiedeva sia viva e vegeta”. Si recupera dunque l’esistenza del fiore e della sua vita all’Orto botanico ferrarese.

Ma il frangipane riporta alla memoria altri e più complessi ricordi legati a un luogo speciale, Villa Vigoni sul lago di Como, vicino a Menaggio, che è un pezzo di Germania incastonata nello stato italiano. Come ci informa la Fondazione: “Villa Vigoni è un laboratorio di idee, un punto di riferimento del dialogo e della collaborazione tra Italia e Germania nel contesto europeo. Convegni accademici, conferenze internazionali e manifestazioni culturali rendono Villa Vigoni un luogo d’incontro e di confronto, in cui si promuovono progetti e si approfondiscono conoscenze in ambito scientifico, politico, economico e artistico.[…].Il Centro costituisce anche un nodo centrale di una rete che, attraverso molteplici collaborazioni e momenti di incontro tra ricercatori, rende possibile il consolidamento dei rapporti internazionali”.

Ad un ennesimo incontro sui giardini partecipammo ad un Convegno che si tenne a Villa Vigoni, dove il presidente (il “ringhioso” che qui scrive), a differenza degli altri partecipanti, venne ospitato nella Villa che raccoglie immensità di tesori; ma solo all’ultimo venni avvertito che, dopo essere stato accompagnato in stanza, mi sarebbe stata proibita l’uscita, se non al mattino seguente. Troppo tardi per rifiutare gentilmente questo onore, per cui mi ritrovai rinchiuso in quel luogo da favola e fui invaso da pensieri cupi, come se all’improvviso si fosse spalancata la porta e dovessi sottopormi all’esame dell’onorevole V.S., che mi avrebbe gettato sul muso le mie inutili 300 e passa pubblicazioni, frutto del mio passato di “frustato ringhioso” e di comunista mangiator di bambini. Passai la notte trepidando e nella gloriosa e soleggiata giornata seguente nel parco finalmente vidi il grande frangipane, che non aveva bisogno di essere coltivato in vaso o ricoverato in serra ma protendeva i suoi rami fioriti e profumati ad accogliere la bellezza e il sapere.
Senza bisogno di urla e minacce, ma pacificamente, come qui ora a Vipiteno fanno i tigli, alleviando le pene umane con profumi e ombre.

Cover: plumeria frangipane, fioritura

DIARIO IN PUBBLICO
Nel parlamento dantesco non c’è posto per lo Sgarbi vociante

Il malizioso criceto mi sussurra all’orecchio di commentare il ‘fatto’ per eccellenza avvenuto in Parlamento il 25 giugno. Esito, mi schermisco, ma il mio spirito dantesco prende il sopravvento e decido di rifarmi agli anni gloriosi in cui per tre giorni alla settimana mi lanciavo nell’esegesi del sommo poeta.
Il IV canto dell’Inferno si apre con questa ambientazione: una valle nella quale si erge un nobile castello. Ci troviamo nel luogo che ribadisce la condanna spirituale del maestro di Dante, Virgilio, in quella valle del Limbo ove s’erge il castello degli Spiriti Magni. Un luogo nobile dunque che Dante così descrive:

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.

La gente onorevole potrebbe frequentare il Parlamento? Certamente. Qui infatti:

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Come si sa nei luoghi del potere e soprattutto alla Camera si discute con garbati modi; mai s’alza la voce e, Parlando cose che il tacere è bello, si opera per il bene della Patria! Sono loro, gli “Spiriti Magni”, a cui è stato affidato la conduzione dello Stato che, nell’alternarsi delle diatribe, riescono a regolare e ad approvare le difficili leggi della politica. Talvolta però s’alzano cartelli irridenti, si mangia appetitosa mortadella, ci si azzuffa, si strepita. Ma solo per il bene della Nazione.

Certo, chi come nel caso dell’onorevole di cui si parla,  nel suo modus operandi è investito dalla nobile causa per cui, possedendo un eloquio superiore e volendo far prevalere le sue tesi deve e può, con evidente funesta ira, o minaccioso richiamo alle regole della somma auctoritas, arrivare a trascendere. Ecco allora l’arringa si fa urlo. Il guardiano, anzi in questo caso la guardiana, del loco minaccia, strepita, ammonisce. Nulla da fare, finché in un impeto di punizione si arriva all’estremo castigo e l’oratore è trascinato da quattro commessi a braccia fuori dai ‘bank(s)y’. [La boutade ovviamente non è mia]. Così si conclude la dantesca vicenda, anche se le conseguenze ancora palpitano nei commenti, nei social, nelle discussioni a viso aperto cioè senza l’invisa mascherina.

Resta un interrogativo senza risposta (per ora): Quali cose si saranno detti tra loro i reggitori dello stato, qui alla Camera, o in Senato, o nella delizia della palazzina della Algardi a Villa Pamphili, il Bel Respiro. Cose di cui il tacere è bello?
Il criceto mi lancia un’occhiata di cautelosa approvazione e si ritira nel suo angolo pronunziando parole gaudiose, dove riesco a sentire un continuum di frasi che ripetevano in continuazione un solo nome: Parigi.
E sì! perché, mentre lentamente s’apre l’estate portatrice di gioia e mentre conto i giorni che mi separano dalla partenza per Vipiteno, arriva la notizia inattesa. Parigi mi aspetta. Mi vuole nell’autunno, si spera non più funestato dal covid. A lui, al mio Cesarito si dedica una giornata di festa europea, a cui sono chiamato a partecipare: Parigi e Pavese. Che si vuole di più?

Allora, dopo essermi consultato con il mio Saint-Laurent sulla necessità di riparare ancora una volta il capriccioso e vetusto portatile, ne compro uno nuovo in cui riversare le mie noterelle estive e attendo fiducioso di partire per noti lidi (anzi montagne).
Buone vacanze ai miei 5 lettori!!!

 

DIARIO IN PUBBLICO
Fra tifosi, artisti, medici e malati più o meno immaginari

Il criceto si preoccupa molto per la mia indignata reazione ai fatti di Napoli, la città che con Venezia e Parigi rappresenta il triangolo perfetto della bellezza, del nucleo forte di ciò che, nata da Roma, chiamiamo Europa e quindi Occidente. Tutti noi sappiamo qual è il carattere dei napoletani della loro insopprimibile vitalità, della esagerata reazione alle passioni, specie di quella più tremenda: il calcio.
Il saggio animaletto m’esorta alla calma, prospettandomi quanta sufficienza pericolosa, se non proprio antipatia, mi procurerò, osando recriminare sul brutale comportamento tenuto dai festanti e pericolosi ‘tifosi’ (parola che in tempo di coronavirus riporta a una delle malattie più pandemiche di ogni tempo, il tifo). Rivedo quelle belve dalla bocca oscenamente spalancata nell’urlo che compiono caroselli, che impazziscono, che si buttano nelle fontane. Per cosa? Perché hanno (loro!) vinto sulla Juventus aggiudicandosi non so quale premio. L’impassibile sindaco di Napoli commenta che si sapeva quale sarebbe stata la reazione dei napoletani e che recriminava solo che si fossero gettati nelle fontane. Ora – sono convinto – lo stesso atteggiamento sarebbe potuto essere comune alle città in cui operano altre famose società di calcio, quali la Juventus, o la Roma e perfino la Spal della piccola Ferrara. Non la città ma la passione per il gioco porta a questi immondi effetti. E ora caro criceto che mi s’attacchi pure. Credo che nel mondo ci possa essere motivo di esultanza più corretta e civile. Ad esempio sperare che Alex Zanardi possa farcela e tornare tra noi. Un grande.

Frattanto esce sulle pagine dei quotidiani nazionali, preceduto da una ricerca apparsa sulle pagine del Journal of Trombosis and Haemostasis un saggio condotto dal grande studioso di chirurgia vascolare, nonché direttore del Centro di malattie vascolari dell’Università di Ferrara, Paolo Zamboni. Il quale, studiando alcuni celebri quadri del Rinascimento e oltre, ne individua la possibile malattia che affliggeva la persona ritratta. Uno splendido esempio di ‘convivenza’ tra due forme del sapere, che sembrerebbero così lontane, ma che ritrovano nel pensiero una originale e straordinaria competenza. Il caso più clamoroso è la risoluzione del mistero di una macchia scura che appare sul seno della protagonista del quadro di Rembrandt Betsabea con la lettera di David. Una analisi che individuerebbe in quella macchia “una vena trombizzata sotto la pelle”. Ma ancora le ricerche condotte su una serie di ritratti che vengono pubblicate sul Corriere della sera del 18 giugno 2020 . Lo scritto di Elena Meli viene titolato Diagnosi su tela. Le malattie ‘dipinte’ dai grandi pittori ”tra le quali, oltre alla Betsabea rembrandtiana, quella che appare sul seno della Fornarina di Raffaello, o su Il Bacchino malato di Caravaggio, il cui colore verdastro e le unghie nere riportano a una diagnosi di un’anemia, che portano lo studioso alla conclusione che il Bacchino soffre del morbo di Addison, anche se a quel tempo nulla si sapeva di questa malattia, descritta solo due secoli dopo. La straordinarietà degli studi di Zamboni, da cui attendiamo a breve un volume sulle sue ricerche, quasi miracolosamente percorrono in parallelo quelle due culture, che furono nel secolo scorso uno dei temi fondamentali della consapevolezza di un rapporto tra le espressioni del mondo affrontate dal fondamentale studio di Charles Snow Le due culture e la rivoluzione scientifica apparso nel 1959. Mi onora l’amicizia di Zamboni, ma ancor più mi rende felicemente stupito come un grande scienziato sappia affrontare quel mondo a cui appartengo, applicando in modo perfetto quel secondo principio della termodinamica e il concetto dell’entropia, che avventurosamente mi è stato spiegato in anni lontani. Da qui la straordinaria capacità di Zamboni di giocare con quella doppia esperienza. E gliene siamo grati.

Arriviamo a questo punto a una mia personale ricerca, che mi prospetta nel tempo l’amicizia e a volte l’affetto che molti medici hanno provato per l’insopportabile malato, talvolta immaginario che qui scrive. E già dal 1962, quando venni a contatto con le mie prime vittime mediche che qui ricordo.
Adalberto C. e Paolo M. aprono la serie. E immagino quante volte, preso dai miei malanni che credevo irrimediabili, ho interrotto una cena o un altro appuntamento. Ma mi hanno sempre perdonato. Poi con gli anni la cerchia si allarga. Primeggia Italo N., insuperato lettore e curioso di ogni cosa, che ben presto si aggregò al cerchio di affetti familiari che lo portavano spesso in campagna a cena con l’amico Adriano P. E ancora Monica I., nipote adottiva straordinariamente dolce e ferma in momenti terribili della mia vita. Poi i più giovani di conoscenza: Sergio G., che mi fece conoscere il fascino delle Eolie che con la sua dolcezza scatena i ricordi, quando si siede a tavola e impone “racconta!”. O la cortesia e la calma di Enrico G., sposo di Sandra la coppia più felice che io abbia mai conosciuto. E infine i recenti Gianni R., con cui condivido il mito di Parigi. E Alberto e Maura C. straordinari nell’alleviarmi le pene delle spalle dolenti e dolcissimi nel consolarmi. Si aggiungeva frattanto il nipote Ippolito G. “belo e bravo” secondo la definizione della nostra mitica colf che rimase dai miei suoceri per tutta una vita.
Che voglio di più? Perfino il dentista Marco N., fratello della mia indimenticabile compagna di banco delle superiori, con cui intrattengo anche rapporti bassaniani o letterari. E anche il mio medico di base Enrico M., che condivide, oltre che la passione per il celebre, letterariamente parlando, campo da tennis della Marfisa di Ferrara, casa e contatti con carissimi amici del giovane Bassani. Mi scuso poi con chi ho fatto disperare, imponendo la mia visione medica, come mia cognata Paola B. e le dermatologhe della sua scuola.

Alcune volte ho avuto pan per focaccia come in un viaggio in Ungheria a trovare l’amico indimenticabile András Szőllősy, allievo prediletto di Béla Bartók e di Dallapiccola. Nel viaggio da Venezia a Vienna con i bambini c’erano gli amici medici Paolo M. e Italo N. Passa il capotreno che cerca un medico per un viaggiatore che si è sentito male. Implacabili vedo con terrore che i due indici dei medici si rivolgono verso di me e pronunciano: “lui”! Ovviamente poi andarono loro. O la majesté con cui entrò Italo N. nella camera dove mi avevano appena operato. La caposala non lo riconosce e gli chiede chi è. Impassibile risponde “Il Professore!”. O il dolce sorriso e la mano che stringe la mia di Sergio G., mentre mi risveglio dalla anestesia della più grave operazione che ho avuto. Mi direte o commenterà il criceto: Ma erano tutti così meravigliosi?
Ovviamente i problematici non li ho ricordati. E ti pareva.
Comunque: Evviva i medici e la medicina!

DIARIO IN PUBBLICO
Fisiognomica e Via col vento

Il mio omonimo criceto è arrabbiatissimo, anche se m’invita al ragionamento e alla calma. Tutto nasce quando dai profondi recessi della stupidità umana esplode il caso del film Via col vento, sospettato dalla distribuzione Hbo di propagare e diffondere elementi razzisti. L’allarme è lanciato dai giornali e ripreso da Fiorenzo Baratelli nella sua pagina fb. Così reagisce : “Hbo toglie dal catalogo Via col vento perché ha contenuti ‘razzisti’. Stiamo rimbecillendo?”. Immediatamente chi scrive queste note pubblica la sua reazione sull’assurdità delle vicenda riprendendo l’informazione sotto il titolo “Questa è l’idiozia che rafforza il razzismo!” M’informo cos’è Hbo e leggo che è una piattaforma in streaming distributrice di film.

Ma la decisione della piattaforma viene ulteriormente aggravata da una dichiarazione rilasciata alla famosa rivista americana Variety che così suona: “Un portavoce di Hbo Max ha dichiarato al sito Variety che Via col vento è un prodotto del suo tempo e raffigura alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che, purtroppo, sono stati all’ordine del giorno nella società americana. Queste rappresentazioni razziste erano sbagliate allora e lo sono oggi e abbiamo ritenuto che mantenere questo titolo senza una spiegazione e una denuncia di quelle rappresentazioni sarebbe irresponsabile.”  Ma allora che facciamo? Rimodelliamo la Divina Commedia perché Dante potrebbe essere considerato islamofobo? E con lui tutte le grandi opere di parola e di arte che abbiano in qualche modo testimoniato le ‘ragioni’ dei vincitori? Questo è non capire la differenza che la storia ci insegna o ci dovrebbe insegnare tra la cronaca che dà impulso a un nuovo tipo di verità e che consideriamo ‘arte’.

Una colossale cantonata che ben si confà al clima che il presidente Trump ha alimentato negli USA dopo l’assassinio di George Floyd e che si accoppia con le frange estreme della violenza antirazzista che come spesso – se non sempre – si accompagna a questi movimenti, quando si dimentica l’elemento guida dell’analisi di certe azioni e provvedimenti, che dovrebbe essere la storia. Tutto ciò porta dunque alla furia iconoclasta, che al massimo potrebbe rivolgersi ai personaggi del Museo delle cere, o ancor meglio a ciò che è non valido esteticamente. Inutile perciò l’abbattimento delle statue e la rimozione di opere, monumenti e la deturpazione di luoghi che potrebbero ricordare il passato razzista e che testimoniano, come si sarebbe portati a credere, non la verità, ma l’elaborazione artistica della verità: un’altra dimensione. Che dire poi della lettera del cardinale Viganò (che da sempre si adopera per le dimissioni di papa Bergoglio) a Trump e al suo sostegno all’azione di repressione dei moti libertari del popolo afroamericano? Da sempre l’universo cattolico americano è diviso sul nome di papa Francesco.

E assieme all’analisi storica la fondamentale capacità in tanti momenti cruciali della fisiognomica. E per farmi capire il concetto il mio criceto mi canta sulle note della celebre canzone di Morandi, La fisarmonica, il pericolo e la verità contenuta nella fisiognomica.

Ritorno ai miei ricordi semi-infantili. Via col vento l’ho visto nel 1951. Mi pare al Cinema Astra  di Ferrara appena costruito. Il film è stato prodotto nel 1939 dall’omonimo libro di Margaret Mitchell uscito nel 1936 ed è l’unico romanzo della scrittrice statunitense, alla cui celebrità ha contribuito l’omonimo colossal cinematografico di Victor Fleming del 1939.                                   
Ora l’editore Neri Pozza già da due anni ha pubblicato una nuova traduzione che superava quella degli anni Trenta; quella tutta infarcita dagli stilemi con cui si pensava allora parlassero e si comportassero i neri. Una nuova versione che appare attenta alla nuova visione storica, con cui s’interpreta il razzismo oggi di estrema attualità dopo l’assassinio di George Floyd. Non va mai dimenticato che il romanzo e il film sono ambientati entro la più grande guerra mai combattuta tra gli stati del Sud, che difendevano la proprietà del commercio dei negri e quelli del Nord che operavano per la loro liberazione (si fa per dire). E basti pensare come padri della patria come Lincoln o Jefferson si comportarono con le loro serve- amanti di colore.

Ma ritorniamo al caso della conoscenza della razza nera o semitica. Da bambini, come tutti in quegli anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale sapevamo che l’attrazione femminile o gay per quel popolo, così si favoleggiava, dipendesse dalle dimensioni del loro organo sessuale. Nel 1957 entrai alla Casa dello studente di Firenze. Lì incontrai parecchi studenti arabi iscritti a Medicina. Diventammo amici e la cosa che con riluttanza mi rivelarono era che per il loro olfatto noi puzzavamo: da morto. Ecco dunque rovesciata la dimensione chiamiamola fisiognomica. Nella realtà per loro noi puzzavamo. Da qui poi scaturiva il prendere conoscenza delle rispettive caratteristiche, che non offendevano il ‘particulare’, ma che diventavano storia. Negrieri, città costruite sul traffico dei negri, monumenti, statue, palazzi o città poggiavano su quell’immonda pratica che la storia NON può cancellare. Così potrebbe essere giusto prendere le distanze dalla vita di Rimbaud, divenuto trafficante di schiavi dopo la rottura con Verlaine, ma questo non mi deve impedire di leggere Une saison en enfer.

Cesare de Seta nel suo L’isola e la Senna porta il caso di Nantes. Scrive: “Tra Settecento e Ottocento circa la metà del traffico negriero intrapreso da armatori francesi fece campo a Nantes […]Dunque Nantes si guadagnò un primato nella tratta degli schiavi e i borghesi della città si arricchirono[…] Guillame Grou nel corso di una trentina d’anni considerati i più fruttuosi per questo commercio, nel Settecento accumulò enormi ricchezze[..] il patriarca della famiglia prima di morire volle salvarsi l’anima lasciando una fortuna all’Ospedale per gli orfanelli di Nantes. L’hotel Grou è ancora oggi una delle più eleganti dimore nell’isola Feydeau” (pp.108-109). Che facciamo? Abbattiamo tutto? E anche le parti ottocentesche della meravigliosa Cattedrale costruite con le donazioni dei cittadini negrieri?

Il caso più singolare che richiama l’odierno conflitto su Via col vento è la figura della bambinaia Mami nera e grassa interpretata magistralmente nel film da Hattie McDaniel, cantante attrice che le valse l’Oscar nel 1940, il primo concesso ad un afroamericano.                                                   

Hattie McDaniel

Come recita la sua biografia Hattie McDaniel nacque in una famiglia di ex schiavi, ultimogenita di 13 figli. Il padre, Henry McDaniel, combatté nella Guerra Civile come facente parte del 122º USCT (United States Colored Troops), le truppe composte da soldati afroamericani, mentre la madre, Susan Holbert, era una cantante di musica religiosa. Pur relegata al ruolo che le veniva imposto dalla sua figura fisica, Hattie recitò in ben 30 film, morendo nel 1952, ma non si associò mai alle manifestazione di protesta per i diritti degli afro americani.

Nella vicenda legata alla decisione di Hbo fondamentale – e come non lo potrebbe essere? – il commento della grandissima Natalia Aspesi apparso sulla Repubblica dell’10 giugno dal titolo Perdonaci Rossella ti cancelliamo. L’articolo così si concludeva: “La sera degli Oscar, tra i candidati c’era anche Hattie McDaniel, la grassa cameriera nera che adora Rossella, che concorreva per il premio alla non protagonista assieme a Olivia De Havilland, per lo stesso film: vinse Hattie, la prima donna di colore a ottenere un Oscar, che potè ritirare, senza però potersi sedere con gli altri vincitori bianchi. Negli Stati Uniti non succede più anche se c’è di peggio, ma in Italia c’è qualche eroica signora che insulta sul tram le donne di colore, obbligandole a scendere e qualche vecchio scemo che sul treno pretende di vedere se un ragazzo nero ha il biglietto.”

Il dibattito che ha provocato questa decisione supera la contingenza per affermarsi come momento fondamentale dell’elaborazione storica. La mancanza del processo storico, che è spesso una delle forme negative di quella grande nazione a confronto ad esempio con la nostra europea, forse è dovuto all’eccesso di punti convergenti della loro storia. Non a caso tutta l’epopea americana è una ‘conquista’. Il nome stesso lo dice e lo afferma. E ‘conquista’ è anche ora la reazione degli afroamericani, che dai loro conquistadores hanno imparato la tecnica dell’abbattimento di ciò che ricorda il loro passato. Una pratica pericolosa che dà la possibilità a Trump di insistere sulla necessità di una legalità che spesso potrebbe significare repressione.

Ma il criceto sbrigativamente mi ricorda “Stai ad ascoltare umarèl! Non ti va mai bene niente. Prima t’imbarazza essere attaccato perché hai espresso il tuo dissenso sulla mostra di Banksy. E cosa dovrei dire io che sono scambiato per questione fisiognomica con i suoi amati topi? Lassa perdar…Ricordati che nella tua età di diversamente giovane sei stato invitato il 16 ottobre alla Maison d’Italie a Parigi a inaugurare il convegno europeo sui 70 anni della morte di Cesare Pavese. Poi a Torino per la stessa occasione all’Università in novembre!!! Prega solo che la bestia (alias coronavirus) ci lasci in pace. Ecco Cesarito ti riporta alla missione che solum è tua: quella di studioso. E per finire ricordati che non ti mollo da solo a Parigi!”

DIARIO IN PUBBLICO
Il mistero dell’identità tra politica, arte e letteratura

Un articolo di Paolo Di Stefano appare sul Corriere della sera del 2 giugno ’20. Con tono apparentemente ironico l’autore attribuisce al sommo Arbasino la dicitura del partito di Giorgia MeloniFratelli d’Italia. Di Arbasino, carissimo amico, ho pubblicato un ricordo apparso su questo giornale il 25 marzo dell’anno in corso e la nostra amicizia ha percorso i decenni, accompagnata da quella del massimo studioso dello scrittore, Raffaele Manica. Sicuramente il commento del giornalista più che una fake news certamente s’appoggia su un paradosso mal riuscito. In fondo anche allo stesso scrittore si sarebbe potuto imputare l’accusa di plagio se, come sappiamo, il romanzo prende il nome dal verso dell’Inno di Mameli. E, inoltre, penso che la signora Meloni tutto avrebbe sperimentato fuor che rivolgersi a chi, sia nella scelta politica che in quella letteraria, era all’opposto della sua visione ideologica. Per forza, come un altro arbasiniano suggerisce, Massimiliano Parente, lo scrittore non avrebbe risposto! Da ignorare.
Perciò non ammetto, anche se in via ironica, la commistioni di visioni: quella dell’arte e quella della politica. Al massimo anche la dizione ‘Casa Pound è profondamente sbagliata, proprio perché Pound non fu solo un fervente seguace del nazismo/fascismo, ma anche un grande scrittore. Allora su questa scia ecco ingolfarsi le scelte umane che diventano scelte letterarie, ma ne restano profondamente divise. Proust, per fare un esempio famoso, vendette la casa dei suoi genitori per finanziare una casa d’appuntamenti omosessuale. Ma quello cosa c’entra con il Baron de Charlus? E le vernici navali di Svevo che cosa hanno a che fare con il suo romanzo? La dialettica tra vita e arte.

 Ormai un altro messaggio che ci arriva è la oscurità dell’artista rappresentato. Penso a Banksy e alla favola mediatica che è stata costruita sopra questo ‘artista’ così idoneo a raccogliere il gusto contemporaneo: mistero, mancanza d’identità, operazioni da strada. Certo se fa così bene alle casse esaurite della cultura ferrarese ben venga anche lui. Vorrà dire che la sua mostra sarà maggiormente apprezzata da ristoranti, negozi, alberghi. Se si pensa che la stessa operazione di Schifanoia e della sua apertura insiste, più che sulla effettiva qualità di quegli affreschi, sulla illuminazione che ne rivelerebbe momenti nascosti; allora dobbiamo ammettere che la nuova visione dell’arte sta per subire una svolta epocale.
Ieri sera è stato proiettato in tv un film orrendo Opera senza autore, un melo, che avrebbe dovuto spiegare le scelte contemporanee dell’arte nel luogo principe, in cui l’arte si nega per imporla: Düsseldorf. E’ dunque giunto il momento in cui la negazione del fare artistico fa si che il nome riassuma in sé tutto: l’opera e la sua manifestazione. Mi chiami Banksy o Ferrante, non importa ciò che vedo o sento. Importa l’universo che ho saputo esprimere e che dovrebbe essere il reale.

A questo punto preferisco da probabile radical chic vedere i musei molto più che le mostre. Elaborare una mia convinta idea di ciò che m’interessa e m’interesserà per sempre. Una ineliminabile vena didattica? Forse sì.
Mi arriva l’invito a recuperare il mio biglietto per la mostra romana di Raffaello. Non ci andrò. Che farmene di rivedere frettolosamente opere che già conosco e che avrebbero dovuto essere un ripensamento sui testi? Spinti come ‘capre’ col tempo contingentato? Ma va là!
Mi arrivano nel frattempo inviti clamorosi. Partecipare in prima persona alle manifestazioni pavesiane per il settantennale della morte. A Parigi, a Torino. Sempre che cambi la situazione sanitaria. Speriamo.

Mi rivolgo indietro e penso agli anni felici quando Parigi era il TUTTO. Ma per ora mi consola leggere un libro magnifico dell’amico Cesare de SetaL’isola e la Senna, Jaca Book, 2019. Una consolazione per chi ora solo ricorda la città dei sogni. Così mi rivolgo al mio omonimo criceto, un po’ addormentato in questo fine settimana di riapertura. Svogliatamente mi dice che ormai siamo nel pieno e che la sua vita da ora in poi sarà noiosamente divisa tra libri e eventi. Lo consolo sussurandogli all’orecchio: “Fai il bravo che ti porto con me a Parigi!”.
E il mio omonimo sospira di nostalgia.

DIARIO IN PUBBLICO
Il dilemma dell’identità, l’urgenza di una scelta

“Ben ben !!!” – direbbe nonna Cisa – “ti tocca cambiare identità”. Naturalmente sta parlando al criceto in cui mi trasformo nella mia metamorfosi settimanale ed io mi preoccupo subito. Ma perché? Apre a ore la mostra su un artista di strada il celebre Banksy a Palazzo dei Diamanti. La mostra, pubblicizzata ai massimi livelli e curata da Pietro Folena e da Metamorfosi, con cui ho avuto contatti diretti nella preparazione di celebri esposizioni canoviane, prevede l’arrivo di un quadro, l’ultimo eseguito al tempo del Lockdown dal misterioso artista. Il quadro descrive i celebri topini dell’artista che asserragliati in bagno mettono tutto sottosopra. Eccone una descrizione:

Anche l’artista della strada è costretto fra le mura domestiche e si sente topo in trappola. Sono 9 i topini in lockdown. Ce ne è uno che conta i giorni di prigionia segnandoli con il rossetto sullo specchio sostenuto da altri due roditori. Sembrano più criceti su una ruota che topini furtivi, come quando sono all’aperto, gli animali simbolo dell’artista. Ce n’ è uno che corre sulla carta igienica come fosse sul tapis roulant, uno che prende il sapone (tutti devono lavarsi le mani), ma anche chi tira la corda dell’allarme e chi, in barba alle regole, non centra la tazza del water….” Ma benché io possa vantare una priorità sulla trasformazione cricetina qui riassunta in “sembrano più criceti su una ruota che topini”, devo cedere alla priorità dei grandi e da umile pseudo topo vorrei lasciare il campo.

Premetto che non andrò a vedere l’esposizione per l’assoluta mancanza d’interesse che ho per questo artista, ma di fronte ai suoi topi-criceti dovrei assumere un’altra identità. Subito il pensiero corre ai pelosi per eccellenza ma avendo avuto due sublimi creature, che entrambe portavano il nome di Lilla, il problema non si pone. D’altronde la carissima amica Anna Dolfi ha deciso di dialogare con me, assumendo le spoglie di Golden, canino delizioso. Potrei rivolgermi alla sorella Laura che pochi giorni fa ha pubblicato su questo giornale un bellissimo testo giovanile di Garcia Lorca nella traduzione del poeta Caproni e che da poche ore ha pubblicato presso Feltrinelli un testo importantissimo: Giorgio Caproni, “Pianto per Ignacio”. Versioni da Garcia Lorca e altri poeti ispanici, dove la valentissima studiosa ha recuperato decine e decine di traduzioni di testi poetici spagnoli – sconosciute finora – del poeta italiano. La tentazione più grande resta dunque quella di trasformarsi e  assumere le spoglie della Mariposa, ovvero della farfalla. Questo lepidottero ovviamente ha una sua versione maschile immortalata da Mozart:
“Non più andrai, farfallone amoroso,/notte e giorno d’intorno girando;/delle belle turbando il riposo/Narcisetto, Adoncino  d’amor.”

Prima di tutto non so se ci sia una farfalla maschio, ma sembrerebbe di sì, almeno dal testo mozartiano e se il farfallone è la metafora della dissolutezza, il farfallino assume anche l’aspetto di una cravatta elegante quindi normalmente attributo maschile, ma certo – come mi fa osservare la grande comparatista e teorica della letteratura  Enza Biagini – la ‘mariposa’ si sviluppa da un bruco. E a noi i bruchi non piacciono.
Potrei guardare anche agli altri animali dell’opera di Lorca cioè gli scarafaggi ma dopo il fondamentale libro di Ian McEwan, Lo scarafaggio, mai usurperei il campo a un così importante animale.

Da lontano frattanto, mentre s’allenta la rigorosa consegna delle mascherine che, dopo averle faticosamente reperite in quantità industriali, ora sembrano inutili all’aperto, mi affretto a degustare altre importanti opere che potrebbero permettermi di spaziare in universi letterari ben conosciuti. Così alla ripartenza leggo con stupore che il bagno di Forte dei Marmi dove fugacemente incontrai Eugenio Montale, l’Alpemare, ora è divenuto di proprietà del cantante Andrea Bocelli; ma il ricordo ritorna alla straordinaria scena di un pranzo in quel bagno, dove il poeta spariva dietro le siepi di pitosfori per fumarsi la sua sigaretta e la Mosca, sua moglie, notoriamente semi-cieca urlava: “ Guarda Eusebio [il nome di protagonista delle sue Poesie] che ti vedo!” E il suo bellissimo racconto della costruzione della villa di Camaiore, dove passai estate memorabili quando, come in una tragedia di Shakespeare, un’intera foresta si mosse per rinverdire i tre colli su cui venne costruita la villa.

Così ripensando ancora alle trasformazioni in atto ho deciso – non senza farmi forza – a riprendere il mio aspetto di criceto. Almeno fino alla fine del coronavirus.
Verrà con me, se i tempi lo permetteranno, a respirare l’aria salvifica dei monti e a tenermi compagnia nelle tristi serate al Laido degli Estensi, o a verificare l’ultima passione mondiale: la mancanza misteriosa di identità di artisti, scrittori e poeti, quasi che il mondo pretenda l’anonimato di chi elegge a sua immagine e rappresentanza, da Banksy a Elena Ferrante.

DIARIO IN PUBBLICO: IL TEMPO DEL CRICETO
Ovvero la condizione delle “inascoltate”

Non è un caso che l’animale di riferimento, il criceto, abbia trovato buona pubblicità nel pianeta delle donne. Leggo nell’Espresso del 10 maggio titolato Ripartenza (sostantivo al femminile), tutto dedicato alle donne e al loro ruolo così vilipeso, dimenticato e infine maltrattato, storie di ordinaria ingiustizia. Nel primo articolo si parla di Lorenza Neve due lauree e un figlio piccolo, oltre a un compagno in cassa integrazione.
Nativa di Bergamo e domiciliata a Rho milanese per tutto il periodo del lockdown il figlio piccolo non è uscito di casa e Lorenza, madre, impiegata, ha continuato a lavorare in orario d’ufficio (10-18). E ecco il punto che m’interessa: “Vorresti rendere come prima. Ma non ce la fai, sembri un criceto che rincorre il tempo e a ogni giro di ruota ti senti sempre meno all’altezza di quella che eri”.
E’ necessario  dunque che alle donne sia riconosciuta purtroppo una specifica condizione di ingiustizia. A loro che, come il criceto, rincorrono il tempo. E’ immorale (per usare una categoria poco frequentata dagli italioti) che alle donne siano sempre deferite le soluzioni più estreme e ingiuste, come quelle di essere madri e lavoratrici. Con meno diritti. Con meno aspettative. Come scrive la giornalista Mannocchi autrice dell’articolo: “Si vede chiaramente che a pagare il conto – salato – sul lavoro saranno le donne. Le inascoltate. Le non parlanti”. Ed è per questo che la mia condizione di criceto sta avendo un nuovo significato. Assumiamo la sua immagine come quella che dovrà – o meglio dovrebbe – mettere in risalto e in primo piano il loro ingiusto condizionamento.

Ancor più clamorosamente insidiosi i commenti fatti sulla liberazione di Silvia Romano che hanno raggiunto l’apice del disprezzo e del furore mediatico, proprio a causa delle scelte di quella donna. Tra i commenti più pesanti quelli del deputato Vittorio Sgarbi che, qualificando come terrorista la giovane Silvia, rischia di vedere soggetto ad indagine il suo post. Ecco il resoconto di La Repubblica nella cronaca di Milano del 12 maggio:
Serena nonostante le minacce. Silvia Romano è stata sentita come persona offesa per circa un’ora e mezza dal pm di Milano Alberto Nobili, responsabile dell’antiterrorismo, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla procura sull’odio social che ha travolto la ragazza dopo la sua liberazione. Nobili coordina l’indagine che è stata affidata al Ros, e che al momento vede la raccolta e l’analisi di tutti i messaggi minatori: ci sarebbero i commenti sui social, lettere/volantini, e anche un post di Vittorio Sgarbi che ha scritto di Silvia “va arrestata per concorso esterno in associazione terroristica”. Del post, tra l’altro, ha parlato, da quanto si è saputo, la stessa 24enne nell’audizione di oggi pomeriggio.”

Di grande qualità l’intervento di una scrittrice che ben conosco anche perché il padre è stato mio collega all’Università di Firenze, ma soprattutto perché Dacia Maraini ha frequentato la famiglia fiorentina in cui ho vissuto per 25 anni. Così nell’HuffPost del 12 maggio: “Una cosa non riescono a perdonarle: che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri. È un fatto che li scandalizza, li manda su tutte le furie. Perché loro odiano tutto, forse pure se stessi. Così si precipitano all’attacco, anche vile. La insultano e la dileggiano. Non riescono a sopportare che sia arrivata in Italia sorridendo, sotto un vestito che corrisponde al nuovo nome che si è data, Aisha, senza pronunciare nemmeno una parola di rancore verso chi le ha fatto così male. Avrebbe avuto il diritto di farlo. L’avremmo compresa. Nessuno, però, glielo può imporre come un dovere civile”. E conclude: “È un errore enorme trasformare Silvia Romano in un mostro, guardando al suo corpo come se si trattasse del terreno sul quale combattere lo scontro di civiltà”. A questa conclusione il criceto che è in me comincia a girare vorticosamente la ruota e applaude alle parole della scrittrice più tradotta nel mondo; una che al tempo della seconda guerra mondiale fu sequestrata dai giapponesi e passò mesi in un campo d’internamento uscendone senza odiare i ‘vincitori’ di un tempo.

La più grave provocazione è avvenuta in Parlamento dove – riferisce Il fatto quotidiano – il parlamentare del Carroccio Pagano ha attaccato il governo perché al funerale di un poliziotto morto per il coronavirus non era presente nessun rappresentante dell’esecutivo, mentre, ha aggiunto, “quando è tornata una neo-terrorista, perché questo è El Shabaab, sono andati ad accoglierla”. La presidente di turno Carfagna lo richiama. I Dem insorgono al grido : “Razzisti e sessisti, chiedete scusa”. Il M5s: “Parole vergognose”. Ma ormai l’odio è scatenato e, proprio come criceto, provo vergogna in quanto sembra che gli insulti più tremendi arrivino dalle donne. Umberto Eco che ho conosciuto assai bene ha espresso anni fa un giudizio che riassume, come tanti hanno ricordato, il vero cancro mentale  incluso nel problema: “Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria”. Dove miseria è sì pochezza morale e mentale, ma anche infelicità.

DIARIO IN PUBBLICO
Il Bassani nascosto

I pelosi

Stella
Bob

Bob è di Laura Sensi, Stella di Linda Mazzoni e Claudio Gualandi. Da quando sono passato al ruolo di criceto mi osservano con sempre maggior sospetto, domandandomi con leggeri uggiolìi e leccatine discrete cosa sta succedendo. Imbarazzato, rispondo che mi sfugge un video su Bassani, che il Comune di Ferrara ha prodotto su un’idea dell’assessore alla cultura Marco Gulinelli che, in teoria, dovrebbe essere il mio superiore nella gerarchia di quell’assessorato. Ma come mai? La storia è lunga e va brevemente riassunta. Quando venne firmato l’atto di istituzione della donazione Prebys alla città di Ferrara e la nascita del Centro studi bassaniani, tra le condizioni ineliminabili c’era che chi scrive questa nota sarebbe diventato co-curatore del Centro da parte del Comune. In altre parole ho dovuto assumere il ruolo di dirigente comunale (sic!), che avrebbe dovuto sorvegliare il buon funzionamento del Centro e riferire al suo diretto superiore: l’assessore. Negli anni in cui è avvenuto, anno dopo anno, il passaggio di opere straordinarie appartenute a Bassani e donate dalla prof. Prebys e dagli altri eredi, i Liscia per la sorella Jenny e gli altri eredi del fratello Paolo, il Centro sempre più assume il ruolo di una biblioteca, che lavora in perfetta concomitanza con la maggiore delle nostre biblioteche: l’Ariostea. Qui al Centro sono custoditi alcuni manoscritti di Bassani, quadri preziosi, i mobili, i libri, materiale fondamentale, tanto da diventare l’intero complesso un punto ineliminabile di riferimento per gli studiosi dello scrittore. In più il Centro è allocato in uno dei più bei palazzi ferraresi, appartenuto alla famiglia Minerbi, il cui capostipite Giuseppe fu amico intrinseco dello scrittore e a cui Bassani dedicò L’airone.

Da una nota di un giornale locale frattanto vengo a sapere che, in tempo di celebrazioni del ventennale della morte dell’autore, sarebbe stato prodotto un video, che intendeva onorare la memoria dello scrittore. Interpellata, la prof. Prebys mi assicura che neanche a lei era stata annunciata quella iniziativa, estremamente legittima, ma a cui forse sarebbe stata auspicabile un’informazione diretta. Così, un poco sconcertato, chiedo quando avrei potuto vedere il video. Mi si dice che la visione sarebbe avvenuta nel programma di Marzullo Mille e un libro, che come molti sanno, comincia alle 1.35 di notte. Armato di pazienza punto la sveglia e alle 1 mi pongo davanti alla tv, dove alle 2.45 finalmente riesco a gustare, da buon criceto, il video in questione. Sulle note di una celeberrima poesia di Bassani, Rolls Royce, sfilano in bianco e nero le immagini di quella Ferrara che lo scrittore ricorda, immaginando quel viaggio attraverso la città compiuto da morto. La voce dello scrittore si mescola con quella della figlia Paola, della nipote, dei due fratelli Sgarbi, amici di famiglia e con quella di due attori, che Bassani conobbe allorché insegnava all’Accademia di Arte drammatica di Roma. Il tutto sotto la sapiente organizzazione dell’assessore Gulinelli.  Ma da criceto perplesso domando: “Ma perché non sono stato informato di quella lodevole iniziativa? Quali sono i motivi di questo silenzio?”

Lo so Bob e Stella. Non sempre le ragioni di questa città collimano con l’evidente interesse (culturale) della stessa. Mi ricordo che in un bellissimo romanzo di Eshkol Nevo, Nostalgia, di questo sentimento si dà una definizione assai pregnante, che si riassume nel concetto dell’altrove. ‘Essere altrove’ è nostalgia. Così alle tre città a cui ho dedicato il mio lavoro: Ferrara, Firenze, Bassano forse avrei potuto cedere alla nostalgia. Essere a Venezia per esempio e fare di Ferrara il luogo dell’altrove. Vivissimo ricordo è quello che mi affiora alla memoria in un colloquio fiorentino con Giorgio. Io abitavo a Bellosguardo, in un luogo sublime. L’architetto che restaurò quella casa aveva creato a Fiesole una abitazione per Bassani, che non volle mai andare ad abitarvi. Per lui il luogo della sua ‘ferraresità fiorentina’ era il Grand Hotel, o l’Hotel de la Ville, dove ricreare la sua nostalgia di Ferrara. Che nulla ha a che fare con, per me, improprio paragone che Vittorio Sgarbi crea tra Ariosto e Bassani. Ma si sa, amici pelosi, queste riflessioni possono essere tenute in considerazione da un povero criceto?
Ferrara quanto mi costi ancora oggi. Vado a dormire presto. Devo recuperare la notte insonne alla ricerca del Bassani perduto, o reso invisibile.

DIARIO IN PUBBLICO
Il passo dei politici visti da un criceto

Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. E’ un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.” Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione. Sul passo da processione, in forma benedicente, Zingaretti e Berlusconi, imitatissimi dal sindaco ferrarese Alan Fabbri. Sul distratto, esitante, cammina Del Rio mentre con passo fermo e cadenzato procedono Toti e Zaia, molto imitati da Nicola Naomo Lodi vicesindaco di Ferrara. Altre mille e diverse forme del procedere (metafisico e non) ci offre la classe politica, soprattutto quella europea tra cui la mia scelta cade sulla Merkel, perfetta nell’avanzo, esibente maestose cime e rotondi pianori, guance, giro vita, leggermente sbilenca la postura, dovuta al fatto che sempre porge la parte destra all’ascolto. Non commento l’andatura trumpiana che definirei tronfia, come una coca cola gasatissima, munita di gambe, nascosta sotto un pagliaio.

Se dovessi commentare la mia? Beh, sarei molto perplesso perché conoscendola abbastanza capisco sia legata ai momenti della giornata. Dal lento solenne dell’alzata, al presto del bagno, all’andante mosso della vestizione e al clip clop della discesa in strada, fino a – quando si poteva – assumere l’andatura saltellante con improvvisa fermata, simile allo schiacciamento delle noci. Sempre invidiata, quella dei radical chic, posata e apparentemente distratta: purtroppo non ci riesco.

Nel mio walk about giornaliero tuttavia noto che qualcosa sta cambiando. Si fanno sempre più evidenti segni di livore, o meglio di stizza, che infarciscono i commenti nelle pagine di fb, luogo deputato allo sfogo rapido e spesso immotivato, ma anche nei commenti agli articoli pubblicati dal giornale su cui scrivo, cioè questo. Così a giuste considerazioni, o perlomeno che ritengo giuste, si accoppiano scatti spesso illogici. Una mi ha colpito, che sbrigativamente tacciava di ‘fesserie’ un ragionamento con cui non si esigeva ci fosse un accordo, ma che andava calibrato con più ‘finesse’. Ma chi son io per emettere giudizi? Se non un criceto che aspira alla dignità canina, ma che sempre più vede allontanarsi la sua aspirazione. Ora leggo inorridito che qualche scienziato prova la trasmissibilità del virus sui gatti!!! E sarà un’ulteriore ipotesi di un mondo che sarà da ora in poi tutto fondato sull’ipotesi della vita. E non è poco.

Attendo, sempre più stanco, l’appello delle 18, dove ci danno l’esatta situazione del procedere del virus, ma ora credo che sia meglio rifugiarmi come il criceto nel mio tempo sospeso, per non incorrere in quella sopraffazione del sentimento che ieri sera mi ha impedito di rivedere Il pianista di Roman Polanski perché, nel frattempo, soffocato dalle lacrime, ricordavo i viaggi a Varsavia, città amatissima dove ho trascorso indimenticabili soggiorni.

Ritorno dunque a una andatura saltellante; cerco di rompere le noci col piede, ma a volte sbaglio la mira. M’impongo, mi sforzo di stare in casa tutto il giorno ma, per fortuna ogni tanto vado in giardino ad accarezzare i petali ormai sfioriti delle mie camelie attendendo con ansia l’esplosione dei profumi dei mughetti e dei gelsomini.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi