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Il paesaggio ovvero amore, cura e civiltà

Che cos’è il paesaggio? tutti ne parlano, tutti lo vogliono, tutti sanno cos’è, ma chiunque ne dà una definizione diversa, allora prendiamo il testo dei testi, wikipedia, e proviamo a capirci qualcosa. È interessante notare che la prima voce presa in esame nella pagina è la definizione del paesaggio stabilita dalla Convenzione europea del paesaggio (2000 – ratificata dall’Italia nel 2006), perché in questa occasione è stata sottolineata la consistenza percettiva del paesaggio a prescindere dalle sue qualità.
Cosa significa? Innanzitutto che il paesaggio non è un oggetto che si può tenere in mano, ma è qualcosa che esiste se c’è un occhio umano che lo guarda, in pratica il paesaggio è quello che noi vediamo del territorio che ci circonda. Questo implica tantissime cose. La prima è che ogni persona vede quello che vuole e quello che può vedere: un geologo in vacanza con la famiglia, probabilmente vedrà cose totalmente diverse da un geologo durante un sopraluogo di lavoro. Se paesaggio è ciò che vediamo, questo fa crollare l’idea che il paesaggio debba essere solo bello. In questo caso wikipedia cade nella trappola e mette nella pagina solo immagini di stereotipi paesaggistici, ovvero, le cartoline. Le cartoline, sono state un mezzo straordinario per far conoscere le caratteristiche dei luoghi, ma essendo inquadrature (recinti visivi all’interno dei quali mettere o togliere quello che si vuole), hanno diffuso un modo di vedere il territorio evidenziandone solo gli aspetti positivi. Un altro esempio classico sono le foto delle vacanze: le foto più bugiarde della storia. Quante volte ho fotografato monumenti deserti svegliandomi ad ore antelucane o aspettando l’attimo in cui il mio campo visivo venisse colpito da una momentanea catastrofe che eliminasse, per un attimo, il genere umano. Tutto per illustrare stupidamente una bellezza ideale dei luoghi, che spesso non c’è più, o che semplicemente si è trasformata in qualcos’altro. La fontana di Trevi a Roma è un luogo magico, ma il paesaggio urbano e umano che chiunque può sperimentare dalle otto di mattina in poi è quello di un carnaio. Quindi è molto importante accompagnare la parola paesaggio da un aggettivo e, soprattutto, cominciare ad accettare l’idea che paesaggio sia tutto, il bello e il brutto.
La seconda osservazione sempre relativa al fatto che il paesaggio sia qualcosa di legato alla percezione, è che diventa molto difficile da progettare. Esiste la professione dell’architetto paesaggista (spesso confusa o compresa con quella di architetto di giardini), un professionista in grado di leggere la complessità di un luogo e, dopo un’accurata analisi, sapere indicare le linee per trasformarlo in modo equilibrato. Per quello che riguarda l’inserimento delle grandi infrastrutture, c’è molta attenzione per questo aspetto progettuale in Francia e in Germania; invece, per quello che riguarda l’architettura, la tendenza generale è quella di creare dei bellissimi e immensi soprammobili di design urbano che si possono stanziare in modo indifferenziato a Dubai come a Reggio Emilia. Il mio mestiere sarebbe quello di paesaggista, ma nel tempo mi sono resa conto che ogni persona è un paesaggista. Ogni gesto che facciamo, anche il più banale, incide sull’immagine del luogo. Se sporco il marciapiede o stendo i panni alla finestra, creo automaticamente una trasformazione in positivo o in negativo sul paesaggio. Il bel paesaggio è dunque una responsabilità corale. Quando mia mamma guarda la campagna intorno a casa mia, sorride e dice: “Questa è ancora una bella campagna, si vede che è una campagna amata.” Ed è vero, perché ci sono ancora tanti contadini che la curano e ne sono responsabili. Forse la salvezza dei nostri luoghi, non sarà la conservazione dei luoghi intesa come imbalsamazione del paesaggio passato com’è tramandato dalle cartoline, con lo scopo di offrirlo come carne in pasto ai turisti, ma la cura, cura della strada, della città, dei luoghi; cura che è vita, lavoro quotidiano, rispetto, responsabilità civile di tutti, l’unica cosa che fa veramente la cultura di un luogo e del suo paesaggio.

[Foto in evidenza, Ferrara – profilo della Montedison al tramonto, autore Raffaele Mosca]

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Leopardi: desiderio, immaginazione, illusione

Spesso la scuola rende un brutto servizio ai classici della letteratura e della cultura. Non è stata la mia sorte perché incontrai, ragazzo, un eccellente professore che fece da guida rigorosa alla comprensione dei grandi. Poi, per uno dei miracoli che nella vita accadono, quella relazione tra docente e alunno si trasformò in una bella amicizia che continua tuttora. Tornando al tema di questa nota, consideriamo Giacomo Leopardi. Rispetto all’immagine del poeta di Recanati che uno studente medio porta con sé dopo la scuola (uomo lamentoso, misantropo, pessimista nichilista), metterei in fila alcune caratteristiche del suo pensiero che sbriciolano molti luoghi comuni.
La sua opera si è manifestata in una ricca varietà di modi espressivi: poesia, prosa, pensieri, lettere. Leopardi è, insieme a Dante, il nostro più grande poeta, ma è anche un grande filosofo. Lo “Zibaldone” (più di quattromila pagine) è l’officina del suo pensiero problematizzante e interrogante. Ma vi è una costante che tiene insieme questo universo plurale di un pensiero poetante: una continua interrogazione sulla condizione umana. Espressione che gli piaceva e che ricorre spesso nei pensieri dello “Zibaldone” e che, probabilmente, è di origine francese rinascimentale (Montaigne) e illuminista.
Un’altra costante è il rapporto con il suo presente che smentisce l’idea di un ripiegamento vittimistico sui propri mali fisici! E qui inserirei la prima sorpresa contro i pregiudizi che circondano il cosiddetto moralismo leopardiano, che riguarda la sua concezione del rapporto tra morale e politica. “La morale è una scienza astratta se è separata dalla politica. La pratica della morale dipende dalla natura delle istituzioni sociali e dal governo della nazione: ella è una scienza morta, se la politica non cospira con lei e non la fa regnare nella nazione. Parlate di morale quanto volete a un popolo mal governato e non accadrà niente, perché la morale è una parola, la politica un fatto.” (“Zibaldone di pensieri”, Garzanti). Si può essere più chiari e precisi? Quindi la morale sta sopra, ma è astratta, è una scienza morta se è fuori dal legame con la politica che deve praticarne i principi mediante il ricorso ai suoi strumenti: progetto, azione, mediazione, compromesso.

Un altro tema leopardiano presente nella sua antropologia filosofica è la triangolazione del rapporto tra desiderio-immaginazione-illusione. Tre parole sepolte sotto strati secolari di pregiudizi e semplificazioni. In questa sede si può solo rilevare che è l’immaginazione a fare la differenza tra l’uomo e l’animale, poiché agendo sui desideri, li movimenta e inventa continuamente, impedendo che restino chiusi nei confini di una animalità ripetitiva. E anche le illusioni (che nel linguaggio di oggi chiamiamo ideali) traggono continuo alimento dall’immaginazione che promuove creatività, progettualità, capacità di pensare ciò che ancora non esiste. Ecco da dove scaturisce il tema dell’infinito leopardiano! Il desiderio umano è al fondo un desiderio senza oggetto definito, se non appunto quel senso di illimitatezza o immensità che è presente anche nei versi famosi di Ungaretti: “m’illumino di immenso…”. Questa immensità verso una immaginazione e una illusione incomprimibili spingono il pensiero; scuotono e mettono in crisi un’idea fissa e arida di razionalità. E i versi de “L’infinito” (“tra questa immensità s’annega il pensier mio…”) sono la cifra di questo rimescolamento del rapporto tra passioni e ragioni. “Le illusioni per quanto siano illanguidite e smascherate dalla ragione, tuttavia restano ancora nel mondo, e compongono la massima parte della nostra vita. E non basta conoscer tutto per perderle, ancorchè sapute vane. E perdute una volta, né si perdono in modo che non ne resti una radice vigorosissima, e continuando a vivere, tornano a rifiorire in dispetto di tutta l’esperienza, o certezza acquistata.” (“Zibaldone”). Riusciamo a comprendere ciò che ci sta dicendo il grande pessimista Leopardi? Che la ragione (e la filosofia) distruggono le illusioni, ma le illusioni (o gli ideali, le utopie…) non muoiono mai perché, finchè dura la vita, tornano sempre a rifiorire.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

Istruiti per una cittadinanza planetaria

Studiare per il mercato? E se imparassimo a studiare per noi stessi, per difendere non solo i nostri diritti ma anche e prima di tutto la nostra vita? In realtà noi studiamo come consumare la vita, non come difenderla, preservarla, migliorarla. Dico la vita e non l’esistenza, perché per esistere si può fare in tanti modi. Ma il vivere è uno solo. Se lo studio è partecipazione alla cultura della specie cosa serve se domani la specie non c’è più, è destinata a scomparire? In questa frenesia a rendere tutto globale per l’interesse di pochi che arricchiscono fuori d’ogni misura, cosa c’è di più globale della qualità delle nostre vite personali, individuali, singole vite identiche di chi sta fianco a fianco nell’abitare questo mondo, al momento ancora glocale?
Tra le varie carte che noi umani scriviamo ce n’è una, visto che abbiamo appena celebrato la giornata mondiale della Terra, che è più Magna delle altre: la Earth Charter, la Carta della Terra. Ha la sua bella e accattivante origine proprio all’inizio di questo nuovo millennio, nel Palazzo della Pace all’Aia. È una carta etica, una proclamazione di intenti etici, un impegno morale che tutti quelli che condividono l’umana avventura dovrebbero onorare.
Per Joel Spring, pedagogista statunitense, docente al Queens College di New York, alcuni principi proclamati dalla Carta della Terra dovrebbero costituire il cuore di un curricolo scolastico di dimensione mondiale, il cui scopo non sia il mercato, bensì quello di perseguire un futuro di benessere per l’umanità. Del resto anche Edgar Morin, il filosofo sociologo francese, ha già da diversi anni lanciato questo appello con il suo Terre-Patrie.
Un curricolo scolastico urgente da realizzare, se prestiamo fede al preambolo della Carta. Ci avverte che stiamo attraversando un momento critico della storia della Terra, un tempo in cui l’umanità è chiamata a scegliere il suo futuro. Il mondo diventa sempre più interdipendente e fragile, riservando grandi pericoli, ma anche grandi promesse.
Partendo dai principi proclamati dalla Carta della Terra è possibile scrivere un curricolo comune a tutte le scuole del mondo, che istruisca le nuove generazioni ad esercitare una cittadinanza planetaria attiva e responsabile. Non si tratta di tracciare un percorso genericamente lastricato di buone intenzioni ecologiche, come è ancora nella pratica didattica delle nostre scuole, ma di scrivere un curricolo in grado di istruire generazioni di umanità nuova, di nuovi cittadini della Terra.
Istruire, perché i seguenti principi, proclamati dalle nazioni della Terra all’Aia nel 2000, non continuino a restare sulla carta, ma possano farci nutrire la speranza che un giorno si traducano in realtà:

1. Garantire l’accesso universale all’assistenza sanitaria in grado di promuovere la salute e la riproduzione responsabile.
2. Adottare stili di vita che enfatizzino la qualità della vita e un uso delle risorse adeguato a un mondo finito.
3. Promuovere la distribuzione equa della ricchezza tra le nazioni e al loro interno.
4. Sostenere il diritto di tutti a ricevere informazioni chiare e tempestive sulle questioni ambientali e su tutti i piani e le attività di sviluppo che possono incidere sulla vita di ciascuno.
5. Fornire a tutti, soprattutto ai bambini e ai giovani, le opportunità educative che li rendano capaci di contribuire attivamente allo sviluppo sostenibile.
6. Promuovere il contributo delle arti e delle scienze umane, nonché della scienza, all’ educazione alla sostenibilità.
7. Smilitarizzare i sistemi nazionali di sicurezza e convertire le risorse militari per scopi pacifici, tra cui il recupero ecologico.

Probabilmente il primo principio in materia di “riproduzione responsabile” solleva qualche reazione religiosa a causa delle implicazioni legate al controllo delle nascite. Tuttavia, l’effetto della riproduzione umana, in particolare l’aumento a spirale della popolazione mondiale, ha un impatto sulle questioni ambientali che va dalla disponibilità di risorse naturali fino al trattamento dei rifiuti. I contenuti dei nostri saperi si modificano, si arricchiscono, i cittadini della Terra di domani, che sono gli studenti d’oggi, hanno necessità d’ essere istruiti circa gli effetti prodotti dalla dimensione della popolazione umana sull’ambiente. Conoscere ciò che, se necessario, deve essere fatto per controllare la crescita della popolazione.
Il secondo punto, gli stili di vita. La felicità umana, la longevità sono le nostre aspirazioni, non i consumi di mercato. Occorre uscire dalle ambiguità. Almeno la scuola ha questo dovere in assoluto. Acquisire solide competenze su questo terreno è indispensabile, c’è un imperativo morale, fare in modo che le nostre ragazze e i nostri ragazzi apprendano attraverso la scuola gli strumenti per rivendicare e considerare imprescindibili gli stili di vita che sono indispensabili a proteggere la biosfera. Il terzo principio nella lista è il più importante perché le disuguaglianze uccidono ogni aspirazione individuale al benessere e alla felicità. Sebbene la realtà ogni giorno ci smentisca, dobbiamo affidare alle nuove generazioni il grande ideale umano di sconfiggere le iniquità. La questione della cattiva distribuzione della ricchezza fa sì che pochi speculino sull’uso delle risorse a danno di tutti gli altri e soprattutto del destino delle future generazioni. Il quarto principio è il cardine della conoscenza, l’ossigeno della consapevolezza, poiché è essenziale per qualsiasi cittadino, studente o insegnante avere un tempestivo accesso alle informazioni in materia ambientale. Il quinto principio elencato sostiene l’insegnamento della responsabilità etica, che devono condividere i cittadini della Terra, di proteggere la vita umana e la felicità di ognuno. Il sesto principio riflette l’approccio olistico alla conoscenza, l’idea di un curricolo integrato, dove i saperi volti a tutelare l’uomo, la sua vita, il suo ambiente siano fortemente interrelati in ogni percorso formativo. E, naturalmente, il soggetto dell’ultimo principio, la guerra. L’attività umana più distruttiva, che minaccia con la sola sua ombra la durata e la felicità di ogni vita individuale. Ce n’è abbastanza per scrivere un curricolo che ponga al centro l’uomo e il suo abitare la Terra, un curricolo le cui ragioni sarebbero state impensabili da John Dewey a Paulo Freire.

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Oppressa da genitori e scartoffie un’inutile scuola sull’orlo di una crisi di nervi

Nella guerra lampo del premier contro il nemico numero uno dei costi della politica (non che l’obiettivo sia fuori luogo, anzi), il treno ad alta velocità, che per l’occasione chiameremo Matteo e non Italo, ha sostato alla fermata “Stipendi dei manager pubblici” e fra i primi se l’è presa col capostazione.

Molti altri casi sono finiti sui giornali, per dare un volto al contrappunto di un’Italia che lavora a testa bassa e che certi compensi non li vede nemmeno col binocolo.

Su “Qn” (domenica 30 marzo), ad esempio, si impara che il preside di un liceo milanese porta a casa 2.280 euro netti al mese, dopo oltre 42 anni di servizio, cui si deve aggiungere la reggenza di altre due scuole professionali e una serale. Un lavoro aggiuntivo che gli è valso un extra di 400 euro mensili netti, andati – dice – tutti in benzina, e con una responsabilità che si estende su 300 dipendenti e migliaia di studenti.

Ma la cosa che colpisce di più è la dichiarazione conclusiva: “Qualsiasi cosa faccia ci sono i genitori pronti a denunciarti. Ho avuto – prosegue – una richiesta danni di 150mila euro per una bocciatura, per danno biologico ed esistenziale ad uno studente”.

I genitori. Anni fa mi è capitato di vedere papà e mamma precipitarsi furenti, a passo di bersagliere, da un preside per protestare contro la bocciatura del figlio.
Insospettito dalla figura del pargolo, uno spilungone con la faccia tipica di quelli che sono accompagnati tutte le mattine in macchina fin davanti alla scuola anche se c’è un sole che spacca le pietre, andai a vedere il cartellone dei voti e dovetti arrendermi ad una monotona sequenza di quattro che ben poco lasciava spazio a impegno, dedizione e studio.

Amici insegnanti mi dicono che ricevono telefonate di avvocati e non mi stupirebbe se prima o poi qualcuno si presentasse in classe con il proprio legale di fiducia per sostenere un’interrogazione.

Nemmeno le gite scolastiche sfuggono all’occhio puntuto di genitori che presentano i disturbi tipici di un tempo di vita poco saturato. Ci sono insegnanti che ricevono mail da mamme che, evidentemente sull’onda di uno spirito critico messo a punto sul modello di “Amici” di Maria De Filippi, pongono il dubbio se quella tale visita guidata sia effettivamente formativa ed educativa, o se non sia meglio deportare la scolaresca ad una mostra più in linea col programma di storia che la classe sta svolgendo.

Ammesso e non concesso che quegli stessi allievi si siano accorti che nel loro orario settimanale c’è una materia che si chiama “Storia”, mi viene in mente mia madre quando arrivava il momento del colloquio coi genitori.

“Io devo lavorare – diceva con un tono di voce assolutamente convincente – per mandarti a scuola” (papà se n’era andato da tempo per un brutto male, come allora si usava dire). “Se sei promosso, bene – seguitava con logica lineare – altrimenti vai a lavorare”.

Nessun professore o preside la videro mai varcare la porta di una scuola che ho frequentato, ad eccezione dell’esame di seconda elementare. In quella circostanza la sua irruzione in classe servì a rendere noto a tutti che doveva portarmi a casa perché l’aspettava il turno pomeridiano sul lavoro. Interruzione provvidenziale che mi evitò la figuraccia della poesia detta a memoria (“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano …”), che non sapevo.

Adesso, invece, un prof deve dare spiegazione ad una mamma in pausa, metti, tra una spesa al supermercato ed un torneo a burraco, del perché decida di accompagnare i ragazzi della propria classe a vedere una mostra d’arte.

Una deriva che pare il prevedibile esito di decenni nei quali le chiavi della scuola sono state consegnate alla pedagogia, che l’ha portata fin sull’orlo del baratro di una completa inutilità. Da qui, anche, il dubbio che tutto non sia successo per caso e il sospetto che una certa sinistra abbagliata dal metodo a scapito dei contenuti sia stata, di fatto, il cavallo di troia per introdurre questo nulla col volto suadente di un’orizzontalità inclusiva, permanentemente e burocraticamente discutente.

Una scuola portata, cioè, lungo una strada che ha scientemente espunto “il cosa” da materie, libri e programmi – fino ad introdurre avvocati e tribunali per coloro che ancora ci provano -, per lasciare spazio al trionfo del “come”, con un’orgia di moduli, unità didattiche, carte di offerte e crediti formativi, in una cultura ridotta a contabilità burocratica.

Salvo poi imbastire su questo nulla cosmico un impossibile “saper fare”.

Il risultato è un’impalcatura sempre più fragile culturalmente, organizzativamente, psicologicamente e umanamente. Una fragilità, del resto, resa plasticamente dalla precarietà estrema nella quale troppi edifici sono stati lasciati regredire.

Qualcuno faccia qualcosa per fermare questo scempio che è la demolizione della scuola italiana. E, se possibile, non continuando a pestare inutilmente sul falso binomio pubblico-privato, perché qui non è più in gioco la forma, bensì la stessa esistenza di un’istituzione creata per misurare la capacità di una società di immaginare, progettare e costruire il proprio futuro.

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Quando lo spazio insegna

Cultura e grado di civiltà di un Paese non si esprimono unicamente attraverso il suo patrimonio d’arte e di monumenti, ma anche attraverso la qualità dei luoghi dove il sapere si perpetua di generazione in generazione, attraverso un processo di trasmissione dall’adulto al giovane. Scrivo questo, anche se nutro personalmente consistenti dubbi che il sapere sia a proprio agio accanto a termini come perpetuare e trasmettere, ma certamente questi denotano al meglio il profilo dell’edilizia scolastica di cui ognuno di noi ha certo avuto esperienza.
Un Paese che per decenni ha riciclato conventi, orfanotrofi, caserme, seminari in edifici scolastici testimonia la considerazione, l’attenzione e la cura che ha per le sue bambine e i suoi bambini, le sue ragazze e i suoi ragazzi, nella sostanza la sua perenne miopia nei confronti del futuro.
Eppure già nel 1899, in apertura di “Scuola e società” John Dewey scriveva: «Quel che i genitori migliori e più saggi desiderano per il proprio figlio, la comunità lo deve desiderare per tutti i suoi ragazzi. Qualsiasi altro ideale per la nostra scuola è ristretto e privo di attrattiva; a lungo andare distrugge la nostra democrazia». Che la nostra comunità sia stata e forse continui ad essere matrigna con i ragazzi è conclusione che lascio alle riflessioni di ciascuno.
Mario Lodi, nella Lettera a Katia, con cui apre “Il Paese Sbagliato”, scrive il 2 ottobre del 1964: «[…] Pensavo a quante aule simili a questa ci sono ancora nel mondo per farci vivere i bambini nell’età che più di ogni altra ha bisogno di spazio, di verde, di sole e di moto. Scatole di mattone. C’è una terribile somiglianza fra le celle di una vecchia prigione e le aule delle scuole: c’è la stessa ossessiva fissità delle strutture percettive (colori, forme, superfici), la stessa monotonia psicologica.» Mario Lodi continua osservando, che mentre il detenuto in cella è libero di pensare ai fatti suoi, le nostre aule, le nostre classi sono la negazione di ogni libertà. L’insegnante comanda, abitua gli alunni a ripetere ciò che egli dice, premiando quelli che meglio si adeguano. Non c’è nulla come le istituzioni per comprendere quanto è tenuto in considerazione l’uomo. Il maestro di Vho conclude che chi ha inventato le nostre scuole non pensava certo alla libertà del suo prossimo.
Esagerava Mario Lodi? Temo di no. Ancora oggi chi visita una delle nostre classi è come se le avesse vedute tutte.
Non sono in grado di misurare i margini di un possibile cambiamento dell’edilizia scolastica al servizio di una concezione radicalmente nuova dell’apprendimento e della sua relazione con l’uso dello spazio da parte di alunni e insegnanti. Perché il ritardo del nostro Paese, ancor prima che sulla riflessione pedagogica, è sulla grave negligenza nella cura della sicurezza degli edifici che ospitano i nostri studenti grandi e piccoli.
A dirlo sono gli esperti che nelle loro audizioni in Parlamento hanno evidenziato come nel nostro Paese vi sia una gravissima situazione di scarsa sicurezza delle scuole. La crisi ha reso tutto più difficile e le scuole, unitamente agli ospedali, sono gli edifici pubblici che devono garantire il massimo di sicurezza perché contengono quanto abbiamo di più prezioso: i nostri figli.
Perciò i miliardi stanziati in questi giorni dal governo Renzi consentiranno solo la messa in sicurezza, la manutenzione, consentiranno di fare rammendi che restano tali anche se il sarto è Renzo Piano.
Ci hanno ridotti come dei poveri che non si possono permettere l’abito nuovo di cui avrebbero necessità, ma devono continuare a rammendare sempre quello vecchio. E in tanto chi continua a pagare sono i nostri giovani, costretti a studiare in ambienti poco adatti alla loro crescita e all’apprendimento, umiliati a subire anche questo svantaggio rispetto ai loro coetanei europei di Danimarca, Olanda, Svezia e Finlandia.
È qui la questione democratica che pone Dewey. Per cui dovremo attendere ancora molto per il Profumo (sì, il ministro, ricordate?) del convegno organizzato a Roma nel 2012 “Quando lo spazio insegna”, nuove architetture per la scuola del nuovo millennio. La scuola open space, senza aule, né corridoi. Dove studenti e insegnanti lavorano in modo collaborativo, sfruttando le possibilità offerte da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Una scuola aperta tutto il giorno, disponibile alle contaminazioni con il territorio: scuola vera e propria al mattino, centro sportivo e di aggregazione al pomeriggio, centro di formazione per gli adulti alla sera. Queste, nelle parole del ministro di allora, le conclusioni del convegno, perché la scuola della società della conoscenza richiede spazi modulari e polifunzionali, facilmente configurabili ed in grado di rispondere a contesti educativi sempre in evoluzione.
Ora, se non c’è innovazione pedagogica, e in giro se ne vede davvero poca, difficilmente ci può essere innovazione nell’edilizia scolastica. Il modello industriale di scuola con gli alunni nei banchi, costretti ad apprendere tutti la stessa cosa nello stesso modo e nello stesso tempo non regge più. Ogni bambina e ogni bambino, ogni ragazza e ogni ragazzo ha il suo modo e il suo tempo per imparare, le intelligenze dei singoli sono diverse e ognuna ha il diritto di trovare lo spazio adeguato per esprimersi. Noi anziché innovare ci inventiamo l’acqua calda: i Bes (i bisogni educativi speciali), mentre nel nord Europa è già una realtà il tramonto delle aule, dei banchi e delle campanelle.
Se la scuola è strategica per l’uscita dalla crisi e per il futuro del Paese, ciò di cui questo governo si deve urgentemente fare carico è un piano di rinascita che consenta alle nostre scuole di divenire il luogo dove le giovani generazioni, ciò che il Paese ha di più prezioso, non solo abbiano il diritto di sognare il loro futuro, ma possano acquisire strumenti di qualità per pensare di poterlo realizzare. Didattica, ambienti di apprendimento, preparazione e diversificazione professionale di insegnanti e operatori della scuola sono gli ingredienti su cui da subito occorre intervenire. Si può, restituendo centralità, protagonismo e fiducia alla scuola attraverso lo strumento dell’autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e di sperimentazione sancita dalla legge n. 59 del 1997 (la legge Bassanini) e che i governi successivi hanno in tutti i modi osteggiato, svuotato di ogni forza di cambiamento, fino a privare scientemente le nostre scuole delle risorse umane e finanziarie a loro indispensabili.

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Cultura e creatività come chiavi di rilancio economico per Ferrara

Anche una mela può diventare un business. Oppure un festival, un blog, un caffè. A Ferrara il progetto “Atmosfera creativa” proposto da Sipro fa dialogare i soggetti che usano la creatività come ingrediente di lavoro: moda, gusto, design, comunicazione, spettacolo, cultura e turismo. Alla ricerca di una strategia comune, ecco la mappatura di aziende innovative e talenti del territorio: al Salone del restauro giovedì 27 marzo alle 16, Padiglione 5 sala Ermitage della Fiera.

È possibile che il benessere economico e sociale di un territorio si fondi su creatività e cultura? Da un’indagine svolta in Piemonte, intitolata “Atmosfera creativa” e documentata in un volume edito dal Mulino risulta di sì: un territorio può avere un modello di sviluppo sostenibile basato proprio sulla creatività e sulla cultura, intese in senso ampio. Possono, infatti, fare business la moda e lo stile, il cibo e il gusto, l’artigianato e il design, i mezzi di comunicazione e i nuovi media, lo spettacolo, il patrimonio culturale, il turismo e i festival.

Ferrara – sede del festival Internazionale e di Busker festival, ma anche di birrifici artigianali, aziende di software e stilisti – punta a ripartire da un’analisi del genere per cercare di usare la creatività in chiave di sviluppo. Il progetto di mappatura e chiave di rilancio è di Sipro, l’Agenzia per lo sviluppo di Ferrara, che fa suo il modello “Atmosfera creativa” e chiama a raccolta architetti e produttori di eccellenze, blogger e organizzatori di eventi, editori e operatori turistici per soppesarne quantità e qualità. L’obiettivo: individuare a Ferrara criticità e opportunità di crescita per i settori culturali e creativi, mettendo a fuoco le peculiarità del territorio in modo da trovare un percorso di sviluppo possibile per un comparto variegato.

Il progetto di analisi arriva dall’esperienza fatta in una regione, dove la “Atmosfera creativa” è riuscita davvero a ingranare la marcia, a mettere in movimento il mercato, l’economia di un territorio e la sua immagine. Lì (ad Alba di Cuneo), tanto per fare un esempio, c’è un colosso del settore alimentare come Ferrero e la sua macchina produttiva della Nutella; a Bra di Cuneo nasce e resta il cuore pulsante di Slow food, l’associazione che trasforma il concetto di cibo e di cura del prodotto in un marchio che rimanda a uno stile di vita; a Torino vengono organizzati il Salone del gusto e le mostre del Lingotto. Anche Ferrara ha risorse, talenti, eccellenze. Manca però la riconoscibilità territoriale, la visibilità di un marchio distintivo, un progetto strutturato, coordinato e di ampio respiro. Come le mele – ha fatto notare a un incontro operativo Michele Travagli, project manager dell’agenzia di comunicazione Kuva. Le mele vengono prodotte da sempre nel Ferrarese, che per anni è stata la capitale riconosciuta della produzione agricola, con i maggiori quantitativi raccolti e commercializzati. Ma poi a creare un brand di qualità ci ha pensato il Trentino Alto-Adige: dal 2003 la Mela della Val di Non trentina ottiene la Denominazione di origine protetta (Dop) che ne contraddistingue 5 varietà; e dal 2005 ben 11 varietà altoatesine hanno il marchio europeo di Indicazione geografica protetta. Due bollini rilanciati e sostenuti (con marchi come Melinda, Marlene) che il consumatore riconosce e sceglie, che contraddistinguono forme, colori e garanzia di sapore. In terra emiliana le mele si continuano a far crescere e maturare, ma l’operazione di marketing è tardiva, ancora lontana dal riconoscimento di origine o di tutela della denominazione conferito dall’Unione europea.

Insomma, la voglia è quella di capire e valorizzare quello che si fa, di ripensare e comunicare il significato di un prodotto. Non importa che si tratti di un frutto o di una mostra d’arte, di una rassegna teatrale o di un oggetto di design. E per promuovere un prodotto o un’idea del territorio i soggetti che se ne occupano devono mettersi insieme, pensare in modo nuovo, non basarsi sul fatto che si è sempre lavorato in un certo modo e che così si continuerà a fare. Non basta raggiungere profitti isolati, insomma, serve una strategia proiettata nel tempo.

Il 3 febbraio scorso in Fiera l’appuntamento tra gli operatori che hanno aderito a una prima fase di indagine per stimolare anche a Ferrara il decollo di una strutturata “Atmosfera creativa”. Giovedì 27 marzo – annnuncia il direttore di Sipro, Elisabetta Scavo – le conclusioni della ricerca finiranno in un report che verrà presentato al Salone del restauro, a Ferrara.

Lo studio ferrarese è promosso da Sipro nel quadro del progetto europeo Macc, finanziato dal programma Italia Slovenia. Coordina la raccolta ed elaborazione dei dati il centro di ricerche Css-Ebla, che ora prepara la mappatura delle imprese culturali sul territorio, ma anche la messa a fuoco di criticità e punti di forza.

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Civiltà e cultura, l’eco di Bassani in Germania

Da MONACO DI BAVIERA – In occasione dei cento anni dalla nascita di Alfred Andersch (Monaco di Baviera, 4 febbraio 1914 – Berzona, 21 febbraio 1980), attento e sensibile scrittore, editore e produttore radiofonico tedesco, si vuole dedicare a lui questo breve saggio sull’eco dell’opera di Bassani in Germania, ricordandolo come lo scrittore tedesco che più di ogni altro negli anni sessanta ha contribuito alla diffusione dell’opera dello scrittore ferrarese.

Le traduzioni dei romanzi e dei racconti di Giorgio Bassani sono apparse in Germania proprio negli anni in cui i tedeschi cominciavano ad occuparsi molto seriamente del loro passato nazista. Negli anni cinquanta, nel periodo del miracolo economico, il ricordo del Nazionalsocialismo fu bandito. I tedeschi avevano tentato di allontanare persino dai ricordi quell’epoca buia della loro storia. “Si cercò di evitare di pensare alla storia, si viveva e si pensava solo al presente. Lo stato e la politica non erano più in primo piano” così scrive di quegli anni il giornalista Helmut Boettinger in una retrospettiva degli anni ’50 nella Germania Ovest.

Questo atteggiamento cambiò negli anni sessanta, soprattutto ad opera del movimento del ’68. In questi ultimi anni si sono rivolte molte critiche al movimento studentesco, spesso anche giustificate, ma rimane incontestabile che si deve a quel movimento l’aver riaperto la discussione sul Nazismo, sul fascismo e l’aver messo in evidenza il ruolo delle diverse classi sociali nello sterminio degli ebrei. Soprattutto all’interno delle famiglie borghesi, nacquero forti scontri generazionali tra padri e figli, su chi fosse responsabile di quei misfatti. In quegli anni, vennero anche riscoperti nelle università testi letterari e filosofici di ebrei e antifascisti emigrati, che nel dopoguerra erano stati dimenticati o, peggio, nascosti. L’interesse per la cultura di lingua tedesca dell’esilio (la famiglia Mann, Walter Benjamin, Bertold Brecht, la Scuola di Francoforte, ecc.) trovò un nuovo impulso. Si scoprì anche la letteratura antifascista degli altri paesi europei, come per esempio i romanzi dello spagnolo Jorge Semprun, dell’austriaco Jean Amery che viveva in Belgio, il diario dell’olandese Anne Frank, i romanzi degli italiani Cesare Pavese, Alberto Moravia, Ignazio Silone, Primo Levi, oltre all’opera di Giorgio Bassani.

Ma ci sono differenze fra autori e artisti diversi. Per Primo Levi era centrale la realtà dei campi di concentramento nazisti. L’esperienza della resistenza contro l’occupazione nazista è narrata da Beppe Fenoglio. Roberto Rossellini ha rappresentato in Roma città aperta il comportamento delle truppe tedesche durante l’occupazione di Roma. Leggendo invece l’opera di Bassani “con occhi tedeschi” colpisce che il suo interesse si focalizzi sul fascismo, sull’Italia e su Ferrara. Alcuni dei protagonisti dei suoi romanzi vengono deportati in Germania e uccisi dai nazisti nelle camere a gas. “Dopo una breve permanenza nelle carceri di Via Piangipane, nel Novembre successivo furono avviati al campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi, e di qui, in seguito, in Germania” (epilogo de Il giardino dei Finzi Contini). L’attenzione dello scrittore ferrarese è posta in particolare sul fallimento della borghesia italiana, soprattutto della borghesia ebrea in una città di provincia come Ferrara. Noi tedeschi siamo stati e rimaniamo colpiti dal modo con cui Bassani evidenzia criticamente le molte contraddizioni interne della borghesia ebrea.

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Fotogramma Il giardino dei Finzi Contini

Nella Germania del dopoguerra dominavano due posizioni nei confronti degli ebrei, presenti in tutti i dibattiti politici: c’era ancora un latente ma talvolta chiaro antisemitismo, e si affermava un’immagine manichea del mondo. C’erano i nazisti e i loro simpatizzanti da una parte, gli antifascisti democratici, gli ebrei ed altri gruppi discriminati durante il periodo nazista, dall’altra. Tertium non datur. Era impensabile in Germania l’esistenza di cittadini ebrei che simpatizzassero con i fascisti, come invece avvenne a Ferrara fino alla promulgazione delle leggi razziali. Dalla lettura dei romanzi di Bassani, infatti, emerge un certo fascino esercitato dal fascismo sulla borghesia cittadina ed anche su quella ebrea. Forse per questo i romanzi di Bassani hanno avuto una sorprendente risonanza presso il pubblico tedesco: il suo antifascismo era più sottile e nascosto rispetto a quello di molti scrittori tedeschi dell’esilio.
A differenza di quanto successe soprattutto nella Repubblica Democratica Tedesca, dove l’antifascismo era rappresentato esclusivamente come qualcosa di eroico, Bassani non creò eroi. Ci si può facilmente identificare con i personaggi di Bassani e con i loro sentimenti (in particolare con la figura di Micol protagonista femminile de Il giardino dei Finzi Contini). L’ambiente borghese del Romanzo di Ferrara era, in ogni caso, molto più vicino alla sensibilità del lettore tedesco di quanto non fosse l’ambiente proletario descritto dagli scrittori della tradizione comunista. Per esempio, ci si sentiva vicini alla sensibilità del Dottor Fadigati, perché quell’atmosfera piccolo borghese si respirava anche nelle città tedesche.

Fra gli autori tedeschi degli anni sessanta, Alfred Andersch è stato colui che più di ogni altro ha avuto il grande merito di aver fatto conoscere l’opera di Giorgio Bassani in Germania. I suoi romanzi, infatti, hanno molte affinità con quelli di Bassani. Anche Andersch evidenzia il ruolo della borghesia nel movimento nazionalsocialista. Paradigmatica per esempio la domanda di Andersch nel racconto Il padre di un assassino incentrato sulla figura del filologo classico professore Rex: “E’ possibile che l’umanesimo non ci protegga?” Ricordiamo che la figura del filologo è ispirata al padre di Heinrich Himmler, l’assassino nazista. Si devono ad Andersch i primi apprezzamenti per l’opera di Giorgio Bassani nell’ambiente letterario di lingua tedesca, sua è infatti la laudatio in occasione del conferimento allo scrittore ferrarese del premio Nelly Sachs nel 1968. E il suo saggio Sulle tracce dei Finzi Contini è tra i più bei testi dedicati allo scrittore ferrarese e a Ferrara.

Quando si parla del rapporto tra Giorgio Bassani e la Germania, non si può non ricordare la sua ammirazione per Thomas Mann. La personalità e l’opera di Mann erano tenute anche in grande considerazione dalla famiglia Croce, legata da rapporti di grande amicizia a Bassani. Lo scambio epistolare tra Benedetto Croce e Thomas Mann degli anni ’30, mostra quanto questi grandi intellettuali europei si apprezzassero. Civiltà e cultura (parole mai tradotte in tedesco da Mann) erano i valori centrali di quella corrispondenza, importanti leitmotiv anche nell’opera di Bassani. Ma entrambi, sia Giorgio Bassani sia Thomas Mann, non sono più figure di riferimento nella cultura tedesca di oggi, sono poco presenti nella cultura delle giovani generazioni e vengono considerati scrittori di un’altra epoca. E questo è un grande peccato, ma è la realtà.

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Canzoni e festival, un carattere specifico degli italiani

Nelle affollate sale della cultura ferrarese, dove si parla e si discute di temi e motivi straordinari (benché a volte le accoglienze siano un po’ scarse), e mi riferisco in particolare a un Castello tutto immerso nell’oscurità, mentre gli ascoltatori della conferenza su Camillo Filippi, noto pittore manierista della scuola ferrarese, si guardavano smarriti in attesa di una luce che permettesse una necessaria sosta alla toilette, o alla trionfale presentazione del libro del caro amico e collega Franco Cardini (e mai saranno sufficientemente lodate le illustrazioni prodotte da Maria Paolo Forlani!) con tutta la noblesse culturale della città con la bocca convenientemente piegata alla smorfia “cul de poule” (massimo rimprovero per “eventi” condannati a priori), che giurava sulla convinzione che MAI avrebbe ascoltato il festival della canzone sanremese, al massimo un buon western o una fantascienza d’antan.
Io, per me, curioso anche delle vetrine che espongono i cachemires e le toilettine alla Renzi, mi son sistemato in poltrona, naturalmente quella con la parte reclinabile adatta alla mia età, per vedere la più straordinaria rappresentazione del carattere degli “itagliani”. Formidabile, anche se crollavano a iosa nell’angosciante e piranesiano palcoscenico (della sempre verde serie delle Carceri) miti e personaggi. L’angosciato Fazio alle prese con la minaccia grilloide che ha riempito la piazza davanti al teatro, col ripetitivo insulto del canuto comico e la più reale minaccia di due disperati che protestavano perché, assieme ad altri 800, non prendono più stipendio da mesi.
Fazio tenta la via del salvare capre e cavoli, secondo la vecchia legge del teatro: “lo spettacolo deve continuare”. Mentre si susseguivano siparietti un po’ retrò tra cui penoso il duetto tra lo scheletrico presentatore e una formosetta con viso schiacciato -una certa Casta- ambientato in un’improbabile rivisitazione dell’esistenzialismo francese.
Allora, ho capito tutto! E’ vero, è vero! Il signore di Arcore si è sempre esibito sulle navi da crociera e nelle sue ville a sussurrare Les feuilles mortes o La vie en rose tra un’orgettina e l’altra. Ma era satira o realtà? Questo è il problema. Se sia più reale l’imitazione della vita o la vita come imitazione. Mah! In questa fiera dell’usato, ecco duettare una signora cinquantenne, la cosiddetta Lucianina, con una sempre verde Carrà gravata di innumerabili anni, parlando degli acciacchi dell’età superata con ginnastica e fiducia nella vita.
Credo che il mio spot preferito (a parte le confidenze delle signore in ascensore sugli ormai sconfitti “odori” delle loro parti intime o quello, solo per intellettuali, dove Dante scrive la Commedia sul rotolone igienico) sia quello in cui una signora con voce “importante” magnifica l’adesivo che le permette un uso disinvolto della dentiera. Ecco di nuovo: spot pubblicitario per tenersi in forma oppure pura e semplice adesione alla vita nei suoi più rappresentativi significati amatissimi dalla casalinga di Voghera o dai patiti di B. che ha avuto la capacità di ridurci così? Ecco perché non sopporto la presunzione dei miei simili (accademici e non) che trovano una diminutio specchiarsi nel mondo sanremese. Questa, come dire, riserva da radical chic (categoria a cui in certi momenti entusiasticamente aderisco, specie quando mi si rimprovera da parte degli urlanti populisti il mio privilegio di potere assistere a un grande concerto di musica classica invece di spendere 6-700 euro per la serata finale di Sanremo) mi porta a riflettere sul senso di quei nomi così doverosamente sostenuti da chi crede, ancora per poco, alle parole come “valore” e “cultura”.
Ben lo spiega il bravo Curzio Maltese su “La Repubblica” del 19 febbraio da un titolo inquietante La politica? Si fa a Sanremo. E di fronte alle urla di G. le poltrone vuote delle mogli dei Marò prigionieri in India, la protesta dei due operai riflette: “Da noi si denunciano i problemi non per risolverli, ma per ottenere un grande applauso. L’applauso in sé garantisce che la soluzione non sarà mai trovata, perché in questo caso la volta successiva non si potrebbe ottenere un altro applauso e di conseguenza s’incepperebbero i sacri meccanismi dell’audience.”
Si pensi che, oggigiorno, per sconfiggere la morte e il mistero più tormentoso della nostra esistenza, ai funerali si applaude: una forma atroce che vorrebbe ricordare il defunto attraverso la forma più spettacolare, l’applauso appunto. E le canzoni. Quelle non contano. Forse fischieremo un motivetto quando la macchina pubblicitario-organizzativa si sarà esaurita. Tutte queste modalità di espressione non hanno forse qualche somiglianza con l’altra macchina politica messa in piedi dal Presidente del Consiglio incaricato? Chissà quale canzonetta fischieremo: un plagio o una novità?

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Con “Atmosfera creativa a Ferrara” Sipro prova a tessere la tela fra imprese e operatori del comparto culturale

Per ‘fare rete’, come insistentemente si auspica, al punto che l’espressione è divenuta quasi un mantra, occorre innanzitutto cominciare ad annodare i fili fra loro. E’ ciò che sta tentando di fare Sipro, riunendo attorno a tavoli comuni soggetti che operano nei medesimi settori produttivi o che svolgono attività affini.
Può sembrare banale, ma non lo è in una città come Ferrara dove tutti più o meno si conoscono, ma il livello dello scambio generalmente, anche fra imprenditori, si limita alla formalità e a una superficiale cortesia relazionale. Ci si conosce, in sostanza, per modo di dire, in maniera convenzionale, spesso senza neppure sapere cosa fa esattamente e di cosa si occupa l’interlocutore, ciascuno rinserrato nel proprio riserbo.

Fare rete significa al contrario superare ritrosie e diffidenze, rendersi curiosi e al contempo permeabili, approfondire i livelli di conoscenza e condivisione, creando così le condizioni affinché ognuno, adeguatamente edotto, possa scientemente valutare reciproche potenzialità ed eventuali prospettive di integrazione, in una logica di complementarietà in grado di mettere a valore e ottimizzare specificità e prerogative di ciascun soggetto.

Così, attorno ai tavoli allestiti nei locali di Ferrara fiere e congressi, si sono ritrovati imprese, associazioni e professionisti del comparto culturale, attivi nei settori dello spettacolo e degli eventi, di turismo e festival, dei media, del patrimonio culturale, di moda e stile, del gusto, di artigianato e design. Con loro anche alcuni rappresentanti istituzionali. I lavori sono stati coordinati dal Centro di ricerche Css-Ebla. L’iniziativa fa parte di un progetto di studio delle imprese culturali e creative e delle associazioni del territorio provinciale, promosso da Sipro nel quadro del progetto Macc, finanziato dal Programma di cooperazione Italia Slovenia.

La novità sta nel fatto che persone che in città svolgono lavori simili si sono incontrate, forse per la prima volta, per discutere fra loro di ciò che fanno, entrando nel merito di dinamiche e prassi produttive, per ragionare insieme di problematiche, criticità, risorse, scenari e visioni.

Lo spirito che aleggia su “Atmosfera creativa a Ferrara” (denominazione di questa sorta di agorà dell’imprenditoria) è un po’ lo stesso che qualche anno fa aveva caratterizzato i forum di urbanistica partecipata: in fondo, sia quelli sia questi sono orientati alla definizione di scenari e di coerenti scelte: allora per la ridefinizione di pezzi di città, ora per la riformulazione di rapporti fra operatori economici del segmento cultura e creatività. E il motivo di questa sintonia c’è: la regia di entrambe le operazioni è la medesima, quella di Elisabetta Scavo, all’epoca capo di Gabinetto del sindaco Sateriale e adesso direttore di Sipro, di cui condivide le strategie con il presidente Gianluca Vitarelli.

Questa di mettere in circolo energie potenzialmente presenti e spesso inespresse appare una vocazione appropriata alle necessità dello scenario ferrarese. In questo senso risulta prima di tutto un’interessante intuizione e secondariamente una concezione coerente con gli scopi di Sipro, utile quindi anche per ridare senso e impulso all’agenzia provinciale per lo sviluppo, la cui ‘mission’ è appunto la promozione dei valori del tessuto produttivo locale.
Siamo all’inizio del percorso, la strada è accidentata, l’approdo è tutt’altro che scontato. Ma vale la pena tentare l’impresa.

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