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SCHEI
Ministero della Cultura Popolare

Scommetto che anche tu – proprio tu che stai leggendo – muori dalla voglia di dire la tua sulle ultime misure del governo. Magari avevi appena aperto un locale, dopo anni di sogni, pensieri, progetti, e adesso non sai come pagare i debiti. Magari fai il cuoco, e se non puoi dare da mangiare alla gente non hai da mangiare tu. Oppure sei uno che ha passato venti giorni in una terapia intensiva con un tubo in gola. Oppure sei un infermiere di un reparto Covid. La mattina ti metti il pannolone per pisciarci dentro, ti bardi con lo scafandro, preghi Dio o lo imprechi e parti per le dodici ore di turno.

Se appartieni ad una delle prime due categorie (che ne esemplificano altre cento: il pizzaiolo, il barista, lo sceneggiatore, l’attore, il tecnico delle luci) sono sicuro che stai maledendo il governo di incapaci che ti è toccato in sorte. Se sei un malato o se curi la gente, sono sicuro che tu al loro posto avresti completamente sprangato le città, così da non rischiare di beccartelo ancora, o così da avere forse, tra un mese, un turno di riposo. Dal virus, dalla gente, dalla paura, da tutto. E poter dormire.

Se non stai morendo di Covid ma rischi di morire di fame, la paura di ammalarti è soppiantata dalla paura di fallire. Di non essere in grado di mantenere la tua famiglia. Se hai un lavoro “sicuro” ma ti sei ammalato seriamente o è successo ad un tuo congiunto, vuoi solamente guarire e raccontare con un post su facebook quanto è brutto quello che hai passato, che c’è gente che sta addirittura peggio di te e che col Covid “non si scherza”.

Adesso, in autunno, con la seconda curva in crescita, per il Governo non è più così semplice. A marzo contava solo la parte sanitaria. Adesso le persone sono più stanche e più povere, e si erano illuse che fosse finita. Molte di loro hanno speso soldi per mettersi in regola e poter lavorare. Se tutti questi sacrifici e tutte queste aspettative vengono deluse, le persone non sono più disposte a sopportare, e il credito concesso si trasforma all’istante in rabbia popolare.

E’ una classica storia italiana. Siamo bravi a non affogare quando abbiamo l’acqua alla gola (non a caso la Protezione Civile è uno dei nostri fiori all’occhiello), ma quando si tratta di pianificare l’uscita dall’alluvione, la nostra atavica incapacità di organizzare il futuro prende il sopravvento. Conte ha un bel dire che ristorerà tutti coloro che hanno subito il blocco delle attività. Purtroppo, la burocrazia nostrana – la vera padrona del vapore – è in grado di sbriciolare la più filantropica delle iniziative legislative. Non sono naturalmente nelle condizioni di affermare che avrei potuto concepire di meglio di questo secondo lockdown. Nessuno dei contestatori è nelle condizioni di farlo: infatti nessuno ha idee migliori, tranne l’ovvia pretesa di chiudere un settore che non sia il proprio (chi la scuola, chi i supermercati).

Un discorso a parte lo meritano le attività culturali. Lo voglio vedere il ristoro riservato a dei teatri di periferia o a circoli ricreativi che non hanno nemmeno un bilancio degno di questo nome. Lo voglio vedere come troveranno il parametro reddituale sulla base del quale indennizzare una compagnia di teatro sperimentale, un archeologo, un tecnico del suono, un editor, uno sceneggiatore, un traduttore, un restauratore. Queste attività si muovono normalmente in una zona grigia, molto tendente al nero, lavoratori e attività “autonome” che sono soggette alla precarietà e all’incertezza in una situazione ordinaria, figuriamoci in mezzo ad una pandemia. Perchè la cultura non è fatta solo di grandi musei, di grandi orchestre, di grandi teatri, di artisti che radunano folle plaudenti e fatturano come un’azienda di dieci persone. Il patrimonio culturale della penisola, enorme e sovente disseminato nelle chiesette più sperdute della provincia italiana, è lasciato nell’ incuria. Basta vedere la teoria di ville storiche diroccate o i siti archeologici abbandonati che chiunque può incontrare in uno qualunque dei propri viaggi alla scoperta delle “meraviglie dell’arte”. E’ come trovarsi in eredità una fortuna in bellezza, potenzialmente più redditizia di tutto il petrolio estraibile dai pozzi arabi, e non prendersi nemmeno il disturbo non dico di manutenerla, ma almeno di darle una spolverata al mese, come si fa coi soprammobili di casa propria.

Cosa volete che freghi alla nostra “classe dirigente” della cultura. “Con la cultura non si mangia”, disse più o meno letteralmente un ministro delle Finanze qualche anno fa. Esagero?

Gli stanziamenti in Legge di Bilancio (LdB) per le missioni “Turismo” e “Tutela dei Beni Culturali” sono aumentati negli ultimi anni dopo un calo dovuto alla crisi del 2008, anche se ammontano a solo lo 0,15 per cento del Pil e lo 0,3 per cento della spesa primaria. Inoltre, l’Italia spende meno nelle “Attività culturali” (0,3 per cento di Pil) rispetto alla media europea (0,4 per cento) e ai paesi più simili al nostro come Francia (0,6 per cento), Spagna o Germania (0,4 per cento entrambi).

Nel bilancio dello stato le spese relative al patrimonio culturale italiano sono in gran parte incluse in due missioni di spesa: “Tutela dei Beni Culturali” e “Turismo”. Nel 2019, la spesa per le due missioni era di appena lo 0,15 per cento del Pil e lo 0,3 per cento della spesa primaria (cioè il totale delle spese della Pubblica Amministrazione al netto degli interessi sul debito pubblico). Gli stanziamenti per le due missioni sono iniziati a decrescere a partire dagli anni della crisi, passando dallo 0,11 per cento del Pil del 2008 allo 0,08 per cento del 2011 (Fig. 1). In seguito, c’è stata una lenta ma costante risalita fino al recupero e sorpasso (nel 2016) del livello del 2008, arrivando al 2019 con un valore uguale allo 0,15 per cento del Pil.

Un altro modo per misurare la spesa pubblica in cultura, adatto soprattutto ai confronti internazionali, è l’utilizzo della contabilità COFOG (classificazione internazionale della spesa pubblica). La spesa pubblica italiana in “Attività culturali” ammontava, nel 2018, a circa 5 miliardi di euro, cifra grossomodo stabile negli ultimi anni. La spesa in “Attività culturali” sul Pil è rimasta invariata negli ultimi anni a circa lo 0,3 per cento. L’Italia (Fig. 2) si colloca al di sotto della media dell’Unione Europea (0,4 per cento del Pil), e comunque al di sotto di altri Paesi come Spagna e Germania (0,4 per cento) e Francia (0,6 per cento). Spendiamo meno persino della Grecia, in proporzione (non un lusinghiero termine di paragone). (fonte: https://osservatoriocpi.unicatt.it/).

 

No, direi che non esagero. Eppure il nuovo corso della cultura a Ferrara è riuscito a trovare il modo di far guadagnare qualcuno. Peccato che sia una famiglia di privati, che prende una lauta percentuale (il 20 per cento) dei soldi incassati dai biglietti d’ingresso al castello Estense (attenzione: di ogni tipologia di biglietti, non solo di quelli per vedere la mostra), e questo perchè dentro il Castello è ospitata la sua collezione privata di opere d’arte. Costi di allestimento e accessori tutti a carico del Comune. Un classico caso di collettivizzazione dei costi e privatizzazione dei ricavi, per non parlare del gigantesco conflitto di interessi (lo Sgarbi maschio è anche stato nominato presidente di Ferrara Arte). Una famiglia il cui più celebre membro bercia in ogni occasione, compreso in Parlamento, senza mascherina, ma si permette il lusso di dare del “fascista” al Presidente della Camera che gli intima di rimettersela sul muso. Il tutto mentre si ingegna per organizzare a Palazzo Koch una mostra agiografica sul più celebre fascista ferrarese, Italo Balbo.

Ne vedremo delle altre, di queste miserie (redditizie, per qualcuno). Ne abbiamo appena vista una, sul web: un video osceno, girato in una sala del Comune, in cui l’assessore ombra dice “e adesso andiamo a prenderlo nel c…o come dice il Papa” e l’ombra di assessore chiosa “sono d’accordo”. Quando una figura così grigia, così impalpabile, si presta a fare da spalla di un così miserabile spettacolo, viene da domandarsi quanto valga per questa gente il decoro di una funzione ricevuta per grazia.

Per leggere i precedenti articoli della rubrica SCHEI di Nicola Cavallini clicca [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
La fatica di vivere oggi

Poche cose mi hanno colpito in questo momento storico, dove vanno ripensati tutti – o quasi – i valori e i delitti che si compiono, quanto questo fatto apparentemente minore che si è svolto all’ospedale di Rimini e che inconsciamente auspico sia una bufala, sapendo già che non lo è.

Leggo in QN di lunedì 26 ottobre 2020, p. 12 che all’ospedale di Rimini nel parcheggio riservato agli operatori sanitari settanta macchine, tutte accuratamente scelte tra quelle in possesso di chi lavora all’ospedale, sono state sfregiate, colpite, prese di mira da qualcuno che le aveva accuratamente scelte. Non una di chi non operava all’interno dell’ospedale. L’indizio che si trattava di una miserabile vendetta contro chi opera nel campo medico consiste nel fatto che nulla è stato asportato all’interno dell’abitacolo.

Un gesto così talmente amorale e terribile può essere messo purtroppo in corrispondenza con le convinzioni di coloro che in regimi totalitari operano per la miserabile soddisfazione di una vendetta pericolosa. E i miei connazionali italioti TUTTI,  anche coloro che sono innocenti, portano sulle loro spalle la spaventosa pandemia dell’immoralità. Vergogna a tutti noi che non sappiamo scrollarci di dosso simili immondi esseri.

Mi rendo conto che la conclusione del discorso potrebbe e può colpire chi da sempre ha lottato e lotta contro il diritto del singolo a non essere chiamato in causa in quello che può parere un coinvolgimento totale nelle colpe di un’epoca pur restandone fuori. Penso ad esempio al giusto scatto reattivo dell’amico fraterno Fiorenzo Baratelli. Ma una lunga telefonata ha spiegato (in parte) la possibilità di una coincidenza tra i due pensieri. Non voglio certamente mettere in dubbio il generoso lavoro svolto da chi non vuole essere responsabilizzato in una generica e forse frettolosa sentenza di coinvolgimento. Guai se non ci fossero coloro che operano in quella direzione di distanziamento! Ma la mia provocatoria battuta riguardava chi, essendone venuto a conoscenza, non avesse potuto o voluto distaccarsene e condannarla.

Certo! Quante persone perbene nei paesi coinvolti nell’ideologia nazista ad esempio ignoravano la terribile realtà storica. Diventavano colpevoli solo quando, avendo saputo la verità, non avevano operato in conseguenza. Ecco in qual modo va inteso il giudizio che ho espresso e che si riferiva al fatto che in quanto  ‘a livello teorico’ tutti portiamo sulle spalle “la spaventosa pandemia dell’immoralità”.

Nel frattempo come diceva mia nonna “sono stato regalato” di un dono così prezioso che faccio ancor adesso fatica a rendermene conto: assistere al concerto di Riccardo Muti al Teatro Abbado di Ferrara. Lo attendevo, in quanto ancora una volta devo ribadire che Riccardo e Cristina Muti sono stati e sono tra gli amici più cari della mia lunga vita. La fraterna amicizia che ci lega non è stata mai scalfita da qualche fraintendimento, che nel mondo della cultura non è così difficile ad attuarsi. Il Maestro mi ha stretto in un abbraccio che tanto rivelava della gioia genuina di vedermi, mentre Cristina dagli splendidi capelli azzurri e avvolta in un manto di raso rosa degno (e probabilmente lo era) dell’inventore della moda, il proustiano Poiret, mi ricordava momenti straordinari del nostra giovinezza fiorentina.

A quel punto s’annuncia Vittorio Sgarbi che con la solita irruenza ricorda anche lui il comune tempo fiorentino. Rimango un po’ interdetto, ma gli amici Muti vogliono portare un modus vivendi tra le lontanissime convinzioni che si ergono tra la mia visione della cultura e quella del critico d’arte. Mi racconta di quello che intende fare per una mostra su Giorgio Bassani e l’arte; mi comunica che gli uffici di Ferrara Arte, l’organizzazione che presiede, si sistemeranno al primo piano di Casa Minerbi, lo splendido palazzo dove è situato anche il Centro Studi bassaniani. Chiede notizie di poter conoscere la curatrice del Centro, la professoressa Portia Prebys, che per un vezzo linguistico chiama Portìa e non Pòrtia; annuncia il progetto di una mostra canoviana da far assieme, tra me presidente dell’edizione nazionale delle opere di Canova e lui presidente della Fondazione Canova di Possagno. Si sa che ormai il giro culturale come da sempre si svolge tra presidenze e direzioni… E questo ritorno al passato, che non si spegne nel giro di un giorno o di un anno, ha la sua conclusione proprio in questi giorni, quando il Maestro indirizza una degnissima lettera al capo del Governo Conte, il cui senso è rinchiuso in queste parole:

Chiudere le sale dei concerti e i teatri è decisione grave. Definire come ‘superflua’ l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità.”
La riflessione di Muti non fa leva, o non solo, sul problema del lavoro, ma insiste su quel tesoro culturale che è il senso vero di ciò che la pandemia di corona virus non deve strappare alla nostra provata esistenza: la cultura come tesoro inalienabile della nostra vita.

Il presidente Conte ha saputo rispondere con altrettanta finezza alla richiesta del Maestro. Lo stesso incipit è diverso: “Gentile maestro Muti”; dove sottolineare la ‘gentilezza’ mi sembra un’ottima occasione d’incontro. Sottolineare poi la ‘gravità’ del problema ne dice il senso ed infine la necessità per ragioni di salute lo conclude. Termina Conte: ”Siamo costretti a fare questi ulteriori sacrifici. Ma non intendiamo affatto rinunciare alla bellezza, alla cultura, alla musica, all’arte, al cinema, al teatro” (Corriere della sera, 27 ottobre 2020, p. 1 e 17.)

E’ proprio leggendo questa corrispondenza che ancor più dolorose appaiono le proteste indubbiamente capibili che hanno sconvolto Napoli, Milano, Torino.
Ma non molliamo! Cerchiamo di essere degni della civiltà che ci ha generato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

MICROFESTIVAL DELLE STORIE
Lo scrittore ferrarese Lorenzo Mazzoni dialoga con Consuelo Pavani su ‘Nero ferrarese’

Un libro e una proiezione concludono i primi due mesi di eventi gratuiti al Microfestival delle storie di Polesella. Venerdì 23 ottobre alle 21 in sala Agostiniani, Consuelo Pavani presenta Nero Ferrarese (Edizioni Pessime idee) di Lorenzo Mazzoni, collegato in streaming ma che il pubblico potrà vedere proiettato sul maxischermo della sala Agostiniani.

Con Mazzoni, scrittore ferrarese, autore della serie dell’ispettore Malatesta, si conclude la prima fase della programmazione letteraria del Microfestival, iniziata a settembre e che ha avuto come ospiti autori di carattere nazionale come Chiara Gamberale, Giulia Cuter e Giulia Perona, ma anche locali come Astrid Scaffo, per un totale di un centinaio di prenotazioni e presenze.

In calendario, inoltre, sabato 24 ottobre alle 21 sempre in sala Agostiniani, il film Visages villages di Agnès Varda e del fotografo JR rivolto ad adulti e bambini a cui il Microfestival ha dedicato, nei primi due mesi, e continuerà a dedicare laboratori e momenti in cui l’arte e la creatività possono esprimersi.

Entrambi gli appuntamenti si svolgono nel rispetto delle misure di sicurezza anti Covid, pertanto è prevista la prenotazione. Il programma di novembre e dicembre del Microfestival è in stesura e sarà comunicato alla stampa e al pubblico quanto prima.

Sinossi del libro Nero ferrarese di Lorenzo Mazzoni. Tre colpi d’arma da fuoco: mano sinistra, petto e spalla. Così si presenta il corpo del ragazzo di estrema destra trovato morto nell’auto. Una Ferrara ancora sotto shock per l’omicidio Aldrovandi piomba nella paura di attentati politici. Pietro Malatesta, ispettore di polizia e anarchico di natura, si troverà a indagare su un omicidio dalle dubbie motivazioni. Brigate rosse? Nar? Ferrara cerca la sua verità. Un giallo che rimane in perfetto equilibrio tra le indagini e la movimentata vita privata dell’ispettore, fatta di scarse amicizie poco raccomandabili, e di una passione per la Spal. Con a fianco Gavino Appuntato, l’unico poliziotto che riesce a lavorare con Malatesta, l’ispettore tenterà il tutto per tutto per risolvere il caso.

Prenotazioni evento Lorenzo Mazzoni:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-lorenzo-mazzoni-microfestival-delle-storie-121523047707?fbclid=IwAR28Z54D1jaPC7PoCBMXfrO5YILptEFghATrPEVu0bFT0j8ewOETvaky8cI

Sinossi del film Visages villages. Non è solo un film, è un viaggio alla ricerca di un’umanità nascosta nelle piccole realtà, nei borghi, nelle fabbriche, nelle case vecchie, dietro tende di pizzo bianco lavorate decenni prima. Un viaggio tra le comunità che resistono, tra piccole e grandi storie che vale la pena raccontare e immortalare, su pellicola cinematografica e fotografica. Registi e protagonisti: Agnès Varda e JR. Lei, famosa all’epoca della nouvelle vague e, nel film, ottantottenne curiosa, leggera e vivace come una bimba; lui, un giovane artista che usa la tecnica del collage fotografico su qualsiasi superficie. A bordo di un furgone, che altro non è che un’enorme macchina fotografica con le ruote, i due bizzarri compagni di giochi partono alla scoperta degli angoli più nascosti della Francia, quelli insospettabili e marginali, doppiamente carichi di meraviglia e storie. È questo un film nomade, pieno di immaginazione, commozione, ammirazione. Visage villages è grazia e tenerezza, è un piccolo promemoria per ricordarci che possiamo essere ancora in grado di sorprenderci, di ballare e di cantare.

Prenotazioni Visages villages:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-visages-villages 121525300445?fbclid=IwAR36vxvy7VMs385T7LbD0SD1Ane5sSA6_EQzBnIUVX2cM_578gvOUuAiz0

Il programma completo degli eventi del Microfestival su www.microfestivaldellestorie.it

Per informazioni: microfestivaldellestorie@gmail.com, messenger: microfestival delle storie.

MICROFESTIVAL DELLE STORIE
A Polesella incontro con Giulia Cuter e Giulia Perona autrici di ‘Le ragazze stanno bene’

Microfestival delle storie: incontro con Giulia Cuter e Giulia Perona autrici di Le ragazze stanno bene. Tra gli eventi in calendario, anche laboratori per bambini e C’era una volta la fossa Polesella

Voci di donne giovani, libri, street art e visite al territorio per un altro fine settimana con il Microfestival delle storie. Sabato 3 e domenica 4 ottobre, a Polesella il programma degli eventi abbraccia tutte le fasce d’età: i più piccoli potranno creare un parco di sciarpe con la tecnica del ‘yarn bombing’ (sabato 3 ottobre alle 15, giardini della Fossa in via Gramsci), mentre gli adulti potranno assistere alla presentazione del libro Le ragazze stanno bene (edizioni HerperCollins) di Giulia Perona e Giulia Cuter che, alle 17.30, in sala Agostiniani dialogheranno con Giorgia Brandolese. Domenica 4 ottobre alle 10, da via Gramsci, partirà in bicicletta la visita, guidata dall’associazione Polesella cultura e territorio, alla scoperta del centro storico e della sua conformazione urbanistica mutata nel tempo.

Scheda degli eventi

Un parco di sciarpe sabato 3 ottobre dalle 15, giardini della Fossa via Gramsci. Attraverso la scoperta dello yarn bombing come particolare tecnica di street art, capace di mettere insieme tradizione, genio e colore, bambini e genitori avranno a disposizione un parco nel quale scegliere il proprio albero di riferimento e decorarlo utilizzando semplicemente forbici, vecchi gomitoli di lana, le mani e la fantasia. Adulti e bambini andranno a caccia dei giusti colori e abbinamenti per rendere ancora più speciale l’albero del quale si prenderanno cura; impareranno a riconoscerne la specie e, a fine giornata, sapranno darle un nome.

Prenotazione per il laboratorio Un parco di sciarpe:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-un-parco-di-sciarpe-121500985719?fbclid=IwAR2fhz4eeaM0gL8w2e0xQMXWDkLNJJms01Tb3hxjc4fyJT_LDlgSq4Grme8

Le ragazze stanno bene con Giulia Cuter e Giulia Perona, sabato alle 17.30 in sala agostiniani, evento in presenza con le autrici e Giorgia Brandolese. Sinossi del libro: Le ragazze contemporanee non vogliono più essere le spose sottomesse degli anni Cinquanta, tutte casa, cucina e marito, ma nemmeno le femministe arrabbiate degli anni Settanta, con i loro falò di reggiseni e l’odio per i maschi. Ci sono invece molte altre cose che le ragazze contemporanee sono già: donne in carriera, politiche impegnate, esseri umani indipendenti nella gestione del proprio corpo e della propria vita sentimentale e sessuale. Come non rimanere prigioniere dell’uno o dell’altro modello? È possibile, oggi, non rinunciare al femminismo ma nemmeno alla femminilità? Ripercorrendo alcune fra le prime volte più significative nella vita di ogni bambina, ragazza e infine donna, le autrici, creatrici del podcast Senza rossetto, dipingono un mondo e un momento storico, il nostro, in cui le questioni ‘femministe’ sono diventate ormai quotidiane, e non si deve più temere di non esserne all’altezza.

Prenotazione per la presentazione de Le ragazze stanno bene:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-giulia-cuter-giulia-perona-microfestival-delle-storie-121501657729?fbclid=IwAR2COKMmPBSyzvVJ7p-gEsa-v6irPijDH-HlnGUWInYL7ZDyZhg0D-u2Bt4

C’era una volta la fossa Polesella, domenica 4 ottobre alle 10 da via Gramsci, ritrovo gelateria Polo nord. Aggirandosi nel centro storico di Polesella, è impossibile non cogliere una insolita conformazione urbanistica disposta su più livelli altimetrici. Quale sarà il motivo? Forse non molti sanno che Polesella era attraversata sino al 1951 da un’importante via di comunicazione fluviale, la Fossa di Polesella, che metteva in comunicazione il Po con il Canalbianco. Oggi che fine ha fatto? Perché non esiste più e cosa c’è al suo posto? Queste e molte altre domande potranno trovare una risposta durante la visita guidata nel centro storico del paese.

Prenotazioni per la visita C’era una volta Polesella:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-cera-una-volta-la-fossa-polesella-121504961611
Il programma completo degli eventi del Microfestival di ottobre su www.microfestivaldellestorie.it
Per informazioni: microfestivaldellestorie@gmail.com, messenger: microfestival delle storie.

POLESELLA MICROFESTIVAL
26 settembre: Murales ispirati a Keith Haring e presentazione del noir di Astrid Scaffo

Un altro fine settimana di cultura a Polesella con gli eventi del Microfestival delle storie. Verso i più piccoli e le famiglie, sabato 26 settembre alle 9.30, si rivolge STREETratti di famiglia, un laboratorio gratuito nel corso del quale un muro bianco diventa un enorme foglio pronto a raccontare, attraverso forme e colori, le famiglie che fanno parte di una comunità. Guidati dalla storia dell’artista Keith Haring, come sorgente d’ispirazione di tinte accese, e armati di pennelli e acrilici, grandi e piccoli avranno a disposizione un’intera mattinata per mettersi nei panni di uno street artist, dipingersi e raccontarsi usando i colori e le fantasie che li contraddistinguono. Il muro del parco della scuola primaria di Polesella diventerà, quindi, una pagina di un libro da sfogliare con gli occhi e da leggere in ogni sua pennellata, racconterà una, dieci, venti storie, tutte diverse. Il laboratorio, curato da Laura Demetri, durerà fino a mezzogiorno.

Nel pomeriggio di sabato 26 settembre, lo spazio esterno del Non solo caffè (via XXV aprile, 75) ospiterà la presentazione del libro noir Io so chi sei (0111 Edizioni) di Astrid Scaffo, intervistata da Sofia Teresa Bisi. Astrid Scaffo, avvocato, finalista al concorso letterario L’incontro di ieri e di oggi, 2019 è al suo primo romanzo, ma coltiva da sempre la passione per la scrittura.

Sinossi del libro: Anna scompare, all’improvviso, di notte. Tutti la cercano, soprattutto sua madre che non riesce a credere e ad accettare che possa esserle successo qualcosa di terribile. Così, mentre il mondo intorno a lei perde giorno dopo giorno le speranze di rivedere la ragazza, lei continua a credere che sua figlia sia ancora viva. A uccidere la famiglia di Anna, è scoprire dalle indagini i retroscena di ciò che sembra essere stata la sua vita: alcol, droghe, stili di vita che non le appartengono e ai quali la madre non può credere. Così, inizia a domandarsi quanto sua figlia possa essersi spinta in là. Ma la verità di quella notte è molto più vicina di quanto la donna immagini.

Prenotazioni laboratorio STREETratti di famiglia: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-streetratti-di-famiglia-laboratorio-per-grandi-e-121500149217

Prenotazioni presentazione libro di Astrid Scaffo:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-astrid-scaffo-microfestival-delle-storie-2020-120832223433?fbclid=IwAR2wTGhFhI18B_mhuOGYMkOfOe8juD4xPMngfw2lQ3cDGBcXe2XfFhFB8xg

Il programma completo degli eventi del Microfestival di settembre e ottobre su www.microfestivaldellestorie.it

Per informazioni: microfestivaldellestorie@gmail.com, messenger: microfestival delle storie.

FERRARA. UNA NUOVA IDEA DI CITTA’:
puntare su Cultura e Conoscenza per una Cittadinanza Attiva

Il direttore di ferraraitalia mi chiama in causa per aver fatto da megafono a un’idea tanto elementare quanto difficile da fare intendere. Sulla ‘Città della Conoscenza’ si è accumulata a livello mondiale una vasta letteratura a disposizione di chi, dagli amministratori ai politici, avesse voluto, come è accaduto in tante parti del mondo, affrontare più preparato le conseguenze di una crisi che nel passaggio epocale ha scardinato modelli economici e riferimenti  sociali senza risparmiare nessuno.

Europa 2000: un appuntamento mancato con la storia

Occorreva apprestarsi al cambiamento attrezzati con nuovi strumenti culturali, ma le agenzie a cui abbiamo fatto riferimento per decenni e le prassi  consolidate non hanno retto all’urto con la storia.
Non a caso l’Europa nel 2000 a Lisbona proclama il nuovo millennio come il millennio della Conoscenza. Una conoscenza da ricercare, costruire, valutare e rigenerare in modo diffuso, continuativo e permanente.

Fare della conoscenza e del capitale umano, non un modo per accrescere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma la risorsa più importante per fornire a ciascuno, nessuno escluso, gli strumenti necessari ad affrontare la complessità, le contraddizioni e i conflitti che ogni turning point della storia comporta. Dall’autonomia personale in una società sempre più prevaricante alla difesa delle conquiste democratiche, dal combattere le crescenti diseguaglianze fino alle ingiustizie sociali e allo stravolgimento ambientale.

Alle forze democratiche e progressiste spettava il compito di mettersi a capo della sfida del nuovo millennio, facendosi portatrici di un nuovo umanesimo che ricollocasse ogni donna e ogni uomo al centro della storia, come risorsa da coltivare e far crescere per il bene comune, per sottrarci alle nuove forme assunte dallo  sfruttamento e dalla manipolazione dei poteri forti, per essere padroni di noi stessi e delle nostre vite.
La conseguenza di questo mancato appuntamento con la storia ha portato all’immiserimento delle democrazie liberali fino alla loro crisi, l’ignorantocrazia, l’incompetenza, il movimentismo e il populismo. Non si è compreso che  la difesa delle conquiste democratiche, la lotta contro le ingiustizie, contro i muri da abbattere non si giocano solo nei parlamenti e nelle cabine elettorali, ma anche nei neuroni e nelle sinapsi del cervello delle persone.
Non c’era più spazio per le identità statiche del passato, ormai era giunto il  tempo delle identità dinamiche. E invece le identità di ieri hanno continuato a resistere come amebe incapaci di afferrare il timone del cambiamento. Per cui non poteva che accadere che mentre a Roma si discuteva prima o poi Sagunto fosse espugnata.

Ferrara: il fallimento della sinistra 

Ferrara non è che una didascalia della storia, come tante altre città, basti pensare a Pisa che dopo anni di una più o meno gloriosa amministrazione ha visto i suoi cittadini voltare le spalle a quella esperienza.
Possiamo esercitarci nelle analisi sociopolitiche sul presente e il passato, fino ai passati più lontani, ma il nodo è uno solo: è mancata una sinistra capace di essere portatrice di una nuova cultura e senza cultura non c’è identità, non ci può essere  riconoscimento e, dunque, non c’è neppure futuro.

Al feuilleton di pancia della Destra e della Lega occorreva contrapporre una narrazione capace di parlare alla testa dei singoli, era necessario ritornare ad essere popolari, proporre soluzioni ai bisogni delle persone, anziché rintanarsi negli angusti confini del proprio cortile, prefigurare un nuovo protagonismo per costruire un progetto di futuro comune.

Ora è indispensabile che Sinistra e forze democratiche della città pongano fine ai loro particolarismi, alla frantumazione dei propri orti, come è accaduto in occasione della tornata elettorale, per prospettare alla città un futuro più forte e convincente del presente. Questa è la carne della politica: la lotta tra culture opposte. La cultura della Destra è fin troppo chiara, perché la destra da sempre ha dalla sua il passato. A non essere altrettanto chiara è quella della Sinistra, attualmente è come la Primula rossa, la cercan qua la cercan là ma dove sia nessun lo sa.

Si mettano a lavorare insieme, da subito, accogliendo la proposta intelligente della Fenice di Mario Zamorani, incominciando col mutare i paradigmi finora usati, facendo della città non una comunità di amministrati, ma una comunità di cittadini.

Con La Città della Conoscenza e il suo manifesto, non pensavamo certo di risolvere i problemi della città, ma abbiamo tentato in questi anni di stimolare una idea nuova di città a partire dalla “conoscenza” come linfa vitale di ogni abitare e senza la quale nessuno può essere autore della propria esistenza. E siccome si è cittadini del mondo a partire dai luoghi che si abitano, sono questi luoghi che devono divenire il cuore pulsante della conoscenza e dell’apprendimento permanente: ‘città che apprendono’ è la rete mondiale che ha costituito l’Unesco.

Il governo della città richiede uno sguardo nuovo. Un occhio che si sforzi di vedere lontano e di proporre ai cittadini un’idea rinnovata di cittadinanza. Una nuova agorà, in cui ciascuno è accolto come attore ricercato per il governo della città, perché la città è dei cittadini e per i cittadini.  Con nuove forme di partecipazione pubblica in grado di andare oltre a quelle fin qui sperimentate, organizzate attraverso il sistema dei partiti.  Dando visibilità e un forte impulso al sistema dei forum, in altre parti del mondo sperimentato con successo, a luoghi in cui i cittadini possano prendere parte “in carne e voce”, come direbbe Bauman, al processo decisionale.

Una città capace di mobilitare creativamente tutte le sue risorse per sviluppare il potenziale umano dei suoi cittadini, una città che riconosce e comprende il ruolo chiave dell’apprendimento e delle conoscenze nell’affrontare le nuove sfide di un mondo che si fa sempre più liquido, nello sviluppo della prosperità, della stabilità e della realizzazione personale.
Un luogo di coinvolgimento e di partecipazione, di risorse da valorizzare a partire dai suoi giovani, dalla loro responsabilizzazione nella gestione della cittadinanza, chiedendo il protagonismo dell’università, delle scuole, delle istituzioni culturali. Occorre che i cittadini anziché essere gli uni contro agli altri, come sta operando questa amministrazione a partire dal suo vicesindaco divisivo, tornino a stare l’uno a fianco dell’altro nei quartieri per  dialogare,  confrontarsi e rispondere ai nuovi bisogni.

C’è una scuola di cittadinanza da aprire, come impegno di tutti, dove apprendere ad esercitare la cittadinanza attiva, per imparare a pensare in termini condivisi la politica della città, la sua abitabilità, l’economia, la demografia, l’ecologia, la salvaguardia dei suoi tesori di natura e di cultura.

La gara elettorale alla poltrona di sindaco da questo punto di vista ha denunciato tutta la sua angustia e afasia, lo sguardo corto e miope di una partita a scacchi per occupare la casella del re.
La città è la nostra comunità di destini, parte di quella più complessa che lega insieme le sorti dell’intera comunità umana del pianeta. Questo è il significato del vivere oggi, quello che dovremmo far apprendere a partire dai nostri giovani, uscendo dagli spazi angusti delle nostre visioni e dei nostri particolarismi.

GLI SPARI SOPRA
Ulisse non aveva Facebook

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, questo dice Ulisse al canto XXVI° dell’inferno ai suoi prodi titubanti nell’attraversare le colonne d’Ercole, fine del mondo e inizio del precipizio verso il nulla in una terra piatta, sospesa nell’aere a due dimensioni. Dante (forse con rammarico), mette Odisseo nell’ottavo cerchio infernale, quello riservato ai consiglieri di frode.

Ne è passato di tempo da allora. L’uomo si sarebbe dovuto evolvere, avrebbe dovuto seguire i consigli del prode scettico, ma non è andata così. Decisamente, non tutta la specie umana ha seguito i dettami del re di Itaca.

Certo i dogmi, le religioni, le ideologie, le intemperie, lo smog, non ci hanno facilitato.

Ma come è possibile avere imboccato il secondo millennio già da una ventina d’anni ed avere alla guida di nazioni che occupano posizioni di prestigio personaggi degni della fattoria degli animali, dove, tra gli uguali, i maiali sono più uguali degli altri? Come è possibile sentire storie di complotti che negano i fondamenti della scienza, della storia, persino della geografia e doverle mettere sullo stesso piano della scienza, della storia, della geografia? Dell’antropologia? Come può Darwin non avere lasciato nemmeno una traccia?

I negazionisti, i creazionisti, i terrapiattisti, i revisionisti, i complottisti, sono tra noi, votano come noi, sono eletti, governano parti di mondo. Aiuto!

Mi sembra di soffocare stando a galla su questa sfera, sempre più piccola e sempre più affogata nella melma delle scorie dell’analfabetismo di ritorno.
Già mi immagino le schiere di adepti additarmi come sapientino, radical chic, buonista, piddino, sinistro, zecca, eccetera (a me, che mi sono diplomato al liceo, con l’aiuto degli amici dell’ultimo banco, con un misero trentacinque e due figure). Non importa: devo per forza esprimere il mio disagio nei confronti un mondo che non mi appartiene.

Non vorrei parlare troppo della pandemia e del virus in corso, per non passare, pure io, per virologo da facebook. Nel corso di questo fetido 2020 abbiamo avuto una esplosione di sapienti, informati dal cuggino, studiati su youtube, analisti da wikipedia, o profondi conoscitori delle teorie dell’esimio professor Cazzetti, luminare dei luminari boicottato dagli energumeni di Big Pharma e dai prezzolati della scienza ufficiale.

Mi chiedo (e non ho risposte), perché? Cosa spinge una parte dell’opinione pubblica ad avere per forza delle certezze su tutto, dai fatti di cronaca nera, ai virus, alla geologia, alla politica, all’ economia, alla scienza, alla cucina? Che sia un virus?

La curiosità, e la voglia di imparare e dire la nostra non fanno di noi degli esperti in ogni settore dello scibile umano. Io potrei parlarvi di Spal e di pesca con profonda cognizione di causa.

Mi sento un socratico, sono curioso e mi piace leggere, non mi piace studiare e questo è stato un limite, ai tempi della scuola tendevo a galleggiare sul pelo della sufficienza, a volte finendo sott’acqua, ma amo la lettura, sono onnivoro con una predilezione per i classici, poi politica, biografie, poesia, una volta leggevo saggi ora preferisco i romanzi. Non tutto ciò che leggo mi piace, non tutto lo capisco, poco mi ricordo, per quello cerco di leggere molto (almeno per un italiano), questo fa di me un ordinary man, parafrasando Ozzy Osbourne.

Provo fastidio nei confronti di chi copia e incolla pensieri altrui. Credo sarebbe più dignitoso per tutti noi leggere, verificare una notizia e poi magari farci un’opinione.

“Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri” diceva Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali italiani. Mi permetto di aggiungere, per gli ignoranti come me, che la cultura è pure conoscere i propri limiti, averne consapevolezza. Voler per forza dibattere su tutto e tutti, negando spesso le evidenze, fa di noi i giudici di Ulisse, senza averne la benché minima competenza.

Per leggere le altre ‘esternazioni’ di Cristiano Mazzoni nella rubrica Gli spari sopra [Vedi qui]

RITORNO A SETTEMBRE:
scuola: dallo spazio che “insegna” allo spazio che “consegna”.

Quando c’era Profumo. Chi lo ricorda? Sono nove anni, poco meno di due lustri, eppure sembra un’epoca lontana, ancora appartenere al secolo scorso. Profumo è stato ministro della pubblica istruzione nel governo Monti. Nel 2012 si è intestato un convegno, tenuto a Roma, molto importante, con una sineddoche per tema: “Quando lo spazio insegna”, nuove architetture per la scuola del nuovo millennio.

La scuola open space, senza aule, né corridoi. Dove studenti e insegnanti lavorano in modo collaborativo, sfruttando le possibilità offerte da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Una scuola aperta tutto il giorno, disponibile alle contaminazioni con il territorio: scuola vera e propria al mattino, centro sportivo e di aggregazione al pomeriggio, centro di formazione per gli adulti alla sera. Queste, nelle parole del ministro di allora, le conclusioni del convegno, perché la scuola della società della conoscenza richiede spazi modulari e polifunzionali, facilmente configurabili ed in grado di rispondere a contesti educativi sempre in evoluzione.

Il suggerimento uscito dal convegno era quello di alzare lo sguardo sulle esperienza delle  scuole europee che avevano intrapreso un percorso di ripensamento dell’ambiente di apprendimento. Siamo al dunque, e la legge sull’edilizia scolastica è ancora quella dal 1975, con le aule come unità didattica. Ora che si studiano gli spazi il principio è sempre lo stesso.

Quando si deve mettere in sicurezza un luogo o lo si chiude o, se si tiene aperto, occorre considerare attentamente l’uso a cui è destinato quel luogo e quali attività in esso si svolgono.
Non so chi abbia coniato la pessima espressione “classi pollaio”, so però che la promessa di eliminarle contiene un inganno, perché anche quando si riducesse il numero dei polli il pollaio resterebbe sempre un pollaio. La scuola magazzino, la scuola silos di generazioni non funziona più, non da oggi, ma da tempo. Un tempo nutrito di riflessioni pedagogiche e di esperienze, ma sempre un tempo che la scuola ha tenuto distante da sé.
E, dunque, si continua ad ignorare la necessità di aprire il pollaio, di abbattere le mura del magazzino, di demolire i silos. Ci si comporta come se fosse scoppiata l’aftaepizootica e la soluzione consistesse nel distribuire gli animali in più stalle a ruminare come prima.

Con “andare a scuola” noi intendiamo l’impegno ad apprendere e a studiare, che però non vuol dire per forza di cose stare tutti insieme in una aula ogni giorno per duecento giorni all’anno, come non significa che giunge un momento nella vita di ciascuno di noi in cui si smette di “andare a scuola”, nel senso che si cessa di studiare.

Un aspetto su cui è opportuno fare chiarezza è che ‘cultura’ ed ‘educazione’ sono due cose distinte che non vanno mischiate tra loro come spesso invece ci accade di fare.
La questione se la poneva Lev Tolstoj intorno agli anni Sessanta del diciannovesimo secolo. Tolstoj risolve il problema sostituendo al concetto di educazione quello di ‘cultura’, sostenendo che si deve operare una netta distinzione tra le nozioni di cultura, educazione, istruzione e insegnamento.
La cultura è la somma di tutte le esperienze che formano il nostro carattere, mentre l’educazione è il prodotto della volontà di plasmare la personalità e il comportamento delle persone. Ciò che differenzia l’educazione dalla cultura è, dunque, ‘il carattere coercitivo’, l’educazione è cultura obbligatoria; la cultura è libertà.

Sto sostenendo che volendo riaprire le scuole a settembre, prima sarebbe stato necessario decidere cosa farci dentro a quegli edifici: organizzare il pollaio in funzione della  sicurezza o organizzare la sicurezza in funzione del riprendere a fare cultura?

L’edificio scolastico è un luogo di studio dove i processi di apprendimento sono individualizzati, né più ne meno delle cure mediche, dove si promuove l’autonomia, vale a dire il camminare da soli con le proprie gambe nei territori della cultura, avendo grande attenzione alla qualità dei compiti a ciascuno richiesti. La scuola non può che essere il luogo della flessibilità, della scomposizione e della ricomposizione di spazi, gruppi, esperienze e relazioni. Alla scuola non servono piani d’appoggio, ma tavoli da lavoro, le sedute con il piano ribaltabile vanno bene per l’aula magna, per la sala delle conferenze, non certo per spazi laboratorio, intendendo per laboratorio ‘i saperi operosi’, l’operosità del sapere. L’apprendimento come processo culturale, mai statico ma sempre dinamico. Allora la sfida mancata è quella di riaprire a settembre degli ambienti di apprendimento, degli spazi dove si svolge la cultura, anziché i silos e i magazzini che continuano a contenere generazioni dopo generazioni.

Il tempo ci sarebbe stato già prima, ma volendo, anziché usare la demagogia delle ‘classi pollaio’ come specchietto per le allodole, sempre che si avessero delle idee e delle riflessioni in testa, si sarebbe potuto lavorare fin da marzo per predisporre nuove scenografie, nuove regie degli apprendimenti, della cultura e dei saperi.
Invece si è nominato un commissario al grande Moloch, senza considerare che in un luogo in cui si fa cultura l’uso dello spazio oltre ad essere dinamico è dialettico. Varia dai progetti, dai percorsi didattici, dalle proposte di lavoro, dai conflitti, dalle strumentazioni di cui si dispone, insomma da quello che si intende fare che non sempre è identico a se stesso e da quello che avviene che non sempre è anticipabile.
Gruppi che possono essere anche numerosi, con le necessarie misure di sicurezza, se si tratta di un video o di una conferenza, gruppi più piccoli, monadi che necessitano di spazi in cui gli arredi siano fruibili in modo da permettere sia il lavoro singolo che cooperativo e agli insegnanti di muoversi da un’isola all’altra, di avere un rapporto uno a uno quando necessario.  Aule atelier in cui si può essere anche in diversi e mantenere le distanze, aule di musica dove l’apprendimento dello strumento musicale avviene con la presenza di poche unità di alunni per volta. Se si suona il flauto e la chitarra in forma orchestrale lo si può fare in spazi ampi. E poi c’è il territorio con le strutture e le istituzioni culturali che offre, dunque, una distribuzione degli spazi che va ben oltre l’aula. In questa prospettiva ci sta anche l’ibrido con la didattica a distanza che può funzionare da tutoraggio di ciò che è già stato predisposto a lezione negli spazi scolastici o fuori sul territorio.

Infine la variabile tempo entro cui la cultura non può essere sacrificata come avviene a scuola, un tempo che va dilatato in funzione degli apprendimenti e dell’uso degli spazi. Le scuole sono gli edifici del nostro sistema culturale, pertanto non possono essere adibite alle sole necessità della didattica, come per lo più è accaduto finora, ma devono soddisfare anche quelle del territorio. Per cui non ci sarebbe nulla di scandaloso se si facessero turni di fruizione diversi in edifici predisposti con ambienti di apprendimento anziché di insegnamento, lo stesso vale per l’uso delle strutture messe a disposizione dal contesto urbano.

Da marzo il discorso sulla scuola ha conosciuto solo banchi, piani di riapertura sfornati dai comitati tecnico-scientifici e linee guida riviste e corrette. Tutto è stato enfatizzato come se la scuola fosse una vita a parte, diversa, come se le norme da rispettare non fossero quelle di tutti i giorni, distanziamento, mascherine, igienizzazione.
Siamo transitati dallo spazio che “insegna” vagheggiato dal ministro Profumo allo spazio che “consegna”, alle bambine e ai bambini, alle ragazze e  ai ragazzi che, in tempo di Covid, sono consegnati nelle aule e nei banchi, semmai nuovi, ma sempre in fila gli uni dietro agli altri come plotoncini alla conquista della loro educazione.

Al racconto di idee, proposte e soluzioni sono mancati i professionisti della cultura, gli insegnanti, a cui neppure si è pensato di dare voce o che non hanno avuto la  necessaria autorevolezza professionale per farsi ascoltare. Epidemiologi e virologi sono saliti alla ribalta delle interviste e degli studi televisivi,  gli insegnanti hanno lavorato a distanza, verrebbe da dire in ombra, sopravanzati da una catasta di banchi che non ha mancato di riempire i palinsesti televisivi.

italia

LETTERA APERTA DI UNA SEMPLICE CITTADINA:
“Egr. Sig. Presidente del Consiglio, ecco cosa ci dovrebbe insegnare questo dramma”

Mi voglio rivolgere direttamente a Lei, egregio Presidente del Consiglio on. Giuseppe Conte, perché vorrei poterLa guardare negli occhi e chiederLe a cosa mai sia servito questo dramma così inaspettato ed eloquente rispetto alle scelte sbagliate compiute dai governi precedenti e a quelle che si sarebbero dovute compiere in modo non solo sollecito ma urgente.
Come può essere, signor Presidente, che non siano state concentrate il massimo delle risorse economiche per finanziare, finalmente, la scuola ed il mondo universitario e della ricerca? Questo dopo che si è constatato che ciò che è successo è dovuto in gran parte proprio all’ignoranza nei riguardi della realtà del mondo: della natura umana e della terra. E’ stato solo grazie alla responsabilità dei cittadini che si sono potuti arginare con relativa efficacia i danni avvenuti a causa di scelte irresponsabili e miopi del passato.

Come è possibile che non si sia capito che senza la risposta responsabile degli insegnanti, degli allievi e delle famiglie, nessuno degli obiettivi del governo, rispetto all’emergenza, si sarebbero realizzati?
Come può non tenere conto del fatto che solo grazie agli insegnanti, che si sono messi a disposizione senza chiedere niente in cambio per questo nuovo impegno, parte dei ragazzi ha potuto continuare a usufruire del servizio scolastico, diritto costituzionale. E anche che molti, nonostante questo impegno, sono rimasti scartati da questo servizio per insufficienza di risorse umane e tecnologiche?

Le faccio notare, signor Presidente del Consiglio, che la sospensione delle libertà personali a cui si sono assoggettati tutti i cittadini, ma soprattutto i ragazzi, cioè i meno responsabili di quanto è successo, deve essere giustificata e compensata da un riconoscimento di pari valore e dignità di attenzione e rispetto affinché ciò non debba più accadere in uno Stato democratico degno di questo attributo.

Per questo motivo mi sarei aspettata, e credo non solo io, che le scelte di investimento per far ripartire l’Italia avrebbero riguardato l’ambito dell’educazione, formazione, ricerca e cultura in generale, almeno per il cinquanta per cento delle risorse disponibili. Davvero pensiamo che il mondo futuro possa fare a meno dell’arte, dei musei, della musica, dei teatri, della cultura e della bellezza in generale? Anche questi sono da considerarsi beni primari.
Investire in questo sarebbe il segnale che molti italiani si aspettano per poter capire che le cose stanno cambiando e rinascendo davvero.
Questa scelta dimostrerebbe che qualcuno fra coloro che ci governa ha finalmente capito cosa serva per costruire un mondo più a misura della qualità di una vita all’altezza della nostra evoluzione.

Come può essere che non si capisca che siamo arrivati a questo punto perché precedentemente si è scelta la logica del profitto a tutti i livelli, compreso quello della rendita politica?  I cittadini in maggioranza oggi sanno che il valore di uno Stato democratico sta nell’avere accesso ai servizi necessari perché ciascuna persona abbia la possibilità di realizzare i propri desideri, i propri sogni, cioè poter avere speranza nel futuro che è ciò che dà senso alla vita.
L‘indifferenza di un Governo che si dice  progressista mi indigna, perché è segno di scarsa considerazione per la storia e la cultura del popolo italiano sia recente che rispetto alle sue radici dalle quali nascono le attuali civiltà e democrazie che tutto il mondo ci riconosce.
Se questo governo vuole distinguersi dalla retorica del mondo consumistico, per altro chiaramente in declino per la sua irrazionalità e sconfitto dalla forza stessa della natura, deve fornire quegli strumenti che questa diversificazione garantisce. La natura, lo sappiamo, esige rispetto per le diversità e propende verso una sempre maggiore diversificazione per garantirsi un futuro migliore del presente. Questi strumenti sono quelli dell’educazione finalizzata a riconoscere e sviluppare la capacità creativa e di immaginazione delle giovani generazioni che sono quelle che più si intendono di futuro perché nuovo e imprevedibile. I giovani non si riconoscono più in uno stereotipo che li dipinge come consumatori instancabili e divoratori di risorse, ottusi e inerti, ma si riconoscono attori che desiderano costruirsi un mondo che corrisponda ai loro sogni e alla loro libertà e gusto della vita.

Se vuole distinguersi, egregio Presidente del Consiglio, e dare un vero segno di cambiamento in questo momento di rinascita, metta al centro del suo progetto di governo le persone nella loro dignità di cittadini. Interpreti, nella ricostruzione, la loro insoddisfazione e, partendo da quel centro di valore, costruisca la sua prospettiva di governo. Riconosca i cittadini come coloro che possono trasformare i limiti derivati dalla natura in opportunità di cambiamento e sviluppo, e non soltanto come consumatori che la logica del profitto disegna e costringe in una dimensione di pericolosi parassiti.
Mettendo al centro le persone e avendo a cuore il loro benessere, le priorità delle scelte per un governo che progetta un futuro possibile, ma anche desiderabile si evidenziano quasi spontaneamente. Tutti desiderano vivere una vita con soddisfazione perché ci permette di trasformare ciò che non ci soddisfa. Tutti desiderano vivere in un ambiente armonioso e accogliente di cui si possono assaporare gusti e profumi e contemplare le bellezze insieme agli altri con il piacere di poterlo consegnare alle prossime generazioni. Tutti desiderano vivere in pace e considerano inutili i soldi spesi in armamenti.

Cosa si aspetta, quindi, a scegliere la strada di una finalmente riconosciuta umanità e progettare seriamente una strategia di investimenti veri e utili alla società? Invece di investire sull’Alitalia che tutti sappiamo bene essere una industria in perdita, perché non investiamo su una compagnia Europea?
Rispondere a queste legittime aspettative di avere dei governanti che riconoscono l’urgenza di mettere mano al dissesto territoriale italiano, al patrimonio paesaggistico oltre che ambientale indispensabile alla qualità della vita, sarebbe un’occasione da non perdere, in questa fase, per creare molti posti di lavoro dei quali alcuni anche molto qualificati.
Queste scelte avvierebbero anche un cambio di comportamento di quei giovani che non potendo esprimere il loro sapere e il loro entusiasmo in Italia se ne vanno all’estero, dando ad altri Paesi il loro valore aggiunto.

Spero, signor Presidente del Consiglio, che le sue prossime scelte e i suoi programmi di governo e di investimenti siano veramente lungimiranti e perciò riguardino il reale benessere delle persone, riuscendo a considerare i cittadini capaci di scegliere il loro futuro. La fiducia nell’onestà e nell’intelligenza delle persone è la base per la costruzione di una società democratica che possa sperare che il futuro sia migliore del presente.
Le auguro perciò un buon lavoro e confido nella sua intelligenza di persona non solo lungimirante ma coraggiosa e intraprendente, capace di decidere e di condividere la propria aspirazione e di lasciare in eredità la possibilità di un futuro degno della nostra storia. 

Scorci apuli

Il lento ticchettio
del tempo che scorre
in distorte parabole
di obliqui riflessi
spettanti all’occhio
che vede e non vede,
in un teatro religioso,
misto di sudore e follia,
che nutre le viscere
e smuove le membra
con strani suoni
di antiche genti.
Lapideo, bianco, gelido il viso,
rosso, duro, arido il corpo.
Suono ridondante
ipnotizzante
esaltante,
fulminante,
eccitante,
che disorienta e non si arresta,
vibrazione di echi atoni
risvegliati da secolari umani.

PRIMA LA SCUOLA SE VOGLIAMO Il NUOVO
Cominciando dall’Attenzione all’altro ed educando alla Cittadinanza

Si continua a invocare il ritorno alla normalità e io mi chiedo a quale normalità si riferiscano quelli che sono così insistenti, a quella normalità che ci ha portato a questo punto? Spero di no, anche perché veniamo da un anno scandito dai cortei di giovani di Friday For Future che chiedevano a gran voce di cambiare marcia perché il rischio imminente è la sopravvivenza dell’umanità e questa pandemia ce ne ha dato solo un piccolo assaggio, credo. Le misure per contrastarla e le loro conseguenze ci stanno indicando la via che dovremmo intraprendere perché la lezione ci sia servita.

Da un lato la pandemia ci ha indicato che i mezzi di trasporto sono l’emblema negativo del modello di vita consumistico e frenetico che stavamo conducendo e che continuavamo a incrementare, dall’altro il disagio l’isolamento necessario a bloccarla ha messo in evidenza l’importanza cruciale delle relazioni e dell’attenzione all’altro per la nostra vita come società umana. In particolare questa situazione ha evidenziato come sia fondamentale prestare attenzione soprattutto a coloro che sono più deboli, e non mi riferisco necessariamente solo i più piccoli in quanto più deboli e vulnerabili perché dipendenti dagli adulti, ma intendo come deboli tutti quelli che dipendono in qualche misura da altri. Ha messo in evidenza che la qualità umana si esprime nella condivisione e altrettanto sta sottolineando che la giustizia sociale cioè la possibilità per tutti di vivere secondo i propri desideri, finalità della democrazia, non è stata ancora raggiunta.

In questo momento le persone più ‘forti’  ‘possono’, se lo vogliono, e non ‘devono’ prendersi cura degli altri, concretizzando con le loro azioni una libera scelta perché da questa cura non dipende ne’ la loro sopravvivenza ne’ un guadagno, anzi,  con questa riconoscono il valore della vita e della sua qualità. Per questo le società civili più evolute hanno tentato di costruire una società democratica che rendesse giustizia all’ingiustizia del ‘dove si nasce’ che è assolutamente casuale e certo non scelta da alcuno. Con la democrazia si è tentato di offrire a ciascuno le stesse possibilità di sviluppo individuale, di realizzazione della propria aspirazione personale e della propria esistenza secondo le proprie capacità.

Per questo nelle democrazie più evolute la scuola, così come i servizi finalizzati alla persona e alla qualità della vita, è pubblica ed  è stata il fondamento fin dall’origine delle democrazie; l’educazione alla cittadinanza è centrale e perciò dovrebbero essere usati tutti gli spazi di comunicazione perché questa si sviluppi come una realtà concreta  e non solo come un’aspirazione dei più lungimiranti.
Quindi investire sulla scuola, sull’educazione in tutte le sue forme, dalle scuole primarie alle università, dai teatri e i cinema fino ai musei e alle manifestazioni culturali in genere, è urgente ed è prioritario. Non perché siano prodotti da vendere ma perché questi eventi sono i luoghi in cui si cura la persona fin dal suo nascere per educarla alla cittadinanza e a riconoscersi come soggetto propulsivo, attore di sviluppo e rinnovamento nella società.
Gli spazi culturali, fisici o metaforici che siano, sono da intendere come luoghi dove le persone possono ricevere e elaborare strumenti di realizzazione per una migliore qualità della vita, per se’ come per gli altri, dovunque vogliano vivere.

Questa è la traiettoria che in nostri genitori ci avevano indicato, preparando la via perché noi potessimo costruire la nostra strada autonomamente, senza avere limiti di prospettiva. Guidati invece dal desiderio di condividere questa libertà creativa, nello spazio che le è proprio, ossia quello della democrazia, ambito in cui essa diventa nutrimento per coloro che la sperimentano.
Se non si capisce che in questo momento più che mai  è importante concentrare la maggior parte degli investimenti sulla scuola e sulla cultura,  sull’educazione tutta, per ricostruire la vita sociale che desideriamo, questa pandemia non sarà servita a niente, anzi tutti i morti, tutte le sofferenze di questi giorni ci cadranno addosso e ci faranno vivere giorni terribili di rabbia e di delusione, di una speranza perduta quasi definitivamente.

Non credo di essere catastrofista a dire queste cose, poiché non ci sono più scuse: gli ultimi avvenimenti hanno dimostrato che se si vuole il cambiamento lo si può fare e in tempi brevissimi, come si è fatto per gli ospedali. Perciò bisogna aprire le scuole in modo tale che i ragazzi di ogni ordine e grado possano frequentarle in modo normale, senza bisogno di frequenza pomeridiana, perché gli spazi utilizzabili a questo scopo ci sono, sia per un uso momentaneo sia per un necessario restauro per il loro utilizzo stabile nel futuro. Perché si possono aprire scuole in disuso, utilizzare spazi vuoti riadattandoli, assumere il necessario personale docente e il personale addetto al funzionamento delle strutture in modo da mantenere, adesso la distanza sanitaria civica, e nel futuro una didattica più moderna. La Germania in questo momento non ha chiuso le scuole, ha sempre fornito il servizio, garantendo anche l’igiene, perché dotata di personale e spazi adeguati.
Questo non solo sarebbe un segnale palpabile che finalmente i governanti hanno a cuore il valore della cittadinanza, perché chi ha a cuore i più piccoli e indifesi dimostra di essere guidato da un’attenzione disinteressata e sincera, ma rappresenterebbe inoltre il volano economico e produttivo per migliaia di lavoratori, per molte di quelle imprese edili, della cultura, dell’educazione e dell’intrattenimento, tutto ciò che riguarda la civiltà di una società umana.

Spero quindi che quando si parla di tornare alla normalità si pensi alla normalità della vita sociale di una umanità evoluta e civile, che ha capito finalmente che il valore è la persona. La sua creatività, la sua capacità di trasformare desideri, immagini e speranze in realtà concrete è la vera risorsa insita in ciascuno di noi che possiamo coltivare fino a riconoscere che il gusto di condividere il frutto del nostro lavoro è ciò a cui ognuno di noi aspira e che dà senso alla nostra vita per la realizzazione della comunità umana.

ROSPI / Prima la Cultura! Quella a pagamento però:
librerie aperte e biblioteche chiuse.

Una decina di giorni fa intervistavano in televisione un signore distinto, camicia, cravatta e un maglioncino di cashmere. Con una strana faccia, metà intellettuale e metà mercante. Era il presidente della Associazione Italiana Editori. Il quale, come tutti quelli che hanno un business da difendere, lamentava il disastro che la pandemia stava provocando nel suo settore. Nel 2020 si sarebbero stampati il 20% in meno di nuovi titoli: poco più di 60.000, invece degli 80.000 di quelli usciti nel 2019 (si sa che gli italiani non sono un popolo di lettori, sono un popolo di scrittori e poeti). Quindi milioni di copie in meno sugli scaffali delle librerie. Quindi milioni di Euro di fatturato in meno per grandi e piccoli editori.
La fosca previsione, assolutamente fondata, è arrivata certo alle orecchie del nostro solerte Ministro dei Beni Culturali. Che ha preso una decisione inedita, coraggiosa, ampiamente commentata dai media in Italia e nel mondo. Così, forse ispirandosi al vecchio adagio “non di solo pane vive l’uomo”, il governo ha disposto la riapertura, assieme a panetterie e supermercati, anche delle librerie.
Giusto, un libro è il ‘nutrimento dell’anima’. Io per esempio sono messo bene: ho la casa invasa dai libri, una scorta imponente, posso resistere all’emergenza coronavirus fino al 2030.
Peccato che il ministro Franceschini e tutto il governo si siano dimenticati delle biblioteche. Aprono, con tutte le precauzioni del caso, le librerie, mentre le biblioteche pubbliche (migliaia e sparse in tutti i borghi e città d’Italia) rimangono chiuse. Insomma, il ‘nutrimento dell’anima’ gli italiani possono andarselo a comprare (online o “di persona personalmente”), ma non possono prenderlo a prestito gratis. Forse non tutti sanno che il nostro Sistema Bibliotecario Nazionale (SBN) prevede che il prestito nelle biblioteche sia assolutamente gratuito. E’ un primato italiano, un segno di civiltà, che nessuno ricorda.
Dunque il made in italy delle biblioteche italiane rimane chiuso al pubblico. Chiuse le biblioteche e chiusi i musei. Se ne riparlerà a partire dal fatidico 4 maggio. Ha protestato perfino Vittorio Sgarbi: segno che anche uno come lui qualche volta ci azzecca.
Ecco quindi il rospo da sputare a cui allude il titolo di questo breve scritto. Abbiamo bisogno di cultura per uscire vivi dalla pandemia. Ne abbiamo bisogno come del pane. Ma tutta la cultura, non solo della cultura a pagamento. Caro Ministro, tu che nelle ore libere ti diletti a scriver romanzi, magari eri distratto, forse è stata solo una svista, ma ripensaci. E fallo subito: riapri le biblioteche.

CRISI PANDEMIA: LA VERA SFIDA E’ LA COMPLESSITA’
Invece l’informazione e la scienza hanno prodotto confusione.

Di questi tempi di clausura che molti definiscono come ‘tempo sospeso’, faccio molta difficoltà ad ordinare le idee, che mi si accavallano in pensieri sovrapposti e a cui tento, con grande sforzo, di dare un ordine logico. Sarà dovuto alla mancanza di contatto con altre persone che, solitamente, con la loro fisicità, mi aiutavano a dare confini all’indefinito dello spazio. O forse al fatto che la realtà, pur restando sempre complessa, nella singolarità della condizione a cui questa pandemia costringe il mondo, mostra la mancanza di un pensiero complesso che di questa realtà sappia essere specchio e descrizione. Provo a trovare il bandolo delle mie riflessioni, per capire cosa stia succedendo e pensare ad una possibile via d’uscita.

Intanto, questa situazione, questa crisi in quanto tale, conferma, secondo me, che la definizione di complessità che mi sono data è quella che più mi permette di capire il momento attuale. Cioè che la complessità non è un insieme di giustapposti avvenimenti e circostanze, ma è un momento di sintesi che comporta un salto di qualità da cui solo si può comprendere ciò che è accaduto, a patto, però, di leggerlo da quel punto di novità.
Non si può pensare che una città sia la somma dei suoi edifici più la somma dei suoi abitanti più la somma delle sue strade, dei suoi ponti e parchi. La città è più complessa di una semplice somma e, per capirla e coglierla nella sua complessità, occorre salire sulle montagne e guardarla da un punto di vista nuovo, con l’orizzonte di fronte a sé.

Un fatto emerge, ed è anche, a mio avviso, in parte causa di questa crisi: siamo tutti inesperti circa la simultaneità (e perciò anche complessità) che sperimentiamo oggi tra la realtà dei fatti che avvengono nel mondo e l’informazione globale, e credo che dovremmo avere l’umiltà di ammetterlo.
Nessuno sa ancora con chiarezza cosa significhi vivere nel mondo in modo simultaneo. Un mondo in cui ciò che avviene in ogni suo punto, influenza direttamente e simultaneamente ogni altra parte del pianeta. Non solo come conoscenza scientifica o generica informazione, ma come esperienza diretta. Non c’è esperienza, non c’è linguaggio, non c’è pensiero su questa complessità.

Dovremmo fermarci a riflettere per sviluppare la cultura della complessità.
Questo implica un cambiamento radicale: a livello politico ogni paese come l’Italia dovrebbe, e anche urgentemente, elaborare progetti di governo che abbiano almeno la dimensione dell’Europa. L’Europa dovrebbe pensarsi almeno a livello intercontinentale e così via per arrivare in futuro a pensare a come poter governare l’intero globo.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo che richiede tempi di crescita insopprimibili. Un processo di apprendimento durante il quale è fondamentale mantenere i punti di riferimento della democrazia e dei diritti umani già conquistati. Abbiamo sufficiente creatività per poterlo fare.
Tutto ciò che c’era prima, è solo il punto di partenza, ed è insufficiente e inadatto alla nuova realtà che dobbiamo costruire. Tutto quello che manca è da reinventare.

Un ambito in cui gli operatori devono prendersi urgentemente un momento di riflessione è il mondo dell’informazione. Un mondo che utilizza gli strumenti tecnologici che sono il mezzo per cui si vive questa condizione di simultaneità ed è quindi direttamente coinvolto in questa trasformazione.
In questa contingenza, i giornalisti hanno dimostrato di non rendersi conto dell’effetto che la simultaneità dell’informazione produce sugli avvenimenti che accadono nel mondo. Hanno raccontato l’epidemia come se fosse uno scoop, un’indagine giornalistica da Premio Pulitzer. Avrebbero, invece, potuto e dovuto prepararci ad affrontare quello che sarebbe capitato a noi in tempi brevissimi. Non hanno potuto farlo perché, a loro come a noi, manca ancora l’esperienza della simultaneità. Il rapporto tra la notizia e la ricaduta sulla realtà complessa è responsabilità del professionista dell’informazione; poiché è questo che fa capire il valore trasformativo della notizia, nel bene e nel male.

L’altro elemento che mi ha fatto riflettere molto su ciò che è avvenuto è che l’informazione istantanea si sia fusa con i comunicati degli scienziati che volevano informare su cosa stesse succedendo. Solo che ciascuno raccontava la verità scientifica che la sua propria specializzazione gli faceva conoscere come verità assoluta, mentre era una verità solo parziale: col risultato che le informazioni sono entrate in contraddizione proprio perché comunicate simultaneamente. Questo ha prodotto sia confusione, nei più informati, ma soprattutto sfiducia o paura nelle persone comuni, finendo così per ridicolizzare la scienza: togliendo la percezione del pericolo o, al contrario, aumentando la psicosi. In questo particolare caso, l’ossessività dell’informazione ha amplificato l’informazione stessa, ma al contempo non ha lasciato lo spazio per riflettere sulle implicazioni del fatto. Ha provocato da una parte estraneità e dall’altra panico e questo ha avuto un effetto devastante sulla vita dei popoli dei vari paesi coinvolti.

Tutti noi dobbiamo imparare a non pensare alla scienza come se fosse magia; non dobbiamo pretendere che predica il futuro: anche la scienza è un processo di conoscenza che si sviluppa in un tempo. Il compito della scienza è conoscere la natura e la natura umana e come mettere in relazione, e non in conflitto, queste due complessità. Per fare questo, deve renderci consapevoli che la conoscenza fortemente specializzata della cultura scientifica ha bisogno di mettersi in relazione con tutte le altre specializzazioni per avvicinarsi alla descrizione della realtà. Questo traguardo è la responsabilità della scienza.

In ultimo, mi fa sempre meraviglia che, nonostante sia evidente che il mondo della scuola e  dell’educazione, della ricerca, della cultura e dell’arte abbiano permesso e continuino a permettere che la società non cada nel caos e nella violenza, i governanti non pensino di metterle al primo posto nel programma di investimenti e sembra non abbiano cura nel farne oggetto di un massiccio progetto di investimento e di sviluppo. Come non capire che scuola, ricerca e cultura, come ambito, hanno lo stesso valore prioritario per la sopravvivenza della civiltà e della qualità della vita, alla pari del primato della necessità delle produzioni alimentari?
Mi chiedo quando i politici capiranno che l’unico strumento di sviluppo per la società è investire in modo prioritario nel fornire strumenti di riflessione e di consapevolezza della vita, nel vasto mondo della cultura. E mi rispondo che ci vuole per prima cosa il coraggio. Il coraggio di considerare prioritaria l’educazione alla conoscenza di sé e del mondo come strumento per sapersi relazionare e vivere una vita degna di essere vissuta. Il coraggio di prendere coscienza del fatto che solo così, potranno esserci davvero pace e prosperità per tutti.

FERRARA IN QUARANTENA:
la cultura è una rete vuota, senza pesci e pescatori

Un giorno, ho messo in fila sulla carta i luoghi che disegnano il profilo delle occasioni culturali che offre la città di Ferrara, una sorta di rete dell’apprendimento di cui istituzioni culturali, associazioni,  teatri e cinema formano i nodi.
L’inventario mi portò ad elencare, senza dubbio per difetto, duecentocinquanta luoghi di apprendimento formale e non formale. Una rete che attende di essere riconosciuta e valorizzata dentro un progetto di città intelligente.

In questi giorni di clausura, questa rete, che potrebbe essere utile per riempire le nostre giornate, è invece silente, come se non fosse mai esistita. Eppure questa era una buona occasione per stare interconnessi, diffondere le proprie proposte, i risultati delle proprie attività, organizzare webinar. C’è da chiedersi quanto smart sia la nostra città. Se è possibile, oltre allo smart working, la smart knowledge. La risposta ahimè è decisamente negativa.

La rete offre link alla visita virtuale di decine di musei, da quelli Vaticani alla Galleria degli Uffizi, alla Pinacoteca di Brera, oltre ai più importanti musei nel mondo dal Metropolitan di New York  alla National Gallery di Londra. Fino alla visita virtuale alle mostre, a partire da quella di Raffaello.

A Ferrara non c’è museo che offra tutto questo. Nulla a Palazzo Schifanoia, nulla per la Pinacoteca Nazionale; il Museo archeologico nazionale di Spina, più attento alla digitalizzazione, propone percorsi molto statici con fotografie, spiegazioni con audio guide, più una documentazione che una visita virtuale vera e propria. Così il Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara si presenta con alcune pagine che sembrano più un album di figurine commentate, anziché essere una scoperta in 3D delle sue sale. I siti del Castello e del Palazzo dei Diamanti non oltrevalicano la dimensione della promozione dei loro eventi. La pagina del Teatro Comunale che pure potrebbe mettere in rete i video di concerti, di prosa e di danza non propone nulla. Per non parlare delle sale cinematografiche, che non riescono a concepirsi, se non per la programmazione in presenza; attraverso i loro siti potrebbero invece offrire rassegne e remake, anche a pagamento, ovviamente. Eppure nulla si muove, come se il Covid 19 oltre a colpire i corpi avesse colpito anche le menti.

Resta attiva la rete delle biblioteche per l’accesso alle librerie digitali. Ma le biblioteche avrebbero potuto farsi promotrici di seminari, conferenze, presentazioni di libri online. Invece di essere creativi si è scelto di essere routinari; eppure sono servizi che dovrebbero fare cultura, ma non sono ancora in grado di concepirsi al di fuori delle loro quattro mura, della loro autoreferenzialità istituzionale.
Neppure associazioni come gli Amici della Biblioteca Ariostea o del Musei e Monumenti Ferraresi brillano per iniziativa, presenza e fantasia. Quasi fossero altro che una accolita di affezionati. Eppure questa era un’occasione per offrire dalle loro piattaforme web iniziative e proposte culturali per tutta la città.
Uniche a  dimostrare intelligenza, iniziativa e invenzione sono le scuole e il CPIA, il Centro Provinciale di Istruzione per gli Adulti, che continuano nella loro offerta di didattica online.

Le attività culturali in rete andrebbero viste come una importante funzione strategica che dovrebbe far parte normalmente dell’impegno e del lavoro corrente delle istituzioni culturali ferraresi: musei, biblioteche, archivi, soprintendenze. Invece tocchiamo con mano quanto siamo distanti, quanto è il ritardo accumulato, quanta miopia nella gestione della cultura. La città della conoscenza, per la quale da queste pagine ci battiamo da anni, è ancora lontana dall’essere compresa, l’idea del sapere diffuso e permanente non appartiene alla città e alle sue istituzioni culturali.

In rete ci sono siti come POSSO, il portale dove ognuno mette a disposizione degli altri il proprio tempo e le proprie conoscenze. Una community dove imparare e condividere ciò che si sa fare, che permette il contatto tra le persone disposte a condividere le proprie competenze quali che siano. Bella idea per condividere una cittadinanza, ma la città interconnessa non esiste e ora ne sentiamo la mancanza.
Da questo punto di vista Ferrara non è una smart city, il sito del Comune non offre nessuna iniziativa, nessuno strumento, nessuna piattaforma per dialogare tra cittadini, perché è un’idea che non si è mai concepita, perché non si è in grado di lanciare il proprio sguardo oltre la gestione della quotidianità. Perché l’idea di una città diversa non è passata a nessuno per la testa  a partire dai nostri amministratori. Perché solo gli eventi straordinari ci fanno scoprire l’ordinarietà delle nostre giornate, dei nostri programmi, la miopia delle nostre prospettive, l’ordinarietà delle politiche nella gestione della città. Ma se non si nutre la creatività nei tempi ordinari, quando giungono quelli straordinari si resta con un pugno di mosche in mano. E qui a fregare è ancora una volta l’assenza di cultura.

NON E’ UNA GUERRA MA UN’OPPORTUNITA’
Perchè tutto questo dolore non sia inutile

Mai come in questo momento il linguaggio ha mostrato l’importanza della sua doppia funzione: quella di primo veicolo di informazione tra le diverse realtà nazionali, culturali e linguistiche che compongono la comunità globale e quella di strumento di comunicazione tra le persone coinvolte in questo dramma mondiale.
In tutte e due le sue funzioni la sua efficacia dipende dall’uso preciso o approssimativo che si fa del significato delle singole parole. Ha colpito la mia attenzione il fatto che la situazione in cui ci troviamo in questi giorni sia stata descritta usando la parola ‘guerra’; mi sono chiesta il perché di questa scelta e ho sentito la necessità di intervenire velocemente per frenarne l’uso che mi sembra scorretto e fuori luogo.
Infatti la guerra presuppone un nemico intenzionato a sopraffarci per sostituirsi alla nostra capacità di governo di una società e di un territorio, sottintende una volontà decisionale e una strategia di scelte e di comportamenti coordinati a raggiungere questo scopo.

Il virus non corrisponde a nessuna di queste caratteristiche; prima di tutto non è un essere vivente e perciò non ha volontà propria, né una conseguente strategia di comportamenti coordinati nel tempo. Non può quindi essere considerato un nemico, è un evento tra i tanti che la vita ci propone; certamente è inaspettato ma, come tutti gli eventi della nostra vita, possiamo vederlo come un ostacolo o come un’opportunità.
Se lo leggiamo per quello che è, cioè un virus che ha espresso potenzialità pandemiche, lo possiamo studiare come fenomeno che mette in evidenza i nostri punti deboli, sia come civiltà che come esseri biologici che vivono in relazione e in continuo movimento.
Possiamo considerare l’esperienza della guerra per poter fronteggiare il problema economico che questa pandemia ci sta procurando e ci procurerà; per adottare le misure necessarie a superarlo. Questo è l’unico ambito in cui trovo utile rifarsi all’immagine della guerra, per il resto dovremmo usare questo evento come un’occasione utile a cambiare e rendere la nostra società migliore e capace di sviluppare la nostra umanità.

Le criticità che ha messo in evidenza sono l’aver ridotto a merce la vita umana e le sue opere, il nostro considerare la creazione come un pozzo di San Patrizio dal quale attingere a piene mani, senza preoccuparsi di esaurirne le risorse, quando invece è il nostro patrimonio e lo dobbiamo valorizzare per restituirlo migliorato, come nostra eredità, alle generazioni future.
La società consumistica non ha usato gli strumenti di collegamento (strade, città, trasporti) per qualificare le relazioni umane, ma per accumulare profitto e così ha contribuito a squilibrare la distribuzione della popolazione sul territorio. Questo ha prodotto, oltre al degrado ambientale, anche un impoverimento della qualità della vita e delle relazioni interpersonali.

Dobbiamo tornare a mettere al centro la qualità della vita dell’uomo che ha bisogno di armonia con gli altri esseri umani e con l’ambiente. Quindi riacquistare il valore del territorio che rifletta quell’armonia e che produca una società capace di far convivere le proprie molteplici diversità e bisogni con la cura e il rispetto del paesaggio.

Questa crisi sanitaria ha messo in evidenza che una società democratica deve mettere al centro lo sviluppo sociale, quindi il servizio alla salute, con ospedali e presidi sanitari distribuiti sul territorio e accessibili a tutti. L’aver concentrato questi servizi in poche mega-strutture ha aggravato la situazione. Per mantenere una società che sia democratica e che si sviluppi, bisogna occuparsi della sua salute fisica nonché sostenere e sviluppare la qualità umana che passa attraverso la coscienza di sé’ e quindi la possibilità di avere strumenti culturali e di informazione.

Avendo diminuito di oltre due terzi, gli investimenti per l’organizzazione della sanità pubblica, fa emergere l’errore di finalizzare la scienza al profitto, e di sottomettere la conoscenza alle leggi di mercato: come se la cultura fosse un prodotto industriale. Il risultato è che si impoverisce il territorio, l’ampiezza e la complessità della conoscenza si riduce a poche specializzazioni e se ne tarpano gli imprevedibili sviluppi – espressione di creatività umana – e per giunta ci fa trovare anche impreparati agli imprevisti che la vita ci riserva Infatti, la vita è complessa e non specializzata.  Abbiamo tutti sotto gli occhi che i tagli alla sanità hanno portato ad una grave carenza di strutture, di strumenti tecnologici e soprattutto di personale competente e qualificato. Non solo, introducendo il numero chiuso nell’università e nei corsi di specializzazione, ci troviamo a non disporre di sufficiente personale di assistenza. Di questo è testimone la drammatica scarsità di medici e infermieri che si riscontra oggi e l’impossibilità di rispondere all’appello d’aiuto che la popolazione esprime nonostante gli indicibili sforzi e l’impegno che il personale sanitario sta esprimendo a livello di coscienza individuale.

I tagli ancora più vistosi alla scuola pubblica, all’università e alla ricerca tolgono la possibilità di rispondere alle nuove sollecitazioni dell’evoluzione tecnologica attraverso la ricerca e la scienza. Ancor più grave, risparmiando sull’educazione si rischia di tornare a una società primitiva che risolve le tensioni sociali con la violenza; si crea insoddisfazione e si riduce la capacità creativa dell’essere umano, il solo strumento che ci permette di superare le difficoltà.

Affrontare questa situazione come opportunità significa cogliere l’occasione di ricostruire una società che si fidi del cittadino e che dunque non abbia bisogno di creare tutte quelle procedure burocratiche finalizzate al controllo e che non consideri le persone incapaci di intendere e di volere o disoneste per natura.

Questo atteggiamento ha prodotto una pletora di leggi e divieti che complicano il funzionamento e la creazione di realtà produttive. Hanno reso l’accessibilità ai servizi complicata e antieconomica, che causa corruzione e che consente di aggirare le norme stabilite. Ancora più grave, ha abituato il funzionario pubblico a non assumersi la responsabilità del proprio ruolo, limitandolo soltanto a un esercizio di potere o oppositivo o discrezionale anziché valorizzarlo come elemento necessario a un servizio pubblico.

Insomma, se usiamo la parola “guerra” per caratterizzare questo momento storico, di nuovo perdiamo l’opportunità di cambiare, ripetiamo la solita storia. Dobbiamo smettere di pensare ‘contro’ e iniziare a pensare per creare e utilizzare questo tempo come l’occasione per correggere gli errori fatti e progettare un futuro che qualifichi la vita umana e le sue relazioni, che consideri l’ambiente come un luogo adatto ad esprimere tutta la nostra potenzialità creativa e a soddisfare il nostro gusto di vivere. Allora tutto il dolore di questo tempo non sarà stato inutile e potremo continuare a costruire la nostra storia fino a trasformare la società in comunità e la terra in un Paradiso terrestre.

                                                                         

Una firma per liberarci di Sgarbi (almeno al MART)
Ma attenzione a non sbagliare bersaglio

il mio fondino di ieri [per chi non l’avesse letto, lo trova QUI] ha provocato una fitta pioggia di lettori, di pensieri, di commenti (una novantina su Ferraraitalia, parecchie centinaia sui social media). E molte domande, che poi era una domanda sola: “Dove si firma?”. Leggevo i commenti e continuavo a pensare. Anche ieri sera, ascoltavo l’ultimo giro di vite per fermare la pandemia, e avevo un motorino che mi girava in un angolo del cervello. Ma intanto, posso dire? Tutti abbiamo un sottofondo sentimentale, a me ad esempio è piaciuta Ursula von der Leyen parlare agli italiani nella lingua di Dante. Dicevano che in questi mesi non aveva combinato nulla come Presidente della Commissione Europea, che il suo Green Deal era ben poca cosa, che la prima donna seduta lassù (tedesca per giunta) non cambiava niente. Beh, con quattro minuti di messaggio in uno stentato italiano, guardando diritto davanti a sé, senza leggere da un foglio, con quel “Siamo tutti italiani”, per me stavolta qualcosa ha combinato.
Pensa che ti ripensa, mi è venuto questo post scriptum. Di seguito, trovate alcune ri-flessioni, le mie reazioni mentali ed emotive alle vostre letture e ai vostri commenti.1.Devo prima di tutto rispondere alla domanda delle domande, o almeno provarci. Dove si firma? Sono in tantissimi che si dicono pronti a firmare per chiedere le dimissioni di Vittorio Sgarbi. C’è una petizione popolare a cui aderire, la raccolta di firme è stata inaugurata pochi giorni fa [aggiornamento: alle 16,40 di sabato 14 marzo, 16.495 firme]. L’hanno promossa, dopo le ultime incivili esternazioni di Sgarbi, i 43 dipendenti del MART di Rovereto, indirizzandola alla Giunta della Provincia Autonoma di Trento. Si intitola: “No ad un Presidente volgare al Museo MART di Rovereto”. Bravissimi, gli faccio un milione di auguri. Per firmare, io l’ho fatto, basta andare su www.change.org [petizione]. Poi c’è il Pubblico Appello ferrarese (in questo caso non è però prevista una raccolta di firme) che chiede al Sindaco leghista  della città estense di togliere a Sgarbi la Presidenza di Ferrara Arte. Non so di altre iniziative in atto. Ma, come buon auspicio, va citato almeno un precedente. Nel marzo del 2018, 33mila firme costringono alle dimissioni Vittorio Sgarbi, che deve lasciare l’alto e ben remunerato scranno di Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia.

2. Vengo a Vittorio Sgarbi. Ho scritto tre volte su di lui, diciamo pure CONTRO di lui e quello che rappresenta. E tutte le volte ‘mi sono guadagnato’ migliaia di lettori. Come si dice, ho allargato la mia audience. Mi ha anche chiamato un noto giornalista televisivo per invitarmi a una diretta (da casa) nel suo programma. No grazie. Anche perché mi è successa una cosa stranissima: invece di stappare una bottiglia (si sa, per un giornalista essere letto è il primo anche se inconfessato traguardo), mi è venuta giù una gran tristezza.
Siamo sinceri, in verità il ‘successo’ dei miei articoli non è mio ma di Vittorio Sgarbi. Non dipende da colui che scrive, dal SOGGETTO (o dipende dal soggetto in misura assai limitata) ma dall’OGGETTO di cui scrive. Se, per esempio, avessi scritto un bel commento a La Limonata (un formidabile racconto Raymond Carver) avrei raccolto solo i pochissimi innamorati della mia scrittura. Va bene, è una regola aurea del giornalismo, ma non bisogna esagerare. E tanti esagerano, in fondo è abbastanza semplice, basta attaccare (tutti i santi giorni, a testa bassa) un Divo per diventare Divo quanto o più di lui. Non è forse questa la tecnica di quel mediocre giornalista a nome Andrea Scanzi che ‘sulle spalle di Sgarbi’ sta costruendo la sua fortuna mediatica?
Tutto questo per dire due cose. A) Che il vero problema non è Sgarbi, che c’è qualcosa che non va nella nostro sistema informativo, nell’etica del giornalismo, nel nostro approccio ai media, nella società mediatica in generale. B) Che questo vuol essere l’ultimo, o almeno, che spero di non scrivere di Sgarbi per un bel pezzo,  e che invece scriverò di Carver, o di altro, di cose oscure ma più interessanti. Mi avvertono che Sgarbi sparla di me in un altro video. Pazienza. Giovanni Scheiwiller, il più grande dei piccoli editori del Novecento, a chi gli domandava un giudizio sull’ennesimo libraccio fresco di stampa, rispondeva: “Non mi piace e non l’ho letto”. Così io dell’ultimo video di Sgarbi, Non mi piace e non l’ho visto. Che bello se anche voi seguiste il mio consiglio.

3. Il motorino mentale continua a girare. Leggo tra i commenti al mio articolo, non in tutti ma in tanti sicuramente, una specie di gara dell’insulto (a Sgarbi naturalmente). Una corsa a chi la spara più grossa. A chi si sfoga di più. Ora, non voglio difendere il personaggio (ho già detto che non mi piace) ma non capisco questi commenti celibi, questi inutili esercizi. A che serve abbassarsi al livello di chi è ormai diventato una macchietta da avanspettacolo? Faccio fatica a credere in una improbabile, miracolosa, conversione di Vittorio Sgarbi (anche se sappiamo di quell’antico incidente che capitò allo spietato esattore Paolo di Tarso, che era, a onor del vero, ‘un fottutissimo bastardo figlio di puttana’). No, è difficile che Sgarbi caschi da cavallo. Ma il problema è un altro. E cioè, il problema non è Vittorio Sgarbi: dietro di lui, appena un passo indietro e pronti a prendere il suo posto in commedia, c’è  una schiera infinita di aspiranti, praticanti e apprendisti.

4. Aggiungiamo pure la nostra firma. Alla petizione per le dimissioni di Sgarbi dal MART di Rovereto, e a tutte gli altri appelli e petizioni – tutte buone e giuste – che continuano ad arrivarci, nella nostra casella mail, per Messenger o per WhatsApp.  Ma cerchiamo di non confonderci, di non accontentarci di così poco, di non sbagliare bersaglio. Perché dopo uno Sgarbi arriva puntualmente un altro Sgarbi a prendere il suo posto. Nei posti di comando della Cultura, come a dirigere telegiornali o a condurre programmi televisivi. A meno che.
A meno che non capiamo che la battaglia culturale  – perché di vera battaglia si tratta: sangue, sudore e lacrime – si combatte altrove. Lontano? No, vicinissimo a noi. Nelle nostre scuole (di qua e di là dalla cattedra). Nelle nostre biblioteche pubbliche, nei centri culturali, nelle parrocchie. Perfino nei Bar Sport. Alla fine, poco serve abbattere fantocci. Molto serve promuovere una cultura democratica, partecipata, rispettosa, curiosa, gentile.
Ho scelto come cover di questo post scriptum l’ancora e il delfino un particolare della marca di Aldo Manuzio. Lui, il genio assoluto, ‘il migliore’ tra gli editori e stampatori di ogni tempo, aveva un motto che forse può esserci da guida. Traduco in italiano: “affrettati lentamente”. Non c’è fretta, non ci sono scorciatoie, ma occorre non distrarsi. Anche restando a casa, anche “al tempo del colera”, è possibile combattere quella battaglia.

I “tassi” compiono 10 anni tra letteratura e divulgazione culturale

È una giornata particolare quella del 22 febbraio: esattamente 10 anni fa nasceva una delle realtà culturali più interessanti del panorama culturale ferrarese, il “Gruppo del Tasso”. Associazione dedita alla divulgazione culturale, si è caratterizzata per aver organizzato una serie di eventi di grande successo, tra cui la rassegna GialloFerrara e il Festival Punto & Virgola. A raccontarci questa avventura ci hanno pensato tre donne, al centro della divulgazione della cultura a Ferrara.

La prima a parlare è proprio Irene Lodi, presidente del Gruppo del Tasso: “Dieci anni sono un traguardo da festeggiare: in tutto questo tempo siamo cambiati, cresciuti e maturati. Per me il Gruppo del Tasso è stato un vero e proprio percorso di formazione: mettendomi alla prova ho sperimentato nell’ambito che amo, quello della letteratura, e ho imparato tantissimo, sia a livello umano sia nel campo più operativo dell’organizzazione. Sono sempre stata vicina ai valori dell’associazionismo, frequento fin da piccola gruppi sociali, e quando sono diventata grande ho accolto con entusiasmo l’occasione di provare l’esperienza di un consiglio direttivo, prima, e di una presidenza, poi. In particolare, sono entrata nel Gruppo con l’evento di GialloFerrara del 2016, e sono stata immediatamente convinta dalla passione dei soci per quello che facciamo insieme: l’idea di mettere la cultura a disposizione di tutti, di contribuire, nel proprio piccolo, a rendere un po’ più ricca la propria città, sono da sempre il motore dei Tassi, e da quel festival in poi, anche il mio. Credo che il concetto stesso di volontariato sia una scelta politica, nel senso più antico del termine, l’arte che riguarda la città, per questo tentiamo di rivolgere le nostre iniziative a un pubblico variegato: c’è bisogno del contributo di tutti per vivere la cultura a 360 gradi, e rendere Ferrara, che già amiamo profondamente, un luogo di promozione letteraria. Per questo Decennale devo ringraziare innanzi tutto i nostri primi sostenitori: Assicoop Modena&Ferrara e CoopAlleanza 3.0 hanno sempre creduto in noi e nei nostri progetti, e hanno voluto aiutarci a festeggiare il nostro decimo compleanno: non avremmo mai potuto spegnere queste candeline con così tanti amici senza di loro! Una menzione speciale va anche ad Arci Ferrara, da cui abbiamo imparato tanto sulla gestione e organizzazione degli eventi culturali, e ha contribuito a far crescere la rete di contatti che abbiamo costruito nel tempo, e che è stata fondamentale per arrivare a questo momento con tanti compagni di avventura: i ragazzi della Web Radio Giardino e la redazione di Telestense in primis”.

Alice Bolognesi, presidente di Arci Ferrara, ci ha raccontato della collaborazione che è nata tra i Tassi e l’Arci, con l’adesione del Gruppo a questa rete associativa: “Arci Ferrara è felice di avere tra i suoi affiliati, dal 2017,  il Gruppo del Tasso. L’adesione del Gruppo ben si sposa con gli obiettivi di promozione culturale di Arci , con un arricchimento che speriamo sia reciproco, negli intenti e nella pratica . Ci preme ricordare come il Gruppo del Tasso sia un’eccellenza rispetto al panorama associativo , essendo una delle poche associazioni Arci in Italia che si occupa di promozione letteraria , realizzando eventi culturali di qualità ben inseriti nel territorio e aperti a contaminazioni artistiche, e che negli anni ha saputo intercettare pubblici eterogenei e sempre crescenti. Il nostro augurio è quello di riuscire a crescere e di festeggiare altri 10 anni insieme, portando l’esperienza del Gruppo del Tasso in altri circoli sul territorio nazionale.”

Anna Maria Quarzi, presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea, ed esperta nel campo della divulgazione culturale, infine, ci ha descritto il protagonismo giovanile all’interno del panorama culturale estense: “L’Istituto di Storia Contemporanea non è solamente un luogo di ricerca, ma anche di promozione culturale, con grande attenzione per i giovani: gravitano moltissimi ragazzi qua intorno, non solo persone che si occupano di storia, ma anche e soprattutto di attività culturali. Per me il Gruppo del Tasso è stato una scoperta: fin da subito ho apprezzato il loro grande entusiasmo, e mi ha colpito questo gruppo di giovanissimi, alcuni si stavano ancora laureando all’epoca, per l’impegno nel lavoro che stavano intraprendendo, anche perché la loro è sempre stata una proposta seria per la crescita della cultura e della città. Il linguaggio poetico è un linguaggio dell’anima, e ho trovato assolutamente giusto dare gli spazi all’associazione, quando ne avevano bisogno, ma soprattutto ascoltare. La nostra idea culturale si concretizza nel confronto con i giovani, portando avanti un dialogo tra le generazioni: questo è l’Istituto, un luogo dove c’è incontro. La materia di cui ci occupiamo non va pensata solo come divulgazione scientifica, ma deve essere intesa come l’insieme delle discipline artistiche: letteratura, poesia, arte, politica, economia… Tutto questo è storia”.

Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)

Chiostri, torri, biblioteche, giardini, orti… A essere svanito nel nulla non è solo l’antico prestigio del “Monasterium in Italia princeps” – come amava definirla Guido il musico – , ma anche la maggior parte dell’intero complesso che un tempo mostrava un’Abbazia di Pomposa molto diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Persino ciò che è rimasto appare in una configurazione differente rispetto a quella originale, a partire dalla chiesa. Quella attuale, dedicata a Maria, era già nel IX secolo di forma tipicamente basilicale: pianta rettangolare e tre navate con abside. Lo stile ravennate-bizantino, evidente nella struttura, era dato anche dall’utilizzo di materiale architettonico proveniente da Ravenna, caduta un secolo prima sotto i Longobardi. La facciata, tuttavia, non è più visibile totalmente, poiché fu inglobata da un atrio costruito in seguito, poi a sua volta demolito per mettere in piedi l’ampliamento che vediamo oggi. Spettò infatti all’abate Guido, un ravennate, la trasformazione dell’abbazia per renderla sempre più imponente e sontuosa, a cominciare proprio dall’aggiunta del nuovo atrio, opera del geniale architetto Mazulo. Egli, ornando l’esterno del nuovo corpo con bacini ceramici, stucchi, marmi, pietre e laterizi intagliati e incisi, consegnò all’abbazia quasi una nuova facciata dal lontano gusto orientale. Accanto all’edificio sacro, non è andato perduto il grandioso campanile, la cui costruzione fu avviata grazie a delle donazioni nel 1063, dopo l’atrio quindi, come ci mostra una lapide dedicatoria posta alla sua base. Simile ai suoi colleghi romanico-lombardi, risulta molto vicino alla chiesa e sembra riproporre il complesso sistema decorativo in laterizio dell’atrio, ma con importanti innovazioni figlie dei nuovi tempi. Prima di entrare, tuttavia, per stupirci delle maestose decorazioni ad affresco e dei pavimenti a tarsia e mosaico, è bene fermarsi ancora un attimo ad ammirare l’atrio addossato alla facciata, perché per la sua fattura è riconosciuto come uno degli artefatti più interessanti dell’arte medievale padana: anche se all’epoca non era il solo nell’area ravennate, è oggi rimasto come l’unico esempio di un insieme di forme a notevole prevalenza orientale. Eppure, anch’esso allora doveva mostrarsi ben diverso. Si è scoperto che la sua superficie era probabilmente intonacata, non si sa come, e allo stesso modo vari altri suoi elementi scultorei.

L’abbazia, che senza remore si fa notare dalla campagna circostante grazie al solenne campanile, è però scrigno e custode di un patrimonio artistico che ha fatto la storia del nostro territorio, e non solo. E se già il contenitore riveste questa importanza, figuriamoci il contenuto! Basta introdursi nell’edificio per notare che quasi non esistono vuoti: l’interno è completamente affrescato, ma non tutto risale allo stesso momento, e qualcosa sarebbe stato anche ricoperto da interventi successivi. Gli affreschi furono l’ultima testimonianza della grande arte pomposiana, e i loro committenti si succedettero nel corso di secoli. Dai tradizionali intenti moraleggianti e didascalici, le raffigurazioni mostrano, a chi è in grado di interpretarle, scene tratte dall’Antico, dal Nuovo Testamento e dalla Storia della Chiesa. Le botteghe che vi lavorarono furono diverse, e il tutto sembra innegabilmente confluire verso l’abside, fulcro del ciclo pittorico, che presenta il Cristo benedicente nella mandorla mistica. Ma un tempo c’era dell’altro. Ogni monastero medievale era sede di studio e cultura, a maggior ragione Pomposa: tra le altre cose, la sua biblioteca di centinaia di volumi è oramai perduta, né si sa dove si trovasse.

La poesia di Pomposa è però solo all’inizio. E’ dal vivo che l’impossibile dialogo tra esseri umani e opere d’arte di un tempo passato diventa realtà. E forse solo i versi di Giuseppe Ravegnani, poeta dimenticato, potrebbero descrivere, a chi non lo conosce, uno dei monumenti italiani più visitati: “In mezzo alla campagna sola stai, / o casa del Signore! / Arde sui tetti il sole; / e le campane / cantan lassù come gran guglie d’oro, / le cui voci, pregando, / un po’ di cielo / donano al cuore di chi va sognando… […]” (La Chiesa dell’Amore, I, 1923).

Il mondo magico di Anna Darshi Ferraresi

L’arte è da sempre rifugio e fuga per l’uomo; lo trasforma, lo guida a meravigliarsi di fronte a forme nuove, a osservare i colori del mondo in cui viviamo con un’altra consapevolezza.
Le opere di Anna Darshi Ferraresi esprimono vitalità musicale, sicurezza, forza e audacia. Basta osservare una sua qualunque opera per constatare come i diversi elementi siano illuminati da una luce intellettuale piena d’amore. I suoi sono racconti romantici, dove il colore entra in una dimensione poetica attraverso un percorso astratto a esiti informali. La sua pittura è un intreccio di linee, una superficie a profili incisi con un’impostazione grafica.

Anna conferisce alla realtà una dimensione fantastica e fiabesca, calibrando segni grafici e colori, trasmettendo un’intensa musicalità ai segni e alle linee che si muovono sinuosi in una danza che permea molte sue opere.
Indubbiamente la nostra pittrice è affascinata dal colore e dalle forme geometriche: punti, segni, cerchi, spazi aperti e chiusi confinanti, sovrapposti.

La sua “figura del mondo”, pur avendo radici nella decantazione trecentesca, si è via via aggiornata attraverso Kandinskij, Klee, Mirò e le figurette volanti di Chagall.
Anna si diverte a sconvolgere ordini e prospettive, a scomporre forme attraverso le visioni della fantasia.
“La semplicità può essere profondità”, come affermava spesso Mirò.

Per la nostra pittrice non è sufficiente creare interessanti opere astratte ed informali, ma affronta anche l’arte del surrealismo producendo, seppur in numero limitato, i tarocchi dei “gatti magici”, mazzi di carte degli Arcani maggiori che hanno come soggetto il felino più amato e misterioso, il gatto, e che saranno disponibili durante l’evento espositivo.

Anna Darshi Ferraresi sarà ospite alla Sala Nemesio Orsatti di Pontelagoscuro (Fe) dal 7/12/2019 (inaugurazione ore 16:00) al 21/12/2019.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una rete civica di idee e saperi per un progresso diffuso

Mai come nel passato abbiamo migliorato le basi del progresso umano: salute, benessere, istruzione. La generazione di adulti in arrivo è la prima della storia a essere quasi universalmente alfabetizzata.
Che viviamo meglio di ieri dovrebbe essere noto a tutti, dalle conquiste della scienza all’aspettativa di vita. Sono quelle cose ovvie, talmente ovvie da sfuggire al nostro sguardo.
Lo spiegano bene nel loro libro, “Nuova età dell’oro”, Ian Goldin e Chris Kutarna della Oxford Martin School.
Dunque, non possiamo permetterci di stare seduti ad attendere tempi migliori. Il nostro Rinascimento è qui e ora.
E, ovviamente, dipende da noi. È questo “da noi” l’interessante. Le opportunità di oggi non si sono mai verificate prima nel passato. E questa è una responsabilità che ci coinvolge tutti come individui.
Scriveva Marco Tullio Cicerone, cent’anni prima della venuta di Cristo: «Non siamo nati soltanto per noi, e del nascer nostro una parte ne vuole la patria, un’altra i genitori e un’altra gli amici». È necessario che ognuno di noi si renda conto di questa parte.
Preoccupati di difendere i nostri orti e poderi, spesso armati gli uni contro gli altri, occupati a costruire muri e paure, neppure ci passa per il cervello che potrebbe esser più utile, a noi e agli altri, darsi da fare per cercare di migliorare noi stessi, per crescere come persone, perché quello di cui oggi ha più bisogno il mondo è di persone migliori, solo così si progredisce e si può vivere una vita sempre più desiderabile. Un pensiero banale, ma che tra le banalità di cui siamo campioni neppure ci sfiora. Un futuro migliore è possibile se a iniziare da ora ciascuno di noi saprà essere migliore.
L’indifferenza non ci è permessa. Riguarda tutti. Non ci è concesso di stare alla finestra, bisogna fare ciò che tutti dovremmo saper fare: rimboccarci le maniche. Soprattutto ora di fronte alle sfide che mettono a rischio il pianeta e la nostra esistenza su di esso.
Cosa sia la virtù dobbiamo averlo dimenticato nella notte dei tempi, non appartiene più al nostro lessico che ha ceduto il passo alla serendipità e alla resilienza, ma, come ci ha insegnato Aristotele, la virtù è una qualità del carattere che permette di agire come si dovrebbe.
“Agire come si dovrebbe” è la prima sfida. Una sorta di ontologia della cittadinanza, di scienza della cittadinanza. La responsabilità dei propri comportamenti nei confronti dell’altro e nei confronti della natura. E qui si gioca il compito dei nostri sistemi scolastici, per come oggi descrivono il mondo e formano i comportamenti sociali.
Invece di attivare le pance abbiamo necessità di attivare i cervelli. Chi si scalmana per le pance evidentemente teme cosa potrebbe accadere se si mobilitassero i cervelli.
Ma non saranno solo i comportamenti virtuosi a salvarci, dobbiamo andare più lontano di quanto pensiamo, cambiare la nostra mappa mentale del mondo, le nostre mappe mentali devono evolversi.
Qui viene il difficile. Da soli non ce la possiamo fare. Il modo migliore per superare i limiti del nostro modo di pensare consiste nell’incontrarsi con l’altro, con gli altri, con le persone che pensano in maniera differente da noi. Abbiamo bisogno di condividere le intelligenze, di creatività e di genialità collettive. Le strade delle nostre città, centro di incontro delle culture, possono essere gli hub di questa rinascita di idee e di pensieri, Ma bisogna uscire dalle città baraccone che vendono le loro attrazioni, per divenire città capaci di attirare intelligenze, creatività e conoscenze, di comporre nuovi saperi. Abbiamo necessità di produrre e diffondere idee, di rendere pubblici i saperi e di farli circolare. La rinascita del sapere è il grande traguardo, attingerlo e condividerlo in tanti, con sempre maggiore forza. L’istruzione disseminata, fuori dai canoni classici, perché chiunque possiede la chiave narrativa scriverà la storia di questa epoca. La grande sfida è mobilitare le persone per una società più compiutamente umana.

L’ignoranza non ha più scuse

Il dilemma tra l’essere ignorante e l’essere colto è questione vecchia come il mondo se persino gli egizi ne discutevano. Il fatto è che dai tempi che furono a pochi decenni fa l’ignoranza della gente semplice era un fatto, come dire, fisiologico. La gente, il popolo, non poteva accedere alla conoscenza semplicemente perché la conoscenza era appannaggio di pochi privilegiati. La cultura, lo studio dei fenomeni naturali, delle arti, delle scienze e della filosofia, era pratica consentita solo agli abbienti e ai potenti. E se studiare era roba da ricchi, lo è stata fino all’altro ieri. Almeno finché l’inesorabile avanzare del progresso sociale e della tecnologia non ha consentito a tutti di potervi accedere.
È ormai assodato come la cultura permetta all’uomo di comprendere meglio i meccanismi complessi che muovono il mondo attorno a lui. E certamente un popolo più colto e consapevole sarà senz’altro meno controllabile e manipolabile da chi detiene il potere. Per questo la cultura dovrebbe considerarsi, oltre che un traguardo individuale, una conquista sociale volta all’emancipazione.
È infatti la conoscenza l’unica vera arma dell’individuo, ciò che lo rende intimamente libero e sufficientemente preparato a difendersi dagli eventuali trabocchetti del potere.
Ma allora perché, in un’epoca come quella attuale, in cui la conoscenza è diventata accessibile a tutti, c’è ancora chi si ostina a snobbarla, a vantarsi persino della propria incultura?
Oggi non si tratta più di impossibilità ma di rinuncia consapevole. E chi rinuncia scientemente alla conoscenza e alla cultura non può più essere considerato soltanto un semplice ignorante ma un vero e proprio imbecille!

“La vera saggezza è meno supponente della stupidità. L’uomo saggio dubita spesso, e cambia la sua opinione; lo stupido è ostinato, e non ha dubbi; egli conosce tutte le cose ma non la sua stessa ignoranza.”
Akhenaton

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Ferrara-Antica

DIARIO IN PUBBLICO
Ferrara e quel fervore d’arte e di cultura

Con l’arrivo dell’autunno si mette in pieno movimento l’attività culturale delle associazioni ferraresi che nel giro di una settimana presentano importanti avvenimenti che coinvolgono la città e i suoi protagonisti. Tra questi il ricordo di un Maestro quale fu Claudio Varese – promosso dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia contemporanea – e l’analisi della figura di Lucrezia Borgia condotta dall’Istituto di studi Rinascimentali nell’ormai classica Settimana di Alti Studi. A rendere più completo (e complesso) il percorso, ecco la presentazione di un libro importante e pluripremiato di Lina Bolzoni, “Una meravigliosa solitudine” che prende in esame il senso del leggere e la funzione della lettura in rapporto all’oggi dove la lettura tradizionalmente intesa si confronta e si scontra con altri e diversi modi di comunicazione. L’autrice dialoga con Benedetta Craveri, finissimo critico nonché nipote di Benedetto Croce. Questa occasione è stata propiziata dagli Amici della biblioteca Ariostea.

Come si può comprendere assai agevolmente per le personalità ‘ferraresi’ c’è in questo momento un fervore di attività che coinvolge anche un’altra figura fondamentale dell’universo culturale della città, vale a dire Giorgio Bassani. Recentemente il Centro Studi bassaniani è stato visitato dalla organizzazione Biblia che assieme al suo presidente Piero Stefani ha portato al Centro più di quaranta soci provenienti da ogni parte d’Italia. E in stretta relazione con la visita bassaniana i soci di Biblia sono intervenuti ad una conferenza su Lucrezia Borgia tenuta nello stesso monastero in cui la duchessa verrà sepolta e che fu il suo ultimo rifugio. Altre e differenti attività culturali fanno da contorno a questi avvenimenti , attività che coinvolgono le scuole come è accaduto per la ricerca sulle opere e i luoghi di Bassani ma anche offrendo l’occasione per una bella mostra di quadri di Maria Luisa Genta dal titolo, “La reggia di Vulcano” dove l’artista evoca nella pittura le esplosioni del vulcano osservate dalla sua casa di Lipari, una nuova modalità di espressione di questa intellettuale che non si è limitata alla sua professione di Accademico.
Ma l’eco della cultura ferrarese si amplia ad una serie di mostre importantissime che si aprono in questi giorni in Italia. Dalla grande mostra su De Pisis alle Gallerie del Novecento di Milano che da marzo si trasferirà a Roma e che esibisce pitture fondamentali del grande artista molte delle quali provengono dal ferrarese Museo de Pisis alla splendida e irripetibile mostra ‘Canova / Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna’ alle Gallerie d’Italia di Milano dove, nel percorso, una sala è dedicata al primo amico di Canova vale a dire il conte Leopoldo Cicognara che ospita tra l’altro il busto scolpito da Canova e aiuti per il conte ferrarese.

Molto importante è stato il ricordo di un maestro come Claudio Varese, di cui si celebrava il centodecimo anniversario della nascita. Nella cornice offerta dall’istituto Gramsci, alla presenza dei familiari dell’intellettuale sardo d’origine poi approdato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, amico di tanti studiosi di primaria importanza operanti nell’Italia del secolo scorso, a confronto e in opposizione al regime fascista, Claudio Varese, divenuto cittadino onorario della nostra città nel 1987 fu una figura fondamentale della cultura novecentesca a cui offrì un ingente patrimonio di indicazioni di ricerca che vanno dalla letteratura, alla storia dell’arte e al cinema. Ne hanno parlato gli allievi Anna Dolfi e Gianni Venturi oltre a Daniele Lugli (amico e collaboratore di Aldo Capitini) che con Claudio Varese ebbe rapporti di amicizia.

Ferrara dunque si appresta a rivivere e a non dimenticare la sua vocazione di città d’arte e di cultura.

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