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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il tempo dello sfinimento

Il pianeta è sfinito, in crisi di sopravvivenza. I primi ad accorgersene sono stati i più giovani, impossibilitati a coniugare il loro tempo al futuro. Anche noi siamo giunti allo sfinimento. Dobbiamo attenderci una mutazione antropica di cui già si vedono le prime avvisaglie: la crescente disumanizzazione. Pare che tutto tuoni, gli spazi politici, geografici, i territori da abitare minacciati ai confini dei nostri sistemi.
Così abbiamo smarrito la sintassi della narrazione. Perduto i significati, tanto che più nulla ci è intelligibile.
Ci eravamo raccontati che la modernità fosse cultura e civiltà. Ora la modernità è stata inghiottita dai morti in mare antichi quanto la nostra storia. In mano non ci resta che una appiccicosa melma di paure e di tecnologie.
È davvero brutto vivere così, con questa sensazione. L’incerto sempre presente, non sapere che direzione prendere, perché di direzioni da prendere non ce ne sono più.
Questa è la nostra solitudine, più dentro che fuori. Ci dovremmo aiutare e invece ci urtiamo, la convivenza è divenuta inconvenienza, l’altro che viene non lo si accoglie e lo si respinge.
Sulla scena si muovono solo i burattini ai quali abbiamo ceduto lo spettacolo, incapaci di recitare la nostra parte, perché non sappiamo più che parte prendere. Non riusciamo a voltare le pagine del libro, a vergarne di nuove. Ci sembrava di aver compitato cose buone e ora non ci viene più nulla.
Pare che tutto il nostro sistema sociale e politico sia uscito d’orbita.
Qualcuno ha scritto che il vuoto è il grande protagonista del nostro tempo. Il vuoto per abbandono, il vuoto per esaurimento, il vuoto per sfinimento. Non si accendono più le idee e neppure i sogni, gli orizzonti tuonano con i lampi e ognuno si serra dietro le imposte dei propri egoismi.
Opachi sono i candidati che sul vuoto si arrampicano promettendo di diradarlo, succedanei del nulla.
Tutto accade per sfinimento, al confine del limite, sulla dead line dei morti in mare, del loro ridondare nelle macchine dell’informazione.
Non dovremmo neppure osare di assolverci di fronte alla morte di uno solo di noi, invece tutto appare nell’ordine delle cose, le morti si moltiplicano a migliaia e sui loro cadaveri si disputa la politica di casa come quella mondiale.
Nemmeno ci passa un’ombra di vergogna perché tutto è dato in questo sfinimento globale. Gli orrori del secolo breve ancora disseminano le loro tossine e noi a respirare a pieni polmoni ormai intossicati.
Dovremmo avere il coraggio di rimettere sul tavolo le nostre convivenze e di guardarci dentro. Quello che stiamo facendo è un buffo rifacimento di cose rifatte, sempre quelle, ci puoi anche cambiare il nome, ma sono sempre inutilmente quelle con le loro prediche di salvifiche presunzioni, con i corifei all’altare delle nuove liturgie ad agitare i loro turiboli di incenso.
Lo sfinimento naviga in un mare di mediocrità e la mediocrazia di questo sfinimento si nutre, narra la sua sintassi del vuoto, il suo intelligibile nulla.
Dovremmo osare, osare l’intelligenza, osare il sapere.
Lo sfinimento è una brutta malattia, la cui sindrome è estremamente perniciosa, il rischio è quello di non risollevarsi più.
Sfinimento significa che non si riparte, perché vengono meno le forze, manca la tensione dei nervi e dei muscoli, il corpo non risponde più perché incapace di tendere a uno scopo, verso un senso da dare alla nostra narrazione, manca la tensione della mente.
Ecco, “la tensione della mente”, “le intelligenze tese”, questa perdita sembra essere la malattia del nostro tempo. Le prediche di paura danneggiano le intelligenze, impediscono di pensare, inibiscono le sinapsi, arenano le intelligenze sulle spiagge degli affanni, dei futuri bui.
Avremmo bisogno di scuoterci, sequestrando le parole che inibiscono ogni spinta verso il futuro, che impediscono alle menti di aprirsi. Le parole nemiche della crescita, ostili a divenire grandi, le parole che abortiscono i pensieri lunghi. Le parole avversarie delle azioni che si aprono all’uomo, al suo destino, ai suoi saperi, alla sua umanità. All’uomo capace di sfidare la storia scrivendo pagine nuove di conoscenza, di convivenza, di cultura aperta al mondo e sul mondo.
C’eravamo già raccontati che ci avrebbe atteso un tortuoso cammino verso una umanità condivisa. Ora, su quel cammino il rischio è di non incontrarsi mai, perché presi dallo sfinimento.

TACCUINO POLITICO
“Aprire porte e finestre”… Qualche domanda a Massimo Maisto e al Pd ferrarese

Ho partecipato alle primarie del Pd e ho votato Zingaretti. L’ho fatto mosso dalla speranza che si voltasse pagina rispetto al passato recente e meno recente. Al netto dei cambiamenti politici nazionali innescati dal ‘colpo di sole’ ferragostano di Salvini mi pare che il ‘cambiamento’ del Pd sia ancora prigioniero di belle parole, ma scarso di fatti. Ormai Zingaretti non ha più alibi dopo l’uscita di Renzi dal Pd. Prendiamo una parola d’ordine che è stata il motivo dominante della sua elezione a segretario: bisogna aprire porte e finestre per fare entrare aria nuova. Se prendo in considerazione la preparazione del congresso della Federazione Pd di Ferrara, mi sento di dire che le porte sono state tenute sprangate con le finestre ben chiuse con doppi vetri. Facendo salva la mia stima per Massimo Maisto, gli rivolgo alcune domande.
1 – Dopo la catastrofe generale che ha investito il Pd nazionale il 4 marzo 2018, è presente ai dirigenti locali del Pd la sconfitta storico-epocale subita nelle elezioni amministrative locali? E’ falsa e consolatoria l’interpretazione che accolla al ‘vento nazionale’ la causa della sconfitta ferrarese, perché in altre città emiliane il centro-sinistra ha vinto. E’ quindi evidente che ci sono seri motivi locali da esaminare per capire le cause della debacle e che riguardano i temi programmatici, i responsabili politici e gli amministratori del Pd. Domanda: può rappresentare il futuro del Pd dentro il Consiglio comunale il candidato sconfitto alle elezioni? Ne state discutendo nei congressi in corso?
2 – Le vecchie culture politiche che vengono dal Novecento si sono sfarinate. Con che cosa le sta sostituendo la sinistra del tempo della ‘meglio gioventù’ di Greta? Zingaretti parla di idee nuove e nuove pratiche. Quali? Si tratta di idee generiche e di pratiche assenti perché il partito nei territori non esiste più da anni. Caro Massimo, a fronte di questa realtà perché non avete organizzato iniziative preparatorie ai congressi aperte all’associazionismo culturale la cui vitalità e ricchezza conosci bene come ex assessore alla Cultura? Parlo come Presidente dell’Istituto Gramsci che da quasi dieci anni organizza cicli di eccellente qualità culturale sui temi della democrazia, libertà, Europa, globalizzazione, e che continua ad essere ignorato dal Pd. Come pensa di cambiare e di ricostruire una presenza forte nei territori il Pd ferrarese se non si apre in modo permanente alle idee e alle persone che compongono l’arcipelago plurale dell’associazionismo di area di sinistra?
3 – In estrema sintesi conclusiva… Sono preoccupato per l’autoreferenzialità di una classe dirigente che continua a passare da una sconfitta all’altra senza mai fare i conti con le cause profonde che le hanno determinate e che hanno radici lontane, ben oltre l’era di Renzi. Se svolgo queste aspre riflessioni è perché ho sempre considerato indispensabile la presenza di un grande partito della sinistra. Nessun movimento (o lista elettorale) civico/a potrà incidere nel medio-lungo periodo in assenza di un rinnovato, forte e organizzato partito democratico. Non dovremmo mai dimenticare che il ribaltone governativo è ‘merito’ di Salvini e non di un mutamento negli orientamenti nella società civile. Salvini può passare, ma il consenso che rappresenta la Lega non è una parentesi, come non lo era il fascismo nonostante lo pensasse Benedetto Croce. Aveva ragione negli anni Venti del secolo scorso il giovanissimo Piero Gobetti a definire il fascismo ‘l’autobiografia della Nazione’, così come oggi lo è la Lega rispetto ad una parte larga dell’opinione pubblica nazionale. Senza una nuova azione culturale e civile diffusa e continua dentro la società non ci sarà astuzia tattica o demonizzazione dell’avversario che ci potrà assicurare un futuro. Si potrebbe cominciare raccogliendo l’invito del giovane Leopardi: “Convertire la ragione in passione…”.

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Si scrive Giardino degli Dèi, si legge Miniera di Racconti: alla (ri)scoperta di Ferrara

Demetra, Ade, Zefiro… Tra tutti i personaggi della mitologia greca, evocati dalle e dagli studenti del Liceo Scientifico Antonio Roiti, è stato forse Zeus, il padrone del tempo, il più velatamente presente, con la sua leggera e rinfrescante pioggia mattutina. Anche quest’anno, le Giornate Europee del Patrimonio la nostra città non se le è lasciate sfuggire. Si tratta di un appuntamento ormai fisso nel panorama del continente, che consente a milioni di persone di ammirare per la prima volta monumenti spesso non accessibili. Il tema scelto per l’edizione 2019 è ‘Un due tre… Arte! Cultura e intrattenimento’, con un obiettivo ambizioso: riflettere sul benessere che deriva dall’esperienza culturale e sui benefici che la fruizione del patrimonio può determinare. In particolare, il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara ha arricchito la propria offerta partecipando alla rassegna regionale ‘Vivi il Verde’, che da anni mira a far vivere alle e ai cittadini emiliano-romagnoli la natura in ogni sua declinazione. Il sottotitolo, ‘Intelligenza della natura e progetto umano’, è tutto un programma: partire dall’idea classica di giardino, artificio umano, per arrivare a immaginare nuove modalità di alleanza tra la nostra specie e il resto dell’ambiente.

Come non approfittare dell’occasione per vivere in una veste nuova il giardino neorinascimentale di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro? Grazie alla guida della classe 5N e delle docenti Francesca Bianchini ed Elena Cavalieri D’Oro, le piante coltivate e gli intricati percorsi del labirinto non avranno più, d’ora in poi, così tanti segreti. Nonostante l’inclemenza meteorologica, le visitatrici e i visitatori, domenica 22 settembre, hanno con interesse seguito i piacevoli racconti legati alla moderna botanica e alle antiche leggende. L’evento, deliziato da un collaterale buffet, era parte del progetto scolastico ‘Muse Inquietanti’, portato avanti anche tra le sale del museo in qualità di alternanza scuola-lavoro, che negli ultimi tempi ha fornito il giardino di nuovi apparati fissi, dai quali è possibile apprendere molte informazioni su ciò che un occhio inesperto potrebbe non riconoscere.

Ma se si parla di questa ricchezza novecentesca, certamente il Garden Club Ferrara non può esserne del tutto estraneo. L’associazione ha infatti partecipato alle varie fasi del progetto, in virtù del forte legame che da sempre la unisce a tale luogo. La presidente Gianna Borghesani non ha avuto remore nel ricordare come proprio le volontarie e i volontari associati, a fine secolo, furono i grandi protagonisti del recupero di ciò che allora era semplicemente un accumulo di erbacce, che aveva addirittura nascosto del tutto il celebre labirinto.

Le ragazze e i ragazzi non erano tuttavia soli nell’allietare il curioso pubblico, poiché il Club Amici dell’Arte aveva, già dal giorno prima, allestito una mostra temporanea di proprie opere pittoriche, grafiche e fotografiche, all’interno della magnifica Sala del Tesoro e lungo il porticato, dando così voce al proprio scopo di promozione dell’arte e della cultura.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, non è tutto rose e viole, come ha voluto sottolineare un’arguta lettura del labirinto fornita da una liceale. Se un tempo l’essere umano era chiamato a scegliere la strada con le proprie forze, nell’era di Internet nessun dedalo è più affrontabile con il solo aiuto del proprio ingegno.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Esperienze fiorentine. Dalla Sinagoga agli Uffizi (con spavento)

Parte la delegazione ferrarese per raggiungere Firenze, la Sinagoga, e partecipare così, il 5 settembre sera, all’evento ‘Sogno e visione’ che si svolgerà nel giardino dove, dopo una deliziosa cena ebraica, si svolge un ricordo da me tenuto dell’amico scomparso Guido Fink, poi la presentazione del volume Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani , Edisai 2019 curato da Portia Prebys e da chi scrive e, per concludere, il Concerto della Klezmerata Fiorentina con il grande Igor Polesitsky al violino, Riccardo Crocilla al clarinetto, Francesco Furlanich alla fisarmonica, Riccardo Donati al contrabasso. Il tema del concerto era costituito dalle musiche suonate nelle steppe ucraine ad un matrimonio: “Sognando Kalinindorf che è il luogo dove il violinista e la sua famiglia vissero. La qualità del concerto semplicemente favolosa. I tre musicisti, oltre Polesitsky sono prime parti del Maggio Musicale fiorentino: due cristiani e il terzo, Crocilla, ebreo come il violinista. Una perfetta fusione di intendimenti e cultura. Gli astanti, più di trecento persone, non hanno voluto lasciare il giardino dove si svolgevano questo eventi se non a mezzanotte passata. Allora mentre accarezziamo le meravigliose melagrane che bordano l’ingresso, lanciamo un buonasera grato ai giovani militari che ci proteggono e ci custodiscono da eventuali pazzie- sempre possibili – in quei luoghi. Ci ritiriamo nell’hotel adiacente dove minuscole camere ci ospitano secondo il principio del ‘piccolo è bello’ e siamo cullati dai notturni discorsi che i giovani continuano ad esprimere lì in quel luogo, uno dei centri più importanti nella città del fiore.

Il giorno dopo in piccola ed eletta compagnia ci rechiamo agli Uffizi dove la cara amica e collega fiorentina Dora Liscia (tra le altre connotazioni quella di essere nipote di Giorgio Bassani così come il presidente della Comunità, suo fratello David) ci illustrerà la bellissima mostra da lei curata Tutti i colori dell’Italia ebraica. Tessuti preziosi dal tempo di Gerusalemme al prêt-à-porter. (catalogo a cura di Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi, Firenze, Giunti, 2019). Si decide di visitare i piani superiori del grande Museo non ancora visti dopo il restyling voluto dal direttore Eike Schmidt ed eseguito dall’architetto preposto alla realizzazione Antonio Godoli. Il compimento del progetto si deve anche al ministro Dario Franceschini allora a capo del Mibact. In che cosa consiste la nuova ‘copertina’ di uno tra i musei più famosi del mondo? Assemblare le opere dei più importanti pittori che attirano i milioni di visitatori: Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio in sale a loro dedicate che hanno un percorso diverso da quello tradizionale, scardinando così l’otto-novecentesca struttura storica in due percorsi ben definiti: l’uno riservato a coloro che si recano a vedere le opere che attirano le masse, l’altra invece concessa a quella piccola parte di visitatori che ancora credono al museo come luogo di sapere e di conoscenza.

E’ dunque la nuova funzione del Museo che viene messa in discussione e che spinge alla risistemazione delle opere secondo un principio ‘turistico’. Un articolo di Francesco Bonami, “Come cambieranno i musei. A caccia di una nuova identità, tra collezioni da difendere e realtà virtuale, le istituzioni di ieri inseguono modelli alternativi”. apparso su Repubblica di martedì 11 ben centra il problema. Da una parte l’accusa di Bonisoli, il ministro succeduto a Franceschini (ora di nuovo reintegrato nel suo ruolo dal Conte 2), di avere creato anarchia “Demotivare i musei con la scusa di controllare derive anarchiche non può fare altro che arrestare la necessaria-seppur imperfetta – trasformazione del museo come caposaldo fondamentale della cultura contemporanea. Come ben evidenzia il problema Bonami, in tutto il mondo si assiste alla trasformazione del museo “da depositario del sapere […] in luogo di esperienza e spesso di intrattenimento e divertimento”.

Allora si spiega la de-storicizzazione del museo in luogo di esperienza sensoriale e visiva dove non si guarda ma si capta la bellezza solo virtualmente attraverso l’uso smodato del terzo occhio, il cellulare, usato per cogliere la situazione tra le grida isteriche dei poverini addetti alla guardianìa che a ritmo di preghiera vudù in continuazione gridano “no flash, no flash”. Così come il genio di Mozart è servito a diffondere nel mondo i cioccolatini, ecco allora le disposizioni delle sale programmate compresa quella dove campeggia il tondo Doni entro una magnifica scodella degna della migliore ribollita. Oppure, l’allusione al proibito come per la sistemazione di una delle statue classiche più famose del museo: l’Ermafrodito. Una stanza totalmente al buio, il marmo colpito da una luce accecante che mette in risalto le qualità della sua natura binaria. S’invitano ad osservare quadri imbarazzanti dal buco della serratura oppure sei costretto a percorrere interminabili chilometri in attesa di uscire continuando a rivedere, tra il puzzo umano dell’estate implacabile, i Caravaggio fino ad arrivare dantescamente “a riveder le stelle”.

Che delusione caro amico Dario Franceschini! Non si poteva ripensare prima a cosa si andava incontro? Non dico di conservare la mia esperienza che si perde nella notte dei tempi: studiare l’esame di storia dell’arte dentro il museo a quei tempi vuoto. Una situazione ormai impossibile; ma di riappropriarsi della storia e per gusto della novità non precipitare solo nell’esperienza virtuale.

Conclude Bonami: “I musei non sono nazioni, ma immaginare di farsi carico del loro futuro è una sfida che dovrebbe affascinare e non spaventare”. Ed io agli Uffizi mi sono spaventato.

Cultura e arte ferrarese in lutto: scomparso l’artista Gabriele Turola

La cultura e l’arte ferrarese sono in lutto per l’improvvisa scomparsa dell’artista ferrarese “gentleman”, poeta, giornalista e critico d’arte Gabriele Turola. Ha saputo farsi amare da tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo, compresa la sottoscritta, che si appresta a scrivere questo articolo con molto dolore. Era un artista del “sogno e del colore” che aveva frequentato il Liceo Classico Ariosto e l’Istituto d’arte Dosso Dossi di Ferrara. Grazie al padre Bruno, noto gallerista, ha potuto incontrare nel loro studio De Chirico, Morandi, Guidi e Carlo Levi. Numerosi i libri di poesie e gli articoli d’arte.
La sua pittura, pur essendo figurativa, rientra nella scuola delle avanguardie, in quanto recupera, con uno stile personale, la lezione del Futurismo, del Surrealismo, della Pop Art e dell’Arte Concettuale. Gabriele viveva in un mondo straordinario, in una realtà fuori dal comune, dove l’arte, come egli stesso era solito affermare, “è un gioco serio e molto importante. Il vero artista è un medico che, grazie alla medicina dei colori, diviene il guaritore delle anime tristi”.
Le sue opere sono un vero e proprio labirinto di riferimenti: alla poesia, alla letteratura, ai fumetti, al cinema. Sono costruite in maniera certosina, quasi ossessiva nella ricchezza dei particolari che raccontano un universo in bilico tra realtà e finzione, pieno di animali, presenze misteriose e personaggi vari.
Desidero citarne alcuni: il gigantesco Gioco dell’ Oca, che galleggia fra la Tour Eiffel e il Moulin Rouge; la Passeggiata del Mago, che tiene il Sole al guinzaglio come un cagnolino.
L’Unesco nel 2003 ha ricavato da un quadro di Gabriele Turola, dal titolo ” L’Arca di Noè”, una cartolina d’auguri tradotta in tutte le lingue e spedita in tutto il mondo.
Sarà l’amicizia con Lisa Ponti, figlia del noto Gio Ponti, che lo ospitava spesso nella sua casa milanese, a fargli conoscere artisti provenienti da ogni parte del mondo.
Bellissimo il catalogo “Fantasie del Mondo Naturale”, promosso dalla galleria torinese Biasutti & Biasutti, contenente racconti e opere dello stesso Turola.
Le sue opere non vanno solo viste, ma interpretate come espressioni di una visione cosmica che collega l’uomo alla bellezza e alla magia dell’ universo.
Numerosi artisti negli anni si sono pregiati di una delle sue critiche, e ora senza dubbio sentiranno il vuoto da lui lasciato. Arrivederci Gabri, spero che il paradiso sia come tu lo avevi dipinto. Un abbraccio.

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No, i nostri ragazzi non stanno diventando analfabeti

di Nicola Grandi*

Si dice che il modo migliore per non far conoscere agli altri i propri limiti sia quello di non cercare mai di superarli. Ciò dovrebbe valere soprattutto quando ci si inoltra in terreni con i quali non si ha particolare dimestichezza. Di certo, l’articolo di Silvia Ronchey pubblicato una ventina di giorni fa su Repubblica (12 luglio) non è ispirato alla saggia prudenza cui l’aforisma ci invita. Lo spunto sono i risultati della rilevazione Invalsi 2019. Già il titolo del pezzo, “I nostri ragazzi diventati analfabeti”, è ingannevole, perché prefigura uno stadio precedente di piena e completa alfabetizzazione e un recente peggioramento degli indicatori. Gli argomenti che la Ronchey usa per interpretare la situazione (non i dati, che non vengono citati, se non sporadicamente) sono molteplici e spesso il nesso tra essi pare piuttosto labile se non azzardato. Uno però merita di essere approfondito, perché viene menzionato in modo talmente semplicistico da risultare assolutamente distorto:
“Fin dall’inizio degli anni ‘70 del secolo scorso, nel nome della cosiddetta democratizzazione della cultura, si assisteva a fenomeni bizzarri. Una collana, pubblicata da una casa editrice di partito, ideata e curata da un grande accademico nel nome di una ‘educazione linguistica democratica’, proponeva libri in cui non fosse usato che un numero limitato di vocaboli. La lotta al nozionismo, che aveva animato il Sessantotto e i suoi seguaci, nei licei di tendenza di quegli anni si prolungava nella condanna della complessità della parola”.

Una premessa è doverosa: citare per nome il proprio interlocutore dovrebbe essere una elementare forma di rispetto. Ma tant’è… Ovviamente l’accademico in questione è Tullio De Mauro e la collana cui si fa riferimento è quella dei ‘Libri di base’, pubblicata dagli Editori Riuniti. Detta così, sembra che questi libri avessero come finalità programmatica quella di una consapevole drastica riduzione del lessico italiano che, con nesso causale, avrebbe contribuito alla diminuzione del Q.I. (quoziente intellettivo, ndr) degli italiani a partire dagli anni ’70, al ritmo di ben 7 punti a generazione (dati citati dalla stessa Ronchey): una consapevole, pianificata semplificazione lessicale, poi evidentemente sintattica e, di qui, delle capacità di pensiero e ragionamento. Il tutto in nome di una presunta (immagino che le virgolette indichino più meno questo) educazione linguistica democratica.
Credo sia utile ricordare che la collana in questione, di carattere dichiaratamente divulgativo, aveva lo scopo di rendere accessibili ad un pubblico vasto contenuti spiccatamente specialistici. E per farlo, questi contenuti ed il loro lessico tecnico venivano presentati e introdotti attraverso un uso preferenziale del vocabolario di base, che, è bene ribadirlo, non intende sostituire i necessari specialismi, ma diventa strumento per renderli comprensibili anche a chi non fa parte della ristretta comunità degli specialisti di un particolare ambito disciplinare. Insomma, spiegare la fisica a chi non è fisico, la civiltà bizantina a chi non è bizantinista e così via. Si tratta, per inciso, di un’iniziativa che oggi darebbe lustro a un qualunque dipartimento alla voce ‘terza missione’!

Il numero di parole del vocabolario di base non è così limitato: ammonta a 7.000 elementi e rappresenta quella porzione del lessico italiano usata e compresa dalla maggior parte degli italiani. Questa “cosiddetta democratizzazione della cultura”, dunque, significa innanzitutto allargare le basi sociali della conoscenza e garantire l’accesso al sapere anche a chi, per vicende e scelte personali, non ha potuto accedervi percorrendo la via maestra, cioè frequentando l’Università. E la democratizzazione della cultura, fenomeno tutt’altro che bizzarro dal mio punto di vista, non può che passare da un allargamento della base sociale della lingua.
Chiunque abbia letto le Dieci Tesi per una educazione linguistica democratica del ‘Gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica’ – e chiunque scriva di educazione linguistica, soprattutto se lo fa nella pubblicistica generalista, dovrebbe farlo o rifarlo prima di mandare alle stampe gli articoli – sa molto bene che le Dieci Tesi non tracciano solo una visione della scuola. Vanno ben oltre: tracciano una visione della società. Confinare alla scuola la portata dell’educazione linguistica democratica, esonerando innanzitutto l’Università da qualunque compito educativo in chiave linguistica, significa creare i presupposti per perpetuare quel quadro che le prove Invalsi hanno tracciato. E che è molto più complesso di quanto appaia non solo nell’articolo della Ronchey, ma in molti altri interventi che negli ultimi giorni hanno affrontato il tema (finalmente, verrebbe da dire!).
Riportare che il 35% degli studenti che hanno sostenuto l’esame di maturità non sa comprendere un testo di media complessità significa poco o tanto. Dipende dalla prospettiva di analisi.
Occorre però una premessa: le prove Invalsi, sulle quali sarebbe bene aprire un confronto ad hoc, rilevano la comprensione di testi scritti. Restano fuori dalla rilevazione sia la dimensione della produzione, sia quella dell’oralità. Esse dunque ci danno senza dubbio una visione sulla lingua, ma è una visione parziale.

Detto questo, conviene partire dalla diacronia. Ed è lo stesso rapporto Invalsi 2019 a dire, in modo chiaro, che i nostri ragazzi non stanno affatto diventando analfabeti. Lo nota anche Mila Spicola sul blog di Huffpost. Per il grado 8 (terza secondaria di primo grado), il rapporto Invalsi 2019 riporta:
“In Italiano la percentuale di alunni che raggiunge o supera il livello 3 diminuisce nel 2019 di 2,4 punti nel Nord Ovest e di 2,9 punti nel Centro, mentre aumenta nel Sud di 4,6 punti. Nelle altre macro-aree le variazioni sono minime e non significative”. Diminuisce, quindi, la forbice tra il Sud e il resto del paese. Per il grado 10 (seconda secondaria di secondo grado), “si registra nel 2019 in tutte le aree e in entrambe le materie un aumento statisticamente significativo di alcuni punti percentuali della quota di alunni che raggiunge o supera il livello 3. In Italiano, la percentuale di alunni a questo livello o superiore cresce nel Nord Ovest di 2,3 punti, nel Nord Est di 2,8 punti, nel Centro di 4,0 punti, nel Sud di 2,5 punti e nel Sud e Isole di 4,1 punti.” (entrambe le citazioni sono tratte da pag. 111 del rapporto).

Il quadro non diventa magicamente rassicurante, ma i dati smentiscono l’idea di declino progressivo che caratterizza molti commenti poco informati. E crea almeno uno sfondo diverso sul quale proiettare le cifre. Concentriamoci sui risultati per l’italiano al grado 13, corrispondente agli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado (per i quali non è possibile una valutazione comparativa rispetto alla rilevazione precedente). Cito dalla pagina 53 del rapporto Invalsi: “Considerando tutti gli studenti del grado 13, nella prova di Italiano il Nord Ovest e il Nord Est ottengono un punteggio significativamente al di sopra della media italiana (200), il Centro consegue un risultato pari a quello medio nazionale, mentre il Sud e il Sud e Isole conseguono punteggi significativamente più bassi di 11 e 15 punti rispettivamente. Si noti che a far scendere l’area Sud al di sotto della media italiana contribuisce soprattutto la Campania, sola regione il cui punteggio è significativamente inferiore ad essa”. Quella forbice che al grado 10 pareva ridursi, al grado 13 si fa invece paurosamente ampia.

Per completare il quadro, facciamo più di un passo indietro e diamo un’occhiata alla scuola primaria. Al grado 2, secondo anno della primaria, “non si registrano in Italiano differenze significative tra le macro-aree: i punteggi medi delle cinque zone in cui il Paese è suddiviso oscillano entro un intervallo di uno o due punti sopra e sotto la media nazionale, cosicché si può affermare che in seconda primaria esse conseguono risultati sostanzialmente simili” (pag. 41). Invece “in quinta primaria il Nord-Ovest registra un punteggio significativamente più alto della media nazionale (200) di 4 punti, mentre il Sud e Isole ottiene un punteggio significativamente più basso di circa 8 punti. Il risultato delle altre tre aree, Nord Est, Centro e Sud non si discosta invece dalla media italiana. Al di là della loro significatività statistica, complessivamente le differenze dei risultati delle macro-aree, tolto il Sud e Isole, si limitano a qualche punto in più o in meno rispetto alla media generale” (pag. 43).

Cosa ci dicono, dunque, i dati delle rilevazioni Invalsi? Innanzitutto che, nel complesso, la scuola primaria funziona bene. Poi, che il divario tra Nord e Sud emerge alla fine del primo ciclo e, letteralmente, esplode nella scuola secondaria di secondo grado. E che i risultati dell’apprendimento si mantengono in media più che soddisfacenti fino alla secondaria di primo grado, poi il quadro peggiora. Perché? Probabilmente perché nell’istruzione secondaria di secondo grado le scelte tra scuole radicalmente diverse si ampliano in modo significativo, le differenze sociali smettono di attenuarsi e lo scenario si fa molto disomogeneo (e questo pone un interrogativo cruciale: ha senso misurare con lo stesso strumento realtà così diverse?); probabilmente perché tra i 14 e i 18 anni i modelli culturali di riferimento si fanno più forti e portano spesso ben lontano dalla scuola; probabilmente perché la stessa attenzione delle famiglie (quasi morbosa alla primaria) si fa via via meno intensa…
Ma le Invalsi ci dicono anche che quel famoso 35% di maturandi che fatica a comprendere un testo di media difficoltà si concentra al Sud, in istituti tecnici e professionali e in situazioni di disagio sociale le cui radici sono ben lontane dalla scuola.
Alzi la mano chi può dirsi sorpreso.

Le prove Invalsi hanno fotografato la scuola o l’Italia? Vogliamo riversare sulla scuola le responsabilità di queste diseguaglianze o vogliamo capire che la scuola, tra mille difficoltà e combattendo contro un crescente discredito sociale, fa ancora miracoli?
L’Italia è uno stato giovane, l’italiano, come lingua nazionale, lo è ancora di più. E come un bimbo che cresce ha bisogno di sostegno e supporto. Lo Stato che supporto dà, oggi, alla scuola?
La risposta è superflua, basta guardare gli investimenti nell’istruzione e nella formazione insegnanti, vera questione da affrontare di petto.
In questo quadro, incolpare l’educazione linguistica democratica significa confondere malattia e medicina! Se avessimo creduto e investito di più in una educazione linguistica davvero democratica oggi commenteremo dati molto diversi. I dati Invalsici dicono che la situazione è seria, ma non irrecuperabile. Basta saperli leggere. O forse basta volerli leggere.

* docente ordinario del dipartimento di Filologia classica e Italianistica – Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Poesie di strada

Se per caso vi imbattete in un foglio bianco, talvolta dagli angoli strappati, attaccato a un muro o appeso sotto un portico, allora probabilmente siete di fronte ad una manifestazione scritta del “Movimento per l’Emancipazione della Poesia”.
Trattasi di versi contemporanei che vengono diffusi per le strade delle città: possono colpire, far riflettere, catturare l’attenzione dei meno appassionati o lasciare indifferenti.
Ciò che si genera da tale iniziativa avviene durante una quotidianità urbana che conduce al dialogo e alla creazione di un rapporto effettivo con tale forma culturale. La strada come luogo di pubblicazione mostra tale intento, raggiungere il maggior numero di persone e tener fede alla promessa di non criticare o censurare qualsiasi creazione poetica.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia

Il test nucleare di Castle Bravo è divenuto tema d’esame per parlare della conoscenza come illusione. L’aveva già detto Stephen Hawking: “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza”. Riproponendo l’antica virtù socratica di sapere di non sapere. La conoscenza come ricerca continua, inesausta, permanente, che non giunge mai al traguardo perché ogni certezza è sempre superata dall’interrogativo del dubbio, dalla falsificazione dietro l’angolo come ci ha segnalato Karl Popper.
Ma non è questo che si è voluto proporre alla riflessione degli studenti che hanno scelto “L’illusione della conoscenza” come traccia da sviluppare per la prima prova della maturità. Bensì l’invito ad elaborare le loro considerazioni su “un paradosso dell’età contemporanea, che riguarda il rapporto tra la ricerca scientifica, le innovazioni tecnologiche e le concrete applicazioni di tali innovazioni”. Sull’uso della conoscenza come arroganza e dissennatezza, sulla mente umana che può improvvisamente comportarsi come un computer impazzito o male programmato.
Il fatto è che quanto accaduto il 1° marzo del 1954 nell’atollo di Bikini pare non sia stato causato dall’illusione della conoscenza, non si sarebbe cioè trattato di un incidente, ma, al contrario, di un esito tragicamente ricercato.
Così come non regge la tesi per cui la mente umana funziona come un elaboratore elettronico sostenuta dai due scienziati cognitivisti, Steven Sloman e Philip Fernbach, autori del testo da cui è stato tratto il brano proposto agli studenti.
Si è scritto che i millennials sono una generazione disorientata, se gli si voleva dare una mano ad esserlo di meno, “L’illusione della conoscenza”, la traccia maggiormente scelta per la prima prova dell’esame di stato, non deve certo averli aiutati. Soprattutto per la sua equivocità nel confondere la conoscenza e le sue illusioni con l’etica della scienza, che sono questioni decisamente differenti.
Il “paradosso dell’età contemporanea”, proposto alle argomentazioni dei candidati, assomiglia pericolosamente a quello che, circa quattro secoli fa, portò il Sant’Uffizio a processare e condannare Galileo Galilei per aver condotto la ricerca scientifica, con l’uso della nuova tecnologia del cannocchiale, fino a sfidare le sacre scritture e la verità rivelata.
Il tema della conoscenza, dunque, riproposto come l’eterno ritorno dell’arroganza prometeica che osa sfidare gli dei.
La proposta ministeriale suggerisce il sapere come presunzione che spingerebbe a considerare infallibili e immodificabili le conquiste della scienza, in linea con i moderni detrattori delle competenze. Insomma, contro l’illusione della conoscenza è legittimo essere anche NoVax e terrapiattisti.
Perché si è voluto mettere gli studenti di fronte al tema della conoscenza come arroganza irrazionale, anziché davanti all’angosciante incremento esponenziale di ignoranza da cui quotidianamente siamo accerchiati, senza quasi accorgercene?
Un brano tratto dal libro di Tom Nichols, “La conoscenza e i suoi nemici”, forse sarebbe stato più appropriato ai tempi che viviamo. Al termine del loro percorso di studi, per i nostri giovani maturandi avrebbe potuto essere più opportuno riflettere sul loro ingresso nell’era dell’incompetenza e sui rischi che questo comporta per l’utilità dei loro studi oltre che per la democrazia.
Si poteva ragionare di società della conoscenza, quella promessa dall’Europa con il Memorandum di Lisbona nel marzo 2000 e ancora non realizzata, fino agli orizzonti aperti dalle ricerche neuroscientifiche.
Non può essere, dunque, semplicemente un caso o un peccato di omissione, se si è scelta per l’esame di stato una citazione dall’opera di due cognitivisti, tralasciando tra l’altro, credo di proposito, di citare il sottotitolo dell’opera di Sloman e Fernbach: “L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli”. Il contributo più stimolante del lavoro dei due scienziati statunitensi: la conoscenza come mente collettiva. L’uomo come “costruttore di significati”, come attivo “inventore della realtà”, alla Watzlavick, per intenderci. Orizzonti ben diversi da quelli proposti dall’angusta traccia d’esame.
Come Nicla Vassallo anch’io sto dalla parte di Prometeo “per la sua complessità umana dedita alla scienza, e, al pari della scienza, prono alla ribellione, metafora del pensare e di una conoscenza svincolata dal mito”.
Così scrive nel suo “Non annegare. Meditazioni sulla conoscenza e sull’ignoranza”. A proposito, “Non annegare”, ecco un altro testo da cui sarebbe stato più indicato trarre spunti da offrire alla riflessione dei primi maturandi del millennio. Anche solo per quella citazione in esergo presa a prestito dal libro di Pasquale Villari, “Di chi è la colpa? O sia la pace e la guerra”: “Che cosa dunque bisogna fare? Voi dite che le moltitudini sono ignoranti. Ma noi abbiamo aperto scuole sopra scuole, abbiamo creato un esercito di professori, abbiamo aggravato il bilancio dello stato, abbiamo tentato i nuovi sistemi; e voi dite che si vada male in peggio”.

DIARIO IN PUBBLICO
Cambio di mano. Di fronte al nuovo

Un silenzio assai breve il mio in attesa di capire come Ferrara verrà governata dalla nuova amministrazione e di intuire, almeno per il momento, quale sarà la via che verrà intrapresa nell’ambito che meglio conosco: quello della cultura. Non mi devo rimproverare molto nel ripensare a come ho seguito, accompagnato, proposto l’evolversi di un’idea della cultura che prendeva piede e consistenza man mano che crescevo e mi si offrivano tante occasioni per vederla realizzata nella città che non a caso per un periodo si fregiò del titolo di ‘città d’arte e di cultura’. La nascita di associazioni come gli Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi o il Garden o gli Amici della Biblioteca. L’impegno assiduo allo sviluppo e alla organizzazione dell’Istituto di Studi Rinascimentali di cui fui per anni presidente e direttore e ora la co-curatela del Centro Studi Bassaniani. Sempre con l’entusiasmo proprio a chi svolgeva un compito in perfetta assonanza con il lavoro che si era scelto e che ha amato moltissimo, nonostante le solenni bacchettate che la ‘mia’ parte m’infliggeva regolarmente.

Con la nuova amministrazione, il cosiddetto ‘cambio di mano’, come mi proporrò nel gestire i rapporti con l’amministrazione entrante? Per ora è troppo presto per avanzare ipotesi, soprattutto fino a quando non si saprà chi ricoprirà l’incarico di assessore alla cultura, e quindi disegnare un modus operandi specifico. Sicuramente è assai confortante sapere che almeno sulla carta i ruoli dei funzionari che hanno a che fare con il Centro Studi, le dottoresse Ethel Guidi e Maria Teresa Gulinelli, sono i medesimi. Bisognerà sapere se il futuro assessore li riconfermerà.

Questi problemi pratici mi hanno indotto a una pausa di silenzio che ora, dopo l’importante articolo di Fiorenzo Baratelli apparso su questo giornale – Sinistra: intransigente nei principi, innovativa nei metodi, radicale nelle proposte – viene interrotto per commentare una disfatta lungamente annunciata e mai presa di petto. Si è discusso molto se fosse più utile proporre un mea culpa che finalmente riavvicinasse le idee (o ideologie?) della sinistra a quel ‘popolo’ che si diceva trascurato, oppure si reclamasse una maggiore incisività e pregnanza in quelle figure politiche che di seguito si sono accampate tra le proposte fino alla scelta di Aldo Modonesi. Frattanto ciò che mi procurava (e mi procura) fastidio è il ritornello con cui i vincenti in modi diversi coniugano la frase “Era ora!” Ma perché prima dove stavano? Tutti acquattati in Gad a ripetere il falso ritornello “Basta con i comunisti!”? E tanti di noi a ripetere “Ecco sono arrivati i fascisti!” Banalità pericolosissime messe in luce dall’ottimo articolo di Baratelli, che semmai pecca di eccesso di cultura, provocando in tanti avversari la reazione pronunciata con la bocca impostata a ‘cul de poule’, “il solito culturame della sinistra”.

E mentre sotto il sole feroce della Bassa la città è in attesa del cambiamento, si spegne Franco Zeffirelli e declina Andrea Camilleri, due vecchi della generazione precedente la mia, che ho conosciuto e che ho ammirato (e per Camilleri amato). Nella Firenze della colonia inglese, quella degli ‘anglo-beceri’, Zeffirelli era amatissimo, invitatissimo, seguitissimo. Non tanto per le sue indubbie capacità quanto perché declinando l’origine di Firenze come capitale del Rinascimento, convalidava la tesi delle radici angliche di Firenze capitale del Rinascimento. Una tesi che piacque moltissimo fino a consolidarsi nella presenza di Berenson ai Tatti, o di Violet Trefusis a Bellosguardo, o dei Browning a passeggio per le vie e piazze di Firenze. Il mito di Firenze nasce inglese e Zeffirelli ne fu il cantore. E si veda il mediocre film ‘Un thè con Mussolini’ che ben ha illustrato questo principio. E quante serate da Doney al seguito dei grandi Maestri nella mia giovinezza fiorentina!

Mentre Zeffirelli ha i giusti onori di un grande a cui viene tributato il massimo dei riconoscimenti da una città governata dalla sinistra, Camilleri si sta spegnendo tra gli insulti schifosi di chi non perdona il suo credo politico, la sua dirittura umana e civile, il suo saper essere non solo il padre di Montalbano, ma una figura di riferimento di fronte alle esitazioni della sinistra. Lordare la memoria e il rispetto a chi ha svolto il suo ruolo civile non lasciandosi travolgere dalla fama, dalla ricchezza, è un segno della preoccupante incapacità degli ‘itagliani’ di sapere, una volta tanto inchinarsi al merito.

Spero che il nuovo sindaco Alan Fabbri sappia raccogliere l’invito tante volte proclamato, ma quasi mai messo in pratica di essere il Sindaco di tutti.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

APPELLO PER IL VOTO A MODONESI
Cambiare in meglio, contro l’onda oscurantista: hanno firmato in 240

Pubblichiamo, qua di seguito, l’appello – sottoscritto da 240 concittadini – che motivano il loro voto al candidato sindaco Aldo Modonesi con la volontà di propiziare un cambiamento in senso progressista: “…Gli chiediamo di porre in opera politiche concrete per la riqualificazione urbana e la sicurezza, per l’ambiente e la cultura, risorse fondamentali del bene comune cittadino. E di assumere con coerenza come priorità l’impegno a favorire la permanenza sul nostro territorio dei giovani che qui sono nati o che qui sono arrivati per studiare o lavorare…”.
Fra i firmatari, moltissimi nomi noti della cultura, dell’università e della scuola, dell’associazionismo, del giornalismo, delle professioni e del sindacato

Appello per il voto ad Aldo Modonesi

Ferrara è una città unica, ricca di potenzialità straordinarie.
Siamo fieri – come lo è la grande maggioranza dei ferraresi – di vivere in una delle capitali del rinascimento italiano, in uno dei Siti Patrimonio Unesco più importante d’Italia.
E siamo indignati da quanti oggi vogliono descrivere Ferrara per quello che non è: decadente, malavitosa, disperata. Sono gli stessi esponenti di quella vecchia destra politica che cerca da decenni di appropriarsi del governo della città, strumentalizzando a questo fine ogni malcontento e ogni sofferenza, senza fornire prospettive credibili.
Si fingono protettori di una parte fragile e indifesa della società, esasperata da questi anni di crisi economica. Ma in realtà mirano solo a contrapporre persone deboli a persone ancora più deboli, ad amplificare il malcontento senza alcuna proposta per ridurre il disagio e le disuguaglianze. Se vincessero, i deboli resterebbero deboli, i privilegiati lo sarebbero ancora di più. Basta guardare cosa stanno facendo al Governo del Paese per rendersene conto.
A Ferrara si propongono come “il cambiamento” ma l’unico cambiamento che ci si può attendere da loro è un imbarbarimento delle relazioni sociali, una riduzione degli spazi culturali e associativi, la dissipazione delle risorse, un crescente isolamento che si rifletterà negativamente anche sui servizi sociali, sul turismo e sull’economia locale.
Anche i firmatari di questo appello vogliono e chiedono un cambiamento, ma in una direzione completamente diversa, meno propagandistica e più ancorata ai problemi delle persone e del territorio. Meno finalizzata, anche a sinistra, a catturare il consenso elettorale a breve e più impegnata e capace, anche a sinistra, di guardare al futuro della città e al benessere delle persone che ci vivono: una politica dotata di una visione del futuro che in questi anni di crisi si è appannata.
Vogliamo un cambiamento meno generico, meno animato da un’indistinta furia distruttrice verso tutto ciò che è stato fatto in passato e più fondato sulla competenza, sulla fatica di distinguere tra le cose, non poche, che vanno salvate e anzi valorizzate e quelle che invece vanno migliorate o radicalmente riviste.
Per questo in vista del ballottaggio del 9 giugno sosteniamo con convinzione la candidatura di Aldo Modonesi, come artefice di una unità programmatica delle liste e dell’elettorato civico e di sinistra. Per questo chiediamo a tutti i cittadini di votare per lui e aiutarci ad arginare il disfattismo e il qualunquismo.
Ma non è un mandato in bianco. A Modonesi chiediamo di farsi con più chiarezza portatore di un messaggio di cambiamento nel rapporto con la comunità, con le associazioni, con i cittadini. Gli chiediamo di assumere impegni netti e precisi di fronte alla città intera: impegni che guardino al mondo del lavoro, ai giovani che non lo trovano, agli anziani fragili, soli e insicuri e a quelli che vogliono continuare ad essere cittadini attivi, non un costo ma una risorsa della nostra comunità. Gli chiediamo di porre in opera politiche concrete per la riqualificazione urbana e la sicurezza, per l’ambiente e la cultura, risorse fondamentali del “bene comune” cittadino. Assumere con coerenza la priorità di favorire la permanenza sul nostro territorio dei giovani che qui sono nati o che qui sono arrivati per studiare o lavorare. Gli chiediamo di fare di questi temi l’asse portante di questi ultimi giorni di campagna elettorale: le priorità condivise dalle liste che sostengono la sua elezione.
A nostro avviso ciò darebbe alla candidatura di Aldo Modonesi, e alla sua giunta che dovrà essere di riconosciuta competenza, non solo la spinta necessaria a battere l’onda oscurantista della lega ma la prospettiva per offrire alla città una visione nuova e partecipata del futuro.

Elenco sottoscrittori:

Paolo Accardo
Giuseppe Adesso
Sara Aggio
Francesco Aguiari
Dario Alba
Simone Alberti
Silvia Albieri
Alfredo Alietti
Sandro Arnofi
Hugo Aisemberg
Marco Ascanelli
Monica Ascanelli
Fabio Artosi
Adam Atik
Raffaele Atti
Fiorenzo Baratelli
Guido Barbujani
Francesco Barigozzi
Ibrahim Bashar
Davide Bassi
Pier Giorgio Baroni
Francesca Battista
Marco Belli
Susi Bennati
Eugenio Benini
Giuliana Besantini
Matteo Bianchi
Andrea Bignardi
Paola Bigoni
Marco Blanzieri
Francesca Boari
Gino Boari
Alice Bolognesi
Barbara Bolognesi
Alessandra Bolognini
Dino Bonazza
Loredana Bondi
Silvia Borelli
Andrea Borgi
Giorgio Bottoni
Alessandro Bratti
Marcello Brondi
Elena Buccoliero
Ivan Bui
Nausicaa Bulgarello
Rita Busoli
Laura Calafà
Vittorio Caleffi
Fabio Campagna
Laura Campoli
Daniela Cappagli
Miriam Cariani
Ermes Carlini
Emanuele Casalino
Roberto Cassoli
Gabriella Cavalieri
Maria Cavalieri
Mirko Cavallini
Emanuela Cavicchi
Franco Cazzola
Barbara Celati
Sabrina Cerini
Massimo Chiacchiararelli
Alessandra Chiappini
Enrica Cicerone
Annamaria Cino
Andrea Cirelli
Luigi Cocchi
Paola Cocchi
Sebastiano Correggiari
Rosanna Covi
Eva Croce
Tito Cuoghi
Ennio Dal Bo
Giuseppe D’Arelli
Fabio De Luigi
Sergio Dolci
Massimiliano Diolaiti
Rosa Domanico
Gabriella Dugoni
Enrico Duo
Robert Elliot
Roberto Evstifew
Gabriella Fabbri
Irene Fantini
Manuela Fantoni
Alessandra Farnetti
Grazia Fergnani
Annalisa Ferrari
Davide Ferrari
Loredano Ferrari
Giovanni Fioravanti
Davide Fiorini
Elena Forini
Michele Frabetti
Maura Franchi
Catia Franchini
Giuliano Gallini
Rosanna Gallio
Riccardo Gallottini
Alessia Gamberini
Silvano Gambi
Elena Gamboni
Giampiero Gargini
Susanna Garuti
Sergio Gessi
Luisa Ghezzo
Davide Ghidoni
Manuel Gigante
Giulia Gioachin
Dario Giorgi
Micol Giorgi
Donata Giusti
Gianfranco Goberti
Edy Golinelli
Riccardo Grazzi
Luca Greco
Salvatore Greco
Ludovica Grillo
Cristina Gualandi
Silvia Guaraldi
Giuliano Guietti
Domenico Laganà
Mattia Lanzoni
Francesco Lavezzi
Massimo Leoni
Luca Liguori
Silvia Lodi
Fiorella Longhini
Franca Longhini
Claudio Lorenzetto
Daniele Lugli
Kalaja Lutmuri
Carl Wilhelm Macke
Massimo Maisto
Lolita Magnanini
Mara Mangolini
Ida Mantovani
Marilena Marassi
Lucia Marchetti
Ilaria Marchi
Giovanna Marchianò
Paolo Marcolini
Mario Mascellani
Annalisa Massarenti
Alessandro Massarenti
Filippo Massari
Luana Mazza
Cristiano Mazzoni
Glauco Melandri
Francesca Mellone
Corinna Mezzetti
Paola Migliori
Letizia Minotti
Dino Montanari
Patrizia Moretti
Mascia Morsucci
Rosi Murro
Italo Nenci
Carlo Occhiali
Mariangela Occhiali
Silvana Onofri
Sandra Pareschi
Michele Pastore
Renata Patrizi
Carola Peverati
Elisa Piacentini
Sonia Pico
Patrizia Pigozzi
Graziella Piola
Cristiano Pistone
Paola Poggipollini
Barbara Poltronieri
Marcello Pradarelli
Ferdinand Preka
Alessio Pulizzi
Anna Quarzi
Antonio Raimondo
Giuliana Rasi
Maurizio Ravani
Enrico Ribon
Marco Righi
Carlo Rivetti
Giorgio Romagnoni
Eileen Romano
Leone Rossatti
Gabriella Rossetti
Flavia Rossi
Guglielmo Russo
Erika Salvioli
Giovanni Sandri
Gaetano Sateriale
Erika Savaglio
Letizia Savonizzi
Laura Scagliarini
Sabrina Scanavini
Giuseppe Scandurra
Savina Scavo
Ansalda Siroli
Rodolfo Spanazza
Lidia Spano
Velleda Strozzi
Daniele Serafini
Daniela Siri
Silvia Sitta
Gianna Stabellini
Franco Stefani
Veronica Tagliati
Renata Talassi
Alessandro Talmelli
Marco Tassinari
Fabrizio Tassinati
Marisa Tassinati Cardin
Maria Antonia Trasforini
Cadia Terenzi
Enrico Testa
Ruggero Tosi
Giusi Trentini
Luciana Tufani
Alessandra Tuffanelli
Rita Turati
Leonardo Uba
Gabriella Ursino
Alessandra Vaccari
Nazzareno Valenti
Federico Varese
Gianni Venturi
Elisa Veronesi
Alessandro Vignali
Rita Vitafinzi
Natale Vitali
Vincenzo Vona
Liviana Zagagnoni
Cristiano Zagatti
Davide Zanella
Marco Zanirato
Elisabetta Zannini
Roberto Zapparoli
Giorgio Zattoni
Valentina Ziosi

Muscoli o cervello

C’è chi allena il fisico, chi la mente, chi fa entrambe le cose.
Chi ha muscoli non ha cervello e chi ha cervello non ha muscoli?
A questa domanda, Seneca avrebbe risposto in maniera affermativa. Egli riteneva che venisse dedicato sempre meno tempo all’erudizione e allo sviluppo della propria intelligenza. Il tempo utilizzato per ottenere un corpo statuario, veniva così tolto alle scienze e alla diffusione del sapere.
Chissà se alcuni personaggi dei cartoni animati, citandone solo uno, l’aitante e muscoloso Gaston de “La bella e la bestia”, si sono ispirati a questa credenza del filosofo.
E nella società di oggi? A ognuno la sua opinione…

“Penso tra me e me quanti sono gli uomini che esercitano il corpo e quanto pochi quelli che esercitano la mente; quanta gente accorre a un passatempo inconsistente e vano, e che deserto intorno alle scienze; che animo debole hanno quegli atleti di cui ammiriamo i muscoli e le spalle”
Seneca

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’arte del turbamento tra blasfemia e moralismo

Dopo il ‘Cristo LGBT’ o ‘Cristo gay’ di Veneziano, una tela anch’essa molto discutibile che rasenta la blasfemia, esposta a Palazzo Ducale di Massa alcuni mesi fa, rappresentante un Cristo in croce con tanto di slip leopardati e un cartiglio sul palo della croce con su scritto LGBT, al posto dell’usuale INRI, pensavo di aver visto di tutto e di più e, invece, mi sbagliavo.

Apprendiamo dalla stampa che la notte scorsa a Vergato (Bo) è stata imbrattata di letame la statua del noto artista Luigi Ontani, inaugurata pochi giorni fa e posizionata davanti alla stazione dei treni. Questo terribile gesto è da condannare sempre, anche se per onestà dobbiamo aggiungere che era stata molto criticata perché ritenuta discutibile e disorientabile, soprattutto nei confronti dei bambini, e perciò a rischio di vandalismo. Che cosa rappresenta questa “orrenda statua fallica”, come è stata definita da molti osservatori? Un fauno adulto, dal grosso fallo eretto, che tiene sulle spalle un bambino alato aggrappato alle sue corna. Ai piedi un serpente, che dovrebbe rappresentare la libido che si introverte, la zampa e la coscia caprine e l’occhio degli illuminati sull’ombelico.
Bisogna ammettere che l’arte provocatoria è sempre più di moda, dove certi artisti vogliono scioccare lo spettatore e convincerlo che è lui stesso a non capire un’arte troppo spesso incomprensibile. E’ anche vero che l’artista deve essere libero di fare ciò che sente e gli detta il suo estro: noi poi, abbiamo il diritto di giudicare, perché non sta scritto da nessuna parte che gli artisti dovrebbero avere una specie di salvacondotto di incriticabilità.

Il tutto mentre in Italia si coprono le statue “ignude” durante la visita di Rohani, e oggi si vorrebbero coprire le croci nei cimiteri per non “turbare” altre religioni.

Candidiamo Ferrara a capitale italiana della cultura

Certo, corrispondere ai bisogni dei cittadini avanzando proposte precise e concrete è il miglior modo di affrontare le elezioni e vincerle. E a ogni lista che si presenta nel campo del centro sinistra dovrebbe essere affiancato un programma scritto e concreto con cui l’elettore possa misurarsi e riconoscersi. Specie in momenti come questi in cui le istanze populiste che dominano la politica italiana, anche nello stile del linguaggio e dell’informazione, parlano alle sensazioni irrazionali, alla rabbia (motivata ma cieca), alla “pancia delle persone”, come si dice, invece che intervenire sulle loro necessità.
Tuttavia, per aggregare e aumentare consensi credo che serva anche una visione, un obiettivo futuro e condiviso di trasformazione e valorizzazione della città. Non un sogno ma un ‘disegno’ certo, di medio periodo, da enunciare, discutere, condividere prima e implementare con la partecipazione di tutti dopo il voto. Per essere più espliciti: nel programma ci dev’essere quello che il Comune farà per i cittadini in caso di vittoria. Nel ‘disegno’ c’è quello che la città (singoli e associazioni e Comune) contribuiranno a realizzare per il futuro della loro comunità.

In questo senso mi permetto di fare un appello alle liste di centro sinistra (tutte) perché ancor prima di decidere il proprio posizionamento elettorale, condividano un percorso strategico di trasformazione e rinnovamento della città. So che i ferraresi, io per primo, sono cauti rispetto ai progetti di cambiamento perché tanti ne hanno sentiti e nessuno è riuscito a far superare in loro la nostalgia della Ferrara di un tempo… Ma ci sono dei temi in cui molti si riconoscono anche per aver contribuito alle migliori stagioni, spesso non coordinate, degli anni passati.
Il mio suggerimento a tutte le liste di centro sinistra è di candidare Ferrara a “Capitale nazionale della cultura”. Capitale nazionale, perché da quel che mi risulta la prossima capitale europea è disponibile per l’Italia solo nel 2033. Capitale della cultura perché lo siamo stati davvero nel passato e potremmo ben meritarci questo riconoscimento per il futuro (dopo Ravenna e Mantova). Basta ricordare la riqualificazione urbana degli anni 80, le grandi mostre dei decenni successivi, gli spettacoli teatrali d’avanguardia internazionale e i concerti e le opere di Claudio Abbado, il progetto del Meis che si sta completando. Ma non solo questo. Anche l’intensa attività di documentazione e ricerca storica e letteraria. I festival e il Palio. E gli eventi molto numerosi che la città realizza ogni anno (spesso senza coordinamento e valorizzazione).
Ci si potrebbe chiedere come mai una città Patrimonio Unesco da qualche decennio e “patrimonio culturale” del Paese da qualche secolo (da Boiardo, Ariosto, Tasso, fino a Bassani, dalla pittura ferrarese del rinascimento fino a Boldini e De Pisis, dal teatro rinascimentale fino ad Antonioni, Sani e Vancini…) nessuno abbia mai formalizzato la richiesta di diventare “Capitale italiana della cultura”. Almeno a mia conoscenza. Tanto più che abbiamo avuto sia un sottosegretario che un ministro al Mibac… ma lasciamo stare. Invece che guardare al passato è più utile pensare a un rilancio futuro di Ferrara come “patrimonio di cultura” per tutti.
Non è solo uno slogan: sarebbe auspicabile che tutte le liste di centrosinistra si unificassero su questo punto. Condividere la proposta non significa burocraticamente avanzare la candidature di Ferrara e aspettare il responso. Al contrario, significa iniziare subito a rimettere in moto le tante energie positive che ci sono in città e coordinare i progetti: tracciare orientamenti e sollecitare la partecipazione.

BORDO PAGINA – Franco Cardini
“Noi schiavi della ‘ruota dei dannati’: produzione-consumo-profitto”

Cardini, la sua produzione/ricerca è da sempre politicamente scorretta: per fortuna nessuno discute la sua autorevolezza, tuttavia spicca anche certo andazzo, spesso è bollato di pensiero reazionario, ci pare per questioni meramente ideologiche… Perché in Italia l’Ideologia è come una “religione”e subordina la Cultura?
Di solito a sinistra mi bollano come reazionario, se non come fascista (termine ormai divenuto incomprensibile dato il suo ingiustificato abuso); a destra mi danno del comunista e/o del filoislamico. A chiunque mi chieda se io sia l’una o l’altra cosa, io rispondo di solito “faccia lei”. A giudicare dalla Sua domanda, Lei si riferisce evidentemente a critiche “da sinistra”: se non altro la sinistra, pateticamente, polemizza ancora su cose che essa definisce “cultura”. Mi pare commovente.

Cardini, Lei ha liberato il cosiddetto Medioevo da secoli bui di pensiero unico Illuminista e da certi stereotipi: tuttavia non è ancora pensiero comune o intellettuale. Orwell il suo famoso libro l’ha in realtà scritto nel 1384?
Orwell il suo libro lo ha scritto esattamente quando doveva scriverlo, solo che è partito da un’intuizione geniale ma sbagliata di 180 gradi. Il futuro totalitario ch’egli immagina è tale in termini che sono fantanazisti o fantastalinisti; come avrebbe mai potuto immaginare, ai suoi tempi, un totalitarismo liberal-liberista, una tirannia fondata sul “pensiero unico” e sul politically correct? Ciò rischia di superare ancor oggi, perfino oggi mentre ci stiamo in mezzo,qualunque immaginazione.

Cardini, il “futuro anteriore” a spirale.. e non “lineare” che Lei ha scoperto (certo cosiddetto Medio Evo precursore proprio del Rinascimento e della cosiddetta modernità- ma anche certo Islam e/o pensiero arabo- Avicenna ecc… ben diversi da certa realtà e/o percezione contemporanea) nella sostanza (succintamente) non rigenera anche il “modernismo” contemporaneo dopo certa tabula rasa di certo Grande Passato del “postilluminismo”, liberandolo dalle sue contingenze e fanatismi “storici”.
Nel “futuro anteriore” a spirale c’è un elemento incontrollabile: la variante “imponderabile”, come diceva Pareto; o lo Ezba Elohim, il “dito di Dio”, come nella Bibbia dicono i sacerdoti-maghi al Faraone dopo il prodigio della verga di Mosè mutata in serpente.

Cardini, un breve sguardo sul futuro, come “capta” l’anno… 2100?
Anzitutto, con realistica malinconia, come un orizzonte che non potrò vedere: e me ne dispiace, perché credo sarebbe interessante. Diciamo comunque che “capto” il futuro in modo analogo a come lo “captano” Chomsky, Latouche e Stiglitz: o ci liberiamo dalla “ruota dei dannati” produzione-consumo-profitto che tra XVI e XX secolo ha spinto l’Occidente ad asservire la terra ai suoi progetti di arricchimento e di progresso tecnologico-scientifico illimitato, se non recuperiamo la cultura del limite e il senso del limite, al XXII secolo non ci arriveremo o ci arriveranno in pochissimi, come miserabili superstiti di una qualche catastrofe (è umanamente considerabile come verosimile che la terra rigurgiti di testate nucleari e nessuno le usi mai, o mai accada un errore di gestione, un banale incidente?); dopo di che tutto potrebbe ricominciare da capo per alcuni altri millenni, non so… Ma non è detto: l’uomo propone, poi Dio dispone: e allora, quando ci sentiamo forti, sicuri, inarrestabili, arrivano sempre gli unni, o i mongoli, o la Peste Nera.

Link:
https://www.francocardini.it/
https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Cardini

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Prima è meglio studiare

Destra e sinistra dovevano pur essere rimpiazzati da qualcosa. Non esistono i vuoti in politica e allora eccovi il governo dell’ossimoro, termine che di questi tempi potrebbe risultare ai più di difficile comprensione, diciamo che è come tenere i piedi in due staffe, tipico della commedia all’italiana.
Poiché la logica è un vecchio arnese delle élite, ecco l’obbligo flessibile, la tassa piatta ma progressiva, l’euro brutto e cattivo ma buono da spendere, la Costituzione fondamentale ma la democrazia parlamentare da archiviare. Ora si aggiunge: scuola inclusiva, ma prima gli italiani.
Incredibili non sono le varie performance dei membri di questo governo, a cui si aggiungono quelle del ministro della pubblica istruzione, da non credere è come abbiamo potuto cadere in una simile condizione.
Così dal governo della “Buona scuola”, siamo traghettati al governo della “scuola cattiva”, della scuola matrigna e discriminatrice.
Il tutto in un paese frastornato, stordito, incapace di pensare e di reagire. Sfiancati dai roboanti proclami dell’armata Brancaleone al governo, impegnata in storiche quanto palingenetiche crociate, mentre ogni giorno che passa provvedono a chiudere le porte di casa e pure le finestre, costringendo il paese a consumare ciò che resta delle scorte in dispensa, in attesa che il vento cambi.
Il futuro è stato sostituito dal ritorno al passato. Questo è il grande, megagalattico ossimoro del governo: il futuro sarà il passato!
Quando si ritiene che è meglio chiudersi in casa propria si finisce per pensare in piccolo, come il piccolo mondo antico, si usa un codice ristretto anziché allargato, tanto tutto resta in famiglia.
È la promessa di una vita trascorsa in serenità tra le quattro pareti domestiche, con il conforto della tradizione, della famiglia e dei figli secondo i progetti che il ministro dell’istruzione Marco Bussetti accarezza per i giovani rigorosamente italiani. Non c’è girare il mondo, viaggiare, farsi una cultura, ma stare a casa tua, a costruire la tua famiglia e “fuori dalle scatole” tutti gli altri.
Si è presi dalla claustrofobia. L’aria resa irrespirabile dai porti chiusi, dai disegni di legge Pillon, dai convegni veronesi del ministro Fontana, ora si appesantisce delle esternazioni del ministro Bussetti. Tutto si tiene. La Polonia pare essere il nostro punto di riferimento. Anche noi riscriveremo i libri di storia e i programmi didattici delle scuole in chiave patriottico-nazionalista.
Del resto riscrivere i libri di storia è una aspirazione, più volte esternata, anche di questo governo.
Mentre la scienza in una catena di collaborazioni mondiali riesce a immortalare il buco nero, noi rischiamo di precipitare nel nostro di buchi neri. Soprattutto quello dei cervelli.
Ormai un’onda lunga affida da tempo la risorsa centrale del paese, l’istruzione, a un susseguirsi di ministri sempre più sconsolanti.
È possibile che il “prima i giovani italiani”, dal sen fuggito al ministro, più che un proclama sovranista sia una necessità per recuperare il gap di ignoranza con gli altri paesi.
Il dato interessante, infatti, è che il grado di istruzione della popolazione immigrata non è troppo diverso rispetto alla popolazione autoctona.
Circa la metà della popolazione straniera tra i 15 e i 64 anni ha una licenza media, il 40,5% un diploma di scuola superiore, il 9,7% una laurea. I dati migliorano per le donne, il 42,1% ha un diploma, contro il 41,5% delle donne italiane. Inoltre, mentre in Italia più alta è la fascia di età, più basso è il titolo di studio, il 12,8% degli immigrati tra i 45 e i 54 anni ha un diploma contro il 12,2 degli italiani, e il 15,3% di chi ha tra i 55 e i 64 anni possiede un diploma di laurea contro l’11,3 degli italiani.
Del resto la politica scolastica con il 4% del Pil fa del nostro paese il fanalino di coda dell’Europa. Ovvio che, anche senza essere dei geni, bastano queste differenze per far comprendere l’abisso di futuro e di qualità scolastica del nostro paese, che avrebbe bisogno di più studio e di più cultura per risollevarsi economicamente e umanamente.
Il volto della scuola sta cambiando e cambierà ulteriormente, il consistente calo demografico, il blocco dell’immigrazione porteranno a liberare risorse da investire e utilizzare in modi nuovi. I bisogni della scuola del paese da tempo sono stati evidenziati da tutti gli indicatori nazionali e internazionali. Ma se mancano la cultura, lo studio, la ricerca, la sperimentazione e le competenze non potremo mai progredire neppure nel rinnovamento del nostro sistema formativo. Ecco perché è ammesso avere un ministro dell’istruzione che è la personificazione di un ossimoro, tanto da non accorgersene neppure e da permettersi di dichiarare “prima i giovani italiani”, un po’ come “i figli della lupa”. Se l’economia è in recessione tecnica, l’istruzione del paese è, oggi, in recessione conclamata.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Come un libro aperto

Quando giro paesi e città tendo ad attribuire loro una forma nello spazio, una dimensione geometrica. Figure rotonde, ovali e sinuose, luoghi quadrati, rettangolari o pentagonali.
Associando il toponimo al gioco delle linee cerco di archiviare nella mia mente la loro identità. Il tutto per sottrarmi ai nostri tempi di “usa e getta”, di “mordi e fuggi”. Così consumiamo costruzioni complesse, che non sono solo architetture urbanistiche, ma forme che hanno preso corpo nella storia, nate dal genio di uomini e donne, vissute dalle persone, che lì hanno lasciato i loro segni, hanno patito i loro dolori e goduto delle loro gioie.
Le città non sono agglomerati di centri e di periferie, l’insieme degli scatoloni entro i quali spendiamo le nostre esistenze più o meno anonime. Le città sono famiglie allargate dove ci si prende cura dell’altro e, nella cura, l’altro ti diviene famigliare, sia che lo medichi, sia che lo istruisci e lo aiuti a crescere. La cittadinanza serve a questo, a socializzare, ad allargare la tua sfera di umanità. Per questo è assurdo che qualcuno avanzi diritti di primogenitura sulla famiglia e sulla genitorialità. Tutto è troppo mescolato per distinguere e la miscela l’ha mischiata la storia e i progressi dei nostri pensieri e del nostro essere civili.
La città è un libro aperto, le piazze e le vie ne sono le pagine illustrate, l’architettura il linguaggio. La città è opera collettiva, è opera corale. Che va scritta insieme, riconoscendoci gli uni negli altri, compagni di strada nella stesura del libro della città.
È nelle città che la solidarietà dell’altro corre a darti una mano per curare le ferite dei terremoti e delle alluvioni. Sono questo le nostre città, la conservazione di inestimabili valori umani.
Le civiltà si sono fatte sempre nelle città. Le città sono i luoghi della civiltà.
Le città non necessitano né di podestà né di capitani del popolo. Hanno bisogno di amicizia, di sentimenti di affetto, di simpatia, di solidarietà, di stima coltivati dalla dimestichezza e dalla familiarità del vivere una comune dimensione urbana. Non ci sono problemi di una parte contro un’altra, i problemi sono sempre di tutti, come scriveva con sano pragmatismo John Dewey, e la loro risoluzione ha sempre bisogno di un più di cultura condivisa. Soprattutto il futuro della città non sarà fatto da quello che accadrà, ma da quello che ciascuno di noi saprà fare accadere.
Pare invece che le città siano divenute il luogo degli inquinamenti umani. Che i flussi delle immigrazioni abbiano prodotto ferite profonde, abbiano violato i patti della convivenza sociale, che le multiculture anziché divenire una ricchezza si siano tradotte in minacce alla cultura che conserviamo. Come se le nostre città da tempo non fossero disgregate, slabbrate, frantumate e non avessimo riservato, ai nuovi arrivati, solo gli interstizi di questa decomposizione che da tempo lavora.
Nessuno che si rechi a visitare una città è interessato alle sue periferie, il polo d’attrazione sono i centri storici, spesso ridotti a musei senza vita, dove occorre regolare con il numero chiuso la calca dei turisti.
Centri calpestati dagli eventi, anziché risorti negli avvenimenti. Centri da cui sono banditi il silenzio, l’ascolto e la riflessione. E quando ciò accade è sempre con troppo rumore.
Abbiamo commercializzato le nostre città, spesso lacerandone il tessuto per via della desocializzazzione, delle violenze, delle droghe. Città dove lo spirito di cura si è perduto, come la capacità di ritessere comunità disperse.
Cos’è la qualità della vita delle città? È l’emigrato che ruba spazio e minaccia la sicurezza o il principio di quantità che ha consumato perfino le nostre facoltà razionali?
Il “disagio della civiltà” di Freud, oggi rischia di tradursi nel “disagio di inciviltà”, nella incapacità di prospettare una “civiltà possibile”. La quantità può contenere non solo l’infelicità, ma anche superare il limite di sopportabilità esistenziale mandando in pezzi uomini e donne.
La città vive di qualità civili, urbane e ambientali. Il rischio è che si scrivano pagine avendo smarrito queste dimensioni, insieme allo scopo della narrazione, alla sua sintassi e alla sua semantica.
Oggi sappiamo di non volere che a prendere la mano nella scrittura siano le tensioni sociali, sia il vivere in continua competizione con gli altri, in una sorta di “bellum omnium contra omnes”.
Non ci sono città ideali o utopiche da disegnare, ma città concrete da raccontare nel loro quotidiano di umanità e di qualità delle persone, ed è ciò che dovrà continuare a fare la differenza.

BORDO PAGINA
Intervista a Davide Foschi per il quinto Festival del Nuovo Rinascimento dedicato a Leonardo da Vinci

“—Nuovo Rinascimento, il movimento culturale che in questi anni sta diffondendo i valori di un nuovo Umanesimo in Italia, creando sinergie tra privati, istituzioni, enti e imprese, presieduto da Rosella Maspero e Davide Foschi….” Repubblica Milano

D:  Davide  Foschi,   500° di Leonardo e il tuo Nuovo Rinascimento in pole position: già “annunciato” da questo mese  un tour di 9 mesi, eventi  continui  arte totale,  tra mostre, incontri letterari, conferenze, varie iniziative, ecc. per  il Festival del Rinascimento V, a Milano ecc.  Anche Repubblica ha già segnalato in anteprima il Nuovo Rinascimento come Eccellenza  per le celbrazioni leonardesche.  Uno Zoom  sui lavori e il palinsesto in progress?

Il 2019 è un anno speciale e come Direttore Artistico del FESTIVAL DEL NUOVO RINASCIMENTO MILANO 2019 non potevo che rilanciare l’evento ormai giunto alla 5a edizione in maniera ancora più efficace e spettacolare: per la prima volta infatti avremo un Festival diffuso nell’arco dell’anno tra eventi, mostre e presentazioni in Città da marzo a dicembre, nel nome di Leonardo da Vinci e del 500° Anniversario della sua morte. Come sai Milano sarà al centro del mondo per questa ricorrenza e non solo, essendo ormai la metropoli più in ascesa a livello europeo e mondiale per quanto riguarda tutti gli ambiti, da quello economico a quello turistico, da quello culturale a quello artistico: poche Città al mondo oggi possono essere più centrali ed importanti per tutti questi motivi. Non dimentichiamo inoltre che Milano è di fatto la Città di Leonardo, la mia e il luogo che ha visto nascere il Nuovo Rinascimento.
Il Festival del Nuovo Rinascimento – Milano 2019 ha appena ricevuto l’approvazione (entusiasta) del Municipio 6 – Comune di Milano con il proprio Patrocinio, per l’alto valore artistico e culturale offerto. Ma procediamo con ordine: intanto, come è stato scritto sul bell’articolo apparso su “LA REPUBBLICA” il 23/01/2019, il Nuovo Rinascimento ha ottenuto il prestigioso incarico culturale di essere l’ente coordinatore artistico per quanto riguarda una serie di importanti iniziative istituzionali nella Milano di Leonardo da Vinci, nell’anno del suo 500° anniversario della morte. Partiamo con un bellissimo percorso di arte e cultura lungo il Naviglio Grande fino alla Darsena, una delle zone più suggestive e visitate al mondo con i suoi milioni di turisti nazionali e internazionali.

In questo splendido cammino leonardesco e Neoumanistico troveremo eventi, mostre d’arte contemporanea degli Artisti del Nuovo Rinascimento, presentazioni, inaugurazioni, interviste che coinvolgeranno tante realtà, divise per AREE TEMATICHE: per quanto riguarda l’AREA CULTURA, ARTE E TURISMO abbiamo optato per gli esclusivi appartamenti turistici di “Vacanze in Arte” di cui si è occupata la stampa, dedicati a tante eccellenze italiane che hanno dato lustro al nostro paese, come ad esempio Alda Merini, Andrea G.Pinketts, Aida Cooper con Mia Martini e Loredana Bertè, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Carla Fracci. L’iniziativa è stata appena premiata tra le “ECCELLENZE DEL NUOVO RINASCIMENTO 2019” dalla nostra Presidentessa Ross Maspero.in persona. E’ sicuramente una grande occasione di prestigio e visibilità grazie ai turisti provenienti da tutto il mondo nella Milano in cima alle classifiche per qualità della vita e per presenze culturali e turistiche agli occhi dei tanti visitatori europei, russi, americani, arabi, cinesi, giapponesi. Insomma, avremo gli occhi del mondo addosso.

Sono previste splendide Rassegne d’Arte per le AREE ARTE E TURISMO e ARTE ED ECONOMIA intitolate proprio “UMANESIMO”, con il meglio degli Artisti del Nuovo Rinascimento dal 7 aprile fino al 7 settembre, coinvolgendo location come il frequentatissimo Bistrot “Cicinin”, con le proprie vetrine direttamente sul Naviglio Grande e presso l’area espositiva dell’Agenzia FM Assicurazioni UnipolSai con le proprie vetrine di via Binda 36.

A queste location si aggiunge per quanto riguarda l’AREA CULTURA ED EVENTI la Libreria Mondadori di via Ettore Ponti dove stanno per partire le DIRETTE STREAMING del programma LEONARDO: tutti i mercoledì dalle 18,30 alle 19,30 presenteremo tanti ospiti, autori, artisti, filosofi, musicisti, personaggi pubblici e istituzionali.

Per quanto riguarda l’AREA FOOD, TURISMO E ARTE nel corso dell’anno organizzeremo anche eventi neorinascimentali, come presso il famoso ristorante “Tano passami l’Olio” dello chef “stellato” e nostro caro amico Tano Simonato, presso lo stesso Cicinin e il ristorante vegano Cibò di via Maiocchi.

Tante altre iniziative si aggiungeranno a quelle segnalate, ci aggiorneremo man mano: anticipiamo fin d’ora che da metà ottobre si svolgerà l’evento culmine delle manifestazioni 2019, il “Gran Galà del Festival del Nuovo Rinascimento – Nel nome di Leonardo da Vinci” che radunerà con il Patrocinio delle Istituzioni le Eccellenze del Nuovo Rinascimento tra mostre di grandi artisti che dedicheranno le proprie opere al Genio toscano, concerti e conferenze: si terrà presso il MUMI,  l’Eco Museo Ex Fornace di Alzaia Naviglio Pavese 16, la sede del primo grande Festival che inaugurò la nascita ufficiale del Nuovo Rinascimento nel 2016 in cui fu ospite Pupi Avati premiato nell’occasione con il “New Renaissance Award 2016″.

D: Davide, il Nuovo Rinascimento  protagonista della nuova cultura italiana, la Bellezza e magari l’Uomo Vitruviano.. per la Rigenerazione della Cultura Futura in Italia, tra Scienza e Arte: obiettivi?
L’obiettivo dei un grande movimento culturale come Nuovo Rinascimento è unico e molteplice allo stesso tempo: riscoprire il valore della vita umana e il senso della meraviglia. Giorno per giorno, tra abuso incontrollato della tecnologia usata per la pancia e non per i cuori come invece potrebbe; tra volgarità e disprezzo della vita; tra fanatismi e violenze non degne di chi vuole chiamarsi essere umano ci stanno abituando sempre più a perdere il nostro senso dell’io, la creatività, lo sguardo obiettivo, in generale la nostra libertà.
Occorre un Nuovo Rinascimento e non semplicemente sopravvivere. Occorre essere consapevoli che questa che stiamo vivendo, potenzialmente un’era incredibilmente ricca e speriamo non irripetibile, è stata trasformata dalla stupidità di molti in una società della morte, del disumano. Alla morte dobbiamo reagire con la vita, con nuova vita. Occorre ricominciare a far fiorire la bellezza, il senso poetico della vita, il romanticismo e allo stesso tempo la voglia di illuminare di verità il mondo, senza ridursi a guardarlo con un monocolo di parte del tutto istintivo ed ingannevole. Far tornare l’essere umano al centro della società, con le armi dell’arte, della cultura, della scienza, del rispetto dell’ambiente, dell’educazione e di una giusta economia.
L’uomo vitruviano leonardesco ne è la sintesi visiva e filosofica: passati 500 anni sono in tanti a non averlo ancora capito.

Info
https://www.facebook.com/groups/youmandesign4nr/permalink/982309628625327/
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2019/01/23/il-nuovo-umanesimo-delle-vacanze-con-le-case-dartista-sui-navigliMilano07.html

DIARIO IN PUBBLICO
Sarà…

Intendiamoci. A me va pure bene che Lucrezia Borgia sia ‘ammessa’ al Palio; meno bene che se ne discuta come un rilancio della stessa. Allora tutto dimenticato? Le tournées fatte dall’ex sindaco Sateriale nelle capitali europee? I libri e i saggi fondamentali pubblicati in quella occasione? Sparito tutto. Resta Lucrezia e il Palio. Va bene che dobbiamo organizzarci per difendere il senso della cultura nel quasi inevitabile cambio dell’amministrazione ma, come da anni è diventato vezzo cultural-politico, appena si osa il nuovo e il diverso si fa precipitosamente marcia indietro dimenticando la storia e pure la cronaca cittadina.
Sono francamente sconcertato. Pensavo a un colpo di reni nella presentazione della candidatura e nelle liste civiche di ‘sinistra’; ma fino ad ora sembra che nulla si muova. Un rinnovamento di cui si ha disperatamente bisogno secondo quel principio, a mio avviso, che il Pd ha dimenticato: prima il programma poi la persona. Ma Ferrara secondo un cliché purtroppo vero naviga nella sua bellezza, ormai quasi tutta nascosta, non per colpa dell’amministrazione, ma per trascuratezza passata e per il terremoto.

Si entra quasi con sospetto nelle chiese restaurate: San Francesco, San Benedetto e l’immagine che ancora ne abbiamo è quella di un antico restaurato sul nuovo e/o viceversa. E penso alle terribili scelte fatte agli Uffizi. Il tondo Doni posto in una specie di scodella o il corridoio vasariano di cui si è tralasciato nel restauro la storia e la funzione per farlo scalpicciare da milioni di turisti ai quali solo interessa l’immortale “Io c’era!”. Speriamo che i restauri ferraresi non si rivelino, come dire, troppo nuovi oppure, al contrario, obsoleti. Comunque con angoscia scandisco il tempo che passa e a volte mi trovo a pensare: “Chissà! Lo/li rivedrò?”

Mi si presentano spazi vuoti nella mia attività futura. E non ne sono per ora spaventato. Esercitarsi a fare l’’umarel’ in piazza che commenta e discute non è poi così terrorizzante. Comunque ci sono sempre le librerie che ti offrono rifugio e consolazione.
All’orizzonte s’affaccia lo spauracchio dei Laidi; ma – pensandoci bene – una manciata di giorni estivi posso sempre sopportarla anche se il vuoto lasciato dalla pelosa si acuirà e ci renderà ancor più tristi.
Come ogni ‘colpo di cannone’ si è fatto silenzio sugli ‘sfracelli’ Diamantiferi. O cova l’attesa oppure altre e più importanti risoluzioni ci attendono. Il Quadrivio con i palazzi che dovranno essere impiegati; la zona medievale sempre più deserta; le vie d’accesso al centro dove macchine impazzite sfrecciano a velocità del fulmine come nella via XX settembre e, prima fra tutte, la conservazione, l’utilizzo, la qualità della zona Gad. Un programma tra i tanti, diventa accettabile quello che suggerisce di eliminare le tasse agli abitanti del Gad che affittino camere o appartamenti agli studenti. Ottima idea!

E nel ron ron degli ormai noiosi programmi televisivi dove sempre e solo gli ‘eletti’ fanno ascoltare la loro voce ormai ripetitiva ci avviciniamo al traguardo importante squadernando pensierose sentenze, come sul rinnovato “L’Espresso” lancia Massimo Cacciari, arrivando persino all’uso della lettera maiuscola per ribadire l’importanza del personaggio come i Tre: Mann, Croce, Keynes. Sembra un testo di religione laica.

Eppure non bisogna mollare.
Essere arrivati dopo molte difficoltà a pubblicare la biografia più clamorosa su Giorgio Bassani, attendere la nuova e stimolante mostra del Meis sul Rinascimento ebraico, vedere le sale piene di attenti ascoltatori alle conferenze dell’Istituto Gramsci e dell’istituto di Storia contemporanea e i giovani che studiano all’Ariostea inducono alla speranza che solo la cultura può svolgere un compito fondamentale nella società: dalla scuola alla città alla regione e alla nazione.
Non a caso la città più difficile dello Stato, vale a dire Napoli, organizzerà all’Archeologico la mostra fondamentale su Canova. Otto statue arriveranno dall’Ermitage di Pietroburgo e, oltre le nostre e i gessi e i cartoni e i dipinti, saranno messe a confronto con quelle opere antiche che il sommo scultore studiò e ne fece ‘carne, vera carne’ nella sua opera. E non dimentichiamoci che nel 2021 si celebrerà il centenario della morte dello scultore.
E Ferrara sarà una delle città fondamentali per conoscerne la vicenda umana e artistica.
Estote parati!! Chiunque ci governerà.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Foligno: il volto della scuola che traspare

Inevitabile che a colpire sia stato il razzismo nella condotta del maestro di Foligno. L’immagine dell’alunno messo in un angolo, con le spalle alla classe, perché brutto e nero, è così violenta e folle da precludere ogni altra riflessione.
Eppure potrebbe essere che più di un razzista si tratti di un insegnante sprovveduto, pressapochista e improvvisatore, privo di cultura e di mestiere come può accadere che ne entrino nelle nostre scuole.
Avessero letto insieme “La sentinella”, il racconto di una sola paginetta di Fredric Brown, o “Spaghetti per due” di Federica de Cesco, ce ne sarebbe stato per ragionare, discutere e anche fantasticare.
A fornirgli una lezione hanno comunque provveduto i suoi alunni, dimostrando di essere di gran lunga più adulti di lui, nel senso etimologico del termine di più cresciuti, e di non aver alcun bisogno del suo “esperimento sociale” per essere vaccinati contro le discriminazioni.
Ora, pare che i terrapiattisti, quelli che sostengono di avere prove inconfutabili che il pianeta sia un disco piatto, stiano sempre più moltiplicandosi, potrebbe, quindi, accadere di trovarci di fronte ad insegnanti che entreranno nelle classi dei nostri ragazzi spiegando loro che la Terra è piatta.
Allora, oltre a scandalizzarci per il razzismo, presunto o meno, del maestro di Foligno, dovremmo seriamente interrogarci intorno alle nostre trascuratezze.
Per quali ragioni episodi simili possono accadere nelle nostre scuole che dovrebbero essere i luoghi protetti per eccellenza da simili evenienze e in cui la responsabilità di ciò che accade non può essere solo addebitata ad un singolo ma al sistema nel suo insieme.
Immaginate che un medico precario venga assunto per sostituire un collega in malattia e che per verificare l’efficacia di un farmaco si metta ad iniettarlo ai pazienti, di sua iniziativa, senza che questo sia previsto dai protocolli di cura.
Difficile che accada, voi direte, senz’altro prima c’è un insieme di controlli previsti dal sistema: disposizioni, infermieri, medici.
Ora sostituite il medico con l’insegnante di Foligno e il farmaco con l’esperimento sociale che avrebbe preteso di compiere.
La domanda che sorge spontanea immediatamente è se la scuola è un ambiente meno importante di un ospedale, tale da non prevedere protezioni, garanzie contro le libere improvvisazioni da parte di chiunque.
L’azione compiuta dal maestro nei confronti dei bimbi di colore è equiparabile a un farmaco tossico e velenoso? Certo. E non sappiamo quanto gli anticorpi della classe possano curare i danni di quella somministrazione.
Il farmaco iniettato dal maestro non voleva curare, voleva annullare, sopprimere l’identità dei bimbi nigeriani. Chiunque abbia un minimo di familiarità con i principi della comunicazione sa che tutto è tollerabile, compreso il conflitto di idee, l’ostracismo per le tue opinioni, tranne la negazione della propria identità che equivale a negare la tua esistenza, il tuo diritto di esistere.
Io non so se il collegio dei docenti della scuola di Foligno si è mai interrogato intorno a questo tema e ai pericoli connessi, se mai ci ha dedicato tempo, se mai ha avvertito la responsabilità di aver a che fare con quella parte di umanità più fragile, più delicata, da proteggere con ogni scrupolo e rigore professionale, o piuttosto, come spesso accade nelle nostre scuole, le routine didattiche hanno preso il sopravvento sulla riflessione.
Ho aperto la pagina web della scuola di Foligno alla ricerca di informazioni, per tentare di capire. L’identità della scuola si presenta con il Piano dell’offerta formativa triennale.
Una scuola impegnata nell’integrazione e nella valorizzazione delle diversità, ragione di più perché il comportamento di quell’insegnante apparisse agli alunni intollerabile, evidentemente perché in contrasto con il clima complessivo della loro scuola e con gli insegnamenti che lì hanno appreso.
Nel piano si legge che per l’Attività alternativa all’insegnamento della religione cattolica viene nominato un apposito docente. E tale è il maestro in questione, insegnante da dieci anni, quarantenne, e ancora precario.
Questo insegnante al momento dell’incarico avrà letto con attenzione il Piano dell’offerta formativa triennale della scuola? Temo proprio di no. La scuola si è preoccupata di accertarsi che l’insegnante prima di prendere servizio conoscesse questo documento? Anche qui sospetto che difficilmente sia accaduto.
Nel sito online non si trova traccia di programmazioni né per discipline né per l’Attività alternativa alla religione cattolica.
Certo è che l’Attività alternativa alla religione cattolica, come tutte le materie, deve avere una sua programmazione approvata dal collegio dei docenti e presentata ai genitori a inizio dell’anno scolastico. A quella programmazione l’insegnante avrebbe dovuto attenersi e quello che il docente pretende come “esperimento sociale” di quella programmazione avrebbe dovuto essere parte.
L’impressione è che il copione non sia stato questo e che come spesso accade nelle nostre scuole la recita sia stata a soggetto, prodotto di improvvisazione, di insipienza e di assenza di professionalità da parte del supplente come da parte della scuola nel suo insieme.
E questo è quello che preoccupa maggiormente: la condizione in cui versa il nostro sistema formativo lasciato all’improvvisazione, alla declinazione delle responsabilità, alla carenza di professionalità, al caso che ti può fare incontrare bravissimi docenti come mediocrità inquietanti.
Forse è opportuno interrogarsi se il crescere dei conflitti tra genitori e insegnanti, più che l’espressione di una cultura che cambia, non siano piuttosto l’esito di una scuola che professionalmente va drammaticamente perdendo la faccia, a danno anche dei tanti che con grande competenza dall’interno tentano ancora di disegnarne un volto rassicurante.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

DIARIO IN PUBBLICO
Vacanze speciali in luoghi speciali

Con un po’ d’apprensione partiamo per elaborare il lutto della pelosa. Destinazione, la città che dopo Venezia amo (forse) di più al mondo: Napoli. Albergo antico, quando a Napoli soggiornavano i reali e naturalmente si chiamava Excelsior, a via Partenope con vista sul borgo di santa Lucia. “Luxe, calme et volupté”.

Sembra una città totalmente diversa da quella che ero uso frequentare. Il caos è lo stesso, ma disciplinato. La luce accecante di giornate ventose e limpide crea quell’ambiente che solo Napoli sa inventare tra povertà e ricchezza; tra bassi apparentemente infrequentabili e palazzi che mostrano con indifferenza e noia le loro ferite, portate come medaglie. Certo un po’ di apprensione fugata da compatte schiere di guardie e poliziotti che ti sorridono e ti augurano ‘buongiorno’ mentre ‘lento pede’ ci avviciniamo a Piazza Plebiscito, immensa, dove i ragazzini giocano a pallone e nel momento in cui il crepuscolo accende di luci rosate un cielo di porcellana facciamo la nostra entrata al ‘Gambrinus’. Un perfetto cameriere nero con voce profonda e totalmente napoletana ci avverte che i tavolini sono riservati per la conferenza. “Quale?”, domando incuriosito. “Quella sul libro del prof Occhetto” mi si risponde. “Se vuole…” No! grazie.

Dall’altra parte della strada occhieggia l’insegna della Trattoria del professore Posso lasciarmela scappare? Ma risulta esaurita. Ci rimane la Galleria Umberto; il sorriso si spegne quando osserviamo i preparativi degli homeless – tanti – che si preparano per la notte e noi ci dirigiamo per l’aperitivo da Bellavita, che offre quello più classico della città. La direttrice mi sussurra “amore, le è piaciuto l’aperitivo?”. Assento vigorosamente e l’ex bella accenna a un sorriso sdentato. La sapiente cognata ci aveva indicato una trattoria che risulta tra le sorprese più belle del soggiorno: Da Marino a Santa Lucia. Quarta generazione di proprietari. Ex latteria aperta nel 1934; locale assai piccolo ma… un ‘biggiù’ direbbero lì. Profumi, sapori, accompagnati da trionfali Falanghine.
Il locale sembra un santuario. Sotto vetro tutte le maglie del Napoli compresa quella di Maradona. Dentro una teca il pallone naturalmente firmato da lui e alle nostre spalle la foto di un’immensa macchina anni Trenta dove, accanto ad essa, un fiero signore osserva orgoglioso grappoli di scugnizzi che s’arrampicano su ogni sporgenza della vettura. Chi sarà mai stato?

Il giorno dopo ci rechiamo a Capodimonte. Il parco è pieno di gente che passeggia. I poliziotti ci accolgono con squillanti benvenuti. Arriva un colosso in divisa. Tiene sotto braccio, come una baguette, un pelosino felicissimo. Mentre gli gratto la gola racconto all’umano la fine della mia Lilla tra sprizzi di lacrime. Mi consola con generosa partecipazione e la baguette-canino ci elargisce una leccatina comprensiva. Entriamo al Museo e non possiamo credere: siamo soli come fossimo Carlo III che passeggia nella sua quadreria. Le meraviglie pittoriche ci osservano e ci chiamano. Così Bellini, Tiziano, Raffaello, Goya, Bruegel e uno sdegnato pannello di piccoli quadri ferraresi tra cui Dosso e Garofalo ci avvertono di non fare i furbi che ‘loro’ sono i concittadini! Poi l’ascesa alla stanza 68. Qui il divino Caravaggio sembra spiegare tutta la sua forza a contrastare i visi malvagi dei torturatori e un bianco velo copre il sesso elevandolo a poesia. Storditi da tanta bellezza sentiamo improvvisamente bisogno di ‘lavarci le mani’. Un sollecito guardiano ci indica una porta grigia proprio accanto al quadro. Siamo un po’ imbarazzati, quasi sorpresi a compiere un affronto alla bellezza. Ma poi pensiamo: dove trovava i suoi modelli? Proprio in luoghi come questo. E trascurando perfino l’Agrippina di Canova usciamo felici nel sole ventoso. Chi ha avuto un san Valentino più speciale?

E sempre più ci immergiamo nella napoletanità. Chiese e chiese. Il Gesù, il chiostro di Santa Chiara, san Domenico, il Duomo e il tesoro di san Gennaro, a confrontare con la moglie, stupita, se sono più grossi gli smeraldi della mitria o quelli della corona d’Inghilterra. I Domenichino ci ammiccano accennando ai fedeli che s’inginocchiano e accendono candele nella cappella votiva: volti e statue dorate ripetono la grande leggenda del santo napoletano.
Inebriati dalla folla, dai rumori, scendiamo e saliamo: Spaccanapoli, via Toledo. E infine sosta nella piazza più allegra di Napoli: non può essere che piazza Dante. Così a poco a poco si forma la mia geografia interiore: via Francesco de Sanctis, in fila a bocca aperta ad ammirare il Cristo velato, piazza Dante sotto l’immagine paterna, Port’Alba a curiosare tra i libri, san Domenico tra antifonari e meravigliosi manoscritti e tra i presepi a san Gregorio Armeno.

Cosa può avere ancora Napoli? Ma certo i castelli e le fortezze. Il Maschio angioino, il cui nome è già segno di napoletanità, Castel dell’Ovo e lontano, sfumati nella leggera nebbia, Posillipo e Mergellina. Ricordo ancora un piccolo albergo a Posillipo. Si chiama Paradiso. La sera che arrivammo tentarono il furto della macchina e facemmo la guardia tutta una notte nella macchina stessa. Poi arrivò Maradona e ne fece il suo quartier generale. Il chiacchericcio con i tassisti si fa sempre più cordiale. Quasi tutti conoscono Ferrara. Quello che ci riporta alla stazione ha lavorato per anni come camionista tra Napoli e l’Austria e ricorda la nebbia che, gli dico, non c’è più. Quarto di dieci fratelli. Il suo babbo gli chiese se voleva studiare, ma lui preferì il lavoro. A Natale quando si riuniscono l’assemblea è formata da una novantina di persone: fratelli, cognate figli e nipoti. Con orgoglio gli dico che sotto casa a Ferrara ho un vero pizzaiolo di Napoli che le fa buone come nella sua città.
Mi sorride complice e promette che passerà a salutarlo quando ritornerà a Ferrara.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Un paese di navigator

“L’état c’est moi” pare che abbia detto Luigi XIV, re di Francia, il 13 aprile del 1655 nell’imporre nuove tasse ai suoi sudditi. E qui muore ogni velleità di definire millenaria la democrazia francese. Si sa che l’onorevole cittadino Di Maio ha qualche problema con la geografia e potrebbe aver scambiato la Francia d’oltralpe con la Grecia di Pericle.
Ma poi, perché stupirsi con la solita spocchia da professoroni! Questo governo è finalmente lo specchio del popolo, che può serenamente riflettersi in esso senza correre il rischio di provare complessi di inferiorità.
Lo scrive l’Istat nell’ultimo Rapporto sulla conoscenza del 2018, in cui certifica che l’Italia è tra i paesi europei con la minore scolarizzazione della popolazione adulta. Inoltre il livello di istruzione della famiglia di provenienza incide ancora fortemente sul destino formativo dei nostri giovani insieme al persistere del differenziale tra nord e sud del paese.
Sebbene chi governa oggi non manchi l’occasione per dimostrare di possedere un’istruzione carente, lo studio continua a costituire lo strumento fondamentale per migliorare le proprie condizioni socio-economiche e la principale leva nelle mani della politica per correggere la diseguaglianza delle opportunità.
Ma il problema è che la macchina della formazione non funziona più, non è in grado di produrre più qualificazione e maggiore mobilità sociale. L’esito è un sistema che si incarta su se stesso, con imprese che non assumono manodopera qualificata, perché non fanno ricerca e non si rinnovano, pertanto destinate prima o poi a uscire dal mercato. Non c’è reddito di cittadinanza e riconversione professionale salvifici, se il mercato del lavoro nostrano non cerca personale qualificato, con livelli alti di formazione, che poi dovrebbe pagare di più.
Scarsa istruzione, scarsa economia e il serpente si morde la coda. Se il paese manca di una politica della formazione, è difficile prefigurare una qualsiasi ripresa.
Succede invece che si finisce con l’addossare la colpa agli altri anziché a se stessi, con l’isolarsi e il dividersi, pensando nel frattempo di allontanare da sé le parti più deboli del sistema. E siccome in materia di istruzione tutti i dati confermano che l’Italia è un paese a due velocità, da un lato si racconta di voler dare seguito al dettato degli articoli 116 e 117 della Costituzione, dall’altro in realtà si pensa di correre ai ripari, lasciando che ogni regione si gestisca la sua scuola in modo da liberarsi della zavorra che rallenta la corsa, specie se la corsa è già dura in partenza.
Invece di rispondere con politiche di investimenti sull’istruzione, in modo da colmare il gap tra le scuole del sud e quelle del nord, si dà libero sfogo ai propri pregiudizi, incapaci di concepire un pensiero articolato sul nostro sistema scolastico.
È il caso del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in visita alle scuole di Afragola e Caivano nel napoletano, il quale pensa bene di dichiarare pubblicamente che alle scuole del Sud non servono più soldi ma più impegno. Insomma, come alunni svogliati al Sud non ci si impegna abbastanza, il solito Mezzogiorno sfaticato.
Incidente di percorso? Gaffe, luoghi comuni? No, semplicemente la subcultura nutrita da decenni di trascuratezza, a cui ora sono affidate le sorti del paese.
Alla stessa stregua la Regione Veneto rivendica l’autonomia per introdurre il dialetto e i corsi di veneto in tutte le sue scuole, oltre ai test di ingresso per i professori meridionali.
Questa il programma della regione per qualificare l’offerta formativa, in un paese in cui restano scoperte le cattedre di matematica, perché gli insegnanti sono pagati una volta e mezzo il reddito di cittadinanza.
Si inventano i navigator, ma nessuno è stato sfiorato dal grande tema della formazione permanente, dalla realtà dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, istituzioni dello Stato, dipendenti dal Miur, che potrebbero essere preziose risorse per la riqualificazione di chi cerca lavoro. Tra i 25 e i 64 anni la quasi totalità delle attività formative è realizzata al di fuori del sistema dell’istruzione, in attività non formali come corsi, seminari, formazione sul lavoro e informali, quelle attuate nel corso delle attività quotidiane di lavoro, in famiglia e nel tempo libero.
Il Rapporto sulla conoscenza del 2018 segnala che questo dell’educazione permanente è un terreno di intervento urgente, a partire dal quale andrebbe ripensato il sistema formativo di un paese avanzato. Ma la politica è distante, perché culturalmente impreparata.
Come tutta risposta, invece, il governo intende azzerare i vertici dell’Istat così da mutare la narrazione dell’Italia nel mondo, perché noi siamo un paese sovrano di santi, di poeti e ora di navigator. Intanto incrociamo le dita e speriamo di restare a galla.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

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DIARIO IN PUBBLICO
Ritornare alla vita

Sempre più mi risuona nelle orecchie il celebre motivetto “Vengo anch’io? No tu no. Ma perché? Perché no!” a commento della querelle innescata dal dottor Vittorio Sgarbi. E così la silente città si riempie di sussurri e grida. Perfino nel favoloso concerto diretto da Gatti con la Malher Chamber Orchestra, durante l’intervallo, pastori e pellegrini mi s’accostavano per sapere il mio parere. Invano continuavo e continuo a ripetere che quello che a me interessa non è la specificità dell’argomento, per cui di fronte a celebri conoscitori come Albano, D’Alema, Nardella, cedo le armi, quanto riportare la discussione a toni civili degni dell’argomento. Sembra – miracolo! – che il risultato sia stato raggiunto con l’incontro del Ministro Bonisoli con il sindaco di Ferrara e i successivi abboccamenti (leggi QUI la lettera del sindaco Tagliani e QUI la nota seguita all’incontro con il Ministro). Quel che mi rende convinto che, raggiunto lo scopo, me ne tiro fuori.

Troppi e ben più importanti avvenimenti sono passati quasi sotto silenzio rispetto al fragore mediatico innescato dalla vicenda Diamanti. L’incontro tra Liliana Segre e settecento e passa ragazzi ai quali si è rivolta come “nonna viziatrice”. Un colloquio che quasi ha travolto il rapporto tra chi parlava e chi ascoltava in una simbiosi tale che finalmente strappava e tirava fuori da tutti ‘l’humanitas’ che in fondo ci distingue. E la scelta che Liliana Segre ha indicato ai giovani e ai non più giovani percorrendo, lei quindicenne, i ‘resti’ di ciò che rimaneva dell’immane genocidio la via della morte è trasformarla in vita: “Non dite mai che non ce la potete fare, non è vero. Ognuno di noi è fortissimo e responsabile di se stesso. Dobbiamo camminare nella vita, una gamba davanti all’altra. Che la marcia che vi aspetta sia la marcia della vita”. Così dice al Teatro Nuovo di Ferrara; così scrive nel suo libro ‘Scolpitelo nel vostro cuore‘, i cui ricavati andranno all’associazione Opera San Francesco per i poveri Onlus di Milano che s’interessa anche dei nuovi emarginati migranti o rifugiati.
L’aspetto più folgorante del suo magistero sta proprio nella constatazione che lei, una signora di 88 anni che a 15 anni veniva con stupore scambiata per un essere androgino la cui magrezza impressionante faceva sì che le anche le bucassero la pelle, dimostri ora nell’aspetto quella bellezza che è il segno interiore della vita, della giustizia: l’essere giusti. Così quella vittoria della vita contro la morte si legge nell’ultimo libro di Amos Oz, ‘Finché morte non sopraggiunga‘ o nella prossima conferenza del Meis che si svolgera il 22 gennaio quando Daniel Vogelmann, il proprietario della casa editrice Giuntina parlerà del libro che ha scritto su suo padre ‘Piccola autobiografia di mio padre‘: “Mio padre Schulim mi ha sempre raccontato poco della sua vita, e non solo riguardo alla sua prigionia ad Auschwitz. Certe cose, poi, le ho sapute soltanto molti anni dopo la sua morte, come, per esempio, che c’era anche lui nella lista di Schindler. E io, purtroppo, non gli ho mai chiesto nulla, anche perché è morto quando avevo solo ventisei anni. Qualcosa, però, è giunto miracolosamente fino a me, e così ho scritto questa piccola autobiografia per le mie nipotine. Ma non solo per loro“. Ecco. Il silenzio cessa. Testimoni e ricordi si fanno parola dopo il terribile silenzio di chi sapeva che non poteva raccontare l’indicibile. Alla faccia dei negazionisti che anche in Italia rifiutano dalle cattedre universitarie che ricoprono, parole della Segre, la Shoah.

Così, ritornando al mio consueto lavoro senza più timore che la parola ‘intellettuale’ mi sia scagliata in faccia e riprenda quindi il suo significato primitivo, aspetto nel crepuscolo del giorno conforto e sollievo dalla cultura, comunque essa si esprima, sfrondata da toni urlati e da minacce politiche.

scrooge

DIARIO IN PUBBLICO
I doni della Befana

La farsa ‘regalizia’ si sta per concludere. Folle assatanate, me compreso, corrono (per fortuna) a comprare, con un sorriso apparentemente dolce e comprensivo sulle labbra mentre allungano 10 cent al ‘negro’ di guardia fuori dai supermercati o ai ragazzi che forsennatamente suonano per raccattare qualche soldo. Per fortuna le librerie traboccano di acquirenti, mentre vengono scaricati a ritmo continuo copie su copie de ‘L’amica geniale’ e io, quasi di nascosto, prendo un volume dalla pila intatta di ‘Tunnel’ di Yehoshua, anzi due, per regalarlo ad amici intelligenti. Alla tv m’imbatto fortunosamente in un film bellissimo ‘L’uomo che inventò il Natale’, dove si racconta la nascita di un capolavoro ‘A Christmas Carol’ di Dickens. Mai letto. Lo trovo in libreria e comincia così la mia lettura natalizia, mentre Scrooge popola i miei giorni nella rancorosa e ingrata ‘Ferara’. Non riuscivo, fino a oggi, a capire uno dei temi fondamentali della poetica di Bassani: conoscere Ferrara lo puoi fare standotene fuori. Purtroppo per me ci sono tornato; così Ferrara ineluttabilmente si è trasformata in ‘Ferara’. E ne ho pagato le conseguenze. D’altronde nel continuo flusso del tempo, quando cerchi di afferrarli, per capirne il senso, le cose, le persone, i problemi cambiano. Di ora in ora. E tu rimani lì col dito sulla tastiera a battere una parola, un pensiero che nel flusso della scrittura ti si cambia, diventa un fantasma coì come nella notte fosca Scrooge vede transitare nel cielo i fantasmi di tutti i Marley col carico delle loro colpe.

A questo punto come sarà il tempo dell’attesa? Chi ringraziare? Chi evitare?
Probabilmente non basterà il computo dei giorni. Perciò è ora di tirare i remi in barca; di ammettere anche se non lo vorrei che ciò che ho fatto – se l’ho fatto – per questa città dura, come scrive Malherbe, l’“espace d’un matin”:
Mais elle était du monde où les plus belles choses
Ont le pire destin,
Et rose, elle a vécu ce que vivent les roses
L’espace d’un matin.

Ma lei era di quel mondo dove le più belle cose
Hanno il peggior destino,
E rosa, lei ha vissuto quel che vivono le rose
Lo spazio d’un mattino.

E’ certo che comunque, secondo la regola democratica, ogni movimento o scelta o condivisione debba passare sotto l’implacabile legge del controllo politico. Vale ancora questo principio? L’attuale situazione italiana sembra metterlo in dubbio e fortemente. Perfino quella parte a cui sempre mi sono rivolto vacilla ed emette ‘suspiria’ strani, incomprensibili. Specie in città.
Che fare allora?
Rinunciare a un ruolo pubblico, ammettere che le tue idee servono solo se vengono accettate dal sistema? E’ così che accade per l’economia, per l’accademia, per la società, così che il nostro lavoro di maestrini dalla penna rossa deve essere in qualche modo subordinato o perlomeno approvato. Potremo meritarci in tal modo la condanna e il titolo tra il dispregiativo e l’inutile di ‘intellettuali’.
Cercherò di rallentare gli interventi pubblici, di concentrarmi solo su eventi fondamentali, di ritirarmi nella mia arca di studioso. In attesa poi che un pollice verso che arriva dall’alto dei cieli politici tenti di rendere inutile anche ciò che mi pertiene.

Così tra poco arriva la Befana:
La befana vien di notte
Con le scarpe tutte rotte
Se ne compra un altro paio
Con la penna e il calamaio

Chissà se, diventato Befanone saprò comprarmi anch’io un paio di scarpe (culturali) con la penna e il calamaio?
A ‘Ferara’ l’ardua (si fa per dire) sentenza.

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