Tag: curiosità

ufo astronave pianeta

Saperi, futuro e destino umano

 

L’8 luglio Edgar Morin [Qui], uno dei più grandi intellettuali contemporanei, raggiungerà il traguardo del secolo. Troppo complesso per essere preso sul serio, lui iniziatore del pensiero complesso, della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi a cui siamo ancora abbarbicati, semmai rivendicata come merito del passato da una scuola incapace di preparare al pensiero della complessità.

La conoscenza è avventura e la scuola è parte del territorio in cui vivere questa avventura, in cui apprendere a conoscere e a ri-conoscere la conoscenza. La palestra in cui esercitarsi fin da piccoli alla metacognizione, a interrogarsi, a nutrire la curiosità, a inseguire lo stupore.

Il compito dell’istruzione non può ridursi all’angustia di formare cittadini da integrare nella società presente, né in ipotetiche società future, le categorie pedagogiche degli Stati-Nazione, come le pedagogie progressive del Novecento, hanno fatto il loro tempo.

Morin ci rappresenta il nostro pianeta come una nave spaziale, che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto e dove nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica impongono alla umanità una comunità di destino, non c’è possibile futuro che valga la pena costruire se non riscoprendo la centralità di ogni donna e di ogni uomo, la centralità dell’intelligenza, la centralità del pensare oggi per il futuro.

In gioco non è l’integrazione culturale nella propria comunità, in gioco per tutti, da ogni lato della Terra, è la vivibilità del futuro. L’asfittico obiettivo dei sistemi scolastici nazionali è soppiantato dal ben più impegnativo e difficile compito di attrezzare le giovani generazioni a vivere un futuro vivibile. L’Agenda 2030 dell’Onu è lì a ricordarcelo in ogni istante.

In questo orizzonte sa di anacronistico brandire la difesa dell’ora di lezione, della cattedra e delle discipline, come un Don Chisciotte che insegue i suoi fantasmi, come il soldato giapponese che non si arrende, perché non crede che la guerra sia finita. Il tempo è scaduto da tempo e la conseguenza è non aver provveduto a farsi la cultura necessaria al ritorno alla realtà.

Da Introduzione al pensiero complesso  a La testa ben fatta, dal Manifesto per cambiare l’educazione, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro, ormai sono più di trent’anni  che Morin ci invita a riflettere sullo stato attuale dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. A richiamare soprattutto quanti hanno in mano le sorti delle future generazioni, come gli insegnanti, a prendere consapevolezza che la posta in gioco sono i nuovi problemi prodotti dalla convivenza umana, da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le malattie di tutte le società umane.

Una riforma dell’insegnamento è indispensabile per poter affrontare queste sfide, a partire dalla riflessione sullo stato dei saperi frantumati in singole discipline, quando la complessità per essere indagata richiede la capacità di collegare e praticare ambiti di sapere tra loro apparentemente distanti, ma il cui dialogo, mai intuito prima, ora si manifesta prezioso per la risoluzione dei problemi, per rendere prevedibile ciò che i paradigmi precedenti ritenevano imprevedibile.

Umanesimo e scienza, che ancora non siamo in grado di far comunicare, di contaminare nei curricula dei nostri percorsi scolastici, come se i tempi di Vico non fossero mai tramontati, come se il crocianesimo continuasse ad essere radicato nel DNA dei nostri studi. Occorrevano le vicende di questa pandemia inattesa a svelare l’impreparazione della scienza a comunicare e la nostra incapacità a misurarci con le certezze ‘incerte’ proprie della scienza.

La riforma dell’insegnamento è il nodo che ancora non abbiamo sciolto. Un nodo che richiede di non cessare di interrogarsi, perché la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive, l’avvento della pandemia ha certo aiutato a sgombrare le menti da ogni dubbio.

Eppure quando si innalzano peana a celebrare l’afflato erotico che abbatte le distanze tra cattedra e banco, tra docente e discente, l’impressione è di vivere in un paese in cui intellettuali e sistema formativo sono fermi al passato, non siano in grado di comprendere il presente e, tanto meno, di leggere il dopo.

Morin ci propone di porre alla base della riforma della scuola, del mestiere della scuola che è l’istruzione, il pensiero complesso, une tête bien faite. Qualcosa di più difficile, di complesso, appunto.

Insegnare a vivere. Dovevamo attrezzarci per far apprendere ai nostri studenti come si vive, ma non qui ed ora, bensì nel luogo che ancora non c’è. Una sfida da capogiro, di fronte alla quale ci siamo ritirati, trastullandoci con i banchi a rotelle e con la Dad che non è scuola. Ripiegati sui noi stessi, rispecchiati nelle certezze del passato, ci è scomparsa la cognizione del futuro, che chi ha creature da crescere non dovrebbe permettersi di perdere, ma questo è quello che è accaduto. Il dopo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro vita futura come uscirà attrezzata dalle nostre scuole? Piena dell’ira d’Achille, degli atri muscosi e dei fori cadenti, ma vuota dell’imprevedibile, del novus che è sempre stato il modo del ‘moderno’.

Da sempre la missione dell’educazione è insegnare a vivere, ma è un conto farlo per vite già confezionate, altro per vite ancora da confezionare.
Morin ci suggerisce di porci una domanda che non ha spazio nei nostri programmi d’insegnamento e che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa essere umano?
Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri, ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano.

E qui entra in gioco il sistema di conoscenze e dei saperi di cui le nostre scuole sono depositarie. Altro che centralità della lezione, quella lezione rischia di divenire tossica, perché a fronte della realtà che le nostre ragazze e i nostri ragazzi si troveranno a vivere, il sistema delle conoscenze che le nostre scuole trasmettono è ancora troppo debole. E se debole non aiuterà certo i nostri giovani a cogliere le carenze dei loro pensieri, i buchi neri della loro mente, che rischiano di rendere invisibile la complessità del reale.

Il pericolo è che dalle nostre scuole escano giovani costretti ad affrontare il futuro a mani nude.

Da questa pandemia abbiamo appreso che non è solo la nostra ignoranza ad aver ostacolato la comprensione di quanto è accaduto, ma soprattutto l’inadeguatezza delle conoscenze di cui disponiamo. I buchi neri nella nostra mente confermano che il nostro sistema di saperi e di pensiero non è in grado di rispondere alle sfide della complessità.

Allora non abbiamo bisogno di docenti e di intellettuali che sottoscrivono manifesti, ma di intellettuali e professionisti della cultura, in grado di promuovere una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di formare insegnanti e studenti a pensare la complessità.

Siamo in ritardo e il tempo non attende, il futuro imprevedibile è in gestazione oggi.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Quattro curiosità sul Natale

Approfitto dell’uscita settimanale della rubrica “Immaginario” per fare i più sentiti auguri a tutti i lettori e per raccontare quattro curiosità sul Natale.

1)Le origini del panettone
La storia della nascita del celebre dolce natalizio sfuma con la leggenda; sono due le storie che godono di maggior credito:

–Messer Ulivo degli Atellani, falconiere, abitava nella Contrada delle Grazie a Milano. Innamorato di Algisa, bellissima figlia di un fornaio, si fece assumere dal padre di lei come garzone e provò a inventare un dolce: con la migliore farina del mulino impastò uova, burro, miele e uva sultanina, per infornare poi il tutto. Fu un grande successo e qualche tempo dopo i due giovani innamorati si sposarono e vissero felici e contenti.
–Il cuoco al servizio di Ludovico il Moro fu incaricato di preparare un sontuoso pranzo di Natale a cui erano stati invitati molti nobili, ma dimenticò il dolce nel forno e quasi si carbonizzò. Toni, uno sguattero, gli venne in aiuto e propose una soluzione: con quanto era rimasto in dispensa (farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta) quella mattina aveva preparato dolce. In assenza di altro, si poteva portare quello in tavola. Il cuoco acconsentì titubante e si mise dietro una tenda a spiare la reazione degli ospiti. Tutti furono entusiasti e al duca, che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò il segreto: «L’è ‘l pan del Toni». Da allora è il “pane di Toni”, ossia il “panettone”.

2)Perché ci si bacia sotto il vischio
Rintracciamo le origini di questa usanza nel mondo dei Celti.
La dea Freya, protettrice dell’amore e degli innamorati, era una tra le spose di Odino. I due ebbero come figlio Baldr, il quale era bello, buono e amato fra le divinità. Sua madre decise di proteggerlo chiedendo aiuto agli agenti naturali (Aria, Terra, Acqua, Fuoco), alle piante e agli animali. Tuttavia si dimenticò di rivolgersi al vischio, proprio perché quella pianta non viveva né in cielo né in terra e non sembrava pericolosa.
Fu così che il dio maligno Loki costruì un dardo appuntito proprio con il vischio e lo usò come arma per uccidere Baldr. Freya si mise a piangere sul cadavere del figlio, le sue lacrime diventarono le bacche perlacee del vischio e Baldr tornò in vita. Da allora Freya ringrazia chiunque si scambi un bacio passando sotto al vischio, dandogli la sua protezione nella vita amorosa.
Questa storia è sopravvissuta nei secoli fino ad influenzare la tradizione natalizia, secondo la quale baciarsi sotto al vischio è simbolo di amore e fortuna. In effetti, uno dei significati del Natale è anche questo: ricordarsi che ciò che vale di più nella vita non sono tanto le cose, ma le persone che amiamo!

3)La prima canzone cantata dallo spazio
Il 16 dicembre 1965, i due astronauti Walter Schirra e Thomas Stafford partirono a bordo della Gemini VI per concludere il primo attracco della storia ad un’altra navicella, la Gemini VII. Una volta attraccati, presi dall’euforia, fecero uno scherzo alla stazione di comando, lasciando un messaggio secondo il quale avrebbero avvistato un UFO. Dopo aver svelato la verità, intonarono la celeberrima Jingle Bells con l’ausilio di un filo di campanellini. In questo modo, proprio il famoso motivetto natalizio divenne la prima canzone cantata al di fuori dell’atmosfera terrestre.

4)Il più grande regalo di Natale
Si tratta della Statua della Libertà. Ideata e realizzata tra il 1880 e il 1886 da Frédéric Auguste Bartholdi, con la collaborazione di Gustave Eiffel che ne progettò gli interni, fu donata dai Francesi agli Stati Uniti d’America nel periodo natalizio come segno di amicizia tra due popoli e di commemorazione della Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta un secolo prima.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Specchio, specchio delle mie brame…

Con chi vi confidate? Amici o perfetti estranei. Nickname e Riccarda, nella puntata precedente di A due piazze, hanno ragionato su cosa sia meglio (e più autentico) fare. Una lettrice ci scrive.

Specchio, specchio delle mie brame…

Cara Riccarda e caro Nickname,
Lo sconosciuto a cui ci raccontiamo è il nostro specchio psicologico, il nostro saggio grillo parlante sulla spalla. Lo sconosciuto mostra la strada della coerenza, dell’equità, dell’onestà emotiva, dell’Eden dei sentimenti… Non so voi ma io ho dato ferie al mio animaletto ed ogni tanto scendo nel purgatorio di chi mi conosce e che è in grado di rimescolarmi nel profondo.
S

Cara S,
Quello sconosciuto di cui parli, così lucido e onnisciente, non mi piace per niente. Dalle ferie passerei direttamente alla quiescenza.
Riccarda

Cara S,
È proprio il fatto di non conoscermi che me lo fa scegliere come confidente. Il grillo di cui parli tu mi conosce fin troppo bene e fa il fenomeno: mi riempie di consigli non richiesti. Peccato che non abbiano mai a che fare con quello che io voglio, ma con quello che gli altri si aspettano da me. In questa speciale abilità non ho bisogno di consigli, quindi… aspettativa a tempo indeterminato per lui. Se mi riuscisse, sarei un signore.
Nickname

La rubrica ‘I Dialoghi della vagina’ va in vacanza, vi aspettiamo mercoledì 22 gennaio per riproporre nuove storie, domande e riflessioni. Buone feste a tutti!
Riccarda e Nickname

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Confidarsi con l’estraneo…

La confidenza e l’intimità, secondo Nickname, fanno rima con prevedibilità. Ma è sempre così? Dialogo A due piazze fra Riccarda e l’amico Nickname sull’affidarsi a chi non sa nulla di noi .

N: E’ curioso. Quando penso di conoscere del tutto una persona, quando so in anticipo cosa mi risponderà, quando vedo in anticipo la piega di tacita disapprovazione che le si disegnerà sulle labbra, quando la sua prevedibile reazione segnalerà anzitutto la mia, drammatica, prevedibilità, sarà allora che perderò ogni confidenza con lei. La confidenza e la conoscenza diventano allora in proporzione inversa: più conosco una persona, meno le parlo. Meno la conosco, più mi confido. Quest’ultimo rischio contiene un elemento di assurdità: per quale motivo confidarsi con una persona sconosciuta? Credo sia una forma vile di rischio: le persone sconosciute non ci giudicano.

R: E’ un paradosso che funziona. Con le persone conosciute, crediamo di avere già riempito la nostra sagoma e che non ci sia più spazio, con le nuove conoscenze, invece, abbiamo ancora tutto da dire. Non so in quale situazione siamo più autentici: con chi non sa nulla di noi e ce la possiamo giocare ogni volta ma col rischio di riproporre il nostro modello, oppure con chi sa molto, ma sicuramente non tutto? Ed è in quello spazio lì che, credo, dovremmo rimescolare i discorsi e ammettere che possiamo essere cambiati in qualcosa che all’altro potrebbe essere sfuggito. Non è sempre tutto così drammaticamente prevedibile dell’altra persona.

N: A me capita di mettere la mia intimità nelle mani di sconosciuti, incontrati per caso e scelti per intuito. Io, che sono noto per essere riservato fino all’ermetismo. Io, che sono quello che per intuito non sceglie nemmeno il colore del maglione. Ma forse è solo tirchieria: non mi va di raccontarla a uno che ti chiede 50 euro l’ora.

R: Ecco, vedi? Il tuo ermetismo, la tua tirchieria, il tuo pensarti così e non ritrovarti più. Per il colore del maglione, tranquillo, la scelta si limita a poche nuances: il tuo incarnato detta legge.

Pensate anche voi, come Nickname, che sia più facile raccontarsi a uno sconosciuto con cui nulla è prevedibile? E nel rapporto di coppia? L’intimità profonda finisce per limitare la voglia di confidarsi?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Liberi di filosofare

Sono trascorsi parecchi anni dall’ultima volta che sono entrato in carcere per insegnare ai detenuti nella mia città. E l’idea di ritornarci da pensionato non mi è proprio dispiaciuta. Si trattava di non tradire la fiducia degli amici e colleghi del Cpia, Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, di Ferrara, e le aspettative del gruppo di detenuti che hanno accolto la proposta della loro insegnante.
C’è un rapporto importante tra il Carcere e la città che è segno di sensibilità, attenzione e maturità, numerose sono le attività e le iniziative animate da tante organizzazioni e da tanti volontari che fanno della nostra città una città differente, bella e avanti sul piano umano.
Ci mancava la filosofia, non per fare lezione ma per provare a pensare insieme, a pensare i pensieri. I pensieri che non sono sempre quelli che crediamo, che mutano aspetto e consistenza appena da un angolo ci spostiamo ad un altro e la prospettiva non è più quella di prima. Aiutano a capire che la libertà che ci manca non è solo quella preclusa dal carcere, ma anche quella che credevamo di avere e che forse ci è sempre mancata.
Filosofia e libertà vanno insieme, perché la filosofia nasce come atto fondamentale di libertà nei confronti della tradizione, dei costumi e di ogni credenza accettata come tale.
Sembra facile dirlo, ma non lo è più se la popolazione che hai davanti proviene da culture diverse e della propria cultura si fa testimone. Qualcuno difende la superiorità del sacro sulla natura e sulle sue cause, qualcun altro non esita a osservare che se loro hanno un problema ce l’hanno proprio con la libertà.
Ecco, devo stare attento alle parole, lasciare aperti i significati, entrare nei territori con il piede leggero. Ma poi rifletto, che di questi tempi forse le reazioni sarebbero pressoché le stesse anche fuori di qui.
Gli presento come compagna dei nostri incontri la nottola di Minerva, che “spicca il volo sul far del tramonto” ci ricorda Hegel, è come dire che finiamo sempre per capire quando ormai è troppo tardi, monito di un certo peso che accomuna tutti dentro e fuori dal carcere.
Per la filosofia siamo tutti uguali, detenuti o meno, perché nessun uomo possiede la sapienza, deve cercarsela e la filosofia è uno strumento che si offre per aiutarci in questo. La filosofia è l’amicizia con il sapere, scegliere di avere il sapere come amico. È un amico non facile da trovare, ma l’uso del pensiero e della ragione possono aiutarci a cercarlo. Allora ecco le parole che all’inizio della sua “Metafisica” Aristotele mette a nostra disposizione: “Tutti gli uomini tendono per natura al sapere”, dove “tendono” vuol dire che non solo lo desiderano, ma possono conseguirlo.
Può capitare di sentirci come un coniglio bianco estratto dal cilindro di un prestigiatore, di solito è la sensazione che si prova quando si inizia a filosofare. Bisogna farsi prendere dallo stupore. Stupore è una parola filosofica per eccellenza. Si ripete sempre che agli inizi della filosofia ci sia lo stupore, la meraviglia.
Lo affermano sia Platone che Aristotele, ed è da loro che l’abbiamo appreso. Il meravigliarsi, l’improvvisa sorpresa, il repentino non più comprendere il proprio essere e quello del mondo stimolano a porsi domande che sfociano nella ricerca delle risposte.
Nel dialogo “Teeteto” Platone fa dire a Socrate: “…è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia: né altro inizio ha il filosofare che questo”.
Credo che sia stato lo stupore, lo stato di chi rimane attonito che abbia accompagnato il viaggio compiuto da nocchiero con i miei compagni di avventura, ogni volta presi dal fascino di una narrazione che si è snodata tra mito, cosmologia e ragione. Per poi misurarsi con il conflitto tra ragione e percezione all’interno della caverna platonica di Eros e, in fine, per ritrovare la luce nella logica di Aristotele, fondamento di ogni scienza.
Ai nostri incontri sono mancati altri porti a cui avrei voluto attraccare: l’ Etica: L’arte di vivere; Libertà e necessità: Quanto siamo responsabili?; e, in fine, Felicità ti scrivo: Lettera di Epicuro a Meneceo.
I tempi, le routine della vita in carcere non l’hanno concesso.
Io mi auguro di sostare alla rada in attesa di riprendere il largo, se non io qualche altro nocchiero, perché il viaggio è ricco di promesse.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’altra parte del muro

Il mio amico G. mi parla di muri, capperi e picconi. “… Ma dimmi tu quale muro non presenta un buco, un punto d’appoggio, qualche semplice increspatura che non consenta di provare quanto meno ad arrampicarsi. E questo perché? Per la curiosità e anzi il bisogno struggente di vedere cosa c’è dall’altra parte, di scoprire il lato nascosto delle cose e tutto ciò che di buono o di bello e perfino di ributtante esso può presentare alla vista”.
Caro G., gli rispondo, su certi muri, a salirici in cima, mi sono venute le vertigini di fronte allo spettacolo del panorama, su altri non ho trovato nessuna crepa in cui potermi infilare e sono rimasta a terra. Però hai ragione, lo struggimento ci spinge ad attrezzarci il più possibile e a sfidare l’altezza e la ruvidità, ma rimango dell’idea che i tentativi di scalata non debbano essere infiniti. Tu mi ricordi che se è vero che perdere le sfide fa male e insinua in noi qualcosa di rinunciatario, una inclinazione a lasciar perdere, ad abbassare le braccia, è vero anche che i capperi, a Roma, fioriscono nel tufo.
Lo so che mi vuoi dire che la sfida, il coraggio, la curiosità sono il motore della vita e dell’approccio agli altri, affermi che il muro va affrontato come uno dei tanti ostacoli che troviamo sulla nostra strada o come un nemico, quindi per distruggerlo.
Tu le mie sfide le conosci bene, ce ne sono state di impossibili, muri respingenti che abbiamo guardato insieme provando a vedere se c’era lo spazio anche solo per una pianta di capperi. Quella volta, mentre stavamo mangiando cicoria in una trattoria di Roma, hai provato a fornirmi tutti gli attrezzi, ma poco più di un gradino non sono riuscita a fare di fronte a quel muro. È per questo che ti rispondo che certo ci provo, ma ora riservo un po’ meno tempo e solo quando sento che possa valere davvero la pena. Non è detto che tutti i muri nascondano orizzonti spledidi, a volte si affacciano sul nulla e lo vediamo nel momento in cui li scavalchiamo o li sgretoliamo.
E poi, caro G., per fortuna ci sono anche i muri solidi a cui possiamo appoggiarci per trovare un po’ di riparo.

Voi come ve la siete cavata con barriere, ostacoli insormontabili, pareti ruvide o scivolose?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Occorre filosofia

Ai giovani non resta che prendere la vita con filosofia, visto che non siamo in grado di offrirgli un futuro. A questo intende provvedere il ministro dell’istruzione introducendo l’insegnamento della filosofia negli istituti tecnici e professionali. La divisione di classe gentiliana perpetuata dal nostro sistema formativo fino ai giorni nostri, passa anche attraverso questa discriminazione.
La riflessione filosofica come modalità specifica e fondamentale della ragione umana”, così sta scritto nelle Indicazioni nazionali per i licei, evidentemente non era considerata necessaria a chi è destinato a ruoli subalterni nel mercato del lavoro. Pare che fior fiore di manager da Sergio Marchionne a Rupert Murdoch siano laureati in filosofia.
Ma l’introduzione della filosofia nel curricolo di tecnici e professionali non nasce per fare giustizia di un anacronistico sistema ancora articolato nella luce degli otia studiorum e le oscurità dell’avviamento al lavoro.
Nel 1970 “Fortune 500”, la rivista che pubblica la lista delle maggiori imprese a livello mondiale, citava lettura, scrittura e aritmetica come abilità richieste dal mercato del lavoro, soppiantate nell’edizione del 1999 dal lavoro di squadra, risoluzione di problemi e abilità interpersonali.
Il mercato del lavoro ha bisogno di scuole in grado di sviluppare queste competenze e allora, a vent’anni di distanza, il ministero dell’istruzione scopre che la filosofia, se fatta bene, è un potente strumento per imparare a ragionare, a pensare con la propria testa, a non essere dei semplici esecutori, e, quindi, ne decreta l’ingresso tra le discipline degli istituti tecnici e professionali.
Ben venga, anche se avremmo preferito che le ragioni fossero più nobili e che si smettesse con questo vizio tutto italico di procedere per toppe e aggiustamenti senza mai avere una visione organica, di insieme del sistema formativo. Anche perché gli interventi che si stanno mettendo in campo, dalla riduzione del curricolo delle superiori a quattro anni, alla riforma dell’esame di stato, elemento quest’ultimo a cui in Francia Macron intende legare il nome del proprio governo, fino all’ultima decisione di estendere l’insegnamento della filosofia, sono interventi destinati ad incidere in profondità sul sistema di istruzione del nostro paese.
Viene naturale chiedersi, a questo punto, che senso abbia continuare a mantenere in piedi un sistema formativo ancora distinto in licei, istituti tecnici e professionali, quando, tra l’altro, per attirare più studenti, i licei tendono a tecnicizzarsi e gli istituti tecnici a liceizzarsi.
Un modello di istruzione pubblica fondamentalmente ancora radicato nella rivoluzione industriale che lo ha generato, quando il mercato del lavoro apprezzava puntualità, regolarità, attenzione e silenzio sopra ogni altra cosa, non certo autonomia, capacità di iniziativa e di risolvere in modo creativo i problemi.
Quello delle nostre scuole è ancora un sistema da catena di montaggio, dove gli studenti sono trattati come materiali da elaborare, programmare e testare.
Il modo in cui si apprende nelle nostre scuole non è quello per cui siamo stati progettati, la selezione naturale ci ha progettati per risolvere i problemi e capire le cose che fanno parte della nostra vita reale.
Ciò che conta è la formazione del pensiero, l’abitudine ad usare la mente fin da subito, essere padroni del ragionamento, apprendere a formulare le domande che nutrono la curiosità.
Insegnare a pensare è l’arte maieutica, senza voler scomodare Socrate, per cui viene spontanea una seconda domanda.
Se l’insegnamento della filosofia è così importante per formare al pensiero libero anziché condizionato dagli standard scolastici, perché non iniziarlo prima, quando la mente è più reattiva?
Nel Regno Unito e in Irlanda è in aumento il numero delle scuole che sperimentano con successo l’introduzione della filosofia già nella scuola elementare: aiuta a sviluppare le abilità matematiche e di alfabetizzazione, anche negli studenti più svantaggiati. E così i dicasteri dell’istruzione d’Oltremanica hanno rimesso in discussione il dogma che annovera la filosofia tra le materie specialistiche, destinate ai ragazzi più grandi.
Da noi non mancano esperienze importanti come quella raccontata in “I bambini pensano grande” dal loro maestro Franco Lorenzoni e quelle di alcune scuole romane che hanno portato la filosofia tra i banchi delle elementari.
Sull’incontro tra la filosofia e gli adolescenti esiste un’ampia letteratura da “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder a “Etica per un figlio” di Fernando Savater.
Altra cosa è portare la filosofia dal liceo alle elementari. La sfida vera è questa.
Del resto sarebbe sufficiente interrogarsi sul perché a un certo momento della sua vita Wittgenstein decide di andare a insegnare alle elementari. Forse sentiva il bisogno di confrontarsi proprio là dove i modi di pensare prendono forma.
Insegnare a pensare con la propria testa. Di questi tempi, nulla sembra più rivoluzionario.
Sarà davvero un nuovo giorno quando chiedendo a un bimbo delle elementari cosa ha appreso a scuola egli risponderà: “In classe ho imparato a pensare”.

occhio

Dalle arene alla tv: a ogni epoca il proprio spettacolo

C’è un’insana pulsione che induce molta gente a ‘spiare’ la vita degli altri, come se da questa deprecabile azione dipendesse la propria stessa vita. Un’odiosa propensione che alimenta se stessa, fino a diventare quasi una dipendenza con una forte necessità di continuità. I social sono diventati vie preferenziali per accedere alla sfera privata di ciascuno e subdolo territorio che permette, favorisce e incrementa l’invasione della privacy altrui, con una naturalezza e una leggerezza preoccupanti. Se poi consideriamo anche la tv, allora il fenomeno acquista un’eco enorme, diventiamo tutti insaziabili guardoni, pronti a negare pubblicamente il nostro morboso interesse per l’intimità degli altri.

Sono mediamente 12 milioni i nostri connazionali che hanno seguito e seguono ‘Il Grande Fratello’: non si può ignorare questo dato che, se da un lato ha reso trionfante la produzione del programma, dall’altro fa riflettere seriamente dal punto di vista antropologico e sociale. Stiamo davanti allo schermo fino alle ore piccole, con lo sguardo incollato ai protagonisti della scena tutti più o meno vip che, convinti di offrire grandi lezioni di vita, invidiabili modelli comportamentali e immagini di alta cultura, bellezza e divertimento si muovono h24 sotto telecamere e riflettori per essere ammirati come pesci esotici in un prestigioso acquario, se non idolatrati da una massa che interagisce attraverso i social, proclama consensi o dinieghi, trae conclusioni e spara sentenze. E siccome, in fondo in fondo – ma neanche tanto in fondo – rimaniamo un popolo di moralisti, non ci pare vero poter dichiarare guerra al fedifrago di turno, l’omofobo, l’omosessuale, il bestemmiatore, l’asociale, il fanfarone, il furbastro, lo straniero in suolo italiano, l’italiano con simpatie esterofile, il finto acculturato, il vanesio millantatore, e molte altre categorie su cui sbizzarrirsi ed appiccicare etichette, trasformando il tutto in un grande tiro al bersaglio nel nome di un’etica di cui ciascuno si ritiene sano detentore. Ci identifichiamo o ci dissociamo davanti a questi personaggi, ci infervoriamo, partecipiamo emotivamente a ciò che accade con esultanza o rabbia, spendiamo il nostro tempo a guardare, scrivere i commenti su facebook o twitter, parlarne nella nostra quotidianità come se coloro aldilà dello schermo fossero realmente compagni di vita, guru, persone carismatiche ed esempi da imitare o rifiutare, premiare o condannare attraverso una selezione al televoto.

Cambiano i tempi e a ogni epoca il proprio spettacolo.
Nell’antica Roma lo spettacolo in cui la sovranità del pubblico decretava il diritto di vita o di morte aveva luogo nelle arene e negli anfiteatri. Protagonisti osannati o destinati a morire erano i gladiatori, solitamente prigionieri di guerra, schiavi o condannati a morte, talvolta uomini liberi oberati dai debiti o attratti dalla ricompensa e dalla gloria. Da testimonianze pervenuteci (decreto Tabula Larinas), esistevano anche donne combattenti, le amazzoni, ammesse alla sfida con l’unico vincolo del superamento dei 20 anni di età, ma erano rare. Tutti i gladiatori pronunciavano un solenne e terribile giuramento prima di combattere tra loro o contro tigri, leoni, orsi e perfino coccodrilli e rinoceronti: “Sopporterò di essere bruciato, di essere legato, di essere morso, di essere ucciso per questo giuramento”. Paradossale che attraverso questa promessa il gladiatore potesse trasformare in volontario quello che in origine era un atto coercitivo, imposto, diventando per un attimo un uomo che combatteva per propria volontà. Resta il fatto che chiunque scegliesse di diventare gladiatore veniva automaticamente considerato ‘infamis’ per la legge, perché associato al mondo dei bassifondi e reietti, con la possibilità di diventare però un eroe, lautamente ricompensato, in caso di successo nei combattimenti.
L’esaltazione della massa durante la Rivoluzione Francese raggiunge l’apice dell’intensità durante le esecuzioni di piazza: la morbosa curiosità, l’eccitazione dell’attesa, il brivido del momento in cui cade la testa del condannato rendono animalesche le reazioni, proprio come una belva alla vista del sangue. Una folla urlante in preda al delirio che si accalcava attorno al patibolo accompagnava il macabro spettacolo nel periodo in cui a Parigi si respirava aria di spaventosi massacri. Una scena diventata quotidiana, talmente calata in una costruita normalità che le donne sferruzzavano e cucivano in attesa del momento con una familiarità a-normale. Lo spettacolo pubblico delle ‘messe rosse’ era celebrato su quello che veniva definito l’’altare della patria’ sotto gli occhi avidi di tutti, e non venivano risparmiati neanche i più piccoli. La ghigliottina cessò la sua funzione in Francia solo il 10 settembre 1977 a Marsiglia con l’ultima esecuzione, quella del tunisino Hamida Djanboubi, reo di aver ucciso la sua compagna.

“Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”, si interrogava Charles Bukowski e, detto da uno scrittore dissacrante, disincantato e implacabile come lo è stato, rappresentante di quello che in letteratura viene definito ‘realismo sporco’, contiene una tensione inequivocabile. Torniamo alle nostre poltrone da cui continuare a seguire gli ‘eroi’ di cartapesta del momento, perché tra luci, riflettori, telecamere, microspie, rilevatori e microfoni “the show must go on…”

Domande e risposte…

di Federica Mammina

L’uomo vuole conoscere, vuole risposte, vuole trovare la spiegazione a tanti misteri che ci riguardano. Le domande sono tante, troppe. La nascita della vita, l’evoluzione dell’uomo, il futuro dell’umanità e della Terra, il perché di certi meccanismi mentali e il funzionamento del nostro corpo. E ancora il senso della vita, della morte, la fede, il perché di certi nostri errori, chi voler essere nella vita e come realizzare i propri sogni.
Ognuno ha le sue domande, tante o poche che siano; ognuno ha le sue risposte, tante o poche che siano. Ma sono più importanti le risposte o le domande? Io credo che ancor più di una buona risposta, sia fondamentale una buona domanda. In fin dei conti la risposta che ci appare corretta potrebbe anche solo essere coerente rispetto alle sue premesse, e la logica conclusione di un ragionamento ben sviluppato.
Ma se scoprissimo di porci la domanda sbagliata? Faremmo ancora salva quella risposta?
Una domanda senza risposta. Che almeno sia quella giusta?

“Il compito della conoscenza non consiste soltanto nel rispondere ai quesiti che le rivolgiamo, ma anche nell’insegnare quali domande possiamo sensatamente rivolgerle”
Hans Kelsen

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

SPIRITUALITA’
L’armonia tra scienza e coscienza secondo Angela Volpini, mistica e veggente amica di Pasolini

di Angela Volpini

Scienza e coscienza: è possibile un’armonia? Sì, è possibile, perché sia la conoscenza, base della scienza e della tecnologia, sia la coscienza, sono qualità e attività dell’essere umano, che non dovrebbero essere mai in contraddizione. E quando c’è contraddizione bisogna cercarne le cause perché lo scollamento tra scienza e coscienza potrebbe mettere in gioco la nostra stessa sopravvivenza.

La scienza è il risultato della spontanea curiosità che gli umani hanno verso tutto ciò che li circonda. Dopo l’osservazione e forse anche il compiacimento di trovarsi in un ambiente tanto vario e bello, suppongo che si domandino:
Come posso muovermi in questa immensità?
Che utilità ha per me tutto quello che vedo, sento, tocco?
Chi sono io che vedo?
Faccio parte di quello che vedo, sento, tocco, o sono altro?
E’ qui che può apparire la prima intuizione di essere altro da quello che uno vede e che possiamo chiamare inizio della coscienza di sé. Coscienza di sé che procede attraverso la continua distinzione da tutto ciò che è altro da sé e si pone come riferimento di tutto quello che c’è. E’ così che può mantenere la distinzione fra sé e intuire la relazione che può avere con tutto l’altro da sé fino a riconoscersi soggetto consapevole.
Questo a me pare il normale processo attraverso il quale l’essere umano prende coscienza di sé e delle relazioni con il suo mondo. Se si mantenesse così, apprenderemmo velocemente quello che è buono per noi e per il mondo e non avremmo tanti conflitti e sofferenze.

Potremmo vedere l’evoluzione e la storia umana da un’altra angolazione. Riconosceremmo nella spinta evolutiva la caratteristica della nostra natura in ricerca continua di una qualità umana sempre più libera e sciolta dal peso della necessità. Riconosceremmo la nostra tensione a creare interazioni sempre più godibili fino a capire che ciò che chiamiamo limite in realtà è la possibilità di esercitare la nostra libertà e creatività affinché a questo mondo che ci ha permesso la vita, gli si possa restituire una finalità armonica e infinita come sentiamo di averla dentro di noi.
Potremmo vedere la storia come il risultato della creatività delle generazioni passate che la offrono in dono alle future affinché il processo di umanizzazione sia sempre più facile e veloce. Potremmo ammirare i tentativi che gli esseri umani hanno fatto lungo la storia per affrancarsi dal limite, dal dolore, dalla fatica, fino a scoprire che il bello, il buono, l’armonico sono le condizioni ottimali dell’essere umano per sentirsi a casa e in comunione con il primo umano fino all’ultimo che verrà. Questo e’ il gusto di esserci!
E’ l’angolazione dalla quale si possono vedere le possibilità, le prospettive, le aperture all’infinito per ogni essere umano. E’ il punto di vista dove si può vedere che il desiderio più grande che ogni persona custodisce nel proprio profondo è l’amore. Un amore che è desiderio di comunicazione, di rivelazione del proprio sé e di scoperta dell’originalità dell’altro perché si è compreso che è nella relazione che si può essere felici. Desiderio di armonia non solo con i propri simili ma anche con tutta la natura, l’universo.
Desiderio di pace, di gioia, di gusto della vita. Quando ci si rende conto che quello che accade in noi succede anche negli altri, finalmente possiamo cancellare quell’orribile immagine che abbiamo dell’essere umano. Possiamo riconoscerci nel desiderio di bene anziché nella capacità di fare il male e riconoscere che l’umanità sta camminando verso la propria pienezza e comprendere che questa pienezza è possibile proprio in virtù di quella dinamica evolutiva e di quelle realizzazioni storiche che hanno qualificato la nostra umanità. Possiamo, quindi, pensare che il nostro obiettivo è l’infinito bene: è il divino.
Questo è il punto di vista mistico dove il procedere è sempre dalle possibilità e dalle prospettive che sono profondamente radicate in noi, nella esigenza di dare senso alla nostra vita personale e nel desiderio di godere già di quello che non è ancora ma che sappiamo dipendere da noi.

Possiamo anche riscattare molte delle conquiste umane anche se realizzate senza una intenzionalità di bene perché non ancora coscienti delle conseguenze delle nostre scelte.
Per usare le qualità umane attraverso le quali possiamo agire sia sul mondo sia su di noi, dobbiamo avere intenzionalità buone per tutti. Allora possiamo davvero usare i nostri strumenti per migliorare la qualità della nostra vita come il Creatore ha usato il suo amore per darcela.
Senza intenzionalità buona, e per essere buona deve essere l’espressione della nostra coscienza e della nostra relazione armoniosa e amorosa con il mondo, il nostro agire può essere pericoloso soprattutto per i mezzi poderosi che abbiamo creato.
Questo pericolo ci mette paura e diffidiamo delle qualità umane anziché della intenzionalità perversa con la quale molti ne usano i prodotti. Questo ci impedisce di essere orgogliosi anche delle nostre buone conquiste. Siamo arrivati al punto di temerle tutte, perché, anziché continuare il processo creativo di miglioramento delle realizzazioni, in conseguenza dei disastri ambientali e economici che questo processo ha prodotto, temiamo l’esercizio delle nostre facoltà peculiari tanto da pensare o a un arresto della espansione scientifica o addirittura ipotizzando un processo di decrescita che potrebbe causare il decadimento o la distruzione della nostra civiltà.

Come superare questo dilemma?
La risposta più semplice sta nell’additare la colpa alla malvagità dell’essere umano, ma non è così. La difficoltà nasce dal fatto che non siamo ancora capaci di riconoscerci tanto nel nostro desiderio-esigenza quanto nella nostra capacità creativa. Non siamo ancora capaci di riconoscere la libertà di cui godiamo e la creatività che sempre usiamo come le naturali qualità per farci come il nostro desiderio ed esigenza ci indicano.
Siamo scissi fra quello che sentiamo essere proprio nostro e quello che facciamo per abitare il mondo. La soluzione è metterci in ascolto e dare parole a quello che sorge dal nostro profondo perché è lì che possiamo riconoscere la nostra vera immagine. Una immagine di bontà, di speranza, di comunione che cancella dal nostro sé e dal nostro orizzonte ogni male confermandoci nell’agire sempre come esternazione del nostro desiderio d’amore, di armonia e di relazione.
Finalmente possiamo capire che siamo buoni, perché è solo nel bene, nel bello che ci riconosciamo e stiamo bene. D’altronde già l’arte che ha accompagnato tutto il cammino dell’umanità è una espressione dell’originalità soggettiva che tenta di rivelare al mondo il proprio mondo. E se nell’arte è evidente il desiderio di rivelazione del proprio mondo a tutto il mondo, se osserviamo bene, ogni scoperta e creazione umana hanno come intenzione recondita quella di migliorare la condizione umana, quella di superare i limiti per cui possiamo legittimamente pensarci buoni e non smettere di creare ma difendere le nostre creazioni dagli usurpatori che vogliono finalizzarle al potere di pochi sui molti.
Si può conciliare la scienza con la coscienza e diventare orgogliosi delle nostre realizzazioni se diamo intenzionalità buona al nostro agire e vigiliamo affinché tutto ciò che scopriamo e creiamo sia veramente per il bene di tutti. Dobbiamo difendere la creatività di ogni persona affinché si possa sempre usare per tutta l’umanità.

L’esplosione del sapere scientifico e tecnologico ha coinciso con l’emancipazione femminile. Questa coincidenza mi ha fatto molto riflettere e l’ho avvertita come un punto di svolta di tutta la storia umana. Il mondo, che è riconosciuto solo maschile, si trova a esercitare un potere totale su tutta la natura. Un potere che poteva essere di cambiamento, di realizzazione, finalmente, di un mondo umano, giusto, solidale, bello e invece è risultato prevaricante e strumento dei forti sui deboli, perché ha ridotto la creatività a una razionalità funzionale alle necessità del momento tanto da creare una realtà così complicata e intricata da cui è difficile uscire.
Voglio dire che la creatività di mezzo mondo, quello maschile, non ha potuto trovare il suo compimento positivo. Non l’ha trovata perché era appunto di mezzo mondo solamente. Mi piace vedere che per arrivare a risolvere i problemi che oggi ha il mondo, è necessario il contributo dell’altra metà.
Un contributo che non si basa più solo sulla curiosità di conoscere e di creare realizzazioni potenti, ma non orientate, bensì anche sul contributo della donna che è la speranza di un mondo dove sia possibile vivere relazioni d’amore. Per questo la donna ha continuato a essere madre. Madre di figli veri, e soprattutto madre dell’umanità possibile. Adesso è arrivato il tempo di unire la speranza di una umanità possibile che è la connessione diretta tra il desiderio di bene custodito nel cuore delle donne con le capacità realizzative sviluppate dagli uomini e decidersi di costruire veramente il nostro mondo.
Un mondo d’amore e di giustizia affinché i nuovi nati possano guardare la vita non partendo dai limiti ma dalle possibilità, dalla fiducia e non dalla paura, e poter riconoscere in ogni essere umano la novità originale che ognuno è.
Questa congiunzione sana le scissioni e le ferite e ci permette di riconoscere nella nostra capacità di amare e di creare la somiglianza con il nostro Creatore che ci ha dato l’ambiente per la vita e che noi possiamo trasformare nell’ambiente dell’amore per la felicità di tutti.
Questa dovrebbe essere la nostra creazione e il nostro grazie per l‘Amore originario.

Cenni biografici sull’autrice:
Angela Volpini è nata nel 1940 a Casanova Staffora, paesino dell’Oltrepò Pavese in provincia di Pavia. Il 4 giugno 1947 fu protagonista di una straordinaria esperienza mistica (il primo di ottanta episodi che si sono ripetuti ogni quattro mesi fino al 4 giugno 1957). In un periodo particolarmente turbolento quelle apparizioni mariane diventarono oggetto dell’appetito dei media dell’epoca e della curiosità popolare fino ad attirare in quei luoghi circa 300.000 persone in un giorno. Tale esperienza suscitò grande interesse anche in molti intellettuali come Pier Paolo Pasolini, Gianni Baget Bozzo e Raimon Panikkar, che di Angela diventarono, per qualche tempo, compagni di viaggio.
Oggi Angela continua instancabilmente a diffondere il messaggio che ha avuto in dono e poi elaborato nel corso di una vita: riconoscere il divino che è dentro di noi, diventare consapevoli delle proprie infinite possibilità di sviluppo, dare senso alla propria vita attraverso la relazione con l’altro e l’esercizio della creatività e della libertà. Un messaggio forte, capace di dare speranza al futuro e futuro alla speranza.

LA CURIOSITA’
Fenomenologia di Halloween

Che cos’è Halloween, la storia della festa pagana, le radici celtiche, l’Irlanda, le migrazioni nel nuovo continente lo spiegheranno le insegnanti ai ragazzi nell’ora di inglese. Nell’universo adulto di questa festa c’è ben altro, l’esperienza del fenomeno della notte delle streghe, superati i 20 anni, è una cosa diversa. Dopo la crisi delle zucche ferraresi intagliate e marcite in 48 ore, gli strani gadgets anni ’80, le orde di ragazzini urlanti che bussano alle porte di ignari condomini per chiedere “dolcetto o scherzetto??” e ragnatele decorative a casa degli amici, Halloween si affaccia sui media… ed è subito festa.

Lo hanno battuto le agenzie e non possiamo ignorarlo: Halloween 2015 avrà il suo asteroide, soprannominato Spooky (spettrale) perché questa pietruzza galattica si avvicinerà a 480.000 km dalla Terra sabato 31 ottobre. Spooky sarà visibile anche dall’Italia, nella zona della Cintura di Orione, intorno alle 18, tenendo presente però che sarà basso sull’orizzonte, che nel cielo ci sarà la luna in fase calante e che i lumini delle zucche creeranno un peggioramento dell’inquinamento luminoso nelle città. Scoperto il 10 ottobre 2015 dal telescopio Pan-Starrs-1 del Panoramic Survey Telescope and Rapid Response System, il suo nome ufficiale è 2015 TB145, ha un diametro di circa 500 metri e sarà individuabile dall’Italia con un telescopio anche di piccole dimensioni.
Dopo i banali anatemi e le minacce di scomunica da parte di parroci di mezza Italia per chi festeggerà Halloween, in provincia di Napoli, invece, la notte delle streghe verrà trasformata in una veglia di preghiera contro “la festa delle tenebre”, come pare abbia la abbia definita un parroco di Portici. Secondo quanto riporta il quotidiano “il Mattino”, don Gianluca – questo il nome del promotore della manifestazione – ha spiegato anche che  la sera di venerdì 30 presso la sua parrocchia si terrà un evento speciale dedicato ai bambini: è stato chiesto alle famiglie dei partecipanti che i piccoli siano vestiti da santi e, al momento, Giovanni Paolo II, Francesco d’Assisi, san Pietro apostolo sembrerebbero i costumi più gettonati, anche se sono attesi molti San Ciro, santo protettore del Comune in questione.
Per gli amanti della festa scegliere un costume adeguato per i party più cool non è e non sarà mai un problema, dalla classica infermiera sexy sgozzata al sempreverde Freddy Krueger c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma dagli Usa – che sono da sempre forieri delle più incredibili mode – arriva il dicktat trendy dell’anno: bisogna mascherare anche i propri animali domestici. Che si tratti di un cane, di un gatto o di un criceto non conta: non sarà Halloween se Fido non avrà il suo costume apposito, prestando attenzione “Perché i costumi devono essere divertenti per noi ma soprattutto comodi e sicuri per loro”, come ammonisce il settimanale Vanity Fair.
Passiamo alle immancabili zucche intagliate. Inutile provare a fare le facce di Jack o’ Lantern con quelle ferraresi, servono quelle di una qualità specifica e c’è chi ne ha fatto un business rilevante, come raccontato su Repubblica.it qualche giorno fa. Parliamo dell’ imprenditore Marco Bianchi, ventiseienne della provincia di Rimini, che coltiva 180 tipi di zucche, la maggior parte delle quali vengono vendute in rete ed esportate negli Stati Uniti. Da non credere. Ma non è tutto oro ciò che zucca: a Peschiera del Garda la Guardia di Finanza ha sequestrato un carico di accessori per i travestimenti di Halloween non conformi alle regole della comunità europea e fra questi decine di cucurbitacee, come riportato dall’Arena.it, perché non contrassegnate dal bollino CE. Una menzione speciale va però a tutti gli agricoltori e i piccoli commercianti di verdura che in questi giorni stanno tentando di fare pubblicità alle zucche da intagliare: in tempi di vacche magre ci si inventa di tutto e le grafie distorte della parola Halloween non si contano più. La più applaudita resta sicuramente quella delle “Zucche di aulin” (foto tratta da facebook).
Attenzione: la giornata di Halloween si sovrappone all’ultima giornata di Expo e l’organizzazione ricorda che non sarà possibile l’accesso ai visitatori travestiti, nemmeno se intendono partecipare ad Expo by night, la festa di chiusura.
Infine, facciamo un salto nel vile materialismo dei nostri tempi: secondo le stime del Codacons quest’anno la spesa complessiva che gli italiani sosterranno tra serate a tema nei locali, travestimenti, decorazioni e gadget, si aggirerà sui 306 milioni di euro, in aumento rispetto al 2014 (+2%) e coinvolgerà circa 10 milioni di persone. Fatti due conti la spesa media sarà di quasi 31 euro a persona; di questi, a quanto pare, due terzi saranno investiti in iniziative per i bambini e ragazzi. Codacons dice anche che tutto questo rappresenta solo la metà di quello che si spenderà negli Usa, come se questa precisazione potesse in qualche modo sollevarci dai sensi di colpa di paese in crisi economica.
Ma cosa attira gli adulti italiani di questa festa che non sa di cibo, non ha odori, non riconosce ricordi di musiche e non evoca ricordi di bambino? Lo scrittore e sceneggiatore Stephen King scriveva che “Halloween è il giorno in cui ci si ricorda che viviamo in un piccolo angolo di luce circondati dall’oscurità di ciò che non conosciamo. Un piccolo giro al di fuori della percezione abituata a vedere solo un certo percorso, una piccola occhiata verso quell’oscurità.”, riferendosi essenzialmente ai suoi concittadini americani. E noi? Sarà mica che siamo diventati davvero un popolo di santi, poeti e festeggiatori?

10-donne-russia

Il potere è donna: top ten
delle più creative di Russia

da MOSCA – Ci sono tante donne interessanti nel mondo, ci sono tante creative, anime fantasiose, ricche, curiose, capaci di contribuire alla vivacità culturale di città e nazioni. Ci sono musiciste di talento, bravissime artiste, belle modelle, competenti direttrici di musei, abili registe, ottime sceneggiatrici, fantasiose costumiste, decise produttrici televisive e cinematografiche.
Ce ne sono tante, tutte da scoprire. Le donne russe non fanno eccezione, negli ultimi anni hanno occupato sempre di più la scena culturale di un paese che alle donne lascia molto spazio. Abbiamo percorso la storia e la strada di alcune di esse (dieci), donne che stanno dando forma a un nuovo futuro creativo della Russia, con forza, energia e grande determinazione.

10-donne-russia
Olga Sviblova

Prima tra tutte incontriamo Olga Sviblova, definita la gran dama del mondo delle gallerie moscovite (o la zarina della cultura russa), direttrice del Multimedia Art Museum Moscow. Riconosciuta da Vogue come nuova icona russa dello stile e guru della fotografia, Olga è cresciuta a Mosca al tempo di Breznev. Dopo un dottorato in Psicologia dell’Arte, dal 1987 al 1995, è stata autrice e regista di documentari, fra cui i premiati “Krivoarbatski Pereulok, 12”, sull’architetto russo Konstantin Stepanovič Mel’nikov, “The Black Square” sull’arte dell’Avanguardia russa (1953-1988). Dal 1996 al 2009 ha curato oltre 500 mostre di artisti russi in Russia e all’estero. Dal 1997 al 2008, è stata direttrice artistica di vari festival di fotografia. Nel 2007 e nel 2009 è stata responsabile del Padiglione russo all’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. Una donna che non si ferma mai.

10-donne-russia
Marina Loshak

Per restare nel mondo dei grandi musei, Marina Loshak, nel mese di giugno 2013, è stata nominata direttrice di uno dei maggiori musei russi, il Museo statale Pushkin delle Belle arti, al posto della già nota e tenace Irina Antonova. Marina, che è anche membro del comitato di esperti del famoso premio Kandinsky, ha guadagnato grandi consensi per l’organizzazione dello spazio espositivo del prestigioso Maneggio, al centro di Mosca. Decisa.

10-donne-russia
Alina Saprykina

Alina Saprykina è la direttrice del Museo di Mosca, un progetto che, dal 2008, ha riunito sei dei maggiori musei della capitale, con una grande varietà di mostre storiche. Arrivata in questa importante posizione grazie alla campagna del Ministero della cultura volta a portare nuovi talenti innovativi nelle iniziative pubbliche, Alina si era distinta come fondatrice di Artplay, il centro di design della capitale, considerato un’autentica fucina di talenti. Creatrice di ‘art cluster’.

10-donne-russia
Varvara Melnikova

Varvara Melnikova dirige l’Istituto Strelka per i media, l’architettura e il design ed è membro del consiglio per lo sviluppo dello spazio pubblico della città di Mosca e del World economic forum in Russia. Nel 2013, ha partecipato al lancio del CB Strelka, una divisione dell’Istituto Strelka per la programmazione strategica dell’architettura e degli spazi urbani oltre che degli spazi culturali. Nel 2014, ha creato il team di curatori del padiglione russo dell’Istituto alla XIV Biennale d’architettura di Venezia, ricevendo anche un premio in tale sede. Creativa.

10-donne-russia
Daria Belova

La filmmaker Daria Belova, rappresenta, invece, il talento emergente del paese. Nata nel 1982 a San Pietroburgo, dove ha studiato lingue e letteratura e lavorato come giornalista, Daria, trasferitasi a Berlino per i suoi studi di cinema, ha ricevuto il premio rivelazione 2013 del Festival del cinema di Cannes, mentre era ancora studentessa. Ha, poi, ricevuto numerosi altri premi (fra i quali il riconoscimento come miglior cortometraggio al Düsseldorf Student film festival, all’Ankara film festival o al Magma film festival, tutti nel 2013). Astro nascente.

10-donne-russia
Alina Ibragimova

La violinista Alina Ibragimova, nata a Polevskoy da una famiglia di musicisti, è un talento fin dalla giovane età (ha iniziato a suonare il violino a 4 anni). A 5 anni ha iniziato a frequentare il Gnessin state musical college in Moscow e a 6 anni ha iniziato la sua carriera suonando in varie orchestre, fra le quali quella del Bolshoi. Trasferitasi a Londra con il padre direttore d’orchestra, ha iniziato i suoi studi alla Yehudi Menuhin School. Nel 1988, ha suonato con Nicola Benedetti alla cerimonia d’apertura del 50 anniversario della Dichiarazione dei diritti umani all’Unesco a Parigi; ha frequentato il Royal College of Music, vinto numerosi premi (come la London Symphony Orchestra Music scholarship, nel 2002, o il Royal Philharmonic Society Young Artist Award, nel 2010), suonato concerti con la London Symphony Orchestra, la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, sempre con il suo Anselmo Bellosio del 1775. Stellare.

10-donne-russia
Nina Kraviz

Nina Kraviz è nata a Irkutsk, in Siberia ed è ormai una famosa dj e produttrice musicale affermata. Dopo gli studi da dentista in un’accademia militare, Nina ha lavorato come giornalista freelance fino a quando è stata notata dai produttori della Red Bull Music Academy, nel 2006. Recentemente ha prodotto nuovi dischi ed è impegnata in un tour mondiale. Poliedrica.

10-donne-russia
Natalia Osipova

Natalia Petrovna Osipova, nata nel 1986, è oggi la prima ballerina del Royal Ballet di Londra. Ha iniziato a ballare a 8 anni alla Mikhail Lavrovsky Ballet School e ha completato i suoi studi, fra il 1996 e il 2004, alla Moscow State Academy of Choreography. A 18 anni è diventata membro del corpo di ballo del Balletto del Bolshoi. Dopo di esso, è approdata al prestigioso American Ballet Theatre, come ospite della stagione del Metropolitan. Nel 2011, approda al Mikhailovsky Ballet, ma, ad Aprile 2013, arriva l’annuncio che Natalia è l’étoile del Royal Ballet, dove debutta, a Novembre, in Romeo e Giulietta. Eterea.

10-donne-russia
Natalia Sindeeva

Natalia Sindeeva è l’amministratore delegato della Rain TV, l’unico canale indipendente in Russia. Il canale si è guadagnato la reputazione di poter e saper scrivere su temi sensibili che altri media non hanno il coraggio di trattare. Dalle proteste di strada a Mosca nel 2011 e 2012 fino ai recenti avvenimenti dell’Ucraina, la Rain TV ha sempre mantenuto il suo impegno a garantire un giornalismo libero, preciso, dettagliato, impegnato e forte. Coraggiosa.

10-donne-russia
Natalia Vodianova

Natalia Mikhailovna Vodianova, classe 1982, soprannominata Supernova, è una splendida modella russa, nota anche per la sua filantropia. Nata in un distretto povero di Gorky (oggi Nizhny Novgorod), a 15 anni inizia la sua carriera, trasferendosi a Parigi, due anni dopo. Apparsa sulle riviste di moda più famose (Vanity Fair, American Vogue, British Vogue, Vogue Paris, Vogue Italia, Vogue China, Vogue Russia, Vogue Australia, Vogue Germany, Vogue Turkey, Marie Claire, Elle Magazine, Allure, Glamour magazine, Cosmopolitan, Harper’s Bazaar, L’Officiel, Grazia), nel 2009 è stata anche designata ambasciatrice dei giochi invernali di Sochi 2014. Ha fondato la Naked Heart Foundation, un’organizzazione filantropica a supporto dei bambini disabili, ispirata dalla tragedia di Beslan. Bella e caritatevole.

corruzione

L’ultima stagione del nostro scontento

Alla luce dei nuovi naufragi del sistema politico e degli scandali che animano questo tramonto della democrazia ripasso mentalmente la tormentata vicenda di 154 anni di unità nazionale, tenendo fermo il 1860 come inizio del processo. E sfilano, lividi di scandalo e di perversa attitudine al male, i protagonisti, infimi moralmente, della nostra storia. I Savoia, Mussolini, qualche presidente della Repubblica, i responsabili di Tangentopoli, Berlusconi e Scajola e Greganti, poi la nuova trionfante stagione dei mestatori dello scandalo Expo che hanno nel nome il segno di un destino, i fratelli Magnoni (la nonna ci insultava quando mio fratello ed io saccheggiavamo la dispensa al grido di “Magnun”!) che incautamente hanno lasciato nel nome la loro specificità.
Bene fecero, ai tempi loro, i fratelli Falsetti che da umili corniciai pratesi hanno costruito una delle più potenti gallerie d’arte cambiandosi però il cognome in Farsetti! Accanto, il livore e la violenza di Genny ‘a carogna, di “Gastone” o del femminicida di Firenze. Ma sembra non bastare. Si chiede fiducia per le istituzioni, s’invocano “le magnifiche sorti e progressive” per ridare fiato alla politica con la frase non so se più incosciente o compiaciuta del Matteo nazionale che chiede alla politica di stare alla finestra in silenzio finché la magistratura abbia eseguito il suo compito.

Mi domando: quale Paese del cosiddetto Occidente ha sopportato e supportato e ha scelto, nella maggior parte dei casi, la deviazione dall’etica, la frode, la violenza come metodo di governo, come in Italia? Centocinquantaquattro anni di unità nazionale la maggior parte dei quali trascorsi a scegliere il peggio. E non mi pare di mancare di fiducia nell’ottimismo della ragione. Semmai lo sposterei su un carico di fiducia nel sentimento. E penso ai bambini. Studi seri hanno dimostrato che la fanciullezza con il suo carico di egoismo e autoreferenzialità, con la mancata conoscenza del limite è la meno adatta a sviluppare il concetto di giustizia e di democrazia se non fossero, quest’ultime, affidate all’educazione e alla famiglia. Dall’altra parte la fragilità dei cuccioli umani rende questi compiti il vertice della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Non sapremo se da quei visi, da quelle menti, da quelle persone sbocceranno Einstein, Marguerite Yourcenar, Picasso oppure il mostro di Firenze o Pol Pot o qualche dittatore. O più semplicemente persone “normali” Ecco il punto.
Qual è il senso e il significato di “normalità”. Cos’è per il comune sentire la “normalità”? Lavorare con impegno durante la settimana per poi esprimersi in curve sud della violenza? Rispettare le leggi e nello stesso tempo essere indifferente alle tragedie degli altri? Comportarsi come in una riunione di condominio che nella mia, per fortuna brevissima esperienza, è il luogo specifico della banalità dell’egoismo? Si risponde di solito a questi interrogativi contrapponendovi il concetto di “eroismo”. Ma l’eroismo è di sua natura eccezione e non normalità. A meno che non si dia finalmente credito all’eroismo della normalità linfa e nutrimento della crescita della civile convivenza e quindi della possibilità di attuare la democrazia. Ma finché si irride o si truffa questa esigenza non saremo mai nazione, Stato, popolo.

Nella mia lunga carriera di docente nulla ha potuto paragonarsi all’esperienza che ho avuto qualche giorno fa con bambini di terza e di quarta elementare. Mi era sfuggito di mente che in tempi lontanissimi mi ero diplomato maestro e che questa condizione si era rafforzata nell’attenzione alla “didattiha” secondo la gorgia fiorentina a cui m’incitavano i colleghi pedagogisti del Magistero fiorentino. Naturalmente, come si richiede a un critico à la page – come mi ritenevo a causa della mia malattia non curabile: la pavonite – la propensione alla didattica era lontanissima dal mio progetto d’insegnamento. Insegnare – e tenacemente ho perseguito questo che è stato per me il primo comandamento – significava e significa prendere coscienza e consapevolezza del metodo. Solo se ci si rende conto che il progetto e il metodo stanno alla base di qualsiasi curiosità o passione, questa sì era ed è la mia didattica. In questo modo la parola non può essere mistificata così come il pensiero. Sta dicendo Papa Francesco in questo esatto momento la scuola apre la mente alla realtà. Un pensiero che può essere accettato e fatto proprio dalla laicità perché la realtà non è questione di fede ma di conoscenza. Il massimo grado della realtà è quello che viene veicolato dalle forme d’arte e d’espressione del pensiero primo fra tutti la poesia E la realtà e verità e non menzogna come ci hanno contrabbandato coloro che così male hanno preso le redini di questo paese trasformandolo nelle montaliane Stalle d’Augia tra lo strame dell’inganno e del profitto illecito.

L’esperienza con i bambini mi ha profondamente non dico commosso ma rinforzato nell’idea che un’età preziosa come la fanciullezza va preservata instillando loro il senso della bellezza come realtà. Come disvelamento della verità a cui si devono inchinare le miserie umane comprese quelle politiche. E ricordando il bacio sulla mia pelata deposto dai piccoli ascoltatori chiudo infastidito la televisione dove un urlante Grillo istiga alla violenza verbale e al disconoscimento della realtà intesa come metodo ed etica del vivere quotidiano.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi