Tag: danza contemporanea

TEATRO COMUNALE
Il balletto della pandemia, prima nazionale a Ferrara

 

Il lockdown che come per incanto ha infilato uffici e redazioni tra telecomandi e playstation dei nostri tinelli, per sei bei giovani ballerini e sei belle giovani ballerine ha trasformato salotti e monolocali nella porzione di una grandiosa e frastagliata sala prova, disseminata probabilmente tra l’Olanda, il Belgio, l’Italia. Mentre io mi districavo tra le e-mail d’ufficio e le varie richieste di servizio annunciate dalle notifiche di WhatsApp, loro volteggiavano lievi e tenaci sotto le webcam accese. A fare della pandemia il filo conduttore di un ambizioso spettacolo è “Blasphemy Rhapsody – La volubilità delle certezze”, andato in scena al Teatro Comunale di Ferrara sabato 6 novembre 2021 in prima nazionale.

Emio Greco in scena al Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Questo è l’appuntamento che ha visto Ferrara accogliere il debutto italiano del nuovo lavoro firmato dal danzatore e coreografo Emio Greco insieme con il regista olandese Pieter C. Scholten, a conclusione del “Festival di danza contemporanea” del teatro Claudio Abbado con protagonista la compagnia di danza olandese Ick Dans Amsterdam.

Victor Swank con Emio Greco e una delle ballerine della compagnia Ick Dans (foto Marco Caselli Nirmal)

Ritmi concitati, sincronici, ma che mantengono rigorosamente distanziati gli uni dagli altri aprono il balletto, che già nella scheda descrittiva viene presentato come uno spettacolo che “nasce in un momento storico – quello della pandemia da coronavirus – in cui ogni certezza sociale, umana, professionale non trovava più alcuna radice in un’unica visione di cultura”.

Emergenza sanitaria raccontata attraverso la danza, dunque, con l’isolamento che ha trovato una via di fuga nel collegamento a distanza. Il riferimento pandemico viene mostrato in maniera quasi documentaria alla fine, quando sulla scenografia di sfondo viene proiettato il mosaico delle schermate con ciascuno dei protagonisti più o meno riconoscibile nelle sagome-video dei danzatori, che piroettano e muovono le braccia in ambienti dall’aspetto assolutamente domestico.

I danzatori dell’Ick Amsterdam sul palco ferrarese (foto Marco Caselli Nirmal)

Tutti i gesti e i movimenti dello spettacolo “Blasphemy Rhapsody” sono del resto così perfetti e, nello stesso tempo, caratterizzati da quell’individualismo che mantiene ogni mossa dell’uno uguale ma staccata da quella degli altri. Un filo conduttore molto concreto, dove diversi elementi vanno a rafforzare questo parallelismo tra la realtà dominata dall’avvento di un virus e l’impeccabile messa in scena. Ecco allora l’irruzione sul palco di una figura maschile nerovestita, che richiama a sé tutto il corpo di danza e governa una specie di girotondo che gravita intorno a lui; poi la figura del ballerino (interpretato dallo stesso Emio Greco) che irrompe con la croce rossa sul petto a impartire indicazioni; lo sventolio dei drappi bianchi; l’applicazione collettiva di una mini-mascherina nera sul naso.

Il riferimento cronachistico è comunque uno spunto. La danza contemporanea sta alla danza classica un po’ come l’astrattismo alla pittura figurativa. La narrazione di una storia, così come la rappresentazione di persone, paesaggi o figure, non sono più il fine ultimo dello sguardo. Per apprezzare la danza contemporanea, mi rendo conto che bisogna piuttosto cambiare approccio e trovare una nuova modalità, che renda apprezzabile ciò che si vede e gli dia un senso altro, che va oltre i riferimenti narrativi.

I ballerini della compagnia olandese Ick Dans Amsterdam (foto Marco Caselli Nirmal)

Per chi, come me, non è conoscitore del genere, uno spettacolo di danza contemporanea richiede forse di lasciarsi soprattutto andare ai suoni e alla messa in scena della bellezza dei corpi, che creano composizioni spericolate e armoniche, flessuose ondulazioni e colpi di scena, mescolando – in questo caso – ritmi quasi tribali, posizioni ginniche, una rivisitazione del charleston post-bellico e danze liberatorie del sud d’Italia.

Le coreografie di questi danzatori e danzatrici –  perfettamente modellati, snodati e sincronizzati – compongono figure singole e d’insieme che offrono suggestioni visive basate sui loro movimenti frenetici e sinuosi, a volte identici tra loro o volutamente dissonanti e ampliati fin quasi allo spasimo. L’immagine complessiva, che il palco offre allo sguardo del pubblico, si modella sulla base dei suoni e dei ritmi, come un’onda che trascina lo spettatore dentro quelle movenze, che nella vita reale sarebbero improbabili, e che però nei ballerini che le realizzano sul palco sono così scorrevoli e inappuntabili da diventare naturalissime.

“Blasphemy Rhapsody” (foto Marco Caselli Nirmal)

Nella danza classica tutto questo viene incapsulato nell’involucro di una narrazione con personaggi riconoscibili attraverso scenografie e costumi che raccontano una storia con passi e volteggi. La danza contemporanea lascia da parte la trama, o, meglio, la riduce come la rappresentazione di un quadro astratto, dove il tema è un’ispirazione per lasciare poi forme, composizioni e colori a dominare la scena, relegando in sottofondo gli eventuali significati letterali della rappresentazione figurativa.

Luci e corpi protagonisti sul palco del Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Nel romanzo “Un amore” di Dino Buzzati, la partecipazione alle prove di un balletto a cui il protagonista si trova ad assistere descrive bene la sensazione che la danza contemporanea, nella sua essenzialità, può trasmettere. “Vedendole così vicine – racconta il narratore a proposito delle ballerine – prese dall’impegno del lavoro, senza trucchi né code di pavone, così semplici e disadorne, nude più che se fossero nude, Dorigo capì improvvisamente il loro segreto”. Per il protagonista del romanzo il ballo altro non è che “un meraviglioso simbolo dell’atto sessuale”. A questa sublimazione della passione carnale, della fusione dei corpi e del piacere – secondo lui – mirano alla fin fine tutte le componenti che stanno dietro un balletto: “la regola, la disciplina, la ferrea e spesso crudele imposizione, alle membra, di movimenti difficili e dolorosi, il costringere quei giovani corpi verginali a far vedere le più riposte prospettive in posizioni estremamente tese e aperte, la liberazione delle gambe, del torso, delle braccia nelle loro massime disponibilità”. Per lui “la bellezza stava appunto in questo appassionato e spudorato abbandono” a cui le ballerine si dedicano “con impeto, con patimento, con sudore”.

La compagnia Ick Dans Amsterdam alla fine dello spettacolo, a Ferrara il 6 novembre 2021

Con energico impeto – sudato, convincente e impeccabile – gli interpreti dell’Ick-Ensemble spiccano per le loro personalità fisiche, che alla fine ci diventano familiari come i personaggi di una storia: lo scultoreo, tanto alto quanto esile ed atletico corpo candido del ricciuto Victor Swank, l’aria della fidanzatina di scuola della bionda Doreja Atkociunas che con il suo semplice abito bianco sembra fare irrompere la normalità sulla scena dell’emergenza (e che infatti se ne resta per lungo tempo seduta in disparte), il mediterraneo Denis Bruno d’aspetto un po’ piratesco, la minuta Maria Ribas, le slanciate Sixtine Biron e Beatrice Cardone dalla lunga chioma ondeggiante, il diavolesco Emio Greco, i prodighi Louis Dobbs e Dennis Van Herpen dalle fattezze fiamminghe, la scattante Laurie Pascual, Marie Couturier dalla chioma fluente e l’aspetto d’eroe selvaggio di Claudio Murabito. Lunghi minuti di applausi scrosciano sul palco a ripagare la compagnia di una tensione incessante che ha inchiodato il pubblico per settanta minuti di suggestioni, acrobazie e corpi, trasformati in materia di composizione artistica.

La rivolta degli oggetti

FESTIVAL DI DANZA CONTEMPORANEA 2021:
a Ferrara “La rivolta degli oggetti” e “il fantasma della libertà”

 

FESTIVAL DI DANZA CONTEMPORANEA 2021
La Gaia Scienza: La rivolta degli oggetti e “il fantasma della libertà”

 La ‘reunion’ de La Gaia Scienza per Progetto RIC.CI. A 45 anni dal debutto arriva a Ferrara lo spettacolo tratto dall’opera di Vladímir Majakóvskij, con testi e regia di Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi, riallestito all’interno del Progetto RIC.CI con Fattore K 2019. La rivolta degli oggetti è uno spettacolo dirompente che ha affascinato subito spettatori e critica per il suo rapporto tra poesia e rivoluzione, tra rivoluzione sociale ed estetica, tra avanguardie storiche e arte contemporanea.

 Martedì 12 ottobre, ore 20.30 – 45 anni dopo la sua prima messa in scena – arriva al Teatro Comunale di Ferrara “La Gaia Scienza – La rivolta degli oggetti”. Tratto dall’opera di Vladímir Majakóvskij con testi e regia di Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi, e interventi scenografici di Gianni Dessì, si tratta infatti di uno spettacolo del 1976, riallestito all’interno del Progetto RIC.CIcurato da Marinella Guatterini e di cui anche Fondazione Teatro Comunale di Ferrara fa parte insieme ad altre realtà di rilievo del panorama nazionale. A più di quattro decadi di distanza, i tre artisti della Gaia Scienza (Barberio Corsetti, Solari e Vanzi) si riuniscono per riallestire La rivolta degli oggetti per riportare alla luce uno spettacolo destinato a diventare un riferimento per la controcultura romana degli anni Settanta. La loro prima opera del 1976 passa ora il testimone a tre giovani performer (Dario Caccuri, Lorenzo Garufo e Zoe Zolferino), dando vita a un incontro fra epoche, corpi ed esperienze differenti. Una produzione di Fattore K 2019 in coproduzione con Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Romaeuropa Festival ed ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione. Per info e biglietti: Biglietteria del teatro in corso Martiri della Libertà 5, www.teatrocomunaleferrara.it e  www.vivaticket.it.

Presentato per la prima volta nel ‘76 al Beat 72, luogo di riferimento della controcultura romana del tempo, La rivolta degli oggetti de La Gaia Scienza torna in scena. Lo spirito del progetto lo spiega Marinella Guatterini: “Il “come eravamo”, tema fondante del Progetto RIC.CI – ovvero, la ricostruzione delle coreografie contemporanee di fine Novecento –, ha stavolta per spettacolo di recupero La rivolta degli oggetti della Gaia Scienza. Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi, che furono gli animatori di questo gruppo cult negli anni Settanta, tornano così a rimontare la loro prima opera del 1976 per tre giovani performer. Ispirato alla prima tragedia in versi “Vladimir Majakovskij”, La rivolta degli oggetti abita uno spazio surreale – realizzato in collaborazione con il pittore e scultore Gianni Dessì – fatto di violini senza corde, cappotti, una pistola e una stella rossa. Mappa poetica di simboli e allusioni per raccontare l’utopia e il dolore nella trasformazione del mondo e l’agognato fantasma della libertà”.

A conferma della notorietà acquisita da RIC.CI a livello nazionale, la decima ricostruzione di RIC.CI – Reconstruction Contemporary Choreography Anni’80/’90 è stata chiesta ed accettata dal famoso regista Giorgio Barberio Corsetti, attuale direttore del Teatro di Roma, e dal nucleo del noto e scomparso gruppo La Gaia Scienza composto anche da Alessandra Vanzi e Marco Solari, come ricostruzione aggiunta. Nel 1976, infatti, si rivelava al pubblico una compagnia di giovani artisti, La Gaia Scienza, con uno spettacolo dirompente che affascinò subito spettatori e critica: La Rivolta degli Oggetti. La rivolta degli oggetti è uno spettacolo dirompente che ha affascinato subito spettatori e critica per il suo rapporto tra poesia e rivoluzione, tra rivoluzione sociale ed estetica, tra avanguardie storiche e arte contemporanea. Il rapporto tra poesia e rivoluzione, tra rivoluzione sociale ed estetica, tra avanguardie storiche e arte contemporanea si distillavano in un’ora di pura poesia. Lo spettacolo trovava l’essenza di gestualità e parola, di slancio ed energia, in una sintesi tra teatro danza e arte visiva di grande impatto emotivo e leggerezza. Il modo stesso di creare lo spettacolo che partiva da un’idea di forte individualità e di totale collaborazione senza la divisione di ruoli era parte della sua struttura. Così lo spettacolo non era solo un racconto sulla libertà e sull’utopia della trasformazione del mondo, ma anche il frutto di un processo artistico libero e in costante trasformazione. Oggi un nuovo gruppo di attori abita la scena e gli “oggetti in rivolta”, come nell’omonimo poema di Majakovskij, fuggono il senso narrativo di essa per restituirla a una nuova dimensione percettiva.

NOTE DI DRAMMATURGIA
Il desiderio di riproporre La rivolta degli oggetti, primo spettacolo della Gaia Scienza dopo così tanti anni dal suo debutto il 24 marzo 1976 al Beat 72, nasce dal fascino della sua struttura estremamente leggera e non codificata: l’ora esatta della sua durata erano riparti unicamente in una prima parte di quaranta minuti di movimenti e luci di taglio date da diaproiettori senza immagine e successivi venti successivi sulle corde stese nello spazio e luci al neon.

Non c’erano ruoli definiti, personaggi e interpreti, il testo stesso – una selezione di frasi dalla tragedia di Majacovski – era ‘materiale non verbale’ da prendere e lasciare ripetere o omettere in liberissima e continua improvvisazione. Lo spazio era affidato alle nostre sensibilità individuali e alla capacità di generare ogni sera in modo differente associazioni e dissociazioni nella velocità dei corpi e degli sguardi dei movimenti in dialogo con lo spazio e i pochi oggetti. Impensabile quindi ‘rifarla’.

Nel decennale cammino della Gaia Scienza siamo arrivati con gli ultimi due spettacoli Gli insetti preferiscono le ortiche e Cuori strappati a creare delle partiture molto precise che – quelle sì – si potrebbero agevolmente ricreare (al di là di un ben più gravoso impegno nel ricostruire l’ambientazione naturale degli Insetti o la complessa macchina scenica dei Cuori). Ma ci è parso più interessante riandare a quel momento nietzschianamente aurorale per ragionare di nuovo insieme anzitutto tra noi tre dopo trentacinque anni di strade e percorsi separati su quel lavoro che per ognuno di noi ha costituito un punto di partenza importante, fondante. Era un esito di un rapporto di amicizia e di affinità d’interessi e gusti, l’elaborazione di uno stile e di un linguaggio comune, fisico e mentale assieme, un percorso di prove e di vita insieme, in una dimensione di grande libertà nella quale ognuno trovava il suo spazio, i suoi tempi. Senza una regia né di uno né di tutti. Cosa che sembrava e sembra strano, al limite del concepibile.
Se quindi una ricostruzione filologica è impensabile perché equivarrebbe a rifare ciò che non veniva replicato, riprodotto di sera in sera, ma di sera in sera piuttosto prodotto nuovamente (cosa ben diversa), quello a cui ci accingiamo è creare le condizioni per trasmettere un’esperienza, reinventando il gioco scenico utilizzando alcuni dei materiali originari (le parole di Majacovski, l’idea di sospensione, i rimandi di frammenti di spazio tramite specchi rotti, qualche oggetto, qualche taglio di luce, qualche brano registrato), consegnando a dei giovani attori e danzatori gli oggetti da rivoltare, che sono appunto quei materiali – ed eventuali altri – ma anche i concetti, i pensieri, gli stimoli che erano tutto il non-detto dello spettacolo, la sua sostanza immateriale.

Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi

Video di Giorgio Barberio Corsetti che presenta brevemente lo spettacolo:
https://drive.google.com/file/d/15M1rGq7ZzIdWo4_X_O1Vk58yyQElzp5Y/view?usp=sharing

Cover: La Gaia Scienza in “La rivolta degli oggetti” 

©Marco_Caselli_Nirmal

LA RECENSIONE
La danza ossessiva di Sharon Eyal punta dritta al ‘cuore’ dello spettatore

di Monica Pavani

Prendi una poesia dal titolo Ocd (acronimo per Obsessive Compulsive Disorder), scritta dal campione texano di Poetry Slam Neil Hilborn. La poesia non è stratosferica, è abbastanza banale, ma picchia su un tasto che colpisce la sensibilità anonima e universale della rete e diventa virale. Chi parla nella poesia soffre di disturbo ossessivo compulsivo – appunto –, s’innamora e l’amore sembra salvarlo ma poi, come spesso accade, lo abbandona di nuovo alla sua solitudine. Il linguaggio è povero e l’enfasi della voce non basta a farne una grande poesia. E tuttavia è sufficiente per scatenare migliaia di click (compulsivi) e – soprattutto – per far esplodere l’immaginario di una geniale coreografa originaria di Gerusalemme, Sharon Eyal, che per ben diciotto anni ha militato – non semplicemente collaborato – con la Batsheva Dance Company di Ohad Naharin, ovvero la più dirompente forza propulsiva della danza israeliana.

Arriviamo allo spettacolo ‘OCD Love’ presentato al Comunale domenica dalla L-E-V Dance Company – “cuore” in ebraico –, fondata nel 2013 da Sharon Eyal insieme all’artista visivo Gai Behar e composta da danzatori mozzafiato. Scena buia, un velo di fumo aleggia in sala, si apre il sipario e l’inizio è già ipnosi: una danzatrice è immersa in un sinuoso assolo dove il corpo raggiunge il punto massimo di sensualità, ovvero ogni arto si muove verso il suo limite estremo, accenna all’infinito e si ripiega, come avesse una miriade di ali. Le movenze non rimandano a nulla che gli spettatori possano avere visto prima. Il metodo Gaga, ideato da Naharin trapela senz’altro come accento sull’intensità espressiva velatamente animale che muove il corpo, ma è un riferimento che deriva dal fatto di conoscere uno dei punti di partenza della compagnia e più oltre non si spinge. Sul palco entra una presenza maschile, poi il mistero si popola fino a comporsi di cinque danzatori, ma niente è svelato, la danza è pura ossessione: la forza di un desiderio assoluto che mai raggiunge il punto di saturazione e continuamente trova nuovi accordi, variazioni e impulsi. Ogni interprete avvita forme da un nucleo centrale, come se dal cuore (vedi il nome della compagnia) si diramassero infinite direzioni e ogni movimento le contenesse tutte potenzialmente. La naturalezza è strabiliante, così come strabiliante è la sapienza dei danzatori che sono al contempo meravigliosi solisti e un coro perfettamente all’unisono.

©Marco_Caselli_Nirmal
Foto nel testo e in copertina ©Marco_Caselli_Nirmal

Non si può prescindere dalla musica techno prodotta in loco da un vero e proprio mago del suono, il dj Ori Lichtik, fedele collaboratore di L-E-V, perché è la linfa che unisce le scene. Lichtik riesce a esasperare ritmi afro fino a farli sconfinare in musica disco o – sull’altro versante – in un’eco di musica classica. Ogni miscela è estremamente viva, e organica, esattamente come il pensiero coreografico che sta all’origine dello spettacolo. Naturalmente c’è una traccia che sorregge la sequenza musicale ma anche Lichtik a suo modo danza con le note al seguito dei ballerini.

A pensarci bene c’è un verso della poesia di Hilborn che dopo aver visto ‘OCD Love’ diventa estremamente suggestivo: “Tutto nella mia testa si è calmato. / Tutti i tic, tutte le immagini in continua successione sono semplicemente scomparse”. È l’effetto che fanno capolavori come questo, che sollevano – letteralmente – gli spettatori e li proiettano in un altro mondo dove l’aria e la luce sono molto più rarefatte.

‘OCD Love’ è l’atto finale di una stagione di danza che anche quest’anno ha offerto un panorama su alcune linee di ricerca – a livello mondiale – che scuotono davvero l’immaginario di chi ha la fortuna di sperimentare lo stra-ordinario qui, a Ferrara. Si auspica un riconoscimento sempre maggiore anche da parte del pubblico perché non è affatto scontato – in tempi di odi e paure in parte innescati dai mezzi di comunicazione con chiari intenti manipolativi – avere la possibilità di aprire i canali della sensibilità, dell’emozione, e assaporare la bellezza al suo culmine che svariati artisti sparsi per il mondo sanno ancora catturare e donare a cuore aperto.

LA RECENSIONE
Waiting for Jan Fabre
sospesi fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti

di Monica Pavani

Avete presente quella scena di ‘Amleto’ in cui il Principe di Danimarca, trepidante e impaurito, aspetta che gli appaia il fantasma del padre per ascoltarne l’anima inquieta? O quando Dante discende nell’oltretomba, e deve affrontare il buio e l’orrore dello Stige, e le creature mostruose come Cerbero, il rabbioso cane a tre teste che si trova a guardia del terzo girone dell’‘Inferno’, se vuole incontrare i peccatori che gli stanno più a cuore? O ancora, le scene di tanti telegiornali in cui qualche creatura umana – munita di spirito eroico – si aggira per trarre in salvo chi è rimasto vittima di un disastro, di un incidente, di un tracollo o di un attentato?

Lo stesso brivido che coglie di fronte a quel proliferare di immagini a cavallo fra il mondo dei vivi e dei morti, non abbandona un istante chi assiste al meraviglioso spettacolo – presentato ieri e in replica questa sera, 14 dicembre, al Comunale nell’ambito della Stagione di Danza – ‘Attends, attends, attends… (pour mon père)’ di Jan Fabre, artista belga poliedrico e geniale. Il traghettatore Caronte, che nella Commedia dantesca trasporta le anime dannate, è il magnifico Cédric Charron (Charron è Caronte in francese), performer nato in Bretagna, che collabora con Fabre dal 2000, e per il quale questo imponente poema visivo è stato concepito.
Su una scena spoglia, volute di fumo si addensano e si diradano come i confini labili di un oltremondo, mentre il gondoliere – più che traghettatore – Charron, tutto vestito di rosso sangue, ma anche rosso amore, afferra brandelli di luce e ombra nel suo lunghissimo viaggio attraverso il tempo, più che attraverso lo spazio. La sua figura leggerissima e vorticosa è dominata da un impeto che spesso caratterizza gli interpreti degli spettacoli di Fabre: la disponibilità alla metamorfosi. Ogni istante sul palco è una rivelazione, un vissuto, un impulso, che Charron asseconda o contrasta. Diventa cane che latra, lupo che guaisce, amante lascivo, figlio addolorato, addirittura compagno di viaggio del padre: “Ti vedo, in piedi, in lontananza. Di spalle” – ripete più volte. L’infaticabile attesa e ricerca di un contatto con il la figura paterna (o patriarcale, o divina) va di pari passo con la scoperta di un tempo che trascende il quotidiano, dove gli istanti sono scanditi dal perpetuo ‘canto del desiderio’.

La consistenza fisica di Charron è data dalle parole, dal bellissimo testo che muove letteralmente gli agili arti del danzatore – intriso di rimandi a Shakespeare, a Beckett, e amplificato dagli echi di tanta poesia francese (pare di sentire anche Yves Bonnefoy che trapela tra i vapori bianchi che agitano la scena). Il performer è avventuroso, provocatorio e a tratti diabolico, ma contemporaneamente aleggia come un angelo estatico su cui si consuma e viene agito il mistero della creazione.
Fra il Padre spirituale (Fabre) e il Figlio (Charron) si tesse un dialogo intimo e vastissimo incentrato sull’intensità della vocazione artistica portata fino in fondo, come emerge anche dall’incontro con Charron che segue lo spettacolo. ‘Attends, attends, attends… (pour mon père)’ in sostanza mette in scena l’indugio necessario di chi si sente chiamato alla guerra pacifica per la conquista della bellezza. E dunque è disposto a spogliarsi di sé, a sprofondare negli abissi distruttivi e creativi del proprio animo, inoltrandosi al cospetto di forze immense, sulfuree e impercettibili, ma così dirompenti.
Un’ora (di spettacolo) passa come un’era, e ci si ritrova – immobili e rapiti – a provare nostalgia per quel restare in attesa – in attesa, in attesa… – dello svelarsi del mondo di Jan Fabre.

La foto di copertina e di Marco Caselli Nirmal

LA RECENSIONE
‘Last work’ di Ohad Naharin al Teatro Claudio Abbado: tempo di comprendere e liberare

di Monica Pavani

Un paio di giorni prima di vedere al Teatro Comunale lo spettacolo ‘Last Work’ (andato in scena domenica 25 novembre) di Ohad Naharin, il coreografo israeliano che guida la Batsheva Dance Company dal 1990, mi è capitato di leggere il discorso tenuto dallo scrittore israeliano David Grossman in occasione del Premio per la tolleranza e la comprensione che gli è stato conferito in questi giorni al Museo ebraico di Berlino. In particolare, mi hanno colpita due affermazioni di Grossman: l’impossibilità di distinguere “fra il me politico e il me scrittore, né tra il me scrittore e il me uomo”; e che la tolleranza – per lo scrittore – “nasce dalla disponibilità di sentire e comprendere l’altro dentro di noi, anche quando l’altro ci minaccia perché è diverso, e incomprensibile”.
Ho ritrovato questi due moti – più che pensieri – in ‘Last Work’ di Naharin, del quale avevo già visto, sempre al Comunale, alcuni lavori, fra cui DecaDance. Ricordavo l’energia dirompente dei suoi danzatori, i movimenti quasi esplosivi, e una specie di esaltante poesia che scaturisce dalla liberazione di una forza sopita o forse soffocata. Naharin ha canonizzato questo suo approccio in un vero e proprio metodo, chiamato Gaga, basato sul “piacere fisico dell’attività fisica”, che potenzialmente può essere sperimentato da ogni persona di qualsiasi età, e non solo da chi danza.
Eppure, in questo ‘Last Work’ ho trovato che il coreografo si spinga ancora più oltre nella sua ricerca, esplorando, appunto, quell’altro “dentro di sé” che è mosso da una forza più contemplativa, fatta di gesti anche minimi, movenze flessuose e lente che sembrano provenire dal mondo arcano di felini che si aggirano silenziosi su un pianeta un po’ disabitato, un po’ ignoto, o forse solo in fase di mutamento.

Viene da chiedersi se questo titolo, ‘Last Work’, che allude a una fine, possa riferirsi all’affacciarsi di una nuova esigenza espressiva del coreografo, che non si limita più a scatenare (letteralmente: togliere le catene) ai suoi danzatori, ma li accompagna in un nuovo viaggio che passa anche per i vuoti, le soste, e gli arresti. Gli spettatori sono chiamati ad assistere a una serie di movimenti d’insieme (e spesso a duetti) dal ritmo ipnotico che può ricordare lo sboccio di un fiore, petalo dopo petalo, o il dispiegarsi di una farfalla dal bozzolo. E la mente è partecipe, chiamata com’è a interpretare, ma soprattutto a leggere e a lasciarsi leggere da ciò che accade. I magnifici danzatori diventano sacrificali, non in senso religioso, bensì artistico: fanno dono di sé senza risparmiarsi e per di più con straordinaria grazia. Durante tutto lo spettacolo una danzatrice corre instancabilmente, ma con compostezza, su un tapis roulant. Allude al tempo che passa? Al movimento imperterrito che trascina l’universo nella sua corsa verso il dissolvimento? O solo all’impossibilità di fermare le lancette e di costringere la vita in una singola forma?

Naharin libera le immagini, non le costringe. A fine spettacolo, dopo uno strepitio di proiettili, e grida ferine sparate a tutta gola da un microfono, i danzatori si fermano e vengono legati con lunghi fili di nastro adesivo che forse li unisce o forse li paralizza per sempre; mentre una grande bandiera bianca sventola dietro di loro, decisa e affaticata.

CollettivO CineticO: il dialogo fra danza e realtà

Lo dice il loro stesso nome: CollettivO CineticO. Una tribù costantemente mobile, che si ridiscute continuamente, un’esplosione orizzontale di possibilità.
Ecco allora una nuova sfida per il gruppo guidato da Francesca Pennini, Angelo Pedroni e Carmine Parise: lasciarsi contaminare, infettarsi con i linguaggi e le poetiche di altri artisti. Tre dialoghi, uno all’anno a partire da questo 2018, per una fertilizzazione incrociata che non rinneghi le identità di origine, ma ampli le capacità e le possibilità creative ed estetiche. Il primo a essere scelto e ad aver accettato di mettersi alla prova con i corpi allo stesso tempo rigorosi e insubordinati, precisi e imprevedibili, eccentrici e spregiudicati del Collettivo è l’israeliano Sharon Fridman: “Quella di Sharon è stata una scelta mia – racconta Francesca Pennini – Prima di tutto volevo che fosse un autore diverso da noi, con un segno e una poetica diversi e che tecnicamente ci chiedesse di imparare cose nuove, che ci desse stimoli nuovi. Sharon ha parametri tecnici molto chiari e rigorosi: mentre Collettivo Cinetico prende dalla realtà e rielabora, Sharon insegna a chi ha davanti il suo codice e come affronta il movimento. Oppure ancora lui lavora moltissimo su una condizione di grande fragilità del corpo in scena, molto diversa rispetto al nostro lavoro, che ha sempre una dimensione quasi sportiva per trovare una fragilità diversa. Potremmo dire che è il modo opposto di guardare alla stessa cosa”. “L’ho conosciuto nel 2009, abbiamo fatto progetti internazionali insieme, e so che lavora con corpi anche non della sua compagnia – continua Pennini – Mi è sembrata la personalità adatta per iniziare questo percorso con il quale vogliamo diversificare molto: non è nemmeno detto che i prossimi due artisti siano ancora coreografi, anzi vorremmo trovare nomi legati ad arti limitrofe, come la prosa o le arti visive, sempre invitandoli a fare un lavoro sul corpo”. Anche Francesca è fra gli interpreti di questa nuova creazione: “È stato bellissimo ‘cedere lo scettro’, era da quando lavoravo con Sasha Waltz che non mi trovavo in questa condizione ed essere dall’altra parte è stato piacevolmente liberatorio e nutriente. Mi piace potermi mettere nel ruolo solo di interprete. E questa mobilità, secondo me, aiuta le dinamiche interne della compagnia”.

Dialogo Primo: Impatiens Noli Tangere
Dialogo Primo: Impatiens Noli Tangere
Dialogo Primo: Impatiens Noli Tangere
Dialogo Primo: Impatiens Noli Tangere
Dialogo Primo: Impatiens Noli Tangere

Foto di Marco Caselli Nirmal. Clicca sulle immagini per ingrandirle

Il risultato di questa prima contaminazione è ‘Dialogo primo: Impatiens noli tangere’, che ha debuttato a metà ottobre al Teatro la Cavallerizza di Reggio Emilia e del quale alcuni estratti sono stati portati in anteprima al Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, mentre sabato 3 novembre sarà in scena qui a Ferrara, nel Teatro Comunale Claudio Abbado che è ormai dal 2007 la casa di questo gruppo di performers.
“Ho proposto io questo titolo a Sharon – spiega Francesca – Lui fa un lavoro principalmente basato sul contatto fisico e la corporeità, ma allo stesso tempo molto spirituale, in senso lato non strettamente religioso, e così mi è venuto in mente il titolo di un libro che avevo letto di Jean Luc Nancy ‘Noli me tangere’. Inoltre, il nome di una pianta che perde tutti i semi quando viene toccata: si chiama Impatiens noli tangere, fa parte di quella famiglia che in italiano è nota anche come ‘begliuomini selvatici’. Mi è sembrata perfetta per descrivere i corpi un po’ selvaggi di Collettivo Cinetico e un rapporto con il contatto preso da un punto di vista anomalo”.
Fridman è conosciuto per i suoi ‘paesaggi umani’ e la potenza espressiva della sua danza e ha trovato nell’esuberanza fisica e intellettuale dei danzatori del CollettivO un terreno fertile: duttile, ma nello stesso tempo capace di contaminarne la tecnica, suggerendo prospettive sempre nuove. In ‘Dialogo primo: Impatiens noli me tangere’ Fridman offre forme coreografiche che sono espressione di paesaggi emotivi e stati di coscienza con cui ogni individuo è chiamato a confrontarsi. Una traiettoria ciclica e un moto perpetuo, fra cadute e riprese; corpi alla costante ricerca di un equilibrio, per quanto precario, in un continuo fluire. A questo proposito Francesca ammette: “Dovremmo chiedere a Sharon. C’è sicuramente una volontà di ciclicità legata al ciclo vitale come paradigma di lettura dell’universo e quindi di perdita, recupero, abbandono. Qualcosa che è legato a una distruzione e ricostruzione costante: fa parte della sua visione poetica”.
Nella stessa serata le tavole del palcoscenico del Teatro Comunale diventeranno anche il ring di ‘How to destroy your dance’ di Francesca Pennini in e Angelo Pedroni: una sfida contro il tempo, un manuale per il boicottaggio di ogni decoro coreografico, un gioco al massacro dove i danzatori diventano wrestlers della relatività e la scena è messa a nudo nella distruzione di ogni artificio formale. Si ritrova quell’intreccio fra toni pulp e gusto ludico che è un po’ la cifra distintiva del Collettivo, che anche in questa piéce struttura un gioco a essere e a mettere alla prova le proprie capacità e resistenza.
Una volontà ironicamente dissacrante di portare alla luce e mettere a nudo i meccanismi di costruzione di uno spettacolo, come bambini che smontano un giocattolo, che permetterà anche agli spettatori, a partire dalle 19.30, di entrare nella sala teatrale assistendo a tutte le fasi di training e riscaldamento e preparazione dei danzatori.

How to destroy your dance ©Benedetta Stefani
How to destroy your dance ©Giulia Di Vitantonio
How to destroy your dance ©Giulia Di Vitantonio

Everything that will be is already there’ di Fridman al Meis e, ancora prima in giugno, ‘How to be exactly on time’ sul Listone sono solo gli ultimi due esempi. Alla tribù dei Cinetici piace portare il teatro – inteso come performance e come momento e spazio condiviso con il pubblico – fuori dal teatro: “Lo trovo molto stimolante dal punto vista creativo – afferma Francesca – per il pensiero che uno spazio richiede per ospitare un lavoro, per rivederlo e ripensarlo, se esiste già in un’altra forma. Anzi quel lavoro può dare nuove risposte perché lo si mette in una nuova condizione e se ne scoprono aspetti che non ci si aspettava. Se poi la performance viene creata ad hoc per uno spazio che non è quello del teatro, a maggior ragione richiede una complessità di ragionamento perché non si è di fronte alla neutralità di un palcoscenico dove si possono compiere molte scelte: questa interazione con la realtà di un luogo che è fatto anche di sue proprie regole e di suoi modi di essere vissuto e abitato, di elementi e simboli, è da una parte uno stimolo e una ricchezza, dall’altra un enigma da risolvere”. “Poi – continua Pennini – c’è un arricchimento anche dal lato performativo: è un’esperienza forte e diversa perché spesso gli spettatori sono più vicini, spesso non sai aspettarti come reagiranno, non sai se succederà quello che hai immaginato, proprio perché ci sono regole, o meglio perché non ce ne sono più, dato che vengono infrante. Quindi ci si trova a interagire con lo spettatore in un modo insolito”. Dal punto di vista dello spettatore, invece, “si aprono nuove dimensioni dello sguardo e del vissuto riguardo i luoghi che le persone sono abituate ad abitare e vivere in un certo modo e che, vivendoli con la performance, rimangono segnati dall’esperienza di ciò che visto e fatto. Uscire dal teatro è quindi lasciare anche segni di esperienze”.

©Camilla Caselli

Come compagnia in residenza stabile al teatro comunale Claudio Abbado di Ferrara, CollettivO CineticO porta avanti sul territorio un lavoro di formazione alla visione e di relazione con il pubblico, basti pensare alle esperienze del progetto ‘Age’ nel 2012 e 2014, fino al prossimo workshop di Francesca del 16 novembre: ‘The day before the day after tomorrow’, un training fisico e in pratiche teatrali e performative per stimolare la consapevolizzazione corporea e la percezione delle dinamiche di visione e azione in uno spazio scenico. La proposta della programmazione coreutica del teatro di tradizione estense è, è il caso di sottolinearlo, qualitativamente molto alta, da diversi anni e specie in questa stagione: Aterballetto è una presenza praticamente fissa in cartellone, come il Junior Balletto di Toscana di Cristina Bozzolini, per non parlare di Dada Masilo, Wayne McGregor, Amedeo Amodio, Angelin Preljocaj, Leonardo Cuello e i suoi tangueros, dei Trocadero, solo per citare alcuni nomi nazionali e internazionali dell’arte coreutica che hanno portato le loro creazioni al Teatro Claudio Abbado, spesso in date uniche in Italia. Quest’anno la stagione è iniziata con Saburo Teshigawara e la MM Contemporary Dance Company, e nel prosieguo arriveranno la Batsheva Dance Company, Mario Martone e la statunitense Parsons Dance Company. Ma allora perché si ha l’impressione che gli spettatori non rispondano a queste proposte? Davvero il pubblico pensa che la danza sia ancora solo una questione di cigni sulle punte o di candide ed eteree silfidi?
Francesca ammette subito che è “un argomento veramente complesso e con tanti versanti diversi. Penso comunque che ci siano responsabilità da condividere tra le istituzioni in generale, le organizzazioni dei teatri e gli artisti. Parto da me stessa, da chi sta sul palco: per un po’ di anni si è completamente ignorato il problema, se non addirittura creato danni, del tipo di rapporto con lo spettatore, che era diventato qualcosa di assolutamente non importante. Questo ha allontanato dalla danza e dal teatro contemporaneo di ricerca che non hanno una lettura così immediata”. “Dall’altro lato sicuramente il tipo di investimento che viene fatto per renderli accessibili e per supportarne l’attività, in altre parole il tipo di valore che viene dato loro, è molto basso. Ecco perché diventano elitari dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista della capacità di fruizione da parte del pubblico. Per quanto riguarda i finanziamenti, la situazione è veramente annichilita, perciò ci si confronta costantemente con compromessi e l’investimento sulla creazione di nuovo pubblico, quando già riuscire a fare il minimo per la programmazione è un’impresa, passa in fondo alla classifica delle priorità, perché è un lavoro a lungo termine che non dà subito i suoi frutti. Si crea così una sorta di circolo vizioso poco lungimirante perché supplire alle necessità di sopravvivenza del momento significa non investire sull’autonomia nel futuro. Purtroppo la differenza con paesi esteri, come il Nord Europa, è devastante – continua Francesca – conseguentemente, anche il tipo di risposta di presenze del pubblico: dipende dagli stimoli culturali trasversali più ampi che vengono dati. Non dovrebbero essere solo gli attori, gli appassionati e gli operatori del settore ad andare a teatro, dovrebbe essere un pubblico principalmente di spettatori reali. Io comunque non sono dell’opinione che Ferrara risponde male perché è Ferrara, mi sembra molto facile come affermazione e ciascuno critica la propria città: penso che a Ferrara ci siano tantissime risorse culturali, purtroppo non fruite come meriterebbero”.

E per mantenere fede al suo nome, il CollettivO CineticO ha già in cantiere (almeno) due nuove creazioni: ‘U’ di Margherita Elliot, che è parte della compagnia, creazione per numero limitato di spettatori in programma dal 16 al 18 novembre in un luogo ancora misterioso e poi “stiamo ragionando sul formato dell’opera lirica ma nello stile di CollettivO CineticO”. “Sta collaborando di nuovo con noi Francesco Antonioni, che ha già creato le musiche di Silphydarium; siamo ancora agli inizi e avrà una gestazione lunga, credo sarà pronta fra fine 2019 e 2020. Dovrebbe chiamarsi ‘Gli uomini chiari’”.

Badke Photo by Danny Willems

LA RECENSIONE
Badke: attraverso la danza una finestra sulla Palestina contemporanea

Grida nell’oscurità, la silhouette di una schiera che batte il ritmo con i piedi sulle tavole del palcoscenico. Poi le luci si alzano e capiamo che quella che sembrava la preparazione a un combattimento non è altro che la preparazione per una danza.
È l’inizio di “Badke” – a Ferrara in prima nazionale e in esclusiva per l’Italia – la prima coreografia di “Focus Mediterraneo”, il ciclo di approfondimento della Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara all’interno della rassegna di Danza Contemporanea. Un’ora di pura energia, di danza gioiosa e irrefrenabile, tanto più vitale in quanto costantemente minacciata da un indefinito e indefinibile senso di urgenza e precarietà.

“Badke” è una rielaborazione di Dabke, danza popolare palestinese che accompagna i matrimoni e le celebrazioni festive, ma anche danza espressione dell’identità nazionale che racconta di un popolo in guerra, intrappolato. Da qui i dieci performer palestinesi, con i coreografi Koen Augustijnen e Rosalba Torres Guerrero e la scrittura drammaturgica di Hildegard De Vuyst della compagnia belga Les Ballets C de la B diretta da Alain Platel, sono partiti per un progetto di ibridazione e contaminazione, inserendo varie altre forme di espressione, dall’hip hop, al modern, al balletto classico fino alle arti circensi. “Badke” è diventato così il manifesto del desiderio dei Palestinesi di appartenere a qualche luogo, ma allo stesso tempo di essere parte del mondo contemporaneo, oltre i ristretti confini della propria terra.
Mano a mano alcuni interpreti escono dalla catena della danza tradizionale, si staccano dal gruppo, eseguono assoli o duetti, acrobazie e combattimenti di capoeira, e poi si ritorna al dabke, al gruppo che esegue i passi tradizionali. Ecco la decostruzione e ricomposizione del dabke sotto i nostri occhi, ognuno afferma la propria identità, la propria appartenenza alla contemporaneità, ma sempre rimanendo fedeli alle proprie radici, tra autodeterminazione e senso di comunità.
“Badke” è anche metafora della situazione del popolo palestinese. Questa vorticosa e vulcanica gioia di vivere è intrappolata dalla ripetizione della musica: 15 minuti di ‘mijwiz’ di Naser Al-Faris, uno dei più famosi e popolari interpreti del badke per matrimoni, originario della West Bank, ripetuti e stirati da Sam Serruys per arrivare ai 50 minuti della performance. I ballerini vivono un’eterna festa che diventa una gabbia da cui non possono uscire: metafora di una condizione esistenziale da cui, per ora, non c’è scampo.
E quest’energia vitale diventa ancora più intensa, più urgente, perché è una strategia per dimenticare, e nella migliore delle ipotesi superare, le difficoltà e la violenza della vita quotidiana, che di tanto in tanto vediamo apparire all’improvviso in alcuni soli, nelle interazioni fra ballerini, oppure materializzarsi nell’interruzione improvvisa della coreografia: la luce se ne va, la musica si interrompe, ma dopo qualche momento iniziale di tensione e smarrimento sono gli stessi interpreti a cantare e darsi il ritmo battendo su ciò che hanno a disposizione, non importa se è il distributore dell’acqua su fondo del palco.
Il messaggio che i ballerini ci lasciano è: “Non ci faremo abbattere. Balleremo fino allo sfinimento”. E tornano alla mente le parole di Pina Bausch: “Balliamo, balliamo, altrimenti siamo perduti!”.

metamorfosi

LA SEGNALAZIONE
A Ferrara Off impronte corporee per lasciare traccia delle metamorfosi della vita

Si può fermare la trasformazione, la metamorfosi della vita? Si può fissare in modo artificiale uno stadio o uno stato dell’esistenza, un pensiero, un ricordo? Se sì, quale sceglieremmo e quale significato avrebbe quella traccia?
“Le età della vita. Tracce di metamorfosi” è il progetto di ricerca creativa che Stefano Babboni intraprende per questo aprile 2016 durante la propria residenza artistica nello spazio bianco dell’Associazione Ferrara Off. Un progetto e una ricerca ai quali tutti coloro che lo desiderano sono invitati a partecipare e a dare il proprio contributo, attraverso i laboratori (divisi in fasce d’età) e gli incontri che per un mese circa trasformeranno lo spazio bianco inaugurato a fine 2015 in vero e proprio atelier aperto al pubblico.

moto continuo
moto continuo. 250×220 impronta corporea e fusaggine su cotone anno 2007

Cresciuto “nella patria degli anarchici, ereditandola tutta”, mi dice al telefono sorridendo, dalla sua Carrara si è poi trasferito in Emilia Romagna e vive e lavora tra Bologna e Ferrara. Stefano è un danzatore classico e contemporaneo e un tanguero, un educatore e un artista visivo: tutti tasselli che si riflettono e si compenetrano l’un l’altro andando a formare il suo processo creativo. Dal 2005 ha iniziato a realizzare quelle che lui definisce “azioni corporee su tele”: un tentativo di ri-appropriarsi di presenze, di fissare la “permanenza”. Stefano stende sulle tele trattate con fondi bianchi smaltati una sostanza chiamata fusaggine, cioè legno di salice carbonizzato. Il corpo poi si adagia a terra lasciando la sua impronta in negativo e successivamente, mediante un procedimento in togliere, vengono asportate alcune tracce o ritoccati alcuni particolari, per creare maggiori contrasti tra zone bianche e zone scure. Terminato questo processo in levare, vengono applicati fissativi.
Il suo lavoro che si muove su diverse soglie, tra tangibile e intangibile, visibile e invisibile, pensiero e materia: è “un lavoro di passaggio tra la vita e la morte, rendere esistenziale la morte come passaggio vitale e non concepirla come una fine, una finitezza, ma anzi come un inizio, come l’infinito della vita. La vita non è fatta di sola materia e io cerco di rendere visibile questo: il passaggio vitale della morte”.
L’ho intervistato alla vigilia dell’inizio di questa nuova avventura a Ferrara Off.

Stefano tu sei artista visivo e danzatore: come si compenetrano i due mondi, i due linguaggi artistici? Cosa c’è della danza nelle tue opere corporee e cosa c’è delle tue opere corporee nella tua danza?
La pittura è quello stadio di conoscenza della fantasia e dell’intelletto, dell’intangibilità da rendere tangibile attraverso l’opera d’arte che rimane nel tempo; invece la danza è l’arte che si compie concretamente attraverso il corpo, la persona e la sua esistenza, per vedere la danza bisogna vedere la persona, l’artista. Nella pittura si vede concretizzato il pensiero dell’artista, non l’artista stesso; nella danza è il contrario: c’è il movimento intangibile che non può essere fermato, che non si fermerà mai, che esiste solamente nel momento in cui il danzatore, corpo reale ed esistente lo crea, poi non esiste più.
Nel mio lavoro cerco di accostare queste due realtà: far vivere insieme il pensiero e il corpo, creando come opera d’arte il corpo stesso attraverso una matrice, non una sua riproduzione attraverso la pittura, e nel momento in cui si compie questa azione corporea diventa danza.

Come sei arrivato a questa tecnica pittorica?
È una tecnica allo stesso tempo antichissima e contemporanea. L’uso della cenere e della povere di legno carbonizzato risale penso ai graffiti rupestri, quando già c’era la necessità di lasciare un segno della propria esistenza. L’altra componente, quella contemporanea, sono le antropometrie di Yves Klein, nelle quali l’artista dipingeva il corpo delle modelle e le adagiava su fogli di carta lunghissimi. Il contributo fondamentale però è stato quello di Giovanni Manfredini, che lavora in togliere: lui annerisce con nerofumo da lampade a petrolio tavole preparate con la perlite e poi crea l’impronta del suo corpo. Io faccio più o meno la stessa cosa, ma lavoro con tele nude e stendo fusaggine, cioè legno arso, realizzando delle sindoni. L’effetto è diverso perché la mia matrice materica è molto più terrosa.

Parliamo di “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”, allo stesso tempo una residenza artistica e un progetto partecipato di creazione…
Oltre che artista, faccio anche l’educatore, quindi per me è importantissimo pormi in relazione con gli altri e mettere la mia opera al servizio degli altri. Ho lavorato con bambini di tutte le età, con i ragazzi delle superiori insegnando danza, con gli adulti ai quali insegno tango. Con questo progetto ho deciso di metterli insieme tutti per poter ognuno raccontare la propria metamorfosi, il proprio stadio di esistenza, e per poterli mettere a confronto fra loro e con il pensiero di ognuno.

I laboratori sono strutturati per età (6/11, 12/20, 21/64, over 65) e ciascuno prevede tre incontri, ci spieghi quale sarà il tuo approccio?
In questi tre giorni proveremo a riconoscere e superare l’illusione, l’illusione che può dare la materia nella sua finitezza, comprendere il fatto che la nostra naturale deformazione è costruire contenitori finiti, quando si parla della società, della materia, ma anche di pensieri e ricordi. Tenteremo di andare oltre l’invenzione.
Il primo giorno gli argomenti di indagine saranno la memoria e la vista, i mezzi saranno il corpo e la scrittura: vedere lo spazio in cui siamo, dare un nome a quello che vediamo e provare attraverso quel nome a richiamare accadimenti fisici o meno nella memoria. Quindi fare una specie di ricostruzione della memoria attraverso la vista e al tempo stesso crearne una, iniziare a immaginare di vivere le stesse azioni che la persona ricorda in quello spazio. I partecipanti possono dire o non dire qual è l’accadimento, ma sono indotti a riprodurlo fisicamente con il corpo e con la scrittura, scrivendo parole per loro significative di quel ricordo, che poi verranno assemblate a creare frasi. Avremo, infatti, due quaderni a disposizione: il primo sarà la tela, impareremo a fare un’imprimitura di una tela, il secondo sarà di carta per fissare pensieri, nomi di ciò che faremo, direzioni di movimento. Ciò che mi preme passi è che anche il pensiero è una cosa concreta.
Il secondo giorno parleremo di possibile e impossibile: andremo a fondo sulla memoria che è diventata un’immagine e proveremo a trasformarla. Nel primo giorno ne avremo vissuto le conseguenze emotive, nel secondo incontro proveremo a risolverla in senso positivo per la persona: cercheremo una strategia di trasformazione emotiva delle parole e dei gesti.
Terzo incontro: nel corpo e nel pensiero il gesto visibile e in permanente. In altre parole l’impronta corporea, che le persone arriveranno a produrre dopo tutto il processo degli incontri precedenti. Avranno la consapevolezza che la traccia che lasciano di sé in realtà non è altro che un’impronta sulla polvere non permanente: noi decidiamo chimicamente di renderla permanente attraverso lacche fissative. Questo sarà un gesto di responsabilità, la persona fisserà permanentemente qualcosa che non si può fissare: la nostra vita. Esiste il gesto corporeo, esiste l’immagine che noi vediamo riflessa nella tela, ma potremmo passarci sopra distruggendola, sarebbe comunque esistita e continuerebbe a esistere nella memoria, ma la necessità di concretizzarla e renderla visibile per più tempo e per gli altri ci porta a doverla fissare con un agente chimico, con un gesto del quale ci si prende la responsabilità. Anche per questo non tutte le immagini verranno fissate, alcune verranno distrutte.
Ti posso anticipare che con i bambini l’esperienza esistenziale sarà ludica, passerà attraverso il gioco, l’invenzione di storie e la scrittura di canzoni, senza contare quanto per loro sia divertente l’imbrattarsi con una tela.

Per finire la domanda forse più difficile o forse la più semplice: cosa cerchi e cosa ti aspetti da questa esperienza?
Cerco conoscenza, il senso del conoscere più che il senso del sapere e, più che aspettarmi qualcosa, spero che lasci alle persone che faranno questa esperienza una possibilità in più di salvarsi, che faccia loro intravedere la possibilità di salvarsi.

A Ferrara Off aprile sarà un mese “In itinere”, nel quale l’associazione aprirà le porte al pubblico e gli offrirà l’occasione di sbirciare dietro le quinte del processo di creazione artistica: non solo con la residenza artistica e i laboratori di Stefano, ma anche con le prove aperte dei lavori di fine stagione degli allievi di Roberta Pazzi e Caterina Tavolini

Info su “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”
Info su “In itinere”

© collettivo_cinetico_angelo_pedroni

L’INTERVISTA
Ballando sul mondo, il pluripremiato Collettivo Cinetico della ferrarese Francesca Pennini

Ferrarese, classe 1984, inizia a studiare danza classica a quattro anni, ma diventa poi una ginnasta agonista. Nel frattempo passa senza soluzione di continuità dalla danza moderna e dalla disco dance al butoh giapponese e allo yoga, alla ricerca di un mondo che le assomigli. Dopo l’incontro con Giorgio Rossi e Caterina Tavolini, capisce che forse la strada giusta è quella della danza contemporanea e decide di andarsene prima al Balletto di Toscana e poi a Londra al Laban Centre. Dal 2009 lavora come danzatrice nelle produzioni di Sasha Waltz & Guests. È la danzatrice, performer e coreografa Francesca Pennini e, con un curriculum così eterogeneo e movimentato, la compagnia che ha fondato nel 2007 dopo essere tornata nella sua Ferrara non poteva che chiamarsi Collettivo Cinetico: “una rete flessibile e attraversabile di collaborazioni” che lavora sulla contaminazione fra movimento, musica, video e immagine. Il loro lavoro è volutamente fuori dagli schemi, tanto che a seconda degli spazi in cui si esibiscono e della performance che eseguono “ci inseriscono a volte nel cartellone di danza, a volte in quello di prosa”, scherza Francesca.
In questi anni Collettivo Cinetico ha prodotto 29 creazioni e ricevuto numerosi riconoscimenti, di cui il premio Rete Critica come miglior artista/compagnia 2014 è solo l’ultimo in ordine di tempo. Dal 2013 è una compagnia di produzione danza riconosciuta e sostenuta dal Mibact. È compagnia residente stabile presso il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara: insieme portano avanti progetti di educazione e formazione sia con giovani artisti sia con i ragazzi degli istituti scolastici ferraresi.
Proprio sul palcoscenico estense, che è un po’ la “casa dove tornare fra un tour e l’altro” come lo definisce Francesca, il Collettivo porterà le sue ultime creazioni: il 20 e il 21 novembre “10 Miniballetti” e la breve performance “Come il cavallo guarda il falco”, esito finale del laboratorio condotto con un gruppo di studenti dell’Università di Ferrara; il 3 dicembre “Amleto”, spettacolo dal formato aperto in cui ogni volta quattro candidati si propongono per il ruolo di protagonista.
Alla vigilia del primo di questi tre appuntamenti abbiamo intervistato proprio Francesca Pennini, colei che ha messo in movimento il Collettivo Cinetico.

francesca-pennini
Francesca Pennini

I lavori del Collettivo Cinetico sono sempre ibridi, all’incrocio fra diversi linguaggi performativi, spesso messi in atto in spazi altri rispetto a quelli consueti della danza. L’unico denominatore comune sono il gesto e la fisicità, o meglio la ricerca su gesto e fisicità.
Il corpo e la sua relazione con gli spazi, non solo quelli dedicati e tradizionali per la danza, diventano il soggetto della ricerca. Spazi diversi o più complessi come quelli urbani offrono stimoli molto interessanti con cui interfacciarsi, inoltre il corpo e il movimento non per forza di danzatori ‘meticciano’ il mondo della danza con quello del quotidiano. Insieme aprono contaminazioni con la vita in generale. L’ultima componente è il lavoro formale sulla struttura e i codici degli spettacoli intesi come eventi: l’obiettivo è scardinare le regole di base che ci si aspettano nel fare o nel vedere uno spettacolo. Ne risulta una contaminazione di linguaggi per cui, oltre agli spazi urbani e al palcoscenico, alcune nostre performance potrebbero essere ospitate anche in gallerie d’arte.

Che rapporto c’è nel vostro lavoro fra l’evento visto dal pubblico e la ricerca che porta a quell’evento?
Io credo che gli eventi che vengono mostrati non debbano coincidere con il processo di ricerca: lo spettacolo è ‘sintetico’, nel senso che è una sintesi della ricerca pensata per la fruizione del pubblico. Il percorso e la ricerca che stanno dietro possono essere stati anche completamente diversi, in un certo senso segreti nella misura in cui sono serviti per creare quell’evento. Però mi piace anche l’idea che gli spettacoli siano comunque mutevoli, quindi quello che si vede è sperimentale e di ricerca perché c’è una dimensione imprevista, siamo in uno spazio di improvvisazione controllata, perciò ogni replica è diversa e il pubblico fa parte a tutti gli effetti di questo sistema.

A proposito di pubblico: esiste per voi lo spettatore contemporaneo? Quanto e perché è importante per voi l’aspetto formativo del pubblico?
Per noi la figura dello spettatore è sempre centrale, non solo durante lo spettacolo, ma durante tutta la ricerca performativa che porta alla sua creazione, perché non può esistere uno spettacolo senza lo spettatore e il modo in cui gli spettatori accedono o accolgono o si scontrano con la visione cambia il lavoro che fai. Non perché si debbano assecondare ma perché c’è una condivisione dello spazio-tempo, perciò c’è una reciproca influenza dei soggetti.
Il problema nel caso della danza contemporanea è la scarsità di pubblico, l’essere considerata un settore di nicchia. Proprio per questo è importante che, da parte degli artisti, ci sia una sensibilità e un’apertura; il che non significa scendere a compromessi di riconoscibilità o creare lavori più accattivanti, ma crescere insieme allo sguardo di chi sta fruendo gli eventi, porsi in una dimensione di generosità nei confronti della relazione con il pubblico, ad esempio accompagnando la visione, come facciamo nei nostri percorsi con gli studenti, e considerando sempre lo spettatore come soggetto in gioco a tutti gli effetti. È brutto, come spettatore, assistere a qualcosa e avere l’impressione che poteva esistere anche senza di te.

State lavorando tanto su questo versante insieme al Teatro Comunale Claudio Abbado, come dimostrano i workshop degli anni scorsi con ragazzi adolescenti per lo spettacolo “age” e quello di quest’anno con gli studenti universitari, il cui risultato è “Come il cavallo guarda il falco”, che vedremo il 20 e il 21 novembre nelle sale del Ridotto. Come è stato lavorare con queste due diverse fasce d’età?
In realtà è difficile paragonarli perché avevano presupposti differenti. Forse con gli universitari è più facile incontrare persone che avevano già in germe un interesse e progredire da quel punto per un approfondimento di alcuni aspetti. Per gli adolescenti, invece, è spesso la scoperta e l’apertura di un mondo. Inoltre il rapporto con la fisicità è in un momento più caldo. Perciò forse con gli adolescenti un lavoro di questo tipo lascia un segno più profondo in un momento particolare, mentre per gli universitari è culturalmente più rilevante, perché arricchisce gli strumenti a disposizione per diventare spettatori più consapevoli.

Passiamo ora a “10 Miniballetti”, che è il tuo primo solo e che vedremo in scena il 20 e il 21 novembre.
A differenza degli ibridi di cui abbiamo parlato prima, questo è un lavoro di danza, anche se uso spesso la parola: il movimento è il soggetto principale perché lavoro sul mio rapporto con la danza. Sono in scena da sola, insieme a un drone con cui mi scambio durante lo spettacolo. Perciò l’altro elemento fondamentale dello spettacolo è l’elemento aereo, il volo, inteso come simbolo del controllo. Per quanto riguarda la drammaturgia, sono andata a ripescare il materiale dei quaderni di coreografie che ho scritto da piccola, con un po’ di pudore devo dire provo a mettere in scena il rapporto con la proiezione di me stessa di molti anni fa

Il 3 dicembre invece andrà in scena “Amleto”, con cui si torna a quell’improvvisazione controllata che ha già caratterizzato “” e altre vostre creazioni
Sì, “Amleto” come “” è un dispositivo coreografico più che uno spettacolo: ogni volta ci sono candidati che si iscrivono mandando una mail alla compagnia, ora è aperta la call per la data di Ferrara. Poi noi scegliamo quattro concorrenti che andranno in scena: senza essere preparati, ma avendo ricevuto solo istruzioni via mail, si presenteranno il giorno stesso dello spettacolo e saliranno sul palco in incognito, a viso coperto per sottoporsi a delle prove. Tutta la drammaturgia è strutturata sul rapporto tra prosa e danza, tra parola e azione, che è poi una delle tematiche dell’“Amleto” di Shakespeare. “Essere o non essere” diventa qui il principio di selezione perché il pubblico applaudendo sceglie chi diventa Amleto: in questo senso è uno spettacolo un po’ cinico e nello stesso tempo è molto ludico. Molto dipende dal pubblico e dai candidati stessi. Come accade per il testo teatrale di Shakespeare, è una sorta di trappola infernale in cui si rimane invischiati.

Collettivo Cinetico: perché questo nome e perché a Ferrara?
Cinetico perché il focus è sul movimento, ma anche perché la struttura stessa della compagnia è costantemente mobile, a parte il nucleo formato da me, Angelo Pedroni e Carmine Parise. Mi piaceva che il nome desse l’idea non di staticità, ma del ridiscutersi continuamente: mobili i ruoli e le figure coinvolti, non c’è un lavoro progressivo con le stesse persone, ma un’esplosione orizzontale di possibilità. All’inizio era quasi una frustrazione non potere avere una struttura con una certa stabilità, ma con il tempo abbiamo compreso che, in un momento come questo, è invece una risorsa: è necessario essere in grado di divincolarsi in un continuo riassestamento.
A Ferrara perché, pur con tutti i suoi difetti, a me piace: rispetto a grandi città che offrono moltissimi stimoli, Ferrara ha ancora una dimensione vivibile. In più qui la danza ha un valore riconosciuto, perciò mi piaceva l’idea di coltivare con altre persone un tessuto che a me è mancato quando ero più giovane e sono stata costretta ad andare a cercare altrove, offrire degli stimoli, lavorare sul territorio.

Progetti futuri? So che, per esempio, sei stata selezionata per il progetto “Prove d’autore XL” che già a dicembre ti porterà a Roma a con 14 danzatori e danzatrici del corso professionale di danza contemporanea del Balletto di Roma…
Sono molto incuriosita, perché il fatto che siano danzatori quasi professionali paradossalmente per me è quasi un ‘esotismo’, li sento più particolari rispetto a degli adolescenti o degli sportivi, quindi per me sarà uno stimolo peculiare. Inizierò con loro dei ragionamenti che poi porteremo avanti con la compagnia nel corso dell’anno successivo. Fra marzo e aprile 2016 ci sarà poi una personale del Collettivo a Bologna curata da Ert, con tantissimi lavori del nostro repertorio e delle produzioni nuove. Inoltre saremo all’estero con “10 Miniballetti” perché siamo stati selezionati per la piattaforma “Aerovawes 2016”, una rete di circuitazione formata da 33 paesi europei. Infine a gennaio inizieremo a lavorare a una nuova produzione che debutterà a settembre 2016: dopo “Amleto” che è un classico della prosa ci cimenteremo nel rifacimento di un classico del balletto, la “Sylphide”.

Immagine di copertina: © Collettivo Cinetico. Foto di Angelo Pedroni

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NOTA A MARGINE
Il senso dei canadesi per lo spettacolo. Sul palco la bibbia laica dei Ballets Jazz de Montréal

E’ uno SPETTACOLO tutto maiuscolo quello che il direttore artistico Louis Robitaille ha portato in città. Tre momenti di danza interpretati da tre coreografi diversi per un unico spettacolo entusiasmante che ha fatto saltare i ferraresi sulle poltrone del Teatro Comunale domenica.
E’ una sorta di bibbia laica quella che vediamo sul palco. Nella prima coreografia, Zero in on, di Cayetano Soto, ci sono solo un uomo e una donna, che interagiscono e si respingono. Passi a due atletici, ma con una chiara matrice classica. Poi arriva tutta la compagnia nel folgorante Kosmos, qui in prima nazionale, di Andonis Foniadakis, dove la compagine dei danzatori di nero vestita travolge tutto come la frenesia urbana che vuole rappresentare. Gesti precisi, alienati in un crescendo di potenza che culmina con una specie di estasi mistica, di intimo raccoglimento come opposizione al caos cosmico.
C’è tutto, dalla danza tribale a quella classica, passando per la jazz fino alla contemporanea.
Le musiche di Julien Tarride sono un accompagnamento incalzante e coinvolgente, e le luci minimali, ma di grande efficacia di James Proudfoot, completano la scena senza bisogno di nessun altro elemento. Tutto è essenziale e necessario, ed è evidente come questo risultato derivi da un lavoro enorme.
Potranno fare meglio? Ci si chiede dopo Kosmos. Poi arriva Harry di Barak Marshall, uno degli allestimenti di maggior successo dei Bjm. Non è meglio forse, ma è complementare. Riporta la scena in una più colorata ambientazione anni ’40-’50 dove questi danzatori senza limiti vengono anche fatti recitare, attorno alla figura di Harry, grottesca caricatura dell’essere umano, continuamente coinvolto in conflitti intimi, come quelli tra uomo e donna, o sociali, come la guerra. E da questi costretto a morire e rinascere in continuazione, interrogandosi ogni volta sul senso di tutto ciò, con la leggerezza di ci sa che una risposta non c’è.

I danzatori sono da spellarsi le mani dagli applausi. Tengono dall’inizio alla fine un ritmo elevatissimo, sono simpatici e sanno trasformarsi in ogni coreografia.

Il bello di questo spettacolo tardo pomeridiano è anche che dopo arriva Robitaille stesso per un incontro col pubblico, e conferma una serie di pensieri fatti disordinatamente durante la visione.
I canadesi riescono a produrre spettacoli così, perché hanno un governo che investe. Ed è un investimento che dà i suoi frutti dal momento che la compagnia è in tournée dai quattro ai sei mesi all’anno in tutto il mondo. Una dimensione globale di cui i Bjm non hanno paura. Loro pensano in grande e guardano avanti chiamando non i grandi nomi, come ha spiegato Robitaille, ma i giovani più talentuosi di ogni paese, li fanno crescere, permettono loro di lavorare da professionisti e ovviamente alla fine, li rendono tali. Una lungimiranza che a noi italiani, benché non privi di talenti, di idee e di esperienza, purtroppo manca. E poi i canadesi, figli di secoli di migrazioni, non hanno paura delle mescolanze e delle contaminazioni: tra razze, generi, stili. Prendono il meglio di tutto e ce lo restituiscono col sorriso.
Grazie!

Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
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Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)

IMMAGINARIO
Per passione.
La foto di oggi…

Questa foto è stata scattata nella casa atelier della stilista Elena Massari mentre sta prendendo le misure della danzatrice Alessandra Fabbri.
Elena sta cucendo l’abito che Alessandra indosserà nello spettacolo di danza contemporanea Venus, un cui primo studio verrà proposto il 21 febbraio alle 18,30 nel teatro comunale di Vicenza.
L’autore della foto è il coreografo e danzatore Nicola Galli, selezionato dal teatro veneto per una settimana di residenza artistica (da domani a sabato) durante la quale potrà sviluppare il suo lavoro sul corpo umano in rapporto con lo spazio e il tempo, una ricerca sui pianeti, per questo il nome Venus.

Sono tre ferraresi, hanno una passione, ne hanno fatto un lavoro e stanno collaborando per realizzare i loro sogni.
Questo è il messaggio d’amore più potente che si possa dare in questa giornata.

Qui potete trovare i lavori di Nicola Galli.

Qui potete leggere di uno spettacolo di Alessandra Fabbri.

Qui potete vedere le creazioni di Elena Massari.

OGGI – IMMAGINARIO ARTE

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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Alessandra Fabbri ed Elena Massari (foto di Nicola Galli)
Alessandra Fabbri ed Elena Massari (foto di Nicola Galli)
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L’INTERVISTA
Caterina Tavolini: “La mia danza, una denuncia della cieca logica del profitto”

Michele Abbondanza e Antonella Bertoni rappresentano ancora oggi il “duo della danza italiana” e “Terramara” il loro primo, originale e irripetibile “pas de deux”. La loro esperienza nasce nei fecondi anni Ottanta, avviati dalla presenza di Carolyn Carlson a Venezia, che segnano la nascita del teatrodanza italiano e della variante mediterranea della danza contemporanea, con la costituzione della Compagnia Sosta Palmizi. Negli stessi anni la coreografa e danzatrice ferrarese Caterina Tavolini è alla ricerca di una danza che le corrisponda. Vede “Underwood” di Carolyn Carlson nel 1982 e “Il cortile” della Compagnia Sosta Palmizi nel 1985 ed è la folgorazione: da allora segue i seminari della compagnia in giro per l’Italia e studia con Michele Abbondanza a Bologna per due anni, inserendosi a pieno titolo nel panorama delle avanguardie del periodo.

Abbiamo intervistato Caterina Tavolini in occasione del riallestimento del duo “Terramara”, andato in scena ieri sera al Teatro Comunale Abbado di Ferrara, che nello stesso luogo vide anche la coreografia originale danzata da Michele Abbondanza e Antonella Bertoni nel lontano 1991 [vedi].

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Michele e Antonella, 1991

Quali i ricordi, le emozioni e le sensazioni di rivedere lo spettacolo qui, al Teatro comunale, ventidue anni dopo, danzato da una nuova coppia di ballerini?
Innanzitutto il grande piacere di poterlo rivedere in scena. E’ una coreografia geniale, di grande intensità, semplice e raffinata al tempo stesso. Riproporla è stata un’operazione sicuramente positiva. Certo, mettere in scena l’inizio della storia d’amore vera vissuta dalla coppia Abb/Bert credo sia stato molto difficile e coraggioso da parte dei nuovi protagonisti, che sono riusciti a dare molto dal punto di vista virtuosistico ed ironico, ma l’emozione che ho provato e la poetica che ne è emersa quando ho visto l’originale, non ha e non può avere confronti. Michele e Antonella si muovevano come pantere sul palcoscenico, istintivi, con un ardore e una sensualità da far venire i brividi.

La mediterraneità, la solarità, il lavoro della terra sono gli elementi principali che connotano questo spettacolo e che, all’epoca, furono di grande innovazione e originalità. Hai ritrovato la stessa tonalità anche nella nuovo riallestimento?
Non sono riuscita a cogliere le differenze fra la prima volta che ho visto Terramara e quella attuale, coreograficamente e scenograficamente mi sono sembrate altrettanto convincenti: l’alternarsi delle giornate, luce e penombra, che scandiscono il lavoro e la vita di un uomo e di una donna che sia amano, che si toccano, si cercano, si prendono e si lasciano per prendersi ancora, e poi danzano e giocano come fossero su un’aia, utilizzando poeticamente ogni spunto simbolico, come l’arancia, il dolce, succoso e profumato frutto della terra, che in scena rappresenta anche il sole e la luna, un cuscino su cui riposare, semi e bambini che vengono mondo.

Ma passiamo a te, quando hai conosciuto Michele Abbondanza e quanto ha influito nel tuo percorso di danzatrice?
Erano i primi anni Ottanta e io ero alla ricerca di una danza che mi coinvolgesse integralmente. Premetto che ho iniziato a danzare da grande, a ventitre anni. Provenivo dalla ginnastica ritmica a livello agonistico ed ho studiato Scienze motorie all’Isef di Urbino. Ho sempre amato la danza ed ho sempre ballato di tutto, fin da piccola, ma fino ad allora non avevo ancora trovato ciò che rispecchiasse la mia idea della danza. Quando ho iniziato ad insegnare educazione fisica nella scuola pubblica, metà del mio stipendio andava per pagarmi i corsi e gli stage in giro per l’Italia e all’estero. Ho vinto anche qualche borsa di studio che mi ha permesso di approfondire la ricerca coreografica. Inizialmente ho provato ad affrontare varie tecniche, dalla modern jazz dance alla moderna alla classica all’hip hop, ma ogni tecnica lasciava una parte di me inespressa.

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Master class con Carolyn Carlson a Reggio Emilia, 1991

Dopo aver visto Underwood di Carolyn Carlson a Venezia nel 1982 [vedi], ho capito che avrei voluto danzare così, con quello spirito. La danza di Carolyn era la semplicità, la forma poetica del movimento, l’ironia, la leggerezza, con un profondo legame con la natura che apprezzavo e che apparteneva alla mia sensibilità artistica.
Successivamente ho cominciato a seguire i suoi danzatori che avevano formato la Compagnia Sosta Palmizi, tra i quali c’era anche un giovane Michele Abbondanza.

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Agrio, coreografia di Caterina Tavolini

Per due anni ho studiato con lui a Bologna e quelli sono stati gli anni fondamentali della mia formazione. Lui è stato il mio primo vero maestro, nonostante fossimo coetanei. In seguito ho frequentato i seminari estivi dei Sosta Palmizi con Raffaella Giordano, Giorgio Rossi e Roberto Castello. Le loro lezioni erano continue fonti di stimoli, la loro creazione più importante “Il Cortile” del 1985 mi ha incantata, lo considero un vero quadro poetico sulla civiltà contadina del teatro danza italiano [vedi]

In quegli anni i Sosta Palmizi rappresentavano l’avanguardia: la danza contemporanea in Germania si chiamava Pina Bausch, negli Stati Uniti Carolyn Carlson, in Italia Sosta Palmizi e poi Abbondanza Bertoni. Era la danza contemporanea in chiave mediterranea. In quale delle tre modalità espressive ti sei più ritrovata?

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Il respiro della terra, coreografia di caterina Tavolini

Per quanto ci siano grandi affinità, ho sempre prediletto la leggerezza, l’ironia e la poesia della Carlson e di Abbondanza. La ricchezza che deriva dal contatto con la natura, presente in tutti e tre i coreografi, è stata un filo conduttore nei miei lavori, fino a creare nel 2009 il duo “Il respiro della terra” dedicato interamente a questo tema. Coreografia che vorrei riproporre e magari approfondire a breve, perché sento l’esigenza di denunciare, anche attraverso il linguaggio della danza, la distruzione dell’ambiente perpetrata da un essere umano sostanzialmente cieco e irresponsabile, legato solo alla logica del profitto.

Che tipo di legame si era instaurato tra te e Abbondanza?
Negli anni si era costruito un bel rapporto di stima e di amicizia, eravamo coetanei e dunque non si trattava del tipico rapporto maestro-allieva. Nei primi anni in cui ho iniziato ad insegnare danza contemporanea, l’ho invitato diverse volte a Ferrara per tenere delle lezioni ai miei allievi.

Abbondanza è stato definito dalla critica “una delle tre presenze più importanti del teatrodanza italiano per qualità espressiva, intelligenza estetica, energia spettacolare, originalità creativa” (Valeria Ottolenghi, La Gazzetta di Parma, agosto 1995)*.
Che lavoro proponeva Abbondanza ai ballerini?

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Spirito libero, coreografia di Tavolini

Lui lavorava molto sull’improvvisazione, sull’essere scenico, sull’aspetto teatrale e laboratoriale della danza, con un attenzione al dettaglio, al movimento di qualità che nasce da un’intenzione, da un’immagine, da un contenuto o da un’intuizione. Credo di aver ereditato da lui la capacità di cogliere intuitivamente l’efficacia di un gesto spontaneo per renderlo unico e insostituibile, al servizio della creazione coreografica. E di questo gliene sono grata.

* in Valeria Morselli, “L’essere scenico. Lo zen nella poetica e nella pedagogia della Compagnia Abbondanza/ Bertoni”, Ephemeria ed., 2007

 

 

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I disegni della coreografia “Terramara”, tratti dall’archivio personale di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni e pubblicati per gentile concessione in Valeria Morselli, “L’essere scenico. Lo zen nella poetica e nella pedagogia della Compagnia Abbondanza/Bertoni”, Ephemeria ed., 2007.

Per saperne di più sul riallestimento di Terramara, visita il sito [vedi] e leggi l’articolo di lancio dell’evento con intervista ai due nuovi ballerini pubblicato su questa testata [vedi]

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L’EVENTO
Terramara: l’arcaico irrompe nella contemporaneità

Dopo “La boule de neige” di Fabrizio Monteverde, sul palcoscenico del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara torna il progetto Ric.Ci/Reconstruction Italian contemporary choreography anni 80/90, questa volta con la quarta e più recente delle coreografie prescelte “Terramara”, creata nel 1991 dalla coppia Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, uno dei lavori cardine del fermento innovativo italiano di quegli anni.

Quando Marinella Guatterini ha proposto di riallestire questa loro opera prima come compagnia Abbondanza Bertoni, “la reazione immediata è stata: impossibile – scherza Michele al telefono – anche solo per la difficoltà di andare a cercare le scenografie e i materiali di scena, i loro progetti, i disegni, le luci, i collaboratori. Invece poi la cosa si è rivelata così stimolante, così toccante, così forte, persino psicoanalitica per noi, che pian piano abbiamo iniziato a rimuovere tutti gli ostacoli”.

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I ballerini Eleonora Chiocchini e Francesco Pacelli

E passo dopo passo questa nuova versione di “Terramara” si è rivelata non una semplice ricostruzione, una ri-messa in scena, ma una ‘nuova vita’, come la definisce Antonella e la considera anche Michele: “l’ultima cosa da fare era cercare di fare una cosa uguale a 20 anni fa, bisognava cogliere quella che era l’amina del lavoro e cercare non la fisicità imitativa, uguale a me o ad Antonella, ma qualcuno che potesse raccontare quelle cose con il suo fisico, con la sua tecnica”. Eleonora e Francesco non sono “un Michelino e un’Antonellina”, ma “due meravigliosi esseri umani, maschio e femmina, che avevano l’adrenalina giusta, la sensualità e anche la grande tecnica che la coreografia richiede”. Anche le scene sono state riallestite con la collaborazione del mitico coreografo della versione originale Lucio Diana: “abbiamo deciso di tagliare molto per rendere lo spettacolo più neutro, più semplice, più essenziale, sono rimaste solo le travi, le gerle, il tavolo”.

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Francesco

Francesco conferma che, dopo il panico iniziale al pensiero di dover sostituire Michele e Antonella, chiarito che il lavoro non sarebbe stato questo, lui ed Eleonora hanno lavorato con “grande serenità, riprendendo a scaglioni i pezzi coreografici, tentando di mettere le nostre fisicità e le nostre personalità pur mantenendo lo spirito iniziale di “Terramara”. È stato un piacere lavorare con Antonella, Michele ed Eleonora, con la quale ci siamo dati una grande mano – continua Francesco – e poi io adoro questo spettacolo, penso che a chiunque lo veda arrivi una grande potenza, tutto è studiato al dettaglio, come sanno fare solo i grandi”.

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Eleonora

“Terramara” è l’eco di una memoria lontana ma non perduta, una storia senza inizio e senza fine: il rapporto fra uomo e donna, quello fra uomo e natura. In scena simboli, segni, frammenti da un tempo arcaico e allo stesso tempo indefinito, sospeso. “Terramara”, per Michele, è “una narrazione astratta” perché “siamo corpi narranti, abituati a stare fra la narrazione e l’astrazione, solo apparentemente questo è un ossimoro”: in questa coreografia perciò “c’è un racconto, ma si dà per frammenti, per immagini, senza un filo logico, realistico, come nei sogni la realtà viene presentata a sprazzi, a immagini”.
“Sono molto legato alla mia terra d’origine, il Trentino, e alla sua popolazione rurale –spiega Michele – ricordo le vacanze nella Val di Cembra le viti, i boschi, i castagneti. A livello inconscio ho espresso questo legame con la terra, ma c’è anche l’amaro della difficoltà di rompere la zolla, dell’inumidirla, del renderla fertile. E poi c’è l’incontro con la vita e con l’amore”. Questo ritorno alla tradizione popolare e nello stesso tempo all’umanità e alla natura al di là delle culture, si esprime anche nelle scelte musicali: “sono andato a pescare musiche da tutto il modo, dall’Est, dal sud America, dal sud Italia”.
“Mi si è sparsa la fantasia, mi sono sentito libero in una prateria con una danzatrice meravigliosa come Antonella, che allora era la mia compagna, mi sono sfogato in Terramara”, così Michele descrive l’esplosione dell’immaginazione vissuta con la creazione di questo lavoro che ha consacrato il suo connubio artistico e personale con Antonella Bertoni che ha la stessa età della compagnia fondata insieme a lei. “Abbiamo appena finito le prove e rivedendolo mi sono detto che sono stato proprio un matto: avevamo poco più di vent’anni e la gioventù ha quella freschezza e quella magia che permettono ancora di saltare e di saltare nel vuoto”. “Con gli anni arriva la saggezza, ma si perde la capacità di volare”, l’importante è non vedere questo solo come un limite, anche per questo lui e Antonella hanno deciso di tramandare questa coreografia: “si può far volare gli altri”.

Foto di Ilaria Costanzo per gentile concessione della Compagnia Abbondanza Bertoni

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