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Speciale DIARIO IN PUBBLICO
Venezia, Venice, Venise, Venecia

La tragedia di Venezia è paragonabile a quel gusto tutto contemporaneo della ‘diminutio’. Basta osservare l’uso che di questa figura retorica fanno i cantanti che, assieme ai calciatori, sono gli autentici idoli degli italiani.
Un tempo, ai miei tempi (forse anche più terribili degli attuali) esisteva ancora il concetto del ‘bon ton’ come si può vedere nelle puntate televisive di Downton Abbey o nel bel film che ne è stato tratto, gusto del vestire corretto che durerà almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso. Bon ton che la mia generazione ha tentato di scardinare con le minigonne, i pantaloni a zampa d’elefante, il foulard al collo dei maschi. Eppure noi giovani , come del resto tutti, in occasioni formali ci si vestiva correttamente secondo le regole del tempo. Al festival di San Remo o nei concerti-fiume che riempivano stadi, piazze, teatri il cantante e i musicisti vestivano quasi sempre lo smoking, segno di distinzione e di eleganza. Ora la giacca dello smoking rimane, ma sotto c’è la maglietta o al massimo una strana camicia senza collo. L’orrore puro l’ho appena visto in tv. Nello spettacolo in onore di Fabrizio de André un cantante sembra di grido appare vestito come mai mi sarei immaginato. Questo vecchietto con gli occhi pittati, il ciuffo bianco cadente veste la giacca da smoking e sotto una camicia da notte; indossa poi una specie di calzone-calzamaglia, gli stivaletti di vernice e canticchia una bella canzone di De André esibendo quella mise che, nelle più spericolate esibizioni, non si sarebbe permesso nemmeno Renato Zero. Ed è ‘IL’ segno di eleganza: l’eleganza imposta da chi detta la moda e, purtroppo forse una parte non indifferente del cosiddetto pensiero il cui impulso viene dai cantanti e da i calciatori
Che c’entra Venezia? Venezia esibisce lo smoking nei luoghi turistici poi indossa la parodia dello smoking in quelli toccati dalla lebbra turistica.
Osservavo una bella rappresentante di Forza Italia che parlava in politichese ad un recente raduno del suo partito e le sue ciglia finte sconfinavano nell’assurdo. E quelle ciglia finte, quella ‘diminutio’ della giacca da sera sono ciò che il turistame vuole dalla mia Venezia. Ho frequentato i palazzi più esclusivi della città lagunare, il circolo delle contesse, la Venezia segreta che non si oppone ma incita a far soldi con il turismo, che non mette però piede al Danieli o da Cipriani, troppo alla moda, ma che al massimo si spinge per non essere contaminata nelle sale segrete del Gritti o dell’Europa. Anche loro hanno distrutto Venezia per una specie di cinismo e di indifferenza.

Riprendo la polemica che oppone ora in città l’Amministrazione leghista alle dichiarazione del professor Giangi Franz che anche sulla mia pagina fb aveva ripetuto e scritto affermazioni che si riassumono nel concetto per cui i veneti e i veneziani s’arrangino a salvare loro e solo loro Venezia. A leggerle, le ho ben inquadrate in un atto non di cinismo ma di impotente amore che è sì ad un passo dall’odio ma che constata la disperazione di un intellettuale di essere alla fine di un processo di autodistruzione. Da qui la riprovazione ma anche la comprensione. Sembra allora esagerato oppure ‘politicamente corretto’ l’azione della Amministrazione ferrarese? Ricorrere poi alla censura degli organi universitari a cui Franz appartiene è simile ad una barzelletta. E chi scrive ne sa qualcosa delle ‘censure’ universitarie! Mi accorgo di usare una caterva di termini virgolettati quasi a sottolineare quella ‘diminutio’ di parole in smoking ma che nascondono la camicia da notte.

A Venezia si è consumata la tragedia delle grandi navi in cui gente vestita come il cantante dal ciuffo bianco crede di possedere la città più bella del mondo perché la può calpestare, insudiciare con la bava del credersi ‘su’! E riaffiorano immediatamente i ricordi di una città coltissima, di una Università tra le prime in Europa, di biblioteche mozzafiato di musei che producono la sindrome di Stendhal, di chiese deserte e silenziose, dell’intatta Giudecca dove anche ai senza soldi, come me da giovane, venivano serviti piatti eccezionali per pochi spiccioli.
Mi venne offerto di lavorare all’Università veneziana ma a malincuore rinunciai perché vivere a Venezia, come morirvi, è difficilissimo. Thomas Mann aveva capito tutto un secolo fa.

Come si sono comportati allora i politici? Hanno commesso una caterva di decisioni sbagliate dettate anche – e va sottolineato – dalla necessità di adeguamento a una città così difficile, dalla spinta che proveniva dal basso di produrre reddito, ma soprattutto dalla volontà di far soldi con la città più bella del mondo. Piegarsi alle necessità del turismo più pacchiano è stato il loro peccato originale. Ricordo le riunioni a casa di De Michelis, editore e politico di rilevanza, riunioni in cui la minaccia di quello che un tempo si chiamò consumismo di massa restava nello sfondo. Agiva forse ancora una certa ansia sessantottina per cui anche ai meno abbienti era finalmente concesso di frequentare quella città fatta per i ricchi. Poi lo spopolamento e il lento naufragio di istituzioni, attrazioni, bon ton, e modelli di una vita inimitabile che scese fra le strade portando lo smoking e la maglietta.
Venezia risorgerà, a fatica, sempre più usata, forse, e sta a noi che l’amiamo toglierle quella giacca e riscoprirne la bellezza, ristoro unico ai mali del mondo.

Diciannove anni fa…De André

Diciannove anni fa ero solo un bambino. Diciannove anni fa vidi i miei genitori con le lacrime agli occhi. Diciannove anni fa non capivo il perché tutti i tg mostrassero i video di un signore con dei grossi occhiali e con una chitarra in mano. Diciannove anni fa mio padre mi insegnò una canzone che porto ancora nel cuore. Diciannove anni fa, in quell’11 gennaio, avevo solo 9 anni, ma riuscii a percepire che qualcosa era cambiato e non sarebbe stato più lo stesso. Diciannove anni sono un tempo per alcuni breve, per altri lunghissimo. Non conobbi mai quell’uomo visto in tv, se non attraverso i racconti e le note della sua musica. Diciannove anni fa moriva un signore dalle mille sfaccettature ed etichette: cantautore, poeta, scrittore, anarchico, terrorista, comunista, filo-cinese, filo-br, musicista, folle, genovese, genoano. Diciannove anni fa, e questo lo so ancora oggi, iniziai a conoscere sempre di più quello che oggi considero di diritto un mito, una leggenda, anzi, e più giustamente, un uomo con pregi e difetti, il quale semplicemente volle raccontare ciò che lo circondava, senza fronzoli. Diciannove anni fa moriva il cantore degli ultimi. Diciannove anni fa moriva Fabrizio De André e mi sembrava giusto, diciannove anni dopo, ricordarlo.

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IMMAGINARIO
Valzer d’autori.
La foto di oggi…

Si chiama “Valzer per un amore” il videoclip curato dal FotoClub Ferrara che viene presentato oggi, 7 luglio, a Faenza per omaggiare Fabrizio De André. Il video è girato all’interno del palazzo dell’ex Borsa di Ferrara, tra corso Ercole I d’Este e corso Giovecca. In scena, sulle note della canzone di De Andrè, i danzatori del circolo ferrarese della Società di danza ottocentesca. (gio.m)

Per vedere il videoclip, ascoltare la musica, seguire le danze clicca qui.

OGGI – IMMAGINARIO ARTI

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Videoclip del FotoClub Ferrara a Faenza per ricordare Fabrizio De Andr

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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ACCORDI
Renzi, dì qualcosa
di sinistra.
Il brano musicale di oggi

«Diciamo insieme con il cuore: nessuna famiglia senza tetto, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità del lavoro!». Mentre papa Francesco riceve e benedice i centri sociali e li esorta a continuare la lotta, il premier Matteo Renzi prosegue la sua crociata contro l’articolo 18 e il posto fisso (replicando il D’Alema del ’99), tace mentre la polizia carica gli operai della Thyssen, non ha nulla da dire sull’assoluzione di tutti gli imputati al processo per la morte di Stefano Cucchi e neppure interviene quando i sindacati dei poliziotti insultano la famiglia e la memoria della vittima. Solo eloquenti silenzi.

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Fabrizio De Andrè

Fabrizio De André, La domenica delle salme

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

 

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

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IMMAGINARIO
Canzoni sbagliate.
La foto di oggi…

Insieme con Fabrizio De André, Massimo Bubola cantava “Una storia sbagliata”: storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale. Oggi (e domani) a quel genere di storie dedicherà spazio e musica la “Rassegna storica della nuova canzone d’autore”. Stasera sul palco Bubola – cantante e arrangiatore per molti anni al fianco di De André – e Renzo Zenobi, cantautore e artefice degli arpeggi in diverse canzoni di De Gregori, da “La casa di Hilde” a “Pezzi di vetro”. Ospite speciale Cranchi. Sala estense, piazza Municipale, ore 20,45.

OGGI – IMMAGINARIO MUSICA

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Massimo Bubola con Fabrizio De Andrè. Insieme cantavano “Una storia sbagliata”

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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rusticano

L’equinozio di primavera è un buon giorno per parlare di giardino

Venti marzo 2014, l’equinozio di primavera è scattato alle 17.57 ora italiana, stabilendo ufficialmente l’inizio della bella stagione. L’equinozio per l’esattezza è un attimo, un incrocio di traiettorie celesti che la scienza definisce con termini precisi, ma dalla Terra, meglio ancora, dalla mia finestra aperta sul giardino, quello che conta è la percezione di qualcosa che rinasce e quest’anno la primavera ha giocato parecchio d’anticipo. La primavera non spunta all’improvviso e chi ha occhi per vedere ne gode le prime avvisaglie già da febbraio, ma quest’anno è stato veramente un anno strano. Le mie piante sembrano in forma, ma la precocità delle fioriture e il disorientamento di un giovane riccio che da febbraio passeggia affamato a tutte ore, non rappresentano segnali positivi. Guardo il cielo, la nebbiolina sta scendendo e mi chiedo: questo interminabile autunno avrà fatto danni? Mi sta preparando qualche bel pacchetto regalo con una gelata tardiva? Vedremo, non ho ancora sviluppato poteri premonitori e pratico forme di giardinaggio poco fedeli ai manuali, quindi, farò come sempre, mi adatterò cercando di capire che cosa serve alle mie piante.
Ogni anno la primavera è un miracolo e non posso fare a meno di pensarla con i versi di una canzone: “Primavera non bussa lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura, ha le labbra di carne e i capelli di grano, che paura che voglia che ti prenda per mano…” così Fabrizio De Andrè rielaborò, assieme a Giuseppe Bentivoglio, alcune poesie della “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master e nella canzone “Un chimico” aggiunse queste parole alla poesia “Trainor, il farmacista”. La primavera è così, ti trascina e la sua esplosione ha ben poco a che fare con i bancali di primule dopate dei centri commerciali, ma anche loro ormai fanno parte del nostro corredino primaverile e invecchiando, le guardo con più benevolenza di quello che facevo anni fa. Le primule sono l’immagine di un desiderio frettoloso di primavera, ma ho la sensazione che quest’anno abbiano avuto meno successo degli anni scorsi, prese in contropiede dai narcisi e dalle forsizie che anticipando la fioritura hanno tolto il desiderio di allestire ciotole di primule in technicolor. Nota di coltivazione: le primule sono piante rustiche e acidofile, quindi non crescono spontaneamente nel terreno calcareo come quello ferrarese. Possiamo provare a metterle in terra, qualche volta sopravvivono regalando ancora qualche ciuffetto di foglie, ma ricordiamoci che queste piantine forzate sono vegetali usa-e-getta fatti per essere ricomprati.
Nel repertorio sconfinato di piante che gridano la fine dell’inverno, il mio quadro preferito per un piccolo giardino di primavera è fatto di bianchi, gialli e celesti, magari con accenni di rosa. Al centro del quadro metterei un bell’albero di prugne o ancora meglio un rusticano, il prugno selvatico; alla sua base un fondo di piccole pervinche celesti, una striscia di narcisi e un tappeto di margherite, viole e pisaletto; sullo sfondo, nuvole di prugnoli, alternati a ligustri verdi e scintillanti, qualche forsizia gialla e un po’ di spiree, ancora senza fiori, ma dal fogliame tenero e vibrante. Ci starebbe bene un tocco di rosa, ma solo un tocco, non una secchiata come quella dei cotogni giapponesi, bellissimi, ma da trattare con parsimonia, quindi per dare un leggero tocco di rosa e per non lasciare da solo il prugno, ci metterei un bell’albicocco potato con leggerezza e lasciato crescere con qualche ramo in più, perché a un giardino chiediamo armonia, non il massimo della produttività.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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