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Salvare Roma ricominciando dall’acqua?

 

Ferraraitalia è un giornale glocal, quindi: Ferrara ma non solo Ferrara. Molti lettori e collaboratori ci leggono e ci scrivono da tutta la Penisola. Da Roma ad esempio.

‘Ricominciamo dall’acqua!’ è lo slogan con cui  Vinicio Capossela presenta l’ottava edizione del suo Sponz Fest che si svolge in Irpinia alla foce del Sele, tra I fiumi Sele e Ofanto. L’evento viene presentato con una fila di piccole barche che scorrono tra quelle acque fluviali, celebrate da una mitologia secolare ma anche bisognose di essere purificate. Tra musica, letteratura e cinema vengono tenuti una serie di eventi decentrati, al massimo 200 spettatori ben distanziati. Ma Capossela non è il solo ad affidarsi in questo periodo tormentato al potere magico-salvifico dell’acqua.

Anche quest’anno si è svolto il Trasimeno blues, una serie di concerti  in cui vengono utilizzate come palcoscenico le barche dei pescatori del lago Trasimeno. Galleggiando e muovendosi lentamente lungo le coste di Castiglione del lago i  musicisti suonano musica blues, tradizionale o sperimentale, dalla mattina fino al tramonto, ognuno dalla sua barchetta. Il pubblico assiste in ordine sparso e a piccoli gruppi seguendoli lungo la riva.

Oliver Stone ha presentato il suo progetto ‘Floatingtheatre dopo aver collocato un grande schermo su una zattera galleggiante tra le dolci onde del laghetto dell’EUR per proiettare ogni sera film da lui accuratamente scelti. Dal 24 agosto al 24 settembre. Capienza massima 150 spettatori all’aperto, ben distanziati e ascolto con cuffie. 30 serate, 2 film a serata e perfino il dibattito con il pubblico.  Quest’ultima iniziativa ha come location un quartiere periferico di Roma che gode di ampi spazi, dotato anche del più grande laghetto artificiale di tutta la città. Ma Roma è una città circondata da acqua, seconda forse solo a Venezia.

Passeggiando per le strade di Roma, alcune deserte, altre affollate di un’umanità variegata come non mai, psicologicamente provata, lacerata tra paure e rimozioni, in preda a una vitalità accaldata e irrazionale, dove l’imprudenza e l’incoscienza si mescolano con una rabbia sorda pronta a scaricarsi sul primo presunto colpevole, con i cervelli intasati da informazioni contraddittorie e propagande politiche avvelenate, alla fine di una lunga estate torrida non può non venire alla mente la meraviglia concreta e simbolica dell’acqua. Assetati come siamo tutti di normalità perduta e di acqua fresca, simbolo di vita e di rinascita, di limpidezza e trasparenza, di mutamento continuo che rinnova e purifica i residui stagnanti. Dopo la tremenda esperienza del lockdown e di un’epidemia che sembra non volerci abbandonare, tutti, ognuno a modo suo, cercano di recuperare una parvenza di una normalità che non esiste più, se mai è esistita, con comportamenti confusi, a volte disperati, sognando di tornare a una libertà perduta. Ma in fondo, anche i più sprovveduti, sanno che tutto è definitivamente cambiato rispetto a un prima che, a ben vedere, era carico di problemi irrisolti e disastri sociali e economici che incombevano sottotraccia. E si è capito che questa volta l’elemento catalizzatore ha preso la forma di un virus particolarmente subdolo.

La vita culturale della città della grande bellezza, della grande storia, della grande architettura da molti anni, anzi decenni, era in costante declino. Al di là dei soliti grandi eventi presieduti da grandi nomi (in questa città l’aggettivo grande viene usato e abusato fino alla nausea) il sostrato sociale che vedeva la partecipazione di migliaia di persone, giovani in particolare, alla vita culturale e artistica della città è andata sempre più scemando. Ed è progressivamente svanita quella tensione utopistica che, al netto di risultati politici non sempre felici, ha comunque in passato favorito  la partecipazione e la condivisione dell’esperienza collettiva della  musica, delle arti visive, della letteratura, la creatività collettiva di masse di persone fino a quel momento escluse dalla vita culturale e artistica. Troppa di quella tensione giovanile si riversa oggi nell’esperienza estetico-estatica del ballo di massa nelle discoteche, storditi e inebriati da droghe varie, o in raduni più o meno clandestini. Momenti di partecipazione collettiva che sotto il nome seducente di ‘movida’ si consumano nell’arco della serata/nottata senza lasciare nulla, se non aumento di malessere sociale e dipendenze varie.

Tolti il Parco della musica e Santa Cecilia, il Teatro dell’Opera, le Scuderie del Quirinale, la Festa del Cinema, le serate letterario-filosofiche alla basilica di Massenzio, le mostre al Campidoglio e a palazzo Venezia, la Fiera autunnale della piccola e media editoria, è rimasto davvero ben poco. La solita alta cultura per grandi nomi applauditi da un pubblico sempre più anziano, sempre più di élite, sempre più chiuso in se stesso e malato di uno snobismo vagamente provinciale. Consorterie, narcisismi estenuanti, radical/chic di destra e di sinistra. E dopo il lockdown e le misure di distanziamento sociale anche quel poco di tensione residua si è drammaticamente ridotto. Mentre la iperattiva instancabile frenetica vita culturale ridotta a frasi a effetto, insulti e polemiche che domina il web, tranne poche, troppo poche eccezioni, non può sostituire la voglia di partecipare, approfondire e trasformare che caratterizza una vita culturale degna di questo nome. Ecco perché  l’ultima grandezza di Roma che ancora non è stata elencata è la grandezza dello spreco. 

E se fosse allora proprio l’acqua l’elemento fisico e simbolico di una possibile rinascita? Roma è una città dove scorrono il Tevere e l’Aniene, un crocevia di acquedotti dove scorre l’acqua dalle tante sorgenti che sgorgano dai monti intorno. Nella mitologia la stessa fondazione di Roma nasce dalle peregrinazioni di Enea per il Mediterraneo e ancora dalla leggenda di Romolo e Remo abbandonati dentro una cesta sulle acque dell’Aniene e poi miracolosamente salvati dal fiume e ritrovati ai piedi del colle Palatino. E’ una città circondata da laghi, a nord come a sud. Si trova in prossimità del mare. Noi inquiniamo, sprechiamo l’acqua in grandi quantità, ma non sfruttiamo quella che abbiamo. E i buchi negli acquedotti sembrano  la rappresentazione simbolica delle tante risorse culturali e artistiche, soprattutto giovanili, che non trovano ascolto nè spazio e che non vengono valorizzate. Giovani che arrancano e sgomitano tentando di emanciparsi dalla tutela finanziaria dei genitori – almeno quando questa tutela esiste – fino a dover rinunciare.

Roma è anche una città in cui abbondano parchi delle più svariate dimensioni, e spesso, da Villa Borghese fino a Villa Pamphili o Villa Savoia, questi parchi ospitano laghetti o altri piccoli corsi d’acqua. Se davvero l’acqua è un simbolo di purificazione e rinascita, questi luoghi, dai più grandi fino ai più modesti giardini di periferia, si potrebbero utilizzare per organizzare eventi decentrati in cui musica, letteratura, mostre di pittura, proiezioni di corti, si alternano dando spazio non tanto ai soliti grandi nomi ma ad alcuni artisti, poeti, pittori, musicisti che conoscono e possibilmente fanno parte del territorio in cui l’evento si svolge. Possibilmente giovani. E  un ruolo centrale nell’organizzare questa rinascita della vita culturale dal basso potrebbe essere affidato al circuito delle biblioteche comunali, fino a questo momento sempre più sacrificate dal punto di vista finanziario e occupazionale. Con l’aiuto delle scuole di zona in grado di partecipare, una volta capito e deciso se, come e quando potranno rientrare veramente in funzione. Ma anche dando vita a eventi pensati più in grande, come il mese di proiezioni sull’acqua organizzato all’EUR da Oliver Stone, o altri eventi che si potrebbero svolgere per esempio alla confluenza del Tevere con l’Aniene a Ponte Salario, o ancora una versione itinerante del Tevere Expo solo per fare alcuni dei tanti possibili esempi. Senza contare i concerti e le letture di poesie e racconti che si possono organizzare sul lago di Bracciano, di Vico, di Nemi, di Martignano sull’esempio del Trasimeno blues. E infine anche molti luoghi di mare, verso nord come verso sud, possono rappresentare splendidi scenari per iniziative simili.

Per concludere con un salto nella musica classica, non potrebbe una nuova politica culturale come questa essere annunciata dalla splendida Water Music di G. F. Handel? Con un grande concerto tenuto sulle rive del Tevere, magari ai piedi di Castel Sant’Angelo?
Ma, come dice il poeta J. Keats alla fine di Ode a un usignolo : “Fu una visione o un sogno ad occhi aperti? Terminata è quella musica: son desto o sono nel sonno?”

Nel frattempo cerchiamo di mantenerci vivi e di poter continuare a sognare.

Sulla Sinistra a Ferrara

Ho seguito con interesse Il dibattito proposto da Mario Zamorani su cause e concause della storica sconfitta del Centro Sinistra alle ultime elezioni comunali di Ferrara. Le ragioni (parecchie e non ancora tutte) vengono citate anche nel contributo di Federico Varese che di seguito pubblichiamo. Capire gli errori dovrebbe servire a non commetterli nuovamente, ma forse – dopo un anno abbondante di legislatura leghista – è venuto il momento di guardare al presente e provare a immaginare un futuro diverso per Ferrara. Partendo da due nodi fondamentali, due passaggi necessari se non vogliamo rassegnarci alla decadenza di Ferrara: una decadenza culturale, civile, economica, sociale: e una decadenza che non inizia con Naomo ma che data almeno un decennio. Due punti di attenzione, due necessità che Federico Varese mi pare individui molto bene e che provo a riassumere a modo mio. Punto uno: occorre un diverso, inedito e coraggioso progetto sociale e culturale per Ferrara, una nuova idea di Città. Punto due: occorre un nuovo ceto, una nuova classe politica, e più in generale: un modo diverso di fare politica, di agire la democrazia, di ascoltare e interpretare i bisogni e le attese dei cittadini ferraresi.
Il cammino da compiere è lungo. Alla Sinistra non basterà voltare pagina, ma dovrà ‘cambiare pelle’. Insomma, non sarà sufficiente far le pulci (leggi: far opposizione) alle stupidaggini e alle malefatte dell’attuale deprimente amministrazione leghista. Dovrà riuscire a parlare a tutta la città (dentro e fuori le mura), a tutti i ferraresi, non solo agli amici e conoscenti. Dovrà proporre una idea di città (ad esempio “la città della conoscenza” che Giovanni Fioravanti continua a indicarci) che ridia speranza e protagonismo all’ex elettore di Modonesi quanto all’ex elettore di Fabbri. O dobbiamo rassegnarci a questa Ferrara divisa a metà tra guelfi e ghibellini?
Dunque, errori a parte, dove ripartire? Da quali parole, valori, idee, progetti, da quali nuovi volti e comportamenti? Ecco, sarebbe bello che il dibattito riprendesse da qua
.  Ferraraitalia è solo uno strano quotidiano on line, completamente autofinanziato, ma sta cercando di fare la sua piccola parte. E apre le porte a chiunque a Ferrara sogna, desidera, lavora per “La Città Futura”.
(Francesco Monini)

Ho letto che il PD ferrarese ha preso posizione contro l’accorpamento delle Camere di Commercio di Ferrara e Ravenna.
Mi sono chiesto: chi è il PD a Ferrara oggi?
Armato di buona volontà, ho cercato sul web la pagina ufficiale del partito. Ho scoperto che il sito www.pdferrara.it non viene aggiornato dal 20 maggio del 2019. L’ultima notizia è una iniziativa elettorale a favore di Aldo Modonesi sindaco. La pagina fotografa una età dell’oro in cui Tagliani è sindaco, Modonesi assessore, Marattin deputato del PD e Baraldi segretaria comunale. Questa è l’ultima classe dirigente non di destra che ha governato la città.
Perché il PD ha perso le elezioni e rischiamo almeno dieci anni di governo leghista? Il bello di intervenire tardi in questo dibattito promosso da Mario Zamorani è di non dover ripetere le analisi di chi mi ha preceduto. Una per tutti: Alessandra Chiappini, la studiosa che ha diretto per tanti anni la Biblioteca Ariostea, ex assessore alla pubblica istruzione e alla famiglia. Nel suo testo sono snocciolate molte ragioni della sconfitta: scandalo Coopcostruttori, Cassa di Risparmio (“una ferita ancora sanguinante”), sanità (mancano trecento posti letto), gestione del post-terremoto… Vi consiglio di leggerlo. Aggiungo: Palazzo Specchi, politica museale inadeguata, fino alla crisi del ‘pattume’. La lista purtroppo è lunga.

L’errore tattico maggiore è stato non aprire a forze nuove. Sono state le liste civiche di sinistra a mobilitare cittadine/i che volevano cambiare la città senza consegnarla alle destre. Fa impressione vedere docenti di fama internazionale come Guido Barbujani e Piero Stefani, architetti come Beatrice Querzoli, giovani studenti e artisti come Arianna Poli e Adam Atik, attivisti come Marianna Alberghini, medici come Lina Pavanelli e tanti altri, disposti a mettersi in gioco per scongiurare la vittoria della destra. La disponibilità di Fulvio Bernabei è stata sprecata. Va detto che diversi esponenti del Pd, come Ilaria Baraldi e Massimo Maisto, avevano capito che bisognava cambiare, ma purtroppo non sono riusciti a produrre una candidatura condivisa e portatrice di novità. Da alcune conversazioni avute durante la campagna elettorale ho tratto l’impressione che il PD preferisse perdere con un candidato organico piuttosto che vincere con un candidato indipendente. Allora non sorprende che l’esito sia stata la sconfitta elettorale. Fa ancora più impressione che il PD ferrarese non abbia promosso una discussione sul risultato elettorale. Il consigliere Dem Bertolasi sul Carlino ha detto che, in assenza di un dibattito, non ha più senso iscriversi a quel partito. Su estense.com Ilaria Baraldi, la quale con grande coerenza si è dimessa da segretaria cittadina dopo la sconfitta, ha descritto “l’inconsistenza identitaria e la confusione organizzativa” del suo partito.

L’errore strategico è stato non avere una idea di città. Dopo la visione, sviluppata negli anni settanta, di “Ferrara città d’arte e di cultura”, bisognava innovare. Quel progetto benemerito nasceva da un dialogo forte tra Italia Nostra, guidata dall’avvocato Paolo Ravenna, l’amministrazione comunale e i dirigenti dei musei e delle istituzioni culturali ferraresi. Il restauro delle mura resta una pietra miliare nella storia della conservazione dei monumenti in Italia. Ma alla lunga quel modello ha prodotto una attenzione esclusiva al centro storico, ad un turismo di giornata, attratto dalle mostre di Palazzo dei Diamanti. Quella stagione, che si è protratta fino al 2019, ha prodotto risultati straordinari–da ultima la mostra su Ariosto curata dalla Direttrice Pacelli—, ma dopo quarant’anni serviva una nuova visione. Toccava alla politica capire che quel modello andava esteso alla città fuori dalle mura, alla cultura materiale e agricola, legando il comune al parco del Delta, un tema sollevato solo dalla candidata civica Roberta Fusari.

Andare oltre le mura (per ribaltare il titolo di una sezione de Il Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani) sarebbe servito anche a mettere al centro della nuova visione di città il *disagio* delle periferie, incluso il quartiere Giardino, la povertà, lo sfruttamento e le diseguaglianze, questioni cruciali per la sinistra, che invece sono state lasciate alla destra. Come documentato dall’Annuario Statistico Ferrarese, la povertà è cresciuta negli anni di amministrazione del centro-sinistra. Il tema delle aree interne (posto in Italia da Fabrizio Barca) doveva essere centrale anche nella visione della sinistra ferrarese. Nulla. In campagna elettorale ho proposto di tagliare i costi dei biglietti autobus per i residenti nelle periferie. Mi sono sentito dire che i ferraresi vanno in bicicletta! Le conversazioni che ho avuto con gli esponenti della giunta prima delle elezioni erano sempre improntate all’atteggiamento ‘non disturbare il manovratore’. Nessuna curiosità per idee nuove.

Il PD non aveva un progetto serio per il Quartiere Giardino: ricordo la proposta del candidato sindaco di tagliare le tasse comunali agli esercenti che aprivano attività in Gad. Credere che tagliare le tasse sia una soluzione a complessi problemi economici e sociali è particolarmente miope. Fior di economisti hanno dimostrato che gli imprenditori vogliono servizi sociali che funzionino e un ambiente urbano attraente, che invogli i clienti a frequentare un certo luogo. A quel punto sono disposti a pagare le tasse (chi vuole approfondire il tema consiglio il recente libro The Finance Curse di Nicholas Shaxson).

Bisognava prendere di petto la paura (fondata o meno) di molti cittadini/e sulla sicurezza. Bisognava “invadere” il quartiere Giardino con iniziative, riunire il consiglio comunale lì ogni mese, come poi ha fatto una volta sola la nuova giunta. Ricordo la stucchevole diatriba sulla criminalità cosiddetta nigeriana a Ferrara: “E’ mafia sì o no?” Quello che importava ai cittadini era recuperare gli spazi pubblici. Serviva un patto per la sicurezza e l’integrazione, sottoscritto da città, forze dell’ordine e comunità immigrate. Ignorare il problema è servito a lasciare che altri lo declinassero in maniera incivile.

Cosa fare in futuro? Quello che non si è fatto nel 2019: aprire a forze nuove e costruire una idea di città che parli a chi vive dentro e fuori dalle mura. Aggiornare la pagina web sarebbe comunque un primo passo.

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Gli anni passano

Gli anni passano.
Bella scoperta.
Lo specchio è inclemente, specie appena alzati. Specie se la pandemia ti ha impedito di recarti dalla parrucchiera e hai, evidente, una crescita a lingue bianche e bigie. Specie se, vecchia, lo sei davvero.
Ogni sera, lavati i denti, riposti gli occhiali, infilato il pigiama — che si potrebbe scartare, ma è così comodo — c’è la conta dei danni. Rughette in più sulla faccia — agli angoli degli occhi, della bocca, ormai anche sulle guance — una pelle lassa, certe macchioline puntiformi rosse e altre chiazze abbronzate di “lentigo senilis”. Il collo non è messo meglio, colpa della gravità che ha inferto la sua crudele legge ad altre parti del corpo, nessuna esclusa. Il mio rivestimento esterno è tutto uno stropicciamento, come di carta bagnata, appallottolata e poi stesa ad asciugare: non ritornerà mai più liscia. Il motore è quello di un’auto molto usata. È affaticato, non ha più lo sprint di prima, si surriscalda facilmente, bisogna farlo riposare, si sta esaurendo.
Non l’accetto. Non l’ho mai accettato. Guardarmi così. Assistere mentre perdo i colpi, i pezzi di me — tonicità, spirito, rapidità, lucidità, desideri, sicurezze, salute.
Quando ero giovane non ci pensavo. Se ci pensavo, mi sembrava logico invecchiare.
Ora mi sembra un affronto.
E va bene. Sono fortunata, perché l’alternativa all’invecchiamento è una eventualità peggiore.
Ma mi fa paura, invecchiare. E mi fa arrabbiare.
Perché “dentro” non sono così. Talvolta anche fuori — con la gestualità, le espressioni — non sono così. Mi sono fermata ai miei diciotto anni benedetti e quando mi vedo riflessa, non mi riconosco.
Va bene. Non lamentiamoci. Nemmeno soffermiamoci al pensiero. Tanto non cambierebbe nulla.
E mascheriamoci — di tinta capelli, di trucco, di abiti giovanili — per illudersi un altro po’, per prendersi in giro, per darsi coraggio.
Ma allora evitiamole, certe telefonate…
Evitiamo di girare il coltello nella piaga.
Evitiamo l’ennesima richiesta da parte di una centralinista gentile, straniera, di una non meglio identificata azienda di fornitura gas e luce, che ti chiede di rispondere a quattro domande “se ha tempo e non è di disturbo”, per un sondaggio nella provincia a tutte le persone con più di sessantacinque anni d’età.
— No, grazie, non ho tempo, — ho risposto. E avrei voluto precisare: non ho tempo da perdere. Non ho più tutto il mio tempo. Non ho nemmeno quel tempo. Perché nonostante le apparenze — nel qual caso mi stesse osservando attraverso il telefono — sessantacinque anni ancora non li ho.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

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