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Accettare i demoni

La saggistica sui problemi della psiche mi annoia. Bastano poche pagine. Eppure sono interessato ai problemi della psiche (la mia, anzitutto, che discorsi). I testi che non mi annoiano, tuttavia, sono molto più vicini ad una storia, un racconto, un romanzo. Oppure sono un romanzo. Il guaio è che le storie pongono solo domande. Quando sento il bisogno di un piccolo conforto, di qualche risposta o anche di un semplice suggerimento – e non ho i soldi per andarmi a sedere in una poltrona per 45 minuti – mi tuffo nelle parole di un Grande Ansioso, diventato terapeuta, che scrive come un narratore.

“Anche se i demoni sono così bravi a spaventarti e a minacciarti, in realtà non ti fanno mai male veramente. Perché no? Perché non possono farlo. Tutto ciò che possono fare è ringhiare, spaventarti. Il loro unico potere è la capacità di farti paura ma, concretamente, non possono neanche toccarti. Quindi, se credi che ti faranno veramente ciò che dicono, cadi nel loro gioco e saranno loro ad avere il controllo della barca. Quando ti renderai conto che non hanno la capacità di farti del male fisicamente, sarai libero. Potrai condurre la barca ovunque tu vorrai, a patto però di esser disposto ad accettare la presenza dei demoni. Lascia che loro si avvicinino, osservali e continua a guidare la tua barca verso la tua meta. Tutto quello che devi fare per raggiungere la terra è lasciare che i demoni ti circondino, che ti gridino quello che vogliono, e continuare a guidare la barca verso la costa. I demoni possono urlare e protestare, ma non possono fare niente per fermarti.

A questo punto starai pensando: “Ma perché li devo tenere sulla barca? non posso lottare con loro e buttarli in mare?”

Certo, puoi provarci, ma sarai talmente impegnato a lottare con loro da dimenticarti del timone, correndo il rischio di andare a sbattere contro uno scoglio e ribaltarti. Inoltre è una battaglia che non potrai mai vincere, perché i demoni sono infiniti.

Potrai pensare: “Ma è orribile! Non voglio vivere circondato da demoni!”

Mi dispiace doverti dare una brutta notizia: lo sei già.”

(Russ Harris)

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Nirvana

 

Nirvana: nel buddhismo, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore.

Quando lo ascoltai per la prima volta, ebbi una sensazione mai provata prima ascoltando un disco. La sensazione che lui fosse davvero deluso, disperato, che la sua rabbia fosse sincera, che il grumo di amarezza che urlava non avesse nulla di artefatto. Che non ci fosse alcuna distanza o distinzione tra lui e il suo personaggio artistico, come spesso fanno gli artisti: mettere la loro verità dentro un personaggio, per trovare il coraggio di dirla. Mentre le urla di un cantante heavy o hardcore mi sembravano manieriste e caricaturali, le sue grida mi turbavano.

Ebbi l’ingenuità di credere che il talento ed il successo lo avrebbero salvato dai suoi demoni. Invece non c’è peggior solitudine dell’essere considerato un portavoce generazionale, quando non hai nemmeno la forza di alzarti dal letto, di lavarti. Tu sai chi sei, ma vieni continuamente frainteso, e messo su un piedistallo. Non sai nemmeno cosa stai dicendo, ma quello che dici viene trasformato in qualcosa di messianico. Feci in tempo a vederlo dal vivo, a febbraio, un paio di mesi prima che decidesse di averne abbastanza, quel 5 aprile. Sento ancora in bocca il sapore fumoso di quella sera, una rappresentazione di camicie di flanella a quadri di cui sentiva l’assurda responsabilità. Mi conforterebbe averlo ancora tra noi, invecchiato. Per me è stata come la morte del più caro, indocile animale domestico.

Non ho il tempo di tradurre ciò che comprendo nella forma di una conversazione. Ho esaurito la maggior parte delle conversazioni entro i nove anni. Riesco a sentire solo attraverso grugniti, grida e intonazioni di voce, oltre che con i gesti delle mani e del corpo. Sono sordo di spirito.”
Kurt Cobain

demone-modernita

Demoni

Ho trovato queste parole di un narratore “nostro”, terracqueo, che tracciano un parallelismo eccentrico tra lo stato di malattia e lo stato di creatività. Non ci avevo mai pensato, ma il daimon della creatività spesso rende incompreso e solo il creatore, proprio come la malattia rende incompreso e solo il malato.

La malattia fa spesso venire una gran voglia di essere capiti. I malati all’ospedale non fanno che chiedere ai dottori di capirli. Vogliono essere capiti dalla scienza e rimessi a posto come macchine. Tutti noi malati coltiviamo questo ideale meccanico di comprensione, che ci dà qualche speranza. E gli altri naturalmente mostrano di capire la “cosa” che ci rende malati. C’è sempre un gran traffico di dicerie tra parenti e dottori, per capire la “cosa” che rende malato un malato. E i dottori la spiegano con le loro parole meccaniche, ma nessun parente e nessun malato sa di preciso di cosa parlino i dottori. Tuttavia ci scambiamo tutti occhiate e discorsi per dirci: “Hanno capito”.
La stessa situazione si trova in quelle attività che sono chiamate creative. Anche queste sono una malattia che fa venire una gran voglia di essere capiti. Si vorrebbe che gli altri capiscano la “cosa” della nostra creazione. Si vorrebbe che dicessero: “Sì, è questo, significa questo, è bello per questo”. Che soddisfazione, che stordimento e che follia, sentire di essere capiti! Come negli ospedali ci sono i dottori che spiegano la “cosa” della malattia, così in questo settore ci sono i critici che spiegano la “cosa” della creazione. E anche qui c’è un gran traffico di dicerie, per capire quale sia la “cosa” che rende una creazione interessante. E anche qui nessuno sa precisamente di cosa parlino i critici, sebbene tutti ci scambiamo occhiate e discorsi per dire: “Hanno capito”.”

Gianni Celati

Epidemie

Da Oriente arriva la paura che sfalda ogni legame umano. Che la colpa sia addossata ad altre persone, è pratica diffusa e accettata: il morbo ha il volto dello straniero, sia esso ebreo, cinese, o africano, poco importa. Quando il lume della ragione viene offuscato dalle tenebre della pestilenza, a nulla può valere un proclama ragionevole: nel regno della paura non esistono vincoli sociali, neppure familiari. È il trionfo della morte, del re ratto, del gatto nero, del sabba, del malocchio, di Ecate dalle tre facce, di Baal, di Caacrinolaas, di Lucifero.

“Cum rex finisset oracula judiciorum Mors nigra surrexit, et gentes reddidit illi.”
(Quando il re mise fine agli oracoli del giudizio, nacque la Morte Nera e le nazioni si arresero ad essa.)
Dal “De judicio Solis in convivio Saturni” dell’astronomo Simon de Covino

La bellezza della paura

Cosa ci spinge a cercare il buio notturno, a guardare nei pozzi, a scrutare le tenebre dell’incertezza? I brividi dietro la schiena, i peli si rizzano e il sangue sembra ghiacciarsi nelle vene, mentre il cuore all’inverso comincia a battere all’impazzata. Sudori freddi, gli occhi vedono sagome sfuggenti che scompaiono dietro di noi, acceleriamo il passo per allontanarci dai vicoli oscuri e deserti… eppure, puntualmente, ritorniamo ancora in quegli stessi vicoli, sempre lì, soli, a inseguire i nostri demoni!
Nel 1974 uscì in Italia un film che tuttora è considerato il più terrificante horror mai realizzato: L’esorcista.
Solo cinque anni dopo, approfittando di una rassegna estiva che veniva proiettata nel vecchio Ristori di via Del Turco, potei finalmente andare al cinema a vederlo. Avevo appena quindici anni e ricordo che lo vidi assieme a un paio di amici. Credo di avere avuto più incubi notturni quell’estate che in tutti gli anni che seguirono. E in effetti il volto di Regan, trasformato dalla possessione, a distanza di quasi quarant’anni è ancora spaventosamente disturbante!

Tuttavia (o forse proprio per questo), da allora la passione per il thriller e l’horror non mi abbandonò più. Il terrore, l’adrenalina che sale, danno un piacere inaspettato. Come gli effetti pirotecnici di una tempesta vissuta sotto un riparo sicuro, goduta da spettatore lontano da ogni rischio ma abbastanza vicino per sentire l’odore degli elementi impazziti che vorticano tutt’attorno in cerca di vittime da divorare. Immaginarsi vittima e allo stesso tempo confortarsi nella certezza di non esser tale. C’è qualcosa di sublime nel farsi travolgere dal terrore creato ad arte, tanto reale quanto posticcio. In fondo equivale ad entrare in un mondo parallelo: quello del sogno e della fantasia.
Ora, lasciando per un attimo da parte le immagini e i fotogrammi, mi rendo conto dell’importanza determinante della musica. il successo di un film e la sua perpetuazione nella memoria dipendono spesso e soprattutto dalla grandezza della sua colonna sonora. Qualche esempio? Cosa sarebbero stati i film di Leone senza le musiche di Morricone? E cosa sarebbe stato Profondo Rosso senza l’accompagnamento musicale dei Goblin?
Per L’esorcista la cosa è stata più discreta, ma ora, riascoltando Tubolar Bells, mi torna in mente la porta chiusa della stanzetta di Regan. Ancora oggi ho lo stesso timore/desiderio di aprirla, di entrarci e di scoprire che quella stanzetta in fondo era la mia.

Tubolar Bells – performance live del 1973 per la BBC (Mike Oldifield, 1973)

Tubolar Bells – registrazione originale in studio (Mike Oldifield, 1973)

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