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Cos’è la destra, cos’è la sinistra
Il boomer, il ragazzo e il bambino senza memoria

 

Tu che sei giovane come me, quindi sei un boomer, te la ricorderai la “conventio ad excludendum” contro i comunisti. C’è persino una voce su Wikipedia, che ad un certo punto dice: “Per tutta la durata della prima repubblica nessun governo ebbe ministri o sottosegretari del PCI, i cui rappresentanti entrarono per la prima volta ufficialmente in un governo col Governo Prodi I nel 1996, quando il PCI si era già trasformato in Partito democratico della Sinistra”. Nel mezzo c’è stato Gladio, la strategia della tensione, le stragi di Stato che usarono manodopera neofascista e membri infedeli  – infedeli alla Costituzione ma non alla continuità statuale col ventennio – dei servizi segreti, Licio Gelli e la Loggia P2, il Piano di Rinascita Nazionale.

Il governo frutto del “compromesso storico” (appoggio esterno del PCI ad un monocolore democristiano) nacque nel mezzo di questa temperie da una profonda riflessione di Enrico Berlinguer, fatta nel settembre 1973 sul giornale Rinascita, che prendeva le mosse dal colpo di stato fascista  – finanziato dagli Stati Uniti – che rovesciò in Cile il governo socialista di Salvador Allende. Giusto per controbilanciare le superficiali evocazioni della scelta “atlantista” di Berlinguer, come se dietro non ci fosse stata una dolorosissima e articolata analisi, mi limito a questo estratto: “gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.” (per leggere i tre articoli di Berlinguer su Rinascita, clicca qui).

Classe borghese, privilegi, potere. Parole chiare, nette, che definivano. Proprio come sono nebulose, ambigue, mistificatorie le parole da cui è composta la melassa acquitrinosa del politichese. Parole prive di un senso, anzitutto perchè appaiono privi di senso coloro che le pronunciano, se non come personaggi di una pièce dell’assurdo à la Ionesco. Come un Enrico Letta che, sprezzante della sua propria fisiognomica, evoca “gli occhi della tigre”. E’ psicologicamente sintomatico che il capo del partito più impallidito in questi anni, anche nel nome – da Partito Comunista a Partito Democratico della Sinistra, a Democratici di Sinistra, a Partito Democratico – dichiari di volere un partito “dai colori vividi e netti, come in un quadro di Van Gogh”. Sembra davvero che l’inconscio si sia impadronito del suo eloquio, conducendolo a elaborare immagini che sono l’esatto contrario della pallida (e inconfessata) percezione di sé.

Tu che sei ragazzo/a adesso, invece, ti becchi la “conventio ad excludendum” verso Fratelli d’Italia, il partito erede della tradizione fascista. La cosa fa sorridere, per un paio di ragioni. La prima è che la sua leader, Giorgia Meloni, è già stata Vicepresidente della Camera dal 2006 al 2008, e Ministro (per la Gioventù: cosa volesse dire, a parte un vago echeggiare littorio, non si sa) dal 2008 al 2011. Quindi non è stata esclusa proprio da niente. La seconda è che la storia dell’Italia dopo la Liberazione dal fascismo, come ricordato prima attraverso la linea nera delle stragi, è attraversata molto più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. Te lo ricordi il G8 a Genova? La “macelleria messicana” messa in atto dalla nostra polizia? Era il 2001, quanti anni avevi? La geopolitica atlantica, unita al più forte partito comunista d’occidente, ha reso inevitabile il fatto di doversi tenere, come serpe in seno, forze dell’ordine e interi gangli dell’intelligence permeati da metodi fascisti e legami col fascismo, dopo aver giurato di difendere la Costituzione nata sulla pregiudiziale antifascista? Non so se era inevitabile, ma è andata così. Quindi non è che gli eredi della tradizione fascista italiana stiano eventualmente “uscendo dalle fogne”: non ci sono mai stati.

Questo non vuol dire che non si corra alcun rischio. Il rischio è che la destra vinca le elezioni a mani basse e abbia, da sola, i numeri per cambiare un pezzo della Costituzione. Infatti Pierluigi Bersani (uno dei pochi con il sale in zucca, oltre ad un pugno inascoltato di costituzionalisti) affermava con elementare buon senso che chi collabora tuttora in tante amministrazioni locali (Pd e 5stelle) dovrebbe fare un cartello elettorale, minimo per contendersi i seggi uninominali con la destra. Invece Pallore Democratico fa a meno dei 5Stelle, i nuovi parìa che hanno osato disturbare il manovratore solitario Mario Draghi, e imbarca il 3% di Azione, giocandosi l’ala sinistra nonchè la possibilità di far tornare a votarlo chi non vota più, per nausea, disperazione o rabbia (ricordo che due tra le peggiori leggi degli ultimi anni, il Jobs Act e la legge elettorale con cui voteremo, sono targate PD).Quel PD sotto il cui ombrello crescono spesso buoni amministratori locali, in Direzione Nazionale non smette di deludere.

Infine ci sei tu, nativo digitale, che ti ritrovi a vivere in una terra che conosci solo per come è adesso: torrida, secca, abitata da gente vecchia, governata da gente vecchia, in cui l’ascensore sociale ti porterà fuori dall’Italia, se hai fegato e soldi per prenderlo – no, il talento non ti basterà.

Non hai neppure la capacità di sognare, perchè il mondo virtuale che maneggi da quando avevi due anni ti mette tutto a portata di mano: non hai mai dovuto immaginare niente. L’idea che hai del lavoro come di una merce uguale a tutte le altre, non è colpa tua. E’ quella che ti è stata lasciata in dote da gente vecchia, tutelata, che ha fatto il fenomeno con il tuo sedere: flessibilità, cioè precariato; disponibilità, cioè sfruttamento salariale. Il liberismo in economia uccide le libertà civili: se non hai la possibilità di progettare un futuro con il tuo lavoro, ti puoi scordare di sposarti, fare figli. Oppure lo fai ma con l’ incoscienza di chi non può pianificare, perchè è nato sotto la stella dell’incertezza. Non è tutto male in questo panorama: ci sono i nonni, che ti aiutano con la loro pensione. Domani tu non potrai farlo coi tuoi nipoti. Se io fossi te, farei fatica a capire cosa vuol dire “destra” o “sinistra” (leggi qui il pezzo di Giuseppe Nuccitelli su queste colonne).

Però hai l’imprinting del sopravvivente. Non hai un passato e non hai un sogno, hai un problema: cavartela e costruire un futuro per te e il pianeta in cui sei costretto a vivere. Con il tuo pianeta condividi lo stesso destino di precarietà. Gli esseri umani che hanno un passato non ne hanno appreso le lezioni, continuano a fare gli stessi errori. L’assenza di memoria potrebbe essere la tua arma vincente.

Una bussola per il voto

Si avvicinano le elezioni e, come ginestre dopo il lungo inverno,  improvvisamente rifioriscono le categorie di “destra” e di “sinistra”.
Immancabilmente, qualcuno chiosa all’istante che la distinzione non avrebbe più senso, che si tratterebbe di categorie politiche obsolete, inadeguate alla pòlis globale contemporanea.

È davvero così?

In fondo, non sarebbe un dramma. Il mondo ha vissuto benissimo senza la destra e la sinistra fino alla fine del Settecento, ovvero fino a tempi molto recenti se osservati nella prospettiva della Storia.

Nel corso dei suoi circa 250 anni di vita, l’opposizione di ‘destra’ e ‘sinistra’ si è articolata intorno a diversi nodi concettuali: conservazione e progresso, individualismo e collettivismo, relativismo culturale e antirelativismo, e così via. Tra tutte queste opposizioni, ce n’è probabilmente una che è alla base di tutte le altre, o che fa loro da cornice: si tratta degli atteggiamenti e delle condotte verso le diseguaglianze.

Il concetto di Égalité, incastonato al centro del motto nazionale della Repubblica Francese (fino a essere incluso nell’articolo 2 della Costituzione del 1958), appare infatti connotato da uno spessore e da una profondità peculiari rispetto a tutti gli altri implicati nell’opposizione di destra e sinistra.

La riflessione sul senso e sul valore della diseguaglianza, infatti, non si limita a delle analisi di natura politica, o economica, o antropologica, ma si sviluppa come tale sul piano dell’ontologia, ovvero dell’indagine sull’essere.

Lo si vede bene in Marx, per il quale ovviamente le diseguaglianze devono essere radicalmente abolite attraverso il superamento definitivo della divisione della società in classi.

Tutte le trasformazioni prodotte da tale superamento sarebbero conseguite, nella visione di Marx, da un rinnovamento profondo della natura dell’essere dell’uomo, liberato dall’alienazione indotta dal ciclo di produzione del capitalismo.

Un’altra litania – spesso intonata da chi di Marx ha una visione di quarta mano – tenta di liquidare la visione di una società senza diseguaglianze e senza classi connotandola come utopia. Si dimentica il piccolo particolare che società umane non stratificate in classi sociali sono sempre esistite (per molti millenni anche prima che  nascessero quelle stratificate) e, sebbene in proporzioni molto ridotte, esistono ancora. L’antropologia culturale ce ne dà una ricca e incontrovertibile documentazione.

Ciò che spesso sfugge a chi intende minimizzare il valore del tema delle diseguaglianze è che si tratta di un’istanza che affiora lungo tutto l’arco del pensiero occidentale, come espressione di una società che la diseguaglianza l’ha, sebbene con varie gradazioni, nelle proprie radici.

Il ricorrere del tema enuncia, quindi la costante tensione di un mondo particolare, quello occidentale, che riflette sulla propria natura, il proprio essere, il proprio bene.

Per alcuni aspetti (la correlazione tra virtù e ricchezza; la relazione tra proprietà privata, universale e particolare) già in Platone, pur volendo evitare qualsiasi forzatura del suo pensiero, la questione appare ben attuale.

Sempre più, poi, essa emerge come una vera e propria interrogazione di fondo sulla possibilità stessa del bene nello spazio e nel tempo dell’occidente, come in Tommaso Moro, Campanella, Montaigne.

In Rousseau  (quello vero, non la piattaforma), l’interrogativo si fa disperante: la natura umana è benigna, ma l’addestramento a una società fondata sulla diseguaglianza e sulla competizione la corrompe e la fa degenerare. La scienza e la tecnica, inoltre, lungi dall’essere l’espressione più oggettiva e neutrale della ragione umana, sono un potentissimo meccanismo di amplificazione delle diseguaglianze stesse.

L’opposizione di destra e sinistra si distribuisce, insomma, intorno a una sorta di faglia che  incrina le basi dell’Occidente e ne impegna costantemente lo strumento prediletto: il pensiero.

In realtà, dal punto di vista politico, la scissura dovrebbe essere ormai abbastanza ridotta, già che come abbiamo visto le più evolute democrazie occidentali contemporanee, come quella francese, nascono proprio dalla costituzionalizzazione del primato dell’uguaglianza.

Ciò vale anche per la Costituzione italiana, come sa chiunque ne tenga a mente, o nel cuore, l’Articolo 3.

Per mantenersi, dunque, nel solco della forma e della sostanza del dettato costituzionale, destra e sinistra dovrebbero se mai differenziarsi intorno alle strategie, all’intensità, alla radicalità dell’agire democratico teso, in quanto tale, alla riduzione delle diseguaglianze.
In realtà, invece, si distinguono sempre meno, perse in una lontananza siderale dallo spirito della Costituzione.

Così, se ancora vi sentite di destra o di sinistra, avvicinandovi al 25 settembre potrete cercare di orientarvi tra le coalizioni e le liste che chiederanno il vostro voto in base a questo semplice e antico spunto di pensiero: quali sono stati e quali sono i loro atteggiamenti e le loro condotte reali (al netto, ovviamente, delle chiacchiere) verso le diseguaglianze.

Rischierete, in questo modo, di trovarvi entrambi in imbarazzo, per ragioni speculari: chi si sente di destra per un eccesso di offerta; chi di sinistra per la scarsità.

Gli amici di destra possono, però, giovarsi di un consiglio meno generale: se siete veramente di quelli che ritengono che le diseguaglianze debbano essere sapientemente alimentate, fortificate, modernizzate e moltiplicate, rivolgetevi senza esitazione a chi ostende – come un tempo si faceva con il libretto di Mao – l’Agenda Draghi e derivati.

Migranti, oltre mille arrivi in un giorno.
Parte la campagna razzista delle destre

 da ANBAMED

Oltre mille arrivi in un giorno nei porti siciliani e calabresi. Sono partiti dalla Tunisia e dalla Libia. Un peschereccio alla deriva con oltre 600 migranti è stato soccorso, a circa 124 miglia dalla Calabria, da una nave mercantile, da tre motovedette della Guardia Costiera e da un’unità della Guardia di Finanza. A bordo del peschereccio sono stati rinvenuti anche cinque corpi privi di vita. 674 in totale le persone tratte in salvo – alcune recuperate direttamente dall’acqua.

I migranti sono stati trasbordati sulla nave Diciotti della Guardia Costiera, presente nell’area del soccorso.
A Lampedusa invece sono arrivate piccole barche e gommoni per un totale dii 522 persone di varie nazionalità, provenienti da Zarzis (Tunisia) e Zuwara (Libia).

In contemporanea è partita la campagna elettorale razzista delle destre, sulla pelle degli ultimi.

 ANBAMED Notizie dal Sud Est del Mediterraneo27w.facebook.com/ReteAntirazzistaCatanese)

GLI SPARI SOPRA
Io sono un qualunquista

 

Io sono un qualunquista? Sono un qualunquista. Affermazione o domanda? Già alla prima frase dell’articolo mi balza alla mente una canzone di uno dei cantanti amati dalle mie figlie, di cui non ricordo il nome, ma il solo fatto di citarlo fa venire i brividi ad un rockettaro come me.

Ho dei seri dubbi su me stesso: ho passato tutta la vita da partigiano (in senso Gramsciano) e lo sono tutt’ora, sono stato attivista per diversi anni, molto distanti tra loro, a quindici e a quaranta anni. Ho sempre avuto certezze granitiche e ortodosse sulle mie idee o sui miei dogmi. E pure quelli non sono cambiati negli anni, la mia coerenza o ottusità ai miei ideali di gioventù (cit.) è ancora lì che mi guarda da quella prima tessera della Fgci del 1984. E pure mi sento diverso, meno coinvolto, con molta meno voglia di persuadere chi non la pensa come me, mi sento disarmato, la verità è che non ne sono più capace. Ma poi, io come la penso? Mi mancano gli strumenti cognitivi che avevo, leggevo saggi, giornali, riviste di partito. Poi sono diventato un ex, di un sacco di cose. Un ex attivista, un ex adolescente, un ex calciatore, un ex motociclista, un ex pescatore. Vero è, come dicono i vecchi, fichi e meloni ogni frutto le sue stagioni e via con la fiera delle banalità. Vedi, allora è vero. Sono un qualunquista. Non riesco a capirmi, vorrei essere coinvolto, vorrei sentirmi partecipe, vorrei avere quella cosa che mio cugino (il mio terapeuta dall’infanzia) definisce con un termine ferrarese bellissimo e intraducibile, sghizuìglia. Parteggiare, stare con, sentirsi parte di un noi politico, una sorta di innamoramento eterno e immutabile. Dalle farfalle nello stomaco al reflusso gastrico è un attimo.

Tranquilli, non sto diventando un moderato. Sono e rimango una persona non di estrema sinistra ma estremamente di sinistra. La mia collocazione non esiste. In molti hanno fretta di andare a votare, perché il popolo deve decidere. Ma decidere cosa? Che vota sempre per quei quattro o cinque contenitori. Centro sinistra, centro destra, destra, né destra e né sinistra, sono ampiamente rappresentati, non sono la stessa cosa, anche se da undici mesi governano insieme. Sono diversi ma attendono di sedersi attorno a un tavolo per decidere il prossimo presidente della Repubblica. Do ut des. Forse è realmente solo questa la politica, forse di moderazione in moderazione ci si radicalizza solo da una parte, a destra? Sto per dirlo, no, non voglio… sono tutti uguali, tutti pensano al proprio orto, tutti pensano ai voti e non alle persone. Ecco, lo sapevo, sono un qualunquista. Tutti ladri, nessuno ladro (cit.), ecco ora cito pure la buonanima di Bettino.

Ma cosa mi sta succedendo? Sarà la pandemia che mi offusca la mente? Il periodo stagnante, come l’acqua di Valle Giralda? No, il mio abbassare la guardia ed affrontare l’avversario con le braccia sui fianchi e la faccia esposta ai pugni, parte da lontano. Forse ora ha toccato il livello più basso. Anche se si può sempre scavare.

E’ passato troppo tempo da quando in TV riconoscevo i politici di sinistra, della mia sinistra, dalle prime quattro parole. Li riconoscevo dal nodo lento della cravatta, da quella luce negli occhi che non ho mai più visto, erano i miei, eravamo diversi, non meglio, diversi.

Ora ascolto un lento e amorfo brusio, intervallato dalle urla di popolar populisti, cambia solo la tinta dei capelli, il gessato e la cravatta sono gli stessi, addirittura la felpa la indossa Salvini, gli operai stanno a destra, il centro sinistra è la borghesia dominante, la parola popolo e popolare brulica sulla bocca della Meloni.

Ma dove cazzo sono finito?

Mi accorgo di avere fatto questo discorso almeno mille volte. Oltre che qualunquista sto pure diventando sclerotico. Ho votato nella mia vita per almeno sette o otto partiti, dal più grande partito comunista d’occidente a Potere al Popolo, PdS e DS, PdCI, Sinistra Arcobaleno, SEL. Oramai da diverse elezioni non raggiungo il quorum. Una decina abbondante di anni fa credetti di avere trovato di nuovo un noi, ragazze e ragazzi giovani, pieni di idee, coraggio, voglia di cambiare, radicalità e allegria. Poi arrivarono gli squali e si spolparono la carcassa di quella nuova speranza di rinascita. Tutto come da copione, quando il piccolo si ingrandisce i culi cercano le poltrone. Politica come mestiere, che schifo. La politica è una missione per conto del popolo, i datori di lavoro degli eletti sono gli elettori, non le banche, i poteri forti (ma poi che cazzo sono i poteri forti, io non l’ho mai capito).

Occorrerebbe un agglutinamento (no, non è un errore di grammatica), bisognerebbe attaccare i cocci e le briciole, che, come la fascia di meteoriti, gravitano fuori dal parlamento nella galassia lontana, lontana della sinistra-sinistra. Esistono partiti più Leninisti di Lenin e più Maoisti di Mao. Marx non era marxista, era comunista. Tra il centro e il Soviet Supremo ci sarà pure uno spazio dove potersi tenere per mano senza andare a ricercare Lev Trockij a Coyoacán. Chiaro, non sono talmente sprovveduto dal pensare che lo schieramento vittorioso alle elezioni di non si sa quando sarà un monocolore rosso. Non ho fretta, più che altro ho paura, sono impaurito da come voteranno gli italiani. Certo che la politica è anche alleanza, ma a pari dignità e poi agli schieramenti ci si pensa dopo, prima occorre creare la scacchiera.

Comunque si, sono un qualunquista. Riduco tutto a pensieri semplici, cedo sotto i colpi di chi utilizza termini medici senza sapere di cosa parla, di chi spolvera la sua laurea su internet, io mi sono diplomato a mala pena. Anche se credo di avere letto negli ultimi trent’ anni molto più di tanti laureati, che dopo la tesi hanno abbandonato biblioteche e librerie.

Mi sento piatto e orfano. Vorrei essere in un angolo del quarto stato, ma ora siamo già al quinto o sesto. Vedo gente piena di certezze, mentre io brancolo nel buio dei miei dubbi, sento gente che cita a memoria l’ultima pubblicazione scientifica della nonsochecazzo, mentre io non sono informato nemmeno sul mercato invernale della  S.P.A.L. (non è vero).

Spesso mi sento un vaso di coccio tra i vasi di ferro.

E comunque nella certezza dei miei dubbi e col mio qualunquismo dilagante, vorrei seguire lassù verso la seconda stella a destra e la trovare la mia utopia, una sinistra unita, non litigiosa, non scunzamnestra, con la voglia di stare insieme più forte della voglia di essere perfettini.

Perché, sappiatelo, la perfezione è di destra.

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Perché sparare sulle luminarie non costruisce una città migliore.

 

L’amico Giovanni Fioravanti scrive su Ferraraitalia dell'”oscuro buio delle luminarie” [leggi Qui] . Quest’anno infatti, con la giunta leghista, il Natale di Ferrara brilla più degli anni passati.
Le luminarie, scrive Fioravanti, le paghiamo noi contribuenti e avvantaggiano solo i “bottegai” (il termine spregiativo per definire commercianti e negozianti); sono l’ennesimo tributo ai turisti e alla cultura del turismo di massa, l’ultimo orpello di una “Ferrara che si vende sul mercato”. Le luminarie, scrive ancora Fioravanti, e qui il discorso si fa più metaforico, servono solo a ingannarci, a buttar fumo negli occhi ai cittadini, a distogliere il nostro sguardo sulle cose che non vanno e sulle cose che si dovrebbero fare per fare di Ferrara una “città della conoscenza”: più inclusiva, più colta, più solidale.

Naturale, anche a me piacerebbe una Ferrara diversa, quella “città della conoscenza” che con una felice locuzione Giovanni Fioravanti predica da anni.  È esattamente lì che dobbiamo arrivare, o almeno, è in questa direzione che dobbiamo concentrare i nostri sforzi. Di questa visione, di questi obbiettivi doveva essere intessuto il programma elettorale del Centrosinistra alle ultime elezioni amministrative del 2019. Così non è stato, e anche per questo abbiamo perso miseramente e oggi governano Alan Fabbri e Naomo Lodi.

Io, però, non me la sento di sparare sulle luminarie. L’altra sera, andavo a prendere mia figlia in stazione, e percorrere tutta viale Cavour, era una festa di luci. Dopo ‘le barriere’, attorno al grattacielo c’erano alberi luccicanti e una stella cometa. Confesso che davanti a quelle mille lucine, uno spettacolo un po’ felliniano, ho provato una piccola emozione.

A me le luminarie, quando non sono pacchiane, piacciono. Forse perché hanno il potere di mettermi addosso un po’ di festa. Così sono andato a pescare una foto (la vedete nella copertina) che ho scattato durante le feste a Napoli, al Rione Sanità, due o tre anni fa: è un bellissimo omaggio a Pino Daniele. Mi piacciono (e sono pronto ad affrontare gli sfottò sui social) anche le luminarie 2021/22 di Ferrara scelte dalla Giunta di Destra.

Per tanti, anche per Giovanni Fioravanti che citavo sopra, le luminarie di Ferrara sono solo frutto di incultura e bieca propaganda (panem et circenses). Come pure il libretto sul dialetto ferrarese che il Sindaco Fabbri ha distribuito di persona ai bambini delle scuole elementari. Su questo episodio, non ho molto da aggiungere a quanto ha scritto Mauro Presini la settimana scorsa, e che invito tutti a leggere o a rileggere [Qui].

Il coraggio del maestro Mauro Presini, o almeno io così l’ho inteso, sta nel puntare finalmente il dito verso l’interno – verso noi stessi, verso le nostre parole vuote, verso quanto dovremmo fare e non facciamo – invece di prendersela tutti i giorni con la Giunta di Destra e le azioni di Sindaco e Vicesindaco.

Non c’è nulla di male nelle Luminarie. Tantomeno nel dialetto, nel riscoprire la nostra storia, le nostre radici. Proprio al dialetto questo giornale dedica una rubrica filologicamente perfetta e seguitissima, Al cantón fraréś.

L’amministrazione Comunale si fa propaganda riempiendo la città di luminarie e ammiccando al dialetto ferrarese? Certo che sì.
E non solo. Si fa propaganda anche con le mostre al Castello, gli spettacoli al Teatro Comunale, i grandi concerti dal vivo, i festival di questo e di quello. E si fa propaganda, si cerca il consenso (e il voto), anche con le giostrine per i bambini, perfino con le bancherelle con i cibi etnici. 

Lo si fa ora. E lo si faceva anche tre, cinque o dieci anni fa. Con l’attuale Giunta di Destra e con le precedenti Giunte di Centrosinistra.
Fare propaganda (farne un po’ o farne tanta) è un peccato originale della politica e dei politici. Sarebbe bello che così non fosse, ma trovo un po’ stucchevole indignarsi. Ma molto peggio, far finta di indignarsi come vedo fare da alcuni esponenti politici della Sinistra che, quando erano in carica, usavano i medesimi strumenti per cercare di catturare il consenso.

Dobbiamo pensare, proporre, costruire una Ferrara più giusta, solidale, democratica? Se è così – e solo così la prossima volta si potrà ribaltare l’attuale maggioranza in Comune – a nulla serve prendercela con le luminarie e fare le pulci a questa o quell’iniziativa di Fabbri e Naomo Lodi. Non serve a nulla. Non produce pensiero. E non sposterà nemmeno un voto.

Guardiamo all’interno non all’esterno, partiamo da noi, invece. Concentriamoci, studiamo, proponiamo misure concrete per fare di Ferrara una città più accogliente e solidale, una città senza sbarre e cancelli, con scuole non abbandonate a se stesse, con nuove biblioteche, con sale gratis in ogni quartiere dove i cittadini possano discutere dei propri problemi e proporre soluzioni a chi governa la città, con nuovi spazi e nuove occasioni per chi in città fa teatro, musica, arte, Eccetera… si prega di continuare l’elenco.

E se davanti agli alberi che brillano di luci ci scappa un sorriso, non è poi tanto grave. Succede, specie a Natale.

Monopoli di Stato, come fumarsi le persone

La Logista è una multinazionale spagnola della logistica, particolarmente diramata nell’Europa meridionale. Una specie di Amazon dei prodotti contenenti tabacco lavorato. Logista Italia ha avuto in concessione dall’agenzia dei Monopoli di Stato la distribuzione ai punti vendita finali (le tabaccherie) dei prodotti a base di tabacco. Uno pensa: lavoro per una ditta che funge da fornitore di un servizio per lo Stato di un bene in regime di monopolio, ergo sono in una botte di ferro. Bene. Andatelo a chiedere a un addetto/a in servizio al magazzino di Logista Bologna, se si sente in una botte di ferro o in una botte di qualcos’altro. I lavoratori del magazzino sito a Bologna Interporto hanno ricevuto a fine luglio un messaggio whatsapp del seguente tenore: “da lunedì prossimo (il 2 agosto, NdA) lei è dispensato dal prestare servizio per la nostra azienda”.

https://www.fanpage.it/attualita/bologna-speranze-per-i-lavoratori-logista-stop-ai-licenziamenti-dopo-i-messaggi-whatsapp/

Molti autorevoli esponenti delle istituzioni mostrano la loro indignazione per una pagliuzza, dimenticando la trave. Il problema non è essere licenziati con un messaggino: quella è una pagliuzza, odiosa, vigliacca, impugnabile finchè si vuole per ragioni formali, ma è una pagliuzza. La trave è essere licenziati da un’azienda multinazionale che va bene, che non accusa nessuna crisi, che tra l’altro subappalta liberamente parti di produzione ad aziende terze e che, nonostante tutto questo, quando decide di licenziare lo fa. Punto. Nella rossa Bologna. E il resto del mondo (Governo, Regione, parti sociali) è costretto ad inseguire, a cercare soluzioni negoziali basate su accordi deboli, come il “Patto per il lavoro”. Perchè deboli? Perchè si basano su gentlemen agreements, protocolli di intesa, impegni presi sulla parola che si sostanziano in procedure di consultazione, concertazione, con il coinvolgimento teorico di decine di attori istituzionali e privati, al termine delle quali l’azienda può consolidare le proprie decisioni. Questo è il significato che ha assunto la parola “condivisione” nel linguaggio burocratico delle relazioni industriali: ti metto al corrente che faccio il cazzo che mi pare.

Mi dispiace ripeterlo, perchè l’ho già scritto: questo continuo inseguire decisioni già assunte in pieno arbitrio dalle aziende, per cercare almeno di mitigarne gli effetti di massacro sociale, dipende dal quadro legislativo vigente. L’Agenzia del Demanio e quella delle Accise, Dogane e Monopoli, è stata istituita dal governo D’Alema il 30 luglio 1999 con decreto legislativo n. 300, in attuazione dell’articolo 11 della legge numero 57 del 14 marzo 1997, approvata sotto il governo Prodi. Io me le sono andate a spulciare, queste leggi. In mezzo a disposizioni scritte in un italiano triste e bizantino, non ho trovato nessuna norma che stabilisse delle regole stringenti per le aziende private concessionarie di servizi di pubblico interesse, anzi di servizi afferenti a beni in regime di monopolio statale. Norme che, ad esempio, stabilissero che non si possono subappaltare pezzi di produzione per risparmiare sui costi del personale. Norme che stabilissero che un’azienda concessionaria di un servizio datole in gestione da un’agenzia statale non può decidere di chiudere lo stabilimento come e quando le pare, pena sanzioni economiche pesantissime, molto più pesanti dei soldi che l’azienda ritiene di risparmiare spostando la produzione in un altro posto, dove le maestranze costano meno, dove i diritti sono sepolti sotto una coltre di ricatti quotidiani. Sanzioni che funzionassero da deterrente nei confronti di decisioni assunte sulla base (invece) dell’ unica variabile di cui un’azienda concessionaria deve realmente tenere conto, ovvero: dove mi costa meno il personale? Poi mi tocca leggere, in uno dei rapporti ufficiali della Logista: “…, la vendita dei tabacchi è effettuata in virtù di una concessione novennale rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli all’esito di un’attenta verifica in ordine alla sussistenza, in capo all’interessato, di una serie di requisiti volti a comprovarne l’onorabilità, l’affidabilità e la preparazione professionale”.  Onorabilità? Affidabilità? Nei confronti di chi?

Queste agenzie pubbliche firmano atti di concessione che incrementano il fatturato delle multinazionali in cambio di nulla. Nessuna garanzia occupazionale, nessun vincolo a tutela dell’interesse nazionale – evidentemente perchè l’interesse a conservare il lavoro di lavoratori e lavoratrici locali non è considerato “interesse nazionale”. Mi fa male constatare che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” , art.1 della Costituzione, è una frase talmente svuotata di senso, dalla legislazione ordinaria dagli anni novanta a seguire, da essere leggibile non come un orizzonte cui tendere nell’imperfezione del presente, ma come una presa per il culo. Ma la beffa non è opera dei padri costituenti: è opera di quelle maggioranze parlamentari (per dirla alla Gaber: “che cos’è la destra, cos’è la sinistra?”) che hanno allegramente licenziato, in nome della “modernizzazione” e di privatizzazioni senza vincoli, leggi che hanno consegnato il destino di migliaia di persone nelle mani di un centinaio di amministratori delegati che giocano a Monopoli con la loro vita, trattandoli come se fossero un pacco di sigarette, senza nemmeno il “maneggiare con cura” che vediamo scritto sugli involucri.

Poi come si fa a lamentarsi del fatto che, nella attuale composizione del Parlamento, la sproporzione di forze tra “destra” e “sinistra” rende impossibile modificare certi assetti per via legislativa? Si confonde la causa con l’effetto. Infatti negli ultimi 30 anni le leggi più penalizzanti per i lavoratori (leggi che hanno reso ridicolo il divieto di appalto di manodopera, che era un pilastro di quando studiavo diritto del lavoro; leggi che hanno permesso di costruire decine di forme contrattuali al ribasso del rapporto, che hanno reso il licenziamento un puro costo d’azienda da calcolare ex ante) sono state approvate in buona parte durante governi di “centrosinistra”; per cui l’attuale assenza di rappresentanza parlamentare del mondo del lavoro non è un accidente del destino, ma la conseguenza di uno smottamento ideologico post 1989 che è diventato un’ autentica frana. Se la sinistra parlamentare ha continuato a fare alcuni progressi nel campo delle libertà civili, ha viceversa abdicato totalmente alle sue fondamenta ideali nel campo dei diritti sociali.

 

 

Un referendum tutto sbagliato

Secondo i sondaggi i sì al Referendum del 20-21 settembre per la conferma della legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, non dovrebbero avere problemi a vincere sui no.
Eppure.
Nel fronte della destra, ad esempio, non si capisce bene l’indicazione ufficiale della Lega per il sì. Faceva parte delle condizioni del contratto che avevano dato vita al governo giallo-verde, ma dal momento che quella maggioranza non c’è più non è chiaro perché non prevalga il “liberi tutti”.
Ci sarebbe una ragione in più, da quelle parti, per rimettere tutto in discussione.
Da destra, infatti, si attende con ansia l’esito delle concomitanti elezioni regionali e se il centrosinistra dovesse portare a casa la sola Campania (con la perdita di Puglia, Marche e Toscana e la conferma di Toti in Liguria e Zaia in Veneto), per il governo in carica non sarebbe un bel segnale.

Si dice che la prova regionale, da sola, non basterebbe a produrre la caduta del Conte bis (anche perché il presidente del Consiglio su questa partita non si è esposto in prima persona), ma se si dovesse aggiungere il risultato negativo del Referendum le cose potrebbero prendere un’altra piega. E a quel punto un semplice rimpasto di governo, dato per possibile in caso di sconfitta alle regionali, potrebbe non bastare più.

Se a destra i rebus non mancano, a sinistra la musica non cambia.
Nel Pd, ad esempio, pare tutto un ribollir di tini.
Accanto alla posizione ufficiale per il sì, si allarga giorno dopo giorno la schiera di quanti fanno pronunciare quella decisione sempre più a denti stretti.
Anche in questo caso, l’impegno risale al momento in cui si è formata la nuova maggioranza giallo-rossa che ha dato vita al governo Conte due. L’accordo è stato che il Pd, contrariamente a quanto fatto fino a quel momento in Parlamento, avrebbe votato favorevolmente in ultima lettura alla legge costituzionale per la riduzione dei Deputati da 630 a 400 e dei Senatori da 315 a 200.

Siccome era chiaro anche alla casalinga di Voghera che questa riforma, da sola, non stava in piedi, il partito di Nicola Zingaretti aveva strappato la promessa di ottenere il contrappeso di una nuova legge elettorale che però, a pochi giorni dalle urne, rimane una promessa.
Non ci voleva un oracolo per prevedere che, a questo punto, si sarebbero levate le voci di quanti hanno sottolineato la debolezza della linea del partito sul punto.
Comprese quelle, silenzi inclusi, che sono state in cabina di regia a tessere le ragioni della nuova alleanza, vincendo anche le iniziali resistenze del segretario nazionale, che non scartava l’ipotesi di andare a elezioni a costo di andare incontro a una sconfitta più che prevedibile.

Va bene che la politica non è uno sport per signorine, ma si fatica a non notare le singolari traiettorie di una strategia tutta celebrata, così pare lontano dai Palazzi, sull’altare della tattica. Anche perché i presupposti politici di non lasciare il Paese in mano ai populisti e di un’alleanza strutturale con i pentastellati, rimasta nel libro dei sogni nella preparazione delle prossime sfide regionali, stanno mostrando la corda.

Fin qui le mosse, almeno alcune, di una politica che, anche nel caso specifico, muove i pezzi su una scacchiera sempre più prossima allo stallo. Se poi si vuole dare un’occhiata ai contenuti della riforma, a fare acqua sono le ragioni dell’impostazione di partenza.

Molti ricorderanno l’esultanza in piazza Montecitorio dei 5 Stelle, a legge approvata, con Di Maio (un ministro della Repubblica) che con tanto di forbice simulava il taglio delle poltrone.

Prima ancora di qualsiasi tecnicismo costituzionale, una riforma di rango costituzionale si può basare sul risparmio dei costi?
Se si accetta la tesi che la democrazia sia un costo, prima o poi il problema sarà “il” Parlamento, non più solamente quello di adesso, certamente bisognoso di cambiamenti.
Dovrebbe preoccupare che le scorie di tante parole in libertà seminate negli anni si stanno sedimentando non solo nel dibattito politico, che è già un problema, ma anche nel quadro istituzionale, oltre che in tanta acquiescenza. E qui il danno diventa difficilmente calcolabile e dio solo sa se reversibile.

Se si prestasse attenzione allo stato di salute che gode la stessa cultura democratica sulla scena globale, oltre che nazionale, dovrebbe suonare come un allarme il fatto che con questa riforma, come fa notare anche l’Istituto De Gasperi di Bologna, il rapporto abitanti-deputati passerebbe dagli attuali 96.006 ai prossimi 151.210, vale a dire il numero più elevato tra tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, Regno unito incluso. Con tutte le conseguenze sulla rappresentanza di interi territori e di collegi così ampi da richiedere campagne elettorali alimentate con spese che solo pochi possono permettersi.

Diversi fanno notare che così il potere rischia di concentrarsi nelle mani dei capi e la partitocrazia farebbe festa. L’opposto di ciò che il movimento lanciato da Beppe Grillo ha sempre urlato, sublimato nello strampalato slogan di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

In letteratura si chiama eterogenesi dei fini: costruire inconsapevolmente (sic?) l’esatto contrario di ciò che si sbraita a parole.
Se non si comprende fino in fondo la posta in gioco, sarebbe bene che chi si è finora contraddistinto più per dire quello che pensa che per pensare a quello che dice, si astenesse nel mettere le mani a cose che vanno ben oltre le possibilità di certe teste inutili e dannose.

Il problema è che entrare in questo ordine d’idee richiederebbe una visione che, l’esperienza di anni ci racconta, pare fuori della portata di, almeno, buona parte di una classe dirigente che finora ha prodotto prevalentemente disastri.
Ma questo non fa che rendere più preoccupante la temperatura di un intero paese, pandemia a parte.

Un ‘Repair Cafè’ per una Sinistra Nuova:
Pensieri da lontano dopo il crollo di una ‘Fortezza Rossa’

“Così lontano, così vicino”. Carl Wilhelm Macke, il nostro collaboratore,di Monaco di Baviera ma ferrarese d’elezione, interviene nel dibattito sulla Sinistra a  Ferrara.

Oggi in quasi tutte le grandi città della Germania si trovano i cosiddetti ‘Repair Cafè (Caffè per la riparazione). Posti, spesso un pò fuori dei centri urbani, aperti a tutti i cittadini che hanno problemi tecnici con le macchine elettroniche di base e cercano cose utili a buon mercato per sopravvivere. Li ci sono soprattutto giovani capaci di trovare soluzioni pragmatiche per non buttare via oggetti rotti o comprare subito qualcosa di nuovo che sarebbe altrimenti e quasi sempre molto costoso. Mi pare un bel modello per riflettere sulla città di Ferrara dopo il crollo della ‘Fortezza Rossa’ negli ultimi anni.
Ma devo fare all’inizio una premessa.
Da lontano non è facile intervenire nel dibattito locale in una città che è diventata quasi una seconda patria per me, ma che è ancora troppo complicata per capire tutta la grammatica della lingua e della cultura e per comprendere la ’vita intima’ della politica locale. Detto in lingua calcistica: sto fuori dal campo ma seguo la partita sempre con la passione di un fan con la propria bandiera.  

Ben prima delle elezioni locali, a Ferrara si poteva già sospettare che al terremoto del 2012 sarebbe seguito, prima o poi, un terremoto anche nella politica. La destra, debole da decenni in tutta l’Emilia, ha concentrato, nel periodo immediatamente precedente le elezioni comunali, la sua propaganda su pochi ma scottanti temi di attualità, sia in regione che in città.
Il crollo della Cassa di Risparmio di Ferrara ha colpito molti piccoli risparmiatori e clienti bancari della classe sociale, che un tempo appartenevano alla clientela abituale del PCI e successivamente a quella del PD. E poiché i membri o simpatizzanti del PD sedevano in quasi tutte le sedi bancarie e nei loro consigli di amministrazione, la rabbia del popolino della città si è riversata su di loro.
I rumorosi militanti della Lega, in particolare, sono riusciti a rendere argomento politico il crescente numero di immigrati in città con sempre nuove notizie di cronaca nera, nonostante il numero, statisticamente, non fosse davvero così allarmante.
Il parco intorno ai due grattacieli, veri e propri mostri architettonici nel quartiere della stazione ferroviaria, è stata dichiarato off limits dai ferraresi, da quando hanno cominciato a soggiornarvi giorno e notte molti immigrati, prevalentemente africani;  e nonostante le dichiarazioni moderate provenienti dalla Polizia Locale, la città di Ferrara è stata dipinta dai leghisti come una roccaforte del narcotraffico e della criminalità violenta.
Il PD locale ha resistito a questi scenari di violenza oltremodo esagerati grazie alle statistiche e ai rapporti che descrivevano il successo del governo della città guidato dal sindaco Tagliani, un bravo cattolico di sinistra: devo dire che con lui sindaco mi sono sentito sempre ben protetto a Ferrara.

Ma torniamo all’argomento.
Convinti di aver lavorato bene, si credeva che nessuno avrebbe dovuto temere per la propria sicurezza nella tranquilla e civile Ferrara. Insomma: cittadini, potete dormire bene, è tutto sotto controllo. Così, purtroppo, invece di cercare le ragioni del crescente successo della politica di pancia della destra, i gruppi del Centro Sinistra si sono persi in litigi interni.
Mentre nessuno comprendeva, al di fuori dei confini del partito, le differenze all’interno della sinistra locale, la destra ha saputo destreggiarsi con successo con un programma elettorale che, a parte il rabbioso rifiuto degli immigrati e l’aumento della presenza della polizia, conteneva, in fin dei conti, solo ulteriori dichiarazioni.
Sono sicuro che un’alleanza tra il PD vecchio e stanco e i rappresentanti spesso giovanissimi dell’associazionismo e della società civile locale avrebbe potuto impedire la vittoria della destra politica. Ma, come in Germania è successo al partito SPD, la maggior parte dei funzionari del PD, ciechi alla realtà delle cose e carrieristi, non erano disposti a questo sforzo. Per loro, il risultato elettorale del giugno 2019 è stato di conseguenza un grande shock, un vero e proprio disastro. Ma tutti gli osservatori della politica locale, ad eccezione dei funzionari e dei più leali elettori dei partiti di sinistra, sono rimasti ben poco sorpresi dall’esito delle elezioni comunali.

Si potrebbe disquisire senza fine sul declino della ‘sinistra storica’ non solo a Ferrara ma, come ha scritto una volte l’anarchico tedesco Gustav Landauer all’inizio del secolo scorso e prima del nazismo: “Non mi interessano i fiumi che sono già sfociati nel mare”.
Dopo il cambio di potere politico a Ferrara, se si decide di visitare questa città, un tempo così orgogliosa della sua grande tradizione rinascimentale e per decenni convintamente antifascista, a prima vista e molto superficialmente, sembra essere cambiato poco o nulla. La presenza della polizia era già visibile negli ultimi anni gestiti dal centro sinistra, perlomeno nelle piazze più grandi.  Il sostegno della città al festival annuale di grande successo promosso dalla rivista di sinistra-liberale “Internazionale” non è diminuito; forse appare un pò ridicola esorprendente la dichiarazione del molto provinciale sindaco Alan Fabbri di essere orgoglioso di “avere il mondo come ospite” per un lungo fine settimana.
E se sono ben informato alcuni esponenti della Lega avrebbero dimostrato il loro sostegno al movimento “Friday for Future” e sarebbero stati anche visti partecipare ai loro eventi.

Queste manifestazioni apparentemente così spontanee del cosmopolitismo liberale della nuova Ferrara contrasta in modo impressionante con un gran numero di azioni politiche e simboliche che sono state avviate: in tutti gli edifici pubblici le croci, in quanto simboli dell’identità cristiana della città, vanno obbligatoriamente attaccate, in modo visibile. Un’azione fortemente criticata dal vescovo Perego come una forma di strumentalizzazione politica troppo trasparente.

Anche Markus Soeder, il Presidente della regione Baviera dove vivo, proprio un giorno dopo la vittoria del suo partito democristiano alle ultime elezioni regionali ha attaccato personalmente le croci nel suo ufficio. Ma sia il Vicesindaco di Ferrara che l’attuale Presidente di Baviera devono sapere che viviamo in una società laica dove la vita pubblica va regolata secondo il Codice Civile e non come vuole un vescovo, un rabino, un Iman o qualsiasi autoproclamato salvatore dell’Occidente.
Come segno della decisa lotta contro il traffico di droga in città, l’amministrazione comunale di destra ha eliminato le panchine in prossimità degli alloggi degli immigrati. La città ha protestato contro queste ridicole misure di sicurezza.

Il Comune, tuttavia, non si lascia dissuadere da questa esorbitante politica simbolica. Mentre il sindaco Alan Fabbri si presenta come un politico vicino al popolo (e amico della buona pasta emiliana) nelle varie feste di strada e di quartiere, il vicesindaco Nicola Lodi assume il ruolo di un Rambo del governo cittadino di destra. Nei media locali, online e offline, sono state presentate notevoli immagini in cui questo bonificatore di destra, forte e muscoloso, che è stato visto alla guida di una ruspa che ha raso al suolo un campo rom alla periferia della città.

Il fatto che il giorno dopo il PD al consiglio comunale abbia presentato una richiesta per sapere se il vicesindaco fosse in possesso della patente di guida per la ruspa ci fa capire come l’opposizione di sinistra sia in difficoltà ad affrontare la nuova politica della maggioranza di destra in città; i politici di Centro Sinistra a Ferrara dall’inizio del governo di Destra non hanno saputo che creare alcuni ‘temporali in un bicchiere d’acqua”. Cosi l’opposizione ‘Non-Leghista,’ per non usare l’adesso molto pallida e porosa etichetta ‘Sinistra’, non ha oggi la minima possibilità di cambiare la direzione del vento politico in città durante gli anni che verranno e fino le prossime elezioni.
Per questo mi pare molto utile e da approfondire l’intervento di Federico Varese dedicato alla situazione attuale della ‘Sinistra ferrarese’. Al centro di un nuovo programma, di una nuova visione politica nell’epoca della globalizzazione, della pandemia Covid-19, del Nuovo Ordine mondiale  e della Re-Nazionalizzazione,  in tutto il mondo e anche a livello locale, deve essere posta la ricerca di nuovi soggetti politici, la scelta di nuovi temi fondamentali per affrontare i gravi problemi ecologici e sociali creati da un capitalismo aggressivo che sta cambiando il mondo come lo Tsunami che anni fa ha colpito le coste dell’Asia.

A tale proposito mi pare che un lato molto debole della Lega sia oggi la mancanza totale di un contatto con il mondo “fuori dalle mura”, dunque fuori da Ferrara e fuori dall’Italia.  Il solo “Festival Internazionale” infatti non basta per aprire la città verso il mondo: secondo me il “Festival” va sicuramente bene e va certo incoraggiato e sostenuto ma, talvolta, si presenta troppo autoreferenziale come “una Messa per i già fedeli”.  
Una sinistra nuova dovrebbe invece essere diversa, dovrebbe creare nuove opportunità, fornire nuovi stimoli; per questo ogni tanto servirebbe anche ascoltare di più qualche discorso di Papa Francesco sul futuro della Chiesa Cattolica alla periferia ed al centro di un mondo sempre più precario. 
Insomma, c’è molto da fare, da pensare, da difendere e da costruire una ‘Nuova Ferrara’ non murata in un bunker senza finestre. Per questo forse il ‘Popolo Non-Leghista’ deve frequentare di più i ‘Repair Cafè nelle periferie della città e meno i Street Bar e i salotti dei Palazzi dentro le mura.

Perché, parlando come tedesco, il mondo reale non si trova nei ‘Night-Clubs’ del centro di Berlino o nei salotti dei ricchi intorno alle fabbriche di Porsche, di BMW e di Mercedes. Se non sbaglio la Sinistra tedesca, la SPD, il partito “Linke” e una buona parte dei Verdi, ha capito la sua responsabilità nei confronti della forte crescità di una Destra che sta raccogliando le proteste in tempo di Covid-19 e di una forte scissione sociale dentro la società tedesca.

Sulla Sinistra a Ferrara

Ho seguito con interesse Il dibattito proposto da Mario Zamorani su cause e concause della storica sconfitta del Centro Sinistra alle ultime elezioni comunali di Ferrara. Le ragioni (parecchie e non ancora tutte) vengono citate anche nel contributo di Federico Varese che di seguito pubblichiamo. Capire gli errori dovrebbe servire a non commetterli nuovamente, ma forse – dopo un anno abbondante di legislatura leghista – è venuto il momento di guardare al presente e provare a immaginare un futuro diverso per Ferrara. Partendo da due nodi fondamentali, due passaggi necessari se non vogliamo rassegnarci alla decadenza di Ferrara: una decadenza culturale, civile, economica, sociale: e una decadenza che non inizia con Naomo ma che data almeno un decennio. Due punti di attenzione, due necessità che Federico Varese mi pare individui molto bene e che provo a riassumere a modo mio. Punto uno: occorre un diverso, inedito e coraggioso progetto sociale e culturale per Ferrara, una nuova idea di Città. Punto due: occorre un nuovo ceto, una nuova classe politica, e più in generale: un modo diverso di fare politica, di agire la democrazia, di ascoltare e interpretare i bisogni e le attese dei cittadini ferraresi.
Il cammino da compiere è lungo. Alla Sinistra non basterà voltare pagina, ma dovrà ‘cambiare pelle’. Insomma, non sarà sufficiente far le pulci (leggi: far opposizione) alle stupidaggini e alle malefatte dell’attuale deprimente amministrazione leghista. Dovrà riuscire a parlare a tutta la città (dentro e fuori le mura), a tutti i ferraresi, non solo agli amici e conoscenti. Dovrà proporre una idea di città (ad esempio “la città della conoscenza” che Giovanni Fioravanti continua a indicarci) che ridia speranza e protagonismo all’ex elettore di Modonesi quanto all’ex elettore di Fabbri. O dobbiamo rassegnarci a questa Ferrara divisa a metà tra guelfi e ghibellini?
Dunque, errori a parte, dove ripartire? Da quali parole, valori, idee, progetti, da quali nuovi volti e comportamenti? Ecco, sarebbe bello che il dibattito riprendesse da qua
.  Ferraraitalia è solo uno strano quotidiano on line, completamente autofinanziato, ma sta cercando di fare la sua piccola parte. E apre le porte a chiunque a Ferrara sogna, desidera, lavora per “La Città Futura”.
(Francesco Monini)

Ho letto che il PD ferrarese ha preso posizione contro l’accorpamento delle Camere di Commercio di Ferrara e Ravenna.
Mi sono chiesto: chi è il PD a Ferrara oggi?
Armato di buona volontà, ho cercato sul web la pagina ufficiale del partito. Ho scoperto che il sito www.pdferrara.it non viene aggiornato dal 20 maggio del 2019. L’ultima notizia è una iniziativa elettorale a favore di Aldo Modonesi sindaco. La pagina fotografa una età dell’oro in cui Tagliani è sindaco, Modonesi assessore, Marattin deputato del PD e Baraldi segretaria comunale. Questa è l’ultima classe dirigente non di destra che ha governato la città.
Perché il PD ha perso le elezioni e rischiamo almeno dieci anni di governo leghista? Il bello di intervenire tardi in questo dibattito promosso da Mario Zamorani è di non dover ripetere le analisi di chi mi ha preceduto. Una per tutti: Alessandra Chiappini, la studiosa che ha diretto per tanti anni la Biblioteca Ariostea, ex assessore alla pubblica istruzione e alla famiglia. Nel suo testo sono snocciolate molte ragioni della sconfitta: scandalo Coopcostruttori, Cassa di Risparmio (“una ferita ancora sanguinante”), sanità (mancano trecento posti letto), gestione del post-terremoto… Vi consiglio di leggerlo. Aggiungo: Palazzo Specchi, politica museale inadeguata, fino alla crisi del ‘pattume’. La lista purtroppo è lunga.

L’errore tattico maggiore è stato non aprire a forze nuove. Sono state le liste civiche di sinistra a mobilitare cittadine/i che volevano cambiare la città senza consegnarla alle destre. Fa impressione vedere docenti di fama internazionale come Guido Barbujani e Piero Stefani, architetti come Beatrice Querzoli, giovani studenti e artisti come Arianna Poli e Adam Atik, attivisti come Marianna Alberghini, medici come Lina Pavanelli e tanti altri, disposti a mettersi in gioco per scongiurare la vittoria della destra. La disponibilità di Fulvio Bernabei è stata sprecata. Va detto che diversi esponenti del Pd, come Ilaria Baraldi e Massimo Maisto, avevano capito che bisognava cambiare, ma purtroppo non sono riusciti a produrre una candidatura condivisa e portatrice di novità. Da alcune conversazioni avute durante la campagna elettorale ho tratto l’impressione che il PD preferisse perdere con un candidato organico piuttosto che vincere con un candidato indipendente. Allora non sorprende che l’esito sia stata la sconfitta elettorale. Fa ancora più impressione che il PD ferrarese non abbia promosso una discussione sul risultato elettorale. Il consigliere Dem Bertolasi sul Carlino ha detto che, in assenza di un dibattito, non ha più senso iscriversi a quel partito. Su estense.com Ilaria Baraldi, la quale con grande coerenza si è dimessa da segretaria cittadina dopo la sconfitta, ha descritto “l’inconsistenza identitaria e la confusione organizzativa” del suo partito.

L’errore strategico è stato non avere una idea di città. Dopo la visione, sviluppata negli anni settanta, di “Ferrara città d’arte e di cultura”, bisognava innovare. Quel progetto benemerito nasceva da un dialogo forte tra Italia Nostra, guidata dall’avvocato Paolo Ravenna, l’amministrazione comunale e i dirigenti dei musei e delle istituzioni culturali ferraresi. Il restauro delle mura resta una pietra miliare nella storia della conservazione dei monumenti in Italia. Ma alla lunga quel modello ha prodotto una attenzione esclusiva al centro storico, ad un turismo di giornata, attratto dalle mostre di Palazzo dei Diamanti. Quella stagione, che si è protratta fino al 2019, ha prodotto risultati straordinari–da ultima la mostra su Ariosto curata dalla Direttrice Pacelli—, ma dopo quarant’anni serviva una nuova visione. Toccava alla politica capire che quel modello andava esteso alla città fuori dalle mura, alla cultura materiale e agricola, legando il comune al parco del Delta, un tema sollevato solo dalla candidata civica Roberta Fusari.

Andare oltre le mura (per ribaltare il titolo di una sezione de Il Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani) sarebbe servito anche a mettere al centro della nuova visione di città il *disagio* delle periferie, incluso il quartiere Giardino, la povertà, lo sfruttamento e le diseguaglianze, questioni cruciali per la sinistra, che invece sono state lasciate alla destra. Come documentato dall’Annuario Statistico Ferrarese, la povertà è cresciuta negli anni di amministrazione del centro-sinistra. Il tema delle aree interne (posto in Italia da Fabrizio Barca) doveva essere centrale anche nella visione della sinistra ferrarese. Nulla. In campagna elettorale ho proposto di tagliare i costi dei biglietti autobus per i residenti nelle periferie. Mi sono sentito dire che i ferraresi vanno in bicicletta! Le conversazioni che ho avuto con gli esponenti della giunta prima delle elezioni erano sempre improntate all’atteggiamento ‘non disturbare il manovratore’. Nessuna curiosità per idee nuove.

Il PD non aveva un progetto serio per il Quartiere Giardino: ricordo la proposta del candidato sindaco di tagliare le tasse comunali agli esercenti che aprivano attività in Gad. Credere che tagliare le tasse sia una soluzione a complessi problemi economici e sociali è particolarmente miope. Fior di economisti hanno dimostrato che gli imprenditori vogliono servizi sociali che funzionino e un ambiente urbano attraente, che invogli i clienti a frequentare un certo luogo. A quel punto sono disposti a pagare le tasse (chi vuole approfondire il tema consiglio il recente libro The Finance Curse di Nicholas Shaxson).

Bisognava prendere di petto la paura (fondata o meno) di molti cittadini/e sulla sicurezza. Bisognava “invadere” il quartiere Giardino con iniziative, riunire il consiglio comunale lì ogni mese, come poi ha fatto una volta sola la nuova giunta. Ricordo la stucchevole diatriba sulla criminalità cosiddetta nigeriana a Ferrara: “E’ mafia sì o no?” Quello che importava ai cittadini era recuperare gli spazi pubblici. Serviva un patto per la sicurezza e l’integrazione, sottoscritto da città, forze dell’ordine e comunità immigrate. Ignorare il problema è servito a lasciare che altri lo declinassero in maniera incivile.

Cosa fare in futuro? Quello che non si è fatto nel 2019: aprire a forze nuove e costruire una idea di città che parli a chi vive dentro e fuori dalle mura. Aggiornare la pagina web sarebbe comunque un primo passo.

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

SOVRANISMO: DIO, PATRIA e ZAR
L’antica ricetta per un nuovo Peron alla milanese e un’Evita all’amatriciana

Dio, patria e Zar. Il sovranismo in tre parole. Nulla di nuovo sotto il sole, aggiungi alcuni concetti a caso tipo famiglia tradizionale, valori cristiani, prima noi, ci stanno invadendo, ospitiamoli a casa loro, autarchia, stampiamo moneta, difendiamo la nostra razza, libertà (intesa come la mia e non la tua), ed ecco pronto un perfetto strumento ideologico per definire i padroni a casa nostra. A piccole dosi, aggiungerei un po’ di insofferenza nei confronti dell’antifascismo (superato perché non c’è più il fascismo – cit.), disagio nei confronti della scienza, ricerca continua e imperterrita del complotto, costruzione del nemico e sua conseguente disumanizzazione e il giochino è fatto.

Il concetto di sovranità nazionale e di confine chiuso ci porta indietro negli anni, nei secoli, in cui il sovrano, lo zar instillava nei sudditi l’amor patrio, come siero per immunizzare il popolo dalle velleità di rivolta. Le dittature si mantengono su questi valori, guerra continua e senza limiti contro nemici veri, verosimili o inventati.

La cultura ad esempio. I professoroni, gli intellettuali, i radical chic, primo ed importante nemico da abbattere e delegittimare.
E come si fa?
Facile.
Ora, nei tempi del tutti connessi è semplicissimo, basta gridare più forte da una tastiera, spammare di continuo fake news costruite ad arte, lanciare input alle bande di sudditi che fanno il lavoro sporco, distruggendo il pensiero civile di chi vuole esprimere un parere discordante o peggio irrispettoso del sultano, su un qualsiasi social network.
E il gioco è fatto. Il primo tassello del domino inizia a cadere.

«Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola», la frase attribuita a Goebbels di non accertata provenienza è l’emblema del concetto del populismo sovranista. La personalità malata del ministro della propaganda nazista tendeva a costrure gigantesche menzogne a cui alla fine credeva pure lui. Quale miglior metodo per convincere gli altri se non quello di essere convinti delle proprie bugie?

I tre elementi cardine che citavo all’inizio continuano a mantenere lo stesso valore dei secoli passati. Attraggono i sudditi come una calamita, facendoli sentire migliori, più forti, parte di un gruppo dominante. Il famoso ‘noi’ è la più grande delle fandonie. Lo zar, quando parla di noi si riferisce a lui, mentre il popolino quando parla di noi non riesce a capire che anch’esso parla di lui. I privilegi di cui sarebbero dotati gli avversari o meglio i nemici, perché le schiere fedeli al sovrano devono proteggere il loro duce da masnade di cattivi, clandestini, esseri contro natura, comunisti che sbucano in ogni dove, peccatori che intaccano le bianche vesti del sultano, non esistonoE quindi vanno costruiti.

I limiti intellettuali di molti sovranisti di casa nostra non sono nemmeno ritenuti limiti dagli accoliti, anzi. Il linguaggio da bar sport, le movenze, l’abbigliamento fintamente trasandato sono prettamente costruiti a tavolino per assomigliare ai propri elettori. “Vedi lui è come me, come noi, dice pane al pane e vino al vino, non come loro che studiano, studiano e non sanno un cazzo”.

E voi? Ma voi chi?
Non sto cercando di analizzare le differenze, con la mia piccola testa, ma sto cercando di raccontare il perché un trinomio vecchio di millenni continua ad essere appetibile alle genti di questo fetente ventunesimo secolo.
Mi sento dire spesso, ma come fai ad essere ancora Comunista? Berlinguer è morto, il Pci non c’è più, il comunismo è stato sconfitto dalla storia. Mi viene da rispondere: “Ma tu, cazzo! che ti ritieni rappresentato dai valori di Romolo, non è che sei più retrogrado di me?”

Qui non parlo di una destra moderna, in quanto i valori sopra enunciati nulla hanno a che vedere con una destra liberale, moderna e repubblicana. Sempre, ovviamente, lontana da me, ma con cui dibatterei volentieri sui tanti valori avversi. Mi riferisco proprio alla maggioranza della destra italiana. Ora, capire perché il popolo italiano, in una sua parte, non so se maggioritaria o meno abbia bisogno di un conducator, di un Peron alla milanese e di una Evita all’amatriciana è materia per sociologi, quello che è decisamente avvilente è capire perché il resto della popolazione italica non sia in grado di smontare le fandonie sovraniste.

Forse se ne esce solamente da sinistra, da una vera sinistra.
Ma anche questo è un tema da dibattere, un po’ come cercare un unicorno in un gregge di mucche. Occorrerebbe un nuovo umanesimo, una compattazione sui valori dell’antifascismo, una riscoperta dei valori fondanti del progressismo. Ma a dire il vero io non vedo luce in fondo al tunnel. Forse quella fioca fiammella che emerge dall’oscurità, sono solo i fari del treno che ci viene addosso.

IL SASSO NELLO STAGNO
ANZI, NELLA FOSSA (DELLA SINISTRA)

Ho scoperto per caso questa lunga Lettera Aperta nella pagina Fb (data: 9 maggio) di Franco Ferioli, un amico che non vedevo e non sentivo da anni. Che stimo come un tipo di grande creatività, una persona (ed è questo che qui interessa) che coltiva con ostinazione l’esercizio del pensiero libero: esattamente quell’attitudine dello spirito che fa di lui, nel gergo sprezzante di certi politici di professione o vocazione, ‘un cane sciolto’.
Per la medesima ragione, e nonostante il suo articolo chiami fastidiosamente in causa anche il sottoscritto, ho chiesto a Franco se potevo pubblicare su Ferraraitalia le sue ‘considerazioni di un impolitico’. Che invece è un’analisi politica allo stato puro. Senza veli o giri di parole, prendendosi il rischio di giudizi ruvidi e col coraggio di mettere per iscritto nomi e cognomi. In fondo, la stessa idea balzana di quel ragazzaccio che al passaggio del sovrano si è messo a gridare “Il Re è NUDO”.
Non condivido tutte le cose che scrive Franco. Su molte la penso come lui. Ma questo è meno importante, ci sarà il tempo per discuterne. Quel che è sicuro è che Il Re (la Sinistra) è drammaticamente nudo/a. A Ferrara più che altrove. E che da oggi, da questo Anno Zero, non si uscirà, non si potrà mai uscire, non si potrà mai battere la Destra, con gli stessi programmi, le stesse alchimie, gli stessi balletti, le stesse mediazioni, le stesse facce di sempre.
Serviranno le “riflessioni indigeste” di Franco Ferioli? Non lo so, io me lo auguro. Mi danno l’idea di un sassone da macero (in ferrarese: ‘na masègna) che finisce con un gran tonfo in mezzo alla Fossa del Castello provocando un locale maremoto. Se così fosse, per una stagnante Sinistra sarebbe tutta salute.
Infine un invito, un caldo consiglio a chi (ai molti, ai tanti) che nelle righe seguenti si vedranno attaccati. Offendersi, peggio ancora arrabbiarsi, non solo non porta a nulla, ma è segno inconfondibile di poca intelligenza. Le provocazioni – anche così possono esser lette le parole di Franco Ferioli – a due cose possono servire. A riflettere. E a migliorarsi.
(Effe Emme)

di Franco Ferioli

Proposta di lettura di un manifesto contenente notizie e riflessioni di pubblico interesse ferrarese – che, avviso importante, potrebbero risultare indigeste – di un apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato).

Invogliato da un articolo di Francesco Monini apparso su Ferraraitalia e riportato sulla sua pagina Facebook nel quale si invitava a proseguire pubblicamente l’analisi del voto regionale e i risultati raggiunti dalla Lista E.R. Coraggiosa Ecologista e Progressista, ho deciso di aderire partecipando al primo incontro e non mi sono per niente sentito rappresentato o rassicurato di aver fatto la scelta giusta nel votarla anch’io. Anzi, credo di essermene pentito.

Speravo che l’analisi del voto proseguisse collettivamente con la stessa apprezzabile lucidità con cui Francesco l’aveva iniziata e impostata, speravo che da quell’analisi ne potesse seguire una programmazione, insomma, per dirla in politichese, ho creduto che lo scopo dell’incontro fosse quello di compiere un’analisi programmatica del voto. Invece ho partecipato a una ‘festa di vincitori’ dove l’unico a sentirsi sconfitto sono stato io.
Che bello che sarebbe stato, per me, se qualcuno si fosse alzato e avesse detto non abbiamo vinto niente e continueremo a perdere fino a quando non ci renderemo conto di quali sono i motivi, al di là dei meriti organizzativi e degli impegni profusi, che hanno portato 2.227 persone a votare in questa direzione. Come avrei voluto sentir dire:  abbiamo perso e continueremo a perdere fino a quando non capiremo da parte di chi siano arrivati i voti e cosa abbia spinto a votare un’alta percentuale in più di elettori che in precedenza ha fatto vincere la Lega quando la stessa percentuale era in meno…Che bello che sarebbe stato se qualcuno avesse detto: si potrà vincere solo se riusciremo a mettere in campo filosofie e pratiche politiche che siano non solo alternative ma completamente differenti e opposte alle altre.

A dominare la scena e a strappare gli applausi per primi, sono stati gli esponenti degli ex Verdi: erano forse seduti lì per dare nuove esemplari risposte ai ferraresi e utili consigli agli emiliani dopo che per decenni hanno non solo ignorato, ma anche impedito ogni domanda degli altri ambientalisti imponendo la scelta della centrale a turbogas e degli inceneritori come la migliore delle soluzioni per produrre energia sul nostro territorio dal momento che loro, più alcuni consulenti esterni presenti in sala, erano gli unici entro le Mura autorizzati scientificamente a sapere cosa fossero davvero le emissioni di micropolveri sottili e i soli in grado di giudicarle inoffensive e tollerabili per la salute pubblica?
Per parlare oggi e domani di ambiente e inquinamento e per porre mano all’ambizioso Patto per il Clima che prevede zero emissioni di Co2 entro il 2050 e 100% di energie rinnovabili entro il 2035, bisognerà pertanto continuare a fare scienza con coscienza in quel modo e divenire scienziati come hanno dimostrato di essere stati loro? [leggere Qui] [e Qui] [e anche Qui]
Quanti saranno stati i giovani ambientalisti che hanno espresso la loro preferenza elettorale per la Lista Emilia Romagna Coraggiosa, Ecologista e Progressista che pone i problemi legati al cambiamento climatico in testa alle priorità e in seconda linea sul proprio stemma? Tra la gente intervenuta e presente in sala, non era presente nessun giovane al di sotto dei 35-40 anni. Nessun giovane, nessun neo-votante, nessun neo-cittadino italiano di origine straniera.

L’unico accento straniero di matrice anglosassone, è stato quello di Robert Elliot referente dell’Associazione Cittadini del Mondo, che strappa l’applauso dopo essere brevemente intervenuto per richiedere tempestività nell’affrontare il post elezioni con volontà, determinazione e idee chiare.
Nessuno straniero, nessuno zingaro, nessun Rom, nessun Sinti, nessun emigrato, immigrato, migrante, profugo, rifugiato, richiedente asilo, clandestino, presente in una riunione tenutasi in pieno Quartiere Giardino, Zona GAD, tra una ronda e l’altra della camionetta dell’Esercito Operazione Strade Pulite.Nessuna donna africana, nessuna donna araba, orientale, esteuropea, nessuna badante, nessuna infermiera, nessuna studentessa, ma, per fortuna, molte donne ferraresi intervenute per chiedere operatività, programmi, contenuti e dimostrando che la matrice della lista è indubbiamente autoreferenziale ma, evviva, sicuramente femminista.

Il terzo applauso, forse il più meritato, se non altro per la simpatia espressa da un signore anziano, esponente e sostenitore del PD di cui non ho afferrato il nome, che si appella all’unità della sinistra. In maniera piacevolmente spontanea e apparentemente ingenua informa l’assemblea che lui si riconosce nella Lista Coraggiosa e che tra forze di sinistra la cosa più importante dovrebbe essere quella di mantenere l’unità.
Ma il problema rimane lo stesso e semmai i termini sarebbero da capovolgere: per me e forse per molti altri (?), la difficoltà consiste esattamente nel sentirsi di sinistra e di riconoscersi nel PD e probabilmente, oltre a me, sono stati molti altri (?) a votare questa lista pur di non votare direttamente proprio il PD. E probabilmente sono stati in molti anche a votare PD solo come voto di sbarramento, per mancanza di offerte politiche migliori, per antifascismo e solo per non far vincere la Lega.

Ho battuto anche io le mani, per gratitudine: questo simpatico compagno mi ha fatto alleviare il pesante ricordo di essermi persino trovato in passato costretto a votare Dario Franceschini pur di non votare Berlusconi e di rimuovere il vero e proprio incubo di essermi presentato in una lista civica che ha appoggiato Gaetano Sateriale fino a sette giorni dopo la sua avvenuta elezione a sindaco. Nel primo caso si trattava di questioni tecniche legate al sistema rappresentativo, nella seconda all’appartenenza di una nuova forma di pratica pollitica in città: sissì, proprio con due elle, come la pollitica-becchime da destinare a poveri polli d’allevamento destinati al girarrosto dopo averli imbottiti di antibiotici e luci artificiali.[leggi Qui]

I record no limits di profondità abissale da me raggiunti come apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato) avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa: sono doppiamente grato a quel vecchio compagno perché mi rendo conto di quanto io continui ad essere molto più sprovveduto e ingenuo di lui. Avrei dovuto insospettirmi: in una sala popolata da numerosi trionfanti fantasmi di sé stessi non avrei dovuto stupirmi nel vedere entrare vittoriosa anche la vecchia padrona di casa perché la strategia politica della signora Roberta Fusari a capo della Lista Azione Civica e della mini pletora di altre listarelle collegate per sostenere uno spacciato e dato per disperso Aldo Modonesi come sindaco, per me è una storia che oltre che inutile trovo allarmante come il suono di una sirena della croce rossa che si ferma sotto casa.

Mi sono alzato e sono uscito: mai nessuno, tantomeno io, se la sentirebbe di sparare sulle crocerossine impegnate ad assistere i soldati nelle guerre perse in partenza o colpiti da fuoco amico.
Me ne sono andato ma con la coscienza a posto: più o meno per gli stessi motivi di sempre non ho votato lei ma il candidato della sua lista Federico Varese quando per me ha rappresentato l’unica possibilità di non votare Lega e neanche, perlomeno direttamente, il PD.
Ho votato Federico come avrei potuto votare uno dei tanti altri aspiranti martiri, come Maria Ziosi o Simone Diegoli, chiamati in ritardo a individuare ed esprimere quel qualcosa di sinistra che ha reso muti ciechi e sordi i becchini in carica mentre scavavano con le proprie mani le fosse comuni della sinistra ferrarese e quelle comunali dei propri incarichi.

Se la componente ferrarese della lista Emilia Romagna Coraggiosa è uscita per partenogenesi dalla scapola sinistra della Lista Azione Civica, ha davvero un gran coraggio nel proporsi e propinarsi come vincente, festante e innovativa e ha anche un gran coraggio nel pensare di essere in grado di rispondere alle aspettative di sinistra, ecologiste e progressiste riposte nel voto senza trovare urgentemente una nuova linea e identificare nuovi programmi e nuovi candidati.
Non che il mio giudizio conti qualcosa di più della provocazione di una lettera, ma a mio modo di vedere e di capire c’è solo un modo di porsi per combattere sia la violenza espressa dalla forma di autoritarismo e di ricatto assunta dall’attuale amministrazione di destra, sia l’arroganza, la distanza e la presupponenza espressa da quelle precedenti di sinistra.
Con questi tipi di violenza c’è solo un modo per combattere: non una violenza pari e contraria, ma una non-violenza, che disciplini prima di tutto una filosofia politica basilare, fondante e permeante. Per questo dico e chiedo Daniele Lugli Sindaco Subito e Marco Bianchi Vice.

Oppure chiedo: Ma tu chi vorresti Sindaco?
E’ così difficile partire da zero, iniziare dal basso e chiederselo, anche solo per gioco o per provocazione? E non è così che si potrebbe fare per capire qualcosa di utile e urgente per molti, se non per moltissimi?

E a voi Francesco Monini, David Cambioli, Federico Varese, che potreste contribuire a garantire e consolidare un programma veramente innovativo mi vien da chiedere: state in disparte per libera scelta, perché non ne avete tempo e voglia, perché nessuno ve lo ha ancora chiesto, o perché la Lista Civica e la Lista Coraggiosa sono contenitori colmi solo di personalità politiche e ideologie riciclate destinate all’autodistruzione contro il muro di gomma shackespeariano dell’”essere o non essere PD?
Nel mio specifico caso il mio voto riflette un atteggiamento di rifiuto, rifiuto della Lega, rifiuto del PD, non di adesione o appartenenza politica a una lista fiancheggiatrice di quest’ultimo e non credo di essere stato l’unico a votare questa lista usando la matita con la tecnica surrealista della scrittura automatica e ad avere quella come unica scelta per non votare destra, non votare Pd e sperare di votare per qualcosa appartenente alla sinistra che rimane tra le righe della scheda o schiacciato sotto il peso dei risultati dell’urna.

Del programma, dei candidati, della campagna elettorale, della lista che ho votato non sapevo praticamente nulla. Un voto alla meno peggio, un voto senza vuoto a rendere, come una cambiale firmata in bianco pur di contrastare qualcuno e qualcosa che è divenuto a pari merito inaccettabile e insopportabile come le due facce della stessa medaglia politica attuale.

Secondo me a vincere le elezioni sono state le elezioni e le loro eccezioni: i veri vincitori sono stati quel + 30% di votanti rispetto alle precedenti. La Lista E.R. Coraggiosa ha vinto un giro gratis in giostra dopo essere riuscita a strappare la coda alla scimmietta e a tirare la corda del dissenso dei senza patria e identità di una sinistra desaparecida, fatta a pezzi e gettata in pasto ai pescecani e ora nel pugno chiuso ha solo la catenella dello sciacquone.

Gli stessi motivi che hanno portato ieri molte delle 22.000 persone a votare la jolly Elly Schlein, saranno gli stessi che potrebbero portare 22.000 persone a votare tra cinque anni per una nuova lista analoga che svolga le stesse funzioni o che le reindurranno a rimanersene chiuse in casa col televisore e il telefonino spento lasciando di nuovo vincere i partiti della peggiore destra di ogni tempo.
La Lista Civica ha invece vinto l’ultimo giro di walzer degli ideali di sinistra sulla scena politica ferrarese prima che venisse chiusa la balera, licenziata l’orchestra e buttata fuori la finestra dalla finestra.

Se non verranno immediatamente individuate nuove filosofie e nuove pratiche politiche che raccolgano i valori sociali, socializzanti e socialisti della sinistra, cancellati da coloro che sono corsi fuori dal palazzo a cercarli e a reclamarli dagli altri solo quando sapevano che erano già stati da loro stessi irrimediabilmente ignorati, mistificati e buttati nell’indifferenziata… se l’unica funzione politica ammissibile continuerà ad essere quella di continuare a soccorrere questa tipologia di oppositori del regime e di continuare a confortare e rifocillare di voti collegati e paralleli questa armata brancaleone di consiglieri doverosamente divenuti di minoranza… inutile sarà tirare la catena di un wc autopulente.

O dovrei lasciarmi convincere che a vincere sono stati tutti? E anch’io?
La Lega ha vinto continuando a vincere nella nostra provincia e in Calabria; il PD ha vinto perché non ha perso la roccaforte Emiliano-Romagnola: Berlusconi, la Meloni e Sgarbi non perderanno mai per diritto divino acquisito alla vittoria: nemmeno una sentenza della commissione antimafia è riuscita a far perdere qualcosa in città a qualcuno come Mauro Malaguti.
Quindi a vincere sono stati tutti? Paradossalmente anche chi non si è presentato affatto, come il Movimento delle Sardine che anche tutti gli altri partiti,  oltre al PD, dovrebbero ringraziare di non averlo fatto?
Che nessuno trovi poi il coraggio di dire che a perdere è stato solo il M5S, dal momento che è ancora al governo ed è sempre e solo stato un movimento perlopiù virtuale, digitale e avanguardista che quindi non ha mai avuto niente da perdere come partito politico tradizionale.

Nel frattempo noi Ferraresi Civici ed Emiliani Coraggiosi vincitori continueremo a brindare, con le mascherine, al Bar Korowa davanti agli insuccessi televisivi di Fabbri, Lodi e Solaroli su La Sette, mentre la setta Cavallini-Sgarbi si è impadronita delle sale espositive del Castello Estense come proprio scantinato, salotto e galleria d’arte… stapperemo champagne al chiosco di via Poledrelli conosciuto dai più come ‘da Hitler’ quando Vittorio Sgarbi inaugurerà due mostre per oltraggiare il significato dell’arte di Banksy e il significato del lavoro di Franco Farina al Palazzo dei Diamanti e per riabilitare la grande figura morale di Italo Balbo magari al MEIS… e punteremo i colli di bottiglia contro i suicide bombers della sinistra all’opposizione in Consiglio Comunale che, anziché minacciare di nuovo di abbandonare fisicamente e inutilmente l’aula per qualche minuto e di qualche metro, avrebbero dovuto abbandonarla eticamente per sempre il giorno dopo i risultati delle elezioni con le quali hanno regalato la città nelle ruvide mani e forti braccia tese della ‘peggiore destra ferrarese di  utti i tempi’, come l’ha definita Aldo Modonesi in campagna elettorale.

Peggiore di quella composta da squadre di picchiatori fascisti in camicia nera che ammazzavano di botte, di deportazioni e fucilate sacerdoti, ebrei e comunisti un attimo prima di partire per compiere eroiche trasvolate atlantiche o pericolosissime e audaci missioni di bombardamenti aerei in Libia?
I fascisti ferraresi di oggi contro cui combattere sono profeti in patria e profeti di loro stessi, legittimati dai governanti precedenti e dai non votanti di sinistra: giusti o sbagliati che siano, sono loro stessi a insegnarci che per eliminarli in futuro servirà buona mira.

Quelli di ieri sono stati profeti all’estero e profeti di sventura, per eliminarli ci è stato detto dalla storia che è bastata la mira giusta e un colpo di artiglieria antiaerea partito (guardacaso, solo per tragico errore). Quelli di oggi si limiteranno a imbucare e ad autospedirsi un pacco con dentro il proiettile che nessun ferrarese è disposto a sprecare per loro o saranno costretti a farsi autorecapitare lo stesso micidiale cannone della seconda guerra mondiale in dotazione al mitragliere ferrarese impegnato in Cirenaica ad abbattere l’aereo di Italo Balbo con il suo entourage di giornalisti padani?

La Ferrara dell’altro ieri, la Ferrara di ieri e la Ferrara di oggi: è già troppo tardi per chiedersi che forma prenderà la politica di sinistra per diffondersi nel coprifuoco imposto anche dalle azioni mirate a limitare il diffondersi del corona virus Covid-19?
Inchiostro su carta? Email? Post sulle pagine Fb degli amici degli amici mai visti ne’ incontrati? Piccioni viaggiatori?

Cover: foto di Beniamino Marino (maggio 2020)

OSSERVATORIO POLITICO
Sardine contro l’odio, per una politica seria e responsabile

Piazza Castello stracolma! E’ una bella notizia. Forse la pacchia per Salvini e la destra
sta finendo. Vedremo. Intanto registriamo alcuni fatti. Il movimento delle ‘sardine’ è
nazionale. Le parole d’ordine delle imponenti manifestazioni sono chiare e forti:
contro l’odio, la guerra tra poveri la vincono i ricchi, chiediamo alla politica serietà e
responsabilità, basta con il populismo intollerante e violento, siamo antifascisti e i
valori della Costituzione sono la nostra guida.

Giustamente, i partiti del centro-sinistra partecipano, ma fanno attenzione a non strumentalizzare.
Quando nascono movimenti di questa portata bisogna interpretarli bene. La scintilla che li porta alla
ribalta è sempre occasionale. Ricordiamo Nanni Moretti che anni fa gridò alla piazza:
“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”. Da lì nacquero i ‘girotondini’.
Oggi, è stato l’arrogante e spavaldo Salvini ad eccedere e a suscitare la reazione delle prime
‘sardine’ a Bologna. Hanno, poi, preso il largo nel mare grande delle cttà di tutto il
Paese. Vuol dire che sotto la cenere le braci erano accese. Il messaggio è indirizzato
a tutta la politica. Contro l’avversario ben individuato: la destra. Polemico verso il
campo diviso e rissoso della sinistra.

Rispettarne l’autonomia non significa non esprimere gratitudine a chi sta organizzando manifestazioni in tutto il paese.
E non ci esime, a noi vecchi militanti di una sinistra in crisi e stanca, di auspicare che questa
energia fresca e tranquilla diventi decisiva per vincere le elezioni del 26 gennaio.

Unità nella diversità per non consegnare la civile Emilia-Romagna a chi ospita nelle
proprie manifestazioni i fascisti di Forza Nuova e CasaPound. Ma ciò che si è
sedimentato nel profondo della società in questi anni ci fa sperare in una possibile
riscossa di più lunga durata. Vedremo.

Intanto casualmente, ieri a Ferrara, è avvenuto un confronto significativo.
In mattnata, una cinquantina di militanti di Forza Nuova erano al Grattacielo con le cupe,
tragiche e tristi bandiere nere.
In serata, migliaia e migliaia di giovani e persone di ogni età hanno manifestato con
serenità esibendo colori di ogni tipo e simboli gioiosi. E’ un buon inizio e di buon
auspicio. Eravamo stanchi della replica della stessa scena. Salvini chiuso in un teatro
a tenere un comizio. Fuori qualche Centro Sociale incendiava auto o si scontrava con
la polizia. La musica è cambiata. I suonatori, lo spartito e il pubblico fanno ben
sperare in una scena nuova.
Per dirla con un autore della mia giovinezza: “Ben scavato, vecchia talpa!”

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

L’orrore in prima visione

Andiamo con ordine. L’immagine riprende una platea di spettatori che guardano un film horror all’interno di un cinema. Si possono notare nei loro volti espressioni di evidente disagio, raccapriccio, sofferenza.
Questa sommaria descrizione, tuttavia, non è del tutto esatta.
In verità gli spettatori sono soldati, e ciò che stanno guardando non è un film ma qualcos’altro.
Quest’immagine è stata scattata durante la proiezione di un documentario girato alla fine dell’ultima guerra mondiale. Un documentario relativo alla scoperta fatta dalle truppe americane dei lager nazisti. Il documentario è crudo, tragico, tremendamente esplicito, senza censure. Si vedono tutti gli orrori dei campi di sterminio. Auschwitz, Bergen Belsen, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, Treblinka…
I soldati, ragazzi giovani e meno giovani, tutti uomini che hanno combattuto al fronte e che quindi sono abituati agli orrori della guerra, si coprono il volto sgomenti, increduli, smarriti.
Il fatto è che non si tratta di soldati americani… sono prigionieri tedeschi!
Non sono i soldati scelti delle famigerate SS, sono comuni soldati della Wehrmacht fatti prigionieri dagli alleati nel corso di tutta la guerra. Senza le divise non c’è nessuna differenza tra loro e quelli americani, inglesi o russi. In fondo sono tutti uomini. Tutti uguali davanti al dolore e alla morte.
Tutti capaci di provare pena, rimorso, vergogna, angoscia.

L’avevano capito loro, i tedeschi… Dopo settantacinque anni mi chiedo come mai la destra italiana non l’abbia ancora capito.

metodo naomo post fb

Nuovi modelli per affrontare il presente

Essere per la prima volta dopo le elezioni comunali a Ferrara evoca uno strano sentimento. A prima vista non è cambiato niente. Dopo la vittoria della ‘Lega’ pensavo di vedere in ogni vicolo della città un poliziotto rabbioso. Temevo di vedere dappertutto la bandiera del partito vincente e di un poster del nuovo sindaco, fisiognomicamente un mini ‘Che’ di provincia.
Nonostante la campagna elettorale della ‘Lega’ contro gli extra comunitari, i mussulmani e i cristiani della ‘Chiesa di Papa Bergoglio’, negli aspetti pubblici evidenti la città non è cambiato molto. Insomma, la Ferrara in questi giorni sembra, come sempre, una città civile, calma, bella, talvolta anche un po’ noiosa e lontana dai grandi cambiamenti del mondo che palpita oltre le mura cittadine.
Ma sotto la superficie tranquilla si può registrare un forte e crescente cambiamento della società ferrarese. Per l’attuale governo comunale di Destra esiste ovviamente solo una parola d’ordine: “Sicurezza, Sicurezza, Sicurezza” un mantra ripetuto con insistenza, ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni in tutta la città. Certo, proteggere la sicurezza dei cittadini deve essere un obbligo di ogni comune sia esso di Destra che di Sinistra. Ma siamo seri, Ferrara non è stato durante gli ultimi ‘decenni rossi’ una Chicago degli anni di Al Capone o il Guatemala-City d’oggi. Non è certo da negare l’esistenza dei tanti malviventi in città, inclusi clan di narcotrafficanti di varia provenienza. Ma senza una clientela composta in parte anche da consumatori d’origine italiana ‘doc’ anche il mercato della droga non potrebbe esistere.
Chi crede davvero che si possano combattere questi fenomeni incivili e criminali con la rimozione delle panchine?

Crediamo davvero che si possa salvare l’“identità cristiana” di Ferrara, d’Italia o d’Europa attraverso l’affissione di tanti nuovi crocifissi negli spazi pubblici e soprattutto nelle scuole? Anche per me, come cattolico, il crocifisso ha non poca rilevanza ma, come cittadino (di Monaco e per un senso di intima appartenenza anche di Ferrara), difendo prima di tutto la laicità dei paesi europei. Sono, come ha detto una volta lo storico antifascista Arturo Carl Jemolo, “cattolico di fede, ma soprattutto laico di stato”. Anche perché so benissimo come soffrono (talvolta anche con torture) donne ed uomini in Paesi governati o oppressi da politici o predicatori islamici (senza per altro dimenticare, i fondamentalisti cristiani).
Noi tutti, sia i residenti di Ferrara, sia i turisti della città, sia i migranti e i profughi viviamo oggi in un epoca di grande cambiamento globale. Sono tempi, come ha scritto una volta lo scrittore argentino Ernest Sabatò, “nei quali la nostra immagine del mondo vacilla ed anche il sentimento di essere protetti dalla tradizione e dalla fiducia che ne deriva, viene meno“. Non è davvero una annotazione rassicurante, ma certo è realistica. Trovare terreni per un confronto civile e democratico sarà arduo, data la distanza di posizioni. Ma sicuramente non si può migliorare la situazione alimentando l’odio con la propaganda, con atti simbolici (e talora non solo), come ora anche il Comune – di Destra – tende a fare; ma non si può neppure (come si fa nel mondo della Sinistra) negare la sensazione diffusa di insicurezza di gran parte della gente di fronte ai disallineamenti culturali in corso.
Viviamo attualmente – come scrive l’intellettuale tedesca Cornelia Koppetsch in un libro di grande successo in Germania (“La società dell’ira”) – in tutto il mondo un processo di cambiamento epocale e profondo, per il quale non abbiamo né nomi per descriverlo né strategia adatte per affrontarlo“. Una riflessione che può portare alla rassegnazione oppure spingere a riflettere e coerentemente agire: io, personalmente preferisco la seconda opzione.

‘Laissez faire‘ non è uno slogan civile

Degli svaghi notturni dei giovani ferraresi, del fastidio procurato ai residenti e delle possibili soluzioni da adottare si è a lungo discusso nelle settimane scorse. Poi, come sempre, il dibattito pian piano si spegne. Ma il problemi restano aperti e insoluti. “Piazza Verdi” e la ‘movida’ di via Carlo Mayr sono specchio di situazioni che si verificano anche in altri luoghi e in altre città: conciliare aspettative e interessi divergenti non è mai cosa semplice.
Per quanto mi riguarda devo premettere, per onestà, che sono politicamente anti-leghista, sopratutto a causa della politica verso l’Europa e verso gli immigrati, per l’uso di un linguaggio spesso cosi volgare e aggressivo contro quasi tutti coloro che non gridano “Prima gli Italiani!”. Il senso della famosa sentenza ‘“law and order” richiesto da un leghista non è la stessa cosa ho in mente io. Le cose che costoro hanno presentato negli ultimi anni non rappresentano certo un modello per una nuova cultura democratica. Non voterei mai la Lega o, per me come cittadino tedesco, il partito “Alternativa per la Germania“ (Afd). ll loro antisemitismo e anti-democratciismo, la loro volgarità di linguaggio, non mi piacciono per niente.
Ma devo confessare, anche, che posso capire la politica del Comune di Ferrara, dell’amministrazione di Destra, verso la “Movida” notturna senza regole chiare.
Facciamo un esempio che mi fa arrabbiare non con il Comune ma con i clienti degli ‘streetbar’ in via Carlo Mayr: è un diritto bloccare completamente una strada pubblica come succede durante i mesi estivi quasi ogni notte? Certo, “cosi fan tutti” ma una strada pubblica ha le sue regole. Cosi invece, requisito un pezzo di città che è di tutti.
Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr ci si sente in un “failed district”, un territorio senza regole, dove il cliente diventa il re e il cittadino (non cliente) deve rispettare suo malgrado una legge non scritta.

Per essere chiaro: nemmeno io provo grande nostalgia per la ‘Ferrara funerea’, una città silenziosa e noiosa come è stata Ferrara per decenni. Mi piace l’idea della “movida”, con la possibilità di essere in contatto con amici e stranieri all’aperto; ma talvolta il rumore diventa davvero insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Soprattutto venerdì o sabato notte, talvolta fino alle 4 di mattina, non è possibile dormire. Non capisco neppure perché molte stradine in questo storico e bellissimo quartiere di Ferrara siano diventate con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi impellente “bisogno umano”.
Anche per questo avverto grande solidarietà per i residenti, che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro, spesso sgradevole, per riportare un po’ di civiltà in un quartiere incantevole durante il giorno e che lo dovrebbe essere anche di notte.
“Tutti devono accettare le norme”, come ha detto la candidata sindaca della lista civica Roberta Fusari durante la campagna elettorale, ma senza un chiara indicazione di sanzione legale per i trasgressori resta un’affermazione un po’ naif .
Negli anni precedenti, di notte, purtroppo, tanti clienti degli ‘streetbar’ non hanno mai accettato le norme e non credo che le accetterebbero oggi solo perché lo chiede una rappresentante dell’opposizione in Consiglio comunale.

Ampliando il concetto, quanto succede a Ferrara è specchio di tanti piccoli diffusi disagi che insieme però rendono conflittuale il clima comunitario. Una nuova Sinistra, in Italia e in Europa, deve trovare una posizione chiara e credibile a partire già da queste situazioni di quotidiani fastidi, e non di tipo “laissez faire”: se la Sinistra non ha il coraggio di prendere posizione sui problemi della sicurezza e delle norme di convivenza, incluse le sanzioni possibili, la Destra (sia la Lega in Italia, sia l’Afd in Germania) avrà di fronte un futuro radioso per anni.
Sulla sicurezza urbana, il rispetto verso gli altri (anche verso gli stranieri) e sull’angoscia diffusa si giocherà infatti la partita politica dei prossimi anni. E, proprio per questo, “laissez faire” non è, e non può più essere, uno slogan adeguato né per una nuova Sinistra, né più in generale, per le forze che si definiscono civili e “non-populiste”.

In Italia cinquemila miliardi di euro in tasca ai privati, ma il divario fra ricchi e poveri aumenta

“Salario minimo proposto dal M5s? Prima viene il taglio delle tasse. Prima di ridistribuire bisogna crearla la ricchezza”.
Frase questa del Ministro Salvini che da buon padre di famiglia ammonisce i suoi compagni di governo sulla necessità di dover accumulare prima. Poi creare ricchezza e infine ridistribuire. Non fa una piega. Peccato però che uno Stato funzioni un po’ diversamente da una famiglia o da un’impresa per cui l’investimento può e deve essere fatto prima per creare sviluppo poi, assicurando nel contempo una equa ridistribuzione.
Ma seguiamo il suo ragionamento guardando ai dati e mettendoli in relazione alle sue parole partendo da una domanda: quanta ricchezza è necessaria per poter passare alla ridistribuzione?
A fine 2018 la ricchezza finanziaria privata nel mondo ha raggiunto i 206 trilioni di dollari, secondo l’ultimo report del Boston Consulting Group (Global Wealth 2019: Reigniting Radical Growth). L’Italia occupa la nona posizione tra le nazioni più ricche al mondo con ben 5 mila miliardi di dollari di ricchezza finanziaria personale (il che significa quasi il triplo del Pil attuale che è pari a circa 1.768 miliardi di euro). E il futuro appare roseo, visto che si prevede che tale ricchezza toccherà i 5,6mila miliardi di dollari nel 2023.
Qui si parla di ricchezza finanziaria, quindi se aggiungessimo anche la ricchezza mobiliare arriveremo ai fatidici 9.000 miliardi (euro più, euro meno) che diviso i 60.000.000 milioni di abitanti darebbero 150.000 euro a testa. Ovviamente sappiamo che non è così e nemmeno sarebbe giusto lo fosse. Infatti il punto è quello che abbiamo evidenziato prima e cioè: che livello di ricchezza serve per passare alla ridistribuzione (cioè mettere un po’ di danaro in giro per le imprese, fare opere pubbliche e assumere lavoratori e magari dare soldi sufficienti per i bisogni primari alle persone momentaneamente in difficoltà)?
La ricchezza è già tanta e continua a crescere insieme alle disuguaglianze. I milionari (chi ha ricchezze sopra il milione di dollari) sono 22 milioni su quasi 8 miliardi di esseri umani. In un anno sono aumentati del 2,1% e detengono il 50% della ricchezza finanziaria mondiale. In Italia ci sono 400 mila milionari, nel 2013 erano la metà, a dimostrazione che la ricchezza sta crescendo anche in Italia insieme alle disparità, visto che contemporaneamente sono aumentati anche i poveri.
A Salvini evidentemente non basta, avrà le sue ragioni e forse me le sono perse. Colpa mia, uso poco twitter e non vado in spiaggia dove c’è musica ad alto volume. Lui vorrà arrivare magari a 800 mila oppure a un milione di milionari attraverso una forte riduzione di tasse e maggior ordine pubblico che possa essere di supporto all’avvio di nuove attività imprenditoriali.
Del resto la Flat Tax era stata ipotizzata dal ‘grande amico del popolo’ Alan Friedman, ispiratore delle politiche popolari di Reagan e della Thatcher. Tassa che assicura risparmi di cento o mille euro alle classi medio-basse e qualche centinaia di migliaia o un milione di euro a quelle alte. E poi ci si attende che i beneficiari di cotanta generosità statale ricambino ricoprendo lo stivale italico di aziende e che assumano fino alla piena occupazione. Più o meno quello che non è successo quando siamo passati dalle 32 aliquote alle 5 di adesso che hanno visto l’aliquota più alta passare dal 72 al 43 percento.
Ma Salvini continua ad andare bene perché anche il Pd era ed è di destra, anche il Pd è neoliberista e predica l’accumulo prima della ridistribuzione e dell’investimento, gli equilibri di bilancio e le regole eterne del rifiuto del deficit. È storia odierna che i voti della Lega si sono incontrati con quelli del Pd e persino con quelli della Bonino. Tutti d’accordo contro i no del Movimento 5 Stelle. Quelli che forse vorrebbero cominciare a distribuire quanto già c’è.
In assenza di una sinistra abbastanza forte in questo mondo confuso sono gli unici a fare cose di sinistra con il reddito di cittadinanza, il salario minimo e il decreto dignità. Quindi distribuire e investire prima perché le persone possano spendere per rimettere in circolo l’economia e permettere allo Stato, oltretutto, di operare in fase anticiclica. L’unico dubbio che mi sfiora è che magari non sanno cosa stanno facendo e non so se questo possa assolverli dal governare seriamente.

OSSERVATORIO POLITICO
Attualità indigesta condita da insulti e rancore

1 – Dal 26 maggio Predappio è amministrata dalla destra. Il nuovo sindaco, Roberto Canali, ha promesso in campagna elettorale che si sarebbe impegnato per tenere sempre aperta la cripta dove è sepolto Benito Mussolini. In paese, i ristoratori e gli esercenti si sono spesso lamentati perché senza l’afflusso dei seguaci del duce gli affari calano. E il neo-sindaco vuole risolvere il problema perché “la tomba di Mussolini è un volano per il turismo”. Insomma, rendere omaggio a un dittatore che ha tolto la libertà per vent’anni, imprigionato e fatto assassinare i suoi oppositori, inventato un colonialismo predatorio e criminale, varato le leggi anti-ebraiche, responsabile della morte di decine di milioni di persone per la disastrosa guerra mondiale causata insieme al suo alleato nazista, alleato di Hitler con cui collaborò per mandare nei campi di sterminio gli ebrei italiani… può rilanciare il turismo.

2 – Su facebook Eliana Frontini, insegnante di Storia dell’arte di Novara, ha così commentato l’assassinio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega: “Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza”. Si può comporre una raggelante antologia di frasi barbare scritte da chi ha usato il sacrificio di un coraggioso servitore dello Stato per seminare odio nella rete. Insieme alla ‘riforma intellettuale e morale’ della società civile di cui parlava Gramsci sarà bene trovare il modo di punire penalmente chi scambia la libertà di espressione con la licenza di offendere. Bene hanno fatto Stefania Soriani (Rifondazione comunista) e Marzia Marchi (ambientalista) a denunciare e querelare chi le ha pesantemente offese su Fb e Instagram.

3 – Sui quotidiani locali è uscita una lettera aperta di don Domenico Bedin al vicesindaco Nicola Lodi. Precisa, puntuta, condivisibile. Fra l’altro contiene un’informazione che penso sia risultata nuova per molti ferraresi: “Carissimo vicesindaco, tu forse non ricordi, ma anche tu sei stato vittima di picchettaggi e manifestazioni contro l’accoglienza. Quando tu, la tua fidanzata di allora e un’altra attuale assessore con la sua famiglia eravate ospiti di Viale K (insieme a tanti altri migranti e poveri), il comitato ‘mille firme’ supportato dal senatore Balboni faceva sit-in di fronte la parrocchia di Krasnodar. Sono contento di non aver ceduto di un millimetro allora, anche perché ora fate parte della giunta con il figlio di Balboni. E’ un peccato morire: la realtà supera di gran lunga la fantasia!”. Oplà! Ecco illuminata una delle tante facce di Naomo che ama così tanto apparire come un cavaliere senza macchia. La rivelazione è stata così efficace che il vicesindaco ha fatto subito scattare una minaccia di rappresaglia contro don Bedin come nella peggiore tradizione della destra.

Politica e biologia: la logica del clan

Con questo ‘provocatorio’ intervento il nostro Jonatas Di Sabato si cimenta nell’analisi politica scardinando le ortodosse logiche interpretative. Confidiamo che lo stimolo induca altri a prendere parola e intervenire nel merito del dibattito relativo alle strategie comunicative che caratterizzano il panorama politico attuale

 

Nelle ultime settimane la scena mediatica è stata dominata dalle analisi post elettorali. La sconfitta della sinistra, a tutti i livelli, ha acceso una forte discussione che, nella maggior parte dei casi, porta però sempre verso risposte in qualche misura genericamente rassicuranti, del tipo “bisogna cambiare”. Ma cambiare come? La politica è molto simile a un sistema ecologico, con le sue nicchie occupate dalle varie ‘specie’ che possiamo chiamare partiti. Proprio come un organismo, un partito politico subisce evoluzioni, anche se, in questo campo, sembra che più che Darwin sia Lamarck ad avere la meglio: un partito viene modellato rispondendo agli stimoli che provengono dall’esterno, dal proprio elettorato. Anche la sinistra ha provato a farlo. Basti pensare a come, durante gli anni Settanta, parlare di droga o divorzio fosse considerato un tema ‘borghese’, e infatti le battaglie su quei temi furono portate avanti non dal Pci, ma dal Partito Radicale. Oggi, lo vediamo, la sinistra si è assunta quasi la paternità o comunque la tutela di queste conquiste. Il problema di questi cambiamenti, però, sta nel fatto che, dopo la rivoluzione di internet, la risposta deve essere sempre più immediata. E questo favorisce, per sua natura, chi ha nel proprio ‘dna’ politico delle risposte strutturate ed efficaci. In questo la destra non ha rivali, per un motivo fondamentale: è naturale. Spiegare cosa voglia dire è molto semplice: la destra, e non mi riferisco a quella liberale, risponde a una logica ‘naturale’, quasi biologica, quella del branco: difende ciò che è vicino, simile, familiare. E la sinistra? Oramai è chiaro che l’arrancare dei partiti progressisti non può trovare una giustificazione solamente nel candidato sbagliato o nella gestione dei migranti fatta male. La risposta, questa volta, non può darla neppure l’economia o la politologia. No. Credo a ragion veduta che l’unica spiegazione si possa trovare nella ‘biologia politica‘.

  • Le estinzioni di massa

Quello delle estinzioni è un capitolo ciclico che vede il ripetersi con un ritmo più o meno regolare di scomparse traumatiche di specie viventi. Questo fatto così catastrofico, in realtà, porta con sé un fattore positivo: nuove nicchie ecologiche, accelerazione dei processi evolutivi. Ma cosa c’entra tutto questo con la politica? Ciclicamente anche in politica ci sono delle trasformazioni, delle estinzioni traumatiche. Un esempio potrebbe essere la scomparsa dei partiti d’elité agli inizi del Novecento per dare campo ai partiti di massa. E ora proprio i partiti che hanno fatto la storia del Novecento si trovano in un “collo di bottiglia evolutivo”. In pratica, qualsiasi cosa si tenti di fare, il loro destino è evoluzionisticamente segnato: devono estinguersi perché non hanno saputo adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente e Darwin è stato molto chiaro: in natura, come in politica, non vince il più forte, ma chi si adatta meglio. E la sinistra non può adattarsi in un periodo di crisi perché, nel suo Dna, non ha i geni per farlo.

  • Forze centrifughe, forze centripete ed entropia

Per spiegare questa differenza, prenderò per buona l’esistenza in natura della forza centrifuga, anche se, in realtà, non lo è. Ogni forma di aggregazione umana ha al suo interno delle forze che tendono alla disgregazione. Qualunque sia la vostra opinione politica, non si può sfuggire alle leggi della chimica e della fisica. Prendendo come esempio una nazione, all’interno di questo insieme ci sono delle forze che mirano a separare, ad atomizzare, frammentare le componenti interne. Ci vuole molta più forza e quindi energia a far restare uniti invece che distruggere e creare un ambiente caotico. Banale termodinamica. Le forze che disgregano, all’interno degli agglomerati umani, sono essenzialmente due: l’individualità o, meglio nella sua accezione degradante, l’egoismo e la violenza intrinseca. Su quest’ultimo punto tornerò più avanti. Sta di fatto che, quindi, per mantenere un ordine delle cose, un’unione all’interno del sistema nazione, le energie da spendere sono direttamente proporzionate alla sua grandezza. Con energia, naturalmente, in questo contesto, intendo risorse economiche. Quindi, se prendiamo ad esempio un sistema chiuso, l’Italia, ci sono delle forze centrifughe che tendono alla disgregazione: campanilismi, individualismi, scissionisti, indipendentisti, localismi ecc. Per far sì che queste forze non trionfino ci vuole un’immissione di forze contrarie, forze che tendano verso l’unità della nazione e, sia chiaro, non parlo di nazionalismi, ma bensì di costrutti che vadano contro le elencate forze. La sola forza finanziaria non basta, perché eliminerebbe solo il primo fattore e cioè l’egoismo, per creare una vera unità deve essere proiettata verso l’esterno la forza più distruttiva del sistema umano e ovvero la violenza intra-clan. Ma come farlo?

  • Nemici immaginari e nemici reali

Una delle più grandi sfide è proprio quella del saper gestire ogni forma di forza distruttrice interna al gruppo e proiettarla verso l’esterno. Qualsiasi tipo di società, da quelle di stampo egualitario ‘primitivo’ fino alle società complesse, deve affrontare questa problematica. Chi governa, quindi, ha dalla sua due possibilità: avere un nemico o creare un nemico. Nei secoli si sono avuti entrambi gli esempi, ma per restare agli ultimi decenni trascorsi si potrebbe pensare alla seconda guerra mondiale. Un nemico reale, il nazi-fascismo, fa unire gruppi altrimenti lontani da ogni logica alleanza: ed ecco i cattolici con i comunisti, liberali con anarchici. Nonostante alcune problematiche, il riuscire ad incanalare la violenza verso un nemico esterno fa in modo che quella interna al gruppo sia limitata e gestibile. In fin dei conti anche la scelta biologica della sessualità secondaria da parte del genere sapiens ha avuto come fine anche quello di limitare questo genere di problematica. Rapportato in politica chi è avvantaggiato, in questo momento storico, è sicuramente chi propone un nemico, anche artefatto, ma assolutamente percepibile. In questo caso le forze sovraniste hanno fatto un lavoro eccellente. Un esempio è la Lega di Salvini. Quest’ultimo, incanalando verso forze esterne le problematiche italiane, ha riversato tutta la rabbia verso di loro. Così da nord saremmo, nella sua logica, attaccati dai burocrati di Bruxelles, e da sud dall’invasione dei migranti africani. Ma ha fatto un passo in più. Issandosi come cavalleresco paladino della difesa dei valori tradizionali cattolici, combatte anche il nemico interno di una islamizzazione a suo dire sempre più evidente e di una degenerazione dei costumi. Tralasciando se le sue affermazioni siano vere o false, il nocciolo della questione e l’aver saputo creare più nemici e incanalare verso di loro la violenza. È stato talmente abile da aver trasformato un partito di stampo territoriale e federalista, in un partito nazionalista unionista.

  • La crisi perfetta

Durante una crisi le visioni della società si polarizzano e si estremizzano. Vince chi fornisce la risposta migliore, immediata e in grado di creare consenso. Ecco perché, a parer mio, la sinistra fatica a riformarsi e rischia di estinguersi: il motivo risiede proprio nel non riuscire a dare risposte ‘naturali’. Uno dei capisaldi della sinistra fu enunciato da Pietro Nenni: “L’essere socialista vuol dire portare avanti chi è nato indietro”. In pratica aiutare i deboli, creare uguaglianza sociale. La sinistra italiana, poi, mostra l’incapacità di generare un tema forte e unificante attorno al quale aggregare le proprie schiere. Ha provato segnalando il rischio della reviviscenza del fascismo, ma ha fallito, perché, dopo anni di abbandono di una certa nicchia sociale, si è trovata respinta dalle periferie e da parte della classe lavoratrice, che paga il più alto costo della crisi del 2008, ed ha estremizzato il proprio voto verso chi ha dato risposte semplici e perciò ‘rassicuranti’: io sono come te, tu sei come me, sono gli ‘altri’ che ci stanno facendo del male. Sia chiaro che qui non si parla di giusto o sbagliato, ma di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo. Altro problema della sinistra, come detto, è l’incapacità di dare risposte in tempi stretti. Questo deriva dal fatto che gli obiettivi della sinistra impongono un lavoro di lunga lena per dissodare l’inaridito terreno sociale. La destra, invece, non deve investire, ma attaccare. Non a caso per stare al potere ha bisogno di generare un clima da campagna elettorale perenne e uno stato di crisi perpetua. Se non ci fosse una crisi, la popolazione andrebbe naturalmente verso posizioni politiche moderate, vincenti in periodi di crescita, come fu per la Dc fino agli anni Ottanta. Ma il problema più grande ancora non si è manifestato: la crisi economica ‘perfetta’ ancora non è arrivata. Quella del 2008 è stata la peggiore crisi che si ricordi dal 1929 eppure, affermano molti esperti, questa potrebbe essere nulla in confronto a quella che potrebbe investirci nel 2020. I motivi sono vari. In primis la crescita esponenziale degli Usa, prima o poi finirà. Quando questo accadrà, andrà ad unirsi alle guerre commerciali messe in atto da Trump, via via sempre più aspre, con Cina, Canada e Messico. Ciliegina sulla torta sarà un conflitto armato. Scongiurata l’ipotesi nordcoreana, i riflettori si sono spostati subito su un altro Paese, il più probabile a questo punto: l’Iran. Solo nelle ultime settimane l’escalation è arrivata a livelli altissimi e un conflitto armato non è più solo un’ipotesi. Quando l’economia statunitense andrà giù, a seguire ci sarà anche quella europea. Quando ciò accadrà, però, al contrario del 2008, non ci saranno governi solidi e strumenti politici adeguati a prevenire una caduta libera. Chi dovrà affrontare la prossima recessione avrà le mani legate, con livelli di debito di molto superiori a quelli attuali. Quando ciò si verificherà, la risposta elettorale sarà ancora più estrema. In questo scenario l’attuale sinistra rischia di essere letteralmente spazzata via, se non riuscirà rapidamente a interpretare i tempi che cambiano e adeguare ad essi la propria azione.

A questo punto bisogna chiedersi: cosa fare? La risposta è dura ma semplice: prima di tutto accettare che la sinistra con stampo novecentesco è entrata in un collo di bottiglia evolutivo. In poche parole è destinata all’estinzione. Meglio correre ai ripari e ripensare un nuovo modello di forma-relazione improntato, appunto, su un’innovativa modalità di risposta alle istanze del nuovo millennio, con parole nuove e, soprattutto, strutturando anche una nuova capacità di movimentazione ideologica. Se ciò non dovesse accadere, quello che ne seguirà è abbastanza evidente: la fragilità dell’economia mondiale sta estremizzando le risposte dei cittadini, da Salvini, a Le Pen, passando per Bolsonaro o Trump. La prossima crisi, forse già alle porte, troverà un panorama politico e sociale già estremizzato. Quello che ne deriverà potrà portare solo alla caduta delle istituzioni più fragili in questo momento, prima tra tutte proprio l’Unione Europea. Tutto ciò che accadrà dopo resta imprevedibile, ma di certo non si profila uno scenario capace di alimentare positivi pensieri.

Da Temistocle a Mitsotakis… La storia non si ripete

Ora è sicuro: i greci non bloccheranno di nuovo l’impero.
Kyriakos Mitsotakis è il nuovo Primo Ministro della Grecia, esponente di un partito di destra ed europeista, la Nuova Democrazia. Armato di un programma liberista con l’obiettivo di cambiare la struttura economica del paese attraverso la bandiera delle riforme strutturali.
Più o meno l’idea è di mettere ordine a quanto già fatto da Tsipras che da rivoluzionario di sinistra insieme al Bruce Willis dei poveri, Yanis Varoufakis, si era poi trasformato nel più “utile idiota” della Commissione europea, subendone e costringendo un intero popolo a sottomettersi ai suoi dictat nella maniera più rigorosa possibile. Addirittura arrivando ad ignorarne la volontà maturata alle urne nel 2015, quando si espresse contro le misure di austerità volute dall’Europa attraverso un referendum che vide prevalere il no all’accordo con il 61,31% dei voti.
Tsipras e Varoufakis, una delle coppie più dannose della storia recente, dopo quel voto decisero di separarsi. E mentre l’uno si confermò solido burattino nelle mani dei poteri sovranazionali contro il volere del suo stesso popolo e rimase alla guida della Grecia in modo da assicurare che liberalizzazioni, privatizzazioni, cessioni di sovranità e schiavizzazione di un popolo andassero avanti, l’altro, la copia dell’attore bello e truce, se ne andò ramingo in Europa a curare i suoi affari e a predicare a quei pochi che incredibilmente ancora credono che lui impersoni il sogno socialista ed il mito di Achille.
Gli elettori hanno voluto punire Tsipras, che oltre a distruggere il presente dei greci gli ha ipotecato il futuro impegnandosi a realizzare avanzi di bilancio fino al 2060, indossando la cravatta in segno di vittoria. Ma nonostante questo, porta in Parlamento oltre il 30% di consensi, sintomo di perenne confusione da parte delle masse.
Ma ecco il nuovo. Arriva il momento di Mitsotakis che rappresenta più o meno la novità come potrebbe rappresentarla in Italia un altro governo Berlusconi, tanto per tentare un parallelismo.
Promette grandi cose, come solo una destra illuminata può fare. Mettere ordine e fare con maggiore scientificità ciò che i comunisti di Tsipras non avevano nel dna e quindi non potevano fare fino in fondo. Nuova Democrazia vuole fare quello che va fatto senza costrizioni, prendere coscienza della propria subalternità al capitale e alla finanza, nonché ovviamente alla Commissione europea e al suo impianto neo liberista. Si impegna a ridiscutere gli avanzi di bilancio al fine di mitigarli e a recuperare le eventuali perdite attraverso … tagli al bilancio corrente. Insomma, tutto cambia ma le spese continuerà a pagarle il popolo greco.
Promette di aumentare la produttività e il tasso di crescita attraverso investimenti esteri, liberalizzazioni, privatizzazioni, investimenti in innovazione e capitale umano. Il che vuol dire dipendere dall’estero, dal movimento dei capitali e dalla supremazia di questi sul movimento delle persone. E poi taglio delle tasse sulle aziende e sulle proprietà rispettando gli stringenti obiettivi fiscali concordati con l’Europa, quindi da finanziare attraverso un taglio di pari entità della spesa corrente. Come se ci fosse ancora posto per tagliare qualcosa in un Paese già costretto ai minimi termini di vivibilità.
In sintesi, più e convinta apertura ai mercati e alla globalizzazione a fronte di meno stato e meno servizi. Il popolo è felice e vota convinto, segno che qualcosa nella comunicazione rimane oscuro.
E Mitsotakis, addirittura, si propone di tagliare quella spesa discrezionale e clientelare su cui hanno prosperato tutti i governi precedenti, e quindi anche lui discendente di una famiglia di governanti e il suo partito, che magari aveva contribuito a truccare i conti e a mandare in dissesto la Grecia costringendo Tsipras a piegarsi alla Troika. Insomma un circolo vizioso in cui le persone hanno perso la strada e proseguono a tentoni.
C’è stato un momento in cui l’Europa ha davvero guardato alla Grecia e al popolo greco con la speranza che diventasse la scintilla per un serio rinnovamento, in senso popolare e democratico in questa Europa senz’anima. Invece è stata solo la conferma che il cammino è lungo e che forse non c’è davvero più speranza per il socialismo e la democrazia.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dagli Achei agli Ikei

Ho partecipato agli incontri promossi dai gruppi civici impegnati, sulle orme di altre città, a costruire programmi dal basso attraverso la partecipazione delle persone. Mi sembrava una bella realtà di città che apprende nell’incontro e nello scambio.
Qualcosa, poi, ha incrinato le mie attese inducendomi ad abbandonare i raduni. Nel momento di darsi un regolamento ho richiesto che venissero dichiarati come fondanti l’antifascismo e la Costituzione nata dalla Resistenza.
Per tutta risposta mi fu osservato che si tratta di valori scontati, pertanto non era necessario “porre paletti”.
“Scontati” e “paletti” sono parole che, per quanto mi riguarda, non avrebbero mai dovuto essere pronunciate. Visti gli esiti, appaiono ancora più dissennate.
L’esperienza è stata sufficiente per comprendere che il cambiamento era già penetrato e che ormai, come i risultati hanno poi dimostrato, eravamo fuori tempo massimo.
Il Pd doveva saperlo in partenza, perché subito aveva abbandonato il campo, salvo poi estrarre dal cilindro il proprio candidato sul fotofinish.
Ora siamo al dopo. È vero, siamo sempre al dopo di qualcosa, ma c’è dopo e dopo. E il dopo riguarda la “città che apprende” che vorremmo fosse la nostra città. Interroga anche la nostra inadeguatezza a raccontarla in questi anni, a convincere l’amministrazione precedente.
Alla nuova auguriamo buon lavoro, intelligenza, capacità di lettura e di ascolto.
“Le parole sono importanti” diceva trent’anni fa Michele Apicella nel film di Nanni Moretti la “Palombella rossa”. Se poi si traducono nella violenza del linguaggio e in altrettante adulterazioni, fanno del messaggio un’arma pericolosa.
Il nuovo si è presentato con una sorta di amplesso tra il neoeleletto consigliere Stefano Solaroli e la sua “Beretta”, un salto all’indietro, ai tempi della fidanzata di ferro della mia naia. Per non parlare dell’evocazione stile cinegiornale Luce per celebrare la vittoria delle armate leghiste che hanno liberato la città dagli occupanti.
La riproposizione del passato come futuro. È quello che da queste pagine abbiamo sempre temuto.
Ma del passato che avanza non ce ne accorgiamo ormai più, chiusi nei nostri bozzoli di primogenitura, di esclusione degli altri che non siamo noi. Anche apprendere in questa dimensione è fastidioso, è un inutile ingombro, potrebbe ingenerare il dubbio che, si sa, finisce per logorare.
Ormai viviamo nella nostra isola di Ikea, siamo degli Ikei. Dei singoli singolari di una esistenza prêt à porter, il sudore di capire e di condividere non fa più per noi.
Sapevamo che il cavallo aveva già varcato le mura della città, neppure notte tempo. Gli Achei hanno ceduto agli Ikei, con il loro cavallo assemblato seguendo le istruzioni di montaggio: un po’ di nigeriani, un po’ di rom, un po’ di paura, un po’ di esercito mai pervenuto, un po’ di legittima difesa.
Ikea è la voglia di cambiamento con il fai da te del kit pilotato come le Ronde, le Sentinelle in piedi e gli Insorgenti. Il cambiamento preconfezionato. È sufficiente seguire le istruzioni e te lo monti da solo. È la democrazia del self service.
Nuovo arredamento per quanto dura. Poi c’è sempre l’Ikea con il suo catalogo di nuove proposte. Una sorta di Svezia promessa in sedicesimo. L’Ikea è giallo e blu, gli Ikei giallo e verde, ma col verde che pare tendere al blu.
All’Ikea si cazzeggia un po’ per forza, un po’ per disperazione e anche il cazzeggio è precario.
Ma l’Ikea è un porto. Anzi il porto del cambiamento. Qui ogni bastimento è una promessa di confort, di sonni ristoratori per gente esausta di disperazione, sfiancata dal trascinarsi sempre verso l’ultimo girone infernale.
Tutto è componibile e scomponibile è questa la filosofia degli Ikei, la straordinaria rassicurazione della loro lingua. Una prospettiva che apre inaspettate porte di accesso e vie di fuga.
Tutto si incunea nelle menti degli Ikei come in lattine capaci di contenere indifferentemente il gasato frizzante come il naturale. Il miraggio di un welfare svedese che promette di conciliare i tempi di vita con i tempi dello shopping.
All’Ikea non c’è bisogno di capire insieme, tanto ci sono le istruzioni. Non c’è necessità di una comunità geniale, non si sente il desiderio di intessere amicizie geniali. Geniale è chi ha ideato il prodotto che ti ha conquistato e che ora desideri possedere, a te siano sufficienti le istruzioni per l’uso. Poi c’è sempre la resa, qualora emergessero difetti.
All’Ikea ci vai sempre per acquistare la libreria, che non trovi mai come la vorresti, ma tanto i libri possono anche aspettare.
Noi nel frattempo continueremo a raccontare la nostra idea di “Città della Conoscenza”.

Le responsabilità della sconfitta

La vittoria della Lega a Ferrara è netta. La sconfitta del centro-sinistra è pesante. Il significato simbolico di questo esito ferrarese assume giustamente un valore nazionale. La batosta di ieri segna il culmine di una catena di sconfitte subite dal centro-sinistra in molti comuni ferraresi negli anni scorsi. A ciò si aggiunge la clamorosa sconfitta di Dario Franceschini nelle elezioni del 4 marzo 2018 nel confronto diretto con una mediocre e anonima candidata leghista. A fronte di questi segnali inequivocabili di crisi profonda dell’identità culturale, politica, programmatica e organizzativa del maggior partito della sinistra ferrarese, il suo gruppo dirigente ha sempre evitato un’analisi seria delle ragioni delle sconfitte, rimuovendo i ‘fatti’ e perpetuando se stesso. Adesso basta!

La vittoria della destra a Ferrara è evento troppo pesante e traumatico per archiviarlo senza trarne le rigorose conseguenze. Nel merito, poche osservazioni…
1) Sarebbe errore grave attribuire la sconfitta ferrarese alla tendenza nazionale, perché questa ‘causa’ è smentita da ottimi risultati ottenuti sia in Emilia-Romagna (la netta vittoria del candidato del centro-sinistra a Reggio Emilia e la vittoria a Modena nel primo turno), sia in altri ballottaggi tenutesi domenica dove la Lega non ha stravinto (sette a sei).
2) E’ sulle responsabilità locali che bisogna concentrare l’analisi. Come culmine di una sequela di errori compiuti da chi ha diretto il Pd negli anni scorsi va considerato la scelta di un candidato sindaco vissuto come perdente fin dall’inizio. Da parte mia non è in discussione il valore di amministratore di Aldo Modonesi, ma la sua immagine di ‘continuità’ con un passato che una parte larga di opinione pubblica chiedeva di interrompere con una forte discontinuità di programma e di leadership. Non c’è dubbio che durante la campagna elettorale il candidato del centro-sinistra abbia compiuto uno sforzo di innovazione sul piano programmatico, ma la sua immagine ‘vecchia’ e in assoluta continuità con una classe dirigente che monopolizza la rappresentanza del Pd ferrarese da troppi anni ha annullato ogni possibile impatto positivo delle proposte nuove.
3) La domanda che viene spontanea è evidente: esisteva la possibilità di proporre alla città una candidatura diversa e vincente? Sì, esisteva… E c’è chi l’aveva segnalata per tempo sia nel dibattito interno al Pd, sia nel campo largo e plurale della coalizione del centro-sinistra. Quindi si poteva vincere, come è accaduto in altre città emiliane e nel Paese. E’ questa convinzione che rende più dolorosa e bruciante la sconfitta subita.

E ora, che fare? Intanto, non va demonizzato l’elettorato che ha eletto il nuovo sindaco. Quando si perde in modo così netto, bisogna fare i conti con i propri errori, senza inventarsi alibi di nessun tipo. Abbiamo bisogno di un severo esame a raggio largo, non di ripiegamenti lamentosi e vittimistici. Ritengo che le condizioni per risalire dal buco nero in cui siamo caduti ci siano. A patto che il Pd ferrarese archivi autosufficienza e chiusura in se stesso del gruppo dirigente. C’è bisogno di organizzare una grande e capillare discussione che coinvolga le fresche risorse umane messe in campo con generosità dalle liste civiche che hanno sostenuto Modonesi nel ballottaggio. E, più in generale, rendere permanente il rapporto con la cultura e il vario e plurale associazionismo democratico per capire meglio i grandi cambiamenti in corso nella società civile e per riqualificare la presenza di un nuovo centro-sinistra come unica alternativa etico-politica alla Lega nello spazio pubblico. In conclusione… Ciò che è avvenuto non è la fine del mondo, ma l’esito normale della democrazia. E come deve avvenire in democrazia, da qui bisogna ripartire…

I bisogni e i desideri della gente comune

da Roberto Paltrinieri

Le considerazioni sviluppate nell’articolo ‘La stella cadente’ pubblicato su FerraraItalia lo scorso 22 maggio danno l’occasione e la possibilità di sviluppare riflessioni attorno al particolare momento di vita civile e politica che stiamo vivendo, per cercare di aiutarci reciprocamente a comprendere sempre meglio a che punto siamo del cammino.
Comincio col porre una premessa, secondo il mio parere essenziale all’analisi successiva: il vero soggetto politico che muove gli attuali equilibri non è Salvini o la nuova Destra ma è la gente comune, tutte quelle persone cioè che, nell’attuale contesto sociale, non sentono di far parte di alcun movimento, partito, sindacato e che per decenni non hanno trovato un interlocutore disposto ad ascoltare il proprio disagio, paura, timore rispetto al presente e soprattutto al futuro. La desertificazione culturale e la minimizzazione dell’istanza morale portata dall’era berlusconiana unita all’allontanamento progressivo, fino all’abbandono al loro destino, di intere fasce sociali da parte della Sinistra, hanno prodotto l’incapacità delle persone di poter dar seguito ai propri desideri, ai propri progetti di vita, fino al punto in cui oggi viene sentita minacciata la soddisfazione dei bisogni fondamentali.
La precarizzazione della vita lavorativa, l’incertezza dei rapporti relazionali a ogni livello,da quelli tra Stati fino ad arrivare a quelli familiari e identitari, non può procedere così all’infinito senza provocare lo sviluppo di un malessere che vediamo oggi sorgere già nei giovanissimi in una sorta di ansia crescente nell’affrontare i problemi legati all’esistenza quotidiana.

Non siamo solamente in mezzo ad una crisi… semplicemente sta cambiando il mondo!
Si stanno modificando i linguaggi utilizzati da sempre e le forme dello stare insieme tra le persone, comprese quelle della politica. Al posto della centralità delle istituzioni tradizionali della società, scuola e famiglia in primis, c’è il centro vuoto del virtuale.
In tale sconvolgimento dove si colloca la classe dirigente dei partiti, gruppi, delle associazioni rappresentative del pensiero cosiddetto ‘progressista’ rispetto al sentire della gente comune?
Lo schema interpretativo con cui è stata letta la precarietà della situazione attuale può essere metaforicamente paragonato a una tabella a due colonne: nella prima vengono posizionati i problemi più urgenti (il lavoro, i migranti, l’Europa), nell’altra una correlativa serie di valori di ‘sinistra’ il cui costante perseguimento porterebbe specularmente alla soluzione dei problemi stessi.
Ed ecco che politiche di solidarietà sono invocate per il superamento delle emergenze legate ai flussi migratori; misure di uguaglianza per diminuire la polarizzazione sociale; il richiamo alla responsabilità per colmare il vuoto esistente tra rappresentanti e rappresentati. Che è come dire: “noi sappiamo sempre che cosa fare, dagli altri solo demagogia!”

Il problema oggi però non riguarda il che cosa, ma il come.
In altre parole si tratterebbe di analizzare come sono state attuate nel recente passato, sotto il segno di governi amici, le politiche di solidarietà, di eguaglianza di opportunità, di responsabilizzazione e di come sarebbe possibile oggi praticarle in un contesto avverso.
Cosa ha visto di tutto ciò la gente comune in questi ultimi anni?
Ha visto la solidarietà interpretata come uno stare vicino ai lontani e uno stare lontano dai vicini.
Ha visto politiche per l’uguaglianza delle condizioni socio-economiche ottenute chiedendo continuamente sacrifici al ceto medio, di coloro cioè su cui pesa la sostenibilità fiscale del nostro paese, nella più totale impunità e intangibilità dei grandi interessi di banche e potentati vari.
E tutto questo all’interno della difesa a oltranza di vecchi privilegi, di diritti acquisiti, di rendite di posizione per una classe dirigente di sinistra mai veramente rinnovata nonostante i cambiamenti di leadership.
Così, proprio all’interno dell’animo delle persone che da sempre si riconoscono unite dalla stessa appartenenza ideale, oltre che dallo stesso impegno civile, sono cominciati a nascere sentimenti contraddittori, nella misura in cui il disagio crescente ha portato ad accettare nei fatti equazioni sommarie del tipo ‘migrante uguale delinquente’, o slogan del tipo “prima gli italiani”.
E se poi da governi lontani anni luce dalla storia della sinistra arrivano paradossalmente benefici che i leader dei governi amici hanno sistematicamente sacrificato sull’altare della salute dei conti pubblici, ecco che anche dalla fila dell’elettorato progressista vediamo oggi allungare sempre più mani aperte per almeno usufruire di quei benefici ora concessi, mentre il viso si volge dall’altra parte per non vedere da che parte provengono coloro che hanno fatto questo regalo!

In politica l’ala progressista non rappresenta più il nuovo da molti anni e il miracolo lo hanno fatto gli altri: la gente comune è andata in Parlamento! In mezzo a loro non c’è nessun potente, nessun corrotto, nessun inquisito! Anzi rinunciano anche alla loro indennità di parlamentare, mentre casomai sui nostri cellulari arrivano immagini di quel politico della nostra parte che ha accumulato due o tre pensioni o che ha un reddito per la maggior parte di noi inarrivabile.
Troppo facile invocare il populismo anche se le cose ovviamente non stanno proprio in questo modo, ma è così che viene generalmente percepito e, cosa ancor più grave, sembra che nessunofaccia nulla: nessun segnale di vera rottura con il passato e di novità verso il futuro, per far diminuire tale percezione.
Penso che anche a livello locale chi si candida a governare una città, non possa fare a meno di prendere molto sul serio quello che la gente comune sente. Riprodurre un aggiornamento del solito schema a due colonne – di qua i problemi, di là le nostre soluzioni – per quanto alta sia la loro ispirazione etica, porterebbe ancora una volta a non essere capiti. Non basta più il credere di stare dalla parte giusta, continuare ad avere la stessa fede politica o religiosa che sia, nel cambiamento. La strada da percorrere, a mio modesto avviso, è suggerita da una frase del giudice ragazzino Rosario Livatino: “L’essere credenti appartiene ad un grande mistero e che sappiamo tutti essere un dono; quello che ci è chiesto oggi è di essere credibili!

E torniamo cosi ancora al come.
Una politica coraggiosa che parta dalla realtà, senza approcci ideologici, ma senza anche l’appiattirsi su di essa, dando le risposte che si riesce a costruire insieme a tutti, concrete e condivise il più possibile. Dove prima di chiedere sacrifici, li si fa in prima persona rinunciando a diarie, privilegi, immunità e benedizioni varie.
E’ questo ‘come’ che Salvini ha interpretato e tradotto in un linguaggio compreso da tutti come vicinanza.
Questo è il significato dell’oramai famoso rosario agitato a scopi elettoralistici e che ha lo stesso significato della studiata presenza del ministro sui social: “Sono uno di voi, ho i vostri stessi bisogni, datemi il vostro voto e realizzerò i vostri desideri”.
Tutto si basa sulla realizzazione concreta di quello che si è promesso, o almeno sulla sua rappresentazione e percezione visiva sui media.
Come del resto poi aveva già fatto Berlusconi, Salvini vuole agire su un piano diverso, si rappresenta come un politico diverso. A Salvini non interessa nulla della profondità dell’appello dei missionari Comboniani, degli articoli di Civiltà Cattolica; nulla dell’indignazione di alcuni rappresentanti delle organizzazioni del volontariato solidale, né di quella di autorevoli esponenti di associazioni culturali; nulla della perplessità e preoccupazione dei principali rappresentanti delle istituzioni europee.
Il prezzo che stiamo pagando per tale impostazione è altissimo perché paradossalmente, come disse Humberto Maturana, non i giovani ma gli adulti sono il futuro. Nel senso che il futuro dei giovani dipende dalla responsabilità degli adulti. E se oggi il mondo che stanno preparando gli adulti è quello rappresentato dalla narrazione salviniana quale significato avranno domani parole come solidarietà, accoglienza, responsabilità?
Quale tipo di humanitas vogliamo lasciare in eredità?
Ricordando gli affreschi del ‘Buon Governo’ di Ambrogio Lorenzetti al Palazzo Pubblico di Siena, penso che la risposta a questa domanda ognuno di noi possa e debba trovarla nella decisione di legarsi spontaneamente a tutti gli altri per procedere così quanto mai lontano dalla tentazione sempre presente del potere, e lungo la via, pur difficoltosa e a volte controversa, che porta al bene comune.

Ferrara alle urne incerta fra rinnovamento o ribaltone

Si vota. Ma per sapere chi sarà il nuovo sindaco di Ferrara bisognerà quasi certamente attendere ancora un paio di settimane. E’ assai improbabile, infatti, che uno degli otto candidati la spunti al primo turno. Neppure il leghista Alan Fabbri, accreditato come favorito, appare in condizione di superare la soglia del 50% delle preferenze al primo colpo di start. Forte del vento propizio, l’ex sindaco di Bondeno ha scelto di condurre una campagna elettorale soft, forse per non compromettere le proprie chance, alimentate più dal trend nazionale e dalla retorica ‘salviniana’ che dalla proposta politica elaborata per il governo della città, espressa in forma di vaghi auspici (più sicurezza, più lavoro, più opportunità… in termini sostanzialmente astratti) e priva circostanziate proposte: sono stati enunciati principalmente degli obiettivi, senza spiegare come e con quali risorse realizzarli. E la vicenda relativa al capolista Naomo Lodi è quella che maggiormente ha attratto l’attenzione degli elettori, resi edotti del suo pedigree penale grazie all’ottimo lavoro di ricerca svolto dal quotidiano Estense.com. Su questo nostro giornale già è stato scritto che chi si candida a un ruolo di pubblica rappresentanza istituzionale ha il dovere di rendere trasparente il proprio agire e non può accampare pretese di privacy per quei fatti che hanno rilevanza reputazionale agli occhi dei cittadini-elettori.

L’iniziale favore dei pronostici, peraltro, cozza con il sentore di un’aria che da qualche tempo pare stia cambiando: la sensazione diffusa è che il traino della locomotiva nazionale abbia perso vigore. Così, la prudente strategia del designato, che ha fatto leva sul moto inerziale, potrebbe ora rappresentare un inciampo.

Per parte sua, però, il centrosinistra si presenta ancora una volta diviso, dopo un autunno di fermenti civici che pareva preludere alla possibilità di creare finalmente un ampio e solido cartello arcobaleno capace di tenere unite tutte le differenti anime e componenti dell’arcipelago progressista. Il buon lavoro condotto da alcuni gruppi, primi fra tutti ‘La città che vogliamo’, ‘Il battito della città’ e ‘Addizione civica’, ha comunque propiziato un dibattito di ottimo livello, culminato con l’elaborazione di proposte concrete di notevole spessore. Dal gruppo della Città che vogliamo è scaturita un’eccellente lista (“Coalizione civica”), i cui candidati si fanno testimoni di quegli impegni e di un metodo partecipativo che riporta al centro dell’agire politico un sistema di confronto e di elaborazione che si sviluppa in maniera orizzontale, senza i verticismi di una certa malata politica.
Comunque vadano le cose, resta il patrimonio prezioso di questa esperienza. In particolare, ‘La città che vogliamo – Coalizione civica’ ha marcato un punto importante di ripresa del confronto politico, generando un laboratorio di idee animato in larga parte da giovani che con passione, slancio, intelligenza hanno elaborato e discusso progetti da porre a fondamento di un ritrovato solidale spirito comunitario.
Il metodo e la sostanza hanno viaggiato appaiati, senza le smanie di protagonismo che spesso inquinano lo spazio pubblico, e il percorso avviato, in ogni caso, andrà custodito con cura, sviluppato e valorizzato. E’ la base di ripresa di una sana e proficua interlocuzione civile, fondamento della buona politica.

Stando all’oggi, però, ci si misura con ciò che è plausibile prevedere. Chi ha deciso di votare Lega lo farà in modo compatto, quindi al ballottaggio Fabbri avrà esili margini di recupero. L’unico portatore d’acqua potrebbe essere l’avvocato Alberto Bova, candidato sindaco di Ferrara concreta, che nella legislatura che si va a chiudere ha appoggiato la giunta Tagliani ma ora, tatticamente, si tiene le mani libere per poter magari mercanteggiare e offrire al secondo turno il proprio appoggio al miglior offerente, secondo le disinvolte prassi della politica…
Ma, sostanzialmente, Fabbri al secondo turno dovrà confidare su un sensibile calo dei votanti, condizione che gli consentirebbe di superare il 50% anche senza incrementare il proprio consenso in termini numerici. All’opposto, lo sfidante, chiunque esso sia, dovrebbe riuscire a catalizzare su di sé le preferenze di coloro che al primo turno si orienteranno su altri candidati. Aldo Modonesi, stando ai sondaggi dei primi di maggio, risulta il più accreditato, ma non è detto che sia il più attrattivo per catturare gli elettori in libertà nell’eventuale testa a testa. In questo senso Roberta Fusari, meno politicamente connotata rispetto a Modonesi, pare più di lui in grado di intercettare un voto trasversale ed incrementare ‘allo spareggio’ il proprio bagaglio di partenza.

Di contorno si segnala la rincorsa di Tommaso Mantovani (Movimento 5 stelle) entrato in scena all’ultimo e con un po’ di affanno dovuto alle fibrillazioni interne che da tempo caratterizzano, indeboliscono e rendono marginale in città il ruolo dei pentastellati; meriterebbe fortuna e consenso il generoso impegno di Andrea Firrincieli (InnovaFe), civico autentico, orientato da un terso orizzonte ideale, animato da buoni propositi e capace di elaborare originali progetti, penalizzato però dal tardivo approdo e dalla sua sostanziale estraneità all’agone politico che lo ha reso poco visibile; e infine vanno registrati i ruoli comprimari di Francesco Rendine (Giustizia, onore e libertà) e dell’ortopedico Giorgio Massini (Ferrara libera), in lotta per arrivare alla soglia minima del 3%.

In aggiunta, pur trattandosi di un voto amministrativo, non si può prescindere dalla considerazione di quello che è l’orientamento ideologico dei partiti che sostengono i diversi candidati. Un’incidenza sulla scelta l’avranno certamente anche le dinamiche nazionali. Lo scenario mostra un Pd che, con il nuovo segretario Zingaretti, tenta con buona volontà ma faticosamente di superare lo stallo degli ultimi tempi e il precedente cesarismo della gestione renziana. Per parte sua, la Lega di Salvini sta mostrando il proprio vero volto: quello di “estrema destra di governo”, come ben documentano nel loro saggio pubblicato dal Mulino, Gianluca Passarelli, docente di scienze politiche alla Sapienza e Davide Tuorto professore di sociologia all’Università di Bologna. E’ una Lega che sdogana movimenti contigui al fascismo come Casa Pound e Forza Nuova e che infanga, per voce del suo leader, la Liberazione, definendola biecamente “il derby fra comunisti e fascisti”, fingendosi immemore e inconsapevole del fatto che il 25 aprile fu il giorno del trionfo della libertà contro l’oppressione, della democrazia contro il giogo della dittatura; e che a propiziare quell’esito furono l’impegno, la lotta e il sacrificio – per molti a costo della vita – di partigiani e cittadini che facevano idealmente riferimento alle più diverse forze politiche: comunisti – certo – ma con loro socialisti, repubblicani, azionisti, cattolici e liberali, riuniti in un patto di civiltà che teneva insieme tutti coloro che rifiutavano di vivere sotto il comando oppressivo di un regime totalitario.

E poi non dimentichiamo che domenica si vota anche per l’Europa. E per una prospettiva meno asfittica di quella definita dai nazionalismi. Al riguardo giova ricordare ciò che accoratamente disse già nel 1995 il presidente francese Mitterrand nel suo ultimo discorso al Parlamento europeo: “il nazionalismo è la guerra”, accompagnando l’allarme con l’esortazione a “vincere i propri pregiudizi, superando la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che la regola si imporrà. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro. E siamo noi i guardiani della nostra pace, della nostra sicurezza, del nostro avvenire”.
In sintonia con le sue parole riecheggiano quelle di Altiero Spinelli: “La sovranità assoluta degli Stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri”. La soluzione virtuosa sta alla base del Manifesto di Ventotene: una pacifica unione europea dei popoli che dia “alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale, lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo secondo le peculiari caratteristiche di ciascuno”. E’ questa l’idea di comunità che merita di essere sostenuta. In Europa e a Ferrara.

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