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graffiti kabul donne afgane Shamsia Hassani

“AFGHANISTAN ANNO ZERO:
PRESENTE E FUTURO DEL POPOLO AFGHANO”
dibattito con la corrispondente di guerra Barbara Schiavulli
Giovedì 18/11 ore 21.00 al consorzio factory Grisù

 

L’iniziativa di Legacoop Estense, promossa in collaborazione con Fondazione Pangea e cooperativa sociale CIDAS, si terrà giovedì 18 novembre alle ore 21,00 al Consorzio Factory Grisù. 

“A tre mesi dal ritiro delle forze militari occidentali dall’Afghanistan e dal picco di attenzione mediatica, il regime dei talebani viola e comprime quotidianamente i diritti più basilari e le libertà di bambini, donne e uomini. Abbiamo quindi deciso di promuovere un dibattito per tenere accesa l’attenzione e darci la possibilità di comprendere, grazie alle testimonianze di professionisti che vivono da vicino questa grave emergenza umanitaria, le condizioni in cui vive oggi la popolazione, le prospettive per il futuro del Paese e, soprattutto, come possiamo concretamente aiutare sia coloro che sono riusciti ad arrivare in Italia sia chi ancora vive in Afghanistan”.
Con queste parole il presidente di Legacoop Estense Andrea Benini presenta il dibattito che si terrà giovedì 18 novembre alle ore 21:00 nella Sala Convitto del Consorzio Factory Grisù (Via Poledrelli 21, Ferrara), promosso in collaborazione con Fondazione Pangea Onlus e cooperativa sociale CIDAS.

Aprirà la serata la giornalista Barbara Schiavulli che, grazie all’esperienza diretta come corrispondente di guerra, ci aiuterà a comprendere cosa sta succedendo in Afghanistan e a quali rischi è esposta la popolazione.

Simona Lanzoni restituirà lo sguardo della Fondazione Pangea, di cui è vicepresidente, presente dal 2003 a Kabul a fianco delle donne afghane con un circuito di microcredito e interventi di formazione, sostegno ed empowerment economico e sociale che hanno coinvolto oltre 7.000 donne. “Legacoop sostiene e promuove, insieme alla Commissione pari opportunità, le attività di Pangea – prosegue Benini – una realtà che è rimasta sul campo anche dopo l’arrivo al potere dei talebani, nel tentativo di continuare a dare aiuto e protezione a donne e bambini. Questo incontro sarà anche l’occasione per conoscere i progetti attualmente in corso e come sostenerli”.

Infine Francesco Camisotti, responsabile del settore Società e Diritti di cooperativa sociale CIDAS, illustrerà i percorsi di accoglienza e integrazione attivati sul territorio per dare risposta ai bisogni dei rifugiati afghani, a partire dal progetto Vesta che, dal 2016, nell’ambito del SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione, promuove percorsi di inclusione diffusa e partecipata, attraverso l’accoglienza dei rifugiati in famiglia. Modera l’incontro la giornalista Camilla Ghedini.

L’iniziativa è ad ingresso libero e gratuito, previa verifica del Green Pass. Sarà inoltre possibile seguire l’evento anche in diretta streaming sui canali Facebook e Youtube di Legacoop Estense.

Barbara Schiavulli, corrispondente di guerra e scrittrice, ha seguito i fronti caldi degli ultimi venticinque anni, come Iraq e Afghanistan, Israele, Palestina, Pakistan, Yemen, Sudan, Cile, Haiti, Venezuela. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su Repubblica, il Fatto Quotidiano e l’Espresso. Ha collaborato con radio (Radio 24, Radio Rai, Radio Popolare, Radio Svizzera Italiana, Radio Capital, Radio Radicale) e TV (RAI, RAI News 24, Sky TG24, LA7, TV Svizzera Italiana). Attualmente collabora con la BBC arabic.
Dirige  Radio Bullets , una testata giornalistica online che si occupa di Esteri. Vincitrice di numerosi premi nazionali e internazionali, tra cui il Premio Lucchetta, il Premio Antonio Russo, il Premio Maria Grazia Cutuli e il Premio Enzo Baldoni. Ha pubblicato  Le farfalle non muoiono in cielo  (La Meridiana, 2005),  Guerra e guerra  (Garzanti, 2010),   La guerra dentro  (2013) e  Bulletproof diaries. Storie di una reporter di guerra  (2016). E “Quando muoio lo dico a Dio, storie di ordinario estremismo”, (2017). Viaggia sempre con un trolley rosa e una stilografica.

Nota: L’immagine di copertina, come quella che illustra la locandina dell’evento. sono tratte dalle opere della street artist Shamsia Hassani. In queste settimane una mostra delle sue opere e sulle condizione delle donne afghane sotto il gegime talebano sta girando per le scuole di Ferrara.

VERSO LE ELEZIONI: IL DIBATTITO
Firrincieli, Fusari e Modonesi su bilancio, beni comuni e servizi pubblici

A cura di Sergio Gessi e Francesco Monini

– seconda parte –  leggi qui la prima parte del dibattito

Abbiamo invitato nella redazione di Ferraraitalia i candidati a sindaco del centrosinistra per rivolgere loro alcune domande. Andrea Firrincieli, Roberta Fusari e Aldo Modonesi hanno gentilmente accolto l’invito. Solo Alberto Bova ha declinato l‘invito, ritenendosi equidistante tra i due schieramenti in campo a Ferrara.

FRANCESCO MONINI
10 anni fa, appena eletto, il sindaco Tagliani ha trovato nelle casse 160 milioni di debito, al termine del secondo mandato il debito si è praticamente dimezzato, 80 milioni se non erro. Sembra un risultato ottimo, ma intanto abbiamo perso circa 200 posti nell’Amministrazione Comunale e nel 2019 ne perderemo un altro centinaio con quota 100. Siamo quasi a limite: tutti dicono che se scendiamo sotto la soglia dei 1.000 dipendenti, la macchina comunale si inceppa.
Intanto molte famiglie sono scese sotto la soglia di povertà. Colpa naturalmente della ‘Grande Crisi’ che ha portato, anche a Ferrara, impoverimento, disagio, malessere sociale. Allora voglio farvi qualche domanda scomoda. Non si è guardato troppo alla riduzione del debito? Non si è introiettata, anche nelle scelte della politica locale, una specie di ‘ossessione del debito’? C’erano certo da rispettare i vincoli rigidi dettati dall’Europa e dai governi romani, ma la politica della riduzione del debito non ha avuto un carattere depressivo sull’economia ferrarese e, soprattutto, non è stata pagata a caro prezzo dalle fasce deboli della società?
Cosa immaginate per il prossimo futuro? Pensate a una Ferrara che ricomincia ad allargare la borsa del bilancio comunale o il debito deve essere ulteriormente ridotto? Immaginate una città risparmiosa o che dovrà investire di più sui servizi?

ANDREA FIRRINCIELI
Una Ferrara risparmiosa? La risposta è abbastanza scontata: non può esserlo, perché sappiamo bene che risparmiare è un qualcosa che non porta sviluppo, non porta a nulla. Noi dobbiamo cercare di rendere la città più attrattiva. Dobbiamo cercare di fare delle spese più oculate e strategiche, investire nei settori che possono dare un ritorno importante: l’obbiettivo deve sempre essere puntato al benessere sociale e individuale. Il Bilancio Comunale è una leva importante, ineliminabile, ma dobbiamo cogliere tutte le occasioni, utilizzare al massimo quello che ci può venire dall’Europa, partecipando di più e meglio ai bandi europei.

ALDO MODONESI
Io parto dal bilancio, perché bisogna pur sempre partire da lì. Nel senso che le regole di bilancio ci sono, valgono per questa legislatura e, a parte le modifiche normative, valgono anche per la prossima. E sono molto semplici oggi per gli enti locali, un po’ meno per lo Stato che invece si è tenuto dei margini diversi. La regola è semplice: oggi sulla parte corrente tanto incassi tanto spendi. Ci deve essere una quadratura di questo tipo. O aumenti le entrate, cioè aumenti le tasse, cosa che non abbiamo fatto fino ad ora e a me non interessa fare in futuro, o devono aumentare i trasferimenti statali, e in questi anni sono invece sempre andati a calare per le Amministrazioni Comunali.
Terza possibilità: bisogna fare un lavoro sulle uscite, che in questi anni abbiamo fatto lungo due direzioni. La prima obbligata perché il blocco del turn-over, quindi i risparmi sul personale ci sono stati imposti. Nel momento in cui c’è stata la possibilità di fare nuove assunzioni le abbiamo fatte. Penso che siano decine e decine i ragazzi e le ragazze nuovi assunti, non solo vigili o educatori, ma tanti negli uffici tecnici, sia del mio settore che nel settore di Roberta. La seconda direttrice di marcia: tenendo sotto controllo il debito siamo passati da 160 milioni a 80 milioni di deficit, ma abbiamo comunque continuato a fare investimenti: 250 milioni per l’esattezza, di cui solo 5 coperti da un mutuo. Vuol dire che gli altri 145 erano soldi o di parte corrente o oneri di urbanizzazione, o contributi che ci venivano dalla Regione per la programmazione europea o per il sisma, o contributi che ci venivano dallo Stato… Che significa aver ridotto il debito da 160 a 80 milioni? Significa che anziché pagare 16 milioni all’anno di rata più gli interessi, oggi ne paghiamo 8. Vuol dire che abbiamo liberato 8 milioni di euro freschi da spendere: un po’ in servizi e un po’, purtroppo, per colmare le minori entrate che ci venivano dallo Stato.
Ecco, bisogna continuare così. Bisogna continuare ad investire. Lavorare sulle capacità di progettazione della macchina comunale. Perché se ottieni tutta questa mole di finanziamenti esterni vuol dire che fai dei bei progetti, vuol dire che vinci dei bandi, vuol dire che quando ci sono delle occasioni di finanziamento vieni premiato, che si tratti di piste ciclabili, di piano periferie, di riqualificazione di spazi, eccetera. Spendere in servizi è il modo per me per dare risposte ai bisogni.

SERGIO GESSI
Parliamo allora di servizi. Di priorità e di precedenze. Lo slogan della Lega è “prima gli italiani”, che a Ferrara si traduce in un “prima i ferraresi”. Vi sta bene un simile criterio?

ALDO MODONESI
Parliamoci chiaro, noi non condividiamo quello slogan. Che non ci porta da nessuna parte, che è stupido oltre ad essere sbagliato. A fronte di una società che è cambiata, sono cambiati anche i bisogni: sia per quanto riguarda gli anziani, la casa, i servizi educativi… La risposta della Lega è: prima gli italiani. Bene, ma vediamo cosa succede nella pratica. Ci sono, ad esempio, 250 bambini in lista di attesa? Cambiamo i criteri: chi era ultimo va avanti, chi era penultimo diventa ultimo, ma sempre 250 rimangono in lista di attesa. Con questo slogan non risolvi un problema di tensione sociale, lo vai ad acuire, perché crei nuovi penultimi e nuovi ultimi. Io invece dico: prima chi ha bisogno. E ai bisogni si risponde non con una delibera che cambia o ribalta i criteri di accesso, ma si risolve solo in un modo: con più offerta. Con più sezioni di asili nido, con più educatrici che vai ad assumere, con un aumento delle convenzioni dei posti nido con il privato sociale.
I bisogni degli anziani, dei disabili, dei più deboli li risolvi anche in questo caso con maggiori servizi. I bisogni della casa li risolvi con un maggior numero di appartamenti. Sono 600 gli appartamenti dell’Acer oggi non utilizzati a Ferrara. Con 3.600.000 Euro si possono sistemare e le persone in lista di attesa sono 650.
Sugli anziani, per non eludere la domanda specifica che avete fatto, io penso che oggi ci sia necessità, da un lato di immaginare una diversa organizzazione dei servizi soprattutto legata alla domiciliarità, perché ha ragione Andrea Firrincieli a ricordare che a Ferrara oggi gli anziani sono tanti e sono soli e bisogna potenziare i servizi domiciliari. Altra cosa: ci vuole una rete territoriale, perché questi anziani soli, nella stragrande maggioranza dei casi, abitano nelle frazioni, nei quartieri periferici. Una rete territoriale che sia una rete territoriale di supporto. Noi abbiamo lanciato questa idea dell’‘infermiere di comunità’, che è una figura di riferimento che copre 3/4 frazioni in stretto contatto con i medici di famiglia e con le strutture sanitarie

ROBERTA FUSARI
Sono d’accordo con Aldo, perché si fa presto a parlare, ma nei fatti la capacità di essere attivi e operativi bisogna misurarla sul serio. Allora l’abbattimento del debito è servito per liberare risorse per i servizi. Il lavoro fatto è stato impegnativo e ha colmato quella misura oltre la quale non è più tanto utile proseguire. Liberare quel debito, quei milioni è stato utilissimo perché si sono liberate risorse ordinarie annuali da poter utilizzare sui servizi alle persone.

FRANCESCO MONINI
Vuoi dire che l’imperativo della riduzione del debito non sarà più così imperativo: occorrerà ridurre ancora, magari passare da 80 a 40 milioni?

ROBERTA FUSARI
No perché l’efficacia di quanto è già stato abbattuto in ritorno economico da fornire sui servizi è stato molto alto. Non avrebbe la stessa efficacia passare da 80 a 40. Quindi alla domanda precisa: si continua in quel modo? Non avrebbe più tanto senso continuare in quel modo. Sapendo però che non si deve tornare indietro e ricominciare a fare mutui.
In un contesto di scarsità di risorse gli amministratori devono saper scegliere. Allora facciamo le scelte su come investire, su che tipo di investimenti fare, quali mutui conviene fare, quali sono i servizi necessari. Partendo dal presupposto che il mutuo è l’ultima delle scelte. Perché le risorse prima vanno trovate in altri contesti.
Né si può pensare di risparmiare soldi contenendo i servizi pubblici. Sono un baluardo, un presidio. Parliamo tanto di vicinanza delle persone, presidi sociali, attenzione agli anziani, alle loro fragilità, necessità di fare rete, avere dei punti di vicinanza. I servizi pubblici, proprio perché gestiti dal pubblico, sono dei presidi. E allo stesso tempo sono quei servizi pubblici che consentono di alzare il livello anche di quelli privati. Tra l’altro fa impressione pensare che da anni sul tema degli anziani ci siano dei servizi che il pubblico non riesce ad offrire e possono diventare delle occasioni di lavoro anche per i privati. Penso ai casi che si vedono anche a Milano, a Torino, occasioni di lavoro giovanile per cui: la portineria di quartiere, che è un punto di riferimento per tutte le famiglie, per gli anziani, per fare tutta una serie di cose, gestita da giovani diventa occasione di lavoro per i giovani e presidio sociale per le persone anziane che ci vivono. Quindi non sto dicendo ‘solo pubblico”. Io dico pubblico e anche privato. Sto dicendo però che la qualità dei servizi pubblici, dalle scuole alle farmacie, quel tipo di servizi detta, come è sempre stato anche qui a Ferrara, il livello qualitativo a cui devono tendere anche i servizi gestiti dal privato.
Sul tema degli anziani c’è tutto il tema della fragilità. Si diceva anche al fatto che vivono in un territorio ampio, nelle frazioni anche difficili da raggiungere e quindi come il welfare deve avvicinarsi a loro e non pensare che siano sempre loro a dover venire, a dover avere un riferimento. Ma anche, un tema che non abbiamo mai toccato, come il numero. Le persone anziane sono molto numerose, sono fragili, ma anche un valore enorme, perché hanno una esperienza incredibile, del tempo, che non è cosa da poco, è molto prezioso e una capacità di trasmettere ai più giovani tutta l’esperienza che hanno accumulato. E quindi capire come valorizzare le persone anziane anche in un contesto in cui si trasmette l’esperienza e la capacità accumulata durante una vita di lavoro, penso a certe capacità artigiane, certe capacità di fare, diventa secondo me molto interessante proprio in un’ottica di valorizzare anche le persone anziane che non sono solo fragili e hanno bisogno di servizi, ma c’è anche molto di più.

FRANCESCO MONINI
Beni comuni. Novembre 2017 scaduta la concessione a Hera per la gestione dei rifiuti; nel 2024 scadrà quella per il servizio idrico. Come affrontare a Ferrara il tema dei beni comuni e della costruzione di una gestione in-house direttamente pubblica?

ROBERTA FUSARI
Io credo che l’amministrazione pubblica debba garantire la salute. Il tema della qualità dell’acqua, del miglioramento delle infrastrutture esiste, quando parliamo di acqua dobbiamo fare i conti con le nostre reti e le perdite che ci sono. Il tema dei rifiuti, di come riuscire a ridurne la produzione, di come gestirli al meglio, di come riuscire a creare economia circolare sulla raccolta differenziata e di come far sì che vengano gestiti nel modo più opportuno e attento. Allora premesso che l’amministrazione debba garantire ai cittadini una informazione e una trasparenza completa: resta molto da fare su questo punto, per far sì che tutti noi cittadini sappiamo esattamente che fine fanno i materiali che differenziamo e l’impatto che la raccolta differenziata produce. Detto questo poi capiamo cosa vuol dire rinnovare quei servizi e capire chi è il gestore migliore: se è una società esterna o una struttura pubblica. Da un lato i beni pubblici debbano essere considerati tali, dall’altro ci deve essere una capacità di fare investimenti, per esempio sulle reti, che il pubblico non sempre ha.

ALDO MODONESI
Penso che questo tema vada affrontato senza filtri ideologici, né dal punto di vista che il privato è meglio, né dal punto di vista che è meglio il pubblico. Va affrontato dal punto di vista della gestione di un servizio ai cittadini, valutando in maniera puntuale i pro e i contro di qualsiasi tipo di modello. Quello che si è provato a fare pur alla fine della legislatura con il tema della gestione dei rifiuti senza un grande successo, proprio perché probabilmente era la fine della legislatura, con un controllo partecipato. Se in giro per l’Italia ci sono altre esperienze queste esperienze vanno verificate. Vanno valutati i pro e i contro sia dal punto di vista della gestione dei servizi che della gestione di un controllo patrimoniale. Alla fine stiamo parlando di beni comuni che sono un patrimonio di tutti noi, sia da un punto di vista della gestione economica e di un quadro di efficienza. Alla fin fine devo comunque dire – perché è così – che alla gestione attuale riconosco più meriti che difetti. Il che non vuol dire che ci siano solo meriti, ma che questi sono comunque superiori ai difetti.

ANDREA FIRRINCIELI
Riguardo al bene comune mi riallaccio a quanto detto da Aldo, in quanto al di là dell’aspetto patrimoniale e ovviamente all’aspetto etico morale legato a quel concetto, credo che sia fondamentale in questi casi essere molto umili e cercare di capire. Dalle realtà che ci circondano, dalle altre città, dalle altre esperienze quale sia la scelta più idonea per arrivare a un risultato positivo per la gente, considerando il bene comune. La ricaduta positiva deve essere sul cittadino.

FRANCESCO MONINI
In un ipotetico secondo turno, chi di voi tre avrà più voti, avrà da parte degli altri due appoggio o no?

ALDO MODONESI
Questo dibattito rende evidente che ci sono due diverse idee della città. Una che, con tutte le sfumature del caso, è rappresentata da me, da Andrea e da Roberta e io non ho dubbi che sulle questioni fondamentali la pensiamo assolutamente nello stesso modo. E poi c’è una visione diversa che è quella rappresentata dalle posizioni populiste del centrodestra. Io penso che si debba lavorare per tenere unito un territorio, tenere unita una comunità, dare risposte ai bisogni e non invece lavorare per separare, far leva su quelle che sono le paure, per far leva su ciò che divide e non su ciò che unisce. Se a questa cosa ci si aggiunge una evidente inesperienza e non conoscenza dei problemi della classe politica che mira a governare questa città, qualche elemento di preoccupazione, anche forte, ce l’ho. Non ho dubbi che in un secondo turno ci sia lo spazio per mettere insieme le persone, le idee e le forze che si sentono alternative a questa pericolosa idea di città.

ANDREA FIRRINCIELI
Devo dirlo in tutta onestà: mentre il percorso di Aldo e di Roberta ha un’impronta politica, parlo degli ultimi dieci anni e più in generale di un’esperienza vissuta nelle giunte e nei partiti, la mia è una figura nuova che si è stagliata all’orizzonte quasi per caso. Io ero stato chiamato inizialmente dal Pd come candidato esterno. Ma di fronte a uno dei paletti che ho posto per accettare e poter operare nel segno del cambiamento – indisponibilità ad accettare figure in continuità con il passato – è stata fatta una scelta diversa io, per coerenza se non dovessi arrivare al ballottagio lascerò libera la mia lista e i miei elettori di votare secondo coscienza.

ROBERTA FUSARI
L’avversario è la destra e io conto di vincere al primo turno, quindi non mi pongo il problema di cosa succede dopo.

VERSO LE ELEZIONI: IL DIBATTITO
“Così governerei Ferrara”: Modonesi, Fusari e Firrincieli a confronto

A cura di Sergio Gessi e Francesco Monini

– prima parte –

Abbiamo invitato nella redazione di Ferraraitalia i candidati a sindaco del centrosinistra per rivolgere loro alcune domande. Andrea Firrincieli, Roberta Fusari e Aldo Modonesi hanno gentilmente accolto l’invito. Solo Alberto Bova ha declinato l‘invito, ritenendosi equidistante tra i due schieramenti in campo a Ferrara.

SERGIO GESSI
Vi ringraziamo per la disponibilità a questo confronto. Il dibattito elettorale è vivo e siamo ormai alle ultime battute, ci è parso opportuno e necessario sollecitare alcune riflessioni mirate su punti che consideriamo rilevanti, in modo da fornire agli elettori alcune risposte più precise e concrete, al di là dei valori e delle idee che stanno alla base dei programmi che ciascuno di voi ha elaborato.

FRANCESCO MONINI
La prima domanda che vi farei è questa. Il dibattito impostato dalla destra e da Alan Fabbri si è concentrato sul tema della sicurezza. Quali sono le tre priorità per Ferrara che vi sentite di indicare? Convenite che la sicurezza sia il problema fondamentale, il più sentito dai cittadini, oppure se ci sono temi più importanti, più decisivi su cui puntare, su cui porre l’attenzione?
Infine: tutti dicono che, per la prima volta, il governo di Ferrara è ‘contendibile’, e potrebbe toccare alla destra? Che ne pensate?

ROBERTA FUSARI
Le mie priorità: 1) Ambiente che vuol dire anche Salute; 2) Economia che vuol dire Lavoro; 3) Partecipazione che vuol dire un modo diverso di rapportarsi dei cittadini tra loro e con l’Amministrazione, e viceversa naturalmente.
La sicurezza non è sicuramente tra le mie priorità. Anzi, affrontare le tre priorità che dicevo e dando risposta al tema dell’ambiente, del lavoro e della partecipazione per me significa rispondere anche al tema della sicurezza. Agitare il tema della sicurezza come fa la destra significa solo fare vuota propaganda.
Certo, anche nella nostra città, nella nostra comunità, i cittadini vogliono sicurezza, ma occorre affrontare il problema in modo serio e articolato e andando nel merito dei problemi, delle situazioni, proporre soluzioni concrete, caso per caso. Non basta scandire slogan come fa la destra di Alan Fabbri.

ALDO MODONESI
Vorrei fare alcune considerazioni sulla contendibilità di Ferrara. Io penso che non ci sia un comune in Italia che oggi non sia contendibile. E questo accade da almeno una decina di anni a questa parte, a causa di tanti fenomeni, compresa una estrema volatilità dell’elettorato. Quindi penso che il tema della contendibilità ci sia anche in queste elezioni amministrative, c’è a Ferrara come nel resto dei comuni che vanno al voto anche in questi mesi. Non bisogna essere preoccupati di questa sfida, anzi bisogna essere consci della situazione e trovare ancora più stimoli rispetto a quelli ai quali eravamo abituati nelle tornate elettorali precedenti.
Se devo descrivere la mia città in estrema sintesi, penso che Ferrara abbia due problemi:
Il calo demografico. Una città in cui nascono 750 bambini e muoiono 1.900 persone è una città che se non immagina per se stessa delle politiche di medio e lungo periodo è destinata ad implodere nel giro di qualche decennio.
Il secondo problema è un problema di natura ambientale. Guardiamo al cambiamento climatico che riguarda il nostro territorio: erano 3 forse 4 mesi che non pioveva: il livello del Po fino a 15 giorni fa era più basso di quello medio dei mesi estivi. Ci si aggiunga anche la situazione particolare geografica della nostra città e del nostro territorio: siamo in fondo alla valle padana e quindi serve non solo curare quello che produci ma guardare anche a tutto quello che viene prodotto a monte, che ti arriva via terra, via aria, via acqua, via sotterranea.

MONINI
Dunque, calo demografico e questione ambientale. Quali risposte mettere in campo?

MODONESI
Ci sono due sole risposte a questo tipo problemi.
La prima si chiama lavoro: aumentare la capacità attrattiva del nostro territorio. Vuol dire invogliare gli studenti universitari a fermarsi, vuol dire attivare politiche serie ed efficaci di integrazione per i nuovi cittadini, quali essi siano, migranti extracomunitari, cittadini europei, o anche solo persone che decidono di spostarsi da una parte della nostra provincia per venire in città. Vuol dire dare le sicurezze giuste e necessarie per mettere su famiglia.
L’altra risposta è la riorganizzazione dei servizi. La riorganizzazione dei servizi socio-sanitari, politiche educative e per la famiglia, politiche di accesso alla casa, una modifica della politica dei trasporti in modo da ridurre le distanze tra il centro e le periferie, tra le generazioni, tra le professioni. Questo, preso tutto insieme, vuol dire immaginarsi un welfare di comunità diverso, che dia opportunità a chi cresce e certezze a chi invecchia.

ANDREA FIRRINCIELI
Per me la prima priorità è il benessere della persona. Per benessere della persona si intende tutto quello che include la sanità, la salute, l’ambiente. Basta sfogliare i giornali e si capisce come la situazione stia lentamente, ma neppure tanto lentamente degradando. Sull’obbiettivo persona e il suo benessere occorrono iniziative efficaci e urgenti
Poi c’è il tema dell’economia, del lavoro. Occorre rendere più attrattiva la nostra città e legare in maniera più forte il momento dell’istruzione al momento del lavoro. L’integrazione scuola-lavoro spesso viene vissuta come un momento di passaggio, senza darle il peso e il significato che deve avere se vogliamo migliorare la situazione attuale.
Il benessere sociale, la possibilità per tutti di vivere insieme in modo armonico e positivo, dipende soprattutto dai presupposti che ricordavo: la cura del benessere della persona e lo sviluppo dell’integrazione scuola-lavoro. Per mettere mano a tutto questo dobbiamo partire prima di tutto dalle famiglie, dar loro un sostegno maggiore. Anche i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto c’è una distanza abissale. C’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, come pure il dramma delle truffe agli anziani. In una città sempre più vecchia come Ferrara, chi si occupa degli anziani? Lo facciamo troppo poco. Dobbiamo farlo molto di più e meglio.

MONINI
Vorrei sentire il tuo parere sul tema sicurezza

FIRRINCIELI
Sulla sicurezza, che nemmeno io considero la priorità, dobbiamo però ascoltare attentamente i cittadini. Non possiamo raccontarcela: se uno va a parlare con le persone sente che esiste ed è diffuso un allarme sicurezza. Allora c’è da chiedersi come mai improvvisamente la gente percepisca così questa situazione anche in assenza di episodi di criminalità diffusa. Perché siamo arrivati a questo punto? Se non partiamo da questa domanda, se non ci mettiamo in ascolto, non potremo risolvere il problema.
Tornando al benessere sociale, lasciando da parte l’integrazione, intendo anche la cura di qualcosa di fondamentale. Perché è vero che i nostri indici demografici sono in calo, ma è vero che ci dobbiamo curare di quello che abbiamo. Nelle famiglie dobbiamo mettere mano, dare loro un contributo importante. Non dobbiamo fare in modo tale che tutte queste iniziative di enti e di organizzazioni rimangano sulla carta: i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto ci sia una distanza abissale. E quindi c’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, le truffe agli anziani. Visto che abbiamo un calo demografico e il numero degli anziani aumenta, perché non ci preoccupiamo di loro? Chi è che si occupa di loro? Noi continuiamo a leggere di questi anziani che hanno 3.000 euro da parte, i soldi del funerale e improvvisamente spariscono.

MONINI
Aggiungo una considerazione. L’ultima ‘grande idea’ per Ferrara è quella di “Ferrara città d’arte e di cultura”, lanciata quasi 30 anni fa da Roberto Soffritti , sindaco di Ferrara per 16 anni e che qualcuno ricorda come ‘il Duca’. Grazie anche al ‘maestro’ Franco Farina, a Paolo Ravenna, a Carlo Bassi e tanti altri, è stata una grande intuizione, una idea che ha avuto successo e che ancora oggi da i suoi frutti. Certamente Ferrara ha fatto dei passi in avanti: sul turismo e l’indotto del turismo, il recupero del centro storico, Abbado al Comunale, le grandi mostre, eccetera. Oggi però molte città hanno seguito la stessa strada, Ferrara ha tante concorrenti: non sto parlando di Venezia o Firenze, ma della stessa Rovigo…

GESSI
Siamo nel terzo millennio. Forse occorre una nuova idea forza. Quale considerate essere la precipua vocazione di Ferrara e come immaginate la città nel 2030?

FUSARI
C’è la necessità di avere una visione d’insieme. Io sono venuta a Ferrara nel ’91 quando non c’erano neppure le Mura. Credo che occorra partire proprio dalla specificità del territorio ferrarese, dal nostro non essere – e io dico per fortuna – sulla via Emilia, una posizione che da un certo punto di vista ha consentito di preservare questo territorio e che da sempre è stato letto invece come un punto di debolezza. Ora è venuto il momento di trasformare questo punto di debolezza in quello che veramente è: un valore. Noi abbiamo una caratteristica territoriale, un valore riconosciuto addirittura dall’Unesco, città e Delta del Po, e un territorio straordinario. Allora la vocazione del futuro, questa città nel 2030, è accettare un’altra sfida come fu allora quella di 30 anni fa. Fare di Ferrara la capitale del verde europea. Capitale europea del verde quest’anno è Oslo, il prossimo sarà Lisbona. Lavorare su quello significa darsi una strategia per poter arrivare a questo obiettivo. Dobbiamo darci una strategia sulla sostenibilità, quindi intendo il termine ‘verde’ nel senso più ampio, una sostenibilità intesa non solo come ambientale ma anche economica e sociale. Una strategia comune da perseguire tutti assieme, ognuno nelle sue peculiarità: istituzioni pubbliche, privati, associazioni di categoria, università. Una strategia per far sì che il nostro territorio non sia più il fanalino di coda dell’Emilia Romagna. E la prima ricaduta pratica per noi cittadini, se lavoriamo sull’ambiente è avere più salute per tutti.

GESSI
Stai sostenendo come priorità la scelta della green economy? E come si finanzia un passaggio epocale del genere?

FUSARI
Se seguiamo questa strada, d’ora in poi, sempre di più la green economy e l’economia circolare saranno settori che porteranno lavoro. Nuovi settori, nuovi mestieri, nuova occupazione. Per affrontare il cambiamento climatico e la promozione della green economy sicuramente servono risorse extra bilancio comunale, ma l’Europa da tempo finanzia questo tipo di interventi. Dobbiamo lavorare su questo tema e con questo obbiettivo. Poi: diventiamo capitale europea del verde? Sì, no, non importa. Lavoriamo in questa direzione che ci porterà comunque lavoro e intanto miglioriamo la qualità del nostro ambiente.

MODONESI
Io penso che si debba fare un percorso assolutamente condiviso con tutte le forze in campo per lavorare sulle peculiarità del nostro territorio. Farlo in un’ottica profetica come un po’ è stata la visione di quella proposta ormai trent’anni: dal grande progetto Mura , al potenziamento dei percorsi museali, al parco urbano che oggi stiamo fruendo nel loro pieno sviluppo. Si tratta di proseguire su questa strada, rafforzando quello che è un percorso che in questi mesi abbiamo definito all’interno del Patto del lavoro, ovvero ottenere l’insediamento di nuove imprese, anche all’interno dell’area del petrolchimico. Vuol dire fare percorsi sostenibili dal punto di vista ambientale, sia per quanto riguarda le produzioni che per quanto riguarda le tipologie di impianti. Significa ottenere la creazione di nuovi e buoni posti di lavoro, significa una maggior integrazione tra formazione e avvio al lavoro.

MONINI
Il problema è sempre quello del come avviare questa nuova stagione. Con quale strategia, con quali alleati? Con quali fondi?

MODONESI
Rendere attrattivo il nostro territorio per le imprese vuol dire sfruttare a pieno quelle che sono le nostre caratteristiche. Vuol dire avere il coraggio di dire che c’è la necessità di una marcia diversa da parte in modo particolare dello Stato su quelle che sono le politiche di infrastrutturazione. Il tema delle infrastrutture è un tema che c’è. Oggi chi va a Bologna in treno capisce quanto sia necessario avere un potenziamento su quella linea e non solo per quanto riguarda le Frecce o Italo. Per chi va a Bologna oggi in auto sembra di essere su una camionabile: è necessario mettersi in corsia di sorpasso e una volta su due si creano incidenti. Sono interventi non più rimandabili, perché da sempre interventi di questo tipo si collegano con quelli che sono i punti nevralgici dello sviluppo di un territorio.
Vuol dire certamente un maggior coinvolgimento dell’Università, nel rispetto delle sue autonomie. Le Università sono gelose delle proprie autonomie e forse la nostra lo è ancora di altre. E’ giusto che faccia i propri percorsi di sviluppo e di crescita, però c’è la necessità non solo di immaginare un rapporto con l’ente pubblico, un rapporto non semplicemente legato ad una messa a disposizione di servizi. Ci vuole anche qui una programmazione per aiutare gli studenti ad insediarsi in città, dove sicuramente si deve studiare e si deve studiare anche bene, ma si deve offrire a questi studenti di rimanere, una volta che diventano laureati. Quindi se c’è un limite è quello dell’accompagnamento al lavoro. Quindi: più impegno su questo versante dell’Università come del mondo produttivo ,
Facendo campagna elettorale, sto girando il territorio e sto parlando con tanti imprenditori. Mi sono accorto che ci sono, ci sarebbe, necessità di nuove assunzioni. Tante imprese della zona della piccola e media industria hanno bisogno di ingegneri o di personale con alte qualifiche, ma scontano un percorso di inserimento lavorativo molto faticoso, che potrebbe invece essere molto più semplice se strutturato con un dialogo intermedio tra sistema delle imprese e l’Università.

GESSI
Anche l’economia della cultura, cioè tutto l’indotto che vive attorno a ‘Ferrara Città d’Arte e di Cultura’ andrebbe qualificato e potenziato. Ho l’impressione che abbiamo ancora tanta strada da fare.

MODONESI
Hai ragione, c’è ancora un grosso lavoro da fare attorno alla vocazione culturale della nostra città. Noi abbiamo strutturato un progetto organico in questi anni che mirava ad ampliare la presenza turistica a Ferrara. Lo sviluppo del polo museale: il primo è quello dell’arte moderna e contemporanea Diamanti e Massari, il secondo legato al polo di Schifanoia sulle arti antiche, il terzo con il Meis e il quarto legato al Castello. Abbiamo messo in campo idee e progettualità, ed è un’esperienza positiva e che ci viene riconosciuta a livello non solo nazionale ma internazionale. Da Roma abbiamo avuto recentemente alcuni ‘no’, ingiustificati, ma continueremo a insistere, perché bloccare i fondi di questo o quel progetto significa un colpo non solo allo sviluppo della rete museale cittadina, ma allo sviluppo economico complessivo di Ferrara.
Alla fine se vuoi avere più visitatori devi metterli nelle condizioni di avere musei con spazi adeguati con book-shop ecc. E non c’è un museo con questo tipo di ambizione che non abbia accettato la sfida di innestare un pezzo di contemporaneo in quella che è una scrittura storica. Il primo selfie che ci facciamo al Louvre è con la Piramide, il secondo con la Gioconda.

FIRRINCIELI
Vorrei parlare di un’altra vocazione di Ferrara. Di come l’ho vissuta io in tanti anni di attività. Attraverso il mio ruolo ma anche vivendo in prima persona il mondo del volontariato.
La vocazione di Ferrara secondo me, in questo momento, si manifesta molto nel volontariato e nella solidarietà. Io vedo che Ferrara è piena di associazioni, di volontariato, di gente che si dà da fare nel campo sociale, nel settore delle persone con difficoltà, nel settore dell’aiuto agli emarginati. Sul cuore di Ferrara bisognerebbe puntare molto di più. La vocazione di Ferrara è avere un cuore importante, un cuore grande. E questo tipo di vocazione è trasversale a tutto: al mondo della cultura e a qualsiasi altra situazione. Ferrara nel 2030? Mi viene in mente La città volante di Roberto Pazzi: se noi non cerchiamo di radicare un po’ di più la città e la sua Amministrazione alla realtà che le persone vivono ogni giorno, rischiamo di arrivare a quella città volante.

1.continua – leggi qui la seconda parte del dibattito

Quale futuro per le vetrate istoriate di Notre Dame de Paris

L’incendio che ha devastato nelle scorse settimane la cattedrale di Notre Dame a Parigi ha messo in luce quanto fallace sia la prevenzione, pur certosina, verso gli incidenti posta in essere a difesa dei beni culturali di inestimabile valore.

I francesi, ai quali siamo molto vicini in questa drammatica circostanza, hanno sempre enfatizzato la loro puntigliosità e, spesso, un primato nella gestione della sicurezza sui cantieri che invece, dalle prime risultanze dell’indagine, parrebbe essere naufragata a causa di una banale serie di maldestre saldature.
Come sia possibile che questo disastro sia accaduto in uno dei siti storico-culturali fra i più visitati in Francia insieme alla Sainte Chapelle, con la sua ciclopica presenza di vetrate istoriate, o al centro museale del Louvre ancora non ha risposte certe, mentre sono certi i danni che il fuoco ha causato non solo alla struttura, ma soprattutto ai tesori contenuti all’interno o ancora all’involucro esterno composto da centinaia di vetrate istoriate legate al piombo.
Le vetrate di Notre Dame, non tutte originali risalenti alla costruzione della cattedrale nel Duecento, che avevano resistito a rivoluzioni epocali e a guerre mondiali si sono arrese alla disattenzione o alla superficialità (almeno dalle risultanze ad oggi) di qualche singolo umano.
Certo gli errori possono accadere ma questo ha un peso rilevante.
Sappiamo, anche se sommariamente, che i tesori trasportabili sono stati trasferiti al Louvre o in altri siti, ma la preoccupazione maggiore riguarda le strutture lapidee e le vetrate istoriate, in quanto fissate per loro natura alle murature.
Proprio le vetrate istoriate medievali nel loro significato storico-politico, ed anche propagandistico, e nei soggetti rappresentati prendono corpo in Francia a Saint-Denis nei primi anni del 1100 presso una abbazia ubicata a pochi chilometri a nord di Parigi, sede delle tombe reali francesi per una intuizione dell’Abate Suger.
Siamo a metà del XII secolo quando il monachesimo in forte ascesa condiziona l’iniziativa politica da un lato della monarchia francese e dall’altro si mette a disposizione del volere del Papato nell’organizzare le prime due crociate. Sono le prove generali delle prime e sofferte alleanze europee contro l’avanzata islamica che aveva occupato i luoghi santi della cristianità a Gerusalemme e tutta l’area mediorientale.

Le vetrate istoriate a quel tempo cosi come vuole la tradizione venivano prodotte ritagliando lastre piane di vetro trasparente o colorato in piccole lastrine sagomate sulle quali veniva riportata con pennelli sulla superficie e poi fissata a circa 600° una mistura liquida di ossidi di ferro e vetro, le grisaglie, per riprodurre il disegno voluto, quindi linee, sfumature, panneggi. I singoli pezzi in vetro venivano poi ricomposti e assiemati con listelli di piombo creando un preciso reticolo secondo un disegno definito e precedentemente approvato dal committente.
Tutti siamo rimasti sorpresi con gli occhi sbarrati dallo stupore quando per la prima volta abbiamo visto sulle pareti di una cattedrale in stile generalmente gotico quei meravigliosi rosoni che trasmettono luce multicolore (visti dall’interno) o quelle teorie di monofore o bifore con rappresentazioni agiografiche a figura intera o istoriate con scene religiose del vecchio e nuovo Testamento o talvolta sequenze di episodi di narrazioni che erano il “vero libro aperto del tempo” divulgabile e comprensibile ai pellegrini o ai fedeli del tempo per la maggior parte analfabeti.
Considerato che la temperatura della semplice fiamma raggiunge rapidamente i 1000°C possiamo comprendere come le temperature più alte raggiunte durante l’incendio insieme ai fumi bollenti da esso sprigionati abbiano sfregiato le vetrate fondendo il vetro, le tramature in piombo e per quelle lontane dalle temperature più alte compromesso i disegni a grisaglie.

Come ricordato, non tutte le vetrate istoriate di Notre Dame sono duecentesche, anzi sono un’esigua parte di quelle oggi istallate, residuale frutto di rifacimenti, ripensamenti sull’utilizzo degli spazi all’interno come avvenne a metà Settecento e a metà Ottocento: vi fu allora l’avvio della grande campagna di restauri che interessò molte chiese francesi a opera dell’architetto Eugène Viollet-le-Duc.
L’incendio della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi ha fatto riscoprire a tanti europei, se pur con un vago sentimento di unità, un’Europa costituita da cittadini che partecipano agli eventi drammatici che richiamano la loro storia, ma che le Istituzioni europee hanno certamente reso incerta con scelte divisive sulle proprie radici cristiane.

Da questo grave colpo alla cultura di un’Europa che proprio in quei secoli del Medioevo stava acquisendo forma, nel mondo storico-artistico si è attivato immediatamente il dibattito fra celebri architetti di tutto il mondo – come il belga Wim Delvoye, Massimiliano e Doriana Fuksas Norman, Norman Foster e tanti altri – sul come ricostruire, con progetti anche bizzarri e restauratori, sul concetto di restauro da applicare per recuperare la funzionalità della Cattedrale, ma che al momento viene limitato alla guglia e al tetto: si rifarà in vetro, in acciaio, in legno? La riconoscibilità dell’offesa portata dal fuoco nel terzo millennio dovrà essere evidenziata per i pellegrini dei prossimi secoli oppure sarà un falso restauro stilistico contemporaneo, ripristinando esattamente ciò che è andato perduto?
La cattedrale parigina non è nuova al confronto critico verso “l’autenticità” negli interventi di recupero. Come si diceva, nella metà dell’Ottocento l’Architetto Eugène Viollet-le-Duc intervenne radicalmente in cattedrale: chiamò insieme ad altri artisti/artigiani i più importanti vetraisti francesi come Lusson e Maillot per riprodurre alla maniera duecentesca le vetrate istoriate legate al piombo, mancanti o degradate dal tempo con un contrastato risultato.
Quindi dopo questo drammatico incendio si andrà verso il concetto della reversibilità e della riconoscibilità dell’intervento di recupero sulle vetrate o verso un restauro stilistico-storico?
Le fiamme che uscivano con violenza alcuni giorni fa dai grandi rosoni istoriati e dalle ampie finestrature lanceolate, con quel carico di tesori dipinti su vetro che quasi novecento anni fa furono installate sulle grandi bucature in parete, sono un monito, non senza preoccupazione, affinchè questo confronto oggi aperto non dia luogo ad un ‘falso d’autore’ che accontenta i turisti ma che svilisce le opere d’arte.

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Palazzo dei Diamanti, il progetto selezionato rispetta la storia e risponde ai bisogni attuali

di Sergio Fortini, Elisa Uccellatori, Francesco Vazzano (Canapè Cantieri Aperti)
Accade spesso, in Italia. È accaduto anche questa volta. È una vecchia storia, che non prevede mezze misure, bensì proclami, elmi, corazze.
La cosa curiosa e fors’anche positiva è rappresentata dal fatto che momenti di confronto come questi provocano una accelerazione emozionante (oltre che emotiva), decisamente trasversale nelle competenze rispetto al campo architettonico in oggetto: confronto, dissenso, indignazione, provocazione, attacco, difesa si alternano in uno groviglio di voci e opinioni e costringono, più o meno consapevolmente, a un esercizio che spesso si scorda di fare: interrogarsi sugli spazi comuni da vivere e abitare, sul futuro di un tessuto urbano, sulle contraddizioni implicite al concetto di trasformazione, al rapporto tra ciò che si eredita dai secoli e ciò che si ha il diritto e dovere di costruire, dal punto di vista scientifico, filosofico, architettonico, artistico, politico, come espressione di una civiltà viva. Il senso di appartenenza a una (o a diverse) comunità si manifesta in modo potente nel dissenso, più che nel consenso. Questa epifanìa partecipativa porta con sé qualcosa di singolarmente democratico, accorpando in un unicum indistinto la firma accorata dell’addetto ai lavori, l’autografo distratto della personalità lontana, la postura incerta dell’ignaro passante intervistato ‘dalla tivù’ o ‘dai giornali’. Passante che si accorge, lì e in quel momento e non senza un rigurgito d’ansia, di essere necessario portatore di una voce e di una facoltà di scelta.

Probabilmente, al di là della querelle, questo concorso e il progetto che ne esce costituiscono opportunità di riflessione anche sul significato della parola ‘museo’, poiché, mentre ci si accapiglia con stile (ognuno con il proprio e a ciascuno il suo), la realtà avanza e corre oltre, disegnando in altri luoghi nuovi scenari e facendola apparire impropria. I luoghi della conoscenza seguono da tempo criteri di organizzazione degli spazi e delle funzioni assai differenti da quelli di una canonica esposizione, mentre nuovi individui nascono e crescono con la necessità di una rielaborazione del fondamentale concetto di ‘lentezza’, come strumento di approfondimento e di sapere.

Il progetto selezionato mantiene la dignità architettonica e l’equilibrio di un dialogo tra storia e contemporaneità, risolvendo una serie di problematiche che il museo internazionale di Palazzo dei Diamanti non può più permettersi di avere; sempre che non si desiderino prospettive più contenute e locali, più ‘quiete’ – si potrebbe dire senza cadere nel giudizio di merito – per il futuro di questa centralità culturale. Sotto il profilo strategico, la strada da percorrere sembra essere un’altra, con l’obiettivo di uno sviluppo progressivo delle potenzialità di un simile sistema di luoghi e della comunità che ha la fortuna quotidiana di poterlo praticare. Chi conduce il mestiere dell’architettura sa bene che, in un progetto complesso, ‘la soluzione’ non esiste. Esiste invece un testardo lavoro artigianale, fatto di intuizioni, arresti, correzioni, ripartenze, valutazioni che, nella migliore delle ipotesi, porterà a un esito efficace, di suggestione emotiva, di percezione di qualità degli spazi. Solo in rarissimi casi alla poesia e, dunque, all’opera d’arte.

I firmatari che seguono conoscono gli sforzi sottesi a questo limite cui tendere e rappresentano una molteplicità di professionisti abitualmente a confronto con le multiformi tematiche dell’architettura, del progetto urbano, del rapporto tra storia e presente. Per questo motivo, al di là dei sani antagonismi che vivificano un concorso di siffatta specie, dopo aver implicitamente abbracciato la scelta di una trasformazione contemporanea partecipando alla competizione, essi avvertono la responsabilità civile di affermare il proprio sostegno al progetto selezionato dalla commissione di gara, con l’auspicio che questo processo possa proseguire con lo stesso dinamismo che sembra aver acceso il dibattito.

Palazzo dei Diamanti, il confronto continua. L’opinione di Michele Pastore

Dopo l’intervento dell’architetto Malacarne, di Italia Nostra Ferrara, Ferraraitalia è lieta di ospitare quello dell’architetto Michele Pastore, presidente di Ferrariae Decus-Associazione per la tutela del patrimonio storico e artistico di Ferrara e la sua provincia, che ha risposto al nostro invito a un dibattito serio, documentato e approfondito a proposito della vicenda di Palazzo Diamanti.

di Michele Pastore

Ferraraitalia invita ad affrontare la ‘Vicenda Diamanti’ in modo serio. Purtroppo è tardi!
La decisione assunta a Roma in maniera centralistica, sorpassando la Soprintendenza locale, che pure aveva contribuito alla definizione del concorso, rende la ripresa del dibattito sterile, soprattutto nei termini in cui si è svolto, di contrapposizione aprioristica più finalizzata ad uno scontro politico che ad un dibattito culturale.

Forse è più opportuno pensare al futuro e qui si presentano due temi.
Il primo, in merito alla decisione romana, ripropone una centralità dello Stato, che con la sua “direttiva” corre il rischio di annullare sempre più il decentramento istituzionale come base delle decisioni e delle responsabilità. A me sembra molto grave che una “direttiva” verticistica, originata da un caso specifico, sia estendibile da una città a tutto il territorio nazionale. Una posizione rigida sul tema della conservazione del patrimonio culturale urbano era indispensabile negli anni Settanta. Infatti quella rigidità, con le relative posizioni vincolistiche, ha fatto sì che i nostri centri storici, compresa Ferrara, fossero salvati dall’attacco indiscriminato delle espansioni. Sono, infatti, di quegli anni i piani conservativi per i centri storici: anche Ferrara nel 1975 si dotò di un piano del Centro Storico che ha contribuito non solo a proteggerla e a conservarne il pregio, ma anche a farla diventare patrimonio riconosciuto Unesco. Oggi il principio e la consapevolezza di conservare il patrimonio storico, proprio a seguito di quei piani e di quelle azioni, non è più in discussione: è un valore collettivo condiviso. Di conseguenza, voler insistere solo sui concetti vincolistici diventa oscurantismo. Oggi è necessario affrontare una discussione nuova: la compatibilità e la convivenza tra antico e moderno.

A questo punto affrontiamo il secondo tema di una possibile nuova discussione in parte pregiudicata dalla “direttiva” ministeriale: la qualità dell’architettura moderna e come i nuovi interventi si possano porre nei confronti delle preesistenze. Sono in disaccordo con chi sostiene che nel caso dei Diamanti non è in discussione la qualità del progetto, ma l’opportunità di progettare in quell’area. Io la definisco “area” perché il retro dei Diamanti non è un parco, ma un luogo anonimo e abbandonato, al massimo utilizzato per qualche anno come cinema estivo all’aperto. Da queste considerazioni si può comprendere quale fosse la mia opinione e l’opinione del Consiglio di Ferrariae Decus sulla possibilità di intervenire in quell’area con un elemento funzionale che non intacca il Palazzo dei Diamanti e si pone in maniera trasparente tra il palazzo e la riorganizzazione dello spazio libero formando, ora sì, un parco.
Conosco Palazzo dei Diamanti e ho avuto occasione di capire il nuovo progetto e lo ritengo funzionale e corretto, espressione di un’architettura moderna che dialoga con l’antico senza prevaricarlo e quindi senza provocare alcun pericolo per la sua integrità e conservazione.

Questi sono i due temi che discendono dalla decisione romana, senza considerare gli anni persi, le risorse economiche e professionali impiegate, il rischio di perdere finanziamenti e, inoltre, il pericolo che questa decisione possa pregiudicare qualsiasi futuro intervento delle istituzioni locali non solo a Ferrara.
Ma poiché il problema della rifunzionalizzazione si era posto fin dalla fine dell’Ottocento e riproposto dopo la guerra con intervento mai realizzato, quello sì condizionante e invasivo, che si fa ora?
Qualcuno propone di spostare le grandi mostre in altra sede, ma ormai Palazzo dei Diamanti è un brand nazionale e internazionale, che identifica il luogo con le grandi mostre che vi si realizzano. Fin dal Progetto Mura si propose la formazione del ‘polo museale’ del quadrivio rossettiano. Se per Palazzo Prosperi, diventato di proprietà comunale, si sta avvicinando il momento del recupero, con un finanziamento già acquisito, per la Caserma Bevilacqua-Palazzo Pallavicino, sede dei servizi della polizia di Stato, fin dai tempi della Giunta Sateriale si è verificata l’impossibilità di entrarne in possesso per indisponibilità dello Stato che ne è proprietario.
Realisticamente resta soltanto quindi la possibilità di utilizzare Palazzo Prosperi. Ma a quali usi può essere adibito? Non certo per il trasferimento delle grandi mostre, poiché dispone solo di un grande salone al primo piano e di alcune sale la cui superficie complessiva è certamente inferiore a quella attuale dei Diamanti, e comunque continuerebbero a mancare, a Ferrara Arte, le funzioni nuove di supporto e di servizio che erano previste nell’ampliamento bocciato. Sono quindi stupito che vi sia chi fa questa proposta.

Già nel gennaio del 2017 un documento a firma di Andrea Malacarne per Italia Nostra, Michele Pastore per Ferrariae Decus, Ranieri Varese per Deputazione Ferrarese di Storia Patria, Gianni Venturi per Amici dei Musei proponeva di destinare Palazzo Prosperi a servizi per la Pinacoteca Nazionale.
A me pare che questa proposta posse essere in parte ancora valida. La Pinacoteca Nazionale, parte sempre più importante delle Gallerie Estensi, proprio in questi giorni si è potenziata con l’apertura al pubblico di nuove sale ristrutturate e riallestite con spazi dedicati allo studiolo di Belfiore, con l’esposizione delle Muse, e alla Bibbia di Borso d’Este.

Ferrara Arte, potendo procedere solo con i lavori del restauro di Palazzo dei Diamanti, pur potendo riorganizzare i propri spazi a disposizione, continuerà ad avere bisogno di quegli ambienti che erano previsti nel progetto bocciato.
Forse proprio alla luce di quanto detto si potrebbe pensare che Palazzo Prosperi Sacrati possa diventare centro ‘integrato’ di servizi comuni da dedicare a Ferrara Arte ed alla Pinacoteca Nazionale. Penso a un luogo per la didattica, per una biblioteca specializzata, per archivi, per sale riunioni, per depositi e piccole mostre. Un luogo cioè di supporto: di ricerca e di studio, a completamento ed a supporto delle due più importanti attività museali ferraresi.

Forse dopo quanto è successo solo questo si può fare.

Perché è inutile e sbagliato ampliare Palazzo dei Diamanti.

Sull’intervento da realizzare a Palazzo dei Diamanti – una delle glorie cittadine e uno dei più bei palazzi del Rinascimento italiano – si è aperta a Ferrara una vera e propria guerra. Due mozioni e due fronti un contro l’altro armati. Tra i tantissimi firmatari, insieme ad architetti, urbanisti, storici dell’arte e addetti ai lavori, leggiamo i nomi (almeno questa è la nostra impressione) di chi i Diamanti li conosce solo in cartolina e i particolari del progetto non li ha nemmeno esaminati. Tant’è, sulla stampa locale e nazionale i toni della polemica si sono fatti sempre più accesi, mentre giudizi e opinioni hanno assunto sempre più connotati ideologici, o peggio, aprioristiche manifestazioni di appoggio alle posizioni di amici e colleghi.

Insomma, nella foga polemica, si è forse persa per strada la capacità di affrontare la ‘vicenda Diamanti’ in modo serio, documentato e approfondito. Ci piacerebbe che su questo giornale, abbandonando il tifo da stadio, intervenissero i protagonisti: quelli pro e quelli contro il progetto. Magari allargando l’orizzonte a cosa significhi oggi battersi per la tutela e la conservazione del nostro patrimonio architettonico cittadino senza impedirne un utilizzo intelligente, moderno e rispettoso.

Ci è pervenuto l’intervento dell’architetto Andrea Malacarne, esponente di primo piano di Italia Nostra, che ospitiamo volentieri. Aspettiamo nei prossimi giorni le altre opinioni, dei favorevoli e dei contrari.

La redazione di Ferraraitalia

di Andrea Malacarne

Il Comune di Ferrara, cui è stata affidata la cura di uno degli edifici più conosciuti ed importanti del Rinascimento italiano, crede di avere il diritto di modificarne in modo permanente l’aspetto per dare risposta ad esigenze di maggiori spazi di una della proprie istituzioni. Se questo sia lecito o no, necessario o no è il vero nodo della vicenda di Palazzo dei Diamanti e non se il progetto vincitore del concorso sia bello o brutto. L’architettura contemporanea ha, come in ogni epoca, un ruolo fondamentale per la vita delle persone e delle comunità. La buona architettura ha, io credo, il compito e il dovere di portare o riportare qualità dove essa non esiste, soprattutto in quelle parti di città dove l’edilizia e la cattiva architettura hanno prodotto danni per molti decenni dello scorso secolo, in particolare in Italia . Diversamente però da tutte le epoche precedenti, poiché diversa in esse era la coscienza della storia e la percezione dell’importanza delle testimonianze storiche, dovrebbe oggi essere acquisito ed evidente che non può essere buona architettura quella che si realizza a scapito della qualità preesistente o che tende a sovrapporsi ad essa. Non è quindi oscurantismo quello di chi si oppone all’ampliamento, ma seria valutazione di non opportunità di un intervento di architettura contemporanea che creerebbe problemi molto maggiori di quelli che risolve.
Come giustamente denunciato da Italia Nostra fin dall’uscita del bando del concorso di progettazione il problema vero è un altro. Il Comune di Ferrara decide dogmaticamente di voler mantenere nello stesso edificio due funzioni incompatibili con gli spazi disponibili: la Pinacoteca Nazionale e le grandi mostre organizzate da Ferrara Arte. Ritiene giusto, essendone il proprietario, nella convinzione di soddisfare le esigenze di almeno una delle due funzioni (ovviamente quella delle mostre) metter mano al “contenitore” ampliandolo di oltre 500 metri quadrati. L’occasione è offerta dalla possibilità di ottenere i fondi attraverso il progetto del Ministero dei Beni Culturali denominato “Ducato Estense”. E’ un problema se il contenitore è uno degli edifici simbolo del Rinascimento Italiano? Assolutamente no: basta filtrare il tutto, in sorprendente accordo con la locale soprintendenza, attraverso un concorso internazionale di progettazione. Ma un concorso che si basa su presupposti sbagliati non può che produrre risultati sbagliati. Il progetto infatti (e la conseguente realizzazione che io spero mai avvenga) non risolve affatto i problemi delle due funzioni.
La Pinacoteca non ha oggi spazi per ampliarsi e non li avrà nemmeno dopo. Eventuali auspicabili acquisizioni o donazioni sono destinate, a Ferrara, a rimanere nei depositi o ad essere esposte in sostituzione di altre opere. Già questa prospettiva dovrebbe essere inaccettabile per i chi si occupa seriamente di cultura.
Le grandi mostre, nonostante l’assurdo ampliamento del palazzo, continueranno a svolgersi, come avviene da decenni, in ambienti inadatti ad ospitare funzioni espositive destinate a grande affluenza di pubblico. La scelta operata negli anni Sessanta dello scorso secolo di utilizzare parte del piano terra di palazzo dei Diamanti per importanti eventi espositivi si è dimostrata ben presto non adeguata, costringendo ad aggiungere altri ambienti nell’ala opposta del palazzo, uniti poi da un percorso coperto posticcio e decisamente brutto. Nel frattempo molte altre città decidevano, con lungimiranza, di sistemare interi immobili (in genere palazzi o conventi) per dotarsi di strutture adeguate, complete ed efficienti da adibire ad esposizioni temporanee. A Ferrara sembra radicata nelle istituzioni la convinzione assurda che l’afflusso o meno di pubblico agli eventi espositivi sia legato al luogo e non alla qualità delle mostre. L’esperienza di palazzo dei Diamanti dimostra invece esattamente il contrario: se una mostra è bella, perché studiata e preparata con adeguato rigore scientifico, ha successo anche se allestita in locali non adatti come quelli attualmente utilizzati, caratterizzati dalla presenza di ambienti piccoli, che rendono problematica la visita delle mostre con grande affluenza di pubblico, che resterebbero ovviamente tali anche nel futuro progettato allestimento.
Ferrara, proprio per la riconosciuta qualità dei propri eventi espositivi, da tempo necessita di una struttura adeguata e non di invenzioni di ripiego, per di più normativamente impraticabili, come quella proposta. Io credo, guardando al futuro, che sia preferibile che a palazzo dei Diamanti rimanga solo la Pinacoteca Nazionale, quindi con possibilità di espandere gli spazi necessari a svolgere in modo adeguato le complesse attività di una moderna struttura museale (esposizione, studio, deposito, restauro, divulgazione, amministrazione, ristoro).
Lo stesso quadrivio dei Diamanti offre poi le possibili soluzioni per una nuova sede per le mostre temporanee, in sintonia con la politica di recupero ad uso pubblico di importanti edifici monumentali attuata ormai da decenni dagli amministratori di Ferrara, politica che ha avuto forse il punto più alto e significativo nel “Progetto finalizzato al restauro, recupero e valorizzazione delle mura e del sistema culturale – museale della città”, progetto che già nel 1987 prefigurava soluzioni coerenti e lungimiranti per i palazzi del quadrivio.
La soluzione più semplice appare il recupero di Palazzo Prosperi Sacrati, di proprietà comunale, attualmente privo di funzione, del quale stanno per iniziare consistenti opere di restauro con fondi post-sisma. Logica, e maggior coerenza col tema Ducato Estense, vorrebbero che la parte di fondi destinata al solo ampliamento di palazzo dei Diamanti (almeno due milioni e mezzo di euro) potessero essere dirottati per il completamento del restauro dell’edificio rinascimentale.
Nel caso in cui venisse dimostrato, come si è sentito affermare in questo periodo in modo generico e non motivato, che l’edificio non fosse adatto ad ospitare mostre temporanee, la soluzione andrebbe ricercata, come già proposto nel ‘progetto mura’, nel restauro di palazzo Bevilacqua Pallavicino, anch’esso a pochi passi da palazzo dei Diamanti, dotato di grandi spazi, di proprietà demaniale, impropriamente oggi occupato da una caserma della polizia di cui viene periodicamente dichiarata la necessità di trasferimento in sede più idonea. Il destino del palazzo, per la propria collocazione, non può che essere quello, prima o poi, di diventare parte integrante del sistema museale della città.
Altro argomento chiave che induce ad opporsi alla costruzione di un edificio nel giardino di palazzo dei Diamanti è il timore che l’eventuale approvazione dell’intervento proposto in un edificio di questa importanza possa costituire un precedente tale da produrre conseguenze devastanti agli spazi di pertinenza degli edifici monumentali in tante altre parti del Paese: perché a Ferrara sì e altrove no? Gravissimi i danni potenziali anche per la città. Come può il comune continuare ad imporre, con ragione, ai privati il rispetto assoluto dei giardini degli edifici storici se costruisce un edificio di 500 metri quadri nel giardino del più bello ed importante di questi edifici? Se il centro storico di Ferrara è stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità” non è per caso, ma perché sono state da decenni definite delle regole. Non può essere l’ente pubblico a calpestare le regole che impone, seppure per presunti (ma in questo caso inesistenti) motivi di pubblica utilità, perché troppi sono gli interessi e le pressioni che non aspettano altro che le regole spariscano per riprendere indisturbati a devastare le parti più belle delle nostre città.
Uno degli argomenti addotti a favore dell’intervento, che denota chiaramente coda di paglia, è la reversibilità. Ma siamo seri: davvero qualcuno può credere che un intervento che costa sulla carta due milioni e mezzo di euro possa essere reversibile? Chi lo sostiene dimostra quanto meno assoluto disprezzo per il valore del denaro pubblico, caratteristica che, onestamente, non mi pare sia stata propria di chi ha governato la città nell’ultimo decennio.
Qualcuno ha affermato, nel corso del dibattito in atto, che la mancata realizzazione del progetto costituirebbe un incredibile smacco “soprattutto culturale”. Io credo che la cultura, quella vera, non quella di chi non sa vedere al di là delle esigenze del proprio orticello, debba avere visioni ampie e complessive, capaci di pensare al futuro, ma sulla base della conoscenza e del rispetto del passato.

Ferrara, gennaio 2019

Porto Ferrara: una sinistra plurale col desiderio di capire

di Laura Fogagnolo

E’ un’interessante pubblicazione ‘Porto Ferrara‘ che chiude gli anni settanta in città. Un mensile d’informazione culturale che ha l’esordio interno alla CoopStudio nel gennaio ‘82, poi, dal numero due del marzo dello stesso anno, l’intera progettazione grafica sarà curata da Claudio Gualandi come libero professionista. Tiratura: cinquemila copie.
E’ un odore di polvere stantia quello che coglie le narici, quando si sfogliano le pagine di questa rivista dal taglio innovativo, unita ad un superbo corredo fotografico.
Anime redazionali ne sono: Luciano Bertasi, Mario Fornasari, Stefano Tassinari, Giuliano Guietti, Sandra Pareschi, Marco Tani, Alberto Tinarelli e Marilena Zaccarini, coadiuvati da una nutrita compagine di collaboratori fissi e saltuari che si alternano nel dibattito sull’attualità, sulle problematiche sociali nonché sul ruolo del sindacato e sulla cultura con incursioni nella critica cinematografica, teatrale e musicale.
Sono le voci e le espressioni dei futuri quadri professionali e dirigenziali dell’Ente Locale, dell’Università unite a quella del Sindacato.
In una nota rivolta alla critica dietrologica, il comitato redazionale afferma testualmente che “la pubblicazione nasce come iniziativa aperta, luogo di espressione e confronto di posizioni diverse dentro la sinistra. Suo scopo è di contribuire ad un innalzamento del dibattito politico e culturale della città e della provincia”.
Gli articoli economici registrano la grave crisi aziendale dell’allora Montedison, uscita da una Cassa Integrazione di dieci mesi nel 1981, quando si paventavano cinquecento licenziamenti per ridimensionamento nel Petrolchimico. L’ex sindacalista, segretario provinciale della Federazione Lavoratori Chimici, e futuro Sindaco della città nella seconda metà degli anni novanta, Gaetano Sateriale auspicava l’apertura di un dibattito culturale sulle scelte di politica industriale e sulle trasformazioni che il tessuto sociale stava subendo.
Negli stessi anni la Berco, l’industria metalmeccanica di Copparo, dopo aver conosciuto uno sviluppo senza precedenti dal ’75 all’80, a causa della saturazione dei mercati e del blocco delle opere pubbliche nei Paesi occidentali, era afflitta da una caduta e da una grave crisi che sboccava nella proposta di riduzione di mano d’opera di centosettantotto unità e l’avviamento alla Cassa Integrazione di duemila operai.
Sorge inevitabilmente, dalla lettura degli articoli economici, una riflessione amara sul destino e sulla sorte della classe operaia oggi, a quasi quaranta di distanza, che ci interroga sul futuro e sulle mutazioni in corso della forza lavoro.
Risolleva, per fortuna, l’umore la lettura dell’articolo di Francesco Monini sulla mostra: Ferrara a Parigi dal diciannove aprile alla fine di maggio dell’82. Rivolta al pubblico cosmopolita di Parigi, l’esposizione rappresentava un assaggio di Ferrara che permetteva alla città di affacciarsi al mondo e di incrementare l’industria turistica, mentre le aziende di casa se la passavano male.
Si delineano, in quegli anni, le direttrici della promozione turistica della città che daranno frutti duraturi con le grandi mostre di Palazzo dei Diamanti, patrocinate dal genio di Franco Farina, e le iniziative culturali che faranno conoscere Ferrara a livello europeo ed internazionale.

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VIDEOCONFERENZA
L’impresa cooperativa fra valori sociali e compatibilità di mercato

“Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”… Al provocatorio interrogativo posto da Ferraraitalia nel suo recente dibattito mensile “Chiavi di lettura”, ciclo in cui si mettono a confronto differenti opinioni nella cornice della biblioteca Ariostea, hanno risposto e sviluppato il ragionamento Andrea Benini presidente di Legacoop Estense, Vincenzo Tassinari docente all’Università di Bologna e autore del volume “Noi, le Coop rosse. Tra supermercati e riforme mancate”, Lucio Poma docente dell’Università di Ferrara e Luigi Cattani, ex sindacalista e consulente di impresa. Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia, ha coordinato il confronto.

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L’APPUNTAMENTO
Cooperazione e impresa ai tempi della collera

​Un’identità ambivalente, in parte appannata dai compromessi con il mercato e dagli scandali, in parte orgogliosamente propugnata nella riaffermazione dei sui valore sociali e del suo significato autentico e profondo. Per la cooperazione, a tutti i livelli, non è una stagione facile. Questi anni di neoliberalismo imperante hanno generato rughe e cicatrici: modalità di gestione non sempre coerenti con la matrice mutualistica di cui le coop sono filiazione; contenziosi con i dipendenti e con i soci, pratiche di gestione talora disinvolte che scivolano sino a non infrequenti casi di corruzione con il coinvolgimento dei loro dirigenti, ultima in ordine cronologico la vicenda della bolognese Manutencoop gravata da ombre di tangenti. Ma la sprezzante etichetta “falce e carrello” ha il suo nobile risvolto nel prodigarsi leale di tanti cooperatori e cooperative che svolgono con ammirevole impegno e capacità la loro funzione sociale, mantenendo vivi nel mercato sani principi di corretta organizzazione ed emergendo anche nel terzo settore con la qualità dei servizi resi a sostegno del welfare.

Di questi temi ci occuperemo nel quarto appuntamento di Chiavi di lettura di giovedì 20 aprile, ciclo di dibattiti organizzati da Ferraraitalia che pongono a confronto differenti opinioni su questioni di attualità. Titolo: “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”: una cornice provocatoria, dunque, per un dibattito senza pregiudizi né ipocrisie. Ospiti nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea per l’incontro che, come di consueto, inizierà alle 17, saranno Andrea Benini, presidente di Legacoop Estense, Vincenzo Tassinari, docente all’Università di Bologna, autore del volume “Noi, le Coop rosse. Tra supermercati e riforme mancate”.
Accanto a loro, nel contraddittorio, uno studioso di economia, esperto delle tematiche d’impresa quale è il professor Lucio Poma dell’Università di Ferrara, che soffermerà sulle compatibilità di sistema e i meccanismi della concorrenza; e un osservatore attento alle dinamiche del mondo del lavoro e alle attese del cittadino-consumatore, quale Luigi Cattani, con alle spalle esperienze in ambito sindacale e in di contesti di impresa. Coordinerà gli interventi il direttore di Ferraraitalia, Sergio Gessi.

Chi tutela il bene comune? Lunedì 16 voci a confronto in Ariostea

“Il bene comune: politiche pubbliche e interessi collettivi” è il titolo del primo incontro del terzo ciclo di conferenze “Chiavi di lettura – Opinioni a confronto sull’attualità”, organizzate da FerraraItalia con l’intento di “leggere il presente”. Ogni mese il quotidiano online, fedele al proprio impegno di sviluppare l’“informazione verticale”, proporrà un approfondimento su un tema di attualità, locale o nazionale. Lo farà mettendo a confronto voci e opinioni diverse, per alimentare dibattiti costruttivi che contribuiscano ad ampliare la conoscenza dei fatti, a favorire l’elaborazione di fondati punti di vista, nella convinzione che l’autonomia di giudizio sia imprescindibile condizione per l’esercizio dei diritti di cittadinanza e stimolo per una partecipazione attiva alla vita pubblica.

Quello sul “Bene comune”, in programma lunedì 16 gennaio alle 17 alla biblioteca comunale Ariostea, sarà un confronto a più voci, coordinato dal direttore di Ferraraitalia Sergio Gessi, con il contributo di cittadini che hanno svolto percorsi professionali e operato scelte di vite differenti fra loro.
Al prologo, seguiranno (sempre di lunedì alle 17) il 27 febbraio “Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione”, il 27 marzo “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca”, il 24 aprile “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”, il 29 maggio “Uomini o caporali? Storie di dignità e vassallaggio”.

BORDO PAGINA
La crionica non è fantascienza…

Copernico si è laureato a Ferrara, ma qua l’evoluzione scientifica mentale, a quanto pare è sempre quella, premoderna, a parte ovvio eccellenze Unife e figure straordinarie come Zamboni. In questi giorni spicca in tutto il mondo la notizia rivoluzionaria e clamorosa di una giovanissima ragazzina inglese (14 anni) autorizzata da un Giudice inglese (per la prima volta in Europa se non erro) a ibernarsi come unica prospettiva di non morire definitivamente, viste le condizioni terminali e senza scampo per una malattia incurabile. Incurabile allo stato attuale della medicina scientica. Ebbene, anziché gioire, in questo mondo in semidefault generale, per certi orizzonti relativamente imminenti ma possibili e desiderabili della scienza d’avanguardia, sulla stampa nazionale, tranne piu neutre e-o eccezioni, sembrava il Bollettino di Frankenstein. Nello specifico local o dintornisu La Nuova Ferrara e anche il Resto del Carlino nazionale, usciti piccoli dossier, proprio piccoli e disinformati in quanto colmi di imprecisioni e poco aggiornati. Pure bastava un giro nel web. Tale disinformazione riguarda sulle testate in questione , un noto scrittore ovvero Roberto Pazzi ma anche presunti esperti e scienziati, medici abbastanz anonimi nel dibattito internazionale, che – pur anche possibilisti- quantomeno potevano evidenziare (senno sembra solo science fiction…) le fonti ufficiali scientifiche, leggi Medici e Filosofi anche collegati alla Crionica, le ricerche sulla Longevità parallele e attinenti, persino una scienza sociale, ovvero il Transumanesimo cosiddetto. Parliamo di medici, ricercatori, sociologi ecc. accademici, che lavorano in Università accademiche o Istituti in sé autorevoli, non di New Age o mera fantascienza. Figure come Max More o Aubrey de Grey, di cas quasi alla CNN o la BBC o le principali testate mediatiche anglosassoni e non solo. Abbiamo letto, a parte le riflessioni letterarie di Pazzi rispettabili ma molto opinabili di tecniche mediche quasi da stregoni e al massimo forse fattibili tra due o tre secoli, di mero Business e costi proibitivi! Ma la Crionica o Life Extension e la Longevità stesse non sono mera fantascienza. Dal punto di vista scientifico dei veri esperti, si parla anche di pochi decenni, massimo meno di un secolo. La crionica ecc., è una Medicina sperimentale semmai, allo stato attuale, una alternativa possibile e i costi variabili a seconda delle diverse Cliniche oggi esistenti, in Usa e Russia, tra non molto anche in Spagna, GB e forse Italia, costi sempre più sostenibili, di questo passo appena superiori – se la ricerca continua cosi- delle Pompe Funebri e dei Funerali classici, questi si dai costi già sproprozionati…
Max More è lo stesso fondatore della più importante Clinica Crionica cosiddetta in Usa: il Transumanesimo stesso ha coinvolto e coinvolge figure inoltre come lo stesso Marvin Minsky, padre dell’Intelligenza Artificiale scomparso ancora recentemente, la stessa Marthin Rotthblatt, ricercatrice olandese e imprenditrice celebre per le sue ricerche mediche laterali già molto concrete (originate proprio dalla grave malattia della sua bambina), scrittori celebri come Bruce Sterling e persino Dan Brown. Va da sé, la critica più risibile, a parte ancora Pazzi che è un letterato e di scienza ne sa come Tolomeo, che pur ammettendo l’eccezionalità del caso, ha scomodato l’archetipo di Lazzaro et similia (leggendoli solo letteralmente, ma il simbolo ambivelente e il desiderio ben noto dell’artista di essere immortale persino con le proprie opere?) per contestare la Crionica o l’Animazione Sospesa (più tecnicamente parlando) come pericolosa e inquietante— è la questione del Business! Come se vaccini e farmaci e protesi magari bioniche o robotica chirurgica siano frutto solo di qualche alambicco alla Dottor Jackill! (come sembra leggendo in merito il solito Foglio notoriamente antitransumanista).
Noi stessi, per la cronaca nel 2010, come futuristi abbiamo partecipato a un convegno internazionale con presenti anche proprio gli stessi Rothblatt, De Grey e More (e diversi altri internazionali) oltre agli italiani Campa e Prisco ecc. (curatori dell’AIT di Milano, una delle due sezioni italiane, l’altra è il Netowrk+Transumanisti, dell’americana Humanity+ fondata con altri dallo stesso More! In Italia un “cronico” noto è lo stesso ancor giovane Bruno Lenzi, anche noto ai media, Resto del Carlino incluso). Qualcuno persino da noi intervistato.
Riassumendo, la stampa – e non solo – semplicemente si aggiorni, poi legittimamente pro o contro (altra questione dopo la trasparente perà dialettica conoscitiva, così è solo disinformazione o il solito passatismo antiscientifico oggi dominante).

Per info consultare i seguenti link:

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-11-18/quattordicenne-inglese-muore-cancro-si-giudici-all-ibernazione-124419.shtml?uuid=ADCXNdxB

http://www.quotidiano.net/cronaca/ibernazione-umana-1.2689662

http://www.ilfoglio.it/scienza/2016/11/18/news/ibernazione-criogenesi-ragazza-inglese-107165/

https://en.wikipedia.org/wiki/Max_More

https://it.wikipedia.org/wiki/Aubrey_de_Grey

https://en.wikipedia.org/wiki/Martine_Rothblatt

http://estropico.blogspot.com

http://www.transumanisti.it

http:/transvision2010.wordpress.com

http://us.blastingnews.com/opinion/2016/11/life-extension-from-history-to-futurism-in-the-twentieth-century-001239421.html

La telenovela del ponte sullo Stretto: piuttosto andiamo a nuoto

Per favore, no. Un altro dibattito sul ponte dello stretto di Messina no. Sento che stavolta non usciremmo vivi da una nuova strage di sondaggi, opinioni, cittadini in libera uscita (favorevoli e contrari), che telefonano alle trasmissioni tv e radio.
E poi gli esperti: alla fine salta sempre fuori che esistono anche cattedre universitarie di pontologia, e pure applicata.
Possiamo capire che il Presidente del Consiglio, per catturare l’elettorato in prospettiva referendum costituzionale, le provi tutte pur di ribaltare sondaggi che pare pendano per il momento sul “no”. Però aggiungere, come ha fatto Matteo Renzi in occasione dei 110 anni del colosso delle costruzioni Salini-Impregilo, che si possono creare 100mila posti di lavoro, in una terra nella quale la parola “lavoro” è stata in pratica cancellata dal vocabolario…
Stupisce che ci sia ancora chi si ostina a vedere una partita continuamente rinviata per nebbia.
È come la barzelletta di quel tale che va al cinema a vedere il film in cui due cavalli fanno a gara. “Scommettiamo che vince quello nero?”, dà di gomito al vicino di poltrona. Constatato che il primo ad arrivare al traguardo è il purosangue bianco, sbotta: “È la centesima volta che vedo questo film, eppure stavolta mi sembrava che il nero avesse uno spunto in più”.
Il problema non è tanto se si sia d’accordo o contrari, ma come si possa continuare a credere che un paese che con la Salerno-Reggio Calabria sta facendo da decenni una figura da pirla davanti a tutti, possa ora realizzare un ponte mai nemmeno tentato da nessuno al mondo.
Chi mai scommetterebbe un centesimo, per esempio, che un panzone che passa le giornate al bar a forza di spritz e olive all’ascolana possa di punto in bianco battere il tempo di Usain Bolt sui cento metri piani, senza nemmeno essere certi che durante il seppur breve tragitto non sia assalito da una crisi d’identità?

Già Silvio Berlusconi dette il via all’inutile telenovela del ponte sullo stretto. Inutile per tutti tranne che per lo studio tecnico di chi curò, pare non gratis, la progettazione di un’opera che al confronto la piramide di Cheope sembrerebbe un bilocale con vista deserto.
Oltre alla sinistra, che pure quando ha i suoi cinque minuti buoni di luna di miele col paese si domanda “Dove ho sbagliato?”; prima o poi anche la destra dovrà fare i conti col proprio passato (anche) recente e analizzare senza sconti (stavo per dire in modo onesto, ma…) un consenso – spesso adorante e genuflesso – a un signore che qualcuno ha osato chiamare statista, anche se, già al momento della sua discesa in campo, era chiarissimo a gente come Fedele (sic!) Confalonieri e Indro Montanelli come in cima alla sua scala di priorità non ci fossero gli interessi nazionali.
Se ce la raccontano tutta, nella città in cui si vorrebbero fare le Olimpiadi, salta fuori che l’azienda pubblica dei rifiuti ha speso attorno al miliardo di euro per lavori senza mai avere fatto una gara d’appalto. Senza contare che la bellezza di un orizzonte unico al mondo è arricchito di nuovi ruderi, concepiti in occasione dei mondiali di nuoto del 2009 (non avanti Cristo). Geniale e originalissimo omaggio alla classicità.
Cosa fa pensare che stavolta il cantiere olimpico sarebbe stato diverso? C’è un esempio negli ultimi decenni di opera pubblica di un certo rilievo nel cui iter le cose siano andate come Dio comanda, o giornali e tv si divertono a raccontarci una storia campata in aria?

L’Italia, come dice il sindaco di Messina (non so e non m’importa di che colore sia), è il paese nel quale da una parte e dall’altra dello stretto, a eccezione forse dei sentieri Cai, mancano le infrastrutture più elementari e si pensa di stupire urbi et orbi facendo il record del mondo senza avere mai fatto una (dico una) seduta di allenamento.
Se nel calcio si dice che per stare in campo servono i fondamentali, oppure nella musica che per suonare il pianoforte prima bisogna sputare sangue da un solfeggio all’altro, perché mai c’è ancora qualcuno nel 2016 disposto a prestare orecchio a chi dice che i somari volano?
Come diceva Totò: “È la somma che fa il totale” e basterebbe vedere che qui di addendi ce ne sono davvero pochini.

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IL DOSSIER SETTIMANALE
Il bello e il brutto della città: proposte per riqualificare Ferrara

La città è un prisma fatto di mille tonalità, con riflessi sfolgoranti e impalpabili sfumature. Accanto agli sfavillii c’è pure la bellezza invisibile (quella celata, dimenticata) ma anche il brutto trasparente (che sfugge alla vista perché l’abitudine lo sottrae allo sguardo). Ferrara è bella. Ma la bellezza va curata con costanza e dedizione. Talvolta ci si rende conto che è necessario fare un passo indietro e sforzarsi di guardare con occhi nuovi il nostro quotidiano teatro di vita per scorgere ciò che va fatto per migliorare la scena.

Ferraraitalia ha riservato ampio spazio a proposte, considerazioni, interventi sulla città, sia in termini di prospettiva che di concrete azioni da attuare: riflessioni sull’identità urbana attuale e futura e cose pratiche che si possono fare subito.
Rilanciamo questa settimana nel dossier una selezione dei nostri articoli che già molto interesse hanno suscitato fra i lettori, contribuendo ad animare il confronto e il dibattito sul nostro territorio.

 

Proposte per Ferrara – vedi il sommario

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Patrizio Bianchi su ‘Democrazia senza’: “Un libro ricco di spunti che non banalizza i problemi”

di Patrizio Bianchi*

“Democrazia senza” è un libro di notevole spessore che dà conto di una ampia letteratura e che ci offre un’idea della quantità di dibattito e di ricerca che sul tema della democrazia si è andata accumulando nelle più diverse prospettive. Il libro offre molteplici piani di lettura e non solo diversi argomenti, ma indica anche un taglio e una prospettiva originale.
L’analisi non assume un concetto astratto di democrazia, ma parte dall’idea di democrazia che compare alla fine del Settecento e coincide con la nascita dello stato moderno e del capitalismo industriali.
Abbiamo della democrazia una versione storicizzata, che emerge in un certo contesto storico, culturale, contesto che per certi versi ne rappresenta le condizioni di base senza le quali la democrazia, nel significato pieno che ad essa attribuiamo, non si realizza. Non a caso, abbiamo visto quanto siano stati fallimentari i tentativi di esportare la democrazia, anzi abbiamo visto quali disastri abbia compiuto l’esportazione della democrazia in contesti diversi e con una cultura diversa.
Alla base della nostra lettura della democrazia sta un’idea di individualismo etico, l’idea di un individuo che ha un valore a prescindere dalla struttura sociale a cui appartiene.
Il titolo del libro (“Democrazia senza”) propone una sorta di ossimoro; siamo infatti abituati a pensare alla democrazia come un insieme di attributi: lavoro, uguaglianza, sovranità, fiducia, politica, appunto, tutti gli attributi che gli autori considerano oggi “in questione”, sfidati da una serie di cambiamenti.
Il primo aspetto riguarda la coincidenza tra democrazia e Stato nazionale, la sussistenza di una sovranità per cui il governo nazionale è in grado di controllare tutti gli elementi di decisione al suo interno. Si tratta di un’assunzione molto forte. Il passaggio alla globalizzazione, al contrario, propone un modello organizzativo e condizioni diverse e ci induce a considerare che i fenomeni economici sono più forti di ogni altra condizione nazionale. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: se aumenta il prezzo del petrolio, i riflessi non li possiamo governare in un solo paese, analogamente l’inquinamento non si può affrontare a livello locale. Su molti piani è difficile, se non impossibile, assumere l’idea che ci possa essere un livello ultimo che esprima il potere legittimo e che ci consenta di governare in modo autonomo una certa situazione. Questa constatazione produce talvolta l’illusione che si possa talvolta tornare indietro, a condizioni di piena sovranità nazionale.
Insieme all’idea di sovranità, un’idea altrettanto fondata assumeva che le scelte dovessero essere regolate da una volontà legittimata dal popolo che si esprimeva attraverso forme intermedie di rappresentanza. La questione della rappresentanza era alla base della fiducia che non era data ad una singola persona (a questo o quel leader), ma al sistema istituzionale. Risulta oggi evidente che i sistemi di rappresentanza possono essere variegati, ma laddove vi è un riferimento unico si va in una forma di autorità che si legittima in via plebiscitaria e autoritaria.
Un ulteriore blocco di ragionamenti riguarda lo snodo lavoro-eguaglianza, che ha un’origine storica anch’esso: nel passaggio tra l’Inghilterra e la Francia tra il 1776 e il 1779, vale a dire tra “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith e la rivoluzione francese. Adam Smith aveva chiarissima l’idea che la forza di un paese era espressa dalla capacità produttiva del lavoro, intendendo per lavoro la forma organizzata nelle imprese. Da qui il concetto di bene comune fondato proprio sul lavoro.
Siamo passati oggi alla globalizzazione e ad una democrazia che ha assunto una forma mediatica; e a una ricchezza delle nazioni che si è andata poggiando sulla dimensione speculativa dell’attività finanziaria. Il legame tra lavoro ed eguaglianza diventa implicito in tutta la nostra tradizione fino al punto in cui la finanziarizzazione lo spezza.
Se si spezza il legame tra lavoro e ricchezza si mette in questione anche quello tra crescita e sviluppo: lo sviluppo non è solo una questione di Pil, è l’idea che più il mondo è partecipato migliore può essere la qualità dello sviluppo.
Una lettura finalmente complessa è la chiave fondamentale del libro. La conclusione può essere sintetizzata nei seguenti termini “pensatela come volete ma non banalizzate i problemi, perché è con la banalizzazione che la democrazia viene ridotta”. Un libro – quindi – finalmente complesso, scritto con grande attenzione alle parole, che ha il notevole pregio di presentarsi non come l’ultimo al mondo.

*Assessore alla Regione dell’Emilia Romagna

 

Augusto Schianchi, Maura Franchi; Democrazia senza, Diabasis, 2016

referendum

ELOGIO DEL PRESENTE
Note a margine di un referendum

Il dibattito intorno al referendum ha offerto una prova di clima rispetto a quello (ben più rilevante per il merito) dell’autunno in materia costituzionale. Uno scontro acceso in cui l’oggetto (in questo caso) rappresenta sostanzialmente il pretesto di uno scontro politico a favore o contro il governo.
Mi sono chiesta più volte perché il dibattito politico assuma oggi i toni esasperati e scomposti tipici delle tifoserie del calcio, perché, proprio nel tempo che sancisce la fine delle ideologie, il confronto sia così animato da sentimenti fortemente antagonisti. Vincere o perdere, per la grande massa delle persone che si esprimono nello spazio pubblico, non è solo una questione di idee e di interessi, ma prima di tutto una questione di sentimenti e di appartenenza. Proprio quando le appartenenze reali si indeboliscono, i sentimenti sono più accesi. L’esito è che ogni questione appare sempre un’ultima decisiva battaglia, al termine della quale un cambiamento palingenetico ci traghetterà in un’altra situazione (un altro governo) in cui il confronto politico potrà assumere toni meno aspri e generare approcci e proposte meno laceranti. Ma così non può essere fino a che la politica non imbocca la strada di un ripensamento radicale.

Per troppo tempo si è scambiato per qualunquismo ogni critica severa alla classe politica, per troppo tempo sono stati considerati errori di ‘diversa natura’ quelli commessi da esponenti di uno o dell’altro schieramento (connaturati quelli di destra ed eccezionali quelli di sinistra). La constatazione del generale degrado ha poi dato luogo a una rabbiosa ricerca del capro espiatorio. Bisognerebbe prendere atto che le questioni sono più serie e profonde.
Certo, nessun paese è fuori delle grandi questioni che attraversano questo tempo: i nuovi problemi posti dalla globalizzazione e l’emergente tendenza alla ri-nazionalizzazione, vale a dire la illusoria ricerca di protezione di fronte ai movimenti migratori; la crescita delle diseguaglianze; la drammatica difficoltà dei sistemi di istruzione di confrontarsi con l’esigenza di formare competenze adeguate alle sfide (e alle opportunità) dell’innovazione e quella, opposta, di non tradire le istanze inclusive che hanno accompagnato la scolarizzazione di massa. Tutti i paesi vivono contraddizioni analoghe, sono in qualche modo vittime delle stesse dichiarazioni aggressive e manichee con cui i problemi tendono ad emergere. Pensiamo all’Inghilterra che dopo avere dato largo spazio alle espressioni anti Ue, vede con giustificate preoccupazioni per le proprie condizioni economiche, un voto orientato all’uscita dall’Unione.
Ma, mentre i partiti appaiono sempre più incapaci di un’impennata di consapevolezza e dignità per rigenerarsi, sembra che non esistano condizioni di governabilità al di fuori di questi. E’ questa l’impressione che ci rimandano gli infuocati scontri per le presidenziali americane: l’impressione che le appassionate testimonianze di dignitosi outsider resteranno appunto tali, non compatibili con regole ed equilibri che richiedono per il mondo (e non solo per un paese), equilibrio e senso della mediazione.
Allora forse sta qui il punto: di fronte a tante multiformi spinte populiste servirebbe recuperare il valore (e la capacità) della mediazione, della costruzione di proposte di medio-lungo periodo – oltre il breve riscontro offerto dai sondaggi. Questo vorrebbe dire essere preoccupati della crescita, come questione prioritaria, ricordando che il tasso di crescita in Italia resta attestato su percentuali decisamente inferiori a quello di altri paesi, tanto è vero che l’Ocse colloca il nostro paese al penultimo posto su 34 economie avanzate. Senza crescita non è possibile una democrazia inclusiva, non è possibile recuperare fiducia, non è possibile offrire fondate attese di un lavoro decente per molti giovani che rischiano la marginalità.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

renzi slide

IL DIBATTITO
La sinistra intellettuale e le slide quotidiane

Il dibattito “Idee di Sinistra” su Ferraraitalia offre spunti interessanti.
Mi si perdoni questo intervento forse a gamba tesa, da esterno, un semplice lettore che, come si evincerà, non appartiene alla categoria degli osservatori professionisti della politica e neppure agli analisti delle tattiche partitiche, ma alcune poche e semplici considerazioni sembrano d’obbligo.
Io partirei dalla domanda che Lavezzi si è posto il 17 febbraio che mi pare rappresenti la madre di tutte le questioni: “Ma allora perché se tutte le premesse sociali ed economiche ci sono la Sinistra fatica a imporsi sul piano politico?” Ci sono anche le prime righe del bell’articolo a firma Carlo Tassi, del 2 marzo, o l’articolo successivo di Roby Guerra.
Si comprende bene che il destinatario ultimo di cotanta insoddisfazione del mondo intellettuale della Sinistra è con tutta evidenza l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi, e con lui quel giglio magico che vive all’ombra del grande imbonitore, il quale fra l’altro non più tardi di alcune settimane fa ha proclamato pomposamente: “con me ci sono cinquanta milioni di italiani”.
L’ha certamente sparata grossa, come è nel suo stile, ma io chiedo a chi dibatte sulla sua (di Renzi) congruità alla Sinistra: ricordate l’inizio? “Enrico stai sereno”. Con i tweet, come un pifferaio 2.0, vi ha assopito le coscienze e alle elezioni europee, ha zuccherato e convinto, spargendo gli ottanta euro, parte del 40% di votanti (con 50% di astensione) a dargli il voto.
Non avete percepito qualche fremito di troppo quando, intorno a Monte dei Paschi e Banca Etruria o Carife o Banca Marche, storiche roccaforti del potere ‘rosso’, oltre al parentado della ministra Boschi in contatto con faccendieri anni Ottanta, svolazzava il supporter della Leopolda, il finanziere Davide Serra, che Bersani apostrofava così: “ma perché non paga le tasse in Italia invece che dispensare consigli al Renzi ?”
La verità, da ciò che si fiuta, è che lui (il Renzi), con il cinismo e l’opportunismo, ha messo in un angolo gli intellettuali e molti cittadini (anche non di sinistra), gli stessi che in buona fede ancora continuano a dibattere con convinzione sui grandi principi del sociale, di ideali rimpianti e volatilizzati nel dibattito della Leopolda.
E torniamo alla domanda di Lavezzi per tentare una (mia) risposta non aulica, ma semplice (non semplicistica), anche se composita, e comprensibile agli italiani che lavorano, “la vera carne” del dibattito politico e sociale.
Il Renzi ha inculcato un concetto nuovo per la Sinistra (diciamo a una parte maggioritaria): si deve vincere e non importa come: cinismo? Opportunismo? Concetti superati: è il realismo dell’Italia che cresce! Si può comunicare anche il peggio, ma il messaggio deve bucare; ma quale ‘questione morale berlingueriana’? L’articolo 18? Voto di coscienza, quale? E cosi via.
Si deve passare in Parlamento anche con Verdini (il nemico giurato della Sinistra, se possibile fino a pochi mesi fa ancora più odiato di Berlusconi) insieme alla marmellata dei transfughi usciti da partiti di Centro, di estrema sinistra, di Scelta Civica. Le cooperative dell’accoglienza di Roma hanno truffato sotto gli occhi del Pd? Il Sistema cooperativo edile emiliano è crollato con migliaia di posti di lavoro persi?
La piazza dimentica presto quando poi si vince e si governano i Comuni, le Regioni e lo Stato. Le banche delle aree rosse possono fallire: colpa di qualche funzionario e dell’Europa! Il debito pubblico cresce inesorabilmente? Nessun problema: dal 2017 o 2018 lo risolveremo. Intanto diamo 500 euro ai diciottenni futuri elettori, smantelliamo il Senato con voti di fiducia, approviamo le Unioni Civili con Verdini. E adesso annunciamo un gigantesco obiettivo futuro: il Ponte sullo stretto di Messina!
Il Renzi ha puntato al linguaggio diretto, sulle slide: il senso è semplice, chiaro e comprensibile a tutti. Poco importa (per lui e per i suoi ) se saranno credibili e perseguibili, ma il gioco è fatto. Basta con la vocazione all’autoflagellazione della sinistra, diamo da bere al popolo ciò che vuole: immagine e promesse, in sintesi: panem et circenses.
Ecco perché io penso (da semplice lettore), che con Baumann, Bodei, Habermas, con Weber e altri si educano i futuri accademici, si mantiene alto il dibattito (che io apprezzo) fra le èlite di intellettuali che continueranno e dialogare fra di loro nel salotto buono di qualche sezione o in qualche blasonata biblioteca, ma non si comunica con il popolo della Sinistra.
Nonostante quanto accaduto in questi quasi tre anni senza elezioni, i senatori e i deputati del Pd continueranno a sostenere Renzi. Se si andasse al voto ora, molto probabilmente diversi di loro perderebbero il posto in Parlamento e pertanto dei vostri idealismi romantici, concentrato di tanta secolare cultura sociologica, se ne infischiano.
Continuando così, a sinistra la conta dei voti premierà Renzi grazie alle sue astute, semplici e ingannevoli slide di ‘sinistra’.

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La Sinistra e la Rivoluzione elettronica

Nell’era della fine della politica e dell’ideologia, dell’antipolitica dilagante – la credibilità verso i partiti è quasi zero, come dimostrano le elezioni con il partito oscuro dell’astensionismo, sempre sottovalutato – è possibile immaginare scenari relativamente ex novo, neoprogressisti. In questo testo evidenziamo in particolare una possibile sinistra 2.0, partendo dal presupposto che proprio la rivoluzione informatica o elettronica del nostro tempo, scientifico-sociale in ultima analisi, magari controcorrente rispetto al trend liquido e minimalista dominante, ha già generato orizzonti neoprogressisti possibili, per chi li voglia vedere.

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Il visual poem La Nuvola in Elettroni

In principio la Tecnologia
La cosiddetta Sinistra attuale, moderata o estremista che sia, a livello intellettuale e nella macchina organizzativa, non si è ancora affrancata dal mito novecentesco economicistico e riduzionistico. Dopo decenni di massmedia, informatica e dopo Internet, non è però più l’economia, ma la tecnologia, intesa come rete quasi senziente, che filtra in modulazioni strutturali e decisive qualsivoglia input economico (spettacolare la differenza tra le Borse prima e dopo il web e l’informatica: praticamente una piccola time machine che dribbla come moto perpetuo qualsiasi fuso orario). Ora la tecnologia in sé, non è riducibile a qualsivoglia intenzionalità o residua ideologia neoliberista. Il condizionamento certo è reale, ma secondario almeno virtualmente: i nuovi significanti Techno da un lato innestano una complessità non facilmente prevedibile, dall’altro sono protesi o estensioni della mente umana psicosociale – come spiegarono chiaramente decenni fa i vari McLuhan e A. Toffler e oggi De Kerckhove e, piu in profondità avveniristica, futurologi come Raymond Kurzweil, Zoltan Istvan – in un feedback costante pluridirezionale, multitasking persino, tra società e soggetti umani.
Il trend dominante nella cosiddetta Sinistra, come news del 2000, privilegia l’ecologismo come nuovo paradigma globale, ma è chiaramente una opzione traumatica verso il futuro: una certa ecologia è certamente un nuovo valore etico-sociale (e anche tecnologico pragmatico), ma ha senso creativo e propulsivo solo come sottocategoria, pur fondamentale, in altro paradigma più ampio: la tecnologia. Oggi si parla di orizzonti sociali che sono ormai planetizzati o globali, con circa 10-20 miliardi circa di unità umane prevedibili per il 2020-30: l’ecologia al centro – e non la tecnologia, la conoscenza tecnoscientifica globale – con la sua ipotesi più diffusa, la discutibilissima decrescita felice, è pretendere di andare sulla luna ancora con i libri di Jules Verne. Soltanto un nuovo progresso informatico ed ecologico, superando il mito della Natura separata dalla tecnologia, può cavalcare razionalmente e anche immaginativamente le sfide del Duemila e del nostro tempo. Curiosamente, tale primato della tecnologia appartiene eccome alla tradizione marxista, e caratterizzava Gramsci il Pci.

Valore e miseria del post Pci
Nella cosiddetta Sinistra, inutile girarci attorno, le autocritiche sono sempre in ritardo di 20 anni (dalla rivoluzione ungherese in poi il copione è stato sempre quello). Il Comunismo nei fatti, come alternativa al capitalismo (oggi turbocapitalismo), si è rivelato uguale al Nazismo come totalitarismo e disumanizzazione umana. Anche la storia però è complessa: come il Fascismo italiano non fu solo quel demone che ancora oggi a sSinistra si esorcizza (rispetto all’innegoziabile nNazionalsocialismo tedesco), cosi e ancora di più in senso democratico, il Comunismo italiano fu una rondine (rispetto al Comunismo internazionale totalitario), che almeno in Italia ha fatto davvero la sua primavera.
Il vero progresso in Italia dopo la seconda guerra mondiale ha sempre il marchio preciso del Pci con le sue battaglie e conquiste: oggi le regioni rosse sono una parodia di benessere e buongoverno, ma a suo tempo non erano simulacri ideologici, bensì fiore all’occhiello dell’Italia più evoluta. Pur con tutte le ambiguità e le incompiute ben note storiche – la Resistenza non solo lotta di Liberazione, ma anche mito del Comunismo sovietico, i gravi ritardi su Budapest e Praga, fino a prima di Berlinguer, certa egemonia culturale e economica con il sistema Coop – indubbie, ma spesso culturalmente e produttivamente elevate ed efficienti, il Pci era un Partito del Futuro e del Progresso: guardava alla scienza e alla tecnologia come macchine per il cambiamento sociale, rifuggeva regressioni religiose e passatiste. Al passo con Marx e non solo, era chiaro il valore storico del capitalismo come fase storica propulsiva rispetto a ogni Medioevo o primitivismo della storia umana. Capitalismo da superare, certamente, ma via via e fin da Togliatti, pur non ufficialmente, con l’utopia comunista giustamente sempre più ridimensionata, riconnessa semmai a orizzonti postcapitalistici, socialisti e liberali (diversamente utopici) evoluti da ridefinire sul piano linguistico. Oltre la vecchia utopia, nei fatti, non tutti nel Pci erano ciechi. Con Berlinguer tale dinamica quasi apparve alla luce del sole: il cosiddetto eurocomunismo andava in tale direzione. Così il famoso compromesso storico con la Dc umanistica di Aldo Moro. Più in generale, negli anni Sessanta e Settanta il recupero del significante originario socialista s’innestava in quel discorso internazionale, persino di umanesimo socialista (quindi già postcapitalista tecnologico umanizzato), promosso da certa futuristica sociale di matrice psicologica o da stesse dissidenze dell’Est: Erich Fromm e altri liberal in Usa, W. Reich e Marcuse in particolare, Adam Schaff, il meglio della post-scuola di Francoforte, in Italia il giovane Umberto Eco, semiotico, la promozione mediatica scientifica di Piero Angela, la cibernetica sociale di Silvio Ceccato e Roberto Vacca, il Club di Roma di Aurelio Peccei. Sullo sfondo anche posizioni radicali come Debord, Lacan, Baudrillard, Foaucult, Derrida e Delouze. Libri collettanei come “L’Umanesimo Socialista” a cura proprio di Fromm e altri indicavano un orizzonte già complesso e innovativo, su cui si muoveva già proprio il Pci di Berlinguer.
Quel che è successo dopo è noto: l’ala regressiva del ’68, maoistica, ha prevalso nella cultura italiana, in una forma (gravissimo il terrorismo) o nell’altra (una lenta conquista del potere della magistratura e della stampa e poi della televisione e della politica post-Tangentopoli); Berlinguer è scomparso prematuramente; Moro assassinato; l’Urss è autoimplosa; il Pci con Natta e Occhetto in crisi di identità fatale; e poi appunto Tangentopoli, il mito di Tangentopoli. Il Pci doveva necessariamente sparire, anche quello italiano, la storia mondiale del Comunismo fallimentare e criminale era un fatto conclamato. La Sinistra degli anni Novanta e del 2000 doveva riformattarsi, completare sul serio le dinamiche di trasformazione in senso verodemocratico liberal e socialista, captare la mutazione tecnoscientifica già flagrante negli anni Ottanta e Novanta, con l’avvento dei primi pc e della prima informatica di massa, la nascente all’epoca rivoluzione elettronica. Invece ha cavalcato in modi fanatici la stagione di Tangentopoli, necessaria igiene della Prima Repubblica, ma facendo fuori il Psi di Craxi (coinvolti certamente, ma già un poco postmoderni e attenti alla rivoluzione elettronica) e poi con sempre più un clamoroso lifting neodemocristiano da Prodi a Renzi, si è perversamente de-generata la regressione cattocomunista, mixata con un fondamentalismo politichese esploso con 20 anni di mera demonizzazione dell’era di Berlusconi (regolarmente eletto perché aveva capito, anche se in ottiche conservatrici, le rivoluzioni dei mass media e poi quella elettronica in progress), anziché elaborare nuove progettualità alternative democratiche sul serio e appunto postmoderne evolute.
Il cattocomunismo, l’opposto dell’umanesimo sintetico timidamente sperimentato da Berlinguer e Moro, la sua versione assolutamente regressiva, non il meglio della stagione socialista e della tradizione umanistica italiana, ma il peggio della burocrazia totalitaria comunisticheggiante e del ben noto stile ‘mafioso’ guicciardiniano storico italico.

Il cattocomunismo terminale

Nel ventennio berlusconiano e anche oggi, dopo Monti, Bersani, Letta e ora il regime Renzi, è sorto come un ogm venuto male il cosiddetto ‘cattocomunismo’ che coinvolge pure i resti della sinistra estrema (sempre settaria parareligiosa) e, parzialmente, lo stesso M5Stelle di Beppe Grillo, per molti altri aspetti il primo partito del web in Italia, ma penalizzato dal tale stessa ambiguità congenita. Il futuro e il progresso sono rimossi o edulcorati, come già accennato, nel mito dell’ecologismo e del mondo sostenibile, della demonizzazione del turbocapitalismo e del consumismo, fino alle discutibili news ultime, acriticamente multietniche, acriticamente apologetiche della diversità sessuale a prescindere. Le differenze storiche oggettive tra Occidente e Terzo e Quarto mondo, arretrati strutturalmente di secoli, che persino Marcuse conosceva bene, da colmare pur con ricette non più imperialiste, sono svanite nell’omologazione del pensiero unico orizzontale, in una ridondanza veteroumanistica poco adatta al linguaggio necessariamente ‘freddo’ di ogni macchina politica onesta, capace di non speculare sulle passioni viscerali delle masse. La rivoluzione socialista è diventata la sintesi regressiva con etnie diverse a prescindere e i cosiddetti gay, un tempo mera espressione perversa della decadenza borghese (cosi si bollava persino Pasolini), sono diventati i nuovi soggetti rivoluzionari, al posto degli operai e del popolo in generale!
Qualcosa non quadra. Non discutiamo il ruolo fondamentale dell’ecologia per qualsivoglia scenario del futuro, né la necessità di soluzioni più evolute delle ricette destroidi sulla questione epocale immigrati e sul non banale pericolo isislamico, né giusti riconoscimenti giuridici (alcuni, almeno) all’emergente comunità gay. L’impressione di una fase renziana anche in Italia come in Europa, con questa Europa non dei popoli, ma della Finanziocrazia internazionale (tra poche famiglie americane, alcune euroasiatiche, troppe arabo musulmane, che condizionano il mercato globale in modi decisivi e nei fatti fraudolenti e persino, visti gli esiti della crisi sempre in primo piano, anche poco lungimiranti), orwelliana, è un dato di fatto probabilmente. Al di là delle intenzioni stesse del giovane premier, limitato nel gestire (certamente non meglio di lui i vari Veltroni, Prodi, Franceschini, Bersani) un certo andazzo dei tempi, macropolitico e macroeconomico.

Ritorno al Progresso
Come diceva Marx stesso però, con il suo straordinario link cosiddetto disillusione, vedere il reale, è anno zero verosimile per progetti credibili e promettenti, sicuramente aperti e rettificabili a seconda del divenire storico e dei risultati verifiche dei fatti. Il progresso, il futuro, la nostra storia occidentale devono tornare al centro, non per eurocentrismo, ma perché se si parla di valori umani universali e moltitudini o popoli, le differenze esistono e semmai sono i migranti che devono integrarsi con i nostri valori universali, figli di secoli di democrazia e rivoluzione scientifica, storicamente sconosciuti alle etnie emergenti. Piaccia o meno, parliamo non di singoli o gruppi d’eccezione, ma di moltitudini e la storia si sa è lentissima nei cambiamenti psicosociali. Non si esce dal turbocapitalismo, all’orizzonte nessuna alternativa planetaria forte. Chi lo nega è in malafede: al massimo è possibile rettificarlo, umanizzarlo, rallentare il consumismo, o meglio riconcertarlo in senso distributivo più egualitario e diffuso. Questo però è possibile solo capendo la priorità del linguaggio e della conoscenza tecnoscientifica come registro di sistema vincente di qualsivoglia nuova progettualità futuristica presente e prossima, per lanciare nuovi modelli postcapitalisti più evoluti (ma in senso letterale, non oltre o verso isole che non ci sono!), intesi come rete e sistema non scomponibili: una nuova Grande Macchina da concertare, ottimizzando le oggi dissipate risorse tecnologiche e scientifiche, quelle nascenti dalla robotica e dalla computer science e dalle nuove scienze dell’alimentazione (ogm inclusi e molte cibornetiche), unitamente al salvataggio delle risorse naturali e alle nuove tecnologie verdi, consapevoli tuttavia per queste ultime che le promesse dei decenni scorsi nei fatti non si verificano, in quanto per la complessità e il divenire reale del mondo attuale, piaccia o meno, esse sono state sopravvalutate (non per complottismo delle orride multinazionali). Al contrario, come ben spiega la comunità scientifica, solo una concertazione di tutte le risorse energetiche possibili, anche il nucleare di ultima generazione, può garantire un nuovo progresso almeno decoroso per la maggior parte dell’umanità.

Che c’entra la cosiddetta sinistra italiana in tale scenario futurista? Secondo noi poco o nulla. La riformattazione altro non può essere, per una new Left 2.0, che ex novo o radicale. Largo ai giovani, ma a giovani scienziati, naturali e sociali, nativi digitali doc, non sempre letteralmente, ma come nuova forma mentale sì. Via invece quasi totalmente, gran parte dei gruppi dirigenti e militanze varie: non sono mentalmente e culturalmente idonei a tale rivoluzione auspicabile. Sono soprattutto tecnoanalfabeti, anziani o giovani che siano, riflettono sempre le inerzie e le mappe obsolete del Novecento più o meno ideologico. E idem per l’Intellighenzia. Siccome però parliamo di grandi numeri, premettere il licenziamento in tronco, nelle macchine della politica o dell’Intellighenzia cosiddetta di Sinistra, di gran parte degli attuali gruppi dirigenti o di base o maestri di pensiero supposto significa, pur intercettando le minoranze, ancora centinaia almeno di soggetti o anche gruppi più o meno laterali e marginali attualmente, pur già presenti e operativi sia nelle macchine politiche sia nelle nicchie culturali e metapolitiche (come meri input solo indicativi: lo stesso Cacciari, il Tony Negri “americano” o il Franco Berardi “Bifo”, diversamente geopolitico o postcyberpunk). Sempre il Web pullula di parole, fatti, microchip, in genere metaculturali e metapolitici (non militanti), dove i dibattiti sulla politica, sul futuro, sulla scuola, sull’occidente, sul Terzo e Quarto mondo, sulla cibercultura, sulla tecnoscienza, sono in primo piano, generalmente in nome della complessità e consapevoli del dopo Internet. Segnalo soltanto per la mie personali sinergie (solo indicative, altrove in Rete ci sono molte altre dinamiche del genere) il movimento Netfuturista (Roma), quello futurologico transumanista (Milano), l’Italian Institute for the Future (Napoli), Space Reinassance (Cremona, Roma), Biblioteca Gramsciana (di Ales-Oristano), le stessa Scuola romana di filosofia politica (pur di matrice idealistica), e Metateismo. Per un nuovo Rinascimento, pur di matrice squisitamente culturale artistica, anche Valutazione.net (Trento-Ferrara). Infine, molte altre micro-comunità strettamente scientifiche attivissime nel ciberspazio del web.
“Noi trasformiamo il ’68 perdente in un computer vincente!”
“Fiorire non marcire!”

Info

Gramsci e Marinetti: un inedito dialogo


http://www.literary.it/dati/literary/d/diedo/gramsci_2017_dopo_berlinguer.html
http://www.meteoweb.eu/2014/09/fenomeno-transumanista/321901/
http://www.meteoweb.eu/2014/09/seconda-rivoluzione-verde-cura-marco-cattaneo-scienze/328804/

L’APPUNTAMENTO
N€uro, lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche

Dentro o fuori dall’euro? L’interrogativo ricorre quotidianamente nei dibattiti politici ma anche nelle chiacchierate che si fanno al bar o al mercato rionale. Il tema divide partiti e cittadini. E non è l’unico dilemma insoluto. Oggi più che mai è forte la preoccupazione relativa alla tutela del risparmio e alle garanzie offerte dalle banche. La crisi ha diminuito la ricchezza e aumentato i dubbi, dilatando i margini di insicurezza su molti fronti, anche perché economia e finanza sono temi ostici, difficili da maneggiare.
‘Chiavi di lettura’, il ciclo di incontri organizzato da FerraraItalia, ritorna in bliblioteca Ariostea lunedì prossimo, 25 gennaio, alle 17, con un appuntamento dedicato proprio all’euro e alle banche. A dipanare la matassa saranno un docente universitario, il professor Lucio Poma, del dipartimento di Economia dell’ateneo di Ferrara, e due storici esponenti del Gruppo Cittadini Economia, Claudio Pisapia con l’ausilio di Fabio Conditi.
Il tema della moneta unica e il ruolo degli istituti di credito sono elementi centrali nella riflessione relativa alle cause della crisi che ci attanaglia: quanto ha inciso l’euro, quanto pesa il ruolo della Bce e l’assenza in Italia di un banca centrale dello Stato? Da più parti si richiama l’esigenza di ricostituire una banca pubblica e qualcuno invoca il ritorno alla lira… Altri osservatori ritengono invece dannosa un’eventuale fuoriuscita dall’euro e non considerano sostanziale il ruolo che potrebbe svolgere la Banca d’Italia, neppure se fosse ricondotta sotto il controllo statale. Insomma su questi argomenti si dice tutto e il suo contrario.
Lunedì il confronto sarà estremamente lineare: i due interlocutori esporranno con chiarezza i loro punti di vista. In principio ciascuno puntualizzerà in maniera facilmente comprensibile il quadro di riferimento e illustrerà la proprie opinioni. Seguirà un breve dibattito fra Poma e Pisapia. E poi il pubblico potrà porre le proprie domande. Obiettivo di questi incontri, come sempre, è favorire una maggiore conoscenza e comprensione delle variabili in gioco, affinché ciascuno possa maturare un’edotta e autonoma opinione in proposito.

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IL DIBATTITO
Gattopardi… a loro insaputa

di Gianni Corazza

Egregio direttore,
Le scrivo per esprimere la mia modestissima opinione in merito alle questioni proposte sul tema Sinistra e problematiche annesse. Una risposta alle allettanti sue sollecitazioni potrebbe essere trovata, a mio parere, lontano nel tempo, alle radici del pensiero e dei movimenti che alla Sinistra fanno riferimento.
Tra i tanti assunti marxiani, credo che uno dei più trascurati dal popolo che si definisce ‘di sinistra’ (e in particolare dalla sua ‘intellighenzia’ meno incline all’omologazione) sia quello relativo al rapporto tra teoria e prassi.
Nelle “Tesi su Feuerbach” (1845) Karl Marx sostiene che “E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità […] La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica […] La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica. I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo”.
In queste parole, ancor oggi, può essere individuata una delle chiavi più efficaci per interpretare ciò che accade nell’organizzazione sociale, nella politica e, in particolare, nel complicato dibattito che oggi arrovella e tormenta le forze politiche, più o meno organizzate della Sinistra.
Da una parte abbiamo l’attuale maggioranza Pd: un folto gruppo di politici, prevalentemente giovani, molto più propensi a lavorare per avviare a soluzione i problemi concreti che non ad arrovellarsi in sofisticate analisi socio-politiche, presuntivamente foriere di soluzioni miracolistiche. Dall’altra parte abbiamo l’attuale minoranza Pd e una complicata galassia di forze più o meno organizzate e di diversi ‘liberi pensatori’, perennemente indisponibili a qualsivoglia forma di appartenenza esplicita. Questo articolato ‘non gruppo’ sembra essere assai più interessato alla presunta salvaguardia di principi e valori e alla profondità e accuratezza delle proprie teorizzazioni che non al cambiamento e alla risoluzione dei problemi.
E’ mia convinzione che la caratteristica che maggiormente connota un approccio ‘di sinistra’ ai problemi dell’organizzazione sociale sia la volontà e l’impegno per cambiare la realtà. Ed è mia convinzione che un politico ‘di sinistra’ non dovrebbe mai perdere di vista questo impegno e questo obiettivo. Altri approcci, hanno invece (anche legittimamente) l’obiettivo della conservazione e della tutela delle situazioni consolidate, non quello del cambiamento.
L’azione politica (di sinistra) efficace è quella che realizza il cambiamento (anche parziale) non quella che si impegna soprattutto per produrre profonde ed esaustive teorizzazioni. Come dimostrano le vicende, anche meno recenti, del nostro Paese, queste acute teorizzazioni sono destinate a restare affermazioni velleitarie che potrebbero certo essere esaustive e teoreticamente corrette ma che, nei fatti, si sono dimostrate e continuano a dimostrarsi non realizzabili, sempre necessitanti di ‘ulteriori sviluppi’, ‘ulteriori fasi di crescita’, maggiori approfondimenti teorici. Ciò che propone questo tipo di approccio sarebbe perfetto: realizzerebbe l’utopia e la giustizia con le iniziali maiuscole, ma non si sa come attuarlo. Quindi aspettiamo che i tempi maturino e nel frattempo… lasciamo fare agli altri e manteniamo di fatto lo status quo, senza preoccuparci di quanto equo esso sia. Peraltro senza nemmeno interrogarci troppo su quello che sta cambiando (in peggio) attorno a noi e su quanto questo cambiamento stia intaccando le nostre velleità utopiche. Nei fatti questo tipo di approccio diventa uno strumento di conservazione, che connoterebbe assai meglio forze politiche ben diverse.
A ben vedere è in parte questa una costante della storia della Sinistra più recente. Il caro Bertinotti, che fece cadere i governi dell’Ulivo per la questione delle trentacinque ore (paradossale e ridicola per le migliaia di persone che in seguito persero il posto di lavoro). I sindacati, che negli anni ‘80 e ’90 non hanno mosso dito sulla delocalizzazione e sulle regole di mercato europee e oggi (a stalla ormai vuota, si potrebbe dire) non sono in grado di fare altro che riproporci la tutela degli occupati, la conflittualità contro le poche imprese rimaste e la difesa, anche contro ogni decenza, degli ipergarantiti della pubblica amministrazione. Da qui si vede l’incapacità della ‘sinistra-sinistra’ di farsi agente di cambiamento essendo invece, nei fatti, conservatrice di privilegi e ingiustizie.
Dopo la riforma Fornero e la presa di consapevolezza delle ragioni strutturali che l’hanno determinata e del radicale cambiamento di prospettive per i trattamenti pensionistici dei prossimi anni, si continuano a difendere i ‘diritti acquisiti’ e l’apparato giuridico ordinamentale che li protegge, anche se ciò risulta, nei fatti, quanto di meno equo e socialmente giustificabile possa darsi. Fermarsi alla forma delle trasformazioni sociali e restare fermi su principi, ormai acclaratamente inapplicabili all’universo degli aventi diritto, è quanto di meno ‘di sinistra’ si possa fare. Oggi tali caratteristiche sono rinvenibili soprattutto nella complicata galassia di forze che si oppone al rinnovamento in atto nel Pd. E lo si vede nei fatti, nelle alleanze che questi, di volta in volta, sperimentano: le forze più retrive e/o avventuriste del panorama politico.
Per quanto si riferisce al dibattito sulla sinistra di oggi e quella di ieri (o dell’altro ieri) e alla nostalgia della piazza che fu, mi pare di poter dire, che la piazza che fu non può chiamarsi fuori. Nè restare a fare testimonianza. Buona parte delle responsabilità nell’incapacità di percepire il cambiamento e nel tutelare i “diritti acquisiti” (in realtà: privilegi estorti ai nipoti!) viene anche da lì. Mi pare che non serva a nulla, non cambi nulla, e quindi non sia di sinistra, rimpiangere il tempo che fu, come non lo è arrovellarsi sui distinguo segnando il passo all’infinito.
E per esplicitare l’opinione in ordine alle altre sollecitazioni della Redazione, si può affermare che oggi dipende dalle persone che si riconoscono nella Sinistra impegnarsi affinchè essa diventi una forza che si adopera per trasformare in meglio la realtà con gli obiettivi e i valori storicizzati della Sinistra di sempre. E ciò senza più farsi bloccare da presunti acuti teorizzatori politici (sedicenti difensori a oltranza dei valori democratici) che in realtà hanno dimostrato di essere (a loro insaputa, va dato atto!) una sorta di gattopardi che per volere un cambiamento troppo perfetto hanno contribuito a perpetuare, attualizzandoli, ingiustizie e privilegi di cui loro stessi sono talvolta fruitori.

 

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

IL DIBATTITO
Rivoluzione culturale a Sinistra: sviluppo sostenibile, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazioni

da Davide Nani

I temi posti da Ferraraitalia al centro del dibattito sulla Sinistra sono tanti. Verrebbe da semplificare dicendo che la Sinistra nel nostro Paese non esiste più, plastica e rimodellata da contenitori dei quali pian piano ha preso la forma.

Cito per ridurre l’analisi: l’appartenenza al blocco occidentale, il sistema capitalistico, la deriva liberista, l’Italianità delle reti amico-clientelari e nepotistiche.
Una pianta delicata nell’orto sbagliato che negli ultimi tempi è cresciuta male e ha dato frutti amari, immangiabili.

Uscendo dalla brevissima analisi per parlare di una Sinistra possibile, che esca dalla logica di una mera e fiera testimonianza di sé, occorrerebbe una grande rivoluzione culturale, innescata da un progetto chiaro che comprenda le risposte possibili alle sfide del nostro tempo.

Elencherò con parole chiave gli elementi a mio parere imprescindibili per una ‘vision’ di sinistra.
Sviluppo sostenibile attraverso un Piano energetico nazionale (rottura con le lobby del petrolio e investimenti massicci in ricerca, progetti e opere).
Redistribuzione della ricchezza, (attraverso un piano per l’occupazione che preveda una netta inversione di tendenza tra privatizzazione e nazionalizzazione, precariato e stabilità).
Laicità dello Stato e di tutte le sue istituzioni ( idea da riscoprire dopo le furbizie e le piaggerie di molti leader dal Pci al Pd).
Un piano per l’immigrazione (che vada oltre la fase d’emergenza che va garantita. Chi entra sul suolo nazionale deve avere un nome e un cognome e diventare portatore di diritti e di doveri. La sinistra ha spesso abdicato al mettere nero su bianco delle regole certe in materia.).
Finanziamenti alla scuola pubblica, in edilizia, formazione dei docenti, inclusione, lotta alla dispersione.
Libertà di informazione (attualmente ai minimi storici).
Tenuta democratica (uscita dal dogma ricatto della governabilità).
Rete europea della sinistra (indispensabile per poter agevolare i progetti sopracitati).
Questione morale ( non osmosi affari e politici – non osmosi incarichi politici e sindacali – non parentele – una legge europea sul conflitto d’interessi – incarichi per meriti certificati e competenze).

 

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici:cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

sinistra-ferrara

IL DIBATTITO
La piazza del buon ricordo non basta, ci vuole la forza per ricominciare

di Loredana Bondi

Caro direttore,

sabato ci siamo visti ed eravamo tanti a salutare Paolo Mandini. Aveva qualche anno più di me e lo conoscevo da tempo, come conoscevo bene la sua famiglia, quando ancora viveva nel “Borgo di San Luca” ed era assessore. Poi ci siamo incontrati in momenti particolari, sempre a parlare di questa politica ineluttabilmente in discesa di ideali e di idee. Ieri eravamo a salutarlo in un buon numero, da qualche politico attuale, ai vecchi sindaci, ai rappresentanti della Coop e amici di percorso politico che, nel tentativo di dare nuovo senso alla politica e alla vita sociale di questa città, si sono ritrovati per anni a disquisire sul che fare contro questa ineluttabile epoca della solitudine ideale e della povertà di stimoli verso il rinnovamento della partecipazione. Si, era una “piazza di vecchia generazione”, che purtroppo si ritrova solo per ricordare qualcuno che se ne va e non ha altre” piazze “ per incontrarsi e ridare forza a quel modo di vivere la vita che ha dato senso a tutti noi.

Dire che ciò rattrista molto, può sembrare una frase rituale soprattutto perché, di fatto , eravamo ad un funerale, ma ho parlato con molte persone e ciò che più mi ha colpito era una sorta di rassegnazione… non si parlava solo di Paolo, ma della resa incondizionata del partecipare, quasi addirittura una riscoperta di essere lì, ancora vivi, nonostante il tragico passare del tempo. Come se fosse passato non solo il tempo che ha segnato i tratti fisici di ciascuno di noi, ma quello, di un’assenza dell’entusiasmo, del credere in qualcosa, dello stare insieme per cambiare la vita di tutti, che ne ha, purtroppo, segnato l’anima.

La leggerezza (ed uso un eufemismo) con la quale la nostra bella sinistra ha calpestato principi, ideali di rinnovamento utilizzando spesso e volentieri metodi che se di malaffare non sono, rasentano comunque la mediocre bassezza e promiscuità dei mezzucci del clientelismo più bieco e individualista, ha mancato di lasciare esempi di vita ai giovani, a queste giovani generazioni che, nonostante tutto, si attendevano qualcosa di meglio per cominciare a vivere. E’ vero che il mondo nel frattempo è cambiato, si è velocizzata la comunicazione e si è persa la relazione interpersonale che metteva a dura prova pensieri e idee… ma il senso nuovo del vivere in questa società non possiamo solo rimpiangerlo ai funerali, soprattutto di un uomo che aveva capito che va combattuta questa omologazione al potere e al pensiero unico!

Evidentemente la piazza del “buon ricordo”, quella del funerale di qualche nostro amico e politico di un tempo, non basta a ridarci forza per ricominciare. Che fare allora, come diceva Silone chiudendo il suo romanzo Fontamara? Beh, sarebbe il caso che davvero potessimo ritrovarci in una piazza vera e tanto per cominciare anche in una virtuale come Ferraraitalia.it, per provare a rianimare (e rianimarci) la politica locale dalla quale, bene o male, non possiamo più permetterci di stare a guardare, di lamentarci della nuova politica senza etica e senza confronto coi cittadini, perché se continueremo a camminare ognuno per la nostra strada, il rischio veramente vicino sarà l’abbandono delle urne da parte dei tanti e la conseguente limitazione di democrazia. Io sono disponibile ancora a lottare perché qualcosa cambi.

*****

Cara Loredana, le tue riflessioni sono stimolo per aprire un serio confronto: su cosa sia diventata oggi la Sinistra, su quali valori esprima, su quale personale politico la rappresenti, a quali aree sociali faccia riferimento, per quali obiettivi sviluppi il proprio impegno, quali siano la visione e il progetto di società che intende realizzare. Bisognerebbe però avere la capacità di andare oltre l’analisi e spingersi sul terreno della proposta. Non mi addentro ora nella questione. Invito però i nostri lettori a esprimersi e intervenire, commentando o meglio ancora inviandoci le proprie riflessioni: le pubblicheremo. La piazza di Ferraraitalia è a disposizione. (s.g.)

moneta-dibattito

Libertà d’opinione e diritto al dissenso

Dibattito vivace e interessante quello di giovedì sulla crisi, che ha visto protagonisti Marco Cattaneo, Luigi Marattin e Giovanni Zibordi: confronto serrato, con qualche intemperanza verbale – da una parte e dall’altra – regolarmente sedata. Solo il finale è stato spiacevole: durante l’intervento conclusivo Marattin, ripetutamente interrotto (nonostante i richiami) da Zibordi, ha abbandonato la sala. Una decisione lecita la sua. Inevitabile? Sì, secondo il diretto interessato. No, secondo Fornaro che, in un commento su ferraraitalia, interpreta diversamente l’accaduto: pur non sottacendo l’episodio delle interruzione, ritiene che Marattin abbia agito d’impulso assecondando un’indole poco incline al contraddittorio.
Da questa asserzione Marattin si sente “calunniato”. Me lo ha fatto sapere con una telefonata dai contenuti sgradevoli, minacciando querela nei confronti dell’autore e del sottoscritto che, in quanto direttore, è responsabile della pubblicazione.
Io però, anche dopo un attento riesame del testo, continuo a non ravvisare nello scritto di Fornaro elementi diffamatori, ma solo l’affermazione di un soggettivo punto di vista. Stando così le cose non ho motivo per rettificare. Ritengo che le opinioni, anche quelle non condivise, vadano rispettate e non censurate. Se altri la pensano diversamente, in caso di controversia sarà il giudice a pronunciarsi.
La linea di questo giornale è basata sul rispetto della libertà di espressione: prova ne sia che dopo Fornaro è intervenuto un nostro collaboratore, Raffaele Mosca, sostenendo un punto di vista opposto. E’ auspicabile che il confronto prosegua serenamente. Le minacce non ci spaventano. E tutti i pareri, se formulati in termini civili, troveranno sempre spazio e diritto di manifestazione.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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