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10 gennaio 2022 :
La scuola in presenza e la propaganda dei partiti.

 

Scuola in presenza, ma come?

Che la politica di questi ultimi trent’anni sia fortemente infiltrata dalla gramigna della propaganda è un fatto che chiunque può dimostrare. D’altronde il consenso, come ebbe modo di dire Massimo D’Alema, è un obiettivo per le forze politiche.

La responsabilità di questo fenomeno, quindi, è certamente dei cittadini che in un modo o nell’altro dimostrano, in grande maggioranza, di essere sensibili all’offerta delle sirene mediatiche provenienti da destra, sinistra e centro.
Certo, una buona propaganda può essere anche frutto di una lucida visione e di un progetto comprensibile, per cui il termine non è negativo in sé. Lo diventa quando, a consenso consegnato, i partiti non si mostrano in grado di assumere la responsabilità sulle stesse linee delle loro proposte, perché il consenso lo sondano ogni giorno attraverso i loro social media manager. Si verifica dunque una disgregante politica della navigazione a vista che porta ad una sostanziale ingovernabilità.

Unica via praticabile: un governissimo con tutti dentro o quasi gestito da un mediatore autorevole.
Si badi bene, la politica è l’arte del possibile come scrisse Bismarck, e non c’è nulla di male nel ricorrere ad un governo di unità nazionale per fronteggiare una crisi come quella che stiamo vivendo, ma la necessità dei partiti di non perdere i capisaldi delle loro rispettive fumose identità sta portando a soluzioni che rischiano di gettare il paese nel caos.

Un esempio lo vedremo presto con l’apertura delle scuole lunedì 10 gennaio. L’unica cosa sulla quale le forze di governo si sono mostrate unite è l’adesione al dogma della “presenza in classe”.
In pieno sviluppo della pandemia, con le Asl in evidente crisi sui tracciamenti dei contagi, con regole che non tengono conto di una minima e razionale organizzazione del servizio, il personale della scuola si troverà a mettere la faccia di fronte ai genitori, senza nemmeno avere avuto il tempo di concordare risposte alle loro domande.

Pare che a nessuno siano venuti dubbi nemmeno al grido di allarme dei presidi, che non mi risulta siano mai stati pericolosi rivoluzionari e disfattisti.
La parola compromesso può avere un nobile significato, sta alla base della convivenza; diventa negativa e devastante quando l’accordo è il pasticcio che contempera posizioni contraddittorie giustapposte.

Cassandra? Cerco di non dimenticare mai che aveva ragione.

IL DELIRIO DELLA SCUOLA
70% di presenza, 100% di follia

 

Roma – Le righe che seguono prendono spunto da un fatto di strettissima attualità: la decisione del governo italiano di elevare, a partire da oggi 26 aprile, dal 50% a un minimo del 70% (fino al 100%) la percentuale di lezioni in presenza nella scuola media superiore. Ciò che ci interessa non è il fatto in se stesso, bensì ciò di cui esso è sintomo, ovvero il dilagare di uno squilibrio di sistema che sta rendendo la quotidianità scolastica delirante, e non in senso metaforico.
Questo quadro clinico si traduce in una sintomatologia vasta e ingravescente, ma nell’orizzonte limitato del sintomo in questione – l’aumento delle ore in presenza dal 26 aprile – mi sembra che la natura del morbo si mostri in modo abbastanza nitido.

Prima di entrare nello specifico, occorre soltanto premettere ancora che questo morbo coincide con l’annichilimento delle ragioni stesse per cui le scuole sono lì: ovvero in vista delle esigenze di crescita degli studenti. La patologia le fa completamente perdere di vista. Annulla identità e personalità del malato.
Questa piccola storia comincia quando il governo italiano – all’interno di un progetto di riaperture di determinati settori del Paese – decide di riportare i liceali in classe per il 100%  del loro orario.
Perché fa questo a sette settimane dalla fine delle lezioni? Ovviamente, per una scelta di comunicazione. Il governo riapre la scuola. Il governo fa finire l’anno scolastico nella regolarità.
Si può, infatti, escludere ogni ragione sostanziale, già che gli studenti erano già a scuola al 50%, e dunque il recupero di lezioni in presenza, su sette settimane, è talmente esiguo da non aggiungere nulla a ciò che questo anno scolastico è stato, molto nel male e un po’ anche nel bene. Nessun impatto positivo reale, dunque, sulla crescita degli studenti. I possibili impatti negativi, invece, non sembrano scarseggiare (ci limitiamo, ovviamente, al solo punto di vista del diritto all’istruzione, tralasciando quello del diritto alla salute).
La misura, infatti, potenzialmente può nuocere non poco al 20% degli studenti, tra l’altro quello già più danneggiato dalla situazione: si tratta degli studenti dell’ultimo anno, quelli che devono sostenere, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, l’Esame di Stato.

Perché siano già i più danneggiati è abbastanza ovvio, già che hanno dovuto affrontare il tratto più critico e importante del loro percorso di studi liceali nella precarietà delle condizioni date a partire dal marzo 2020. Ora, la misura in questione aumenta le possibilità che anche l’atto finale del loro percorso – la sessione di esami – si trasformi in un’odissea ancor più inutile e penosa.
È infatti esperienza quotidiana in ogni scuola, nella situazione attuale, che studenti di diverse classi – e anche le classi nella loro totalità – vengano poste in quarantena o simili. Il verificarsi di una situazione del genere in una classe d’esame – tanto più probabile quanto meno oggetto di una specifica prevenzione – comporterebbe un diffuso ricorso alle sessioni suppletive, nel corso dell’estate.
Questa eventualità sortirebbe effetti pesantissime. Per brevità d’esposizione, non mi dilungo su di essi, limitandomi a sottolineare due possibili conseguenze: alcuni studenti potrebbero esser tentati di sorvolare sull’eventuale positività, se “asintomatici” o paucisintomatici, per non trascinare la croce dell’esame fin sul picco dell’estate, con tutti i rischi del caso; un gran numero di presidenti di commissione (ricordo che sono “esterni” alla scuola) potrebbe essere spinto da queste incertezze a rinunciare all’incarico, con buone chances di mandare in tilt tutto il congegno d’esame.

Fin qui, tuttavia, siamo nell’ambito di scelte – come si vede – opinabili, ma in qualche modo appropriate alla responsabilità politica, alla quale tocca anche – ahinoi, quanto spesso – di sbagliare. Il peggio, però, arriva dopo. Infatti, per una serie di legittime ragioni, compresa forse quella appena descritta, l’annuncio della riapertura al 100% ha scatenato sui territori una serie di opposizioni a diversi livelli.
A causa di queste opposizioni, il governo è stato, sostanzialmente, costretto a tornare sui propri passi. Tuttavia, il ritorno al punto di partenza (50% in presenza, 50% a distanza) sarebbe stato un tragico boomerang proprio sul prediletto piano della comunicazione.

A questo punto, si è cercato un qualche compromesso, tanto che all’inizio si è parlato di un piccato 60% in presenza, poi trasformato in un appena men buffo ‘minimo’ del 70%.
Non ci vogliono particolari doti medianiche per prevedere che nella stragrande maggioranza dei casi ci si atterrà a tale soglia minima.
Non ci vuole nemmeno un particolare talento matematico per calcolare che, su un orario di 30 ora settimanali per 7 settimane, il recupero del 20% di ore in presenza rispetto alla situazione precedente si traduce, nel migliore dei casi, in un totale di 42.

Vediamo ora quanto costano queste 42 ore, Quanto viene salvare la faccia.
Costa, innanzitutto, una gigantesca mobilitazione del sistema per generare un’inedita organizzazione del servizio – a poche settimane dalla fine dell’anno scolastico e nel momento in cui le scuole sono subissate dagli adempimenti di fine anno – e garantirne l’effettivo esercizio. Se, infatti, l’orario al 100% in presenza è nel DNA della scuola e quello al 50% faticosamente è stato messo a punto nel tempo, la proporzione 70/30 dovrà essere ottenuta ridisegnando da capo l’orario, sempre tenendo presenti le norme anti-covid, che per fortuna non sono certo state abrogate (distanze di sicurezza, ingressi e uscite scaglionate, ecc.).
Ora, se incastrare tutte queste variabili è stato arduo con le presenze al 50% (il che permetteva, ad esempio, di far venire compattamente le classi a scuola a giorni alterni), appare un’impresa al limite del rompicapo, o del delirio, con il 70%, a meno di non semplificarla con qualche trucco burocratico.
Prevengo un’obiezione formulandola io stesso: non sarebbe possibile risolvere questo problema facendo venire, invece del 70% delle classi, il 70% degli studenti di ogni classe, ovviamente a rotazione? No, non è generalmente possibile con le dotazioni di cui le scuole dispongono: il 30% a distanza sarebbe di fatto escluso dalla comunicazione. Sempre per brevità, non argomento oltre, ma non avrei alcuna difficoltà a farlo.

I problemi, purtroppo, non finiscono qui.
Per ottenere una qualità sufficiente delle interazioni didattiche a distanza, un insegnante ha bisogno di un discreto computer, di una buona connessione, di un ambiente tranquillo senza rumori di fondo. Sono – soprattutto gli ultimi due – elementi tuttora alquanto rari negli istituti scolastici.
A oltre un anno dall’inizio dell’emergenza, infatti, al di là di tutte le dichiarazioni d’intenti, nella maggior parte delle scuole le infrastrutture digitali non sono state significativamente migliorate e restano inadeguate alla situazione attuale.

Francamente, non c’è da stupirsene: è una contraddizione perfettamente in linea con tutto il resto. Accade anzi di peggio: ad esempio, non sono state affatto poste le condizioni per quella che sembra essere l’esigenza prioritaria nello scenario della pandemia (oltre che della qualità delle interazioni educative in generale): ovvero la riduzione del numero degli alunni per classe. Continueremo ad avere i famosi ‘pollai’. Non è forse un delirio?
Quando possono, gli insegnanti si connettono dunque da casa, con le loro risorse. Gli altri, li vedi aggirarsi nella scuola alla ricerca di angoli dove il wifi prenda, purché non troppo trafficati e caotici. Con la presenza al 70%, tutti, o pressoché tutti, i docenti saranno a scuola tutti i giorni e dovranno collegarsi da lì, rallentando o bloccando definitivamente la connessione e contendendosi spazi che non ci sono.
Il risultato sarà che – nel momento critico della chiusura dell’anno – le interazioni a distanza diminuiranno in quantità, qualità e puntualità, facendo ampiamente perdere quello che, eventualmente, si fosse guadagnato con il modestissimo incremento delle lezioni in presenza.

Se guardiamo, dunque, le cose dal punto di vista della sostanza, il prezzo del compromesso è l’accrescimento dell’indifferenza verso le esigenze di crescita degli studenti. Ovvero, l’estinguersi della ragione stessa per cui la scuola esiste.
Ecco il sintomo, analizzato nelle sue pieghe. Purtroppo, è solo uno dei tanti derivanti da un morbo che non dà tregua alla scuola da molti anni e che continuerà a tormentarla nei prossimi. La scuola è al delirio, e continuerà a esserlo. A meno di non precipitare nel coma.

Didattica a distanza e didattica in presenza:
Il naufragio del sistema formativo

My dad, il mio papà, il mio paparino oltre manica e oltre oceano. Detta cosi non c’è niente di più familiare e rassicurante della DAD, della didattica a distanza di casa nostra. Essere a scuola, ma sentirsi come a casa propria, circondato dal calore e dalle comodità domestiche. Chi non l’ha desiderato in vita sua? E poi, diciamo la verità, fare colazione in fretta, caricarsi dello zaino, prendere l’autobus, o sfiancarti con un chilometro di strada a piedi per raggiungere la scuola, non è proprio il massimo. A casa tua ti siedi a tavolino, accendi il computer e sei in classe. Hai già risparmiato un sacco di calorie e ciò ti rende più disponibile, più attento, meno affranto di quando arrivavi in aula già stanco e ancora assonnato. Diciamo la verità: la DAD, con il trasferimento della scuola a casa propria, è riuscita là dove hanno fallito anni di progetti ministeriali di ‘Star bene a scuola’. Anche gli insegnanti sono più disponibili, non stracciati dalla pendolarità quotidiana, dagli affanni famigliari, specie quelli mattutini, per non parlare dei rientri a casa sempre troppo tardi. Senza tenere conto del sacco di soldi risparmiati tra abbonamenti al bus, ai treni o al metró, merendine, Red Bull e caffè non consumate ai distributori nei corridoi della scuola. Siamo sinceri, tutta un’altra vita.

Raccontiamola giusta, la didattica a distanza mica l’abbiamo inventata noi dell’era digitale, l’ha inventata Gutenberg con i suoi caratteri mobili. La parola stampata è il medium di massa, che ha posto fine alla ‘didattica in presenza’, ovvero alla ‘tradizione orale’.
La formazione per generazioni è avvenuta sempre a distanza: libri, biblioteche, archivi, musei e poi i mass media. Docenti seduti in cattedra e studenti tenuti a debita distanza nei banchi, a scuola come nelle aule dell’università.

I digital learners, giovani di età compresa tra i 12 e i 25 anni, per i quali la tecnologia è qualcosa di assolutamente scontato, non dovrebbero avere problemi con la DAD. Cellulare e computer sono i loro strumenti usuali di lavoro e di divertimento. Allora non nascondiamoci dietro alla DAD o ai problemi psico-sociali dei giovani, per non vedere il naufragio di un sistema formativo che fa acqua in presenza, come a distanza.

Innanzitutto perché non puoi fare andare la DAD con lo stesso carburante della didattica in presenza, finendo col proporne una brutta copia. Se ibrido deve essere l’insegnamento che ibrido sia. Per intenderci, in una auto ibrida l’elettricità è elettricità e la benzina è benzina, entrambe muovono l’auto, ma si tratta di due energie nettamente differenti tra loro e non confondibili.

La didattica a distanza, che ripropone la copia di quella in presenza con lo zapping tra i saperi, altro non è che la negazione della tecnologia a cui i giovani sono abituati, senza considerare come il modo con cui gli insegnanti usano le tecnologie finisce per influenzare e condizionare l’apprendimento dei loro studenti.

Ci si doveva pensare prima quando c’era tutto il tempo e non è stato fatto. Si sono spacciati i banchi a rotelle come innovazione didattica, si sono spese parole nella retorica della adolescenza privata di tutta la strumentazione sociale per risolvere i conflitti di un’età che ci siamo inventati, di un’adultità ritardata, come se avessimo sottratto ad Ulisse la sua possibilità di fare ritorno al proprio “luogo delle origini”, per dirla con il grande psicoanalista inglese Donald Winnicott.

Ma di quale socializzazione scolastica stiamo parlando, quella della competizione, quella del bullismo, quella dello spinello, quella del conflitto scuola-famiglia?
Dov’è la resilienza parola tanto emblematica e consumata in questo ventunesimo secolo?
Tutti i nodi vengono al pettine, e con l’emergenza era inevitabile che esplodessero.

È esplosa una scuola che così come è non serve a nulla. Anzi ci sta rendendo sempre più poveri ed ignoranti. L’attuale sistema scolastico è semplicemente anacronistico, strutturato per essere perfetto in una situazione sociale in cui si passava dall’analfabetismo all’alfabetizzazione del nostro paese, dall’era agricola a quella industriale.

La realtà delle scuole è ancora costituita da classi formate secondo l’età degli alunni, l’orario delle lezioni è rigido, persiste la netta prevalenza della lezione frontale, l’ora di lezione è fatta di alternanza di spiegazioni e interrogazioni, le valutazioni sono affidate al voto numerico. Questo modo di essere si è preteso di riprodurlo a distanza con l’uso delle nuove tecnologie. Ora l’incongruenza di tutto ciò salta agli occhi anche del più sprovveduto.

Si levano gli appelli a invocare il ritorno alla didattica in presenza, a tornare a rinchiudere i nostri adolescenti nella gabbia ottocentesca delle nostre scuole, spacciandole per i luoghi dell’istruzione, dell’addestramento sociale, della condivisione delle crisi e dei conflitti di un’adolescenza che altrove non ha spazi.

Tutti continuiamo a fingere che si tratti di una narrazione vera, perché non disponiamo di altre trame per affrontare i numerosi segnali che ormai da tempo indicano l’invecchiamento del nostro sistema formativo, facendo presagire che manca poco al suo esaurimento.

Come continuiamo a giocare a mosca cieca con i problemi e i conflitti di adolescenze che non si risolvono col condividerli con i compagnucci di classe, i quali hanno il tuo stesso problema, quello di vivere in una società che non si mostra affatto accogliente nei confronti dei suoi giovani. Così le adolescenze bisogna relegarle nelle scuole, perché è l’unico spazio che gli resta, considerato che le prime ad abdicare e delegare sono le famiglie e intorno c’è il vuoto.

Nascondere una scuola che non funziona, una DAD che funziona peggio dietro i problemi dell’adolescenza è una solenne vigliaccata, che non aiuta né gli uni e né gli altri a ricercare la propria identità e a conquistare la propria autonomia.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

INCERTI TRA PASSATO E PRESENTE
Da Gutenberg a Galileo: la nostra eterna diffidenza verso il Nuovo

Ci racconta Socrate, nel Fedro di Platone, che per Thamus, sovrano dell’Egitto, la scrittura ideata dall’ingegnosa divinità Theuth, anziché sapienza, avrebbe inculcato nell’uomo il germe della dimenticanza. I segni estranei della scrittura erano destinati a produrre solo dei portatori di opinioni, anziché dei sapienti. Mito che riecheggia timori e pregiudizi nei confronti di tutto ciò che per l’uomo è nuovo, che l’uomo non ha ancora sperimentato. Di fronte alle tecnologie e alla scienza prende il sopravvento la parte più primitiva del nostro cervello, la diffidenza, come la repulsione innata verso i rettili.

Ma è che il nuovo, nel senso di modus, di moderno ci scuote nelle fondamenta. Paradigmi e strutture mentali vengono rivoluzionati, il pensiero di prima non è più quello di dopo, neppure le abitudini e le condotte. C’è sempre qualcuno che si affatica a tradere, a trascinarsi dietro la tradizione da consegnare ai tempi nuovi, perché il distacco da ieri non produca l’abbandono della sapienza consolidata, a prescindere dalla sua utilità.
Il nuovo produce accelerazioni, più avanza, più si genera rapidamente. Il secolo breve di Hobsbawm, tra catastrofi, frane e ideologie malate, ha assistito a rivoluzioni nel campo delle tecnologie e della ricerca scientifica mai così impensabili e numerose. Scienza e tecnologia hanno rivoluzionato i nostri paradigmi, le nostre modalità di ragionamento, i nostri approcci con la realtà e con il sapere.

In un secolo abbiamo assistito al sopravvento delle automobili e degli aerei, dei trasporti veloci, fino ai viaggi interplanetari, allo sviluppo della cinematografia, all’avvento della radio e della televisione, sino alle nuove tecnologie informatiche, alla scoperta di cure e vaccini che ci hanno consentito di sconfiggere malattie mai prime debellate, di migliorare la qualità della nostra vita e di prolungarne la durata. Siamo il prodotto di rivoluzioni culturali che hanno inciso sul nostro modo di essere e di pensare e tutto lo abbiamo vissuto come il risultato naturale del progresso, frutto delle ricerche e del genio umano. Una umanità avventurosa nei secoli passati, che ora pare aver paura di se stessa, che ha perduto l’entusiasmo della conquista, come se si fosse sconfitta da sola. La gara con la vita è sospesa, il mito prometeico relegato in soffitta. Diffidenti di noi e degli altri siamo precipitati nel sospetto che tecnologia e scienza siano alleate in un progetto di manipolazione biologica, di mutazione genetica, di controllo delle nostre esistenze, di sfruttamento degli individui, di limitazioni delle libertà personali.

L’uomo si ripete. Il mito di Theuth e Thamus ci racconta delle resistenze nel passare dall’oralità alla nuova tecnica della scrittura: farmaco del ricordo o inibitore della memoria? Così l’avvento della stampa: tecnologia di controllo o tecnologia di libertà? Sarà proprio la stampa della Bibbia che consentirà a Lutero di sperimentare la più grande forma di libertà che l’umanità abbia mai conosciuto: la libertà di pensiero.
Per non parlare della tecnologia del cannocchiale di Galileo che ha portato alla rivoluzione di tutto il sapere, affrancando la conoscenza dalla dittatura delle sacre scritture.

Siamo divenuti schizofrenici. Da frenetici compulsatori di telefonini e computer, al sospetto che le protesi delle nostre vite quotidiane ci si possano rivoltare contro. Abbiamo coniato i ‘nativi digitali’ e la ‘generazione zeta‘ per prenderne le distanze e nello stesso tempo nascondere i nostri sensi di inferiorità. Scordandoci che, noi figli della cultura libresca, dei testi, delle scritture e degli alfabeti, siamo stati gli dei creatori degli idoli di queste ragazze e ragazzi, noi che veniamo dal secolo passato. Pare quasi che misconosciamo le nostre creature, che vogliamo liberarci dalle nostre responsabilità, come se ci fossero sfuggite di mano, scatenando effetti che non avevamo conteggiato. E mentre crescono le cattedrali del digitale, noi ci ritiriamo nelle nostre antiche chiese a contemplare quanto era bello giocare a pallone in mezzo alla strada, anziché trascorrere le giornate a messaggiare col telefonino, o di fronte al desktop del personal computer.

Spendiamo parole di retorica sulla didattica in presenza per quanto manca, condanniamo la didattica a distanza, scordando che quella roba lì l’abbiamo inventata noi del secolo scorso. Non la chiamavamo didattica a distanza, la chiamavamo Telescuola. Un progetto formativo innovativo con quattro milioni di ascolti giornalieri, che dal 1958 al 1966 ha consentito il completamento del ciclo di istruzione obbligatoria ai ragazzi residenti in località prive di scuole secondarie.
Perché, non era forse didattica a distanza Non è mai troppo tardi? A fronte dell’elevato analfabetismo nell’Italia degli anni ’60, le quotidiane lezioni del maestro Manzi hanno permesso a un milione e mezzo di italiani di conseguire la licenza elementare.

Allora il problema non è la didattica a distanza che comunque è una soluzione, il problema invece siamo noi. Lo scriveva uno dei pensatori più originali del Novecento, Vilém Flusser, nel suo La cultura dei media. Viviamo in un mondo che non è più sinonimo di progresso, ormai non racconta più storie e vivere in esso significa smettere di agire.
È possibile che l’avvento della pandemia abbia dilatato questa sensazione, ma l’impressione è che a scomparire siano sempre più i pensieri, le intelligenze, le idee e le riflessioni. La capacità di immaginare domani possibili, un’impotenza a cui pare incatenato il nostro tempo.

La crisi di valori alla quale spesso ci appelliamo, non è una crisi etica, ma una crisi di significato, di significati condivisi. Non sappiamo deciderci a compiere il passo definitivo, incerti tra il nostro mondo di testi, di scrittura alfabetica, di logiche matematiche, ancora del secolo scorso, e il nuovo mondo della tecnologia e dei suoi valori, il mondo delle generazioni che non vengono dal nostro lontano, ma dal nostro vicino, quello a cui ancora guardiamo con dissimulato sospetto.
Da questo stallo dovrebbero liberarci la cultura, la scuola e le università, ma anche loro di fronte al nuovo non stanno dando il meglio di se stesse, prigioniere del passato faticano a scavallare il secolo.

CPIA Ferrara:
“E il mondo continuò una riga più in basso”

di Ippolita Franciosi    

Se il Covid ha come prima conseguenza sociale quella di dividere, separare e farci relazionare a distanza di sicurezza, c’è una scuola statale che, anche adesso, è centro di unione tra culture e generazioni differenti. Nelle classi del CPIA un mondo variegato di stranieri studia e frequenta nelle sedi di Ferrara, Cento, Codigoro, Portomaggiore e nella Casa Circondariale.                                                                      

Sono oltre 1000 gli studenti che sono oggi seduti dietro ai banchi del Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) per imparare la lingua italiana o per completare il percorso di studi obbligatorio (scuole medie e biennio scuola professionale). Se dovessimo scrivere le nazionalità degli studenti iscritti al CPIA non ci sarebbe spazio, vengono infatti da tutto il mondo per differenti ragioni ad imparare la lingua italiana, in primis cittadini stranieri che devono raggiungere il livello di competenza A2 (lingua soglia) del Quadro comune europeo, per poter avere un permesso di lungo soggiorno nel nostro Paese.

Da Marzo 2020 con la chiusura delle scuole, il CPIA ha funzionato con la didattica a distanza, con molte difficoltà di attuazione visto la grande diversità di utenza e la forte discrepanza di accesso ai mezzi informatici e di possibilità economiche degli studenti. L’anno scolastico 2020-2021, con forte determinazione da parte dei docenti e del dirigente, è iniziato con la formula in presenza attuando le dovute precauzioni sanitarie. Classi meno numerose, orari differenziati, aumento del personale ATA, aerazione dei locali, restrizione delle proposte formative extrascolastiche sono alcune delle soluzioni che il Cpia ha messo in atto per garantire le lezioni in presenza. Le attività extrascolastiche sono state per anni punti forza di questa scuola aprendosi a tutta la cittadinanza e sul territorio ferrarese realizzando periodicamente il corso di teatro, il corso di fotografia, corsi di lingua e corsi i dedicati all’alfabetizzazione digitale per l’accesso ai servizi pubblici online.

Una scuola quindi basata sul concetto di unione, unione del territorio ferrarese, unione di culture lontane, unione di età differenti.

Tra le conseguenze sociali del virus c’è una contrapposizione di fondo basata sull’antitesi di due concetti: divisione e unione. La divisione del mondo in zone rosse si contrappone al concetto di unione, l’unione di vivere tutti in una identica e nuova forma di vita sociale, separata. Contrapposizione che si potrebbe riassumere nella frase “il mondo unito in nuovo modo di vivere separati”

In questi giorni che si celebrano i cento anni della nascita di Gianni Rodari, conviene tenere in mente questa sua poesia:

Il dittatore
Un punto piccoletto,
Superbioso e iracondo,
“Dopo di me- gridava- verrà la fine del mondo!” Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e-basta,
E non è che un Punto-e-a-capo”.
Tutto solo a mezza pagina
Lo piantarono in asso,
E il mondo continuò
Una riga più in basso.

I BAMBINI SENZA CORONA

C’erano una volta, in un piccolo paese vicino ad una piccola città, dei bambini ed una scuola.
I bambini erano come tutti gli altri bambini: diversi gli uni dagli altri perciò unici.
Anche la scuola era come tutte le altre scuole ma anche lei era unica.
Certi bambini avevano un po’ paura della scuola ma ciò succedeva perché lei era grande, loro erano piccoli e ancora non si conoscevano.
Del resto succede così anche agli adulti, pure loro hanno un po’ paura delle cose che non conoscono, anche se non lo dicono. Tutti abbiamo paura di qualcosa e perfino il buio, che di solito spaventa, ha un po’ paura della luce e addirittura il rumore ha paura del silenzio.
Una volta che i bambini avevano imparato a conoscere la scuola, la paura scappava via e lasciava il posto alla voglia di andarci tutti i giorni.
Dentro la scuola i bambini facevano e pensavano tante cose, ne imparavano e ne insegnavano molte e si divertivano insieme ai loro compagni e ai loro maestri.
Dentro la scuola si facevano lezioni, collezioni e, ogni tanto, anche elezioni.
Vicino alla scuola, i bambini imparavano a saltare i fòssi perché questo li aiutava ad affrontare i rischi, a sconfiggere le paure e a conoscersi meglio.
Dentro la scuola i bambini imparavano a non saltare i fóssi perché le maestre e i maestri gli insegnavano a vedere le cose anche da altri punti di vista e, ad esempio dopo un litigio, chiedevano: “Cosa avresti fatto tu se fóssi stato nei panni del tuo compagno?”
Un giorno come gli altri, in quella scuola e in quel paese successe una cosa brutta.
Le notizie scritte sui giornali e dette alla televisione dicevano che stava arrivando una piccola creatura invisibile con una corona stregata in testa che aveva il vizio di volerla mettere addosso a tutti quelli che incontrava per farli diventare più deboli.
Anche se nessuno l’aveva mai vista, tutti si chiedevano perché facesse questa cosa brutta.
Qualcuno diceva che voleva dominare il mondo perché tutti quelli che hanno la corona in testa vogliono comandare.
Qualcuno diceva che era il suo modo di fare amicizia perché quelli che hanno la corona in testa non hanno amici veri.
Qualcuno diceva che quella creatura non contava niente perché oramai quelli con la corona in testa contano meno di quelli che hanno il pelo sullo stomaco, il cuore di pietra e i soldi in tasca.
C’era addirittura anche qualcuno che diceva che quella creatura non esisteva perché nessuno l’aveva mai vista coi suoi occhi.
Per sicurezza, il ministro della scuola di quel paese decise di chiudere le scuole per proteggere tutti e non far ammalare nessuno.
I bambini, come pure i loro maestri e le loro maestre, furono costretti a rimanere chiusi in casa ed erano tristi perché si sentivano soli senza i loro amici e le loro amiche.
La scuola fu costretta a rimanere chiusa ed era triste perché, senza bambini, si sentiva un vuoto dentro.
Tutte le sere, la televisione diceva quante persone erano già state “incoronate” da quella creatura e tutti quei numeri facevano venire ancora più paura a tutti.
Con il passare del tempo però degli studiosi coraggiosi, a forza di fare delle prove dentro laboratori super protetti, scoprirono che quella creatura non era invincibile: ci si poteva difendere e, forse, la si poteva anche sconfiggere.
Infatti loro pensavano che anche lei avesse paura di qualcosa.
Quando quegli studiosi spiegarono in televisione e sui giornali come ci si poteva proteggere da quella magia, dissero:
Regola numero 1. Questo incantesimo è come la puzza di calzini che ti entra dentro nella testa: bisogna coprirsi bene il naso e la bocca con una mascherina.
Regola numero 2. Questo sortilegio è come il fango sporcaccioso che rimane fra le dita e sotto le unghie: bisogna lavarsi le mani molto bene col sapone.

Regola numero 3. Questa stregoneria è come le puzzette che si fanno col sedere quando si è troppo vicini agli altri e poi tutti dicono: “Bleah! Che schifo! Ma chi ha fatto una scoreggia?”: bisogna stare ad una certa distanza dagli altri”.

Quegli studiosi coraggiosi dissero anche che presto si poteva scacciare quella creatura perché stavano preparando una medicina che toglieva la corona dalla testa di tutti quelli che volevano comandare sugli altri.
In questo modo la gente di quel paese e anche i bambini cominciarono ad indossare la mascherina, a lavarsi spesso le mani e a stare un pochino più lontani gli uni dagli altri. Così tutti quanti iniziarono ad avere meno paura perché avevano cominciato a conoscere questa creatura invisibile ma soprattutto perché vedevano che quelle regole funzionavano e gli “incoronati”, per fortuna, erano sempre di meno.
Non era facile rispettare quelle tre regole ma quei bambini capirono, anche grazie ai loro genitori, che solo così si sarebbero potuti ritrovare ancora insieme ai loro amici.
Quei bambini capirono che certe cose, anche se non si vedono, ci sono lo stesso: è il caso della creatura misteriosa con la corona in testa ma anche del desiderio e della paura di andare a scuola che c’è anche se non si vede, come pure della tristezza, della felicità, della rabbia, dell’allegria, della voglia di abbracciarsi e di tante altre cose.
Scoprirono anche che le cose che non si vedono ma ci sono si devono raccontare facendo sentire che sono dentro di noi, se si vuole che gli altri capiscano che ci sono davvero.
Anche la scuola capì che senza bambini non serviva più a niente.
In quei giorni in cui era sola, era talmente triste che aveva pensato addirittura di diventare una discoteca.
Non lo fece perché tutte le volte che guardava i cartelloni con i disegni dei bambini ed i loro autoritratti, appesi sulle pareti delle aule, si emozionava così tanto che le sue finestre piangevano lacrime di nostalgia.
Non lo fece anche perché cominciò a vedere un viavai di insegnanti che misuravano, che spostavano, che appiccicavano, che sistemavano e questo le fece pensare che qualcosa stesse per succedere.
La scuola aveva ragione: qualcosa stava per succedere. Lo sentiva la scuola, lo sentivano i bambini, lo sentivano i genitori e lo sentivano anche i maestri.
Stava per succedere qualcosa di importante, di meraviglioso, di incredibile: i bambini sarebbero tornati a scuola!!!
Finalmente, quel giorno arrivò ed assomigliava proprio ad una bella giornata come quella di oggi…

Come finisce questa storia io non lo so… anche perché questa storia non ha un vero e proprio finale; potrebbe averlo, se lo volesse, ma non ce l’ha.
Potrebbe finire con un “…e vissero tutti felici e contenti senza la corona in testa” ma non ci crederebbero nessuno, neanche i bambini.
Potrebbe finire con la creatura invisibile con la corona in testa che scivola su una buccia di banana, cade su una cacca di cane, si sporca, diventa riconoscibile così le mosche la vedono, la catturano e la portano nella loro prigione di cacca puzzolente.
Potrebbe finire con una bella creatura con le ali che si innamora della creatura con la corona e insieme volano via lontano e la scuola diventa un supermercato dove i bambini ci vanno a fare la spesa con i loro genitori per comprare il formaggio col sapere, il minestrone scientifico, la macedonia di congiuntivi e congiunzioni e le frottole fritte.
Potrebbe finire con la scuola che si riempie di bambini di legno che stanno sempre fermi, zitti, non si ammalano mai e i maestri non sanno più cosa e a chi insegnare.
Potrebbe finire con un super eroe che arriva su un astronave a forma di bombolone, sconfigge l’essere invisibile sparandogli con il suo cannoncino alla crema e tutto torna come prima.
Oppure questa storia potrebbe finire con quei bambini che ritornano finalmente a scuola… ma allora non sarebbe una fine ma l’inizio di un’altra storia che è tutta da inventare e da costruire insieme.
È proprio così: questa storia, in verità, sta solo cominciando e come continuerà dipenderà da tutti quelli che vogliono farla proseguire bene: dai bambini ai genitori, dai maestri al ministro della scuola, dalla creatura invisibile agli studiosi coraggiosi.
A tutti quelli che vogliono continuare questo viaggio, deve essere chiara una cosa: non si incontreranno super eroi, streghe, maghi o fattucchiere ma soltanto bambini e adulti che insieme vorranno imparare, vorranno conoscere, vorranno divertirsi e, soprattutto, vorranno imparare a conoscere divertendosi.

In questa scuola che va a cominciare
non ci sono supereroi a cui telefonare.
Ci sono insegnanti, genitori e bambini
che desiderano un futuro senza confini.
Ci sono lezioni che si possono imparare
altre invece che si sceglie di insegnare.
Ci sono desideri e speranze a volontà
che vogliono migliorare questa realtà.
In questa scuola che va a cominciare
c’è un mondo nuovo: è tutto da fare.
Se anche tu, con noi, lo vuoi costruire
non devi far altro che unirti e partire.
Non serve il biglietto, vieni anche tu,
partiamo insieme, coraggio, salta su!

RITORNO A SCUOLA
È il tempo dell’accoglienza, della narrazione, della rimodulazione

Si torna a scuola. Ma che scuola è quella che sta riaprendo in queste settimane di settembre?
È la scuola che improvvisamente per mesi è venuta a mancare non si sa bene se più alle famiglie che ai ragazzi, è la scuola del compagno che ieri era di banco e che ora è da tenere a distanza sociale. La scuola della ricreazione monoposto, la scuola asettica delle mascherine, dei guanti e degli igienizzanti. La scuola delle prescrizioni, che si moltiplicano come non mai prima.
E perché dovremmo chiamare tutto questo ‘scuola’? Solo perché la scenografia è quella di sempre: l’aula, la cattedra, il banco, i compiti, le lezioni e le interrogazioni, gli orari, gli ingressi e le uscite.

Pareva cresciuta negli anni la domanda sociale di una scuola che, oltre ad istruire, recuperasse il suo ruolo di fucina dell’educazione. Nei suoi curricoli si sono andate moltiplicando le educazioni di ogni genere, addirittura spesso le è stato chiesto di svolgere una funzione di supplenza nei confronti delle famiglie e dei genitori in crisi di ruolo e di capacità educativa.

Ora che dell’educazione ce ne sarebbe bisogno come non mai, pare che l’emergenza sanitaria l’abbia cancellata dall’orizzonte. Ce lo ricorda Umberto Galimberti che ‘educare’ significa prendersi cura della dimensione emotivo-sentimentale dei nostri ragazzi, aiutarli a passare dalla pulsione all’emozione. La mente non si apre se prima non si è aperto il cuore, scrive il filosofo.
Non c’è solo, pertanto, l’attenzione sanitaria da allertare, c’è quella verso l’interiorità di ogni bambina e di ogni bambino, di ciascuna ragazza e di ciascun ragazzo. Come tanti mesi lontani dalla scuola li hanno cambiati. Quali segni ha lasciato la lunga convivenza in famiglia, quanto hanno appagato il loro bisogno di affetto le cure e le attenzioni ricevute, che significato ha assunto il condividere in modo più partecipato da genitori, fratelli e famigliari il frequentare la scuola sia pure a distanza. Tutti sappiamo che c’è anche il rovescio della medaglia e che per quanti la scuola era l’unico spazio di liberazione, il lockdown può aver costituito la condanna a vivere una dimensione famigliare frustrante, di privazione, quando non conflittuale, se non pericolosa. Ci sono, dunque, anche cicatrici da rimarginare, che hanno bisogno del balsamo della comunità ritrovata.

Ecco, la scuola come luogo in cui c’è sempre qualcuno che si prende cura di te, che ti accoglie in modo disinteressato e si pone a tua disposizione. La scuola del respiro ampio, la scuola dei tempi lunghi, la scuola dell’ascolto e della confidenza, la scuola della solidarietà degli insegnanti e dei compagni, il luogo dove condividere emozioni che sono uniche.
Ciò che andrebbe evitata è la fretta di sedersi alla cattedra e al banco, di riprendere a insegnare per recuperare il tempo perduto, lasciando le vite di prima, le vite del vuoto scolastico, fuori dalle aule.

Il progetto educativo della ripresa avrebbe bisogno di tre passaggi: accoglienza, narrazione, rimodulazione.

Accoglienza per tornare a riconoscersi, per scoprirsi mutati e quanto, per comunicarsi cosa si pensa di aver perduto e che aspettative si nutrono, per pronunciare promesse e rilanciare prospettive. Quali sono i bisogni a cui ciascuno vorrebbe che la ripresa scolastica rispondesse. Riprendere il filo interrotto, da dove ci eravamo lasciati e progettare i prossimi cammini. Parlare di noi e dell’effetto che fa ritrovarsi. Quanto ci sono mancati il gioco e l’aula. Quanto è mancato il calore della stare insieme, del condividere idee, saperi e anche conflitti.

Narrazione di come è stato vissuto il tempo forzato dell’extrascuola, le ansie, i timori, le relazioni, i pensieri maturati. La vita vissuta in famiglia, mesi lontani dai propri compagni, il desiderio di fuga e di ribellione. Esperienze di maggiore armonia o, al contrario, di maggiore attrito con i genitori e gli adulti in generale. La perdita di spazi di autonomia, le rinunce, i social come l’unica finestra aperta sugli altri, la compagnia dei propri device, divenuti gli amici preziosi con cui vincere la gravità del tempo sospeso. La scoperta del guscio con cui ci si è difesi dall’esterno, dalla presenza invadente degli altri in famiglia, il richiudersi in se stessi, la fuga nella lettura, nei film scaricati, negli auricolari che sparano la musica. Scoprire d’essere un’isola e di aver vissuto come in un’isola. La rivelazione a se stessi di se stessi, della compagnia che ci si può fare quando ci si ritrova soli a tu per tu con il proprio io. Maggiore o minore stima di sé, maggiore o minore fiducia nelle proprie risorse e potenzialità. Depressione o resilienza. La narrazione per trovare uno specchio negli altri, riflettersi nelle compagne e nei compagni, in testimoni a cui credere ed affidarsi come gli insegnanti che ti aiutano a parlare delle tue esperienze, a ripercorrerle, non per rimuoverle ma per comprenderle, comprenderle nella mappa della propria storia.

Infine la rimodulazione. Il rapporto con la scuola che non può essere più quello di prima. A scuola i bisogni non sono mai stati uguali e se la scuola di prima li uniformava ora non è più possibile, perché l’emergenza ha portato alla luce una scuola traumatizzata, una scuola ferita, di una ferita che per essere rimarginata ha bisogno della cura di studenti e insegnanti. Rimodulazione significa che la ripresa del cammino deve essere personalizzata, perché non si esce da mesi senza scuola tutti uguali, i pesi portati sono stati differenti, come diverse erano le forze per reggerli. C’è un lavoro di ricomposizione di ciò che per ciascuno si è indebolito o è andato in frantumi, con attenzioni e modalità che inevitabilmente variano per ognuno. Rimodulare il fare didattica tra presenza e distanza, cercando di annullare la lontananza prodotta dall’on-line. Rimodulare la classe in gruppi differenti, non per età ma per necessità educative, per bisogni e tempi di apprendimento sempre più personalizzati. Utilizzare gli incontri in presenza per organizzare il lavoro che si farà a distanza, per evitare la divaricazione tra il dentro e il fuori, per impedire che la distanza si traduca per qualcuno in un accumulo di svantaggi.
Rimodulazione significa flessibilità dei curricoli, degli spazi e degli orari, dell’uso delle figure professionali, docenti, educatori, insegnanti di sostegno, esperti, attori del territorio.
Rimodulazione suggerisce di ripensare il rapporto tra apprendimenti formali e apprendimenti non formali, come riconoscere competenze acquisite non direttamente a scuola, semmai nell’impegno e nello studio individuale. Riconoscere con un sistema di crediti i saperi acquisiti al di fuori della programmazione scolastica. Ibridare il sistema non solo con la didattica a distanza, ma con il riconoscimento delle competenze da ciascuno acquisite per altre vie, non necessariamente formali.

L’eccezionalità della situazione dovrebbe suggerire di predisporre per ogni bambina e bambino, per ogni ragazza e ragazzo un patto formativo, un contratto formativo tra scuola, studente e famiglia in cui definire l’impegno di ciascun soggetto, il percorso di studio, le sue modalità, le tappe e gli obiettivi da raggiungere, in funzione delle necessità individuali. Cosa si impegna a fare la scuola, cosa si impegna a fare la famiglia, cosa mi impegno a fare io. Predisporre il profilo di tutor a cui affidare gruppi di studenti, grandi e piccoli, incaricati di prendersi cura di loro, di seguirne i processi di apprendimento, sostenerli e indirizzarli, da incontrare a scuola nei pomeriggi o da visitare a casa.
Non resta che augurare ai nostri ragazzi e a noi stessi che i mesi di assenza forzata dalle aule non abbiano messo in quarantena anche i cervelli e che il ritorno a scuola offra loro la gradita sorpresa di beneficiare di qualche idea nuova in più, non solo per l’oggi ma anche per il futuro.

SCUOLA: GUARDA CHI SI RIVEDE
Dal nozionismo della tradizione al nozionificio high tech

E alla fine, toh, chi si rivede: l’autonomia scolastica. È più che ventenne il dpr 275 del 1999 che attribuisce a tutte le scuole del paese autonomia didattica, organizzativa, di sperimentazione e ricerca. Tutto quello che serve in questo momento per far ripartire le lezioni a settembre.  Tutto è già scritto lì: flessibilità, unità orarie, modulazione delle discipline, aggregazione per aree, smembramento delle classi, articolazione dei curricoli plurisettimanale, annuale, pluriennale, modalità di impiego dei docenti, reti di scuole, risorse del territorio.
L’autonomia scolastica: si trattava di prendere in mano quel decreto, leggerlo attentamente e di fornire a tutte le scuole i mezzi necessari per realizzarla. Anche in epoca di Covid-19, non si doveva fare nient’altro che quanto già sancito da una legge dello Stato: risorse economiche e personale innanzitutto, a partire dall’organico funzionale.

E invece si pagano task force e comitati tecnico scientifici per dire alle scuole di arrangiarsi.  Vai avanti tu che mi viene da piangere, in questo caso. Andate avanti così, come sempre, con le innovazioni che restano scritte sulla carta perché non ci sono soldi e perché burocrazia e paura di assumersi responsabilità hanno paralizzato anche la scuola.
Perché passare dalla piramide al piano orizzontale richiedeva di cambiare il paradigma di un sistema scolastico per troppo tempo verticistico. I provveditori agli studi non esistono più da allora, ma non è venuta meno l’abitudine o l’ossequiosità di chiamare così i dirigenti degli uffici scolastici territoriali. E poi c’è l’autonomia a cui non sono mancati i detrattori, specie quelli preoccupati che la scuola potesse trasformarsi in una azienda. Così in mano non ci resta che un’anatra zoppa.

Ora, che si riproponga niente più che la situazione di fatto per affrontare questo frangente o è donabbondismo o si tratta di pericolosi dilettanti allo sbaraglio. È che la Ministra Azzolina, neodirigente scolastico, non ha avuto il tempo di fare il suo anno di prova perché impegnata a viale Trastevere, ma qualcuno di quelli che frequentano i corridoi del ministero poteva anche dirglielo prima che in questo paese esiste l’autonomia scolastica da più di vent’anni.
L’autonomia scolastica, però, non è stata proprio pensata per affrontare i problemi di sicurezza legati alle epidemie, ma per consentire di qualificare e arricchire l’offerta formativa delle nostre scuole, garantendo flessibilità sia organizzativa che didattica, quello di cui c’è più necessità proprio ora.
Ma è indispensabile che i professionisti della scuola, riuniti in collegio dei docenti, progettino, deliberino un nuovo piano formativo in grado di far ripartire la scuola a settembre, garantendo sicurezza senza mortificare l’istruzione. Con i mesi estivi in mezzo è pressoché impossibile che ciò possa accadere, se poi consideriamo l’esperienza, mai smentita, dell’avvio di ogni anno scolastico con le cattedre vuote in attesa dell’assunzione di migliaia di precari, il quadro assume tinte tali da ritenere che difficilmente anche a settembre le nostre scuole potranno riaprire.

In questi mesi l’insegnamento a distanza ha coperto lo stato di collasso del sistema scolastico, che poteva essere evitato se da subito ci si fosse preoccupati di pensare a come ripartire con la didattica in presenza, a come affrontare la condizione della scuola italiana, che è molto simile a quelli della Sanità: bravi professionisti ma privi di mezzi, con strutture e risorse economiche inadeguate.
Occorreva correre subito ai ripari nel senso di riparare i guasti di anni di politiche dissennate, di tagli e di ideologie, dalla Moratti alla Gelmini. Con una crisi più pesante di quella del 2008, forse la peggiore in assoluto dalla depressione degli anni Trenta, difficilmente sarà possibile recuperare errori, tempo e risorse perdute.

Arriveranno i soldi dall’Europa? Per spenderli bene, però, bisogna avere un progetto di sistema formativo che non guardi solo alla situazione contingente, un progetto dalla vista lunga e dal respiro ampio, con obiettivi da raggiungere. Ma tutto questo è politica, proprio quello che in questo momento manca al paese.
Se si legge la scheda di Colao sull’istruzione c’è da chiedersi quale morbo oltre al virus ci abbia colpiti. Un vuoto assoluto in fatto di sistema formativo da ripensare e ridisegnare, l’avvenire delle nostre scuole affidato al cash and kind, al crowdfunding per dotare le classi di supporti informatici per la didattica a distanza. Un programma nazionale di aziende high tech che per 20 sabati all’anno aggiornino insegnanti di liceo e medie su temi innovativi. Gara di talenti sui temi di grande rilievo tecnologico, sociale e culturale. E poi Rai Scuola, Rai Educational.

In questo panorama è facile prevedere che o a settembre tutto ritorna come prima perché il virus scompare, o la strada è già consapevolmente tracciata dal governo come dalla ministra, del resto i grillini hanno una predilezione per il digitale, dalla piattaforma che non a caso porta il nome di un grande pedagogista: Rousseau.
È la strada della didattica a distanza o comunque un sistema misto che garantisce enormi riduzioni di spesa pubblica senza la necessità di tagli che sono tanto impopolari.
Come negare che con la didattica a distanza si risparmia sull’edilizia scolastica, sugli arredi, sul riscaldamento, sui trasporti, sulle mense, sul personale. Le aule virtuali possono essere più numerose di quelle reali. E l’arricchimento dell’offerta formativa non costa, oltre alla Rai, c’è Youtube e multinazionali come la Pearson. Intanto si moltiplicano i corsi di formazione per la didattica a distanza.

Chi si era fatto viaggi di ingegneria scolastica resterà deluso: perché la grande riforma della scuola è già in atto, con il ritorno al passato sicuro, al passato già collaudato, dal nozionismo della tradizione, che speravamo d’aver sconfitto, al nozionificio dei tempi moderni: il nozionificio high tech.

SCUOLA FIRST: impressioni di settembre…
Anche Ferrara scende in piazza il 25 giugno

“Settembre poi verrà ma senza sole” sono le parole di una strofa di Settembre, una canzone di Peppino Gagliardi, famosa negli anni Settanta. Le stesse parole potrebbero essere adatte per definire la situazione che sta vivendo la nostra scuola pubblica; infatti, pur avendo la certezza che a settembre la scuola non ripartirà ‘normalmente’, gli amministratori nazionali e locali stanno lavorando con grande lentezza. assolutamente ‘al buio’ per preparare le condizioni per il rientro.
È evidente che a settembre la comunità scolastica ha un assoluto bisogno di ripartire in presenza: bambine, bambini, ragazze, ragazzi, insegnanti, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno resistito per tre mesi, materialmente e psicologicamente, per far fronte all’emergenza.

Dopo questo enorme sforzo collettivo, e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già state riavviate, la scuola ha bisogno di ricominciare in presenza perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita umana e nemmeno economica.
Per quanto il problema della ripartenza sia complesso, io penso che non ci potrà mai essere una soluzione ‘lluminosa’ se non ci si avrà il tempo di lavorare seriamente, insieme, con tempi distesi, guidati dalla luce di un faro rappresentato dalla scuola in presenza.

È sotto gli occhi di tutti come il nostro non sia un Paese che investe sulla sua scuola per investire sul proprio futuro-. Io però speravo, ingenuamente, che in un momento così delicato si sarebbero unite le forze per reperire le idee e le risorse necessarie per mettere la scuola, intesa come ‘organo costituzionale’, in grado di poter esercitare la propria funzione. Invece, le priorità di questa classe politica sono altre: basta guardare alle risorse promesse ad Alitalia e FCA e confrontarle con quelle destinate alla scuola per accorgersi subito della sproporzione a sfavore del nostro sistema educativo.

Inoltre, dopo mesi di ‘scuola dell’assenza’, ancora oggi – nonostante la Commissione Tecnico Scientifica presieduta dal Professor Patrizio Bianchi abbia concluso i suoi lavori un mese fa – il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha ancora emanato le linee guida indispensabili per far ripartire le scuole in presenza e in sicurezza.
Le anticipazioni relative a questo documento destano molta preoccupazione. Non sono infatti previste risorse straordinarie, né investimenti strutturali, né personale aggiuntivo. Non c’è nessun impegno per garantire una riapertura in sicurezza. Si parla di “riduzione del tempo scuola”, di didattica a distanza, di formazione sulle nuove tecnologie… e non è un caso che siano in uscita proprio le linee guida per la didattica digitale integrata e per la sua valutazione. Si rischia lo stravolgimento della scuola della Costituzione.

Non è quello che i genitori si aspettano.
Non è quello che gli insegnanti chiedono..
Non è quello che serve al mondo della scuola.
Non è quello di cui il Paese ha bisogno.

In un momento in cui occorreva unire gli sforzi per mettere la scuola al centro dell’agenda politica, in cabina di regia stanno lavorando al risparmio e in maniera raffazzonata per indirizzare la scuola verso un settembre di didattica a distanza, di spezzatini organizzativi senza logica e criterio, di tempi ridotti e di spazi democratici ristretti.

Wake me up when september ends (“Svegliami quando settembre finirà”) dei Green Day, una canzone di tutt’altro genere musicale rispetto a quella citata nell’incipit, interpreta bene il modo di vivere dei molti che si aspettano che una soluzione, prima o poi, cadrà dal cielo. Mi spiace ma credo che la scuola di tutti debba essere progettata insieme. E credo che nessuno meglio di chi vive la scuola quotidianamente, possa occuparsene con cognizione di causa portando avanti i sogni e i bisogni collettivi.

Un’altra scuola è possibile rispetto a quella che sembra uscire dalle linee guida del Ministro ma, ora come mai, è necessario che i genitori, gli insegnanti, gli educatori, il personale amministrativo, i dirigenti, i cittadini uniscano le proprie forze per chiedere che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado, per reclamare risorse straordinarie, per avere personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola, per assumere i docenti precari, per ottenere degli investimenti strutturali per l’edilizia scolastica, per avere una corretta prevenzione sanitaria, per pretendere di essere informati, per poter partecipare al progetto di ripartenza e per scrivere insieme le pagine di questo nuovo patto di corresponsabilità educativa.

Per questo, anche a Ferrara si è costituito il Coordinamento  “Priorità alla scuola”: un movimento formato da cittadini, genitori, insegnanti, educatori, operatori della scuola, professionisti che, come in altre 70 città italiane, porterà in piazza queste rivendicazioni. Per Ferrara la manifestazione, quindi l’appuntamento per tutti coloro che vogliono la scuola al primo posto (#scuolafirst), è il 25 giugno, in piazza Savonarola, alle ore 18,00.
Dopo avergliele “cantate”scendendo in piazza, avremo più forza e forse dovranno ascoltarci. Anche a Ferrara chiederemo impegni precisi ad amministratori pubblici e dirigenti scolastici. C’è in ballo la nostra scuola pubblica, un Bene Comune, un bene prezioso che oggi è in pericolo. Siamo in tanti, e siamo disposti a rimboccarci le maniche: settembre è vicinissimo e non c’è un minuto da perdere.

Comunque la pensiate, buona partecipazione alla manifestazione e alle iniziative successive.
Qui la pagina facebook di Ferrara: https://www.facebook.com/PasFerrara/ 
Qui la pagina nazionale: https://www.facebook.com/prioritaallascuola/
Qui la mail per segnalare il proprio interesse alle iniziative future: prioritaallascuolaferrara@gmail.com

DA MILANO A FERRARA: RIPARTIAMO DALLA SCUOLA!
“Perché occuparsi della scuola significa occuparsi di tutto”

Pubblichiamo un brano della Lettera inviata ieri (10 giugno 2020) dal noto architetto Alfonso Femia al sindaco di Milano Claudio Sala. Anche noi come lui pensiamo che “occuparsi di scuola significa occuparsi di tutto: di individuo, di famiglia, di lavoro, di pubblico, di privato. Il luogo della scuola è fatto di dentro e fuori, è l’edificio e il quartiere, il percorso da casa, la condivisione, i momenti ludici, è consapevolezza urbana”. Anche qui a Ferrara pensiamo che, visto che vogliamo – dobbiamo – ripartire, occorre partire ‘con il piede giusto’. Cioè dalla Scuola Pubblica, da una scuola “di tutti e per tutti”. Dalla scuola della Costituzione e del “I care”. Da una scuola “diffusa” (ne scrive spesso su queste colonne Giovanni Fioravanti), da una scuola democratica, circolare, creativa (Mauro Presini, sempre su Ferraraitalia). Appena dopo l’estate vogliamo – dobbiamo – ripartire da una scuola della relazione, della vicinanza, della presenza, perché la didattica a distanza è stato l’unico modo (imperfetto ma necessario) per rispondere all’emergenza pandemia, ma non può diventare il modello, la regola, la prassi: la scusa per regalarci una scuola ancora più lontana.
Non da ieri, da alcuni decenni – quale sia stato il colore di governo – la nostra Scuola Pubblica (il personale docente e non docente, gli bambini e ragazzi di ogni ordine e grado, le famiglie) è stata abbandonata a se stessa. Edifici non a norma, giardini incolti, tavoli e sedie d’antiquariato. E soprattutto tagli su un personale insegnante pagato la metà della media europea, centinaia di migliaia di precari, e nessuna idea, visione, programma, finanziamento per fare della scuola quello che può e deve essere: un pilastro di una società e di una “città della conoscenza”. E’ ora di ripartire. Dopo, sarà troppo tardi.
(Effe Emme)

Spett.le Comune di MIlano
Alla cortese attenzione
del Sindaco Giuseppe Sala

Milano, 10 giugno 2020

Oggetto: FAR RIPARTIRE MILANO DALLA SCUOLA.

Riprendo quanto da Lei trasferito nella  comunicazione ai milanesi relativa allo stanziamento di 14 milioni di euro per impermeabilizzare le coperture e mettere in sicurezza le gronde di 50 scuole milanesi e alle dichiarazioni dell’assessore Paolo Limonta sulla necessità di affrontare adeguatamente, a misura di studenti e non di politica, la ripresa scolastica dopo la Covid.
Il mio obiettivo è quello di mettere in evidenza l’importanza degli spazi della scuola e di stimolare politica e Governo a mettere in campo iniziative che possano realmente adeguare i luoghi dell’educazione alla situazione contemporanea, alle esigenze delle nuove generazioni, con una visione ampia sul futuro. Penso che l’integrazione tra tutti gli attori competenti che “fanno scuola” sia il percorso più efficace per formulare progetti responsabili e  allocare coerentemente le risorse.
Questa iniziativa si propone come una Call to Action che non si finalizza solo sulla scuola, ma anche sulla qualità urbana, per il recupero della piccola scala di quartiere fino a coinvolgere la città intera.

Cosa significa occuparsi di scuola?
Comprimendo molto la complessità del contenuto, occuparsi di scuola significa occuparsi di tutto: di individuo, di famiglia, di lavoro, di pubblico, di privato. Il luogo della scuola è fatto di dentro e fuori, è l’edificio e il quartiere, il percorso da casa, la condivisione, i momenti ludici, è consapevolezza urbana.
La necessità di un’azione pubblica comune nasce dall’esigenza di considerare tutti gli aspetti, senza porre arbitrarie priorità, un’azione pubblica coordinata da una figura professionale con competenza specifica sui luoghi e sulla relazione tra essi, responsabile non solo per i luoghi, ma per l’abitare, il vivere degli individui e per questo generosa nella disponibilità a un dialogo permanente con interlocutori diversi e con la capacità di esprimere progettualità temporalmente dinamiche.
Mi farebbe piacere condividere, discutere e migliorare con lei questa iniziativa e trasformarla in un’azione comune di sensibilizzazione.
Grazie per l’attenzione che vorrà dedicarmi. Un cordiale saluto
Alfonso Femia

SCUOLA, SUOLA, SOLA, SOL, SO, S, SSSH
Didattica a distanza o Scuola dell’Assenza?

Per ribadire come la penso sulla scuola della cosiddetta‘didattica a distanza’ che sarebbe più corretto chiamare ‘didattica dell’assenza’ uso un estratto preso dalla mia introduzione al filmato di saluto che i bambini e le bambine della classe quinta della scuola primaria Bruno Ciari di Cocomaro di Cona (micro paese a 4 chilometri da Ferrara) hanno presentato ai loro compagni, ai genitori e al personale il 5 giugno scorso.

Non aggiungerei altre parole perché, nel filmato, ho detto quello che penso, a modo mio, rivolgendomi anche ai bambini, spero in un modo chiaro.
Se serve, ribadisco che la cosiddetta “didattica a distanza” è un rimedio in una situazione di emergenza ma non la soluzione; se non basta, insisto dicendo che la didattica a distanza non è scuola.

Capisco bene le difficoltà di chi deve gestire questa situazione complessa ma, ascoltate alcune anticipazioni e lette certe ipotesi strampalate, io temo molto che si trovi la soluzione più facile e più economica e non quella più giusta. e ho paura di qualche decreto estivo che stravolga la scuola della Costituzione e son ancor più preoccupato che, dopo i giorni della scuola al centro dell’attenzione sui giornali, si torni alla ‘quiete dopo la tempesta’.
Anche se siamo in un ritardo spaventoso, mi auguro che si cominci seriamente, da subito, a fare un censimento dei locali scolastici che ci sono e di quelli extrascolastici che si potrebbero sfruttare per pensare ad una ripresa, a settembre, di una scuola in presenza.

Comunque la pensiate, buona visione:

P.S. Il filmato completo della classe quinta, da cui è tratto il mio pezzo, si può vedere [Qui]
P.P.S. Io sono solo uno dei maestri della quinta di cui sopra, insieme ad Anna, Cinzia, Fabiola, Giada, Michela e Calogero.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

LA “NUOVA SCUOLA” VA IN VACANZA
E’ sempre la vecchia scuola che naviga a distanza

Così della didattica in presenza, quella fatta di aule di pietra e cemento, di banchi e lavagne, di lezioni, interrogazioni e voti, se ne parlerà a settembre. Cosa accadrà nel frattempo, a parte esami e scrutini, non si hanno notizie. Sarà un fiorire di compiti per le vacanze online con la speranza di improbabili recuperi. Neppure l’eccezionalità del momento è in grado di produrre eccezioni.
Ad esempio, visto che ci si è attrezzati, perché non continuare con la didattica a distanza anche nei mesi che ci separano da settembre? Non è necessario mantenere il rigore degli orari scolastici, collegarsi con l’aula virtuale ancora in pigiama per fare l’appello, si possono praticare modalità più soft. Non è che i professori hanno tre mesi di ferie; con una buona organizzazione delle risorse umane si possono coprire anche i mesi di giugno, luglio e agosto. La didattica a distanza in questo caso servirebbe ad accorciare le distanze dai programmi da svolgere, come dai recuperi e dai debiti da colmare. Pensare che un anno scolastico, già stravolto dall’emergenza, debba seguire le date del calendario scolastico in tempi normali è per lo meno discutibile.

Più dei debiti di ragazze e ragazze, ci sarebbe da ragionare del debito che la scuola tutta ha accumulato nei confronti dei suoi studenti, dall’infanzia alle superiori. È la scuola che deve pensare a come colmare il debito che ha contratto con questa generazione sconvolta dalla pandemia. Il tempo, che è la risorsa più preziosa nell’età della crescita e della formazione, che qualità ha avuto, come è stato investito?
La questione non è di poco conto perché chiama in causa la responsabilità che noi adulti portiamo verso i più giovani. Se avessimo coltivato la pratica dell’apprendimento permanente, anziché relegarlo al recupero dell’istruzione degli adulti, ora potremmo disporre dei mezzi in grado di garantire le opportunità formative a tutti i nostri ragazzi.

L’idea dell’autosufficienza del sistema scolastico denuncia tutta la miopia e l’angustia di questa prospettiva. Abbiamo ignorato per anni gli inviti della Commissione Europea, da Lisbona 2000, a tessere una rete di apprendimenti formali e non formali, di capitalizzazione delle risorse formative dalle scuole al territorio. Cosa servono i depositi del sapere, dai musei alle biblioteche, dalle università ai centri di ricerca, se ora non sappiamo metterli al servizio di un grande progetto di apprendimento e di formazione capace di oltrepassare le pareti di un’aula per offrire in modo intelligente, coinvolgente, epistemologicamente corretto le conoscenze disciplinari che costituiscono il nerbo dei nostri programmi scolastici.

Il progetto di una società a rilevanza formativa è rimasto sulla carta dei manuali di pedagogia, dove avevamo letto che si apprende per tutta la vita, dalla nascita alla morte, perché tutto è apprendimento e tutto può essere appreso a qualunque età, come non più di quattro secoli fa ci ammoniva il polacco Amos Comenio e la chiamava “nuova didattica”. Quanta vecchia didattica ammuffita abbiamo al contrario coltivato negli orti delle nostre scuole, mentre si tagliavano le risorse per l’istruzione e la formazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi veniva affidata alle mani di sempre più improvvidi ministri dell’istruzione. Ora la responsabilità non è dei ragazzi, che non si impegnano e accumulano debiti, ma tutta nostra che mai ci siamo impegnati accumulando i debiti che ora sono giunti al dunque.
Avevamo inaugurato il secolo della società della conoscenza, invece abbiamo praticato e guidato società di piccolo cabotaggio, senza respiro e senza immaginazione e che il male ci accumuni ad altri non è certo una consolazione. Il nostro difetto peggiore è la mediocrità e nonostante tutto non abbiamo ancora imparato ad evitarla.

Il ministro in carica nomina una task force perché a settembre la scuola torni il più possibile come prima. La progettazione di come riempire i mesi estivi di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi è saltata a piè pari, così la riflessione su come usare le risorse dei territori per una formazione permanente, con scuole ad orario continuato, usando laboratori, spazi, risorse e opportunità sul territorio da mettere al servizio dell’istruzione. Occorrerebbe dotare il sistema formativo di una comune piattaforma e-learning,  anziché ricorrere episodicamente alle offerte della rete, come sarebbe necessario pensare a come frantumare le classi in piccoli gruppi di studenti da seguire e curare.

Ma tutto ciò pare non aver sfiorato la mente del ministro e dei dirigenti di viale Trastevere. L’ottusa chiusura nei confronti di quanto non sia scuola come da sempre l’abbiamo conosciuta resta inscalfibile. All’appello mancano soggetti importanti, portatori di intelligenze e di competenze. Le intelligenze e le competenze che suggeriscano al Paese come si potrebbe cogliere oggi l’occasione di una scuola nuova, profondamente rinnovata e di come realizzarla. Anziché progettare un sistema formativo con un ampio respiro sociale, che faccia delle risorse presenti in ogni territorio i gangli della sua missione, si prospetta una vecchia scuola blended, ad apprendimento ibrido, metà aula, metà connessa con l’isolamento di ogni studente a casa propria.
E tutto con gli ottanta milioni messi a disposizione dal ministro per la didattica a distanza, che divisi per il numero delle istituzioni scolastiche statali e paritarie, fa poco più di mille euro a istituzione scolastica, neanche ci paghi le connessioni.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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