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Il Papa pazzo, il Partito della Difesa e la stampa con l’elmetto

 

Papa Francesco ha appena dimostrato che anche un Papa può essere vicino a Cristo. Ha detto infatti che i paesi che hanno manifestato l’intenzione di aumentare l’investimento in armamenti fino al 2% del loro PIL sono “pazzi”. E che lui si vergogna per loro. Tra questi paesi c’è l’Italia, del keynesiano-per-una-notte Mario Draghi. E il principale partito che sta appoggiando questa scelta in Parlamento è il Partito Democratico, il cui acronimo PD può essere ormai declinato come Partito della Difesa.

La pazzia italiana “di sinistra”, tuttavia, non è una patologia dalla genesi oscura. Viceversa, è l’ effetto coerente di una causa talmente lampante da essere lancinante: il PD gestisce con i suoi uomini tutti i principali gangli della Difesa e del blocco istituzionale ed economico che ad essa fa riferimento, o di cui è emanazione.
Lorenzo Guerini (PD) è il ministro della Difesa. Su sua proposta, Nicola Latorre (PD) è diventato direttore generale di Agenzia Industrie Difesa, ente controllato dal ministero che si occupa delle forniture di armi e logistica al medesimo. Difesa Servizi, società diretta emanazione del ministero incaricata di gestirne il patrimonio immobiliare, ha come amministratore delegato Pier Fausto Recchia (PD).
Leonardo (ex Finmeccanica), decimo produttore di armi e sistemi di difesa al mondo, terzo in Europa, partecipata al 30% dal Ministero delle Finanze, ha come amministratore delegato Alessandro Profumo (tessera PD), cavaliere del lavoro condannato in primo grado a sei anni di carcere per aggiotaggio e falso in bilancio durante la sua presidenza in Monte Paschi (null’altro che tacche del curriculum per un top manager italiano).

La Fondazione Leonardo ha come presidente Luciano Violante (PD). La Fondazione Med-Or, anch’essa costola di Leonardo, ha come presidente Marco Minniti (PD), che si reca – pure lui – in Arabia Saudita a organizzare partnership nel campo dell’istruzione con quel regime (sospetto, vista la provenienza della fondazione, che il “do ut des” non sia confinabile all’interno delle aule universitarie).

Non ho la minima intenzione di denigrare le persone citate, alcune delle quali (dico Violante per dirne una) hanno un cursus di tutto rispetto e prestigio. Voglio solo dimostrare che la decisione bollata come “pazzia” da Papa Bergoglio e l’orientamento bellicista del PD sono perfettamente coerenti con l’occupazione capillare, da parte sua, dei ruoli di potere che fanno capo alla Difesa. Mi sarei meravigliato del contrario: piuttosto bisognerebbe chiedersi perché, tra i vari rami dell’amministrazione dello Stato, il PD abbia scelto di ‘occupare’ proprio la Difesa con modalità che Enrico Berlinguer (capo di quel PCI di cui il PD rivendica l’eredità: non aggiungo altro) così definirebbe, avendolo fatto già nel 1981: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.”(per leggere l’intervista integrale clicca qui).

Siccome la corsa al riarmo non ha nulla a che vedere con l’opinione se sia giusto o sbagliato inviare armi ai civili ucraini – argomento che spacca anche l’opinione pubblica di sinistra, e sul quale non entro – mi domando cosa pensino di questa decisione non tanto i simpatizzanti ed elettori, ma i molti esponenti del PD che lo rappresentano nelle istituzioni, anche del nostro territorio. Mi stupirei molto del fatto che non si levasse nessuna voce critica, ed infatti attualmente il mio stupore è grande, perché non mi sembra proprio che si stia innescando un dibattito su questo. L’unico che si è esposto tra i vertici è Graziano Delrio, che si è astenuto nel voto sull’aumento delle spese militari.

L’art.11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Siamo in uno di quei casi in cui la Costituzione (tranne per l’inciso sulle limitazioni della sovranità: quelle ci sono, ininterrotte, dal 1945) viene derubricata a tesina dei buoni propositi, come se non si trattasse della legge fondamentale dello Stato. Siamo anche in uno di quei casi in cui le parole del Papa, che di solito campeggiano in prima pagina di ogni notiziario della tv pubblica, privata, dei principali giornali, come moniti della nostra massima autorità morale, vengono nascoste in qualche trafiletto a pagina quattordici, come se fossero le esternazioni folkloristiche di un mitomane.
Manca solo che qualcuno tra i nostri grandi e liberi direttori di giornale gli batta una mano sulla spalla, a Bergoglio, sussurrandogli “ma chi ti credi di essere, il Papa?”

LA MIGLIORE SICUREZZA:
rispondere ai bisogni di tutti, a partire dai più deboli

 

La pandemia ha messo in evidenza tutte le fragilità delle nostre società diseguali, dissipatrici, e senza regole. Molti sono i pericoli ai quali ci siamo assuefatti: dai morti per incidenti stradali, alle guerre che hanno andamento endemico in ampie aree del mondo. Tuttavia, l’improvvisa e rapida comparsa di un nemico sconosciuto, come il coronavirus, nei confronti del quale non ci sono ancora sufficienti difese, ci trova impotenti.

Questo virus scuote profondamente i miti del progresso e della crescita illimitata, la fiducia nella possibilità di controllo e di dominio da parte della tecno-scienza, mettendo in discussione alcune fondamentali certezze e ribaltandone il significato.

Il primo concetto che perde di significato è quello di difesa: siamo abituati a pensare che ci si difenda alzando muri, chiudendo porti e confini con eserciti militari. Ma di fronte a questo nemico invisibile le armi non servono. Anzi, proprio l’aver destinato grandi risorse alle spese militari, sottraendole ad esempio alla sanità e alla ricerca, ci rende più indifesi. Il nostro sistema sanitario universalistico, che pure è uno dei migliori al mondo, vacilla e lamenta la mancanza di attrezzature e di medici.

Il COVID19 ci insegna dunque che il modo migliore di creare sicurezza è avere una società organizzata in modo tale da rispondere ai bisogni di tutti, a partire dalle fasce più deboli. Una società di questo tipo saprà garantire anche le proprie ‘difese immunitarie’ contro i pericoli, interni ed esterni, che possono minacciarla, sviluppando l’uso corretto del potere da parte di ciascuno, le capacità di autogoverno e di resilienza, nonché forme organizzate di difesa popolare nonviolenta che i movimenti per la pace da tempo propongono.

Un altro importante ribaltamento di significato è quello del concetto di isolamento. Da Trump a Salvini a Orban, le destre sovraniste di tutti i continenti hanno rispolverato un nazionalismo pericoloso e fondato sulla cultura individualista imperante, legittimata dal pensiero unico neo-liberista. Espressioni come ‘Prima gli Italiani’ o ‘America first’, creano un isolamento, una barriera tra noi e gli altri, visti come nemici e dai quali distinguerci e separarci. È un isolamento che chiude agli altri, teso a difendere i propri privilegi, e interessi, a scapito della propria umanità.

L’isolamento al quale ci costringe il COVID19 ha invece una diversa connotazione. Serve sì a proteggere noi stessi, ma allo stesso tempo, protegge anche gli altri, perché nessuno sa se potrebbe essere un veicolo di diffusione dell’epidemia. Il COVID19 non risparmia nessuno, colpisce poveri e ricchi, giovani e anziani, al Nord come al Sud, non fa differenze di sorta. Anche chi pensa di essere più forte, potente, attrezzato, in realtà è fragile come tutti: non c’è ricchezza, potere, posizione che tenga.

Tutti hanno bisogno dell’aiuto degli altri, perché NESSUNO SI SALVA DA SOLO.

È la rivincita della solidarietà contro l’individualismo. Riusciremo a realizzare, dopo questa emergenza, un diverso rapporto tra noi e con l’ambiente che ci ospita?
Queste emergenze, climatica, sanitaria, migratoria, ci obbligano a cambiare passo, recuperando valori di solidarietà e sobrietà, che aprono una possibilità di futuro sostenibile per tutti. Proprio come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, quando si è avvertita l’esigenza di creare istituzioni, come le Nazioni Unite, che si ponessero come strumenti alternativi per la risoluzione delle controversie internazionali. In realtà l’ONU oggi è una istituzione troppo debole e priva di reale potere nel gestire le relazioni internazionali.

Oggi il vaccino ci porterà forse fuori dall’emergenza, ma non ci risolverà il problema di una diversa consapevolezza che richiede un ambiente inclusivo.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

FERMATE LE ARMI!
L’Italia spende ogni giorno 72 mln di € per la Difesa:
come Obiettare alle Spese Militari

di Davide Scaglianti

Nel suo Rapporto annuale il SIPRI, l’ istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, comunica che nel mondo, nel  2019 sono stati spesi quasi 2 mila miliardi di dollari (1.917 per la precisione) per le armi e la difesa; in un anno la spesa è cresciuta del 3,6% in termini reali, il più alto livello dal 1988 al netto dell’inflazione.

Nello stesso tempo il bilancio dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)è di poco superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi. Nel nostro Paese dal 2008 gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno depotenziato il Servizio Sanitario Nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat.  Negli ultimi 9 anni, alla sanità italiana sono state sottratte risorse pari a 37 miliardi di euro; ciò ha determinato la perdita di 43.000 posti di lavoro, la chiusura di ospedali, di reparti e la riduzione di posti letto con una percentuale di 3,2 posti letto ogni mille abitanti contro la media di 5 ogni mille dell’Unione Europea, ma con punte di 8 ogni mille della Germania..
Negli stessi anni sono aumentate le spese militari. La spesa militare italiana, al 12° posto mondiale, ammonta a 26,8 miliardi di dollari nel 2019, in aumento di oltre il 6% sul 2018, equivalenti a una media di 72 milioni di euro al giorno. In base all’impegno preso nella Nato, essa dovrà continuare a crescere fino a raggiungere una media di circa 100 milioni di euro al giorno. La crisi del Coronavirus  rende evidenti le priorità necessarie alle popolazioni e rivela come le spese militari globali siano uno spreco vergognoso e una perdita di opportunità. Ora c’è bisogno di concentrare le risorse per rispondere alle necessità fondamentali: condizioni di vita sane per tutti, che derivano necessariamente da società più giuste, verdi e pacifiche. L’apparato militare non può fermare questa crisi. La pandemia si sconfigge potenziando la sanità e le altre attività di sostegno alla vita, non con forniture di mezzi e soldati finalizzati alla guerra. L’utilizzo di risorse militari durante la crisi in atto non ci deve ingannare; ciò non giustifica spese stellari né significa che la crisi possa così avere soluzione. E’ vero piuttosto il contrarioabbiamo bisogno di meno soldati, cacciabombardieri, carri armati e portaerei e più medici, ambulanze e ospedali. Occorrono enormi risorse per fronteggiare le conseguenze socio-economiche della crisi del coronavirus e mantenere condizioni economiche e sociali dignitose per le persone.
È tempo di spostare buona parte delle voci del bilancio militare verso i veri bisogni umani. Le reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo chiedono da tempo una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Importanti riduzioni nelle spese militari libererebbero risorse non solo per fornire assistenza sanitaria universale, ma anche per far fronte alle emergenze climatiche e umanitarie che ogni anno uccidono migliaia di persone, specialmente nei paesi del Sud del mondo che stanno subendo le peggiori conseguenze di un modello economico che è stato loro imposto.
Oggi, nel nostro Paese è possibile recuperare miliardi di risorse dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma: si deve bloccare il programma F-35, evitando di spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici; le spese per la difesa non dovrebbero superare l’1% del Pil. Inoltre si dovrebbe procedere ad una riconversione dell’industria a produzione bellica verso aree produttive più utili per la vita, la salute, la sicurezza di tutti gli italiani. Oggi le urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni, di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi, di sostegno al lavoro. Queste sono le vere priorità del Paese.

Ognuno di noi può dare una mano per favorire la realizzazione di questo processo; a Ferrara è presente un nucleo importante del Movimento nonviolento ed è possibile sostenerne le attività visitando il sito www.azionenonviolenta.it  e abbonandosi al periodico Azione nonviolenta [Qui] 

Inoltre, dal 2005 è stata rilanciata nella nostra città la campagna OSM (Obiezione alle spese militari): nata nel 1982, offre l’occasione di manifestare il proprio dissenso al continuo aumento delle spese militari e per sostenere economicamente un progetto di pace. A chi aderisce si chiede di compilare un modulo di adesione alla campagna(indirizzato al Presidente della Repubblica e al centro di coordinamento nazionale della campagna), ai suoi obiettivi (riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali; elaborazione di un sistema difensivo non armato e nonviolento; approvazione di una legge per l’opzione fiscale) e di contribuire con una somma in denaro a sostenere il progetto “Adottare Srebrenica”, che ha per obiettivo la ricostruzione di un tessuto sociale e la creazione di relazioni pacifiche e non violente in una città che è stata teatro di uno degli eccidi più efferati del secolo scorso. La raccolta delle adesioni avviene nei mesi di settembre e ottobre.

Davide Scaglianti è Referente locale per Ferrara della Campagna Obiezione alle Spese Militari (OSM)
Chi volesse aderire, o comunque saperne di più, può chiamare il numero: 333. 4985319

Prima di Greta ci fu Suzuki: ecco il suo discorso all’Onu in difesa del pianeta

Prima di Greta ci fu Severn: Severn Suzuki, una bambina canadese che il 22 marzo 1992 parlò davanti all’assemblea dell’Onu in occasione del Word water day. Aveva 12 anni, allora, la piccola Severn, e non fu meno efficace della ormai celebre Greta Thunberg ad esporre dinanzi ai rappresentanti delle Nazioni unite, riuniti in Brasile, le ragioni sostenute da un gruppo di suoi coetanei, in particolare per sensibilizzare i delegati sui temi della fame nel mondo, dell’ambiente (già allora vi era l’allarme destato dal buco nell’ozono) e la necessità della salvaguardia di tutte le creature animali insidiate dall’inquinamento e dai rischi di estinzione.

Allora, come ora per Greta, grandi apprezzamenti, tanta emozione, molte promesse. Ma poi, nulla di fatto… tutto svanì sotto la coltre dell’ipocrisia che sempre cela la difesa dell’interesse dominante: quello di sua maestà il profitto. Si ripeterà la storia?

Ecco il testo integrale del suo discorso:

“Buonasera, sono Severn Suzuki e parlo a nome di Eco (Environmental Children Organization). Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte, Vanessa Suttie, Morgan Geisler, Michelle Quaigg e me. Abbiamo raccolto da noi tutti i soldi per venire in questo posto lontano 5000 miglia, per dire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo di agire.Venendo a parlare qui non ho un’agenda nascosta, sto lottando per il mio futuro. Perdere il mio futuro non è come perdere un’elezione o alcuni punti sul mercato azionario. Sono a qui a parlare a nome delle generazioni future. Sono qui a parlare a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Sono qui a parlare per conto del numero infinito di animali che stanno morendo nel pianeta, perché non hanno più alcun posto dove andare. Ho paura di andare fuori al sole perché ci sono dei buchi nell’ozono, ho paura di respirare l’aria perché non so quali sostanze chimiche contiene. Ero solita andare a pescare a Vancouver, la mia città, con mio padre, ma solo alcuni anni fa abbiamo trovato un pesce pieno di tumori. E ora sentiamo parlare di animali e piante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono per sempre. Nella mia vita mia ho sognato di vedere grandi mandrie di animali selvatici e giungle e foreste pluviali piene di uccelli e farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vedere tutto questo.
Quando avevate la mia età, vi preoccupavate forse di queste cose? Tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi e ciò nonostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizione tutto il tempo che vogliamo e tutte le soluzioni. Io sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedo se siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi. Non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c’è un deserto. Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo. Qui potete esser presenti in veste di delegati del vostro governo, uomini d’affari, amministratori di organizzazioni, giornalisti o politici, ma in verità siete madri e padri, fratelli e sorelle, zie e zii e tutti voi siete anche figli. Sono solo una bambina, ma so che siamo tutti parte di una famiglia che conta 5 miliardi di persone, per la verità, una famiglia di 30 milioni di specie. E nessun governo, nessuna frontiera, potrà cambiare questa realtà.
Sono solo una bambina ma so e dovremmo tenerci per mano e agire insieme come un solo mondo che ha un solo scopo. La mia rabbia non mi acceca e la mia paura non mi impedisce di dire al mondo ciò che sento. Nel mio paese produciamo così tanti rifiuti, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, e tuttavia i paesi del nord non condividono con i bisognosi. Anche se abbiamo più del necessario, abbiamo paura di condividere, abbiamo paura di dare via un po’ della nostra ricchezza. In Canada, viviamo una vita privilegiata, siamo ricchi d’acqua, cibo, case abbiamo orologi, biciclette, computer e televisioni. La lista potrebbe andare avanti per due giorni.
Due giorni fa, qui in Brasile siamo rimasti scioccati, mentre trascorrevamo un po di tempo con i bambini di strada. Questo è ciò che ci ha detto un bambino di strada: “Vorrei essere ricco, e se lo fossi vorrei dare ai bambini di strada cibo, vestiti, medicine, una casa, amore ed affetto”. Se un bimbo di strada che non ha nulla è disponibile a condividere, perché noi che abbiamo tutto siamo ancora così avidi? Non posso smettere di pensare che quelli sono bambini che hanno la mia stessa età e che nascere in un paese o in un altro fa ancora una così grande differenza; che potrei essere un bambino in una favela di Rio, o un bambino che muore di fame in Somalia, una vittima di guerra in medio-oriente o un mendicante in India.
Sono solo una bambina ma so che se tutto il denaro speso in guerre fosse destinato a cercare risposte ambientali, terminare la povertà e per siglare degli accordi, che mondo meraviglioso sarebbe questa terra! A scuola, persino all’asilo, ci insegnate come ci si comporta al mondo. Ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari. Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare? Non dimenticate il motivo di queste conferenze, perché le state facendo? Noi siamo i vostri figli, voi state decidendo in quale mondo noi dovremo crescere. I genitori dovrebbero poter consolare i loro figli dicendo: “Tutto andrà a posto. Non è la fine del mondo, stiamo facendo del nostro meglio”. Ma non credo che voi possiate dirci più queste cose. Siamo davvero nella lista delle vostre priorità? Mio padre dice sempre siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo. Ciò che voi state facendo mi fa piangere la notte. Voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole.”

(con la collaborazione di Andrea Cirelli)

 

Da torre a castello…

di Francesca Ambrosecchia

Immaginate una sola torre di avvistamento fatta di mattoni e a pianta quadrata. Proprio a partire da questa massiccia torre è stato creato il Castello Estense come lo vediamo ancora oggi.
Visitando il Castello è possibile arrivare in cima alla celebre Torre dei Leoni e ammirare la vista di tutta la città dall’alto, punto notevolmente strategico soprattutto per l’epoca.
La rocca che ne derivò ha dato origine alla celebre dimora, grazie al progetto dell’architetto Bartolino Da Novara: la torre originaria e le cinta murarie vennero collegate ad altre tre torri imponenti, tutte circondate da un profondo fossato.
Inizialmente la struttura era sede della milizia e deteneva scopo esclusivamente difensivo. Le prigioni sotterranee e impenetrabili, la cui visita è senza dubbio suggestiva venivano già ampiamente utilizzate.
Oggi però ci piace immaginarlo animato, in ogni sua stanza, dal prestigio e dalla bellezza della Corte Estense.

Nove chilometri di storia

di Francesca Ambrosecchia

Nove chilometri di fortificazione proteggono e cingono ancora il centro cittadino. Le mura ferraresi costituiscono uno dei simboli della città rinascimentale.
Un tempo barriera difensiva, edificata per lo più secondo il progetto dell’architetto fedele alla casata Biagio Rossetti, sono oggi elemento architettonico, estetico e storico.
Le mura e lo spazio verdeggiante del sotto mura sono la location perfetta per fare jogging, un giro in bicicletta, portare a spasso il cane o semplicemente per fare una passeggiata.
È un luogo di svago e di ritrovo che riporta al passato, costituendo uno degli emblemi dell’arte militare italiana: baluardi, torrioni, cancelli e porte ci fanno ancora oggi immaginare come operasse la difesa estense all’epoca.

Dall’epoca dei ‘lumi’ all’epoca dei ‘muri’: costruzioni ideologiche e nuove barriere

La parete è una delle creazioni (sia naturali che umane) con più funzioni in natura: una parete può essere scalata, le pareti delle caverne hanno protetto i nostri avi dalle intemperie nel paleolitico, le pareti sorreggono i tetti sotto i quali da millenni viviamo. Un sinonimo di parete, in ambito prettamente riferito alla nostra specie, è ‘muro’. Anche di quest’ultimo ce ne possono essere di diverse specie: muri in pietra, muri di terra, muri in cemento, in vetro e chi più ne ha più ne metta. Da questa premessa sembra che questo lemma abbia una valenza del tutto positiva, in realtà non è così. Senza dover scomodare per forza progenitori preistorici, i muri da secoli separano l’essere umano da ciò che lo spaventa, da tutto quello che può essere considerato un pericolo, vuoi che sia una tempesta di pioggia, un animale o, e questo è il caso più frequente, altri esseri umani. Sembra quasi ironico ma siamo una delle poche specie al mondo a temere così tanto i nostri simili da essere costretti a creare muri, barriere. Ma siamo andati oltre. Non potevamo fermarci al solo costrutto materiale, no, anche altri animali sono in grado di ergere questi oggetti, noi ci siamo spinti sino all’ideologico, ed ecco le barriere culturali, religiose, politiche. Aggiungiamoci anche quelle per disabili e direi che abbiamo un quadro completo. Di certo i muri più famosi sono quelli che ci separano in maniera fisica dal diverso, da ciò che reputiamo altro da noi. Potremmo partire, non retrodatando troppo, dal Vallo di Adriano, tutti ne avremmo sentito parlare: un’imponente fortificazione che divideva il ‘nomos’ dei romani dall’alterità dei barbari popoli del Nord. Altro famosissimo muro è sicuramente la Grande Muraglia in Cina: lunga, secondo recenti ricerche, complessivamente più di 8000 chilometri, e che aveva il compito proteggere il regno cinese dai nomadi della steppa. E’ quasi ironico quanto già all’epoca i nomadi facessero paura, peccato che poi arrivò Gengis Khan per la Cina, e i vari popoli dell’est e del nord per i romani, i confini servirono a ben poco. Ma la mia discussione non vorrebbe incentrarsi su questioni storiche. Anche il secolo scorso ha visto importanti costruzioni murarie: si potrebbe parlare del muro di Berlino, dell’album The Wall dei Pink Floyd, e della cortina tra le due coree. Il primo citato però, nel suo complesso, con la sua caduta sembrava aver segnato la fine dell’epoca delle barriere che separano, e per qualche tempo effettivamente lo è Stato.

Oggi però, prepotente più che mai, si è tornati a parlare di separare i popoli, in un Europa che sembra meno unita che mai, e in una situazione mondiale dominata dalla diffidenza e da un sentimento xenofobo latente. Senza dover parlare necessariamente del confine tra Israele e Palestina, bisogna necessariamente citare in questa mia disamina sui muri degli esempi magari poco conosciuti. Tra tutti il primo che vorrei citare tra le barriere ideologico-materiali c’è sicuramente quello tra Ungheria e Serbia. Sicuramente lo ricorderete per il famoso “sgambetto della reporter” ad un immigrato in fuga dalla polizia. Si tratta di 175 chilometri di filo spinato controllato militarmente per impedire, soprattutto ai profughi provenienti dal Medio Oriente, di poter tentare la traversata verso l’Europa occidentale. Di interessante questo progetto ha il suo ‘ideatore’, il sindaco di una piccola cittadina sul confine. Questo personaggio, contattato addirittura per la sua ‘lungimirante e funzionale idea’ dallo staff di Trump, il quale stava programmando il muro con il Messico, si ritiene del tutto soddisfatto del servizio offerto dalla barriera anzi, in spot promozionali, è lui stesso a partecipare alle ronde di un corpo speciale di polizia addetto al controllo sul confine. Fanno molto riflettere le sue parole, ricavate da un’intervista trovata sul web: “io voglio mantenere solo l’ordine naturale delle cose”. E’ vero, anche la natura crea barriere, ma dubito che il sindaco intendesse esattamente questo.

Tornando per un attimo a Trump qui c’è da parlare di un aneddoto divertente: hanno criticato in tutto il mondo il suo progetto di costruzione di un nuovo muro tra Messico e Usa, quasi nessuno però ha parlato della barriera tra Messico e Guatemala: più di 800 chilometri di barriera discontinua, che serve, indovinate un po’, a scongiurare l’immigrazione clandestina guatemalteca in Messico. Si perché ognuno ha il suo immigrato, ma ognuno è immigrato di qualcun’altro. Su questo spunto si staglia la barriera tra Italia e Austria, oppure lo stop dei frontalieri italiani in Svizzera, anche qui quasi ci scappa una risatina, si perché mentre si parla delle Ong che porterebbero da noi migliaia di immigrati potenziali spacciatori e usurpatori di lavoro, ci dimentichiamo che anche noi siamo ‘più a sud’ di qualcun’altro e quindi ben pensando di costruire una barriera, Svizzera ed Austria ci ricordano che “la fortuna è una questione geografica”. E proprio la fortuna deve essere quella che entra in gioco in Marocco, o meglio nell’enclave spagnola di Ceuta e Melilla, due città situate fisicamente nella penisola magrebina ma sotto lo status politico europeo. E parlo di fortuna perché centinaia di clandestini cercano illegalmente, tramite il porto, di entrare in Spagna (quella continentale) partendo proprio da qui. Ed anche da queste parti le barriere non sono proprio piccole: un totale di 18 chilometri, con un’altezza tra i 4 e i 6 metri. Un appunto: a pagare è stata la Comunità Europea, una trentina di milioni di euro. Ma quando si tratta di oltrepassare uno stretto, non si può non citare quello che separa Francia e Inghilterra: la Giungla di Calais è salita alla ribalta per le sue dimensioni e la popolazione di 8000 disperati che viveva al suo interno. Tutti, o quasi, con un unico obiettivo: raggiungere il Regno Unito. Il campo fu smantellato, il problema però non è stato risolto, anzi, sono nate tante piccole ‘giungle’ in giro per la Francia.

Insomma, siamo partiti dal Vallo di Adriano, passando per la Corea, fino a giungere anche ai nostri territori, un giro intorno al mondo e tra varie epoche unite da un sottile (ma non tanto) filo conduttore: il diverso fa paura, deve essere ostacolato e ci si deve difendere. Ma a parer mio non è solo questione di difesa. I muri oltre a difendere creano una ben netta linea di demarcazione tra ciò che noi consideriamo civile, e quello che reputiamo assolutamente inaccettabile, che ci spaventa, e così i muri ci creano tranquillità, ci fanno sentire sicuri, i muri “non mescolano e mantengono la purezza della razza” (volendo citare di nuovo il sindaco ungherese).
Insomma i muri, oggi più che mai, ci proteggono dai pericoli che ci circondano: un tempo poteva essere un animale selvatico, oggi invece è un altro essere umano che ha avuto la sfortuna di essere dall’altra parte del muro. Ma mai dimenticare che ognuno di noi è dalla parte opposta di qualcosa, che ci vuole un attimo a diventare l’immigrato di qualcuno, che spesso lo si è già. In questo la Svizzera docet…

anonymous

Anonymous, ovvero della giustizia sovversiva

E’ il 5 novembre 1605 a Londra. Guy Fawkes tenta, attraverso la Congiura delle polveri (Gunpowder Plot), di uccidere re Giacomo I, assolutista e irresponsabile, e i membri del Parlamento inglese.

I ‘re incapaci’ oggi ce li indica Anonymous, associazione attivista composta di singoli utenti o comunità online dedita ad ‘hacktivism’ e ‘vigilantism’. Difficile da definire, estremamente fluido come parterre di significati ma non liquido come lo intenderebbe Bauman nella sua azzeccatissima visione della società postmoderna – carente di legami e strutture forti – non esiste solo online ma anche nella vita reale, in cui si concretizza attraverso manifestazioni in cui i simpatizzanti sono diretti discendenti di Guy Fawkes, di cui riprendono i connotati facciali. Gli ormai iconici baffi e il sorriso, mantello nero e cappellaccio a falda larga, diventati simbolo di ribellione anche per gli Indignados spagnoli. Una volta re incapace era uno che sedeva sul trono senza troppo occuparsi di quello che gli succedeva intorno. La corona bastava a farne il capo, come oggi bastano soldi, contatti e manipolazioni a decidere chi vince e chi perde. Le vittime degli attacchi di Anonymous sono disparate, trasversali rispetto a credo politico o sociale: dalla seconda metà degli anni Duemila da Casaleggio Associati al Sindacato di polizia nazionale, dal Ku Klux Klan a Isis, da Matteo Renzi a Expo 2015, il cui portale per l’acquisto dei biglietti è stato messo per breve tempo fuori uso alla vigilia della inaugurazione.

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Il logo degli attivisti: il busto senza capo rappresenta l’organizzazione senza leader e l’anonimato.

Anonymous è un’etica e un’estetica riferita alla libertà di pensiero e di azione, che in virtù di questo principio non suppone l’attacco ai mezzi di informazione. “We are legion“, recita il loro credo. Secondo la diffusa logica per cui il web sarebbe l’unico posto rimasto completamente democratico, a cui tutti possono accedere. Quel “tutti” viene distrutto con grande facilità dal ‘digital divide‘, uno spartiacque tanto netto quanto doloroso, per chi non possiede strumenti di connessione o non ha possibilità di accesso a una rete pubblica o privata. Da teorie più e meno condivise, una tra tutte quella che non è vero che sul web tutti hanno la stessa possibilità di essere ottenere visualizzazioni, ‘like‘ e ‘thumb up‘ semplicemente perché la distribuzione dei link è frutto della legge di potenza che stabilisce, nella rete, che è più visibile e chi no, o il sito che ha più possibilità di essere visitato; chi ha più potere rispetto a qualcun altro, chi ottiene il ‘pollice in su‘ oggi nel temp(i)o di Zuckerberg come all’era di Augusto, quando bastava un pollice verso per comunicare all’arena chi vinceva e chi moriva. In questa ottica, non è così assurdo pensare che agiscano in modo democratico in un doppio senso: colpiscono chi esibisca manchevolezza etica in un sistema politico, commerciale, religioso; chiunque può partecipare alle azioni sovversive che promuovono, senza esclusioni di natura elitaria. Unica regola: condividerne i principi e le regole.

Resta vero che “Tutto tocca tutto”, come diceva Borges; e questo rende di Anonymous una legione. Una minaccia lo è certamente; come lo è il principio di WikiLeaks, come per altri versi lo fu il Cristianesimo di Paolo nel momento in cui il futuro santo se ne andava da Roma a Gerusalemme a convertire tutte le persone che poteva, collegando teologia e reti sociali per diffondere un messaggio. A piedi scalzi, come sullo strumento a forma di topo che permette materialmente di cliccare e navigare in rete. Anche Anonymous è una fede, fatta di tanti piccoli Guy Fawkes. Una fede in cui esibire una uguaglianza formale non significa catena di montaggio, quella che scatena una risata nella sua chapliniana interpretazione. Né nascondersi dietro un dito, un dito che oramai è diventato molto ingombrante e scomodo, confermando che è proprio dietro a una maschera che l’uomo vi dirà la verità, come l’amara verità di Oscar Wilde. Ma qui è la faccia stessa a cambiare il discorso, a diventare qualcosa in più. La lezione che forse si può imparare è quella di un collegamento reale e volto a uno scopo che si manifesta nelle prassi, dopo che è stata ampiamente sostenuta all’interno di un manifesto. Non è eresia e non è santificazione, stati che d’altra parte la storia insegna a non escludere se accolti in un ragionevole lasso di tempo (Giovanna di Orléans passa da folle totale a santa, anche se nel giro di cinque secoli).

Lo scopo è mettere in dubbio e destabilizzare sistemi che mostrano carenze, ingiustizie o punti oscuri rispetto alla filosofia di cui si fanno promotori; protesta e attacco, critica ed esposizione alla pubblica gogna, esattamente al pari di qualcuno che cerca di fare passare una sola notizia al posto di cento, una sola visione delle cose, un solo partito da votare invece della libera scelta in cabina elettorale. Siamo lontani da destra e sinistra hegeliana, che prendevano a mazzate il re dell’idealismo per poi non poterne prescindere dagli insegnamenti.
Forse il loro è l’unico modo per rovesciare inetti re che affamano di giustizia e verità le persone della loro platea di riferimento che, volente o nolente, alle sue leggi deve prestare orecchio. Giudicando con pura razionalità, a violenza non si risponde con altra violenza – così almeno ci insegnano a scuola e a casa. Ma è coscienza individuale e collettiva, la stessa che porta un prete a difendere due uomini che hanno ucciso per vendicarsi di una ingiustizia subita, quando la cattedra di un tribunale li avrebbe molto probabilmente condannati (Sleepers, 1996, regia di Barry Levinson, ndr.).

Nessuno vi può dare la libertà. Nessuno vi può dare l’uguaglianza o la giustizia. Se siete uomini, prendetevela.” Malcolm X

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IL FATTO
Una firma in più, un’arma in meno

Daniele Lugli, presidente emerito del Movimento Nonviolento, lo aveva promesso nell’intervista di gennaio [leggi] e ieri mattina nella sala dell’Arengo della residenza municipale è stato presentato il Comitato provinciale di Ferrara della campagna “Un’altra difesa è possibile”. Fra gli aderenti Agesci, Acli, Anpi, Arci, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione Viale K, Caritas, Cgil, Copresc, Emergency, Emmaus, Fiom, Legacoop, Libera.
Forse mai come in questo momento la guerra potrebbe sembrare una difesa giusta e necessaria e sappiamo quanto in questi ultimi anni sia stata presentata come umanitaria, ma la verità è che “la carta istitutiva delle Nazioni unite, la nostra Costituzione, parlano piuttosto di un flagello che abbiamo scelto di ripudiare”, ha sottolineato Daniele. “L’intervento armato ha dimostrato tutta la propria insufficienza come forma di risoluzione dei conflitti: dovunque è stato impiegato, dalla Bosnia all’Afghanistan all’Iraq, la situazione semmai si è aggravata. Con questa proposta di legge vogliamo dare una possibilità a forme di difesa differenti, quali i corpi civili di pace disegnati da Alex Langer fin dal 1995, o gli interventi di base sperimentati in luoghi di conflitto dai giovani di Operazione colomba, con costi irrisori e con grande impegno personale”, ha spiegato Daniele.
Una legge di iniziativa popolare formata da quattro articoli per l’istituzione del Dipartimento per la difesa civile, cui afferiranno i Corpi civili di pace, e l’Istituto di ricerca sulla pace e il disarmo, da finanziare spostando parte dei fondi per i sistemi d’arma del Ministero della difesa e attraverso le quote di quei contribuenti che vorranno versare il proprio 6 per mille a beneficio della difesa civile.
L’obiettivo è raggiungere 50.000 firme che permettano di presentare la proposta in Parlamento, per questo sono già in programma iniziative che si susseguiranno nei prossimi mesi. Paolo Marcolini, presidente Arci anche lui presente alla conferenza stampa, si è impegnato ad ospitare banchetti di raccolta firme nelle proprie strutture, a contatto con i giovani, ed in particolare in occasione della Vulandra, al Parco urbano dal 23 al 25 aprile. Anche Emergency, che “è presente nei luoghi di guerra dal ’94 e ha lavorato in 16 paesi, curando più di sei milioni di persone”, come ha ricordato la referente Sandra Broccati, “sostiene la campagna, anche a livello nazionale, e organizzerà un banchetto di raccolta firme alla Sala Estense nella serata del 4 marzo, durante il Viaggio italiano”. Mentre la Cgil di Ferrara, che insieme alla Fiom sta curando il coordinamento organizzativo del comitato provinciale, con il suo segretario provinciale Raffaele Atti ha preannunciato una iniziativa in collaborazione con Fiom sulla riconversione dell’industria bellica.
Nel frattempo si può già firmare a Ferrara all’Ufficio protocollo presso la sede municipale, oppure presso le segreterie di tutti i Comuni ferraresi nei quali si è elettrici o elettori.

Per informazioni e aggiornamenti sulla campagna vedi www.difesacivilenonviolenta.org
Contatti Comitato Provinciale di Ferrara
Davide Fiorini
davide.fiorini@mail.cgil.fe.it
3487510060

charlie-hebdo

IL FATTO
L’attentato contro “Charlie Hebdo”, i giornali d’Europa fanno fronte comune

da Journalists helping Journalist (Ong JhJ, Giornalisti aiutano giornalisti)

Con Le Monde, La Stampa, El País, Süddeutsche Zeitung, The Guardian, Gazeta Wyborcza e
con gli altri quotidiani del progetto «Europa» abbiamo deciso di pubblicare un editoriale comune.

L’attentato contro «Charlie Hebdo» ieri a Parigi, e l’odioso assassinio dei nostri colleghi, inflessibili difensori della libertà di pensiero, non è solo un attacco contro la libertà di stampa e di opinione. È un attacco contro i valori fondamentali delle società democratiche europee.
La libertà di pensare e di informare era già stata messa nel mirino, in questi ultimi mesi, attraverso la decapitazione di altri giornalisti, americani, europei o dei Paesi arabi rapiti e uccisi dall’organizzazione dello Stato islamico.
Il terrorismo, qualunque sia la sua ideologia, rifiuta la ricerca della verità e ricusa l’indipendenza di spirito. Il terrorismo islamico ancora di più.
Rifiutando di cedere alle minacce dopo la pubblicazione, dieci anni fa circa, delle caricature di Maometto, il magazine «Charlie Hebdo» non aveva per niente cambiato la sua cultura irriverente. Allo stesso modo noi, giornali europei che regolarmente lavoriamo insieme nel gruppo «Europa», continueremo a far vivere i valori di libertà e di indipendenza che sono il fondamento della nostra identità e che condividiamo. Continueremo a informare, a fare inchieste, a intervistare, a commentare, a pubblicare e a disegnare su tutti i soggetti che ci sembreranno legittimi, in uno spirito di apertura, di arricchimento intellettuale e di dibattito democratico.
Lo dobbiamo ai nostri lettori. Lo dobbiamo alla memoria di tutti i nostri colleghi assassinati. Lo dobbiamo all’Europa. Lo dobbiamo alla democrazia. «Noi non siamo come loro», diceva lo scrittore cecoslovacco Vaclav Havel, oppositore vittorioso del totalitarismo diventato Presidente. E’ la nostra forza.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

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