Tag: diseguaglianze

Una bussola per il voto

Si avvicinano le elezioni e, come ginestre dopo il lungo inverno,  improvvisamente rifioriscono le categorie di “destra” e di “sinistra”.
Immancabilmente, qualcuno chiosa all’istante che la distinzione non avrebbe più senso, che si tratterebbe di categorie politiche obsolete, inadeguate alla pòlis globale contemporanea.

È davvero così?

In fondo, non sarebbe un dramma. Il mondo ha vissuto benissimo senza la destra e la sinistra fino alla fine del Settecento, ovvero fino a tempi molto recenti se osservati nella prospettiva della Storia.

Nel corso dei suoi circa 250 anni di vita, l’opposizione di ‘destra’ e ‘sinistra’ si è articolata intorno a diversi nodi concettuali: conservazione e progresso, individualismo e collettivismo, relativismo culturale e antirelativismo, e così via. Tra tutte queste opposizioni, ce n’è probabilmente una che è alla base di tutte le altre, o che fa loro da cornice: si tratta degli atteggiamenti e delle condotte verso le diseguaglianze.

Il concetto di Égalité, incastonato al centro del motto nazionale della Repubblica Francese (fino a essere incluso nell’articolo 2 della Costituzione del 1958), appare infatti connotato da uno spessore e da una profondità peculiari rispetto a tutti gli altri implicati nell’opposizione di destra e sinistra.

La riflessione sul senso e sul valore della diseguaglianza, infatti, non si limita a delle analisi di natura politica, o economica, o antropologica, ma si sviluppa come tale sul piano dell’ontologia, ovvero dell’indagine sull’essere.

Lo si vede bene in Marx, per il quale ovviamente le diseguaglianze devono essere radicalmente abolite attraverso il superamento definitivo della divisione della società in classi.

Tutte le trasformazioni prodotte da tale superamento sarebbero conseguite, nella visione di Marx, da un rinnovamento profondo della natura dell’essere dell’uomo, liberato dall’alienazione indotta dal ciclo di produzione del capitalismo.

Un’altra litania – spesso intonata da chi di Marx ha una visione di quarta mano – tenta di liquidare la visione di una società senza diseguaglianze e senza classi connotandola come utopia. Si dimentica il piccolo particolare che società umane non stratificate in classi sociali sono sempre esistite (per molti millenni anche prima che  nascessero quelle stratificate) e, sebbene in proporzioni molto ridotte, esistono ancora. L’antropologia culturale ce ne dà una ricca e incontrovertibile documentazione.

Ciò che spesso sfugge a chi intende minimizzare il valore del tema delle diseguaglianze è che si tratta di un’istanza che affiora lungo tutto l’arco del pensiero occidentale, come espressione di una società che la diseguaglianza l’ha, sebbene con varie gradazioni, nelle proprie radici.

Il ricorrere del tema enuncia, quindi la costante tensione di un mondo particolare, quello occidentale, che riflette sulla propria natura, il proprio essere, il proprio bene.

Per alcuni aspetti (la correlazione tra virtù e ricchezza; la relazione tra proprietà privata, universale e particolare) già in Platone, pur volendo evitare qualsiasi forzatura del suo pensiero, la questione appare ben attuale.

Sempre più, poi, essa emerge come una vera e propria interrogazione di fondo sulla possibilità stessa del bene nello spazio e nel tempo dell’occidente, come in Tommaso Moro, Campanella, Montaigne.

In Rousseau  (quello vero, non la piattaforma), l’interrogativo si fa disperante: la natura umana è benigna, ma l’addestramento a una società fondata sulla diseguaglianza e sulla competizione la corrompe e la fa degenerare. La scienza e la tecnica, inoltre, lungi dall’essere l’espressione più oggettiva e neutrale della ragione umana, sono un potentissimo meccanismo di amplificazione delle diseguaglianze stesse.

L’opposizione di destra e sinistra si distribuisce, insomma, intorno a una sorta di faglia che  incrina le basi dell’Occidente e ne impegna costantemente lo strumento prediletto: il pensiero.

In realtà, dal punto di vista politico, la scissura dovrebbe essere ormai abbastanza ridotta, già che come abbiamo visto le più evolute democrazie occidentali contemporanee, come quella francese, nascono proprio dalla costituzionalizzazione del primato dell’uguaglianza.

Ciò vale anche per la Costituzione italiana, come sa chiunque ne tenga a mente, o nel cuore, l’Articolo 3.

Per mantenersi, dunque, nel solco della forma e della sostanza del dettato costituzionale, destra e sinistra dovrebbero se mai differenziarsi intorno alle strategie, all’intensità, alla radicalità dell’agire democratico teso, in quanto tale, alla riduzione delle diseguaglianze.
In realtà, invece, si distinguono sempre meno, perse in una lontananza siderale dallo spirito della Costituzione.

Così, se ancora vi sentite di destra o di sinistra, avvicinandovi al 25 settembre potrete cercare di orientarvi tra le coalizioni e le liste che chiederanno il vostro voto in base a questo semplice e antico spunto di pensiero: quali sono stati e quali sono i loro atteggiamenti e le loro condotte reali (al netto, ovviamente, delle chiacchiere) verso le diseguaglianze.

Rischierete, in questo modo, di trovarvi entrambi in imbarazzo, per ragioni speculari: chi si sente di destra per un eccesso di offerta; chi di sinistra per la scarsità.

Gli amici di destra possono, però, giovarsi di un consiglio meno generale: se siete veramente di quelli che ritengono che le diseguaglianze debbano essere sapientemente alimentate, fortificate, modernizzate e moltiplicate, rivolgetevi senza esitazione a chi ostende – come un tempo si faceva con il libretto di Mao – l’Agenda Draghi e derivati.

clochard povertà

COVID: MENTRE IL MERCATO E I PROFITTI TRIONFANO…
sotto il tappeto della pandemia si nascondono povertà e disuguaglianze.

 

Leggendo la stampa mainstream sembra che l’unico elemento di conflitto in corso nel Paese, sia quello che oppone i cosiddetti novax al resto della popolazione, in gran parte vaccinata.
Ci sarebbe molto da dire al riguardo, a partire dal fatto di dare una rappresentazione – mi sento di dire, probabilmente molto interessata – di due schieramenti omogenei, l’un contro l’altro armati, ignorando volutamene che, per fortuna, la discussione è ben più articolata.

Per fare solo un esempio, a me pare deleterio mettere nello stesso mucchio i detrattori del vaccino e del green pass, ignorando che, al loro interno, convivono ispirazioni e intendimenti ben diversi, Da chi vorrebbe piegare questa posizione ad un vero e proprio disegno eversivo, come Forza Nuova e soggetti simili (a proposito, dov’è andata a finire la riflessione del governo rispetto alla possibilità di sciogliere queste formazioni?), a chi nega in radice l’ esistenza e gli effetti della pandemia fino a chi, invece, è mosso da paure e titubanze rispetto al fatto di procedere alla vaccinazione.
Ma, al di là di questi ragionamenti, che avrebbero bisogno di una riflessione specifica, ciò che a me appare sempre più chiaro è che questa contrapposizione è agita anche come un “arma di distrazione di massa”. E’ utile cioè a chi vuole stendere una cortina di silenzio rispetto alle scelte che si stanno compiendo in materia di politica economica e sociale, di definizione del nuovo modello di società post-pandemia.

Intendiamoci: non si può sottovalutare quanto sta producendo la persistenza della pandemia, né avere una visione complottistica rispetto alla produzione di quella contrapposizione. Non solo perché essa è al di fuori delle mie chiavi di lettura, ma soprattutto perché non penso che esistano disegni infallibili, già preordinati e destinati a realizzarsi nel momento in cui vengono concepiti. Per fortuna, la storia è un po’ più complessa e non può che tenere conto delle varie forze e soggetti che sono in campo.
Ciò non toglie che l’idea che si stia provando, da parte delle classi dominanti, a far passare sotto silenzio le scelte rilevanti, di sistema che si stanno tentando di affermare nel costruire la ‘nuova normalità’ dopo o nella prosecuzione della pandemia, abbia una seria consistenza.

Provo a mettere in fila alcuni fatti di rilievo in proposito, di cui si parla troppo poco:
in primo luogo, a fronte della propaganda ufficiale per cui saremmo in presenza di una nuova sorta di boom economico testimoniato dalla forte crescita del PIL di quest’anno, superiore al + 6%, l’occupazione non è ancora tornata ai livelli pre Covid. Rispetto, infatti, al febbraio 2020, mancano all’appello ancora 265.000 posti di lavoro.
Inoltre, i nuovi posti di lavoro creati duranti la pandemia sono in grandissima parte contratti a termine: su 502.000 nuovi occupati nel lavoro dipendente nel periodo luglio 2021 / luglio 2020 ben 377.000 sono a tempo determinato, pari al 75%!

Proseguono, peraltro, le crisi aziendali e occupazionali che sono, prima di tutto, il frutto delle delocalizzazioni messe in campo da grandi multinazionali o fondi di investimento.
Aaccanto alla situazione emblematica di GKN e a quelle già note di Whirpool e Giachetti, ogni giorno la lista si allunga, da ultimo con la Saga Coffee nell’Appennino bolognese, senza che il governo si decida ad intervenire in modo organico, con una legge efficace in materia. Si preferisce, invece, affrontarle come singole vicende, da concludere con un po’ di ammortizzatori sociali e incentivi monetari ai lavoratori, perché accettino di uscire dall’attività produttiva.

Il punto è che il governo Draghi continua ad avere un approccio per cui il mercato non solo regola l’economia, ma, nonostante le evidenze note da anni, rappresenta la soluzione di tutti i problemi.

Da quest’ispirazione  si dipana tutto il PNRR, dove il pur rilevante intervento di risorse pubbliche è tutto concepito per creare il mercato in nuovi settori (digitalizzazione e economia “verde”) o per sostenerlo in quelli più tradizionali. La stessa logica, come ha bene scritto Marco Bersani anche su questo giornale  [Vedi qui] informa tutto il nuovo disegno di legge sulla concorrenza, che riapre la strada a forti processi di privatizzazione dei servizi pubblici locali, a partire da quello idrico.
Con l’aggravante che diversi di questi servizi operano in un regime di monopolio naturale, per cui, in realtà, si favorisce unicamente il rafforzamento di oligopoli formati da grandi soggetti privati (alla faccia della concorrenza!).

Oppure, per stare alle questioni di più stretta attualità, è la stessa ispirazione che guida il governo sulla questione TIM.  A fronte dell’interesse del Fondo speculativo KKR per rilevare TIM, appartenente al novero dei soggetti specializzati nel fare ‘spezzatino’ delle aziende e, comunque, orientati unicamente ad alti rendimenti economici, il governo non riesce a dire altro se non che “l’interesse di questi investitori a fare investimenti in importanti aziende italiane è una notizia positiva per il Paese. Se questo dovesse concretizzarsi, sarà in primo luogo il mercato a valutare la solidità del progetto”.
Naturalmente si tace che stiamo parlando di un settore strategico, quello della telefonia e delle reti che la sostengono, a partire dalla fibra ottica, e ci si limita a osservare che “seguirà con attenzione gli sviluppi della manifestazione di interesse e valuterà attentamente, anche riguardo all’esercizio delle proprie prerogative, i progetti che interessino l’infrastruttura”.

In quest’orgia di smisurato ottimismo sulle virtù del mercato che, peraltro, denota un’incapacità delle ‘classi dirigenti’ di volere o riuscire a pensare in termini adeguati ai problemi che stanno di fronte a noi, non potevano essere risparmiati anche i pilastri del sistema di welfare: sanità e scuola.
Sulla prima, sempre il ddl concorrenza, prevedendo di ricorrere alle gare per l’accreditamento delle strutture sanitarie, apre la strada all’estensione del modello lombardo pubblico-privato, con un forte ruolo di quest’ultimo, a tutto il Paese. Proprio come se la vicenda pandemica non avesse insegnato proprio nulla.
Sulla scuola, oltre alla riproposizione del modello aziendalistico, anche se si tratta di un’indagine demoscopica e quindi va presa con la dovuta avvedutezza, desta seria preoccupazione quanto rilevato recentemente dall’Istituto Demopolis, secondo il quale, nella percezione di 2 cittadini su 3, nell’ultimo biennio è cresciuta la povertà educativa, facendo aumentare le disuguaglianze tra i minori ed estremizzando le fragilità dei più piccoli.

Un risultato in linea con quanto è successo relativamente alla povertà economica, come certificato dall’Istat che ha verificato che nel 2020 il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è arrivato a ben il 9,4% rispetto al 7,7% del 2019.
E questo mentre nel 2021 il monte utile delle aziende quotate alla Borsa di Milano ha raggiunto la soglia più alta nella sua storia: non solo un balzo dei profitti di circa l’80% nei primi 9 mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2020, ma anche del 12% del record precedente risalente al 2019.

Si è lungamente parlato della pandemia come di un’occasione per costruire un nuovo modello di sviluppo, più inclusivo, solidale e capace di non lasciare indietro nessuno. La realtà ci consegna, invece, una situazione del tutto diversa, quella di una società più diseguale, povera e anche maggiormente divisa e rancorosa.
Sarà bene prendere consapevolezza di tutto ciò e tornare ad esercitare anche un sano conflitto sulle scelte di fondo che disegnano il futuro del modello sociale e produttivo.

disuguaglianza adolescenti

UNIVERSITÁ E MERITOCRAZIA:
disuguaglianza e competizione studentesca

 

Il termine meritocrazia viene coniato dal sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50 nel libro The rise of the Meritocracy. Il suo saggio critico-satirico, letto in chiave distopica, sostiene l’assurdità di una società in cui ricchezze e potere vengono distribuiti sulla base del QI creando così una classe dirigente ancora più chiusa, indipendente ed escludente.

Young muove questa critica partendo da una denuncia del sistema dell’istruzione pubblica britannica, un modello quanto più attuale che finanzia la creazione di poli di eccellenza ed elitari limitando e marginalizzando ciò che viene considerato mediocrità, un modello oggi chiamato Harvard Here. In questo senso la prima vittima della meritocrazia come intesa da Young è la stessa democrazia, ma oggi sembriamo averlo dimenticato.

Il merito di cui tanto amano riempirsi la bocca i politici ha un significato diverso da quello pensato dal sociologo. Oggi con questa parola vogliamo intendere la richiesta di un giudizio attraverso il quale attribuire a un soggetto un qualsiasi bene in base a una caratteristica ‘personale’.

Diventa dunque obbligatorio chiedersi che cosa costituisce un merito, o meglio ancora che cosa costituisce la caratteristica. A differenza di come sembra essere definito, infatti, il merito non è un concetto assoluto, ma è inevitabilmente relativo all’obiettivo da realizzare e una gamma di valori, negando così il mito dell’oggettività nella valutazione . Lo stesso Young esprime questo concetto attraverso una metafora quanto mai calzante: il merito non è un coperchio buono per tutte le pentole.

Come è evidente, il monito del pensatore inglese non è stato capito, o forse neppure ascoltato. E’ lo stesso Young, in un’intervista sul Guardian del 2001, a mostrarsi amareggiato per il percorso e interpretazione preso dal termine da lui coniato:
«SONO STATO TRISTEMENTE DELUSO DAL MIO LIBRO DEL 1958, THE RISE OF THE MERITOCRACY. HO CONIATO UNA PAROLA CHE SI È DIFFUSA AMPIAMENTE, SPECIE NEGLI STATI UNITI, E DI RECENTE HA TROVATO UN POSTO DI PRIMO PIANO NEI DISCORSI DI MR BLAIR. IL LIBRO ERA UNA SATIRA CHE INTENDEVA ESSERE UN AVVERTIMENTO (CHE, INUTILE DIRLO, NON HA AVUTO SEGUITO) PER METTERE IN GUARDIA PER CIÒ CHE SAREBBE POTUTO ACCADERE IN GRAN BRETAGNA TRA IL 1958 E L’IMMAGINARIA RIVOLTA FINALE CONTRO LA MERITOCRAZIA NEL 2033»

Venuto a mancare nel 2002, sarebbe oggi deluso nel vedere un sistema educativo che si limita a fotografare e riproporre la differenza di classe attraverso sistemi di selezione prematuri e totalmente indifferenti alle condizioni di partenza degli studenti. Nella medesima intervista sottolinea come le nuove generazioni vedano l’istruzione ormai solo come luogo di formazione professionale dove apprendere le cosiddette skill, dimenticando inevitabilmente il ruolo centrale dell’istruzione che, prima di tutto, deve promuovere ed educare alla comune appartenenza a una società politica.

La nostra generazione vive, infatti, un quasi totale disinteresse per la società politica, della quale fa parte senza quasi saperlo. “Nessuna sotto-classe è mai stata lasciata così nuda dal punto di vista morale”, affermava Young nell’intervista di vent’anni fa.

Come sostiene anche il filosofo politico John Rawls nel suo A theory of justice, la vita delle persone è fortemente influenzata dalle contingenze familiari, sociali e – come lui stesso definisce – dalla lotteria sociale, intendendo tutti i fattori assolutamente arbitrari. Nessuno può scegliere se nascere uomo o donna, ricco o povero, in America o in Somalia. Per diventare metro di giustizia il merito dovrebbe muoversi all’interno di un’equa uguaglianza di opportunità: occorre che chiunque abbia la possibilità di sviluppare quei meriti allo stesso modo, partendo da un piano di uguaglianza.

In realtà è la stessa Costituzione Italiana ad affermare un concetto molto simile. L’articolo 34 infatti sancisce: “i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”. Afferma cioè, non  tanto che i gradi più alti di livello di istruzione siano raggiungibili dai meritevoli, ma piuttosto l’intento di abbattere gli ostacoli di ordine economico che impediscono pari opportunità nel raggiungere tali traguardi.
Diventa necessario puntualizzare che gli stessi talenti e capacità intellettive ancora una volta non sono scelte, ma ci appartengono per quella che Rawls chiama lotteria naturale. Per quanto l’esercizio e la pratica siano strumenti necessari per il perfezionamento è inevitabile considerare come questi dipendano da punti di partenza mossi dal caso.  Si va così delineando una nuova forma di classismo, forse già esistente ma che si manifestava in maniera differente, basata sul concetto di merito associato in maniera fuorviante di meritocrazia.

Il merito dentro l’università

All’interno dell’Università la logica meritocratica non è solo presente, ma addirittura predominante. La retorica dell’eccellenza che porta il merito dentro gli atenei si contrappone al reale malessere e disagio psicologico di studenti che vivono una crisi pedagogica e di prospettive. Un’università che esalta individualismo, competizione e il più totale disimpegno per la comunità ha come strumento il merito,  tramite il quale si colpevolizza il fallimento e giustifica il sacrificio fino a limiti infiniti.

Troppe volte la risoluzione di questo percorso è l’abbandono degli studi o costanti burnout  (termine inglese che letteralmente significa bruciato, esaurito scoppiato. Riconosciuto dall’OMS nel 2019 come sindrome occupazionale, è ancora limitato all’ambito lavorativo e non è quindi in grado di quantificare e comprendere il problema dentro la realtà universitaria).

La retorica del merito ha come conclusione l’esaltazione (anche sui mass media) di chi riesce a finire gli studi precocemente, contrapposta a notizie come quella dell’8 ottobre di un ragazzo di 29 anni che si è tolto la vita il giorno in cui la famiglia pensava si sarebbe laureato.
Una retorica che scaricare sul singolo tutte le contraddizioni e le colpe proprie del contesto universitario. Le persone finiscono cioè per sentirsi in colpa se fuori corso, finiscono discriminati se studenti-lavoratori e quindi non frequentanti, finiscono per avere danni psico-fisici a causa di ritmi di esami forti e di assenza di contenuti culturali dentro l’università.

Anche dentro l’Università, come nel mondo del lavoro, ci insegnano una competizione spietata, non tra idee scientifiche come dovrebbe essere, ma tra vicini e studenti come noi. Così, il ‘raggiungimento del successo’ spesso arriva di pari passo con la prevaricazione dei nostri colleghi. Forzati ad un isolamento belligerante – caratteristica maggiormente esaltata durante la pandemia –  viviamo l’Università come carriera universitaria puntando a un’eccellenza che arriva grazie al merito individuale.

fortezza castello

Scuola: gli ultimi difensori della fortezza Bastiani

 

Ormai la letteratura sulla crisi del nostro sistema scolastico è sterminata, ognuno ne analizza le cause da diverse angolazioni ma la conclusione è sempre la stessa, la nostra scuola resta la “grande disadattata” di cui scriveva Bruno Ciari negli anni ’70 del secolo scorso.
Istat, Invalsi, Ocse e tutti i rapporti di Education at a Glance ormai da decenni denunciano i mali di cui soffre il nostro sistema formativo a cui mai nessun governo ha però pensato di porre seriamente rimedio.

La macchina dell’istruzione, oggi, contro le sue intenzioni, è diventata un formidabile amplificatore delle diseguaglianze. Per saperlo non avevamo certo bisogno del tempismo editoriale della Nave di Teseo che in occasione del salone del libro di Torino, pubblica Il danno scolastico, con il sottotitolo significativo: “La scuola progressista come macchina della diseguaglianza”. Opera a quattro mani del sociologo Luca Ostillio Ricolfi e signora, l’ex professoressa Paola Mastrocola.

Una operazione commerciale che porterà vantaggio alle casse della casa editrice, ma che nulla aggiunge alle riflessioni necessarie per risollevare dal disastro il sistema formativo del nostro paese. Anzi, i topos sono sempre gli stessi di quella cultura nostalgica che non riesce a distogliere gli occhi dal passato e che non sa guardare avanti.

La rovina della scuola avrebbe avuto inizio nel lontano 1962 con il governo Fanfani IV e con Aldo Moro ministro dell’istruzione.  Da lì nascerebbe il vulnus della scuola media unica, quella senza latino, vulnus alla scuola severa e rigorosa, alla scuola delle bocciature, alla scuola dei maestri e dei professori di una volta (per non parlare della zia Ebe di Ricolfi), quelli che erano autentici formatori, di cui si è persa ogni traccia.

Poi è stato tutto un precipitare attraverso il ’68, don Milani e Barbiana, l’abolizione del maestro unico, Luigi Berlinguer fino ai giorni nostri, senza salvare nulla e nessuno.

Tutto questo si vuole ora dimostrare, fornendo i dati della ricerca sociologica. Viene il sospetto che i nostri autori in questi anni abbiano vissuto dentro la bolla delle loro convinzioni, senza mai affacciarsi fuori per cui non si sono accorti che ben altri dati assai drammatici andavano disegnando lo stato critico del nostro sistema formativo.
Così nell’intervista rilasciata al Giornale in data 15 ottobre, il sociologo Ricolfi si dimostra disarmato, la china è talmente scesa in basso che è impossibile risalirla, sostiene, ormai  non resta altro che lo strumento della provocazione.

È che la scuola progressista non c’è, non c’è mai stata, la vedono solo Ricolfi e sua moglie nelle loro allucinazioni.
Di Barbiana ce n’è stata una sola e la scuola statale ha continuato a funzionare inalterata nel suo impianto che risale ai tempi della legge Casati e della riforma Gentile. Con i licei, gli istituti tecnici, fino agli istituti professionali ricettacolo di ogni fallimento scolastico e sociale. Un convivere di vecchio e nuovo, con il vecchio che non è mai scomparso e il nuovo che non è mai diventato nuovo. La scuola dell’ibrido, organizzata per ordini, direzioni, cattedre, discipline e scrutini, radicata nel passato ma sempre precaria come il suo personale.

Del resto lo stesso Ricolfi (docente universitario) lo riconosce implicitamente, quando sostiene che: “Però ci sono delle regolarità: se uno studente prende un voto alto, ma non 30 e lode, posso solo indovinare che quasi certamente non ha fatto né il liceo sociopsicopedagogico né il liceo linguistico. Se prende 30 e lode, invece, vado a colpo sicuro: ha fatto il classico.”

È vero che la nostra scuola dell’inclusione, grande conquista degli anni ’70, non è in grado di colmare gli svantaggi, che il successo formativo è ancora un fallimento, perché spesso alle promozioni non corrispondono le competenze. Ma le cause non sono quelle sostenute da Ricolfi e Mastrocola, non sono dovute a una classe docente non più severa perché sopraffatta dalla cultura progressista e dai suoi slogan: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”, il “diritto al successo formativo” che hanno trovato negli studenti e nelle famiglie (nonché nei media) un terreno fertilissimo su cui prosperare”.

Le cause sono la povertà storicamente cronica delle nostre scuole, lasciate senza risorse per combattere gli svantaggi, per consentire i recuperi, per lottare contro la dispersione, per garantire la formazione continua degli insegnanti.
Risorse finanziarie, umane, di mezzi, di strutture e di spazi a causa di quella stessa cultura dei Ricolfi e Mastrocola che ha governato il paese per oltre vent’anni, dalla Moratti alla Gelmini, anche loro però accusate dai nostri autori di aver ceduto al virus del progressismo educativo.
Ognuno ha il suo deserto dei Tartari, la sua fortezza Bastiani da presidiare.

Infatti l’ipotesi della scuola progressista dannosa in quanto produttrice di diseguaglianze, la cui dimostrazione Paola Mastrocola affida ai dati della Fondazione Hume del marito Ricolfi, ha un solo obiettivo, sempre quello: dimostrare il fallimento della scuola statale.

Per gli autori, la scuola dello Stato è alla deriva, ormai non è più recuperabile. Non resta che la soluzione prospettata vent’anni fa, nel lontano febbraio 2001, da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri e Ferdinando Adornato tra i sottoscrittori dell’Appello per la scuola della società civile: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”.

Pare però che in tutti questi anni i nostri intellettuali si siano dileguati e, in buona compagnia di Ricolfi e Mastrocola, non si siano accorti che siamo entrati in un secolo del tutto nuovo e che le loro ricette della nonna o della zia per i nostri figli non sono buone neppure per farci un solo giorno di scuola.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

IL VIRUS DELLA DISEGUAGLIANZA
La pandemia ha reso forti i divari già presenti nella società

 

Le 1.000 persone più ricche del mondo hanno recuperato in appena nove mesi tutte le perdite accumulate per l’emergenza Covid-19, mentre i più poveri per riprendersi dalle catastrofiche conseguenze della pandemia potrebbero impiegare più di 10 anni. È quanto emerge da Il virus della disuguaglianza, il rapporto pubblicato da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze in occasione del World Economic Forum di Davos.
A dicembre la ricchezza dei miliardari nel mondo aveva raggiunto il massimo storico di 11.950 miliardi di dollari, ossia quanto stanziato da tutti i Paesi del G20 per rispondere al coronavirus.

Il Covid19 ha reso più evidenti alcuni importanti divari già presenti all’interno della società. La fascia meno istruita è stata ulteriormente penalizzata, nel lavoro e nelle condizioni di vita. Angus Deaton, premio Nobel studioso delle diseguaglianze, sostiene che il Covid19 aumenterà il divario tra ricchi e poveri in America. La pandemia ha colpito prima e di più i Paesi ricchi, finendo per ridurre in qualche modo il divario tra Paesi ricchi e poveri. “Questo è forse l’unico modo in cui il Covid ha reso il mondo giusto” scrive Deaton.

Un sondaggio globale svolto da Oxfam in 79 paesi rafforza tali previsioni, mentre la Banca Mondiale prevede che entro il 2030 oltre mezzo miliardo di persone in più vivranno in povertà.
Le donne, ancora una volta, sono le più colpite perché impiegate nei settori professionali più duramente colpiti. Le donne rappresentano oltre il 70% della forza lavoro impiegata in professioni sanitarie o lavori sociali e di cura. Questo le espone a maggiori rischi.
La pandemia uccide in modo disuguale: sono le donne e le minoranze etniche a subire il peso maggiore della crisi. In molti paesi sono i primi a rischiare di soffrire la fame e ritrovarsi tagliati fuori dall’assistenza sanitaria”.

I divari nell’istruzione hanno inciso in modo forte: 1/3 degli americani ha un diploma universitario e 2/3 invece ne è sprovvisto. Un fattore, questo, che comporta come prima conseguenza la possibilità o meno di accedere ad un posto di lavoro e, dunque, di avere o meno un dato stile di vita. Si nota ancora quindi – prosegue – che dal 1990 al 2018, l’aspettativa di vita di chi è sprovvisto di istruzione, non ha subito variazioni in positivo. Per contro, in questi 2/3 di popolazione si assiste invece a una più diffusa abitudine al fumo e alle droghe.
In questo contesto il Covid19 ha ampliato le disuguaglianze. I meno istruiti si sono trovati in condizione di non poter lavorare da remoto.

Un altro importante dato di diseguaglianza riguarda le donne. Perché le donne potrebbero soffrirne di più? Prima di tutto perché ci sono molte meno donne che lavorano: il 94% degli uomini tra i 25 e i 54 anni ha un’occupazione, contro il 63% delle donne nella medesima fascia di età.
Le donne, quando lavorano, hanno uno stipendio minore. Gli ultimi dati Eurostat sulla disparità salariale tra uomo e donna in Europa [Vedi qui], registrano una differenza media del 15%.
Oltre all’aspetto economico vi sono implicazioni sociali. Secondo le Nazioni Unite, la chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti aumenta la mole di lavoro domestico e di cura. Le donne che lavorano spendono, in media 4,1 ore al giorno per i lavori domestici e di cura non retribuita, contro solo 1,7 ore al giorno degli uomini. La pandemia enfatizza le note e sedimentate disparità.

Internazionale a Ferrara
Oggi al via l’edizione straordinaria:
focus Europa e disuguaglianze

Da: Eleonora Mazzeo, Ufficio Stampa Internazionale Ferrara

Al via oggi l’edizione straordinaria di Internazionale a Ferrara: focus Europa e disuguaglianze

Al via domani l’appuntamento di gennaio con al centro l’Europa attraverso un’intervista esclusiva a Paolo Gentiloni, le testimonianze dalla Bielorussia, un ragionamento sulle disuguaglianze e un approfondimento sull’ascesa delle nuove destre. Ancora una volta in diretta streaming sulla pagina fb della rivista.

Torna domani per approfondire la grande sfida che oggi aspetta l’Unione Europea, Internazionale a Ferrara. Appuntamento a sabato 16 e domenica 17 gennaio in diretta streaming sul canale Facebook del settimanale con il festival di giornalismo organizzato dalla rivista diretta da Giovanni De Mauro con il Comune di Ferrara. Tutte le indicazioni per seguire il panel si trovano sul sito www.internazionale.it/festival.

Le scommesse dell’Europa

Il vecchio continente si trova ad affrontare una pandemia che ha portato con sé effetti inaspettati. Se ne discuterà sabato 16 gennaio, ore 16, durante la presentazione di Disuguali (Aboca Edizioni), il volume di Stefano Zamagni, professore economista e ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, oggi presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali. Insieme a lui Laura Serrano Conde, giornalista spagnola, corrispondente in Italia dell’Agenzia di Stampa Efe. L’evento è in collaborazione con AbocaEdizioni e in streaming anche su abocaedizioni.com.

La pandemia ha causato in tutto il continente la più grave recessione dal dopoguerra. Il piano di aiuti economici approvato dall’Unione è una grande occasione per rilanciare non solo l’economia ma il progetto stesso d’integrazione europea. L’Italia e gli altri paesi saranno in grado di coglierla? In “Una sfida per l’Europa”, sempre sabato 16, alle 18, risponderà a questa e ad altre domande Paolo Gentiloni, Commissario Europeo per gli affari economici e monetari, a colloquio con i corrispondenti della stampa estera, Jérôme Gautheret, Le Monde e Silvia Sciorilli Borrelli, Financial Times (evento in collaborazione con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea).

Domenica 17 gennaio si parte alle 16 con un incontro con il politologo olandese Cas Mudde che ha pubblicato la sua nuova indagine, Ultradestra. Radicali ed estremisti dell’antagonismo al potere (Luiss University Press). L’autore discuterà con Nadia Urbinati, politologa alla Columbia University. Il 12 agosto 2020, tre giorni dopo il voto in Bielorussia, 250 donne con in mano dei fiori bianchi si sono riunite spontaneamente di fronte al mercato Komarovskij, nel centro di Minsk, per manifestare contro il regime di Aleksandr Lukasenko. Quali sono le radici di questi atti di contestazione? Se ne parlerà durante “La rivoluzione gentile in Bielorussia” sempre domenica 17 gennaio alle ore 18 con la politica socialista belga Maria Arena, membro del Parlamento Europeo; Hanna Liubakova, giornalista bielorussa, e Veronika Tsepkala, attivista politica bielorussa che ha ricevuto, a nome dell’opposizione del suo paese, il Premio Sacharov 2020. L’incontro è in collaborazione con Parlamento europeo – ufficio di Milano.

L’incontro in streaming sarà in italiano e inglese, con traduzione simultanea, gratuito e senza bisogno di iscrizione. Dopo il live resterà disponibile sul sito di Internazionale.

RICOMINCIARE DA CAPO
Le misure europee non bastano, occorre una nuova e diversa politica economica

Giovedì 23 aprile si è tenuta la riunione del Consiglio dell’UE, quella che riunisce i capi dei governo dei 27 Paesi membri per mettere a punto gli interventi per fronteggiare la crisi derivante dalla vicenda Coronavirus. In buona sostanza, esso, da una parte, ha ratificato i risultati già raggiunti dall’Eurogruppo nelle settimane passate e, dall’altra, ha deciso di dar vita al ‘Fondo per la ripresa’.
Se vogliamo una sintesi di quanto deciso: A ) conferma dello stanziamento di circa 500 miliardi complessivi tra MES, Fondo contro la disoccupazione e intervento della Banca Europea degli Investimenti; B ) niente sugli Eurobond e mutualizzazione del debito; C ) creazione del nuovo strumento del ‘Fondo per la ripresa’ di marca francese. Quest’ultimo fondo dovrebbe essere alimentato da risorse significative, ancora però non quantificate in modo preciso, né si è definito della loro suddivisione tra aiuti a fondo perduto e prestiti. Il Fondo per la ripresa ha poi un altro grande difetto: prevede interventi troppo dilatati nel tempo, visto che la nascita del Fondo è collegata al bilancio europeo 2021-2027, mentre la profondità della crisi esige risposte ben più rapide.

Quanto al Fondo Salva Stati (il MES) – che abbiamo da più parti sentito definire “senza condizionalità” – va sottolineato che continua ad essere uno strumento troppo rischioso: oltre ai risparmi decisamente bassi che garantisce rispetto all’attivazione di altre linee di credito, rimane la mancata chiarezza (anche dopo la riunione del 23 aprile) sulle condizioni cui sottostare per il suo utilizzo, che sembrano oggi non presenti, ma che non si esclude possano essere ripristinate in un secondo tempo.
Una risposta dunque complessivamente inadeguata, che appare insufficiente a ridurre le distanze e gli squilibri tra Paesi forti e Paesi deboli che la crisi sta ampliando all’interno dell’Europa, rischiando di mettere in discussione la sua stessa ragione d’essere e di rafforzare i nazionalismi e i populismi, già oggi troppo presenti nelle varie situazioni nazionali. Di ben altro ci sarebbe stato bisogno e ci sarà bisogno, a partire dalla condivisione dei debito, dalla creazione di un conseguente spazio fiscale europeo e dall’affermazione di un ruolo di prestatrice di ultima istanza della BCE, quello cioè di una reale banca centrale pubblica.
In questo quadro, però, non bisogna trarre allora la conclusione che “occorre fare da soli”: una espressione sbagliata perché implica la rinuncia a continuare la battaglia per cambiare gli orientamenti assunti a livello europeo. Si tratta invece di avere la consapevolezza che, sin da adesso, occorre mettere in campo un’iniziativa forte a livello nazionale, che vada ben oltre la logica emergenziale, che è quella che sta contraddistinguendo i decreti in materia economica di marzo e aprile. A maggior ragione se, a partire dall’estate e dall’autunno, ci ritrovassimo in una situazione di ‘agitazione’ dei mercati – il capitale finanziario – con tanto di innalzamento dello spread e ripresa delle attività speculative, come testimoniato dalla recente vicenda del prezzo del petrolio, sceso addirittura a livelli negativi.

In un articolo precedente su questo giornale [Qui] ho già fatto riferimento ad alcuni interventi relativi alla gestione del nostro debito pubblico, come quello di un ruolo attivo della Banca d’Italia e di un prestito obbligazionario ad hoc, rivolto ai risparmiatori italiani. Ciò che però già oggi serve, è delineare un nuovo quadro di politica economica e sociale, in controtendenza rispetto alle scelte compiute negli ultimi anni. A me non pare esista una reale alternativa a questa prospettiva: si illude chi pensa, probabilmente lo stesso Draghi e la gran parte della politica nostrana, che oggi basti  intervenire con quante più risorse possibili, sforando i classici vincoli di deficit e debito pubblico, pensando che, una vota finita l’emergenza, il meccanismo economico possa ripartire come prima.  Non fosse altro perché, in questa visione di continuità con le politiche del passato, il debito dovrà essere ripagato e, stante la profondità della crisi, non si vede come ciò sia possibile senza evitare il rischio di un reale impoverimento di massa.
Parliamo, infatti, di previsioni di un calo del PIL di circa l’8% nel corso del 2020, di un deficit pubblico attorno al 10% e di un debito pubblico che potrà attestarsi attorno al 155% del PIL, rispetto al 134% del 2019: dati che fanno impallidire la crisi del 2008-2009 e che ci riportano, per ordini di grandezza, solo alla caduta determinatasi con l’ultima guerra mondiale. Così come non è pensabile, come dopo il 2011, ricorrere a ulteriori ‘sacrifici’, dopo quelli realizzati con la controriforma dei diritti del lavoro ( vedi smantellamento dell’art.18), di quella delle pensioni ( vedi legge Fornero) e la privatizzazione di pezzi fondamentali dello Stato Sociale e dei Beni Comuni.

Per queste ragioni, diventa non solo giusta, ma necessaria una  svolta profonda, un nuovo paradigma nelle politiche economiche e sociali. Si tratta, per dirlo con una metafora, di arare e seminare un nuovo campo, invece di  buttare nuovi concimi in una vecchia coltura.
Questa svolta di fondo deve concretizzarsi in un grande Piano di investimento e intervento pubblico e in nuove risorse economiche per sostenerlo. Un grande Piano di investimento e intervento pubblico concentrato su alcuni precisi settori e campi di azione che siano capaci, contemporaneamente, di produrre nuova qualità dello sviluppo, ricchezza sociale, buona occupazione e anche un reddito universale di base.

Ho in mente almeno tre campi d’intervento, senza peraltro pensare in modo esclusivo ad essi: il rilancio della sanità e della scuola pubblica (e del Welfare in generale), la riconversione ecologica del sistema economico e un forte intervento per il riassetto idrogeologico del territorio, inclusa la difesa dei Beni Comuni.
Ci sono già proposte e intelligenze per procedere in questa direzione, ma, ovviamente, occorre mettere in campo risorse per diverse decine di migliaia di miliardi di Euro perché esso possa decollare e diventare motore di un diverso modello produttivo e sociale. Peraltro, anche su questo versante, è possibile indicare l’impianto di fondo: un’imposta sulle grandi ricchezze patrimoniali e finanziarie, una lotta decisa e tempestiva lotta all’evasione e alla elusione fiscale, la ricapitalizzazione e il riorientamento delle risorse di Cassa Depositi e Prestitin (CDP), facendola diventare una banca pubblica a tutti gli effetti.

La prima di queste misure dovrebbe essere una patrimoniale concentrata però sui soggetti più ricchi, quelli che indicativamente hanno una ricchezza netta superiore agli 800.000 Euro, che potrebbe dare un gettito annuo che va dai 5 ai 10 miliardi di Euro. In più, avrebbe il pregio di ridurre le grandi disuguaglianze che si sono accresciute negli ultimi anni, visto che, come afferma la Banca d’Italia, più di due terzi della ricchezza netta è posseduta dal quinto più ricco delle famiglie.
L’evasione fiscale si aggira attualmente attorno ai 120 miliardi di Euro. Volendo, esistono le strumentazioni per intervenire in modo significativo su di essa.
Infine, per quanto riguarda Cassa Depositi e Prestiti, l’ultimo Piano industriale (2019-2021) prevedeva interventi per circa 200 miliardi di Euro, finalizzati però quasi esclusivamente al sostegno delle imprese e delle esportazioni. Ora invece andrebbero reindirizzati alle nuove priorità, assieme ad un ulteriore dotazione di risorse provenienti dalla sua ricapitalizzazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che quanto delineato è un bel  ‘libro dei sogni’. In realtà, tale progetto è non solo socialmente equo, ma concreto e praticabile. E alla fin fine è l’unico realista rispetto alla situazione che stiamo attraversando. Ciò non significa che possa affermarsi tranquillamente, tutt’altro: i poteri forti, i grandi interessi economici, e ad oggi anche la gran parte della politica non intendono incamminarsi lungo questa prospettiva. Proprio per questo, occorre una forte mobilitazione, a partire dai movimenti e dalle organizzazioni sociali e della stessa cittadinanza attiva.
Del resto, proprio da qui bisognerà passare, se non si vuole che ritorni una normalità ingiusta e che non funziona. Sentiamo tutti i giorni i ringraziamenti verso gli infermieri, i medici, gli operatori socio-sanitari, e gli autisti, i netturbini e i tanti altri ancora che hanno tenuto in piedi il Paese nell’emergenza. Il rischio vero è che, cito una recente intervista a la Repubblica di Marco  Revelli, “passata l’emergenza si torni agli equilibri di prima: in alto i soliti, in basso gli eroi di oggi, che rischiano di diventare eroi di un  solo giorno“.

Scuola: ancora la grande disadattata

E anche quest’anno cadiamo dal pero con uno scoop che non è uno scoop…

La ‘Scuola in chiaro‘, l’applicazione che il Ministero della Pubblica Istruzione ha messo a disposizione delle famiglie per le iscrizioni online funziona bene, almeno dal punto di vista della trasparenza. Due anni fa fece scalpore il liceo classico Visconti di Roma (vedi qui), che sul sito ministeriale vantava solo un paio di studenti stranieri e nessun disabile, oggi è il turno dell’Istituto Comprensivo di via Trionfale a Roma che vanta un plesso tutto di élite, contro un altro plesso tutto di bassa estrazione sociale.

Materia per le pagine dei giornali, non però per le meningi del Paese che, attonito e rincoglionito, assiste al declino del suo sistema formativo incapace di colmare le differenze non solo tra nord e sud, ma tra quartiere e quartiere, tra plesso e plesso. Tanto che il primo compito della scuola, quello di formare cittadini con pari condizioni e opportunità, non solo è ampiamente e gravemente disatteso, ma da alcuni è addirittura rivendicato come dato di pregio. Pensare che siano sviste o forme di superficialità non assolve dalla responsabilità e dalla colpevole incompetenza di chi è chiamato a esercitare la propria professione in un servizio pubblico tanto importante e delicato come la scuola.

C’è un Paese che continua ad affidare la scuola a ministri raccogliticci. Una scuola che Bruno Ciari continuerebbe a chiamare, ancora oggi, ‘la grande disadattata’. Senz’altro disadatta ai tempi: questa è la questione di cui si dovrebbe occupare innanzitutto la politica. Lo sforzo è pensare, pensare in grande e guardarsi anche attorno, per capire cosa accade nel mondo. Non occorre andare in Finlandia o in Canada, sarebbe sufficiente interrogarsi e cercare di ragionare.

La nostra scuola è ancora una scuola di classe, non riesce a colmare gli svantaggi, le diseguaglianze sociali e territoriali. Non siamo più una società classista, ma classista resta la nostra scuola. Potrebbe importarmi poco che in un plesso vadano tutti i figli di papà e nell’altro no, la cosa che mi importa è quello che mi dà la scuola, come me lo dà, come a scuola ci sto e come la scuola mi fa sentire. Intanto che mi faccia sentire una persona che è lì per crescere e non per stare seduto dietro un banco ad ascoltare in silenzio un adulto che parla di cose di cui non comprendo il senso per il mio progetto di vita.

Potrebbe non interessarmi che c’è un ospedale per i ricchi e uno per i poveri, ciò che mi interessa è che l’ospedale per i poveri lavori molto meglio di quello per i ricchi, perché i poveri hanno meno mezzi, faticano di più e quindi hanno necessità di cure maggiori e migliori. Così è per la scuola, centrale non è il censo, ma che la scuola sia migliore là dove c’è più necessità, abbia gli insegnanti migliori, sia in grado di rispondere efficacemente ai bisogni formativi di chi la frequenta, sia in grado di sperimentare modi nuovi di fare scuola, come da sempre hanno fatto i maestri del pensiero pedagogico. Rompere con l’uniformità per incontrare la particolarità, l’individualità, i bisogni di ogni singola bambina e bambino, ragazza e ragazzo. E per questo diventi appetibile, indipendentemente dalla condizione sociale o dalla collocazione territoriale.

Dunque, non una scuola stancamente ancorata ai suoi riti, ma una scuola che sperimenta nuove modalità d’essere, un luogo laborioso di laboratori, in cui l’offerta formativa sia alta e venga liberamente scelta sulla base degli interessi, delle abilità e di percorsi formativi fortemente individualizzati, anziché imprigionare nelle classi, vale a dire nella condizione anagrafica di ciascuno secondo la logica dei coscritti di leva. Le statistiche, le indagini Ocse, gli avvenimenti riportati dalle cronache, non fanno altro che confermare che a cedere non sono soltanto gli edifici scolastici ma il nostro intero sistema formativo.

 

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Scuola in chiaro ora ti vedo

Non era necessario attendere le iscrizioni on line tramite il sito del ministero “Scuola in chiaro” per scoprire che il nostro sistema formativo, ancorché inclusivo, è ancora classista. La stessa ripartizione in licei, istituti tecnici e professionali è per sua natura una macchina di selezione sociale, neppure tanto occulta, per cui non è il caso di inscenare la solita commedia all’italiana gridando allo scandalo.
La discriminazione non la compiono i dirigenti scolastici che descrivono il contesto economico-sociale della scuola che dirigono sulla base degli indicatori forniti dal Sistema nazionale di valutazione che sono appunto: provenienza socio-economica delle famiglie, la presenza di alunni stranieri, portatori di handicap, nomadi, ecc.
Servono per compilare il Rav, il Rapporto di Autovalutazione di ogni istituto scolastico, necessario a incrociare dati di contesto e risorse in modo da accompagnare i processi e verificare i risultati.
Per cui non si faccia gli ipocriti, fingendo di accorgersi solo ora che i licei classici nel nostro paese continuano ad essere la scuola delle élite sociali per censo e per cultura. Sarebbe più onesto chiedersi perché questo stato perdura, perché disabili, nomadi, stranieri e figli di famiglie economicamente disagiate non giungono a iscriversi ai vari licei Visconti, Doria, Parini e Falconieri.
Ci sono evidenti contraddizioni in tutto questo. Innanzitutto a partire dalla “Scuola in chiaro” che espone in vetrina l’istruzione come “prodotto” confezionato dalla scuola e “consumato” dallo studente, quasi si trattasse di un mercato dove le marche più blasonate offrono la merce migliore, salvo scoprire poi che per i tempi in cui vivranno i nostri giovani è pure avariata. Il persistere del liceo classico come fastidiosa sensazione di voler continuare a restaurare un mondo morente che si ritaglia la sua isola felice nel 6% di iscrizioni. In fine, è del tutto evidente, che il sistema formativo a monte del liceo seleziona anziché promuovere.
Ciò che c’è di realmente chiaro nella nostra scuola è che così com’è funziona poco e male, è poco efficace e incapace di ridurre le diseguaglianze all’interno del sistema.
Negli Stati Uniti d’America la Chan Zuckerberg Initiative di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, e di sua moglie Priscilla Chan, pediatra, investe milioni nell’istruzione pubblica per personalizzare insegnamento e apprendimento. Ogni bambino deve crescere in un mondo migliore, sostengono. Due sono le idee che guidano la Chan Zuckerberg: far progredire il potenziale umano e promuovere le pari opportunità. L’obiettivo è investire su quanto può essere grande ogni vita umana, assicurarsi che tutti abbiano accesso a queste opportunità indipendentemente dalle circostanze.
Questa è la forbice dei tempi, la distanza nel divario: l’ombra del miliardario benefattore che si stende come salvezza sui nostri sistemi formativi ancora d’altri tempi.
Le nostre vetrinette di scuole in chiaro, il nostro mercato degli open day di fronte a tutto ciò fanno sorridere, per non dire che producono tristezza, per la nostra ristrettezza mentale, per le nostre deliranti discussioni sullo smartphone sì, lo smartphone no a scuola.
Prima che arrivi anche da noi la Chan Zuckerberg Initiative, prima di passare dal liceo ginnasio al liceo facebook avremmo bisogno di spremere la materia grigia, di imparare a ripensare alla radice il nostro sistema scolastico, invece di fingere ogni volta di cadere dal pero.
Un sistema scuola che innanzitutto ha necessità di apprendere a funzionare insieme, come corpo di organi affiatati tra loro, a funzionare per un progetto condiviso da tutto il paese, un progetto che accompagni la vita di ogni singola ragazza e di ogni singolo ragazzo dal nido all’università, indipendentemente dalla condizione economica, dall’essere portatore di handicap, straniero, nomade o quant’altro. Una scuola aperta in una società aperta, dalla parte di ogni singola ragazza e di ogni singolo ragazzo.
La grande rivoluzione compiuta dalla tecnologia è quella di consentire a tutti di vivere in ambienti sempre più intelligenti, l’intelligenza ci accompagna ormai dappertutto con i suoi microprocessori, microcomputer, microchip. Questa intelligenza è una grande risorsa per essere noi stessi più intelligenti.
Si sa che un ambiente intelligente cresce l’intelligenza, crea le sinapsi e l’intelligenza si gioca nei primi anni della nostra infanzia.
La scuola in chiaro di cui abbiamo bisogno è una scuola capace di accogliere le nostre bambine e i nostri bambini e sviluppare la loro intelligenza, il pensiero, la mente, capace di offrire ambienti intelligenti ricchi di occasioni di apprendimento e di stimoli dai nidi alle superiori. Non importa se non tutti sapranno tradurre una versione di greco o di latino o risolvere un’equazione differenziale, la cosa che importa è che la cultura diventi per tutti familiare, non qualcosa da temere e da evitare, che ognuno familiarizzi con la propria intelligenza e con quella dell’ambiente che gli sta intorno. Un abito diffuso e quotidiano per tutti in modo che le giovani generazioni vivano immerse nella cultura, nutrendosene e respirandola fin da piccolissimi, e tutti possano decidere liberamente come approfondire i propri interessi e impiegare i propri talenti senza dover più scegliere tra l’angustia selezionatrice di licei, tecnici e professionali, ma tra luoghi di studio dove crescere la propria intelligenza e curare le proprie passioni.

“Io fuggito da Boko Haram e poi venduto dalla polizia agli scafisti”
Ecco Lynus, 19 anni, uno degli ‘invasori’ che fa tremare l’Europa

“Gli agenti della polizia libica facevano affari con gli scafisti. Una notte mi hanno detto: Svegliati, vai in Italia. Io avevo paura di salire sulla barca perché non sapevo nuotare. Poi mio fratello mi ha preso per mano’. Qui il racconto di Lynus Efosa, nigeriano di 19 anni, in Italia da due, si interrompe per l’emozione, il dolore ancora vivo del ricordo. Un’altra pausa quando parla di sua madre, Gladys, e di sua sorella, Fatima. Gli occhi si fanno lucidi. Sempre fieri però. Coraggiosi. A una settimana dai fatti di Gorino abbiamo scelto di vedere quella che è stata definita “invasione” dal punto di vista opposto. Con Lynus abbiamo ripercorso le tappe di un viaggio disperato, da quando iniziò a entrare nella milizia a nove anni fino al suo affidamento a Camelot, che si è occupata di lui insieme all’istituto don Calabria di Ferrara.

Lynus, è molto giovane, quanti anni aveva quando è arrivato in Italia?
Ero minorenne, circa 17 anni, è stato nel luglio del 2014.

Le piaceva stare in Nigeria?
No, non mi piaceva molto. Certo la Nigeria è una terra ricca, ma la ricchezza è nelle mani di pochi che con quel tesoro possono fare tutto, permettersi ogni tipo di sopruso sugli altri, cioè la maggioranza povera. Chi ha i soldi in Nigeria, compra la politica, le istituzioni, persino la polizia.

Anche la polizia?
Se vai in Nigeria con i soldi ti trattano come un re. Sei bianco, sei ricco, la polizia ti fa da guardia del corpo costantemente. Ma se non puoi pagare, anche se uccido una persona a te cara non puoi fare niente, specialmente se chi l’ha uccisa ha amici ricchi. I soldi significano sicurezza.

Tutto è iniziato quando sua madre è stata uccisa, giusto?
Sì.

Capisco che è difficile parlarne, ma può essere importante per inquadrare meglio quello che sta avvenendo in Italia. Se non se la sente andiamo oltre.
No va bene. Mia madre lavorava in una zona del villaggio di Dogo Na Hawa, nel nord della Nigeria, abitata soprattutto da cristiani, infatti lì c’era una chiesa cristiana. Era il 7 marzo del 2010. L’anno in cui è arrivato il gruppo di Boko Haram (il soprannome dell’organizzazione terroristica di matrice islamica ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e per la Jihad’, significa letteralemente ‘Educazione occidentale vietata’, ndr). Mia madre stava lavorando. Tutto andava normalmente e nessuno sospettava niente. Finché non è esplosa una bomba potente. Mia madre è morta. Avevo circa 13 anni.

Poche ore dopo l'attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro ripete in inglese: "Dove sei? Dove sei andato?" Non sappiamo a chi sia indirizzata la domanda. Forse a Dio. L'Occidente quanto ha ascoltato quell'urlo?
Poche ore dopo l’attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro, ripresa da un cellulare, ripeteva in inglese: “Dove sei? Dove sei andato?”. Non sappiamo a chi fosse indirizzata la domanda. Forse a Dio. L’Occidente quanto ha ascoltato quell’urlo?

Dove si trovava quando è successo?
Ero fuori paese a comprare roba da mangiare con mio fratello. Mia sorella invece era in giro a vendere cibarie.

Lei è il più piccolo di tre fratelli, giusto?
Sì, piccolo ma coraggioso.

Perché dice coraggioso?
Perché quando avevo dieci anni sono entrato in un gruppo paramilitare per la difesa del mio Paese. Non avevamo le armi, ma controllavamo notte e giorno la nostra zona e sorvegliavamo che tutto andasse bene.

Ha deciso liberamente di entrare nell’organizzazione?
Sì perché quando eri uno di loro, la gente ti rispettava, nessuno poteva farti niente. Ti sentivi sicuro.

Ma non andava a scuola?
Sì ma ho smesso a nove anni.

Perché?
Problemi economici. Mio padre Emanuel è morto quando avevo tre anni. Ha avuto un incidente stradale. Faceva il camionista per la Guiness, la birra. Dopo questo fatto, mia madre è stata costretta ad andare a lavorare e ha aperto un negozietto di alimentari, mia sorella l’aiutava a vendere.

Quando una donna con bambini rimane vedova come può vivere, non c’è nessuno che l’aiuta?
Sì di solito i parenti del marito e i suoi genitori. Ma nel nostro caso non è stato così perché per potersi sposare i miei si sono dovuti mettere contro le rispettive famiglie. I parenti di mio padre non volevano perché mia madre veniva dal nord. Una volta il nord e il sud non erano amici.

Pare che questo avvenga in tutti gli Stati del mondo. Ma torniamo alla sua storia. Chi vi ha avvisato dell’accaduto?
Nostro zio. Noi lo chiamavamo zio, ma era un vicino di casa che ci aiutava. Era musulmano. È venuto da noi, ci ha presi con sé, ci ha portati a casa e ci ha detto: “E’ finita. Qui non è più sicuro per voi. Partiamo e andiamo in Niger, lì conosco qualcuno”.

Il 7 marzo sembra un giorno come tanti. Invece in un batter d’occhio per lei è cambiato tutto. Cosa è avvenuto immediatamente dopo l’attentato?
Sì ho perso mia madre, si chiamava Gladys. E sia io che mio fratello abbiamo perso i contatti con mia sorella Fatima. Da allora non sappiamo cosa le sia successo, se sia viva o no, o dove sia andata. Fatima è un nome musulmano. Prima vivevamo vicini cristiani e musulmani. Il giorno della bomba è scoppiata una guerra civile, perché dopo sono arrivati i militari nigeriani con i fucili e sono iniziate le sparatorie.

Da qui in poi comincia un viaggio di quattro anni che culmina con la salvezza, che ha il volto della Marina Militare Italiana. Prima di arrivare a questo però, Lynus dovrà affrontare un viaggio di più di due anni dalla Nigeria alla Libia, poi la prigionia nelle carceri libiche. Infine verrà venduto dalla polizia agli scafisti e verrà portato in alto mare, a pochi chilometri da Lampedusa, dove non sbarcherà mai a causa dell’enorme quantità di profughi presenti sull’isola. Lui e il fratello Erik saranno condotti direttamente a Napoli. È il giugno del 2014. Ma facciamo un passo indietro.

La persona che voi chiamavate zio vi ha portati da alcuni amici in Niger, giusto?
Sì, siamo rimasti lì parecchio più di un anno, credo, non ricordo bene. Davamo una mano in campagna. Ma eravamo stranieri in mezzo a stranieri e la situazione del Niger non era buona. Un giorno lo zio ci ha detto che in Libia c’era possibilità di lavorare e che là c’erano molti nigeriani. Così ci siamo aggregati, questa volta da soli, ad un gruppo di persone che con jeep e camion stava attraversando l’Africa per andare in Libia. Su quei camion c’era gente di ogni nazionalità e gruppo etnico, tutti stipati. C’era gente dalla Costa d’Avorio, dal Cameroon, dal Mali, eccetera.

Quindi finalmente arrivate in Libia.
Sì, ma quando siamo arrivati, gli autisti ci hanno chiesto i soldi del viaggio. Noi non ne sapevamo nulla. Non sapevamo se nostro zio li avesse già pagati. E in più non avevamo niente di niente. E quelli ci hanno detto: Se non pagate chiamiamo la polizia. I poliziotti sono arrivati e ci hanno portato subito in prigione.

Qui il racconto si interrompe, le parole faticano ad uscire, sono bloccate da un nuovo nodo di dolore.

Se la sente di parlarci del periodo della prigione?
È stato molto brutto. Ci hanno divisi, io con i piccoli e mio fratello con i grandi, anche se abbiamo solo due anni di differenza. A me hanno trattato abbastanza bene perché ero piccolo per loro, a mio fratello no.

Ha subito violenze?
Mio fratello non è stato fortunato come me.

Quanto siete rimasti in prigione?
Circa un anno e mezzo. Mese più mese meno.

Lei aveva circa 15/16 anni. Perché vi hanno tenuto così tanto?
Perché aspettavano che qualcuno ci reclamasse. C’erano molti ragazzi in prigione, quando le famiglie se ne accorgevano, pagavano per farci uscire. Ma per noi nessuno ha pagato.

Quindi cosa è successo?
Un giorno un poliziotto viene e parla con me e mio fratello. Ci chiede cosa ci facciamo lì dentro e poi ci dice: Ok, trovo il modo di mandarvi fuori. Ma noi abbiamo risposto: Non sappiamo dove andare. Nessun problema, dice lui, vi aiuto io.

E vi ha aiutato?
Ci ha aiutato. Ci ha portato a casa sua. Poi una notte ci ha detto venite con me. Ci ha portato in una città che non conoscevamo, di nome Tripoli. Siamo andati sul mare. Diceva: “Vi faccio vedere una cosa”. Noi avevamo paura, ma non avevamo scelta.

Cosa c’era là sul mare?
Un gruppo di persone e una barca. Ha detto: “Vedete quelle persone lì? Vanno in Italia. Voi andrete con loro”. Ma io non volevo andare e piangevo. Piangevo perché non sapevo nuotare e avevo paura. Ma mio fratello mi ha preso per mano e mi ha fatto coraggio. Così mi sono ricordato che io ero quel ragazzo piccolo, ma coraggioso.

Ma chi ha pagato?
Non lo sappiamo. Ma abbiamo capito che la polizia dà agli scafisti gente sempre nuova per il viaggio. E molti sono reclutati dalla galera.

Come è stata la traversata in barca?
Per fortuna il mare era calmo, anche se comunque io non ho fatto altro che vomitare. Da dove ci avevano messi non vedevamo fuori. Ad un certo punto ci siamo accorti che non c’era nessuno a comandare, c’eravamo solo noi. Non ho mai capito chi guidasse. Infatti quando è arrivata la Marina Italiana non ha trovato nessuno a guidare. Qualcuno ci deve essere stato, poi si sarà confuso tra la gente.

Quanto siete stati in mare?
Ci siamo imbarcati la notte, tutto il giorno abbiamo navigato e alla notte successiva è spuntata la nave italiana.

Cosa ha provato?
Mi sono sentito contento. All’inizio piangevo e avevo paura perché ero rimasto da solo, mi avevano portato in salvo e mio fratello era rimasto in barca, ma poi nel giro successivo è arrivato anche lui. Siamo rimasti tre giorni nella nave militare: ci hanno detto che bisognava andare a Napoli perché a Lampedusa c’era troppa gente.

Poi una volta a Napoli qualcuno si è occupato di voi?
Sì, siamo stati subito trasferiti a Bologna. Siamo rimasti lì una settimana e poi siamo arrivati a Ferrara con Camelot. Siamo stati sistemati alla Città del Ragazzo, istituto don Calabria.

Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo
Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo

Sentire che ci sono problemi con gli stranieri, sapere i fatti di Gorino e tutto quello che si dice come la fa sentire? La fa arrabbiare?
No, mi dispiace che la gente ha paura. Però penso alla questione del grattacielo: la gente ha ragione. È normale non volere nella tua città cose come droga e violenza. Ed è vero che molti nigeriani gestiscono il traffico di droga. È una cosa che fa male anche a me. Mi danno fastidio spesso.

In che senso?
Mi capita spesso che qualche signore italiano mi fermi per strada e mi chieda: “hai la droga?”. Io mi arrabbio moltissimo, rispondo: “Cosa credi che siccome siamo nigeriani siamo tutti uguali?”

E loro?
Loro mi mandano a quel paese e se ne vanno.

Qual è il suo sogno, Lynus?
Vorrei lavorare, magari fare il parrucchiere, un lavoro che facevo anche da piccolo in Nigeria e per cui ho fatto anche un corso qui in Italia. Poi con il tempo una donna e una famiglia.

Non vuole tornare in Africa?
No assolutamente. Prima devono morire tutti i presidenti corrotti, deve cambiare la situazione. E credo che anche se sono giovane non farò in tempo a vederla cambiare.

Lei è stato accolto come minore alla Città del Ragazzo, poi sempre sotto Camelot è passato in una comunità per neo maggiorenni a Tresigallo. E ora?
Ora sono in scadenza. Dopo Natale dovrò lasciare la comunità, ma non so cosa farò, dove andrò ad abitare. Per pagare l’affitto mi servono un po’ di soldi. Al momento grazie all’aiuto di Camelot sto facendo il servizio civile nella biblioteca di Tresigallo, e sono molto contento di lavorare lì, ma ovviamente se dovessi pagarmi vitto e alloggio i soldi non basterebbero.

C’è stato un momento felice, spensierato nella sua vita?
Quando ero bambino e giocavo, prima di dover andare a lavorare a nove anni. Ero troppo piccolo per capire cosa succedeva, ed ero felice.

Terrorismo e Occidente

Il giornale satirico, il supermercato, lo stadio, il teatro, il caffè, l’aeroporto, la stazione della metro, il treno, la festa in piazza, il festival di musica, la chiesa. Sono i luoghi in cui si è abbattuta la furia omicida del terrorismo al grido di “Allah è grande” da oltre un anno a questa parte, ormai in mezzo mondo. Senza contare la quotidiana carneficina che continua a compiersi in Medioriente, di cui anche l’informazione pare sempre più stanca di tenere una puntuale contabilità.
Uno tsunami del terrore. Una globalizzazione che, invece di portare benessere, sta seminando a piene mani morte e paura, e nella quale i piani di analisi si sovrappongono in maniera inestricabile, mentre si rincorrono confuse e disorientate le voci di esperti e commentatori nel tentativo di capire chi sono e perché lo fanno.
E’ oggettivamente difficile comprendere in un unico filo logico l’omosessuale islamico di Orlando, i rampolli universitari dell’alta borghesia autori della mattanza nel ristorante di Dacca, il trentunenne camionista che ha compiuto la strage di Nizza, i tagliagole che hanno sgozzato Jacques Hamel, parroco della chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray in Normandia (in una Francia particolarmente martoriata), la nascita dell’Isis, tuttora avvolta da non pochi dubbi come scrive Massimo Campanini (Il Mulino 2/2016), e il conflitto islamico tra sciiti e sunniti.
C’è tuttavia un piano della riflessione che stenta a farsi largo, mentre farci i conti a viso aperto potrebbe aiutare a capire meglio.
Massimo Cacciari (L’Espresso 28 luglio) scrive di un “disordine globale in cui stiamo vivendo”, di drammi che sono “tante ondate che si vanno abbattendo su ogni nostra antica terra ferma” e della necessità di “decifrare le grandi faglie telluriche che stanno rovinando l’una sull’altra”.
“E da dove iniziare – si chiede – se non da noi stessi?”.
Qui è il punto: il contesto nel quale sta montando questa ondata di morte. Contesto nel quale altrettanto si sovrappongono piani diversi: Islam, immigrazione, scenario geopolitico, intelligence, capacità di risposta e prevenzione, modelli d’integrazione…
Contesto però significa anche la condizione in cui si trova l’Occidente, l’Europa. Capire questo forse non dà le risposte che la politica deve dare subito, ma dà maggiormente l’idea della sfida epocale.
Diversi stanno dicendo che il terreno sul quale si sta portando questo attacco è un Occidente che ha continuato a credere che la propria cultura fosse “un’infrangibile rete – scrive ancora Cacciari – gettata sull’intero pianeta”. Nella cieca presunzione di sovrapporre umano e naturale, l’ultima formula occidentale, la globalizzazione, invece dell’approdo definitivo verso un mondo di ricchezza e benessere, sta creando e dilatando a dismisura differenze e inequità.
Così l’appuntamento con il nuovo volto del terrore è affrontato da una civiltà assediata da moltitudini di diseredati e disperati (la proletarizzazione globale) che, per nulla rassegnati, avvertono, come tutti, che la disuguaglianza è un’ingiustizia.
E all’interno dei singoli contesti nazionali, per la presenza crescente di immigrati (con tassi di natalità differenti dagli indigeni), per politiche sociali ed economiche che stanno erodendo i sistemi di welfare e penalizzando gli strati più deboli della popolazione, si finisce per annullare ogni legame di solidarietà, minando così il patto su cui sono state costruite le democrazie, specie europee, dopo il suicidio di due guerre mondiali.
Altri, poi, fanno notare che se è vero che va riducendosi la disuguaglianza globale perché ogni giorno migliaia di famiglie cinesi o indiane stanno passando dalla povertà a un relativo benessere, il prezzo è pagato dallo scivolamento progressivo verso il basso della classe media, in quanto all’interno degli stati occidentali si assiste parallelamente a una concentrazione della ricchezza in una cerchia sempre più ristretta di ricchi sfondati. Anche quando qualcuno alza il dito per porre un problema di riequilibrio, per esempio delle pensioni, è addirittura il diritto con tanto di toga a dire che non si può fare.

E’ maledettamente complicato – scrive Raffaele Marmo su QN (25 luglio scorso) – spiegare a un operaio specializzato italiano che la perdita di reddito, tutele, status sociale e welfare, avviene nel nome del diritto di altri alle stesse cose.
Così la temperatura sociale cresce, le società si incamminano verso un tutti contro tutti e alla colossale pressione portata dal fiume del proletariato esterno si somma il surriscaldamento della proletarizzazione interna.
Non ci vuole un esperto, a questo punto, per vedere un vero e proprio rischio per le stesse democrazie.
Da un altro punto di vista Silvio Ferrari (Il Regno 10/2016) pone il problema di reimpostare il concetto di libertà religiosa in un’Europa in declino.
Partendo dallo stesso concetto della fine del sogno europeo di supporre i propri principi e modelli come universali, si arriva a dire che non ci può essere neppure una nozione universale di religione.
Il consiglio è rinunciare alla speciale tutela del diritto di libertà religiosa, comprendendolo all’interno delle libertà di parola, associazione, stampa, evitando il problema di definizione giuridica di religione.
Ulteriore segno che l’Europa deve accettare di non avere più il monopolio dell’universalismo e che sarebbe meglio accettare di dialogare e interagire con altre visioni nate da esperienze diverse.
La conclusione cui diversi arrivano è che questa miscela esplosiva è già all’opera e che non solo è bene ripensare politiche economiche, ma anche la visione stessa che l’Occidente ha di sé. Uscire cioè da una concezione tolemaica per approdare compiutamente a una copernicana, innanzitutto culturale.
Altrimenti, fanno notare, se all’attacco attuale si risponde solo resistendo, prima o poi ci si trova in stato di assedio.
E allora i vari Brexit, Le Pen, Salvini, Trump, vanno ascoltati come campanelli d’allarme, per le leadership rimaste finora al comando per lo più assecondando una globalizzazione che amplifica le differenze e ormai guardate in modo crescente con senso di fastidio, senza neppure più differenze tra destra e sinistra, da un elettorato sempre più lontano dalla politica e dalle urne.

A distanza di anni suona profetico l’inizio del film “L’odio” di Mathieu Kassovitz del 1995: “E’ come la storia di quell’uomo che precipita da un palazzo di 50 piani. Mentre cade da un piano all’altro dice: fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. Il problema non è la caduta, è l’arrivo”.

moneta

Il sistema monetario genera privilegi e diseguaglianze. Ma si può cambiare

“Toglietevi dalla testa che stampando moneta si risolvono i problemi”. Affermare di voler cambiare i principi di funzionamento attuale del sistema monetario non significa non aver presente questo assunto. Non ci sarebbero argomenti validi per mettere in relazione le due cose, ma visto che l’argomento viene sempre fuori, dà l’idea di una difesa di base dei meccanismi fondanti della distorsione monetaria del mondo moderno. Ciò nonostante gli evidenti squilibri a cui quotidianamente e tragicamente assistiamo.
Una difesa dello ‘status quo’ che passa immancabilmente dall’assioma sistema monetario = stampare moneta e inflazione e, nei casi peggiori, va a scomodare le distorsioni iperinflazionistiche di Weimar e dello Zimbawe (che per la cronaca oggi è in deflazione).

Cerchiamo allora di capire un po’ meglio l’inflazione ma soprattutto di quanto sarebbe invece più utile parlare seriamente di sistema monetario e di un suo rimodellamento, del perché non sia un argomento astruso e avulso dalla nostra realtà quotidiana ma che anzi la modelli a sua immagine e somiglianza.
In un mondo semplice che adotta politiche monetarie semplici stampare più moneta di quella che è la capacità di produrre e scambiarsi beni e servizi provoca l’ovvia conseguenza che un parte di quella moneta stampata sia inutile, si crea quindi inflazione e nella sua espressione peggiore iperinflazione. D’altra parte, sempre in questo sistema semplice, stamparne troppo poca rispetto ai beni e servizi circolanti renderebbe impossibile scambiarsi tali beni e servizi e, nella sua espressione peggiore, la mancanza di moneta in circolazione provoca deflazione.

In un sistema così “primordiale” l’unico sforzo che dovrebbe fare lo Stato è che ci sia corrispondenza tra beni e servizi circolanti e moneta prodotta. Potrebbe farlo direttamente o grazie all’aiuto di una banca centrale che operi nell’interesse pubblico.
Purtroppo oggi non è più così semplice descrivere, e tanto meno prescrivere, ciò che succede nel mondo dell’economia. Il mondo non è più semplice, si basa su interrelazioni sociali, economiche e monetarie globali per cui i ragionamenti si complicano. Abbiamo ad esempio che il Giappone, avendo bisogno di inflazione, per anni pompi moneta nell’economia ma non riesca a raggiungere il suo obiettivo, condiviso tra l’altro anche dall’eurozona. Anche qui, infatti, l’aumento di emissione monetaria non ha prodotto un aumento dell’inflazione come invece sarebbe successo nel nostro mondo semplice. In Europa succede addirittura il contrario, cioè fenomeni deflazionistici a fronte di aumento di emissione monetaria.

  • Quindi, per fissare un paio di principi:
    stampare non risolve tutti i problemi;
    stampare, oggi, non vuol dire inflazione.

Per andare avanti bisogna fare qualche passo oltre il mondo semplice ed arrivare a quello che potremmo chiamare mondo complicato. In questo mondo complicato esistono una serie di strutture tra lo Stato e la gente che allontana gli uni dagli altri e ciò che fa l’uno arriva per lo più distorto all’altro. Tra i due ci sono le banche, gli istituti finanziari (ops, oggi sono la stessa cosa), i derivati, i comitati tecnici che governano gli Stati, le infiltrazioni della finanza nelle scelte politiche, gli interessi delle multinazionali, gli interessi dei grandi interessi alla libera circolazione dei capitali e dei prodotti finanziari e poi ci sono le borse, le aste dei titoli di stato, ecc.,ecc..

Succedono allora cose strane. Ad esempio che una Banca Centrale stampi moneta ma che questa moneta non arrivi al mercato reale, quindi non incide sulla vita delle persone che invece ne avrebbero bisogno perché non possono procurarsela in altro modo se non ricevendola dai canali ufficiali. Succede anche che le aziende, mancando di credito nonostante il mondo sia inondato di moneta, chiudano.

Peccato, la piccola azienda italiana ha peculiarità tutte italiane: è legata al territorio, crea ricchezza che lascia sul territorio e se prospera, prospera tutto il circondario. Ma qualcuno è convinto che grande è meglio, sempre.
Arriva allora la multinazionale, la grande azienda magari straniera, a sopperire, ad occupare il posto liberatosi. E’ grande, quindi non ha problemi di credito perché nel mondo complicato la concorrenza non è leale, non a tutti vengono date le stesse possibilità, quindi se sei grande vinci facile, soprattutto se lo Stato non controlla, si tira via dalla lotta e anzi non crea le condizioni perché la piccola azienda possa prosperare e continuare la sua attività. Lo Stato, non agendo, in pratica agisce a favore del più forte.

Ci conviene? La multinazionale non lascia i suoi profitti in Italia, ci sta finché ne ha convenienza ovvero fino a quando non trova un altro posto libero dove poter diminuire le spese e aumentare i suoi profitti. Non è legata al territorio, per lei quello è solo un posto dove ricavare profitti, la comunità non esiste come voce nei suoi bilanci. Ci piace questo? A me no, ma è facile per me, sono italiano e guardo al benessere della mia nazione non ai profitti della multinazionale.

Ma ritornando al punto, dove finiscono questi soldi stampati e come mai la Banca Centrale del mondo complicato non li fa arrivare alla gente? Perché stampa solo una piccola parte della moneta in circolazione (circa il 7%) e la fa passare attraverso quelle infrastrutture di cui sopra, le banche e tutto il resto. Viene moltiplicata quasi all’infinito e passata ai mercati finanziari lasciandone le briciole al mercato reale, quello dei beni e servizi che ci servono per vivere.

Le banche creano infatti circa il 93% della moneta in circolazione. E questo è un male? Anche qui, come al solito, dipende! Se lo Stato avesse un meccanismo di controllo della creazione e dell’allocazione della moneta, allora forse non sarebbe un problema. Meccanismo che ad oggi non ci sono perché sono stati eliminati con provvedimenti legislativi, si badi bene, cioè attraverso una volontà politica e non un violento golpe.

Il mondo complicato che ci è stato cucito addosso, utilizzando un sistema monetario perverso che fa da chiave di volta, vive di diseguaglianza, in ogni senso. E’ fatto in modo che sia sempre il più forte a vincere e che siano sempre i suoi interessi a prevalere. Solo questo è il motivo per cui le aziende chiudono, le condizioni di lavoro peggiorano e si vedono in giro sempre più catene di supermercati invece che i piccoli negozi di generi alimentari. Ci tolgono il piacere della chiacchiera con la proprietaria perché bisogna essere veloci, comprare il più possibile e sempre, di domenica come a Natale e Pasqua, come delle macchinette senza anima.

La situazione peggiora a favore di qualcosa che è poco naturale per gli esseri umani ma dovrebbe essere assolutamente impensabile in Italia dove ancora crediamo sia bello pranzare con tutta la famiglia e fare due chiacchiere bevendo un caffè. Abbiamo fretta di cambiare, di trasformare la cucina mediterranea in pancarré con bacon. Starbucks e McDonald’s hanno un senso in un Paese come l’Italia? E’ progresso, giusto.

Abbiamo un mondo che gira intorno ad un sistema monetario sbagliato, che permette privilegio e diseguaglianza, che per funzionare in questo modo ha bisogno di poche regole, di Stati distratti e governi compiacenti. Se questo ci piace allora non ci sono problemi, la strada è stata tracciata e possiamo anche smettere di chiederci perché diminuiscono i posti in ospedale, i servizi peggiorano, le piccole banche falliscono ed adattarci a comprare arance marocchine e olio tunisino.

La buona notizia, per quelli che “mi piacerebbe cambiare”: il sistema si regge su scelte politiche, è iniziato per scelte politiche, continua per scelta politica.

ricchezza-poverta

Opulenza e miseria, l’insostenibile diseguaglianza del mondo

L’ultima in ordine di tempo è stata Barilla, ma quella di farsi ciascuna la propria fondazione rivela una tendenza ormai ampiamente diffusa fra le grandi imprese. E testimonia un paradosso di questa nostra “modernità”: da una parte ci sono Stati ed enti pubblici privi di risorse e indebitati sino al limite del fallimento (qualcuno anche oltre il limite, come le cronache segnalano); dall’altra, realtà private così opulente da potersi permettere di creare strutture senza scopo di lucro, come appunto le fondazioni. Per qualcuno la scelta della fondazione rappresenta un sincero slancio filantropico che scaturisce dalla coscienza dell’ingiustizia insita in una distribuzione delle risorse mostruosamente squilibrata, a causa della quale all’enorme accumulazione appannaggio di pochi, corrisponde indigenza e miseria di tanti.
Per altri, meno nobilmente, si tratta invece essenzialmente di escamotage per alleggerire il peso dell’imposizione fiscale, o per creare una positiva immagine di sé e trarre da ciò un utile ritorno in termini di mercato, o ancora per condizionare le scelte di attori pubblici (politici, giornalisti…) orientandone l’azione e il giudizio, con la lusinga e il sapiente utilizzo della leva dei finanziamenti che la fondazione può decidere di erogare o non erogare a favore di questo o di quello, secondo i “meriti”. In questi casi l’impresa utilizza la fondazione come ‘arma’ impropria o strumento di pressione a proprio vantaggio.

In ogni modo, anche nella fattispecie del benevolo e disinteressato contributo, si assiste allo stravolgimento della corretta dinamica pubblico-privato. Il privato è infatti posto in condizione di accumulare smisuratamente ricchezze e potere sino a creare condizioni di dipendenza dei soggetti pubblici dalla propria munificenza.
Succede così, e lo vediamo ogni giorno, che per garantire servizi essenziali in ambito sociale, culturale, urbanistico, ormai anche socio-sanitario (la base del welfare), sempre più spesso Comuni e altre istituzioni di rappresentanza dei cittadini debbano fare appello ai privati ed elemosinare quelle indispensabili risorse che gli enti pubblici ormai non hanno più nella loro disponibilità.

I dieci uomini più ricchi al mondo complessivamente dispongono di oltre 500 miliardi di dollari. Non se la passano male neppure i dieci italiani più ricchi, con i loro 90 miliardi.
Consideriamo che recenti dati Istat hanno rivelato come in Italia il 5 percento della popolazione detiene un quarto del reddito nazionale, mentre un italiano su due è costretto a vivere con appena 15mila euro all’anno. Un italiano su due!
Negli Stati Uniti va pure peggio: l’un percento più agiato controlla addirittura un terzo della ricchezza complessiva del Paese, circa 57mila miliardi di dollari, mentre l’80 per cento della popolazione si spartisce il 7 percento appena del reddito.

Sono accettabili simili livelli di concentrazione delle ricchezze e squilibri così vertiginosi? È possibile ed è ancora tollerabile che singoli individui abbiano personalmente più ricchezze di quante ne ha un intero Stato? Non è di fatto – questa – la prova di un regresso della nostra “modernità” a una condizione di barbarie feudale, in cui i signorotti affamano il popolo e possono nella sostanza disporre di ognuno a proprio piacere? Il tutto, peraltro, ammantato da un viscido velo di infingimento, che sbandiera concetti come libertà e democrazia…
Ma di quale libertà godiamo, realmente, oggi? In che misura siamo davvero in condizione di autodeterminare le nostre scelte? E possiamo davvero stimare ‘democratico’ il sistema che ci governa, se non solo la partecipazione popolare è ormai scesa ai livelli minimi, ma persino la possibilità stessa dei governi di compiere scelte autonome, coerenti con il mandato ricevuto, è sostanzialmente compressa e condizionata da poteri esterni, orientati a logiche economicistiche e asserviti agli interessi del capitale, della finanza e degli oligopoli industriali?
Sono domande – queste – tutt’altro che astratte. Riguardano la nostra vita presente e il nostro futuro. E impongono risposte chiare, scelte mature e azioni conseguenti.

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