Tag: disperazione

PER CERTI VERSI
Si è buttato sotto il treno

SI E’ BUTTATO SOTTO IL TRENO

Si è buttato sotto il treno
Nella morte più disperata
Che straccia
La vita di un giovane
Con un viso
Da cerbiatto
Diciotto anni
Di insulti
Di chissà quali
Colpe ingoiate
Nella più sola innocenza
Di essere gay

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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L’ultima brezza dell’anima

Stairway To Heaven (Led Zeppelin, 1971)

Un vento gelido e tagliente mi frustava la faccia, mentre il frastuono delle onde che sbattevano contro i pilastri del ponte e contro gli enormi massi frangiflutti sottostanti copriva gli ululati strazianti del mio cane: lui aveva già capito tutto.
Respirando a pieni polmoni l’aria della baia, migliaia di minuscole goccioline che il vento faceva risalire dalle creste spumose delle onde lasciavano un sapore salato in bocca e un odore salmastro tutt’intorno.
Mi voltai indietro e lo guardai un’ultima volta, appoggiai una mano sul finestrino e salutai il mio giovane e forte compagno di solitudine. Vidi nei suoi occhi la disperazione dell’abbandono, abbaiava e grattava forsennatamente il vetro del finestrino.
Quella scena aggiunse ulteriore pena al dolore che mi tormentava l’anima. La convinzione che avrebbe comunque trovato una buona sistemazione, grazie alle indicazioni che avevo lasciato scritte in un foglio piegato e riposto nel bauletto del cruscotto, m’aiutò ad alleviare quell’ennesimo, ultimo dispiacere.
Poi un vortice di sensazioni fisiche, violente e sovrapposte, m’allontanò finalmente da quella realtà.
Nessuna bottiglia di vino e nessuna droga avrebbero potuto regalarmi ciò che la natura impazzita fuori e dentro di me stava per offrirmi.
Il tormento si era tramutato in ebbrezza, il gelo e l’umidità sulla pelle erano penetrati nella carne fino a lambire le ossa, e attenuavano quell’insopportabile bruciore dell’anima. Ogni elemento contribuiva al mio sollievo e mi cullava verso il più completo abbandono.
Poi tutto cominciò a oscillare e il buio, l’aria fredda e gli odori del mare si mescolarono avvolgendomi completamente.
Per un momento ebbi l’esatta sensazione di non avere più alcun peso. Il piano dell’orizzonte era scomparso e ora galleggiavo nello spazio, diretto non so dove.
Era forse l’inizio del viaggio che mi avrebbe riportato verso un’insperata felicità?
Fuggire per sempre dalle pene che avevano reso la mia vita un deserto arido e sterile. Questo stavo facendo.
O forse mi stavo sbagliando di nuovo? Forse, per un secondo, avrei vissuto un’altra illusione?
Stavolta era diverso. Stavo correndo da lei e avrei raggiunto il luogo del nostro primo incontro, poi il primo bacio: River Bay. Era laggiù, e mi stava aspettando per ricominciare.
Poi, all’improvviso, tutto si spense.

L’euforia, la speranza che per un attimo era tornata a illuminare la notte e la mia stessa anima, il suo viso che mi sorrideva, tutto. Tutto quanto terminò in un tonfo sordo e tremendo.
Fu come l’esplosione di una bomba: confusione e delirio assoluti.

La morte non era così semplice dopo tutto, non lo era affatto!

Stairway To Heaven (tributo live ai Led Zeppelin del 2012)

La battaglia di Charlie

di Federica Mammina

Questa foto ha fatto il giro del mondo. Migliaia e migliaia di persone, diverse per nazionalità, sesso, età, cultura e religione si sono unite, prima per raccogliere i soldi per aiutare i genitori del piccolo Charlie nel tentativo di curarlo negli Stati Uniti, e poi per chiedere a gran voce che si facesse di tutto per salvarlo. La storia, il cui esito è purtroppo noto a tutti, ha davvero scosso le coscienze e toccato i cuori. Sarebbero molti gli aspetti sui quali soffermarsi. Ma confesso che una cosa sulla quale mi sono interrogata a lungo è stata l’utilizzo ripetuto dell’espressione “qualità della vita”. Da più parti infatti, medici e giudici in primis, si è affermato che qualora questa qualità risulti essere troppo bassa, la vita diventi poco dignitosa, fino al punto di considerarla non più meritevole di essere vissuta. Esiste per alcune persone uno standard di vita al di sotto del quale non si può scendere per poter considerare un’esistenza degna di proseguire fino alla sua conclusione naturale. Io non giudico chi condivide ciò, ogni posizione va rispettata perché sono molti gli aspetti che possono entrare in gioco in circostanze come questa: la propria considerazione della vita, della morte, della sofferenza, le proprie convinzioni religiose, il proprio vissuto e il legame con la persona in questione. Tutti strettamente personali.
Ma quante volte abbiamo visto e sentito storie di bambini, di persone che, gravemente menomate o malate, mostrano un insospettabile attaccamento alla vita e con impegno e tenacia hanno loro stessi migliorato, anche di molto, quella qualità della vita che li faceva considerare senza speranza? Ogni storia è diversa si sa, va valutata a sé, e in ambiti così difficili non esiste una regola valevole per tutti. Solo un dubbio su cui riflettere: la paura è che sempre più la scelta tra la vita e la morte diventi un calcolo costi-benefici.

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ELOGIO DEL PRESENTE
Quando la povertà non è solo una questione di euro

Pochi giorni fa i giornali riportavano i dati relativi a un triste fenomeno che investe l’Italia: l’aumento della mortalità dell’11% nel corso del 2015, un incremento che non si vedeva da decenni. Fenomeni analoghi si sono verificati nel nostro paese solo nel 1943 e, prima ancora, nel periodo tra il 1915 e il 1918.
Gli esperti si interrogano: ci ammaliamo di più o ci curiamo peggio? La domanda probabilmente è errata. L’agenzia sanitaria delle Regioni sta indagando, raccogliendo i dati per regioni e ospedali, ma rischia di indagare nella direzione sbagliata. I demografi fanno riferimento al fatto che l’Italia è un paese di anziani che avrebbero sofferto i tagli del welfare, mentre il riferimento alla crisi economica e alla perdita del lavoro sarebbe facile, ma probabilmente non chiarificatore.
Un indizio ben più interessante per ragionare ci viene da Angus Deaton, che da anni studia il tema delle diseguaglianze misurandole con criteri che non fanno riferimento solo reddito, ma al benessere e alle attese di vita delle persone. Il suo libro è stato pubblicato in Italia con il suggestivo titolo “La grande fuga”, a segnalare il processo messo in atto nei secoli dagli individui per uscire dalla prigione della povertà.

Tornando alla spiegazione di questo improvviso aumento della mortalità in Italia, Deaton ha proposto già da alcuni mesi il tema analizzando un fenomeno analogamente inquietante in atto in America. Il tasso di mortalità degli adulti di 45-54 anni appare in costante crescita dal 1998. Un’epidemia insolita, apparentemente inspiegabile: riguarda quasi esclusivamente i bianchi (la mortalità di altri gruppi afro-americani e ispanici ha continuato a scendere), non ha tra le cause le malattie di solito chiamate in causa (cancro ai polmoni, malattie cardiache, diabete), tutte in riduzione o costanti. Né le cause rinviano a omicidi o incidenti automobilistici, entrambi in diminuzione. La causa pare essere l’intossicazione involontaria da farmaci, oltre a quella volontaria da droghe o alcool. Segue il suicidio e, tra le malattie, la cirrosi. Come afferma Deaton, è come se un’epidemia di disperazione avesse colpito gli americani di mezza età.

Deaton offre qualche indizio per comprendere: quasi tutte le morti sono di persone con livelli d’istruzione bassi, che vivono in aree rurali depresse, persone con cattive prospettive economiche e, soprattutto, senza radicamento. In un contesto povero di risorse personali e di legami interviene la pubblicità aggressiva dell’industria farmaceutica, che propone anche alla tv pubblicità di farmaci oppiacei e analgesici in grado di alleviare il dolore di vivere, inducendo però dipendenza. Si sta profilando una nuova epidemia, legata alla rarefazione dei legami sociali, alla povertà di risorse e all’uso indiscriminato di farmaci per combattere il dolore e la disperazione. Si conferma che la densità di legami di cui una comunità gode mantiene un’importanza primaria per il benessere degli individui. Ovviamente i legami che si creano in rete non sostituiscono quelli reali e l’accesso ai dispositivi elettronici rappresenta una ricchezza solo se è supportato da radicamenti e capacità individuali solide.
Queste note hanno implicazioni talmente ampie che vanno ben oltre lo spazio di questo appunto. certo, si tratta di ragionare sui dati con uno sguardo che consenta di interpretarli.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

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Bella e misteriosa Betty, fotografie di un’anima persa

Abbiamo recentemente recensito la Betty di Simenon [vedi], prima dell’omonimo romanzo di Roberto Cotroneo. Avevo acquistato il libricino dell’autore francese all’aeroporto romano Leonardo da Vinci. Conoscendo già l’origine credevo, dunque,di essere pronta al nuovo libro di un autore che ho sempre seguito e ammirato. Mi piace come scrive Roberto (anche se lui non vuole mai che si dica che un libro “è bello”…), la forza e l’energia che getta fulmineo alle pagine accarezzate dal vento e dalla voglia di svelare un mondo interiore complesso ma ricco ed estremamente sensibile. Una vera e propria calamita per me, per il mio modo di essere, di leggere, di scrivere e di vivere in completa empatia con i personaggi di un romanzo che, di solito, fatico a salutare alla fine di ogni storia. Se mi sono piaciuti, mi congedo da loro con estrema difficoltà, li tengo per mano fino all’ultima riga, magari rileggo le ultime pagine per salutarli ancora. E quando chiudo il libro sono sempre un po’ triste. Prima che uscisse in libreria, avevo aspettato trepidante il libro di Cotroneo.
Sinceramente, la Betty di Simenon mi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca, questa volta mi ero congedata quasi volentieri da un personaggio difficile, criptico, scomodo e per certi versi tetro e un po’ angosciante. Volevo, allora, vedere cosa sarebbe rimasto di lei nel nuovo romanzo di questo noto scrittore piemontese. Direi, oltre al nome, molte caratteristiche principali della protagonista simenoniana, nella sua personale e infinita tragedia di vita, nelle sue profonde cicatrici e nel suo destino ciecamente ferito. Ma qui c’è molto di più. Quella giovane e bella donna misteriosa che scompare improvvisamente a Porquerolles, l’isola dove il vecchio e malato Simenon passa qualche settimana di vacanza, ci fa entrare, ancora una volta, nel mondo dei perdenti, delle esistenze segnate, sofferenti e buie, nell’abisso dell’animo umano, nella disperazione e quasi nella follia, ma lo fa come se fossimo in un quadro monocromatico o in una fotografia. Mi colpiscono, infatti, i frequenti richiami alla fotografia, che ci proiettano nel suo mondo. Immagini in bianco e nero di Betty scattate dal fotografo del paese, Marc, perché Simenon vuole il racconto di un’anima, e le anime non sono a colori, ma sono fatte di sfumature su una sola tonalità, bianca, nera o grigia. Perché Simenon ricorda che la gente pensa che le fotografie aggiungano qualcosa a ciò che vediamo, perché le prime foto scattate sono quelle prese sulla piazza dell’isola, dove le rughe in bianco e nero di uomini anziani, uomini seduti, sembrano le linee di carte geografiche, ove le tonalità di grigio sono sfumature di vita. Qui scrittore e scrittura sono soci, uno di minoranza e uno di maggioranza, uno scrittore anziano che ritrova l’intensità. L’escamotage iniziale del manoscritto ritrovato fa immedesimare ancora di più lettore, scrittore, protagonisti, tutto si mescola, tutti sono tutti, nessuno salva nessuno, tutto si confonde. Perché lo scrittore-personaggio-protagonista, alla fine, non ha “più la forza di aggiungere una sola parola a questo scritto”… come se si portasse “addosso le ferite di tutte le donne non comprese”. Perché, alla fine, “quella che chiamiamo vita non è altro che un collage di ricordi di qualcun altro. Con la morte, quel collage si disfa e ci ritroviamo con frammenti slegati, casuali, cocci o, se si vuole, istantanee”. Quelle fotografie di Marc che l’improvvisato Maigret, trovatosi suo malgrado coinvolto nella scomparsa della bella Betty, non vuole più vedere, perché “tutto è là, nel dolore degli occhi grigi di quella donna. E, conclude… nelle ferite di tutte le donne che non sono stato capace di capire e di sentire. Tutto è in quegli occhi grigi di un mondo indifeso che non sono riuscito a salvare”. La fotografia, il bianco e nero, il grigio, ossia la tonalità delle anime perse.

Roberto Cotroneo, “Betty”, Bompiani, 2013, pp. 188

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George Simenon
e la sua scandalosa Betty

Aeroporto di Roma Fiumicino. Alla partenza lascio un pezzettino di cuore, in quest’ultima pillola di dolce e serena estate romana, accompagnata da un sentimento di amore e di fedeltà. Fedeltà all’amore stesso, alla città eterna che forse un giorno mi aprirà le braccia per ospitarmi a lungo.
M’intrufolo in libreria, come sempre prima di partire. Cerco qualcosa, come al solito. Un ultimo acquisto di testi nella mia lingua, un sacchetto di carta riciclata che mi accompagnerà sull’aereo per Mosca. Sugli scaffali colmi, invitanti e colorati intravvedo, curiosa, l’ultimo testo del belga Georges Simenon, “Faubourg”.

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La copertina della nuova edizione Adelphy

Lo prendo, lo colgo quasi come si fa con un bel fiore, all’interno della copertina giallo-canarino cerco se Adelphi ha pubblicato pure “Betty”. Sto aspettando che esca l’omonimo di Roberto Cotroneo (che comprerò subito), ma voglio leggere l’ispirazione prima, mentre attendo. Trovo il titolo, chiedo alla cassiera, me lo porta, gentile e saltellante. Pago e ancora prima di imbarcare mi tuffo nelle prime righe delle 140 pagine che all’arrivo avrò finito di leggere (e così è stato…). Farò un viaggio nel viaggio, come sempre quando volo, come sempre quando mi muovo solo con libri, pensieri e bagagli leggeri riempiti unicamente d’idee.
Questo libro va letto con calma, attentamente, assaporato, ma non resisto. Nelle tre ore e mezzo di aereo lo divoro, pagina dopo pagina, riga dopo riga, mi tuffo nella complessa psiche femminile, nelle difficoltà e nei dubbi di essere donna che molte di noi ben conoscono. Accarezzo e apprezzo un‘introspezione del personaggio molto minuziosa, incisiva, cesellata alla perfezione. Come vorrei sapere scrivere in quel modo…

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La locandina del film di Claude Chabrol tratta dal romanzo di Simenon

Betty, che strana creatura. Una giovane splendida e turbolenta dalla condotta arditamente scandalosa approdata sullo sgabello di un bar dei parigini Champs-Elysées, con la testa confusa e intorpidita dall’alcol. Accanto a lei, alla deriva, indomabile e indomata, siede un uomo del quale non ricorda nulla. Un uomo che, tuttavia, scompare quasi subito per lasciare a lei tutta la scena. Ombra, tante zone d’ombra s’intravvedono da subito. Calze smagliate, la sensazione di sporcizia, bicchieri di whisky, vestito costoso stropicciato e stanco, un assegno milionario in tasca, in borsetta una lettera da lei scritta e sottoscritta. M’immagino la borsetta, una sorta di piccola pochette marrone argentato a forma di cuore dal pomello rotondo di cristallo. Un clic e si apre un mondo. Uno scatto sul mondo disperato, lacerato e oscuro che la circonda. Potrei fotografarla così come la vedo e me la immagino.
Betty è una donna sola, senza sogni, bella ed elegante ma trasandata, logorata dalla vita, da se’ stessa, dalla propria insoddisfazione, da un istinto che la induce a percorrere strade proibite e detestabili, da un richiamo del vizio che le fa rifiutare la vita normale, fatta di un marito ricco, delicato, attento e perdutamente innamorato, di due figli leziosi, di una borghese e calda casa tranquilla e ben arredata, di sfumature di tenerezza. L’alcol la fa perdere nel fondo del suo bicchiere peccaminoso e costantemente alzato, regolarmente pieno, nella grigia parigina “tana degli svitati” di Mario. Nel fumo di pensieri e sogni ormai lontani e persi.
In un’atmosfera incisiva e intensa, Simenon descrive un animo ribelle e disadattato, un quadro femminile ben dipinto in cerca dell’amore e, allo stesso tempo, del suo opposto, ossia del lacerante disagio di una punizione continua, iniziata da bambina e mai cessata.

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Georges Simenon

La lettura tiene sul filo del rasoio, con maestria e tensione che solo Simenon possiede. I sentimenti sono contrastanti. A volte fatico a capire questa psiche complessa, sono combattuta nel pensare se Betty sia una donna perduta o ritrovata, una vittima o un carnefice. Betty vorrebbe perdersi, cancellarsi, o magari semplicemente trovare qualcuno che si prenda cura di lei. Ed ecco un’amica, Laura, quasi una madre, che l’accoglie teneramente credendo di redimersi, ignorando, tuttavia, dove tutto questo la condurrà. Ignara della tragedia che questo incontro comporterà.
Un romanzo da leggere, che racconta l’implosione di una donna persa, l’insano vagare nel nulla e nel vuoto, alla ricerca del proprio io e magari dell’amore che qualcuno potrebbe rivolgere alla donna, a lei, a LEI perché lei, al suo vero io e alla sua vera essenza, non al suo ruolo e alla sua posizione nel mondo.

Un libro avvincente, drammatico, non facile, emotivamente intrigante, che denuda, con procedimento quasi psicanalitico, i pochi personaggi che scorrono sulla scena; un racconto che colpisce, per la sua anomala protagonista e per la sua conclusione, che fa riflettere su come e quanto, a volte, l’animo femminile possa essere torbido, complesso, intrigante, emozionante, inspiegabile e, talora, davvero del tutto imprevedibile. Perché non è sempre chiaro chi sia il vincitore e chi lo sconfitto. E sta a noi immaginarlo.

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