Tag: dissenso

MEMORABILE
Cantico dei cantici e Qoèlet (Ecclesiaste), i due libri profani nella Bibbia

La Bibbia (Antico Testamento) contiene curiosamente due libri “non allineati”, quasi profani: il meraviglioso Cantico dei Cantici e il terribile Qoèlet (o Ecclesiaste), entrambi attribuiti a re Salomone. Nel primo è assente il nome di Dio e il secondo è privo di autentica fede. La verità è che il Cantico dei Cantici è uno struggente inno d’amore fra un uomo e una donna e il Qoèlet, estraneo a ogni “provvidenzialismo”, è l’archetipo della leopardiana «infinita vanità del tutto». Ed è in tali prospettive che i due testi vanno letti e interpretati. Tiemme Edizioni (www.tiemme.onweb.it) sottopone con questo recente ebook, già disponibile su tutti i portali, le problematiche sopra accennate all’attenzione dei lettori, al loro consenso e al loro dissenso.

galeano-grass

LA RIFLESSIONE
Le voci contro: Galeano e Grass, coscienza critica dei due mondi

Il 13 aprile, per un triste e amaro scherzo del destino, se ne sono andati due grandi e preziosi intellettuali, stesso giorno, parti opposte del mondo, uno a Lubecca, l’altro a Montevideo. Entrambi voci dissenzienti, due dei più grandi autori del Novecento. L’uruguayano Eduardo Galeano e il tedesco Günter Grass.
Ho scoperto Galeano quando ancora studiavo a Parigi, all’Institut des hautes études de l’Amerique latine della Sorbona III. Non vi era allievo, studente o professore che non ne conoscesse gli scritti. Se si volevano approfondire molti aspetti di quella cultura e zona del pianeta, bisognava leggerlo. L’ho letto prima in spagnolo, con fatica, poi in francese. In Italia, non era molto diffuso (o almeno non lo conoscevo io), mi avrebbe aperto un mondo su realtà conosciute dai libri di storia in maniera alquanto superficiale, avrei capito tante cose anche di amici che provenivano da là.

galeano-grass
La copertina

Ovviamente, il primo testo che avevo letto era “Le vene aperte dell’America Latina” (1971), consigliato, sfogliato e ri-sfolgiato da tutte le generazioni che avevano studiato e lavorato sulle tematiche dell’area, sociali, economiche o di diritto che fossero. Un testo spesso rinnegato (lo stesso Galeano ne aveva ripudiato il contenuto, dicendo che non sarebbe stato capace di rileggerlo, perché non sopportava l’ignoranza in materia economica con cui aveva lavorato a questo resoconto in prosa poetica, dello sfruttamento delle risorse naturali latinoamericane). Io mi occupavo di ambiente e di acqua, di Messico, di Argentina e di Mercosur. Galeano mi avrebbe accompagnato nelle sere parigine fredde e rigide. Di lui sapevo anche che era stato giornalista (dall’età di 14 anni, con El Sol, settimanale del Partito socialista), imbianchino, operario, meccanico, pittore, cassiere, ma, soprattutto, lo scrittore che aveva dato all’America latina la voce delle rivendicazioni anti-coloniali, dai tempi dei conquistadores fino ai giorni nostri. Qualche anno dopo, nel 2009, quando Hugo Chavez incontrò Barack Obama per la prima volta, gli avrebbe regalato quel libro forte, intenso, per certi versi spudorato e senza freni. Un libro impegnativo, ma molto interessante, un saggio sulla storia socio-economica e sulle attuali condizioni politiche dell’America latina; un viaggio nella memoria per trovare una chiave di lettura per il presente, alla ricerca delle radici profonde della violenza e dello sviluppo mancato che la insanguinano da secoli, fenomeni visti come due facce della stessa medaglia. Un libro che aiuta a delineare un panorama più chiaro sulle cause della povertà di questi luoghi e, più in generale, sulle radici della miseria del terzo mondo, e a comprendere le grandi forze economiche come motori potenti della storia. Un testo quasi subito diventato, per gran parte della sinistra, la storia dell’America latina per eccellenza, o meglio il più illuminante distillato di quella storia, la sua vera essenza. Già la prima frase del testo ne conteneva l’essenza: “La divisione internazionale del lavoro consiste nel fatto che alcuni paesi si specializzano nel guadagnare ed altri nel perdere.” O, ancora di più, il titolo del suo primo capitolo: “La povertà dell’uomo come risultato della ricchezza della terra”. In sostanza: l’America latina è povera, perché un’altra parte del mondo (la Spagna imperiale prima, la Gran Bretagna poi e, infine, gli Stati uniti d’America) l’ha sistematicamente depredata delle sue risorse naturali e sistematicamente sottomessa. Un’analisi profonda, spietata, critica e dura, una rivelazione. Bene contro male. Come sempre, dalla notte dei tempi.

Nel 1973, quando i militari presero il potere con un golpe, fu imprigionato e costretto a fuggire. Andò in esilio in Argentina, ma nel 1976, anno del sanguinoso colpo di stato del generale Videla, il suo nome fu inserito nella lista dei condannati dagli “squadroni della morte” e riparò in Spagna. Tornò in Uruguay nel 1985, con la democrazia. Tra le sue opere più famose, fra gli oltre 30 libri tradotti in più di 20 lingue ricordiamo, anche, “Specchi” (2008), “Un incerto stato di grazia” (con Sebastião Salgado e Fred Ritchin, 2002), “Splendori e miserie del gioco del calcio” (1997), “La conquista che non scoprì l’America” (1992), “Memoria del fuoco” (1982-1986). Amante del calcio, Galeano con “Splendori e miserie del gioco del calcio” aveva creato una piccola enciclopedia tascabile sul gioco del calcio. Se uno chiedeva, ad esempio, chi ha inventato la rovesciata e perché in Sud America la chiamano “chilena”, Eduardo Galeano rispondeva “Ramon Unzaga inventò questa giocata sul campo del porto cileno di Talcahuano: con il corpo sospeso nell’aria, di spalle al suolo, le gambe lanciavano il pallone all’indietro nel repentino andirivieni delle lame di una forbice”. Football e poesia. La sua ultima opera, uscita in Italia nel 2012, “I figli dei giorni”, è una specie di calendario, con 366 brevi testi, uno per ogni giorno, a partire dal primo gennaio, dove ogni testo è ispirato a un evento legato al giorno in esame. Cosi, ad esempio, vi ritroviamo re Giacomo II che, nel 1457, proibisce agli scozzesi il gioco del golf, e il divieto fallisce; Truman che, dopo Hiroshima, dice: “Rendiamo grazie a Dio per aver messo la bomba nelle nostre mani, e non nelle mani dei nostri nemici”; Mata Hari, condannata a morte nel 1917, che seduce il plotone d’esecuzione lanciando baci; o Rosa Luxemburg, massacrata nel 1919 a Berlino, e una sua scarpa rimasta nel fango, come un monito, amorevolmente raccolta. Un autore che andava al cuore delle cose, oltre gli schemi, capace di vedere, tessendo una visione del mondo con buoni e cattivi. Talento unico.

galeano-grass
La copertina

Così come unico era Gunter Grass (che, ammetto, conosco meno di Galeano), scomparso a 87 anni (Galeano ne aveva 74), lo stesso 13 aprile, anch’esso voce scomoda fuori dal coro, considerato la coscienza critica della democrazia tedesca, diventato noto per il “Tamburo di latta” (1959), oltre che per il Nobel per la letteratura, ricevuto nel 1999. Fu sempre una voce critica e inquieta, come Galeano, pur essendo vissuto nel silenzio per decenni, prima di ammettere di essersi arruolato volontario nelle Ss naziste, da giovane (solo in “Sbucciando la cipolla”, confessò la sua infatuazione adolescenziale per il Terzo Reich e il senso di colpa che, da allora, non lo abbandonava).
“Il tamburo di latta” narra del bimbo-nano Oskar Matzerath, che, a tre anni, decide di non crescere più e osserva dal basso il mondo in tutti i suoi peggiori risvolti, con infantile perfidia e uno stupore maligno, deformato dalla sua situazione. Attraverso questa dura vicenda familiare, il libro racconta la storia di Danzica, la città dove Grass nacque il 16 ottobre 1927, da padre tedesco e madre kashuba (una minoranza etnica slava ora vivente in Polonia), luogo multietnico in cui polacchi, tedeschi e kashubi convivono tra tensioni e fatiche. E fin da allora, Grass si batté per il dialogo Est-Ovest, per tentare di costruire ponti tra l’Europa libera e quella dietro il Muro, occupata e ‘comunistizzata’ dai sovietici. Il libro, secondo molti, ha rappresentato il manifesto di una nazione prigioniera della sua ipocrisia, di un mondo intriso di doppiezza, cattiva coscienza e menzogna.
In molti romanzi, da “Anni di cani” (1963, una riflessione sulle azioni della Germania nella seconda metà del Novecento e sulla coscienza tedesca) al “Diario di una Lumaca” (1972, sulla politica tedesca e le elezioni parlamentari del 1969), da “Gatto e topo” (1961) a “Il rombo” (1979), narrò ambiguità e contraddizioni della Germania moderna, con una prosa che reinventò il tedesco letterario. Fu molto duro contro il riarmo con cui la Nato rispose negli anni Ottanta al riarmo aggressivo atomico dell’Urss post brezneviana, sempre critico verso gli Stati uniti, negativo sul modo in cui Helmut Kohl gestì la riunificazione tedesca. E da ultimo, verso Israele, che accusò di essere il vero pericolo per la pace in Medio oriente. Attacco che gli valse il divieto d’ingresso nel Paese, dichiarato “persona non grata”. Padre di 4 figli, Grass aveva anche altri talenti: nella sua casa a Behlendorf, con la sua amata moglie Ute sempre vicina, era anche bravo scultore, pittore e incisore. Uno scrittore contro, spesso definito come “la nuova Germania”, un giovane arrabbiato che fa piazza pulita di tutti i buoni sentimenti e dei falsi pentimenti del dopoguerra. Espressione, comunque, delle lacerazioni dell’animo tedesco.
Buon viaggio, allora, e grazie di tutto. A tutti e due.

Vladimir Vysotsky

LA RICORRENZA
La riscoperta di Vladimir Visotsky, poeta e cantore del dissenso

Oggi sarebbe stato il compleanno di Vladimir Semënovič Vysockij (Visotsky nella traslitterazione italiana), ufficialmente un grande attore, in verità uno straordinario poeta, ma i cui versi non furono inizialmente stampati perché sempre censurati dalle autorità sovietiche. E quindi Vysockij, boicottato e oscurato, aveva preso la chitarra e cantato per far passare le sue parole per tutta l’Urss. Oggi lo riscopriamo, grazie al nostro Finardi, in ‘Sentieri Selvaggi’. In Russia, oggi, ha finalmente il giusto tributo, tanto più che a Mosca vi è un museo in suo onore.

vladimir-vysockij
Vladimir Vysotsky di fronte al poster del Teatro Taganka (RIA Novosti / Plotnikov)

Attraverso cassette registrate fortunosamente, la voce profonda, infiammata e dolente di ‘Volodja’, Vysockij era diventato la voce di coloro che si opponevano e dissentivano dal conformismo di regime. Inizialmente, lo abbiamo notato in una scena potentissima del ballo al teatro Mariinskij di San Pietroburgo, di un magistrale Baryšnikov-Nicolai ‘Kolya’ Rodchenko, che esplode sulle note di ‘Fastidious Horses’ del cantatutore russo. Poi lo abbiamo cercato e studiato un po’. Quelle note e parole ispiravano tanto.
Vysockij era nato il 25 gennaio 1938, a Mosca, da un sottotenente di carriera e un’interprete di tedesco. Era il periodo delle grandi e terribili ‘purghe’ staliniane. Nel 1961, aveva scritto la sua prima canzone, ‘Il Tatuaggio’. Già in queste prime fasi, quasi per gioco, un amico aveva iniziato a registrare le sue canzoni e a organizzare una sorta di distribuzione ‘porta a porta’ che avrebbe contraddistinto tutta la sua vita. Le sue canzoni cominciavano a circolare, anche se il suo nome era ancora sconosciuto. Nel 1964, effettuava un provino per Ljubimov, direttore del prestigioso teatro Taganka. Curiosamente, Ljubimov non era convinto delle sue doti di attore, ma lo prese con sé perché affascinato dalle sue canzoni che cominciavano a essere diffuse e note. Ma, già nel 1965, Vysockij, diventava uno degli attori principali del Taganka, dove avrebbe ricoperto ruoli importanti, quali quelli di ‘Galileo’ di Bertold Brecht.

vladimir-vysockij
Vladimir Vysotsky (RIA Novosti / Kmit)

Ecco allora arrivare il suo primo disco, colonna sonora del film ‘Verticale’ e, nel 1967, il ruolo di Majakovskij in ‘Ascoltate Majakovskij’. Diventa un idolo, un attore leggendario.
L’anno seguente, l’incontro con Marina Vlady si trasformerà in grande e travolgente amore che durerà fino alla sua morte, nel 1980. Per Vysockij è un periodo di instancabile frenesia. Recita, scrive, compone, giorno e notte, ma in Russia si vuole dare una stretta contro gli intellettuali indisciplinati, e, pertanto, viene regolarmente boicottato, gli è negato ogni riconoscimento, diviene una specie di ‘uomo invisibile’. Solo nel 1987, con la Perestrojka gorbacioviana, sono arrivati i primi riconoscimenti ufficiali e le sue canzoni sono state pubblicate su disco. Fino ad oggi.
Questo incredibile poeta cantò i perdenti che non si arrendono, gli sconfitti, gli idealisti disillusi, coloro che si sono persi nella vita, coloro che sono stati abbandonati da essa.

vladimir-vysockij
Francobollo russo del 1999 dedicato a Vladimir Vysockij

Una vita disperata, la sua: pur ignorato e boicottato era diventato il poeta più popolare del suo paese, senza che di lui fosse stato mai stampato un singolo verso. L’Italia lo avrebbe capito e presentato al grande pubblico un po’ dopo, ma lo avrebbe compreso. Nel 1993, gli era stato assegnato, infatti, il premio Luigi Tenco e, per l’occasione, era stato registrato un album (‘Il Volo di Volodia’), ad opera di vari cantautori fra i quali anche Roberto Vecchioni ed Eugenio Finardi. Nell’album di Paolo Rossi (In Italia Si Sta Male Si Sta bene Anziché No e Altre Storie) del 2007, vi era una versione italiana della canzone ‘utrennjaja gimnastika’.

vladimir-vysockij
Monumento a Vladimir Vysockij (Mosca) e la copertina della raccolta ‘Sentieri selvaggi’ interpretata da Eugenio Finardi

E poi è arrivato Finardi. ‘Sentieri selvaggi’, uno dei più importanti ensemble italiani di musica classica contemporanea diretto da Carlo Boccadoro, ha invitato Finardi a unirsi a loro per un progetto sull’opera del cantautore russo, le cui canzoni sono state ripensate e trascritte da Filippo Del Corno, compositore tra i più affermati delle ultime generazioni. Nasce così il progetto ‘Il cantante al microfono’, un cd che getta un ponte tra la canzone d’autore e la musica classica contemporanea partendo dal grande attore, poeta e cantautore russo. Dal corpus delle sue oltre 500 canzoni, Eugenio Finardi e Filippo Del Corno hanno scelto una decina di titoli fortemente rappresentativi della tensione etica, spirituale, politica e dell’ironia corrosiva che anima il lavoro di Vysockij. Le canzoni, già tradotte in italiano da Sergio Secondiano Sacchi, sono state orchestrate dallo stesso Del Corno, in una versione che mette in luce la qualità poetica e musicale dei versi di Vysockij e permette il pieno dispiegamento della straordinaria potenza interpretativa di Eugenio Finardi, che, da tempo, affianca alla sua attività di protagonista del rock d’autore italiano un approfondito e rigoroso lavoro di ricerca vocale. Le canzoni vanno ascoltate con calma e concentrazione, una per una. Sono immense.

Ascolta le canzoni di Vladimir Visotsky [clicca qua]

Eugenio Finardi canta Visotsky [ascolta qua]

Il tributo di Ferarraitalia a Vladimir Visotsky negli ‘Accordi’ del 1 gennaio 2014 [leggi qua]

CANZONE DELLA TERRA (1969)
Chi ha detto: “Tutto è completamente secco,
Non tornerà più il tempo della semina?”
Chi ha detto che la Terra è morta?
No, s’è nascosta per un po’…

Non possiamo impadronirci della fertilità,
Non possiamo, come non si può svuotare il mare.
Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, s’è annerita dal dolore…

Come crepe giacevano le trincee
E le buche s’aprivano come ferite.
I nervi della Terra messi a nudo
Conoscono la pena più profonda.

Sopporterà tutto, attenderà.
Tra gli sciancati non mettere la Terra!
Chi ha detto che la Terra non canta?
Che ha perduto per sempre la parola?

No! Echeggia di gemiti soffocati,
Da tutte le sue ferite, da ogni fessura,
La Terra è dunque l’anima?
Non calpestarla con gli stivali!

Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, s’è nascosta per un po’….

zoa-controcorrente-russia

LA STORIA
Zoa, ovvero come andare controcorrente in Russia

Sappiamo bene, ormai, come la street art possa essere un potente veicolo di messaggi, grande palcoscenico a cielo aperto che raggiunge un enorme e diversificato pubblico. A volte attento, a volte meno, ma comunque un mondo ‘sui generis’, potente, ‘esposto’, spesso involontariamente, a grida di aiuto o a necessità di veicolare messaggi sociali di vario tipo e intensità. Talora questi messaggi sono anche politici, come il caso di Aleksandra Kachko in Russia, a San Pietroburgo. L’artista, conosciuta come Zoa (vedremo poi perché…), dipinge il suo dissenso contro Putin e per questo è stata più volte arrestata. Artisti di strada come Jef Aerosol, Banksy, Mat Benote, Cartrain, Dan Witz, Tod Hanson, Invader, Michael Kirby, Viso Collo, Ellis Gallagher, Vhils, Os Gemeos, Swoon, Twist, 108 e Sten Lex si sono guadagnati l’attenzione internazionale per il loro lavoro e hanno goduto di una popolarità più benevola. Hanno, per così dire, vita più facile.

zoa-controcorrente-russiaDi Zoa (potremo chiamarla anche Sasha, il diminutivo affettuoso, in Russia, usato per le ragazze che si chiamano Alexandra), non si trova molto in rete, almeno non in italiano o in inglese, salvo un’intervista del 2011 che le era fatta dopo l’arresto per aver partecipato ad alcune manifestazioni, diciamo, non troppo pro Putin. Di lei si sa che ha oggi 28 anni, che non è fra gli artisti più noti nel suo campo, ma che merita menzione.

zoa-controcorrente-russiaPerché Sasha è una donna coraggiosa, che ha studiato da sola, senza incoraggiamento familiare, con un padre ex saldatore e problemi con l’alcol. Ma pare che lei non voglia parlare di questo, né tanto meno essere oggetto di inutili e sterili vittimismi. Lei è forte e attiva, e cerca di parlare con i colori. Oggi fa l’architetto a San Pietroburgo, non vive, quindi, grazie ai suoi graffiti ma di essi ne fa una bandiera importante di attivista per i diritti civili.
Sasha ha iniziato a manifestare, avvicinandosi alla politica, nel movimento Strategia 31 (fondato dallo scrittore Eduard Limonov, oggi leader del partito Altra Russia), che ogni fine mese si riunisce a Mosca e in altre città della Russia, per protestare contro la violazione dell’articolo 31 della Costituzione, che sancisce il diritto a manifestare pubblicamente, in modo pacifico. Meno pacifica la reazione della polizia, si dice.

zoa-controcorrente-russiaA parte alcuni manifesti preparati in quell’occasione, Sasha ha iniziato a fare graffiti politici, nell’ottobre 2010, dopo l’arresto dell’amico Aleksander Pesotskij, incriminato ex art. 282, ossia per l’accusa di ricostituzione del partito bolscevico.
Passeggiando per la già fresca San Pietroburgo, recentemente, ho visto qualche graffito, ma se si comparano Ekaterinburg e Perm (e alla stessa Mosca), dove si fanno festival di street art (ovviamente, non a sfondo politico), qui non si vede molto. A Mosca, invece, forse perché è la capitale, forse perché è più aperta o semplicemente più popolata e frequentata da vari movimenti artistici, si incrociano più muri dipinti. Basti ricordare che qui aveva spopolato colui che era stato definito il Bansky russo, Pavel 183, deceduto giovane ma che aveva, e ha, lasciato forte impronta e ricordo nella città.

zoa-controcorrente-russiaTra i soggetti realizzati da Sasha ce ne sono anche molti di tema femminista, come, ad esempio, un disegno su sfondo rosa di una donna crocifissa, con la scritta “il Patriarcato uccide”, messaggio forte in un Paese, peraltro, molto religioso. Sasha dice che, all’estero, spesso la donna russa è vista come emancipata ma che, nella realtà, solo alcune donne (la minoranza) lo sono, e che molte altre appartengono a una cultura rigidamente patriarcale. Secondo lei, l’Unione sovietica era meno sessista perché era necessario che le donne lavorassero nelle fabbriche e aumentassero la produttività, ma sempre per l’interesse nazionale. Sasha lotta contro quella che viene definita, spesso, una normalità: una donna maltrattata dal marito non è vista come un problema. Non si deve tollerare e perdonare. Alcune sue opere toccano il tema dell’aborto o dell’arresto di femministe.

Finora, l’abbiamo sempre chiamata Sasha, ma in Russia chi la conosce la conosce come Zoa, nome nato per caso: un bel giorno qualcuno ha attaccato un annuncio sui suoi graffiti: «Sono interessata a incontrare un uomo. Zoja» e lei ha deciso di adottarlo come nome. Ha preso quella forma come una sorta di messaggio, di suggerimento, di battesimo.

zoa-controcorrente-russia
Mostra di graffiti sociali, “Matite femministe”, Mosca, ottobre 2013

Zoa ha partecipato anche alla mostra di graffiti sociali, “Matite femministe”, organizzata a Mosca nell’ottobre 2013, nel quadro della biennale d’arte contemporanea.

In alcune dichiarazioni, Zoa ha ricordato di avere effettuato 20-30 opere originali ma che, per la loro natura effimera, l’attenzione ad esse dedicata dalla polizia e dagli incaricati di ripulire le strade, sono rimaste visibili per poco tempo. Alcune hanno vissuto un solo giorno, altre un po’ di più. Ma lei spera di avere comunque passato un messaggio.

Foto da Il Fatto quotidiano [vedi]

moneta-dibattito

Libertà d’opinione e diritto al dissenso

Dibattito vivace e interessante quello di giovedì sulla crisi, che ha visto protagonisti Marco Cattaneo, Luigi Marattin e Giovanni Zibordi: confronto serrato, con qualche intemperanza verbale – da una parte e dall’altra – regolarmente sedata. Solo il finale è stato spiacevole: durante l’intervento conclusivo Marattin, ripetutamente interrotto (nonostante i richiami) da Zibordi, ha abbandonato la sala. Una decisione lecita la sua. Inevitabile? Sì, secondo il diretto interessato. No, secondo Fornaro che, in un commento su ferraraitalia, interpreta diversamente l’accaduto: pur non sottacendo l’episodio delle interruzione, ritiene che Marattin abbia agito d’impulso assecondando un’indole poco incline al contraddittorio.
Da questa asserzione Marattin si sente “calunniato”. Me lo ha fatto sapere con una telefonata dai contenuti sgradevoli, minacciando querela nei confronti dell’autore e del sottoscritto che, in quanto direttore, è responsabile della pubblicazione.
Io però, anche dopo un attento riesame del testo, continuo a non ravvisare nello scritto di Fornaro elementi diffamatori, ma solo l’affermazione di un soggettivo punto di vista. Stando così le cose non ho motivo per rettificare. Ritengo che le opinioni, anche quelle non condivise, vadano rispettate e non censurate. Se altri la pensano diversamente, in caso di controversia sarà il giudice a pronunciarsi.
La linea di questo giornale è basata sul rispetto della libertà di espressione: prova ne sia che dopo Fornaro è intervenuto un nostro collaboratore, Raffaele Mosca, sostenendo un punto di vista opposto. E’ auspicabile che il confronto prosegua serenamente. Le minacce non ci spaventano. E tutti i pareri, se formulati in termini civili, troveranno sempre spazio e diritto di manifestazione.

radio-alice-degregori

Radio libere dal fai-da-te al web, una storia ribelle che continua

di Elisa Gagliardi e Alice Magnani

Antenne di fortuna, bassi costi degli impianti, attrezzature fai-da-te e facilità di comunicazione furono gli ingredienti di base che negli anni Settanta determinarono la proliferazione delle radio libere. In un clima di fervore partecipativo favorirono il coinvolgimento degli ascoltatori con il meccanismo delle dirette, esaltarono il collettivismo e la vocazione libertaria del movimento studentesco.
L’attività di radiodiffusione è stata regolarizzata nel 1976, anno in cui la Corte Costituzionale ha sancito la liberalizzazione di un etere che già da un paio anni era stato in parte colonizzato da pionieri dell’emittenza autogestita che avevano sfidato il monopolio della Rai con trasmissioni radiofoniche pirata.

Tra le città italiane fu il capoluogo emiliano a battezzare, con “Radio Bologna per l’accesso pubblico”, il primo esperimento di radiofonia indipendente, funzionando da laboratorio anche per altre esperienze radiofoniche alternative destinate a lasciare il segno. Come quella dell’iconoclasta radio Alice che, prima di essere sequestrata dalla polizia nel 1977 delle contestazioni studentesche, fece in tempo a sovvertire i canoni della radiofonia ufficiale e a dirottare i propri ascoltatori sulle frequenze di Radio Città, chiamata in causa come fonte di “ulteriori informazioni” nei concitati minuti che precedettero lo sgombero delle forze dell’ordine. Quel numero telefonico comunicato in diretta «è tuttora il nostro recapito», svela con una punta di emozione Alessandro Canella, direttore di quella che, dal 2004, ha mutato il suo nome in “radio Città Fujiko” e, con la sua storia ultratrentennale, si attesta come una delle esperienze più longeve nella storia della radiofonia indipendente italiana.
«Radio Città nacque nel 1976 per iniziativa di una cooperativa di giornalisti della sinistra bolognese come radio libera privata», racconta Canella. Una storia di attivismo radiofonico legata a doppio filo agli ambienti del movimento antagonista bolognese e non immune all’inveterata mania per le scissioni che tanto ha condizionato le sorti dei partiti di sinistra: «Nel 1986 una costola della redazione fuoriuscì dal collettivo per dissensi politici dando vita a radio Città del Capo», ricorda ancora Canella, precisando che la divisione si consumò «tra un’ala più filo Pci e un’altra più vicina a Democrazia proletaria». Mentre Lucia Manassi, direttrice di Città del Capo, individua all’origine della diaspora «una divaricazione tra chi voleva restare ancorato a forze politiche strutturate e chi voleva che la radio continuasse a fare scelte editoriali in autonomia, svincolandosi da qualsiasi linea politica».

Mentre radio Città del Capo muove i primi passi nella prima sede di via Cartolerie, radio Città rinsalda la sua identità aggiungendo al suo nome storico il numero della frequenza occupata. Ed è da “Radio Città 103” che, nel 2004, si fonde con i ragazzi di radio Fujiko, emittente giovane, popolarissima tra gli studenti bolognesi, che l’editore Arci aveva sollevato dalle difficoltà economiche cedendone la frequenza a radio Città del Capo.
Pur connotandosi ancora come strumenti di evasione dal pensiero unico degli organi ufficiali, le emittenti superstiti della rivoluzione radiofonica degli anni ’70 hanno scelto di adottare una configurazione meno “situazionista”: «Al contrario di radio Alice – sottolinea Manassi – sia Città del Capo che l’originaria radio Città hanno sempre posseduto una struttura interna ben definita, con una composizione precisa della redazione e dell’organico». Anche se, come precisa Canella a proposito dell’attuale radio Città Fujiko, un retaggio della prima stagione delle emittenti libere sopravvive nell’assenza di «una struttura piramidale» e in un’organizzazione priva di gerarchie consolidate che «lascia molto spazio all’autonomia delle persone». Più ancorata all’irregolarità libertaria della prima ora appare radio Kairos, piccola emittente comunitaria inglobata nel Tpo di via Casarini, ed erede dell’esperienza di radio K Centrale, che negli anni ’90 aveva propagato nell’etere la protesta degli studenti militanti nella Pantera.

«Alle trasmissioni lavora un collettivo di 30 volontari», spiega Flavia Tommasini, direttrice dell’emittente, ma senza vincoli di palinsesto: «La programmazione risponde alla disponibilità del momento perché non possiamo contare sull’apporto di forze stabili». Così l’emittente ha detto addio agli spazi di informazione continua che gremivano inizialmente il palinsesto: «Abbiamo riflettuto sul tipo di radio che dovevamo essere e ci siamo detti che sarebbe stato meglio scavare nella propria comunità che sforzarsi di dare notizie in anteprima». Ora che Il lavoro di redazione si incardina sull’approfondimento delle questioni ritenute interessanti, l’unica finestra informativa sopravvissuta alla ristrutturazione è “Il caveau”, trasmissione mattutina di lettura dei giornali e interviste in onda dal lunedì al venerdì.

Fin dal nome le radio libere rivendicano la loro specificità: mentre quello di radio Città del Capo è un omaggio alle proteste anti-apartheid che a metà degli anni ’80 si tenevano in una delle capitali del Sudafrica, Città del Capo, appunto, radio Fujiko lo mutua dal personaggio femminile immaginario della serie di manga e anime “Lupin III” creata da Monkey Punch. Fujiko, detta anche Margot, «rappresenta un ideale di donna libera, furba e attiva, che ci sembrava potesse incarnare al meglio l’immagine di una radio indipendente», rivela Federico Minghini, detto Mingo, uno dei fondatori dell’emittente. Quanto al nome di radio Kairos, deriva dalla K di radio K Centrale, cui, al contempo, si aggiunge il concetto filosofico di Kairos, parola che, nell’antica Grecia, significava “tensione, momento giusto o opportuno, attimo in cui far accadere qualcosa”.

Quello che emerge dalla descrizione della pratica redazionale di questi operatori radiofonici è un attento lavoro di cesello che leviga il taglio informativo dei contenuti secondo criteri di correttezza e di rigore: «Battezziamo delle notizie nostre e le seguiamo fino in fondo – illustra Manassi – ma non ci affidiamo mai a voci di corridoio non confermate. Di solito verifichiamo le notizie incrociando due o più fonti, dobbiamo essere solidi in quello che facciamo, non possiamo permetterci querele, ci condurrebbero al fallimento» – conclude la responsabile di radio Città del Capo. «Non abbiamo la presunzione di essere imparziali, abbiamo la nostra linea di pensiero e non la nascondiamo», chiosa Canella, che aggiunge: «L’attenzione viene mantenuta alta sulla correttezza delle notizie. Non ci limitiamo a diffondere un lancio di agenzia, ma andiamo a scavare la problematica che emerge da un fatto, confrontando fonti diverse prima di dare una lettura delle notizie».

Quanto allo spettro dei temi privilegiati e al raggio di copertura dei notiziari, l’azione di questi avamposti dell’informazione alternativa si sprigiona in un’esaltazione del localismo, un saper stare sul territorio che non disdegna incursioni in scenari di interesse nazionale e internazionale: «Siamo radicati nella dimensione bolognese – chiarisce Manassi – ma non ci limitiamo a restare confinati nel recinto del locale, su temi come la musica, la cultura e la tecnologia, il nostro sguardo si fa globale». «Privilegiamo la questione dei diritti e delle diversità – sottolinea la responsabile di radio Kairos – e teniamo gli occhi puntati sui fermenti che animano la scena culturale cittadina». Ma i maggiori sforzi dell’emittente di via Casarini si concentrano sui temi della decostruzione di genere e sulla centralità del linguaggio, «importantissimo strumento di costruzione del pensiero su cui è fondamentale fare attenzione», per evitare che un suo uso tendenzioso continui a fuorviare le nostre costruzioni di senso su argomenti spinosi come l’identità di genere e l’immigrazione.

1.CONTINUA

[© www.lastefani.it]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi