Tag: dissesto idrogeologico

centrale eolica eolico

EOLICO INDUSTRIALE IN APPENNINO
Opportunità verde o grandi affari per grandi imprese?

di Marina Carli

Vicchio (Mugello – FI) – Voglio partire da quanto sta succedendo sopra casa nostra: da circa un paio di anni in provincia di Firenze, in Mugello, sul crinale appenninico del Giogo di Villore-Corella pende l’ennesima spada di Damocle della realizzazione di un nuovo impianto industriale eolico, di produzione di energia dal vento. Ennesima, perchè sull’Appennino Tosco-Ligure e Tosco-Romagnolo sono già stati progettati una cinquantina di grandi impianti del genere, alcuni dei quali sono stati sfortunatamente già realizzati, molti sono in fase di progettazione, diversi sono stati bocciati [Qui]

Opportunità verde o grandi affari per grandi imprese? Questo è l’interrogativo a cui rispondere con chiarezza: un imbroglio che vogliamo chiarire una volta per tutte, perché già troppi sono gli impianti realizzati sui crinali degli Appennini; le nostre ‘montagne umili’ certo non godono della fama e dello sfruttamento economico-turistico delle Alpi, ma sono ugualmente ricche di biodiversità e di habitat preziosi lungo ben dieci regioni italiane, dalla Liguria alla Calabria.

Non si tratta di essere nimby, come vengono definiti in inglese coloro che non vogliono essere ‘disturbati’ nel loro piccolo ed esclusivo giardino, ma di ragionare guardando più in là, con una visuale ampia al territorio ed estesa nel tempo, al futuro delle generazioni che abitano l’Appennino e non vogliono abbandonare questi luoghi e più in generale al futuro del pianeta Terra nel suo complesso; ormai, infatti, dovremmo essere tutti consapevoli che locale e globale sono strettamente interconnessi.

Di seguito procederò indicando le criticità ambientali dell’impianto eolico del Giogo di Villore-Corella:

1. La dimensione enorme delle 8 torri reggenti e delle pale, che complessivamente raggiungono i 160 metri di altezza e che necessitano ciascuna di un’ampia superficie di istallazione (ogni piazzola sarà grande circa come un campo di calcio) e profonda fino a 15 metri di escavo, tanto devono essere le fondazioni del plinto (quasi 700 mc di calcestruzzo armato, tanto per avere un’idea pensiamo al Battistero di S. Maria del Fiore di Firenze), che andrà a sorreggere la pala; il calcestruzzo sarà prodotto in loco, pertanto si prevede di realizzare un cantiere di betonaggio in quota e di muovere il materiale con camion, uno ogni 5 minuti, che dovrà rifornire i materiali, su e giù per un pendio al 28% di pendenza. Questo significa la movimentazione di grandissime quantità di materiali lungo la pendice montuosa e le strada di accesso con un disturbo inimmaginabile per la fauna e per gli abitanti dei comuni e delle frazioni di passaggio e limitrofe.

2. La rumorosità e la visibilità, a detrimento di chi abita nei pressi e di chi ambisce a godere del panorama appenninico da vicino e da lontano. Diversi sono gli studi sulla rumorosità effettuati anche dalle agenzie ambientali regionali e dall’ISPRA e tutti concludono ammettendo come l’impatto acustico sia elevato ed importante, sia con l’impianto in funzionamento, che con l’impianto fermo o addirittura spento; a causa delle diverse componenti del rumore, non è solamente quello di origine aereodinamico generato dall’impatto delle pale col vento, ma anche quello cosidetto ‘residuo’ prodotto dal sistema di raffreddamento del generatore elettrico, quello legato agli organi di posizionamento della navicella e delle pale, quello generato dagli apparati elettrici ed elettronici posti per il corretto funzionamento della pala; non ultimo il rumore dei dispositivi elettrici quali trasformatore, inverter, ecc., necessari per la corretta utilizzazione dell’energia elettrica prodotta per una efficace immissione nella rete elettrica*. A detta del prof. Tabarelli, di Nomisma, recatosi a Casoni di Romagna in visita all’impianto eolico dell’AGSM le pale “fanno un rumore che intimorisce”. Difficile quindi sostenere che la realizzazione dell’impianto eolico possa diventare un’attrattiva turistica, come addirittura sosterrebbe la stessa AGSM nella relazione presentata in Regione Toscana e ai sindaci mugellani, a promozione del progetto per l’impianto sul Giogo di Villore-Corella;

3. La necessità di realizzare per 40 km, dall’uscita dell’autostrada A1 di Barberino di Mugello, passando per i territori comunali di Scarperia e S.Piero, Borgo S. Lorenzo, Vicchio, Dicomano, fino ai boschi dell’Alto Appennino sopra San Bavello, Villore e Corella, un’ampia viabilità per il trasporto in loco del materiale di realizzazione dell’impianto. Per trasportare sul crinale appenninico materiali estremamente ingombranti, oseremmo definire enormi, come i pezzi unici delle pale, quelli per l’alzata delle torri e il rotore che le sostiene, si devono impiegare mezzi di straordinaria lunghezza e rigidità, bilici che arrivano a misurare dai 60 ai 70 m di lunghezza; questo vuol dire intervenire su tutta la viabilità, dalla cosidetta Traversa del Mugello, alla Statale 65 del passo del Muraglione, alla strada comunale di Corella. 21 sono gli interventi ipotizzati nella prima parte del tracciato, 24 quelli sulla strada comunale da San Bavello alla valvola Snam; ulteriori 3 km di strada/pista per l’accesso al crinale. Da una parte il disagio per polveri, rumore e traffico pesante e lento sulle principali direttrici viarie del Mugello e della Val di Sieve, dall’altra le modifiche ai tracciati esistenti della viabilità comunale con estesi e quantomai improbabili tagli della montagna per realizzare gli allargamenti necessari, in zone ad alto rischio idrogeologico, sensibili a frane, smottamenti, erosione, in particolare nel tratto che da Dicomano arriva ai piedi del Giogo di Villore-Corella. Da lì in poi, lasciando il presente tracciato per inerpicarsi sul pendio, dobbiamo immaginare cosa potrà succedere a boschi, prati, pascoli fino a raggiungere il crinale: la distruzione dello stato naturale incontaminato dei luoghi. L’intervento, unito all’abbandono della montagna e della collina e ai cambiamenti climatici in atto, darà origine a rovinosi eventi, creando ulteriori disboscamenti di ampie aree forestali e opere di sbancamento di intere pareti rocciose. Il dissesto idrogeologico peggiorerà con conseguenze difficilmente prevedibili in un territorio estremamente fragile da questo punto di vista, per il quale le amministrazioni locale e regionale dovrebbero prevedere invece utili interventi di ripristino ambientale.

4. Non meno importanti le ricadute sulla biodiversità animale e vegetale. La perdita di habitat per le specie aviarie sedentarie nei pressi delle pale, dovuta al disturbo dell’alimentazione e della nidificazione, la decimazione degli uccelli migranti nel passaggio sul crinale, punto in cui anche l’altezza di volo è ridotta e l’impatto contro le eliche è molto probabile, sono i principali fattori di riduzione delle popolazioni di uccelli nelle zone d’istallazione delle pale eoliche. Tra l’altro, studi stranieri (Janss et al. 2001) hanno evidenziato che a farne le spese sono proprio le specie di maggiori dimensioni, come i rapaci, che hanno maggior difficoltà nella riproduzione e le cui popolazioni necessitano di più tempo per riprendersi: l’Aquila, il Gheppio, l’Astore, il Biancone, il Pellegrino. Relativamente all’Italia, Magrini (2003) ha riportato come nelle aree dove sono presenti impianti eolici, è stata osservata una diminuzione di uccelli fino al 95% per un’ampiezza fino a circa 500 metri dagli aerogeneratori.

5. Dalle Osservazioni al progetto di eolico industriale di AGSM sul Giogo di Villore e Corella formalizzato alla Regione Toscana da Italia Nostra il 12/03/2021, leggiamo:
“… nelle linee guida per la valutazione d’impatto ambientale per gl’impianti eolici la Regione Toscana scrive: – Considerato che in Toscana il paesaggio assume un valore di particolare rilievo, in alcune situazioni è opportuno considerare inclusi nell’Area d’Impatto Potenziale ‘punti di eccezionalità‘, cioè di alta riconoscibilità e di elevato valore paesaggistico e culturale, sulla base di un’analisi della situazione locale da parte dei proponenti, anche se, in base al solo criterio della distanza, ne sarebbero esterni. Dai punti di eccezionalità individuati devono essere elaborati dei fotoinserimenti”. Tale analisi doveva essere richiesta ad AGSM nel rispetto delle linee guida nazionali e regionali, che avrebbe dovuto individuare in modo puntuale il bacino d’influenza visiva dell’impianto e riportarlo in scala opportuna su una base cartografica. Cosa che non è stata fatta e che dovrebbe mettere in allarme non solo la Sovrintendenza, chiamata a dare il suo parere in Conferenza dei Servizi, ma anche tutti gli enti territoriali che hanno a cuore il turismo e la fruibilità pubblica del territorio Mugellano e non solo. Scrive ancora Italia Nostra: “le linee guida nazionali prevedono una ricognizione dei centri abitati e dei beni culturali e paesaggistici […] distanti in linea d’aria non meno di 50 volte l’altezza massima del più vicino aerogeneratore, documentando fotograficamente l’interferenza con le nuove strutture. Le linee guida regionali prevedono altresì che “l’area d’impatto visuale assoluto rappresenta un’area circolare di raggio pari alla massima distanza da cui l’impianto eolico risulta teoricamente visibile nelle migliori condizioni atmosferiche possibili, secondo la visibilità dell’occhio umano e le condizioni geografiche […]. Assumendo la relazione che permette il calcolo del raggio dell’aivat (area d’impatto visivo assoluto teorico) r= hx600 (dove r raggio dell’AIVAT, H altezza al mozzo della pala) risulterebbe che le pale con mozzo alto 99 metri sarebbero visibili a occhio nudo per un raggio di ben 59 km.”

6. L’apertura della strada per il crinale significa che questo impianto è solo l’apripista per una vera invasione e cementificazione di questo angolo di Appennino; per realizzare gli obiettivi europei al 2030 tanti altri impianti sono necessari e verranno incentivati anche dai fondi del PNRR del governo Draghi.

Ma perchè chi dovrebbe essere il principale difensore del territorio, del paesaggio e della salute di questo ambiente permette e addirittura favorisce questo scempio?
Perchè non si capisce che realizzare un megaimpianto industriale sulle cime appenniniche costituisce una ferita insanabile a questa bellissima terra, già ampiamente martoriata e per sempre segnata da quelli che sono stati gli scriteriati lavori per l’Alta Velocità ferroviaria FI-BO, dallo scarico di rifiuti tossici nelle cave di Paterno e di terreni inquinati nei terreni agricoli di Gabbiano, ecc.?

centrale eolica eolico
centrale eolica del CARPINACCIO – FIRENZUOLA (FI)

Gl’interessi in ballo sono troppi e troppo forti, come si capisce bene dalla nuova normativa che regola la distribuzione degl’incentivi sulle FER [Qui]
Il nuovo decreto 4 luglio 2019 riguardante gli incentivi alle fonti rinnovabili per il triennio 2019-2021 (il Nuovo DM FER) approvato dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 186 del 9 agosto 2019 è entrato in vigore il 10 agosto 2019. Le fonti cosiddette ‘rinnovabili’, che possono godere degli incentivi contemplati dal Nuovo DM FER sono: l’eolico on-shore (cioè su terra, per distinguerlo da quello off-shore con le pale istallate in mezzo al mare), l’idroelettrico, gli impianti alimentati a gas di discarica e gas residuati da processi di depurazione e il fotovoltaico.

Il nuovo DM FER ricalca complessivamente quello del 2016, distinguendosi però per alcuni punti importanti: taglia l’accesso agli incentivi per gli impianti di piccole dimensioni, infatti potranno accedere soltanto le imprese che si iscrivono ai registri nazionali e partecipano alle procedure competitive d’asta, cancellando l’accesso diretto, che era previsto invece nel DM 2016. Questa novità avrà sicuramente un effetto disincentivante per le piccole iniziative, gli impianti di piccola taglia e per i piccoli investitori, che fino ad ora hanno avuto in questo meccanismo una certezza importante di recupero dell’investimento. Lo sviluppo dell’eolico e delle energie rinnovabili viene in questo modo indirizzato principalmente verso le grandi e grandissime imprese, escludendo dai contributi gli impianti con valenza territoriale.

centrale eolica eolico
centrale eolica di RIPARBELLA (PI)
dal sito ufficiale di AGSM

Fino ad oggi la remunerazione diretta per ogni kWh prodotto dalle rinnovabili ha permesso a queste forme di produzione energetica di recuperare il gap di competitività con le fonti fossili, spingendo privati e semplici cittadini a investire su queste tecnologie. I pochi produttori di pannelli e componenti per l’eolico made in Italy sono stati soppiantati nel giro di pochi anni dalla concorrenza internazionale, soprattutto asiatica. Secondo l’ultimo rapporto delle attività pubblicato dal GSE, ancora oggi il conto del sostegno alle incentivazioni delle fonti rinnovabili risulta estremamente elevato: la stima è che, nel 2019, il Gestore dei servizi energetici abbia dovuto sostenere un costo netto di ben di cui 11,4 miliardi di euro per l’incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (a cui vanno aggiunti ulteriori 1,3 miliardi ascrivibili all’efficienza energetica e alle rinnovabili termiche, 0,8 miliardi elativi ai biocarburanti e 1,3 miliardi riconducibili ai proventi derivanti dal collocamento di quote di emissione all’asta nell’EUETS).

Perché, nonostante gli oltre 11 miliardi di euro spesi annualmente per l’incentivazione delle rinnovabili elettriche, l’Italia ha deciso di concedere una nuova tornata di incentivi alle fonti rinnovabili? La risposta risiede negli obiettivi europei al 2030: per raggiungere il target del 30% di consumi di energia primaria coperti con le fonti cosiddette pulite, solare ed eolico sono chiamati nei prossimi anni a viaggiare a un ritmo di installazione accelerato. Rendendo così indispensabile un sostegno statale per stimolare gli investitori e la realizzazione di nuovi impianti.

Insomma la transizione energetica alle fonti rinnovabili in Italia non si sostiene da sola, ma vuole essere sostenuta da noi, dai cosidetti “oneri di sistema” delle nostre bollette, che invece di diminuire aumentano sempre di più, mentre noi cerchiamo di risparmiare! A favore di chi? A questo punto a favore delle grandi imprese private che incassano fino a 12,5 miliardi d’incentivi statali l’anno, grazie ad una politica europea e nazionale che li favorisce e li ingrassa.

Per Alberto Pinori, presidente Anie Rinnovabili (associazione parte di Federazione Anie) e Davide Chiaroni, vicedirettore Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, non si può fare a meno degli incentivi: se l’obiettivo per l’Italia è realizzare 30 GW di nuovi impianti fotovoltaici e 10 GW di nuovi impianti eolici al 2030, riducendo l’occupazione di suolo e sfruttando le coperture e i tetti, per Pinori “non si può rinunciare in questa fase a meccanismi di incentivazione diretti come il decreto ministeriale sulle Fonti di energia rinnovabile o indiretti come le detrazioni fiscali ed il super ammortamento, oltre che alla normativa sull’autoconsumo”. Anche gli altri paesi europei seguono questa linea, continuando a incentivare le fonti rinnovabili ai fini della transizione energetica. [Qui]

A questo punto però, se vogliamo davvero un cambio di rotta, sono i cittadini, coloro che sostengono con le tasse sulla bolletta lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dovrebbero essere i primi ad avere voce in capitolo e poter decidere quali e quante debbano essere le energie rinnovabili da incentivare, come e dove posizionare gli impianti, come gestirne la produzione e come risparmiare sull’energia, per poter veramente proteggere e valorizzare il proprio ambiente. Per questo motivo si devono perseguire e incentivare le Comunità energetiche!

*VI CONVEGNO NAZIONALE Il controllo degli agenti fisici:ambiente, territorio e nuove tecnologie, 6 – 7 – 8 giugno 2016, Alessandria

In copertina: centrale eolica CASONI DI ROMAGNA – dal sito ufficiale di AGSM

LA SBORNIA DA RECOVERY PLAN:
Non è tutto oro quello che luccica

 

Più di un anno di pandemia ci consegna un Paese con meno lavoro, più diseguale e più povero, con un forte decremento del PIL e una grande crescita del debito. I numeri sono impietosi in proposito: nel 2020 sono stati persi circa un milione di posti di lavoro, per lo più di lavoratori precari, indipendenti, giovani e donne.
Per quanto riguarda le disuguaglianze, già un anno fa il governatore della Banca d’Italia Visco avvertiva che “per le famiglie che prima dell’emergenza sanitaria erano nel quinto più basso della distribuzione (del reddito), la riduzione del reddito sarebbe stata due volte più ampia di quella subita dalle famiglie appartenente al quinto più elevato”. Ancora: nel 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta era al 7,7 % della popolazione, mentre nel 2020 esso è arrivato a toccare il 9,4 %. Il 2020 si è chiuso con una caduta del PIL pari all’8,9% in termini reali rispetto al 2019, mentre il rapporto tra debito pubblico e PIL ha subito un’impennata al 155,8 per cento dal 134,6 per cento del 2019. Il debito aggiuntivo cumulato già oggi autorizzato da qui al 2026 raggiungerà la cifra astronomica di 496,8 miliardi (confrontate questa cifra con le risorse provenienti dal Recovery Plan).

Insomma: siamo dentro la più grande crisi ecologica, economica e sociale dal dopoguerra del secolo scorso ad oggi. A cui si aggiunge la crisi democratica provocata dal governo Draghi, ben testimoniata dal totale esautoramento del Parlamento, che è stato convocato per discutere del Recovery Plan alle 16 di lunedì pomeriggio scorso, dopo aver ricevuto la sua ultima versione alle 14, due ore prima, un documento di più di 300 pagine, che, come ha sottolineato lo stesso Presidente Draghi, segnerà il destino dell’Italia per i prossimi anni.
in realtà, questo documento non aveva bisogno di essere discusso, essendo già stato concordato nei giorni precedenti tra il Presidente del Consiglio e la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Un esempio perfetto di tecnocrazia al lavoro, del resto confezionato da esperti di questa tecnica di governo, come Draghi, che già nella precedente crisi economica-sociale del 2011-2012 si proclamava non preoccupato, perché tanto c’era una sorta di ‘pilota automatico’ al comando, ben rappresentato dai vincoli prodotti dall’Unione Europea in tema di politiche di austerità.

Comunque, oggi arriva la ‘risoluzione dei nostri problemi’, con l’approvazione del Piano di Ripresa e Resilienza Nazionale (PNRR). Vale la pena approfondirne i contenuti, gli assi di riferimento di fondo, la sua utilità ed efficacia.
Come sufficientemente noto, esso prevede uno stanziamento complessivo di circa 235 miliardi, suddivisi nelle sei missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (50 mld), Rivoluzione verde e transizione ecologica (70 mld circa), Infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,4 mld), Istruzione e ricerca (33.8 mld), Inclusione e coesione (29,6 mld), Salute (19,6 mld), non discostandosi di molto, sia per i capitoli che per le risorse assegnate, da quanto a suo tempo elaborato dal governo Conte.
Su ciascuna di queste scelte ci sarebbe molto da dire, e in termini sostanzialmente molto negativi.

Mi limito ad alcune considerazioni parziali ed esemplificative: su digitalizzazione e innovazione, si assume questa priorità in modo acritico, senza alcuna riflessione sul modello sociale e produttivo che la diffusione dell’utilizzo delle tecnologie informatiche e dei Big Data comporta, in termini di controllo sociale e limitata creazione di occupazione. A quest’ultimo proposito, mi pare particolarmente suggestiva e passibile di utili riflessioni la notizia uscita recentemente per cui Apple ha varato il suo piano industriale da qui al 2026, prevedendo investimenti giganteschi, per ben 430 miliardi $, quasi il doppio del PNRR, per potenziare il proprio impegno nella ricerca hi-tech e nell’intelligenza artificiale, che, però, sono destinati a generare in tutti gli Stati Uniti solo 40.000 posti di lavoro, confermando la tendenza al disaccoppiamento tra investimenti e occupazione nei settori ad alta tecnologia.
In questa missione è inserita anche la voce “Cultura e turismo”, scelta che potrebbe apparire curiosa, ma che viene chiarita dallo stesso testo quando si scrive che ci si prefigge “l’obiettivo di rilanciare i settori economici della cultura e del turismo, che all’interno del sistema produttivo giocano un ruolo particolare, sia in quanto espressione dell’immagine e brand del Paese, sia per il peso che hanno nell’economia nazionale (il solo turismo rappresenta circa il 12% del PIL)”, vale a dire considerandoli sostanzialmente come fattori produttivi.

Per quanto riguarda la transizione ecologica, le risorse a favore delle energie rinnovabili sono decisamente insufficienti, con l’obiettivo di installare impianti per circa 5 GW da qui al 2026, mentre ne servirebbero almeno 25, supportando le politiche di ENI e SNAM che continuano anche per per il futuro a puntare sulle energie fossili, in primis il gas, e a progettare impianti come il CCS di Ravenna per ‘catturare’ e sotterrare la CO2 emessa, anziché evitare di produrla.
Sempre in questo capitolo, non è previsto un intervento efficace per contrastare il dissesto idrogeologico, mentre in tema di acqua e servizio idrico non si ragiona per risparmiare seriamente la risorsa, per esempio costruendo un vero Piano per la riduzione delle perdite delle reti, e si prospetta un nuovo intervento di ulteriori privatizzazioni, consegnando il Mezzogiorno alle grandi multiutilities di natura privatistica Hera, Iren, A2a e ACEA, cancellando così totalmente l’esito referendario di dieci anni fa.
Ancora: si stanziano risorse notevoli per l’Alta velocità, circa 28 mld, più di quanto va al tema della Salute, finanziato con un po’ meno di 20 mld, che non recuperano neanche i tagli effettuati negli ultimi 15 anni e che, soprattutto, dimostrano quanto poco si sia imparato dalla vicenda della pandemia.
Infine, vengono delineate una serie di cosiddette “riforme”, il vero oggetto del contendere con l’Unione Europea, ben più stringenti rispetto al documento del governo Conte: Riforma della Pubblica Amministrazione, riforma della Giustizia, Semplificazione e promozione della concorrenza, Riforma Fiscale e altre ancora, tutte ispirate ad una logica di apertura al mercato e di “liberazione” dai vincoli che lo ostacolano. Qui, in fondo, sta l’anima del Recovery Plan: un’idea di modernizzazione, trainata da una spinta all’innovazione e legittimata da una presunta conversione ecologica, che, però, ancora una volta assume come parametri e obiettivi l’idea della crescita quantitativa, della competitività e della concorrenza, della centralità dell’impresa e del mercato come regolatore fondamentale, peraltro da sostenere con il debito “buono” quando la crisi diventa troppo grave.

Il punto di fondo è che, però, non si vuole vedere – e tanto meno ammettere – che questo meccanismo non funziona più. Ce lo dicono gli stessi numeri del PNRR e del Documento di Economia e Finanza 2021: al di là della propaganda e della grancassa suonata in questi giorni, le stesse pagine del Recovery Plan stimano, nello scenario più ottimistico,  una crescita aggiuntiva cumulata proveniente dallo stesso da qui al 2026 del 3,6%, che vuol dire circa una media dello 0,6% in più ogni anno, mentre l’occupazione, sempre in termini cumulati, dovrebbe aumentare del 3,2%, il che, però, significa che solo nel 2024 si dovrebbe ritornare ai livelli occupazionali del 2019.
Non una grande prospettiva, che poi viene decisamente aggravata se consideriamo l’andamento del debito pubblico: i dati – contenuti nel DEF ma non nel PNRR – dicono che nel 2024 saremo ancora agli stessi livelli registrati alla fine del 2020, attorno al 152% del PILe si ritornerebbe alla situazione pre-Covid, vicino al 135% del PIL, solo nel 2032.
Qui sta un punto decisivo, quello che, passata la sbornia delle “più grandi risorse a nostra disposizione”, nel giro di qualche anno, potrebbe improvvisamente far diventare  ‘cattivo’ il debito che oggi viene chiamato buono, riproponendo nuovi scenari di lacrime e sangue. Soprattutto se non verrà cambiato radicalmente il paradigma del Patto di Stabilità europeo in vigore fino all’inizio della pandemia e oggi sospeso probabilmente fino alla fine del 2022, che però comporta la revisione dei Trattati, la modifica profonda dell’ortodossia economica, che appare anch’essa solo sospesa e non abbandonata, la messa in campo di un’altra idea di Europa e del suo modello produttivo e sociale.
Questo, sia detto per inciso, sarà probabilmente il vero terreno di scontro nei prossimi anni, utile a verificare una possibile svolta, che non c’è stata, a differenza dei tanti che l’hanno esaltata, con la creazione del Next Generation UE, fatto più per necessità che per virtù, come del resto è successo nella gran parte delle economie capitalistiche, a partire dagli Stati Uniti.

All’inizio del suo discorso alla Camera, il Presidente del Consiglio Draghi ha invitato a giudicare il Recovery Plan con gli occhi dei giovani, delle donne, delle persone sofferenti durante la pandemia. Sono d’accordo nel seguirlo lungo questa strada ma, proprio per questo, non posso che essere, nel contempo, preoccupato e distante da chi, come questo governo, non riesce a usare lenti diverse, se non un po’ riverniciate, rispetto al passato per pensare al futuro. Che reclama, invece, un cambiamento radicale e la messa in discussione delle scelte di fondo che ci hanno condotto sino a qui e che si ritrovano, sia pure aggiornate, in questo Recovery Plan. E che per questo va respinto, anche con la mobilitazione sociale e politica, e riscritto.
Stanno provando a farlo un insieme di soggetti e movimenti che si sono aggregati ne La società della cura [Vedi qui]. Ne va, appunto, del nostro destino futuro.

Ministero della Transizione o della Finzione Ecologica?
Una rete sociale diffusa scrive un piano alternativo

 

Finalmente  anche l’Italia si è dotata di un Ministero della Transizione Ecologica. Tutta una serie di fatti, però, mi fanno venire il dubbio se non siamo, invece, di fronte ad un Ministero della Finzione ecologica.
Intanto, qualche giorno fa, è arrivata l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per 11 nuovi pozzi per l’estrazione di idrocarburi, di cui ben 7 in Emilia-Romagna. Tempo addietro è stato deciso di prevedere una procedura semplificata per l’autorizzazione all’ipotizzato CCS di Ravenna, che dovrebbe diventare il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 in Europa, con cui ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi la CO2 proveniente da processi industriali o dai suoi stessi impianti, prolungando così il ricorso alle fonti fossili, mentre, sempre a Ravenna, il Progetto Agnes, basato sulle rinnovabili, potrebbe entrare in funzione nel 2023, ma tale data rischia di andare più in là proprio per i lunghi tempi autorizzativi.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono elementi di dettaglio, tutt’ al più segnali inquietanti, ma circoscritti. Se, però, alziamo lo sguardo a ciò che si sta predisponendo sul Recovery Plan, e, segnatamente, sulla missione Rivoluzione verde e transizione ecologica”, le preoccupazioni aumentano ulteriormente. Su questo punto, il lavoro è ancora in corso, il governo Draghi sta rimettendo le mani all’elaborazione del precedente piano, ma, da quanto è dato conoscere, si sta andando in una direzione negativa, che sa molto di ‘greenwashing’ ed è poco attenta e utile per affrontare seriamente il problema del contrasto al cambiamento climatico e di un passaggio forte verso le energie rinnovabili e a un nuovo modello di produzione e consumo energetico.

Il materiale a disposizione è abbastanza complesso e lì non si esplicita una strategia chiara, al di là delle risorse significative a disposizione (circa 70 miliardi di €, che potrebbero persino lievitare attorno agli 80, su un totale di circa 220  miliardi dell’insieme del Recovery Plan). Ci ha pensato, però, qualche giorno fa, in un’intervista su Repubblica,  il neoministro alla Finzione ecologica Cingolani a chiarire il tutto [Vedi qui], sostenendo che la transizione energetica si appoggerà sull’utilizzo del gas, in ossequio ai piani dell’ENI, e che poi, con il 2050 si potrà pensare alla fusione nucleare.
Ora, una simile ipotesi significa allungare la vita all’utilizzo delle fonti fossili, com’è anche il gas, ritardare il passaggio alle energie rinnovabili e, soprattutto, non porsi il tema decisivo, che è quello di puntare all’ autoproduzione e al consumo distribuito consentito da queste ultime, superando un’opzione di sistema centralizzato e tendenzialmente autoritario, quello che deriva appunto dall’utilizzo delle energie fossili e del nucleare.
Né si può stare più tranquilli, esaminando, sempre all’interno della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quanto previsto a proposito di tutela del territorio e della risorsa idrica. Qui, oltre alle poche risorse indicate (complessivamente  circa 15 miliardi, ma di cui 10 già previsti, per un saldo quindi di circa 5 miliardi, mentre si stima che solo per una serio Piano di contrasto al dissesto idrogeologico ce ne vorrebbero 26 nell’arco di diversi anni), viene riproposta, anzi rafforzata, un’idea di ‘riforma’ degli affidamenti del servizio idrico per favorire la completa privatizzazione dello stesso, in particolare nel Mezzogiorno, dopo che nel Centro Nord già la fanno da padrone le grandi multiutilities quotate in Borsa, IREN, A2A, HERA e ACEA. Sarebbe, proprio a dieci anni dai referendum sull’acqua, la definitiva certificazione dell’annullamento della volontà popolare, dopo che essa è stata già fortemente disattesa in questi anni.

Il quadro non è molto migliore nella nostra Regione
In Emilia Romagna, nel dicembre scorso, si è giunti alla definizione del Patto per il Lavoro e il Clima, sottoscritto, oltre che dalla Regione, da diversi altri soggetti, dalle Associazioni di impresa ai sindacati confederali, da Legambiente ai Comuni capoluogo e altri ancora.
Chi non l’ha sottoscritto è stata la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale (RECA), nata da circa un anno e che per la prima volta è riuscita a raggruppare in una visione comune 76 tra Associazioni e Comitati regionali e territoriali che intervengono, da vari punti di vista, sui temi del contrasto al cambiamento climatico, della conversione ecologica e della difesa dei Beni Comuni.
RECA ha deciso di non firmare perché quel Patto non rappresenta la svolta necessaria per mettere in campo politiche adeguate per affrontare proprio questi ultimi temi. Infatti, al di là degli obiettivi generali individuati – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% in Regione entro il 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 –  che possono essere condivisibili, in realtà nel Patto per il Lavoro e il Clima non sono definiti i tempi e gli interventi che dovrebbero portare alla loro realizzazione, né gli impegni da mettere in atto in questa direzione già in questa legislatura.
Di fatto, si continua a tacere, il che vuol dire continuare ad andare avanti lungo scelte che contraddicono quegli obiettivi, come il forte ricorso a grandi opere stradali e autostradali, il ricorso massiccio ad aree dedicate alla logistica senza affrontare la questione del consumo di suolo che ciò determina, il via libera al Centro di Cattura e Stoccaggio (CCS) di Ravenna.
Quest’ultimo progetto è una scelta sbagliata; il CCS è infatti basato su tecnologie costose e non ben verificate, di fatto alternativo al ricorso rapido alle fonti rinnovabili, un vero e proprio tentativo di mettere sotto la sabbia la CO2 emessa anziché evitare di produrla.
Ancora, non ci sono scelte convincenti e coraggiose su diversi punti: solo per esemplificare, non c’è cenno alla ripubblicizzazione del servizio idrico, proprio quando potenzialmente si apre questa possibilità a Bologna con la scadenza della concessione a Hera alla fine di quest’anno. Manca una politica che punti fortemente alla riduzione dei rifiuti prodotti e al loro riciclaggio, così come al superamento degli inceneritori, mentre non sono indicati forti investimenti sul trasporto pubblico e per la riduzione significativa del parco automobilistico privato.
Insomma, per tutto un’insieme di valutazioni, la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale ha deciso di scrivere il proprio “Patto per il clima e il lavoro” [per leggere il Patto di RECA clicca Qui], un piano alternativo a quello elaborato dalla Regione e sul quale si intende aprire un confronto vasto con le persone e nella società regionale.
Sono davvero tante le realtà e le intelligenze collettive che lavorano per disegnare una reale transizione e conversione ecologica, per la difesa e la valorizzazione dei Beni Comuni. sia a livello territoriale che nazionale: una prospettiva sempre più necessaria per il mondo che viene e che dobbiamo costruire.

L’ACQUA IN BORSA? NO GRAZIE
firma l’appello contro la speculazione sull’acqua bene comune

APPELLO
Quotazione in Borsa dell’acqua: NO grazie

Noi sottoscritte/i ci uniamo alla denuncia del Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua Pedro Arrojo-Agudo che l’11 dicembre scorso ha espresso grave preoccupazione alla notizia che l’acqua, come una qualsiasi altra merce, verrà scambiata nel mercato dei “futures” della Borsa di Wall Street. L’inizio della quotazione dell’acqua segna un prima e un dopo per questo bene indispensabile per la vita sulla Terra.
Si tratta di un passaggio epocale che apre alla speculazione dei grandi capitali e alla emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese ed è una grave minaccia ai diritti umani fondamentali.
L’acqua è già minacciata dall’incremento demografico, dal crescente consumo ed inquinamento dell’agricoltura su larga scala e della grande industria, dal surriscaldamento globale e dai relativi cambiamenti climatici. E’ una notizia scioccante per noi, criminale perché ucciderà soprattutto gli impoveriti nel mondo.
Secondo l’ONU già oggi un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e dai tre ai quattro miliardi ne dispongono in quantità insufficiente. Per questo già oggi ben otto milioni di esseri umani all’anno muoiono per malattie legate alla carenza di questo bene così prezioso.
Questa operazione speculativa renderà vana, nei fatti, la fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua e, nel nostro paese, rappresenterà un ulteriore schiaffo al voto di 27 milioni di cittadine/i italiane/i che nel 2011 si espressero nel referendum dicendo che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene.
Se oggi l’acqua può essere quotata in Borsa è perché da tempo è stata considerata merce, sottoposta ad una logica di profitto e la sua gestione privatizzata. Per invertire una volta per tutte la rotta, per mettere in sicurezza la risorsa acqua e difendere i diritti fondamentali delle cittadine/i
CHIEDIAMO al Governo italiano di:
• prendere posizione ufficialmente contro la quotazione dell’acqua in borsa;
• approvare la proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) in discussione presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati;
• sottrarre ad ARERA le competenze sul Servizio Idrico e di riportarle al Ministero dell’Ambiente;
• di investire per la riduzione drastica delle perdite nelle reti idriche;
• di salvaguardare il territorio attraverso investimenti contro il dissesto idrogeologico;
• impedire l’accaparramento delle fonti attraverso l’approvazione di concessioni di derivazione che garantiscano il principio di solidarietà e la tutela degli equilibri degli ecosistemi fluviali.
#acquainborsaNOgrazie

Per firmare l’appello, clicca a questo link [Qui]

CONTATORE: alle ore 23,00 del 7 febbraio avevano firmato in 8.703

FORUM ITALIANO MOVIMENTI PER L’ACQUA

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi