Tag: distanza

Confine Italia

IL VIAGGIO DI VALENTINA (10)
Dalla Bulgaria all’Italia

 

Nell’ultima parte di viaggio, la cicloviaggiatrice Valentina Brunet deve percorrere i Balcani, dalla Bulgaria alla Slovenia, passando per Romania, Serbia e Croazia. Poi l’arrivo in Italia, casa.

Ormai ti separava poco – rispetto il lungo viaggio che avevi intrapreso – dall’Italia e avevi fretta di arrivare in tempo all’appuntamento al BAM Europe di Mantova, importante per te e per tutti i cicloviaggiatori. Come hai passato questa ultima tratta?

Arrivata in Bulgaria [Qui] ho realizzato che ero in Europa. Da Burgas, una città piuttosto grigia, ho preso una bella pista ciclabile, ordinata e scorrevole, avventurandomi attraverso distese di campi, dai quali l’unico segno di presenza umana era il rumore dei trattori e dei macchinari agricoli. Naturalmente pioveva. Sono arrivata in un villaggio dal nome propiziatorio, Partizani, che mi ha subito ispirato valori e amore per la collettività. Ho trovato subito alloggio in una stanzetta polverosa, ma ero contenta e soddisfatta. L’indomani sarei arrivata in Romania.

Pista ciclabile Europa

Cosa racconti della Romania?

Sono arrivata a Bucarest [Qui], dove mi aspettavano amici di famiglia. Sentivo che la scoperta dell’ignoto lasciava il posto alla familiarità. Bucarest è una città molto vivace, affollata ma piacevole. Ho rimesso a posto la bicicletta, ho assaporata una mozzarella dopo non so quanto e ho sentito aria di casa. Ripreso a pedalare, ho continuato a percorrere paesaggi rurali, incrociando carri trainati da cavalli e gente sorridente e cordiale. Sono arrivata a Calafat, una cittadina fondata da coloni genovesi, i calafati, così venivano chiamati gli operai nautici impegnati nelle riparazioni navali, che appunto le hanno dato il nome. Ho incontrato amici, ho passeggiato lungo il Danubio e ho partecipato ai festeggiamenti della Domenica delle Palme in una chiesa ortodossa, accendendo due candele, come da loro tradizione, una per i vivi ed una per i miei morti. Ho partecipato anche a una mega grigliata con agnello, distillato di prugne, dolci, musica e danze. Ma la Serbia mi aspettava il giorno dopo…

Ricordi della Serbia?

Ho continuato a pedalare sulla Eurovelo 6, la ciclovia che costeggia il Danubio con vento e pioggia, tanto per cambiare. Ho attraversato un tratto di foresta con alberi oscillanti, piegati dalle raffiche. Ho alloggiato in un B&B mentre la bufera imperversava, in attesa di arrivare a Belgrado il giorno dopo, la tratta del mio record personale: 155 km. La bicicletta continuava a darmi problemi e ho dovuto rivolgermi ancora a un meccanico. In Serbia [Qui] ho incontrato anche Pitram, l’indiano con il quale avevo fatto un pezzo di strada in passato e Stefano, un cicloviaggiatore di Verona. Da Belgrado sono arrivata a Novi Sad. Mi sentivo bene, tutto liscio come l’olio, giornate ‘perfette’. Sentivo di essermi guadagnata questa bella sensazione.

Tenda Europa

Dopo la Serbia, la Croazia [Qui].

Dopo il senso di benessere provato, ecco che arriva il crac. Durante il percorso ho sentito un grande senso di spossatezza e vampate di calore. Mi sono buttata nell’erba ai lati della strada e ho cercato di fare grandi respiri e ossigenarmi per non svenire. Scottavo, ero febbricitante e avevo anche un po’ di paura. Sono riuscita a montare la tenda e, nonostante le mie condizioni, sono riuscita a dormire. La mattina mi ero ripresa, forse era stanchezza. Ho poi alloggiato presso Marja e Darko, due splendide persone che mi hanno affidata al loro amico farmacista, il quale mi ha prescritto sali reidratanti, magnesio ed estratti per il sistema immunitario. Non potevo permettermi anche il riposo consigliatomi perché dovevo proseguire per Zagabria.

Dalla Croazia passi in Slovenia, sempre più vicina alla tua Italia.

A Lubiana ho incontrato la mia amica d’infanzia Giulia, l’amica di sempre. Giulia e il suo compagno Roberto erano già in Slovenia [Qui] e ci eravamo accordati di incontrarci. Il momento dell’incontro ci ha commosse e ci siamo scambiate un lungo abbraccio. Abbiamo trascorso una bella serata insieme e ho deciso di fermarmi un giorno in più perché ne avevo bisogno. Ho approfittato per qualche spesa, ho girato la città e ho scoperto piste ciclabili favolose e rispettate. Mi sono rimessa in marcia il giorno dopo.

Europa

Com’è stato l’arrivo in Italia?

In un countdown intenso, mi sono avvicinata al confine. In territotrio sloveno ho incontrato alcuni cicloviaggiatori italiani, con i quali ho scambiato il mio primo ‘ciao’ dopo un’eternità. E pensare che in Italia non saluta quasi nessuno! Mi sentivo svuotata, senza emozioni, con le mani avvinghiate rigide al manubrio e poi ho letto il cartello “Italja” e non mi sono più trattenute: grosse lacrime mi scendevano senza controllo, come si fosse aperta improvvisamente una diga. Ho abbracciato Rosa, la mia fedelissima bicicletta e le ho detto ‘Brava!’ per aver resistito ad ogni sorta di avventura.

Le prime cose che hai fatto in Italia?

Ho ammirato Trieste, pensando che l’Italia è davvero un bellissimo Paese. Mi è sembrato strano ritrovarmi in centro, tra persone che parlavano la mia lingua, con i suoi suoni e le sue intonazioni. Erano trascorsi 20 mesi dal Vietnam, avevo dormito dappertutto, mangiato quello che trovavo, mi sono destreggiata tra mille situazioni e ho incontrato persone incredibili, nel bene e nel male. Ero in Italia e avevo in testa un lunghissimo elenco di cose che volevo fare, bere, mangiare. Mia mamma e il suo compagno mi hanno fatto la bellissima sorpresa di incontrarmi a Trieste, quanta emozioni!  E poi c’è stato quell’agoniato BAM Europe a Mantova, dove sono arrivata puntuale, dopo forsennate pedalate, il 17 maggio 2019. Ho incontrato amici bikers, Neri Marcorè e Bressan, il produttore di bici. Ho incontrato e abbracciato l’amico Dino Lanzaretti, il primo che ha creduto in me, il primo sostenitore da lontano che mi ha sostenuta, aiutata, consigliata. Mi è anche venuta voglia di girare il nostro Paese e successivamente l’ho fatto, perché mi sono resa conto che conoscevo più il Kirghizistan dell’Italia.

Abbraccio Italia

Cosa hai imparato nelle tue esperienze di viaggio e cosa hai capito di te?

Da quando ho iniziato a viaggiare da sola i cambiamenti sono stati tantissimi. Ho coltivato un forte spirito di adattamento, iniziativa, inventiva. Ho imparato a ridurre i miei bisogni al minimo per la sussistenza, a non avere pregiudizi, a fidarmi del mio sesto senso. Ho imparato a lanciarmi, a uscire dalla mia zona di comfort. Ho imparato ad affrontare le difficoltà con il sorriso, consapevole del fatto che tutto è transitorio, nel bene e nel male.

Come si vive il pensiero di casa e dei propri affetti dopo così tanto tempo lontana?

La tecnologia viene in aiuto per le relazioni a distanza. Whatsapp, messaggi, videochiamate aiutano ad accorciare le distanze. La distanza è relativa quando si può comunicare in ogni momento o quasi.

Altre destinazioni a cui stai lavorando, non appena possibile?

Certamente. Certo, Covid permettendo. Si ripartirà dal Canada e un pensiero alla Patagonia. Altri viaggi, altre storie…

Ripercorri insieme a Valentina Brunet il suo lungo viaggio11 dal Vietnam all’Italia, 25.000 chilometri in bicicletta, Tutte le interviste rilasciate durante il percorso le trovi nella rubrica Suole di vento

Una parte microscopica del cosmo

Ho ripescato dall’archivio di Internazionale (https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/09/19/ansia-consuma) un interessante articolo di questo scrittore e giornalista. Il pezzo parla dell’ansia, uno stato d’animo sul quale, in questi giorni, sentivo il bisogno di leggere qualcosa di terapeutico. La prospettiva eccentrica dell’articolo risiede nella considerazione di come l’ansia non si combatta “vivendo nel presente” secondo un precetto di ispirazione buddista, ma anzi dandole tempo, anche solo qualche giorno, per capire che ciò che ci preoccupava qualche giorno fa, oggi potrebbe addirittura farci sorridere; come ogni presagio di catastrofe allenti la sua presa emotiva, non appena ci si rende conto che la catastrofe non è arrivata, e la nostra ansia per il disastro mai avvenuto era, proprio lei, il vero e unico disastro. E che siamo “una parte microscopica del cosmo”, come potremmo verificare con Google street view e Google earth, partendo dall’immagine di casa nostra e allargando il campo fino a mostrare l’intero pianeta.

Quasi tutte le cose che ci preoccupano si dimostrano sopportabili, se non addirittura positive, o semplicemente non si verificano mai. La prossima volta che avrete paura che qualcosa vi rovini la vita, provate a pensare che se in passato aveste avuto ragione, oggi la vostra vita sarebbe già rovinata.”

Oliver Burkeman

ZOROASTRO E’ TORNATO
Il tempo rubato e la pandemia del regresso

Provate a lasciarvi alle spalle il futuro. È come camminare a ritroso, marciando in avanti. Cadrete nel buco nero della dimenticanza.
Abbiamo perso il tempo, non nel senso che siamo stati a oziare, anzi, mentre eravamo operosi ce l’hanno tolto.
Ci hanno lasciato lo spazio, ridotto, circoscritto, di misura per sopravvivere, ma senza più il tempo. Trafugati di ogni dimensione, di un prima e di un dopo.
Neppure ci avessero rapito l’identità, no, quella ce l’hanno lasciata, con la condanna di non poterla più riflettere nello specchio del tempo.
Ci hanno sottratto il succedersi degli intervalli, dei pieni e dei vuoti, delle pause e delle riprese, il contrappunto d’ogni esistenza, di ogni alfa ed omega. È come essere stati costretti a riporre la nostra identità nei cassetti dei ricordi, di fronte alla caduta del tempo e all’attesa del suo ritorno, se ci sarà.

Intanto Zoroastro è nuovamente sceso dalle sue dimore a predicare pregi e vantaggi dell’unica dimensione che ci hanno lasciato, quella che non fa male alla carne e fa bene allo spirito. La dimensione del tempo senza tempo, la dimensione delle spirito che incarta le anime, la dimensione che nutre ogni fede: c’è sempre la trascendenza a cui ci si può attaccare. Dio è morto ma non la trascendenza, sempre in agguato dietro ai beati di spirito, dietro ai fardelli di anime accatastati, una trascendenza che non ci è dato di negare, poiché ciò che è fuori dal tempo non lo si può falsificare.
Ora ci siamo noi fuori dal tempo, ci hanno spalancato le porte per uscirne, non attendevano altro che si presentasse l’occasione.

Le giovani generazioni cresceranno in batteria con genitori a distanza, come le adozioni dei bambini e dei cani, senza alcuna differenza. Ognuno figlio dell’affetto virtuale e della paratia di un desktop. La distanza è lo spazio del tempo dimenticato, del tempo arrestato. Chi carica l’orologio ha deciso di attendere, non si può più camminare con le ore. È il momento della fermata, tutta la terra è ferma, e perché mai preoccuparsi se in questa tregua inattesa la terra rigenera, respira come mai prima ha respirato? Noi potremmo essere gli immobili spettatori con il cuore sospeso di questa terra che rinasce, che ritrova l’equilibrio che le abbiamo sottratto. Noi e il progresso, noi e il consumo, noi e lo sfruttamento, noi siamo la grande malattia della natura, più grande del nostro genio, delle nostre invenzioni, delle nostre conquiste. Non siamo più i cittadini di un cosmo, ma solo animali rifugiati nella tana della terra.

Non sopporto più chi vuole porre fine alla sfide dell’uomo con la vita, con la conquista di ciò che ancora non ha, con la conquista di saperi e conoscenze sempre nuovi, con la voglia di superare noi stessi, di andare oltre l’uomo.
Non sopporto più chi confeziona argomentazioni come catechismi per convincerci dei danni commessi, chi ci vorrebbe monaci della terra anziché imprenditori e avventurieri. Imprenditori e avventurieri del pensiero per restituire il tempo al futuro, per oliarne gli ingranaggi, per ritornare ad udire il battere delle ore. Per celebrare ogni nuovo traguardo. Se c’è una ragione d’essere, questa è caricarsi della sfida che comporta vivere, accettare di esistere con i costi che si debbono pagare. Questa è la lotta che abbiamo ingaggiato da quando siamo apparsi sul pianeta Terra e finché ci saranno vite umane sarà una lotta che non si esaurisce.

L’uscita dal tempo produce la pandemia del regresso, la sindrome del prima era migliore del dopo. La vita degli archivi, delle muffe e delle ragnatele, tutti impiegati di concetto delle nostre mediocrità, pavidi di fronte al conflitto, al conflitto tra noi come al conflitto tra noi e la natura. Non è tirandosi indietro che si vince, ma cercando di tenerci uniti per andare avanti, tutti con la stessa volontà di non disertare il palcoscenico delle nostre esistenze, che è la storia. La morte non è un accidente della vita, ma la condizione di ogni esistenza, possiamo imparare, e l’abbiamo fatto, a procrastinarla, ma non la possiamo evitare. Ciò che dobbiamo appagare è la nostra sete di andare avanti, di coltivare le nostre intelligenze, la nostra ricerca del sapere, la nostra fame di giustizia e di umanità. Ma non possiamo tirarci indietro, pensare di rallentare la nostra corsa, perché con la vita si corre una sola volta e le sfide che non avremo vinto noi resteranno a carico di chi verrà.

A prova di lontananza

Quante volte ho ripetuto che non credo ai rapporti a distanza. Che si tratti di amore o di amicizia ho sempre sostenuto che sia raro poter mantenere un rapporto di questo tipo. Manca la condivisione della quotidianità, manca a volte la possibilità di esserci nei momenti importanti, manca il guardarsi negli occhi che ci può far comprendere meglio l’altro. Insomma in questi rapporti sono più i vuoti dei pieni, più i senza che i con, più i vorrei ma non posso dei ci sarò. Amicizie perse per questa ragione e relazioni di persone intorno a me che ho visto cedere sotto il peso della lontananza mi hanno convinto della bontà della mia opinione.
Ma se oggi penso alle persone a me più care, mi accorgo che molte di loro sono lontane da me.
E allora sorge spontanea la domanda: è la lontananza a distruggere i rapporti, o a volte sfonda solo una porta aperta?
Forse sto sperimentando che davvero la lontananza fa dimenticare solo chi non s’ama.

“Eppure nonostante tutto, solo noi, sappiamo essere così lontanamente insieme.”
Julio Cortázar

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Montalbano sono!

“Sai che ti dico, che se tu non puoi parlare, lo faccio io: sono stanca di aspettare una tua telefonata, una tua visita, una tua qualsiasi proposta. Io aspetto, aspetto…sono in attesa da una vita, sospesa tra il tuo lavoro e quello che dovrebbe accadere in un futuro che non arriva mai. Ma secondo te è normale che tu non mi abbia cercata per giorni? Che tu non ti chieda come sto io, cosa faccio, come mi sento? Salvo, c’è una sola cosa che può giustificare il tuo comportamento: tu non mi ami più. O comunque non abbastanza da fare qualcosa per me. Ed io, adesso, sono stufa di dare priorità solo a quello che è meglio per te. Io voglio pensare a me. Perdonami, forse non è giusto dirtelo per telefono ma sono davvero esausta. Per me la nostra storia è alla fine.”
Livia a Salvo Montalbano
Il metodo Catalanotti, Andrea Camilleri (Sellerio 2018)

Da quando la conosco, sono sempre stata dalla parte di Livia. La fidanzata di Montalbano è una donna messa in stand by che ha deciso di non aspettare più. E non è urgenza d’altro o impazienza, Livia si è svuotata: non è più piena di lui, dell’importanza, dell’amore che ha mandato avanti tutto per anni. È finita la malinconia dolce di cui un rapporto a distanza si nutre, la bolla di perfezione degli incontri si è rotta, bucata dalla stanchezza di una vita esausta in sala d’aspetto.
Come Livia, ce ne sono di donne che a un certo punto si stancano di dedicarsi a un amante, a un marito, a qualcuno che non vuole esserci. Ma per stancarsi bisogna avere aspettato tanto, essersi fatte andare bene l’attesa edulcorata dal pensiero che qualcosa sarebbe arrivato.
La proiezione sposta lo sguardo in avanti, il pensiero è proteso verso una data, una sera, un fine settimana, ma intanto sfugge il presente che è fatto di sostanza, soddisfazioni, inceppamenti, invecchiamento, rinascite, cioè la vita vera che Livia ha vissuto sospesa in attesa di Salvo, quasi al di sopra della realtà. Ma il qui e ora è un’altra cosa, è Salvo che non chiama per giorni, è Livia che aspetta fino a non poterne più. La distonia fra le due vite, quella che c’è e quella che immagini arriverà, si appiana quando Livia si sente finalmente libera di ricomporre lo sfasamento tra il tempo con e il tempo senza Salvo.
È un punto di non ritorno per una donna, può arrivare anche dopo una vita in cui all’altro si è dato un tale potere di gestione del tempo e del rapporto da averne perso la percezione. Livia ora vuole un tempo tutto suo, dove per Salvo non c’è più posto.

Cari lettori, siete mai stati in attesa di qualcuno? Oppure avete mai lasciato qualcuno ad aspettarvi? Com’è finita?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

FACCI CASO
I parvenu della tv

“…E andiamo a Parigi dal nostro inviato: Bruno, ci senti? Ti passo la linea!”. “Sì, grazie Raffaella, è proprio come stavi dicendo: qui nella capitale francese…”.
Ora questa è la normalità. Conduttori, inviati, ospiti dialogano fra loro, in forma diretta, in modo colloquiale e informale. Si danno del tu. Si chiamano per nome. Conversano (“Guarda, nelle strade qui intorno a me non c’è nessuno in questo momento…), quasi fossero in famiglia. E il telespettatore ha come l’impressione di essere dentro al fatto, direttamente coinvolto, partecipe.
Un tempo non era così, in tv c’era una rigida etichetta: nome e cognome, rapporto formale, riferimento sempre rispettoso allo spettatore. Che cos’è cambiato? Il tono certamente, più diretto, informale, amichevole. Ma anche il punto di riferimento: non è più chi sta al di là dello schermo, ora i giornalisti sono i veri protagonisti, partecipi anch’essi delle storie che raccontano, attori di una messa in scena alla quale noi (spettatori) siamo eccezionalmente ammessi. Al confronto, le vecchie maniere – più ingessate, formali – marcavano certamente la distanza, ma anche il rispetto dei ruoli.
Ora questo spettacolino dell’informazione che caratterizza un po’ tutti i telegiornali e i numerosi contenitori di notizie, ci rende falsamente partecipi: non ci è più riconosciuta l’identità di utenti del servizio (che in un certo senso significa anche essere gli azionisti di maggioranza, perché il canone o l’abbonamento in fin dei conti li paghiamo noi); ma in realtà non assurgiamo neppure a uno status di pari grado, non diventiamo commensali come la situazione ci illude d’essere, perché, a ben vedere, parlano fra loro, sono loro i protagonisti, noi siamo semplicemente spettatori passivi, come davanti a una vetrina o nella sala prove di un teatro, e assistiamo a quel che succede. Siamo stati ammessi, beneficiari e beneficiati dalla loro magnanimità. Loro sanno, discutono, discettano, scherzano, ammiccano, si danno di gomito: noi possiamo star lì a guardarli, ignorati eppur felici di essere ammessi alla recita, orgogliosi di questo privilegio che ci è stato concesso. Parvenu. Facci caso…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Friabile come un biscotto o fragile come un cristallo?

…sono così friabili i rapporti“.
Al telefono G., un amico, mi racconta di lei, di loro, della distanza geografica che li divide, degli andirivieni fra una casa e l’altra e che presto si rivedranno. Finché lui si confida, io penso che lo spazio in mezzo agli appuntamenti e alle partenze sia un po’ mancarsi e un po’ paura. Ha ragione G. quando definisce i rapporti friabili, che è di più di fragili perché un po’ di materia c’è, però si sbriciolano con poco, ma hanno anche qualche componente segreto che può di nuovo amalgamarli se ben dosato.
I rapporti fragili, invece, sono quelli in cui in un attimo una situazione si rovescia, la confidenza diventa gelo, il contatto si trasforma in distacco, l’unità si rompe in tante scaglie. Siamo talmente consapevoli e impauriti da questa precarietà che spesso ci approcciamo agli altri con cautela, talvolta sospetto, come se ci aspettassimo una fuga più che una ricerca, come se allontanarsi fosse sempre la prima soluzione. Non so perché, forse perché in questo modo diventa fin troppo facile partire, non fermarsi un attimo e chiudere la porta in silenzio. Se manca un collante, un disegno di fondo, diciamolo, un sentimento, i pezzi si fanno tanti, da non potere più essere rimessi insieme, dispersi.
Da on a off nel giro di poco senza troppe sottolineature, del resto lo si attendeva fin dall’inizio perché le storie che partono nella dichiarazione spocchiosa di disimpegno, poi vivono di quello, cioè di niente. Possono trascinarsi mesi o anni, non cambia nulla, il senso di una fine è sempre lì a ricordare che, se manca un sottofondo, la costruzione è fragile.

Che tipo di storie avete avuto? Fragili o friabili? L’avete trovato il collante per assemblare i pezzi?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Friabile come un biscotto o fragile come un cristallo?

…sono così friabili i rapporti“.
Al telefono G., un amico, mi racconta di lei, di loro, della distanza geografica che li divide, degli andirivieni fra una casa e l’altra e che presto si rivedranno. Finché lui si confida, io penso che lo spazio in mezzo agli appuntamenti e alle partenze sia un po’ mancarsi e un po’ paura. Ha ragione G. quando definisce i rapporti friabili, che è di più di fragili perché un po’ di materia c’è, però si sbriciolano con poco, ma hanno anche qualche componente segreto che può di nuovo amalgamarli se ben dosato.
I rapporti fragili, invece, sono quelli in cui in un attimo una situazione si rovescia, la confidenza diventa gelo, il contatto si trasforma in distacco, l’unità si rompe in tante scaglie. Siamo talmente consapevoli e impauriti da questa precarietà che spesso ci approcciamo agli altri con cautela, talvolta sospetto, come se ci aspettassimo una fuga più che una ricerca, come se allontanarsi fosse sempre la prima soluzione. Non so perché, forse perché in questo modo diventa fin troppo facile partire, non fermarsi un attimo e chiudere la porta in silenzio. Se manca un collante, un disegno di fondo, diciamolo, un sentimento, i pezzi si fanno tanti, da non potere più essere rimessi insieme, dispersi.
Da on a off nel giro di poco senza troppe sottolineature, del resto lo si attendeva fin dall’inizio perché le storie che partono nella dichiarazione spocchiosa di disimpegno, poi vivono di quello, cioè di niente. Possono trascinarsi mesi o anni, non cambia nulla, il senso di una fine è sempre lì a ricordare che, se manca un sottofondo, la costruzione è fragile.

Che tipo di storie avete avuto? Fragili o friabili? L’avete trovato il collante per assemblare i pezzi?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

La disperata impresa di un eroe dei sogni

L’eroe senza una storia si svegliò in piena notte, si mise a osservare alcune tenui gocce di luce nel buio della sua stanza, giungevano dai neon sempre accesi della strada filtrando dalle fessure delle persiane chiuse. Quelle gocce sbattevano scintillando sulla sua armatura nuova di zecca appoggiata ai piedi del letto…
Improvvisamente disse:

Se chiudi gli occhi e guardi vorrei che qualche volta mi vedessi.
Ti sorriderei e farei cenni con le mani, ti accompagnerei per lunghe passeggiate nell’intricato parco dei tuoi sogni.
Vorrei esser lì con te, nel tuo mondo privato che pur non controlli.
Vorrei vivere un’avventura e salvarti dai pericoli, come un eroe delle fiabe sconfiggerei i tuoi incubi.

Se io non fossi io e tu non fossi tu: costretto nel mio letto e tu nel tuo.
Se il mondo fosse altra cosa di ciò che è: una barchetta di carta governata da formiche.
Se tutto questo e ancor di più non fosse, allora darei leggi fisiche ai desideri e prenderti per mano sarebbe certezza.

Ma la certezza si spegne e ricompare la luce, luce di un giorno uguale agli altri, indifferente alle angosce di un eroe dei sogni.

Licenziato dai tuoi sogni e dai tuoi pensieri, ho atteso un tuo improbabile richiamo.
E adesso, come un re senza il suo regno,
ricerco invano il mio lieto fine.

Parlò in silenzio perché nella stanza era solo, soltanto lui e la sua armatura.
Le sue parole erano già lontane, perdute.
Nell’oscurità, appena oltre il letto, il profumo del bosco e il fruscio del vento sul manto erboso distraevano i pensieri.
Diede un ultimo sguardo alla sua splendida, lucente, inutile armatura, sempre pronta all’occorrenza…
Pronta a scomparire al primo squillo d’orologio.

Amateur (Aimee Mann, 1995)

body-language

Putin e il body language

Da MOSCA – Lo abbiamo visto tutti all’apertura delle Olimpiadi di Sochi: cappotto grigio-nero lineare, posizione eretta e compita, espressione neutra, occhi glaciali da volpe siberiana. Cenno di commozione al momento dell’inno e della bandiera russa fatta ondeggiare da abili corpi che danzavano al ritmo della musica, ma poi, per tutta la durata dell’inno, è rimasto immobile.

Parliamo ovviamente di Vladimir Vladimirovich Putin, il capo del Cremlino, l’uomo più potente del mondo, secondo Forbes 2013. Criticato, definito aspirante zar, Batman-Putin, divo politico, riformatore nazional-popolare, presidente-dittatore e tanto altro, negli ultimi anni ci siamo divertiti da profani ad analizzarlo un po’, sempre sostenuti del resto dai commenti degli esperti. O meglio, abbiamo voluto provare a leggere con loro, il suo body language, quello che alcuni giornali hanno definito il corpo del capo.

Come comunica il Presidente della Federazione Russa? Cosa lo contraddistingue? Come parla il suo corpo e come lo usa per trasmettere un messaggio? Quale codice usa?

Vi consigliamo alcune letture interessanti su quello che viene simpaticamente definito dalla stampa “il codice Putin”, ovvero riti, prassi, consuetudini all’interno del linguaggio “cremlinese”. Nel palazzo del potere ci si rivolge l’un l’altro utilizzando il nome e il patronimico, anche se ci si dà del tu. Allora V.V. sarà Vladimir Vladimirovič Putin, D.A. Dmitri Anatolyevich Medvedev. Il nome sarà utilizzato solo nei rapporti di particolare vicinanza e confidenza, segno di riconoscimento come individuo. Una frase del presidente del tipo “l’ho sentita” significherà che non si rimarrà inascoltati e che magari la propria proposta verrà pure tenuta in considerazione. Non bisogna mai rimanere in silenzio o fare pause eccessivamente lunghe, perché Putin, dai suoi collaboratori, si aspetta precisione e capacità di essere all’altezza di una conversazione. Mai interrompere, perché lui mai interrompe. Precisione, comunque, sempre.

Ma soprattutto vi suggeriamo di leggere i molti articoli e di vedere i numerosi video che circolano su youtube, sulle analisi del linguaggio gestuale di Putin.

Putin e la prossemica, dunque. La Treccani la definisce come “parte della semiologia che studia il significato assunto, nel comportamento sociale dell’uomo, dalla distanza che l’individuo frappone tra sé e gli altri e tra sé e gli oggetti, e quindi, più in generale, il valore attribuito da gruppi sociali, diversi culturalmente o storicamente, al modo di porsi nello spazio e al modo di organizzarlo”.

Putin è davvero interessante per sguardi, gesti, posizioni del corpo, distanza o vicinanza dal suo interlocutore. D’altra parte, è stato allievo di Allan Pease, guru del linguaggio del corpo e autore del best seller “Mr Body Language”, che lo aveva definito come uno “studente molto intelligente e capace”, quando lo aveva incontrato, per la prima volta, nel 1991 al Cremlino, invitato a tenere un seminario per alcuni promettenti uomini politici, tra i quali appunto Putin, all’epoca trentanovenne ex ufficiale del Kgb, responsabile per la promozione degli investimenti esteri e le relazioni internazionali di San Pietroburgo. Allora, di fronte ad atteggiamenti rudi e duri, Pease aveva insegnato ai suoi studenti a essere più amichevoli in televisione e ad evitare gesti aggressivi e plateali alla Chruščëv. Analizzare Putin, nei suoi anni di potere, per conoscerne pensieri ed emozioni, è stato di grande interesse per osservatori politici del Cremlino, analisti e giornalisti.

Putin viene ammirato, e a volte anche criticato, per il suo viso impassibile, i pochi movimenti delle mani, un corpo spesso distante, uno sguardo fermo e fisso. Dicevamo da volpe siberiana.

Nei meeting faccia a faccia, tuttavia, egli trasmette i propri messaggi attraverso il linguaggio del corpo. Quando entra nella stanza, si dice, tutti smettono di parlare. Incute rispetto e forse anche un po’ di timore. Quest’ultimo aspetto è magari legato anche al fatto che tutti sanno che ha fatto parte del Kgb, dove sicuramente non mancano preparazione, istruzione e talenti particolari.

Nel gesto che il leader russo spesso usa, quello delle mani “a guglia”, i palmi delle mani sono sollevati e aperti per ispirare fiducia, in una dimensione di calma e sicurezza. Nelle conversazioni dirette con i grandi leader mondiali, spesso inclina leggermente la testa da un lato e fa un cenno a chi sta parlando; se i cenni, poi, sono tre consecutivi, significa che vi è interesse a continuare ad ascoltare l’interlocutore.

Interessanti, ancora, le analisi del Geopolitical Center (Centro di analisi strategica, militare, politica ed economica indipendente basato in Italia), del linguaggio dei corpi di Putin e Obama, durante il G8 in Irlanda del Giugno 2013. Separati dalla questione Siria, i due leader sono apparsi imbarazzati davanti alla stampa, una sensazione di grande distanza traspariva dagli sguardi che non si cercavano, non si trovavano, non si incrociavano. Entrambi senza cravatta, Putin si siede e non guarda Obama, incrocia le mani, muove nervosamente i piedi. Obama si mordicchia le labbra. In un momento quasi concitato, Putin risponde ai giornalisti gesticolando improvvisamente, un momento di nervosismo quasi aggressivo che non riesce a tener più conto di alcun insegnamento di Pease. Obama inizialmente quasi non ascolta il leader russo, sfoglia opuscoli vicino alla sua sedia, mentre l’altro risponde ai giornalisti. Comincia poi ad annuire in modo quasi automatico, prende la parola successivamente, mentre il collega russo continua ad eseguire movimenti involontari ripetitivi. I corpi parlano di disaccordo, di una fiducia reciproca in bilico e minata.

Diversi sono, invece, analisi e atteggiamenti dell’incontro dei due leader al G20 di settembre 2013 e della loro lunga stretta di mano. Ci si è sbizzarriti nell’analizzare ogni movimento e gesto. Vediamo l’esercizio, quasi clinico, che a noi pare curioso, ma che pare diffuso nei media americani. Obama prima della stretta di mano si abbottona la giacca. In molte circostanze il gesto non è ben visto, perché segnale di distanza deliberata e arroganza. La giacca sbottonata significa apertura, un invito a toni amichevoli. Poco prima del contatto iniziale, la mano di Obama è leggermente rivolta verso il suolo, quella di Putin leggermente girata, sì da trovarsi in posizione dominante quando le mani dei due leader si incontreranno. Poco dopo il contatto, mantiene il braccio in posizione dominante. Inizialmente i due leader non si guardano negli occhi, Obama non sorride e rivolge lo sguardo altrove. Poi gli occhi si incrociano e il sorriso arriva. Putin abbassa leggermente il capo, le strette di mano sono molte, forse 18, ma questo è per i fotografi. Nella stretta, la mano di Putin è sempre di circa 25 gradi superiore a quella di Obama, il tentativo di dominare viene visto sempre più insistente. Sorrisi più abbozzati e una veloce pacca sulla spalla del presidente russo da parte dell’americano. Il gesto non piace, viene, in genere, interpretato come ipocrita e arrogante. Piccole espressioni di disgusto e uno che segue l’altro. Migliorati, dicono, rispetto al precedente G8.

Alcuni osservatori esperti hanno concluso che Obama ha una maggiore sicurezza personale e leadership nel suo linguaggio del corpo: alto, falcata lunga ed elegante, sorriso genuino e meno impostato, tentativo di ridurre lo spazio fisico, camminata davanti che talora impedisce lo sguardo alla telecamera da parte dell’altro.

Putin presenterebbe, invece, un sorriso più “socialmente” forzato e di convenienza, con il braccio sempre vicino al corpo. Una chiusura evidente e un controllo del proprio spazio vitale.

Ho parlato spesso con alcune colleghe russe dell’importanza della distanza corporale, che qui è un must, diversa da quella che vi riconosciamo noi italiani. D’altra parte, anche gli animali hanno la loro distanza di sicurezza che gli consente di difendersi da un attacco o di iniziare una fuga; negli uomini la distanza di sicurezza è di circa 60 cm, ovvero la distanza del braccio teso, e accorciarla può diventare pericoloso. La dimensione di questa “bolla” è un dato di natura, ma dimensione e valore di intimità sono fatti di cultura e come tali variano. L’infrazione alle regole “prossemiche”, cioè alla grammatica che regola la distanza interpersonale, può essere vissuta come aggressione. La distanza fra i corpi limita dunque questo rischio e Putin lo sa bene, lui e il suo braccio teso.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi