Tag: dittatura

GLI SPARI SOPRA
La propaganda e la semplice verità

I combattenti ucraini lottano per la loro e la nostra libertà!

Firmato: la Nato

I partigiani curdi non sono proprio partigiani, facciamo ciò che dice Erdogan.

Firmato: la Nato.

I partigiani palestinesi,

no quelli proprio no, quelli sono terroristi, non ci lasciano la libertà di espropriare le loro terre.

Firmato: la Nato.

Ma l’ONU esiste? In cosa consiste precisamente?

E l’imperialismo, che significato ha? Se io invado una nazione sovrana sono un imperialista, a seconda della parte da cui vedo sorgere il sole? C’è l’imperialismo russo e poi c’è chi esporta la democrazia, c’è chi abbatte i dittatori radendo al suolo delle nazioni, per mettere al potere altri dittatori. Poi ci sono i dittatori meno dittatori degli altri, un po’ come nella fattoria degli animali, in cui tutti sono uguali ma i maiali sono un po’ più uguali degli altri.

Io sinceramente non c’ho capito un cazzo. Ma poi più scrivo e meno ci capisco. E gli Armeni? Quelli non c’hanno nemmeno uno stato, come i palestinesi poi, sì ma gli armeni sono stati oggetto di genocidio. Ssssttt, non si può dire, poi è passato più di un secolo e i Turchi sono amici nostri. C’è pure il pericolo di islamizzazione del mondo, i talebani che tolgono ogni diritto alle donne. E’ vero: è una guerra di civiltà. Ma la Corte Suprema americana? Sì, però non è la stessa cosa. Scriiiitttt (rumore onomatopeico delle unghie sui vetri). Però ci sono popoli che sono guerrafondai, devi ammetterlo, i russi lo sono da sempre, perché gli arabi no? Attento, rilassati, fai passare un quarto d’ora e zac, un americano è morto sparato. Ma la colpa non è delle armi è di chi le usa, e quindi i guerrafondai? Gli Stati Uniti d’America nascono il quattro luglio 1776 e nei loro gloriosi 247 anni di vita, per ben 18 anni non hanno fatto nessuna, e sottolineo nessuna, guerra. Hai capito? Non tanto.

Allora te lo devo dire, tu sei un filo putiniano.
Chi, io? Guarda che a me lo zar fa schifo da sempre, un opportunista guerrafondaio, omofobo, illiberale, mafioso, colluso, capitalista della peggior specie, anticomunista, spietato, dittatore, amico dei potenti dell’occidente a cui si ispira e in cui si rivede. Molti altri lo hanno scoperto brutto e cattivo solo ora. Lo è sempre stato. Pure il popolo russo nell’ultimo secolo mi sembra molto peggiorato, ritrova la libertà per una notte per poi riperderla la notte dopo, senza nemmeno accorgersene. Io sto con i perseguitati che sono in galera, sto con i giornalisti uccisi, sto con chi non ha la libertà a causa delle proprie idee o del proprio genere, segregati in una prigione russa per cui nessuno si straccia le vesti in occidente, ma loro muoiono lo stesso. Non sto con chi acclama il dittatore allo stadio, così come da sempre odio chi acclamava il pelato affacciato su piazza Venezia.

I dittatori sono uguali ovunque, non ne esiste uno buono, l’unico posto adatto a loro è la galera.
La libertà di stampa va tutelata, in ogni parte del mondo….
Ma Julian Assange? Appunto. E Jamal Kashoggi? Per dire. E tutti i giornalisti uccisi da mafia e terrorismo in Italia? E Ilaria Alpi? E Daphne Caruana Galizia? Anna Stepanovna Politkovskaja? No sono troppi, mille e mille ancora a tutte le latitudini, sotto tutti i governi, in dittatura e libertà, non è possibile contarli, ma hanno lo stesso valore, la stessa dignità.

Bandiere della propaganda sventolano a seconda del vento, con le loro immagini tumulate sopra.

E come sempre mi perdo tra le parole che scrivo, non ho una tesi e nemmeno un pensiero fine e ben strutturato, mi mancano le basi per essere un editorialista, sono un casinista, spero di non divenire un ‘semplificazionista’, mai vorrei essere un qualunquista e tantomeno un menefreghista.

Mi piacerebbe che esistesse un mondo dove davvero esistono gli uguali, sia nel bene che nel male, dove un crimine, un omicidio, una guerra, la privazione della libertà, fossero fonte di sdegno in eguale misura e sotto ogni parallelo e meridiano. Vorrei che l’Organizzazione delle Nazioni Unite esistesse davvero, senza nessun diritto di veto, un luogo dove i paesi democratici potessero occupare scranni più comodi, ma in cambio venissero sottoposti a periodici test Invalsi, per una democrazia certificata, non solo sbandierata e magari esportata a cavallo di una bomba.

Mi piacerebbe un mondo diverso, dove la diversità diventa fonte a cui abbeverarsi, dove esista una rappresentanza per ogni idea e dove le idee fossero diverse, contrastanti, fonte di lotta sociale e non di appiattimento e estinzione. Mi piacerebbe sognare nuovamente con una moltitudine, nella speranza di un avvenire migliore per i nostri figli, vorrei vedere persone in lotta contro i soprusi e le vorrei vedere vincere, ovunque.

Ma lo sappiamo cosa succede a chi vive sperando, come disse il sergente Lo Russo in Mediterraneo. Eppure il vero proverbio recita: “chi vive sperando, muore cantando”.

PER CERTI VERSI
La dittatura, la liberazione e noi

LA DITTATURA, LA LIBERAZIONE E NOI

Mio babbo
Mi ha raccontato
Ancora
Del Fascismo
Mi fa vedere
Il suo atlante
Di geografia
Razzista
Povera Africa
Spartita
I bianchi…
Poi la guerra
L’ultima cartolina
Dello zio
Dalla Yugo
Lo zio in Russia
Morto assiderato
Poi le bombe
Il rifugio
Pippo
Un solo coniglio
Se no fame
Ma era un coniglio?
Il partigiano
Licurgo Fava
Trascinato
Per Medicina
Torturato
Fucilato
Davanti alla Chiesa
Medaglia d’oro
Grazie Licurgo
A te e a tutti
Quelli e quelle
Come te
Come voi…
Poi
La Liberazione
Suo nonno esce
Dal rifugio
I cecchini fascisti
Lo freddano
L’ultima vigliaccata…
Lo portano al cimitero
Con una carriola

Chi parla di dittatura
Oggi
L’ha solo letta
Non sa cosa sia
Me compreso
Abbia cura
Di certe parole
Premura
Ricordi
Che cosa è stato

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Il cammino (laico) di Santiago del Chile e di Gabriel Boric

 

Un sintetico ma efficace pezzo di Camilla Desideri, editor di Internazionale per l’America Latina (Qui), illustra la clamorosa e, per molti versi, inaspettata svolta a sinistra nel governo del Cile, con l’elezione di Gabriel Boric.

Il Cile è una terra di grandi contraddizioni sociali, che ha fatto i conti solo a metà con il tragico periodo della dittatura militare del generale Augusto Pinochet (1973-1990), considerato da molte istituzioni internazionali un genocida. Ricordiamo che la presa di potere della giunta militare, che rovesciò con la violenza il governo legittimo guidato dal socialista Salvador Allende, fu “sollecitata” da una parte del Parlamento, che prese a pretesto per la svolta autoritaria la pesante crisi economica del paese (altro esempio della storia che dimostra quanto possano essere labili i confini tra “democrazia” e “dittatura”, tanto da risolvere spesso l’una dentro l’altra). La risoluzione che mirava a destituire Allende fu adottata dalla maggioranza del Parlamento, ma non raggiunse i due terzi richiesti per essere valida. Ciononostante questa risoluzione bastò a fare da copertura al golpe militare dell’11 settembre 1973, con l’assalto delle Forze Armate al palazzo presidenziale e la cattura di Allende, che secondo la versione più accreditata (confermata anche dalla figlia) si suicidò per non finire nelle mani dei golpisti.

Allende tentò un esperimento socialista molto spinto in campo economico-sociale, in senso più radicale rispetto al suo predecessore Frei Montalva. Completò la nazionalizzazione dell’industria del rame, che era in mano alle imprese statunitensi, ma non le indennizzò per l’ avvenuta espropriazione. Idem per la riforma agraria, che gli mise contro la potente classe dei latifondisti locali. Il primo grande problema della sua gestione fu l’inflazione (causata dall’enorme emissione di cartamoneta), che si mangiò completamente l’aumento dei salari e generò contemporaneamente la scomparsa dagli scaffali dei generi di prima necessità e la loro ricomparsa al mercato nero, nel quale la valuta locale non venne più accettata in pagamento in quanto considerata carta straccia. Il secondo fu il crollo del prezzo internazionale del rame, che era di gran lunga la principale fonte di esportazione. Il terzo fu la nazionalizzazione di ogni attività privata, comprese le banche, che spinse alla fuga gli investitori. La fine dell’esperienza di Allende fu preannunciata dalla rivolta dei ceti popolari (in primis i minatori delle miniere di rame nazionalizzate), che a causa dell’aumento giornaliero dei prezzi non riuscivano più a pagarsi da mangiare nonostante i salari aumentati “per legge”.

Il quarto problema fu che il Cile non poteva diventare un’altra Cuba, un’altra minaccia comunista vicino al cortile di casa statunitense. Il prezzo più caro dell’embargo lo pagano sempre i più deboli, e in Cile era più difficile resistere al boicottaggio economico rispetto a Cuba, perché l’esperimento socialista era inscritto all’interno di un sistema istituzionale di democrazia parlamentare. Verrebbe da dire che Allende rimase in mezzo al guado: per realizzare un sistema economicamente socialista avrebbe dovuto riuscire nell’impresa (tutt’altro che semplice, ammesso che la volesse) di rendere autoritaria la struttura politica e di propaganda – come fece Castro. Non facendolo, avrebbe dovuto essere più prudente nel mettere mano all’economia del paese, perché la forza interna ed esterna del capitale non poteva essere sottovalutata. Ma soprattutto, avrebbe dovuto comprendere che la spirale dei prezzi avrebbe affamato proprio quelle masse che dovevano sostenerlo. E quando il tuo popolo sta peggio di prima, e mi riferisco alla parte di popolo che avrebbe dovuto emanciparsi grazie a te, non c’è ideologia o speranza nell’avvenire che tenga.

Dopo ci furono anni di dittatura sanguinaria e, nel contempo, di liberismo assoluto in campo economico, ispirato alla Scuola di Chicago di Milton Friedman. Il tragico snodo cileno, con il fallimento della “terza via” sudamericana al socialismo, fu uno degli eventi che nel 1973 convinsero Berlinguer, a capo del più forte partito comunista d’Occidente, a riposizionarsi teorizzando il “compromesso storico” con la principale forza d’ispirazione cattolica. (esattamente quello che Allende non fece, pur non avendo la maggioranza assoluta in Parlamento, e con un’economia dipendente in maniera decisiva dalle importazioni dagli USA). Enorme era il rischio, che Berlinguer scorgeva, di una deriva “cilena” nella radicalizzazione dello scontro sociale in Italia; Italia che già da quattro anni era stretta nella morsa delle stragi neofasciste, chiaramente volte a stabilizzare il quadro politico ed economico in senso conservatore, e quindi in quel frangente reazionario verso l’ascesa sociale dei ceti più popolari, che molti traducevano nel “pericolo comunista”.

Se allora le coordinate ideologiche di riferimento del socialismo realizzato erano fruste, ma non defunte, adesso, a distanza di cinquant’anni, di quell’armamentario ideale è rimasta in piedi, in termini di autorevolezza, la pars destruens, cioè la critica marxiana ai meccanismi di creazione del plusvalore in un sistema capitalista. La pars construens, cioè la parte propositiva mirante all’ edificazione di un sistema economico alternativo, ha conosciuto fallimenti insuperabili. Di sicuro non sono spariti lo sfruttamento, la disuguaglianza, la povertà. Contro questi promette di combattere il nuovo Presidente del Cile, Gabriel Boric, un ragazzo trentacinquenne affermatosi come leader delle lotte studentesche ed ora eletto al ballottaggio con una maggioranza composita che gli ha permesso di ribaltare il risultato del primo turno e di battere il candidato di destra Antonio Kast.

Le idee di Boric sono figlie della sua generazione, oltre che della recente storia iperliberista del suo paese: ambientalismo, parità di genere, scuola gratuita, rilancio della sanità pubblica contro lo strapotere classista delle assicurazioni private, pensioni pubbliche contro lo strapotere dei fondi privati. Potrebbero essere proclami generici, che alla prova della realtà potrebbero mostrare i limiti della loro genericità. Però Boric e il suo entourage non hanno solo l’incoscienza e l’inesperienza della giovane età. Avessero solo queste, avrebbero perso il ballottaggio. Invece lo hanno vinto, contro i pronostici, convincendo della propria squadra e aggregando dietro al proprio nome uno schieramento variegato, dai comunisti al centro. Questo denota un pragmatismo che mi permetto di attribuire alle numerose giovani donne che Boric ha inserito in squadra: fra tutte, Izkia Siches, presidente del Collegio Nazionale dei medici cileni, assurta a ruolo di grande autorevolezza durante l’epidemia da Covid per avere consigliato al Governo di chiudere Santiago per evitare l’aggravarsi della situazione sanitaria.

Per intanto, questo gruppo di giovani ha portato a votare il maggior numero di persone nella storia elettorale del Cile. Per intanto, questo gruppo di giovani, forse anche per il fatto di non avere provato direttamente la vergogna collettiva di quel periodo nefasto, ha ridato entusiasmo e passione (guarda il video) ad un popolo violentato, piegato, stremato da una dittatura feroce e da una elaborazione dolorosa e interminabile di quel lungo, irredimibile lutto.

 

“Il popolo deve difendersi, ma non deve sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi spazzar via né massacrare, però nemmeno può umiliarsi. Lavoratori della mia patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro nel quale il tradimento vuole imporsi. Sappiate che, quanto prima, si apriranno nuovamente grandi strade dove cammina l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole, ma sono certo che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la slealtà, la codardia e il tradimento.”

Salvador Allende

 

la Repubblica di Weimar

“Operaio scrive “CGIL” sull’ingresso della sede di Confindustria per farla devastare dai fascisti”

Lercio

Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, tale è la geniale capacità del collettivo satirico Lercio di catturare, con una frase, l’essenza dei fatti. In questa fake new si legge la stupidità della folla smarrita, il tragico errore di mira della guerra tra deboli, la sottovalutazione del senso di una protesta, quando a connotarla e a guidarla è un manipolo di violenti. Ho letto commenti del tipo “Confindustria fa il suo mestiere, il sindacato invece no, quindi è più colpevole”. Nessuno che si ricordi se, sotto il regime franchista, sotto Pinochet, sotto Videla, sotto Mussolini, i ricchi stessero peggio e i poveri meglio. Quelli che non si sentono più rappresentati da nessuno scendono in piazza organizzati da tale Pamela Testa, fascista dichiarata; sul palco il comizio lo tiene tale Giuliano Castellino, vice capo di Forza Nuova, nemico giurato del green pass fattosi vaccinare per poter tornare allo stadio (sic). Per organizzare una protesta in proprio bisognerebbe organizzarsela, appunto, non farsela organizzare dai fasci. Non ricordo una manifestazione operaia in cui sul palco parlassero Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti. Eppure c’erano, ma venivano isolati. La tragica cartina al tornasole fu l’assassinio di sindacalisti ad opera di brigatisti rossi. Invece oggi fascisti e difensori della libertà contro la “infame tessera verde” marciano fianco a fianco.

Quel che più spaventa è questa moltitudine di persone impoverite, rabbiose, disilluse, che ricorda in modo sinistro la Repubblica di Weimar poco prima della salita (legale) al potere di Adolf Hitler, che solo qualche anno prima aveva preso il 2 per cento alle elezioni.

 

Green pass, black mind

Quando la ministra della Sanità era Beatrice Lorenzin (il cui curriculum è diploma di maturità classica), ero sconvolto dalla quantità di persone che mi davano dell’ antiscientifico perchè sospettavo che la sua idea di rendere obbligatori 12 (dodici) vaccini avesse poco a che fare con la “scienza” e molto a che fare con una follia prezzolata, definibile più elegantemente come un notevole investimento “geopolitico” fatto da Big Pharma sul nostro paese. Ma un esavalente (difterite/tetano/pertosse/polio/hib/epatite b) la cui prima dose è fatta a bambini di tre mesi e che, almeno in Italia, non è facile reperire e farsi somministrare come vaccino monovalente, più altri 6 vaccini mi sembrava una enormità. E in ogni caso, dopo tutte queste perplessità, io, al mio tempo, mi sono vaccinato e mio figlio, a suo tempo, pure.

Adesso invece sono sconvolto dalla quantità di persone che scendono in piazza contro la “dittatura sanitaria” perchè lo Stato chiede loro un certificato di avvenuta vaccinazione anti-Covid, o sostitutivo per i soggetti “fragili” (una epidemia che ha fatto, secondo le statistiche, circa 4 milioni di morti) per andare al bar o al ristorante o al museo, piscina, palestra. A me dispiace molto, lo dico senza ironia, per i bar e i ristoranti che dovranno fare a meno degli incassi di costoro (i pasdaran della libertà, non i 500.000 voltagabbana che sono corsi a prenotare il vaccino quando hanno capito che avrebbero perso lo spritz). Sono altresì basito per la fine che hanno fatto le parole, per lo smottamento del loro senso. In una cosiddetta “dittatura sanitaria”, se non esibisci il green pass non puoi entrare al ristorante, ma puoi assembrarti quanto ti pare in piazza per urlare la tua “libertà contro l’oppressione”. Puoi anche sputare ai giornalisti e dare loro dei pezzi di m… in piena libertà:  https://youmedia.fanpage.it/video/aa/YP2ZxOSwxz7WUCZ3

In una dittatura, se provi ad andare in piazza vieni picchiato e messo in galera. Sandro Pertini, Leo Valiani, Vittorio Foa, possono parlare di libertà e dittatura. Gianluigi Paragone, Diego Fusaro, Vittorio Sgarbi non possono. Per parlare di qualcosa di serio, e tragico, come una dittatura, bisogna correre un rischio e assumersi una responsabilità. Questi tribuni da strapazzo non corrono alcun rischio. Li vorrei vedere in Bielorussia, in Corea del Nord. E anche tu (uno dei mille ferraresi, magari) che vai in piazza dopo una vita passata a non andarci mai, e ti trovi insieme a Forza Nuova e Casa Pound, che ti guidano con il saluto romano. Loro che, visti i simboli che ostentano, di dittatura dovrebbero intendersene, e invece nemmeno loro ne sanno nulla (per loro fortuna e per nostra sfortuna). Non sanno niente, e tu sfili in piazza con loro.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”

Umberto Eco

violenza sulle donne

LA STORIA INFINITA DELLA VIOLENZA PIU’ ANTICA:
ma la guerra alle donne continua in tutto il mondo

Violenza sessuale sulle donne arrestate o rapite dai paramilitari e in molti casi poi uccise. Lo stupro e le altre sevizie sono una forma di tortura e assieme espressione di violenza di genere. Le dimensioni di quanto accade e le forme nelle quali si traduce tolgono la parola. Forse effettivamente stuprum e stupor hanno la stessa radice. Non fossero così largamente documentati i fatti, si faticherebbe a crederci.

Stupro e guerra
Le donne, come altri ‘beni’, sono preda e oggetto di saccheggio in guerra da parte del vincitore
. Da sempre. Nei tempi a noi vicini più che una conseguenza – compenso ai sacrifici del guerriero – sono una componente dell’impegno bellico volto alla pulizia etnica se non al genocidio. L’espressione più compiuta è nei lager nazisti. Ma lì non si ferma. I soldati dell’Armata rossa respingono a ovest 15 milioni di tedeschi e violentano, a migliaia e migliaia, le donne. Per restare solo in Europa, e in tempi successivi, ricordiamo gli stupri di massa delle guerre della ex Jugoslavia e le sopravvissute alle torture e alle violenze.

Centauri. Alle radici della violenza maschile
Con la guida di Luigi Zoja possiamo interrogarci sull’inadeguatezza maschile, sull’identità fragile e recente del maschio. Non fossimo male impastati non ci sarebbe così facile fare quello che facciamo. Contagiosa, epidemica è la regressione della mascolinità alla violenza in guerra o in situazioni simili, meglio se in divisa. La crudeltà innata e prevaricatrice della sessualità emerge appena si allenta il controllo sociale e civile. Dietro ai casi illustrati da Zoja, nella storia lontana e vicina, avvertiamo il galoppo dei centauri, metà uomini e metà animali. “La loro orda non conosce altro eros che l’ebbrezza orgiastica accompagnata dallo stupro”. Diffido sempre dell’enfasi sulle componenti biologiche del nostro agire, anche se già tradotte in miti e dunque opera della creatività umana. Certo non si può negare la realtà di “branchi di maschi nella frenesia dello stupro collettivo: la predazione si ripete dai primordi della storia, attraversando immutata il processo di incivilimento, impennandosi nel cuore del Novecento e guadagnandosi ancora oggi grande spazio nelle cronache”. Con un po’ di tempo a disposizione val la pena ascoltare direttamente Luigi Zoja [Qui].

Plan Condor
Pinochet usurpa il potere con l’appoggio dei servizi Usa. È l’avvio del “Piano Condor”: Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia coordinano la loro guerra a guerriglieri e oppositori. La CIA ha desegretato i dossier relativi. Richard Nixon ed Henry Kissinger (premio Nobel per la Pace) sapevano, se pure non ne siano stati anche i mandanti. In Italia c’è stato un processo, in primo e secondo grado. Ventiquattro imputati su 25 nel processo per i crimini dell’Operazione Condor sono stati condannati in 2° grado all’ergastolo per omicidio pluriaggravato di 23 italiani ai tempi delle dittature in Sudamerica. La sentenza ribalta le tante assoluzioni che avevano segnato la decisione di 1°grado.
La lunga battaglia dei familiari delle vittime ha avuto questo esito e permesso di far luce sull’operazione. Dice Aurora: “Per me questo processo è iniziato nel 1999, quando ho rilasciato le prime dichiarazioni alle autorità italiane sull’omicidio di mio marito, Daniel Banfi”. Esule dall’Uruguay, è trucidato nel ’74 in Argentina. Così funziona il Piano Condor: persecuzione, tortura, sparizione, assassinio di migliaia di oppositori in fuga da un paese in cerca di rifugio in uno vicino.

Mettere le donne al loro posto
Nell’America latina, fin da Colombo e poi dai conquistatori spagnoli e portoghesi, la violenza sulle donne indigene è stata la regola.
I colonizzatori europei hanno esercitato uno stupro sistematico delle indigene, fatte schiave. Nessun dubbio sulla loro posizione doppiamente subordinata, come donne e come non bianche. Così i figli meticci che sono nati da colonizzatori ossessionati dalla ‘limpieza de sangre’.
Le donne che hanno il coraggio di opporsi al dittatore debbono essere ricondotte a ragione. Come le indigene dei secoli passati non fanno veramente parte della società. Vanno messe al posto che loro spetta. La violenza sessuale in particolare ha questo significato. Non è solo umiliazione e tortura. Di solito non si cerca di strappare notizie utili a ulteriori arresti e persecuzioni. Vanno corrette nel modo più deciso queste donne, che agiscono contro natura. Si interessano di politica invece di stare in casa a preparare i buoni piatti della cucina cilena.
Tra i torturatori – questa a quanto pare è una novità – c’è pure qualche donna. Anche lei è fuori dalle mura domestiche, ma per una buona causa. In questa volontà di colpire e correggere le donne che non stanno in riga vedo qualche parentela con il jack rolling. In Sudafrica branchi di maschi si danno allo stupro come terapia nei confronti di donne lesbiche, gravemente devianti cioè.

Non solo in passato, non solo in Cile
Lo stato di minorità delle donne, negato dal diritto, non è ovunque superato. Le conquiste in questo campo non sono mai definitive. Il Rapporto Valech, al quale il libro di Hopenhayn si rifà, è di importanza straordinaria per l’accurata documentazione di una sistematica politica di tortura.
È sul corpo delle donne che la guerra continua nei diversi paesi. Nel genocidio c’è un nucleo di ginocidio. Non mancano le denunce e i rapporti. Penso solo all’attività dispiegata da Amnesty. Non citerò perciò i casi che le cronache, a volerle leggere, quotidianamente ci propongono. Un impegno è stato assunto solennemente 10 anni fa. L’11 maggio 2011 a Istanbul è stata firmata la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Il primo paese a ratificare è stato la Turchia. Due anni dopo l’ha ratificata l’Italia. Nel 2017 l’Unione Europea ha firmato. È una buona convenzione: la violenza sulle donne è violazione dei diritti umani e discriminazione; gli Stati sono responsabili se non la prevengono adottando norme e comportamenti conformi alla Convenzione; la distinzione tra uomini e donne non è unicamente basata sulle differenze biologiche (sesso) ma anche su categorie socialmente costruite (genere); la protezione delle donne è indipendente dalla loro origine, età, razza, religione, ceto sociale, status di migrante o orientamento sessuale; ci sono reati da perseguire quali le mutilazioni genitali, il matrimonio forzato, gli atti persecutori, la sterilizzazione e l’aborto forzati.
Attualmente è firmata e ratificata da 34 paesi. Altri 12 l’hanno firmata e non ratificata. Altri l’hanno semplicemente rifiutata.
Sembra che la Turchia, già paese capofila, intenda ritirarsi. Ha avviato la disdetta la Polonia. Aveva firmato e ratificato. Un governo che si vuole “vero cattolico” non accetta che un governo “vero musulmano” lo preceda nel togliere protezione e diritti delle donne!

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

In copertina: Una panchina rossa per ricordare tutte le donne vittime di violenza, Comune di Acquaviva delle Fonti, 2020 (licenza wiki commons)

detenuto

Dalla sua cella

Dopo aver appreso la notizia dell’ennesima proroga della detenzione preventiva, immotivata, brutale di Patrick Zaki nelle carceri egiziane, ospitiamo una frase che può suonare come una inadeguata e facile iniezione di fiducia, se non fosse che l’ha scritta, dalla sua cella, un uomo che in carcere ha trascorso otto anni della sua breve vita, influenzando con la potenza del suo pensiero la vita di milioni di persone.

“Vado convincendomi di essere molto piú forte di quanto mai potessi credere, perché, a differenza di tutti, me la sono cavata con la semplice stanchezza. Ti assicuro che, eccettuate pochissime ore di tetraggine una sera che hanno tolto la luce dalle nostre celle, sono sempre stato allegrissimo; lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto.”

Antonio Gramsci

 

 

BUFALE & BUGIE Condannati a morte in Corea del Nord, ma senza prove e verifica delle fonti

Riassumere in poche righe le innumerevoli fandonie, in un primo momento sbattute in prima pagina, poi smentite dalle evidenze emerse, a cui i tradizionali canali informativi ci hanno abituato, relativamente alla Corea del Nord, non sembra affatto possibile. Ma questo non preclude ai nostri media lo scivolamento in periodici casi di recidiva. Naturalmente, non è nostra intenzione entrare in merito a questioni che esulino dalla segnalazione di notizie non verificate, come esprimere giudizi sul regime governativo presente in Corea del Nord: diffondere notizie senza citare prove e fonti non serve alla causa della verità.

Esiste un sito sudcoreano, il Daily Nk – specializzato nella diffusione di “notizie veloci e accurate sulla Corea del Nord”, e più spesso di vere e proprie notizie non verificate [vedi qui] – , che fonda la propria missione giornalistica su un bias cognitivo esplicitato dal suo stesso presidente: obiettivo della testata non è l’informazione oggettiva nei riguardi di un Paese sovrano, ma il tentativo di promuovere un cambiamento all’interno di “uno dei regimi più repressivi della Storia”. Tale framing guida l’interpretazione delle comunicazioni fornite, come è accaduto l’11 settembre scorso. L’articolo in questione annuncia l’uccisione, da parte del Governo, di cinque funzionari del Ministero dell’Economia, ma solo nel corpo del testo si chiarisce la natura ipotetica dell’avvenimento. La ricostruzione presentata dal sito non mostra alcuna prova, bensì si appoggia solamente ad affermazioni pronunciate da fonti anonime – proprio come nella maggior parte delle bufale di tutti questi anni – . La colpa da scontare sarebbe stata l’espressione di alcuni dubbi nei riguardi delle politiche economiche di Stato; Kim Jong-Un, venuto a conoscenza del fatto, avrebbe così ordinato l’esecuzione, determinando un impellente trasferimento delle famiglie coinvolte in un campo per dissidenti politici. Nonostante l’assenza di fatti verificati, anche stavolta l’eco mediatica non si è fatta attendere: il 16 settembre l’astrologa Caterina Galloni titolava su Blitz Quotidiano “Corea del Nord, giustiziati 5 funzionari: avevano criticato Kim Jong-Un”, mentendo appunto sull’entità dell’accaduto. La vera notizia è che la sparatoria sarebbe avvenuta secondo una fonte, non che è avvenuta e basta. Una precisazione, questa, che necessariamente deve occupare il primo posto all’interno di un titolo, per non far incorrere chi legge nel già citato framing effect: se anche il testo dell’articolo specifica la natura speculativa della notizia, chi legge è comunque portato a dar più peso a ciò che ha già appreso dal titolo.

Cosa impedisce a una testata l’onestà intellettuale di presentare i fatti per come realmente sono? Certamente gli opposti interessi politici. Degli USA in primis: uno dei maggiori finanziatori del Daily Nk è il National Endowment for Democracy, ente statunitense creato per “supportare la libertà in giro per il mondo”. Solo nel 2019, ha ricevuto in dono 400.000 dollari, ma la somma è da aggiungere ai finanziamenti complessivi [vedi qui] destinati all’intervento in Corea del Nord. E nulla più dell’opacità giornalistica ostacola una seria ricerca della verità su un Paese tanto sconosciuto, ma ancora tanto oscuro come la Corea del Nord.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

Ignoranza

GLI SPARI SOPRA
La dittatura dell’ignoranza

Hanno ragione loro.

Smettiamola di nasconderci dietro a un dito, i falsi buonisti, i radical chic, i prototauristi, i polifosfati, gli etnocentristi. Diciamolo chiaro e forte, viviamo in una dittatura, che ci chiude in gabbia, che ci incatena, che limita la nostra libertà. E’ ora di dire basta! (clicca se sei indignato)

Viviamo nella dittatura, sì, ma dell’ignoranza.

La forza fisica e la sopraffazione come valori fondanti di un branco di vacui palestrati, che con quella merda di testosterone che si ritrovano al posto del cervello uccidono un ragazzo, indifeso, magro, mille volte più uomo di loro. Non una rissa tra pari, ma una esecuzione, una fascista spedizione punitiva.

Dice ma perché ci metti sempre di mezzo la politica?

A parte che il fascismo non è un opinione ma un crimine, e poi le esecuzioni di tanti contro i pochi hanno lo stile e il marchio delle camice nere del ventennio. Tutto qui.

I muscoli dei mariti che picchiano le mogli, i muscoli cerebrali dei finti intellettuali che offendono e denigrano la dignità umana con frasi di una violenza pari alle botte, ma pure i timorati di Dio che sputano sentenze e giudizi estetici e fetidi nella fogna dei social network.

Sì, viviamo in una dittatura, dove la forza fisica fa la differenza, dove masse di pecore senza testa si agglomerano in piazze, nella convinzione di essere antisistema, quando loro stessi sono il sistema, l’appecoramento di una vuota umanità senza rispetto per gli altri.

Portare o meno una mascherina non è una scelta personale, perché chi non la porta sceglie anche per gli altri.

Il muscolo più atrofizzato, in questa fetente dittatura, è quello del cuore. Masse informi di vendicatori, pronti a difendere l’orgoglio italiano bruciando immagini e uccidendo l’umanità.

Come rispondere a tutta questa violenza, fisica e psicologica? Come può reagire quella parte di umanità schiacciata dai soprusi di un’ oligarchia dell’atrofia celebrale?

Io di mio non ho una gran capacità di porgere l’altra guancia, ma veramente mi sento a disagio nel commentare questo mondo, sempre più lontano e sempre più cattivo.

E badate bene: l’ignoranza che ci schiaccia, nulla c’entra con la cultura. Esiste gente ignorante con fior di lauree.

Certo lo studio, la lettura aiutano a combattere la dittatura, ma non sono sufficienti. Occorre debellare l’arroganza, la prepotenza, il sopruso, la convinzione di onnipotenza, data dai muscoli, dai titoli o da una tastiera nascosta nell’ombra.

Non è possibile un confronto con esseri di siffatta risma. L’ignorante non ha dubbi, naviga in un mare di certezze. Le regole che valgono per gli altri non valgono per il forzuto dall’intelletto monocellulare.

Dove ha sbagliato Darwin? Dove si è fermata l’evoluzione della specie ed è cominciata l’involuzione, perchè la democrazia non riesce a tutelare le persone più deboli? A quando una rivoluzione che spazzi via i miasmi della violenza e dell’odio? Forse mai. Siamo troppo occupati a vivere le nostre vite difficili, cercando di stare a galla, come dice Vasco, sopra a questa merda.

La famiglia, la scuola, l’esempio, forse non sono più sufficienti. Spero un giorno di poter vedere questi mezzi uomini e mezze donne incriminati per reati contro l’umanità. Quell’umanità ammazzata su una strada di periferia. Il suo nome era Willy ed era un uomo.

I suoi carnefici, degli infami topi di fogna.

Malatesta

Vincenzo Salemme, in un noto film, diceva che è solo una questione di fortuna se a vincere la guerra fredda è stato il blocco occidentale ed a trionfare sia stata la visione capitalistica. Forse è vero. Una semplice congiunzione di atti che si sono susseguiti, ed hanno decretato un modello quale vincitore. O forse no. Forse in realtà a vincere è stato il modello che fa più comodo, quello deresponsabilizzante, quello che fa cedere persino la libertà di dover scegliere le proprie azioni. Una dittatura mascherata da urna elettorale. Chi ha ragione, non è dato sapersi, ma fa sempre bene ascoltare qualcuno del passato, per poter affacciarsi sul futuro…

“Se vi sono classi e individui privi dei mezzi di produzione e quindi dipendenti da chi quei mezzi ha monopolizzati, il cosiddetto regime democratico non può essere che una menzogna atta a ingannare e render docile la massa dei governati con una larva di supposta sovranità, e così salvare e consolidare il dominio della classe privilegiata e dominante. E tale è, ed è sempre stata, la democrazia in regime capitalistico qualunque sia la forma ch’essa prende, dal governo costituzionale monarchico al preteso governo diretto.”
Errico Malatesta

DI MERCOLEDI’: Io resto qui

Di mercoledì al mio paese c’è il mercato, ma non oggi. Non nelle prossime settimane, fino a quando durerà questa situazione di emergenza sanitaria.
E’ un giorno caratterizzato dalla assenza: l’assenza delle bancarelle e della gente in piazza, della scuola che è la mia vita quotidiana da 35 anni, della vita di prima. Sto configurando giornate azzardate, piene di tentativi nuovi per imparare a fare scuola a distanza, piene di nuove difficoltà. Mi do poco tempo per pensare. Un po’ di televisione la sera, ma poca: un tg che trasmette cifre su cifre relative a nuovi contagiati, a ricoveri; mezzo film durante il quale mi assopisco, e così nemmeno una storia completa mi entra in testa e me ne varia il contenuto monocorde. Il lavoro si è preso tutta la materia grigia.
Non so ancora cosa penso della immobilità. Mi salvano il giardino che ho intorno alla mia casetta, e questo correggere continuo le cose scritte e inviate in decine di mail dai ragazzi. Deve essere dura, e lo sarà sicuramente anche per me.
Leggo. Leggo come prima, o forse un po’ meno. Riprendo in mano dagli scaffali più a portata di mano i libri che ho messo in fila negli ultimi due o tre anni; alcuni piuttosto vissuti, altri ancora con il cellophane e dunque pronti a farmi sentire il loro profumo non appena sarà il loro turno e deciderò di aprirli.
Ho riposto giorni fa il romanzo di Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza: un romanzo di cui ho parlato nel numero precedente di questa rubrica e che ho dovuto consultare allo scopo. Il gesto è breve, prendi il volume e lo riponi dove trovi posto nello scaffale degli autori italiani contemporanei. Il libro in questione, però, vuole dirti ancora qualcosa. Guardo infatti la copertina un solo attimo e rivedo la piccola frase stampata a lato della ragazza che è salita sopra una pila di libri per slanciarsi verso l’alto (a salutare una nuvola di chiavi volanti che lei stessa ha lanciato, o che stanno cadendo da lassù, chissà). La frase dice “Dai libri che amiamo è possibile ripartire sempre”.
Ce l’ho. Ce l’ho un libro sul quale appoggiare il peso del corpo con fiducia, come la ragazza che di lì si spinge in alto. Un altro Spinoza, un libro di cui ho voluto trattenere alcune riflessioni, verso la fine, ammirata per la semplicità con cui esprimono quello che anch’io provo, una radiografia fatta di parole.
Non lo trovo. Sullo scaffale dove vado a cercarlo, c’è l’altro romanzo dello stesso autore, Marco Balzano. L’ultimo arrivato. E’ in edizione tascabile ed è colorato. No, sto cercando Io resto qui, che ha la copertina rigida ed è bianco. La foto sul davanti riporta il campanile di Curon che esce dall’acqua.
Un’altra mancanza. Un corto circuito fra letteratura e vita: risulta assente il romanzo che vorrei consultare in questo momento, il cui titolo è una dichiarazione di resilienza allo stato puro: “Io resto qui”. A casa, dico subito pensando al virus.

La narratrice si chiama Trina, fa la maestra in un piccolo paese della Val Venosta in Sudtirolo. Trina è anche moglie di Erich, un uomo tenace e attaccato alla propria terra, e madre di Michael e Marica. Il libro contiene il racconto della sua vita ed è una lunga lettera scritta per la figlia che da tempo ha lasciato la famiglia, portata senza preavviso in Germania dalla sorella di Erich, che forse ha voluto darle una vita migliore.
La vita a Curon è dura, le famiglie campano allevando animali e lavorando la terra. Quando la Storia viene a ravolgere gli abitanti con i suoi cambiamenti, è ancora più difficile resistere. Durante il ventennio fascista Mussolini mette al bando la cultura del luogo, impedendo di parlare il tedesco agli abitanti di tutto il Tirolo e mandando ad occupare i posti negli uffici pubblici impiegati venuti dal resto d’Italia. Trina allora difende la propria cultura e continua a fare la maestra di nascosto, per poter usare il tedesco con i suoi scolari.
Quando arriva la guerra, resiste da sola alle difficoltà mentre il suo Erich è soldato, ma quando egli torna a casa ferito e decide di disertare, fugge con lui sui monti e resiste al freddo e alla fame scappando da un rifugio all’altro a rischio della vita.
Infine la diga. Da molti anni, anche prima della guerra erano cominciati i lavori di una diga voluta dal Duce per produrre energia elettrica, che avrebbe allagato i paesi di Resia e di Curon. Ora col dopoguerra i lavori riprendono, con i rumori delle ruspe che spezzano il silenzio antico delle montagne e col progetto di cambiare radicalmente il territorio. A nulla valgono le proteste degli abitanti , che Erich cerca instancabilmente di tenere viva.
Trina ha già sopportato la dittatura, la guerra, la solitudine e la povertà. Rimasta sola dopo la morte di Erich, accetta di vivere in un minuscolo appartamento prefabbricato che le viene dato in cambio del suo maso, finito sott’acqua come l’intero paese dove è sempre vissuta. Ferma come una radice.
Non ricordo con sicurezza le parole e le frasi che avevo sottolineato due anni fa, alla prima lettura del libro. Ricordo il senso di una frase bellissima che riguarda Erich. Erich alla fine della sua vita è fiaccato dalle fatiche e dai dolori che lo hanno consumato: ha dovuto perdere l’unica figlia, ha visto il figlio tradire le sue idee e arruolarsi nell’esercito del Führer e ha fatto il soldato, pur avendo in odio la guerra. Di recente ha incassato la sconfitta della diga che gli ha tolto la sua casa e i pascoli. Non è la malattia a portarlo via, Trina ne è convinta. E’ stata la stanchezza, quella portata dai suoi pensieri. I pensieri stancano, che bella verità mi dicono queste parole.

Balzano ha uno stile semplice ma molto intenso. È piaciuto anche agli studenti, che quando l’hanno incontrato gli hanno rivolto domande su domande anche su singole parole del libro. L’incontro è avvenuto nella splendida cornice del Museo di Spina; lui è partito un po’ rigido, con aspettative non esaltanti.
Credeva, ha ammesso alla fine della conversazione, di avere davanti una platea un po’ svogliata. E invece si è ammorbidito domanda dopo domanda, si è lasciato andare vedendo il book trailer preparato dai ragazzi, si è commosso con la musica originale della colonna sonora. Secondo me gli è servito tempo semplicemente per smettere gli abiti dell’insegnante (insegna in un liceo milanese) e indossare i panni dello scrittore, di uno che ha lasciato il segno.

Nota bibliografica: Marco Balzano, Io resto qui, Einaudi Supercoralli, 2018

OSSERVATORIO POLITICO
Sinistra: intransigente nei principi, innovativa nei metodi, radicale nelle proposte

Tony Judt nel suo appassionato libro diventato il suo testamento, “Guasto è il mondo” (Laterza), scrive: “Per convincere gli altri che qualcosa è giusto o sbagliato ci serve un linguaggio dei fini, non un linguaggio dei mezzi”. E’ un invito alla sinistra del nostro tempo a riattivare l’immaginazione politica e morale ferma da troppo tempo. In Italia questa impresa è inimmaginabile senza un nuovo Pd.
Scrive Robert Musil ne “L’uomo senza qualità” (Mondadori): “Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri (…) Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità”. Le destre stanno vincendo perché il loro estremismo demagogico ha dilagato nella totale assenza di un’alternativa possibile e radicale. E’ un invito a diventare estremisti? No, è fare nostra la definizione di Karl Marx: “Essere radicale, vuol dire prendere le cose alla radice; ma la radice per l’uomo, è l’uomo stesso”. Vasto programma, non c’è dubbio. Ma questo è l’orizzonte ideale in cui dobbiamo attestarci. Primo passaggio è uscire da uno stato di ipnosi ideologica in cui la sinistra italiana ed europea è caduta nel finire asservita alla dittatura del presente. Nei decenni, a cominciare dagli anni Ottanta del secolo scorso, è risultata vincente nel comune sentire la massima della grande conservatrice Margaret Thatcher: “There is no Alternative”. Il dogma dell’assenza di alternative ha dato il via alla crescita degli imprenditori della paura, della sfiducia e ai teorici della necessità inevitabile. E così sono morte la speranza e un’idea nuova di futuro. Quando le menti sono state ben lavorate dalla certezza della fine di ogni utopia possibile si sono fatti avanti una schiera di demagoghi alla testa di movimenti pericolosi per la tenuta delle democrazie del nostro tempo. Questa è la situazione, in estrema sintesi, che spiega l’egemonia culturale di una destra estremista. E, come scrive Massimo Cacciari, l’estremismo dei Salvini rappresenta l’inevitabile prodotto dell’assenza di un riformismo radicale.
Se dovessi indicare il campo in cui lavorare per ricostruire una sinistra liberaldemocratica radicale lo rappresenterei con una immagine che riattivi un rapporto fecondo tra storia, presente e futuro. Al suo meglio, la sinistra è nata nello spazio di tensione e di contraddizione fra l’affermazione dell’uguale cittadinanza e le disuguaglianze reali. Oggi, in un quadro mondiale nuovissimo e complesso, il tema resta il medesimo che si trovarono di fronte i pionieri del socialismo umanistico e libertario: la realtà di feroci e profonde disuguaglianze sociali che rende nullo il valore universale della pari dignità di ogni persona. In fondo stiamo parlando dei primi due commi dell’articolo 3 della nostra lungimirante Costituzione: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. E’ compito delle Istituzioni e della politica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono nei fatti la concretizzazione del primo comma. Concordo con chi ha scritto e detto che questi punti dovrebbero funzionare come stella polare per l’agenda politica della sinistra. Per questa impresa grandiosa il Pd è necessario, ma non sufficiente. Ecco perché è urgente che si rimetta in movimento tutto ciò che nella società civile (associazioni, liste civiche, sindacati, cultura, persone singole) è interessato a costruire una figura nuova di sinistra plurale: intransigente e radicale sui principi fondamentali, aperta e innovativa nei metodi e nelle proposte sociali, intelligente e flessibile nella costruzione delle alleanze necessarie. La missione morale e culturale di una nuova sinistra è incarnare un’idea complessa, colta ed efficace di politica che leghi in un nodo stretto progetto, programma, organizzazione, comunicazione, analisi differenziata, mediazione. Un nuovo volontariato politico a sinistra ci sarà se sarà persuaso di servire una buona causa per cui valga la pena impegnarsi. Per ora mi fermo a questi brevi cenni generali e di cornice. Nei prossimi interventi ci sarà occasione per entrare nel merito sul che fare. Lo scopo di queste note è stimolare una discussione che si proponga di dare gambe e testa ad un nuovo operare politico. I lutti delle disfatte si elaborano con nuove idee e nuove passioni. La coazione a ripetere il negativo – di risse, divisioni e personalismi – si vince guardando avanti.

Fascismo è il contrario di libertà: Resistenza per un mondo senza oppressi né oppressori

di Cristiano Mazzoni

Ha ragione signor Ministro, lei col 25 aprile non c’entra niente. Noi il 25 aprile del 1945 abbiamo vinto, abbiamo abbattuta la dittatura nazi-fascista, lei signor ministro ha perso. Giusto, vada a festeggiare la più bella festa dell’anno a Corleone o a Cinisi. Le ricordo però che “Cosa Nostra”, odiava realmente solo un partito, il mio, non il suo. La mafia dalle origini pasteggia con lo Stato, e coi padroni del vapore, il prefetto Mori inviato da Mussolini, ottenne in realtà dei risultati, che sparirono appena il prefetto lasciò l’isola, e “l’onorata società” aderì in blocco al fascismo.
Quindi, signor ministro lei fa assolutamente bene a non festeggiare, l’antifascismo, non è roba per lei. I nostro nonni combatterono e morirono in montagna e nelle valli, nelle città, nei paesi e nei borghi, i nostri padri fronteggiarono la Celere di Scelba, rivisitazione post fascista del sopruso e della violenza dopo la guerra, noi siamo i discendenti di quei combattenti, di quei giovani che credettero in un mondo migliore, quello stesso mondo che lei ora divide per razze e racchiude entro muri.
La Costituzione repubblicana è figlia di quel 25 Aprile, lo sviluppo, le lotte sindacali, i diritti comuni, la libertà, rinacquero quel giorno.
In Italia per vent’anni – lunghi e bui anni – la dittatura con l’arma del ricatto e della violenza, pasteggiò con le anime dei morti in guerra, dei morti a causa delle leggi razziali, dei morti fucilati, o picchiati in seguito alle scorribande delle camice nere.
E no, non fece anche del buono signor ministro, legga meglio, si informi, Inps, Inail, pensioni, diritto di voto iniziarono prima il loro percorso e lo finirono dopo la guerra, sempre grazie a noi.
Certo, infrastrutture e bonifiche vennero fatte, ma nello spirito di una finta autoreferenzialità, per dimostrare quanto la dittatura fosse potente.
I morti, signor ministro non furono tutti uguali, durante la guerra civile, da una parte i patrioti, dall’altra quelli che vendettero l’Italia allo straniero, che la condussero in guerra, che causarono centinaia di migliaia di morti, altroché qualche migliaia “per sedersi al tavolo delle trattative”.
Il revisionismo oramai ha contagiato l’intero Paese e lei signor ministro ne è l’espressione massima.
Fascismo, non è il contrario di comunismo, è il contrario di libertà
E poi smettetela di affiancare una teologia del sopruso e della forza, quale fu il fascismo ed il conseguente nazismo, con l’ideale che Marx teorizzò nel Manifesto e nel Capitale.
Libertà contro oppressione, finitela di tirare in ballo Stalin e Pol Pot, i dittatori sono tutti uguali, le idee e le ideologie no. Le brigate Garibaldi, le brigate di Giustizia e Libertà, le Brigate Bianche, liberarono l’Italia spargendo il loro sangue giovane sulle baionette degli oppressori, non era un derby, signor ministro.
Per me l’unico derby è quello col Bologna, la liberazione d’Italia fu la speranza di un popolo oppresso che spezzò a forza le proprie catene, come è possibile dimenticarlo?
Il mio cuore il 25 Aprile sarà ovunque un fiore rosso indichi il luogo del martirio di un partigiano, perché la Resistenza per noi non è un semplice esercizio della memoria, ma un punto di arrivo, nella infinita ricerca di un mondo migliore, senza oppressi e né oppressori.
E lei signor ministro, fa bene a non festeggiare la nostra festa, si mangi un buon piatto di bucatini, perché lei con gli ideali della resistenza, davvero, non c’entra nulla. Ora e sempre, resistenza.

Incredibile Sgarbi

Vittorio Sgarbi si candida a sindaco di Ferrara. Ovviamente, niente da eccepire: è nel suo diritto. Leggo la sua dichiarazione riportata tra virgolette dai quotidiani locali: “Una pseudosinistra opportunista ha rimosso tutti i ferraresi illustri per non riconoscerne la superiorità morale e culturale. Così, oltre a non aver nessun dipinto metafisico di de Chirico, Ferrara ha respinto e umiliato Italo Balbo, Giorgio Bassani ecc.”. Rileggo perché non credo ai miei occhi vedere affiancati nel riconoscimento morale un gerarca fascista tra i più violenti negli anni dell’affermazione del Fascismo, a capo di imprese squadriste con seguito di morti nelle campagne ferraresi, Ravenna, Parma ecc., oltre che essere stato il mandante dell’assassinio di don Giovanni Minzoni e l’autore del racconto “Una notte del ‘43”. No, neanche la tradizionale ‘esuberanza’ del critico o il continuo sconto che si fa alla sua maniera ‘colorita’ di esprimersi può consentire di passare sotto silenzio una tale scandalosa e vergognosa dichiarazione. Per non essere frainteso voglio essere chiaro su un punto fondamentale. Non è accettabile che si superi il confine che separa la libera ricerca storica su tutto ciò che ha riguardato il dramma della dittatura fascista e una strisciante e ‘normale’ riabilitazione di uno tra i capi più importanti e responsabili della dittatura fascista.

*Fiorenzo Baratelli è presidente dell’Istituto Gramsci di Ferrara

Lettera su Castro, le ombre di un dittatore amato da alcuni e odiato da molti

da: Alcide Mosso

E’ morto Fidel Castro e fiumi di melassa sono stati versati per esaltarne la figura.
Gli ammiratori del dittatore cubano non sono mancati neppure a Ferrara e dintorni. Basti pensare a Claudio Abbado (il “maestro” – di musica ma non di libertà – a cui il nostro beneamato sindaco ha voluto con protervia intitolare il Teatro Comunale nonostante le riserve o la contrarietà di tanti, fra cui Roberto Pazzi, Vittorio Sgarbi e perfino dell’ex-sindaco Sateriale) che fregandosene dei diritti umani conculcati dal “barbudo”, ne esaltava ripetutamente l’opera.
Eppure basterebbe andare sul sito di “Amnesty International” per leggere alcune “cosette” interessanti come le seguenti:
“In oltre mezzo secolo di ricerche sulla situazione dei diritti umani a Cuba, Amnesty International ha riscontrato un’incessante ostilità nei confronti di chi osava criticare le politiche del governo. Nel corso degli anni, l’organizzazione ha raccontato al mondo centinaia di storie di prigionieri di coscienza, persone detenute solo per aver esercitato pacificamente il loro diritto alla libertà d’espressione, di associazione e di riunione… Nella Cuba odierna la repressione ha assunto nuove forme, tra cui l’ampio ricorso agli arresti per breve periodo di tempo e le minacce nei confronti di chi intende rendere pubbliche le sue opinioni, difendere i diritti umani o protestare per l’arresto arbitrario di un familiare”.
Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International ha dichiarato che “i 49 anni di Fidel Castro sono stati caratterizzati dalla brutale soppressione della libertà d’espressione” e che”lo stato attuale della libertà d’espressione a Cuba, dove gli attivisti continuano a subire minacce e arresti per le critiche rivolte al governo, è il lascito più oscuro di Fidel Castro” .
Sarebbe interessante poi conoscere il parere degli esponenti nostrani della sinistra e delle varie associazioni femministe sul rapporto che Castro ebbe con le donne.
Secondo una classifica stilata da Maxim (rivista mensile USA di lifestyle maschile, con un indice di vendita superiore ai 2,5 milioni di copie) e ripresa da numerosi mezzi di informazione Castro sarebbe stato uno “sciupafemmine” seriale. Fidel avrebbe infatti “giaciuto” con due o tre donne diverse al giorno per decenni, per un totale di 35.000 fanciulle.
Tutte ovviamente corteggiate con rispetto e finite “spontaneamente” nel suo giaciglio, per dilettarlo fra un’iniziativa rivoluzionaria e l’altra…
E mi piacerebbe sapere perché tacciono le associazioni pro-gay, pronte a tuonare contro Mons. Negri ad ogni minimo sospiro che appaia discriminatorio, visto che il leader cubano, da consumato “tombeur de femmes”, detestava gli omosessuali.
Fuori dal coro, una volta tanto, Roberto Saviano che ha scritto di Castro:
“Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare. Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai.
Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno”.
Smettiamola, dunque di esaltare una trista (proprio “trista”) figura come Fidel Castro.
Se gli esuli cubani hanno stappato bottiglie di champagne alla notizia della sua morte, avevano ed hanno più di una ragione per festeggiare! Ed io mi associo a loro!

L’inizio della fine

10 giugno 1924: il deputato socialista Giacomo Matteotti viene rapito e ucciso da una squadraccia fascista capeggiata da Amerigo Dumini. Il 30 maggio in un discorso al Parlamento, dove è stato eletto per la prima volta nel 1919 in rappresentanza della circoscrizione Ferrara-Rovigo, ha denunciato le violenze, le illegalità e gli abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni del 6 aprile: “nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà”.
Secondo ulteriori ricerche, apparse alla fine degli anni Novanta, Benito Mussolini ha dato l’ordine di assassinare Matteotti anche per impedire che proprio alla Camera denunciasse il grave caso di corruzione esercitato dalla compagnia petrolifera statunitense Sinclair Oil nei confronti dello stesso Mussolini e di alcuni gerarchi fascisti a lui vicini.
Il suo cadavere verrà ritrovato soltanto in agosto.
Il 26 giugno è cominciata la Secessione dell’Aventino dell’opposizione e nel 1925 il governo inizia a varare le Leggi Fascistissime.

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Giacomo Matteotti

Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai. (Giacomo Matteotti)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

LA NOTA
L’orco dei libri e le contumelie nostrane: cronache sconsolate dai Lidi

Con il vento che spazza via dal mare e dalla spiaggia il popolo dei bagnanti e fa volare i pacchi, le sporte e i carrelli del secondo popolo dei migranti non resta che meditare sulle magnifiche sorti e progressive delle nostre vicende politiche provinciali e nazionali. Tengono banco scandali e rese dei conti tanto che nei quotidiani il conflitto Grecia-Ue e il Grexit sono inesorabilmente respinti in pagine meno squillanti e meno giornalisticamente appetitose.
Tra mangiarini, eventi, feste e concerti la città ha brividi e sussulti nel leggere delle contese ariostesche tra il sindaco Tagliani e l’ex assessore Marattin duellanti in una vicenda che inesorabilmente rivela la progressiva renzizzazione del nostro sistema politico-amministrativo mentre all’orizzonte appare il felpato Salvini.
E, come Astolfo sulla luna, ci chiediamo dove sarà il senno d’Orlando mentre l’eroe che mi ostino a credere il vero progenitore della stirpe estense in luogo del legittimo Ruggero più moscio affannosamente cerca i forzieri ferraresi desolatamente vuoti della sua banca di riferimento e contempla i protagonisti francobollizzati nelle fotine debitamente in prima pagina dei giornali locali. Poi ancor più disperato cerca la fata Venezia che, come scrive il grande storico Adriano Prosperi, non riesce a impedire che il suo Sindaco-Orco cacci dal regno dei libri per bambini le belle storie che ora giacciono sulla luna dentro un’ampolla chiusa come il senno di tante persone e soprattutto di quello che compie un simile misfatto: l’orco Brugnaro.
Astolfo resterebbe volentieri sula luna ma sa che i suoi padri letterari disapproverebbero questo ritiro dalle responsabilità della testimonianza. Lo impongono padri che si chiamano Ludovico (Ariosto) o Italo (Calvino).
Il vento frattanto porta e diffonde aromi non sempre consoni al mare: fritto misto denominato rigorosamente di paranza, piadine con ripieni di fantasia o lo scoglio degli spaghetti.
Fossi uno snob (ma in fondo chi non lo è?) rimpiangerei estati versiliesi rigorosamente ritmate dalla deità del luogo: la bagnina, arbitra indiscussa dei regolamenti di spiaggia che andavano dal tono da assumere nel comportamento, alla musica tenuta in decibel accettabili, fino al lavaggio dei costumi che alla mattina sventolavano lavati e pronti ad essere indossati. Qui invece l’enorme distesa della landa sabbiosa invita a pensieri grevi più che gravi. Un futuro incerto per i giovani che qui si maschera nella terribile musica sparata a tutto volume che fa ancheggiare le jeunes filles en fleur, tra sibili di esse trasformate in zeta, non sulla proustiana spiaggia di Balbec ma sulle dune spianate dalle ruspe su cui si ergono, terribile monito all’imprevidenza, mostruosi condomini semivuoti o in stato d’abbandono.
Il viale principale offre nel lento passeggio serale una serie di ossessivi “sconti” e “saldi” che occhieggiano dalle vetrine ma non eccitano più l’interesse delle signore forse in parte appagate dalle compere proibite sulla spiaggia.
In libreria maestose distese di libri gialli e noir e miracolo! i classici a prezzi di saldo ma che restano sugli scaffali. Anch’io mi distraggo da letture più impegnative che tuttavia mi aspettano al ritorno e m’immergo nelle quasi duemila pagine della trilogia del Novecento che un autore famoso ha deciso di raccontare con un esemplare dosaggio di sesso, politica, spionaggio; gli ingredienti che lo hanno reso famoso nel mondo che ora imperano ovunque.
Guardo intorno e non trovo più una presenza familiare fino a pochi anni fa: le aste che attiravano curiosi e appassionati e che riuscivano a smerciare i petits maîtres ferraresi. Era una forma di rispetto per la cultura tristemente scomparsa con quelle forme di agio piccolo borghese tanto care, e giustamente, ai miei concittadini.
Quando si legge delle vicende di Carife il pensiero corre a una specie di vocazione alla distruzione che può chiamarsi anche vanità o ingordigia. Come è possibile che l’Istituto di riferimento della città che nel campo della cultura tanto ha fatto per la città, dalla splendida collana dei volumi sulla storia dell’arte della nostra città e del territorio alla quadreria, al progetto di realizzare un legame tra la storia cittadina e quella nazionale sia finito così miserevolmente?
Sembra quasi che si avveri una tesi molto cara agli studiosi ottocenteschi, che cioè le arti e la cultura fioriscano più agevolmente nei momenti di decadenza in cui è possibile s’instauri una forma di dittatura politico-economica.
Sarà vero?

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L’OPINIONE
Renzi e il fascismo

di Edoardo Nannetti

Renzi, pur di seguire la sua verve comunicativa in pillole, produce affermazioni estremamente pericolose.
In un comizio elettorale, per difendere il suo Italicum e criticare Brunetta che aveva evocato una somiglianza col fascismo, Renzi ha affermato: “voglio dire che quando si scomoda il fascismo bisogna dire che si uccidevano le persone per le loro idee; parlando di fascismo si profana la memoria di chi è morto; non si deve scherzare su queste cose!”. Sarebbe utile trasmettere per iscritto la violenza con cui sono state pronunciate queste parole (Tg1 ore 20 del 8-5-15), che a qualcuno possono apparire ovvie ma che, come si vedrà, sono estremamente pericolose.
A prescindere dalla natura fascista o meno dell’italicum (è però incontestabile la sua somiglianza con il premio di maggioranza voluto da Mussolini nel 1924 con la legge Acerbo), è evidente che il fascismo non è tale solo per l’uccisione di dissidenti, ma è un processo verso un sistema progressivamente dittatoriale, di eliminazione graduale ma inesorabile delle libertà democratiche, di assegnazione del potere a chi non rappresenta la maggioranza dei cittadini, di compressione delle libertà sindacali fino alla loro eliminazione e, corollario di questa volontà di potenza, anche il carcere il confino o l’uccisione per i dissidenti. E’ anche evidente che fascismo, in Italia, è sinonimo di dittatura.

E’ evidente che una legge elettorale che assegna arbitrariamente il 53% dei seggi ad un partito che abbia anche solo il 25% dei votanti (può accadere nel ballottaggio e si parla di votanti, neppure degli elettori, che ormai si astengono in massa sentendosi traditi da questa pseudo-democrazia), viola il principio costituzionale di uguaglianza del voto fra i cittadini, regalando la maggioranza assoluta a chi non ce l’ha; inoltre consente a quel partito, da solo, di eleggere il Presidente della Repubblica, votare riforme costituzionali, nominare membri della Corte Costituzionale eccetera (cioè di scegliersi i controllori istituzionali del suo operato). Questa legge prepara la dittatura. Il fascismo preparò così la propria. Il fascismo controllò anche gradualmente l’informazione: Renzi vuole sottomettere la Rai al potere diretto del governo (vedi la ‘riforma’della Rai da lui proposta).

La frase di Renzi però è grave perché sottende un principio grave: finché non si ammazzano i dissidenti non c’è dittatura, non si può evocare il fascismo; la democrazia è solo questa assenza di morti o , al massimo, la possibilità di parola (col tuo vicino di casa?). Dobbiamo essere contenti che non ci ammazza; prima di denunciare il rischio di dittatura dobbiamo aspettare almeno il carcere o il confino (ma anche questo non è ancora uccidere i dissidenti, quindi c’è ancora del margine).

Quella di Renzi è una di quelle frasi che, proposte con una falsa autoevidenza, si affermano acriticamente nel senso comune come vere e che svuotano, proprio loro, il senso delle parole e della democrazia che è qualcosa di più del diritto di non essere ammazzati per le proprie idee. Sono frasi pericolose perché preparano la dittatura anche cercando di plasmare il senso comune in modo distorto.
Renzi su un punto ha ragione: non si scherza su queste cose! Lui per primo dovrebbe smettere di scherzare e dovrebbe chiedere scusa per questa frase vergognosa.
Così scriveva già nel 1945 Don Primo Mazzolari: “Il ‘virus’ fascista , che può far degenerare di nuovo la democrazia, è purtroppo latente in molti animi e ci può far riportare alla dittatura, ‘curia et populo plaudente’”

LA RICORRENZA
Tango e dittatura, note sul golpe d’Argentina

di Michele Balboni

Il 24 marzo 1976 il governicchio della “presidenta” Isabelita Peron (all’anagrafe Maria Estela Martinez) veniva cestinato dalla triade Videla, Massera, Agosti rappresentanti delle forze armate “di terra, di mare, di cielo” (per rifare un verso che risuonava su analoghi balconi di casa nostra anni prima). Era il golpe che stravolse la storia contemporanea dell’Argentina.

Formica della storia del tango, microbo della vicenda argentina, mi accingo a proporre al paziente lettore alcune mie considerazioni: se siete ballerini di tango, quindi fortunati seguaci e praticanti del “ballo più bello di sempre”, l’obiettivo sarà suscitare il vostro interesse per la conterraneità degli avvenimenti, se siete amici l’obiettivo sarà condividere impressioni: verso entrambi la mia attenzione sarà di non suscitare noia e magari fornire alcune informazioni.

Il tango alla metà degli anni ’70, anche nella propria terra di nascita, era confinato ai vivi ricordi dei non lontani anni d’oro. Già da un ventennio la produzione musicale pensata per il ballo dell’abbraccio era rinsecchita. Le pregevoli e raffinate creazioni di Astor Piazzola e di pochi altri, alleviavano l’ascolto ma non ravvivavano l’atmosfera delle milonghe. Permanevano lontani lo splendore e la ricchezza del tango diffuso e praticato dall’altra parte del mondo negli stessi anni in cui da noi si preparava la guerra, la si combatteva, se ne curavano le ferite. Forse per reazione alla mondiale tragedia o per omaggio ai “liberatori” i ritmi americani erano proposti ed apprezzati dai giovani. Il tango dormiva il sonno dei giusti, consapevole che il peggio doveva ancora arrivare.

E venne infatti il giorno in cui le trasmissioni tv furono interrotte (non così la partita di calcio Polonia – Argentina), al pari delle libertà più elementari. I nuovi malvagi al potere, con gradi e stellette, si ripromettevano di salvare il proprio Paese, affrancarlo da problemi economici, battere il terrorismo, e quant’altro di utile… La dittatura civico-militare avrebbe prodotto trentamila desaparecidos, un milione e mezzo di esuli, oltre cinquecento bambini “rubati” (la maggior parte dei quali tuttora non identificati), una economia più disastrata di prima, finanche una vera guerra persa (del tipo a noi noto “armiamoci e partite”) con quasi mille morti: alla faccia del “piano di riorganizzazione nazionale”! I Generali (più o meno, uno era un brigadiere, ma tant’è…) all’inizio, presi dalla loro santa missione, non avevano tempo per la cultura, la musica, il tango anche se trovarono attenzione e denaro per proporre l’edizione più costosa e corrotta dei campionati mondiali di calcio.

Nel prosieguo, preso atto che non portavano consenso i carri armati per strada, i centri di detenzione clandestina, le torture a terroristi (pochi) o presunti tali (tanti), si pensò anche al nostro ballo. Venne inventato il giorno internazionale del tango (l’11 dicembre, data di nascita di Carlos Gardel e di Julio de Caro), si fondò l’Orquesta de tango de la Ciudad de Buenos Aires, si finanziò il tuor europeo del sopracitato innovatore del tango. Parallelamente si procedeva però con il progetto Operativo Claridad per disboscare arte, cultura, cinema, giornalismo, letteratura, da ogni voce o comportamento dissenziente dai canoni consigliati. Trovo così al numero 257 della lista di proscrizione per l’anno 1980 il nome Pugliese Osvaldo Pedro musico-director de orquesta (segue numero di carta di identità), autore che sono invece solito abbinare alla melodia di Recuerdo e alla forza di Negracha. Trovo anche al numero 8 (in virtù dell’ordine alfabetico) il cognome di un amico pianista residente nella mia città da anni. E per fortuna che in quella lista si indicavano i nominativi di individui giudicati scomodi, soggetti da ostacolare sul proprio lavoro o perseguire in vari modi, ma non da sequestrare o far scomparire…

Ma il tango stesso come si rapportava agli aguzzini e ai loro mandanti? Immaginiamolo personificato con i modi aristocratici del compositore e pianista Juan Carlos Cobian e la voce e la presenza scenica del grande Carlos Gardel, probabilmente ci direbbe: “E’ vero c’è stato un periodo in cui malvagi mi hanno utilizzato a mia insaputa e, di questo, pur non avendone io alcuna colpa, resto tuttora affranto e contrito. Chiedo perdono a quelli che, catturati da un regime che ha infestato, per oltre sei anni, il Paese in cui sono nato, vennero sottoposti a vessazioni e torture. I dischi che mi ospitavano erano suonati per coprire le loro urla di dolore, affinché dall’esterno dei campi di prigionia clandestini non si udissero gli scempi che dentro stavano avvenendo. E gli stolti torturatori non si accorgevano nemmeno, presi dalla loro malvagità, che i miei cantores alzavano la voce nell’esecuzione ed altrettanto facevano i musicisti usando i toni più alti degli strumenti, gli uni e gli altri protetti dentro i dischi, perché loro stessi non volevano udire quelle urla di dolore. Tornavano poi i brani nella loro normale tonalità quando di nuovo venivano eseguiti in contesti ordinari. Capisco comunque che chi è scappato dal buio di quei seminterrati e chi piange il dolore dei propri cari scomparsi e mai più ritrovati possa ora odiarmi, confondendomi con i carnefici, ma sappia che io stesso sono stato vittima”.
Se lo dicono i fantasmi di due interpreti di tal portata sarà ben vero…

Declinavano i tempi della picana, proseguivano le marce delle madri in Plaza de Mayo, era ampiamente scemato il consenso popolare nonostante il velleitario tentativo di riconquista militare delle gelide isole Falkland-Malvinas, quando il tango veniva impacchettato e portato al Teatro Chatelet di Parigi. Il successo di pubblico e di critica della prima, il 13 novembre 1983, fu enorme. Il tango risorge e rifiorisce, e non a caso ciò avviene proprio a Parigi, laddove all’inizio del secolo si era raffinato e aveva trovato la spinta per tornare nei suoi luoghi di nascita ed essere finalmente apprezzato. Che spettacolo deve essere stato per i fortunati spettatori: coreografia di Juan Carlos Copes, musica del sexteto Mayor (al piano Horacio Salgan), ballano (tra gli altri) Juan Carlos Copes e Maria Nieves, Virulazo e Elvira, Maria e Carlos Rivarola, canta “el polaco” Roberto Goieneche!

Quindi cade la dittatura civico-militare (siamo nell’autunno 1983) e il tango rinasce: una coincidenza? “Il caso non esiste!” dice l’autorevole tartaruga-maestro Oogway nel film “Kung fu Panda”…

In verità il processo di vera rinascita democratica del grande Paese sudamericano, cui dobbiamo il tango, ed anche – non dimentichiamolo – il più grande campione della storia del calcio, non è subitaneo. Così il nostro ballo trova affermazione planetaria un paio di anni dopo quando, lo stesso spettacolo titolato “Tango Argentin” è riproposto a Broadway: sei mesi di repliche. Da allora una crescita e una diffusione continua, perlomeno nella sua componente più spettacolare e praticabile: il ballo. Fino ai giorni nostri.

Tango e dittatura: la rivincita del tango?
Eccoci all’epilogo, abbiamo trascorso alcuni minuti insieme come ballerini e come amici: seguendo il titolo di un recente dvd realizzato dal regista Marco Bechis sulla vita di Vera Vigevani Jarach, una delle fondatrici del movimento Madres de Plaza de Mayo, abbiamo ascoltato insieme, almeno per un po’, “il rumore della memoria”.
Walter Calamita, presidente dell’Associazione 24 marzo – loro sì che hanno titolo per parlare di queste cose – scrive nella sua prefazione al mio romanzo “La Diva del tango – alla ricerca del nino rubato” di un processo dove accanto a Verità e Giustizia si affianca la Memoria, al proposito io nel mio piccolo mi limito a ringraziarvi per avere condiviso con me questa ricorrenza.

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