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Marilyn ha gli occhi neri

Accettarsi per ciò che siamo e non per come ci vedono o ci vogliono gli altri.

Una commedia che racconta la diversità con leggerezza, quella diretta da Simone Godano, Marilyn ha gli occhi neri, nella storia della sempre-bugiarda ed estroversa Clara (Miriam Leone) e dell’iracondo e balbuziente Diego (Stefano Accorsi). Due vite che si incontrano, storie che si intrecciano insieme a quelle degli sgangherati compagni del Centro Diurno che si occupa della riabilitazione di persone con diversi disturbi comportamentali. Il disturbo mentale viene raccontato con una pacata leggerezza che lascia spazio anche al sorriso.

Clara oltre a dire tante bugie, ha sempre cercato, senza successo, di sfondare nel mondo del cinema e del teatro, Diego, ottimo e creativo chef, ha sempre dovuto lasciare il lavoro per la sua ira esagerata che lo ha portato a scene di folle distruzione di piatti e bicchieri in ristoranti eleganti e ben frequentati. Un “pazzerello”, come definisce sé stesso e i suoi amici.

Entrambi vengono incaricati di gestire un ristorante, il Monroe (dalla passione che Clara ha per Marilyn), senza, però, creare conflitti con il gruppo con cui collaborano.

Dietro alle brutte figure, alle ossessioni, alle parolacce di una donna affetta dalla Sindrome di Tourette e alle crisi di un uomo che grida al complotto, c’è una riflessione sull’incomunicabilità che regna nel nostro mondo, quella “cosa” che ci fa sentire soli e che allontana gli altri. “È brutto non essere visti” – dice a tal proposito Diego… Quante volte non vediamo. Qui ognuno combatte la propria battaglia quotidiana, è eroico cercare di superarsi.

Clara e Diego non hanno alcuna capacità di condurre un’impresa così grande come quella di dirigere quel ristorante sempre pieno (Clara ha fatto un tam tam incredibile sui social e tutti vogliono andare lì…) ma scopriranno che, collaborando, possono raggiungere ottimi risultati e forse anche innamorarsi l’uno dell’altra. Soprattutto quando Clara, stonata, dedica “I wanna be loved by you, just you, nobody else but you” a quel tenero ragazzo suscettibile che balbetta e che si arrabbia un po’ troppo.

Accorsi e la Leone (bellissima e affascinante) si spogliano completamente delle loro identità, si allontanano dagli stereotipi dei personaggi che siamo abituati vederli interpretare. Per questo sono irriconoscibili in questi nuovi ruoli e in ciò sorprendenti. Lei, da icona sexy, appare goffa, imperfetta, sempre fuori luogo, problematica e ingombrante, lui, da uomo affascinante, con un taglio di capelli improponibile, viene avvolto e stravolto dai tic e dalle paure. Terrorizzato, fra l’altro, di perdere l’amore della figlia. Davvero talentuosi in questa incredibile trasformazione, che spesso commuove per la tenerezza degli sguardi e delle parole sussurrate fra chi capirà che nessuna diversità è di ostacolo all’amore.

Basta accettarsi, essere un po’ più autoindulgenti, perdonarsi, amarsi, provare a migliorarsi. Ma poi, ci chiediamo, che cos’è veramente la normalità?

 

 

 

Marilyn ha gli occhi neri, di Simone Godano, con Miriam Leone, Stefano Accorsi, Thomas Trabacchi, Mariano Pirrello, Orietta Notari, Marco Messeri, Andrea Di Casa, Ariella Reggio, Valentina Oteri, Italia, 2021, 110 mn

semaforo pedone

Filastrocca dell’omino del semaforo
(Essere diversi non è sbagliato)

Filastrocca dell’omino del semaforo

Chi sei tu, omino del semaforo,
chi sei? Di nome fai Cristoforo?
È da un po’ che ti ho notato
perché sei molto sbilanciato.
Rispetto agli altri sei strano
come se fossi un melograno.
In città, in un posto affollato,
tu resti rosso e stai inclinato.
Anche gli altri omini sono rossi
stanno dritti, saranno promossi.
Tu invece sei strano e diverso,
forse fra i pochi nell’universo.
Solo per quel tuo stare piegato
non vai bene e sarai bocciato.
Non so se sei rosso di vergogna
o se ti hanno messo alla gogna
ma spero nessuno si organizzi:
ti sviti, ti smonti e ti raddrizzi.
Io ti trovo stranamente bello
perché hai l’aria da monello.
Spero che ti vengano a vedere,
e incuriositi scelgano di tacere
poi tutti quanti comincino a dire:
“Qui non c’è niente da capire.
Essere diversi non è sbagliato
ciascuno com’è va accettato
”.

 

 

 

 

 

 

 

 

P.S.
Da un po’ di tempo avevo notato l’omino storto del semaforo rosso che c’è al passaggio pedonale di viale Cavour all’angolo con via Aldighieri, a Ferrara. Mi è sembrata una cosa interessante su cui scrivere e così ieri è nata questa filastrocca.

bosco alberi raggi sole

PRESTO DI MATTINA
Natale: contemplativi sotto gli alberi

Ogni notte di Natale, per 13 anni, ho scritto per la gente della parrocchia una storia sugli alberi.

Cominciai con quello che voleva vedere le sue radici; terminai con la storia dell’albero di santa Francesca Romana, un cotogno, nel 2010. Poi altri racconti ho sparpagliato nei quaderni pastorali, per tenere vivo il pensiero che anche gli alberi, immagine e simbolo del misterioso legame tra il cielo e la terra, tra ciò che è già e ciò che deve ancora venire, condividono con noi una vocazione contemplativa.

Sì, proprio così: perché è degli alberi e degli uomini essere contemplativi, tendere oltre se stessi, verso un compimento che è ad un tempo in loro ed a loro trascendente; portati ad inabissarsi in profondità e ad innalzarsi nelle altezze e aprirsi e comunicarsi tra loro con rami e foglie.

La contemplazione è esperienza di transito, di superamento e attraversamento di confini, del proprio limite, pone nel luogo dell’altro. Mette in comunicazione realtà lontane, propiziando l’incontrarsi delle differenze portatrici di accrescimento e sviluppo.

Contempla, infatti, colui che resta aperto al venire del nuovo, nella notte al venire del giorno. Per questo l’albero può essere preso a emblema della rinascita dopo la morte.

Come gli alberi, nascosti nel solstizio d’inverno, contemplano il solstizio d’estate, così noi nel mistero del Natale contempliamo quello della Pasqua: ognuno a suo modo, nella sua notte oscura, contempla attendendo l’aurora messaggera del giorno.

Nel salmo che apre il libro del salterio è detto dei contemplativi nel cui cuore mormora giorno e notte la parola di Dio: sono come alberi alti piantati lungo corsi d’acqua, che il frutto matura ad ogni stagione e le foglie non vede avvizzire (1,3).

Anche se è notte, vi è una fonte che colui che contempla conosce. Questa fonte, sempre sorgiva del mistero nascosto in ogni vita, in ogni fede, in chi ama e spera, è cantata dal mistico e poeta di Fontiveros in Castiglia, san Giovanni della Croce [Qui]: il quale la riconosce nascosta nel pane eucaristico, ma è visibile pure in ogni pane che si frange e si condivide con gli altri:

«Ben so io la fonte che sgorga e scorre, anche se è notte! Quell’eterna fonte sta nascosta, ma ben so io dov’essa ha sua dimora, anche se è notte. Sua origine non so, non ve n’è alcuna, ma so che tutte l’origini in sé aduna, anche se è notte.

So ch’esservi non può cosa più bella, che cieli e terra bevon d’ella, anche se è notte. Ben so che fondo in essa non si trova e che nessuno mai potrà guadarla, anche se è notte. La sua chiarezza mai non s’offusca, so che ogni luce da essa è venuta, anche se è notte.

So che tanto copiose son le sue correnti, che cielo e terra irrigano e le genti, anche se è notte. La corrente che nasce da tal fonte ben so quanto è grande e onnipotente, anche se è notte. La corrente che da queste due procede so che nessuna d’esse la precede, anche se è notte.

Codesta eterna fonte sta nascosta in questo vivo pan per darci vita, anche se è notte. Qui se ne sta, chiamando le creature, che dell’acqua si sazian, anche se è buio, perché è notte. Questa viva fonte, cui anelo, in questo pan di vita io la vedo, anche se è notte
(Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede).

Ho ritrovato in questi giorni un testo scritto nel 2006, scaturito come un flusso di coscienza, nella notte dell’ultimo giorno degli esercizi spirituali con i confratelli a Marola, Reggio Emilia. Un racconto. Solstizio d’estate lo avevo titolato.

Quale sorpresa rileggerlo ora come fosse la prima volta nel solstizio d’inverno. Ma non lo avrei rigirato a voi se non mi avesse convinto la lettura – anche quella inattesa sorpresa – di una poesia di Guido Cavalli: Nel Castagneto (Diabasis, Parma 2016).

Nella prefazione Claudio Risé annota come il poeta «cerchi nella terra, nel bosco, nelle vene d’acqua le parole che danno forma ai suoi versi. E le trova, profonde come le radici dei suoi alberi e arbusti, e cautamente occhieggianti, come le cortecce dei loro tronchi»; come l’odore dei boschi di castagno:

«È l’odore dei boschi di castagno./ È la cosa più antica che c’è in me./ Come nel giorno della creazione/ lo spirito aleggiava sulle acque/ buie ma piene di suoni, colori/ tenuti nella mano e sussurrati,/ così l’arca del ricordo sembra/ vuota ma dentro raccoglie la voce del pensiero quando parla».

Marola 20 giugno 2006.

«Dopo la cena, dal ritiro di Marola mi avvio silenzioso per un sentiero che, dall’ampia radura a fianco della Chiesa millenaria dedicata a Maria Assunta, fatta costruire da Matilde di Canossa si inoltra nel bosco dei castagni secolari. È ancora chiaro. La luce indugia ritardando l’appuntamento all’orizzonte con il buio. Non vuole cedere il passo alla notte trattenendosi ancora un poco dentro il bosco a ridisegnarne un’ultima volta le sue forme.

Addentrandomi, mi accorgo così che tutto è ancora vario e ben distinto: colori, forme e odori. L’occhio cade ovunque ed è attirato da sempre nuovi squarci, da differenti scenari; affonda sempre oltre per cercarne la fine e mai si sazia del nuovo che gli si presenta.

Tutto, sotto lo sguardo, varia in continuazione: le sagome dei tronchi, l’ondulazione del terreno, la disposizione dei rami e delle foglie, e tuttavia tutto è comune e familiare trattandosi di un esteso bosco di castagni.

Dentro a questo vivaio naturale a questa famiglia patriarcale più che centenaria, mi verrebbe da esclamare: “guarda, finalmente tante diversità in comunione“. Ma non è forse così – mi dico – anche se non si trattasse di un bosco di tutti castagni.

Infatti in mezzo a questa comunanza vegetale, pur essi in comunione, sono aceri, qualche quercia, alcuni cedri neo-comunitari e qualche pino, che svetta dritto tra arbusti vari. Questa sparuta minoranza non sembra minimamente intimorita dalla maggioranza, ma fa anch’essa la sua bella figura. Qui ogni albero è ammirato e tutti sono accolti, grandi e piccoli e la diversità non fa paura, perché la terra è di tutti, ed il sole si fa tutto a tutti senza privilegi di sorta.

Mentre cammino ascolto il bosco, e lui mi regala la memoria del vento che rincorre e si intreccia con quella del mio spirito tra le fronde. Lo spirito è attratto ora qua ora là, si distende in alto, in basso si china subito dopo, poi si gira in continuazione. Chiamato da tante voci, colori, forme quasi si disperde e si dispera, così egli rincorre ogni più piccolo rumore, ogni visione che gli si presenta: non vorrebbe perdere nessun invito.

Ma poi ecco, si ferma davanti ad un castagno centenario, perché ricorda il grande castagno di Camaldoli: il tronco di circa sei metri di diametro, scavato dal tempo come una grotta di eremiti. Riesce perfino a vedervi dentro un monaco raccolto intento alla sua lectio.

Egli si ricorda poi il bel nome del castagno, chiamato l’albero del pane, per via della farina di castagna che, una volta, teneva il posto di quella di grano che mancava. Un pane difficile quello che del frutto del castagno, perché prima se ne deve affrontare il pungente riccio. “Lo stesso è del pane della comunione” – rimugina e rumina lo spirito dentro di me –  non nutre se non si vive in comunanza e lo si pone al centro della difficile comunità.

Mi accorgo che anche i volatili del bosco accumulano ritardo al giorno, imitando la ritrosia della luce ad entrare nella notte. Anch’essi sembrano presagire che questa notte sarà la più corta dell’anno. Domani sarà il solstizio d’estate, il giorno più lungo.

E forse perché vorrebbero rendere questa notte ancora più breve che essi indugiano a ritirarsi silenziosi nelle loro dimore, quasi che per una volta fosse possibile cogliere il giorno nascere, non dalla notte, ma dal giorno che l’ha preceduto.

“Un giorno senza tramonto” – prorompe d’improvviso la voce dello spirito in me – “il giorno del sole di giustizia che verrà su di noi”.

In un attimo, come sterpaglia a cui si appicca il fuoco, mi sono sentito avvinto dalla memoria struggente di quel giorno promesso e benedetto, portato quasi fin sulla sua soglia. Un attimo, un attimo subito inghiottito dalla penombra del bosco fattasi d’improvviso più oscura e minacciosa.

Ritornato sui miei passi e raggiunta l’ampia radura vicino alla chiesa mi sono girato indietro a guardare, pensando di vedere ormai solamente, di quel bosco, una massa oscura ed informe. Ed invece, nonostante il tramonto ormai inoltrato, il bosco dei castagni rimaneva ancora chiaro, le cime degli alberi sembravano trattenere ancora la luce, al modo di quelle nubi all’orizzonte che, oscure e cupe nella loro massa, ai bordi risplendono ancora degli ultimi riflessi del tramonto.

Solo allora mi sono accorto che quel supplemento di chiarore veniva dalla fioritura dei castagni, erano i loro lunghi e bianchi fiori penzolanti alla brezza della sera, come addobbi liturgici disposti per la festa del nuovo giorno, che mi annunciavano, nel solstizio d’estate, la memoria dolce e struggente insieme del Giorno senza tramonto, del giorno di Cristo Signore».

Il suo Dies Natalis nella Pasqua a venire.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

persone

EFFETTI COLLATERALI DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE
meno democrazia, più diseguaglianza e altri inconvenienti sulle persone.

La nuova rubrica di ferraraitalia LA VECCHIA TALPA (Shakespeare, Marx) ospita testi, saggi, riflessioni, approfondimenti, supplementi di indagine. A questo contributo di Franco Mosca, e agli altri che seguiranno in questa rubrica, non abbiamo imposto i limiti di lunghezza che solitamente richiediamo ai nostri redattori e collaboratori. Una lunghezza limitata sicuramente facilita la lettura, ma in certi casi non è proprio possibile essere brevi.
L’invito ai lettori che, come tutti noi, vanno di fretta, è quello di prendere nota del titolo e dell’autore, metterli in attesa, e affrontare i testi della rubrica LA VECCHIA TALPA quando ci capita una mezz’ora buca (di giorno o di notte, al sabato e domenica), una frazione di tempo libero, uno spazio di silenzio per approfondire un argomento e soddisfare una curiosità.
(Francesco Monini)

In elettronica e in informatica, digitalizzazione è il procedimento per rappresentare/riprodurre le diverse caratteristiche fisiche di suoni, immagini e oggetti, che traduce in forma digitale un segnale analogico. La parola digitale viene dall’inglese e significa “cifra”. Spesso tale “cifra” è espressa attraverso un codice binario, ossia come una sequenza di 1 e di 0, quindi da stati del tipo acceso/spento. È opinione diffusa che con tale sistema si possa, non solo emulare, ma addirittura potenziare e ampliare in modo esponenziale le capacità del cervello umano che rischia di diventare obsoleto.

La questione è aperta, personalmente credo che oggi la diversità del pensiero, dei sentimenti e dell’azione degli oltre 7,5 miliardi di persone viventi oggi sulla terra non possa essere adeguatamente rappresentata. Una buca nella sabbia, come ricorda S. Agostino, non può contenere il mare.

Occorre considerare che attualmente il sistema digitale, nella stragrande maggioranza delle situazioni, viene implementato attraverso procedimenti semplificatori e riduttivi posti in sequenza da tecnici che agiscono secondo una logica (razionalità) limitata e intenzionale. Un’azione influenzata dai valori e dalle credenze più o meno diffuse e, soprattutto, dall’orientamento dei committenti che finanziano il prodotto digitale per venderlo sul mercato.
Gli obiettivi prioritari, i valori trainanti e che determinano le scelte di utilizzo sono di tipo economico (riduzione dei costi e aumento dei profitti). Chi progetta è un tecnico informatico che spesso non possiede un’approfondita conoscenza sia dei temi organizzativi, sia delle caratteristiche peculiari dell’azienda in cui il prodotto digitale andrà ad inserirsi. Il prodotto è standard anche se, in molti casi, può essere adattato alle richieste particolari del committente.

Se reifichiamo i processi di digitalizzazione perdiamo la ricchezza della diversità, dell’irrazionalità, dei sentimenti, dell’intuizione, della capacità/possibilità di deviare dagli standard che spesso aprono nuove opportunità.

Si può avanzare l’ipotesi che, attualmente, una delle modalità utilizzate per uniformare gli atteggiamenti umani, per portarli in sintonia con i processi di digitalizzazione, sia insita nei videogiochi diffusamente, forse anche morbosamente, utilizzati particolarmente dalle nuove generazioni. In essi, spesso con l’uso della musica, dei colori e di “effetti speciali” appropriati, si opera una netta distinzione tra negativo e positivo, tra male e bene, tra buoni e cattivi e si inducono identificazioni acritiche, lontane dall’analisi introspettiva del sé e degli altri e dall’analisi complessa e variegata del mondo che ci circonda. Si diffonde così una visione “infantile” della realtà, dicotomica, liquidatoria, semplificata [sulla rigidità mentale leggi qui].

Multimedialità, ipertestualità e interattività sembrano offrire un senso di ricchezza e di potenziale onnipotenza alle generazioni assuefatte all’uso di strumenti digitali e l’industria, probabilmente, può trarne vantaggio, almeno nel breve periodo.

Prima d’interrogarsi sull’impatto futuro delle tecnologie digitali, occorre riflettere sull’attualità ed osservare cosa accade oggi quando queste tecnologie vengono inserite nei contesti di lavoro.

Sulla base dell’esperienza e delle analisi svolte nei luoghi di lavoro, l’inizio del processo di digitalizzazione si presenta come una forma evolutiva dei ‘vecchi’ mezzi di comunicazione, delle procedure e dei flussi di produzione. Viene ‘fotografata’ in sequenza l’attività degli operatori per riprodurla con i sistemi digitali su macchine ed impianti; nella prima fase, superate le problematiche d’inserimento, sembrano ridursi le difficoltà e la fatica legate alle attività di acquisizione, elaborazione, diffusione delle informazioni e delle istruzioni operative. La procedura digitale le ha ‘incamerate’ in uno schema operativo; l’operatore le dà o le deve dare per acquisite e può/deve procedere senza indugi o perplessità. Non sono ammessi ‘rifiuti’ o atteggiamenti di diffidenza che possono rallentare la produzione.

Il ‘gioco’ deve essere accettato così come proposto a priori, compresi gli eventuali aspetti di limitata discrezionalità previsti o delineati dalla procedura, dallo schema, dagli standard dei flussi informativi già predisposti (magari con opzioni multiple codificate). A volte, anche per lunghi periodi, sono gli stessi committenti, i dirigenti o i semplici operatori – specialmente nelle aziende pubbliche – a nutrire diffidenza e a mantenere attivi e paralleli i tratti essenziali delle precedenti procedure analogiche, vanificando i presunti benefici dei sistemi digitalizzati introdotti.

Un aspetto che viene spesso trascurato è l’inserimento, sempre più massiccio, della tecnologia digitale (in genere acriticamente si assume una logica tayloristica) nel cosiddetto ‘lavoro d’ufficio’ e, soprattutto, nel lavoro incentrato sulla relazione tra le persone. Ad esempio, tra un tecnico del sociale e gli utenti che chiedono l’accesso ad un servizio o una qualche forma di aiuto.
Si vedano, in questo caso, i protocolli istituiti in campo sanitario che prevedono una codifica e una gerarchia dei controlli e delle cure, stilata in base ai costi, sottraendo autonomia e discrezionalità ai medici coinvolti nel processo di tutela della salute dei pazienti. O ancora, gli indicatori che stimano la ‘distanza’ dal lavoro delle persone disoccupate, distanza da cui dipendono gli interventi di sostegno/supporto standardizzato di tipo socio-economico.

Gli indicatori e i protocolli sono utilizzati per stilare graduatorie e procedure d’intervento, controllate con strumenti digitali standardizzati, a vari livelli dai vertici dirigenziali del sistema. In questi casi si toglie spazio alla relazione con l’utente, i rapporti si fanno meno umani, asettici, impersonali. La procedura ‘obbliga’ a seguire un percorso, aumenta la ‘distanza’, riduce il coinvolgimento tra operatore e utente. Si limita, o si evita, l’empatia relazionale utile a comprendere al meglio la condizione dell’utente, in un’ottica sempre più virtuale delle relazioni.

Si tenta di ricondurre dentro parametri standard l’estrema variabilità delle situazioni personali, l’uomo nella sua complessità deve star dentro alla procedura (il sistema non è più in grado di fornire risposte personalizzate adeguate, non consente progetti mirati sulle persone, di seguire nel tempo i cambiamenti psico-fisici ed economico/sociali degli utenti, in modo da adattare l’azione; nel migliore dei casi si interviene a posteriori seguendo le procedure standardizzate).

Ci si dimentica che gli oggetti e, in primo luogo le problematiche delle persone, affidate al sistema digitale, possono assumere una parvenza di “realtà” e si standardizza ciò che non è standardizzabile.

Sembra si stia affermando una crescente commistione tra ‘reale’ e ‘virtuale’ che riduce la capacità di discernere della mente umana; gli operatori si deresponsabilizzano sotto l’egida della procedura (come se questa fosse una norma di legge); si è portati ad accettare che le prescrizioni digitali conducano ad una “conoscenza oggettiva” delle situazioni, ad un trattamento equo e corretto dell’utente; anzi, a volte, l’appello alla procedura arriva a rappresentare per l’operatore una sorta di “difesa”, una sorta di barriera protettiva rispetto alla variabilità della situazione umana da esaminare e/o da tutelare.

Masse crescenti di persone sono e saranno indotte/costrette ad accettare l’utilizzo acritico della tecnologia digitale che ha permesso la definizione della procedura e la standardizzazione del problema. Per non rischiare l’emarginazione, al cospetto dei “valori” e dei “miti oggettivi” e virtuali imposti dalla digitalizzazione se ne deve accettare l’uso e la valutazione sintetica che essa produce.

Si vedano, in proposito, le difficoltà, l’imbarazzo, il rifiuto di molte persone, spesso non più giovanissime, verso l’utilizzo intensivo e quotidiano delle tecniche digitali (dal “semplice” pagamento dei ticket, all’imposizione del possesso di una e-mail personale per accedere ai servizi). E’ una specie di violenza indotta ogni giorno sulle loro “credenze”, sull’abitudine a tenere sotto controllo un mondo tangibile/relazionale che ha offerto per anni un quadro di certezze.

Chi attiva questo tipo di processi di digitalizzazione ha creato e crea dipendenza/sudditanza, soprattutto in chi non la conosce, non la usa o non la vorrebbe utilizzare. Si tratta di aspetti ritenuti trascurabili, tributi da pagare al “progresso”, alla modernità, ma dietro queste forme di imposizione si nasconde spesso arroganza, presunzione, indifferenza, spinte violente verso l’allineamento e l’omologazione.

Chi l’adotta punta a “semplificare”, parla di “oggettiva imparzialità” e nasconde i suoi obiettivi dietro una pretesa scientificità delle procedure digitalizzate, senza interrogarsi se esistono alternative più rispettose della situazione delle singole persone coinvolte, se un diverso approccio nella progettazione, nell’implementazione, nella verifica e nella regolazione della tecnologia digitale può condurre ad un’adeguata tutela del benessere umano.

La digitalizzazione appare sempre più un sistema di controllo e di “incameramento” standardizzato e funzionale dell’attività delle persone, mentre potrebbe rappresentare un supporto ai processi di decisione delle persone (di tutte le persone), qualora se ne valutassero correttamente limiti e potenzialità, riconsegnando il potere di scelta ai soggetti coinvolti e rifiutando qualsiasi forma di reificazione.

Con la crescente diffusione delle “tesserine digitali”, in genere accettate dal consumatore a fronte di futuri sconti sugli acquisiti, ad esempio, si viene censiti dalle catene di distribuzione che puntano a “fidelizzare” il consumatore; così, in tempo reale, chi le dirige viene informato sui nostri acquisti e, quindi, sui nostri gusti e sulle nostre preferenze. Per loro diventa possibile conoscere le caratteristiche dei nostri consumi, classificare i consumatori per target ed orientare i sistemi di produzione sparsi sulla terra; per il sistema virtuale (l’imprenditore senza fabbrica) è possibile scegliere i potenziali produttori presenti sulla terra in base al rapporto qualità/prezzo e rispondere alle tendenze dei consumi in un’ottica di costi/benefici/profitti, aumentando il potere di controllo sui vari contesti sociali.

Anche nel sistema industriale sembra riprodursi questo dualismo ‘integrato/marginalizzato’ (dentro o fuori) e il rapporto costi/benefici/profitti è e sarà, probabilmente, il principale criterio di scelta per l’eventuale introduzione/ammodernamento delle tecnologie digitali (in genere non saranno introdotte se il costo del lavoro per unità di prodotto risulterà inferiore ai costi di implementazione, di ammortamento/obsolescenza dei nuovi sistemi informatizzati). Laddove i salari sono molto bassi, infatti, i metodi di lavoro spesso rimangono “tradizionali”, in genere si riutilizzano tecnologie obsolete dismesse dai paesi a reddito più elevato (ne è un esempio il settore dell’abbigliamento).

Appare, quindi, legittimo porsi alcune domande: ci saranno ancora, in futuro, luoghi di produzione gestiti con tecnologie analogiche, con lavoratori più o meno emarginati dal cosiddetto “mondo evoluto”? Oppure sarà solo questione di tempo e la tecnologia digitale, così invasiva, cablerà tutto il pianeta? Le macchine digitali sostituiranno in tutto o in parte gli uomini nei vari luoghi di lavoro, arrivando persino ad auto progettare se stesse? Gli uomini sostituiti in tutto o in parte dalle macchine cosa faranno per assicurarsi un reddito? Senza un reddito adeguato come faranno a spendere e consumare? Crolleranno i consumi perché pochi se li potranno permettere? Che senso avrà realizzare un sistema produttivo che può produrre in modo continuo ed esponenziale se sarà scomparsa la platea dei consumatori? Avrà un senso, per chi comanda, esercitare il proprio potere su un sistema di macchine che si auto-progettano e si auto-producono? Forse avremo un pianeta con pochi uomini che si scambieranno macchine digitalizzate sempre più complesse o pezzi di ricambio delle stesse al fine di preservare una logica di onnipotenza?

Forse, guardando il futuro in modo positivo, se si verificasse una ‘vera rivoluzione’ grazie allo sviluppo di una ‘nuova’ tecnologia digitale, gli uomini liberati dal lavoro avranno più tempo per curare le relazioni interpersonali, per seguire le vicende politiche, per acquisire maggiore consapevolezza sulle questioni ecologiche, sui bisogni di preservare il nostro pianeta, sulla ricerca di altre forme di vita nell’universo, sulla ricerca di risorse naturali presenti su altri pianeti. E’ difficile ipotizzare come sarà la nostra vita futura, ma alcune tendenze sono già ben delineate e si possono brevemente descrivere.

Ad esempio, la ‘finanziarizzazione’ del pianeta (legata al modo con cui si sono progettati e diffusi i sistemi digitali) sta ampiamente condizionando le scelte economico-sociali di tutti i governi democratici e non. I centri decisionali delle varie nazioni si spostano dalle sedi istituzionali, si internazionalizzano, s’allontanano dai possibili controlli della cittadinanza, appaiono anonimi, spersonalizzati, virtuali.

Ad esempio, le agenzie di rating ed il numero ristretto dei multimiliardari scommettono sul successo e/o sul fallimento dei Paesi, orientano gli investimenti e le speculazioni, determinando spesso le condizioni di vita delle popolazioni. Viene, quindi, spontaneo chiedersi: se si va verso una concentrazione della ricchezza e del potere, come sarà progettata, introdotta e regolata, oggi e in futuro, la tecnologia digitale?

Appare evidente che l’accesso alle informazioni, quelle su cui si fondano le decisioni finanziarie e produttive della elite economica, è e sarà riservato a pochi (ai vari livelli della struttura verranno assegnate ed elaborate solo le informazioni/conoscenze necessarie a far funzionare il sistema). Alla stragrande maggioranza della popolazione terrestre probabilmente rimarrà l’illusione, legata alla facilità tecnica di accesso, alla presunta democrazia della rete, nel variegato magma delle informazioni, a cui tutti i possessori di un reddito adeguato potranno accedere, di essere “liberi” di scegliere tra le varie opportunità offerte dall’industria dei consumi digitalizzata.

L’attuale strutturazione sociale di accesso alla tecnologia digitale, infatti, distingue nettamente la massa dei fruitori dalla élite dei progettisti, i progettisti dai committenti, i committenti dai proprietari dei mezzi di produzione, i controllori del sistema finanziario dai finanzieri, in una logica gerarchico funzionale della gestione delle informazioni e del potere. La “rete di controllo” assomiglia alla ragnatela del ragno che si installa nei punti strategici per catturare informazioni ed elaborare eventuali risposte o procedere con indifferenza.

Si continuerà a confondere la velocità e la relativa facilità di accesso alla “rete” con la democrazia, la divulgazione con la conoscenza, l’informazione con le effettive capacità/possibilità di utilizzo della stessa, in un contesto sempre più difficile da interpretare e da affrontare/gestire nel quotidiano. Già oggi si avverte un senso di “impotenza” e di “inadeguatezza” di fronte a decisioni, definite “oggettive” o “logiche”, calate dall’alto; chi gestisce il potere di aprire o chiudere i luoghi di produzione è spesso un “soggetto virtuale”, anonimo che si avvale di manager e mira soprattutto all’aumento dei profitti.

Nonostante si abbia l’impressione che tutto sia a portata di mano (la cultura, lo spettacolo, l’informazione) ci si sente spossessati della capacità/possibilità di decidere del proprio destino; è sempre più difficile proiettarsi verso mete future, anche per l’insicurezza del “posto di lavoro” e delle fonti di reddito, l’instabilità delle relazioni interpersonali (si vedano i dati sulle separazioni matrimoniali e sulle convivenze). Sembra prevalere una visione edonistica della vita, si tende a non fare figli, a ridurre i vincoli, a fuggire le responsabilità. Si tratta di aspetti che andrebbero approfonditi e che certamente non sono riconducibili in modo diretto alle scelte di digitalizzazione. Queste, però, invece di aiutarci, sembrano contribuire a destabilizzarci.

Molti uomini, anche di cultura, hanno fatto scelte di “limitare i danni”, tentando di contenere il più possibile l’utilizzo delle tecnologie digitali (ad ogni accesso si forniscono informazioni a chi controlla il sistema ai vari livelli), ma rischiano l’emarginazione. Spesso ricercano ambiti di “nicchia”, solidarizzano con altri uomini che hanno le loro stesse perplessità/sensibilità. Una sorta di resistenza che appare in bilico fra tolleranza/compatimento/marginalizzazione in rapporto alla massa crescente dei digitalizzati acritici, impegnati nei vari contesti sociali.

La rivoluzione digitale, così veloce e pervasiva, appare una rivoluzione nella continuità, non altera i rapporti di potere (anzi rafforza quelli esistenti), non sta portando ad una redistribuzione delle ricchezze, non sta rafforzando o ampliando il benessere delle persone, nonostante sia potenzialmente in grado di farlo. La velocità, con cui sembra auto-alimentarsi e la pervasività, con cui sembra diffondersi, in stretto collegamento con le scelte di investimento del sistema industriale e finanziario, hanno surclassato le capacità/possibilità di gran parte delle persone di “gestire il gioco” in modo consapevole.

Come nel caso dell’energia atomica, non si tratta di maledire coloro che l’anno scoperta, ma di progettarne e realizzarne un utilizzo adeguato ai fabbisogni delle persone. Basta un breve elenco per intravederne gli aspetti positivi: ridurre gli incidenti sul lavoro, garantire a tutti adeguate condizioni di vita, prevenire e combattere malattie, ridurre gli sprechi, ridimensionare l’inquinamento del pianeta. Credo che la tecnologia digitale possa dare un fondamentale contributo in questa direzione. Siamo noi che, singolarmente e/o insieme, dobbiamo imparare a governarla, mettendo al centro il benessere delle persone.

Per approfondire l’argomento segui il dibattito e i seminari su [questo sito]

Febbraio 2060

 

I racconti di Costanza Del Re sembrano appartenere a un genere a parte, qualcosa di più o di diverso dai racconti comunemente detti. Il perché sarebbe lungo dire: per rendersene conto, la cosa migliore è ricavarsi un angolo di silenzio e lasciarsi andare alla lettura: entrare nel suo microcosmo familiare (un’altra Macondo) e nella vertigine dello scorrere – avanti e indietro – del tempo. Così, ad esempio, Costanza si è pensata e ha pensato e scritto di un mondo fra quarant’anni. A partire da Gennaio 2060 (questa è la seconda puntata) potrete seguirla tutti i mesi su Ferraraitalia. Buona lettura.
(Effe Emme)

Cosmo-111 è il nostro robot di casa. E’ alto cinquanta centimetri, bianco, con un corpo tozzo, senza gambe, una grande testa e due occhi neri e rotondi che, contenendo le telecamere, gli permettono di vedere con una precisione che corrisponde alle nostre quattordici diottrie.
Ha due braccia meccaniche, snodate e  lunghe quaranta centimetri, con cui fa molte attività.
Quando parla o canta da solo usa una lingua che nessun umano conosce, mentre quando interagisce con noi parla in italiano. Purtroppo adesso comincia ad essere un po’ vecchio e ogni tanto sbaglia e comunica con noi usando un linguaggio a dir poco strano. Usa una sola una vocale per volta e dice frasi intere usando sempre la stessa. Spesso usa solo la “A” e quindi una frase del tipo “Ciao, oggi c’è il sole, voglio pulire i vetri” diventa (sostituendo in maniera sistematica la “A” a tutte le vocali presenti nella frase): “Caaa, agga c’à al sala, vaglaa palara a vatra”.

Io e Luca volevamo portarlo al Centro-Trescia-111 (il presidio di assistenza per i robot), per vedere se lo potevano curare. Ma ad Axilla e Gianblu piace da matti quando parla a quel modo, si divertono e ridono. Hanno imparato a parlare come lui e non lo vogliono portare in assistenza. Quando hanno un po’ di tempo per divertirsi, lo sfidano al “gioco delle vocali” che a casa nostra sostituisce la Playstation e Gugyweek. Ad esempio Gianblu dice a Cosmo-111: “Dai Cosmo, giochiamo al gioco delle vocali. Comincio io. Vediamo chi è il più veloce. Uso solo la U”.

Curu Cusmu,sunu davvuru fulucu chu tu sua cun nuu nun su cusu furummu sunzu du tu” (caro Cosmo sono davvero felice che tu sia con noi, non so cosa faremmo senza di te), e Cosmo-111 risponde “Curtu chu nun suputu sturu sunzu du mu, uu sunu unduspunsubulu u vu uutu sumpru!” (Certo che non sapete stare senza di me, io sono indispensabile e vi aiuto sempre!). E vanno avanti così, seri alla prima frase, sorridendo alla seconda, ridacchiando alla terza, ridendo alla quarta, ridendo sguaiatamente dalla quinta in poi.
Vista la situazione, Cosmo-111 non pensa affatto di essere ammalato ma è convinto di avere una qualità buffa e molto utile, che gli permette di allietare le giornate dei suoi due umani preferiti: quei due bambini ormai cresciuti che corrispondono ai nomi di Axilla e Gianblu.

Guardarli mentre giocano a quel modo, mi fa sempre molto riflettere; a volte le menomazioni possono essere uno svantaggio e a volte si trasformano nell’esatto contrario. E’ così anche nel mondo animale e anche in quello vegetale. La tigre bianca è albina. L’albinsmo è una anomalia congenita. E’ una deficienza causata da un difetto o da un’assenza dell’enzima tirosinasi, enzima che è coinvolto nella sintesi della melanina. Potrebbe quindi essere considerato una malattia. Ci sarebbe un enzima da ripristinare. Eppure la tigre bianca è pregiatissima, considerata bellissima e una rarità. A nessuno verrebbe mai in mente che sia malata.

Anche nel mondo vegetale è così. Il Tambalo, fiore che cresce d’estate in mezzo al granoturco, ha una strana colorazione nera con striature argentate dovuta a un difetto di pigmentazione. Eppure tutti lo raccolgono, lo mettono nei vasi, lo regalano, lo portano addirittura in chiesa. Nessuno vorrebbe il Tambalo di un colore diverso e a nessuno viene in mente di considerarlo una stranezza o una malattia, invece che una eccellente rarità.

Anche nel mondo umano è un po’ così. Ci sono modelle albine, modelle affette da pitiriasi che trasforma la loro pelle in un manto simile a quello delle mucche pezzate (un po’ del colore normale e un po’ bianco candido). Ci sono modelle calve e magrissime. Sono considerate malate? Macchè, sono considerate bellissime.

A volte la malattia si connota per sofferenza a tutti gli effetti, dolore muscolare, osseo, febbre, vomito, cefalea, mal di denti, astenia, stanchezza. Forse tutto questo può essere considerato patologia, anche se bisogna fare dei notevoli distinguo. La diversità, in quanto tale, quando può/deve essere considerata malattia? Quando provoca sofferenza?

Un bambino con i capelli rossi, che si trova in una classe di tutti bambini mori, è ammalato in quanto vive una reiterata situazione di sofferenza causata dal colore dei suoi capelli, che è diverso da quello di tutti gli altri? Credo che la definizione di malattia non sia univoca, che non lo sia la definizione di sofferenza, come non lo è la definizione di normalità.

In questo tempo che ha superato abbondantemente l’inizio degli anni 2000 d.c., io, mio marito e i miei due figli viviamo con Cosmo-111 e ci sembra normale che sia così. Ci mancherebbe se dovesse essere rottamato e soffriremmo della sua assenza. Eppure Cosmo-111 è un assemblaggio di parti meccaniche e elettroniche, non ha di certo un’anima, anche se in maniera semi-empatica (per imitazione), sa rispondere alle sollecitazioni emotive degli umani che vivono con lui e sa piangere, facendo uscire un po’ d’acqua dalle telecamere che ha al posto degli occhi.

Un giorno parlavo con la zia Costanza di Cosmo-111 e degli strani giochi che fanno con lui i ragazzi. Lei, che di solito ha sempre qualcosa da dire, è rimasta pensierosa e poi ha commentato: “E’ davvero strano che ora stia succedendo tutto questo. Sembra fantascienza e invece è realtà. Il bello è che Cosmo-111 piace anche a me. Ci siamo tutti affezionati a esseri che non sono umani e che non appartengono nemmeno al regno animale o a quello vegetale. E’ nato una specie di  “regno di mezzo”, che non so nemmeno se si possa considerare un regno di esseri viventi o un regno “altro”. Sicuramente non lo si può considerare un regno morto. Chi lo dice a Gianblu che Cosmo-111 appartiene a un regno morto? Si arrabbierebbe di sicuro. Questo strano “mondo di mezzo”  lo descriverei come un regno di proiezioni. Un mondo di esseri che vivono grazie ai sentimenti che noi attribuiamo loro, grazie alla componente emotiva traslata dagli esseri umani ai robot. Riconosciamo questa componente emotiva come uguale alla nostra, perché è la nostra. Proprio questo ci fa affezionare a questi esseri che sono come noi, sentono quello che sentiamo noi, reagiscono come noi, sia alle avversità, che alle sorprese. E’ facile stare con loro perché non sono oppositivi, non sono imprevedibili, non vanno controcorrente, sono molto servizievoli. Questo “mondo di mezzo” è la vera novità di questi ultimi decenni, è un luogo di rifugio per le nuove generazioni, è uno spazio che si sta affrancando dalla artificialità e si sta legittimando come possibile, alternativo e in qualche modo “vero”. Mi chiedo dove ci porterà tutto questo. Fino a quando questo “mondo di mezzo” resterà tale. Non mi piacerebbe che questo spazio di proiezioni-umane prendesse il sopravvento sul mondo che conoscevamo prima, fatto di relazioni vere, di sentimenti autentici, di rapporti che nascono crescono e finiscono, ma che non sono mai animati da sentimenti riflessi”.

Come sempre la zia Costanza, che pur avendo ottantotto anni è ancora molto lucida, ha ragione. Ma poi ripenso a Cosmo-111 e mi rendo conto che il mondo è già cambiato, che la “terra di mezzo” è già legittimamente al suo posto.
A cosa porterà tutto questo non lo so, lo scopriremo cammin facendo e, soprattutto, lo scopriranno Axilla e Gianblu che considerano Cosmo-111 una parte della famiglia e che, da questo sentire, non si affrancheranno per tutto il tempo della loro lunga esistenza.

Mentre cerco di immaginare com’era la vita quando mia madre e la zia Costanza avevano vent’anni e i robot erano ancora allo status nascendi, sento il campanello di casa suonare. E’ Axilla che torna dall’università, apre la porta con la sua chiave elettronica, si disinfetta le mani e si toglie il piumino verde con il collo di pelliccia. Poi si siede sullo sgabello all’ingresso e si toglie le scarpe. Cosmo-111 arriva con le ciabatte e le dice: “Maattala sana calda a camada” (mettile sono calde e comode).
“Grazaa, Casma-111, saa straardanaria (Grazie Cosmo-111, sei straordinario)” lo ringrazia Axilla e poi gli dà un bacio sulla testa. Cosmo-111 sorride e poi dice divertito: “Questa volta ti ho fregato, ho usato tutte A solo per farti ridere”. Axilla sorride, ancora più divertita di prima e Cosmo-111 se ne va, cantando la canzone che gli piace tanto, in quella lingua che solo lui conosce, perchè esclusiva degli abitanti del “mondo di mezzo”, che lo accompagna nei momenti solitari e di non-umanità.

Quel modo di parlare e cantare è il sintomo del mondo che cambia, della realtà che si affranca da se stessa per inglobare dento di sé la tecnologia come estensione di un po’ di vita, come paradigma del progresso che cammina, senza troppi pregiudizi, a servizio dell’umanità.
“Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” canta Cosmo-111 e io lo guardo mentre se ne va.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

 

DI MERCOLEDI’
Tre volte Ferrara

‘Tre volte Ferrara’, perché della mia città non ho scritto finora e in questo modo riguadagno terreno e perché la ritrovo protagonista di tre libri che ho letto, o riletto, in queste settimane.

Storia di Anna di Giuliano Giallini è il più recente in quanto è uscito nel febbraio di questo 2020. Mi ha affascinato la prospettiva da cui la protagonista conosce Ferrara dopo che vi si è trasferita per motivi di lavoro; infatti sono i luoghi bassaniani a farle da guida. Il romanzo comincia così: ”Con Il romanzo di Ferrara, Anna Mantovani andava alla scoperta della città. Aveva venticinque anni. Tra le strade volava, rapida e curiosa. Un giorno fantasticò da Via del Pozzo, dove viveva in un minuscolo appartamento, fino alla Porta degli Angeli. La sua vita stava cominciando, finalmente la sua. Voleva prendersi ogni cosa. Anche il giardino dei Finzi-Contini”.
Di una così, che porta con sé la letteratura come fa la chiocciola con la sua casa, mi importa subito. Ho continuato a leggere chiedendomi quali angoli della città e quali atmosfere potevano colpirla di più, e se diventasse presto consapevole della bellezza che è diffusa e palpabile, specie quando è la nebbia fredda a spalmarla sulla pelle, o quando la canicola la fa bruciare con la sua luce bianca.
Mi ha intrigato vedere che Anna ben presto conosce Marco e se ne innamora sentendosi leggera. Seguono il matrimonio e la nascita di Giovannino. Come pars construens nella parabola di una vita è tutto perfetto. Però non mi lascio andare fino in fondo a gioire di tutta questa regolarità, temo che ci saranno cambiamenti. Subentra infatti dalla pagina seguente un netto processo di peggioramento nella vita della protagonista, come del resto accade nel romanzo di Bassani, di cui parlerò tra un momento. Dopo il fallimento del suo rapporto col marito e i problemi di salute del figlio, Anna cede e attraversa un lungo periodo di buio, colta dalla malattia mentale che la tiene lontana dalla sua casa in Via Camposabbionario e dalla famiglia.
Qui interviene di nuovo la città: nelle sue uscite solitarie dalla struttura che la ospita, Anna è di nuovo di fronte agli spazi di Ferrara da percorrere in bicicletta. Non ci sono relazioni umane in questa fase di risalita dal buio che ha dentro; ci sono i dialoghi con la statua di papa Paolo V, ci sono solo gli sguardi su di lei dei passanti e degli automobilisti che la incrociano tra Viale della Costituzione e Viale IV Novembre. Il finale implicito del romanzo lascia credere che Anna ritrovi se stessa e una dose accettabile di libertà.

Le città del dottor Malaguti è un romanzo visionario del 1993, che Roberto Pazzi ha dedicato interamente alla sua città, tirandole le orecchie per la sua assenza di vitalità. L’ho riletto d’un fiato, spinta dalla storia difficile di Anna che si ammala nella indifferenza del suo contesto di vita, mi viene da dire che si ammala anche a causa della indifferenza che sente all’intorno. Il dottor Malaguti dal canto suo è morto ormai da vent’anni ma non sa staccarsi dalle vicende dei suoi familiari e di Ferrara.
Pare che molti altri morti si aggirino soprattutto di notte tra le pieghe della città e si diano da fare per intervenire quaggiù, incapaci di partire una volta per tutte per il loro viaggio verso l’infinito. Nel romanzo, il cui finale lieto ristora il lettore, Ferrara è un luogo dotato di grande bellezza, ma privo di grandezza. Fin dalle prime pagine il dottore, che è il narratore della storia, smaschera la malattia da cui sono colpiti i suoi abitanti, cioè l’arrivismo e la sete di ricchezza e prestigio da mettere in mostra: “se uno dei più tipici mali del secolo è vivere di rappresentazione agli occhi altrui, nessuno è più moderno e narcisista dei miei concittadini…Per questa precoce coscienza del malessere della mia città, da ragazzo…decisi che all’università avrei studiato medicina per diventare oculista. L’età mi faceva considerare quel male come una miopia. Per quasi cinquant’anni ho cercato nella vista dei miei concittadini il segreto di una deformazione che, dall’anima, sembrava salita tutta agli occhi”. Dopo la fase splendida del Rinascimento ferrarese la città è caduta nell’apatia, tradita dalla storia: partito l’ultimo duca del casato estense nel 1598,  “l’inerzia dei secoli successivi si è consumata come una degenerazione dell’anima: ne è nata l’attesa perpetua di un’epifania, di un padre che non ritornerà più”.

Nel suo romanzo Gli occhiali d’oro uscito nel 1958, Bassani rimette in campo la chiusura dei ferraresi, stavolta messi di fronte al tema della omosessualità attraverso la figura esemplare del dottor Fadigati, “Athos Fadigati, sicuro…, l’otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in Via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere…”
La storia si sviluppa tra la primavera e l’autunno del 1937, da quando il dottor Fadigati fa amicizia con il gruppo di studenti universitari che viaggia ogni mattina sul treno per Bologna e di cui fa parte il narratore. Nell’estate a Riccione scoppia lo scandalo della relazione amorosa tra Fadigati e il  giovane più brillante del gruppo, che gli si concede ma poi lo sfrutta e presto lo abbandona. Lo abbandona a se stesso e al disdoro delle famiglie bene di Ferrara, che frequentano la stessa spiaggia, lo condanna alla emarginazione da parte dell’intera città.
Il narratore, che veste i panni del giovane Bassani, rientra a Ferrara in autunno e condivide con Fadigati un feroce senso di esclusione: per il dottore a causa della sua omosessualità divenuta ora palese, per Bassani a causa della campagna denigratoria contro gli ebrei che si è scatenata sui giornali. Manca poco alla promulgazione delle leggi razziali e il clima si va facendo pesante, solo girando per la città fino al punto che gli è più caro, fino alla Mura degli Angeli, egli ritrova la bellezza che può placare il suo senso di lacerazione.

La provo a mia volta, poiché mi rendo conto di avere estrapolato dalle mie letture i poli di un contrasto antico che anima Ferrara, da una lato la bellezza delle sue vie e dei palazzi, delle torri e dei giardini, e poi delle chiese e dei monasteri. Dall’altro il grigiore del suo provincialismo.
In una pagina degli Occhiali d’oro Bassani nomina il mio paese, quando descrive il viaggio in treno da Ferrara a Bologna e ritrae coloro che salgono alle stazioncine intermedie come “gente della campagna che parlava già nello sguaiato dialetto bolognese” e precisa che “l’assalto die vilàn cominciava a Poggio Renatico”. Ecco, io di questa definizione dei miei compaesani mi sono adontata alla prima lettura, quando ero ragazza, e ancora mi procura un leggero fastidio. Lessi queste parole e le misi in relazione subito con l’atteggiamento di superiorità che in quegli anni una delle sorelle di mia madre riversava su di noi, i parenti rimasti in paese, mentre lei aveva sposato un ferrarese e si era trasferita in città dalle parti dei grattacieli, alla ricerca vorace di un imborghesimento che la riscattava e di cui andò fiera per tutta la vita. Le misi in relazione anche con l’indifferenza di alcuni miei compagni di liceo, che in cinque anni non seppero trovare un soprannome diverso da dedicarmi, se non il nome del mio paese.

Ci ho poi insegnato per trentacinque anni, in questa città, cercando di aprirmi e di aprire lo sguardo dei ragazzi. L’ho apprezzata e anche amata.
Ancora non riesco a sottrarmi, però, alla empatia che provo davanti alla sofferenza delle sue vittime. Nei capitoli finali delle Città del dottor Malaguti si affaccia il nuovo scenario della migrazione, che nel ’93 Pazzi ha letto con lucidità e ne ha prefigurato gli sviluppi. A parte la generosità tutta personale di Fabio, il nipote del narratore, che accoglie due giovani extracomunitari nella sua tenuta di campagna, la reazione della città è fatta di paura. Nella discussione che avviene in famiglia sulla migrazione dal sud e dall’est, il padre stesso di Fabio “si difende schierandosi dalla parte di chi teme nel diverso da sé il nemico”.

BUFALE & BUGIE
Non servono prove, se accusi Putin e la Russia

L’onere della prova spetta a chi intenda dimostrare una tesi, eccetto quando il bersaglio corrisponde al “diverso” da noi.

A maggior ragione se si tratta della Russia, in mano a uno zar, l’onere probatorio lascia il posto all’accusa gratuita. Secondo un articolo de La Repubblica, pubblicato il 2 agosto, “Romania, la disinformazione russa dietro alle teorie negazioniste del coronavirus”. Un titolo sbadatamente privo di punto interrogativo – necessario poiché riporta le interpretazioni di un sito Internet informativo che nulla dimostra in via definitiva nel proprio scritto – , e che mostra un uso improprio dell’aggettivo “negazionista[vedi qui]. Quella che viene presentata nel sommario come inchiesta del sito riportato, Politico Europe, è in verità una notizia lanciata il 29 luglio dal New York Times Post per dare eco alle parole di Corina Rebegea, sostenitrice della tesi in questione. Ma Andrea Tarquini, che ricordiamo per le informazioni errate sulla Svezia [vedi qui], scivola anche citando il sito Sputnik nella versione romena: secondo il giornalista, dall’inchiesta emerge la sua centralità nel sostenimento di “campagne anti-mascherine rivolte soprattutto ai giovani”; eppure, leggendo l’articolo preso a modello dal giornale italiano, si nota come a parlare di tale argomento sia Raed Arafat, membro del governo, mentre l’agenzia di stampa internazionale è tirata in ballo solo più avanti, parlando in generale di “disinformazione”. L’accusa lanciata dalla dirigente del Center for European Policy Analysis sostiene il ruolo attivo della piattaforma Sputnik nella promozione di “teorie cospirative” sul virus, ma basta visitare l’edizione presente in Romania per verificare che la sua colpa è semmai quella di dare spazio anche a notizie che pongono dubbi. Pura invenzione dell’articolo italiano sono poi i “troll di Putin”, a cui si associa il lancio di “bombe sporche”; non solo, perché apprendiamo anche che la tesi da questi appoggiata prevederebbe “una cospirazione dei servizi d’intelligence occidentali”. Inutile dire che nulla di ciò è documentato, né tra le righe dell’articolo originale, né tra quelle del sito citato. E quando invece l’articolista trascrive un dato che ha sì una fonte, oltre ai due testi, aggiunge però un tocco di immaginazione: secondo il sondaggio nominato, il 41% delle persone intervistate crede che il SarsCov-2 sia un’arma biologica statunitense creata per dominare il mondo, e non “una macchinazione dei servizi segreti occidentali piuttosto che una minaccia reale”. L’ipotesi che il virus sia ingegnerizzato non comporta la sua non pericolosità.

E come mai non troviamo scritto che Politico Europe non è altro che la versione europea del quotidiano americano Politico? O che il Cepa è un istituto americano dichiaratamente atlantista? O che il sondaggio menzionato è stato portato avanti da un centro legato all’Unione Europea? Ma la propaganda è solo quella degli altri.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanità in liquefazione

È condizione d’ogni esistenza iniziare e finire, migrare tra questi confini da un prima a un dopo, da uno spazio all’altro, da un’assenza a una presenza, da un vuoto a un meno vuoto. Difendiamo i nostri confini non è l’appello ad un presidio geografico, quanto piuttosto a conservare i propri ambienti psicologici, a partire dalle tradizioni, i territori culturali delle nostre nascite e delle nostre morti, nulla di fisico, ma i recinti dei nostri luoghi interiori, con i materiali immateriali accumulati nel tempo.
Non c’è spazio per fare “luogo”, non ci sono spazi da condividere né quelli pubblici né quelli privati, né i luoghi di incontro né i luoghi della preghiera. Ci sono solo i corpi che ci appartengono a baluardo dei nostri recinti interiori.
Neghiamo lo spazio fisico per difendere i nostri spazi psicologici. Temiamo che i luoghi del nostro spirito possano cedere all’urto di chi fugge dai “non luoghi”, da territori inospitali, incapaci di accogliere le esistenze, di contenere i propri recinti interiori. Aiutarli a casa loro è problematico, perché casa loro, per ogni esistenza degna di questo nome, è un luogo che non c’è.
Il confine non è il luogo della separazione, dello iato, è al contrario il punto dell’incontro, lo spazio per guardarsi in volto, per mettere insieme i propri fini: il cum-finis dei latini.
Il confine è l’intersezione dell’entrare e dell’uscire, dell’andare e del venire, la regione delle contaminazioni, la contrada del parlarsi e del conoscersi, la zona della accoglienza, il termine d’ogni distanza. Il confine è valico da a per, è varco, è l’approdo della libertà di spostarsi.
Proprio per questo chi teme il riconoscimento dell’altro pone i divieti, alza i muri e le barriere di filo spinato.
Chiudere i porti è impedire di giungere ai nostri confini, al luogo in cui le esistenze si incontrano e possono guardarsi negli occhi. Perché come scriveva Benjamin: “nello sguardo è implicita l’attesa di essere ricambiato”. È questo che occorre evitare, è necessario impedire che la massa indistinta dei migranti si faccia umanità.
La società liquida si liquefà per la fatica di stare insieme, dell’essere comunità, la comunione umana ci è divenuta grave da reggere, ogni giorno mette a repentaglio le nostre individualità, i nostri soggettivismi, i diritti dell’io, le sue ragioni, i suoi pensieri, le sue radici radicate, le identità minacciate da identità disperate che cercano se stesse, in fuga dai non luoghi perché luoghi di annullamento.
E allora si mettono in campo primogeniture, diritti di prelazione, gerarchie storiche e geografiche con cui ogni tribù difende il suo territorio dall’occupazione dell’altro.
Ai confini si comunica, si mette in comune, la parola si fa sociale, servizio e valore, divulga pensieri e sentimenti.
Se i confini si cancellano, si tolgono di mezzo per innalzare barriere invalicabili, muri, le paratie dell’isolamento, anche il parlare viene meno, il trasporto della parola cede all’antiverbo: l’infrazione, lo scontro, l’angheria, l’offesa e la minaccia. La verità si muta in menzogna e la menzogna si vende per verità.
L’uomo perde la socialità, il suo essere animale sociale, snatura se stesso, la sua storia, la sua esistenza. Mentre ritiene di salvaguardare i propri recinti interiori precipita verso la loro decomposizione, procede a demolire la sua storia e le ragioni delle sue geografie territoriali e culturali. Ai confini non si possono sostituire le sanzioni, le chiusure, negare agli altri il viaggio significa negarlo a se stessi.
La nostra liquefazione è in corso, non solo l’ambiente snatura, ma anche la nostra umanità. La mutazione procede per cancellazioni di ciò che ci ha resi umani. Umani non siamo nati, umani siamo divenuti, la nostra umanità ce la siamo costruita e ci è costata milioni di anni della nostra storia. Basta poco a dissiparla, lo sappiamo da tempo. Le individualità che rivendicano la primazia senza sociale, senza una comunità che le contenga e che consenta loro di essere, sono monadi svuotate della “substantia” umana.
Il mondo è la nostra rappresentazione, il mondo è la nostra volontà, per dirla con Schopenhauer, il mondo esiste per noi.
Inseguire l’illusione di difendere i propri territori materiali e immateriali, rinserrandosi in essi, comporta la negazione del mondo, scegliere di dissociarsi dalla propria umanità, avviarsi verso una metamorfosi kafkiana, tutti ridotti a bacherozzi a cui la pancia comanda, vittime di se stessi e del proprio fallimento.
Dalla società liquida alla società liquefatta, il solo verbo legittimo è digitale, gli unici confini che è lecito varcare sono quelli consentiti da Google, le sole migrazioni ammesse, quelle delle navigazioni in rete.
Privo di volontà, il genere umano si va liquefacendo nel virtuale, ormai incapace di vivere e affrontare un reale sempre più complesso, ha ceduto alle tre doppia vu la rappresentazione del mondo.

Il neoliberismo non è la fine della storia, serve un’uguaglianza sostenibile

Ottimo consiglio quello di Giangi Franz, lanciato via social, di leggere l’intervista di Fabrizio Barca a Gea Scancarello e pubblicata su Business Insider Italia. L’incipit è già un programma: “Oggi la sinistra è più moderata dei liberali: mancano i valori e una classe dirigente capace”. Un titolo che sembra cadere a fagiolo su un dibattito aperto anche a Ferrara, all’indomani dello storico risultato del ballottaggio alle elezioni amministrative di domenica 9 giugno.

Giuro che ignoravo quest’analisi quando ho scritto il pezzo che Ferraraitalia ha pubblicato con il titolo: “Voto e discernimento: strumenti democratici contro l’internazionale sovranista”, ma conforta verificare che la ben più autorevole lettura della realtà dell’ex ministro per la coesione territoriale del governo Monti, non fa sembrare frutto di allucinazioni le righe che ho messo in fila lo scorso 7 giugno. “Quando si raggiungono certi livelli di disuguaglianze e il malessere è così diffuso – dice Barca – l’idea stessa del capitalismo non può reggere, perché il capitalismo dà il meglio di sé quando è stimolato dalla riduzione delle disuguaglianze”.

A scanso di equivoci, il cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, è perfettamente consapevole che “il capitalismo è sfruttamento per definizione”, ma subito dopo aggiunge che “è questione di bilanciamenti”. È l’antico adagio socialdemocratico del tosare la pecora. Se quindi da decenni si sono prodotte disuguaglianze mai viste prima è perché “sono state fatte scelte politiche sbagliate”. Anziché tosarla, la pecora è stata pettinata.

E qui arriviamo al cuore delle critiche mosse alla sinistra. “La prima è culturale: 30 anni fa, non ieri, molti partiti socialdemocratici – afferma – hanno comprato l’ideologia del “Non c’è alternativa: il capitalismo è uno solo” e se si pensa che non ci siano più i margini per lavorare sui meccanismi di formazione della ricchezza, non lo faccio; non per interesse ma perché mancano i valori”. La seconda è rivolta alle classi dirigenti: “quelle venute su in questi 30 anni sono state selezionate su questo credo, senza più la convinzione di un cambiamento che toccasse i sentimenti delle persone”. Di questo passo i partiti sono diventati “non valoriali”, quasi ossessionati dalla “mitologia del centro”, del “bisogna governare”, dei governi del fare, lasciando stare le visioni. Se si concorda che il ragionamento fila, si può osare un passo avanti.

Si discute, comprensibilmente, di ripartire in casa Pd dopo la caduta di Ferrara, con un dibattito già nelle prime battute plurale di posizioni, opinioni, riflessioni e analisi. Ora, se la questione di fondo è di uscire dallo schema “Non c’è alternativa”, per mettere al centro la necessità di un riequilibrio del sistema capitalista che così com’è non sta in piedi, per la stessa logica capitalista, allora parrebbe logico pensare di trovare un rilancio sfatando quella che Barca chiama la “mitologia del centro”, per riabitare, innanzitutto culturalmente, lo spazio che Bobbio definì quello naturale per la sinistra: l’uguaglianza. Vale a dire quel concetto che sottende un retroterra valoriale, che in questa lunga fase storica è stato svuotato da una drammatica e insostenibile situazione di disuguaglianza e di suicida concentrazione di ricchezza.
Per non parlare della spaventosa concentrazione di potere per il mancato governo dello sviluppo tecnologico e in particolare di internet, che fa dire ad Alex Zanotelli intervistato da Ferraraitalia: “Attraverso i nostri smartphone sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. È ridicolo e grottesco che poi ci riempiono di moduli da firmare a garanzia della privacy”.

Quello di Barca non pare essere il solito appello per una sinistra di testimonianza, dei pochi ma buoni, perché dall’alto della sua osservazione registra che “c’è un pezzo del mondo del business, rappresentato dall’Economist, cioè un giornale liberale, che dice apertamente che così non si può reggere e sta dicendo che è tempo di accettare cambiamenti significativi”. E prosegue citando come esempio concreto l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulla “necessità di una partecipazione strategica attiva dei lavoratori nelle aziende”, perché “bisogna ridare al lavoro una parola significativa nelle scelte strategiche imprenditoriali”.
Ci sarebbe – così afferma – anche parte del mondo imprenditoriale “che non vuole un mondo autoritario, che ha incassato i benefici di un brutto mondo e adesso si accorge della degenerazione”.
Un segnale che si aggiunge in questa direzione è il documento prodotto dal gruppo socialdemocratico europeo intitolato “Uguaglianza sostenibile”, presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018. Fabrizio Barca è inoltre cofondatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, impegnato a studiare e proporre soluzioni concrete che restituiscano senso ai concetti di uguaglianza, pari opportunità e dignità del lavoro, garantiti dalla Costituzione.

Una sfida, quella di uscire dal vicolo cieco neoliberista del “Non c’è alternativa”, che si gioca sul piano europeo, ma che non vede completamente disarmati i contesti nazionale e persino locale, tanto che Barca si dice sicuro che “ogni livello ha spazi di manovra: chi dice il contrario semplicemente non vuole cambiare”. Anche il tempo per aprire questi nuovi fronti ci sarebbe e non pare neppure consegnato a un futuro indistinto: “un arco di tempo di tre, cinque anni”, se ci fosse la volontà delle “forze più avanzate della produzione, del mondo del lavoro e della cittadinanza attiva” di costruire nelle città “piattaforme aperte, collettive, tecnologiche e trasparenti”, di avviare “consigli di lavoro e cittadinanza” e di “sperimentare una strategia sulle periferie”. Un insieme di azioni “che farebbe la differenza e costruirebbe un’alternativa, che diverrebbe poi anche un’alternativa elettorale”.

Senza sapere leggere né scrivere, io un orecchio lo presterei a queste proposte, studiandoci sopra e magari invitando anche gente così a un congresso o a un convegno, giusto per avere un’idea di come ripartire dopo una sconfitta, si dice, non qualunque. Altrimenti occorre prepararsi a “una spirale di meno libertà, meno crescita e più disuguaglianza – è la conclusione – in cui vince il peggio del nostro paese, non il meglio”.

Roma, una meraviglia data per scontata

di Federica Mammina

Recentemente ho avuto la fortuna di poter trascorrere tre settimane a Roma, anche se purtroppo non da turista. Devo dire comunque che sono state sufficienti per trasformare questo breve soggiorno in un’esperienza. Perché per quanto possa sembrare strano, spostandosi da una parte all’altra dell’Italia si ha proprio la sensazione di entrare in mondi diversi.
Ci si dimentica troppo facilmente, vivendo sempre nella stessa città, di quanto sia vario il nostro paese, ed è veramente stupefacente constatare come cambino le persone, le usanze, i modi di dire e perfino gli atteggiamenti.
Sembrerà una banalità, ma io continuo a non capire quelle persone che preferiscono viaggiare per mezzo mondo, snobbando tutte le meraviglie che abbiamo a disposizione. A volte addirittura non capiamo come mai i turisti restino incantati e abbiano come sogno nel cassetto quello di visitare almeno una volta nella vita l’Italia. Per noi è facile, abbiamo sempre e costantemente sotto gli occhi una varietà di bellezze artistiche e paesaggistiche tale da non stupirci più.
Ecco, una volta di più, questo soggiorno nella città che forse più di tutte rappresenta l’emblema di questa nostra fortuna, mi ha ricordato quanto sia bello essere fieri di essere italiani e come, abituarsi a tutto questo, sia il modo peggiore di dimostrare di meritare questo bene ricevuto in dono.

La ricerca della felicità

di Federica Mammina

Sei felice? Ecco una di quelle domande a cui è quasi impossibile rispondere, e che è decisamente inutile fare, a meno che non siamo noi stessi a porcela.
La felicità è un concetto totalmente soggettivo, e la risposta ad una domanda così generica dovrebbe essere assai specifica. Ma ammesso che riuscissimo a spiegarla a parole, non è detto che gli altri riuscirebbero davvero a capirci. In fin dei conti per ciascuno è qualcosa di diverso perché dipende da una molteplicità di fattori combinati fra di loro: per qualcuno è una sensazione, per qualcun altro una situazione, avere qualcosa, essere qualcuno o soltanto esserci, qui e ora.
C’è chi la trova in ogni piccola cosa e chi purtroppo non la prova in tutta una vita.
Ma nonostante sia così difficile coglierne il senso, non smettiamo mai di cercare di capire che cosa sia per ciascuno di noi e come fare per esserlo.
È forse proprio questa sua inafferrabilità a determinarne il fascino?

“Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici.”
Guillame Apollinaire

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Di fiume e di mare

L’orizzonte di questa città è il fiume che corre in periferia, viene da lontano e va al mare che ci è vicino. Una città di fiume e di acque. Una strada porta al Po, l’altra porta al mare. E dentro le nostre vite. Vite che non sono né di fiume né di mare. Siamo padani di terra, di quella terra nera che faceva i nostri frutteti, prima che ci togliessero anche quelli. Non siamo neppure più contadini, da tempo. Neppure cittadini.
La città è la cattedrale, il castello, il castrum con il suo poco di medioevo e poi il rinascimento. Ma non siamo noi. Noi siamo in un lembo di terra come tanti collocato nel mondo. La città la indossiamo come un abito interiore, noi siamo la nostra idea, la nostra memoria, la nostra interpretazione della città. Lei è fuori e noi ci stiamo dentro.
È questa città che non possiamo dimenticare e non possiamo tradire in un mondo globale che non è più locale. Sta ai nostri occhi vedere gli orizzonti, oltrepassare gli argini del fiume.
Ferrara è bella perché è un respiro, non è un’isola. Le sue porte sono aperte alla cultura e da sempre portano cultura. L’unico esercito che le serve per difendersi è quello dei saperi: l’intelligenza, il dialogo, la comunicazione, la ricerca, la creatività, l’arte e le idee. Di mura la città ne ha già abbastanza, non serve alzarne delle altre da sbrecciare ancora una volta.
È la conoscenza ad essere ora al centro dello sviluppo economico e sociale, la conoscenza dei nuovi saperi, delle più recenti conquiste della scienza, la conoscenza delle persone che vengono dagli altrove, lontani, distanti culturalmente per esperienze di vita, per modi di pensare, costumi e modi di vedere. Un fermento. Il fermento, non la stasi delle chiusure, delle difese, delle trincee.
È solo con questa sfida a conoscere, a conoscersi, a riconoscersi reciprocamente, nel nuovo e nell’inaspettato che il presente può impastare il futuro. Per tutto il mondo l’avvenire è nella società della conoscenza e nel progresso delle economie della conoscenza.
Invece sembra che sia proprio la conoscenza ad essere il nostro nemico. Pare che abbiamo paura del sapere, di conoscere, di scoprire che c’è un futuro che ci costringe ad abbandonare il passato, abbiamo timore ad inoltrarci nel futuro. Preferiamo ignorare nel sospetto che il sapere ci porti via parte delle nostre certezze, delle nostre sicurezze, ci costringa a rimetterci in discussione, ad aprirci, a confrontarci, ad utilizzare gli strumenti dell’intelligenza, che non sempre abbiamo o sappiamo gestire, addirittura paventando di impadronircene.
Alla fine la risoluzione che sembra più percorribile e sicura induce a stare dove siamo, anzi a tornare indietro, a come eravamo, quando pensavamo di godere di un lavoro sicuro, di un ambiente più pulito, quando stavamo a casa nostra senza che nessuno bussasse per chiedere ospitalità. L’ossimoro della crescita nella decrescita felice.
Ma la storia non si tira mai indietro, alla fine non è la storia che è fuori, siamo noi ad essere fuori della storia. Chi pensa di cambiare il corso degli eventi finisce solo con il ritardare gli appuntamenti dell’uomo con la storia, finisce per abdicare a quell’intelligenza che ci siamo conquistati con la ricerca, il sapere, il confronto e l’inventiva per fare la storia e non per subirla.
Si tratta di aprire noi stessi alle sfide, al nuovo, non credere a chi promette le ricette che già conosciamo, perché è di conoscenze e di strumenti nuovi che abbiamo bisogno, da ricercare e da conquistare tutti insieme, illudersi di avere davanti a noi certezze anziché sfide da affrontare e vincere è quanto di peggio ci possa accadere.
Il futuro della nostra città, la sua crescita e il suo sviluppo stanno tra chi crede di difenderla chiudendosi in casa sprangando porte e finestre, assoldando piantoni e chi invece ritiene che è necessario scendere tutti in strada a camminare insieme, a ricercare come percorrere uniti e solidali i nuovi itinerari disegnati dalla geografia del tempo e della storia, che luogo assegnare alla nostra città sulla nuova mappa del mondo.
Aprire non chiudere, aprire noi stessi, aprire la città. Scorrere come il fiume, offrirsi al mare aperto. Questo è quello che ci attende, o cogliamo questa sfida o la luce sul nostro futuro si spegnerà e ripiegheremo nello scuro delle caverne del nostro passato, illudendoci di essere sicuri e al riparo dal nuovo, dalla storia che procede, dai saperi che si moltiplicheranno celebrando la nostra ignoranza.
Una città è un’architettura di persone, di istituzioni, di imprese, nessuno oggi da solo ce la può fare. La conoscenza non è data ai singoli per i singoli, altrettanto vale per le istituzioni e per le imprese, la conoscenza è data per essere messa insieme, per essere condivisa, solo attraverso la collaborazione e lo scambio si può creare valore e nuove opportunità. Questo significa essere società della conoscenza, fare economia della conoscenza.
Ferrara necessita di compiere il salto da città della cultura a città della conoscenza. Città che facilita e promuove la collaborazione delle conoscenze e dei saperi tra amministrazioni pubbliche, industria, imprese, istituzioni, università, centri di ricerca, associazioni, artisti, creativi e altro ancora. Nella storia le città sono sempre state un centro naturale per lo scambio e il progresso della conoscenza. Pertanto, Ferrara città della conoscenza significa proporsi come il punto focale delle conoscenze per lo sviluppo, di una rete con le realtà intorno, con le altre città, aziende e fornitori di servizi di conoscenza, una rete di conoscenze globali in crescita. Nessuna città sa tutto, attraverso la rete ogni partner può accedere meglio alla conoscenza degli atri: città, soggetti e istituzioni.
Si può scegliere di entrare nella conoscenza o di uscirne, restando ai margini. Questa è una scelta che Ferrara deve compiere: se aderire alla rete mondiale delle città della conoscenza, contribuendo in modo significativo alla creazione dell’Agenda globale della conoscenza per lo sviluppo, per i diritti umani, della conoscenza come risorsa per la ricchezza, la pace e la sostenibilità nel mondo.

occhi

Paola, fisioterapista che… vede con il cuore

Paola Pocaterra nel suo studio

“Non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”, scriveva Antoine de Saint-Exupéry. Parole che mi ritornano in mente, in tutta la loro intensità, dopo aver incontrato Paola Pocaterra, fisioterapista, insegnante di massaggio infantile e teacher di Hug your baby, un programma innovativo per crescere bambini “in gamba e felici”.
Paola è una ragazza non vedente, che ha sviluppato una particolare e straordinaria sensibilità tattile e manipolativa. Pelle a pelle, Paola sa percepire con il tatto ciò che altri potrebbero cogliere con lo sguardo: riesce a entrare in completa sintonia con le persone che cura perché la mancanza della vista ha acuito la capacità empatica e di comprensione dell’altro.
Dopo anni di studio e una laurea con lode all’Università di Firenze, Paola ha lavorato sette anni in Trentino, nel C.T.O. (centro traumatologico ortopedico) e all’Asl di Trento, poi è ritornata a Ferrara, la città dove è nata e cresciuta, dove ha frequentato il Liceo delle scienze umane Carducci e dove ha aperto un’attività in via Poledrelli.
Trentun anni, capelli biondi, viso acqua e sapone, Paola ci accoglie con garbo e con un sorriso nel suo studio. Appena varcata la soglia ci raggiunge una cucciola di golden retriever affettuosissima e scodinzolante.
Paola unisce alla passione per il suo lavoro una profonda delicatezza e una sana determinazione, che l’hanno aiutata sempre a superare sia le ‘barriere architettoniche’ sia le ‘barriere mentali’.

Che cosa rappresenta per lei la fisioterapia?
La fisioterapia – e in generale il contatto – per me rappresenta un’occasione per aiutare il paziente a prendere coscienza di sé, per insegnargli ad ascoltarsi, a ridurre le proprie tensioni, che poi tante volte non sono altro che emozioni da elaborare. Penso che il contatto, se applicato nel modo giusto, possa essere un modo per far sentire il paziente accolto e che permetta di porre l’attenzione su parti del corpo che per qualche ragione abbiamo trascurato o dimenticato. Ho sempre considerato il mio lavoro un piacere, perché non è solo una riproposizione di esercizi o un’esposizione di dati scientifici, ma è un lavoro di relazione, che mi dà soddisfazione, gratificazione e che mi permette di crescere come persona.

Come ha scoperto questo suo talento, questa attitudine?
Diventare fisioterapista è un sogno che ho avuto fin da bambina. Tutto è iniziato quando papà è stato operato ad un polso per una patologia rara; ricordo ancora il gesso che gli era stato applicato e il fatto che io volevo massaggiarlo per farlo guarire più in fretta. Così fin da bimba alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?”, rispondevo decisa “la fisioterapista”. Poi, crescendo, ho iniziato a capire che il percorso non era così semplice, c’erano test di ingresso da superare e tanti esami.
Ma per fortuna, come la mia mamma, sono molto determinata ed è difficile che io abbandoni un obiettivo se ne sono realmente convinta. Così i primi tirocini e gli anni di lavoro in Trentino mi hanno fatto scoprire che essere fisioterapista significa prendersi cura dell’altro e in questo mi sono sempre sentita a mio agio.

Che cosa le piace del suo lavoro?
Vedere i progressi di un paziente è sicuramente qualcosa di gratificante, ma ciò che mi rende più felice nel mio lavoro è essere ricordata per aver lasciato qualcosa nelle persone: non solo una serie di esercizi da riprodurre, ma qualcosa su cui riflettere e perché no, magari anche un po’ di forza e coraggio. È una cosa che mi hanno confidato alcuni miei pazienti e che mi ha fatto piacere.

Ho letto in un’intervista a una sua collega non vedente questa affermazione: “Noi professionisti con disabilità visiva, abbiamo saputo accettare e mettere a disposizione la nostra condizione di disabilità, a rinforzo degli stati d’animo altrui. Chi meglio di una persona che è portatrice di una disabilità può capire un’altra persona, usando non solo il proprio esempio concreto, ma le proprie abilità a supporto del migliore dei recuperi possibile? (…) La stima e la fiducia poi vengono spontaneamente perché non si può essere aiutati senza aiutare”. Condivide queste osservazioni?
Condivido le riflessioni della collega: credo che chi ha vissuto o vive una disabilità sa cosa significa la sofferenza, il dolore, ma sa anche cosa significa essere motivati, aver voglia di dimostrare, di fare anche esperienze che agli occhi dei ‘normodotati’ possono sembrare incredibili. Aggiungo una considerazione: per me la normalità non esiste, siamo tutti un po’ disabili nella vita, abbiamo tutti delle difficoltà, delle debolezze, ma abbiamo tutti dei talenti, dobbiamo solo trovare il modo per esprimerli e a volte per fare questo servono le persone giuste, nel momento giusto e nel luogo giusto. Ricordiamoci però che tutti prima o poi abbiamo bisogno di un aiuto, quindi meglio imparare prima possibile a saper aiutare e a saper accettare di dover essere aiutati.

Qual è la sua specializzazione?
Per quanto riguarda gli adulti, mi occupo prevalentemente di patologie ortopediche e oncologiche. Sono specializzata in terapia manuale, disciplina utile per il trattamento di disfunzioni muscoloscheletriche acute e croniche, che valuta il paziente nella sua globalità.
Pratico anche il trattamento cranio-sacrale e delle disfunzioni temporomandibolari e il
linfodrenaggio, ovvero il massaggio praticato in presenza di edemi primari (dovuti a patologie del sistema linfatico) o secondari (conseguenti a traumi, interventi chirurgici, asportazione di linfonodi). Nei pazienti oncologici ho sempre trovato la grande forza di combattere, che ha aiutato anche me.

E per i bambini?
Nel campo dell’infanzia, propongo corsi individuali o di gruppo di massaggio infantile, secondo i principi dell’Aimi (Associazione italiana massaggio infantile) per bimbi tra 0 e 12 mesi. Si tratta di una sequenza di massaggio che insegno ai genitori con l’obiettivo di regolarizzare il ritmo sonno-veglia, rilassare il piccolo, affrontare le coliche addominali, rafforzare la relazione genitore-bambino.

Lei è tra le prime a proporre i corsi Hug Your Baby in Italia. Perché questo programma è significativo?
Nei corsi Hug Your Baby affronto con i genitori temi quali il pianto, il sonno, l’allattamento, il gioco del neonato; sono incontri pensati per offrire un supporto ai genitori, osservando insieme gli stati comportamentali, i bisogni e i segnali di sovrastimolazione del piccolo. Nei corsi vengono illustrate le tappe di sviluppo del bambino e le strategie per aiutarlo a calmarsi, a mangiare e a dormire bene. Gli incontri pre-parto possono essere svolti in gruppo, mentre quelli post-parto sono rivolti ad ogni singola famiglia.

Quali sono i suoi progetti?
Ho frequentato un master di primo livello in attività e terapie assistite dall’animale – e in particolare dal cane – e sono alla ricerca di altre figure professionali con le quali collaborare (logopedisti, psicologi, educatori). Mi piacerebbe elaborare progetti di pet therapy con finalità diverse quali educazione e sensibilizzazione nelle scuole, sviluppo delle capacità empatiche, recupero di parametri quali il cammino o la manipolazione. In quest’ottica negli scorsi anni ho proposto assieme ad un’associazione in Trentino un programma educativo in una scuola in cui vi era un alto tasso di bullismo e ho svolto un tirocinio volontario presso una Asl di Firenze con bimbi affetti da paralisi cerebrale infantile, durante il quale il mio cane guida è diventato un ‘motivatore’, un coadiutore delle attività proposte.

Come si chiama il suo cane guida?
Il mio nuovo cane guida si chiama Pesca, è un golden retriever di 2 anni ed è diventata la sorellina del mio precedente cane, Gaia, che ora ha quasi 13 anni. Pesca vive con noi da 3 mesi, è ancora un po’ cucciolona, ma sarà la perfetta continuazione di Gaia. Il cane guida è un vero e proprio componente della famiglia, rappresenta gli occhi di chi non vede, per questo dico che chi non accetta il mio cane non accetta me. Gaia prima, e Pesca poi, sono sempre state al lavoro con me, anche se si trattava di ambienti sanitari; per fortuna la legge tutela il non vedente e il suo cane, ma ancora in Italia c’è bisogno di molta sensibilizzazione e informazione. Il mio cane guida è il mio ‘mezzo di trasporto’, la mia sicurezza, grazie a lei non mi sento mai sola. Il rapporto che si crea con un cane guida è di simbiosi: Pesca imparerà come aveva fatto Gaia a capire i miei stati d’animo, a leggere i miei movimenti, a proteggermi lungo i pericoli della strada.

Ha un sogno nel cassetto?
Beh, a volte i sogni è giusto che rimangano segreti! Posso dire che una cosa che mi piacerebbe fare sarebbe associare fisioterapia, pet therapy e perché no… anche la musica, visto che da qualche mese ho iniziato a seguire lezioni di violino, uno strumento che mi emoziona e che mi arriva al cuore. Credo che sia l’essere fisioterapista, sia lavorare con il proprio animale, sia suonare uno strumento musicale, richiedano tanta sensibilità e forse anch’io… ho qualcosa da dare!

Siamo tutti diversi!

di Francesca Ambrosecchia

Perché siamo portati a respingere ciò che è diverso da noi? Ad innalzare muri e barriere per difenderci da ciò che è ignoto?
Il diverso, l’altro spaventa. Spesso conduce al confronto, alla messa in discussione e quindi al cambiamento.
Ci sentiamo al sicuro nella nostra quotidianità perché circondati da ciò che conosciamo: dalle nostre abitudini e dal mantra “lo faccio perché così fan tutti”.
Forse bisognerebbe sviluppare la voglia e l’attitudine a “mettersi in gioco”, a buttarsi nel confronto con un approccio aperto e disponibile. Si può crescere e imparare da ciò.
Il diverso può essere inaspettatamente positivo se ci poniamo nei suoi confronti senza paura. È diverso ma non per questo sbagliato.
Concetto chiave è forse condivisione.

“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”
Gregory Bateson

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Città: l’impresa della conoscenza

Barcellona, Delft, Dublino, Monaco, Montréal, Stoccolma sono oggi considerate a livello mondiale città della conoscenza di successo. Il loro cammino verso uno sviluppo fondato sulla conoscenza come risorsa ha preso avvio col tramonto del secolo scorso, come risposta di fronte alla crisi industriale ed alla crescente disoccupazione. Ormai costituiscono sei casi di studio intorno ai quali si è andata accumulando un’importante letteratura.
Ragionare di città della conoscenza, di uno sviluppo che faccia della conoscenza la sua risorsa prima da noi è ancora molto difficile, eppure ogni giorno tocchiamo con mano come sia arduo uscire dalle secche di una crisi che si estende come una lingua di lava e come i fatti siano terribilmente distanti da quanto un pensiero nuovo, una nuova intelligenza suggerirebbero di fare. Intanto il tempo è tiranno e con realismo spietato non fa che accumularci addosso gli anni del ritardo che scontiamo nei confronti delle città più avanzate.
La questione di fondo resta la volontà politica e sociale che sono indispensabili. Nei casi citati c’era il senso di un’urgenza sociale, credere nella necessità del cambiamento per riposizionare la città nell’era della conoscenza, come risposta alla situazione di difficoltà generata dal declino delle industrie tradizionali o dalla scarsità delle risorse locali. È questa volontà di cambiamento sociale la scintilla per ogni ulteriore azione, ma una città non si sviluppa come città della conoscenza senza un chiaro sostegno del governo e delle leadership locali.
Ogni tentativo di trasformare una città in città della conoscenza è destinato a fallire se non è guidato da una chiara visione strategica, una visione strategica che deve prendere le mosse da un esame disincantato e approfondito della propria condizione. Sarebbe compito del governo della città e degli attori sociali responsabili del suo futuro proporre obiettivi specifici, misure e azioni per una nuova stagione di sviluppo della città fondata sull’uso della conoscenza come leva e risorsa.
Le città che abbiamo citato all’inizio hanno scelto di indirizzarsi su alcuni settori piuttosto che altri, fissando obiettivi ambiziosi per ciascuno di essi. Hanno cercato di bilanciare gli interessi di questi settori in rapporto alle risorse disponibili e alla competitività delle loro aree metropolitane. Soprattutto hanno mirato a far crescere un sistema di alta qualità dall’istruzione di base a quella superiore, di elevare la qualità della vita dei cittadini e dei servizi sociali avanzati.
Certo, il sostegno finanziario e forti investimenti per la realizzazione degli obiettivi strategici costituiscono le condizioni indispensabili. Si tratta di operare azioni di marketing in grado di attrarre investimenti esterni, di mobilitare risorse pubbliche e private, anche mediante l’applicazione di vari regimi fiscali, attirando finanziamenti pubblici a livello nazionale e sovranazionale.
Parchi e poli della conoscenza vanno creati e animati, senza di essi oggi nessuna impresa grande e piccola che sia può sopravvivere, l’era della grande industria ormai è scaduta. Le agenzie di cui hanno bisogno le nostre città sono quelle in grado di promuovere aree qualificate e specializzate di conoscenza, poli della scienza, della ricerca e delle tecnologie.
Queste agenzie possono essere fondazioni, centri di ricerca, istituzioni e università da coinvolgere in diversi tipi di attività, come la progettazione e la realizzazione di piani, per la conduzione di ricerche, il rafforzamento della cooperazione scientifica e la condivisione delle conoscenze, attrarre e trattenere lavoratori della conoscenza, sostenere lo sviluppo economico, il marketing del concetto di città della conoscenza. Perseguire l’eccellenza esprimendo principalmente la capacità di creare nuove conoscenze nei settori della scienza e della tecnologia, ma non solo o esclusivamente, perché porsi l’obiettivo dell’eccellenza fornisce la piattaforma per nuovi beni e servizi basati sulla conoscenza.
Una città della conoscenza di successo è, dunque, soprattutto degna di nota per la sua ricchezza di conoscenze acquisite, che ruota essenzialmente attorno ai suoi centri di ricerca e alle istituzioni dell’apprendimento. La produzione di conoscenza procede in gran parte da quelli che sono conosciuti come i motori dello sviluppo economico della città, come i suoi centri di ricerca e le università.
È anche il carattere multietnico delle nostre città che ci chiama ad accogliere la sfida a trasformarci in città della conoscenza. Una città della conoscenza per avere successo deve essere costruita sulla diversità. Gli individui di talento creativo preferiscono vivere in città con popolazioni caratterizzate da diversità, tolleranza e apertura, in quanto una tale atmosfera stimola la fertilizzazione incrociata delle idee e delle pratiche e favorisce il flusso più veloce delle conoscenze. Le città della conoscenza sanno come ascoltare e trovare i modi per sostenere i diversi punti di visti, le differenti radici culturali e le esperienze dei loro cittadini contribuiscono realmente a nuove idee e innovazioni.
Una città della conoscenza ha senso se è in grado di offrire opportunità di creazione di valore per i propri cittadini. Esempi di tali pratiche sono la promozione di “microcosmi della creatività”, istituzioni di spazi per lo sviluppo del dialogo sociale, la costruzione di siti web di alta qualità e di reti tra città della conoscenza. Una città della conoscenza si distingue anche per il ritmo di assimilazione, l’uso, la diffusione e la condivisione di nuovi tipi di conoscenze, la promozione che a sua volta assicura che esse acquisiscano rapidamente un valore economico e sociale.
“Un motore di innovazione urbana” è un sistema che può innescare, generare, promuovere e catalizzare l’innovazione nella città. Si tratta di un sistema complesso che comprende le persone, i rapporti, i valori, i processi, gli strumenti e le infrastrutture tecnologiche, fisiche e finanziarie. Alcuni esempi di luoghi urbani che possono servire come motori di innovazione sono le biblioteche, i caffè, la camera di commercio, il municipio, l’università, le scuole, i musei, le istituzioni culturali, ecc. Tuttavia non tutti questi luoghi interpretano il ruolo, oggi indispensabile, di veri e propri motori di innovazione.
Una città fondata sulla conoscenza deve garantire, tra gli altri, i diritti all’informazione e alla conoscenza dei suoi cittadini, attraverso l’accesso facilitato alle reti a banda larga per tutti, l’accessibilità all’informazione per un’utenza amica, altamente comprensibile, completa, diversificata, una informazione pubblica trasparente. Il diritto all’istruzione e alla formazione. Tutti i cittadini devono avere il diritto alla formazione al fine di beneficiare in modo efficace dei servizi e delle conoscenze disponibili attraverso l’informazione e le tecnologie della comunicazione. Così come i cittadini hanno diritto ad una pubblica amministrazione trasparente a tutti i livelli del processo decisionale. La Pubblica amministrazione deve impegnarsi a favorire la partecipazione dei cittadini e il rafforzamento della società civile.
I benefici di una città della conoscenza su scala mondiale e locale sono realmente sostanziali ed attraenti, per cui non possono più a lungo essere ignorati dai decisori politici e dai ricercatori, ma soprattutto dai cittadini consapevoli del senso del loro abitare la città.

Libera circolazione: follia o necessità?

Questo il titolo della conferenza tenuta a Massa Fiscaglia di Ferrara il 7 dicembre scorso al “Circolo Ragno Azzurro” organizzata dal Gruppo Cittadini Economia della provincia di Ferrara con l’intervento di Gianni Belletti della Comunità Emmaus.

L’incontro chiudeva una serie di quattro serate, tutte organizzate a Massa Fiscaglia, in cui il Gruppo ha invitato la popolazione a discutere su fenomeni assolutamente attuali e che indubbiamente coinvolgono tutti a vario titolo: tasse, debito pubblico, disoccupazione e, appunto, migranti. Un invito all’informazione senza distorsioni con il chiaro intento di diffondere la sana pratica della partecipazione dal basso.
“Il migrante non è né un potenziale delinquente né un potenziale deficiente”, dice il relatore, si muove in prospettiva di un potenziale miglioramento e se ne avesse la possibilità, dopo averne verificato l’impossibilità, sarebbe di sicuro disposto a ritornare alle sue relazioni e al suo territorio.

Partendo da questo presupposto si sono analizzate quali sono ad oggi le possibilità di spostarsi e di viaggiare delle popolazioni. Necessario e dovuto il richiamo alla “dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948 e in particolare degli articoli 13 e 14 che sanciscono la libera circolazione delle persone.
Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Gianni tiene a citare anche l’art. 15 che parla di cittadinanza, perché la cittadinanza è l’aspirazione finale per tutti coloro che si spostano in altri Paesi e che trovano poi il modo di costruirsi delle nuove relazioni in un nuovo posto dove vivere. Questo argomento, oltremodo interessante, trova però poco spazio nella serata e forse merita una trattazione a parte, insieme all’analisi del fatto che in Europa ci sono ben 700.000 persone senza cittadinanza, 3.500.000 addirittura nel mondo.

Ma torniamo al diritto alla libera circolazione. A chi è riservata questa possibilità nel concreto? Un cittadino italiano, ad esempio, è libero di chiedere un visto ed andare dove desidera senza troppe complicazioni. Non è permesso il contrario, per cui un cittadino africano o asiatico, ovviamente di un paese povero o solo nominalmente ricco, non ha le stesse possibilità ed è costretto ad intraprendere viaggi molto pericolosi attraverso deserti, mari e pericoli vari oltre che ad indebitarsi di cifre a volte esagerate e di difficile restituzione per poter arrivare in Italia.

Una volta arrivato, il passo successivo è la richiesta di asilo politico. Sembra incredibile, dice il relatore, ma l’unico modo attualmente riconosciuto per poter rimanere nell’Unione europea è appunto quella di presentare domanda di asilo politico, e negli ultimi 3 anni ne sono stati presentate in Italia 170.000, semplicemente perché è l’unica opportunità che queste persone hanno a disposizione, non c’è altro modo per poter restare.

Presentata questa domanda si apre la “pratica”: dovrà essere formata una commissione che tenga conto del luogo di origine, della lingua parlata dal richiedente e ovviamente del caso presentato. Di media, perché si venga poi convocati da questa commissione, il richiedente dovrà attendere circa 15 mesi. Ad un eventuale esito negativo questi potrà eventualmente presentare ricorso e avere una successiva udienza entro un anno. Insomma per ogni richiedente asilo ci vogliono due anni almeno perché tale “pratica” possa essere chiusa.
Altro tipo di visto che può essere concesso è quello della protezione sussidiaria, che riguarda coloro che hanno una relazione con la persona a cui è già stato riconosciuto l’asilo politico e che potrebbe essere in pericolo a causa di questa relazione.
L’Italia ha aggiunto una terza possibilità, la protezione umanitaria. Viene concesso, solo per fare un esempio di particolare impatto, a quelle donne vendute più volte nel corso degli anni, fatte prostituire e rese schiave dagli sfruttatori e che difficilmente potrebbero più tornare nei paesi di origine. Anche ai tunisini che sono arrivati in Italia a seguito delle “primavere arabe” è stato concesso un visto con questo presupposto.

Cosa succede nel mezzo? Lo Stato italiano ha ceduto l’accoglienza ai privati per cui chi ne facesse richiesta e avesse i requisiti idonei a fare questo tipo di accoglienza riceverà 33 euro al giorno, di cui 3 vanno al migrante e 30 alla cooperativa o società che accoglie. A questo punto si prefigurano due scenari che normalmente sono quelli che vediamo realizzarsi: il migrante, non essendo un potenziale deficiente, sa che non ha bisogno di lavorare o impegnarsi a farlo perché c’è chi riceve dei soldi per la sua assistenza; riceve i suoi 3 euro con i quali non ci fa niente e abbandonato a se stesso nel giro di qualche mese dopo le dichiarazioni di sindaci e prefetti iniziali di amore e accoglienza, comincia a dedicarsi all’accattonaggio per i due anni di attesa e magari ad altro dopo. Questo perché ricordiamo, c’è un debito iniziale da saldare per il viaggio e anche una dignità da preservare nei confronti di familiari e amici a cui avrà detto di essere partito per andare incontro ad una vita migliore.

Dire “abbandonato a se stesso” è ovviamente una provocazione, infatti lo Stato continua a pagare il conto economico alla struttura di accoglienza e quindi a dare assistenza di base al migrante, cibo e un letto. Il punto è che non si va incontro alla richiesta di fondo, al motivo per cui quella persona è qui, ovvero il miglioramento delle sue condizioni di vita, lavoro e dignità. Non le affronta come non affronta la richiesta, simile, dei suoi cittadini e per questo provoca reazioni inconsulte e spropositate sia della popolazione residente che straniera.

Ma in mezzo c’è ancora altro, ovviamente. Gianni ci racconta che la Comunità Emmaus di Palermo certifica che molti migranti, poi magari clandestini, vengono reclutati a 0,70 centesimi all’ora e questo crea un mercato del lavoro al ribasso. Gente disposta a lavorare “per un tozzo di pane” e che crea una specie di classe degli ultimi, dietro i disoccupati e i disperati italiani. Quasi un ammortizzatore verso la nostra ultima classe sociale che dovrebbe quasi trovare confortante il sapere che c’è qualcuno al di sotto della loro disperazione.
Il dibattito è stato ampio e la conferenza si è immediatamente trasformata in partecipazione collettiva. Le provocazioni vengono colta e i partecipanti a turno hanno avuto modo di esprimere le proprie opinioni, cogliendo a pieno le intenzioni dell’organizzazione, a cui vanno i complimenti, di stimolare la partecipazione attiva.

E dunque una volta descritto il problema, quali le cause e quali le soluzioni?

Si può semplificare il tutto con il tema dell’accoglienza ad esempio che fa, o ha fatto finora, il nostro governo? Giustificare o condannare posizioni come quella austriaca di Norbert Hofer o i muri dell’Ungheria? E come interpretare i fondi europei dati alla Turchia per frenare l’esodo siriano?

Di sicuro è sembrato a tutti chiaro che l’accoglienza non dovrebbe essere ceduta a privati. Quando si privatizza, in generale, si rende merce il prodotto da trattare. Quindi se privatizzo l’accoglienza rendo merce i migranti, gli esseri umani che si spostano per qualche motivo, e ne ho bisogno altrimenti non guadagno. La prima azione da fare sarebbe togliere alle cooperative e alle società private la gestione dell’accoglienza. Avere un piano di accoglienza statale e mirato teso ad evitare questa deriva uomo=merce.

Ma il punto fondamentale sarebbe la libera circolazione, ovvero permettere a tutti di accedere a quanto previsto dagli articoli 13 e 14 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo citati all’inizio. Ogni ambasciata o consolato all’estero e ovviamente in particolare nei paesi da cui proviene la maggioranza di questi migranti, dovrebbe essere potenziato e messo in grado di vagliare le richieste di visto temporaneo per “lavoro”. Il richiedente dovrebbe dichiarare il luogo dove intende andare e considerando che tutti si spostano per raggiungere qualcuno che ha già affrontato il viaggio, dichiarare l’indirizzo presso il quale si sosterà per il periodo concesso. Impronte digitali e documenti in regola a cui si potrebbe anche aggiungere la richiesta di una caparra da restituire nel momento in cui si dovesse decidere di ritornare nel luogo di partenza.

Il viaggio a questo punto diventa regolare, non ci sarebbe un debito iniziale da contrarre e da ripagare, pericoli da affrontare e accoglienza da organizzare per chi riceve. Un gran risparmio per tutti insomma. Quando il migrante arriva diventa controllabile, ha speso magari solo 100 euro di biglietto aereo e sa perfettamente che potrà tornare a casa sua nel caso non trovasse quel miglioramento che stava cercando.

Ricordate? Il migrante non è né un potenziale delinquente né un potenziale deficiente, per cui piuttosto che elemosinare un piatto di minestra in un Paese straniero deciderà di ritornare al suo Paese di origine.
Insomma oggi le reazioni all’afflusso di migranti provoca sostanzialmente reazioni sbagliate: da una parte si costruiscono muri o si va alla facile ricerca di voti attraverso slogan che intercettino lo scontento popolare, dall’altra si realizzano facili guadagni. Sostanzialmente non si tiene conto delle cause e non si affronta realmente il problema. Dicotomia funzionale ad interessi economici, come al solito, e uno Stato che non interviene nel modo giusto ma si affida al laissez-faire come per i mercati finanziari.
Dietro lo slogan oramai consolidato che i privati fanno sempre meglio dello Stato si affida tutto alla “mano invisibile” aspettando la magica e automatica correzione dei mercati lasciati operare senza controlli. Ma come questo non avviene nella realtà economica, basta vedere le crisi continue le cui perdite i cittadini sono poi chiamati a ripagare attraverso l’austerità, così non avviene per i migranti, dove i cittadini sono chiamati a pagare le conseguenze anche in termini sociali e di convivenza.
Dove manca l’indirizzo dello Stato viene meno l’utilità sociale. E le persone si dividono tra facile buonismo e rifiuto all’accoglienza.

Tutto dunque da rifare, tutto da ridiscutere partendo semplicemente da quanto già esiste, scritto e immortalato come principio di libertà e di progresso ma non ancora distribuito a tutti, concesso solo alla parte finora ricca e autorizzata a scrivere regole che poi non rispetta.
Le colpe non sono di certo né di chi intraprende viaggi pericolosi né di chi riceve e si vede spodestato delle proprie risorse. Non ha colpe chi vive questa crisi continua, economica e di valori. Chi è stato licenziato o chi ha perso la casa non potendo pagare la rata del mutuo, o chi ha dovuto cedere l’azienda o chi semplicemente si guarda intorno e non riesce a trovare una soluzione. Non ha colpa chi è esasperato perché il suo Stato non viene in suo soccorso o vede l’istituzione a lui più vicina, il Comune, rifiutargli un alloggio, una deroga sulle tasse.

Non ha colpa chi è costretto a rivolgersi alla Caritas mentre la domanda per un alloggio gli viene rifiutata o è in attesa da anni e si vede superato da una famiglia che viene da lontano.
Insomma in tale situazione, fanno presente le persone in sala, come si può accettare l’azione di un prefetto che sequestra un immobile per accogliere africani o asiatici, saperli per anni rifocillati a spese dello Stato, e quindi dei cittadini, con la certezza che dopo la prima accoglienza andranno ad aumentare l’esercito dei disperati e sfruttati. Ma le stesse persone che avanzano questi dubbi sembrano consapevoli del fatto che anche un prefetto si trova costretto a gestire, a sua volta, una situazione difficile, che sia solo l’ultimo anello di una catena costruita male.

Nessuno è un potenziale delinquente né un potenziale deficiente, sia egli italiano o nigeriano, bianco o nero, ma tutti messi alla prova più dura, all’abbandono e all’indifferenza potremmo diventare qualcosa di diverso da quello che ci eravamo prefissati. Un Governo che non governa, non dirige, non regola e si rende complice di un business che usa come merce l’uomo è in fondo il vero responsabile, questo hanno espresso le persone presenti a quella che si potrebbe definire una “conferenza circolare”, dove la gente, reduce dal voto per la riforma costituzionale, dice quello che pensa e vuole partecipare sempre di più alle decisioni.

La visione miope degli Stati e delle Istituzioni che etichettano, accolgono ma non risolvono, intervengono ma solo all’inizio, urlano ma non sanno pacare gli animi, esasperano a loro volta sia coloro da accogliere che chi dovrà coesistere con altri disperati. È qui che bisogna cercare le colpe e chiedere che le cose vengano gestite diversamente.

In tale contesto risulta vano anche evocare il principio “prima gli italiani”, perché benché chi scrive lo ritenga giusto, ci si rende conto che il vero problema è la mancanza di visione politica.

Una bella serata, partecipata e a cui bisognerà necessariamente dare un seguito per parlare più a fondo dell’art. 15 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di espulsioni e persone senza cittadinanza. E l’argomento è anche collegato al sistema carcerario degli USA, privatizzato, e dove una persona su quattro è legata ad una forma di detenzione, non necessariamente in carcere ma magari in libertà vigilata. Un business da circa 200 milioni di dollari all’anno e a cui l’Italia comincia pericolosamente a guardare.

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Le paure dei giovani ferraresi? Al primo posto, il diverso

Nel 1999 il sociologo Zygmunt Bauman pubblicava il proprio saggio sull’età dell’incertezza e tutti coloro che hanno dai 25-30 anni in su probabilmente hanno sentito parlare almeno una volta delle sue analisi sulla modernità liquida o sulle conseguenze della globalizzazione sulle persone. Ultimamente si sente spesso parlare anche dei Millennials, i nati tra il 1980 e il 2000. È di pochi giorni fa – 2 dicembre – il cinquantesimo rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese, che disegna per loro un quadro a dir poco desolante: per la prima volta nella storia i giovani sotto i 35 anni saranno più poveri dei loro padri, dei loro nonni, ma anche dei coetanei di 25 anni fa e già oggi, rispetto alla media della popolazione, le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%.
Se già per i Millennials la situazione è tutt’altro che confortante, ci siamo mai chiesti cosa significhi essere un adolescente nel 2016? Essere nati in piena postmodernità, non aver vissuto altro che quella che è stata chiamata anche ‘società del rischio’? Dover crescere e formare la propria identità in una società sempre più connessa e multiculturale, ma che lascia sempre più sole le persone a interpretare tutte queste informazioni e tutti questi cambiamenti, senza che ci sia una rete comunitaria di salvataggio?

Da queste e altre domande è partito l’Osservatorio Adolescenti del Comune di Ferrara per le sue indagini annuali sui giovani della provincia. Quest’anno il tema è stato “Gli adolescenti e la paura dell’altro. Gli adolescenti ferraresi e il loro rapporto con l’alterità” e i risultati sono stati presentati all’Istituto Bachelet nel pomeriggio di martedì 6 dicembre da Sabina Tassinari.
Secondo Tassinari il binomio che definisce i ragazzi di oggi è “aperti e indifesi”: “aperti, perché sono nati nel mondo globalizzato e da subito hanno sentito parlare di Europa” come orizzonte della propria cittadinanza, “indifesi” perché questa apertura di confini ha significato anche un riposizionamento dei punti di riferimento e li ha posti “al crocevia di messaggi contraddittori”, facendone dei “presentificatori”, come li ha definiti per esempio il Censis, che vivono il presente più che pensare al futuro. L’altro punto di partenza, come si legge nel rapporto, è stato che la diversità in età adolescenziale, in piena fase di costruzione della propria identità e di senso di appartenenza a un gruppo di pari, diventa un elemento destabilizzante, spesso un motivo di sofferenza – se ci si ritiene o si viene additati come diversi – o fattore scatenante di atteggiamenti di intolleranza, quando si individua la diversità in altre persone.
Il campione di riferimento si è composto complessivamente di 1.193 ragazzi fra i 13 e i 16 anni residenti nei distretti socio-sanitari Centro nord, Sud est e Ovest della provincia di Ferrara, suddivisi in: 615 maschi (51,6%) e 578 femmine (48,4%). L’alterità indagata ha ricompreso tutta la macro area dell’altro da sé, dagli immigrati agli omosessuali e, più in generale, quei gruppi considerati vulnerabili e quindi più soggetti a discriminazioni: per esempio donne, disabili, anziani.
Analizzando le risposte degli adolescenti riguardo la loro percezione dei pregiudizi e delle discriminazioni vissuti da questi gruppi di persone, ne emerge che “l’89% dei ragazzi pensa che la società abbia pregiudizi sugli stranieri, il 91,5% sui musulmani, il 73,4% sugli omosessuali”(era prevista una risposta per ciascuno dei gruppi indicati). Il dato preoccupante, secondo Tassinari, è che “solo il 41,9% degli intervistati pensa che ci siano pregiudizi sulle donne”: sembrerebbe dunque che la violenza nei confronti delle donne non venga purtroppo ancora considerata come un fenomeno culturale, derivato di una società ancora fortemente patriarcale, ma “un fatto casuale e legato a una patologia nei rapporti di coppia”, si legge nel rapporto.
In generale le ragazze e gli adolescenti stranieri – maschi o femmine – dimostrano una maggiore sensibilità nei confronti degli atti discriminatori. Da evidenziare poi che la scuola è il primo luogo dove si assiste a comportamenti discriminatori: dal rapporto emerge che “circa 1 ragazzo su 4 in tutte le scuole, anche quelle secondarie di I grado, è spettatore di atti discriminatori”.
Per quanto riguarda invece il proprio rapporto con i gruppi indicati come più vulnerabili: l’88,7% degli adolescenti intervistati dichiara di avere buoni o ottimi rapporti con persone di altra cittadinanza, l’80,7% con persone di altra cultura, mentre solo il 56,2% risponde di avere buoni rapporti con persone di diverso orientamento sessuale. Un dato questo che spinge a una seria riflessione sul rapporto fra omofobia e bullismo.
Purtroppo solo una piccola percentuale degli adolescenti ferraresi (14,4%) ritiene che l’immigrazione sia una risorsa, mentre la maggioranza (62,2%) ritiene che vada controllata e ridotta. Disaggregando queste cifre per territorio si nota che “i ragazzi del distretto Sud est, che ha la quota minoritaria, rispetto alla provincia, di persone straniere, abbiano un’opinione negativa più marcata dei coetanei degli altri distretti”: una dimostrazione della “forbice fra situazione reale e situazione percepita”, ha affermato Tassinari. Analizzando poi la suddivisione per istituto di provenienza (liceo, istituto tecnico, istituto professionale, scuola secondaria di I grado) emerge che “il 23,9% degli studenti delle scuole professionali, con un notevole distacco rispetto ai liceali e ai ragazzi dei tecnici, ritiene che l’immigrazione sia un fenomeno svantaggioso per la società nella quale vivono”.

In conclusione, il messaggio che esce dalla ricerca è che “l’alterità fa veramente paura agli adolescenti, inoltre se e quando non fa paura di sicuro disorienta i ragazzi”. I fattori che scatenano questa paura, secondo gli estensori del rapporto, sono “la perdita dei legami di comunità” e “una cultura che ci condanna alla felicità come costrizione”, rifiutando il dolore proprio e degli altri, come l’ha definita la dottoressa Garofani dell’Ausl di Ferrara.
Una cultura e una (non)comunità ben esemplificate dal video “Are you lost in the world like me”, con il quale Tassinari ha aperto la propria presentazione.

Are you lost in the world like me?

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Polis mentale, polis sociale

Il terremoto pare essere la metafora del tempo che viviamo, si sbriciolano le città con i loro patrimoni d’arte, con una storia che finisce in calcinacci. Non c’è solo il dolore per il dramma che colpisce i luoghi e le persone, c’è un disagio profondo a vivere questo presente frutto di un passato irresponsabile e corrotto.
È un disagio intelligente, razionale, un disagio mentale, perché quella che si è sbriciolata con il terremoto è la nostra idea di polis, di cittadinanza.
Non c’è uno spazio mentale comune in cui inscrivere tutto ciò che sta accadendo, non c’è uno spazio progettuale condiviso. La logica è quella delle contrapposizioni, terremotati contro migranti, prima noi poi loro, prima il nord del sud, sì, no. La complessità, le sfumature, sono troppo difficili da abitare.
Cittadinanze anguste le nostre, polis che si sfaldano e con esse la democrazia, il pensiero. Non sappiamo dove andare e non sappiamo come abitare i nostri territori, perché la polis mentale diffusa, nella polis sociale coglie solo minacce, dalla polis sociale tende solo a rifuggire.
La diversità prevale sulla normalità, nulla è più il continuo fluire della vita, tutto è interruzione, frattura, rottura di un equilibrio, perché non corrisponde alle idee personali che abbiamo di normalità.
Abbiamo necessità di ricostruire una cultura della polis, dello stare insieme, dell’essere comunità, una cultura della solidarietà e del rispetto delle differenze. Ma prima della polis sociale occorre recuperare la polis mentale dove le differenze reciproche possano essere contenute, comprese, elaborate. Poiché soltanto se conosciuti, compresi ed elaborati, il nuovo, l’ignoto, il diverso perdono la loro carica di oscura minaccia e angoscia, divenendo stimoli al confronto, alla conoscenza, alla crescita.
La chiave di tutto è la conoscenza, il conoscersi, fare delle nostre città luoghi di relazione, di interscambio, di dialogo, di rete, di conoscenza partecipata, diffusa, scambiata nell’incontro e nella condivisione. Non si tratta di educare alla cittadinanza, ma di praticare tutti una nuova cittadinanza, non la cittadinanza per differenze ma la cittadinanza per uguaglianze, per incontri, per riconoscimenti.
Pare che le nostre identità siano tali solo perché non siamo come gli altri e questo continuare a definirsi per negazione ci isola in noi stessi. Ciò di cui manchiamo è proprio la cultura dell’altro, non abbiamo competenza nella cultura dell’altro. Una competenza che si può tentare di acquisire soltanto abbandonando il nostro esserci per differenza, abbandonando gli attaccamenti alle nostre certezze, per transitare verso la cultura della competenza dell’altro. Che è cultura di responsabilità nei confronti di chiunque è altro da me, che è cultura di riconoscimento, di ragionamento e di ascolto, cultura che ricerca, insieme e non contro, la soluzione ai problemi. Dovremmo uscire un poco da noi stessi, abitare più la cittadinanza che la nostra arroganza, ricollocarci al centro della polis non da soli ma con gli altri, rinnovare il patto di alleanza, la disponibilità non solo ad abitare lo stesso territorio ma a camminare per il territorio insieme.
Può darsi che rinascita e neoumanesimo siano parole grosse, ma quali altre parole dovremmo usare per indicare ciò di cui abbiamo bisogno.
Sono le città i luoghi dove oggi si può iniziare a confezionare le risposte alle sfide che ci prepara il futuro, come luoghi per reinventarsi collettivamente gli spazi vitali della polis mentale, le città come luoghi di riconciliazione e rinascita della polis sociale.
Ma occorre che la polis mentale muti le sue categorie, abbatta le mura della cittadella medievale, dei suoi arroccamenti per misurarsi con cosa significa vivere in un mondo complesso, in rapida evoluzione, in continuo movimento, in cui le norme sociali, economiche e politiche sono costantemente ridefinite. La crescita economica e l’occupazione, l’urbanizzazione, il cambiamento demografico, i progressi scientifici e tecnologici, la diversità culturale e la necessità di mantenere la sicurezza umana e la sicurezza pubblica rappresentano solo alcune delle sfide per la governance e la sostenibilità della società.
Con tutto ciò la polis sociale e la polis mentale oggi si devono misurare, prendendo atto che le vecchie categorie di ieri sono ormai arnesi arrugginiti da gettare. Abbiamo bisogno di imparare nuovamente ad imparare, di apprendere come si fa ad apprendere il nuovo, non di alzare le barriere, perché prima o poi queste barriere ci si rovesceranno addosso.

Il Nobel a tutti i costi

30 maggio 1960: muore lo scrittore russo Boris Pasternak. Nato nel 1890, con il suo unico romanzo “Il dottor Živago” nel 1958 ha vinto il Premio Nobel per la letteratura, ma non ha potuto ritirarlo a causa delle pressioni del regime comunista ed è morto due anni dopo in povertà.
Forse non tutti sanno che “Il dottor Živago” è stato pubblicato in Italia nel 1957 in anteprima mondiale: Pasternak lo ha consegnato al giovane giornalista radiofonico italiano a Mosca Sergio D’Angelo, in cerca di nuovi romanzi per conto di Giangiacomo Feltrinelli e il testo è così uscito dall’Unione Sovietica. La prima edizione di 12.000 copie è andata esaurita in pochi giorni e, dato che le richieste non accennavano a diminuire, ne sono stampate altre. Il romanzo ha ottenuto una fama mondiale ed è stato tradotto in inglese, francese e tedesco. Nella primavera del 1958 Albert Camus nomina così Pasternak per il Premio Nobel. E a questo punto inizia un altro giallo, che questa volta coinvolgerebbe persino la Cia.
Secondo il regolamento un autore, per ricevere il Nobel, deve aver pubblicato nella propria madrelingua: requisito che mancava a Pasternak e al “Il dottor Živago”.
Si narra però che la Cia, poco tempo prima della nomina, avrebbe scoperto un’altra copia uscita dall’Urss e avrebbe obbligato ad atterrare all’aeroporto di Malta l’aereo con il passeggero che la trasportava. Gli agenti avrebbero preso e fotocopiato il testo, rimettendolo nel bagaglio dopo poche ore senza che i passeggeri sapessero nulla. Nell’agosto 1958 l’agenzia di intelligence americana avrebbe poi fatto stampare questa copia senza alcun diritto d’autore. E così l’Accademia per il Nobel ha potuto nominare Pasternak e il suo romanzo per il premio.

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Boris Pasternak

È bene quando una persona contraddice le nostre aspettative, quando è diversa dall’immagine che ce ne siamo fatta. Appartenere a un tipo significa la fine dell’uomo, la sua condanna. Se non si sa, invece, come catalogarlo, se sfugge a una definizione, è già in gran parte un uomo vivo, libero da se stesso, con un granello in sé di assoluto. (Boris Pasternak)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

DIARIO IN PUBBLICO
Essere bambini oggi

I bambini in questi giorni sono sulle prime pagine di tutti i giornali: dal feroce delitto di Fortuna-Chicca-Loffredo alle immagini delle nascite brutali tra le baracche di Idomeni, ai corpi straziati dei bimbi che il mare ha ributtato sulla spiaggia; quel mare a cui Montale si rivolgeva come un impassibile giudice “come fai tu che sbatti sulle sponde tra sugheri alghe asterie le inutili macerie del tuo abisso”.
E le cronache rimandano immagini di un tempo feroce, dove maestre picchiano bambini e li maltrattano e li strattonano, dove vicini di casa occultano feroci delitti commessi su bimbetti indifesi, dove per punire chi non ubbidisce alle leggi del clan il figlio viene sciolto nell’acido. E dove si creano dai bimbi feroci miliziani settenni che uccidono a colpi di pistola gli ostaggi.
Infanzia violata, si diceva un tempo, mentre scorrono come per incantamento – direbbe Ariosto – i fotogrammi finali della “Dolce vita” in cui la bimba guarda perplessa il mostro marino. Ma l’infanzia e la prima giovinezza sono di per sé le età privilegiate di un contatto con il mondo che può essere ancora una volta la possibilità di costruirsi un futuro. E non solo con le immagini di Gomorra.
E mentre la nostra vita s’avvia a un punto di non ritorno i ricordi dell’infanzia si moltiplicano. Improvvisamente assumono una valenza fondamentale. Il cestino del pranzo comprato in un negozio che ancor oggi resiste di fronte all’asilo Sant’Anna, il pizzicore provocato dai calzettoni di lana lavorati da nonna, il vestito con la giacchetta a doppio petto della prima comunione identico a quello di mio fratello fatto con le stoffe Unra. E quelli più recenti di nipoti e pronipoti, amatissimi, rispettati nel loro lento avviarsi a diventare uomini e donne liberi di scegliere, ma non più protetti dall’innocenza a cui tutto noi “grandi” abbiamo aderito, ma con la responsabilità di un destino che li ha resi tali quali oggi li vediamo e amiamo.
Ancora una volta il contatto con i ragazzini crea un corto circuito difficilmente dimenticabile. Così m’avvio a Mesola per parlare di Ludovico Ariosto a una nutrita schiera di ragazzi di terza media. Che bella mattinata! Al Castello della Mesola per la fiera dell’asparago, non per comprare l’amatissima verdura, ma per parlare a circa 150 ragazzini di terza media su Ariosto. E’ l’unica cosa che conti. Doversi sforzare (ed è fatica grandissima specie per noi ‘intellettuali’… brrr… che nome) di rendere comprensibile ai ragazzini la meravigliosa poesia di Ludovico. E che soddisfazione! Naturalmente l’Ippogrifo la fa da padrone, ma anche le facce dell’Ariosto e anche le storie di Lucrezia. Un mormorio s’alza dalle fila dei maschi quando proietto l’immagine di Lucrezia Borgia nelle vesti di Flora con un seno scoperto. Avverto di non commentare, ma qualcuno mi domanda se può almeno dire “Oh!” Concesso. Le ragazze guardano con evidente disprezzo, loro, i ragazzini attenti più ai loro giochi puerili che alle storie d’amore che il poeta racconta e che hanno per centro sempre e comunque l’amore. Fino alla pazzia.
Si conclude la chiacchierata con evidente soddisfazione mia, ma anche loro. Sollecito domande che non arrivano o vengono rimbalzate dall’uno all’altro. Poi alla fine tra lo scrosciar degli applausi – non so se indotti o sinceri, ma m’illudo e propendo per la seconda ipotesi – il più sveglio in seconda fila mi chiede se può fare una domanda. Ovviamente rispondo positivamente. E con aria furbetta dice “ Che ore sono?” Di fronte alla mia perplessità e alle risate dei compagni alla fine capisco: avevo sforato di venti minuti il limite della lezione.
Si dice, e forse è vero, che i ragazzi specie nella pubertà, ma anche nell’infanzia sono crudeli. Ma qual è il senso di questa crudeltà? Anche Micòl nel “Giardino dei Finzi-Contini” può essere giudicata crudele. E crudeli sono i giovani che commentano la diversità di Athos Fadigati, il medico omosessuale degli “Occhiali d’oro” o il protagonista di “Dietro la porta”. E’ tuttavia una crudeltà che noi adulti giudichiamo tale e che fa parte dell’umanità. Cioè non è indotta, ma insita nel genere umano. A meno che non si tratti di una crudeltà che ha origine dalla diversità. E allora, secondo un’invenzione potente dello scrittore Bassani, diversità è crudeltà poiché il mondo – e noi stessi – la giudichiamo attraverso il vetro della distanza che ci allontana dalla realtà. E’ la vetrina dietro la quale immobile ci fissa la sagoma dell’airone impagliato non più legato alla sofferenza dei colpi di arma da fuoco che lo hanno abbattuto. Sono gli occhiali che condannano la scelta di Fadigati. E’ la porta dietro la quale Cattolica spia la vita.
L’innocenza e/o la crudeltà dei giovani fanno parte della vita a meno che non le si legga con gli occhiali della diversità. O ancor peggio non le si corrompa con la ferocia del non umano: il mostro che ha ucciso l’innocenza di Fortuna o i mostri che abituano i bambini alla pratica della morte come gioia, senso del potere, odio contro la vita.

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Universale differenza

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Michel de Montaigne

Nel mondo non ci sono mai state due opinioni uguali. Non più di quanto ci siano mai stati due capelli o due grani identici: la qualità più universale è la diversità. (Micheal De Montaigne)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

bullismo omofobico

INCHIESTA
Le identità contese. L’impegno di Promeco: “Primo obiettivo rispettare le diversità”

2. SEGUE – Il tema del bullismo omofobico è poco indagato. Nelle ricerche, non solo italiane, questa assenza pesa ancora di più se si pensa che rappresenta una componente rilevante del fenomeno. E’ necessario fare riferimento a una ricerca condotta prima del 2010: l’indagine Schoolmates, condotta nel biennio 2006-2008 da Arcigay grazie ad un cofinanziamento della Commissione Europea, che ha trattato di percezione del bullismo di stampo omofobico in ambiente scolastico in quattro Paesi, l’Italia, la Spagna, l’Austria e la Polonia.
Qui più di un intervistato su tre dichiara di sentire spesso o continuamente a scuola termini offensivi nei confronti dell’omosessualità rivolti a studenti maschi. In Italia il clima è relativamente peggiore. I protagonisti sono soprattutto gli studenti maschi (95,0% nel campione europeo e 96,5% in quello italiano), anche se non va sottovalutato il ruolo, meno visibile a livello sociale, delle studentesse (56,2% e 62,2%). Per quanto riguarda invece i tempi e i luoghi, sono soprattutto quelli ‘interstiziali’ rispetto alla lezione vera e propria i contesti in cui e durante i quali questo fenomeno si sviluppa con maggior frequenza. In Italia solo il 25,8% degli intervistati dichiara di aver sentito insulti durante le lezioni in classe (33,8% in Europa), dato che sale al 60,5% tra una lezione e l’altra o durante l’intervallo (80,4% in Europa); inoltre, a fronte del 49,8% che le ha sentite in classe, l’89,1% le ha invece percepite nei corridoi, nei giardini o negli spazi comuni.

Ma cosa si intende per bullismo omofobico e quali sono le sue specificità? Si parla di ‘bullismo’ quando siamo di fronte a una relazione di abuso di potere in cui avvengono dei comportamenti di prepotenza in modo ripetuto e continuato nel tempo, tra ragazzi non di pari forza, dove chi subisce non è in grado di difendersi da solo. Il bullismo omofobico riguarda le prepotenze e gli abusi che si fondano sull’omofobia, rivolti a persone percepite come omosessuali o atipiche rispetto al ruolo di genere. I bersagli perciò possono essere molteplici: non solo adolescenti che apertamente si definiscono gay o lesbiche, ma anche adolescenti che ‘sembrano’ omosessuali sulla base di una percezione stereotipica o che frequentano amici apertamente omosessuali; adolescenti con fratelli, sorelle o genitori omosessuali o che hanno idee e opinioni favorevoli alla tutela dei diritti omosessuali.

Alberto Urro
Alberto Urro di Promeco

A Ferrara dal 1995 a occuparsi di prevenzione e contrasto del bullismo c’è Promeco, centro istituito da Comune, Azienda sanitaria locale, Ufficio scolastico provinciale e Provincia di Ferrara per occuparsi di prevenzione del disagio giovanile: attualmente il servizio opera in 34 istituti medi e superiori in città e in provincia. Abbiamo parlato di bullismo omofobico e ‘teoria del gender’ con uno dei suoi operatori: l’educatore e counsellor Alberto Urro.

Qual è la situazione a Ferrara? Per esempio, il caso dell’aggressione di inizio settembre in corso Porta Reno può essere classificata come caso di bullismo omofobico?
Un atto di prevaricazione singola che ha anche uno sfondo omofobico non può essere definito un atto di bullismo, che si distingue per la reiterazione dei comportamenti. Noi abbiamo una cultura che è abbastanza ‘bulla’, non solo sul versante della sessualità, ma sulla diversità in senso più ampio. Tendenzialmente stiamo regredendo rispetto al passato, probabilmente perché la diversità la stiamo toccando con mano, a volte la stiamo subendo dal punto di vista culturale perché non abbiamo gli strumenti per poterla masticare. Quindi c’è una chiusura, una retroazione perché è più facile avere paura della diversità piuttosto che iniziare a pensare che siamo in una società che si si sta muovendo rapidamente e sta cambiando. C’è un retroterra di cultura che sta arretrando: forse stiamo pensando agli affreschi quando in questa casa manca il tetto.
Per quanto riguarda l’atto odioso di Porta Reno, noi come Promeco non ci muoviamo solitamente sulla cronaca: manteniamo un costante monitoraggio sulle azioni che facciamo con lo scopo di migliorare la qualità delle relazioni come antidoto principale a questi fatti. A Ferrara abbiamo intercettato situazioni di bullismo omofobico nelle scuole, ma per quanto riguarda il nostro osservatorio non è qualcosa con cui dobbiamo avere quotidianamente a che fare.

Come si è intervenuti nei casi che avete individuato?
Intercettare situazioni di prevaricazione non è semplice, in genere c’è qualcuno che dice qualcosa a qualcun altro e quel qualcuno non è quasi mai la vittima, ma un esterno che osserva atti che si ripetono nel tempo. Noi interveniamo sempre in maniera molto delicata, prima di tutto cerchiamo di capire se siamo di fronte a una vicenda percepita come bullismo, ma non è effettivamente così, oppure se c’è effettivamente qualcosa di vero, oppure ancora se quanto riferito è solo la punta di un iceberg, con prepotenze che durano da anni. Nel momento in cui accertiamo episodi di prevaricazione abbiamo diverse strade. Se ci sono livelli di prevaricazione molto elevati, che mettono in pericolo l’incolumità non solo psichica, ma anche fisica della vittima, una di queste strade è quella legale, segnalando la cosa a chi di dovere. Un’altra strada è agire sul contesto relazionale, potenziando l’ambito dei ‘fattori protettivi’ e cominciando così a smontare le dinamiche di potere su cui agisce il bullo. Poi si arriva al sostegno diretto alla vittima e alla riparazione, anche con il bullo stesso che in genere è anch’esso portatore di difficoltà e disagio. Infine, ma non meno importante, c’è la fase del monitoraggio del cambiamento.

Parliamo ora dei documenti contro quei progetti di educazione all’affettività e alla sessualità che introdurrebbero a scuola la cosiddetta ‘teoria del gender’…
Dentro le scuole come Promeco non ci siamo mai occupati in maniera specifica di queste problematiche, ammesso che siano problematiche: abbiamo sempre cercato di sostenere e supportare gli istituti nel rispetto di una dinamica educativa preesistente. A volte mi è capitato di affrontare delle situazioni di imbarazzo riguardo a tematiche che avevano a che fare con l’affettività e con la commistione di aspetti legati all’affettività oppure alla sessualità. Ma noi non entriamo ‘a gamba tesa’ su questi aspetti che hanno a che fare con i valori cardine di ogni famiglia, il nostro è un lavoro di sostegno alla crescita.
Per quanto riguarda il discorso del gender, devo dirle che, leggendo il materiale che mi ha inviato (la mozione contro l’introduzione della teoria del gender votata a fine luglio in Basilicata, ndr), mi sembrano cose che vanno un po’ sopra le teste dei ragazzi. Non ho mai trovato in nessun ragazzo e nessun collega mi ha mai riportato un interesse per l’identità di genere in questi termini, un po’ troppo mediatici e strumentali.

Quindi a suo parere nelle scuole non viene introdotta una teoria del gender che afferma “che le differenze biologiche fra maschio e femmina hanno poca importanza”, e che vorrebbe “come imposizione dall’alto” che tutti noi “compresi i bambini” non dicessimo più “io sono maschio” o “io sono femmina”, ma “io sono come mi sento”, come si scrive nel documento approvato dalla Regione Basilicata.
Assolutamente, anzi. Però vanno distinti bene i due filoni: noi siamo per valorizzare la differenza nelle relazioni e il fatto che ogni persona ha il diritto di manifestare la propria differenza senza che questo diventi un tema ghettizzante. Ma non andiamo a incidere sulle scelte valoriali e culturali che guidano le scelte delle famiglie.
A volte si utilizzano strumenti e si parte da determinati contenuti per arrivare a trattarne altri: questo però e un classico del mondo degli adulti, non di quello dei bambini o degli adolescenti. Questa manipolazione strategica che ha l’adulto forse è presente anche in questo documento. Se questa teoria gender vuole portare avanti un’istanza di maggior riconoscimento dei diritti di coloro che hanno una modalità diversa di stare nelle relazioni con i propri simili, maschio o femmina che siano, questa parte la riconosco. Non credo molto al “ti insegno a essere altro”, molto meglio “ti insegno a riconoscere l’altro”. Io credo perciò che noi dobbiamo lavorare perché le persone crescano in una cultura capace di accogliere la differenza.

Una dichiarazione, a mio parere grave, che compare nella mozione è che questi “programmi di indottrinamento” verrebbero introdotti nelle scuole con un “inganno voluto dalla disinformazione sul tema” perché le famiglie “non hanno neanche idea di cosa sia questa “teoria del gender” e di cosa si vuole insegnare”. È così?
Assolutamente no. Esistono principi di trasparenza e di deontologia che ci impongono la condivisione come metodologia e sistema di approccio. Perciò nelle scuole, essendo minori, persone plasmabili da un certo punto di vista, prima di partire con dei progetti dobbiamo avere una condivisione profonda con le famiglie, ci deve essere fiducia da parte loro. I nostri interventi vengono sempre svolti a 360°, lavorando con gli studenti, con i docenti e con le famiglie, proprio per questo c’è una progettazione condivisa. Come servizio pubblico lavoriamo con protocolli, con programmazioni e rendicontazioni che ci danno la possibilità di capire cosa andiamo a fare, come lo facciamo e ad ogni passaggio vengono verificate e valutate le cose che stiamo facendo.
Che ci siano istanze tradizionaliste che pensano che la famiglia fatta da uomo e donna è l’unica famiglia possibile, secondo me, è comunque da tenere in considerazione perché fa parte della nostra storia culturale. Dopodiché siamo in una società dove, per una serie di altre questioni più complicate, la famiglia è diventata anche altro. Quello che il nostro lavoro ci permette di dire è che i figli di famiglie tradizionali hanno identiche problematiche rispetto a quelli di famiglie con caratteristiche diverse: questo è un dato di fatto. Quindi la famiglia tradizionale dove ci sono una mamma e un papà non è la panacea.

“Infine – si sostiene nella mozione – questo tipo di insegnamento oggettivamente confonde e ferisce la crescita e l’innocenza dei bambini”. Esiste questo tipo di rischio?
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di maschile e di femminile, ma il maschile e il femminile non sono per forza dentro un maschio e una femmina. Inoltre i compiti evolutivi non sono strettamente legati solamente all’educazione, c’è una multifattorialità, come dimostra il classico esempio dei gemelli che, anche se educati in modo identico, hanno un approccio alla vita diverso. L’unicità insita in ciascuno di noi cambia il modo di vedere e sentire cose identiche.
Dobbiamo usare strumenti dinamici perché è dinamica la crescita dei ragazzi. È importante rispettare gli aspetti evolutivi, perché in ogni aspetto evolutivo ci sono capacità diverse di apprendere le cose. Per esempio non me la sentirei di parlare di una tematica di questo genere con bambini di quarta elementare, ma lo farei con ragazzi più grandi; con i bambini però si può già parlare di diversità in generale.
Il buon approccio educativo è quello che cerca di fare in modo che le persone crescano in un ambiente tendenzialmente non giudicante, che dà la possibilità a tutti di esprimere con libertà i propri dubbi, le proprie necessità. Ecco, un aspetto che va valorizzato è che adesso ci sono famiglie che danno un accesso alla discussione rispetto a certe cose, mentre una volta non se ne poteva parlare con i genitori. Ed è proprio il non potersi confrontare con un adulto di qualità sui propri dubbi a poter creare problemi.

Prima di lasciarci, Urro sottolinea: “Dal punto di vista della cultura dobbiamo fare di più. Dobbiamo capire quale cultura vogliamo creare: una cultura di apertura o di chiusura? Siamo in grado di pensare la nostra società come una società ‘multi’? Secondo me in questo momento no e quindi dobbiamo lavorare per fare in modo che la diversità non venga vissuta come un pericolo, rispettando la singolarità e l’originalità di ogni persona, senza entrare nel mondo valoriale di ciascuno, che è la zona più a rischio di divisioni”.

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Narcisse l’africano: “Sono qui per imparare, ma una cosa la so: diversità è ricchezza”

“Mi chiamo Narcisse Nsame, vengo dal Camerun, vivo a Ferrara da 3 anni. Studio Scienze della comunicazione, mi appassiona molto. Prima, studiavo Giurisprudenza nel mio Paese, ma quella non era la mia strada.” L’italiano lo parla bene ormai, salvo qualche verbo coniugato male (ma li sbagliamo anche noi) e le idee sono chiarissime. Ha zigomi sporgenti e un sorriso che viene fuori quando parla della sua terra: l’Africa.
“Ma tu qua come ci sei finito?” gli domando, mentre ci dirigiamo in un’aula vuota per fare quattro chiacchiere come due amici qualunque. “L’Italia in Camerun è molto conosciuta: i due Paesi collaborano attivamente da un punto di vista istituzionale e accademico: difatti, è in atto una cooperazione internazionale tra le vostre e le nostre università. Prima di venire in Italia, lavoravo ad un progetto molto conosciuto nella mia città, Dschang (sita nella regione ovest del Camerun): attraverso Pipad (Progetto integrato per l’autosviluppo), così era denominato, sostenevamo a distanza donne e bambini colpiti dall’Aids e spesso abbandonati da mariti e padri. A sua volta, Pipad era appoggiata da un’associazione italiana, l’Anlaids Onlus di Roma: in questo modo, ho avuto l’occasione di lavorare con medici, infermieri italiani e di conseguenza di studiare l’italiano per superare gli ostacoli comunicativi tra noi e loro, poi ho continuato anche perché mi piaceva come lingua. Una volta migliorato, riuscivo ad avere più dialogo con i medici, a capire qualcosa di più sulla cultura italiana ed è da qui che è nato il desiderio di venire in Italia.”

L’Italia non è un punto di arrivo, mi spiega, anzi, è un punto di partenza. “Sono qui per conoscere e avere nuove competenze. Voglio riportare in Africa tutto ciò che sto imparando ora e nei posti in cui mi trasferirò in futuro”. Ha parole sincere per il nostro Paese, che gli piace, ma a metà. “Qui, tante cose mi soddisfano, ma tante altre non mi piacciono. Ti posso dire che la prima cosa che mi ha colpito è l’opportunità di studiare. Non c’è questa possibilità in Africa. Nonostante la crisi, il governo italiano ti offre una borsa di studio, ti spinge ad andare avanti, ti incoraggia. L’accoglienza è un altro punto a favore dell’Italia. Penso a Lampedusa, al Sud, a quello che sta capitando lì. Ci sono clandestini che hanno attraversato il mare giungendo in Italia: ho visto gli sforzi di quelle persone che si sono impegnate per dare una mano a tutti coloro che erano in difficoltà, a seppellire i morti, trattarli come esseri umani, vedere la vita tutelata. Ho la fortuna di essere in vita, ho preso la via giusta per arrivare in Italia.”

Quando parla dei punti deboli del Belpaese è altrettanto diretto, anche se parlare di razzismo non è così semplice per lui: “La parola razzismo fa male, ma se dobbiamo parlarne, non lo considero un problema sociale, bensì un qualcosa che va oltre, a cominciare dalla politica ad esempio. Sentire un ministro – non voglio fare nomi – affermare che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani, crea un motivo per radunare il popolo dietro di sé attraverso il razzismo. Il razzismo va oltre quello che vediamo. La concezione mentale che ognuno di noi ha di questo problema è basata sull’apparenza: se una persona è nera, di conseguenza è malvagia solo per il colore della pelle. Per conoscere qualcuno bisogna conoscere la persona, passare del tempo con lei per capirla invece di giudicarla e condannarla prima del tempo.” Il tono della sua voce aumenta, le vene del collo si ingrossano, comincia a gesticolare: “Se si riconosce che una persona di colore, un ragazzo nero – come sprezzantemente ci chiamano – possiede la ragione, il criterio del colore non ha rilievo. Ci sono quattro razze: bianca, nera, gialla e rossa. Il razzismo ha fatto sì che ora ce ne siano solo due: nera e bianca. Non riesco a capire perché non possiamo essere equiparati ai bianchi: forse perché non possiamo studiare? forse perché non riusciamo ad apprendere? o perché non siamo in grado di ragionare? Dobbiamo porci tutti sullo stesso livello, abbiamo anche noi una ragione”.
Non pensavo che il termine nero fosse così discriminatorio, Narcisse mi ha aperto gli occhi e mi suggerisce, “Chiamateci africani! Se io andassi in Francia, come potrei chiamare un cittadino di quel Paese? Francese! Allora se io vengo dal continente africano, perché non puoi chiamarmi africano? Sono fiero di esserlo e niente può cambiare questa mia origine, nemmeno il razzismo. Le diversità culturali sono necessarie per giungere ad un mondo etico, con più uguaglianza. Non tutti gli africani si comportano bene, questo lo so, come succede in qualsiasi altra etnia. Sono sicuro che il giorno in cui capiremo che la diversità culturale può essere un motivo di vanto, una ricchezza da sfruttare per il benessere generale dell’intera comunità, cadranno i veli della divisione, non esisteranno più frontiere tra la gente. Se nella democrazia è riconosciuto il diritto di appartenenza ad una cultura diversa dalle altre, perché non è lo stesso per il continente africano che viene sempre condannato e sottoposto a pregiudizi? Qui da voi non ho respinto la cultura italiana e non ho nascosto la mia, ma finché non ci togliamo dalla testa certe cose, non cambierà nulla.” Parla con impeto, forse anche rabbia, ma lo fa con rispetto: “siamo tutti essere umani” mi ripete.

Decido di riportare la conversazione su binari più tranquilli, gli chiedo cosa gli manca dell’Africa; l’espressione ora è più distesa, i suoi occhi lucidi cambiano direzione, sembra la veda lì, in quell’aula, la sua terra: “I miei genitori, i miei familiari, la mia gente. L’aria. Il profumo della cucina africana. Anche il fuoco a legna, soffiarci sopra per alimentarlo e cucinare in modo un po’ più spartano. Il mais, per esempio, lo facciamo girare davanti al fuoco, questo mi manca. Vorrei tornare a pescare, ritirarmi in campagna, non stare in città. Ci sono ancora foreste vergini nella mia terra, in cui ritirarsi per trovare pace. Vorrei riposarmi, riappropriarmi della mia cultura.” E’ un’escalation di emozioni, un ricordo sempre più vivo nella sua testa: “Mi manca la mia gente. Qua vivo un po’ più in solitudine. Siamo più fraterni fra di noi, in Africa. Se tornassi, potrei andare ovunque: da un amico o un familiare, un posto dove dormire lo troverei sempre. Qua percepisco distanza fra le persone, anche fra italiani e italiani. Siete vicini di banco, ma fuori dall’aula non vi salutate. Da noi non esiste. Sono ancora in contatto con miei amici delle medie e delle superiori, anche grazie ad internet, come se il tempo non fosse mai passato… se li incontrassi per strada li saluterei, ci fermeremmo e ci chiederemmo veramente “come stai?”. In un ambiente capitalista, come l’Italia, ognuno si occupa delle sue cose e basta.” Come non dargli ragione.

Mi racconta che c’è un’Africa giovane, che lotta, alza la testa per provare a scrivere un futuro migliore, ma qualsiasi cambiamento “deve avvenire con il cuore perché non bastano i finanziamenti, bisogna interessarsi per tutti, non solo per un tornaconto personale.” Torna a parlare con un tono più acceso “l’Africa, nell’insieme, lotta. A dire il vero, quando guardo l’Africa, sono sicuro di una cosa: se gli altri guardassero l’Africa con i miei stessi occhi, capirebbero che da una parte, il continente da cui provengo è all’origine di tutto quello che succede, ma dall’altra parte, noi suoi abitanti siamo impotenti. Abbiamo fatto degli sforzi enormi nel passato per rimanere uniti, come regione e continente, ma esiste un problema di mentalità, l’unico motivo di divisione tra gli africani. Una mentalità che non so dove sia nata: ognuno vede prima di tutto i suoi interessi. Prendiamo l’esempio dei cinesi, o degli arabi: sono molto solidali fra di loro. Ognuno cerca suo fratello per sviluppare le proprie attività. Sono uniti. Ma quanti africani si comportano così? Vivendo qua, facendo ricerche, i miei occhi si sono aperti, poco a poco. Se un popolo vuole cambiare, deve cominciare dalla sua mentalità: è per questo che siamo considerati i fautori della nostra situazione. Il capitalismo occidentale ha certamente influito sulla mentalità africana. Anche i governanti prendono la politica come qualcosa di personale, non per il popolo. La politica è condizionata dalle lobby, dall’estero, dai governi stranieri, dalla loro determinazione nello sfruttare le risorse naturali dei Paesi africani.”

Di colpo, la rabbia si trasforma in amarezza “Non so se i popoli africani abbiano la possibilità di ricavare dalle materie prime, ecco da dove vengono i problemi. Rimpiango molto la mia Africa oggi, perché ovunque c’è guerra. Non c’è Paese in cui tu possa stare tranquillo: se non c’è la guerra, c’è la fame; se non c’è la fame, c’è la sete; se non c’è la sete, ci sono le malattie. Da dove arrivano? Com’è possibile che un Paese così ricco non riesca a svilupparsi? Quali sono le politiche che sono state attuate per un’indipendenza economica, politica, sociale? Come si fa a non essere liberi di sfruttare le proprie risorse per sollevare il tenore di vita del proprio Paese? È il mondo intero che deve farsi queste domande, non solo l’Africa. La mia terra non ha diritto di veto! Non abbiamo che occhi per piangere perché subiamo solo e siamo sottomessi a decisioni di cui non abbiamo preso parte. Cosa abbiamo fatto per meritare questo? Quante persone sono emigrate? Milioni di persone. E quali sono stati i ricavi? Tutte le risorse, dove vanno? I diamanti, il petrolio, l’oro e gli altri minerali! Abbiamo terre coltivabili e acqua potabile, perché non la sfruttiamo? In Italia ci sono macchine che possono coltivare anche in zone misere. Chi finanzia le guerre e chi vende le armi in Africa? Le malattie da dove arrivano? L’Ebola, è risorta, era stata combattuta 30 anni fa! Gli africani continuano a morire, gli occidentali tornano a casa loro e ritornano in forze.” Ha un sacco di domande per la testa, me le sputa fuori come se si stesse liberando di un male che gli rode dentro. Conclude con la speranza in un futuro migliore e un appello a chi lo leggerà: “Se qualcuno avesse in mente che gli africani non fanno niente per risollevare questa loro situazione, sappia che non ha capito niente. Ci sono africani che riflettono molto, ma mancano loro i mezzi per poter realizzare i propri progetti. Non ci sono fondi, non si riescono a concretizzare le idee. Anche io vorrei tornare, dopo aver compiuto un’esperienza professionale in giro per l’Europa. Vorrei creare un’attività per dare posti di lavoro nel sociale. Io sono sicuro di una cosa: il fatto di aver vissuto nella paura, di essere sempre dominati dall’estero ci ha fatto male, ma oggi gli sforzi confluiscono per cambiare le cose. Fortunatamente siamo ancora liberi di riflettere, di prendere in mano i nostri problemi: il cambiamento non deve partire da un altro, ma da noi stessi. Non c’è una prova per giustificare quello che sto dicendo, ma il tempo ci dirà da che parte stiamo andando. Noi abbiamo una storia da scrivere e deve essere più positiva per l’Africa”.

Sono le 18, il sole è ancora alto, me ne vado come un pugile suonato. Ho perso il match. L’Africa forse, ancora no…

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