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Chiesa e unioni civili

Alla Festa del cinema di Roma del 21 ottobre scorso è stato presentato il documentario Francesco, del regista russo Evgeny Afineevsky, contenente un’intervista realizzata nel maggio 2019, in cui papa Bergoglio parla delle unioni civili fra omosessuali.

Sono diverse le traduzioni pubblicate di quelle frasi dette in lingua spagnola. Si va da: “Le persone omosessuali hanno diritto a stare in una famiglia” a: “Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia”. Differenze minime, che però hanno dato il la a letture diverse. Un conto sono i commenti sui diritti a restare nelle famiglie di origine senza la paura di esserne esclusi, come è stato scritto, un altro sono le prese di posizione sulle unioni civili fra omosessuali.
In verità, le frasi che seguono sembrerebbero togliere ogni dubbio che si tratti della seconda chiave di lettura: “Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente”.

Comunque sia, le parole del papa hanno scatenato un putiferio. Non si capisce, da lontano, quanto questa uscita del video, a distanza di oltre un anno dal girato, sia stata voluta.
In un clima vaticano avvelenato da scandali e intrighi finanziari, si fatica ormai a capire se la narrazione ecclesiale sia quella che avviene sul palcoscenico, oppure dietro le quinte.
In ogni caso, è stata l’ennesima occasione per un’ondata di critiche al pontefice, tanto che anche alcuni che ne hanno preso le difese si sono affrettati a dire che nulla cambia nella dottrina sulla sessualità e sul matrimonio, da non confondere con le unioni civili.

La dottrina e la sua immutabilità resta il crinale sul quale si continua a misurare il dentro e fuori un’ortodossia, nonostante la pastoralità, il concilio e tanta teologia sulla storicità della stessa parola biblica. Ora anche per il papa in persona, con la conseguenza, forse non del tutto calcolata,  che così si mette inesorabilmente a tema – da destra – lo stesso principio d’infallibilità (il papa sbaglia). Quasi un testacoda sorprendente da chi afferma il criterio indiscutibile dell’autorità gerarchica dentro la Chiesa, con la prospettiva di un varco le cui conseguenze potrebbero essere indesiderate, specie se si pensa alla provenienza dell’innesco.

Prendendo congedo dal piano tattico ed entrando nel senso delle parole di papa Francesco, se non hanno certo la forza di un cambio di paradigma, è tuttavia sensata l’opinione di chi, come il teologo Andrea Grillo su Munera (23 ottobre), vi vede un passaggio epocale. Non solo perché, è stato scritto, è la prima volta che un pontefice si pronuncia a favore di una copertura legale per le relazioni omosex. Per capire il perché occorre partire da lontano.

Sui temi dell’identità sessuale, famiglia e matrimonio – scrive il teologo che insegna a Roma e a Padova – l’astrazione di una “competenza ecclesiale” e di una “civile”, è un’invenzione del novecento che si solidifica con il Codice di Diritto Canonico del 1917. È il tentativo antimodernista (ma con strumenti rigorosamente moderni), di risolvere un “conflitto di competenze” sulle domande fondamentali: chi decide della generazione, Dio o l’uomo? Una domanda “troppo drastica” che ha finito per produrre risposte altrettanto drastiche, sia sul versante ecclesiale che in quello civile.

Da qui l’immaginario diffuso di una sorta di “rivincita” contro la “breccia di Porta Pia”, che avrebbe illuso la Chiesa a ritagliarsi un ambito di autorità (famiglia, matrimonio, figli), su cui dichiararsi competente in ultima istanza: una riserva di temporalità. Ne ha scritto anche Daniele Menozzi nel suo Chiesa e diritti umani, 2012, con la distinzione fra ‘diritti dell’uomo’, maturati lungo la direttrice storico-secolare-illuminista e ‘diritti della persona’, di cui custode è la Chiesa.

Andrebbe letta nella chiave di ‘conflitto di competenze’ anche la stagione italiana delle leggi su divorzio e interruzione volontaria di gravidanza, non a caso vissute in terreno ecclesiale come un duplice trauma: se la legge civile ha solo valore pedagogico, non avrebbe dovuto spingersi in quella che è stata subita come un’invasione di campo. Qui trova origine la non negoziabilità di uno spazio che va a definire una dottrina veritativa, che si fa ‘legge oggettiva’.
Questa tendenza a ‘giuridicizzare’ le questioni, specie in terreno morale, porta alla progressiva definizione di una tradizione da difendere contro ogni intrusione o attacco. Non a caso il tema della ‘laicità’ resta ancora non pienamente digerito nella Chiesa. Se poi la messa in discussione viene ad intra, si può capire lo sconcerto. È quello che sta avvenendo con il pontificato di Bergoglio, in continuità con il Vaticano II: l’approccio definitorio-giuridico-dottrinale, è spiazzato, aggirato, da quello pastorale della misericordia, tenerezza e fraternità.

In Amoris Laetitia del 2016, l’esortazione dopo i due sinodi sulla famiglia del 2014 e 2015, papa Francesco dice: “il magistero non deve definire tutto (3); la famiglia è una pluralità di forme viventi e graduali di comunione (301); la conformità alla legge non implica necessariamente la conformità alla volontà di Dio (304)”. Concetto ribadito nella sua ultima enciclica: “il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace” (74).

Se si aggiungono le immagini del poliedro da preferire all’omogeneità e compattezza della sfera e la superiorità del tempo, generare processi, sugli spazi da occupare (Evangelii Gaudium), prende forma un magistero che, per quanto non sistematico e tutto giocato sulla non (voluta?) definizione, ha la consistenza di un pensiero di indubbia portata teologica, per quanto in itinere. Disegno che, con il magistero sociale dell’ultima enciclica, chiede, propone e invoca, un cambio di mentalità, di rotta, di senso di marcia.

Sta qui, forse, il timbro profetico, e a tratti apocalittico, di un appello rivolto all’umanità, dentro e fuori la Chiesa, in cui rientra il recente episodio sulle unioni civili, comprensibilmente interpretato come un passaggio epocale.
In questa fine linearità, va compreso l’annuncio, all’Angelus del 25 ottobre, del concistoro che si terrà il 28 novembre, con la nomina di 13 nuovi cardinali. Basta scorrere i nomi delle nuove porpore, per rendersi conto della volontà che il cammino appena iniziato, non sia solo una parentesi.

CONTRO VERSO
Lo spaccino

I ragazzi osservano gli adulti più che non si creda e notano le loro incoerenze. Come quando parlano dei rischi di giocare con la droga, però poi uno studente spaccia e non succede niente.

Lo spaccino

Hai notato quel biondino?

Qui per tutti è lo spaccino.

Porta il fumo ai suoi compagni

con lauti guadagni.

Sanno tutto gli insegnanti

ma lo trattano coi guanti,

occhi chiusi e labbra strette

che non scattin le manette.

È venuto un genitore

a parlarne al professore

che l’ha detto al dirigente

e a sua volta ad un agente.

C’hanno fatto un bel discorso

che sembrava un predicozzo

e ora so che c’è una legge

e che questa ci protegge.

L’ho imparata, sì, in teoria

come la filosofia

perché poi niente succede:

anche la polizia non vede!

Ma io vedo quel biondino…

Sarà sempre uno spaccino?

 

Tanti insegnanti e operatori sono restii a segnalare un adolescente che cammina sul filo perché temono di farlo cadere. Nel caso da cui prende spunto la filastrocca, perfino la polizia municipale sapeva e non lo diceva a nessuno. Provo ogni volta a spiegare che la giustizia penale minorile è fortemente rieducativa e attenta alle persone, che il carcere è davvero l’ultima, ultimissima soluzione, e che le stesse opportunità non si danno ai maggiorenni, per cui un ragazzo che cammina sul filo se cade da minorenne trova una rete di protezione che a 18 anni e un giorno non avrà.

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CONTRO VERSO
Il figlio allungabile

Dare ragione a ciascun genitore a turno è una strategia che tanti bambini sviluppano quando i genitori sono divisi e in aspro conflitto tra loro.

Il figlio allungabile

Sono un figlio molto abile,
sono allungabile.
Coi dispetti che mastico
son diventato elastico
e quando mi sposto
dalla mamma al papà
io non mi riconosco.
A ognuno mostro metà
del loro figlio conteso.
Ma dico, per chi mi avete preso,
per un Cicciobello?
E sul più bello
comprendo il fattaccio:
i genitori, quando si separano,
gli dai un dito e si prendono un braccio.

Il compiacimento riduce il conflitto. In questo modo i bambini si modellano sul genitore che li guarda in quel momento, per poi trasformarsi nel passaggio dall’altro. Il prezzo per questi piccoli Zelig è evidente: non riuscire a sviluppare una propria personalità, non sapere più qual è la propria posizione di fronte a un bivio qualsiasi.

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CONTRO VERSO
Bambini contesi

Coppie in guerra quando la relazione finisce. Genitori che si umiliano e si squalificano per ogni cosa, coinvolgendo inevitabilmente i figli.

Filastrocca dei Bambini Contesi 

Ho sfoderato un sorriso
e se lo sono diviso.
Ho teso a entrambi una mano.
Mamma a papà: Sta’ lontano.
Ho tentato un ritornello.
Papà alla mamma: Al fornello!
Almeno lei, Vostro Onore,
mi ascolti per favore.
Ho pezzi di memoria
sbriciolati sul tappeto,
babbo con la sua boria
mamma col suo divieto
li pestano e li strapazzano
in men che non si dica
e io, sempre più piccolo,
mi sento una formica.

La legge prevede che, in caso di divisione della coppia, gli eventuali figli minorenni che abbiano compiuto almeno i 12 anni vengano ascoltati dal giudice. Per i bambini può essere un momento molto importante per far sentire la loro voce, muovendo dalla scomoda posizione di chi vede papà e mamma litigare continuamente.

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CONTRO VERSO
Filastrocca delle frazioni

La pretesa di una divisione matematica del tempo del bambino, al 50% tra la mamma e il papà, è spesso una forzatura che accontenta, forse, gli adulti, ma confonde i figli e irrigidisce le relazioni.

Filastrocca delle frazioni

Ho un piede con il babbo
un altro da mammà.
Mi sveglio e mi domando:
“Perché mi trovo qua?”
La maglia dalla mamma,
dal babbo i pantaloni
con me ci puoi illustrare
per bene le frazioni.
Con mamma storia e atletica
con babbo geometria
frequento l’aritmetica
e la ragioneria
di genitori inquieti,
costantemente persi,
che no, non si perdonano
di essere diversi.
Che più non si ricordano
quando si sono amati
e forse manco sanno
perché si son lasciati.
Che poi, siamo sinceri,
lasciati non sono.
Né divisi né interi
finché non c’è il perdono.

In una famiglia unita, in una condizione di convivenza, è del tutto normale che un figlio si avvicini di più alla madre o di più al padre in periodi diversi della crescita, o per aspetti differenti nel medesimo periodo. È quello che succede quando si tiene conto delle relazioni con una certa naturalezza.
Al momento della separazione sembra che questo sia improvvisamente inaccettabile. Mamma e papà vanno dal giudice col cronometro in mano. Chi resta incastrato, evidentemente, è il figlio. 

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MEMORIA
La Ferrara del dopoguerra. Ricordo di Luciana Masini: un impegno appassionato sui fronti famiglia, divorzio, prostituzione

di Daniele Lugli

Ho appreso purtroppo con grande ritardo della morte di Luciana Masini, avvenuta il 1° settembre 2016,  giorno del mio compleanno. Da anni mi ripromettevo di andare a trovarla e riprendere una conversazione sui suoi anni giovanili. Mi rammarico molto di non averlo fatto. Oltre al suo lungo e ben conosciuto impegno in un sindacato, che a Ferrara aveva contribuito a fondare (Uil, ndr), è stata precorritrice di movimenti per i diritti civili e di emancipazione della donna, con impegno su temi che non hanno perso di attualità.
Ricordo in particolare la presidenza, nel 1946 quando era solo ventiduenne, del Movimento per il divorzio, promosso su stimolo di Silvano Balboni, maggiore di due anni di lei. Tre incontri sul tema si sono tenuti al Centro di Orientamento sociale (Cos) di Ferrara nel novembre di quell’anno:

12 novembre: Il divorzio: pro e contro. Si è costituito a Ferrara un movimento a favore. Luciana Masini ne illustra le finalità. Il dibattito si fa subito appassionato. Ci sono interventi da parte dei professori Buda, Savino, Modestino. La discussione viene aggiornata.

19 novembre: Prosegue la discussione sul divorzio, con l’intervento dell’avvocato Lina Sotgiu.

26 novembre: Terza riunione sul divorzio.

Non c’è bisogno di sottolineare come questo dibattito al Cos abbia anticipato di decenni la legge sul divorzio del 1970, l’esito referendario del 1974 e l’aggiornamento del diritto di famiglia (1975). Quest’ultimo dopo quarant’anni necessiterebbe di essere rivisitato, come pronunce europee ammoniscono, non sempre accolte con la necessaria lungimiranza.
Un dibattito, quello ferrarese, che risalta ancor più se confrontato con le contorsioni che caratterizzavano il dibattito all’Assemblea Costituente, dove il confronto si ridusse al dichiarare o meno indissolubile il matrimonio, atto fondante la società naturale detta famiglia. Il 30 ottobre, poco prima dunque del dibattito al Cos di Ferrara, nella competente Sottocommissione Dossetti sull’indissolubilità disse chiaramente: “Per il mio partito, quello che si sta dibattendo è il problema fondamentale di tutta la Costituzione. Indubbiamente vi sono anche altre parti della Costituzione che ad esso stanno a cuore, ma questa assume un’importanza assolutamente eccezionale”. La stessa posizione venne sostenuta e argomentata nel dibattito ferrarese dal professor Pasquale Modestino.
Infine, il 23 aprile del 1947, venne messa in votazione la formulazione “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio indissolubile”.Su 384 votanti (maggioranza 192), i voti favorevoli a mantenere l’aggettivo furono 191, quelli contrari 193. L’indissolubilità non è quindi mai stata un vincolo costituzionale.

Luciana Masini

Silvano Balboni chiese a Luciana Masini di condurre anche un’inchiesta sulla condizione delle prostitute nei numerosi bordelli ferraresi, da pubblicare sul settimanale della federazione della Uil di Ferrara, ‘L’idea socialista’. “Non me la sono sentita – mi ha detto la Masini – ero tanto giovane”.
Era un tema caro a Balboni, che teneva la segreteria e curava l’organizzazione dei convegni promossi da Aldo Capitini in ambito religioso. In essi la questione era affiorata, già nel primo Convegno sul problema religioso moderno (Perugia, 8-10 ottobre 1946). Con un’ampia e variegata partecipazione, si erano affrontati vari temi, da approfondire in successivi incontri, e si era concluso con l’approvazione di vari ordini del giorno. A proposito della prostituzione, nella lettera inviata dal Convegno ai deputati alla Costituente si chiedeva un impegno per la sua soppressione, denunciando anche la situazione di limitazione dei diritti delle prostitute. Anche a conclusione del secondo convegno di Bologna (3-5 gennaio 1947) vennero votati vari ordini del giorno, tra i quali uno proprio sulla prostituzione: “Chiede che lo Stato si impegni a uscire dall’attuale immorale e contraddittoria situazione (per cui da un lato le prostitute vengono burocraticamente regolamentate e dall’altro si toglie loro il diritto di voto come a delle delinquenti) adottando quei provvedimenti sociali necessari a sopprimere integralmente la prostituzione”. Nel terzo Convegno di Milano (10-12 aprile 1947), si annunciò poi la promozione di “gruppi femminili per la rieducazione della donna e per la lotta immediata contro la prostituzione”.

Un’eco del tema prostituzione si avvertiva nella presentazione del Movimento pro divorzio della Masini, come risulta da ‘L’idea socialista’. “Perché disapprovare il divorzio e approvare la separazione senza pensare alle situazioni che da quest’ultima derivano?” Così dice la presidente del Movimento pro Divorzio, Luciana Masini, aprendo la seduta del Cos. Se la separazione avviene per consenso di entrambi i coniugi, in un’eventuale causa per adulterio la pena prevista per questo reato viene diminuita; se la separazione avviene per colpa di uno dei coniugi, se il colpevole è l’uomo vigono ancora gli articoli del codice penale contro l’adulterio, se la colpevole è la donna, l’uomo ha il diritto di convivere con un’altra donna, pur essendogli riservato il diritto di trascinare in tribunale la moglie se pure essa si permette di vivere coniugalmente con altra persona. Possiamo chiamare morale o anche solo giuridicamente equa questa situazione? La signorina Masini risponde decisamente no e dopo aver accennato alla particolarmente grave situazione del dopoguerra espone i punti programmatici del movimento che si compendiano nella richiesta del divorzio come soluzione di critiche situazioni familiari, come coadiutore della lotta contro la prostituzione, come coefficiente importante per la sparizione del fenomeno dei bambini esposti e per la diminuzione di quello delle misere madri nubili….”

La prima proposta in tema di prostituzione dell’onorevole Lina Merlin sarà dell’agosto del 1948. Dieci anni dopo l’iniziativa avrà successo.

Famiglia monogenitoriale, bigenitore o binucleare?

Di Cecilia Sorpilli

La costante evoluzione in atto nel rapporto uomo-donna crea le premesse per nuove formule familiari che si sviluppano e affermano nel moderno tessuto sociale. Cecilia Sorpilli ci fa il punto della situazione

Nell’epoca della modernità liquida, come la definisce Zygmunt Bauman, dove tutto si dissolve in una sorta di liquidità, anche i legami familiari si sciolgono facilmente e rapidamente. Convivenze che finiscono da un giorno all’altro, separazioni e divorzi in costante aumento sono il terreno su cui nascono e crescono le cosiddette famiglie monogenitoriali.
Oggi infatti, nella maggior parte dei casi, la famiglia con un solo genitore nasce da una separazione o un divorzio o, dove è possibile, da un’adozione di un bambino da parte di un single o una single.
Spesso i genitori soli sono donne, questo perché, in caso di separazione o divorzio, i figli solitamente vengono affidati alle madri. Diversamente da quanto accade nelle famiglie in cui la coppia è unita, nelle famiglie in cui la madre è sola con i figli si assommano due compiti per la donna: accudire i figli e mantenerli economicamente. Le madri sole sentono di dover rispondere ad un’alta aspettativa sociale che impone loro di ricoprire sia un ruolo materno che paterno e questo, talvolta, genera in loro vissuti di inadeguatezza, ansia, depressione che possono inficiare le loro competenze genitoriali. Molte donne separate però si dicono soddisfatte della loro capacità di affrontare un carico di responsabilità così gravoso, sono contente del rapporto che riescono ad instaurare con i figli e soprattutto si mostrano fiere di riuscire a mandare avanti la famiglia solo con le proprie forze. Molte donne attribuiscono alla separazione un significato di autonomia e libertà che non avevano mai potuto sperimentare prima della rottura della coppia coniugale.
Quando l’unione della coppia si rompe e il figlio rimane a vivere con la madre sola, risente anch’esso delle difficoltà che emergono. Spesso il figlio sperimenta un repentino cambio del suo stile di vita e questo può comportare il possibile insorgere di problematiche psicologiche e comportamentali che rischiano di segnare la carriera scolastica. La presenza di fratelli o sorelle può essere un fattore positivo perché permette ai figli di sfogarsi emotivamente e di condividere i propri sentimenti e i propri vissuti di sofferenza durante la separazione dei genitori. Se però la differenza di età tra i fratelli è elevata può accadere che i fratelli minori si appoggino al fratello maggiore considerandolo quasi come un sostituto del genitore che, in quel momento a causa della separazione, appare distante fisicamente e/o emotivamente.
A volte capita che, per ragioni economiche, il genitore affidatario decida di tornare ad abitare con la propria famiglia, dando origine al fenomeno della ri-coabitazione. La famiglia di origine pur essendo una risorsa fondamentale può divenire una limitazione sia per l’autonomia del genitore, che corre il rischio di regredire allo status di figlio/a perdendo così autorevolezza nei confronti della propria prole, sia per i nonni che si trovano per molte ore al giorno a doversi assumere la responsabilità educativa dei nipoti. I figli, allo stesso tempo, rischiano di trovarsi disorientati di fronte a ruoli educativi che diventano ambigui e davanti alla progressiva perdita di autorevolezza del proprio genitore.
Negli ultimi anni sono in aumento gli affidamenti dei figli ai padri. I padri che scelgono, e quindi lottano per ottenere l’affidamento dei figli, in genere appaiono più sereni rispetto alle madri sole e riescono a sfruttare meglio le risorse della rete parentale per l’accudimento dei figli. Anche i padri però che da soli debbono occuparsi dei figli incontrano le stesse criticità incontrate dalle madri sole; difficoltà nel posto di lavoro, poca disponibilità di tempo, limitazioni nella vita sociale. Inoltre i padri affidatari sono privi di modelli e percorsi di sola paternità per l’educazione dei figli e quindi è importante fornire loro un supporto pedagogico per aiutarli ad affrontare compiti nuovi per la storia personale e sociale della formazione paterna. Vanna Iori, Professore Ordinario di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, afferma che “Le pratiche educative messe in atto dai padri soli dimostrano che è possibile travalicare gli steccati che dividono le vecchie aspettative nei comportamenti di genere, che la contaminazione non è affatto lesiva dell’identità di genere, che la tenerezza e la cura possono essere espresse anche come virtù maschili”.
In Italia, rispetto ad altri paesi, i rapporti tra padri e figli continuano a perdurare anche dopo la separazione. Questo è un elemento molto importante perché da varie ricerche è emerso che i maggiori danni psicologici per i figli che vivono la separazione dei genitori siano dati sia dal livello di conflitto tra gli ex coniugi, che dall’impossibilità di continuare la relazione con il genitore non affidatario. Per questo motivo è necessario garantire ai figli, per il loro benessere psicologico, la possibilità di continuare la relazione con il genitore non convivente, dando così al ragazzo o bambino la possibilità di mantenere “rapporti validi e continuativi” con entrambi i genitori secondo il principio della cogenitorialità o bigenitorialità. Per tutelare la relazione dei figli con il genitore non affidatario la Legge 54 del 2006 ha stabilito che in via prioritaria i figli devono essere affidati a entrambi i genitori, i quali esercitano congiuntamente la potestà genitoriale (affidamento condiviso). Anna Laura Zanatta, docente di Sociologia della famiglia presso l’Università di Roma La Sapienza, apre un interrogativo: è giusto continuare a chiamare questi nuclei familiari “monogenitoriali” quando i figli mantengono le relazioni con entrambi i genitori? La docente infatti sostiene che “L’affermazione del principio della bigenitorialità mette in evidenza il problema di individuazione dei confini familiari: se dopo la rottura coniugale entrambi i genitori mantengono rapporti validi e continuativi con i figli, è improprio continuare a parlare di famiglia con un solo genitore e diventa più corretto usare il termine famiglia bigenitore o binucleare.”

Quel che sapeva Maisie, o la separazione vista con gli occhi dell’infanzia

Bello questo Henry James riletto in chiave contemporanea. Nel 1897, lo scrittore statunitense, nel romanzo Che cosa sapeva Maisie, ritraeva una coppia di genitori irresponsabili in fase di divorzio, vista con gli occhi della loro figlia sensibile e dolce, nel periodo tra la sua prima infanzia e la precoce (e forzata) maturità. Una condanna verso quegli adulti che trascurano i propri doveri nei confronti dei figli.

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la locandina del film

Delicato e sincero, Quel che sapeva Maisie è uno di quei piccoli ma piacevoli film, davvero meritevoli: la storia, abbastanza comune, di una moderna famiglia disfunzionale, in una New York contemporanea, frenetica e forse un po’ apatica.
Julianne Moore è Susanna, una rockstar distratta poco equilibrata, emotiva, nevrotica-isterica, inaffidabile, manipolatrice ed egocentrica che, tra le varie cose, cerca anche di amare sua figlia Maisie (Onata Aprile), bimbetta di sei anni, carina, docile, spontanea, simpatica e bravissima. Steve Coogan è Beale, marito di Susanna e padre di Maisie, sempre in giro per il mondo, superficiale, sorridente e scanzonato dongiovanni, davvero poco presente.

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una scena del film, con la nuova compagna del papà

Tra Susanna e Beale tutto va male: vanno in scena grida, litigate e nuovi giovani compagni che portano al divorzio e ad accese battaglie in tribunale dove la piccola Maisie è sballottata a destra e a sinistra. I nuovi giovani rispettivi compagni della coppia separata sono, per Beale, la dolce e bionda tata Margot (Joanna Vanderham), per Susanna, il bel Lincoln (Alexander Skarsgård), per la bambina quasi un gigante buono (e bello), protettivo e complice. Due giovani che diventeranno il faro amico di una bambina tenerissima.

Scenate, ripicche, promesse e appuntamenti mancati sono visti con lo sguardo della piccola, che non giudica, con il suo sguardo dolce e taciturno, e con una telecamera che spesso si muove alla sua altezza.

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una scena del film, il nuovo compagno della mamma

Come capita ai bambini, Maisie a volte sembra non notare le urla e capire cosa succede intorno a lei, tutta presa a ritirare con gioia una pizza o a giocare. Anche se, dentro di sé, ne coglie il significato profondo. Vorrebbe solo un po’ di pace e un’affettuosa e semplice quotidiana routine, senza ricatti e strattoni.
Il film, appena uscito al cinema in Italia, è da vedere, quasi un insegnamento, perché rappresenta tutto quello che un genitore non dovrebbe fare: parlare male dell’altro genitore con il proprio figlio, suggerirgli parole da riferire davanti a un giudice, dimenticarsi di andare a prenderlo a scuola o dagli amici, affidarlo a un altro adulto senza neanche sapere bene chi è, considerandolo quasi un “pacco postale”…

 

maisie
la piccola protagonista, Onata Aprile

Maisie è gracile ma dotata di occhi grandi per scrutare il mondo, capace di assorbire il dolore di quel vortice familiare nel suo piccolo corpo e cuore di bambina. Maisie è educata, delicata, ma anche forte, volitiva e indipendente, pur nella sua tenera età e, proprio nonostante questo, più matura di due adulti interessati solo a farsi dispetti reciproci, contendendosi una creatura innocente malamente e inutilmente. E portandosi tanto rancore. Quasi un moderno Kramer contro Kramer, ma dal finale diverso.
Alla ricerca di un punto di riferimento, la bimba lo troverà in se stessa e nella sua volontà di vedere ed esplorare il mare. Scoprendo, da sola, cos’è la felicità.

Quel che sapeva Maisie, regia di Scott McGehee, David Siegel; con Julianne Moore, Alexander Skarsgård, Onata Aprile, Joanna Vanderham, Steve Coogan, Emma Holzer, Diana Garcia, Stephen Mailer, Samantha Buck, Joel Garland, Trevor Long, James Colby, Gil O’Brien, Mario Moise Fontaine, Kevin Cannon, Owen Shipman, Zachary Unger, Robert C. Kirk, Malachi Weir – USA 2013, 93 mn

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