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TERZO TEMPO
Mo Farah racconta la verità sul suo passato

Stasera andrà in onda sulla BBC un documentario in cui Mo Farah, il più vincente maratoneta e mezzofondista britannico, racconta la verità sul suo arrivo nel Regno Unito dall’Africa. Il 39enne inglese fa quindi chiarezza sulla sua infanzia e sulla sua adolescenza, smentendo quelle ricostruzioni dei fatti che lui stesso aveva raccontato, sia alla stampa che alle persone a lui care.

Secondo tali ricostruzioni, nel 1991 i genitori di Farah lo avrebbero mandato in Inghilterra per garantirgli un futuro migliore. La verità è che non furono i suoi genitori a decidere: suo padre fu ucciso durante la guerra civile somala quando Farah aveva all’incirca 8 anni, e di lì a breve la famiglia si divise. Una volta raggiunto il Gibuti assieme a sua mamma e ai suoi fratelli, Farah fu avvicinato da una donna con la quale non aveva alcun rapporto di parentela e che non aveva mai visto prima.

Quest’ultima gli promise di portarlo a vivere da dei parenti in Europa, ma in realtà lo introdusse illegalmente in Inghilterra dandogli una nuova identità: non più Hussein Abdi Kahin – che è quindi il suo vero nome – bensì Mohamed Muktar Jama Farah, dati anagrafici peraltro rubati a un altro bambino. Nel documentario Farah racconta di aver lavorato più o meno come domestico in casa di una coppia di Londra per qualche anno, finché, con l’inizio della scuola, le cose iniziarono a cambiare.

Stando alle parole della sua tutor Sarah Rennie, il 12enne Mo Farah che si presentò al Feltham Community College aveva una scarsa conoscenza della lingua inglese ed era piuttosto disorientato. Fu quindi accolto e seguito con particolare attenzione dal corpo docente, specialmente dall’insegnante di educazione fisica, il quale fece in modo che lo stesso Farah fosse affidato a una famiglia di origine somala residente a Londra.

Ciò che accadde dopo l’inserimento scolastico è storia: sei titoli mondiali nei 5000 e nei 10.000 metri piani, le medaglie d’oro a Londra 2012 e a Rio 2016, record europei e mondiali nelle suddette specialità e le onorificenze ricevute dai reali britannici. Adesso, grazie a questo documentario, Mo Farah dice di essersi tolto un gran peso dallo stomaco e di averlo fatto soprattutto per i suoi figli; inoltre, spera che il suo racconto possa essere d’ispirazione e di conforto per le persone che hanno vissuto la sua stessa esperienza.

La metamorfosi dei Wilco,
vent’anni fa

Faccio un po’ fatica a fidarmi di quella storiella secondo cui diamo il meglio di noi in mezzo alle avversità. A ben guardare, gli ingredienti sono gli stessi di altri luoghi comuni o slogan motivazionali: bias cognitivo, retorica dal sapore confortante e un piccolo fondo di verità, il quale andrebbe soppesato e contestualizzato con molta cautela.

Tuttavia, uno degli album indie-rock a me più cari, nonché uno dei più apprezzati e influenti degli anni ‘10, è il frutto di innumerevoli avversità: dal licenziamento di due membri della band alla vicenda legale che ne allungò i tempi di uscita, passando per le emicranie del leader Jeff Tweedy. La band in questione sono i Wilco, l’album è invece il chiacchieratissimo Yankee Hotel Foxtrot, pubblicato esattamente vent’anni fa.

Le difficoltà del quintetto di Chicago sono ben visibili in un documentario diretto dal regista e fotografo Sam Jones [Qui], il cui l’utilizzo del bianco e nero aggiunge drammaticità all’estenuante battaglia legale con la casa discografica Reprise e al conseguente slittamento della data di uscita del disco. Tra l’altro, l’ex giornalista di Billboard Chris Morris ha definito quel documentario “uno dei migliori film sull’inevitabile scontro fra arte e mercato”.

Sta di fatto che Yankee Hotel Foxtrot è un album stralunato e difficilmente inquadrabile. Sin dai primi secondi di I Am Trying To Break Your Heart, l’intento di Jeff Tweedy è piuttosto chiaro: il già atipico country-folk dei Wilco viene destrutturato e spogliato di qualsiasi cliché, e ciò che ne resta si fonde a più riprese con il prog-rock, il gospel e un po’ di musica ambient.
Tra interferenze dissonanti e voci soffuse, il senso di smarrimento è dietro l’angolo, specialmente al primo ascolto: lo stesso smarrimento che devono aver provato i Wilco nel realizzare, e poi pubblicare, quei benedetti 52 minuti di musica.

Quindi, l’esperienza dei Wilco conferma che c’è bisogno di un ostacolo, di un antagonista o di un dramma per eccellere? Può darsi, ma non facciamoci prendere la mano. Nel caso di Yankee Hotel Foxtrot è andata più o meno così; d’altronde, in War On War è lo stesso Jeff Tweedy a ripetere, quasi come se fosse un mantra, le seguenti parole.

“You have to lose
You have to learn how to die
If you want to be alive”

GAD: LA LA DIFFERENZA TRA MEDIA E REALTA’
Il video-documentario di Occhio ai Media

da: Ufficio stampa Occhio ai Media – Ferrara

L’idea del progetto nasce in seguito alla nostra partecipazione alla 18esima edizione del Festival dei Diritti di Ferrara, per cui il 29 dicembre 2020 abbiamo tenuto l’evento “GAD tra Media e Realtà”.
Abbiamo ritenuto necessario approfondire la tematica creando un vero e proprio documentario sul quartiere, con l’obiettivo di incoraggiare una riflessione e un dibattito su questa realtà cittadina, oggetto negli ultimi anni di un importante spessore politico e mediatico.

L’evento si terrà in diretta streaming sabato 20 marzo 2021 alle ore 17:00 sulle pagine ufficiali di Occhio ai Media Facebook e YouTube:

Facebook |  www.facebook.com/106594666044197/posts/3799319950104965/

YouTube |  www.youtube.com/watch?v=J6S_QEedoCQ

Dopo il documentario, sempre in diretta, di terrà un dibattito con tre ospiti:
Alfredo Alietti | Docente di Sociologia Generale e Sociologia Urbana e del Territorio
Luca Lanzoni | Architetto ed esperto in Pianificazione Urbanistica e Sicurezza Urbana
Selma Boukaid | Attivista sociale

Vi lasciamo il link per guardare il teaser del filmato: [Vedi qui]

Cittadini del Mondo – Ferrara

Handicap e migrazione: incontro di diversità

di Roberta Trucco

Nero e voce fuori campo. “Io sono Benito della comunità 24 luglio”.
Inizia così il bellissimo e intenso documentario ‘I Migrati’ della ‘Comunità 24 luglio handicappati e non’ con la regia di Francesco Paolucci.
Poi, sullo sfondo, la spiaggia e Benito con i suoi amici. “La nostra comunità – prosegue – si chiama 24 luglio perché il 24 luglio di quasi 40 anni fa abbiamo fatto la nostra prima vacanza al mare ed è proprio al mare che io e i miei amici, Giovanni, Barbara e Gian Luca abbiamo deciso di tornare per cominciare il nostro viaggio”.
Calzoni tirati su e i piedi che entrano nell’acqua: “Vogliamo raccontare le storie di chi dal mare arriva nel nostro paese, un viaggio nei piccoli borghi del centro Italia nelle comunità dove i Migranti vengono accolti in attesa di capire cosa sarà delle loro vite”.
Il mare, nell’immaginario collettivo il confine naturale tra le popolazioni, diventa protagonista dell’incontro tra due mondi, quello dei portatori di handicap e quello dei migranti.
Due marginalità che mostrano la forza delle storie personali, ma anche e soprattutto la forza insita in quelle che troppo spesso consideriamo delle fragilità.
“Siamo sicuri che ciò che noi definiamo fragilità siano solo debolezze?” questa la domanda che mi pone Francesco Paolucci alla fine della nostra intervista telefonica. Ed è proprio questa la consapevolezza di fondo maturata in 40 anni dalla Comunità 24 luglio: le fragilità sono e possono essere dei punti di forza impensati per tutti, una risorsa per la società intera.

La Comunità 24 luglio è nata nel 1980 sulla spinta di una iniziativa di sostegno ai disabili da parte di un gruppo di giovani scout dell’Aquila e di giovani studenti universitari. Dunque non un’associazione nata da famiglie per autotutela ma da persone che erano felici di stare insieme.
Oggi è diventata un’associazione di volontariato, un’importante realtà del territorio che raccoglie circa 60 volontari attivi e 130 associati: è “un punto di riferimento per molti di noi, sia disabili, sia volontari, sia famiglie” dice Gaspare Ferella, presidente dell’associazione. “Siamo alla quarta generazione; i volontari sono anche ragazzi del servizio civile, studenti universitari che ci raggiungono grazie al passaparola e per conoscenza. Posso dire che siamo anche una discreta agenzia matrimoniale – scherza Ferella – perché spesso all’interno della nostra associazione si creano delle coppie”. Sembra una battuta lieve ma nasconde forse il segreto della forza di questa realtà: l’amore.
L’Associazione, fortemente radicata sul territorio, collabora con il Comune, le Asl e altre associazioni. E’ una comunità fatta di persone con handicap e non, ma la differenza è nel nome e non nel rapporto, che è sempre paritario: “non c’è un assistito e un’assistente, non c’è un io e un noi, ma c’è il noi fatto di tante storie diverse, di tanti io”, specifica Anna Romano coordinatrice delle attività diurne del centro e della progettazione sociale, compresi progetti, laboratori, formazione.

La filosofia alla base della comunità comprende l’apertura all’esterno e la condivisione delle fatiche quotidiane. Nascono così attività laboratoriali dedicate all’arte e, in questi ultimi anni, al teatro e alla realizzazione di video. Proprio da un’attività laboratoriale di formazione multimediale che prevedeva incontri con giornalisti, reporter, fotografi e video maker è nata l’idea di produrre e girare questo documentario.
Il progetto è stato presentato al bando nazionale 8×1000 della Chiesa Valdese e ha ottenuto il finanziamento. “Abbiamo studiato, ci siamo documentati sulle associazioni che andavamo a incontrare e, una settimana di giugno dello scorso anno, siamo partiti in 12: i 4 protagonisti, un regista, due aiuto registi, un fonico, un cameramen, una segreteria di produzione con aiutante e io come responsabile di produzione”, racconta Anna .
La cifra distintiva de ‘I Migrati’ è la tenerezza dei 4 apprendisti giornalisti, i protagonisti, stupendamente autentici nelle loro domande, con la voglia di imparare e di superare i loro limiti.
E ci riescono!

Benito Marinucci e Barbara Fontanazza i giornalisti, Giovanni Diletti il cameramen, Gianluca Corsi il fotoreporter. Ognuno di loro capace di portare un punto di vista particolare e originale.
“Una tenerezza non cercata”, afferma il regista, che racconta di avere lasciato anche i silenzi densi, la durezza delle domande che a tratti sembrano crude, perché non c’era alcun copione da seguire e le riprese hanno registrato fedelmente gli incontri.
Una tenerezza che si avverte già nel titolo ‘I Migrati’: una scelta forse grammaticalmente non corretta, ma voluta proprio per restare fedeli al registro linguistico dei ragazzi e per testimoniare che non è facile trovare un nome che definisca la situazione di chi scappa dal proprio paese per cercare la pace e cercare la possibilità di costruirsi una vita.
“I nostri ragazzi ogni volta usavano un termine differente, migranti, migrati, immigrati e ci è sembrato giusto scegliere quello meno stereotipato”, racconta Francesco.
Lo spettatore rimane avvinto, per tutta la durata del documentario, dall’autentico desiderio dei giornalisti di conoscere le storie dei migranti che incontrano, “perché forse il loro destino è comune”, come mi fa notare Anna, “ma non le loro storie, che sono tutte diverse”.
E’ autentico il desiderio di Benito e degli altri di trovare una soluzione alla mancanza di documenti dei migranti, autentica la preoccupazione che se trovati per le strade senza documenti verranno rispediti da dove sono venuti, che sono senza un nome, senza una famiglia.
Il giornalista deve sempre partire da domande elementari, chi, dove, quando e perché, e Benito e Barbara partono sempre da lì: il nome, cosa fanno, da dove vengono.

La locandina del documentario

Il documentario è l’esatta cronistoria del viaggio della troupe, tranne l’inizio e la fine in cui il mare ritorna chiudendo il cerchio, unico momento a-temporale del montaggio, fortemente simbolico.
Il primo giorno raggiungono, con un pulmino, il comune di Sarnano nelle Marche, dove incontrano i migranti accolti dall’associazione Acsim (Associazione Centro Servizi Immigrati Marche), che accoglie tutti senza distinzione di provenienza, anche italiani, e opera in una struttura capace di accogliere fino a 160 persone. Il secondo e terzo giorno è la volta di Carunchio in Abruzzo presso il casolare Hope del consorzio Matrix, poi il Comune di Ripalomisani e il comune di Oratino in Molise, realtà in cui i migranti sono accolti dal paese intero, grazie al lavoro dell’associazione Dalla Parte degli Ultimi, e sono inseriti in percorsi di lavoro sia nella pubblica amministrazione sia in aziende private. Il sindaco di Oratino, Luca Fatica, da quando amministra ha fatto richiesta di accogliere 15 ragazzi, tutti hanno il permesso di soggiorno e tutti hanno trovato un lavoro: “se tutti i comuni facessero come noi e accogliessero 8/9 ragazzi, invece che tenerli tutti in un posto unico, credo ci sarebbero le condizioni per una buona integrazione come è avvenuto da noi”. Il quarto giorno si raggiunge Priverno in Lazio dove la responsabile della cooperativa Karibu, Stefania di Ruocco, mostra i migranti che lavorano alla realizzazione di turbanti sgargianti e colorati che servono per una raccolta fondi. Stefania spiega a Benito che i turbanti in Africa servono per coprire il capo dal grande caldo e qui sono pensati per le donne che affrontano la chemioterapia e che perdono i capelli. A Roccagorga, sempre in Lazio, la presidente della cooperativa Karibu, Marie Therese Mukamitsindo sottolinea l’importanza di ricordare alle persone in difficoltà che la debolezza non è uno status ma è momento. Il suo discorso è un’apologia del femminismo: “la donna ha una dignità e non è il sesso debole come spesso la dipingono. Le donne sono forti, specialmente quando sono mamme”.

Il documentario finisce con le riflessioni dei quattro protagonisti che si possono condensare in questa frase: “abbiamo imparato a fare i giornalisti, abbiamo imparato a fare molte domande e abbiamo avuto molte risposte. Abbiamo imparato a parlare con le persone e a capire le loro storie. Storie importanti che spesso non si conoscono bene, che noi stessi prima di questo viaggio non conoscevamo. Ora sappiamo qualcosa in più di quando siamo partiti e abbiamo una certezza: che bisogna continuare a fare domande!”
Il documentario ha avuto un grande successo e i diritti sono stati acquistati per un anno dalla Rai, restano però all’associazione quelli sugli eventi e sulla partecipazione ai Festival. I protagonisti di questo splendido progetto stanno girando l’Italia per presentarlo.
“Qual’è il ricordo più bello di questo viaggio?”
“Il mare” rispondono all’unisono Benito e Giovanni; poi il primo mi dice “porto con me il ricordo del cuoco afgano che ha trovato un lavoro stabile e starà bene per i prossimi novanta anni” e il secondo aggiunge “porto nel cuore il giardiniere, un giovane africano che ha trovato un lavoro e una famiglia che lo ha accolto” .
Basta questo per capire che siamo chiamati tutti a portarne almeno uno nel cuore.

Articolo pubblicato, in spagnolo, sulla rivista trimestrale Iglesia Viva, n° 270/2017, diretto da Teresa Forcades

Fb: comunità 24 luglio; I Migrati – il documentario

Il documentario sulla Rai: CLICCA QUI

LA SFIDA Oltre 146mila chilometri di onde in 137 giorni:
è partito il giro del mondo in solitaria di Gaetano Mura

L’Ocean Racer di Cala Gonone il 15 ottobre è partito da Cagliari per battere il record nella circumnavigazione del globo in solitario, senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40.
Il suo viaggio durerà – questa è la speranza – meno di 137 giorni, cioè quanto ha impiegato il cinese Guo Chuan nel 2013 per completare la stessa impresa con un Class 40, barca a vela di 12 metri.

Farà da “prototipo” per lo studio del fisico e della psiche sottoposti a condizioni estreme, farà da ambasciatore di cibi naturali patrimonio della cultura gastronomica della Sardegna, sarà una centralina vivente che, per quattro mesi in mare aperto, osserverà le condizioni ambientali di mari, oceani e dei loro abitanti, sarà testimonial d’eccellenza per il rilancio della sua regione, ma sarà soprattutto il protagonista di un’avventura al limite delle possibilità umane: battere il record sul giro del mondo in solitario senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40, barca a vela da regata di 12 metri.
L’Ocean Racer sardo, Gaetano Mura, è partito dal porto di Cagliari il 15 ottobre e per oltre 4 mesi cercherà di compiere un’impresa che fino ad oggi è riuscita solo al cinese Guo Chuan, che l’ha portata a termine in 137 giorni.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.
Il “Solo Round the Globe Record” il giro del mondo a vela che si svolgerà sotto l’egida dell’Enit e della Regione Sardegna.
“L’avventura sta per cominciare – ha dichiarato Gaetano Mura – è più di un anno che mi sto preparando. Molti mi paragonano ad un’astronauta che deve affrontare la solitudine dello spazio e le sfide di un viaggio ai limiti. Anche io dovrò affrontare per mesi la solitudine del mare, imprevisti e difficoltà estreme. Ciascuno ha la sua storia e un sogno. Il mio sogno è quello di portare a termine questa avventura in cui credo e metto tutto me stesso”.
Un viaggio che per Mura assomiglia a quello di Ulisse ed è, come ci ha raccontato, “un tuffo dentro se stesso, una via per conoscersi meglio, scoprire limiti e risorse di un “essere umano”.
E se questo non bastasse, c’è un aspetto di “Gaetano fuori dall’acqua” che vogliamo ricordare. Gaetano ha collaborato con il Museo di Arte Moderna di Nuoro assieme a giovani artisti, ha partecipato a festival letterari e culturali con i suoi documentari, si è dedicato ai ragazzi di Cala Gonone, trasferendo loro i primi rudimenti della vela. Dà il suo contributo a Diahiò – il diario della legalità distribuito in tutte le scuole della Sardegna, progetto dedicato al rispetto delle regole promosso dalla Questura di Nuoro. Raccontare l’oceano, il rispetto dell’ambiente e del mare a un pubblico di tutte le età è certamente fra le sue priorità.

La sfida
Il giro del mondo in oltre 4 mesi si snoderà dal Mar Mediterraneo (la partenza ad ottobre è prevista da Cagliari) attraverso l’Oceano Atlantico fino al Capo di Buona Speranza, poi in senso orario attorno all’Antartide, lasciando a sinistra Cape Leeuwin (Australia) e Capo Horn, per ritornare infine nel Mediterraneo. Un percorso di 25.000 miglia nautiche (46.300 chilometri). Buona parte si svilupperà in mari ostili, con condizioni meteo estreme, al limite dei ghiacci antartici. Per gestire una navigazione in solitario ed indipendente verrà utilizzata la tecnica dei “microsonni”, ossia veglie di 2 ore alternate a sonni di 20 minuti. I soli compagni di viaggio di questa traversata saranno gli iceberg, le balene, gli abitanti tutti del mare, le raffiche di vento che possono superare i 100 km orari e le onde fino a 10 metri. L’impresa sarà compiuta a bordo di un Class 40, una barca da regata ‘monotipo’ di 12 metri allestita ad hoc per questa impresa.

La salute prima di tutto, Mura come centralina bio-medica
Gaetano Mura sarà sotto osservazione medica giorno dopo giorno, si tratta infatti di un’occasione unica per studiare le risposte e gli adattamenti di un organismo umano alla prolungata permanenza in condizioni ambientali estreme. La sfida è stata raccolta da un gruppo interdisciplinare di studiosi e ricercatori che fanno capo ai professori Vincenzo Piras, Alberto Concu e Maurizio Porcu, del sistema ospedaliero universitario di Cagliari. Alterazione delle concentrazioni ematiche e di importanti fattori essenziali per il funzionamento del sistema nervoso, della produzione di forza muscolare e della capacità contrattile del cuore, frammentazione del sonno con aumento dei tempi di reazione a stimoli visivi; sistema immunitario sotto stress: questi alcuni dei rischi cui è sottoposto un velista.
“Per controllare lo stato psicofisico di Mura –spiega il team sardo di ricerca – è previsto il monitoraggio in remoto di numerosi indicatori dello stato di funzione dei principali organi. Questo controllo avverrà quotidianamente e regolarmente attraverso sistemi sicuri, non invasivi e di facile applicazione.
Il gruppo di ricerca ha progettato e messo a punto una piattaforma informatica ICT estremamente avanzata, che consentirà, tramite l’acquisizione h24 di segnali trasmessi dai rilevatori indossati da Gaetano Mura, il controllo dell’andamento nel tempo degli indicatori vitali relativi alle funzioni cardiorespiratoria, nervosa centrale, muscolare e metabolica, idrico-salina e urinaria. I principali sistemi bio-medici di controllo e acquisizione dati sono il Remote Cardiac Output Recorder, il Telemetric Brain Tracking e la Photogrammetric Motion Analysis.

Un’ impresa per rilanciare l’immagine della Sardegna e monitorare l’ambiente
L’impresa di Gaetano Mura si inserisce nella strategia di rilancio del turismo sardo. “Sardegna Isola Del Vento” è, infatti, il brand che accompagna il progetto di sostegno agli sport velici di cui il velista sardo è sicuramente uno dei maggiori ambasciatori.
Gli sport del mare, parte consistente dell’offerta del turismo in Sardegna, sono uno straordinario attrattore nel corso di tutto l’anno, così come sono uno straordinario veicolo di promozione gli eventi velici che vedono sardi e la Sardegna protagonisti: attraverso appuntamenti affascinanti e di valore mondiale come la regata in solitaria di Gaetano Mura. L’impresa creerà infatti interesse per l’isola e servirà da piattaforma mediatica per accrescere l’attenzione sulla Sardegna e il suo ritorno d’immagine della Sardegna, in particolare attraverso i canali social e i media più attuali.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.

Il video su Ispra TV, la tv dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
http://tv.isprambiente.it/index.php/2016/07/26/mura-around-the-globe/

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La prima volta di Francesco Guccini

A 50 anni dalla pubblicazione della sua celebre Auschwitz – diventata canzone di formazione di più di una generazione – Francesco Guccini per la prima volta va ad Auschwitz. Guccini viaggerà in treno verso Auschwitz insieme al vescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi e alla classe 2°B della scuola media Salvo d’Acquisto di Gaggio Montano, sull’Appennino bolognese.

Il viaggio comincerà il 10 marzo 2016 da Milano, sul “Treno per la Memoria” che li porterà ad Auschwitz e Birkenau. Il viaggio sarà raccontato in un documentario della Movie Movie prodotto in collaborazione con la Regione.

Sarà un viaggio di pensieri, parole, memorie, domande, racconti, riflessioni sulla tragedia e l’orrore dell’Olocausto e su quanto oggi sia più che mai necessario parlare di memoria, di guerra, di intolleranza, di dialogo, di pace. “Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta, di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento” cantava Guccini in Auschwitz nel 1966.

Il viaggio è organizzato da Cgil-Cisl-Uil Lombardia con l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il film documentario è ideato e diretto da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, prodotto dalla società di produzione Movie Movie di Bologna in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e a oggi col contributo di UnipolSai Assicurazioni, Conad, Piquadro, Bcc-Banca di Credito Cooperativo Dell’Alto Reno.

Dal comunicato stampa dell’ufficio stampa giunta regionale Emilia-Romagna

Per ascoltare il brano “Auschwitz” di Francesco Guccini clicca qui

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Una Russia che non c’è mai stata e un’Italia che non c’è più

Costruito con materiali inediti e recuperati presso l’Home Movies – Archivio nazionale del film di famiglia [vedi], il film documentarioIl Treno va a Mosca” è stata la rivelazione del 31° Torino Film Festival, nel 2013. Sono i filmati 8mm del barbiere comunista Sauro Ravaglia, della romagnola e rossa Alfonsine, a condurci nel passato e nella storia di un paese che aveva energia, curiosità, intelligenza e voglia di vivere. Insieme ai filmati amatoriali di Sauro, vi sono anche quelli degli amici Enzo Pasi e Luigi Pattuelli, girati a partire dagli anni ’50 e anch’essi conservati da Home Movies.

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La locandina

Un’appassionata ricostruzione, uno sguardo unico su un’epoca, un viaggio nello spazio e nel tempo, un ripercorrere una memoria spesso ignota o ignorata. Siamo nel 1957, in un’Italia del dopoguerra che ha voglia di vivere e conoscere. Per il protagonista Sauro, come per molti “compagni” progressisti della sua generazione, è l’anno del Festival della gioventù socialista, unica e irripetibile occasione di visitare la lontana e sognata Mosca. Chi vi ci si reca in treno chi, si dice, pure in bicicletta. Sullo schermo scorrono registrazioni dell’epoca e immagini delle feste dell’Unità delle campagne romagnole, con sullo sfondo l’aria di “Mamma”, di Beniamino Gigli, quell’aria rielaborata da chi credeva nel sogno sovietico con un “Lenin, la tua dottrina si diffonde e vola / Lenin, la tua parola è quella che consola / Il dolce sogno santo / della gran città del sole / che ha vagheggiato ogni cuore / ti realizzasti quaggiù / Lenin, il più gran dono del mondo sei tu”. Lenin come la mamma …! E poi ancora immagini di ragazzi spensierati che, nel lungo viaggio in treno per Mosca, sono solo felici, i sovietici che accolgono i giovani stranieri con slancio e curiosità, tutti che sono amici.

Ma cosa succede se si è partiti per filmare l’utopia e ci si trova di fronte la realtà? Sauro non poteva rivelare la sua disillusione, maturata nel vedere piccole camere con persone ammassate che dormivano per terra (i kommunalki), bus pieni zeppi di lavoratori stipati come animali caricati ogni mattina per andare al lavoro, non poteva ammettere al mondo che in Unione sovietica non era poi tutto così bello e giusto, che vi era grande povertà. Il trauma fu al rientro, quando si disse che alcune cose era meglio non mostrarle. Nessuno era mai andato laggiù e le uniche fonti d’informazione erano l’Unità e le radio in lingua italiana, come Radio Praga. Il mito sovietico fu smantellato solo molti anni dopo, fino ad allora restava.

Per Sauro, come per i suoi amici, quel viaggio diventa, però, un momento di maturazione e di passaggio, di forte consapevolezza che si trasformerà, in seguito, in uno stimolo a continuare a viaggiare, per conoscere e capire il mondo. Cosa che Sauro continuerà a fare, solo con la sua cinepresa. Il film racconta la storia di un’utopia, dall’inizio alla fine, senza per questo rinnegarla, ma riconoscendola e comprendendo che quel mondo era finito, nel 1964, con la morte di Palmiro Togliatti, ai cui funerali Sauro stesso partecipa. Un ciclo importante ma che si chiude.

documentario-treno-va-moscaUna maturità che non rinnega nulla, che rimette in discussione un’utopia (la Russia che non c’è mai stata), in maniera intelligente e analitica, e che ci ricorda però, anche, come era bello quando una comunità era unita dalla solidarietà, da un sogno o da un’idea di futuro (un’Italia che non c’è più). Un sogno che oggi tanto ci manca. E che ci servirebbe.

Il Treno va a Mosca“, di Federico Ferrone e Michele Manzolini, con Sauro Ravaglia, Italia-Gran Bretagna, 2013, 70 mn.

Per saperne di più visita il sito [vedi].

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Al ‘Wftw’ c’è anche la moda: “Etica ma non per forza etnica, rispettiamo persone e ambiente”

Con Fair and ethical fashion show”, dal 22 al 24 maggioMilano diventerà capitale mondiale della moda etica. Inserita nell’ambito della World fair trade week (23 al 31 maggio) [vedi], la manifestazione di respiro internazionale metterà insieme diversi attori che a vario titolo e che con diverse declinazioni lavorano nella moda con criteri e ideali etici. Quindi non solo cooperative di commercio equo e associazioni, ma anche aziende di abbigliamento e accessori che pongono una certa attenzione alle modalità di produzione. L’evento è promosso dal Wfto World fair trade organization (Organizzazione mondiale del commercio equo), da Agices equo garantito (Assemblea generale del commercio equo e solidale), in collaborazione con il Comune di Milano, e organizzato col supporto della cooperativa AltraQualità di Ferrara.

Maria Cristina Bergamini di AltraQualità, stilista di abbigliamento etico e creatrice delle collezioni “Trame di storie” ci guida alla scoperta della manifestazione.

E’ un’occasione unica per voi di AltraQualità che avete scommesso molto su questo versante del commercio equo…

art_2858_1_fair_and_ethicalQuesto di Milano per noi sarà un evento fondamentale per farci conoscere oltre il circuito delle botteghe del commercio equo, che sono il nostro canale preferenziale. Milano sarà per noi la seconda vetrina importante a livello internazionale, la prima fu nel 2009 quando partecipammo alla prima ed unica edizione dell’ “Ethical fashion show” organizzata durante la Settima della moda di Milano, sulla scia degli eventi che si tengono regolarmente a Parigi, Londra e Berlino. In queste capitali ogni anno si ritrovano numerosi stilisti, organizzazioni e aziende che lavorano nel settore della moda etica a livello internazionale; in Italia invece questi appuntamenti non avevano ancora preso piede e il caso del 2009 era rimasto isolato. Ma quest’anno si è prospettata l’occasione giusta per riproporre l’evento anche da noi, in occasione della World fair trade week [vedi]. I luoghi saranno gli stessi dell’alta moda (zona Tortona per intenderci) ma l’evento sarà dedicato interamente a chi nella moda si ispira a principi etici di produzione: quindi ci saranno le cooperative che fanno commercio equo come noi, ma anche le aziende che utilizzano cotone biologico, materiali naturali, riciclati e artigianali, o che pongono un’attenzione particolare al rispetto delle modalità di produzione e alla giusta retribuzione dei lavoratori.

Cosa troveremo all’Ethical fashion show?

Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo
Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo
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Ethical fashion show, evento annuale a Berlino

Produttori da diversi Paesi che presenteranno capi d’abbigliamento e accessori. Altra Qualità presenterà la collezione estiva che è appena uscita e che si può già trovare nelle botteghe e sul nostro sito e-commerce “Trame di storie. Ethical fashion store” [vedi], poi porteremo in visione il campionario della collezione autunno-inverno in cotone biologico, presentata la settimana scorsa. La cosa interessante è che le collezioni di vestiti e accessori saranno presentati insieme ai produttori stessi: Assisi Garments, dall’India, per gli abiti in cotone biologico, i colombiani di Sapia per la bigiotteria e le borse in camera d’aria e in pelle, e gli indiani di Conserve per le borse ecologiche prodotte con materiali di recupero. Oltre alle cooperative di commercio equo e ai produttori, come dicevo il quadro sarà molto più ampio e variegato. Tra i partecipanti avremo Cangiari (in dialetto calabrese ‘cambiare’), è il primo marchio di moda eco-etica di fascia alta in Italia; Laura Strambi di Yoj, una maison italiana totalmente etica, Laboratorio Lavgon, una realtà al femminile di moda etica, sartoria creativa e artigianale che si discosta dalle logiche del grande mercato della moda e Zharif Design, un progetto di moda etica che unisce tradizione e modernità, dall’Afghanistan. Sono poi in programma incontri e conferenze importanti, la proiezione di un documentario in prima europea sui problemi della modaThe true cost” (di Andrew Morgan, con Stella McCartney, Livia Firth, Vandana Shiva) un momento per riflettere partendo anche dal Fashion revolution day, l’evento del 24 aprile scorso organizzato a livello mondiale in occasione dell’anniversario della strage di Rana Plaza [vedi].

Alcuni capi della collezione autunno-inverno “Trame di storie”. Clicca le immagini per ingrandirle.

Insieme ad Altromercato, siete le uniche cooperative di commercio equo etico a realizzare una linea di moda etica. Come mai questa scelta?

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Maria Cristina Bergamini con i modelli della nuova collezione

E’ vero, noi puntiamo molto sulla moda etica, è un filone al quale abbiamo scelto di dedicarci fin dall’avvio della cooperativa nel 2002, perché crediamo che un approccio etico verso la moda sia molto importante in termini di giustizia economica, di rispetto delle persone e dell’ambiente. Quello della moda e dell’abbigliamento in genere è uno dei settori al mondo che ha più occupati, se consideriamo tutta la filiera, e che ha un maggior impatto sulla vita delle persone e sull’ambiente. L’idea di vestirsi in modo etico è in crescita, anche in Italia; vestirsi in un modo che rispecchi l’attenzione ad un consumo diverso sta entrando nella mentalità della gente. Purtroppo ancora non ci conoscono in molti, è difficile per noi arrivare ad una clientela più vasta; proprio per questo nell’aprile del 2013 abbiamo creato “Trame di Storie. – Your Ethical Fashion Store” un sito di vendita on-line dei nostri capi d’abbigliamento e accessori, in modo da aprire un nuovo canale di vendita e raggiungere una più ampia clientela [vedi]. Il “Fair and ethical fashion show”, sarà invece un’occasione unica per farci conoscere dagli operatori del mondo della moda e stringere relazioni e contatti con altri operatori di questo settore.

Com’è fare la stilista di moda etica e in cosa consiste il tuo lavoro?

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Una dei capi in cotone biologico realizzato con il produttore indiano Assisi Garnments

Io sono geologa ma ho da sempre avuto la passione per il disegno e per la moda. Grazie ad AltraQualità (io sono una socia fondatrice della cooperativa) ho avuto modo e mi è stata data l’occasione di trasformare una passione in un lavoro. La mia sfida è stata fin dal principio quella di realizzare capi che potessero piacere ed essere indossati anche qui in Europa, perché fino a qualche anno fa abbigliamento etico significava il berretto e il maglione peruviano, il sari indiano, ossia capi tipici dei Paesi in via di sviluppo che venivano importati attraverso i canali del commercio equo. Noi invece facciamo un discorso di moda etica, realizzando modelli di design che rispecchino gusti e tendenze occidentali, disegnati da me ma realizzati dai produttori dei Paesi con cui collaboriamo, con i loro tessuti, i loro materiali e le loro straordinarie capacità.

Stilista al lavoro, alcuni momenti del processo di creazione. Clicca le immagini per ingrandirle.

Come avviene il coordinamento tra te che disegni i modelli e loro che confezionano i vestiti?
Il lavoro funziona così: io richiedo ai produttori un campionario di tessuti, stampe e ricami; seleziono il materiale e scelgo le stoffe; poi disegno i modelli e definisco i colori originali per la nuova collezione; dopodiché, insieme alla nostra sarta e modellista Cristina Bizzi facciamo i prototipi e sviluppiamo le taglie con tutti i cartamodelli, tenendo presente le modalità e le caratteristiche produttive dei nostri partner; infine inviamo il tutto ai produttori. Qui comincia il loro lavoro, quello di replicare le nostre creazioni usando le loro tecniche abituali. Poi passiamo alle fase delle verifiche e della selezione che è la parte più delicata. Una volta arrivato il campionario, organizziamo la presentazione della collezione alle botteghe del commercio equo, presso il nostro show room di Ferrara, prendiamo gli ordini e partiamo con la produzione. Anche durante quest’ultima fase, seguiamo a distanza i produttori passo per passo, in modo che non avvengano fraintendimenti su colore, taglie e dettagli. L’ultimo step è l’arrivo della merce in magazzino, lo smistamento degli ordini alle botteghe e la vendita on-line. Oltre a tutto questo, visitiamo annualmente i produttori in modo da verificare il lavoro fatto e pianificare quello a venire, oltre a verificare le condizioni etiche di produzione, cosa per noi prioritaria.

Quanto tempo comporta tutto questo lavoro di ideazione, sviluppo, spedizioni, verifiche, produzione e distribuzione?
Nove mesi, ogni collezione è un ‘parto’.

Quante botteghe partecipano alla presentazione delle collezioni che organizzate qui a Ferrara?
Partecipano tra le 15 e le 18 botteghe, ma poi noi inviamo tutto il materiale anche alle botteghe che non hanno potuto partecipare e alla fine abbiamo sempre prenotazioni da 25-35 punti vendita, in prevalenza nel nord Italia, con epicentro tra Bologna, Milano, Torino, Brescia e Genova.

Quanti capi realizzate a collezione e con quanti produttori dei Paesi in via di sviluppo lavorate?
In questo senso siamo progrediti moltissimo: la prima collezione estiva del 2003 contava solo sei capi sviluppati in due colori, mentre già da qualche anno arriviamo fino a cinquanta capi realizzati in cinque colori. All’inizio avevamo solo due produttori, poi siamo arrivati a 4 o 5 da India, Bangladesh, Nepal e Vietnam. Da sette anni realizziamo sia la collezione estiva che quella invernale. Produciamo solo collezioni per la donna, abbiamo fatto qualche tentativo con capi maschili ma non è il target adatto alle botteghe.

Con che tipo di tessuti vengono confezionati i vestiti?

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Campagna internazionale del ‘Fashion revolution day’, 24 aprile 2105, ‘Chi ha fatto i miei vestiti?’

Le collezioni invernali sono realizzate con cotone biologico dai nostri partner indiani di Assisi Garments; gli abiti estivi non sono biologici ma sempre realizzati con materiali di ottima qualità, naturali e tipici della zona in cui vengono prodotti, come per esempio l’endy cotton del Bangladesh, un tessuto meraviglioso composto da un 50% seta e un 50% cotone. I colori sono tutti Azo free garantiti, ossia non tossici. Non utilizziamo materiali sintetici.
Io cerco di scegliere sempre stoffe naturali e di qualità, fatte con telaio a mano piuttosto che realizzate con telaio elettrico, in modo da creare abiti veramente unici e il più possibile artigianali. Per lo stesso motivo richiedo colori particolari che i produttori producono in esclusiva per AltraQualità e inserisco dettagli ricamati a mano o stampe fatte con tecniche come il ‘block printing’ o la serigrafia manuale rielaborate secondo il nostro gusto.

Qual è il vostro target?
Quando realizzo le linee penso ai clienti delle botteghe di commercio equo e quindi ad un target ampissimo che varia molto in base ai gusti e all’età, da zona a zona, e anche dal tipo di capo che si preferisce indossare, un pantalone largo piuttosto che un fuseaux, un vestito aderente piuttosto che ampio. Cerco di creare abiti che possano essere indossati da più persone (i nostri clienti tipo stanno nella fascia d’età che va dai 30 ai 55 anni). A questo scopo faccio molta ricerca e studio le tendenze della moda ma poi elaboro e lavoro senza condizionamenti. In generale creo linee semplici e lavoro molto sul dettaglio che è quello che fa la differenza a che rende unico e originale il pezzo.

Come sono i prezzi dei vestiti che producete?

Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013
Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013

Noi facciamo ovviamente prezzi equi che soddisfino le esigenze sia dei produttori che dei clienti finali, cercando quindi di dare la giusta retribuzione ad ogni attore della filiera, dal produttore all’artigiano al distributore. In generale, i capi della collezione invernale sono più contenuti perché realizzati in cotone; quelli della collezione estiva invece sono un po’ più costosi perché più sartoriali, realizzati con tessuti più pregiati come la seta e con inserti ricamati e a stampa. Ma nonostante questo il rapporto qualità prezzo è sempre ottimo. Rispetto a questo aspetto, dobbiamo iniziare a ragionare più in termini di valore che di prezzo: intendiamo per valore ciò che un capo, o in generale un prodotto, rappresenta sia in termini di creatività che in termini di lavoro e di conoscenze di chi lo produce e ancora in termini di impatto positivo sulle comunità e sull’ambiente. Ragionare solo in termini di prezzo più o meno conveniente è fuorviante. Già da molto si è compreso che un prezzo eccessivamente basso scarica altrove costi “occulti” a livello sociale e ambientale, nei paesi di produzione come da noi.

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La fantasmagorica storia della fotografa che immortalava l’animo fuggente

Chi cerca trova, e John Maloof lo sapeva quando si è messo sulla tracce di Vivian Maier. John era familiare con questo modo di dire, se si considera che, fin da ragazzino, era solito scovare le cose più impensabili e originali nei mercatini delle pulci. E lui, giovane fotografo e film maker, il suo tesoro nascosto l’ha trovato, quando, nel 2007, alla ricerca di materiale inedito e particolare sulla storia del suo quartiere di Chicago, su cui stava scrivendo un libro, si ritrova ad acquistare, ad un’asta, una scatola piena zeppa di negativi fotografici ancora da sviluppare. Sperava di trovare materiale utile al suo libro, avrebbe, invece, scovato una miniera inesplorata di storie di vita, di racconti tutti da raccontare, da scoprire e da vedere. Come quando si scarta un uovo di Pasqua e ci si attende una sorpresa che in realtà è ancora più bella di quanto si sperava. Come quando si riceve un regalo tanto atteso che si rivela un regalo del tutto inedito e inaspettato, ancora più meraviglioso di quello che si voleva. E John, da curioso cercatore quale è, ha trovato una sorpresa immensa, una delle più straordinarie collezioni fotografiche del XX secolo, un mondo unico e inesplorato. Andando, qualche anno dopo, alla ricerca dell’identità del fotografo, una donna di nome Vivian Maier scomparsa nel 2009, Maloof avrebbe scoperto anche una storia da romanzo: quella di una figura dall’immenso talento artistico, che aveva scelto, per tutta la vita, di mantenere il segreto sulla sua attività fotografica, preferendo fare la tata per i bambini delle famiglie bene di Chicago. Secondo le testimonianze, questo lavoro le permetteva di non faticare troppo per pagare un affitto e poteva stare sempre in strada, suo luogo di elezione.
Ma non era finita qui. Perché il vero tesoro trovato da John Maloof è un altro ancora, e si tratta di quello che, paradossalmente, non ha scoperto. Il giovane fotografo ha trovato, infatti, un autentico mistero, un insieme di interrogativi, che resteranno per sempre legati al nome e all’opera di Vivian Maier e che perpetueranno la storia e il suo fascino negli anni a venire. Di questa incredibile e avvincente storia, Maloof, ne ha fatto un bellissimo e intenso documentario, candidato al premio Oscar 2015, il mistero di una donna che ha segretamente scattato oltre 100.000 scatti, molti mai visti nemmeno da lei. Una delle più meravigliose e toccanti street photographer di ogni tempo.
Nel film (che si può vedere anche su Sky Arte ed è disponibile nei dvd della Feltrinelli), vi sono interviste, fotografie incredibili, ricerche nel villaggio francese della famiglia di origine di Vivian, aneddoti, storie, tanti elementi che contribuiscono ad alimentare questo mistero moderno. Una bambinaia che aveva viaggiato il mondo per otto mesi, da sola, che girava sempre con la sua Rolleiflex al collo, ovunque, per non perdersi nessun attimo di un’umanità intensa e spesso sofferente. Vivian era una fotografa segreta che coglieva l’animo delle persone (si definiva una sorta di agente), e che, cambiando nome (spesso si faceva chiamare Smith), non rivelando mai la sua identità, (tra)vestendosi con abiti fuori moda, inventando un accento francese, scegliendosi un lavoro “di copertura”, ha recitato una parte, anche se il motivo di questo comportamento resta sconosciuto. Come se non bastasse, la tragedia privata (che, sulla base delle testimonianze raccolte, poteva facilmente ipotizzarsi in subite violenze o molestie) e i tratti di durezza e persino di cattiveria attribuitele da chi l’ha conosciuta, fanno di lei un personaggio degno della penna di un grande scrittore o sceneggiatore. Vivian è stata fatta uscire dall’oscurità, dalle tenebre, le sono stati riconosciuti talento e fama che magari non avrebbe apprezzato da viva, silenziosa, schiva e riservata com’era. O magari da quel buio voleva proprio uscire, sotto la luce di un proiettore e dei suoi film in super 8 leggeri e toccanti. Lei, in fondo, combattiva e forte. In una delle sue tante registrazioni, si sente Vivian chiedere ad un bambino: “E ora dimmi, come si fa a vivere per sempre?” Ecco, adesso John Maloof le ha risposto. Con affetto e riconoscenza.

Alla ricerca di Vivian Maier“, di John Maloof e Charlie Sismel, con John Maloof, Marie Ellen Park, Phil Donahue, Vivian Maier, Usa, 2013, 84 mn.

Abbiamo già scritto su questa testata di una mostra dedicata a Vivian Maier [vedi].

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NOTA A MARGINE
L’Italia non è un paese per stranieri: la denuncia di un documentario sui Cie

Per lo Stato sono Centri di identificazione ed espulsione, per chi ci sta dentro sono centri di deportazione. I Cie, quei luoghi tanto simili ad un carcere, ma senza volerlo essere, sono oggetto del documentario “Limbo” di Matteo Calore e Gustav Hofer, presentato qualche giorno fa alla sala Boldini e introdotto dal professor Paolo Veronesi, docente di Diritto costituzionale dell’Università di Ferrara.

Per i Cie, ha usato una definizione ancora più tranchant il Dipartimento di giurisprudenza che ha organizzato tre giornate di approfondimento sul tema, dal titolo “La galera amministrativa degli stranieri in Italia”. Ne ha parlato Luigi Manconi firmatario assieme a Lo Giudice – entrambi senatori del Pd – di un emendamento, passato alla fine dello scorso anno, che porta la durata massima della permanenza nei Cie da 18 mesi, come aveva voluto la Lega Nord, a 3 mesi. Ne ha parlato anche una docente di Oxford che ha messo a confronto il sistema italiano con quello inglese.
Dentro ai Cie, finiscono gli stranieri che vengono trovati senza documenti. Una volta dentro, non possono uscire, ma solo incontrare i familiari e l’avvocato, ed hanno fino a tre mesi di tempo per regolarizzare la loro situazione. Se questo non accade, vengono rimpatriati nel paese di origine.
Questo fa gioire molti in nome della pulizia etnica che si vuole attuare in Italia. Per altri, è un’aberrazione legislativa, che andrebbe soppressa.

Il documentario racconta, attraverso quattro storie, quanto poco basti a stravolgere per sempre esistenze piuttosto ordinarie, comuni a tanti italiani. Alejandro è arrivato vent’anni fa dal Salvador con genitori, moglie e figli, tutti hanno sempre lavorato, finché lui a causa della crisi, è stato messo a casa, non è riuscito a trovare un lavoro in tempo utile per rinnovare il permesso di soggiorno ed è stato chiuso nel Cie, ed ora deve lasciare qui la famiglia e tornare da solo nel suo paese.
Karim è arrivato dall’Egitto che era molto piccolo, di fatto è cresciuto in Italia, parla con un forte accento milanese ed è finito nel Cie perché in un momento di sbandamento della sua vita, ha dimenticato di rinnovare il permesso.
Bouchaib è arrivato dal Marocco, ed all’inizio ha avuto vita difficile, è stato anche in carcere, poi è riuscito a rifarsi una vita, si è fidanzato con una ragazza italiana dalla quale aspetta una figlia, ma il lavoro è ancora precario, per cui niente documenti, quindi finisce anche lui dentro al Cie.
Infine Peter è arrivato dalla Nigeria, sua moglie è riuscita ad ottenere il permesso di soggiorno prima di lui grazie ad un lavoro, lui intanto si occupa del figlio, per lo Stato però è un clandestino illegale per cui viene chiuso nel Cie ed allontanato dalla sua famiglia.
In Italia già è difficile essere italiani, essere stranieri è impresa spesso eroica. Non sono concesse debolezze, difficoltà, sbandamenti, perché ogni mancanza può portare alla fine del sogno di rifarsi una vita qui.

Il Cie è un limbo sospeso nell’incertezza, nell’angoscia e nella solitudine, sia per chi sta dentro, sia per i familiari fuori. Il documentario racconta in modo straziante il tentativo di queste famiglie divise di colmare con l’affetto, l’amore e la solidarietà i vuoti disumani della legge. E per quanto doloroso sia stare lontani, se non altro chi ha famiglia può chiamare qualcuno nei momenti di sconforto, altri, arrivati qui da soli, si abbandonano alla disperazione di vedere tutto finire dopo tanti sacrifici, e tentano il suicidio.

“Questo non è solo un racconto di migrazioni – ha spiegato, dopo il film, il regista Matteo Calore – ma ci racconta cosa sta succedendo oggi alla società e alla politica italiana. Con questo documentario vogliamo sostenere la necessità di una commissione d’inchiesta per monitorare i Cie e renderli più il linea con le normative sui diritti umani. Alla fine la nostra speranza però è che vengano chiusi”.

Per questo, assieme al documentario, Zalabcasa di produzione di Limbo, e collettivo di filmmaker che si occupa di tematiche sociali – sostiene le campagne #maipiùcie per la loro soppressione e LasciateCIEntrare per vigilare sui diritti.

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Danilo Dolci, prove pratiche di rivoluzione nonviolenta

Alla base dell’operato di Danilo Dolci c’è l’esperienza di partecipazione popolare, attuata soprattutto in quella Sicilia da lui scelta come luogo simbolo per le difficili condizioni di vita, la povertà diffusa ed un degrado urbano giunto al tempo a livelli insostenibili. Un progetto a lungo termine sposato da buona parte di quella stessa cittadinanza allo stremo, riconosciutasi nei valori e negli obiettivi di un uomo che ha deciso di abbandonare tutto, laurea in architettura compresa, per dedicare la propria vita all’attenzione verso i più deboli e gli emarginati. E’ ciò che si ricava dagli interventi di Francesca Leder e Leandro Picarella, ospiti del consorzio Wunderkammer che, nella suggestiva cornice di palazzo Savonuzzi, ha offerto il palcoscenico per un importante evento, tenutosi sabato scorso, dal titolo “Ciascuno cresce solo se sognato” e incentrato appunto sulla figura di Danilo Dolci, attivista della nonviolenza e intellettuale tra i più importanti del dopoguerra, scomparso nel 1997.

Anna Rosa Fava
Anna Rosa Fava

Organizzata da Urban Center Ferrara e dalle associazioni “Basso Profilo” e “Farmacia delle Immagini”, la serata è stata introdotta dall’intervento di Anna Rosa Fava, portavoce del sindaco e responsabile del percorso partecipativo “Ferrara Mia”. Fava ha illustrato le principali attività dell’ufficio Urban Center, oltre che dello stesso percorso di “Ferrara Mia” e i suoi obiettivi nell’ottica della cittadinanza attiva.

Ospiti della serata due personalità la cui attività ruota da tempo attorno alla memoria di Danilo Dolci: la docente del dipartimento di Architettura di Unife Francesca Leder, studiosa di tematiche di urbanistica partecipata e appassionata cultrice del pensiero di Dolci, e il regista Leandro Picarella, co-autore del documentario “Dio delle zecche – Storia di Danilo Dolci in Sicilia” proiettato a conclusione dell’evento.
Nei loro interventi, i due esperti hanno contribuito a tracciare una dettagliata biografia dell’attivista triestino, trapiantato in terra siciliana, soffermandosi sulle principali fasi della sua densa opera, basata su non-violenza, digiuni, scioperi e manifestazioni.

E così hanno ricordato i primi scioperi della fame di Dolci a Trappeto nei primi anni ‘50, DSC_0093simbolicamente scelti per attirare l’attenzione circa la denutrizione infantile diffusa in quelle zone, ma anche gli “scioperi alla rovescia”, incentrati sul fatto che “i disoccupati, al contrario degli operai che decidono di non lavorare, possono altresì scioperare lavorando in questo caso al riordino di strade”. Quest’ultimo fatto provocò, davanti all’incredulità di tutta la nazione, l’arresto di Dolci, poi scagionato, difeso nel processo anche da Piero Calamandrei.

Nel ’57 arrivò la vittoria del Premio Lenin per la pace, accettato da Dolci nonostante il suo rifiuto di avvicinarsi a qualsiasi partito politico e i molti tentativi di avvicinamento da parte di varie fazioni. Parallelamente, in quegli anni, si sviluppava anche il suo impegno nella denuncia del potere mafioso.
Ma Danilo Dolci non fu solamente un’attivista, come hanno testimoniato nei loro interventi Picarella e Leder, specificando i ruoli di sociologo, scrittore e soprattutto educatore che lo hanno reso un personaggio incredibilmente ampio e dalle mille risorse. Soprattutto sul versante educativo, importantissima fu l’applicazione del “metodo maieutico”, consistente nell’idea che “chiunque vada ascoltato, coinvolto e assolutamente non escluso dal confronto, in modo da raggiungere la pura verità”. Questo fu il punto di partenza per altre grandi conquiste di Dolci in terra siciliana, come la realizzazione della diga sul fiume Jato, nata dalla partecipazione attiva dei cittadini, e la nascita del Centro Educativo di Mirto.

Leandro Picarella e Francesca Leder
Leandro Picarella e Francesca Leder

Dopo gli interventi, è stato poi il momento della proiezione del documentario prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema – Sede Sicilia con registi lo stesso Picarella e Giovanni Rosa. Il protagonista è En Dolci, figlio di Danilo, ripreso durante il suo viaggio dalla Svezia (paese nel quale è cresciuto) alla Sicilia sulle orme del padre. En ha avuto la possibilità di confrontarsi con chi suo padre lo ha conosciuto per davvero, chi con lui ha collaborato e chi lo ha solamente sentito nominare. Particolarmente importanti e significative si sono rivelate le immagini di archivio recuperate dai registi.
Un tributo quindi alla memoria di un uomo che ha sicuramente lasciato il segno in una terra, la Sicilia, che ha trovato anche grazie al suo prezioso contributo la forza di reagire. Un esempio, oggi più che mai, da seguire nella nostra quotidianità e fondamentale per la nostra società, così bisognosa di tornare a dare importanza e centralità alla partecipazione attiva dei cittadini.

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Il nuovo Boldini? Digitale e tecnologico ma sempre non allineato

Il Cinema Boldini è l’unica sala d’essai di Ferrara, ci sono passate intere generazioni di cinefili, attori e registi. Chi non ci ha visto un film che gli è rimasto dentro per sempre? Chi non ha formato attraverso le sue proiezioni la propria cultura (e qualcuno magari anche un lavoro nel cinema)? Chi non si è innamorato su quelle poltroncine?

Il Boldini, per gli amici Boldo, è di proprietà del Comune e la programmazione serale viene gestita dal circolo Louise Brooks dell’Arci. Per lungo tempo il responsabile è stato Roberto Roversi, ora presidente nazionale di Ucca, Unione dei circoli cinematografici Arci. Adesso la referente è Alice Bolognesi, laureata al Dams, ex servizio-civilista poi entrata in forze all’associazione ferrarese. E’ lei che si occupa della programmazione del cinema, e noi l’abbiamo intervistata per capire come funziona.

Chi sceglie i film che vengono proiettati al Boldini?
“I film hanno una distribuzione nazionale che viene filtrata e di conseguenza gestita dalle agenzie regionali che hanno in esclusiva una serie di titoli da programmare nelle sale cinematografiche”.

Quali sono i criteri?
“Sicuramente incide il profilo della sala cinematografica. In una sala d’essai come il Boldini passano in prevalenza titoli premiati a festival internazionali e film d’essai”.

Cosa viene deciso dalle agenzie di distribuzione e cosa rimane all’autonomia del cinema?
“Il cinema ha pochissima autonomia, la vita di un film in sala dipende molto dalle presenze della prima settimana di uscita, però l’ultima parola è delle agenzie di distribuzione regionale. Abbiamo invece piena autonomia sulle rassegne anche se dobbiamo ovviamente fare i conti con le uscite e le richieste delle distribuzioni”.

Oltre alla programmazione, Arci ha anche lavorato per adeguare la sala all’evoluzione tecnologica. Un passaggio necessario, ma non indolore che ha comportato la sostituzione di schermo e proiettore.
“Lo schermo andava cambiato, quello vecchio credo avesse qualcosa come vent’anni.
Il nuovo proiettore digitale ha un fascio di luce molto più potente rispetto al 35 millimetri. Se avessimo mantenuto il vecchio schermo la qualità delle proiezioni sarebbe stata pessima.
Il digitale ha pro e contro. Sicuramente è semplice gestire più titoli anche per una sala sola come la nostra, possiamo proiettare più contenuti e in diversi formati.
Con il digitale abbiamo la possibilità di proiettare film in lingua originale. Con le pellicole era praticamente impossibile, venivano infatti stampate pochissime copie con dei costi di noleggio altissimi.
Altro aspetto interessante è la trasmissione satellitare: questa tecnologia ci consente di trasmettere contenuti in live streaming.
Lo svantaggio maggiore del digitale riguarda invece la parte tecnica: se il proiettore digitale ha dei problemi il rischio di annullare la proiezione è dietro l’angolo, con il 35 millimetri questo era praticamente impossibile. Se si rompeva la pellicola o si bruciava una lampada si riusciva comunque a proiettare, a risolvere dalla cabina.
Con il proiettore digitale invece si rischia proprio di mandare a casa gli spettatori.
Ulteriore nota negativa è l’usura e l’avanzamento di nuove tecnologie (che non è una cosa negativa in generale, anzi!): i primi proiettori digitali sono già considerati obsoleti e poco performanti rispetto a quelli nuovi. Con il digitale si vive un po’ nel “terrore” di dover cambiare dei componenti della macchina. Con dei costi non indifferenti”.

Il Boldini ha sempre cercato di associare le proiezioni alla presenza degli autori, l’ultima in ordine di tempo è stata “Qui” di Daniele Gaglianone, dove il regista era in sala per parlare del movimento No Tav. Ultimamente si sta anche sperimentando la formula dell’evento associato al film, come per esempio lo spettacolo di danza di Elisa Mucchi che qualche sera fa ha anticipato il documentario “Dancing with Maria” di Ivan Gergolet. [clicca qui per leggere il nostro articolo]

Quali saranno i prossimi eventi?
“Per il mese di aprile abbiamo in programma la rassegna del Festival dei Diritti, due serate di Doc in Tour e due sorprese italiane: il documentario ‘Smokings’ il 14 aprile e il film ‘The repairman’ il 21 aprile.
Per il mese di maggio stiamo organizzando una rassegna in collaborazione con Arcigay dove non mancheranno prime visioni e incontri con autori.
Finita la programmazione primaverile, durante l’estate, il Boldini sospende la programmazione e si trasferisce all’aperto proponendo il meglio della stagione precedente. La location non è fissa. All’inizio è stata il parcheggio dell’Ipercoop le Mura, poi il Parco Pareschi, infine il giardino di Palazzo dei Diamanti”.

Qual è al momento la situazione dell’arena estiva?
“Ci stiamo lavorando, sicuramente cambieremo location.
Dal 2012 infatti eravamo ospiti di Palazzo dei Diamanti ma quest’anno con il prolungamento della mostra fino al mese di luglio non sarà possibile utilizzare il cortile adiacente per l’allestimento del cinema all’aperto.
Stiamo valutando diverse situazioni per offrire uno spazio alternativo e una proposta culturale valida per il pubblico che resterà in città nel periodo estivo”.

(foto di Stefania Andreotti)

Il programma del cinema è visibile qui [clicca].

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LA RIFLESSIONE
La scuola paradiso o inferno dell’integrazione

Vale sempre la pena chiedersi come ci vedono gli altri in base ai nostri comportamenti, o alle nostre leggi. In particolare nel rapporto con culture differenti. Il tema “Inclusione dell’alunno straniero e della sua famiglia” è stato affrontato di recente nel convegno Cisl, organizzato a Ferrara a settembre. L’accento è stato posto sulla scuola come luogo di integrazione, che mette faccia a faccia lingue differenti, giustappone storie da angoli agli antipodi del mondo; si avvale (nei casi migliori) di insegnanti in grado di gestire un avvicinamento, di far sentire a casa, e soprattutto ugualmente amati e accettati, i bambini.

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Locandina del documentario

Tutto l’opposto da ciò che viene narrato nel documentario “Container 158” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti. Presentata all’interno della rassegna “Italieni” all’ultima edizione di Internazionale, la pellicola racconta la vita del cosiddetto “villaggio attrezzato” di via Salone alla periferia di Roma, abitato da più di un migliaio di persone di etnia Rom – provenienti da Montenegro, Serbia, Bosnia e Romania – che di fatto costituisce l’unico sistema di ghettizzazione in tutta Europa , forma ovviamente condannata dalla Comunità europea, e mette in risalto le difficoltà e la sostanziale chiusura che i bambini si trovano a dovere affrontare in una scuola che tutto sommato sembra non volerli, tra pretesti per cacciarli una volta per tutte e nessuno ‘ius soli’ che rivendichi la loro appartenenza al luogo che per loro è Casa. Vincendo ancora una volta sui diritti umani di base, ignorando bambini che, seppur nati in Italia, non hanno cittadinanza né riescono a parlare correttamente l’italiano, non facendo altro che aumentare il divario invece di fornirgli gli strumenti necessari per sentirsi persone di pari dignità e diritti rispetto a chiunque altro e, di fatto, facilitando l’esclusione da un sistema che per sua costituzione dovrebbe impegnarsi a fare l’esatto opposto, non omologando ma accettando e includendo.
Che insieme all’attenzione e all’affetto sarebbe il compito più importante dell’insegnante, il quale dovrebbe di fatto insegnare a ragionare con la propria testa e a non mettere un muro tra quello che conosciamo – o più spesso crediamo di conoscere – e quello che non arriva dall’orto di casa e che quasi sempre prendiamo per ‘buono’, incondizionatamente. Quello che ci viene dato come regola dal primo giorno di scuola. Quello che tutti si aspettano che noi facciamo. Quello che non necessariamente corrisponde a un concetto di buono e giusto solo perché è scritto o detto da baroni universitari, da sedicenti professionisti, dalla maggioranza. Quello che insegnava a fare il professor Keating dell’”Attimo Fuggente”, che qualunque studente vorrebbe incontrare almeno una volta nella vita, come è successo agli studenti che, venerdì scorso, hanno manifestato da nord a sud per chiedere, tra le altre cose, istruzione libera e gratuita per tutti, diritto di cittadinanza, maggiore coinvolgimento del governo nella riforma sulla scuola, esulando dalla spicciolata di temi che erano stati proposti dall’alto e ponendo l’accento su altri non suggeriti esplicitamente dal governo. Evocando un gesto di presa di coscienza ormai iconografico e salendo in piedi sui banchi, esattamente come nel film esortava a fare Robin Williams a un giovanissimo Ethan Hawke e ai suoi compagni, esortando i suoi studenti a cambiare sempre punto di vista, a dubitare del mondo e a chiedere rispetto, oltre ad imparare ad averne nei confronti di chiunque. A essere persone vere e autonome prima ancora che pacchetti standard di dati sterili, i Pink Floyd ci avevano già messo una pulce nell’orecchio con “Another Brick in the Wall”.

Entrambi i casi aiutano però a fare uscire i lati buoni e utili del web: con gli hashtag di Twitter (#entrainscena, #100 e #labuonascuola) utilizzati dagli studenti che postano riflessioni e iniziative; e con il sito di Occhioaimedia.org, gruppo di associazioni che studiano il tema della mala comunicazione sui vari rapporti tra culture, sui sempreverdi temi del razzismo, del classismo, del pregiudizio sistematico. Cercando di costruire un varco tra quei mattoni ammassati da sistemi sbagliati.

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Fuoristrada, il coraggio di vivere che toglie le spine dal cuore

Il documentario ‘Fuoristrada’ di Elisa Amoruso, che sta registrando il tutto esaurito in molte sale italiane, è un’iniezione di verità e amore. Andare fuoristrada è necessario se questo serve a ritrovare se stessi. E’ un film da vedere, un potente antidoto contro il pregiudizio e la bigotteria. Ed il viatico per un viaggio, consapevole e avventuroso, alla ricerca della nostra autentica identità.

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‘Fuoristrada’, locandina del film

Ho visto il documentario Fuoristrada di Elisa Amoruso in un cinema di Ostia (Roma), nell’ambito della rassegna ‘Cinema di periferie’, realizzata dalla direzione generale per il cinema in collaborazione con Casa dei teatri di Roma Capitale, Centro sperimentale di cinematografia e Cinecittà Luce. E al termine della proiezione ho intervistato la protagonista, Beatrice (Giuseppe Della Pelle), seduta con lei su un divano rosso. Davanti a noi il desk per l’accoglienza e questa frase di Leo De Berardinis: “Il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso. Dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte”.
L’abbiamo letta insieme, l’intervistata e io, e ci siamo capite al volo, senza parlare: come per magia il senso di quanto stavamo per dirci era già lì, in quella frase che, semplice e diretta come una spina nel cuore, traduce perfettamente l’anima della pellicola.
Beatrice è una donna bionda con le palpebre bistrate di azzurro, le unghie coperte da smalto colorato, grossi orecchini dorati e al tempo stesso è Pino, un meccanico con la tuta da lavoro e le scarpe da officina. Creatura unica e particolare, che i conformisti etichetterebbero subito come transessuale: racconta la sua vita fatta di amore per la moglie Marianna, per i figli, per la madre, per i suoi cani, per la sua casa, per i rally e i “fuoristrada”.

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La regista, Elisa Amoruso

Una storia d’amore unica, prorompente, fondata su un sentimento così forte da superare qualunque barriera sociale e culturale. Catturata, con delicatezza e raffinatezza stilistica, dalla giovane Elisa Amoruso che, con questo lavoro, ha ottenuto il premio Menzione speciale Festival del film di Roma 2013.
L’intervista a Beatrice è preceduta, in un poetico contagio di anticonvenzionalità, da una preghiera di Rabindranath Tagore intitolata Il coraggio e la certezza dell’amore:

Dammi il supremo coraggio dell’amore.
Questa è la mia preghiera:
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose,
o di essere lasciato solo.
Temprami con incarichi rischiosi,
onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.

Dammi la suprema certezza dell’amore.
Questa è la mia preghiera:
la certezza che appartiene alla vita nella morte,
alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore,
che accetta l’offesa,
ma disdegna di ripagarla con l’offesa.
Dammi la forza di amare
sempre e ad ogni costo

Beatrice, Fuoristrada è un documentario che toglie la vigliaccheria del vivere. Sei d’accordo?
Sono pienamente d’accordo. Racconta della vita vissuta con il coraggio di essere se stessi, messaggio che non entra nel film come una tempesta, una burrasca, ma piano piano come una brezza leggera. E’ come se la pellicola prima riuscisse a farti pensare, e poi ti lasciasse di stucco cancellando ogni traccia di bigotteria. Tutto in modo naturale, grazie ad Elisa, la regista, e alla sua pazienza e arte. Io sono uno spirito molto libero e lei ha girato quasi 100 ore di riprese, riuscendo poi a condensare in un’ora un messaggio forte, che anche io ho riscoperto, ho riconosciuto, quando ho visto per la prima volta il documentario.

Chi in particolare dovrebbe vedere questo film?
Per me, prima di tutto, dovrebbero vederlo i ragazzi. Sono loro il seme del futuro, da loro può partire il cambiamento. Spesso i più giovani, penso ai banchi di scuola, sono distratti da mille esperienze e non si rendono conto che vicino a loro ci sono tanti compagni di strada che hanno delle piccole problematiche. O, meglio, quelle che possono apparire come problematiche ma che, in realtà, per chi le vive sono tante gocce di tristezza, un malessere che fa soffrire e che ci si porta dentro nella vita, in famiglia o a scuola, appunto. Chi sente di essere etichettato come “diverso”, ha una spina nel cuore, che mi piacerebbe non rimanesse invisibile, perché questo genera sempre e comunque dolore.

Tu hai detto che vorresti che questo film desse il coraggio di essere autentici…
Sì, è così. Io, purtroppo questo coraggio l’ho avuto troppo tardi. Essermi liberata in un’età molto avanzata, questo è il mio unico rammarico. Davanti a me vedo tutti quei ragazzi e quelle ragazze che, nel frattempo, non ci sono più perché sono stati sconfitti dal nostro mondo bigotto, ottuso, cieco. I genitori, gli insegnanti dovrebbero spiegare che esistiamo anche “noi”, che “noi” siamo persone come le altre. Un messaggio come questo potrebbe dare speranza e, insisto, togliere molte spine da cuori infelici, che non possono esprimersi, che non permettono a se stessi di sentire e amare.

Alla fine del documentario tu parli del sogno di andare in Australia con il tuo fuoristrada e Marianna, tua moglie. Cosa sono per te i sogni?
Voglio risponderti con un’immagine che nasce da un ricordo. Io ho vissuto in collegio, a Salerno, e quando avevo 10 anni ho subito tante angherie e ingiustizie quotidiane. Dormivo in un letto che dietro aveva un grosso finestrone. Tutte le sere mi rifugiavo lì, con gli occhi guardavo le stelle, la luna e mi dicevo “stai tranquilla è un sogno, anche questo passa”. Oggi realizzare il mio sogno è come dire che sono me stessa e che sto bene, grazie alla forza d’animo che ho avuto. Vorrei che anche gli altri fossero felici come me.

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the-hardest

‘The hardest’, storia di amicizia e di una sfida estrema fra i ghiacci della Lapponia

Porta la firma del regista ferrarese Paolo Cirelli, il documentario che andrà in onda questa sera alle 21 su Deejay Tv. Si chiama The Hardest, e racconta la storia degli unici due partecipanti, due italiani, alla Lapland Extreme Challenge, la più difficile gara a piedi attraverso la Lapponia, disputata lo scorso gennaio.
Prodotto dalla società ferrarese Pubbliteam, specializzata in format sportivi, il documentario sarà proposto all’interno del programma Fino alla fine del mondo, dedicato all’endurance e fortemente voluto dal direttore artistico Linus, grande maratoneta.
Cirelli, che si è formato alla London Film School di Londra, lavora da anni per Sky, Rai ed Mtv.
E’ autore dei cortometraggi La gran funa [vedi] e Gaynster, La gran funa 2 [vedi], oltre che dei videoclip musicali Bellezza dei Marlene Kunz, [vedi], e il più recente My girlfriend dei ferraresi Thee Mutandas [vedi].
Ha curato la regia della diretta web per lo Stupido Hotel Tour di Vasco Rossi e di vari documentari tra cui uno monografico per lo stilista Romeo Gigli ed un altro sempre per Deejay Tv dal titolo Running to the sky, su una gara di corsa in montagna [vedi].
“Non ho voluto raccontare solo una sfida estrema a meno quaranta gradi – dice Cirelli – ma anche un’incredibile storia di amicizia, quella di due romagnoli, Fabio Pasini 48 anni, titolare di una palestra, e Pietro Donati, 33 anni, ingegnere, che si sono allenati fianco a fianco per cimentarsi in quest’impresa ai limiti della sopravvivenza, in uno dei luoghi più freddi del mondo.
Entrambi di Cattolica, cresciuti in una terra calda, vicino al mare, sono stati gli unici due pazzi che hanno avuto il coraggio di iscriversi a questa gara di 900 chilometri a piedi tra i ghiacci, senza percorso e senza punti di ristoro.
The Hardest era nato come un semplice documentario sportivo, una sorta di diario per immagini, ma un brutto incidente che è capitato a Fabio, ha stravolto i loro piani ed anche i miei.
Non c’era più solo la gara di mezzo, ma anche la vita, e l’incredibile solidarietà tra due persone che va al di là di tutto. Io li ho seguiti a distanza ogni giorno, grazie ad un operatore specializzato che era con loro, Laurent Colombo, ex atleta di triathlon, perché per girare in quelle condizioni bisogna essere, oltre che folli, anche preparati.
Ho riscritto la sceneggiatura in tempo reale, adattandola agli imprevisti che si sono susseguiti, e il risultato finale è molto di più di quel che avevo immaginato”.

The Hardest sarà in onda alle 21 di venerdì 28 su Deejay Tv, canale 9 del digitale terrestre e canale 145 di Sky. [vedi]

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