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Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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Elettra che parlava con gli occhi

 

Non si può ricordare la scrittrice Elettra Testi morta in questi giorni di giugno 2022 senza nominare il suo molto amato Giacomo Leopardi:
La morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza“ (Zibaldone di pensieri).

Negli ultimi anni della sua vita Elettra Testi ha avuto tante malattie ed ha sicuramente sopportato tanto dolore. Gli ultimi ricordi di lei sono tristi. Era triste vederla anziana, camminare lentamente, profondamente piegata dal peso degli anni, il volto segnato dal dolore. Ma nonostante la sua grande fragilità, Elettra non ha mai perso la sua sottile ironia e la gentilezza verso gli altri. Con gli anni, la sua voce si è abbassata, confusa, difficile da capire. Però Elettra continuava a parlare parlare con gli occhi. Fino all’ultimo è stata per tanti una maestra indimenticabile.

Passo dopo passo la sua generazione, la generazione della grande stagione avviata negli anni Sessanta, scende dal palco della cultura urbana di Ferrara. Oggi su questo palco c’è un’altra generazione, forse più libera, più capace di parlare al mondo attraverso i nuovi media, ma spesso pcocltail per iù noiosa, più più dipendente dal mercato e dal consumo, meno creativa.

Per la movida di via Carlo Mayr, forse ‘Leopardi’ è solo il nome di un nuovo cocktail per un aperitivo serale. Anche Elettra amava la vita, era piena di sentimento, coltivava il buon gusto, ma li accompagnava sempre con l’amore per la cultura, la letteratura, la musica classica.
Chissà, ora che sta dall’altra parte, potrà incontrare finalmente Paolina Leopardi, su cui Elettra aveva scritto un libro bellissimo.

PER CERTI VERSI
Dipingere il dolore?

DIPINGERE IL DOLORE?

Qualcuno mi disse
Che le mie parole
Non vogliono
Dipingere il dolore
Che gli cambiano volto
Come alla tv
Il dolore
Forse non lo sanno
Non si può dipingere
Il dolore
È assoluto
Incolore
Illune
Non passa
Mai
Nemmeno
Dalle crune

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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cane tristezza vuoto

DIARIO IN PUBBLICO
Riflessioni involontarie

 

Mi gingillo con tanti lavori cominciati e solo pochi conclusi: Bassani, Canova, Paola Masino, Elsa Morante, mentre l’occhio ansioso non abbandona le immagini e i commenti che la tv propaga ad ogni ora del giorno e della notte.

Dall’inconscio affiorano le terribili immagini che da bambino mi hanno accompagnato come ossessione e incubo, legate alla presa di coscienza che quello era – ed è – il mondo che mi toccava vivere. Unica salvezza: rifugiarsi nell’immaginario che diventa Storia, come ha scritto e insegnato la grandissima Elsa [Qui].

Nel mio percorso (orrida parola che rimanda al percorzo ogni giorno recitato nei mezzi di comunicazione) umano e culturale ho imparato che l’immaginario è ciò che di più reale vi sia e ci sia imposto. Un reale che s’impone e che non lascia via di scampo, come ha scritto ed esemplato il mio Cesarito, Cesare Pavese [Qui].

Allora la divaricazione tra vissuto quale fonte dell’immaginario e la realtà si fa precisa, dura, implacabile. L’esempio che spesso ho portato in anni giovanili al mio psicanalista è che qualunque avvenimento più o meno clamoroso si ritorceva – e tuttora si ritorce – in immagini familiari, in vissuto.

Allora, guardando la tragedia dell’Ucraina, involontariamente l’inconscio riporta alla memoria i passi cadenzati dei soldati tedeschi, che alla fine della seconda guerra mondiale si spostavano al Nord, mentre noi tremavamo nel ridicolo rifugio che ci ospitava, appoggiato al muro della Villa delle Statue.

O la sensazione del dolore fisico, che si propaga dalle innumerevoli immagini degli ospedali ucraini, che mi fa ancora dolere l’estirpazione di una ghiandola sotto la gola eseguita da un medico militare a Riccione, o nell’ospedale sant’Anna di Ferrara semi-assediato in tempo di guerra il terrore di mio fratello e mio, condotti mano nella mano all’operazione di ernia, eseguita bruscamente e duramente. Unica consolazione le camicie da notte mia e di mio fratello, di felpa bianca con cagnolini azzurri.

Sarebbe allora pericoloso rifugiarsi nell’immaginario? Certamente sì se non si compisse l’operazione rischiosa ma necessaria di far divenire l’immaginazione realtà, non rifiutando il vissuto, ma partendo da quello.

Ogni volta che un peloso attraversa la mia esistenza, specie le mie due Lille, ecco che il vissuto proietta nello specchio dell’immaginazione la Pupa grassa e ringhiosa, il mite Tavi e anche quelli che avrei voluto, ma che non mi è stato possibile avere.

Così l’immagine tremenda del ragazzo ucraino che porta in spalla per chilometri un grande cane dice in modo angoscioso e irreversibile come gran parte degli umani sia indegna di trattenere rapporti con gli altri ‘animali’ che popolano il pianeta.

E la frase che stupidamente pronunciamo come offesa e ingiuria: “Ti comporti come un animale”, andrebbe rovesciata in quella ancor più mostruosa e offensiva: “ti comporti come un uomo”.

Esempio totale e assoluto l’osceno Putin.

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Natale altrove
…un racconto

Natale altrove
Un racconto di Carlo Tassi

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

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Nirvana

 

Nirvana: nel buddhismo, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore.

Quando lo ascoltai per la prima volta, ebbi una sensazione mai provata prima ascoltando un disco. La sensazione che lui fosse davvero deluso, disperato, che la sua rabbia fosse sincera, che il grumo di amarezza che urlava non avesse nulla di artefatto. Che non ci fosse alcuna distanza o distinzione tra lui e il suo personaggio artistico, come spesso fanno gli artisti: mettere la loro verità dentro un personaggio, per trovare il coraggio di dirla. Mentre le urla di un cantante heavy o hardcore mi sembravano manieriste e caricaturali, le sue grida mi turbavano.

Ebbi l’ingenuità di credere che il talento ed il successo lo avrebbero salvato dai suoi demoni. Invece non c’è peggior solitudine dell’essere considerato un portavoce generazionale, quando non hai nemmeno la forza di alzarti dal letto, di lavarti. Tu sai chi sei, ma vieni continuamente frainteso, e messo su un piedistallo. Non sai nemmeno cosa stai dicendo, ma quello che dici viene trasformato in qualcosa di messianico. Feci in tempo a vederlo dal vivo, a febbraio, un paio di mesi prima che decidesse di averne abbastanza, quel 5 aprile. Sento ancora in bocca il sapore fumoso di quella sera, una rappresentazione di camicie di flanella a quadri di cui sentiva l’assurda responsabilità. Mi conforterebbe averlo ancora tra noi, invecchiato. Per me è stata come la morte del più caro, indocile animale domestico.

Non ho il tempo di tradurre ciò che comprendo nella forma di una conversazione. Ho esaurito la maggior parte delle conversazioni entro i nove anni. Riesco a sentire solo attraverso grugniti, grida e intonazioni di voce, oltre che con i gesti delle mani e del corpo. Sono sordo di spirito.”
Kurt Cobain

SCHEI
L’oppio è la religione dei popoli
(dai Vikings al Fentanyl)

Esempio: tuo figlio è un ragazzino. La sua passione è giocare a Mortal Kombat, uno dei videogiochi più violenti del mondo, in cui non solo puoi uccidere, ma mutilare i tuoi nemici. Ci gioca ossessivamente, anche di notte. Quando lo hai scoperto, gli hai messo il parental control, ma lui in due e due quattro lo ha eluso, perchè di tecnologia ne sa mille volte più di te. Allora gli hai tolto il computer, ma lui ha iniziato a giocare sul pc del suo amico del cuore. Allora gli hai vietato di andare a casa del suo amico del cuore, e lui ha iniziato ad odiare te, non più i suoi nemici virtuali. Te, suo padre.

Se i milioni e milioni di software Mortal Kombat fossero sequestrati tutti e non se ne trovasse più nemmeno uno in circolazione, tuo figlio ed i milioni di altri figli che ci giocavano dirotterebbero la loro ossessione su un altro gioco: altrettanto eccitante, altrettanto violento. Vietare, sequestrare una cosa la cui richiesta è enorme, produce l’unico risultato di innescare una escalation verso qualcosa di ancora più violento, eccitante, dannoso, proibito. La proibizione, poi, aggiunge un tocco di fascino supplementare ad una cosa di per sè attraente: la rende irresistibile. Una cosa non ti chiedi, l’unica cosa che dovresti chiederti: perchè tuo figlio lo fa. Ma questa è una domanda troppo difficile, perchè mette in discussione te stesso, le tue inadeguatezze, le tue dipendenze.

La legge della domanda e dell’offerta è un assioma della microeconomia. Se la domanda di un bene è alta, l’offerta di quel bene si adeguerà sempre alla domanda, fino a soddisfarla (quasi) integralmente. Quasi, perchè ci sarà sempre qualcuno che non la troverà, pronta, a sua disposizione, e sarà disposto a (quasi) tutto pur di procurarsela.

In questi giorni a Ferrara le forze dell’ordine hanno (giustamente) sbandierato la conclusione di una operazione di polizia che ha portato al sequestro di notevoli quantità di droga e all’arresto di una banda di individui nigeriani denominata “Vikings”. Nel frattempo il consumo di droga ed i morti per overdose in città sembrano essere tornati ai livelli degli anni ’90. Fuoriluogo, il magazine sulle politiche di contrasto al consumo di Forum Droghe (associazione che si batte per la riforma delle politiche di lotta alle droghe), ospita una drammatica testimonianza di Neil Woods, ex poliziotto sotto copertura e membro di Law Enforcement Action Partnership (LEAP), organizzazione internazionale composta da professionisti delle forze dell’ordine, passati e presenti, che si battono per le riforme della legge sulla droga. Non possiamo che citare testualmente l’articolo:

“Le polizie di tutto il mondo sanno che immagini come queste sono un inganno” dice Woods riferendosi alle prime pagine dei giornali con le foto delle sostanze sequestrate. “I dirigenti delle Polizie amano questa attenzione dei media” prosegue, perchè “possono migliorare le loro statistiche e spingere per aumentare i loro budget” mentre “i politici la usano per convincere tutti che le loro politiche stanno funzionando e i giornalisti sanno che le storie di droga generano sempre clic.”

“Ma c’è uno sporco segreto che ogni poliziotto in queste foto conosce” rivela Woods: “non importa quanto siano impressionanti i sequestri, non fa assolutamente alcuna differenza per il traffico di droghe. Non solo non diminuiamo mai l’offerta di droga, ma questi sequestri sono parte attiva dell’incremento della violenza. Se elimini un grosso spacciatore, tutto ciò che fai è istigare una guerra per il territorio.” E come più volte richiamato nel nostro Libro Bianco sulle Droghe “in questa guerra, sono i criminali più violenti e spietati che salgono al vertice.”

In un suo rapporto, la National Crime Agency (corrispondente britannico della FBI) afferma: “…siccome c’è una base di utenti disposta a spendere milioni e milioni di sterline in droghe…avremo un problema con le droghe illecite in questo paese. Non possiamo pensare di risolvere il problema arrestandoli tutti. Dobbiamo affrontare i fattori che lo alimentano”.

Non c’è nemmeno bisogno di tradurre in parole povere il concetto. Fino a che ci sarà una richiesta enorme di consumo di queste sostanze (domanda), il mercato si adeguerà producendole e commercializzandole, seppure in maniera illegale (offerta), e le operazioni che sgominano le bande criminali serviranno a spianare il terreno a organizzazioni sempre più spietate che ne prenderanno il posto nel governo del traffico – fino a quelle che sfruttano i bambini per lo spaccio.

Neil Woods non è un testimone qualunque, perchè non è stato un poliziotto qualunque. Per 14 anni ha agito sotto copertura infiltrandosi nelle bande di narcotrafficanti. Se uno che ha dedicato la propria vita professionale alla “War on Drugs” ti dice che è inefficace, che il problema sta nella domanda di sostanze, non te lo sta dicendo un tuttologo da tastiera, e nemmeno uno studioso che analizza il fenomeno da un punto di vista saggistico o accademico. Se te lo dice uno come Neil Woods, con la sua storia e la sua esperienza diretta, le sue parole hanno un peso speciale. Non possono lasciare indifferenti.

La dipendenza da qualcosa (una persona, un oggetto, un gioco) è un fenomeno che, in misura maggiore o minore, riguarda ciascuno di noi. A volte non è facile stabilire il confine tra una cosa che ci piace e una cosa che ci allontana dal dolore. Non è facile stabilire se dipendiamo da qualcosa perchè ci procura piacere o perchè senza di essa saremmo perduti, piagnucolanti, finiti. La richiesta di sostanze che diano eccitazione o che tolgano il dolore è un fenomeno mondiale di dimensioni impressionanti. La domanda di droghe legali, illegali, pubblicizzate o bandite eppure disponibili, è altissima, in alcune regioni del mondo è fuori controllo. Già questo basterebbe a considerare quanto sia vano lo sforzo per colpire l’offerta di droghe illegali, fino a che milioni di persone decideranno di colmare i buchi della loro esistenza ingerendo, inalando o iniettandosi sostanze che li facciano sballare, che li anestetizzino o che li eccitino al punto da diventare delle instancabili, implacabili macchine che producono affari o stuprano donne, con la tragica incoscienza della actio libera in causa. Liberi professionisti, padri di famiglia, dirigenti, praticanti della Messa domenicale, studenti, manager, artisti di successo, operai. Il discorso sulle sostanze si allarga ben oltre la cocaina. Michael Jackson è morto per un’intossicazione acuta da Propofol, un farmaco che gli anestesisti conoscono bene, perchè oltre a indurre anestesia porta il paziente operato ad uno stato di disinibizione tale da consigliare di tenerlo al riparo dai familiari per alcune ore dopo l’intervento, ad evitare confessioni indesiderate. Prince è morto per una intossicazione da Fentanyl, un analgesico più potente della morfina, un oppioide sintetico per il quale non ha nemmeno più senso dire se è legale o illegale: è legale se somministrato sotto controllo medico, ma è anche illegale se si considera che è una delle sostanze più spacciate al mondo, che ha fatto negli Stati Uniti 200.000 morti negli ultimi sei anni. Sono numeri che rendono evidente come questi oppioidi non vengano utilizzati solo per curare il dolore severo di tipo fisico, ma anche o forse soprattutto quello psicologico, emotivo. Il premio Nobel per l’economia Angus Deaton ha pubblicato un corposo studio sul tema (“Deaths of Despair and the Future of Capitalism”, Princeton University Press, 2020). Questa ‘”epidemia” del male di vivere colpirebbe prevalentemente americani bianchi della classe media o operaia e con un livello basso di istruzione; ma, come appare dagli illustri esempi che ho citato, anche i ricchi e famosi ricorrono all’oppio di ultima generazione, fino a morirne per overdose. Ci sono case farmaceutiche, come Johnson&Johnson e Purdue, condannate a risarcimenti plurimilionari per le aggressive campagne di marketing con le quali hanno spinto i medici a prescrivere queste sostanze in maniera indiscriminata. (Nel 2015, un terzo di tutti gli adulti, negli Usa, ha ottenuto una prescrizione di medicinali a base di oppioidi. Parliamo di 98 milioni di persone).

Far fallire la Johnson&Johnson però non è la soluzione al problema, così come non lo è catturare i Vikings a Ferrara o decapitare il cartello di Medellin, o arrestare “El Chapo” Guzman. Pur nutrendo il massimo rispetto per chi porta a termine queste attività di contrasto al grande narcotraffico, mi viene in mente l’immagine del bambino che appare a Sant’Agostino cercando di rimuovere l’acqua del mare con una conchiglia. Il problema gigantesco che innerva la nostra vita sociale non è la disponibilità di droga, è la mancanza di un senso. La frase di Karl Marx “la religione è l’oppio dei popoli” suona ancora più inquietante in una versione aggiornata, che si può ottenere semplicemente invertendo l’ordine di due vocaboli: l’oppio è la religione dei popoli.

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La prigione del Natale

Justify Me (Nate James, 2005)

Un’ora d’aria attesa giusto un anno. Luci e filastrocche come tradizione vuole, caramelle e musiche di zucchero e miele. Quieta è la notte che non porta consiglio. Solo illusioni di buone azioni, solo pensieri addomesticati, voti mai mantenuti. Fino al prossimo natale.

Dunque tutto uguale, ogni volta, ogni Santo Natale. Ma non stavolta.
Incombe la minaccia, soccombe la certezza. Solitudine forzata, festa rovinata. Non per me.

Per me che non è cambiato nulla, e sono tre anni ormai. Ogni natale è una croce dalle punte insanguinate, una lama tagliente che riapre vecchie ferite. E brucia, e tormenta queste mie piaghe mai guarite.
E questa notte, ancora una volta, ho sognato il natale insieme a te, ho sentito il tuo petto respirare accanto a me. Ho visto stelle d’argento illuminare il tuo viso, ho chiesto alla notte di cullare il tuo riposo.
Ma scende la pioggia in questo grigio mattino, e scendono lacrime su questo vuoto cuscino.
Gocce d’argento nella luce spettrale, l’ennesimo sogno d’un perduto natale.

Certo, la solitudine brucia l’anima e il vuoto tutt’intorno richiama il tuo ricordo. Eppure vorrei fermare il tempo. Vorrei che questo natale non finisse mai. Dio se lo vorrei.
Perché il tuo ricordo è una culla, perché la tua assenza mi stordisce, m’ubriaca, diventando presenza.
Perché, per quanto amara, m’è dolce questa prigione. Effimero, morbido e caldo rifugio che mi protegge, mentre la vita passa di fuori gettando avanzi, come sempre, senz’occhi e senza cuore.

Perché oggi era l’incanto, oggi soltanto. Buon Natale amore.

Il fratello medicina

racconto di Patrizia Benetti

Sono Mirko, diciassette anni, secondogenito della famiglia Sacchi.
Giordano, vent’anni, è malato, ha bisogno di un donatore di midollo osseo.
Per questo motivo sono nato io, il fratello medicina.
Mi sento un intruso a casa mia.
Papà mi sorride imbarazzato.
Mamma non ha occhi che per il primogenito, lo osserva con occhi colmi d’amore.
Il poveretto soffre. Suda, ha profonde occhiaie, gli mancano le forze.
“Coraggio fratellone, ce la faremo”, gli dico.
“Mi dispiace”, sussurra.
“Non devi”, replico sorridendo.
Un’ambulanza ci porta all’ospedale.
Due infermieri ci accompagnano in sala operatoria.
Ho freddo e paura. Poi l’anestesia.
Mi sveglio intontito. Sono in stanza, nel letto accanto a quello di mio fratello.
L’operazione è riuscita perfettamente.
Giuliano è guarito.
Nostra madre scoppia in lacrime, lo abbraccia, gli accarezza il viso.
Quindi si china su di me, ma io la allontano.
Papà è in piedi, a capo chino, gli occhi umidi.
Stringo la mano a mio fratello.
Lui mi sorride grato.
L’incubo è finito.

Sewn (The Feeling, 2006)

Buoni consigli

Quanto ti è semplice spendere parole di conforto e dispensare buoni consigli agli altri. Nessuna di quelle parole  conforterà te, sai bene che non seguirai nessuno di quei consigli.

“Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano.”

William Shakespeare

PER CERTI VERSI
Il sonno è fatto

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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CARO CLAUDIO

Caro Claudio
Medico di famiglia
Amico e terapeuta
Non me lo cavo dalla testa
Che la cosa più dura
Se ne esci
Sia fare i conti
Con ciò che resta
La paura

IL SONNO È FATTO

Il sonno è fatto
Per chi sta bene
Quando ti crivellano la mente
I colpi del dolore
Non vorresti altro che sparire
Volere insieme
Vivere e morire

PERCHÉ

Perché
Me lo sono chiesto
Tante volte perché
Proprio a me

PRESTO DI MATTINA
Chi sono io per te

Chi sono io? Questa domanda, del tutto inattesa, risalita da non so quali profondità dell’inconscio amareggiato, si era dilagata irruente nella coscienza mentre scendevo le scale di un condominio nei pressi della parrocchia, tanto tempo fa. Una domanda scandita come un ritornello, a ogni gradino, dopo la visita a una persona inferma costretta a letto. Ero stato rimproverato per la lunga assenza dall’ultimo incontro, e avevo sentito tutta l’impotenza e l’inutilità di un ministero che ti vuole tutto a tutti. Salire e scendere le scale per incontri brevi, apparentemente insignificanti e vuoti. Mi sentivo come un pane che si disperde in tante briciole senza capacità di sfamare alcuno.

Chi sono io? Attesi un momento lunghissimo per rispondermi. Scartai subito “sono un parroco” – e i suoi equivalenti: “sono un pastore”, “un prete” – quasi a voler lucidare l’armatura ammaccata. Mi accorsi così, scendendo quelle scale, che avevo continuato, come avevo fatto salendo e arrivando in bicicletta, a pregare la preghiera del cuore. Non avevo smesso nemmeno durante l’incontro, a invocare, dentro, il nome di Gesù su quelle interminabili afflizioni di una vecchiaia esausta.
Sentii allora salire la risposta da dentro avvinta ad un sospiro lento e consolante: “sono un uomo di preghiera”. Sì. Sì mi dissi: questo sono io. Qui staziona e da qui parte e ritorna sempre di nuovo, accrescendosi come un albero dalle sue radici, il mio “io” più autentico; quello non ripiegato su sé stesso, ma aperto e disteso al futuro. Avevo ritrovato la coscienza dell’io nella preghiera come essenza e pienezza dell’umano, in quello che chiamerei un sussulto mistico, risonanza del mistero di Dio nella banalità del quotidiano, in fare pregando.

Un “io” orante è “un io sempre in relazione”. Un io che si perde e si ritrova nell’amore per l’altro, pur incontrato nei luoghi del disamore e del non umano o dell’umano finire. Un io orante è un io “in progress; diviene un “io” credente, che si fa affidandosi nella relazione, e rimane irremovibile nel luogo della dignità e nella responsabilità dell’altro, come Tommaso Moro, un credente per tutte le stagioni perché orante. Un adagio liturgico dice lex orandi è lex credendi: la forma della preghiera dà forma alla stessa fede, è legge del suo agire come amore.

Romano Guardini sottolinea un altro aspetto: “Credere con riferimento alla propria vita significa vedere sempre il tutto” (Diario, Brescia, 1983). La preghiera è allora da comprendersi come un atto totale che investe e coinvolge l’interezza dell’esistere. Non sono solo le labbra a muoversi. Le tue cellule pregano, così il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi e le orecchie. E lo stesso vale per i tuoi gesti, sia che tu stia fermo o cammini. Ma anche il tuo muto e smarrito silenzio prega. La tua preghiera si riveste così della forma, delle parole e delle loro assenze. È nei colori, dai più cupi ai più luminosi. E dimora nei sentimenti, da quelli più tristi a quelli che illuminano il volto: arcobaleno cangiante dell’esistenza, del tuo stesso vivere in relazione o in solitudine, quando abbracci e quando ti astieni dal farlo. La preghiera, come la comprensione dell’essere in Aristotele, “si dice in molti modi”, perché non ha una essenza ma comprende tutte le essenze, e quindi tutte le forme. Essa è nascosta in ogni piega del tempo; occupa ogni spazio; sta nell’intermezzo dell’aurora e del tramonto, tra il buio e la luce ed è di casa in entrambi, di giorno come di notte. È in ogni pausa e sospiro tra le parole, nell’attimo del battito delle ciglia come del cuore, quando si recita nell’arco del giorno per tre volte l’Angelus Domini, o nelle fragilissime ali raccolte di una farfalla come mani giunte in preghiera. Essa è già tutta nel primo vagito della vita nascente ed è ancora lì nell’ultimo rantolo di un morente.

Come la sapienza di Dio la preghiera costruisce pietra dopo pietra nel mondo e in noi la sua casa (Pr 9,1). Le lacrime e i sorrisi sono le sue sette colonne, il dolore del mondo le sue fondamenta. La sua tavola imbandita è la gioia del figlio perduto e ritrovato, dello sposo del Cantico per la sposa; la gioia che scopre la perla preziosa e il tesoro del Regno. Ogni preghiera, gemito inesprimibile dello spirito, converge misteriosamente nel gemito dell’intera creazione: quello delle cerve partorienti, dell’animale preso nella rete, braccato e ferito a morte dai bracconieri, nel silenzio di una stella che si spegne, nel cammino di una cometa. Immancabilmente si fonde con la preghiera eucaristica di Gesù e della Chiesa ogni domenica, preghiera dell’Agnello condotto al macello (Is 53,7; Ger 11,19), Agnello pasquale, immolato ma vivente.

Pregare in situazione di passività è certamente esserci nello sprofondo dell’afflizione che dà angoscia. Si prega allora con “labbra chiuse” come nella preghiera di Paolo VI per la morte di Aldo Moro: “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

Pregare in ascolto del silenzio di Dio, in compagnia di questo Dio incomprensibile e silenzioso, trovando sempre di continuo il coraggio di parlargli, di parlare entro l’oscurità con fede, confidenza e calma, sebbene apparentemente non venga alcuna risposta se non la vuota eco della propria voce (Cf. K. Rahner), genera un’esperienza di unione che trasforma la solitudine in gioia. È l’esperienza dei poeti e dei mistici, e di coloro che amano perdutamente e nel perdersi incontrano la gioia dell’incontro. Lo scolpisce con un solo verso Mariangela Gualtieri: “Forse la gioia è la preghiera più alta”.
Chi prega accede alla conoscenza di sé e attende la conoscenza dell’altro, anche quella di Colui – direbbe ancora Guardini – “che ha assunto la nostra nella sua esistenza. Così l’eco di questo mistero è che egli ci concede di accogliere la sua nella nostra esistenza” (Ivi, 168-169).

Piuttosto che in lunghe preghiere, Teresa d’Avila scopre sé stessa e si conosce misurandosi nella pratica del vivere e in rapporto al fare, all’azione; e in questo metteva in pratica il detto di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9).
Così l’esperienza mistica per lei non è fine a sé stessa, ma deve attuarsi in una prassi, in un servizio alla vita; il culmine della preghiera non consiste nei rapimenti estatici, ma nella risposta all’altro. Così Teresa ha compreso se stessa attraverso questa esperienza di amicizia che è l’orazione aderendo alla volontà di Dio al modo di Gesù che diceva: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34).
Ora, tutta la storia della sua vita, la sua autobiografia è stata riletta proprio attraverso quella stessa domanda che era affiorata in me: Chi sono io? Lo ha fatto in un saggio Emanuele Riu Chi sono io? Santa Teresa nel Libro della vita (in “La dimora interiore. Mistica e letteratura nel V centenario della nascita di Teresa de Avila“, rivista online, La Torre del Virrey, 2018). Scrive Riu: “La grandezza della Vida di santa Teresa sta dunque nell’illustrare al lettore la quotidianità della propria vita e nell’aprirgli la propria anima, consentendogli di partecipare ai suoi travagli più interiori e rendendolo in qualche modo partecipe di una ricerca del proprio “io”, condotta sul crinale fra l’oggettività patristica e medievale e l’inquietudine interiore tipica del soggetto moderno, acquisendo in vari modi tutti quegli spunti che dalla spiritualità medievale potessero condurla ad un rapporto con Dio in cui la propria interiorità fosse completamente in gioco” (ivi).

L’esperienza di Dio che si incontra nell’orazione è per la mistica d’Avila, non solo possibile a tutti, ma necessaria affinché ogni persona possa giungere alla coscienza autentica della propria identità, alla radice del proprio io che si sperimenta nell’alterità. Noi raggiungiamo l’autenticità della nostra umanità quando giungiamo al suo fondamento ultimo di ciò che realmente l’io è. Un io in relazione in vista dell’unione. E la preghiera è la forma dialogica e generativa di quel vincolo che tiene tutti perfettamente uniti: l’amore.

Una domanda tira l’altra. Non solo Chi sono io? ma pure Chi sono io per me? Come l’autobiografia teresiana, così Le confessioni di Agostino di Ippona costituiscono un percorso mistico, un’uscita dell’“io” da sé, alla ricerca della propria identità che è amore. Amanti e al contempo amati, fonte e destinazione di un sentimento di amore che generiamo e ci viene incontro dandoci una forma.
Si cerca nell’altro ulteriorità di senso e di vita. Ecco allora l’invocazione che cerca il volto dell’altro all’inizio delle Confessioni in forma di domande: Chi sono io per te? e Chi sei tu per me? fanno del testo di Agostino il suo itinerario mistico: la preghiera della sua vita:
“Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti. Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono!” (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Non si può, su queste ultime note, non ricordare un episodio della vita di S. Teresa raffigurato anche in un dipinto della chiesa delle sorelle Carmelitane di via Borgovado. Un giorno la santa Madre nel monastero dell’Incarnazione di Avila stava scendendo le scale e quasi inciampò in un bel bambino che le sorrideva. Suor Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno del convento, gli si rivolse chiedendogli sorridendo: “E tu chi sei?”, allora il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, sorridendo, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”.

Dedico questo testo all’amico Gian Franco che ha attraversato la soglia del mistero di Dio, sua nuova dimora; egli mi ha accompagnato nel ministero pastorale, spalla a spalla, dal 1983 a S. Francesca prendendosi cura della comunità nello stile silenzioso e orante di Maria e in quello schietto, familiare e laborioso di Marta.

Occhi

Quella mattina, mentre faceva colazione, Miriam guardava rapita un telefilm. Uno di quelli americani, una serie dipanatasi nel tempo contando chissà quante puntate. Un telefilm “leggero”, ma con interpreti di valore, come fanno negli Stati Uniti dove, anche nelle pellicole più commerciali, sono impegnati attori di grande carisma ed esperienza.
Di tutto l’intrigo della sceneggiatura, l’aveva colpita una sequenza. L’anziano proprietario di un cavallo, dopo vari tentativi di curare l’animale vecchio e artritico, ormai con liquido nei polmoni, si era deciso ad abbatterlo. Alla sua maniera, naturalmente, in perfetto stile western, anche se moderno: con la carabina, puntando alla testa. Era il suo animale, il suo amico, era giunto il momento di alleviare le sue sofferenze.
Nelle sequenze in cui prendeva la mira, le ottime inquadrature del cameraman avevano immortalato la recitazione da oscar dell’attore. La decisione, l’occhio sbarrato sul mirino, il prendere la mira, l’indugio nel premere il grilletto, un battere di ciglia, l’occhio che si appanna, le emozioni che hanno il sopravvento, i ricordi, i muscoli del viso che si rilassano, lo scoramento, l’incapacità di proseguire sino al desistere, affidando il compito al veterinario. L’attore aveva fornito un’interpretazione così veritiera e umana, senza parole, perfetta nei tempi e nell’intensità, che a Miriam si era contratto lo stomaco e aveva emesso un singulto.
Quando le succedeva, la donna aveva un gesto di stizza e insieme di affetto verso se stessa, borbottando che era diventata troppo sensibile. Commuoversi davanti ad un telefilm!
Il fatto era che, al di là dell’eccellente performance dell’attore, Miriam era stata assalita dalla compassione. E dai ricordi.
Anche lei aveva avuto diversi animali. Cani e gatti che aveva amato come si potevano amare gli animali. Mantenendo cioè un distinguo con gli esseri umani. Ma solo perché appartenevano a specie diverse, non per un diverso codice comportamentale che esigeva prima di tutto — prima di tutto — il rispetto. Il rispetto per la loro condizione di cane, di gatto, di animale con marcate caratteristiche. Li aveva amati, quindi, non solo accudendoli e dando loro affetto, ma rispettando la loro natura, senza farli diventare la parodia di un essere umano.
Aveva pianto quando aveva raccolto due suoi gatti spiaccicati sulla strada, quasi un tutt’uno con l’asfalto, da doverlo grattare — il tributo pagato alla libertà che, su consiglio del veterinario, non aveva sottratto loro, rinchiudendoli a vita in casa. Aveva pianto quando aveva dovuto far sopprimere gatti e cani ormai talmente sofferenti incurabili o in agonia che, a non dar loro una morte rapida e indolore, sarebbe stato egoismo, l’ostinazione a tenerli in vita anche a costo del loro strazio.
Il telefilm terminava con una citazione di Konrad Lorenz, riferita al cane ma che, per l’occasione, la nipote del vecchio cambiò rapportandola al cavallo e donandola al nonno: La fedeltà di un cavallo è un dono prezioso, che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cavallo fedele è altrettanto “eterno”, quanto possono esserlo, in genere, i vincoli tra esseri viventi su questa terra.
“Ecco” pensava Miriam. “Penso di aver avuto questa fortuna. Che anche i miei animali l’abbiano avuta”.
E le tornavano in mente gli occhi delle sue bestiole — gli occhi. Quelli che le avevano parlato con sentimento puro, con gioia e disperazione, con pena e felicità, con libertà e dedizione. Era sicura che anch’essi avessero visto le stesse espressioni nei suoi occhi. E poiché gli animali erano capaci di interpretare la mimica facciale — gli atavici segni comuni ad ogni essere vivente — anch’essi avevano capito quello che lei provava nei loro confronti. Il rispetto. L’affetto.
E le sovvennero tutti i dibattiti e i discorsi sull’eutanasia, sul testamento biologico, sull’accanimento terapeutico e sulla terapia del dolore o sulla sedazione completa, non sempre applicata, quando la situazione era irrecuperabile… — Parlo per me, — iniziava così, durante le discussioni, infervorandosi. — Io non ho paura della morte, ma del dolore, e credo di essere solo di passaggio sulla terra, perché destinata ad una vita dopo. Ed è inumano e un oltraggio alla mia dignità tenermi a forza qui, a costo di ulteriori sofferenze e di trattamenti sproporzionati ai risultati, invece di sedarmi completamente e lasciarmi andare, quando non c’è più nulla da fare. Perché solo chi patisce sa quanto è lungo un secondo di dolore.
E poi pensava ai morti per coronavirus in terapia intensiva — a quelli nel periodo più nefasto e a quelli attuali, che morivano nello stesso modo ma che, essendo in numero minore, suscitavano meno scalpore, meno riflessioni, meno interesse — e agli infermieri che avevano avuto la pietà e la compassione dell’assistenza, di tenere loro la mano, anche se guantata, sino al momento del passaggio. Pensava ai loro occhi — gli occhi — al muto linguaggio che li aveva uniti, attraverso gli strati di protezione, oltre le parole. E pensava che l’essere umano era capace di cose bellissime.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

PER CERTI VERSI
La chemioterapia

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LA CHEMIOTERAPIA

ma la debbo fare
La chemioterapia?
Chiedevo al dottore
Con la confidenza
Delle ore spese
Tra visite chiacchiere
E diagnosi a ventre aperto

Se non vuoi andare a Lourdes
Fu la sua risposta

IN UNA NOTTE

In una notte
Di rapido vento
Che soffia via
Tutte le foglie
I capelli cadono a flotte
Perfino i peli ruvidi
I peli più tenaci
Se ne vanno
Come Avari
In una notte

LA CHEMIO II

quando vomiti la fogna
Dell’essere
La chemio ti ha invaso
Il midollo della volontà
Ti esplode nel bacino
Un baratro orizzontale
Con te hai solo
Il paracadute della cecità

DI MERCOLEDÌ
La misura della maturità

Proprio ieri ho fatto visita a una signora più grande di me di qualche anno che vive sola in una grande casa dalle finestre perennemente chiuse. La sua giornata trascorre così, tra studio, lettura e tanto computer. Ha un indubbio carisma e una sofferta maturità. Mi ha parlato a lungo di questi suoi ultimi anni pieni di dure prove, dei lutti di tutti i suoi famigliari. Ha detto di essersi smarrita in un lungo cammino buio, ma ora si sente di nuovo libera nello stare con se stessa e sul suo volto ancora bello ed espressivo ho letto in effetti un messaggio sereno. Poi, prima di addormentarmi alla fine della giornata ho voluto aprire il mio nuovo libro. L’ho fatto con delicatezza perché non è mio, ma è il prestito di un amica. L’ho fatto perché molti libri hanno le ali e non vanno spezzate.

Che inizio. Ho ritrovato immediatamente lo stile dell’autore che leggo da anni, le frasi ben scandite  che seguono i pensieri del protagonista e li fissano con precisione semplice. L’autore è Gianrico Carofiglio, il protagonista è l’avvocato Guido Guerrieri, il romanzo ha per titolo La misura del tempo ed è arrivato secondo alla edizione più recente del Premio Strega.

Ci sono giornate in cui i fatti che accadono e le sensazioni che si provano sono tra loro in armonia. Ieri è stato così: la lettura serale mi ha portato di nuovo a riflettere sulla nostra maturità di uomini e donne della seconda età.
Ho letto solo le prime ventidue pagine, per cui mi accingo a scrivere eccezionalmente di un romanzo che non ho ancora letto. Però l’esperienza di vita dell’avvocato Guerrieri si è già accampata nel libro e mi ha dato spunti preziosi per misurarmi con lui.

La nuova cliente, che egli riceve alla fine di una lunga giornata di lavoro, non è una persona qualsiasi, ma una donna con la quale molti anni prima ha avuto una relazione piuttosto intensa, anche se è durata solo alcuni mesi. Quando lei entra nello studio c’è l’impaccio del ritrovarsi dopo un così lungo intervallo e dopo tante esperienze di vita. Se accadesse a noi che leggiamo, non potremmo che dare conferma di ciò che accade a Guido e Lorenza: lui riconosce lei a fatica, lei lo trova molto simile al Guido giovane, ma si salutano entrambi con un gesto goffo. Lei gli dice sinceramente che non lo trova cambiato, lui sa evitare di dirle la stessa frase che risulterebbe formale se non addirittura insincera. Perché lei porta male i suoi 57 anni ed è lì per un problema serio che riguarda il figlio e che aggiunge altri anni alla pelle del suo volto.

Nel corso della giornata, prima di questo appuntamento delle 19, Guido ha incontrato per caso un amico, Enrico, e l’ha trovato estremamente provato dalla morte della madre. Anche un mio amico ha perso la madre nel mese di giugno e ora sta faticando a riprendersi. Quanto a me, ho perso madre e padre da molti anni ormai, come Guido Guerrieri. Bene, siamo tutti dalla stessa parte: narratore, personaggio, lettrice (e lettori). Leggo il resoconto che Enrico fa a Guido della scomparsa della madre e sento che mi emoziono e mi scompongo; Guido dice di avere avvertito “come un pugno alla bocca dello stomaco” e credo usi le parole giuste anche per me. Perché sono parte in causa e anch’io mi libero, sentendo dire da Enrico che è una prova durissima quella di assistere un genitore nei suoi ultimi mesi e giorni, quella che a volte ci ha fatto esasperare e talvolta abbiamo risposto con asprezza o con insofferenza a una delle  persone più care. Enrico dice che questo comportamento ci toglie la “dignità”, io non lo penso: nei brevi momenti in cui è toccato a me ho sentito di smarrire semmai  la mia identità, sperduta in uno spazio senza confini e senza leggi. L’ho chiamata “la terra di nessuno”, anche perché non si lascia governare da alcun principio razionale ed è lei a impadronirsi del nostro smarrimento e di noi, a tratti. Ci rende insensibili, quasi dovessimo metterci in salvo dalla spirale della malattia e della fragilità.

Guido ha invitato Enrico a prendere un caffè e ha ascoltato il suo sfogo. E’ un atteggiamento che mi pare misurato, che soccorre nel modo più naturale l’amico. Enrico ha bisogno di buttare fuori dolore, sgomento e delusione di se stesso. Non servono donchisciottismi, basta esserci nell’istante giusto, prima di tornare ognuno alla propria vita e alla propria identità.

Da ultimo, ma per ventidue pagine può bastare, l’inventario. Spinto dai discorsi di Enrico, Guido ripensa a sua volta ai propri genitori e in sole tredici righe fa un bilancio preciso di quello che gli hanno lasciato. Anche qui mi sono scomposta. So bene cosa hanno lasciato a me i miei genitori, non so se saprei esprimerli in così poche parole, con nettezza. Tento di occupare le righe del libro con il mio elenco, come se provassi a sovrapporre la mia mano a quella del narratore. L’operazione mi sta riuscendo abbastanza bene: nelle due liste sono compresenti “onestà” e “rispetto per gli altri”. Nella lista di Guerrieri segue l’”amore per le idee”, nella mia metto l’amore per la creatività e per la sana adesione a se stessi. Quanto al “bisogna sempre sbrigarsela da soli” mi discosto un po’: se Guido fatica ad accettare aiuto dagli altri, credo di essere diventata meno rigida di lui nel tempo, con tutta la collaborazione di cui ho goduto nella mia professione di docente e nei rapporti dentro la mia nuova famiglia.

E’ finita una giornata vissuta in armonia. Mi sento bene, anche se il dialogo con la signora mi ha sbattuto in faccia che il dolore può farci così male e le pagine del nuovo libro mi hanno riportata alle mie manchevolezze. Mi sento al mio posto, anche se stare qui comporta avere paura e prendere la misura ai miei limiti.

Non so quali tra le infinite variabili della narrazione compariranno da pagina 23 in poi; non so intuire gli ostacoli che l’avvocato Guerrieri dovrà superare per condurre a termine il processo al figlio di Lorenza, che si presenta piuttosto difficile. Confido nella sua professionalità e nell’esperienza che ha maturato in ormai molti anni di attività come avvocato penalista. Conosce i propri punti di forza e le fragilità, sa valutare i rischi e le risorse di cui dispone; saprà ricostruire pazientemente una verità, forse dovrà scegliere tra verità processuale e verità vera, credo che come altre volte cercherà di trovare la loro migliore intersezione. E poi il finale della storia potrebbe piacermi oppure no, spesso i finali sono scontati o poco plausibili o troppo espliciti. Insomma deludono.

Tuttavia non ho scelta, sono o non sono da sempre una lettrice? E allora non posso che accettare il rischio e procurarmi il piacere di continuare a leggere.

PER CERTI VERSI
Dileguarsi

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DILEGUARSI

i pomeriggi ospedalieri erano – a volte –
Liberi dalle attese
E guardavo la luce schiantarsi
Sui vetri dei palazzi
Il mare dei colli ariosi
Dalla loro piccola sommità
Mi dileguavo anch’io
Nel loro grembo

LA SIMONA QUANDO VENIVANO

la Simona quando venivano
Portavano le robe di sempre
Da ospedale…
Ciccioli secchi crescenza e vino
Mentre io andavo a flebo
Era il loro modo
Di reagire al male

VINC E LA WILMA

Vinc e la Wilma
Venivano tutti i giorni
Sono stati assidui e cari
Quasi fuori tempo
Un cofanetto
Di Sperlari

IL VECCHIO LUGUS

il vecchio Lugus
In mezzo agli altri
E tace
Lui lo so
Non si dava pace

PER CERTI VERSI
I miei

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I MIEI

i Miei
Quanto è stata dura…
Il cancro fu un’apnea incerta
Per tutto l’ossigeno che occorse
E chi resta fuori – come loro-
Con tutta la pena in gola
Si domanda
Ce la fara’
A rifiatare ancora?

MIA MADRE HA RETTO

mia madre ha retto
Non so come
La brutalità del nome
Cancro
All’unico figlio
Che ha potuto avere

È stata della speranza
La mia seconda incubatrice

MIO PADRE

mio padre non è cambiato
So che ha assimilato la bufera
Tagliando la legna del dolore
Per i miei futuri inverni
Da professore

PER CERTI VERSI
La morfina

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LA MORFINA

il dolore che invade
Un dolore enorme
Che pervade la fibra
Un dolore da delirio
Di sete e sveglie incessanti
Fiumi grandi e arsi
In gola solo oboli
Bagnati da canarini

Un dolore da soglia
Infranta e baratro
Che lascia viva la ragione
Un dolore che marchia
La memoria
Un fiotto di voce
Che mugola una tregua

Un dolore così
Da morfina

LA MORFINA II

Sembrava di volare
In un verdecalma
Remando verso il meglio
La morfina mi aveva spazzato
Da tutto il piombo operatorio
L’intero corpo liberato
Di sudore e sete
Al risveglio

I RITI CAMBIATI:
nella pandemia reinterpretiamo la nostra esistenza

Quando si dice che è ‘un rito’, si intende qualcosa che stancamente ripete se stessa. Poi ci sono ‘i riti’, i riti al plurale che sono cerimonie, celebrazioni, culti con le loro liturgie, laiche e religiose. Non possiamo fare a meno dei riti, perché i riti confermano le nostre appartenenze. La famiglia ha i suoi riti, una volta legati al desco. Il corteggiamento ha i suoi riti, fino all’anello di fidanzamento e alla promessa. Il lavoro ha i suoi riti, le entrate e le uscite, le divise come paramenti sacerdotali, le ore di fatica. Anche la memoria ha i suoi riti negli anniversari. A guardarci intorno scopriamo che tutta la nostra esistenza è una costante di riti, procedure, recite, rappresentazioni, liturgie, copioni.

Poi, un giorno accade che il grande palcoscenico della vita improvvisamente prende la forma del coro del dolore e della cavea della paura. Il rito si spezza, si frantuma, il complesso delle norme che lo definiscono e lo descrivono viene meno. È accaduto in questi giorni di eccezionalità, in cui abbiamo dovuto difenderci dal rischio del contagio.
I riti sono cambiati, altri ne sono stati confezionati come l’uso della mascherina e il distanziamento fisico. Altri ancora sono stati negati come la condivisione del lutto. La morte, che una volta era accompagnata dai vivi, per confermare che la vita non si ferma, è stata lasciata sola, tenuta a distanza, perché non sapevamo se la vita avrebbe continuato a scorrere, tanto la morte dominava incontrastata sui nostri timori e sui nostri rifugi.

Le comunità si riconoscono nei loro riti, che sono il racconto dei loro miti e la costruzione delle loro simbologie, le forme che abbiamo dato alla narrazione della nostra cultura. Al posto dei riti sono rimaste le autobiografie, quelle che lasciamo scritte ogni giorno sui social a cui accediamo, a cui affidiamo la trasmissione dei messaggi come parte di noi stessi, di quello che siamo. Lasciamo testimonianza della qualità delle nostre biografie. Qualcuno un giorno studierà le forme che hanno assunto i nostri racconti e i prodotti dei nostri pensieri come l’espressione di una cultura indigena.

Non ci siamo resi conto che si è aperta la porta per uscire dal rito, per uscire dalle nostre autobiografie. Che non abbiamo più nulla da celebrare. Perché quella che abbiamo vissuto non è una pausa, non è una sospensione, ma è stata una rottura delle nostre sacralità, dei riti a cui eravamo convocati, dei nostri sacerdozi. Forse l’ultimo episodio di una stagione che ha rincorso le ombre delle costruzioni che ci siamo eretti. Abbiamo dovuto dismettere le nostre anime colpite dallo stupore della sorpresa, dall’imprevedibilità dell’imperscrutabile, abbiamo scoperto di tremare, di essere come la tribù ancestrale che teme l’ira delle divinità. Abbiamo veduto e ascoltato lo sciamano pronunciare la sua preghiera agli dei, agli idola specus, nello spazio lasciato vuoto pure dal tempo, sotto le intemperie della natura.

Questa rottura è una ferita benefica che ha sollevato il velo sulla nudità che siamo, sulla  fragilità delle nostre liturgie, sull’insensato abbarbicarci alle ridondanze che si infrangono contro l’inatteso e l’improvviso, e non ci sono altari da innalzare e numi da pregare. La nostra solitudine è fuori e dentro di noi, temere la solitudine è come temere se stessi, l’unica speranza è quella di non coltivare speranze per prendere la vita nelle nostre mani. Senza fingerci cammini e mete, continuare ad arare, a coltivare la terra, a piegarci alla fatica per coloro che verranno dopo di noi e forse ce ne saranno riconoscenti, come si usa, nella memoria.

Siamo usciti dai riti e dalle nostre autobiografie per ritrovare il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Occorre fare igiene nelle nostre menti, provvedere alla raccolta differenziata dei cascami delle nostre certezze, correre il rischio della pulizia delle nostre presunzioni. Sgombrarle dall’occupazione dei pensieri sedimentati, dagli incartamenti degli incanti. Dimenticare le usanze per far spazio alle incognite, svuotare gli abiti della zavorra di cui li abbiamo caricati, seminare per dare inizio a nuovi raccolti. Ripartire dall’interrogativo socratico Ti Esti, che cos’è? Che cos’è quello di cui parliamo, che cos’è quello che facciamo, che cos’è quello che siamo, che cos’è quello che vogliamo essere.

Il nuovo secolo ancora non aveva posto nell’urna le ceneri del venir meno del sentimento religioso, del tramonto della metafisica e della crisi delle ideologie. La dimensione globale della pandemia ci ha posto con inesorabile prepotenza innanzi al nostro Essere e al nostro Tempo, per dirla con il filosofo, alla sfida nuova, alla capacità di saperla cogliere, alla necessità di dare una svolta ermeneutica alle nostre vite, al coraggio di reinterpretare l’intera dimensione umana. E questo con ogni probabilità è solo il primo capitolo, perché altri ben presto se ne aggiungeranno, e non potremo correre se non ci libereremo delle pastoie che ancora legano le nostre menti.

NOTA A MARGINE
La rimozione della morte e l’illusione dell’eterna giovinezza

Una società che trascura o ignora il culto dei morti è essa stessa morta. Ci siamo avviati già da tempo verso l’indifferenza davanti alla morte e sentiamo la necessità di rimuovere, accantonare, cancellare le tracce di chi ci ha preceduto, come se le pietre tombali, le lapidi e tutti i segni che ne onorano la memoria siano fastidiosi obblighi, ingombranti fardelli che appesantiscono la nostra quotidianità scandita e organizzata, che non contempla il rispetto del passato né tantomeno l’elaborazione del dolore della perdita. Non sempre le “Urne dei forti” nei Sepolcri di foscoliana memoria accendono “L’animo dei forti”. La ritualizzazione della morte ci trova impreparati perché abbiamo difficoltà a condividere il dolore, il lutto, la commemorazione dei nostri defunti: lo ‘spettacolo della morte’ è concepito come impossibile da sostenere e preferiamo rimuovere, trovare scorciatoie e vie di fuga per non affrontarlo. Un grande paradosso, se pensiamo alle immagini di morte veicolate dai media che ogni giorno siamo costretti ad ingoiare e che ci hanno condotti all’assuefazione totale, perché in fondo non ci riguardano in modo ravvicinato.

La frammentazione sociale, i martellanti messaggi valoriali di benessere, dinamismo, prestanza, giovinezza, salute, spensieratezza, benessere ci hanno indotti a perdere il senso dei nostri limiti terreni, cadendo nell’inganno della pseudo-eternità. Si elabora la morte e si ricordano i propri defunti attraverso i social network, e sullo schermo del computer e dello smartphone scorrono foto nostalgiche, dediche, epitaffi, massime e aforismi, emoji che rappresentano stati d’animo e sentimenti, messaggi di cordoglio, che non potranno mai sostituire il supporto che una reale vicinanza può offrire. Un’esternazione del dolore fine a se stessa che ci lascia inevitabilmente soli. Occorre infrangere l’idea che la morte e il ricordo dei propri cari creino una sofferenza insormontabile; occorrono più che mai momenti comunitari – proprio come il Giorno dei Morti – dove riesumare modalità comunicative autentiche, che permettano all’individuo di relazionarsi in un destino comune, trovando sostegno l’un l’altro, come richiede la nostra stressa storia evolutiva.
Trovarsi nei cimiteri, il Giorno di commemorazione dei defunti, è un rituale socialmente condiviso che permette di dare un ordine e un contenimento all’angoscia e al dolore della perdita. E’ un modo di riconoscere anche il valore e l’identità di chi non c’è più, la sua presenza nel passato, il suo essere stato, malgrado la sua scomparsa fisica. Molti aderiscono alla cerimonia, altri respingono l’idea di presenziare. Alcuni non ci vanno mai perché sentono i propri cari in ambiente diverso, altri non ammettono forme di celebrazione perché ritengono che ‘tutto sia finito’. C’è chi definisce quest’usanza come occasione ipocrita destinata all’apparenza di facciata, all’ostentazione dei vivi, piuttosto che sincero raccoglimento nel pensiero dei propri defunti.
Qualcuno preferisce visitare il cimitero soltanto in giorni più discreti, lontano da liturgie e appuntamenti ufficiali. Il cimitero è un luogo fisicamente ben definito con connotazione sociale chiara e condivisa. Permette di rimanere in contatto con i propri defunti, ricordarli ed essere di sostegno agli altri. Recarsi in quel luogo significa andare in un posto che ha una sua sacralità e richiede tanti piccoli rituali, piccole azioni, piccoli impegni – percorrere i vialetti tra le tombe, portare i fiori, accendere un lume, recitare una preghiera, rimanere in un silenzioso dialogo con se stessi e il defunto – che ci permettono di dare una sorta di sede al nostro dolore, alleggerendo il peso delle emozioni forti, rendendo meno pervasiva la sofferenza, riducendo l’angoscia, facendoci sentire meno soli.
Sono gli stessi gesti, le stesse modalità compiute nei secoli da chi c’era prima di noi, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca e civiltà, ma con lo stesso senso profondo. In alcune aree del mondo la commemorazione dei defunti assume un’importanza che supera per quel giorno le esigenze dei vivi. In Messico il Dia de Muertos, di origini preispaniche, diventa una festa di due giorni che coinvolge l’intera popolazione: l’1 novembre festeggiato dai bambini e il 2 dagli adulti. Si preparano gli altari dei morti attorno alla sede tombale, un arco addobbato con fiori, foto del defunto, incensi, per favorire il ritorno del caro estinto almeno per quei giorni. Vengono distribuiti dolci e pan de muerto ricoperti da zucchero colorato. La glassa di colore rosso, si narra, fu un’idea dei colonizzatori spagnoli per dissuadere simbolicamente la popolazione dalle pratiche dei sacrifici umani ai loro dei. Il colore dominante della giornata dei morti è il giallo, che domina la scena con le composizioni di cempasùchil, dei garofani particolari. File interminabili e suggestive di candele accese segnano il cammino che i defunti dovrebbero percorrere, mentre le famiglie rimangono riunite in cimitero per tutta la notte, con gruppi musicali che suonano le canzoni e melodie che piacevano ai loro cari. Una grande festa sentita che trae le sue radici nell’antichità, mantenendone tutta l’intensità, non solo folklore. Nel 2008 l’Unesco ne ha riconosciuto il valore, dichiarandola ‘Patrimonio immateriale dell’Umanità’.
Ci ha esortato anche Papa Francesco a fare visita ai nostri defunti oltre il Giorno dei Morti, onorarli, ricordarli per chi e ciò che sono stati e non soltanto per colmare il divario che ci separa dalla perdita. Disertare una visita ai nostri cari scomparsi significa privarsi di un momento dedicato esclusivamente al loro ricordo in un luogo a loro riservato. E se ci imbattiamo in qualche epigrafe spoglia, qualche tomba abbandonata, qualche sede sepolcrale davanti a cui nessuno si ferma, depositiamoci un fiore.

PER CERTI VERSI
Apriti cielo

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

APRITI CIELO

Apriti cielo
a volte mi dico
E vorrei urlare
Per disarcionare
Quell’angoscia di vivere
che mi guida
senza meta
Apriti cielo
A volte mi dico
E vorrei piangere
Per togliermi quel peso
che mi zavorra lo stomaco
addolora dire e sentire questa tenaglia
Ma non a te
Che conosci le giornate storte tue
e anche mie
E mi aiuta
La tua scialuppa
Per cavarsi dalle onde
Dal loro mattatoio
E infilare il tuo abbraccio
Come accappatoio

Non arrenderti mai…

Never Back Down (Novastar, 2006)

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo…”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, immane come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Polvere mossa dal vento, invisibile, libera.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre, ma ti ha lasciato solo ed è questo l’unico tuo pensiero.
Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Dentro di te è lo stesso. Il gelo perdura anche d’estate. Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango. Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.
E ti butti nella mischia. Lottando, correndo alla meta. “Non arrenderti mai”, senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più. Parlargli ancora una volta, contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Rabbia e lacrime sono tutto ciò che resta. La vita a volte brucia. Come una ferita sempre aperta, sanguina, s’infetta, ma poi guarisce… il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo, perché la strada è terribile, pericolosa e meravigliosa.
Corri, non fermarti. La salita è una morsa che ti prende il respiro e ti spezza le gambe, ma oltre le colline le nuvole si diradano e c’è speranza di incontrare il sole, finalmente!
Chissà, forse vale la pena tentare… una volta ancora.

Black tourism: i pellegrinaggi morbosi sui luoghi delle tragedie

Non è trascorso nemmeno quel ragionevole lasso di tempo che permette di metabolizzare paura, danni, e triste scia di pesanti conseguenze della recentissima catastrofe alluvionale nel nostro Paese, che sono già attivi i pellegrinaggi dei curiosi sui luoghi dell’evento, organizzati e decisi a visitare i luoghi più colpiti. Già il giorno seguente, senza perdere tempo prezioso, girano tra rovine, scempi naturali, persone disperate e scosse, testimonianze del violento evento, sentendo l’adrenalina addosso e l’intensa sensazione di essere stati baciati dalla fortuna, invulnerabili, forti rispetto chi è stato toccato dalla tragedia. Fuggono dalla normalità per imbattersi nell’eccezionalità.

E’ un piccolo spaccato che rientra per analogia nel fenomeno attualissimo del cosiddetto ‘turismo della tragedia’, ‘turismo del dolore’, ‘black tourism’, oppure ‘turismo dell’orrore’ o ancora ‘thanaturismo’ (dal greco Thanatos, morte), un turismo malato e degenerato che mette in discussione il confine morale del visitatore che si reca nei posti del macabro, consumando questo tipo di cupa esperienza, manifestando entusiasmo di fronte ad eventi che riconducono a una estrema sofferenza umana.
La morte e la distruzione diventano un mercato di nicchia, dove la morbosità non ha nulla a che vedere con la sana voglia di conoscere e approfondire, la voglia di ricordare e la curiosità che porta alla scoperta e alla crescita personale. Il filosofo Gabriel Marcel affermava che il turismo nero è “il piccolo sporco segreto dell’industria turistica, che trasforma la morte in vacanza e spettacolo”. Viaggi ed escursioni in luoghi teatro della morte di massa come Auschwitz, in campi di battaglia (dark conflicts sites) come Pearl Harbor, Omaha Beach, Gettysburg, Sarajevo, Waterloo, in ex carceri ed ex tribunali come Robben Island e Alcatraz, in siti di disastri naturali (disaster tourism) come il Vajont, Stava, Rigopiano. Un lunghissimo elenco di località legate a infausti eventi, la nuova frontiera e il discutibile enorme bacino delle emozioni. Si accorre all’isola del Giglio per ammirare il relitto della nave Costa Concordia, ammasso di ferraglia, il cui naufragio è costato la vita a 32 passeggeri; ci si prenota per un tour verso il punto in cui il Titanic affondò in quell’aprile del 1912: 1309 turisti – l’esatto numero dei passeggeri d’allora – che indossano abiti d’epoca, consumano gli stessi pasti di quella traversata, ascoltano la stessa musica in attesa del brivido finale nel momento della immaginata collisione con l’iceberg.

L’attrazione umana verso l’ignoto, il proibito, il cruento non è cosa nuova e lo dimostrano i turisti guidati dalla voglia di andare oltre la rappresentazione e le narrazioni fornite dai media, nel tentativo di provare in prima persona emozioni forti, attraverso la spettacolarizzazione del dolore. Da un lato i guardoni, dall’altro gli sprovveduti, convinti di tornare a casa più acculturati. Frotte di gente desiderosa di immergersi negli avvenimenti infausti approdano a Cogne, Avetrana, Perugia, riempiendosi la bocca di saccenti constatazioni sul piccolo Samuele, sulla giovane Sarah Scazzi, sulla povera Meredith Kercher o, spaziando oltre confine, spìano bramosi di emozione, i luoghi e gli edifici dei serial killer o assassini a Milwakee, a Londra sulle tracce di Jack lo Squartatore, a Dallas nella simulazione, turisticamente perfetta, del delitto di J.F. Kennedy, dove si percorre lo stesso tragitto su un’auto, assumendo ruoli e parti, nel tentativo di toccare l’apice del sensazionale.
Per gli amanti del ‘turismo nucleare’ c’è poi l’eccitante visita col contatore geiger in mano, alla città fantasma di Chernobyl, dove le radiazioni raggiungono ancora livelli pericolosi e l’impressione dell’abbandono di case, strade, presenza umana, è un pugno allo stomaco. E se non è il viaggio in Bielorussia, devastata per sempre dalle radiazioni, è quello a Fukushima, Giappone, dove, attraverso post su Facebook e foto su Instagram, popolati di selfie e didascalie prese direttamente da ‘aforismi per tutti’, gli avventurosi eroi del nostro tempo registrano, immortalano e rendono eterni i disastri dello tsunami che ha messo in ginocchio quelle isole e compromesso gravemente la centrale nucleare con le ricadute irreversibili del caso. ‘Turismo nucleare’ anche in Kazakistan, uno dei luoghi più colpiti al mondo dalle sperimentazioni atomiche. Uno dei cosiddetti “-stan” dell’impero sovietico: Uzbekistan, Turkmenistan, Tajikistan, Kirgisistan. Un paesaggio devastato dalle sperimentazioni di armi atomiche in cui è nato il ‘Lago atomico’, un profondo cratere procurato da un’esplosione, colmato da un’acqua radioattiva verde smeraldo. Una testata atomica dieci volte più potente di quella di Hiroshima, una superficie liquida in cui qualche turista si tuffa, nuotando solo in superficie secondo raccomandazioni, per sfidare la sorte.

Il ‘turismo noir’ è diventato una scommessa globale perché, a dirla con il sociologo Durkheim, quando la produzione culturale di una società aumenta di intensità e problematicità portando a nuove visioni del mondo, si crea una profonda instabilità e questo fa nascere nell’uomo l’interesse per qualcosa di diverso, lontano dal ‘normale’, anche se si tratta di eventi tragici, portando a uno stato di effervescenza. Ecco perché nei Messico Tours, i partecipanti sono disposti a ripercorrere l’esperienza degli immigrati che tentano di entrare negli Usa dopo peripezie di ogni genere, in balia delle organizzazioni, avvicinandosi alle loro emozioni estreme davanti al rischio, e sono altrettanto disposti (pagando cifre tutt’altro che insignificanti) a percorrere i tracciati simulati dei narcotrafficanti colombiani di Medellin, con agguati, suspance e storie che porteranno a casa come souvenir da raccontare per una vita intera.
La Cambogia, il selvaggio west del Sudest Asiatico, con i suoi ‘Killing Fields’, i ‘Campi della morte’; la Birmania, terra di turismo di frontiera e scoperta dopo la sua emancipazione dalla dittatura ferrea, nel recente 2015; l’Indonesia con i suoi insoliti rituali, sacrifici e selfie accanto a presunte mummie resuscitate, sono icone di quel turismo globale che si sta diffondendo con pretese di scoperta e conquista dell’ignoto, animato esclusivamente da ciò che Halley sosteneva: “Il dolore è il nuovo oppio delle masse e ne abbiamo una vasta gamma a disposizione”. Il nuovo passatempo della società occidentale, che attecchisce per la propensione a questa formula ed è favorito da una cultura mediatica violenta che influenza e orienta.

Rendez-vous sul Volano ghiacciato

di Maria Luigia Giusto

Non succede tutti gli anni che le gabbianelle passeggino sulla superficie brillante del fiume. Le zampe leggere scivolano sui granelli ghiacciati: è necessario maggior equilibrio per poter esplorare questo nuovo fenomeno. Le sagome rinfoltite di piume si specchiano sulla lastra che cela il fondo del fiume, che ancora scorre sotto la coperta gelida. L’acqua non viene fermata dal ghiaccio, continua silenziosa il suo ciclico percorso.

“Se ti sporgi sul fiume vedi il fiume passare per ore come passa il dolore”
Max Gazzè

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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