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DI MERCOLEDI’
Natale in casa (Cupiello)

Avrete trascorso anche voi il Natale in casa. Il mio è stato tranquillo: mio marito ed io abbiamo l’età per accettare di starcene in casa senza i familiari vicino, se si tratta di preservare la salute di tutti. Sento che, come ha detto qualche commentatore alla tv, dobbiamo rispetto a chi ha perduto la battaglia contro la malattia e il rispetto consiste almeno nel non essere imbronciati come bambini per la clausura delle Feste.
Sono proprio così. Non mi sento in punizione, né privata di libertà fondamentali, né colpita dalla malasorte. Sono entrata dentro la spessa parentesi di questi giorni in casa e la sento silente, ancora lontana dal frastuono che ci riserva il nuovo anno in arrivo. Dai programmi che sto vedendo alla tv, dalla musica che ascolto mi arrivano voci ed esperienze, alcune mi distraggono con la loro catarsi leggera, lenitiva. Altre creano sintonia con le sofferenze del presente, fino alla cronaca.

La consapevolezza sofferta di ciò che accade è quello che abbiamo in comune con uno dei personaggi più noti del teatro di Eduardo de Filippo, Luca Cupiello. La relazione extraconiugale della figlia Ninuccia, che viene alla luce proprio alla vigilia di Natale, lacera l’idea di una famiglia felice in cui lui, il vecchio padre-bambino, che sta costruendo con entusiasmo il presepe, ha sempre creduto. Per Lucariello è una epifania del tutto inattesa e fulminea. Per noi del villaggio globale del 2020 è stato un progressivo svelamento sulla nostra vulnerabilità di fronte alla pandemia.

Tutto è pronto per la cena della vigilia: oltre alla famiglia di Luca Cupiello è presente un amico del secondogenito Tommasino, anche il capofamiglia lo ha invitato a condividere la cena in buona armonia. Padre e figlio non sanno che Vittorio, questo è il suo nome, ha una relazione con Ninuccia. Nemmeno gli altri lo sanno, tranne donna Concetta, che è al corrente dell’amore segreto della figlia e sa che il suo matrimonio col ricco Nicola è infelice. Fuori dalla scena anche gli spettatori sanno che l’ospite è il suo amante; sanno che Ninuccia ha scritto una lettera al marito, in cui gli confessa di amare Vittorio; in un dialogo serrato con la madre, che le ha fatto promettere di fare pace col marito, Ninuccia l’ha smarrita. Ecco che su questo dettaglio si concentra il meccanismo della narrazione: la lettera viene trovata da Luca che la consegna inconsapevole al destinatario e il marito gelosissimo viene così a sapere di essere stato tradito. Insieme a lui vengono a sapere tutto gli altri personaggi, per primo il padre Luca che è stato causa dello svelamento. La lacerazione lo colpisce a fondo, egli viene colto da un ictus che lo riduce in fin di vita, gli strappa dalla testa la lucidità e lo confina a letto, assistito anche dai vicini e dal medico. La diagnosi che questi rivela al fratello convivente di Luca, Pasqualino, è disperata: ben difficilmente il malato ce la farà. Intanto egli è preso dalle allucinazioni e, parlando a fatica, benedice la figlia e l’amante, che ha scambiato per il marito, di nuovo incapace di assegnare le parti, e subito dopo si richiude nel ristretto cerchio dei suoi pensieri infantili. Solo in questo senso il finale è lieto: il presepe ben riuscito procura a Luca la gratificazione più attesa e perfino Tommasino, che ha sempre detto no, ora risponde che sì, gli piace.

Ora leggo recensioni favorevoli o meno al film che la tv ha trasmesso la sera del 22 ed è diretto da un altro Edoardo, il regista De Angelis. Sergio Castellitto, che interpreta il protagonista Lucariello, ha definito Natale in casa Cupiello come “una gioielleria di emozioni”; mi pare che l’interpretazione dei vari personaggi la renda proprio così, e che lui per primo rivesta in modo vitale il ruolo demiurgico del pater familias che fu di Eduardo.
Non vuole confronti Castellitto, né io so farne rispetto ai codici espressivi, del teatro da una parte e del film televisivo dall’altra. Ho rivisto la commedia nella edizione televisiva del 1977, nel cui cast oltre a Eduardo brillano Pupella Maggio, Luca de Filippo, Lina Sastri. Mi è sembrato che la napoletanità si esprima in loro in modi più naturali, che la lingua esca sciolta e musicale, a tratti magnetica con quei suoi fonemi inconfondibili.
E’ tutto talmente verace da legittimare l’intera gamma degli atteggiamenti, dalle scene bonarie che esprimono la quotidianità in casa Cupiello, a quelle che si movimentano in seguito alle rivelazioni dolorose. Sono quelle da cui si sprigiona una carica drammatica al massimo della autenticità.

Tuttavia si apprezza sempre la rilettura di un classico, l’opportunità di farla conoscere al sempre più ampio pubblico televisivo e ai giovani; si coglie la portata dei suoi significati, la tempestività con cui ci ricorda che Natale è un giorno speciale, ma anche un giorno come un altro. Adatto a farci gioire, a deluderci o a ferirci.

Castellitto dice di avere dato all’innocenza ostinata del suo personaggio una sfumatura da “idiota” dostoevskiano; io ci vedrei qualcosa di Pirandello quando a Luca si strappa “il cielo di carta” sopra il capo e, in seguito alla epifania dolorosa del matrimonio finito per la figlia Ninuccia, la salute lo abbandona fulmineamente. Il presepe che vagheggia nel momento finale mi ricorda la carnevalata perenne in cui ha voluto rimanere rinchiuso l’Enrico IV del dramma pirandelliano, come forma di difesa.

Credo che una lettura fatta oggi della commedia di Eduardo, scritta nel 1931, possa arricchirsi di forza e reattività: c’è una risposta che ognuno di noi può dare alle difficoltà per sé e per tutti e c’è la risposta che  la comunità scientifica internazionale ha costruito contro il virus mettendo a punto vaccini efficaci in tempi sorprendenti. L’anno si chiude con le prime vaccinazioni iniziate nel cosiddetto V-day, il 27 dicembre.

Credo che non a caso il regista De Angelis abbia ambientato la commedia nel 1950: un anno che attraverso la città di Napoli intravvediamo nel passaggio dalla distruzione della guerra agli anni della ricostruzione. In questa ottica qualche battuta è stata cambiata, ma Castellitto è convinto che Eduardo l’abbia accettata, come accetterà di essere ricordato a centoventi anni dalla nascita in occasione di un altro Natale tribolato, questo.

In casa mia il presepe non c’è, ci sono al suo posto l’albero e altre decorazioni. Tutto è piccolo, in particolare sotto l’albero i pochi pacchetti regalo hanno sprigionato minuscoli oggetti d’uso, come i tappi per le bottiglie a forma di omino di neve. Nelle diverse fasi della vita ognuno raggiunge il proprio grado di emancipazione dalle radici: sono andata più lontano di così dai natali trascorsi con mia madre e mio padre. Ora mi riavvicino, un po’ perché l’età avanza e rende necessari i ricordi, e in parte per scelta. Ai miei sono sempre piaciute le cose piccole, ora le considero anch’io le depositarie della gioia che ci è resa possibile e le preferisco con determinazione e tenerezza.

 

Regali bambini, festività, Santa Lucia

Santa Lucia

Il 13 Dicembre è Santa Lucia.
Una santa particolare per i Pontalbesi e per i Lombardi in generale. Lucia porta i regali ai bambini “buoni” ed è più importante di Babbo Natale e della Befana.  La grande festa dei bambini è questa. Santa Lucia arriva la notte tra il 12 e il 13 dicembre “con un asinello alato e un carretto fatato e deposita regali e doni a tutti i bimbi buoni”. Ai bambini cattivi porta il carbone, ma questo di fatto non succede mai, non esistono bambini sempre e solo cattivi.

Qualche settimana prima i bambini scrivono una lettera a Santa Lucia nella quale elencano i regali che vorrebbero e i genitori si incaricano di consegnarla direttamente alla Santa oppure a un postino che recapiterà la missiva. Insieme ai regali arrivano caramelle, pasticcini  e cioccolato. Tra i dolci ci sono quasi sempre: i fruttini di zucchero duro, il marzapane, i mandarini di caramello trasparente, le gelatine di frutta, i torroncini e  la liquirizia.

Ci sono diverse poesie della tradizione popolare lombarda che servono a celebrare la Santa e ad aumentarne il fascino e l’aspettativa. La più conosciuta recita più o meno così:
Santa Lucia Bella/dei bimbi sei la stella,/per il mondo vai e vai e non ti stanchi mai. Porti regali e doni/a tutti i bimbi buoni/col tuo cestin dorato/ e l’asinello alato./
Santa Lucia bella, dei bimbi sei la stella,/tu vieni a tarda sera/quando l’aria si fa nera./ Tu vieni con l’Asinello/al suon del campanello,/e le stelline d’oro/che cantano in coro.”

La tradizione vuole che Santa Lucia sia cieca perché le sono stati estirpati gli occhi. Se ne va in giro di notte, vestita di bianco candido, con un piattino in mano dove sono depositati i suoi poveri occhi velati.
In realtà, Lucia di Siracusa, conosciuta come Santa Lucia, è stata una martire cristiana vissuta all’inizio del IV secolo a.c. durante la persecuzione ai cristiani voluta dall’imperatore Diocleziano.  E’ venerata come santa sia dalla chiesa Cattolica che da quella Ortodossa. E’ una delle sette vergini menzionate nel canone romano ed è considerata protettrice della vista per l’etimologia latina del suo nome (Lux, luce). Le sue spoglie mortali si trovano nel santuario di S. Lucia a Venezia. Un luogo di culto molto conosciuto è anche la chiesa di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa.

Enrico ha  messo nella sua lista di Santa Lucia: una pista per le macchine, un robot, un pupazzo, i pennarelli, la plastilina e … un cane vivo. Ha proprio specificato “vivo”. Si sa mai che la Santa fraintendesse e gliene portasse uno di pezza.
Devo dire che questa ultima richiesta mi ha molto divertito, non altrettanto vale per mia sorella (sua madre).
Gli ho chiesto:
“Enrico perché vuoi un cane?”
“Perché un cane è mooorbido!”
“Mooorbido con tante o?”
“Si con tante o!”
“Non so se Santa Lucia ha cani vivi, magari ti porta la pista per le macchinine che è bella lo stesso” gli dico.
“No, tu dille che preferirei il cane. Lo voglio marrone, con il pelo riccio, la lingua lunga e rosa così mi lecca. Gli do da mangiare io, può dormire nel mio letto, tanto io sono piccolo, ci stiamo tutti e due.”

Aiuto. Abbiamo una “gatta da pelare”. Cosa diciamo adesso alla Santa?  Sia mai che Lucia gli porti davvero un cane vivo. Cosa facciamo? Abbiamo già tre gatte arancioni che abitano da noi da diversi anni e che considerano casa nostra il loro territorio d’adozione. Dormono d’estate sulla catasta di legna e d’inverno sul divano della cucina. Amano miagolare sul tetto insieme agli altri gatti di via Santoni e sonnecchiare sul tappeto, oppure giocare con i gomitoli di lana di mia madre. Amano anche stare nell’orto sotto il pesco, oppure arrampicarsi sui suoi rami e guardare il mondo da lassù. Insomma casa nostra è anche casa loro. Cosa farebbero se arrivasse un cane?

Credo si debba trovare il modo di comunicare a Santa Lucia di soprassedere su questa storia del cane vivo. Almeno per quest’anno. Dobbiamo pensarci con calma e, eventualmente, organizzarci, non so esattamente come.
“Dai Enrico, sei piccolo, magari la Santa ti porta il cane il prossimo anno”
“Noooo tu devi convincerla a portarmi il cane. Io lo voglio. Anche Angelo lo vuole (Angelo è un suo amichetto dell’asilo, devono aver condiviso il desiderio di questa impresa ultraterrena).”
Non resta che cambiare discorso, per questa via non ho alcuna possibilità di arrivare a una soluzione pacifica della questione. Se continuo a digli di no, fra un po’ si mette a piangere.

Santa Lucia arriva di notte con il carretto pieno di regali trascinato da un asinello. L’Asinello fa tanta fatica a consegnare tutti quei doni e quindi bisogna rifocillarlo. Ogni bambino prepara un mazzetto di fieno che depone davanti alla porta di casa e  che l’animale mangerà intanto che la Santa entra in casa e sistema i doni sul tavolo della cucina. A volte al fieno si aggiungono carote e mele o qualche altra vivanda più bizzarra. Poi si mette una ciotolina d’acqua. Metti caso che l’asino abbia sete. La mattina seguente di tutto questo non resta niente. Quell’asino fa, in una notte sola, una scorpacciata degna di una balena.
Provo a distrarre Enrico con la storia del fieno.
“Enrico dobbiamo preparare un bel mazzetto di fieno per l’asinello alato”
“Si prepariamolo, io voglio metterci anche i biscotti e il succo di frutta alla pera. Sono buoni. Io voglio daglieli.” Dice.
“Va bene ci possiamo pensare”.

Ci sono anche varianti sceniche, pittoresche e fantasiose, che mi hanno sempre divertito: ad esempio in alcuni casi la Santa lascia il suo autografo. Scrive il suo nome con dei brillantini luccicanti incollati su un foglio da disegno e lo deposita sul tavolo insieme ai doni. Oppure lascia una striscia di polvere bianca che va dal tavolo alla porta dalla quale è entrata. La polvere che usa sembra farina bianca, ma in realtà è una polvere magica che solo lei possiede, è fatta con i resti di una nuvola.

Guardo Enrico ma non gli dico più nulla. Speriamo stia pensando al fieno.
Enrico che è seduto su una sedia, si alza, si toglie le scarpe e poi si accovaccia e comincia a muoversi per la stanza a quattro zampe.
“Ma Enrico, alzati. Sporchi tutta la tuta appena messa!”. Niente, lui imperterrito se ne va in giro a quattro zampe. Si sposta sotto il tavolo, si ferma, alza un braccio e si gratta un orecchio. Poi si rannicchia, mette la testa nascosta sotto le braccia e gira un po’ la faccia in modo da vedermi almeno con un occhio. E poi fa: “Bau bau”.
Il cane. Sta facendo un cane. Cosa faccio ora? Provo a far finta di non capire.
“Ma Enrico alzati da lì, sembri una delle nostre gatte!”
“Non sono una gatta, sono un cane!. Lo vedi come sono bravo? Puoi dire a Santa Lucia che se mi porta un cane io con lui sarò buonissimo. Sarò come suo fratello. Lo vedi che sono capace?”.
Oddio, non ne usciamo più. Bisogna prendere tempo. Ci ripenseremo per il prossimo anno, con calma.

 

 

PER CERTI VERSI
Dileguarsi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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DILEGUARSI

i pomeriggi ospedalieri erano – a volte –
Liberi dalle attese
E guardavo la luce schiantarsi
Sui vetri dei palazzi
Il mare dei colli ariosi
Dalla loro piccola sommità
Mi dileguavo anch’io
Nel loro grembo

LA SIMONA QUANDO VENIVANO

la Simona quando venivano
Portavano le robe di sempre
Da ospedale…
Ciccioli secchi crescenza e vino
Mentre io andavo a flebo
Era il loro modo
Di reagire al male

VINC E LA WILMA

Vinc e la Wilma
Venivano tutti i giorni
Sono stati assidui e cari
Quasi fuori tempo
Un cofanetto
Di Sperlari

IL VECCHIO LUGUS

il vecchio Lugus
In mezzo agli altri
E tace
Lui lo so
Non si dava pace

Santa Lucia, doni

Johann Wolfgang von Goethe
Johann Wolfgang von Goethe

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia?

Non dire che vuoi regalare: regala. Non riuscirai mai a soddisfare un’attesa. (Johann Wolfgang von Goethe)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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