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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Confidarsi con l’estraneo…

La confidenza e l’intimità, secondo Nickname, fanno rima con prevedibilità. Ma è sempre così? Dialogo A due piazze fra Riccarda e l’amico Nickname sull’affidarsi a chi non sa nulla di noi .

N: E’ curioso. Quando penso di conoscere del tutto una persona, quando so in anticipo cosa mi risponderà, quando vedo in anticipo la piega di tacita disapprovazione che le si disegnerà sulle labbra, quando la sua prevedibile reazione segnalerà anzitutto la mia, drammatica, prevedibilità, sarà allora che perderò ogni confidenza con lei. La confidenza e la conoscenza diventano allora in proporzione inversa: più conosco una persona, meno le parlo. Meno la conosco, più mi confido. Quest’ultimo rischio contiene un elemento di assurdità: per quale motivo confidarsi con una persona sconosciuta? Credo sia una forma vile di rischio: le persone sconosciute non ci giudicano.

R: E’ un paradosso che funziona. Con le persone conosciute, crediamo di avere già riempito la nostra sagoma e che non ci sia più spazio, con le nuove conoscenze, invece, abbiamo ancora tutto da dire. Non so in quale situazione siamo più autentici: con chi non sa nulla di noi e ce la possiamo giocare ogni volta ma col rischio di riproporre il nostro modello, oppure con chi sa molto, ma sicuramente non tutto? Ed è in quello spazio lì che, credo, dovremmo rimescolare i discorsi e ammettere che possiamo essere cambiati in qualcosa che all’altro potrebbe essere sfuggito. Non è sempre tutto così drammaticamente prevedibile dell’altra persona.

N: A me capita di mettere la mia intimità nelle mani di sconosciuti, incontrati per caso e scelti per intuito. Io, che sono noto per essere riservato fino all’ermetismo. Io, che sono quello che per intuito non sceglie nemmeno il colore del maglione. Ma forse è solo tirchieria: non mi va di raccontarla a uno che ti chiede 50 euro l’ora.

R: Ecco, vedi? Il tuo ermetismo, la tua tirchieria, il tuo pensarti così e non ritrovarti più. Per il colore del maglione, tranquillo, la scelta si limita a poche nuances: il tuo incarnato detta legge.

Pensate anche voi, come Nickname, che sia più facile raccontarsi a uno sconosciuto con cui nulla è prevedibile? E nel rapporto di coppia? L’intimità profonda finisce per limitare la voglia di confidarsi?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

NOTA A MARGINE
Ma la donna resta ancora “un oggetto di proprietà”

Ogni anno, il 25 novembre, celebriamo la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in memoria delle sorelle Mirabal, assassinate a bastonate proprio in questo giorno nel 1960, e divenute simbolo del maltrattamento fisico e psicologico di donne e bambine nel mondo. Un fenomeno odioso e intollerabile, diffuso in ogni angolo del mondo, e che, nonostante l’impegno sociale di tante donne e uomini, non accenna a scomparire, né a diminuire.

Ma guardiamoci in casa. Come siamo messi da noi, nel nostro civilissimo e culturalmente avanzato ‘Bel Paese’? Male, malissimo purtroppo. Perché in Italia ogni 72 ore una donna viene uccisa e ogni giorno 88 donne sono vittime di atti di violenza, una ogni 16 minuti. Nonostante ciò ancora esiste chi sottovaluta la gravità della situazione e chi, addirittura, contesta l’uso del termine femminicidio.

Esiste, In Italia, un evidente problema culturale mai veramente affrontato e quindi mai sconfitto. Nella nostra società, nell’anno domini 2019, sono presenti e fortemente radicati preconcetti e pregiudizi che molti della mia generazione, figlia degli anni ’60, ritenevano superati grazie alle lotte e ai sacrifici compiuti dalle nostre madri e dai nostri padri.

Ma vediamo ai dati misurabili e, pertanto concreti. Il recentissimo rapporto ISTAT – pubblicato ieri, in occasione della ricorrenza mondiale – individua gli stereotipi di genere maggiormente diffusi nel nostro paese:
“per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%);
“gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%);
“è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%).
Fanalino di coda è “spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia”, che viene indicato solo dall’8,8% degli intervistati.

Il 58,8% della popolazione tra i 18 e i 74 anni, senza particolari differenze tra uomini e donne, si ritrova in questi stereotipi, più diffusi al crescere dell’età – il 65,7% dei 60-74enni rispetto al 45,3% dei giovani – e tra i meno istruiti. Gli stereotipi sono più frequenti nel Mezzogiorno (67,8%), in particolare in Campania (71,6%) e in Sicilia, e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%). Trattasi sempre di convinzioni che riguardano comunque almeno la metà della popolazione, percentuale elevatissima e pertanto inaccettabile, ovunque ci si sposti all’interno del territorio nazionale.

Estremamente significativo il dato della omogeneità nelle risposte tra gli intervistati dei due generi. Che denota il forte condizionamento sociale cui sono ancora oggi sottoposte le donne, fin da piccole, in famiglia così come in tutti gli altri luoghi di socializzazione presenti nell’ambiente in cui crescono. Un vero proprio imprinting inconsapevole che le educa alla rassegnazione, all’assopimento dei naturali istinti di autoaffermazione sociale e del desiderio di uguaglianza tra i generi, alla remissività. Che le autoconvince che sia giusto così, anche quando, e lo si vedrà analizzando le risposte inerenti il tema della violenza nella coppia, qualcuna è vittima di maltrattamenti fisici o psicologici. Il cosiddetto “ceffone che si sarà sicuramente meritata”, come recita il triste adagio “Quando torni a casa la sera, picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei lo sa benissimo”. Spesso raccontato come una battuta, altro non è che la manifestazione di un ripugnante maschilismo estremamente diffuso in tutto il paese. Questo autoconvincimento forzato è altresì causa di un altro disgustoso fenomeno femminile cui tristemente assistiamo in questi giorni: la quasi totale mancanza di solidarietà femminile. Sempre più spesso sono infatti le donne le più accanite detrattrici ed accusatrici delle proprie simili, divenendo così inconsapevoli sostenitrici di un pensiero sessista che si tramanda, di generazione in generazione, di madre in figlia.

Infatti, così purtroppo affermano i numeri. Sul tema della violenza nella coppia, il 7,4% delle persone ritiene accettabile che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato o flirtato con un altro uomo” e il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. È anche normale che un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l’attività sui social network della propria moglie/compagna secondo il 17,7% degli interpellati. L’Abruzzo e la Campania spiccano come le regioni con una maggiore tolleranza alla violenza compiuta all’interno della coppia, con un riscontro positivo rispettivamente del 38,1% del 35%. La Valle d’Aosta (17,4%) e la Sardegna (15,2%) le meno tolleranti, con percentuali però che sono, ahimè, ben lungi dall’essere trascurabili.

Ma perché gli uomini sono violenti con le proprie compagne? Le risposte sono terrificanti:
il 77,7% degli intervistati risponde perché le donne sono considerate oggetti di proprietà (di questi il fatto che l’ 84,9% siano donne e il 70,4% uomini è estremamente significativo);
il 75,5% perché fanno abuso di sostanze stupefacenti o di alcol
il 75% per il bisogno degli uomini di sentirsi superiori alla propria compagna/moglie;
per la difficoltà di alcuni uomini a gestire la rabbia è indicata dal 70,6%.
E si prosegue con le ipotetiche cause di violenza in famiglia. Il 63,7% della popolazione considera causa le esperienze violente vissute in famiglia nel corso dell’infanzia, il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l’emancipazione femminile, mentre è ancora alta ma meno frequente l’associazione tra violenza e motivi religiosi (33,8%).
Le percentuali elevatissime di condivisione delle probabili cause individuate dagli intervistati è evidenza di una sorta di pseudo-accettazione del fenomeno. Come se, pur riconoscendo la gravità di alcuni comportamenti, si volesse giustificare chi li mette in atto, dipingendolo come persona che opera sotto l’influenza di una sorta di un prestabilito meccanismo di causa-effetto a cui è impossibile sottrarsi.

Solamente il 64,5% della popolazione intervistata consiglierebbe ad una donna che ha subito violenza da parte del proprio partner di denunciarlo e, dato ancor più deprimente, solo il 33,2% di lasciarlo. Bassissimo il dato di chi consiglierebbe di chiedere aiuto rivolgendosi agli organismi/servizi/istituti preposti:
Il 20,4% della popolazione indirizzerebbe la donna verso i centri antiviolenza;
il 18,2% le consiglierebbe di rivolgersi ad altri servizi o professionisti (consultori, psicologi, avvocati, ecc.).
il 2% solamente suggerirebbe di chiamare il 1522 (Trattasi di un servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Un numero telefonico gratuito e attivo 24 h su 24 accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking). Tutto ciò denota sia poca conoscenza dei servizi di supporto esistenti, che una scarsa fiducia negli stessi.

Ora, chi è arrivato a leggere fino a questo punto si sentirà sicuramente avvilito, turbato, angosciato. Questo è nulla, in confronto a ciò che lo aspetta proseguendo la lettura. Arrivano i dettagli finali e più raccapriccianti. Dalle interviste effettuate emerge chiaramente che persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Addirittura il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. In altre parole si nega l’esistenza della violenza sessuale, in quanto l’atto, di per sé è consensuale; in caso contrario la donna avrebbe potuto fermarlo in qualsiasi momento. Considerazione deprecabile tanto quanto l’atto in sé. Ed è assolutamente troppo elevata la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire: ben il 23,9% della popolazione lo dichiara tranquillamente. Il 15,1% inoltre è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Insomma il “Se l’è andata a cercare” è più vivo che mai!

Ma non basta. Ecco sviscerati una serie di altri pregiudizi assolutamente inaccettabili che però tutti noi troppo spesso abbiamo occasione di ascoltare nelle cosiddette “chiacchiere da bar”, per strada, sul luogo di lavoro, ovunque, insomma. Sul totale degli intervistati:
il 10,3% è convinto che spesso le accuse di violenza sessuale siano false;
il 7,2% dice che “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”;
il 6,2% pensa che “le donne serie non vengono violentate”;
l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria partner ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Un quadro agghiacciante quello che si profila ai nostri occhi, e che non può e non deve essere sottovalutato. Una fotografia di una società che noi riteniamo evoluta, culturalmente e socialmente avanzata, ma che non è tale, almeno sotto il profilo delle differenze di genere e dei ruoli socialmente riconosciuti. Che, dati alla mano, sembra vivere una fase di profonda regressione rispetto ai risultati ottenuti in anni di lotte dalle nostre madri, dalle nostre nonne, e da tutte quelle donne coraggiose che, mettendo a rischio la loro incolumità fisica e il loro futuro, la loro intera vita, hanno saputo alzare la testa e dire no al condizionamento sociale, al pregiudizio, all’imposizione di stereotipi preconfezionati, all’obbedienza ignorante e silenziosa.

La strada da compiere per giungere alla parità di genere alla eliminazione degli episodi di violenza è ancora lunga e piena di ostacoli: pensavamo di essere quasi al traguardo e invece siamo ancora all’inizio. C’è ancora tantissimo da fare per ottenere il superamento di questi odiosi stereotipi. Operando in famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle strade. Tutte e tutti insieme. Non possiamo sottrarci a questo impegno. Lo dobbiamo alle nostre madri e nonne, affinché il loro sacrificio non sia risultato vano. Ma lo dobbiamo anche alle nostre figlie, per garantire loro un futuro più dignitoso, giusto e soddisfacente. Parallelamente è necessaria un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Implementare un numero verde di ascolto delle vittime di violenza è una iniziativa lodevole ma assolutamente insufficiente. Lo Stato, da buon padre di famiglia dei suoi cittadini, deve farsi promotore, attraverso le sue istituzioni, di un processo di profondo rinnovamento culturale. E lo deve fare a partire dalla istituzione madre, quella scolastica, e cioè quel sistema educativo e formativo dalle enormi potenzialità, spesso non sfruttate pienamente, che accompagna il percorso di crescita, fisica, intellettuale, cognitiva e morale, di ciascuno di noi, dalla prima infanzia fino all’età adulta. E proprio nella scuola occorre fare prevenzione, investendo in percorsi stabili di educazione alla non violenza, di apprendimento e condivisione dei concetti di rispetto e di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, di gestione delle emozioni e dei sentimenti. Coinvolgendo, ove possibile, famiglie, associazioni, centri giovanili sportivi, artistici e culturali. Cosi da costruire un tessuto sociale assente, o inadeguato, che favorisca un sano sviluppo dell’intelligenza emotiva dei giovani, affinché possano diventare adulti consapevoli e rispettosi.

Non abbiamo più alibi. Non possiamo più essere complici di tanta violenza.

[I dati riportati in questa nota sono tratti dal report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale – Anno 2018”, ISTAT, 25 novembre 2019.]

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Le domande del giorno dopo

Nella puntata precedente di ‘A due piazze’, Riccarda e Nickname si sono confrontati sulla “domanda” del mattino dopo: quell’approccio, a volte complice e a volte no, che vuole sapere come sia andata la sera prima. E se la risposta non arriva? Ecco cosa ne pensano i lettori.

Domande scomode… incomode…

Cara Riccarda, caro Nick,
sono una donna strana che chiede come è andata ieri sera perché voglio sapere e lo voglio sapere subito, ma non ho mai particolari risposte. Temo lui non capisca cosa io intenda veramente, cosa sto chiedendo. E arriva lo spiffero di silenzio.
M.

Cara M.,
più che uno spiffero, ti arriva una folata di silenzio. Allora non sarebbe meglio lasciare perdere ed evitare di fare quella domanda? Non tutti riescono (o vogliono) alfabetizzare cosa provano, ma tu che sei lì lo puoi cogliere anche senza parole.
Riccarda

Cara M.
esiste una regola non scritta, che adesso, in via eccezionale, scrivo: non fare domande delle quali non ti piace sapere le risposte.
Nick

Uomini da tabelline… e poi il bingo!

Cara Riccarda, caro Nick,
ho conosciuto uomini che volevano un voto alla prestazione, ma anche uomini talmente sicuri di sé da non chiedermi cosa ne pensassi. E poi ho conosciuto un uomo, che ora è mio marito, che mi racconta le sensazioni che prova e riesce a farlo meglio di me.
V.

Cara V.,
gli uomini talmente sicuri di sé da non chiedere nulla, aprono un silenzio egoista e strafottente che noi donne percepiamo perfettamente. Possiamo anche raccontarcela che va bene così, ma poi arrivano uomini come tuo marito che ti fanno capire quanto tirchie con noi stesse siamo state ad accettare certe cose.
Riccarda

Cara V.
tuo marito è un alieno. Quindi hai una inclinazione naturale per i rapporti e le mescolanze tra esseri di diverse specie viventi, e questo, in tempi di purezze e integralismi, è un gran dono.
Nick

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Spifferi di silenzio

Riprende la rubrica I dialoghi della vagina che una volta al mese diventa A due piazze, uno scambio fra Riccarda e l’amico Nickname.
Questa settimana, Nickname pensa di avere posto una domanda ‘femminile’: dopo una notte d’amore allude ammiccante a ciò che è successo. Ma siamo sicuri che sia una domanda in cerca di risposta?

N: Dopo una notte… intensa, mi capita, il mattino dopo, mentre andiamo verso la colazione, di dire a lei: “ma… ieri sera?” È una domanda dall’intonazione maliziosa ma un po’ stonata, come prima del caffè, una domanda che ancora sa del profumo pastoso della notte. “Eh… ieri sera” dice lei, a confermare che è stata una notte speciale. Per molti può essere la classica domanda maschile, che cerca una conferma della propria potenza. Nelle mie intenzioni è una domanda che vuole condividere il piccolo prodigio realizzato da due persone che diventano una. Un tentativo di fissare quel fugace momento di magia, come a voler farlo uscire dalla dimensione onirica per conferirgli una dimensione reale. Una domanda da femmina.

R: Caro Nick, il maschio non aspetta mica la mattina dopo per chiederlo. Parlo del maschio insicuro e un po’ tronfio che deve sapere subito da lei perché da solo non sa capire come sia andata. La domanda che tu poni dopo qualche ora, dopo il sonno e il ritorno alla realtà, è un omaggio al tempo che si è preso ciò che gli spetta: il silenzio. La risposta di lei non è altro che la tua stessa domanda divenuta affermazione, un po’ vagheggiata, un po’ sospesa perché nessuno dei due deve mettere un contenuto a parole. E’ la vostra intesa.
Ma dimmi, invece, quando il silenzio non è così complice ed esaustivo, che succede?

N: Ti confesso una cosa: “ma.. ieri sera?” mi viene solo quando so come è andata. È una finta domanda, perché so che è andata bene. Quando non è andata bene, sarebbe importante non fare entrare dalla porta quello spiffero di silenzio, quello che si fa pesante, che poi non riesci più a buttarlo fuori di casa. E invece.

R: E invece ci caschi. A te piace ascoltare gli altri, lo hai confessato tu una sera: ascolti in silenzio perché hai imparato a non confezionare risposte senza prima sentire l’altro. Ma quando si crea questo tipo di interazione e tu stai dall’altra parte, è perché in ballo c’è la necessità di parlarsi, subito, non aspettare una notte. Quella ti va sempre bene.

E voi? Come ve la cavate con gli spifferi di silenzio? Affrontate subito l’altro o preferite fare passare la notte?

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PER CERTI VERSI
La terra è una donna

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

LA TERRA E’ UNA DONNA

La terra è nuda
Rivoltata dagli aratri che rompono il cielo languido coi loro rombi
La terra è nuda
Coi fianchi un po’ mossi e i seni grandi appuntiti
È rasata come una donna di una moda lontana o forse
Di una pratica strana
Sembra un mare ghiacciato che si spacca dal calore
Una scogliera imbelle
Una magia di cioccolata nera
Per noi golosi
La terra nuda
Per me
Che la guardo
Ha i tuoi occhi sinuosi
La tua faccia da straniera

007 cambia sesso!

Ho appreso per caso qualche giorno fa che il prossimo James Bond sarà interpretato da una donna di colore. Un rinnovamento non da poco, una bella svolta.
Possiamo quindi dire addio ad un personaggio che ha affascinato intere generazioni.
Attraente, sciupafemmine, certamente espressione di una visione un po’ maschilista che oggi si ritiene superata. Un personaggio che non riflette più la società in cui viviamo, un simbolo che viene sostituito con un altro simbolo, la donna che si appropria del ruolo dell’uomo.
Soltanto uno dei tanti esempi che dimostrano come l’esigenza imperante di oggi sembri essere quella di declinare al femminile tutto ciò che è maschile, cosicché niente possa più dirsi esclusivo dell’uno o dell’altro.
Certo si potrebbe pensare che sia solo un film, niente di così rilevante. Ma la diffusione di un messaggio tramite i mezzi di comunicazione di massa è forse l’ultimo stadio di un processo di cambiamento.
Ora il punto è capire se ci piace un cambiamento in cui le donne invece che ritagliarsi i propri spazi rispettando le proprie ed altrui peculiarità, ritengono di doversi affermare sostituendosi ad altro.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Lapsus rivelatori e sguardi complici: due lettori si confessano

Situazioni in bilico in cui scegliere se cogliere o abbandonare, carpire uno sguardo o tirare dritto, rivolgere una domanda o tacere. I lettori rispondono a Riccarda e Nickname.

Le verità indigeste…

Cara Riccarda, caro Nickname,
eravamo a cena io e lui, mi raccontava di un suo recente viaggio che credevo avesse fatto da solo e invece gli è scappato un verbo al plurale, smozzicato, quasi ritirato mentre lo diceva.
Ho fatto finta di niente, ho preferito passare per scema perché non sono stata capace, in quel momento, di approfondire o anche solo alzarmi e andare via, ma non sono stata neanche capace di dimenticare di averlo sentito.
Dopo qualche mese, sono stata pronta per difendermi dalle mezze verità e abbandonare quel tavolo.
M.

Cara M.,
a volte scegliamo di rimanere a un banchetto fino a provare nausea. Se fossimo capaci di abbandonare subito, al primo segno di disgusto, non conosceremmo quella sensazione di saturazione, che è poi quella decisiva. A noi donne, generalmente, piace proprio essere ultra convinte (e nauseate) prima di alzarci e andare via.
Puoi stare sicura che un uomo così non ti farà più gola.
Riccarda

Cara M.,
i lapsus degli uomini sono celebri. Non abbiamo memoria, siamo stronzi senza premeditazione.
Nickname

Galeotto fu il concerto!

Cara Riccarda, caro Nickname,
capita di incrociare lo sguardo con una sconosciuta, ma subito si fugge, specialmente se si è folla su un prato in attesa di un concerto, se lei ha lo sguardo più dolce del mondo, se tu sei con un amico e anche lei è in compagnia. Capita di incrociarlo di nuovo, quello sguardo, e magari, dopo un altro incrocio, di soffermarsi un istante di troppo, l’uno che guarda negli occhi dell’altro. Quell’istante che fa strappare a lei un lieve sorriso e a te lo stesso, e non hai proprio idea di che cosa sia quel sorriso, lanciato da una ragazza con lo sguardo più dolce del mondo, che come te aspetta l’inizio di un concerto sul prato. Capita che la musica inizi, tutti comincino a ballare e, per caso, per fatalità, o per volontà, lei si trovi a ballare proprio davanti a te, mentre il suo compagno è qualche metro più avanti. Si sa come vanno i concerti, tra uno spintone della folla e le braccia alzate al cielo per un assolo di chitarra, siete schiacciati l’uno contro l’altro. Capita che la testa inizia a girarti, vorresti dirle qualcosa, ma il volume è troppo alto, non sentirebbe mai, e poi c’è lui, non sai chi sia. Capita che le sfiori il collo con la mano e lei si lasci andare, appoggiandosi per un attimo a te. Mescolati alla calca, tu hai perso il tuo amico, nemmeno il suo lo vedi più. Capita che l’unica cosa che ti viene disperatamente in mente, è che in tasca hai un biglietto da visita, le prendi la mano e glielo passi. Il concerto finisce, gli sguardi si incrociano ma ora sono complici e quando si allontanano, tu col tuo amico e lei col suo, sono come vecchi amici che si salutano. Capita che un mese dopo, suoni il telefono dell’ufficio, tu rispondi e dall’altra parte “Ciao, sono la ragazza del concerto di Pino Daniele”.
Luigi

Caro Luigi,
“Abbracciami perché mentre parlavi
Ti guardavo le mani
Abbracciami perché sono sicuro
Che in un’altra vita mi amavi
Abbracciami anima sincera
Abbracciami questa sera
Per questo strano bisogno
Anch’io mi vergogno
Che male c’è
Che c’è di male”
Pino Daniele

Caro Luigi,
secondo me Riccarda potrebbe contattarti in privato per avvicendarmi con te. Hai della stoffa. Salutaci la ragazza del concerto.
Nickname

I Dialoghi della vagina vanno in vacanza, ci rivediamo venerdì 6 settembre con nuove storie e scambi A due piazze.

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Alfabeto di sguardi, le parole silenti

Sguardi fugaci e muti mentre si aspetta il treno possono essere la metafora di una voglia di evasione, un tentativo di seduzione, ma anche di una incomunicabilità che non trova parole.

N: In attesa del treno, uomini e donne in attesa del treno. Peccato sia chiaro, guardando anche distrattamente, chi è maschio e chi è femmina; almeno nella grande maggioranza dei casi. Sarebbe divertente mascherare tutti, uomini e donne, con un analogo burkini nero, che lasci scoperti solo centimetri di pelle, per giocare a individuare chi è maschio e chi è femmina solo dall’atteggiamento.
Vedresti individui che lasciano passare altri individui e concentrano lo sguardo su di loro solo dopo che sono passati: e lo sguardo si posa, come uno scanner, prima sui piedi, poi sale lungo le gambe, indugia sul sedere come a soppesare mentalmente una fulminea equazione, infine risale fino alla testa, non prima di una ulteriore tappa intermedia di tre quarti.
Vedresti altri individui che, invece, ti catturano con un’occhiata fugace, fulminea, lunga quella frazione di secondo in più che non ti lascia scampo: o capisci tutto lì o non capisci niente, e non ti sarà data un’altra possibilità.

R: Sulla banchina del treno o dove vuoi tu, se non capisci in quel momento, non lo capirai mai. Un po’ manicheo, ma è così. Prova a pensare a qualcosa di importante che tu non hai afferrato in un certo momento, puliscilo dal contesto in cui eravate (lo sai vero che è solo con l’altro che capita di prendere o perdere per sempre?) e fatti venire in mente tutte le volte che poi è successa la stessa cosa. Chiaramente vale anche il contrario: quando cogli lo sguardo e il messaggio, ci sei. E credo stia davvero tutto lì, centrare quell’occhiata fugace e fulminea, farla tua oppure guardare da un’altra parte, facendo finta di non avere visto.

N: A dire il vero di occhiate fugaci e fulminee ne colgo troppe per seguirle tutte. Credo che spesso siano davvero la spia di una fuga istantanea dalla propria vita, di un altrove che non verrà mai sperimentato, di un invito al quale il proprietario stesso dello sguardo si sottrarrebbe, imbarazzato o sdegnato.

R: Caro Nickname, ci piace anche giocare con l’immaginazione delle nostre possibilità: attirare l’altro, vedere quanto siamo capaci in pochissimo tempo di agganciare uno sguardo, pensare che sì potrebbe essere, ma questa banchina del treno non mi permette altro tempo e non voglio fermarmi proprio ora. Che tu sia proprietario dello sguardo o il destinatario, in stazione o a una cena con chi conosci da sempre, è un attimo decidere di non andare avanti e non fare quella domanda che potrebbe metterti su un altro binario.

Vi è mai capitato di essere in situazioni in cui uno sguardo, un gesto, una parola avrebbero deciso o cambiato il corso delle cose?

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Mnemosine e Lete

La dannazione di ricordare sempre tutto: Riccarda e l’amico Nickname discutono su chi, nella coppia, abbia la capacità di afferrare e chi rivendica il diritto all’oblio.

N: A cena un giovane amico coraggioso mi confessa che sta per sposare la sua morosa. “Che lavoro fa?” chiedo. “La psicologa. Discutiamo spesso. Lei scende sempre in profondità, e poi non dimentica. Non dimentica mai nulla. Ricorda tutto”. Coraggioso davvero, ai limiti dell’incoscienza. “Però se la sposi vuol dire che funziona, no? Come fai?” “Le dico che deve essere leggera, e farsi meno pippe!” Me lo dice senza tracotanza, da ragazzo, con un candore adamantino. Forse tra loro funzionerà.

R: La coraggiosa è lei, mica lui. È lei quella che candidamente si presenta così come è: capace di non dimenticare nulla, di approfondire, di essere scelta per come è. Lei gli sta dicendo: guarda che se mi sposi ogni parola non volerà via leggera, ma l’afferrerò e solo io la ricorderò quando tu non saprai neanche di averla detta. Se mi sposi, non ti sarà lecito dirmi ma sì è lo stesso perché tutto dovrà sempre avere un perché.

N: La capacità di non dimenticare nulla assomiglia a una dannazione, per chi ce l’ha e per chi la subisce. Non difendo certo l’indifferenza delle parole: ma proprio perché è la donna a saper voltare pagina, la donna che sa chiudere le porte, non giustifico l’impiccagione per parole dette mesi o anni prima. O si chiarisce al tempo, o diventa l’esercizio di un diritto al rancore al quale preferisco il diritto all’oblio.

R: Anticamente per accedere agli Inferi, era necessario bere a due fontane, una dedicata a Mnemosine, che tutto ricorda, e una a Lete, che tutto fa dimenticare: le anime le avrebbero sapientemente dosate.

N: Io di solito bevo acqua Lete…

Voi a quale fonte vi abbeverate? Dimenticate e procedete leggeri o tendete a ricordare tutto?

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Donne e mimose

Pochi giorni fa è stata la Festa della Donna o, secondo la sua vera denominazione, la Giornata internazionale della donna, che in Italia festeggiamo dal 1922, ed in occasione della quale in tutto il mondo vengono organizzate manifestazioni e celebrazioni per ricordare le lotte sociali e politiche che le donne hanno affrontato per ottenere diritti che dovrebbero spettare a ciascun individuo, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Nel tempo però questa giornata ha assunto connotati anche molto lontani dalla riflessione politica e culturale che dovrebbe suscitare: un momento per meditare su quanto è stato fatto e quanto ancora ci sarebbe da fare, troppo spesso soverchiato dall’aspetto commerciale della festa.
Il simbolo della festa, il fiore di mimosa, usanza tutta italiana, fu proposto come tale nel 1946 da due donne iscritte all’Unione donne italiane, Rita Montagnana (moglie di Palmiro Togliatti) e Teresa Mattei. La scelta, votata all’unanimità, ricadde su questo fiore perché è l’unico che fiorisce a marzo ed è anche economico, e quindi può essere regalato da tutti.
Ma è senz’altro più poetico pensare che la mimosa, per la sua capacità di crescere, nonostante la sua fragilità, anche nei terreni più difficili, venne considerata come una rappresentazione della figura della donna, capace di generare vita anche nelle asperità.

LA MATITA
Una poesia di Carla Sautto Malfatto per la Giornata Internazionale della Donna

di Carla Sautto Malfatto

LA MATITA

Come un temperino la vita mi scarnifica l’involucro,
mi trita l’anima.
Sono caduta troppe volte
e spezzata
da credere di essere ormai finita
inutile,
e doloroso, a scarti, è stato ripristinare la punta.
Ora incido, con il moncherino rimasto,
ridicolo, tra le dita,
insicuro, instabile,
e il tratto ha meno efficacia,
dialoga piano.
Eppure, per ogni graffio,
metto più forza di prima
e stanchezze.
Quasi spolpata,
antro cavernoso,
ho intenzione di scrivere
anche solo con il legno
anche senza carta
magari con lo sputo.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Il pranzo della suocera. Tra allarmi e rinunce, le esperienze di due lettori

Dopo l’articolo ‘Il pranzo della suocera’, ai nostri lettori abbiamo chiesto se sono stati capaci di intuire i segnali, ascoltare l’istinto e lasciare perdere una storia ai primi approcci deludenti oppure se hanno perseverato facendosi un po’ male.

Il radar nella pancia

Cara Riccarda,
certo che mi è successo e l’ho sentito proprio lì nella pancia, che non c’erano buone premesse. Il problema è che spesso non riusciamo a fidarci di quel sesto senso che abbiamo e che ci autotutela dai pericoli, quel radar un po’ animalesco che si attiva per tenerci lontano da una situazione che non va.
Non sono riuscita a dire no allargando il braccio come ad allontanare qualcosa. E l’ho pagata in affanno e ansia, in recidivanti dipendenze. Il bello? Che si può imparare a imparare, a volersi bene, a dire no grazie. E buon pranzo dalla suocera.
C.

Cara C.,
quel “radar animalesco” se assomiglia a un coniglio ci tutela poco. Sempre quel radar, lo voglio sentire ruggire, voglio che mi blocchi se sto andando nella direzione sbagliata, che mi faccia piuttosto rompere un tacco e tornare a casa se sto andando all’appuntamento sbagliato o che mi faccia venire la febbre, se l’appuntamento è sbagliatissimo.
Devo ammettere, però, che ho imparato a riconoscere l’esistenza di un qualcosa che sta in un punto imprecisato, a volte mi sembra nella testa, a volte nel cuore. Non è molto che l’ho individuato e mi chiedo se ci fosse sempre stato, e da me ignorato, o se sia sbocciato in maniera tardiva. Propenderei per la prima. Ho, infatti, ricordi di evidenze sotterrate o mascherate e che poi si sono rivelate per le fregature che erano. E mi ricordo anche di avere avuto presente certe sensazioni negative, ovviamente derubricate. Ma ho imparato a dare la precedenza a quello che non penso e sorge da sé, a quello che non cerco e trovo, a quello che non vedo e sento.
Riccarda

Ma rinunciare quando?

Cara Riccarda,
questa volta il punto lo avrei messo prima: “sono sposato ma con mia moglie è finita”. Punto. Nessun “frequentiamoci”. Non sono mai stata con un uomo sposato o forse non me ne sono mai accorta.
V.

Cara V.,
beata te. La protagonista della storia ‘Il pranzo della suocera’ ha potuto scegliere due volte: provare a vivere una frequentazione (perché no? Si era detta) e poi decidere di lasciar perdere. Il punto è proprio questo: quando ci sei già dentro, trasformare il primo segnale deludente in una verità concreta, questa è la cosa difficile, rinunciare a quel bello che credevi sarebbe stato.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Ricordo di due lettori… amori clandestini, sfacciati, rimpianti

Come hanno vissuto i nostri lettori gli amori che non sanno aspettare e non si curano di essere visti? Una lettrice e un lettore ci raccontano gli incontri che non dimenticheranno.

Occasione persa, eterno rimpianto

Cara Riccarda,
anni fa ho incontrato una donna (io ero già impegnato), che riuniva in sé due caratteristiche per me fatali: la brillantezza e la sensualità inconsapevole. Ci sono cascato. Pur rendendo nota la mia situazione sentimentale, non sono stato capace di gestirla: è stato un incontro tra due anime che dovevano camminare insieme e trovare un percorso. Lei, più capace di me, ha sopportato finché non si è stancata. Ancora ci penso e credo che avrei dovuto cogliere con lei quel momento per quello che era e per quello che rappresentava oppure avrei dovuto dire di no. Forse così non l’avrei persa, oggi mi manca ancora.
N.

Caro N.,
Calvino li chiamava gli amori difficili. Lo hai scritto tu che le vostre anime ‘dovevano’ e non ‘potevano’ camminare insieme. Dovevano, ma non è stato, e credo ti rimarrà per sempre questo senso di unicità con lei. Ed è il suo bello.
Riccarda

Sfacciato ed effimero come un fuoco d’artificio

Cara Riccarda,
abbiamo vissuto un amore sfacciato e che se ne è fregato di tutto. Quante volte mi sono trovata come quei due amanti che descrivi al bar. Poi è finita. Succede così, i fuochi d’artificio si spengono presto.
Ale

Cara Ale,
in genere è inversamente proporzionale l’intensità di queste storie alla loro durata. Ma non è sempre un male passarci in mezzo, sono quelle esperienze che ci fanno smentire quello che pensavamo di noi e ammettere: non avrei mai immaginato di arrivare a tanto. Sappiamo che può capitare, sappiamo che anche noi possiamo farlo.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

L’animale femmina di Emanuela Canepa alla libreria Altrove

Rosita è una donna che impara a fare la differenza. Studentessa del sud trasferita a Padova, è abituata a non chiedere, a mortificarsi più che a esaltarsi, a vivere un amore latitante, di “microscopici spazi”, un amore di ristrettezza che riflette il minimalismo del suo stile di vita più subìto che agito.
L’animale femmina di Emanuela Canepa è un romanzo in cui i sentimenti di Rosita sono in trasformazione quanto lei: l’unico momento di gioia è dopo avere superato l’esame all’università, è l’inizio di una ritrovata autostima, quando capisce che ce la può fare. Verso gli uomini passa da una forma di sottomissione all’autonomia, ma questo solo dopo avere provato pena per quegli uomini, è un cambiamento di prospettiva e di considerazione di sé.
L’incontro con Ludovico Lepore è la casualità che apre a una svolta, a ventidue anni è arrivato finalmente il tempo dell’improvvisazione, del coraggio, della spinta anche di fronte alla possibilità del vuoto.
Ludovico è anziano, cinico, spietato, sprezzante verso le donne, quasi sadico nel metterle alla prova per poi dare l’impressione di salvarle. Ma i ruoli vengono sovvertiti, è iniziata la mutazione di Rosita: l’animale femmina impara a ruggire, si libera della propria miseria e disvela quella altrui.
È lei il punto di incontro e di fusione fra Ludovico e l’amore, fra la vita e la morte, la sconfitta e la conquista, la negazione, durata decenni, di un sentimento e la sua manifestazione in pochi attimi.
L’animale femmina è una storia di formazione, Rosita impara un lavoro, conosce ciò che sta nascosto dentro se stessa, arriva addirittura a provare gioia quando la sua vita comincia a girare per il verso giusto e Ludovico non fa più paura. La consapevolezza di Rosita viaggia parallela al ridimensionamento di quell’uomo che ha vissuto la maggior parte dell’esistenza senza amore, accettando e poi soffocando quello che era stato in gioventù.
Ma la prova concreta che l’amore nella vita di Ludovico è esistito, è un efebo, una statuina che diventa la sua ossessione, come le cose sfuggite e non possedute. L’efebo deve tornare nelle sue mani, perché quella è stata la sua voluttà, il suo desiderio, il suo unico amore. L’efebo sarà lo strumento di collegamento tra tutti i protagonisti e il mezzo di riscatto per Rosita: è lei che alla fine vince su tutti, sugli uomini, sulla vecchia Rosita che non c’è più perché è diventata donna.

Sabato 2 febbraio alle 18, Emanuela Canepa sarà ospite della libreria Altrove di via Aldighieri 29.

Un ricordo di due cuori

Need Her Love (Electric Light Orchestra, 1979)

Letto d’ospedale. L’uomo era pensieroso, perso nel suo labirinto d’emozioni. Stava ripassando le cose non dette, quelle mai dette, quelle dette per metà e quelle dette male. Un elenco che lo feriva, una lista di rimpianti e qualche rimorso.
Al suo fianco la compagna di una vita lo vegliava in silenzio. La complicità era massima, non servivano parole, bastava lo sguardo.
Il tempo passato insieme, tutti quegli anni avevano saldato quelle due piccole anime trasformandole in qualcosa di unico, di diverso e più grande. Un legame inattaccabile, feroce, resistente all’usura della vita, e alla morte.
L’uomo la guardò, le forze stavano per abbandonarlo e per l’ultima volta volle piangere, poiché non era più in grado di parlare e il pianto era l’unica parola rimastagli addosso. Un pianto discreto, muto, una sola lacrima e in essa tutto l’amore di una vita che gridava in silenzio. La sua donna lesse quel pianto, raccolse il riflesso di quella lacrima, lo fece suo, nei propri occhi.
Così l’uomo se ne andò per sempre dalla vita, lasciando a lei il conforto dell’ultimo sguardo.
L’anima nell’anima. Un solo respiro diviso in due cuori. Un cuore si ferma e cede all’altro il ricordo di sé.
E così l’assenza dell’uomo si fece via via presenza nella donna. E la donna visse, visse chiudendosi al mondo, sempre innamorata del suo uomo che non c’era più.

Quell’uomo e quella donna erano mio padre e mia madre.
Non ho mai più visto un amore così assoluto. E ho sempre pensato che non sarei mai stato in grado di eguagliarlo.

Mia madre abbandonò la vita un anno e mezzo dopo mio padre. Come se avesse esaurito le poche scorte di desiderio rimaste. Sì perché per vivere occorre desiderare… e desiderare di vivere naturalmente!
I desideri di mia madre si erano spenti l’uno dopo l’altro, mese dopo mese. Io ero ancora troppo preso dal mio dolore per la morte di mio padre, dalla mia rabbia, dalle mie emozioni che mi bruciavano addosso.
Non mi ero accorto di nulla. E anche mia madre, piano piano, se ne stava andando.
Poi un giorno ricevetti la diagnosi: leucemia fulminante.
Ecco, questo fu il modo che aveva scelto.

Dopo tanti anni senza di loro, dopo aver metabolizzato il dolore della perdita e soprattutto dell’assenza, mi rimane il loro romantico ricordo, e il loro splendido esempio.
Riguardo le loro foto e sorrido. Li ripenso uniti per sempre, e capisco d’esser felice.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Gli amanti delle sei

Sono le sei del pomeriggio e ci accomodiamo in un bar. Siamo tre amici che si sono dati appuntamento per ascoltarsi, ciascuno ha le proprie magagne e le soluzioni a quelle degli altri. Siamo completamente dentro ai nostri discorsi che rimbalzano fra noi tre: due sensibilità femminili e una maschile che si mescolano perché noi donne ci mettiamo a fare anche un po’ i maschi certe volte.
Ridiamo perché quello è un martedì in cui ciascuno si porta ciò che ha vissuto proprio quel giorno lì e siamo lucidi solo a tratti, certe emozioni influenzano i nostri modi di vedere. Decidiamo che i discorsi andrebbero fatti in momenti diversi della settimana per poi fare la tara.
Ridiamo e siamo ancora concentrati su di noi, finché tutti e tre vediamo che c’è qualcosa di più attrattivo a cui prestare attenzione.
Nel tavolo a fianco, e riflessi in un’enorme vetrata, ci sono due amanti. L’evidenza degli amanti è sempre cristallina. Hanno superato i cinquanta, lei ha gli orecchini di perle, un cappotto cammello, è fresca di messimpiega e indossa un dettaglio che per un marito non metteresti mai alle sei del pomeriggio: elegantissime scarpe di vernice bordeaux col tacco a spillo, senza calze.
Lui è più semplice, un viso anonimo, del resto è lei che deve attirare gli sguardi. Lei non teme niente e nessuno, si capisce. Lo sovrasta, si alza per andare in bagno e, come una femmina che sa di esserlo, lo bacia da in piedi, è magra ma imponente, è carica e lui atterrito da tanta sicurezza.
Finché lei è in bagno, lui aspetta quasi smarrito e lei lo sa, quel bacio grande serviva a tranquillizzarlo, a farsi attendere. Finalmente torna, la subordinazione di lui è evidente. Addirittura è lei a pagare il conto: hanno preso il tè, come due signori in pace con se stessi.
Mentre va alla cassa, si gira verso di noi, anche lei ci avrà visti riflessi nella vetrata, spettatori di una parentesi di amore maestoso, rapace, ma non volgare, di fronte al quale puoi solo stare a guardare e farti distrarre.
Ci lancia un’occhiata, è una signora che sa quello che fa e quello che vuole. Escono dal bar, torniamo ai nostri discorsi che non finiscono e li rimandiamo al fine settimana.

Vi è mai capitato di assistere o essere protagonisti di amori che se ne fregano e si impongono ovunque si trovino?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Coppia: lo scoglio delle aspettative

Puntata di inizio mese con A due piazze, scambio fra Riccarda e l’amico Nickname: tra un uomo e una donna tertium non datur, ma quando è l’aspettativa ad accomodarsi mettendosi in mezzo?

N: Due umani si annusano, si conoscono, si piacciono, una cena romantica, finiscono a letto. Invitano a tavola il piacere. Poi passa il tempo (il tempo ha questa cosa, che passa sempre) e il piacere non è più seduto tra loro. Le aspettative, con il loro culo pesante, hanno spinto il piacere giù dalla sedia. Sono loro il nuovo invitato. Stavolta, un terzo incomodo.

R: Le aspettative, con tutto il loro ingombro, non sono mai invitate. Anzi, la premessa è sempre quella di bandirle, dire stavolta no, non entrano, prendiamo il piacere per quello che è. Ma poi non so come, c’è uno spiffero, una fenditura invisibile nella nostra pretesa di leggerezza che fa insinuare le aspettative che crescono e si autoalimentano allo stesso banchetto da cui il piacere è stato cacciato. Le aspettative arrivano a precederci, anticipano nella nostra testa ciò che vogliamo succederà e che non potrà mai essere così. Mi sembra quasi un moto naturale che si innesca in automatico come se fossimo portati a generare aspettative, come se il piacere non esistesse senza conseguenti immaginazioni. Perché?

N: Gli umani hanno coscienza del loro vivere. È la drammatica consapevolezza di sé il problema. Sono consapevoli del tempo che vola, sanno che qui e ora si consuma qualcosa di passeggero, di effimero. È anche un modo di difendersi dagli assalti della tristezza: tutto passa, anche le emozioni negative. Tuttavia prevale l’impulso al progetto, alla costruzione di una struttura. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che, presto, tutto questo progettare colora di insoddisfazione la nostra esistenza. Più progettiamo la vita ideale, meno ce la gustiamo. Temo sia un ineluttabile peccato.

R: Ineluttabile, ma ridimensionabile caro Nickname. Ho fatto una prova: quando un’aspettativa subdola, minima e infida, si prepara a strozzare il piacere senza lasciargli il tempo di gustarsi quel che c’è, io mi metto a fare qualcosa, una cosa in particolare: tolgo le foglie secche dalle piante di casa, le faccio respirare, le libero da ciò che non serve e le oscura inutilmente. È un’azione minima che mi pulisce la mente, ridimensiona i balzi in avanti, quelli senza paracadute.

Voi conoscete le aspettative? Fate loro posto oppure cercate di smorzarle al primo sintomo di insoddisfazione?

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – l’amore è un gioco?

Una volta al mese ‘I dialoghi della vagina‘ si fanno “A due piazze“: scampoli di conversazione fra Riccarda e l’amico Nickname, grafomane e sincero, che le manda via whatsapp pensieri da afferrare, confidenze da custodire, consigli da non pensarci la notte.

N:“Pochi uomini capiscono le donne. Provano ad amarle nel loro modo spesso infantile.”

R: “Ci sono uomini che riescono a capire la donna, purché non sia la propria. So che stai annuendo. Ti è mai successo di capire la tua compagna? Di sicuro, un’amica sì. Se anche sbagli, in amicizia, non succede nulla, se invece metti male un piede in coppia, è facile che venga giù tutto, se non oggi, domani o fra un anno perché lei non se lo dimentica che tu quella volta hai messo un piede in fallo. C’è meno margine di errore in coppia che in amicizia ed è per questo che ci si muove con più circospezione e meno spontaneità pur di mandare avanti la storia. Prendi me e te, beviamo un caffè perché vogliamo, non perché dobbiamo e in quell’ora ce le diciamo tutte. Non c’è paura di compromissione né di fallimento, è uno scambio alla pari, io ti dico le cose come stanno (più a te di quanto farei con lui) e tu anche. Su un punto siamo d’accordo: le strategie vincenti che abbiamo pensato a tavolino, difficilmente riusciamo poi a tradurle di fronte all’altro/a, perché le riadattiamo, prendiamo scorciatoie e un po’ sorridiamo dell’intransigenza perduta. Ma veniamo a quelli che, come dici, provano ad amare le donne. Provano ti è scappato o volevi proprio scrivere così? Fanno tentativi e non ci riescono? Non sanno che stanno già amando qualcuno e quando se ne accorgono si ritirano come farebbe un bambino di fronte a qualcosa di spaventoso o troppo difficile?”

N: “Cosa ho detto? Che l’uomo ama in modo infantile? Il bambino ride e piange, tocca tutto, lecca, bacia, si impiastriccia. Magari un uomo amasse così. Già la biologia lo penalizza: non mette al mondo nessuno, quindi non potrà mai frequentare l’abisso di sangue carne e merda dove la vita e la morte si toccano. L’istinto gli viene ben presto soffocato da un qualche coglione che gli insegna a non piangere, a non mostrarsi fragile, a comportarsi ‘da uomo’. Poi comincia a frequentare i suoi simili di sesso, e iniziano i passatempi. Soldatini, motorini, sport, figa. Playstation, tecnologia, calcio, figa. Più ce l’hanno in bocca più se ne allontanano, in senso letterale ed escatologico. Se si accultura a volte va persino peggio, è come mettere un fiocco sopra un pacco regalo con dentro delle pietre. Non è un male e non è un bene, è così. No, ho letto quello che dici e sì, mi sono sbagliato, l’uomo non ama in modo infantile, ama in modo basico, bidimensionale, come fosse uno dei suoi passatempi. A volte nemmeno il più interessante, di sicuro il più frangipalle. Nonostante tutto sappiamo essere affascinanti, finché è poco impegnativo.”

R: “Infatti dura un attimo.”

N: “Sai perché? Capiamo un’amica fino a che non diventa la nostra compagna, e prima o poi noi vogliamo che lo diventi, o comunque vogliamo portarla a letto. Ma da quell’istante per noi diventa tutto terribilmente complicato.”

R: “Mi sembra che amare faccia meno paura da giovani che da adulti quando questo verbo all’infinito, che detesta il finito, viene accostato a impegno, legame, condivisione. Noi donne ci aspettiamo (ed è qui l’errore: aspettarsi e quindi aspettare) che un uomo adulto, strutturato, solido affronti l’amore con la stessa padronanza con cui affronta il lavoro e la vita di tutti i giorni. E invece riscontriamo un afasico, se va bene un balbuziente che incespica mentre si perde. Un’altra persona, insomma, rispetto al ruolo pubblico che di lui ci aveva attratto. Sperimentiamo così un uomo che si ritira ammettendo di non essere capace e, come un bambino, abbandona il gioco. Arrivati a questo punto, ci sono donne che lo prendono per mano e dicono giochiamo un altro po’ finché il gioco non si rompe del tutto e donne che lasciano andare perché non si sentono un luna park.”

Cari lettori, che ne pensate? Esiste un amore adulto? O è sempre un eterno gioco di ruoli senza età?

Potete mandare le vostre lettere scrivendo a parliamone.rddv@gmail.com

Donna e violenza

di Grazia Baroni

“Non desiderare la donna d’altri” è il nono comandamento dei dieci che Mosè ricevette sul Sinai circa 1.300 anni prima della nascita di Cristo e che sta a evidenziare come nella cultura di tutte le civiltà fosse normale considerare la donna come qualcosa da possedere, come qualunque altra cosa.
Già Michelangelo aveva capito che Mosè doveva essere considerato uno dei Padri della civiltà umana, dopo Gesù e sua madre che l’aveva partorito, perché con quelle tavole aveva fornito lo strumento essenziale per la realizzazione della convivenza umana, ponendo il limite sotto il quale non si può andare se non ritornando a una dimensione di violenza che di umano non ha le caratteristiche.
Le tavole della Legge erano la testimonianza fisica e culturale che il popolo eletto era diverso da tutti gli altri perché il loro Dio era il Dio dei viventi, creatore della vita in tutte le sue forme come bene assoluto, qualità che caratterizza il Dio ebraico-cristiano distinguendolo da tutti gli altri che o vengono dal caso o devono spartirsi il bene e il male in pari misura.

Sono passati 3.300 anni e questo messaggio comincia solo ora ad essere efficace nella relazione uomo-donna.
Le recenti denunce degli abusi perpetrati sulle donne da uomini potenti sono indizi che dimostrano che un salto di civiltà è in atto, che stiamo acquisendo una maggiore consapevolezza del valore di ogni essere umano a prescindere dal suo genere. Bisogna incominciare a prendere coscienza del livello di consapevolezza al quale siamo arrivati, altrimenti si perde l’occasione di trasformare questo momento in un cambiamento definitivo del rapporto uomo-donna.

In quanto donna sento il dovere di sottolineare il fatto che queste denunce non sono solo l’atto di coraggio di alcune di noi, ma il segno di un cambiamento culturale in atto: il fatto di non considerare più le donne come fossero cose.
Le donne cominciano a riconoscersi come un valore e non sono più disposte a sminuirsi.
Riconoscere questo come un salto culturale può portare a rompere gli schemi che, secondo me, stanno alla base dei ‘femminicidi‘, che sono ancora in un numero spropositato. Il meccanismo di cui parlo è quello primitivo e animale che pone il valore del maschio nella sua supremazia sugli altri, infatti il ‘femminicidio’ si compie appunto quando il maschio si sente depauperato nella sua dignità dal fatto che la donna lo respinge, che dimostra di poter fare a meno di lui. Di conseguenza, sentendosi distrutto nella qualità che è per lui essenziale, la ammazza per salvare la stima di sé.
Cominciare a dire che il valore dell’essere umano è di essere unico, libero e creativo, permette di smontare tali modelli primitivi.

Come sono stati tramandati i dieci comandamenti? Non sono stati letti come uno strumento di liberazione dell’uomo dalla condizione animale, né come una dimensione antropologica dell’essere umano, ma come una limitazione morale, come una norma di comportamento finalizzata al non dispiacere al Dio padre-padrone. Per questo motivo c’è voluto tutto questo tempo per giungere a poter fare questo salto, perché il cambiamento dalla concezione di Dio da padrone a padre si sta realizzando solo in tempi recenti. Prendere sul serio la natura del Divino come Padre è importante perché, storicamente, l’uomo ha definito la qualità della propria natura e della propria condizione, prendendo come valore assoluto cui fare riferimento la natura e la qualità del divino.

Il verbo desiderare degli ultimi due comandamenti, secondo me, sta a indicare che le Tavole sono state concepite come una proposta culturale, come una nuova concezione antropologica, non come norma morale. Per questo le Tavole definiscono una nuova cultura, pongono le linee essenziali di una nuova civiltà, questa volta umana.
Il concetto del desiderare richiama l’aspirazione che caratterizza il fondamento su cui l’uomo si riconosce nella propria umanità e non il desiderio come mera pulsione fisiologica. Il desiderare la donna sottintende un concetto di sé animale, che equipara la donna alla cosa, quindi indegno dell’uomo figlio del Dio padre.

Dopo 2000 anni di Cristianesimo e 300 di Illuminismo che ha liberato l’uomo dalla dipendenza dal divino, sarebbe il momento di raccogliere l’eredità di questa evoluzione; uscire dalla preistoria umana e iniziare un nuovo umanesimo nel quale ciascuno sia consapevole del proprio valore perché si riconosce unico nell’universo, e perciò libero e capace di rinnovare il mondo con la propria creatività, rendendolo migliore.
Infatti, la nuova originalità di ciascuno diventa un nuovo spazio di libertà per tutti.

Grazia Baroni è nata e vive a Torino ed è laureata in Architettura e Storia dell’Arte e ha insegnato presso le Scuole superiori per quasi 30 anni. Ha partecipato a numerosi gruppi di ricerca legati all’insegnamento ed è attiva presso l’Associazione Famigliare Novacana e, dalla sua nascita, con Il Gruppo Molecole.

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, volto creare e conoscere, dialogando con altre molecole positive, e quindi porsi come elemento catalizzatore del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora (Pavia), dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicitazione delle proprie potenzialità e, successivamente, costruire processi di interazione e sviluppo positivi.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Uguali o diversi, magari simili

Cosa cerchiamo nell’altro? Il nostro specchio o qualcosa di diverso da noi? Come raggiungere la completezza e la complementarietà?

Le affinità elettive

Cara Riccarda,
mi esalta sempre trovare nel mio compagno una persona con cui condividere scelte, passioni, gusti senza forzature, spesso con autentica semplicità e naturalezza.
Non tutto, si intende, ma nel momento in cui si arriva a raggiungere un obbiettivo comune è una bella soddisfazione, la conferma quotidiana, secondo me, di aver scelto la persona giusta. Eppure lui è così diverso nell’affrontare problemi, nel trovare soluzioni, con una visione delle cose diamentralmente differente dalla mia… ma l’emergere di quelle affinità di coppia che rendono due individui così simili, mi lasciano sempre piacevolmente sorpresa.
C.

Cara C.,
se è la naturalezza ad avvicinare due persone, per quanto diverse, secondo me la strada è in discesa. Il problema è quando pensiamo di pilotare i rapporti con la strategia e crediamo di arrivare a qualcuno seguendo la nostra mappa. In amore come nell’amicizia, a volte ci sfiniamo girando invano, persi.
Si può scegliere se restare su una linea orizzontale di rapporti, cioè un po’ superficiali ed è tutto più semplice, oppure,quando si affaccia la possibilità, avvicinarsi di più, rischiare un’apertura e prendere una linea verticale, allora le cose si complicano e spesso i rapporti finiscono. Ma siccome noi non siamo un piano cartesiano, scopriamo su quale asse viaggiamo solo dopo averne percorso un pezzo.
Riccarda

In equilibrio sulla corda

Buon giorno Riccarda,
cercare una persona simile a noi può darci sicurezza nell’affrontare un rapporto, questo è vero, però alla fine si rischia la monotonia. Personalmente preferisco qualcuno di diverso perché diventa una continua scoperta, c’è sempre l’eccitazione che sopraggiunge quando ci si avventura in un territorio inesplorato, sarà come camminare su una corda tesa, con trepidazione ma anche con soddisfazione per ogni piccolo passo compiuto. Quei momenti nei quali scopri cosa può piacerle sono impagabili, certo, ci saranno anche delle volte nelle quali commetteremo errori, ma questo tiene sempre vivo un rapporto perché c’è la continua ricerca di scoprirla e migliorarsi per accontentarla, in pratica come in un puzzle aggiungiamo tasselli che alla fine ci completeranno pur mantenendo la nostra assoluta diversità. Due sconosciuti che nel tempo imparano a conoscersi cercando di trarre insegnamento dagli errori che commetteranno, avranno sempre qualcosa da dirsi e un buon motivo per continuare insieme il loro cammino.
G.

Caro G.,
ho solo un timore, che ci si sbilanci troppo verso l’altro. Credo che se riuscissimo a fare come dici, restando però centrati su di noi, la coppia nel suo complesso ne trarrebbe vantaggio. E’ la disomogeneità che frega, agire per accontentare l’altro, mettendoci a volte in subordine. Quel camminare su una corda tesa è proprio questo: provare a non scivolare mentre si dona un po’ di noi.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Androgino

“Tu cerchi l’androgino”. Marco glielo dice mentre le consegna il sacchetto di mele e sistema un ramo d’alloro sul banco delle verdure al mercato. Lei rimane sorpresa con la frutta in mano, si conoscono poco e vorrebbe la conferma di avere capito bene.
“Hai presente quando l’uomo e la donna erano una cosa sola?” le chiede.
“Tipo il Simposio di Platone?” azzarda lei che è l’unica cosa che sa sull’unità di uomo e donna.
“Quasi, ma molto prima, alle origini di tutto”. Marco sorride e le racconta di un tempo senza tempo in cui l’androgino era qualcosa di indistinto, informe e unico.
Lei ascolta e ricorda il mito platonico dell’essere completo, perfetto, separato da Zeus e destinato a cercarsi per sempre.
“Ecco, ti vedo un po’ così, alla ricerca di qualcosa, di un’unità”.
Lei non sa come Marco possa averlo intuito, si sono visti solo un paio di volte, però a pensarci è vero, quell’idea di complementarietà sfuggita la conosce. Ama il diverso da sé perché pensa che se in coppia due persone sono troppo simili, una delle due rischia di perdersi scomparendo nell’immagine riflessa nell’altro. Preferisce un punto di vista completamente differente e quindi complementare al suo, una versione delle cose che parta dal lato opposto e non da un angolo coincidente.
Mentre Marco continua a raccontare il mito dell’androgino, lei passa in rassegna quante volte, invece, ha voluto cercare se stessa nell’altra persona, naufragando in qualcosa di scontato. Quanto più il quadro di insieme sembrava ben fatto e somigliante, tanto più si sgretolava con poco, un meccanismo inceppato che tornava sempre allo stesso prevedibile punto di partenza.
Ma un’occasione c’era stata in cui si era detta siamo troppo diversi, non si può fare, ed era stata l’unica che le aveva dato l’impressione di cogliere la meraviglia che mancava, la complementarietà come nell’androgino, un cammino verso l’unità.

E voi cosa cercate nell’altro? Qualcosa di simile a voi o di sconosciuto? Che incontri vi sono capitati?

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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