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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Le storie parallele: scampoli di felicità o isole disintossicanti?

Storie parallele che durano anni oppure pochi giorni, lettrici e lettori raccontano le loro evasioni dalla quotidianità.

Segreto e straordinario

Cara Riccarda,
leggendo di Clementina e Erri ho pensato ad una amica: il suo grande amore era (è e resterà) uno, peccato che non sia quello con cui condivide la vita quotidiana perché lui prima di conoscere lei era promesso sposo e, seppur rimandando il matrimonio, alla fine ha scelto l’altra. Con queste premesse però loro non hanno mai smesso di vedersi, unendo occasioni di lavoro a giorni via da casa e lei anni fa mi disse che questi giorni erano per entrambi la “dose di aria” per poter vivere serenamente. Non ne ho la certezza, ma credo trovino ancora le occasioni per vedersi e in ogni modo lui è sempre presente nei discorsi di lei. In maniera un po’ schizofrenica si sono creati una dimensione di vita parallela, da cui entrano ed escono abilmente e ad una mia esplicita domanda “ma non ti manca una quotidianità/normalità con lui”, lei mi rispose “credo che nel quotidiano non lo potrei sopportare”.
M.

Cara M.,
penso esistano condizioni, che possono durare anche molto a lungo, in cui si decide di riservare il meglio di sè a qualcuno. La tua amica ti ha dato una risposta molto vera: il quotidiano non è quasi mai una passeggiata serena e allora la ‘dose d’aria’ di cui scrivi, perchè la dobbiamo inquinare? Se troviamo una persona che ci fa stare bene al fuori della nostra routine, perchè non accoglierla? Direi soprattutto per un motivo che va oltre il brivido del momento: quando ci accorgiamo che parti di noi, che non avevamo mai scorto, escono solo con certe persone, dovremmo considerarlo un regalo. Poi magari le storie finiscono, ma i regali restano.
Riccarda

Un’isola felice

Cara Riccarda,
è successo, succede di essere travolti da passioni così forti da non poterne fare a meno, di volere a tutti i costi essere felici anche se per poco. E’ successo anche che la razionalità abbia spento sul nascere tali passioni perche’ la paura delle conseguenze ti ghiaccia e reprime!
Ma benedetta sia quell’isola felice dei nostri coraggiosi protagonisti!
Qualcuno riesce persino a viverci davvero, qualcuno solo nella fantasia, costruendosi così viaggi meravigliosi dove i personaggi sono bellissimi e le conseguenze non esistono.
Alle volte l’isola ti salva la vita, ti salva l’autostima.
Il coraggio di viverla davvero poi è così raro e prezioso che ne farei tesoro a tal punto da non ripeterlo mai più. Rimarrebbe così la perfezione, senza conseguenze, senza sensi di colpa,solo passione, solo ricordi tra sogno e realtà e soprattutto senza drammatici sconvolgimenti della tua vita,costruita con tanta fatica!
N.

Cara N.,
parto dalla fine della tua lettera, dalla vita costruita con fatica. A volte tanta fatica a tenere insieme pezzi che scivolano fuori dal quadro d’insieme. Hai presente la tecnica giapponese del kintsugi che suggerisce di riparare il vasellame rotto con l’oro? Il risultato è un vaso diverso su cui le crepe sono messe ben in evidenza dal luccichio dell’oro, come a ricordare che lì qualcosa si è rotto ed è diventato altro. Anche nella vita, credo, capitino eventi che ‘spaccano’ certezze ed equilibri, ma lasciano tracce che non dovremmo ignorare.
Riccarda

Pensare al femminile

Cara Riccarda,
personalmente mi è successo, ma ero più giovane, adesso mi risulterebbe più difficile perchè essere ‘saggi’ comporta ragionamenti che ti fanno dire voglio vivere più a lungo i momenti felici, emozionarmi con quella donna. Purtroppo tenere alto il livello del rapporto, quando la conoscenza si protrae, diventa complicato perchè l’uomo dovrebbe pensare come la donna e la donna come…la donna! C’è poi un problema, la donna da parte sua ha quel desiderio di cercare un uomo che la faccia soffrire, un ancestrale bisogno di provare dolore. Ma questa è una matassa che meriterebbe una disquisizione troppa lunga.
Marco

Caro Marco,
ti prego, no, non condannarci all’infelicità sine die. Non voglio pensare che ci sia una legge ancestrale e di natura che induce noi donne al ‘bisogno di provare dolore’. Non ci sto. Ti garantisco che noi donne sappiamo anche riconoscere il piacere, il benessere, la felicità che ha i suoi tempi e magari non sempre coincidono con i vostri…
Riccarda

Un’estate, una settimana, un momento… e mai più

Buongiorno Riccarda,
in un tempo lontanissimo, mi sono trovato anche io in una situazione del genere, naturalmente il tutto era accentuato dalla giovane età (22 anni) e quindi le emozioni provate erano più intense perché la mente era libera da altre preoccupazioni e l’unica cosa che contava era vivere al massimo quei momenti. Ho conosciuto una ragazza durante un periodo di vacanze estive al mare, provenivamo da città diverse, la sorte ha voluto che ci incontrassimo in un campeggio di una località marina del centro Italia. Ci siamo visti la prima volta la sera del nostro primo giorno in quel luogo di divertimento. Qualcosa è scattata in noi, credo fosse anche dovuta al fatto che ancora non conoscessimo nessuno in zona e quindi ci siamo trovati compatibili. Dopo un primo approccio, ci siamo resi conto che tra noi poteva esserci un feeling. Abbiamo trascorso una bella serata, cercando di scoprirci reciprocamente. Il giorno successivo nel rivederci, abbiamo realizzato quanto ci siamo mancati sino a quel momento. È stato l’inizio di una relazione, breve, intensa, durata una settimana, ma che ci ha dato emozioni e ricordi per tutta la vita. Alla fine della vacanza, entrambi non sapevamo se fosse meglio non sentirsi più oppure tentare di continuare a distanza questo rapporto, ha prevalso la voglia di congelare nel tempo quei bellissimi sette giorni, nei quali tutto era perfetto, credo che un protrarsi avrebbe solo potuto logorare col tempo quanto di bello avevamo creato. Ci sono situazioni che raggiungono un apice oltre il quale è impossibile andare, non si possono ricreare e qualsiasi tentativo di riviverle è destinato a fallire perché perde la spontaneità e l’emozione di quei momenti che sono arrivati all’improvviso. Preferisco quindi, conservare un bel ricordo di un qualcosa che ha raggiunto il suo massimo senza imperfezioni, che mi ha donato tanto, al vederlo pian piano entrare nella routine della vita. Adesso che sono molto più vecchio, posso pensare con gioia ma senza rimpianto a quei momenti perché ho congelato tutto sul momento più bello, quando eravamo al massimo della felicità e niente si era frapposto al nostro voler vivere quella esperienza. Può essere vigliaccheria, non voler affrontare i problemi che un legame potrebbe comportare, ma in quel caso io credo che la scelta sia stata giusta, abbiamo voluto crearci un ricordo di qualcosa di bello al quale attingere in giornate negative e per me funziona ancora, perché da qualche parte nella mia mente, ci sarà per sempre l’immagine di un luogo dove è stato possibile vivere qualcosa che non tutti hanno potuto permettersi.
Cordiali saluti.
Gigi

Caro Gigi,
non credo proprio sia vigliaccheria scegliere di lasciare tutto com’è senza imporre altre derive. Secondo me è una questione di intuito, l’istinto sa cosa è meglio, se prendere o mollare. E direi che, anche nel tuo caso, non ha fallito, ancora oggi conservi un ricordo che ti fa stare bene e non ti abbandonerà.
Riccarda

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Passione d’agosto

Due ore di sonno la prima notte, forse tre la seconda. Non era più abituata a dormire con qualcuno, così gli aveva detto al risveglio quando lui l’aveva avvolta in un altro abbraccio. Non era vero, non aveva dormito perchè era lui. Una cotta di sedici anni prima quando lo aveva conosciuto, bello, ombroso e tale lo aveva ritrovato. Cos’era quell’inquietudine nella notte? Gli sprazzi di felicità lei li viveva così, intensi e ruvidi. Facile dire goditela senza pensieri, ma come si fa a darsi e a rimanere incolumi? Lei non ne era capace. Aveva letto decine di libri su come essere felici ed era convinta fosse giustissimo non consegnarsi a qualcun altro, eppure dopo due notti d’agosto, si sentiva sgonfia e piena allo stesso tempo, vuota di certezze ed ebbra di quella sagoma che aveva aderito così bene al suo corpo. Le aveva innescato un desiderio spontaneo, continuo, profondo. Lui era capace di questo: accenderla. Quante volte aveva fatto l’amore pensando ad altro? Troppe. Con lui, la mente stava ancorata nello spazio fra i due corpi e l’anima scorreva dentro quegli attimi fra i sussurri plasmati dal piacere.
Al mattino, dopo averlo salutato, la prendeva un’irrequietezza dolce pervasa dai ricordi della notte e incapace di farseli bastare. Non era giusto valutare i nuovi incontri sotto la lente di ingrandimento dei vecchi, ma si era troppo data a chi aveva occupato il posto fino a un anno prima, per non avere paura. Paura non di lui, ma di se stessa, di quanto fosse capace di concedersi.
Non sapeva quando lo avrebbe rivisto, non sapeva nemmeno che nome dare a tutto questo, ma di una cosa era certa, era fatta per emozionarsi ancora, desiderare nello stomaco qualcuno. Non era poi così scontato.

Raccontateci la vostra storia inquieta, verso dove vi ha portato un’emozione, cos’hanno svelato le vostre paure durante il cammino.

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’amor litigarello, tra silenzi tossici e verità feroci

Le verità taciute che all’improvviso esplodono, cosa portano? Le litigate quanta schiettezza rivelano? E’ possibile tornare indietro? Da dove ripartire quando, arrabbiati, ci si dice proprio tutto? Le lettere arrivate in redazione.

Il veleno del silenzio

Buongiorno Riccarda,
la verità trattenuta, un amaro veleno che lentamente ci corrode la mente. Un errore che tutti commettiamo, a volte per non urtare il partner, per il quieto vivere, le motivazioni sono tante, ma, alla fine tutte sbagliate. Perché quello che non diciamo, lavora lentamente nel nostro subconscio e, quando esplode, porta sempre conseguenze disastrose, nulla sarà più come prima. Ci saranno aggiustamenti, giustificazioni, ma il dubbio resterà sempre. Mi è capitato di commettere questo errore e l’ho pagato caro. Avevo taciuto perché mi sembrava la soluzione migliore, ma poi, il problema si ingrandiva perché non riusciva a trovare una via di sfogo e tutto questo accumulo di sensazioni negative alla fine è venuto fuori per un’inezia, le conseguenze sono state la perdita di una persona a me cara. Se ne avessi parlato prima, tutto si sarebbe risolto con un leggero battibecco senza effetti collaterali. Oggi mi rimane il ricordo di quanto di bello c’è stato e se capita di vederci, ci scambiamo un fugace saluto, forse leggermente imbarazzato, ma un osservatore attento potrebbe notare quante cose non dette ci sono nei nostri sguardi, noterebbe il rimpianto per qualcosa che poteva essere ed invece non è riuscita a crescere. Ho imparato la lezione, adesso dico subito ciò che penso, preferisco affrontare il problema sul nascere prima che cresca così tanto da essere insormontabile, c’è sempre il rischio di perdere qualcuno, ma credo che se l’amico/a,il/la partner, ci vogliono bene, apprezzeranno di più questo nostro modo di essere, sincero e spontaneo. Il parlare subito dei problemi credo che sia l’unico antidoto a questo veleno.
Gigi

Caro Gigi,
ma siamo sicuri che, una volta imparata la lezione, la verità sia disposta a ridurre i tempi di attesa? Tu credi davvero ci faccia il piacere di uscire proprio subito? Credo che la verità abbia bisogno di un po’ di decantazione, altrimenti sarebbe puro istinto. La verità medita e temo sia completamente indipendente, l’occasione se la crea e noi le cediamo il passo perchè sappiamo che ci sta tracciando un nuovo percorso.
Riccarda

La verità fa male…?

Cara Riccarda,
dicono anche “verba volant scripta manent”. Non è vero. Certe frasi o certe parole che “volano” durante un litigio restano e scavano dentro, nel profondo e si incidono a fuoco nel cuore e nell’anima.
Questo perché durante i litigi, quelli veri, quelli senza freni, le parole escono da sole senza filtri, senza censura. Esce tutta la verità o buona parte di essa, o la parte che ci tormenta di più.
Dopo questo, nulla è più come prima.
A me è successo. È uscito tutto e non è più possibile tornare indietro. Non ci sono scuse che tengano o ritrattazioni. Perché la verità è lì. Limpida e chiara, finalmente forse.
Quelle parole sono sempre nelle mie orecchie. Sia quelle udite che quelle pronunciate.
Poi, nel mio caso, si va avanti. Quasi come se nulla fosse accaduto. Ma la verità diventa un “metro”, un termine di paragone sul quale misuri tutto ciò che dici o fai in seguito, più o meno consapevolmente.
S.

Cara S.,
lasciando da parte una cattiva compagnia come quella del rancore, che è uno specchio deformante puntato verso il passato con la pretesa di proiettare il futuro, il ‘metro’ della verità non è poi così male. Le parole dette, al netto di qualche aggettivo di troppo che si intrufola nei litigi, secondo me portano sempre qualcosa. La chiarezza prima di tutto. Abbiamo sperimentato quanto il non detto sia logorante. La verità, invece, semplifica, sbaraglia e non si guarda mai indietro.
Riccarda

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
In litigio veritas

Eccessi, parole che feriscono, toni alterati. Se poi si sbatte la porta o ci si lancia qualcosa è la litigata perfetta. In litigio veritas. Rimangiarsi tutto e sperare che l’altro dimentichi in fretta, è come usare il dolcificante nel caffè dopo un vassoio di cannoli. La verità è già uscita tutta, la ‘nostra’ verità rimasta dentro per convenienza o timore si è finalmente presentata. E se si ricomincia, si riparte da lei che non sbotta mai per caso e non ci molla finchè non conquista il proprio spazio fuori di noi e in faccia a qualcun altro.
Daniela si è sentita dire da Franco che passare insieme una giornata, fare qualcosa in due sarebbe stato impensabile, già sopportarla due ore era troppo. Tre anni insieme, un bel po’ di serate spese ad aspettare e fai pure che non mi dà fastidio, quando invece dentro qualcosa stava montando.
E una notte d’estate, in cinque minuti, il rapporto è finito con una porta tirata dietro: Franco ha lasciato libera, urlando, la sua verità, carica di livore, diretta e pronta all’uso. Quelle parole erano lì in attesa del loro turno, da tempo aspettavano che l’equilibrio si spezzasse per infilarsi tra la sopportazione un po’ logora e la velocità di un pensiero che aveva già tracciato internamente un percorso.
Certe frasi escono perchè in qualche modo le abbiamo dentro, si ingrossano mute nelle retrovie quando la compiacenza di facciata vince e si nascondono quando la ragione dice che è meglio lasciare perdere. Ma i pensieri trattenuti, inascoltati e scomodi diventano una verità parallela e spiazzante per l’altro che non può immaginare di quanta vita propria sia cresciuta.
L’occasione è sempre una sciocchezza, un pretesto che non c’entra niente e accade quando la nostra verità si sente stretta da troppo tempo in un angolo angusto da cui, però, riesce a vedere cosa capita là fuori: accondiscendenza ostentata, equilibrismi nel bene della coppia, orizzonti di tranquillità da non turbare.
Daniela, in pochi minuti, ha avuto un’unica risposta a domande che non aveva mai posto se non a se stessa, creando a sua volta una sua verità sospesa che finalmente è uscita: perchè non siamo mai andati in ferie insieme? Perchè ci vediamo nei ritagli? Perchè non dormi mai a casa mia?
Tutto era diventato chiaro.
Dopo quella porta sbattuta, due persone, ormai libere dalle ombre reciproche, si sono rimesse in moto separatamente, alleggerite dalla verità.

Vi è mai successo che una verità, maturata dentro, si sia imposta all’improvviso? Cos’è cambiato dopo averla detta? E l’altro come ha reagito?

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’amico che ci prova…

Dall’amicizia alla proposta, cosa ne pensano lettrici e lettori quando qualcuno diventa inopportuno e si spinge troppo oltre, a volte ai limiti del rispetto.

Azzardi e lusinghe

Cara Riccarda,
mi è capitato diverse volte che dal mio comportamento educato si sia passati alla proposta di una notte o di una vita. Oggi compatisco e rispondo semplicemente che non sono interessata, ma la prima volta ammetto di essermi schifata da come quest’uomo sposato potesse anche solo pensare di farmi una tale proposta per poi tornare a giocare alla famiglia felice. E ho anche provato pena per quella poveretta, pur non conoscendola.
Una donna, invece, un giorno mi disse che avevo sbagliato a rifiutare la proposta perché, così facendo, avevo ferito l’ego dell’uomo. Se esistono donne convinte che si debba assecondare così l’ego del maschio, come possiamo pretendere che un uomo impari a individuare la differenza tra istinti e sentimenti?
Debby

Cara Debby,
ci credo poco alla benevolenza di queste donne che non vogliono ferire l’ego, semplicemente cedono alle lusinghe senza porsi troppi problemi. Non so rispondere alla tua domanda, però penso che se un uomo azzarda troppo, il filo si è già spezzato e allora anche l’amicizia, o quel che era, si incrina, anzi finisce.
Riccarda

Attenti all’Homo Mandrillus!

Ciao Riccarda,
quanto vuoto esprime l’uomo descritto in questa lettera. Purtroppo esistono anche questi individui che hanno un solo obiettivo: portarsi a letto la malcapitata che non si avvede della sua scarsa consistenza. Un uomo del genere è solo un egoista, i suoi non sono atti di gentilezza ma semplici calcoli per arrivare allo scopo prefissato. La gentilezza è dare senza pensare a ricevere, altrimenti si chiama calcolo. Traspare in questo personaggio la sua personale convinzione che nessuna può resistere al suo fascino, qualche moina, due parole al momento giusto e il gioco è fatto. Ho usato il termine “gioco” di proposito, perché per una persona del genere, sprezzante dei sentimenti altrui, si tratta solo di un gioco. Questo soggetto è anche un vigliacco, perché una volta resosi conto del suo comportamento, si scusa attribuendone la colpa a un modo errato di scrivere invece di scusarsi per essere stato un idiota (forse avrebbe avuto più successo). Le “doti” negative di questo soggetto, vengono esaltate dalla sua scarsa o nulla considerazione della donna, infatti a lui basta che una sia gentile o acconsenta di bere un caffè insieme per ritenersi autorizzato a tentare di portarsela a letto , ma non finisce qui, infatti per essere simpatico loda le sue doti fisiche e in ultimo le concede che è anche intelligente, dote non necessaria per i suoi scopi,perché a lui interessa l’involucro non il contenuto, pensiero evidenziato dalla mail nella quale esplicitamente le dice che gli piacerebbe fare l’amore con lei.
In questo confronto, ne esce vittoriosa la donna, che, intelligentemente, pur avendo capito le intenzioni del tipo, si pone dei dubbi, addirittura pensando di aver creato un malinteso, questo vuol dire avere rispetto delle persone perché prima di colpevolizzarle, ci si chiede sempre se è colpa nostra.
Il rispetto per la donna, quel qualcosa che manca a tanti uomini.
Approvo in pieno la reazione della donna e mi intristisce sapere che è un fatto vero, perché ci fa capire che ancora noi uomini non abbiamo raggiunto quella maturità necessaria a confrontarci con le donne, ad avere con loro un rapporto sano che non comporti l’inserimento del sesso in qualsiasi relazione si abbia con loro, in pratica, il nostro sguardo non va oltre il contenitore per scoprirne il contenuto, ci fermiamo ancora alle tette.
La bellezza non si sceglie, è un dono,essere gentili, leali, rispettare gli altri sono una nostra scelta e questo fa la differenza.
Buon lavoro e buona giornata, Gigi

Ciao Gigi,
a volte è un bene che certe cose capitino. Se lui non si fosse rivelato per quello che è e in quel modo, probabilmente lei avrebbe continuato a essere in buona fede. Per fortuna, uomini così non ce la fanno a non mostrarsi, la dichiarazione è l’atto massimo di presunzione e stupidità con cui pensano di fare centro. Il lato positivo è proprio questo, durano poco.
Riccarda

Come la volpe e l’uva…

Cara Riccarda,
credo sia capitato a ogni donna di essere vista come una macchina del sesso piuttosto che nella sua complessità e completezza. E’ umiliante e triste per chi è ‘vittima’ del proprio aspetto fisico ma ha un cervello attivo e funzionante, essere ricondotta alle sue tette.
Ci sono uomini che quando vedono una donna carina, fanno come la Fregata, un uccello che per corteggiare la femmina gonfia la sacca sotto al becco. Di uomini che si gonfiano per compiacersi è pieno il mondo e non hanno ancora capito che se vogliamo passare ‘un’ora d’amore’ sappiamo come prendercela. Trovo grottesco che l’uomo, spesso gonfio nel suo sentirsi superiore, non abbia capito che il suo piano macchinoso non serve a nulla. Se gli viene data, non è perchè ha fatto di tutto e abbiamo ceduto, ma perchè avevamo già deciso che fosse così. E quando gli viene negata? Dopo essersi ridicolizzato (per il sesso l’uomo la dignità la perde in un attimo), l’uomo fa come la volpe e l’uva, troppo acerba.
A

Cara A,
l’uva, per questo maschio volpe, sarà sempre più in alto e soprattutto acidissima, se la cerca così. Il fatto è che certi uomini non sono capaci di fare selezione in partenza e riflettere se sia il caso di fare proposte, sparano nel mucchio, e così qualche colpo indietro, non proprio indolore, gli torna sempre.
Riccarda

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

IL DOSSIER SETTIMANALE
Specifico femminile… In attesa di nuove confidenze


Alla fine di novembre 2016 nasce su Ferraraitalia una nuova rubrica tutta al femminile: I dialoghi della vagina.
Ideata e scritta da Riccarda Dalbuoni e curata graficamente da Carlo Tassi, la rubrica è uno spazio di dialogo aperto coi lettori che scrivono settimanalmente raccontandosi e inseguendo storie, esperienze, aneddoti, riflessioni sull’eterno e insoluto legame tra donna e uomo (ma non solo). Incomprensioni, affinità, drammi e proposte di soluzioni, tutto passa attraverso il rigore e la penna leggera di Riccarda Dalbuoni, che risponde e partecipa alle storie di tutti con garbo e semplicità.

Approfittiamo della piccola pausa della rubrica per riproporvi una selezione delle sue uscite settimanali.
Buona lettura e appuntamento al 30 giugno con le nuove uscite.

SPECIFICO FEMMINILE. IL DOSSIER SETTIMANALE N. 3/2017 – Vai al sommario

I DIALOGHI DELLA VAGINA
C’è chi dice no

Per lei*, due caffè e qualche telefonata di lavoro non sono niente, non aprono ad approcci che vadano oltre una conoscenza circoscritta, come tante.
Per lui (sposato e di vent’anni più vecchio), due caffè e qualche telefonata di lavoro sono il preambolo per arrivare a provarci.
Lui gentile, affabile, tendente alla confidenza, lei misurata, educata e silenziosa nel lasciare scivolare certi complimenti. Lei spera che lui capisca che non c’è storia, che eleganza è sapersi fermare cogliendo i segnali.
Finchè un giorno, lui le manda una mail scrivendo “Hai un gran bel fisico, due belle gambe, sei carina e – il che non guasta – anche colta e intelligente. Certamente sei il mio tipo e fare l’amore con te è una cosa che mi piacerebbe. Ma sono anche un po’ romantico. Quindi una bella cena, corteggiarti un po’ (come un po’ già faccio, senza grandi risultati), tutto quel gioco di seduzione che per me non può mancare. Fare l’amore per il piacere di farlo. Perché è bello, semplicemente. Perché amare qualcuno (anche se solo per una notte) è coinvolgente, sconvolgente, perché dura un’ora ma poi ti resta per tutta la vita”.
Lei non risponde, vorrebbe immediatamente prendere il telefono e urlargli come ti permetti, se sono prima carina e poi intelligente, beh sappi che quel po’ di cervello che viene dopo l’essere carina, mi basta per capire che mi fai pena perchè corteggiare una donna non è definirsi romantico, la seduzione è finezza e tu non ne hai proprio, e per favore, non sprecare la parola amare perchè amare per un’ora è un ossimoro. E poi mi fai ridere perchè nella tua presunzione di arrivare a segno, ci leggo tutta la miopia di chi non vede oltre se stesso. Sai cosa mi sconvolge? Non certo l’idea di una notte, anzi un’ora, con te, ma l’aridità di ciò che esprimi, la persuasione che usi per avvicinarti a me. Hai un pensiero tanto volgare quanto solido, tutte le tue proiezioni riducono me e quelle a cui lo avrai detto, ad accompagnatrici di una sera, scatole vuote dove fare rimbombare parole a lume di candela. Ti ha messo più a nudo la banalità con cui ti sei mostrato che averti visto senza mutande. Che ridicolo che sei, se davvero mi considerassi intelligente, avresti capito che questo non è un corteggiamento, ma è provarci fingendosi un signore. E tu non lo sei.
Lei pensa tutto questo, ma non lo chiama, aspetta, certa che si farà vivo. Si chiede se qualche suo atteggiamento possa avere creato un malinteso, ma non le sembra di essere mai andata oltre la cortesia e lo scambio professionale. Non era vera quella carineria inziale, era solo un modo per poi chiederle di andare a letto. Un machismo tronfio convinto di restare impresso in una donna per tutta la vita. Ma c’è chi dice no. No a chi dichiara che non guasta un po’ di cervello dopo le gambe, a chi pensa che buttare a caso parole cambi la sostanza di un profilo davvero basso.
Passano cinque giorni e lui scrive chiedendo se è arrabbiata e che trova strano non sentirsi per così tanti giorni. Il dovere sentirsi è troppo, come se ci fosse un rapporto speciale che non tollera il distacco. Lei non li ha mai contati i giorni, però ora capisce più chiaramente il perchè di certe telefonate ricevute ‘per salutarti’. Ha anche altri amici, colleghi, compagni di scuola che sente, ma nessuno ha mai piegato il rapporto in questo modo.
Poi lui la chiama, il tono di saluto è di chi vuole fare finta di niente, come se le parole, addirittura scritte, non avessero un peso e non avessero offeso. La reazione di lei è chirurgica, glaciale e definitiva.
Balbettando qualcosa del tipo mi sarò sbagliato a scrivere perchè ho scritto di fretta, lui le chiede scusa.
Care amiche lettrici, perchè, in certi casi, si passa da un caffè alla proposta di una notte? In che modo avete detto no ridimensionando un uomo che si era spinto troppo oltre? Come vi siete sentite?
*Una storia vera raccontata a Ferraraitalia dalla protagonista, di cui ho cercato di non disperdere l’anima tra le righe.

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com
La rubrica va in pausa per qualche giorno, le vostre lettere saranno pubblicate il 30 giugno.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Dove lo metto?

Avevo compiuto gli anni da pochi giorni. F., un’amica, era in arrivo a casa mia per portarmi il regalo e fare due chiacchiere davanti a un caffè. Dalla finestra, la vidi parcheggiare e scendere dalla macchina, in auto rimase M., il compagno, solo e imbronciato.
“E’ timido e non vuole venire”, mi disse F. un po’ imbarazzata sulla porta. Non commentai, ma la mia faccia evidentemente tradiva ciò che pensavo. F. capì e tornò in macchina per convincerlo. Li vidi discutere, forse litigare. M. finalmente entrò in casa, ci presentammo con una stretta di mano rapida e un mezzo sorriso di circostanza. La moka era pronta, ma M. non volle accomodarsi e non disse una parola costringendo F. alla fretta.
Non ricordo di cosa parlammo in quei pochi minuti, una leggera tensione dominava la nostra conversazione e fui presa da un altro pensiero, capire dov’era finito M.
Mi sembrò, a un certo punto, di non vederlo più, spostai lo sguardo e lo trovai già tra la soglia e l’uscita, posizionato due passi dietro di lei. Se ne andarono quasi subito, niente caffè.
Mi chiesi allora quale posto, nella coppia, vorremmo che un uomo occupasse: dietro seminascosto con il rischio di dimenticarlo? Due passi avanti che poi ci tocca correre? Laterale spalla a spalla? Di fronte in cui possiamo specchiarci? Voi dove lo vorreste? Ma poi, deve essere per forza un posto fisso?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Nate libere

Piccole libertà, dicevamo. Nella prima puntata de I dialoghi della vagina, abbiamo chiesto alle lettrici di farci conoscere il coraggio di quelle azioni che hanno comportato un cambiamento e che sono diventate abitudine. Qualcosa di minimo, ma di significativo per chi lo fa: piccoli passi, grandi conquiste.
Ecco le lettere arrivate alla redazione di Ferraraitalia.

La libertà di Vanessa

Cara Riccarda,
Non mi sono presa una libertà, sono nata libera.
I miei fratelli, i miei amici, i miei bambini, mio marito, la mia mamma, le mie amiche: non ho dovuto combattere, non ho fatto fatica.
Non mi sono arrabbiata, non mi hanno offesa.
Mio padre mi ha amato di più, mi ha protetto di più: ero la sua bambina.
Non ho dovuto difendermi.
Poi ci sono gli altri. Quelli poveri dentro. Con loro è una guerra persa.
Non mi sono presa una libertà.
Sono nata libera.
Mi è andata bene.

Vanessa

Cara Vanessa,
essere libera per natura è prezioso e quasi rivoluzionario. Non credo che ti sia solo ‘andata bene’, penso che tu, questa libertà, l’abbia riconosciuta e praticata, facendola tua ogni giorno. Leggendo ciò che scrivi mi viene questa domanda: e se libertà fosse anche rinunciare alla lotta contro i ‘poveri dentro’ e magari, poi, imparare a lasciare andare tanti altri conflitti inutili?
Riccarda

Correre libera, correre dove?

Cara Riccarda,
la mia libertà, a cui non rinuncerei mai e che mi ha cambiata, è correre.
Il mio è anche un correre via, nella quotidianità, dalla pesantezza e da ciò che non mi soddisfa abbastanza per ritrovare me stessa. Lo consiglio a tutti.

Debora

Cara Debora,
la tua libertà è addirittura doppia, fisica e mentale. E se anzichè correre via, fosse un correre verso?
Riccarda

Liberarsi dalle proprie catene… si può!

Cara Riccarda,
la violenza più grande che abbia mai subito me la sono inflitta da sola. Mi sono accontentata. Mi sono spaventata. Mi sono sminuita.
Non ho proseguito gli studi, nonostante mi piacesse molto studiare, ufficialmente per non gravare economicamente sulla mia famiglia. In realtà, per la paura del fallimento.
Ho sposato un uomo che non era il mio ideale ma che, allora, mi amava più di quanto lo amassi io e questo mi garantiva, secondo i miei assurdi calcoli, stabilità e tranquillità.
Desideravo amore, passione, condivisione, affiatamento. Ho avuto noia, indifferenza e rancore.
Ho cercato di soffocare ciò che sono ma ciò che sono è sempre lì, sotto i chili di troppo accumulati per riempire vuoti che non si riempiono con il cibo.
Cosa sono esattamente in realtà non lo so bene. Non mi sono mai cercata a fondo per non rimanere delusa da ciò che avrei potuto scoprire. So per certo, però, che io non sono questa perché altrimenti sarei felice.

M.

Cara M.,
quando ho deciso di fare coincidere l’esordio della rubrica con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, non avevo riflettuto, lo ammetto, sul tipo di violenza di cui parli tu: quella autoinflitta. Quella che fa sentire responsabili dell’accaduto e un po’ incastrati negli anni a venire. Nel tuo caso, mi pare di capire, un gioco al ribasso che ti ha indotto a determinate scelte di vita.
La lucida consapevolezza che però hai raggiunto, credo ti dia il vantaggio di renderti libera dalle maschere dell’autoinganno. E non è poco.
Quanto alle deviazioni al corso delle cose che non sono state, tempo per recuperare ne hai ancora: riprendere a studiare si può, credimi. Lo studio potrebbe aiutarti a ritrovare quella te che stai cercando, una te che potrebbe piacerti.
Riccarda

La libertà negata: dal piedestallo alla gabbia

Cara Riccarda,
ho capito tardi che la violenza non è solo quella fisica, ma anche quella psicologica. Pensavo che se un uomo non alza le mani, un modo per difenderti e per tenergli testa ce l’hai sempre, si gioca alla pari, se si tratta di cervello.
Non è così. Lo stesso uomo che inizialmente ti corteggia facendoti sentire la più bella del reame e che ti illude di essere invincibile al suo fianco, può trasformarsi in un aguzzino.
Non ti accorgi come accade, ma il piedistallo su cui vieni posta, si trasforma in una gabbia. Mentre all’inizio ti senti ammirata e sei contenta che i suoi occhi si inorgogliscano nel guardarti, pian piano ti accorgi che quello non è orgoglio, ma senso di possesso e controllo.
Queste cose velocemente scivolano in gelosia, e la gelosia in rabbia, sospetto e mancanza di fiducia. Per arginare la tempesta e calmare le acque, tenti di assecondare le sue richieste di attenzione, anche le più assurde e bieche, allontanando familiari e amici. Ti si forma il vuoto attorno, così tanto che anche quando vorresti chiedere aiuto, non sai più a chi rivolgerti.
Paradossalmente ti attacchi ancora di più a lui, perchè credi che sia l’unico che ti sia veramente vicino e che ti ami sul serio, che ti possa resituire serenità. Ed è proprio in quel momento che lui, invece, sferza il colpo finale: non sei più una regina, non sei più niente, se non un grave errore vivente causa di tutte le sue frustrazioni. Nasce in te il senso di colpa per ogni cosa, anche indossare un tacco o prendere un caffè con un’amica diventa un oltraggio.
La violenza è anche questo: l’annientamento della tua persona, della tua libertà, l’uccisione dell’autostima.
Un uomo che ti ama, ti esalta e ti fa sentire fortissima, ti sta a fianco, senza nasconderti al mondo e senza isolarti.
Per fortuna l’ho imparato.

S.

Cara S.,
ora che ne sei uscita (brava!), riconosci come paradossale quell’attaccamento che, finchè ti stava stritolando, sentivi come necessario, conseguente a tutto quell’amore che credevi fosse. Hai descritto una parabola che solo chi l’ha vissuta può capire fino in fondo, una degenerazione quasi impercettibile che ti fa trovare, un giorno, dal piedistallo alla gabbia.
Hai ragione, la violenza è anche questa, feroce come le botte che ti lasciano un livido sulla pelle. È una violenza che ti riduce impotente soprattutto su quel piano, quello del cervello che dicevi, in cui pensavi di muoverti alla pari. Tu e quell’uomo non siete alla pari, tu sei di più: ti sei salvata.
Riccarda

LA RECENSIONE
Il Paradiso ai piedi delle madri

Può il linguaggio della danza essere così universale e interculturale da permettere a un uomo di interpretare il principio femminile e renderlo comprensibile al di là dei ruoli di genere nelle diverse società?
A questa domanda ha tentato di rispondere il coreografo e danzatore di origini tunisine Radhouane El Meddeb, che ha portato a Ferrara in prima nazionale e in esclusiva per l’Italia il suo “Sous leurs pieds, le paradis”, ultimo appuntamento del ciclo Focus Mediterraneo, dedicato dalla Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado ai linguaggi della danza di questo Mare Nostrum.

Già ospite della città estense nel 2012 con “Je danse et je vous en donne à bouffer”, pièce coreutica e gastronomica insieme, Radhouane El Meddeb in questo lavoro affronta il tema della donna, della maternità e della femminilità, partendo dallo statuto speciale assegnatole dalla tradizione profetica islamica, che pone “il Paradiso ai piedi delle madri”: perché l’uomo diventa padre semplicemente assecondando il proprio istinto, mentre la donna dà la vita rischiando la propria vita, con generosità nutre il corpo che cresce dentro di lei con il proprio corpo e poi assolve al proprio compito di cura con generosità e sacrificio.
Nell’incontro con il pubblico al termine dello spettacolo, coordinato dal critico di danza Elisa Guzzo Vaccarino, El Meddeb spiega che la performance è nata nel 2009, dopo la perdita del padre al quale era molto legato: “in quel periodo ho passato molto tempo con mia madre, l’ho conosciuta, l’ho osservata ed è nato il desiderio di danzarla”. Il risultato è questa coreografia, scritta a quattro mani con Thomas Lebrun, esponente della nouveau dance d’Oltralpe, un omaggio “a mia madre, alle mie sorelle, a tutte le donne arabe, molto attive al giorno d’oggi nelle battaglie sociali, ma nello stesso tempo sempre a latere”, mai al centro della scena, come invece accade nello spettacolo. Contemporaneamente, ha continuato El Meddeb, “danzo la mia parte femminile” e in questo modo “la mostro e la accetto come parte di me”: “grazie alla danza si può ballare e incarnare tutto ciò che vogliamo essere e che vogliamo dire, perché la danza racconta l’essere umano”.
Per questo, che vuole un omaggio alla figura femminile anche nella sua forza e complessità, ha scelto una figura simbolica, “la diva” per eccellenza del mondo arabo: la cantante egiziana Oum Kalthoum. È la sua voce potente e struggente ad accompagnare la danza di El Meddeb, nell’interpretazione dal vivo di “Al Atlal”, poema d’amore in lingua araba classica, scritto appositamente per lei dal poeta egiziano Ibrahim Naji. Oum “è un esempio di femminilità”, ha spiegato al pubblico il coreografo tunisino, ma nello stesso tempo di forza, indipendenza, al di fuori dei ruoli di genere tradizionali: “da giovane leggeva il Corano vestita da uomo nelle moschee”, “si dice addirittura che amasse le donne”.

Sul palco il coreo-danzatore alterna la danza a momenti di pausa, quasi volesse dare allo spettatore il tempo di metabolizzare ciò che sta vedendo; invoca il paradiso alzando le mani al cielo e offre qualcosa di sé al pubblico con ampi movimenti che partono dal suo corpo, gira su sé stesso come un derviscio. El Meddeb usa la danza mediorientale, ma epurata di stereotipi e riferimenti etnici puntuali, raggiungendo un notevole grado di astrazione, aiutato in questo anche dalla sobrietà dell’allestimento: semplice, nero, con le luci a vista. In un tempo che è come sospeso, questa coreografia è un’intuizione, una messa in contatto con qualcosa che è in ognuno di noi, che ci è famigliare, ma che non riusciamo a cogliere razionalmente.
Sul fondo della scena spicca per candore e morbidezza un enorme telo bianco: come un grembo materno e come un sudario avvolgerà il corpo nudo del danzatore, abbandonatosi a quell’amore puro e incondizionato che solo una madre può offrire.

‘Avanti il prossimo’, la prostituzione raccontata da Giovanna De Simone, operatrice del Centro Donne e Giustizia

di Eleonora Rossi

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Avanti il prossimo. Il prossimo utente, la prossima prostituta, il prossimo cliente. Avanti il prossimo destino. Arrampicato su marciapiedi, su permessi di soggiorno, su giorni instabili, spesso beffardi. “Avanti il prossimo. Storie di ordinaria prostituzione”, biancaevolta edizioni, 2016, opera prima di Giovanna De Simone, è stato accolto con favore di critica e pubblico ed è già alla seconda ristampa. Un libro scomodo, sorprendente, necessario. Per leggere con occhi disincantati una realtà che appartiene a tutti, ma che molti preferiscono non vedere. La lama che rende questo libro tagliente (e unico) è l’ironia: l’autrice sa raccontare con un sorriso (seppure a denti stretti) le contraddizioni del sistema italiano: sfruttamento, droga, prostituzione. Compromesso.

“La contraddizione è il fulcro dell’intero lavoro, niente è come sembra”. Mentre mi parla Giovanna accartoccia e sbriciola la carta stagnola del cioccolatino, lasciandomi una miriade di minuscole palline luccicanti sul tavolo. Autoironica e diretta, sorride (e ride di gusto) e mi racconta la sua avventura letteraria. Decisa ma al tempo stesso riservata, l’autrice a tratti abbassa lo sguardo, nascondendolo dietro le piccole lenti rettangolari. Disinvolta e disinibita sempre, invece, la sua scrittura. Classe 1971, Giovanna De Simone opera da 10 anni al Centro Donna Giustizia di Ferrara. Come lei Tina, la protagonista del libro, lavora in un centro di accoglienza per donne vittime di tratta e di violenza. Lavorando a contatto diretto con la disperazione e l’estremo disagio, per evitare di rimanerne sopraffatta, la protagonista è stata capace di costruire tra sé e le sue utenti un muro di efficienza, professionalità e vestiti griffati; allo stesso modo Tina gestisce marito e figlio. Un giorno arriva Blessing, prostituta, nigeriana, clandestina. L’incontro fra le due donne è l’inizio di una nuova storia: struggente, sarcastica, vera. Faccia a faccia con i ruoli, con le maschere, con i sensi di colpa che da sempre segregano l’universo femminile. Lungo la strada, sia Tina che Blessing riescono a togliersi di dosso le etichette (prostituta, moglie, clandestina, donna), per riprendersi finalmente la propria identità. Come il suo personaggio Tina, Giovanna De Simone non riesce a smettere di fumare ed è ferocemente spaventata dagli scarafaggi. Ha scritto un libro coraggioso, ma sul comodino staziona in maniera permanente una bomboletta di insetticida.

Partiamo dalla copertina del tuo libro, “rosa shocking”, femminile, su sfondo nero: esplicita, allusiva, eppure raffinata. Come è nata questa immagine?
Doveva essere fortemente legata al titolo del libro. Abbiamo impiegato un paio di mesi per elaborare quel titolo, scegliendo da una lista di oltre 50; per un’intera giornata io e l’editrice Antonietta Benedetti ci siamo chiuse nella saletta colloqui del Centro Donna Giustizia per fare la correzione delle bozze e decidere: è uscito infine Avanti il prossimo. Abbiamo abbozzato quindi uno schizzo per l’illustratore, Alessandro Di Sorbo, grafico di Roma. Sulla copertina volevamo evidenziare il ventre femminile, non solo l’apparato sessuale, simbolo dell’accoglienza in senso cattolico/solidale, accoglienza della nascita ma anche dell’utente. Il ventre come emblema della donna. Sullo sfondo di quel simbolo, una fila di uomini tutti uguali, indistinti, in una sorta di imbuto, creano visivamente il sesso femminile: la caratterizzazione della donna nell’immagine (mi è stato fatto notare) è data unicamente da questo elemento maschile.

La scia di uomini in coda traduce dunque il titolo “Avanti il prossimo”: chi è questo “prossimo”?
La parola ‘prossimo’ si riferisce sia al cliente e allo sfruttatore, sia alla vittima che chiede aiuto, un vero ‘prossimo’ in senso biblico. Anche nel titolo c’è questa dualità.

Avanti il prossimo fagocitato dal “sistema”, il prossimo reietto, la prossima lucciola che non splende. La trama rimanda esplicitamente alla tua professione: puoi spiegarci di che cosa ti occupi esattamente al Centro Donna Giustizia di via Terranuova 12b?
Principalmente il nostro lavoro si articola in tre 3 progetti: Uscire dalla violenza (rivolto alle vittime di violenza domestica); Oltre la strada ( dedicato alle vittime della tratta e della prostituzione); Luna Blu (un progetto di unità di strada a tutela del diritto alla salute delle sex workers). Lo scorso anno abbiamo accolto e seguito, tra i tre progetti, 278 donne.

Le due protagoniste del libro, Tina e Blessing, sono speculari. In un intrigante rovesciamento, si scopre che anche Tina – donna, madre , moglie – finisce per essere schiava di una società e di un ruolo che le viene imposto.
L’operatrice cerca di salvare una donna da un primo sfruttamento, ma la sua assistita passerà ad un nuovo sfruttamento lavorativo. Tina stessa poi si scopre schiava del giudizio dei maschi in una società che costringe ad essere sempre desiderabile, perfetta. Schiava anche a casa sua: Tina deve provvedere a tutto, dalle pulizie ai compiti, dalla palestra fino alle mutande del marito. Nel libro a un certo punto Tina protesta: “Che cosa ho conquistato io dopo tanti anni di lotte?!?”

Ci si può liberare di questa schiavitù?
Basta volerlo. Lo devono volere le donne, che spesso si accollano compiti, sono accondiscendenti e permettono che le ingiustizie avvengano. Sono loro che lo permettono. Sono io che lo permetto. La protagonista del libro a un certo punto cerca di cambiare il suo destino. L’unica soluzione per lei è uscire dalla scena. Molte persone reali si sono riviste nei tuoi personaggi e nelle situazioni che hai ricreato sulla carta. Qual è secondo te il rapporto tra letteratura e vita? La vita reale è la vetrina dalla quale scelgo le cose che mi servono, per trasformarle poi come vuole la storia. La stessa protagonista è una parte di quello che sono io, di quello che vorrei essere e di quello che non vorrei diventare. Dentro ci ho messo tutto, sogni e frustrazioni, le risposte che avrei voluto dare, le persone che avrei voluto essere.

Dunque la scrittura è una sorta di bacchetta magica che sublima o trasforma il reale?
Sì. Le situazioni sono volutamente esasperate, accentuate per evidenziare il lato comico. L’effetto è comunque realistico perché il libro muove da situazioni vissute, rilette però con ironia: un paio di occhiali che ti aiuta vedere situazioni che altrimenti non riusciremo a guardare, come gli stupri e lo sfruttamento.

Avevi in mente un destinatario quando hai iniziato a scrivere?
In principio me stessa e le mie colleghe. Scrivevo per cercare di trovare un lato comico (che c’è sempre) all’interno della nostra quotidianità sfibrante. Poi ho iniziato a pensare alle istituzioni che finanziano il Centro, per far capire a chi non ci conosce come si lavora e qual è il carico emotivo degli operatori. Andando avanti nella scrittura, scoprivo che il destinatario a cui pensavo era un pubblico sempre più vasto: tutti quelli che non conoscono il carico di disperazione di tutte le donne, anche italiane, che arrivano a bussare ad una porta per chiedere una mano. Che cosa rappresenta per te questo libro? Ti ha cambiata in qualche modo? È molto importante. È un sogno che si realizza. Un’editrice ha creduto nel mio lavoro e l’ha sostenuto. Tante persone mi hanno dato feedback positivi. Il libro ha suscitato molto interesse: quasi nessuno conosce il fenomeno della prostituzione, molti pensano che sia un reato, ma non lo è. Questo libro per me è un seme piantato.

Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?
Due anni. Il primo anno ho scritto i racconti a puntate slegati (pubblicati su un blog), poi, su suggerimento della casa editrice, ho creato la trama di un romanzo più complesso, e ho unito con un filo rosso tutte le storie precedentemente raccontate.

Il libro è stato presentato alla Feltrinelli a Ferrara per la prima volta a maggio, poi al festival Estoria di Gorizia, Bologna, al Festival delle Culture in Romagna, a Internazionale; sei stata intervistata da reti televisive e il tuo libro è apparso su testate come Donna Moderna e Italia Oggi: come hai vissuto questi mesi di presentazioni e novità?
Le presentazioni mi emozionano molto, mi imbarazzano. A tu per tu riesco a dare risposte più “sensate”. Ho scritto un libro perché mi sento meglio quando resto dietro alle quinte. Che cosa significa per te scrivere? Chi sono i tuoi Autori? Scrivere è lo spazio per me. È la “stanza tutta per sé” di Virginia Woolf. Però non ho una stanza per me perché scrivo in cucina dalle dieci di sera in poi, quando vanno tutti a letto (ride). Tra i miei autori preferiti metto Paolo Nori, Giuseppe Culicchia, Bohumil Hrabal, John Irving, Doris Lessing.

Stai scrivendo qualcosa di nuovo? Ci puoi dare qualche anticipazione?
Sì, sto scrivendo. Ma ancora non so cosa devo scrivere… sono i personaggi che mi guidano nella storia.

A proposito di storia e di personaggi, torniamo a Tina, e a te: hai smesso di fumare?
No (sghignazza)… mi sono iscritta di nuovo al corso del Sert per smettere.

E gli scarafaggi? Ti fanno ancora paura?
Paura? Sono terrorizzata.

La Chiesa tra segreti e rivoluzioni: “Ministre donne? Sempre esistite”

di Lorenzo Bissi

Partire dalle parole pronunciate da Papa Francesco, ma anche dai suoi silenziosi gesti, non per questo di minore importanza, per riflettere dal punto di vista teologico e storico sull’apertura del diaconato alle donne. Senza quelle parole e quei gesti serate come quelle di venerdì presso la Sala della Musica del Chiostro di San Paolo forse non avrebbero luogo.
Il padre priore di Fonte Avellana, Gianni Giacomelli, e la teologa Selene Zorzi, sono stati ospiti di un incontro sull’importanza del principio femminile nella Chiesa e nel mondo, organizzato dal Gruppo di Preghiera per Papa Francesco e le sue intenzioni.
Padre Giacomelli è stato il primo a prendere la parola: “Per duemila anni è stato custodito e vergognosamente celato un segreto sulla Lettera agli Ebrei del Nuovo Testamento: essa afferma che non esistono dei sacerdoti nella Chiesa, ma che il Sacerdote era solo uno, cioè Cristo” ha affermato. Papa Francesco, per Giacomelli, è il primo a dimostrare che il presbiterato è unicamente un magistero, un compito di mediazione fra Cristo e i fedeli, come dimostrerebbe il fatto che il giorno delle sue elezioni ha indossato la stola solo per la benedizione e se l’è immediatamente tolta appena conclusa la funzione. Il servizio del sacerdozio non coincide in nulla con l’identità della persona che la svolge, ecco perché chiunque, sia esso maschio o femmina, ha il diritto di essere ordinato.
Padre Giacomelli ha poi usato la storia e le sue fonti, iscrizioni e documenti, ma anche i testi sacri per enumerare al pubblico presente reali prove dell’esistenza, in passato nella Chiesa primitiva, di “diaconesse”.
Il priore ha concluso che “la dottrina non è un dogma, ma un fatto culturale, un fatto storico” che ha subito un’evoluzione negli anni. Ed è interessante constatare come, più ci si allontani dalla cultura romano-latina, andando verso nord, nel mondo celtico, germanico e anglosassone, più “il numero di prove che evidenziano la presenza di diaconesse nel passato aumenti considerevolmente”. In altre parole il priore ‘secolarizza’ la dottrina: “Le scritture devono essere un supporto, non degli assiomi”. E se un documento che definisca un dogma è illegittimo, come è illegittimo attribuirsi l’infallibilità, “l’Ordinatio Sacerdotalis di Giovanni Paolo II, che negava l’ordinazione femminile è illegittimo”.

Pur concordando con le riflessioni storiche di padre Giacomelli, Selene Zorzi ha trattato l’aspetto più tecnico del tema dell’apertura del diaconato alle donne, in particolare si è concentrata sulla teoria dell’In Persona Christi, in base alla quale non si concede alle donne di celebrare messa poiché Dio ha scelto di incarnarsi nel corpo di uomo, Cristo. La teologa ha sottolineato che “da Cristo siamo stati tutti battezzati perché è morto in Croce e non perché era maschio”. Inoltre ha evidenziato il fatto che “Giovanni Paolo II ha attribuito l’In persona Christi solo al presbiterato e all’episcopato, non al diaconato”: un ulteriore argomento insomma per pensare di ordinare anche le donne.

La Commissione di studio sul ruolo delle diaconesse nella Chiesa primitiva voluta da Papa Francesco è dunque un primo passo per rispondere alle domande: è giusto per una donna lottare per avere un’ordinazione solo perché, svuotata dell’In persona Christi, è meno prestigiosa? E anche non considerando le prove che confutano l’ordinazione esclusivamente maschile nella storia, è ammissibile che il passato debba continuare a dettare il nostro futuro? Una cosa è certa: le donne chiedono e hanno bisogno di spazio, anche all’interno della Chiesa: dopotutto Gesù è stato partorito da una donna. Come scrive Dante:
“Vergine madre, figlia del tuo Figlio […] / Tu se’ colei che l’umana natura/ Nobilitasti sì, che il suo Fattore/ Non disdegnò di farsi sua fattura”.

Torna la Biennale Donna e porta a Ferrara la creatività latinoamericana

Dal 17 aprile al 12 giugno 2016, torna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara la Biennale Donna, con la presentazione della collettiva “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”, curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.
Organizzata da Udi-Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico e dopo la forzata interruzione del 2014, a causa del terremoto che ha colpito Ferrara e i suoi spazi espositivi, può ora riprendere il proprio percorso di ricerca ed esplorazione della creatività femminile internazionale.

Cartolina-biennale donna

Da sempre attenta al rapporto fra arte e la società contemporanea, la Biennale Donna intende concentrarsi sulle questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche che influenzano i contributi estetici dell’odierno panorama delle donne artiste. In tale direzione, la rassegna di quest’anno ha scelto di spostare il proprio baricentro sulla multiforme creatività latinoamericana, portando a Ferrara alcune delle voci che meglio rappresentano questa eccezionale pluralità espressiva: Anna Maria Maiolino (Italia- Brasile, 1942), Teresa Margolles (Messico, 1963), Ana Mendieta (Cuba 1948 – Stati Uniti 1985) e Amalia Pica (Argentina, 1978).
“Silencio Vivo” riscopre le contaminazioni nell’arte di temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone le tematiche ricorrenti, come l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane.

L’esposizione si apre con l’eclettico contributo di Ana Mendieta, una delle più incisive figure di questo vasto panorama artistico. Nonostante il suo breve percorso (muore prematuramente a 36 anni, cadendo dal 34simo piano del suo appartamento di New York), Ana Mendieta si riconferma ancora oggi, a 30 anni dalla sua scomparsa, come un’indiscussa fonte ispiratrice della scena internazionale. La Biennale Donna le rende omaggio con un nucleo di opere che ne esaltano l’inconfondibile impronta sperimentale, dalle note Siluetas alla documentazione fotografica delle potenti azioni performative risalenti agli anni Settanta e Ottanta. Al centro, l’intreccio di temi a lei sempre cari, quali la costante ricerca del contatto e il dialogo con la natura, il rimando a pratiche rituali cubane, l’utilizzo del sangue – al contempo denuncia della violenza, ma anche allegoria del perenne binomio vita/morte – o l’utilizzo del corpo come contenitore dell’energia universale.
Il corpo come veicolo espressivo è una caratteristica riconducibile anche nei primi lavori della poliedrica Anna Maria Maiolino, di origine italiana, ma trasferitasi in Brasile nel 1960, agli albori della dittatura. L’esperienza del regime dittatoriale in Brasile e la conseguente situazione di tensione hanno influenzato profondamente la sua arte, spingendola a riflettere su concetti quali la percezione di pericolo, il senso di alienazione, l’identità diemigrante e l’immaginario quotidiano femminile. In mostra presentiamo una selezione di lavori che ne confermano la grande versatilità, dalle sue celebri opere degli anni Settanta e Ottanta, documentazioni fotografiche che lei definisce “photopoemaction” – di chiara matrice performativa – alle sue recenti sculture e installazioni in ceramica, dove emerge la sempre fedele attinenza al vissuto quotidiano, in aggiunta, però, all’esplorazione dei processi di creazione e distruzione alle quali l’individuo è inevitabilmente legato.
Di simile potere suggestivo, ma con una particolare attitudine al crudo realismo, la poetica di Teresa Margolles testimonia le complessità della società messicana, ormai sgretolata dalle allarmanti proporzioni di un crimine organizzato che sta lacerando l’intero paese e soprattutto Ciudad Juarez, considerata uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Con una grammatica stilistica minimalista, ma d’impatto quasi prepotente sul piano concettuale, i lavori della Margolles affrontano i tabù della morte e della violenza, indagati anche in relazione alle disuguaglianze sociali ed economiche presenti attualmente in Messico. Le grandi installazioni che l’artista propone per la rassegna ferrarese – fra cui un’opera inedita, realizzata appositamente per la Biennale Donna – svelano un evidente potere immersivo, che forza lo spettatore ad assorbire e partecipare al dolore di una situazione ormai fuori controllo, troppo spesso taciuta e negata dalle autorità locali.
Il percorso della mostra si chiude poi con la ricerca di Amalia Pica, grande protagonista dell’emergente scena argentina. Utilizzando un ampio spettro di media – il disegno, la scultura, la performance, la fotografia e il video – l’artista si sofferma sui limiti e le varie derivazioni del linguaggio, esaltando il valore della comunicazione, come fondamentale esperienza collettiva. Le sue opere si fanno metafora visiva di una società segnata dall’ipertrofia della comunicazione, un fenomeno diffuso che sempre più di frequente conduce all’equivoco e all’alienazione, invece che alla condivisione. Ispirandosi ad alcune tecnologie trasmissive del passato, mescolate a rimandi del periodo adolescenziale, Amalia Pica sorprende con interventi dal chiaro aspetto ludico, che invitano gli stessi visitatori a interagire fra loro, sperimentando varie e ironiche possibilità di dialogo.

La mostra, organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI (composto da Lola G. Bonora, Anna Maria Fioravanti Baraldi, Silvia Cirelli, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Antonia Trasforini, Liviana Zagagnoni) e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli, ed è sostenuta dal Comune di Ferrara e dalla Regione Emilia-Romagna.
In occasione dell’esposizione sarà edito un catalogo bilingue italiano e inglese che contiene le riproduzioni di tutte le opere esposte e apparati biografici, unitamente a contributi critici di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.
Alla Biennale Donna verranno poi affiancate una serie di iniziative collaterali strettamente legate al filo conduttore della mostra, come una rassegna cinematografica e presentazioni letterarie. Particolare attenzione sarà poi riservata al mondo scolastico, con approfondimenti speciali pensati opportunamente per gli studenti durante le visite.

17 aprile-12 giugno, Padiglione d’arte Contemporanea Biennale, Donna 2016: “Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina”. Inaugurazione sabato 16 aprile ore 18.00

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Quando si conosce la strada

Incede lentamente come una barca sulle acque di un antico fiume. Ha il bastone della saggezza in una mano e la borsa della memoria nell’altra. E’ un po’ ricurva sotto il peso degli anni ma certa di non poter più sbagliare strada.

Un proverbio africano dice: “Il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada.”

Foto: un’anziana signora cammina in via Brasavola, angolo via del Mellone, nel centro storico di Ferrara.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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LA STORIA
Note di vita: la scalata musicale di Laura Trapani, flautista

Il ruolo femminile in ambito musicale è sempre stato problematico e, ancora oggi, è poco evoluta la posizione delle donne musiciste nella direzione artistica. La sempre più pesante mancanza di fondi, poi, sbarra la strada a tutte le ragazze e a tutti i ragazzi che ancora non fanno parte di questo mondo artistico, ma che sognano di accedervi. Laura Trapani, flautista e concertista, ferrarese d’adozione ci racconta la sua storia.

Laura come si descriverebbe?
Sono una donna molto testarda che per tagliare ogni traguardo ha fatto, e fa, molta fatica, non mi è stato mai regalato niente. Per questo motivo oggi mi definisco una donna autocritica che si mette sempre in discussione. Amo la perfezione nel lavoro e la sincerità nelle amicizie.

Ci parli della sua carriera professionale, soprattutto come donna
La strada della musica è impegnativa per tutti perché non si può barare. La carriera di una donna musicista pero è ancora più dura e selettiva, rispetto a un uomo. In musica è molto raro che una donna sia direttore artistico, solista o direttore d’orchestra, è più facile trovare una donna che insegni uno strumento o, se è fortunata, sia prima parte d’orchestra. Per noi donne non è mai stato facile nulla, è tutta una conquista, è così storicamente, soprattutto nel mondo della musica colta, dove occorre creare più spazi al femminile. Consoliamoci del fatto che almeno la parola musica è di genere femminile.
Ho iniziato i miei studi al conservatorio di Trapani a 12 anni, l’anno dopo mi sono iscritta anche al liceo linguistico. Poi per continuare a studiare flauto sono andata a vivere a Milano e mi sono iscritta al Verdi. Durante i due anni precedenti il diploma, studiavo giorno e notte, ero molto dimagrita per lo stress, ma ce la dovevo fare e così ho vinto i primi concorsi da solista per essere accompagnata dall’orchestra del conservatorio, superando colleghi che studiavano con il loro maestro da diversi anni. La passione mi muoveva come mi muove ancora oggi, con la stessa intensità. Mi sono diplomata con il massimo dei voti sorprendendo per prima me stessa, il conservatorio di Milano non è una passeggiata. Successivamente, mi sono formata frequentando corsi di perfezionamento con le prime parti della Scala. In quel periodo ho incontrato dei giovani musicisti russi, uno di loro viveva nell’appartamento accanto al mio, tra loro c’era anche il famosissimo Sergej Krilov. In quegli anni mi hanno insegnato cosa è veramente la musica, come si ama la musica, come si studia. Mi portavano con loro nelle orchestre a suonare per pochi euro, Beethoven, Mozart, Wagner, Verdi, Puccini. Facevamo quartetto insieme, l’allora quartetto Antares, che ha dato poi il nome alla mia associazione culturale per la divulgazione della musica classica. Purtroppo, dopo il diploma e questo felice incontro con i ragazzi russi, ho dovuto trasferirmi. Nel 2004 ho partecipato a un concorso bandito da Ferrara Musica per accedere ai corsi di alto perfezionamento della Mahler Chamber e ho vinto una borsa di studio che mi ha dato la possibilità studiare con i Berliner e prendere così il diploma di professore d’orchestra. Poi sono andata a Modena per prendere la specialistica e, per pagarmi le rette, facevo concerti e organizzavo piccole rassegne (allora venivano ancora remunerate).

Quali i maestri che più di tutti l’hanno accompagnata negli anni della formazione?
A Modena ho incontrato grandi professionisti del flauto come Marasco, Oliva, Betti, il maestro compositore Indulti, il maestro Modugno, Bonechi e il musicologo Roberto Verti.
Roberto Verti, che oltre ad essere musicologo era anche giornalista, è stato per me un grande sostegno: mi ha aiutato nella stesura della mia tesi di laurea su Edgard Varèse, una mia personale analisi estetica di un brano per flauto solo (Density 21.5). Mi ha molto incoraggiato a studiare l’antiaccademismo di Varèse, il nuovo suono, e mi ha spinto ad andare in Francia per fare ricerca su questo autore. Purtroppo, proprio mentre preparavo il mio viaggio, Verti ebbe un attacco di cuore e morì. Roberto era un uomo che credeva profondamente in me, nel mio talento e nel mio essere una donna curiosa e musicalmente anticonformista. Grazie a lui in Francia ho conosciuto i ricercatori che studiavano Varèse e avevano emancipato il nuovo suono. L’incontro con Marcel Dortort fu importantissimo: affascinato dal mio suono, compose per me due brani per flauto solo, fantasia in Mdrg e Mixolirien, dedicati a e depositati presso l’Ircam, uno dei centri più importanti della raccolta di musica contemporanea. Allora avevo 27 anni.
Dopo questa magnifica esperienza, rimasta sola e con il senso della perdita nel cuore, ho cercato di crearmi la mia strada lavorativa. In questo senso, devo molto all’appennino modenese, a Sestola e ai paesini del Frignano, che per diversi anni mi hanno dato la possibilità di fare dei concerti. La stagione concertistica di musica da camera dell’alto Frignano è tutt’ora luogo di produzione musicale di alto livello.

Dove suona e dove abita attualmente?
Vivo a Ferrara, ho creato e gestito nella casa di Ludovico Ariosto una rassegna cameristica in collaborazione con i Musei di arte antica, invitando a suonare musicisti affermati e giovani promesse.

Ha incontrato dei problemi o riesce a lavorare serenamente?
A Ferrara ho trovato un clima accogliente e ci sono tante iniziative belle ed interessanti, Ferrara è una città musicalmente molto evoluta, ma in questo periodo la musica colta soffre in tutta Italia a causa della crisi.

Impegni all’orizzonte per i prossimi mesi?
“Sarò dedita a un progetto musicale per allievi disabili in qualità di docente alla scuola media. L’attività concertistica prevede un concerto a Siena per il Touring Club e Conservatori riuniti per flauto e organo presso la chiesa di San Raimondo il 21 novembre; un concerto presso la nobilissima contrada del Bruco di Siena il 19 dicembre in duo flauto e clavicembalo; in primavera sarò produttore per un evento per il Teatro Nuovo di Ferrara; poi un concerto il 19 marzo 2016 presso il Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara, flauto e pianoforte; il 22 aprile 2016 sarò ospite in duo flauto e pianoforte presso l’Oratorio di Santa Cecilia di Bologna.
In estate organizzerò la consueta rassegna di concerti a Pavullo nel Frignano della quale sono direttore artistico da circa 8 anni. In agosto sarò ancora in Sicilia per organizzare una serie di concerti cameristici. Per il resto, per dirla con Beethoven: sarà il destino che busserà nuovamente alla mia porta, come sempre…”

Laura Trapani, è flautista e concertista, ferrarese di adozione, è nata in Texas nel 1977.

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STORIE IN PELLICOLA
Il profumo dei limoni e la secolare disputa
di un territorio

La quarantacinquenne palestinese Salma Zidane (l’intensa Hiam Abbass) vive in Cisgiordania, dopo essere rimasta sola: il marito è morto e i suoi figli se ne sono andati in America. Qui sopravvive grazie ai suoi limoni, coltivando un giardino ereditato, appartenente alla sua famiglia, mai coinvolta in azioni terroristiche, da svariate generazioni.

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La locandina del film

Un bel (e triste) giorno, il Ministro della difesa israeliano, Navon (Doron Tavory) s’insedia nella super protetta abitazione limitrofa e, per ragioni di sicurezza, ordina lo sradicamento delle piante della vicina, proponendolo la concessione di un adeguato risarcimento in denaro. Triste giorno perché da qui inizierà una battaglia legale, ingaggiata dalla donna, che sarà lunga e stremante, con il rifiuto categorico di un risarcimento che solo il Ministro considera adeguato, perché per Salma quella terra è tutto ciò che le rimane, tutta la sua vita fatta di duro lavoro, di solitudine, di amore e di ricordi. Oltre che sua unica fonte di sostegno economico. Aiutata da un giovane avvocato in carriera, divorziato e immaturo, a tratti egocentrico e ambiguo, Ziad Daudv (Ali Suliman), con cui avvierà anche una relazione sentimentale, la donna intraprende una battaglia che la porterà fino alla Corte suprema dello Stato ebraico. Salma troverà, inaspettatamente, anche il supporto di Mira (Rona Lipaz Michael), la moglie del Ministro, che, stanca della sua vita solitaria per i continui e numerosi impegni del marito, prende a cuore il caso della sua vicina di casa palestinese.

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La protagonista

E’ una storia semplice, quella di questo film del regista noto per “La sposa siriana”, quella di una donna e dei suoi alberi, di vicini di casa che possono essere davvero molto “invadenti”, di una storia che, nella sua semplicità, prova a parlare, sommessamente, delle complesse e intricate relazioni tra i popoli in Medioriente (non solo tra Israele e Palestina), coi suoi drammi, le sue contraddizioni, i suoi intoppi, le sue tragedie, la difficoltà totale al dialogo. Non si vede violenza (che resta fuori e sullo sfondo), se non quella psicologica, una lotta e una resistenza che si tentano di portare avanti con la strenua disobbedienza civile, un normale trascorrere delle vite precluso a causa di ataviche controversie politiche.

Lo spettatore è portato ad affrontare il tema della questione irrisolta del conflitto arabo-israeliano (“Non ci sono riusciti in tremila anni…”, si dice nel film), di cui il volto di Hiam Abbas, così come la sua condizione di cittadina israeliana di etnia araba, sono interpreti ideali. Ci sono poi gli affetti familiari, le tradizioni, il legame con la propria terra, la dignità e l’autodeterminazione dei popoli, il clima di sospetto reciproco e di paura a cercare di parlare. E un’altra donna, alla fine, la sola ad interessarsi seriamente del dramma della vicina cercando di superare il confine storico-politico oltre che fisico. Un ponte di amicizia, di pace e di coraggio che si cerca di costruire, con immensa fatica. Una narrazione che avvolge.

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Il giardino dei limoni

Non c’è l’happy end, anzi il finale lascia un po’ d’amaro in bocca (gli alberi di limone non sono abbattuti ma sono mozzati, resi inutili, decimati dalla sentenza e dalla stupidità degli uomini); non c’è un vero vincitore perché ognuno perde qualcosa nel gioco assurdo dei confini imposti, in una vita dominata da soprusi e da soverchierie gratuite e inutili. Quella vittoria parziale porta a un finale amaro e incompiuto.Tanti sono gli sguardi, i sorrisi, le lacrime, la fusione tra il bel sogno e la dura realtà.

La disputa su quel giardino profumato di limoni diviene la metafora della contrapposizione tra ciò che si vorrebbe veramente e quello che ciascuno è invece costretto a vivere nella quotidianità, stupido retaggio di un passato fatto di lutti e sofferenza. Dietro a un imponente e infinitamente lungo muro grigio che non lascia molte speranze. E poi, ricorda il regista, il limone è una pianta semplice e leggiadra, dai frutti bellissimi ma che praticamente non si possono mangiare e, soprattutto, non è carica del significato morale e storico dato all’olivo (e i film che raccontano della situazione tra Israele e Palestina trattano spesso il tema della devastazione del territorio e dello sradicamento degli olivi).

La lotta di Salma in difesa dei suoi limoni assume una valenza universale. La sua è la lotta di ogni popolo oppresso, di chi si batte per la libertà e per il futuro. Instancabilmente. Un film che non fa miracoli, che non racconta nulla di nuovo, per i territori occupati, che non ha messaggi politici, perché non si schiera da una parte o dall’altra o non manipola le diverse realtà, ma che si concentra solo sull’uomo, sul suo dramma esistenziale nei conflitti e la sua voglia di sopravvivere in serenità. Un bel messaggio, bello proprio perché universale.

Il giardino di limoni di Eran Riklis, con Hiam Abbass, Ali Suliman, Rona Lipaz Michael, Doron Tavory, Tarik Copty, Amos Lavie, Amnon Wolf, Smadar Yaaron, Ayelet Robinson, Danny Leshman, Israele, Germania, Francia 2008, 106 mn.

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FRA LE RIGHE
Agnese, la Magiara inquieta segregata nella gabbia di Ferrara

Ferrara anni Venti, atmosfera aristocratica e scorcio della città di un secolo fa. “La Magiara” è il primo romanzo di Alessio Fabbri, un giovane insegnante precario della provincia di Ravenna che a Ferrara ha studiato e lavorato. E alla città ha dedicato il romanzo di cui è protagonista Agnese Mallasz, ereditiera veneziana che arriva a Ferrara per motivi familiari. Una storia di legami difficili, parentele, segreti e amari opportunismi.

Agnese vive una vita per sottrazione: perde i veri familiari, perde l’amore, perde i suoi luoghi d’origine. Che opportunità è il trasferimento a Ferrara?
I parenti che la accolgono hanno diverse aspettative su di lei che, però, non coincidono con ciò che Agnese è e con ciò che vorrebbe fare. A Ferrara trova una gabbia, la sua vita si complica ulteriormente, problemi si aggiungono a problemi. Non può, allora, che ricorrere alla violenza, altri modi non ne conosce, è una donna tormentata, di passione, cova un desiderio di rivolta e riscatto sociale.

Potremmo definirla una femminista ante litteram?
Certo. Agnese fa molta fatica, vuole un ruolo per se stessa in quanto donna, vuole anche per sé una rivendicazione sentimentale. Il suo femminismo è personale, non riesce a fare proseliti, le altre donne non la seguono, Agnese rimane sola e delusa in questo. Si avvicina ai movimenti femministi di avanguardia che, però, sono male organizzati e dispersivi.

Cosa significa Magiara?
Non è solo il sinonimo non convenzionale di ungherese, che riporta alle origini di Agnese, è il suo alter ego, il suo essere ‘straniera’, destinata a far parlare di sé, diversa e, alla fine, sola. Il libro è nato attorno a questa parola, da lì sono partito per costruire la storia della protagonista inserita, poi, nella cornice ferrarese.

La Magiara“, di Alessio Fabbri, edito da Sillabe di Sale, sarà esposto al salone del libro di Torino dal prossimo 14 maggio.

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IMMAGINARIO
Pezzi di vita.
La foto di oggi…

Un “patchwork” è un lavoro fatto di tanti pezzi di colori, forme o materie diversi. E quello della mostra che si intitola “Patchworks”, nel salone d’ingresso del palazzo Municipale, è un lavoro fatto di immagini inedite della città e delle sue presenze femminili. Volti e luoghi inquadrati e fotografati da donne che vengono dall’Africa, dell’Est Europa o dal Sud America e che in comune hanno l’arrivo qui, in questa città, dove hanno trovato accoglienza per fuggire da violenze, schiavitù, sopraffazione. La mostra è il risultato di un progetto del Centro donna giustizia di Ferrara in collaborazione con le fotografe professioniste Ippolita Franciosi e Letizia Rossi. Una carrellata di immagini che dà forma per la prima volta alla creatività e ai pensieri di donne migranti, che raramente hanno l’occasione di raccontare la loro visione della realtà o di esprimere la propria fantasia nello spazio pubblico della città. Il titolo è in inglese perché questa è la lingua che accomuna il dialogo tra le partecipanti di varie nazionalità.
“Patchworks, the face of freedom is female” è visitabile liberamente in cima allo scalone del Municipio, a Ferrara, fino a giovedì 2 aprile.

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…
[clic su una foto per ingrandirla e vedere tutta la sequenza]

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La ragazza con la Valigia Rossa

“Prodotti per il benessere sessuale femminile e della coppia”. Così “La Valigia Rossa”, qualifica i propri articoli. Donatella è la consulente per Ferrara. Ha 48 anni, una laurea in Lingue e letterature straniere. E’ felicemente sposata e mamma di due bellissimi bambini. Quando per la prima volta ha distribuito biglietti con scritto ‘Se vuoi trasformare la tua vita sessuale chiama…’, ha lasciato incredule le amiche. Ma lei aveva un lavoro part-time ma non si sentiva realizzata. Così all’inizio del 2013 un’amica psicologa le racconta di aver partecipato ad un incontro molto interessante della Valigia rossa e le consiglia di provare. Legge, si appassiona, manda il curriculum e viene selezionata a maggio dello stesso anno. Da allora si dedica anima e cuore al progetto, che dal 21 marzo prossimo diventerà la sua unica attività professionale. La sua è una storia originale di riscatto personale e professionale che merita di essere raccontata.

valigia-rossaLa Valigia rossa è un progetto concepito da donne per le donne. E’ la prima azienda italiana a dedicarsi alla consulenza e alla vendita di prodotti per il benessere sessuale femminile e della coppia e a introdurre la vendita di cosmetica sensuale, sex toys e prodotti per la salute della donna direttamente a domicilio. E’ nata come filiale de La Maleta Roja, nata nel 2005 in Spagna. Arriva in Italia nel 2010, e dal 2014 diventa un’azienda italiana a tutti gli effetti di cui Cristina Luzzi è la direttrice. Ad oggi 110 le consulenti attive sul territorio italiano, circa 15.000 donne all’anno coinvolte nelle consulenze, l’incremento di fatturato dal 2012 al 2013 è stato del 33%, le regioni in cui si vende di più sono il Veneto e l’Emilia Romagna. Collabora con il più importante Istituto di sessuologia in Italia l’Isc (Istituto sessuologia clinica) e con la Federazione italiana di sessuologia scientifica (Fiss). La Valigia Rossa è molto attiva sul piano socio-pedagogico, in questi anni di lavoro sul campo ha attuato collaborazioni con Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), con Lila (Lega italiana per la lotta contro l’Aids), Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo).

Donatella si è avvicinata alla Valigia Rossa perché era in un momento di crisi, in una fase della propria vita che richiedeva un cambiamento. Ha cominciato a guardarsi intorno e la sua amica psicologa, che conosceva già il progetto, le ha detto: “Prova a diventare consulente della Valigia rossa, perché tu saresti la persona giusta”. Donatella, Tella per gli amici, ha visitato il sito: “Più leggevo più mi piaceva. Ho mandato il curriculum nel marzo del 2013 e il giorno del mio compleanno, il 13 maggio, mi arriva l’ok per un colloquio di selezione da parte dalla direttrice nazionale de La Valigia rossa Italia Cristina Luzzi e dalla sessuologa Natalia Guerrero. Vengo scelta e chiamata a partecipare al corso di formazione che si tiene nella sede di Casale Monferrato, purtroppo però per problemi di salute non posso iniziare subito”. Ad ottobre 2013 supera il corso e comincia a fare le sue prime consulenze già a novembre.

Due amiche di Donatella, che sono state di fatto le sue prime cavie, ne parlano così: “La Tella è ammirevole perché ha saputo andare oltre i pregiudizi, ha saputo reinventarsi e rischiare tutto in un progetto che avrebbe potuto metterle contro amici e parenti. Perché la Tella è la tipica mamma che accompagna i bambini a scuola, alle feste di compleanno, che fa le torte. Mi ricorderò sempre quando distribuì per la prima volta all’uscita di scuola biglietti con scritto ‘Se vuoi trasformare la tua vita sessuale chiama…’, non ci potevamo credere!”. “Io ho partecipato a diverse riunioni e sono stati tutti momenti piacevoli e interessanti di dialogo e confronto tra donne, sempre accompagnati da un buon bicchiere di vino. Le riunioni affrontano naturalmente l’aspetto ludico, ma senza mai trascurare i temi della salute femminile e del benessere di coppia. Insomma la Valigia rossa non è solo sex toys e la Tella non è solo una venditrice, ma anche una consulente di benessere”.

Queste tue amiche sono entusiaste. Gli altri, tuo marito e i tuoi come hanno reagito all’idea di avere una consulente e venditrice di prodotti dedicati al sesso?
Gli amici ci sono rimasti, li ho stupiti con effetti speciali perché non avrebbero mai pensato che una come me, tranquilla, semplice e, diciamolo, neanche quotidianamente sexy e chic, potesse fare un lavoro del genere. Mio marito è un uomo illuminato, mi ha sempre sostenuta in tutto quello che ho fatto nella vita. E anche in questo caso, ha capito che si tratta di un progetto serio, di un’azienda sana e, soprattutto, che la cosa mi piace e mi fa bene. Il suo contributo è importantissimo perché mi tiene i bambini quando ho le consulenze; a volte, se si tratta di eventi serali fuori città, mi accompagna e mi torna a prendere. Mia sorella è stata la mia organizzatrice di eventi per un periodo e mio padre, 89 anni, mi ha piacevolmente stupito perché ha apprezzato la mia scelta e quando può mi fa anche pubblicità.

Ma cosa fanno nello specifico e come devono essere le consulenti della Valigia rossa?
Sono donne provenienti dalle più disparate realtà, preparate, educate e discrete, che non giudicano e sanno trattare argomenti seri in modo ludico. Ci tengo a precisare che noi non siamo un sexy shop ambulante, siamo delle consulenti della salute e del benessere sessuale delle donne. Ci rivolgiamo principalmente alle donne, in seconda battuta alle coppie. Non ci rivolgiamo a gruppi di uomini perché purtroppo, in Italia, una donna che parla di sesso e di sessualità viene confusa con un certo genere di donna, che noi non siamo.

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Presentazione dei prodotti per un incontro tra donne

Come avviene una consulenza?
Le consulenze sono rivolte a piccoli gruppi, da 6 a massimo 12/15 donne. La consulenza ha un costo di 70 euro, da dividere tra le partecipanti, ma l’acquisto dei prodotti non è obbligatorio. Si tratta di 2/3 ore di consulenza informativa supportata dalla presentazione dei prodotti diversi a seconda dell’argomento trattato. Con quel costo manteniamo tutti i nostri progetti psicopedagogici, ci ripaghiamo i costi della valigia e dei prodotti campione che acquistiamo personalmente e l’investimento in termini di tempo e studio approfondito e aggiornamento. Siamo delle professioniste. Ma non ci sono solo le consulenze, veniamo contattate per eventi, come cene a tema, aperitivi, adii al nubilato, sempre con eleganza e mai scadendo nella volgarità, in modo leggero ma approfondito. La sessualità è un argomento serio ed importante.

Dai presentaceli, che tipo di prodotti vendete e quali vanno per la maggiore?

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Alcuni dei prodotti proposti durante le consulente

Abbiamo un catalogo con oltre 600 prodotti che vanno dalla papera per i massaggi al corpo (la mascotte della Valigia Rossa) alla lingerie, dalla coppetta mestruale ai lubrificanti, dai vibratori da borsetta ai sex toys di design della Lelo (azienda svedese), dai prodotti specifici per le donne in menopausa (Moresense) al P-Mate un imbuto usa e getta che permette alle donne la minzione stando in piedi (adatto quando si è in auto-grill, in bagni pubblici o per chi pratica sport all’aria aperta) di cui siamo distributori in esclusiva per l’Italia. Il prodotto più venduto in assoluto sono le palline per la tonificazione del pavimento pelvico.

Sei appassionata, si sente. Cosa ti piace di più di questo lavoro?
Informare le donne e spiegare come siamo fatte (cosa affatto scontata), aiutarle se arrivano con problemi legati alla sfera sessuale, perché comunque il benessere sessuale è condizione imprescindibile per la vita di tutti i giorni ed è un diritto sancito dall’Organizzazione mondiale della sanità di cui ancora troppe donne sono all’oscuro. La nostra attività è mirata a fare da ponte tra queste persone e gli specialisti. Io poi mi sono proprio specializzata sugli aspetti legati alla salute, come la prevenzione perineale, il mantenimento della tonicità del pavimento pelvico, aspetti su cui le donne di tutte le età devono cominciare a pensare per evitare perdite e prolassi quando si avanza con l’età.

Quali sono le clienti tipo che arrivano agli incontri?
Di solito gli incontri sono organizzati tra amiche e si svolgono in un clima intimo e complice che va dalla curiosità al tabù, dal divertimento alla scoperta. Ma ce ne sono anche che si rivolgono a noi perché da anni hanno una vita sessuale abbastanza triste e deludente e il nostro compito è indirizzarle a psicologi, sessuologi, andrologi, perché se la coppia ha una buona intesa sessuale allora funzionano bene anche tutti gli altri ambiti.

Hai una rete di esperti a cui ti rivolgi?
Ogni consulente fornisce contatti e nominativi di professionisti alla sede che li valuta e li approva tramite il comitato scientifico, io mi sto costruendo la mia e potendo ora dedicarmici full time ho in previsione di prendere contatto anche con il consultorio e servizi come il Centro salute donna di Ferrara.

Come sta andando la tua attività?
Ho iniziato molto bene rientrando nella media delle consulenze, ossia 4/5 al mese. Poi c’è stata una battuta d’arresto perché Ferrara è una piazza difficile, molti ancora non sanno che esiste la Valigia rossa. C’è da dire che fino a ieri avevo un lavoro part-time, ma dal 21 marzo mi dedicherò esclusivamente alla Valigia e comincerò a fare pubblicità a tamburo battente sui social network, sulla stampa locale e potenzierò la mia rete di contatti.

Per maggiori informazioni sul mondo de La Valigia Rossa visita il sito [vedi] e la pagine Facebook della Valigia Rossa di Donatella [vedi].

IMMAGINARIO
Resistenti e libere.
La foto di oggi…

8 MARZO – 1945-2015
DA SEMPRE RESISTENTI E LIBERE
PER UN MONDO SENZA VIOLENZA

“L’8 marzo di quest’anno, a 70 anni dal primo congresso dell’UDI, ci invita alla riflessione sulla Liberazione e la Resistenza, e in essa al protagonismo delle donne, memoria e radici della nostra esperienza di associazione e filo ideale che ci accompagna da sempre nel cammino quotidiano verso il futuro.

Resistenti e Libere nel pensiero e nell’azione, che inizia dalla coscienza della propria storia, per giungere all’affermazione del nostro essere donne e femministe del 21° secolo. Immaginiamo, vogliamo e lottiamo affinché la nostra presenza, sapere e capacità, siano valorizzati nella sfera pubblica e privata. Vogliamo che la partecipazione attiva delle donne sia visibile in tutti gli ambiti, da quello lavorativo a quello decisionale, fino alla rappresentanza politica.

Resistenti e Libere nel definire e determinare percorsi per sradicare la violenza maschile sui nostri corpi, sulla nostra intelligenza, sulla nostra libertà di scelta, sulla nostra visione del mondo.

Resistenti e Libere nell’affermare e dare concretezza al pensiero delle donne sui grandi temi politici ed economici; la nostra contrarietà ferma e convinta a ogni forma di fondamentalismo, al dominio globale dei potenti attraverso strumenti di guerra; la nostra ricerca di pratiche politiche che partano dal basso, dove
maggiori sono la chiarezza e la visibilità delle istanze delle donne e della loro sapienza nel prendersi cura degli esseri umani e dell’ambiente.

Resistenti e Libere nel rifiutare accordi economici o manovre finanziarie che determinano impoverimento sociale, precarizzazione, distruzione di lavoro, di risorse naturali e culturali; nel chiedere un impegno serio per la ricerca e
Resistenti e Libere per un mondo più umano, rispettoso delle differenze, più vivibile e più sostenibile. Un mondo meno violento per donne e uomini”.

Roma, UDI nazionale [vai al sito]

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monologhi-vagina-ferrara-v-day-stefano-pavani

A TEATRO
Ecco i Monologhi della vagina. E l’intimità esce allo scoperto

Parlare di ciò di cui non si parla mai, nominare l’innominabile, sfatare un tabù mescolando impegno e ironia, comicità e indagine intima, dramma e piacere, sessualità e identità di genere. Partono da questi elementi qui, i “Monologhi della vagina”, mini-brani scritti dall’americana Eve Ensler quasi vent’anni fa, messi in scena a Broadway e poi, via via, trasformati in una specie di format di impegno e popolarità crescente. I testi sono stati scritti facendo raccontare a duecento donne la loro idea del sesso, il loro rapporto con l’organo più intimo, le relazioni, le paure, i desideri. Da qui partono brevi interviste che danno voce a episodi emblematici legati alla sessualità, all’amore, ma anche alla nascita, ad episodi di violenza, vergogna, avvilimento. Un luogo oscuro da cui partire e che, alla fine, racchiude secondo l’autrice il nocciolo più intimo e profondo dell’identità di ogni donna, il modo in cui ne gioisce e ne soffre, come attorno a ciò spera e teme. Dietro al divertimento, poi, resta sempre vigile e presente la voglia di denunciare episodi di violenza e sopraffazione.

Il successo dell’opera teatrale e del libro negli Stati Uniti è stato fondamentale per esportare un’iniziativa che, altrimenti, sarebbe rimasta forse più piccola, sconosciuta e di nicchia. Invece, così, con testimonial come Tina Turner e Whoopi Goldberg, i “Monologhi della vagina” si sono espansi, sono arrivati in Italia e si sono trasformati in un movimento, che è quello del V-Day. Si tiene ogni anno tra febbraio e marzo. La città di Ferrara questa iniziativa spettacolare e questo movimento li ha fatti suoi dal 2012 e, a partire da domani, li riporta in scena.

A raccontare il coinvolgimento tra la città e questo modo innovativo di unire spettacolo e voglia di fare campagna di sensibilizzazione è Laura Benini, che ha fondato il gruppo insieme a un uomo e quattro donne. “Nel 2012 – ricorda Laura – c’erano già state altre esperienze sporadiche in Italia e, in particolare a Trieste, dove l’opera era andata in scena per tre anni di seguito. Poi l’organizzatore si è trasferito a Ferrara e ci ha coinvolte aiutandoci a organizzare lo spettacolo e ad aderire al movimento internazionale del V-Day”. Da allora, ogni anno le ragazze – che ora sono una ventina – ricevono dall’America il copione con una selezione di monologhi, insieme li leggono, ciascuna sceglie quello che sente più vicino a sé e alla propria sensibilità, li studiano, fanno le prove e poi li portano sul palco sentendosi a quel punto sempre più unite, complici e consapevoli. Oltre alla parte della messa in scena c’è un lavoro di squadra per coinvolgere le istituzione, produrre materiale di comunicazione, ma anche per allestire la scenografia, inventare uno stile di presentazione, fare i costumi.

Lo spettacolo si basa sul contributo volontario di tutti: le attrici, i luoghi, la tipografia che stampa il materiale, così come chi mette a disposizione arredi scenici. Perché alla fine – racconta Laura – l’obiettivo, è quello di parlare di questi temi, ma anche di raccogliere il contributo che ogni spettatore lascia con un’offerta libera. Il ricavato va tutto a sostenere associazioni che operano sul territorio in modo da aiutare donne in difficoltà o vittime di violenze.

Lo spettacolo quest’anno prevede tre appuntamenti, tutti alle 21: domani, venerdì 27 febbraio, nella sala del Centro documentazione donna di via Terranuova 12/b, dove verrà allestita anche una mostra di fotografie di Antonella Monzoni dedicate a questi temi e visitabile fino all’8 marzo; domenica 8 marzo di nuovo a teatro nella Sala estense, in piazza Municipale di Ferrara, e domenica 15 marzo nell’auditorium di Santa Maria Maddalena, in provincia di Rovigo, via Amendola 29.

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L’eterna segretaria.
La foto di oggi…

Oggi alle 17, alla sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea (via Scienze 17), per il ciclo “Donne al Lavoro – perché le donne italiane non fanno carriera” si svolgerà un incontro dal tema “L’eterna segretaria – La svalutazione del ruolo femminile nel quotidiano e nel mondo professionale, lingua e sessismo, denominazioni di professione”.
Intervengono Hugues Sheeren e Chiara Baiamonte e presentano e coordinano Simona Gautieri e Sara Macchi. L’iniziativa si svolge in collaborazione con Servizio Biblioteche e Archivi e assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara.

Info su: www.cronacacomune.it/notizie/25122/donne-e.html

OGGI – IMMAGINARIO INCONTRI

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foto Luca Pasqualini
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LA TESTIMONIANZA/2
Non voglio essere violento come mio padre

di Elena Buccoliero

LA TESTIMONIANZA DI ANDREA – SECONDA PARTE

SEGUE – Io figlio, io padre
Secondo me mio padre si è trovato tra capo e collo dei figli senza pensare bene cosa volesse dire. Per come l’ho conosciuto e per come ha trattato noi, non aveva in testa un progetto di famiglia. Aveva forse un progetto di coppia, all’inizio, nella sua ottica. Veniva da una famiglia a dir poco disastrosa, perciò… io posso, non giustificare ma capire. La cosa che non gli perdonerò mai è il fatto che non si è mai messo in discussione.
T’imbarbaglia. Se si convince di una cosa devi pensarla come lui per forza, se no te lo dimostra e se non ci riesce volano i bicchieri, i piatti. Ha un livello di perversione che rasenta la schizofrenia. È anche una persona in gamba e io sono convinto che ci seppellirà tutti, ma secondo me è proprio malato: un aspetto della malattia mentale molto difficile da scoprire specie per un bimbo, anzi per quattro bimbi, che ci sono nati, perché quello che fa tuo padre quando sei piccolo è quello che si fa, quello che va fatto. Non hai la capacità di dire: “non va bene”. Sono cresciuto in un ambiente che, per molto tempo non sapevo che cosa volevo e chi ero.
La mia paura è proprio quella di diventare… non dico come lui, perché qualche passo l’ho fatto, ma a livello viscerale so di essere molto lontano da tutto quello che leggo su Azione nonviolenta. Non mi piace la violenza, okay, ma mi scopro atteggiamenti verbali, con i miei figli e a volte con mia moglie, per cui capisco che ho un bel po’ di strada da fare.
In casa, a volte, do delle risposte violente, cioè non basate sul rispetto e ancora meno sull’ascolto, che a me è mancato tantissimo e che sto cercando di sviluppare il più possibile, però è faticoso. Ha a che fare con la tua pancia, la tua stanchezza, il fatto che devi rielaborare sul momento quello che sta succedendo perché i bimbi sono istintivi, devi essere pronto a capire la situazione.
Sono riuscito fino ad ora a non picchiarli mai e incrocio le dita di riuscirci sempre perché so cosa vogliono dire le botte di un padre, sono la cosa peggiore. Meglio forse la carica della polizia durante una manifestazione, meglio i lacrimogeni o il carcere. Le botte di un padre ti fanno male due volte, per il dolore fisico e perché quella sberla è dettata dall’ira. Almeno, nel mio caso non era la punizione che tanti genitori ritengono valida per educare i figli quando sbagliano. Era uno scoppio d’ira perché “hai osato contraddirmi, hai osato fare il furbo con me”. E la cosa più stronza è che quella cosa lì ti si mette nella pancia e non va mai via, è una collera inconsapevole. Nutri un senso di vendetta, nel tempo, che ti viene fuori quando hai dei figli. Prima puoi avere atteggiamenti scostanti, a volte arroganti, ma i figli sono lo specchio migliore: li guardi e sei davanti a te stesso.
Quello che mi fa paura, e vado da una psicologa per questo, è che non voglio ripetere gli errori di mio padre. Non voglio neanche mettermi la carta igienica in bocca piuttosto che urlare o picchiare, vorrei arrivare a dominare la rabbia. Non so se ci riuscirò ma so che un ceffone adesso vuol dire un disastro per i prossimi trent’anni, per i bimbi e per me, perché quello che fai ti torna indietro. Con mio padre ho trovato la strategia: ho chiuso del tutto, soprattutto per preservarmi.
Mi chiama al lavoro – non si è mai preoccupato di sapere che lavoro faccio e che orari ho, posso dirti che il capo per niente ti fa un cazziatone – quel giorno mi cerca sul cellulare sette volte ma in quel momento non posso parlare. Un’altra persona, se vede che non rispondi la prima volta aspetta che tu la richiami ma lui no, lui non accetta il rifiuto. Alla settima volta lascia un messaggio in segreteria e io chissà perché vado in bagno ad ascoltarlo.
Al di là delle parole, che non ricordo ma sono sempre le stesse, se avevo una pistola mi sparavo. Questa è l’unica cosa che sono riuscito a pensare per un quarto d’ora: la faccio finita. Quando sono tornato in me, nel me che conosco meglio, mi sono detto: “ma quanto potere ha ancora questo figlio di puttana su di me!?”. Perché vedi non ho pensato: gli sparo. Ho pensato: mi sparo. Da quel giorno non rispondo più, se lascia un messaggio in segreteria lo cancello senza ascoltarlo. O quasi. L’altro giorno ho fatto lo sbaglio di sentire le prime parole: “Bravo, sei proprio bravo… Tuo padre è anziano, non ti vergogni, non mi rispondi neanche…”.
Ho poca speranza che lui cambi, ma ammesso che succeda non penso che la sofferenza che ho dentro se ne possa andare. Lui è un vecchio, fisicamente non fa più paura anche se è ancora forte, però un messaggio in segreteria mi mette in queste condizioni.

VOLEVA ESSERE L’ARTEFICE DEL MONDO
Qualcosa di sano da qualche parte c’era. Forse nell’alchimia tra noi fratelli. La maggiore ha subito più di tutti: ingiurie, violenze psicologiche. Quando si laureò, a gran fatica studiando e lavorando, e con un buon punteggio, all’inizio viveva in una casa senza finestre perché era l’unico affitto che riusciva a permettersi quando è scappata di casa. Nonostante tutto ce l’ha fatta e noi fratelli le abbiamo preparato una festicciola di nascosto, dato che mio padre aveva ostacolato i suoi studi in tutti i modi. Non penso per gelosia. Semplicemente non tollerava che qualcosa succedesse intorno a sé fuori dal suo controllo.
Un giorno – ero alle medie, avevo 12-13 anni – dimenticai di dirgli che andavo con la scuola a fare una visita guidata in una zona che lui conosce benissimo. Quando tornai e glielo dissi furono botte, ma botte, tanto che mia a madre lo pregò di smettere. Non ha mai tollerato che qualcosa esistesse senza che lui ne fosse l’artefice.
Per tanto tempo non sono riuscito a spiegarmi l’origine di tutta questa cattiveria. La cosa che mi ha ferito di più è stata la perversione che gli psicologi chiamano malattia. È veramente perversa la sua tortura psicologica, gode a sottometterti.

Anche tu ti arrabbi quando non sei l’artefice del mondo?
No. Mia figlia ha una grande capacità di provocare. Sai l’atteggiamento tipico dell’adolescente? Quando ti svegli alle sei e venti ogni mattina, corri tutto il giorno come un cretino e vedi che alle undici e mezzo di sera non sono ancora a letto, t’incazzi. Quando chiami la più grande a tavola per cinquanta volte e c’è la pasta che a lei piace, e alla fine si siede e dice “che schifo” e non la mangia, t’incazzi. Però il modo in cui mi arrabbio ha la matrice di quello che ho vissuto. Lancio gli oggetti con la stessa rabbia di mio padre.
Lui arrivava, magari dovevi riferirgli una telefonata e te lo ricordavi un’ora dopo. Tirava il bicchiere dove capitava e se ti scansavi in tempo bene, sennò fa lo stesso. Poi continuava: c’erano altri sette bicchieri in tavola. Questa è l’ira che non mi riconosco.
La psicologa mi spiega che io non sono mio padre. Per fortuna o sfortuna ho mio padre dentro, per cui sono anche mio padre ma non soltanto questo e, comunque, devo stare attento. Per adesso cerco di arginare l’ira per non fare danni. Vedo però che l’atteggiamento dei miei figli almeno apparentemente non è di paura anche quando ho un attacco di collera, io invece avevo proprio il terrore.
Era una battaglia continua. Abitavamo in una villetta con due porte, sul davanti e sul dietro. Quella sul retro portava in garage ed era chiusa dall’interno con un catenaccio. Mio padre arrivava, suonava il campanello sul davanti, e noi dovevamo aprire dietro per farlo entrare con la macchina. Dopo un po’ non suonava più il campanello, dava un colpo di clacson e dovevi scappare dietro ad aprire nel tempo che lui arrivava. Dopo ancora non c’era nessun clacson, lui passava, noi dovevamo riconoscere il motore della sua auto e aprire. Se non trovava aperto erano botte. Ci eravamo organizzati che, quando lo sentivamo, noi ragazzi uscivamo dal davanti e andavamo al campetto, così potevamo dire che non eravamo in casa. Così, tutti i giorni a combatterci.
Magari un figlio sta guardando la tv e non si accorge del motore…
Già, ma i bimbi sono al servizio dei genitori. E devono obbedire in qualsiasi circostanza. Lui sapeva che lo sentivamo arrivare, noi sapevamo che lui lo sapeva: quando ti dico che era perverso.

LA PSCICOTERAPIA, LA MEDITAZIONE, IL DESIDERIO DI CAPIRE
Dopo sette anni di analisi ho avuto due figli. Prima facevo le condoglianze a chi era incinta.

Avevi paura di avere bambini?
Non paura, cinismo. Come ti permetti di mettere al mondo un figlio con tutta la sofferenza che c’è al mondo? Era un periodo in cui leggevo Huxley, Blake e cose del genere… E comunque un figlio assolutamente no, troppe tribolazioni ho visto nella mia famiglia. Mia moglie era convinta di volere dei bambini, poi mi sono convinto anch’io e sono ben contento di averli fatti ma c’è stato un lavoro analitico, dietro, anche tosto.
All’inizio della terapia mi ero appena laureato e facevo fatica coi soldi, volevo dimezzare le sedute ma la psicologa mi disse: è troppo poco. Così ho raddoppiato, sono andato in analisi due volte alla settimana e poi tutte le domeniche a camminare, ore e ore sui colli a buttare fuori la rabbia. Se ci ripenso non so come ho fatto, ci vuole una notevole energia emotiva per andare in analisi specie se stai molto male.
Tante volte sono uscito di lì pensando: passo dritto al rosso. Sceglievo il crocevia più pericoloso… All’ultimo frenavo e dicevo: ne parlo con la psicologa la prossima volta. Non so davvero cosa mi ha trattenuto. Una piccolissima parte di me ha tenuto a freno questa tendenza di dargliela su. Toccare la propria merda è faticoso anche perché non puoi dare la colpa a nessuno, capisci che è la tua.
Secondo il buddismo io ho scelto di nascere in questa famiglia. Ho sempre detto che quel giorno dovevo essere ubriaco. Non ho capito, non so, perché sono nato in una famiglia così perversa e violenta.

Sei buddista?
Non so nemmeno che cosa voglia dire. I cristiani li riconosci perché vanno in chiesa, i musulmani in moschea. E i buddisti?
Sono appartenuto per un po’ di anni ad una organizzazione che si considera buddista ma che non ritengo tale, però un po’ ho approfondito, questo sì. Ho conseguito una pratica buddista. Comunque in tante culture e filosofie c’è questa convinzione, che tu sei nato per uno scopo, e lo ritengo abbastanza vero.
Ma non riuscirò mai a sedermi a un tavolino, come con te, con mio padre, a dirgli quello che penso.

Che cosa vorresti dirgli?
Anche solo ricordargli dei momenti. Belli… Belli per lui. Non per mia madre che doveva preparare tutto. In qualunque gita lui pretendeva di mangiare le tagliatelle al ragù tenute in caldo da mia madre.

Come sei riuscito a scrivergli una lettera di ringraziamento?
Non lo so. Cambia tutto quando aspetti un bimbo. Ma non rinnego quella lettera, è vero che non ci è mai mancato niente fisicamente e capisco la difficoltà di mantenere quattro figli. Non mi posso lamentare da quel punto di vista, è vero.
Le lettere ai miei le ho volute scrivere identiche: “Carissimi genitori”. Volevo sapessero che stavo scrivendo a entrambi anche se erano già separati e sono contento di averlo fatto, lo farei ancora. Se il cibo e i vestiti sono quello che ti consente di sopravvivere, tanto di cappello, grazie. È chiaro che tutto il resto è mancato.
Ci ho messo un bel po’ a rendermi conto che non ho avuto un padre. Pensavo di averne avuto uno stronzo e cattivo, in realtà no. Non è un padre quello che tradisce la moglie, la picchia…
No, non ho avuto un padre. Lui è il contrario di quello che nella mia testa è il concetto di padre e anche di marito. Si vantava di essere il pater familia, usava anche il latino, ma giustamente, era proprio il padrone. Coerente.
È ancora stronzo adesso. Non cambierà mai. Devo togliermi l’illusione di parlare con lui e concentrarmi sul parlare con la parte di mio padre che è dentro di me.

LEGGI LA PRIMA PARTE

Elena Buccoliero è Sociologa e counsellor, da molti anni collabora con Azione Nonviolenta, rivista del Movimento Nonviolento. Per il Comune di Ferrara lavora presso l’Ufficio Diritti dei Minori. È giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e direttore della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati.

Questa testimonianza è stata pubblicata la prima volta su Azione Nonviolenta, il periodico del Movimento Nonviolento che ha dedicato un numero tematico alla violenza di genere. La ripubblichiamo qui per gentile concessione dell’autrice, in occasione della “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”.

Per saperne di più sulla nonviolenza in Italia e nel mondo [vedi]

Altri articoli pubblicati da ferraraitalia sulla ricorrenza della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”: alcuni dati [vedi] e la celebrazione del 22 novembre a Ferrara [vedi]

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LA TESTIMONIANZA/1
Non voglio essere violento come mio padre

di Elena Buccoliero

Certe conversazioni sono immersioni. Non è così un momento prima né un attimo dopo. Passeggi con quella persona, scambi qualcosa di tuo con cenni divertenti o profondi apparentemente qualsiasi: il testo di una canzone, un ricordo di scuola. È un percorso di avvicinamento, entrambi sappiamo che ci stiamo cercando come cerchi una stazione radio quando sei in viaggio. Poi ti fermi e stabilizzi il contatto e così con Andrea. Entri in quel territorio aspro dove insieme si è deciso di andare, che anzi ci si è incontrati apposta. Se ne uscirà poi, un poco straniti. Vicini e distanti, per quanto è stato forte tutto ciò che hai mostrato, tutto ciò che hai guardato in quel tempo insieme.
Così è stato incontrare Andrea, la sua ricerca interiore e la generosità con cui ha accettato di condividerla.

LA TESTIMONIANZA DI ANDREA – PRIMA PARTE

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Foto del concorso europeo indetto dalle Nazioni Unite per la lotta alla violenza sulle donne

Si dice nell’ambiente psicanalitico, e non ci volevo credere, che chi subisce violenza agisce violenza. Lo capisci nel tempo: chi ha preso le botte le ridarà. Nella vita familiare mi vengono degli attacchi d’ira improvvisi, furenti, che non mi riconosco.
Prima di avere una famiglia mia non ce li avevo. Da piccolo sì, ricordo un episodio in cui mio padre ha sforato e io ho spaccato un orologio, un’altra volta una porta – e guarda caso mio padre non mi disse niente. Ero impaurito da matti della sua reazione, ero un bambino, invece è stato zitto e ha cambiato la porta. Lì per lì non capivo ma adesso mi rendo conto che solo così ti ascolta. Sul piano della violenza, del sopruso, lui ti rispetta – perché ti riconosce. Se no ha la tendenza a sopprimerti con la sua violenza. Fisica, verbale di tutti i tipi. Anche al telefono, se lo mandi affanculo dopo ti richiama più tranquillo, se gli parli cercando di affrontare il discorso in termini pacati lo confondi. Non ha mai sviluppato la capacità di autoascolto, autoriflessione, è sempre scappato da se stesso e non è a suo agio con un “parliamone”.

IN FAMIGLIA
Sono il più giovane di quattro fratelli. È stata un po’ la mia fortuna. Tra me e la maggiore corrono nove anni di differenza e lei ci ha spianato la strada in molte cose. Le mie sorelle, che sono le due più grandi, hanno vissuto quelle briciole di ‘68 che in Italia è stato il ’77 perché erano già adulte, io avevo 13 anni e ho vissuto di riflesso una certa contestazione verso il sistema, il padre, il modello che i genitori stavano trasmettendo – e nel mio caso un non modello, basato sulla violenza. Mi hanno aiutato molto, da solo non sarei dove sono adesso.
Era un attimo. Anni che girava la droga e noi non siamo, nonostante tutto, dei disgraziati. Ognuno di noi ha le proprie paturnie, che cura o nasconde a suo modo, ma non siamo dei disgraziati e questo vuol dire che qualcosa di sano da qualche parte c’era. Forse proprio il rapporto tra di noi.
Una delle mie sorelle già a 16-17 anni contestava un po’ l’atteggiamento di mia madre. Studiando il comportamento animale si dice che a volte è la gazzella che “provoca” il leone, la vittima che cerca il carnefice. Con questo non ti sto dicendo che era colpa di mia madre, probabilmente era nel suo inconscio comportarsi da vittima ma in molti casi lei ha proprio provocato. Con il linguaggio, con un certo dargliela su ha avvalorato, per paura o per inconscio o per retaggi culturali, una famiglia come la mia. Poteva andarsene o reagire in vari modi molto tempo prima. L’ha fatto subito dopo che mi sono laureato io. Finché l’ultimo figlio era ancora da sistemare, nella sua logica di 17enne sposata incinta, è rimasta con suo marito.

Si erano sposati per amore?
C’è un’altra domanda? Io l’unica volta che li ho visti abbracciarsi e baciarsi ho provato ribrezzo, ce l’ho ancora fisso in testa.

Perché?
Non tolleravo che mio padre avesse quella faccia lì. Perché mio padre – a parte essere dall’esterno una persona splendida, la più simpatica del mondo – è davvero una persona violenta.

Era conosciuto così, come persona disponibile?
Gli altri non capivano assolutamente niente di quello che succedeva in famiglia. Lo vedevano sempre presente, il braccio destro del prete, iscritto – lui dice “convinto” – all’allora Dc, come ora è iscritto al Pd perché fondamentalmente sta dalla parte di chi governa. “È convinto di avere delle idee”, canta De Gregori.

Che lavoro faceva?
Lavorava in un ente regionale. In realtà si presentava in ufficio, staccava il telefono e andava in giro a fare altre cose, principalmente impianti elettrici e idraulici. Diceva sempre che guadagnava poco e in casa non dava niente, non ho mai capito come abbia fatto mia madre a mettere a tavola quattro bimbi – anzi cinque, lui compreso – tutti i giorni mattina e sera.

Era tirchio?
Non vedevamo quasi mai un soldo. Da grande mi hanno detto che con quegli impianti era molto bravo, e anche molto caro: non l’avevamo mai saputo. Ricordo che dopo la scuola a volte rimanevo in strada con i miei fratelli – facevo le elementari -, stavamo fuori delle ore saltando il pranzo perché mia madre diceva: “restate fuori che oggi dobbiamo discutere”, cose come “dammi un po’ di soldi che non so più come fare la spesa”, e noi terrorizzati su cosa avremmo trovato rientrando in casa.

UNA LETTERA DI RINGRAZIAMENTO
Quando rimasi incinto della mia prima figlia ho scritto una lettera, identica per mio padre e per mia madre, anche se erano già divorziati e io ero scazzato con lui, ringraziandoli perché non mi hanno mai fatto mancare niente dal punto di vista materiale. E non è mica scontato! Non ricordo un giorno che non ho avuto un posto che potessi chiamare mio, e il necessario per mangiare, vestirmi, e le tante cure mediche di cui ho avuto bisogno.
La casa era dei miei nonni materni. L’avevano proprio costruita loro. Alcuni dicono sia stato uno dei motivi, o l’unico, per cui mio padre ha sposato mia madre. Nel dopoguerra essere dei diciassettenni pimpanti voleva dire sposarsi, il principale obiettivo di quella generazione era mettere su famiglia, la mamma in casa coi bambini e il papà a lavorare, quando ancora bastava un reddito, adesso a volte non ne bastano due.
Io non sono sicuro di esser stato desiderato e tanto meno cercato. Era una cultura in cui un figlio, se capita, si accetta, e mia madre l’ha fatto. Non posso rimproverarle niente. Anche mio padre nel suo modo, ma fosse stato solo per mio padre la famiglia non andava avanti.
In compenso ha cercato di fare la persona acculturata. Partecipava a un gruppo di studio cristiano un po’ in contrasto con la chiesa ufficiale. Ma mio padre non ha niente di cattolico, se parliamo di compassione, di pietas.

Avete mai provato a parlarne fuori di casa?
Lo dicevamo ma non ci credevano. Io più volte da piccolo, con miei coetanei, ho detto “se potessi gli spaccherei la faccia”. Magari ci aveva rullato di botte, mia madre era al pronto soccorso, ma la risposta non cambiava mai: “è sempre tuo padre”. Però lui, non posso dire che sia stato un padre. Tutt’al più un genitore. Se il padre è chi sostiene la famiglia, la incoraggia, dà il buon esempio, educa (con l’accezione – secondo me discutibile – di dire ai figli cosa è giusto e cosa è sbagliato), non posso dire di avere avuto un padre. Prendeva a ceffoni mio fratello perché fumava, ma ha fumato anche lui e appena finite le botte gli metteva le sigarette in tasca. Era una contraddizione continua.
Penso che uno dei mali più grandi, oltre a picchiare un bimbo, siano le botte che un bimbo vede. Mi ha fatto male vedere mia madre presa a botte, e poi in un paese connivente. Quante volte abbiamo cercato di scappare di casa e i vicini non aprivano la porta! Tutti sapevano, sentivano. Nessuno ci ha mai aiutato. Io ho pensato tante volte di affrontarlo ma non l’ho fatto perché il suo tipo di violenza lo avevo talmente impresso che bastava alzasse la voce perché cominciassi a tremare.
Una volta in un litigio furente mia sorella ha chiamato i carabinieri, lo portarono in caserma e penso gli diedero un sedativo, per come tornò. Noi in fretta e furia abbiamo preparato due valigie, mia nonna materna compresa che era già anziana, e siamo scappati. Sulla scala di casa lo abbiamo incrociato. Noi terrorizzati, “ora ci riempie di botte”, sai cosa doveva essere per lui l’affronto, la denuncia, il disonore, invece è stato come se non ci avesse visti. Siamo scappati dalla mia sorella maggiore, ci potevamo sistemare tutti, invece mia madre decise di tornare da lui. Io mi sono trovato un appartamento un po’ fuori città e andavo da lei tutte le domeniche, sapendola a casa da sola con mio padre non eravamo tranquilli.
Sai quante volte l’ho accompagnata al pronto soccorso e lei ha dichiarato che era caduta? Lui la picchiava poi andava via. La accompagnavamo noi, diceva che era caduta. Il medico cercava di parlarci, “Se lei dichiara che l’ha picchiata noi facciamo la denuncia”.

Chissà quante volte avrai avuto voglia di dirlo tu, al medico, come stavano le cose.
Sì, ma devi pensare che ero un ragazzino. Abbiamo provato anche a farlo fuori, in maniera fanciullesca, senza riuscirci. Cose tipo svitargli le ruote della macchina… Non si è mai fatto male.
La tentazione di farla finita in maniera cruenta c’è stata. Una volta mia sorella gli è saltata addosso e io ho avuto proprio paura: questi si ammazzano. Non ho mai visto in mia sorella quella violenza lì. Gli è saltata agli occhi e lì lui ha smesso di picchiarci. Il nostro atteggiamento solito invece lo debilitava. Lo mandava in un mondo che non sapeva gestire, e reagiva con la collera. Quando qualcuno lo affrontava – anche con mio fratello qualche volta si sono picchiati forte – allora si fermava.

UNA SEPARAZIONE TARDIVA

Poi tua madre ha deciso la separazione.
Le poche volte che ho parlato a mio padre dopo la fuga di mia madre, non si dava pace che una donna potesse vivere da sola. Mio padre ha sempre avuto un certo concetto delle donne: sono tutte troie e devono servire l’uomo. Parlando a quattrocchi davanti a un bicchiere di vino te lo dice esplicitamente, ma traspira da ogni poro. Se sua moglie è scappata di casa dev’esserci un altro, non può dire a se stesso “è scappata da me”.

Quanti anni aveva tua madre quando è andata via?
Sessanta esatti. Ha aspettato la mia laurea, però lei già prima, piano piano aveva portato una camicetta dalla cugina, un maglioncino dalla zia… ha preparato tutto e un bel giorno non è più tornata. Ha cambiato città. È stata per un periodo in albergo, diversi alberghi per paura che lui la trovasse. Da noi figli lei non poteva venire perché lui l’avrebbe ripresa subito.

Anche prima della tua laurea eravate già tutti e quattro indipendenti.
Sì, ma restava in mia madre la dipendenza psicologica da un voto forse inconscio e poi divenuto consapevole, come se solo allora potesse dire: “il mio compito l’ho fatto, posso pensare a me stessa”. In maniera maldestra, perché poco dopo le è partita la testa. E per quanto si dica che il cosiddetto Alzheimer viene a chiunque, se per 43 anni non puoi chiederti cosa stai pensando e prendi le botte, la mente non è cosi contenta. Mia sorella dice che non è vero, per me un nesso con la malattia c’è ma se anche non ci fosse, mia madre meritava di vivere una vita pensando a se stessa per qualche anno. All’inizio aveva provato: qualche sera a teatro, le amiche, si era iscritta al circolo degli anziani… poi le è partita la testa e ormai non sempre mi riconosce. Fisicamente è in forma ma la testa non c’è’ più da tempo.
Meritava almeno altri trent’anni per recuperare la sua vita. Qualunque fosse, perché per me non lo sapeva neppure. Quando per quarant’anni non ricevi mai ascolto, sei sempre in conflitto e non in quello sano, costruttivo, ma nella violenza, non cresci la tua vita, cresci la vita di un altro. Nel suo caso quella dei figli. Lei ha dato la vita per i figli, veramente. Mi sono messo vagamente poche volte nei panni di mia madre e mi sono trovato anch’io a chiedermi chi cazzo sono e cosa penso.
Mio padre… Mangiavi all’ora che voleva lui, a cena c’era il tg e bisognava stare tutti zitti ad ascoltare perché dopo t’interrogava. Io passavo il tempo a dirmi: “se ora mi chiede cosa sto pensando posso dire questo. No, se dico questo s’incazza e mi mena mezz’ora. Allora quest’altro… No, non va bene”. Così, tutto il tempo a cercare qualcosa da dire. Perché di punto in bianco lui ti poteva chiedere: “Cosa stai pensando?” e se rispondevi magari la verità, ma non lo convincevi, attaccava: “Non fare il furbo con me!”. Volavano i bicchieri e le sedie, mai le parolacce. E penso, quelle poche volte nei panni di mia madre, come dev’essere vivere 43 anni così, senza poter pensare.
Tutti i giorni dopo pranzo andava al bar a fare la partita a carte, era il rito del padre di famiglia, mentre lei sgobbava. Poche volte l’ho vista sdraiarsi un attimo sul divano o leggere un libro, ma se in lontananza sentiva la macchina di mio padre che rientrava si alzava di scatto perché la donna deve sgobbare, non poteva farsi beccare in un momento di relax. Quarantatre anni cosi. Tradimenti, continuamente, dicono anche durante il viaggio di nozze a Venezia. Una ignominia indescrivibile.

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Elena Buccoliero è sociologa e counsellor, da molti anni collabora con Azione Nonviolenta, rivista del Movimento Nonviolento. Per il Comune di Ferrara lavora presso l’Ufficio diritti dei minori. È giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Bologna e direttore della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati.

Questa testimonianza è stata pubblicata la prima volta su Azione Nonviolenta, il periodico del Movimento Nonviolento che ha dedicato un numero tematico alla violenza di genere. La ripubblichiamo qui per gentile concessione dell’autrice, in occasione della “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”.

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