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LO STESSO GIORNO
La rivolta delle operaie della Val Bisenzio

4 luglio 1917
Le donne della Val Bisenzio marciano contro la guerra e per il pane

Nel 1917 l’Italia era già in guerra da due anni. L’economia del paese risente del massiccio invio di uomini al fronte, così nelle fabbriche vanno le donne rimaste in patria. Intanto il paese è soffocato da una feroce carestia, i viveri vengono razionati, il grano e il pane scarseggiano, tanto che il governo è costretto ad alzare i prezzi del pane giorno dopo giorno. Se nel 1914 una famiglia di cinque persone spende per nutrirsi 20 lire e 84 centesimi, tre anni più tardi, per le stesse necessità, servono 39 lire e 50 centesimi. La crescente inflazione erode i salari, specialmente quelli dei nuclei familiari a reddito fisso, e il razionamento del pane porta i cittadini rimasti in patria a insorgere.

Nel luglio del ’17 la società civile, i giovanissimi e le donne scendono in strada organizzando oltre 500 manifestazioni contro la guerra e per il pane.
A queste rivendicazioni si legano anche la lotta contro l’inasprimento di una legislazione liberticida e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ovviamente peggiorate ulteriormente in periodo di guerra.

In un paese già allo stremo, la goccia che fa traboccare il vaso arriva a fine giugno, quando vengono chiamati al fronte i ragazzi del 1899, ragazzi che all’epoca avevano solo diciotto anni. Le prime a muoversi sono le operaie delle fabbriche. Avevano visto morire i propri padri e fratelli ed ora non hanno intenzione di veder morire anche i propri figli.

Le donne dei piccoli comuni della Val Bisenzio, un’area a nord di Prato, sono tra le più coinvolte. Questa Valle, caratterizzata dalla presenza di numerose fabbriche legate alla produzione tessile, è tra le zone più colpite dalla carestia, dalla mancanza di pane. Molte delle aziende presenti sul territorio nel corso del conflitto lavorano esclusivamente per l’esercito, arrivando a produrre milioni di metri di panno grigio-verde.

I movimenti di protesta in realtà erano già cominciati anni addietro. Già nel 1915 numerosi scioperi e manifestazioni bloccano le produzioni tessili della Val Bisenzio. A capo di questo movimento c’era la socialista e capo della lega sindacale laniera di Vaiano Teresa Meroni.  A seguito delle proteste, il governo decide di trasformare le quattro maggiori fabbriche dell’area in ‘ausiliarie’, ossia indispensabili ai fini bellici.
Questo significava la ‘militarizzazione’ delle maestranze e ritmi produttivi insostenibili. Si arrivava a lavorare fino a tredici, quattordici ore al giorno.

A metà del 1917 però la protesta riesplode, e questa volta lo fa con tutta la sua forza. Preoccupate ed arrabbiate per l’arruolamento dei giovanissimi e per le requisizioni forzate del grano, stremate da lavoro ed inflazione, le donne della valle si mobilitano in massa.
Le proteste cominciano nel borgo montano di Lucciana, mosse da contadine e mezzadre, seguono quelle di Vernio che chiedono una divisione più equa del grano, non in base al reddito. Solo successivamente è la volta delle operaie di Vaiano e di tutti gli altri comuni della bassa valle, che a partire da questo stesso giorno, il 4 luglio 1917, entrano tutti insieme in sciopero.

I carabinieri non riescono ad arginare la folla di migliaia di donne inferocite; persino l’arrivo dei cavalleggeri da Prato non è sufficiente a fermare la rivolta.
Dopo giorni di lotta, il 6 luglio le donne aggirano il blocco dei militari e si mettono in marcia attraverso i campi lungo il fiume Bisenzio, in direzione di Prato. Il corteo delle operaie in sciopero si ingrossa chilometro dopo chilometro, paese dopo paese, ed entra nella città di Prato. Le donne invitano tutti a partecipare, chiedendo agli esercenti di chiudere le botteghe e abbassare le serrande.
La marcia delle donne della Val Bisenzio giunge finalmente sotto il municipio di Prato, dove avvengono numerosi scontri con la polizia, e tante scioperanti vengono arrestate.
Lo sciopero termina pochi giorni dopo, il 9 luglio 1917, e viene seguito da una dura repressione. Ciò nonostante alcune delle rivendicazioni di quei giorni verranno accolte dalle autorità.

Friedensstatue donne vittime

Donne vittime di guerra

Non c’è niente di più crudo e doloroso, nella storia delle donne, della violenza gratuita, efferata, indimenticabile, spesso inenarrabile, che esse hanno subìto nel corso di guerre e occupazioni in ogni epoca. Il corpo della donna è trincea, campo di battaglia, conquista, bottino, ricompensa e la violenza su di esso viene agita per colpire il nemico, fiaccare ogni resistenza. L’arma dello stupro è vecchia quanto la guerra, fatta dello stesso odio, della stessa brutalità, e riguarda donne di ogni fronte e appartenenza, un fenomeno presente nell’antichità e non certo esclusiva della storia contemporanea.
Nell’Antica Grecia era un comportamento ritenuto socialmente accettabile nelle regole di guerra e i guerrieri consideravano le donne bottino legittimo, utili come mogli, concubine, schiave o trofei del campo di battaglia.
I soldati romani esercitavano violenza sulle donne barbare, che non riconoscevano nemmeno umane, trattandole come oggetto da possedere, vendere al miglior offerente, esibire in pubblico. La rappresentazione di alcune scene di violenza rimangono scolpite sulla Colonna Aureliana a Roma, dove le donne delle popolazioni germaniche Marcomanni, Sarmati e Quadi vengono trascinate per i capelli, denudate e trucidate dai soldati armati di pugnale.

In tempi più vicini a noi, nel XX° secolo, le violenze sessuali sono diventate parte integrante delle strategie offensive e propagandistiche degli eserciti in guerra, a cominciare dalla I^ Guerra mondiale nell’avanzata dell’esercito austroungarico in Serbia e l’esercito tedesco in Belgio, accompagnata da stupri di massa.
Del secondo conflitto mondiale, ambientati in Italia, rimangono i racconti, le testimonianze, le tracce indelebili delle cosiddette “mongolate” e “marocchinate”.
Nel primo caso parliamo delle uccisioni e degli stupri sistematici su numerose donne di paesi e villaggi avvenuti sull’Appennino ligure-piemontese-emiliano e nell’Oltrepò pavese, nell’inverno 1944, quando i nazisti schierarono tra le file del loro esercito i denominati “mongoli”, costituiti da prigionieri calamucchi, uzbechi, georgiani, ucraini, arruolati dopo la caduta di Leningrado. Dolore, vergogna, paura hanno accompagnato le donne sopravvissute agli abusi, rendendo spesso faticosa la testimonianza e il ricordo. Il termine “marocchinate” conduce alla memoria scomoda degli abusi e delle violenze sulle donne del Basso Lazio e della Toscana meridionale, ma anche in Sicilia e Campania, nel maggio del 1944, da parte dei goumiers, i combattenti del V° Corpo d’Armata francese. “Zidouh ‘Lguddem! En avant!” era il grido di battaglia dei tabors, i reparti marocchini del Corps Expèditionnaire Français en Italie che raggelava il sangue tanto ai tedeschi quanto alle popolazioni civili di quelle zone sulla linea Gustav. Più di 60.000 le vittime degli abusi e della violenza al loro passaggio, ma le cifre rimangono ancora incomplete.

Lo stupro di guerra va ben oltre l’etichetta di “effetto collaterale” che si vorrebbe appioppargli, giustificandolo con le condizioni innaturali dei soldati: esso costituisce in realtà il massimo sfregio con cui marchiare il nemico attraverso la violenza assoluta sulla sua donna, portatrice di continuità vitale, di futuro per le nuove generazioni.
Diventa annientamento, umiliazione, contaminazione e violazione per dimostrare supremazia di un popolo su un altro, un crimine che non può essere legittimato per nessuna ragione al mondo. Solo di recente, dopo le atrocità in Bosnia e Ruanda, la comunità internazionale ha riconosciuto la peculiarità dello stupro di guerra da un punto di vista giuridico, dichiarando crimine contro l’umanità le violenze alle donne in contesti bellici.
In Ruanda, tra aprile e luglio 1991, centinaia di migliaia di donne tutsi furono sottoposte a ogni sorta di violenza, massacrate a colpi di machete e bastoni cosparsi di chiodi dagli squadroni della morte hutu. Nella ex Jugoslavia lo stupro etnico fu usato su larga scala sulle donne di etnia diversa come “pulizia etnica” vergognosa.
Il riconoscimento dei crimini e stato un percorso difficile, cominciato con il lavoro dei Tribunali Penali Internazionali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda, istituiti nei primi anni ’90, quando gli avvenimenti nei due Paesi scossero il mondo per particolare efferatezza delle indicibili violenze commesse negli stupri di massa perpetrati con premeditazione e con la finalità di annientamento delle donne e di un’intera parte della loro comunità.
Nell’aprile del 2019 il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha riconosciuto la violenza sulle donne in Paesi in conflitto come arma di guerra.

Cover: Friedensstatue, Giappone,1920 (wikimedia commons)

Una Matrioska salverà il mondo

 

Patria: il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni“. “Nazione: il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica“. (Treccani)

Mi sono sempre meravigliato di quanto l’uomo, nella storia, abbia sentito il bisogno di combattere per qualcosa che pone fuori (sopra) di sé, invece che per sé. Dio, Patria, Nazione. Uso la parola “uomo” in senso specifico: sono i maschi che hanno costruito queste astrazioni. Per renderle dei feticci in nome dei quali uccidere e morire, i maschi ci hanno iniettato dentro concetti tratti dalla fisiologia: il sangue, come se un legame di sangue potesse allargarsi dalla propria ristretta cerchia di avi e discendenti, fino a ricomprendere una moltitudine di consanguinei che fanno un popolo, che formano una nazione. Anche qui, il maschio umano parte da un elemento reale, che scorre nelle sue vene, e lo trasforma in un’astrazione. Un allargamento della propria genìa ad un numero indefinito di pseudo-consanguinei. Un’idea folle. Che infatti porta all’altra follia genocida, quella della razza pura.

Non so se sia completamente attendibile, ma obbligherei tutti i nazionalisti, tutti i razzisti, tutti i sostenitori della superiorità della loro razza a fare il test genetico che attraverso il DNA rivela le varie origini etniche. Sarebbe bello vedere la faccia di un suprematista che scopre che nelle sue vene scorre sangue nigger, l’espressione di un nazista con la svastica tatuata addosso che scopre di essere di origine ebraica, l’amara sorpresa di un turco fanatico che scopre di avere ascendenze armene e curde.

Qui si innesta un altro elemento, questo sì biologico. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che un elevato livello di testosterone aumenta l’aggressività e diminuisce la capacità di ponderare le proprie decisioni, rendendole più impulsive. Lo ha detto anche la bravissima Francesca Mannocchi, inviata di guerra (anche) in Ucraina: “c’è troppo testosterone”. Si riferiva nello specifico ai proclami bellicisti di politica e stampa. Fino a che un uomo soddisfa il bisogno simbolico di prolungarsi il pene acquistando un Suv, i rischi sono limitati. Quando l’uomo in questione ha la possibilità di imbracciare un fucile, i rischi aumentano. Se poi il maschio in questione può azionare dei missili, diventa anziano ma non lo accetta ed è strafatto di steroidi, il rischio diventa maledettamente alto.

La parola “patria” ha un etimo che deriva da “terra dei padri”, ma sono le madri che danno la vita. Sono persuaso che questa, come tutte le guerre, sia una guerra dei maschi, come scrive anche Roberta Trucco in un bello e drammatico pezzo appena pubblicato sul nostro giornale (qui). Una progressiva presa delle leve del potere (potere anche mediatico) da parte delle donne non rivestirebbe solo una funzione di riequilibrio sociale ed emancipazione culturale, ma contribuirebbe a spostare le priorità nei valori e le modalità di narrazione e magari anche gestione dei conflitti. Le donne non hanno bisogno di esibire ed esercitare la virilità: non è nella loro natura. Non intendo essere agiografico (ci sono state donne di potere feroci o spietate, perchè hanno mutuato un attitudine maschilista), nè costruire un santino: sono disperatamente interessato a intravedere un futuro per la specie umana. Guardate due donne che litigano. La loro ferocia verbale è superiore a quella maschile, più raffinata e greve al tempo stesso. Si potranno odiare per sempre, difficilmente arriveranno ad ammazzarsi.

Quando qualcuno mi dice che ho una spiccata parte femminile lo considero un bel complimento. Gli uomini ucraini in età dai 18 ai 60 anni, come sappiamo, hanno il divieto di uscire dal loro paese da quando è partita la guerra di aggressione russa. Questo divieto oblitera d’imperio la loro parte femminile, statuendo per legge la declinazione della loro individualità in termini esclusivamente virili: lotta, combattimento, aggressività. Le donne e i bambini possono andarsene, loro no. Loro devono rimanere a difendere con le armi…che cosa? La Patria, la Nazione. Non venitemi a raccontare che separarli dai figli e dalle compagne e lasciarli lì a combattere e a morire (non su delle alture, non lontano e sopra i bombardamenti ma sotto le bombe) serve a difendere la loro famiglia. Se volessero proteggere i loro affetti dovrebbero avere la possibilità  – almeno la possibilità – di andarsene via insieme alle loro famiglie. Se lo ritengono necessario, dovrebbero avere la chance di ricostruire un futuro altrove insieme ai loro cari. Invece, anche solo parlare di questa opzione (trovare una “seconda patria”) ti fa incasellare dentro una scatola con l’etichetta di smidollato, di vigliacco. Sono loro che ci chiedono di avere le armi, sento dire. Ma loro chi? Chi è costui che ha parlato con ogni singolo maschio ucraino per essere così sicuro delle sue intenzioni? Se lui muore, la Patria un giorno forse gli sarà grata, ma sicuramente i suoi figli saranno orfani e sua moglie vedova.

Albert Einstein dopo la salita al potere di Hitler si trasferì negli Stati Uniti. Sarebbe stato meglio per l’umanità se avesse imbracciato le armi contro il Kaiser? Sigmund Freud dovette chiedere un visto per l’Inghilterra, mentre le sue opere venivano bruciate e quattro delle sue sorelle trovavano la morte in un campo di concentramento. Rudolf Nureyev chiese asilo politico alla Francia e in Unione Sovietica – dove, accusato di essere una spia, fu condannato in contumacia per alto tradimento –  tornò solo nel 1987, grazie ad un permesso concessogli da Gorbaciov. Avrebbe dovuto andare in galera, anzichè espatriare? Cosa sarebbe stato meglio, per lui e per tutti, che ballasse tutta la vita in carcere? Cassius Clay rifiutò di arruolarsi per il Vietnam, affermando che, a differenza di quanto accadutogli nella sua nazione, nessun vietcong lo aveva mai chiamato “sporco negro”.

Però i partigiani hanno fatto la Resistenza armata, si obietta. Certo, ma chi si trovava in guerra e come l’hanno fatta la Resistenza? Pietro Secchia (Brigate d’assalto Garibaldi) afferma che, su 1.673 nomi di dirigenti del movimento partigiano, circa il 90% erano militanti che erano già stati condannati al carcere, al confino o all’esilio dal regime fascista. Moltissimi erano disertori. Quanto all’approvvigionamento di armi e alle leggendarie piogge di rifornimenti aerei dagli Alleati, cito quanto scrive Carlo Levati (partigiano Tom) nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”:
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l’imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall’aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: “Lucio 101” che significava attesa; “Lucio 1O1 il pollo è cotto” voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso “pollo”, che non venne mai; tant’è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: “Se il pollo c’è … ormai è carbonizzato!”. Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l’assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d’Adda per recuperare armi.»

Questo accadeva, tra l’altro, in una situazione completamente diversa dall’attuale: le truppe di Hitler avevano già sfondato in mezza Europa. La guerra era già diventata mondiale, e gli italiani non solo avevano i nazisti in casa, ma facevano i conti da anni con un regime interno che si era alleato coi nazisti per mandare i giovani italiani coscritti a morire in nome del Duce. I fautori dell’invio di armi alla “resistenza” ucraina, facendo un parallelismo con l’aiuto alleato ai partigiani, raccontano una favola ad un tempo mitologica e superficiale: mitologica perchè, come l’episodio sopra narrato mostra, gli alleati lanciarono armi soprattutto a partire dalla tarda primavera del 1945, alla vigilia della Liberazione; superficiale, perchè l’Europa e l’Italia non sono alleati bellici dell’Ucraina contro la Russia. Chiunque sostenga il contrario (compreso il nostro Governo) dovrebbe spiegare su quali basi giuridiche l’Italia offrirebbe assistenza armata all’Ucraina, che non è un paese aderente alla Nato e non fa parte dell’Unione Europea. 

Per quanto mi riguarda, sono e sarò un renitente e un disertore. Preferisco andare in carcere che ammazzare persone che non conosco e che non mi hanno dichiarato guerra, per soddisfare la brama di potere di qualcuno. Potessi avere una remota possibilità, imbracciando un fucile, di far fuori il tiranno: invece ho la certezza che dovrei ammazzare l’ innocente per salvare la mia vita, contemporaneamente perdendola per sempre. La guerra la dichiara qualcuno che sta in cima alla piramide, ma a morirne sono quelli che si trovano alla base della piramide. In nome di cosa? Il mio nemico è Putin, ma il mio fucile al massimo potrebbe uccidere un potenziale Bulgakov, un futuro Kandinskij, un Cechov, un Dostojevskij.

Tutta questa gente che si è messa in modalità “partigiana”, esaltando e propugnando la magnifica resistenza dei camerieri e ragionieri ucraini che diventano guerriglieri e “dobbiamo mandare loro le armi”: intanto se ne sta a casa, e sfoggia il proprio patriottismo in un talk show (in Italia, una delle peggiori degenerazioni dell’informazione). Avrei un briciolo di rispetto per questa posizione se chi la sostiene si muovesse per andare a combattere in prima persona a fianco degli ucraini, perchè almeno rischierebbe in proprio. Invece non ho nessun rispetto per i colonnelli da tastiera, nè per le margherite che si scoprono tupamaros, ma non si schiodano dalla poltrona. La battaglia per la “patria” la combatta chi la vuole combattere, ma almeno lo faccia assumendo il rischio sulla propria pelle. Altrimenti sono esercizi di oscenità verbale. Come l’osceno Ed-War-d Luttwak, che racconta che l’Europa è cresciuta a guerre, che lui se ne è fatte tre (mai una in trincea o sotto le bombe) e che è “un’esperienza bellissima”.

Io mi sento a mio agio nella “matria“, insieme alle donne e madri russe, alle donne e madri ucraine, che vedo già nel mio condominio, con bambini ma senza uomini. Sono loro che possono cambiare il paradigma della storia umana, perchè hanno dentro il seme della vita e non l’anelito alla morte. La mia estrema speranza che questa non diventi una guerra all’ultimo europeo, o all’ultimo essere umano, ha l’aspetto di una matrioska.

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mani

Manitas : la sapienza del Sapere delle Mani contro il Pensiero Unico

 

Quando esce un libro è sempre una gioia. È un piccolo tesoro di parole e di idee che volano nell’aria se, come nel caso del libro di cui voglio parlarvi, risuonano nei cuori e aprono le menti.
È il caso del romanzo Manitas dell’amico Gianni Vacchelli che è uscito il 3 febbraio e al quale voglio dedicare qualche pensiero.

Manitas  porta con se un contenuto unico e speciale. È la storia di una bambina, Angelica, che sviluppa pensiero grazie all’intelligenza delle sue mani, un’intelligenza che oggi noi abbiamo delegato alla tecnologia. Le nostre mani si sono fuse con la  tecnologia fino a non conoscere più dove finisce il corpo e inizia l’artificio.
Ci hanno convinto che siamo corpi imperfetti e necessitiamo di protesi artificiali per potere vivere.
Ma questa bambina, non del tutto ancora assoggettata a questa cultura, intuisce, capisce ed elabora pensiero seguendo le sue di mani e quelle della nonna. Sarà proprio l’eredità che riceve dalla nonna che la spingerà a non disperdere la conoscenza delle mani. È un’eredità che risuona in tutti noi, perché è passata per millenni attraverso le generazioni, e ci ha sempre indicato che oltre all’intelligenza logica, astratta della mente c’è un’intelligenza del cuore che passa attraverso gli arti e gli organi del nostro corpo.

Un corpo intelligente, capace di produrre reazioni biochimiche, reazioni complesse che vanno a integrarsi a quell’intelligenza razionale, così esaltata dal nostro mondo occidentale, fino ad acquisire un potere capace di cancellare tutti gli altri.
Ebbene, questo libro acquista un ‘importanza rilevante proprio in questo momento storico perché siamo difronte a uno scontro epocale. Da un lato uno sguardo sul mondo che parla solo dell’imperfezione dei nostri corpi, della necessità di incrementarne artificiosamente l’efficienza dei corpi, come fossero macchine. Dall’altro chi sa che l’essere vivente è molto più di una macchina, che il nostro essere è molto complesso e che la tecnologia non arriva neanche a copiare un decimo della competenza  e della complessità di cui è capace ogni corpo vivente.
Dove per corpo si intende corpo fisico e spirituale come due entità non separate e separabili.

Tutta questa altissima riflessione si snoda con semplicità attraverso le vicende, le fatiche, le scoperte, anche scomode e dolorose, che Angelica si trova a vivere. Angelica, nella contemporanea Milano, vive e cresce attraverso una esperienza mistica.  Le radici terrene,  radici profonde conficcate nella terra, nella terra madre sono il terreno sul quale cresce l’albero della conoscenza dando forma a panorami sempre diversi grazie all’unicità di ogni essere umano.

Vale la pena leggerlo questo romanzo.
Non è un caso se è uscito in questi tempi estremi, tempi in cui sembra primeggiare l’ideale delle identità fluide, digitali, dove l’incarnazione sembra un ostacolo alla realizzazione dei propri sogni. Mentre l’incarnazione, se non è pensata e vissuta come pura materia, ma come un mondo più complesso di energia sottile, può aprire a un futuro nuovo e di salvezza.

Ho amato moltissimo la sapienza del sapere delle mani, punto di partenza del viaggio di Angelica.
Noi donne l’abbiamo ancora molto radicata, mentre a mio avviso, gli uomini, a parte quei pochi che ancora curano la terra, sembra l’abbiano persa. Anzi forse sarebbe giusto dire che gli uomini tendono a volersene liberare proprio per diventare immortali, perché il sapere delle mani e del ventre di Angelica è un sapere che si misura costantemente con la finitezza (che a me viene di chiamare finitudine, come a dire che c’è una fine che poi apre a un altro cominciare) e con la misura del tempo.

Il fare è sempre legato al tempo, l’essere invece no. La tesi del libro è davvero interessante, che condivido. Siamo a un bivio ed è un bivio antropologico. Con un salto quasi quantico, alla fine del libro il bivio antropologico si palesa, e saranno le parole di Angelica a renderlo evidente.
Io spero sceglieremo di vivere nel mondo di Angelica, dicendo un secco no a un mondo in cui il fine è  cancellare il sapere dei corpi, sapere ancestrale che ci mette in dialogo con l’universo e con il tutto.

Lo  stile del romanzo è molto poetico e ha una forza teatrale. Le parole sono tutte molto dense, a tratti forse troppo, nel senso proprio mistico del termine, il che lo rende un piccolo gioiello.
Certo, la domanda di quanti saranno pronti a vivere questa esperienza forte, resta, perché già i lettori sono pochi e ancor meno quelli che sono disposti a farsi avvolgere da un mondo misterico. E’ comunque una bella scommessa, vale la pena portarla in giro per aprire crepe nel pensiero unico granitico che oggi, senza che ce ne accorgiamo, governa il mondo degli umani dove sembra che “dio sia morto”.

PER CERTI VERSI
Alba rosa

ALBA ROSA

Arcipelago delle rose
Petali
Petali
La più bella sciarpa
Di tutte le donne
La più bella bocca
Dove nascono
Le vostre parole
Il vostro tono
Che piace ai gatti
Siete della stessa
Misteriosa specie
L’arcipelago delle rose
Divampa la mattina
Fiorita
Noi guardiamo
Crescere

Un palpito
La vita
La vita

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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Vito Mancuso

Il peso dell’uguaglianza

 

È il 1869 quando a Kaunas, in Lituania, viene alla luce una bambina di nome Emma Goldman.
Le ostilità alle quali è soggetta la famiglia ebraica dei Goldman vanno solamente ad incrementare il clima teso innescato dal carattere autoritario del padre tra le mura domestiche.
A soli 15 anni decide di partire per gli Stati Uniti: voleva vedere il mondo, trovare sé stessa, diventare una donna.
Peripezie varie la portano a diventare, già negli anni ’30 del 1900, il simbolo della fierezza anarchica e della lotta femminista.
Tra battaglie e arresti -i più eclatanti dei quali furono causati dall’audacia delle sue campagne sul controllo delle nascite e il libero amore- lottò fino alla fine dei suoi giorni per garantire pari diritti ai più discriminati. 

Ellissi temporale al 27 Ottobre 2021: “Che gioia sapere che l’Italia ha saputo ritrovare le sue radici e i suoi valori. Che gioia sapere che possiamo garantire un futuro migliore ai nostri bambini senza indottrinamenti o ideologie.”. [Vedi qui] In questo modo il Senatore Simone Pillon si rallegra per l’affossamento del DDL Zan sul suo  profilo Instagram.

Le urla e i festeggiamenti fanno da sottofondo al decadimento del progresso mentre l’Aula vede l’elevazione del degradamento patriarcale.

Prima di qualsiasi tipo di commento, ci terrei a mettere un po’ di chiarezza sulla natura di questo disegno di legge che tanto sentiamo nominare in questi ultimi giorni e che tanti continuano a male interpretare.
 Il DDL Zan, o per utilizzare il suo nome tecnico “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” è un disegno di legge che prevede di prevenire e contrastare qualsiasi tipo di discriminazione basata su sesso, genere, orientamento sessuale, disabilità o identità di genere incrementandone le pene.
Nei 10 articoli che compongono questo disegno di legge è prevista l’estensione dei reati d’odio per discriminazione razziale, etnica o religiosa a chi discrimina omosessuali, donne, disabili. Sostanzialmente, prevede di tutelare tutti coloro che, non per ideologie, ma per natura, possono essere soggetti a discriminazioni e crimini d’odio.

A parer mio più che di un disegno di legge si tratta di semplice decenza umana.
Nel mondo utopistico nel quale nonostante tutto credo ancora, discriminazioni di questo tipo dovrebbero essere solamente un lontano ricordo. Un paese civile non avrebbe bisogno del DDL Zan.

E qui casca l’asino: tra gli schiamazzi di chi dichiara che una legge contro l’omotransfobia è inutile e indottrinato da ideologie, possiamo distinguere chi afferma che un’applicazione del DDL non avrebbe senso perché siamo tutti tutelati allo stesso modo – per non parlare di chi è convinto che verrebbe addirittura messo in una posizione di svantaggio.
“Fine del delirio Gender” possiamo leggere su Libero. Alessandro Zan, circondato da un alone rosa molto simile a quello di uno spot contro l’AIDS degli anni Ottanta, condiviso sui canali social dall’europarlamentare leghista Silvia Sardone.

Miei cari italiani bianchi, eterosessuali e di mezz’età, ci terrei dirvi che, se non avessimo bisogno del DDL Zan, molti ragazzi e ragazze non verrebbero sbattuti fuori di casa per aver avuto il coraggio di confessare il proprio amore.
Che lavoratori con difficoltà motorie verrebbero assunti senza problemi per incarichi nei quali non è richiesto alcun tipo di sforzo fisico.
Che ai colloqui di lavoro non dovrebbero permettersi di chiedermi se ho intenzione di avere figli.
Che solo perché nella vostra coltre di oscurantismo non riuscite a vedere che qualcosa che non vi riguarda non cessa di esistere non deve rimetterci chi soffre.
Che se per indottrinamenti ed ideologie intendete la libertà di espressione qualcosa nella vostra formazione personale è andato storto.
Che la religione che tanto professate è basata sull’amore e non sull’odio.

“L’elemento più violento nella nostra società è l’ignoranza”, scriveva Emma Goldman novant’anni prima dall’eccidio di chi vuole ammutolire chi non vuole tacere. Oggi l’Italia l’ha delusa.

parents for future

Diario di un parent for future (aka PFF).
24 settembre: in piazza per lo Sciopero Climatico Globale

 

In realtà i governanti europei sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata. Ma il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. E’ piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni.”.
(Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013)

Il 24 settembre si scende in piazza per lo sciopero climatico globale e ci sono ancora tantissime cose da fare!

Per fortuna i cartelloni sono pronti: ieri con alcuni compagni di classe di mia figlia siamo andati al parco a prepararli. Si sono molto divertiti e credo ne resterà un bel ricordo. Abbiamo parlato di come vorrebbero il loro futuro e i bimbi in gran parte chiedono meno auto: a 7 anni capiscono perfettamente che la mobilità a base di combustibili fossili costituisce uno dei problemi principali del riscaldamento globale.

Abbiamo cercato di coinvolgere le altre famiglie della classe e la scuola, ma molti genitori faticano a prendere ferie. Certo, se i sindacati avessero proclamato lo sciopero sarebbe stato tutto più facile, ma non credo che la gravità della situazione sia ancora correttamente compresa.

Dopo tutto ognuno vive nella propria bolla: la mia, da ormai anni, è quella legata alla conservazione degli ecosistemi; altri vivono la bolla del lavoro prima di tutto; sarebbe importante farle scoppiare tutte e iniziare a parlarci senza pregiudizio.

Comunque non ci diamo per vinti! Giorni fa, nel tentativo di creare la massima adesione allo sciopero di Ferrara, abbiamo pensato di contattare singole persone del sindacato, all’ultimo minuto e in modo sconclusionato, ma speriamo di vederli in piazza.

Serve poi che molto presto, al di là dei cortei, riusciamo a dialogare con le OO.SS. Sennò capiterà in continuazione di trovarli su posizioni opposte nelle singole vertenze: è stato così con il CCS a Ravenna. [Vedi qui]

L’iniziativa più bella comunque la stiamo organizzando come PFF Italia insieme ai Fridays for future (FFF) Italia: una staffetta ciclistica “Running for future [Qui] che parte da Roma il 24 settembre e termina a Milano il 2 ottobre – si tiene a Milano l’ultimo summit pre-COP26 [Vedi qui] – lungo la via Francigena, per ricordarci che abbiamo un paese meraviglioso, poco tempo per agire, e molti punti da connettere.

Ogni tappa (in diretta FB) focalizzerà un punto nodale della transizione ecologica necessaria, ovvero le emissioni di CO2: l’agricoltura, la salute, l’equità sociale, la biodiversità, la cementificazione, il patrimonio forestale, l’acqua.
Il 2 ottobre la staffetta confluirà nella manifestazione di Milano per mandare un messaggio inequivocabile ai negoziatori di tutti i Paesi che non si può più tergiversare rispetto agli obiettivi minimi dell’Accordo di Parigi.

Di nuovo, i ragazzi di FFF hanno una marcia in più, stanno raccontando da mesi ormai cosa gira intorno al vertice per l’ambiente in modo rigoroso e divertente [clicca Qui] .

Belli i PFF, li vedo lavorare nella mia città, a livello nazionale e anche nel globale. In quest’ultimo, do solo un minimo contributo nel gruppo traduzione, quando servono documenti da diffondere su scala mondiale: sta per uscire un video di genitori (adulti in realtà, perché essere PFF non significa avere figli) di tutte le nazionalità per ringraziare i ragazzi di FFF di essere una scintilla fondamentale nel movimento contro i cambiamenti climatici.

Cose analoghe abbiamo fatto anche a livello nazionale, dove va gran parte del mio impegno come facilitatrice, e sono convinta che solo un movimento fatto in gran parte di donne (mamme e non) potrebbe pensare a modi tanto accorati e delicati di mobilitarsi. Certo, un movimento femminile è un po’ caotico, però quei pochi ‘elementi maschili’ che ci abitano, portano la loro corteccia cerebrale per incanalare tutta l’energia creativa verso singoli obiettivi.
Mi vengono in mente esempi specifici, non faccio nomi, come il progetto Climate clock [Qui] (testimone della staffetta che parte venerdì da Roma) e i progetti mobilità a Ferrara [Qui] guidati da volenterosi papà.

Sono tantissimi i gruppi di lavoro qui e a tutti i livelli del movimento, serve pazienza per accompagnare il cambiamento verso una società di fatta di giustizia sociale, economica, climatica. Serve cambiare punto di vista (uscire dalle bolle!), non più solo compatibilità economica ma impronta di carbonio. Serve cambiare modo di prendere le decisioni. In PFF ci proviamo con la Sociocrazia 3.0 [leggi Qui] che davvero è uno strumento potente, perché fa venire a galla gli obiettivi e fiorisce nelle differenze di pensiero.

Il problema è il tempo: se anche l’IPCC ha anticipato il suo ultimo rapporto [Qui] date le novità non incoraggianti, le evidenze scientifiche rendono sempre più evidente che entro il 2030 il grosso della decarbonizzazione deve essere compiuta, pena il caos climatico.

Mentre scrivo sto guardando un film dello Studio Ghibli intitolato Nausicaä, è un’opera a tema ecologista come tanti lavori di Hayao Miyazaki. “Mamma, venerdì alla manifestazione diamo il messaggio di Nausicaä! Dobbiamo lasciare stare la Terra perché tutto vada a posto. La Terra sta bene e noi stiamo bene. Lasciamo spazio ai boschi, senza costruire troppo.”. Mi sembra una buona idea.

Sciopero Globale per il Clima 2021Venerdì ho preso ferie e sarà una bella giornata:
a Ferrara ci troveremo alla Porta degli Angeli alle ore 9,00.
Marcia fino a piazza Municipale e poi interventi,

Non si può mancare! …
non abbiamo un pianeta B
.

(spoiler) vado a fare una foto da mandare ai FFF, la solita genialata dell’ultimo minuto per convincere i lavoratori a partecipare, cercatela sui social!

 

papa vaticano

LE ULTIME, TREMENDE PAROLE DI FRANCESCO.
Se anche il Papa dimentica il sacramento dell’Amore

 

Il Papa è tornato a parlare e lo ha fatto in una conferenza stampa nel viaggio di ritorno dalla Slovacchia. Ha toccato questioni delicate e complesse, con parole che mi sono giunte come pugni nello stomaco. Sentire dire che “l’aborto è un omicidio con l’aiuto di un sicario” a me, che sono madre di 4 figli, è sembrato un obbrobrio.

Per me la vita è sacra ma è altrettanto sacro il diritto all’autodeterminazione. Nel libro di Teresa ForcadesSiamo tutti diversi (edizioni Castelvecchi) che ho curato con Cristina Guarnieri, lei spiega che nel magistero la chiesa considera  il diritto alla vita un diritto fondamentale ma considera tale anche il diritto all’autodeterminazione.

Ora. nella questione complessa dell’aborto i due diritti confliggono: la domanda che sorge allora è:” chi può risolvere tale conflitto? “Per il magistero della chiesa  il diritto alla vita ha sempre la precedenza.
Per me la risposta è semplice, nessuno al di fuori del corpo/ spirito che porta in serbo quella vita, può risolvere tale conflitto.

Perché dico questo? Perché la vita umana non può essere usata in modo strumentale. La legge non sta sopra di noi ma sta davanti a noi e c’è uno spazio di libertà (anche se oggi parlare di libertà mi sembra quasi ridicolo) che si chiama coscienza/autodeterminazione, nel quale nessuno può entrare se non con il permesso.
Non riconoscere alle donne questo spazio è privarle della loro umanità.

Da millenni l’uomo maschio controlla i corpi delle donne in modo ossessivo, il controllo riproduttivo è poi il caposaldo su cui si radica il patriarcato. I figli sono del padre, a loro si dà il cognome del padre, il padre è l’autorità.
Forse oggi I padri sono meno ‘padri’ nell’immaginario collettivo, il loro ruolo si è modificato dagli anni 60′ in poi, ma il dio Padre, lo Stato Padre, il Santo Padre, i padri della scienza, continuano a dettare leggi prive di anima, negando un patto sociale che è alla base delle comunità.

Le donne di questa comunità sono parte, come tutti del resto, ma se a loro continua a venire negato il diritto all’autodeterminazione è forse possibile parlare di  comunità?
La mia amica Monaca (che non è a favore dell’aborto ma di una sua depenalizzazione, posizione che condivido) aveva risolto il caso con il magistero, ponendogli una domanda: come mai la chiesa nel caso di un padre il cui figlio abbia bisogno di un trapianto di un rene, se lo ha compatibile, non viene obbligato in alcun modo a donarlo?
Inoltrò la sua domanda al Vaticano, aggiungendo anche che la donazione di un rene ha un grado di mortalità e di complicanze ben minore di una gravidanza e di un parto. La sua domanda rimase senza risposta.

Con la stessa logica del controllo dei corpi delle donne sono, poi, le parole che Papa Francesco riserva al secco no al matrimonio di gay e lesbiche, ma a un compassionevole si ( sic) alle unioni civili. Il matrimonio è un sacramento che riguarda solo una donna e un uomo, a suo dire, perché nella teologia della complementarità il matrimonio è strettamente legato alla riproduzione. Ma non è forse vero che la chiesa non ha mai negato il matrimonio a una donna attempata che certo ha perso la sua prerogativa di riprodursi? O lo negherebbe a una donna priva di utero? O a un uomo infertile?

La teologia della complementarità, o la visione laica binaria, negano alla base l’unicità di ogni singolo essere umano, senza distinzione di sesso, perché l’ uno diventa la metà dell’altro.
Ma nella struttura sociale, e nell’immaginario che regge questa prospettiva, le donne si trovano sul gradino più in basso.

La cosa curiosa è che il sacramento del matrimonio è la manifestazione dell’amore di Dio e, l’amore di Dio lo troviamo nella trinità, e questo amore non ha nulla a che vedere con la complementarità.
Dunque, in questo caso, lo stesso Papa sembra non riuscire ad entrare in quella prospettiva trinitaria che è alla base della nostra fede cristiana.

Sempre la mia amica Teresa Forcades a questo proposito scrive: “Ecco perché sono a favore del matrimonio omosessuale. Non ritengo sufficiente che la Chiesa diventi tollerante nei confronti  degli omossessuali, né che semplicemente smetta di discriminarli o colpevolizzarli, sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone, sia etero sia omosessuali, a patto che  fra loro vi sia un amore autentico […] il problema del matrimonio  non è se sia  etero o omosessuale, ma la qualità dell’amore che lo anima.”.

Nel 2015, in un articolo pubblicato sul blog 27ora dal titolo Il femminismo ci libererà dalla violenza sui deboli [Vedi qui], affrontavo la questione della assunzione di responsabilità alla pari delle donne nello spazio pubblico e  quanto questo mettesse in crisi gli immaginari di riferimento e le fondamenta della società patriarcale.

Scrivevo: “La venerazione per la Ragione pura che, dall’Illuminismo in poi è stato il motore del progresso in campo scientifico ma anche in quello politico sociale e culturale fino alla creazione degli Stati di diritto ai quali si deve l’abbattimento graduale di diseguaglianze e discriminazioni allora impensabili, oggi sembra in crisi e non risponde più alle esigenze di una democrazia sempre più avanzata. La ragion pura ha gradualmente spogliato l’immagine paterna, a cui l’idea di Stato è legata, della forza empatica e umana di cui era anche portatrice, trasformando la sua autorevolezza in autoritarismo, ha svuotato la parola del suo autentico senso incarnato riducendola a codice astratto privo della conoscenza esperienziale che passa per un corpo sessuato.”.

Mai come oggi queste parole mi sembrano vere!
Sembra che lo stesso Santo Padre abbia perso il senso della parola incarnata.

Una volta libere

 

Il concetto di libertà, qualsiasi elemento includa, si basa sulle restrizioni che è in grado di scavalcare. 

La libertà che possiamo vantarci di avere in Italia non sarà mai assoluta ed idilliaca ma ci permette comunque di regolare le nostre vite nell’agio più consono alla comunità.

Nonostante le varie restrizioni sociali e la consapevolezza che per vivere in una comunità efficiente non si potrà mai aspirare all’anarchia più assoluta, a volte le nostre possibilità vengono messe in evidenza da avvenimenti a discapito di altri.

Ora, immaginate di essere una giovane donna, vent’anni e non di più, e di essere cresciuta nella consapevolezza che con il duro lavoro saresti potuta arrivare ovunque; che il trucco lo puoi mettere se ti fa sentire ancora più in linea con te stessa; che non hai paura di non sposarti, perché ti basti da sola. 

Ed ora immaginatevi un muro, uno sfondo così nero da non poterne vedere né l’inizio né la fine. Nulla esiste più. 

In quanto donna, devi sparire, confonderti con questo sfondo e ascoltare passivamente quello che ti è stato comandato di fare. Devi sperare di scappare dalla tua casa e di riuscire a vivere senza il trauma di essere stata un bottino di guerra.

L’Afghanistan del 2021 è questo: macerie di speranza e lacrime di imprigionati. 

Il viso interamente coperto da un velo e la compagnia obbligatoria di un uomo ad ogni uscita;. Immagini di donne lavoratrici strappate dai muri. 

Nonostante questo, le donne di Kabul e di Herat scendono nelle strade controllate dai talebani, con il viso scoperto ed agitando cartelli, chiedendo pari diritti agli uomini e la possibilità di partecipare alla vita politica del paese.

 Riunite sotto il nome di “Women’s Political Participation Network”, sfidano il governo con la costante consapevolezza di poter perdere la vita.

 “Dopo la formazione del governo talebano, tutte le donne devono tornare a lavorare. Non permetteremo a nessuno di minare i risultati ottenuti negli ultimi venti anni”, Shabana Tawana, manifestante

La possibilità della morte si dissolve davanti all’aspettativa di retrocedere alla condizione di vent’anni fa. 

Personalmente penso che una volta vissuta la possibilità di vivere a pieno non si possa più tornare indietro, e credo con tutta me stessa che indipendentemente dal risultato che queste donne avranno, un segno permanente verrà lasciato.

Perché alla fine cos’è la libertà se non la lotta stessa per ottenerla?

Kabul:  Le donne afgane manifestano: [guarda il video]

Leggi e firma la Lettera Aperta per chiudere l’orrore del carcere di Guantanamo [clicca Qui]

mosaico colori

Una poesia per le donne del Vietnam
e una poesia per le donne di Kabul

 

Sono passati molti anni da quando la grande Wislawa Szymborska (premio Nobel per la letteratura nel 1996) scrisse una breve poesia dedicata alle donne vietnamite. Secondo la cara amica che mi ha girato la poesia, si potrebbero lasciare intatti i versi e sostituire solamente il titolo della poesia: KABUL al posto di VIETNAM. 
Ho fatto una prova: in nero la poesia originale, e appena sotto, in rosso, la nuova poesia. Provate a leggerle tutte e due, una di seguito all’altra. Io ho dato ragione alla mia amica: funzionano entrambe. Le donne del Vietnam e le donne di Kabul sembrano gemelle, uguali come due gocce di sangue.
Effe Emme

VIETNAM

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perchè ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perchè mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Si

di Wislawa Szymborska

KABUL

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perchè ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perchè mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Si

(adattamento da una poesia di Wislawa Szymborska) 

donna genere femminile femministef

Cattive TERF e buone femministe

 

Nell’articolo di Elena Tebano sul Corriere della sera dal titolo “Chi sono le «Terf», le femministe «critiche del genere» che si oppongono al ddl Zan [Vedi qui] l’acronimo Terf (un termine che sono certa la maggior parte delle donne non conosce) è un’offesa pesante a tutte noi.
Sono una donna e sono una femminista tardiva (radicale lo scopro ora), e questo termine  ho cominciato a sentirlo solo da quando mi sono convinta che il testo del ddl Zan, così come è scritto, cancella le donne e il loro sesso.

Basta dirsi critiche verso quel testo per venire bollate come Terf, ​ e direi che l’articolo di Elena Tebano ne è la dimostrazione. Ma cosa vuole dire? Vuole dire, ce​ lo spiega la giornalista, che siamo “femministe radicali trans escludenti”.  Ma tutte sappiamo bene che Sesso e Genere non sono la stessa cosa. Sappiamo bene che essere incarnate in corpi femminili ha segnato e segna  la nostra esperienza nel mondo e nella storia. Avere le mestruazioni una volta al mese, banalmente, è molto reale e impatta sulla nostra vita anche economicamente. Ed è​ chiarissimo a tutte noi che è sul sesso delle donne che si è costruita l’oppressione millenaria sui corpi delle donne. ​
Ancora oggi 140 milioni di bambine subiscono la​ cliterectomia​ e questo a causa del loro ​sesso biologico.​

Ora, secondo la giornalista e chi usa il termine Terf, volersi dire  donne perché nasciamo con sesso femminile, vorrebbe dire che siamo contro i trans o contro i gay o le lesbiche.
Ma come si può pensare di fare un’associazione di questo tipo? ​ Vorrei informare tutti e tutte che l’acronimo Terf in Inghilterra ormai è considerato un termine dispregiativo bandito persino dalla policy twitter: questo un tweet di Bea Jaspert (@ hogotherforsaken del 5 agosto 2019  “ Twitter’s Uk govt head of Pubplicy Katy minshal agreed at Humanrightctte tha terf, like Bitch and cunt is gendered term and that tweet usin the term, like those cited below, violate twitter’ policies and should be removed.”​

Avrei da entrare poi nel merito di molte questioni affrontate da Elena Tebano, a  partire  dal suo ridurre la biologia e il sesso biologico a un fatto di poco conto,  salvo poi appoggiare quella pratica aberrante che è la maternità surrogata tutta fondata sulla biologia, che fa dei  proprietari dei gameti i veri genitori, a scapito della donna che lo fa crescere nel suo grembo e lo partorisce grazie al suo sesso.
Mi vengono in mente le parole della leader del movimento delle donne mapuchevoi intendete la natura come una forza produttiva (sottinteso – da cui estrarre ogni ricchezza) noi come qualcosa di identitario e spirituale..” più chiaro di così!

Curiosamente i promotori del testo Zan  sono gli stessi che dicono che la maternità surrogata è un atto di amore, che la maternità non è biologia ma cultura, che i nostri corpi sono macchine ai quali cambiare i pezzi per riconoscergli la possibilità di essere quello che “ci sentiamo di essere a prescindere dal dato biologico” includendo nello slogan tutta la bellezza e l’amore di una società che ti accoglie per quello che sei quando invece è una torsione falsissima che prevede un amore della società cosi grande e disinteressato (ironico) da aprirsi in modo sfacciato e senza alcun pensiero critico al mercato delle transizioni e dell’uso di bloccanti della pubertà in età prepuberale, al mercato dei corpi e dei pezzi di corpi, (banche di spermatozoi e ovuli, embrioni etc ) alla medicalizzazione esasperata della società, oggi unico mercato in fortissima crescita.

È bene dunque sapere che chi usa messaggi retorici di amore e inclusione in questo modo, fa riferimento a un’idea di amore e di inclusione basata su questi paradigmi. Oggi la narrazione transumanista, che sono certa la maggior parte  della gente non sa cosa sia, è strisciante e ovunque. Sono quelli  convinti che la chimica infallibile degli algoritmi e dei robot possono tranquillamente sostituire la biologia (limitata e limitante) dei nostri corpi, quelli che perseguono l’immortalità e i corpi perfetti fino a volerci convincere che un corpo di silicone è come l’essere umano. Quelli delle digitalizzazione estrema  che fanno si che un robot oggi risponda al telefono chiedendoti di parlare perché sta imparando a parlare la nostra lingua (provate a telefonare al numero Eni ti risponderà Lucilla!).
Per me invece biografia e biologia sono fortemente interconnesse,  e i nostri corpi sono così intelligenti perché sanno integrare continuamente le informazioni biologiche con quelle biografiche legate al pensiero, ai sentimenti, alle emozioni, all’ambiente che ci circonda e sono giunti ai giorni nostri proprio grazie a questa intrinseca intelligenza emotiva biologica razionale.

Viviamo tempi estremi ma è oggi che siamo chiamati a decidere quale è la visione profonda che anima la nostra idea di mondo e di vivente. Domani sarà troppo tardi.
Io la mia scelta l’ho fatta, sono contro la visione transumanista, perché questa è al servizio del mercato dei corpi e di una falsa idea di libertà e di amore, perché tradisce nel profondo il senso antropoligico di essere umano.
Vi invito ad approfondire e a dire la vostra. Va fatto ora, senza accettare come buoni, falsi e semplificatori slogan, per lo più urlati dalla sinistra, perché in gioco c’è la civiltà futura e il mondo in cui vivranno i nostri figli.

Non tornerò

di Marcella Mascellani

Apprendo, su di un social, della denuncia di un marito relativa alla scomparsa della moglie che poi, in realtà, aveva deciso di lasciare lui e i figli fuggendo con l’amante. Non entro nel merito perché non ne ho alcun diritto. La notizia, tuttavia, mi porta a riflettere sul fatto che, forse, era troppo difficile dire che se ne sarebbe andata e che così soddisfatta della propria vita non fosse.
Avrebbe fatto così scalpore la fuga di un uomo? Non credo. Almeno una volta all’anno sento di uomini che se ne vanno di casa per un’altra donna noncuranti di lasciare figli e magari anche la propria madre in casa con la moglie. Si sentono più sicuri e tranquilli.
Sicuramente le critiche più feroci verranno dalle donne stesse, dalle protettrici del focolare domestico. Alcuni uomini, seduti sul divano e con lo sguardo sornione, penseranno che in fondo veder ogni giorno la propria moglie dar posto alla sciatteria (vi ricordate la canzone del di Charles Aznavour “Ti lascia andare”) fin dei conti non è poi un prezzo così alto rispetto a correre il rischio che se ne vada con un altro e lo faccia in maniera teatrale finendo su tutti i giornali. Non so se avete mai notato come sono orgogliosi gli uomini quando descrivono la propria moglie, o compagna, che si scapicolla dalla mattina alla sera? Innalzano il pensiero su di lei come una coppa lucida di metallo e cantano vittoria. L’importante è che non ceda e che abbia tutto sotto controllo.
Tutto questo mi fa pensare alla nostra condizione.
Anni fa, scusate l’imprecisione, sicuramente almeno dieci e forse più, mi capitò fra le mani un opuscolo curato dal Comune di Ferrara e dall’Azienda Usl sulla depressione femminile in prevalenza causata dal sovraccarico famigliare. Ricordo un ordinato libretto di una decina di pagine, con tanto di numeri di telefono ed indirizzi ai quali rivolgersi in caso di bisogno. Tale stampato ci descriveva benissimo nel nostro disperato tentativo, non sempre fruttifero, di far coincidere tempi di vita personale e lavorativa che insieme formano il grande puzzle della nostra giornata.
Tocca a noi donne provvedere, in prevalenza, alla cura dei figli, dei genitori e di tutti coloro che possono aver bisogno di aiuto durante l’arco della nostra vita. In fondo siamo noi che siamo state educate (e continuiamo ad educare le nostre figlie) a prenderci cura degli altri e a tenere le redini del mondo che ci circonda.
Allora cominciamo col dirci la verità; il sovraccarico famigliare per una donna che lavora, o non lavora, e magari ha anche figli o persone da accudire è una condizione inevitabile. Nel caso lavori fuori casa si aggiunge, spesso, una situazione economica che non sempre consente di ricorrere ad un aiuto domestico. Talvolta, per quanto riguarda i figli, deve fare i conti con un parco nonni ancora impegnato nell’attività lavorativa o di età troppo avanzata per accudire i nipoti, vista la scelta di diventare genitori sempre più ritardata.
La giornata di noi donne inizia la mattina molto presto (prima che sia spuntato il sole per i Teletubbies) e termina a sera inoltrata, con buona pace divina. Ci incontrate per strada in macchina, trafelate e spettinate (abbiamo ancora l’impronta del cuscino stampata sulla testa) alla conquista della scuola materna che dista a circa 15 km dalla nostra vita. Ci rivedrete subito dopo sfrecciare nel disperato tentativo di conquistarci un parcheggio che, velocemente, all’uscita dal lavoro ci consenta di cimentarci in quel paradossale e frenetico mondo che è la nostra quotidianità.
Poi si va avanti con la vita e ci sono i genitori o i suoceri da accudire. E allora via con i sensi di colpa, con gli incontri con l’assistente sociale, la risposta al quesito “badante o casa di riposo?” – Tra quanto entrerà in convenzione? Mamma, papà, come non vuoi stare qui? Come non vuoi quella persona in casa? Per ora ci sto io, dormo da loro, non importa se sul divano, non importa se mi sveglierò sette o otto volte in una notte. Non posso, non devo, con tutto quello che hanno fatto loro per me! –
Augurandomi con tutto il cuore che la fuga di ogni donna che violi la legge morale, che si elevi a paladina della libertà di scegliere e di sottrarsi al destino, sia dettata da un allontanamento dalla routine e non da altri motivi, la invito, però, prima di prendere qualsiasi decisione, a leggere Innamoramento e amore di Francesco Alberoni o ascoltare la canzone di Mina Non tornerò. Leggendo o ascoltando una delle due, troverà traccia del fatto che nel giro di pochi anni la vita con l’innamorato si trasformerà in una vita routinaria simile a quella che aveva con il marito.
E così che va il mondo delle donne. Le donne hanno un cuore grande, sanno trovare il lato bello della cura, sognano mentre si occupano di un bambino o di un anziano. Sanno prendere il sole su di una panchina regalando un sorriso a chi è vicino, che sia una carrozzina con un bambino o un anziano seduto. Sanno trovare, con la dovizia di un ricercatore, un fazzoletto che sia scomparso dalle mani del loro figlio o del loro padre, sanno quando è arrivato il momento di allungare la bottiglia di acqua invitando a non disidratarsi, che sia la loro figlia o la loro madre. E, dando libero pensiero all’antico quesito che chiude la loro giornata, s’interrogano “ma stasera cosa preparo per cena?”

LA CURVA DELLA FELICITÁ
una questione di fiducia?

 

La Pandemia ha limitato fortemente la libertà di tutti e ha generato un clima depressivo. L’impatto del virus sulle diverse generazioni è diverso. Il Covid-19 minaccia gli anziani più dei giovani: il rischio di morire per aver contratto il virus raddoppia ogni otto anni di vita.
Eppure in tutto il mondo, confrontando il periodo 2017-2019 con il 2020, la felicità degli ultrasessantenni risulta cresciuta.[1]

Nel Regno Unito, un paese che generalmente registra livelli alti di felicità, tutte le fasce d’età hanno fatto passi indietro. Come in altri paesi ricchi, prima della pandemia, la curva della felicità ha la classica forma ad U: le persone arrivano all’età adulta di buonumore, la situazione peggiora verso la mezza età, poi, passati i cinquant’anni, tornano ad essere più felici. Chi arriva ad un’età molto avanzata, però, ripiomba nella tristezza.
Oggi la felicità sembra crescere con l’aumentare dell’età. I giovani sono meno soddisfatti delle persone adulte, che lo sono meno di quelle anziane. L’ultimo anno non ha cambiato questo trend. Le videochiamate hanno permesso a molti anziani di mantenere e aumentare i contatti con i loro familiari. Le misure di confinamento hanno offerto agli anziani il piacere di sentire che la società faceva dei sacrifici per proteggerli.

Il Rapporto mondiale sulla felicità rileva che gli anziani si sentono più in salute che prima. Su scala globale, solo il 36 per cento dei maschi ultrasessantenni ha dichiarato di aver avuto problemi di salute nel 2020, rispetto a una media del 46 per cento nei tre anni precedenti. Tra le donne, la quota di persone con problemi di salute è scesa dal 51 al 42 per cento. Quale effetto può avere avuto il Covid? Si può ipotizzare che gli anziani si sentono più in salute perché hanno evitato una malattia che poteva essere letale.
I giovani, invece, hanno vissuto un anno difficile. Molti hanno perso il lavoro mentre crescono le difficoltà di trovarlo. Le donne giovani di paesi ricchi hanno trascorso un periodo molto difficile. Spesso i settori del terziario – in cui si concentrano – hanno dovuto chiudere. Le scuole chiuse le ha costrette ad occuparsi di più dei figli.  Anche i giovani hanno visto peggiorare la loro vita sociale.

I dati ci propongono però alcune stranezze interpretative. Se la felicità dei britannici è diminuita nel 2020, la Germania è salita dal quindicesimo al settimo posto nella classifica dei paesi più felici del mondo.
Un fatto sorprendente è che i paesi che si trovavano in testa alla classifica della felicità prima della pandemia ci sono rimasti. I primi tre nel 2020 sono stati Finlandia, Islanda e Danimarca, gli stessi del periodo 2017-2019. Tutti e tre hanno registrato una mortalità in eccesso inferiore alle 21 persone su centomila. L’Islanda ha addirittura un tasso negativo: ovviamente essere un’isola aiuta.

Una delle considerazioni più interessanti che emergono dal rapporto delle Nazioni Unite è che i legami tra pandemia e felicità funzionano in entrambi i sensi. Gli autori non arrivano a dire che la felicità aiuta le persone a resistere al covid-19, ma sostengono che c’è un fattore che rende più capace di affrontare le pandemie: la fiducia. Secondo i sondaggi di Gallup tra i paesi che hanno affrontato meglio il covid-19 ci sono i paesi nordici e la Nuova Zelanda, dov’è forte la fiducia nelle istituzioni e negli estranei.

Vari paesi hanno invece manifestato forti difficoltà nel contenere il Covid-19. Alcuni sono poveri, altri sono amministrati male, altri non hanno avuto esperienza di malattie come la Sars o non sono in grado di sorvegliare i loro confini. Una miscela d’individualismo e scarsa fiducia nelle istituzioni ha indotto talvolta a non insistere sulle quarantene e l’obbligo d’indossare la mascherina, almeno finché la situazione non è diventata disperata. Un altro fenomeno strano riguarda il calo della felicità dell’America Latina e l’aumento della felicità in Asia orientale. Come spiegarlo?
Un’ipotesi chiama in causa la distinzione tra una felicità alimentata dai rapporti sociali stretti piuttosto che da livelli alti di fiducia nella società. Come è noto i livelli di fiducia sono assai variegate nelle diverse società. Inoltre le culture locali hanno un peso. Ad esempio, nei paesi in cui i rapporti sociali sono molto stretti e le persone sono di norma molto socievoli, è difficile per la gente mantenere le distanze.

Il rompicapo sono gli Stati Uniti. Il paese ha affrontato male il Covid-19. Eppure il sondaggio Gallup rileva un leggero aumento del livello di felicità nel 2020. Una ricerca della University of Southern California mostra che lo stress mentale e l’ansia sono aumentati nel paese tra marzo e aprile del 2020, ma poi sono scesi. Due ondate successive d’infezioni e di morti sembrano non aver turbato troppo gli statunitensi. Molti Stati hanno imposto dei lockdown lacunosi, almeno per gli adulti. Questo potrebbe aver tenuto alto il morale generale. Diverse ricerche hanno rilevato che la prima ondata di restrizioni nella primavera del 2020 ha peggiorato molto l’umore delle donne.

[1] “The pandemic has changed the shape of global happiness” The Economist”, Regno Unito, 25 marzo 2021

Incontro intervista con Hazal Koyuncuer e le donne del villaggio curdo Jinwar

 

Avevamo già preso ii biglietti, deciso l’itinerario, valutato i punti critici alle varie frontiere. Dovevo partire anch’io per il Rojava e raggiungere il villaggio autogestito di Jinwar. Hazal Koyuncuer, la nostra guida, era moderatamente ottimista: “la guerra adesso sembra essere in pausa, riprenderà verso l’estate”. Poi è arrivata la pandemia e tutto quello che sapete. Ma del popolo curdo, della gloriosa lotta contro l’Isis (perché sono i Curdi, da soli, ad averlo sconfitto sul campo), della sua esperienza rivoluzionaria di una democrazia governata dal basso e di una radicale uguaglianza di genere, non possiamo dimenticarci. Il webinar partecipato organizzato da Macondo è un appuntamento da non perdere. E il viaggio? Beh, quello è soltanto rimandato. Deve passare la nottata.
(Francesco Monini)

Macondo incontra

Martedì 30 marzo 2021 – dalle ore 20:30 alle 22:00
Webinar – Incontro partecipato: per collegarsi all’evento in diretta su Zoom clicca [Qui]

«Jinwar, nella regione del Rojava (nord della Siria): un villaggio di donne curde che è punto di aggregazione sociale e politica di donne e bambini, per un cammino di libertà, uguaglianza e giustizia»
Introduzione:             Donatella Ianelli – avvocato penalista, Bologna
Relatrice:                   Hazal Koyuncuer – portavoce della comunità curda di Milano
Interventi:                  In collegamento dal Rojava testimonianze di donne curde
Moderatrice:              Monica Lazzaretto Miola – componente la segreteria nazionale di Macondo
Al termine:                interventi dei partecipanti

Hazal Koyuncer – portavoce della comunità curda di Milano

Dalla introduzione di Donatella Iannelli

Ho conosciuto Hazal Koyuncuer a Bologna, era arrivata per una manifestazione a sostegno del popolo curdo. Era il 2019, allora  ci si poteva ancora incontrare…Macondo* mi aveva chiesto di prendere contatti con lei in previsione della festa nazionale dell’associazione Macondo appunto, la festa dell’anno successivo, intorno a maggio 2020 si era detto. Avrebbe potuto partecipare e portarci l’esperienza curda del Rojava.

Hazal, insieme ad Ylmaz Orkan, sono i portavoci della comunità del Rojava in Italia. Nel primo incontro abbiamo fatto una chiacchierata di una mezz’ora.
Intanto avevo bisogno di collocare geograficamente il Rojava. Si tratta di  una regione del nord est della Siria, abitata da varie etnie – curdi, turcomanni, arabi, ebrei, armeni, caldei, ceceni, assiri ed altri – che, nel pieno dell’insurrezione siriana e immediatamente dopo, in lotta contro l’invasione delle truppe del Daeshl’ISIS–  sottoscrivono un patto di autogoverno denominato ‘Contratto Sociale del Rojava’:

La resistenza curda del Rojava e della Siria del Nord

“Con  l’intento  di  perseguire  libertà,  giustizia,  dignità  e  democrazia,  nel  rispetto  del  principio  di  uguaglianza  e  nella ricerca di un equilibrio ecologico (…)  un  nuovo  contratto  sociale,  basato  sulla  reciproca  comprensione  e  la  pacifica  convivenza fra  tutti  gli  strati  della  società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali,  riaffermando  il  principio  di  autodeterminazione  dei popoli (…) in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare  la  propria  libertà  di  espressione (…) costruendo  una  società  libera dall’autoritarismo, dal  militarismo, dal  centralismo (…) si  proclama  un  sistema  politico  e  un’amministrazione  civile  fondata  su  un  contratto  sociale  che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso  una  fase  di  transizione  che  consenta  di  uscire  da  dittatura,  guerra  civile  e  distruzione,  verso  una  nuova  società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale.”

Questo primo incontro mi ha fatto venire voglia di conoscere ancora di più questa realtà. Si è aperto un dialogo ed una conoscenza. Sino a parlare di Jinwar un  nome  che è un gioco di parole tra “JIN”, che in curdo vuol dire sia donna che vita, e “WAR”, che invece indica il doppio concetto di luogo e di casa.

Jinwar è un villaggio di donne e bambini centrato sulla liberazione delle donne. Dall’inizio del processo di costruzione iniziato il 25 novembre 2016 – nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne – quando è stata messa la prima pietra, fino ad oggi siamo stati in grado di costruire il villaggio con la forza e la creatività di molte donne” – mi dice Hazal
“Come parte del villaggio abbiamo costruito 30 case, una scuola per bambini, una università, una panetteria, un negozio, luoghi per animali, un giardino e intorno al villaggio ci sono dei campi. Viviamo in comunità, in sintonia con i concetti di società ecologica e democratica”.

Mi spiega che un punto importante di Jinwar è che le donne si auto organizzano e sviluppano in autonomia tutti i campi della vita. In quel momento stavano aprendo la loro unica clinica che si chiama Şîfa Jin, su quello stanno concentrando le loro forze.

Cosa significa Şîfajin? Le chiedo

“La cura della donna” mi dice “integriamo la medicina convenzionale e naturale. I nostri obiettivi sono dedicare attenzione sanitaria alle donne di Jinwar e dei 50 villaggi circostanti, preparare le nostre medicine naturali, educare le donne alla salute attraverso seminari e formazioni più a lungo termine e fare ricerche sulla medicina locale e anche sulla condizione sanitaria delle donne nella zona”

Qual è la situazione attuale di Şîfajin?

“Abbiamo aperto la clinica il 4 marzo del 2019 con poche risorse, ma nonostante le carenze e le limitazivillaggiooni stabilite a causa del CoronaVirus, la nostra clinica rimane aperta giornalmente erogando servizi a molte donne e bambini. La cosa più importante del nostro lavoro è prendersi cura delle donne e dei bambini poiché la situazione della loro salute è critica.  Stiamo prestando assistenza medica e supporto mentre prendiamo le misure appropriate contro CoronaVirus e realizziamo informazione su questo problema. Vogliamo dotare la clinica di un ambulatorio per il medico, uno per l’ostetrica, uno per il ricevimento e un altro  per la medicina naturale. Non possono mancare  un laboratorio, una farmacia e un’ambulanza. Per questo abbiamo bisogno di una decina di persone che ci lavorino. In questo momento abbiamo una medico, un’infermiera, un’addetta alla reception, una specialista in medicina naturale con assistente e una addetta alle pulizie, e tutte lavorano senza ricevere alcun compenso”.

Tutto questo, il villaggio Jinwar, la clinica Şîfajin, sono parte del Rojava, questa nuova esperienza di autonomia governativa che il popolo curdo, tra mille difficoltà, ha costruito e realizzato anche durante il riacutizzarsi degli attacchi ISIS.
L’ Associazione Macondo ha appoggiato questa nuova esperienza di vita, dove tane persone diverse si raccolgono con un obiettivo comune, di pace libertà e democrazia

Mi colpivano molto le foto delle donne militarizzate e combattenti contro l’ISIS: nonostante la durezza e la difficoltà che le aveva visto protagoniste sembravano serene nella loro difesa quotidiana del territorio e del progetto di vita, non solo del loro. Non si può dimenticare che nessuno si salva da solo e il benessere del mondo è il benessere di noi tutti.

Se non sei riuscito a partecipare alla diretta, guarda e ascolta la registrazione dell’incontro con Hazal Koyuncuer e le donne curde del villaggio Jinwar sul sito dell’Associazione Macondo: clicca [Qui]

IL VIRUS DELLA DISEGUAGLIANZA
La pandemia ha reso forti i divari già presenti nella società

 

Le 1.000 persone più ricche del mondo hanno recuperato in appena nove mesi tutte le perdite accumulate per l’emergenza Covid-19, mentre i più poveri per riprendersi dalle catastrofiche conseguenze della pandemia potrebbero impiegare più di 10 anni. È quanto emerge da Il virus della disuguaglianza, il rapporto pubblicato da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze in occasione del World Economic Forum di Davos.
A dicembre la ricchezza dei miliardari nel mondo aveva raggiunto il massimo storico di 11.950 miliardi di dollari, ossia quanto stanziato da tutti i Paesi del G20 per rispondere al coronavirus.

Il Covid19 ha reso più evidenti alcuni importanti divari già presenti all’interno della società. La fascia meno istruita è stata ulteriormente penalizzata, nel lavoro e nelle condizioni di vita. Angus Deaton, premio Nobel studioso delle diseguaglianze, sostiene che il Covid19 aumenterà il divario tra ricchi e poveri in America. La pandemia ha colpito prima e di più i Paesi ricchi, finendo per ridurre in qualche modo il divario tra Paesi ricchi e poveri. “Questo è forse l’unico modo in cui il Covid ha reso il mondo giusto” scrive Deaton.

Un sondaggio globale svolto da Oxfam in 79 paesi rafforza tali previsioni, mentre la Banca Mondiale prevede che entro il 2030 oltre mezzo miliardo di persone in più vivranno in povertà.
Le donne, ancora una volta, sono le più colpite perché impiegate nei settori professionali più duramente colpiti. Le donne rappresentano oltre il 70% della forza lavoro impiegata in professioni sanitarie o lavori sociali e di cura. Questo le espone a maggiori rischi.
La pandemia uccide in modo disuguale: sono le donne e le minoranze etniche a subire il peso maggiore della crisi. In molti paesi sono i primi a rischiare di soffrire la fame e ritrovarsi tagliati fuori dall’assistenza sanitaria”.

I divari nell’istruzione hanno inciso in modo forte: 1/3 degli americani ha un diploma universitario e 2/3 invece ne è sprovvisto. Un fattore, questo, che comporta come prima conseguenza la possibilità o meno di accedere ad un posto di lavoro e, dunque, di avere o meno un dato stile di vita. Si nota ancora quindi – prosegue – che dal 1990 al 2018, l’aspettativa di vita di chi è sprovvisto di istruzione, non ha subito variazioni in positivo. Per contro, in questi 2/3 di popolazione si assiste invece a una più diffusa abitudine al fumo e alle droghe.
In questo contesto il Covid19 ha ampliato le disuguaglianze. I meno istruiti si sono trovati in condizione di non poter lavorare da remoto.

Un altro importante dato di diseguaglianza riguarda le donne. Perché le donne potrebbero soffrirne di più? Prima di tutto perché ci sono molte meno donne che lavorano: il 94% degli uomini tra i 25 e i 54 anni ha un’occupazione, contro il 63% delle donne nella medesima fascia di età.
Le donne, quando lavorano, hanno uno stipendio minore. Gli ultimi dati Eurostat sulla disparità salariale tra uomo e donna in Europa [Vedi qui], registrano una differenza media del 15%.
Oltre all’aspetto economico vi sono implicazioni sociali. Secondo le Nazioni Unite, la chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti aumenta la mole di lavoro domestico e di cura. Le donne che lavorano spendono, in media 4,1 ore al giorno per i lavori domestici e di cura non retribuita, contro solo 1,7 ore al giorno degli uomini. La pandemia enfatizza le note e sedimentate disparità.

Maternità surrogata, utero in affitto

PERCHE’ SONO CONTRO LA MATERNITA’ SURROGATA

Da quando, e sono tanti anni, mi batto per la messa al bando universale della maternità surrogata mi sento dire che, nelle discussioni,  tiro su muri proprio perché mi esprimo “contro”  una pratica e che questo muro mi impedisce di mettermi in ascolto.  Anni fa quando iniziai a occuparmi di questo tema il mio primo incontro è stato con le famiglie arcobaleno. Gli Incontri, che sono sempre stati segnati dal rispetto reciproco, da subito hanno evidenziato quanto fosse quasi impossibile capirci. Eravamo in una babele.
Le parole cardine per nominare questa pratica, madri, maternità, gestazione , gravidanza, amore, dono, figlio/a, utero, corpo, rimandavano a significanti differenti a seconda di chi le usava e si trasformavano in quel muro che ci impediva di comunicare.
Oggi continuo a riflettere sul quel muro e forse ho trovato” le parole per dirlo” , per spiegarlo concretamente.

Uno degli argomenti più popolari tra coloro che sostengono la maternità surrogata è che se la pratica esiste allora bisogna regolamentarla per evitare che succedano aberrazioni, o almeno limitarne un uso improprio. Il ragionamento che sta dietro a questo assunto è sensato e logico, però, per regolamentare una pratica c’è bisogno di usare le parole.
La legge ha bisogno di parole che siano chiare e comprensibili; ma  per mettere nero su bianco la pratica della maternità surrogata c’è bisogno di disincarnare la parola, si deve usare una parola slegata dai suoi significanti profondi e umani.  Questa legge ha bisogno di slegare le parole dalla carnalità se no non può essere scritta.
Le madri surrogate diventano contenitori, valige in viaggio che portano un pacco … sono de-umanizzate.
Durante la gestazione queste donne, sono affiancate da psicologi che le aiutano a ricordare continuamente che non sono le madri della creatura, ma che stanno compiendo un ”viaggio”  per altri, proprio per evitare quell’attaccamento biologico naturale che si forma nei nove mesi di gestazione, in loro non deve radicarsi in  alcun modo la coscienza di essere gravide. Ma  la parola non è solo una parola di senso che giunge al cervello che, poi, come un software la analizza razionalmente, la parola è anche il pianto del bambino neonato  che appena nasce chiede il contatto con il corpo che lo ha portato in grembo perché è l’universo che conosce, la parola è anche lo strazio di vedere allontanato il frutto del proprio grembo, la parola è la vita e tutte le sfumature emotive che porta con sè.

Quel bambino che nasce da una madre contenitore che si ripete di non esserlo per nove mesi quali parole potrà avere? Quella donna che vende o dona il frutto del suo grembo si ammalerà per questo? Disincarnare le parole ha delle conseguenze su tutti, non solo su chi ne fa un uso, e porta alla famosa disfunzionalità di cui mi sembra sia affetta la società occidentale contemporanea.
E quello che mi è sempre più chiaro è che non ci possono essere parole incarnate per descrivere la maternità surrogata. Dividere la maternità tra gestazione e maternità è disumanizzare tutto il racconto della vita, perché relega la gestazione a un processo puramente meccanico mentre sappiamo che la gestazione è il punto di partenza del lungo viaggio della maternità, un viaggio che prende corpo e che contiene in sé tutti quegli aspetti ambivalenti che fanno parte del mistero della vita.
Dunque questa pratica per essere descritta ha bisogno di sovvertire un ordine simbolico.

Chi come me si schiera “contro questa pratica” mi dice di chiamarla ‘utero in affitto’ proprio per rendere evidente che si sta sfruttando una donna e i suoi organi, ma io mi ostino a chiamarla maternità surrogata perché noi donne durante la gestazione non siamo solo quell’utero, siamo persone con una storia e la maternità non è scissa da quella esperienza gestazionale. Allora poi mi si fa notare che esaltare la gravidanza discrimina le madri adottive – forse loro sono da meno di una madre naturale?  Certo che no! ad alcune di quelle madri adottive (non tutte) mancherà quella esperienza di gestazione (curioso che si parli sempre del dolore di una madre che non può avere figli e quasi mai del padre che non li può avere), ma noi tutti siamo esseri mancanti, tutti prima o poi facciamo esperienza di una mancanza.
È vero alcuni fanno esperienze mancanti durissime altri meno, mistero della vita, ma chi se la sente di mettere in una scala di valori  assoluto le mancanze?
Nessuno è dentro le persone e ne conosce le sofferenze interne
, l’inconscio non fa distinzioni. Per alcuni certe mancanze sono al limite del tollerabile e se non messe in parole diventano tunnel da cui non si esce mai e per me chi non riesce ad avere figli e vuole un figlio a tutti costi in realtà non mette in parola  questa mancanza, non la trasforma in altro.

Eppure la vita terrena non è altro che fare i conti con le mancanze e trasformarle, renderle mancanze feconde, capaci di generare altro! L’adozione è anche questo. Dunque siamo tutti mancanti ma il fatto di esserlo non giustifica il fatto che sia possibile usare qualsiasi mezzo per cancellare quella mancanza. Ricapitolando per mettere in parola questa pratica bisogna de-umanizzare le parole e questo è un processo in atto da tempo che a mio avviso  sta manipolando  la forma mentis delle persone, ecco perché  si deve lavorare sulle narrazioni e svelare quelli che secondo me sono i tranelli narrativi che il  dio mercato utilizza per rendere accettabile una pratica che non lo è.
Il mito transumanista, è al servizio proprio di questo dio mercato, di un dio tecnologia, di  cui la sinistra nel nostro paese curiosamente sta diventando la testimonial!

Basta guardare a cosa sta avvenendo alla Camera in questi giorni di discussione sul DDL Zan, andate a vedere come definiscono le parole sesso, genere e identità di genere; ci sarebbe da ridere se non fosse che  invece è drammatico). In Inghilterra non si può più parlare di donna incinta e si deve dire persona incinta, donna incinta è discriminatorio, non si può più parlare di donne che hanno il ciclo si deve dire soggetti mestruatori. Guardate la campagna della Tampax – il tweet  che voleva essere un inno alla inclusività e a sostegno delle persone transgender “È un fatto: non tutte le donne hanno il ciclo”, si legge nel messaggio del colosso Usa, “un altro dato di fatto: non tutte le persone con il ciclo sono donne.
Celebriamo la diversità di tutte le persone che hanno il ciclo [vedi: #mythbusting , #periodtruths#transisbeautiful ] per fortuna si è trasformato in un boomerang perchè le donne sono insorte!
Ecco è venuto il tempo di capire che con le parole non si scherza. Il femminismo si sta risvegliando. Le donne e i loro corpi non sono merci e gli esseri umani non sono prodotti o pacchi !
Ma per andare a fondo della questione delle parole in tanti campi, per chi è giunto alla fine di questo lungo articolo consiglio questa  conferenza di Nicoletta Dentico (che traduce magistralmente Vandana) con Vandana Shiva dal titolo  Ricchi e buoni? Il volto oscuro della filantropia globale [Vedi qui]– [ perché secondo me mostra  bene come le parole vengano piegate a certi interessi per  somministrare come tollerabili pratiche che altrimenti non lo sarebbero  e come questo avvenga in tutti i campi non solo in quello di cui ho parlato qui sopra.

La logica della costruzione e dei diritti delle cosiddette minoranze (che è la base del progressismo attuale) non può che portare ad un disastro: non sta in piedi ne da un freddo punto di vista logico ne da un più profondo punto di vista emotivo, etico e “spirituale”. E’ esattamente questa logica che sta alla basa del pensiero politicamente corretto (che è palesemente una forma di violenza); ed è sempre questa logica che spinge verso soluzioni transumaniste e manipolazioni di ogni tipo (certo non è il solo fattore). Bisogna pensarci molto seriamente perchè molte cose che sembrano contrarie a questo folle capitalismo neoliberista finanziario che sta portando alla distruzione delle civiltà (e del pianeta) ne sono in realtà i più fortei alleati a livello culturale e sociale.

Fermatevi! Lettera dal virus

Il nemico numero uno è il virus” chiosa il presidente Mattarella. “Tutti contro uno” rimbomba,  e subito sento salire dalle viscere un moto di rabbia. La mia non è una critica all’uomo Mattarella, ma al suo sguardo sul mondo, uno sguardo maschile, dal sapore patriarcale, che ha bisogno a tutti i costi di individuare il nemico con la speranza di riunire le armate e di motivarle alla battaglia. Ma noi non siamo un’armata!
Mattarella non è il solo ad avere questo sguardo sul mondo; è uno sguardo che accomuna i potenti della terra, i filantrocapitalisti che ti dicono quali sono i tuoi  problemi, poi  ti dicono cosa devi fare e infine ti vendono, badate bene ti vendono, la soluzione. 

Ma come è possibile continuare a parlare del virus come nemico quando il nemico, cioè la causa di tutti i mali, è il sistema su cui è costruita la nostra comunità e il virus è solo uno dei suoi sintomi? Nel primo lockdown, quando l’invisibile e sconosciuto virus ci ha raggiunto, i cittadini italiani hanno reagito in modo composto e con grande responsabilità e hanno usato il tempo dello stop per promuovere pensiero. Lo stop ha restituito pensiero creativo. Si è parlato della terra che tornava a respirare, della natura che tornava a farsi vedere anche nelle nostre città, dove la cementificazione ne ha cancellato i messaggi inequivocabili.
Splendido a tale riguardo il video che trovate qui: Lettera dal Virus
Guardatelo, voi che ci dite che il virus è il nemico numero uno e parlateci con le parole che usa  la straordinaria autrice della lettera Fermatevi, Darinka Montico.

Le persone che manifestano lo fanno perché non ne possono più di essere trattate come degli ignoranti senza capacità di pensiero critico. Le donne conoscono bene questa condizione. Da tempo immemore la nostra umanità è valutata solo in base alla nostra capacità di riproduzione, per il resto siamo emotive, siamo deboli, incapaci di scindere pensiero razionale dai sentimenti, siamo delle isteriche, insomma siamo più animali che umane etc. e, a volerla dire tutta, se fosse davvero così la realtà delle donne, oggi è solo un valore di cui la società non può fare a meno. È proprio quel sapere viscerale, che può indicarci la strada e non certo ‘il dio tecnologia’ propagandato dall’ideologia transumanista che fa piazza pulita invece della dignità dell’essere umano.

Un anno fa è uscito per Marlin editore il mio primo romanzo Il mio nome è Maria Maddalena, nel quale tratto il tema della maternità surrogata e della natura. La tesi di fondo: la logica estrattivista patriarcale e capitalista oggi si rivolge ai corpi riconoscendogli valore solo perché si possono immettere sul mercato, esattamente come è stato fatto con le risorse naturali, e di cui oggi siamo testimoni dello scempio commesso.
Il ventre della mia protagonista, Maria Maddalena, si innesta nel grande ventre primigenio della foresta amazzonica e la porterà a dire “più mi addentro nella foresta e più mi è chiaro che la conoscenza di queste popolazioni ci può salvare dal buco nero in cui ci siamo cacciati. Non c’è tecnologia che può insegnarci a vivere, dobbiamo ripensarci antropologicamente.”

Tutte le nostre energie oggi non dovrebbero essere rivolte a combattere un virus invisibile, ma se mai quella retorica del capo, del cervello che dice agli arti cosa devono fare, senza tenere conto di quanto siamo tutti interconnessi, virus compresi.

Leggetevi La nazione delle piante di Stefano Mancuso. Alla fine del libro Mancuso cita la teoria endosimbiotica della Margulis detta così “appunto perché prevede una simbiosi , ossia un rapporto favorevole tra due organismi  che vivono uno all’interno dell’altro…”, teoria che spiega l’evoluzione della vita sul nostro pianeta. Ebbene chi più delle donne può attingere a questo sapere biologico e umano nello stesso tempo? Il sapere delle donne è un sapere simile a quello delle cellule, è ancestrale, è simbiotico per l’esperienza che fanno tutti gli esseri umani venendo al mondo, ma di cui le donne portano un sapere nella carne, proprio perché uniche in grado di ripeterla più volte nell’arco di una vita, è inscritta nella loro carne.

La pandemia ha reso evidente quanto manchi ai potenti (per lo più maschi) una visione a lungo termine sul mondo capace di renderci solidali e uniti, simbiotici in una parola, dove non vince il più forte ma coloro i quali sapranno essere simbiotici con l’ambiente che ci circonda, con coloro che sapranno riconoscere che è l’unità tra diversi, che è la biodiversità che ci può salvare. La vera battaglia che ci attende, quella di impedire la sesta estinzione di massa, virus o non virus, è da fare, ma in connessione con tutti gli esseri viventi, senza pensare arrogantemente che l’uomo (aggiungerei maschio bianco) è il migliore e ha diritto a sopravvivere soggiogando le altre specie.

Un addio

Ti prego vivamente di andartene. Di chiudere quella porta per sempre. Ti sei messo con un’altra a mia insaputa, ne bella  ne giovane. Era un tuo diritto? Forse sì, ma non lo dovevi fare così.  Hai tradito la mia fiducia. Hai voluto un’altra donna, altri pensieri. Ti prego di uscire da questa casa e non tornare più. Apri la porta, e guarda il mondo con occhi diversi, il sentiero è di sassi appuntiti e in fondo, vicino al cancello, ci sono le spine delle more. Il cancello è arrugginito, quando si apre cigola, fa un rumore sinistro, sembra si apra l’antro delle streghe. Il cielo è grigio, fa freddo. Sei invecchiato, hai poche idee e tanta presunzione. Fammi il favore di andartene. Addio”.

Tra le mie mani rigiro un pezzo di carta ingiallita che contiene questo messaggio d’addio. Forse una semplice nota personale, mai recapitata nella forma scritta che sta tra le mie mani, ma più semplicemente consegnata alla voce del mittente e volata dritta in faccia al traditore.  Chissà chi ha scritto quel biglietto. Chissà come è finito in una scatola di vecchie carte dimenticata dentro un baule che è nella vecchia casa di campagna della nonna Adelina. Mia nonna non è mai stata lasciata. Si è sposata tardi, è rimasta vedova presto, in tempo di guerra e con due figli piccoli. L’esperienza deve esserle bastata, non si è mai più risposata. Non le importava proprio più. Mia madre ha sposato mio padre ed è rimasta con lui fino alla sua morte. Ora anche le sta da sola, è diventata vecchia, gioca con i suoi nipoti ed è contenta così.

Di chi è quindi quel biglietto? Chi se n’è andato tanto tempo fa in una mattina grigia, uscendo da un cancello arrugginito e dalla vita di una donna della mia famiglia? Non so come indagare, dove trovare informazioni che mi aiutino a districare il  mistero, a collocare il biglietto in un tempo e in un luogo. Rigiro il foglio tra le mani, è giallo. Sembra vecchio, la carta è leggera, quasi trasparente. Non c’è intestazione, non ci sono segni o simboli rivelatori. La calligrafia è acuminata. Inclinata un po’ a destra, regolare. Il biglietto è stato scritto con una biro nera.

Chi l’ha scritto, chi ha vissuto quel dramma in quel giorno tetro in cui ha scoperto che il suo uomo aveva un’altra donna? Forse non ha importanza sapere da dove viene quel biglietto, di chi è. Forse ha senso il solo fatto di averlo trovato, mi sta portando un messaggio e un monito che viene da lontano. Ha un suo valore così com’è. L’ha portato a me il vento.

In quel biglietto c’è un tradimento, molta sofferenza, un buio all’orizzonte che impressione per la sua drammaticità. Mi chiedo cosa provi una donna tradita. Provo a immaginare. A proiettare su quel foglio un po’ di me, un po’ delle storie che ho sentito, un po’ di quel che ho visto, un po’ di quel che mi è stato raccontato e spiegato.

Credo che in ogni tradimento ci sia un grande dolore. Come scrive Anaïs Nin: “L’amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità, di errori e di tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità.”

Forse è vero, l’amore non muore mai di morte naturale, viene annientato da un tradimento fisico o mentale. In quel foglio giallo si è raddensato un dolore, una sofferenza inaudita, c’è del rancore.

Chi l’ha scritto e quando. Provo a immaginare.

Una donna giovane, con figli piccoli. Una vita di impegni, molta dedizione ai bambini. Poca attenzione alla forma fisica e alle richieste del marito. Esigenze non verbalizzate ma molto potenti che richiedono la vita nella sua essenza migliore. Richieste impegnative che vogliono leggerezza e riflessione, parole e consigli, viaggi raccontati e scoperte da fare insieme. Non c’è spazio per questo. Il marito cerca altrove e trova subito una riposta. C’è sempre qualcuno pronto a tradire, come c’è sempre qualcuno pronto a non farlo, a lasciar perdere per il bene di tutti. Data la situazione, il marito esce da quel maledetto cancello che stride e se ne va nel grigio per non tornare mai più. E’ l’inizio di un dramma, oppure la sua fine. E’ la parola che muore in bocca, il palato che si secca, il grido smorzato in gola, una lacrima che scende. Scende un po’ di pianto sul viso di quella donna. Una goccia che luccica, una goccia trasparente su un viso che sembra marmo. In quella lacrima ci sono molte lacrime, in quel tempo sospeso si raddensa il pianto. Pianto che sa di sale, di frustrazione di risentimento, di preoccupazione per il futuro. Lacrime che sono anche liberatorie. “Smettiamo di fingere, ora sappiamo come stanno le cose”. Il marito se ne va, esce dalla porta e non ritorna più. The end.

Oppure quel biglietto è stato scritto da una persona giovane, una convivenza iniziata da poco e subito difficile, delle abitudini diverse. Si cena alle diciannove, no si cena alle venti. Si esce con gli amici, no si gioca a carte. La domenica si va a sciare, no si fa un dolce per la zia. Si fa l’amore sul tappeto, no solo in camera da letto. Una quotidianità conflittuale, un senso di insofferenza e di oppressione che travolge subito tutto. E allora lui se ne va, trova un altra: non c’è matrimonio da sciogliere, non ci sono figli, ci sono solo i cocci di quel fugace amore, di quel futuro sognato e mai realizzato, di quella convivenza andata a pezzi prima ancora di acquisire una forma, una sua identità. Un vaso che va in mille pezzi, senza che nessuno provi ad aggiustarlo, una rottura di tutte quelle che erano le premesse di quell’unione. Una frattura secca, una comunione d’intenti che non si è mai realizzata, una favola incompiuta e mal scritta che non finisce bene. Una passione mancata, un sospiro frainteso, una silenzio doloroso, una partenza. Forse in quella partenza c’è stata l’inevitabilità di quella scelta. Il più forte ha rotto l’argine. Ha trovato un’altra storia. E’ uscito di scena portandosi via i cocci. Forse li avrà gettati appena varcato il cancello. In una grigia mattina avrà aperto quella porta cigolante.  Forse oltre il cancello c’era già qualcuno che lo aspettava. La fonte del tradimento era già là, l’origine e la conseguenza di quella partenza. Il dolore raddensa le lacrime di chi resta. Le rende sostanza che solidifica nel cuore. Ma non c’erano figli, né matrimoni, né promesse eterne. E’ rimasto solo quell’addio forse scritto e recapitato o forse solo pronunciato.

Rigiro il foglio giallo, scritto in nero. Lo guardo un ultima volta e lo rimetto nella scatola dove l’ho trovato. Ho rubato un briciolo di vita di qualcun’altro. Ho visto un dolore passato, un travaglio lontano e archiviato. A chi sarà appartenuto quel dramma non lo so. Richiudo la scatola e i miei occhi sono pieni di lacrime. Ho scoperto un addio e me ne ricorderò. Chissà quante scatole ci sono con contenuti così, con ricordi così. Con tanto dolore e un amore spezzato che non esiste più, che appartiene al passato e alla vita di chissà chi. Spero che l’autrice di quel biglietto ora stia bene, chiunque essa sia e qualunque sia il motivo che ha davvero mandato a pezzi quella storia. Almeno all’inizio un po’ di amore doveva esserci. E’ sui resti dell’amore che nasce l’odio, la rabbia e il risentimento. Non certo sull’indifferenza. Sull’indifferenza non nasce niente, non inizia e non finisce niente. L’indifferenza non da vita e porta via la vita. Con l’indifferenza si muore.

“FRATELLI TUTTI” …. E LE SORELLE?
il lungo cammino delle donne; le parole della giovane femminista boliviana Adriana Guzman

Nel 2017 la parola Femminismo è stata eletta parola dell’anno.  Oggi nel 2020 quando una donna vince un premio importante o viene eletta in una posizione pubblica di grande rilievo se ne esalta l’importanza, eppure pretendere di essere nominate con il nostro nome, donne, quando si tratta di essere descritte nella quotidianità, con la conseguente declinazione al femminile dei sostantivi e degli aggettivi che ne accompagnano la narrazione viene considerata una richiesta esagerata, inutile e pedante.

Il titolo dell’ultima enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” ne è un esempio lampante. Le donne rientrano nel neutro maschile fratelli e, con buona pace di tutte, guai a chiedere che venga integrato con Sorelle. Il neutro maschile fratelli ci deve accontentare dando per scontato che il sesso delle donne, e per sesso intendo proprio tutti gli organi genitali femminili, un corpo incarnato di donna, non abbia bisogno di essere nominato. Ma il sesso delle donne, che tutti ostentatamente dicono di conoscere a fondo, e certo tutti sono passati da lì per venire alla luce, è reale,  e se quello delle donne  non viene considerato tale,  allora ,“la realtà vissuta dalle donne a livello globale viene cancellata”(Rowiling) .

Oggi sappiamo che le parole influenzano la chimica dei nostri corpi, i neuroni del nostro cervello. Newberg e Waldman hanno raccontato la relazione tra le nostre parole e i nostri corpi e quanto queste abbiano implicazioni profonde sulla percezione che abbiamo della realtà. D’altronde gli antichi lo sapevano bene, i codici sono pieni della saggezza racchiusa in semplici, ma precise parole accostate, basti pensare ai mantra, ai salmi, agli inni etc. Per i cristiani  poi  “ il verbo si è fatto carne”, dunque, Il sapere, quello che muove la realtà, è un sapere che passa attraverso l’esperienza della carne, attraverso l’incarnazione, e non può prescindere da essa. Il sapere non è solamente una speculazione intellettuale e mentale, il sapere è anche viscerale.

Dunque, alla luce di tutto questo perché, poi, ai fatti, si continua a considerare superfluo nominare il sesso di cui  più della metà dell’umanità è costituita, perché lo fa anche il Papa? E’ evidente, l’intenzione del Papa era quella di abbracciare tutte e tutti con il suo fratelli, in particolare gli ultimi, i diseredati, gli immigrati etc (  badate bene tutti neutri maschili, categorie in cui l’umanità viene suddivisa  e di cui le donne diventano una ulteriore  sottocategoria)  ma il suo diniego, alla richiesta delle donne della chiesa di essere nominate nel titolo con l’aggiunta di Sorelle, il che avrebbe aperto anche alla aggiunta all’interno della riflessione di una declinazione al femminile quando occorreva,  mostra  quanto, il Papa, e certo non solo lui, non abbia compreso che gli ultimi degli ultimi molto spesso, anzi forse sempre, siano le donne e le bambine e che non nominandole non si vede. Adriana Guzman, giovane femminista Boliviana, lo spiega molto bene “Qual è l’uomo più sfruttato, più oppresso, più discriminato? Un uomo che è contadino, che non sa leggere, che non sa scrivere in castigliano, che non è andato a scuola, un omosessuale potrei dire, un orfano, un disabile. Ci sono tanti strati di oppressioni sopra un uomo, una sopra l’altra, però al di sotto di queste una donna, che è disabile, che è contadina, che non è andata a scuola, ha in più l’oppressione di essere una donna…”

Dunque, continuando la riflessione, questo Papa che con la sua “Laudato Sì” ha accolto molte delle sollecitazioni e riflessioni che venivano dai movimenti di base, che ha saputo coraggiosamente parlare di natura affiancandola a Dio, che parla di casa comune a prescindere dalle differenze, che è riuscito a spostare lo sguardo  dai mondi “primi” alle popolazioni indigene aprendo al grande sapere ancestrale, che si è posto alla guida di chi da decenni critica  il cinismo dei principi fondanti del capitalismo,  l’arroganza del colonialismo,  e  che si pone contro ogni forma di razzismo e di violenza,  anche nei confronti della natura stessa, non sembra riuscire a capire quanto la cultura patriarcale, di cui tutti e tutte siamo intrisi, ed è umanamente comprensibile,  succede ai più, e in particolare nella gerarchia ecclesiastica che ne è una espressione granitica, sia la radice di tutte le oppressioni e che senza un radicale e nuovo sguardo sul mondo, che passa strutturalmente  attraverso le parole che lo descrivono, non potranno essere estirpate.

Magnificamente la Guzman, in soli 10 minuti, con una acuta analisi che vi invito ad ascoltare (https://youtu.be/bJ7WnZXi_Lk ), dimostra che “Il patriarcato non è un sistema in più, non è il prodotto del capitalismo, non è una conseguenza della colonizzazione, non è una forma di razzismo. No, no, il patriarcato è IL SISTEMA che produce tutte le oppressioni, tutte le discriminazioni e tutte le violenze che vive l’umanità e la natura, ed è costruito storicamente sopra il corpo delle donne!”.

Se non si parte da li, dal riconoscere che la cancellazione del sesso delle donne nella narrazione quotidiana, è la radice dei mali che affliggono la contemporaneità a mio modo di vedere non sarà possibile nessun cambiamento radicale e tanto meno quello invocato dal Papa, e aggiungo: la cancellazione del sesso delle donne è un obiettivo preciso di chi si proclama per il progresso,  del potere tecnocratico da cui oggi sembra siamo governati ed è l’obiettivo dell’ideologia transumanista che dell’incarnazione e dei corpi ne  fa mercato, l’unico mercato ad  oggi in crescita capace dunque di tenere in vita il sistema capitalista. Dunque anche il Papa cade nel paradosso; se da un lato tutta la sua riflessione si costruisce sulla ricchezza delle differenze, sull’importanza  del dialogo umano, legato proprio agli sguardi, alle realtà dei corpi, alla connessione con altri organismi viventi, con il pianeta terra anch’esso vivente, e dunque in netto contrasto con il transumanesimo, nell’uso che ne fa della parola, cancella la differenza del dimorfismo sessuale , la primigenia differenza fondante l’identità dei singoli e facendo questo tradisce involontariamente l’obiettivo che si pone.

conflitto-generazioni-oggi

SCHEI
Il mio lavoro non è il tuo, la mia vita non ti appartiene (dopo la sentenza sul Jobs Act)

Noi italiani non siamo calvinisti. Per metterla giù brutale, non abbiamo un’etica del lavoro e non abbiamo un’etica del profitto. E’ un male e un bene allo stesso tempo. Il male è che tendiamo a lavorare male (più che a non lavorare) e in modo inefficiente. Il bene è che non diamo alle persone un valore direttamente correlato ai soldi che guadagnano o al successo che hanno nel lavoro. Siamo meno competitivi, meno feroci, e questo in termini filosofici e psicologici non mi pare disprezzabile (anche se in termini organizzativi il nostro umanesimo spesso genera disastri).

Il Jobs Act, a voler essere gentili, è pervaso da una filosofia di fondo calvinista: se vali, il tuo padrone (o datore di lavoro, per chi pensa che il conflitto di classe non esista) non ha nessun interesse a licenziarti; anzi, ha interesse a valorizzarti e a farti crescere, perchè ha investito denaro ed energie su di te. Se viceversa non vali, il tuo padrone ha diritto di sostituirti con qualcuno che vale più di te. Attenzione: non è detto che tu non valga in assoluto. Magari non vali in quel particolare contesto di lavoro, ma in un altro potresti essere il migliore. Ragionando in quest’ottica, il fatto che datore di lavoro e lavoratore trovino meno attrito possibile negli scivoli che fanno entrare ed uscire dal lavoro, è un bene per entrambi. Una situazione fluida, non vischiosa: niente gente incollata alla sedia per chissà quali privilegi o rendite, niente vincoli all’ingresso di forze fresche con voglia di fare. Detto così sembra il migliore dei mondi possibili. Questa, a darle il beneficio della buona fede, è la “filosofia” del Jobs Act.

Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (del Consiglio d’Europa), organo giudicante composto da 15 membri “indipendenti” e nominati dal Comitato dei Ministri di questo Consiglio, ha stabilito, accogliendo un ricorso, tra gli altri, della CGIL, che il Jobs Act viola il diritto di “ricevere un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione in caso di licenziamento illegittimo”(NdA: attenzione, non è l’Unione Europea. Si tratta di organo che favorisce la stipula di convenzioni tra gli Stati membri, le sue decisioni non sono direttamente vincolanti). Nonostante sia un organismo eminentemente politico-giuridico, quindi secondo alcuni incline a fare della “filosofia” del diritto, credo che questo Comitato abbia affrontato la questione in modo pragmatico, tenendo conto della situazione di fatto, e non del mondo ideale, liquido e ricco di pari opportunità fasulle nel quale si è mosso il legislatore del Jobs Act.

Anch’io non credo che un imprenditore (categoria vastissima, che può andare dal piccolo ristoratore all’imbianchino, dall’agente assicurativo al costruttore di infrastrutture) si diverta a sbarazzarsi dei dipendenti perché è “cattivo”. Si tratta però di capire quali sono i parametri sui quali un imprenditore stabilisce che un suo dipendente “vale”, e soprattutto vale la pena non solo tenerlo, ma anche valorizzarlo. Le menti ipnotizzate dal mito della Silicon Valley come specchio del mondo – gente che il “mondo del lavoro” lo ha studiato su un paio di testi o lavorando nell’azienda del padre – direbbero che il lavoratore che vale è quello che fa il suo lavoro con precisione e velocità, risultando efficiente ed efficace, e raggiungendo i risultati di produzione (di beni o servizi) richiesti dal capo. E gli altri? Ciascuno pensi al proprio, di lavoro, e rifletta onestamente se può considerarsi di una precisione e di una velocità e di una efficienza superiori alla media (se rispondete tutti “sì, certo” state mentendo spudoratamente a voi stessi). Siete, siamo tutti eccellenti? O piuttosto abbiamo le nostre qualità e i nostri punti deboli, le cose che ci riescono meglio e quelle che ci riescono peggio? Bene. Se siamo questo (perché siamo questo), meritiamo di essere licenziati perchè rendiamo meno di quello che il nostro imprenditore si aspetta da noi? E se siamo bravi nel nostro lavoro ma ci piace dire la nostra opinione, e al nostro capo quella cosa lì proprio non va giù, meritiamo di essere licenziati? E se rimaniamo incinte, con quella bellissima norma della Costituzione che tutela la maternità? In sintesi la domanda è: se siamo lavoratori o lavoratrici ordinari/e, magari con alti e bassi, magari a volte incinte, che si ammalano, con figli o genitori da assistere, che amano dire come la pensano (diritto tutelato dalla Costituzione), meritiamo una tutela consistente nel fatto che, se il capo ci sbatte fuori, possiamo aspirare al massimo ad alcune mensilità di stipendio come “indennizzo” perchè non era legittimo che ci sbattesse fuori? Perchè questo dice il leggendario Jobs Act, partorito da non saprei quale sinistra. Che se siamo sbattute/i fuori illegittimamente, ci spetta un’elemosina chiamata “indennità”.

E se qualcuno pensa che il Covid-19 abbia reso superfluo o datato questo ragionamento, perchè chi conserverà il lavoro tra un po’ sarà un privilegiato e quindi tanto vale pareggiare e mettere tutti sullo stesso piano: bene, chi la pensa in questo modo sappia che non è parificando le condizioni verso il basso, togliendo tutele a tutti, che si agevola il cosiddetto “mercato del lavoro”. Le cose non sono migliorate nemmeno durante il precedente ciclo economico: il Jobs Act potrebbe aver favorito un leggerissimo incremento delle ore lavorate, ma bisogna sapere che nelle statistiche viene contato anche chi fa un giorno di lavoro e poi resta a casa. Di sicuro sono diminuite le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, le cosiddette “stabilizzazioni” – ammesso e non concesso che passare al contratto regolato dal Jobs Act sia una stabilizzazione, o non piuttosto una precarizzazione ab origine, visto che la tutela reintegratoria del posto in caso di licenziamento illegittimo non esiste più. In cambio di questo, non c’è più nessuno assunto con questa tipologia di contratto che possa dirsi realmente tutelato contro il rischio che una malattia, una gravidanza, una necessità di assistenza, lo possano inserire nel novero degli scomodi, dei poco produttivi, i primi da far fuori, anche se sono bravi/e.

E’ proprio questo il problema. Quando il ciclo produttivo diventa recessivo, gli imprenditori devono decidere chi lasciare fuori, chi espellere dalla produzione, spesso per una mera ragione di costi. In una situazione come quella in cui siamo entrati a piedi pari, sono i fragili, i deboli, le donne, gli scomodi, sono questi i soggetti sui quali scaricare il costo della crisi. E prima di arrivare al licenziamento si passa per i turni massacranti, i trasferimenti lontano da casa, le minacce. Chi si adegua o chi se lo può permettere, rimane: per gli altri, le altre, dentro una recessione profonda come quella attuale, l’ultima tappa, il traguardo del calvario possono diventare i licenziamenti plurimi per motivi economici. Sono, di fatto, licenziamenti collettivi, che in Italia sono assoggettati a regole che tendono, in teoria, a non sacrificare gli anziani, i malati, le donne in maternità, i più deboli. Per aggirare queste regole e “scegliere” l’espulsione precisamente delle donne, dei deboli, dei malati, degli scomodi, si imposteranno una serie di licenziamenti individuali in sè illegittimi, ma fatti passare come “collettivi”. Questa deriva terribile, questo potenziale massacro sociale, potrebbe trovare un argine qualora esistesse ancora una norma che ha sempre funzionato come deterrente: se il licenziamento è illegittimo, il giudice può disporre il reintegro del lavoratore nel proprio posto. Perchè è un deterrente? Semplice: perchè in questo caso è il lavoratore a poter scegliere se rientrare al suo posto o essere in cambio risarcito. Ma il risarcimento per un danno del genere non si potrà risolvere in una manciata di mensilità – tra l’altro legate solo all’anzianità di servizio maturata – come prevede il postmoderno Jobs Act (che non a caso parla di “indennizzo”),  ma potrà essere molto consistente in termini monetari, un autentico risarcimento per il danno subito. Era questa la funzione di tutela svolta dal famigerato,  obsoleto, ridicolizzato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, una delle poche norme invecchiate bene e per questo sottoposte ad una eutanasia di Stato, nel nome di una feroce “modernità”.

Solo chi non frequenta il lavoro e le sue dinamiche può obiettare che il Jobs Act continua a prevedere la reintegra nel posto per i licenziamenti discriminatori. Quale imprenditore motiverà il provvedimento scrivendo che il licenziato è troppo malato, troppo nero, troppo omosessuale, troppo donna, troppo rompicoglioni? Quella del licenziamento discriminatorio è una prova diabolica, i giuslavoristi lo sanno bene. Molto più abbordabile è la dimostrazione della carenza della motivazione, l’assenza della giusta causa o del giustificato motivo. Che attualmente, se il regime applicabile è il Jobs Act, permette al lavoratore di incassare un piatto di lenticchie in cambio della perdita (ingiusta) del suo posto.

Quale idea di Costituzione ha il coacervo di genietti che ha concepito, da “sinistra”, questa scelleratezza? Come può pensare che un cittadino possa esercitare liberamente i suoi diritti costituzionali sul luogo di lavoro, se è sottoposto ab origine al ricatto esplicito della perdita del posto? Ancora una volta dobbiamo sperare nella tanto vituperata Europa per recuperare terreno sulla strada dei diritti frutto di lotte collettive, minacciati di morte dall’idea che il lavoro è solo una merce, non uno strumento di autonomia, dignità ed emancipazione.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Forza madre

Fare il saldo di un rapporto e svelare con la lucidità di un attimo tutto il sommerso. Un lettore e una giovane lettrice parlano di “forza madre”, razionalità e disincanto.

MASCHERE E RIGHELLI

Cara Riccarda,
le maschere sono l’ordinario e cadono solo per eventi traumatici che, se considerati opportunità, permettono di cambiare atteggiamento. La riga ho potuto tracciarla solo quando è intervenuto un breve momento di disillusione. Mentre siamo accecati piacevolmente dall’amore, non siamo in grado di tirare righe. Spesso sono i comportamenti dell’altro che ci danno occasione di riflettere più lucidamente e fare di conto, con la razionalità che i conti richiedono.
Paolo

Caro Paolo,
poi magari capita anche che il saldo sia positivo. Ma il solo fatto di mettersi lì e allineare tutto, richiede la lucidità di accostare l’illusione alla disillusione, la parte gradita a quella meno. A me è successo di scavare solchi, un tratto di riga non sarebbe bastato.
Riccarda

DICIASSETTE ANNI E NON SENTIRLI

Ciao Riccarda,
quanto ho letto rispecchia il mio punto di vista sul termine donna. Mi interesso particolarmente di svariate tematiche perché nel mio piccolo sono attivista di tante campagne di sensibilizzazione anche solo attraverso i social. Scopro molto diffuso il fattore “inizialmente la donna perdona e successivamente dice addio per sempre”. Noi donne, anche forse spesso abituate dalla società maschilista in cui viviamo, ne facciamo passare tante alle persone. Personalmente io desidero avere molto rispetto ed è difficile che perdoni un grosso errore, però riscopro in molte mie coetanee il perdono anche di gravi maltrattamenti psicologici e in alcuni casi fisici da parte dei fidanzati. Inizialmente pensano tutte “non posso vivere senza di lui” senza rendersi conto della loro forza madre, fiera di indipendenza che potrebbe smuovere interi paesi. Tutto questo è perché si sottovalutano e vengono sottovalutate, non si pensano abbastanza per combattere la mancanza e ricominciare da zero anche lavorando sulla propria personalità. In un secondo momento, in una fase che arriva tardi, si rendono conto e capiscono che alla fine potevano farcela benissimo, e che dovevano solo trovare il coraggio di abbandonare la loro sottomessa monotonia per iniziare una nuova avventura su un percorso personale.
Giulia, 17 anni

Cara Giulia,
hai diciassette anni e già padrona di consapevolezze che spesso donne mature nemmeno raggiungono. Complimenti, usala quella ‘forza madre’ di cui parli e sicuramente possiedi, ti sarà genitrice di molto, non essere tirchia con lei e ti ripagherà con abbondanza.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

DIARIO IN PUBBLICO: IL TEMPO DEL CRICETO
Ovvero la condizione delle “inascoltate”

Non è un caso che l’animale di riferimento, il criceto, abbia trovato buona pubblicità nel pianeta delle donne. Leggo nell’Espresso del 10 maggio titolato Ripartenza (sostantivo al femminile), tutto dedicato alle donne e al loro ruolo così vilipeso, dimenticato e infine maltrattato, storie di ordinaria ingiustizia. Nel primo articolo si parla di Lorenza Neve due lauree e un figlio piccolo, oltre a un compagno in cassa integrazione.
Nativa di Bergamo e domiciliata a Rho milanese per tutto il periodo del lockdown il figlio piccolo non è uscito di casa e Lorenza, madre, impiegata, ha continuato a lavorare in orario d’ufficio (10-18). E ecco il punto che m’interessa: “Vorresti rendere come prima. Ma non ce la fai, sembri un criceto che rincorre il tempo e a ogni giro di ruota ti senti sempre meno all’altezza di quella che eri”.
E’ necessario  dunque che alle donne sia riconosciuta purtroppo una specifica condizione di ingiustizia. A loro che, come il criceto, rincorrono il tempo. E’ immorale (per usare una categoria poco frequentata dagli italioti) che alle donne siano sempre deferite le soluzioni più estreme e ingiuste, come quelle di essere madri e lavoratrici. Con meno diritti. Con meno aspettative. Come scrive la giornalista Mannocchi autrice dell’articolo: “Si vede chiaramente che a pagare il conto – salato – sul lavoro saranno le donne. Le inascoltate. Le non parlanti”. Ed è per questo che la mia condizione di criceto sta avendo un nuovo significato. Assumiamo la sua immagine come quella che dovrà – o meglio dovrebbe – mettere in risalto e in primo piano il loro ingiusto condizionamento.

Ancor più clamorosamente insidiosi i commenti fatti sulla liberazione di Silvia Romano che hanno raggiunto l’apice del disprezzo e del furore mediatico, proprio a causa delle scelte di quella donna. Tra i commenti più pesanti quelli del deputato Vittorio Sgarbi che, qualificando come terrorista la giovane Silvia, rischia di vedere soggetto ad indagine il suo post. Ecco il resoconto di La Repubblica nella cronaca di Milano del 12 maggio:
Serena nonostante le minacce. Silvia Romano è stata sentita come persona offesa per circa un’ora e mezza dal pm di Milano Alberto Nobili, responsabile dell’antiterrorismo, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla procura sull’odio social che ha travolto la ragazza dopo la sua liberazione. Nobili coordina l’indagine che è stata affidata al Ros, e che al momento vede la raccolta e l’analisi di tutti i messaggi minatori: ci sarebbero i commenti sui social, lettere/volantini, e anche un post di Vittorio Sgarbi che ha scritto di Silvia “va arrestata per concorso esterno in associazione terroristica”. Del post, tra l’altro, ha parlato, da quanto si è saputo, la stessa 24enne nell’audizione di oggi pomeriggio.”

Di grande qualità l’intervento di una scrittrice che ben conosco anche perché il padre è stato mio collega all’Università di Firenze, ma soprattutto perché Dacia Maraini ha frequentato la famiglia fiorentina in cui ho vissuto per 25 anni. Così nell’HuffPost del 12 maggio: “Una cosa non riescono a perdonarle: che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri. È un fatto che li scandalizza, li manda su tutte le furie. Perché loro odiano tutto, forse pure se stessi. Così si precipitano all’attacco, anche vile. La insultano e la dileggiano. Non riescono a sopportare che sia arrivata in Italia sorridendo, sotto un vestito che corrisponde al nuovo nome che si è data, Aisha, senza pronunciare nemmeno una parola di rancore verso chi le ha fatto così male. Avrebbe avuto il diritto di farlo. L’avremmo compresa. Nessuno, però, glielo può imporre come un dovere civile”. E conclude: “È un errore enorme trasformare Silvia Romano in un mostro, guardando al suo corpo come se si trattasse del terreno sul quale combattere lo scontro di civiltà”. A questa conclusione il criceto che è in me comincia a girare vorticosamente la ruota e applaude alle parole della scrittrice più tradotta nel mondo; una che al tempo della seconda guerra mondiale fu sequestrata dai giapponesi e passò mesi in un campo d’internamento uscendone senza odiare i ‘vincitori’ di un tempo.

La più grave provocazione è avvenuta in Parlamento dove – riferisce Il fatto quotidiano – il parlamentare del Carroccio Pagano ha attaccato il governo perché al funerale di un poliziotto morto per il coronavirus non era presente nessun rappresentante dell’esecutivo, mentre, ha aggiunto, “quando è tornata una neo-terrorista, perché questo è El Shabaab, sono andati ad accoglierla”. La presidente di turno Carfagna lo richiama. I Dem insorgono al grido : “Razzisti e sessisti, chiedete scusa”. Il M5s: “Parole vergognose”. Ma ormai l’odio è scatenato e, proprio come criceto, provo vergogna in quanto sembra che gli insulti più tremendi arrivino dalle donne. Umberto Eco che ho conosciuto assai bene ha espresso anni fa un giudizio che riassume, come tanti hanno ricordato, il vero cancro mentale  incluso nel problema: “Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria”. Dove miseria è sì pochezza morale e mentale, ma anche infelicità.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Donne e pianeti

Le donne sono impegnative. Hai due strade, o le usi o le ami. Se le ami, è tutto molto complicato perché in ogni scelta e in ogni parola è come andare a cercare il pianeta giusto nello spazio siderale. E tu puoi approntare tutte le astronavi che vuoi, ma non sai mai se e quando ci prendi. Perché quando arrivi, magari devi aspettare che il pianeta donna riemerga dal passaggio dietro alla stella che te l’ha nascosta. Se le usi, te ne freghi di quello che può volere la donna, non devi cercare niente, non è impegnativo, sei fermo e ti basta.
Giro questo messaggio, scritto da un amico, a mezza rubrica, a quelle amiche-pianeti guardate da molto lontano da uomini che non erano propriamente argonauti. Mi risponde subito S., riemersa e nascosta migliaia di volte, e che troppo spesso si è sentita dire sei impegnativa. Meglio, penso io. Ora lo sa anche lei che non è un difetto, ma un tratto distintivo che le fa perdere meno tempo. Mi racconta di avere chiuso da poco una storia perché, dopo qualche mese, il saldo era negativo.
“Ho messo in fila le cose, tirato una riga e il risultato non mi è piaciuto”. Le faccio notare che il suo lessico e le sue azioni stanno cambiando: un tempo, quel saldo negativo lo avrebbe visto, ma ignorato, sarebbe andata avanti illuminando e oscurando a piacere una storia. Avrebbe continuato, insomma, a ‘sotterrare i pensieri’, come diceva Natalia Ginzburg.
Ora, senza quasi accorgersene, fa una specie di contabilità non scritta, ma efficace. Tira una riga, non indugia più, non scusa e non accusa. Rimane un pianeta raggiungibile solo da chi può.
Poi, quanto all’amare o usare, concordiamo che sia proprio così e una scelta porta al movimento, l’altra fa rimanere fermi. Ma, a pensarci, dissento su una cosa con l’amico che mi ha scritto il messaggio: credo sia impegnativo anche il ruolo di chi usa perché serve la costruzione di una maschera fissa e ripetitiva, un personaggio, quasi un mestiere che, col tempo, si fa usurante e sempre meno interessante.

Siete mai riusciti a tirare una riga guardando lucidamente una storia? E quante maschere avete incontrato?

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Tre uomini in barca…

Mi aspettavo lettere di donne, a difesa della propria mobilità nei punti di vista, e invece, tre uomini hanno ammesso come si sentono (anche quando vanno a sbattere tra le colonne). Poi ha scritto Alice, che rinuncia.
Ecco i loro pensieri.

L’IMBECILLE?

Non ho capito perché una che fa i suoi comodi sia rinascimentale e io che mi ‘sbatto’, sembro un imbecille.
C.

IL GEOMETRA

Credo che la prospettiva personale sia un paradosso: vale solo nel mio perimetro, ma la riconosco solo quando è confrontata con le prospettive altrui. I punti di vista sono talmente tanti da fare perdere il senso dell’equilibrio. Per alcuni è pazzia, per altri è risveglio.
Paolo

IL PODISTA

Io metto in pratica la corsa tra le colonne e non sto quasi mai a osservare le fontane.
Stefano

… E CHI RINUNCIA!

Cara Riccarda,
io non ci provo più a mettermi nella sua prospettiva. E’ fatica sprecata. Non esiste nessuna prospettiva. Credo che i maschi abbiano una genetica inabilità a concentrarsi su quello che stanno ascoltando, a meno che non riguardi vagheggiate e del tutto astratte storie di sesso e sport. Devono essere storie molto vaghe, però. Quel tipo di storie in cui possono sognare senza correre nessun pericolo, senza mettersi in pericolo. Come se avessero un joystick in mano.
Alice

Cari C., Paolo e Stefano,
Alice vi fa inabili e predestinati. Ho la tentazione di pensarla come lei, anche se ho conosciuto eccezioni. Credo che abbia del tutto ragione quando parla del pericolo: sarà un paradosso, ma gli uomini hanno molta più paura delle donne quando si tratta di passare dal vagheggiamento alla realtà, dal joystick alla pelle.
Riccarda

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