Tag: droga

Il fentanyl e la nuova guerra dell’oppio:
la nuova droga sta arrivando anche in Italia

 

Un’epidemia silenziosa sempre più vasta sta colpendo le nuove generazioni occidentali, un coacervo d’interessi di multinazionali del farmaco, narcos e reti di produzione delocalizzate in Cina sta invadendo da tempo la società occidentale, prima fra tutte la società statunitense, e subito a seguire quella europea.

Ben Westhoff, autore del libro-inchiesta Fentanyl Inc. ci parla di un oppiaceo sintetico sviluppato in Oriente, che attraverso il Messico e il Canada arriva nel cuore degli States, e dagli USA sbarca ora anche in Europa.
L’autore di questo libro inchiesta ci parla di novelli “Pablo Escobar” che provengono da Oriente e non risparmiano nessuno.

Fentanyl Inc.

Nel 2021 più di centomila cittadini americani sono morti per overdose, si stima che oltre il 72% di queste morti sia proprio a causa di questi nuovi oppioidi sintetici prodotti in Cina, fatti arrivare nello Stato messicano di Sinaloa e nel Canadà per poi da lì invadere strade, scuole e società statunitensi.

Fentanyl, il nome di questo potente stupefacente, un antidolorifico sintetizzato negli anni 50′.
Bassi costi, una dose si vende a meno di 5 dollari, facile da reperire online, per strada o in farmacia. Non in tutti i Paesi serve una ricetta medica, ma a parità di dose è tra 70 e 80 volte più potente della morfina, cinquanta più dell’eroina.

 

Dosi mortali a confronto: Eroina e fentanyl a confronto

Il fentanyl è la droga perfetta. Anche come sostanza da taglio per la cocaina o l’eroina. Chi consuma una sostanza, non sa più cosa realmente consumi. Inodore, insapore, pochissimi granelli di questa sostanza pura sono sufficienti a mandare una persona in overdose. Assumibile tramite pasticche ma in modo molto più infido senza neanche rendersene conto anche tramite sostanze liquide, o inalabile tramite aerosol.
La fascia di età più colpita è quella fra i 15 e i 39 anni. Tanti bei discorsi e altrettanti bei principi da parte di chi come me la piaga dell’eroina la vide coi suoi occhi attraversare la nostra società e falciare una generazione di giovani intera, lasciano il tempo che trovano, si dissolvono come nebbia al sole, mentre a terra, per le strade delle periferie urbane delle città dove questa nuova droga è arrivata, restano i morti.

Negli Stati Uniti, (la nazione attualmente più colpita) il trend dei danni lasciati da questa nuova droga è in crescita esponenziale, passando dai 21.000 decessi per overdose del 2016 ai 104.000 del 2021. Altro segno visibile della circolazione di questa droga, per le strade, specie nelle periferie più degradate dove prende campo, sono le migliaia di giovani inebetiti che a guardarli sotto effetto di questo potente stupefacente sembrano più morti viventi che persone.

Ci sono poi i derivati del fentanyl che combinati con altre sostanze arrivano ad essere fino a 10mila volte più potenti della morfina.

Negli USA, nel solo periodo di cinque anni, il tasso di decessi per overdose a livello nazionale è quintuplicato.
Il National Center for Health Statistics dei Centers for Disease Control and Prevention nella Città di New York registrò tra il 2000 e il 2012 una percentuale di decessi per overdose associato al fentanyl che arrivava al 2%, 10 anni dopo, nel 2020, la percentuale registrata di overdose da fentanyl rappresenta il 72% del totale.

Oggi, il fentanyl è il farmaco che più viene associato a un’overdose mortale.

“I nomi commerciali del fentanyl sono vari, commercializzati dalle stesse aziende multinazionali farmaceutiche, per strada, dove negli ultimi anni questo farmaco, inizialmente usato come anestetico generale nella terapia del dolore, ha cominciato a diffondersi chiamandosi Apache, China Girl, China Town, China White, Dance Fever, Goodfellas, Great Bear, He-Man, Poison, Toe Tag Dope, Tango & Cash o, semplicemente, White Girl: la dama bianca.

Con il suo libro, (Fentanyl, Inc: How Rogue Chemists Are Creating the Deadliest Wave of the Opioid Epidemic – Atlantic Monthly Press, ed. 2019), Ben Westhoff (giornalista investigativo che lavora sul campo) ha suscitato un terremoto perchè non si è limitato a denunciarne il consumo, ma ha indagato il network di produzione e commercio del fentanyl.

Intrecci tra Narcos, laboratori cinesi, multinazionali del farmaco, dark web, mercato legale e illegale diventano osmotici, si compenetrano a vicenda, gli interessi di un mercato seguono a ruota quelli dell’altro.

Ma come è stato possibile che un antidolorifico, un farmaco medico usato nella terapia del dolore per le neoplasie sia diventato una sostanza comune d’abuso quasi comune tra i cittadini americani.

A darci la risposta è proprio Westhoff, nel suo libro inchiesta. Il fentanyl venne sintetizzato nel 1959 da Paul Janssen, un chimico belga, fondatore della Janssen Pharmaceutica N.V. che dal 1961 fa parte della Johnson & Johnson e, nel 1985, della Xi’an-Janssen Pharmaceutical Co., Ltd., la prima azienda farmaceutica occidentale della Repubblica Popolare Cinese.

Confezione di Fentanyl prodotto dalla Janssen

La compagnia farmaceutica ha sviluppato molti derivati della morfina, ma il fentanyl era particolarmente redditizio per la Janssen Pharmaceutica. Il fentanyl, spiegava Janssen, “ha permesso per la prima volta di eseguire lunghe operazioni e, insieme ai suoi successori, preannunciò una rivoluzione nelle sale operatorie. Operazioni a cuore aperto come quelle praticate oggi, – sosteneva Janssen, – non sarebbero state possibili senza il fentanyl. Questo per spiegarne l’origine.

Insomma, come spesso accade, quel farmaco fu una svolta.
Diventò l’anestetico più usato al mondo, la Janssen Pharmaceutica fu acquistata dal colosso americano Johnson & Johnson nel 1961 e Paul Janssen continuò a lavorare per l’azienda, incaricata di sviluppare altri tipi di fentanyl.

In seguito, a partire dal 1964, il fentanyl venne posto sotto il controllo internazionale della convenzione unica sugli stupefacenti delle Nazioni Unite. Un po’ come avvenne per la morfina prima, e per l’eroina poi, (sostanze nate per scopi medicinali e militari che in seguito negli anni 70′ invasero le società occidentali falciando generazioni intere di giovani), anche il fentanyl a partire dal 2014 ha cominciato penetrare la società occidentale e a diventare così un grande problema, di natura umana e sociale.

La gente ha cominciato a morire di fentanyl. Estremamente difficile da dosare, può essere letale con quantità di soli due milligrammi, quantitativo appena visibile ad occhio umano e molto più piccola di una dose di eroina.

Nel 2021 negli USA ha rappresentato la prima causa di morte, molto più delle morti da incidente stradale e di quelle dichiarate per covid.

I trafficanti “tagliano” il fentanyl in altre droghe. Così, molte vittime di fentanyl pensano di prendere eroina, cocaina o pillole di altro genere, ma quando c’è troppo fentanyl nella miscela, la morte è quasi istantanea.

“Il fentanyl ha cambiato le regole del gioco”, sostiene un agente della Drug Enforcement Administration (DEA).

Ed è proprio così: il fentanyl ha cambiato completamente il panorama delle sostanze stupefacenti, la sostanza che inizialmente veniva usata come taglio è diventata dominante nel mercato delle droghe a livello mondiale.

A spiegarci perché il fentanyl viene principalmente prodotto in Cina è sempre Westhoff nel suo libro:
“Ho visitato i laboratori di cui tutti parlano, ma che nessuno è mai andato a vedere. Io ci sono stato e ho verificato che in fase iniziale queste aziende per produrre ed esportare fentanyl e altre sostanze, hanno ricevuto sostegno in forma di sussidi e sgravi fiscali da parte del Governo cinese.”

Westhoff nel suo libro inchiesta racconta come tramite una mail falsa a un presunto dealer è riuscito a entrare in contatto con una delle tante aziende produttrici, spiega come a partire da lì ha poi trovato tutta una serie di connessioni e collaborazioni che viaggiano su un doppio e ambiguo filo fra mercato legale ed illegale.

E’ vero che il fentanyl dopo molte pressioni al governo cinese è stato vietato, tranne che per uso medico, eppure come nel caso-Zhang, una società di Shanghai che esportava clandestinamente fentanyl e altre sostanze, il Governo cinese ha scelto di non perseguire.
Le ambiguità permangono, e il libro di West ne tratta a lungo, senza complottismi, arrivando a scrivere senza peli sulla lingua che “i novelli Pablo Escobar del mercato mondiale della droga arrivano direttamente da queste aziende produttrici cinesi.”

“La Cina – come descritto da Westhoff – ha grandi problemi con droghe come l’eroina, la metamina e la ketamina, ma non ha un problema di fentanyl. Almeno, non come lo abbiamo noi negli Stati Uniti, – scrive Westhoff – Il grande tema in Cina è che molte di queste sostanze, che sono vietate negli Stati Uniti, sono ancora legali. E così le aziende le possono produrre con il pieno sostegno del Governo, ma poi l’esportazione diventa qualcosa di simile al contrabbando. Ovviamente non tutto il fentanyl che gira per le strade americane viene dalla Cina ma dalla Cina arriva sul mercato nero una qualità di fentanyl in purezza, al 90%. Una sostanza estremamente pura ed estremamente conveniente. Arriva via posta, con dei corrieri, in Canada o in Messico e, da lì, entra negli USA. Ma il fentanyl non tagliato o ridotto in compresse arriva direttamente. Quindi c’è un sistema che passa le frontiere, dopo il taglio, e un sistema di transito diretto.”

Le rotte del Fentanyl

Le principali aziende produttrici di Fentanyl vengono indicate nel distretto di Wuhan, nome diventato molto noto al pubblico occidentale per altri e differenti motivi.

Secondo i metodi descritti da Westhoff nel suo libro, ad esempio il fentanyl prodotto tramite la Qinsheng Pharmaceutical Co. Ltd. e trasportato dalla Zheng Drug Trafficking Organization (DTO) arriva sulle strade del mercato statunitense. Queste società di produzione gestirebbero un’operazione internazionale di produzione e traffico di droga che contribuirebbero in modo diretto alla crisi di dipendenza da oppioidi, overdose e morte negli Stati Uniti.
Queste società stando al libro inchiesta di Westhoff tutti gli anni avrebbero spedito migliaia di pacchetti di oppiacei sintetici negli Stati Uniti, prendendo di mira i clienti attraverso la pubblicità online e le vendite web, utilizzando corrieri postali commerciali per contrabbandare i loro farmaci.

Partita di Fentanyl sequestrata negli Stati Uniti

“La Cina prevede pene molto severe in tema di stupefacenti e sostanze, ma non ha un vero problema con il fentanyl. Almeno, non ha un problema sociale, con i suoi cittadini. Non avendo un problema sociale con il fentanyl, la situazione è di fatto molto alleggerita. Noi parliamo di epidemia, loro no.” – racconta Ben Westhoff – Visitando le fabbriche di sostanze in Cina, sono stato colpito dalla quantità di droga prodotta e dal numero di persone che lavorano in queste aziende. Certo, c’è molta repressione in Cina sul tema delle droghe e molte persone sono in prigione per produzione e spaccio, ma sul fentanyl c’è uno scontro di problematiche. Perché in Cina rimane tendenzialmente un antidolorifico. Negli Usa invece oramai è ben altro.”

Secondo la DEA, la Drug Enforcement Administration americana: “il fentanyl sequestrato al confine con il Messico ha una purezza media di circa il 7%. Poi, però, c’è il dark web.
In passato, per ottenere droghe illecite, un acquirente doveva incontrare fisicamente un trafficante in un vicolo, oggi può anche starsene in casa e, con un po’ di competenza e qualche strumento, accedere ai negozi del dark web.” conclude il funzionario.

“Molte persone – spiega invece Westhoff in un capitolo del suo libro, – assumono fentanyl assieme ad altre droghe, spesso inconsapevolmente. Oppure comprano medicinali sui canali paralleli e quei medicinali sono “tagliati”. Questo ha cambiato tutto e ha creato un’epidemia di morti per overdose mai registrata prima.”

“C’è anche un’inconsapevolezza dal punto di vista medico. – Spiega Westhoff – Molte persone usano queste droghe senza sapere di usare una sostanza di tale potenza. “ – riferendosi direttamente al sistema sanitario. –

Westhoff parla di persone che si curano e si ritrovano dipendenti senza saperlo e senza riuscire a uscirne. Il caso di Prince ne è un esempio, pare usasse antidolorifici al fentanyl per il mal di schiena. “Anche in Europa sta diventando prassi, nonostante i sistemi di welfare siano diversi. Molte persone usano queste sostanze senza sapere che cosa usano. Altre comprano una cosa e si ritrovano a che fare con un’altra, pensano di usare eroina o cocaina o qualche pasticca oppure pensano di usare “semplicemente” un antidolorifico e si ritrovano a che fare con il fentanyl.” – Scrive Westhoff nel suo libro.

Westhoff in una intervista rilasciata l’anno scorso sul settimanale spagnolo, “Juanjo Villalba” racconta di una sua precedente visita in Spagna e Portogallo dove c’è un certo allarme sulla questione fentanyl.
“L’epidemia” pare stia dilagando anche in Europa. In certi Paesi come Regno Unito e Svezia è già arrivata. In Italia sta cominciando a prendere campo ora.

Svezia: incidenza delle morti per fentanyl. Fonte: Polizia svedese

Westhoff nel suo libro è dettagliato e preciso nello spiegare come i mercati si intreccino fra loro, la strada, il web, la Cina, le multinazionali del farmaco, e i canali della prescrizione medica affidati al sistema pubblico sanitario:
“Se guardiamo al consumo, via web è possibile acquistare fentanyl molto puro a prezzi davvero bassi. Ancora più bassi di quelli che si trovano in strada, dove lo spaccio è solitamente gestito dagli stessi che vendono coca, ero o metanfetamine. C’è poi il canale delle prescrizioni mediche, – dettaglia West nel suo libro – che sono ovviamente un’altra cosa. Ma quando la gente è in difficoltà e non può farsi prescrivere un farmaco e sta molto male cosa fa? Va sul web. Salvo che se capita di diventare dipendenti o se non ci si possono permettere certi antidolorifici, magari perché non si ha un’assicurazione e si vive in un Paese che non ha un sistema sanitario pubblico di modello europeo, si finisce sul web o per strada.”

Siamo davanti a un problema di dimensioni enormi. Per gli Stati Uniti, questo problema ha un’evidenza che supera centomila morti all’anno, senza contare altre centinaia di migliaia di persone che hanno sviluppato una forte dipendenza. Oltre alla morte per overdose, ci sono da contare anche i danni prodotti sulle persone, quelli provocati dal fentanyl sono ben peggiori di quelli che possono produrre eroina e cocaina, arrivando a ridurre una persona a una specie di zombie ambulante, il fenomeno è in forte crescita, sta assumendo proporzioni globali e va a colpire come già avvenuto in altra epoca con altre droghe, le generazioni più giovani.

 

Leggendo il libro di West mi è venuto spontaneo ripercorrere come in un parallelo, però a parti invertite, i fatti storici che oltre 150 anni fa che portarono alle “guerre dell’oppio”. Due conflitti combattuti tra il 1839 e il 1860 dalla sola Gran Bretagna il 1° conflitto, e da Gran Bretagna e Francia successivamente il 2° conflitto, contro l’allora impero cinese.

Oggetto della contesa imporre nell’impero celeste la liberalizzazione del commercio dell’oppio da parte occidentale.
La prima guerra dell’oppio segnò storicamente l’inizio del colonialismo europeo in Cina.
La vittoria occidentale trasformò di fatto la Cina in una colonia delle potenze europee, le quali si assicurarono consistenti privilegi e concessioni commerciali e territoriali su tutto il territorio dell’impero cinese, arrivando anche a stabilire dei protettorati britannici come ad esempio Taiwan e Hong-Kong in pieno territorio dell’impero cinese.

La Cina inizialmente utilizzava l’oppio come medicinale, in seguito accortasi che stava diventando una vera e propria piaga sociale ne proibì l’uso.
La Compagnia delle Indie Orientali, istituita nel 1715 dalla Gran Bretagna, diede però fortissimo impulso al commercio dell’oppio proveniente dal Bengala in India, invadendo il mercato della Cina.
L’obiettivo britannico era di doppia natura, da una parte tramite questo export, ridurre il deficit della bilancia interna dei pagamenti commerciali dell’Impero britannico, dall’altra incoraggiare il consumo della droga tra gli appartenenti alla classe dei mandarini cinesi di modo da fiaccare, corrompere e infiltrare l’allora classe dirigenziale cinese, rendendola docile ai voleri e agli interessi britannici e occidentali.

Fumatori di oppio in Cina, in una stampa del 1858

La vendita dell’oppio per gli occidentali ebbe l’effetto sperato, per la Cina fu invece un vero e proprio disastro. Il consumo di oppio divenne una vera e propria piaga sociale, criminalità e corruzione aumentarono a dismisura, comportando anche la svalutazione del rame e l’aggravarsi della condizione dei contadini cinesi, i quali venivano pagati in rame per i loro prodotti, ma dovevano versare allo Stato le tasse in argento. In risposta a questi problemi, le autorità cinesi inasprirono i divieti sulla droga, confiscando e bruciando enormi quantità di oppio, ma ciò scatenò la violenta reazione delle compagnie commerciali britanniche e occidentali.

Le truppe inglesi attaccarono la Cina, dando inizio alla guerra, che si concluse con la vittoria britannica. I vincitori obbligarono i cinesi alla firma del trattato di Nanchino (29 agosto 1842). In base a questo trattato la Cina fu trasformata in una vera e propria colonia inglese: doveva risarcire una cospicua indennità per l’oppio confiscato e distrutto, aprire cinque porti al commercio inglese e cedere Hong Kong alla Gran Bretagna. Identici accordi furono conclusi con altre potenze occidentali.
Divenuta una vera e propria semi-colonia occidentale, la Cina si trovò ad affrontare contemporaneamente una gravissima crisi interna, che sfociò nella ribellione contadina nota come la rivolta dei Taiping, e in una estera, che portò ad nuova guerra contro i britannici, sostenuti questa volta anche dalla Francia. La seconda guerra dell’oppio si concluse nel 1860, con una nuova capitolazione della Cina, costretta ad aprire al commercio straniero anche le vie fluviali interne e a stabilire normali rapporti diplomatici con gli Stati occidentali.

Stampa di una battaglia della 1° guerra dell’oppio

L’imposizione ai cinesi del libero commercio di oppio ebbe conseguenze nefaste con effetti trascinati sino al XX secolo e contese territoriali presenti tuttora. La potenza britannica comprese la possibilità di fare lauti guadagni dal commercio della droga, e al tempo stesso poter fiaccare la società cinese per poterne avere un controllo maggiore.
Questo portò la Cina a diverse spaccature interne, vaste aree del commercio dell’oppio furono subappaltate dalle compagnie britanniche a varie bande criminali che realizzavano i loro profitti con il traffico dell’oppio, muovendo spesso guerra allo stesso governo cinese attraverso armi acquistate dai britannici.

La crisi socio-economica arrivò a favorire la frammentazione della società cinese, e in conseguenza la nascita e lo sviluppo di rivolte contro le autorità cinesi, in seguito anche contro quelle occidentali, sorte in odio alle politiche economiche e commerciali occidentali.
Il disastro sociale che si produsse in Cina fu di proporzioni enormi, trascinandosi fino alla seconda metà del secolo scorso, tutto ciò come conseguenza delle politiche colonialiste e di penetrazione commerciale britanniche. I disordini e le rivolte interne in Cina assunsero dimensioni tali che tra il 1898 e il 1901 si decise per un nuovo intervento militare dell’Occidente (USA, Francia, Gran Bretagna, Italia, Germania, Giappone e Russia) intervennero a sedare le sanguinose rivolte interne, facendo più morti e danno delle rivolte stesse. Meno di un decennio dopo in Cina ebbe inizio una lunga serie di rivolte e conflitti sociali che nel 1911 portarono alla prima rivoluzione cinese, l’imperatore destituito, e in atto un cambio radicale che segnava la fine di un impero millenario.

Luca Cellini
Redattore ed editorialista di Pressenza. Da sempre antimilitarista, è stato obbiettore e attivista nella LOC, nel Movimento Umanista, con Greenpeace, e nel Social forum. Durante la guerra della ex-Jugoslavia, col progetto “Mir sada” promosso dai “Beati i costruttori di Pace”, si reca in Bosnia nei gruppi d’interposizione nonviolenta che tentarono di fermare il conflitto in atto. Fondatore del comitato Valdarno sostenibile con cui furono promossi progetti alternativi per una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti, realizzando sul tema incontri di formazione pubblici e per gli studenti nelle scuole superiori. Padre di due figli, appassionato di scrittura, s’occupa di controinformazione, di diritti umani, d’economia e di ricerca nel settore energetico. Attualmente attivo come volontario in associazioni impegnate nella lotta contro la tratta e lo sfruttamento minorile.

La droga no

Fa davvero un effetto straniante ritrovarsi nuovamente la bacheca di Facebook invasa dai meme di Salvini al citofono, è come se – complice anche altro – il 2020 non fosse mai finito per davvero.
O almeno: aumenta la sensazione che questi nuovi ruggenti anni ’20 possano essere un solo enorme pastone.
Posso però intuire che ci sia ben altro a bollire in pentola.
E non mi riferisco certamente alla fine dell’epoca della “Bestia”, l’ormai mitologica creatura che gestiva il gran battage salviniano su internet.
Forse la “Bestia” si è solo trasformata in qualcosa di diverso.
In fondo – oggi come ieri – Salvini è perennemente ovunque.
Anche altre cose sono perennemente ovunque e i problemi sono – oggi come ieri – sempre gli stessi.
Sono però diventati più grossi, proprio come Salvini.
Alla luce di questo nuovo scandalo all’interno della Lega – questa volta “a base di droga” – possiamo forse immaginare un Salvini che si lancia in una pannelliana svolta antiproibizionista?
Chi lo sa?
Ma soprattutto: CHI SE NE FREGA.
Come recitava una vecchia réclame: i problemi sono tanti, milioni di milioni.
E qualcuno li ha pure contati, aggiungo io: pare siano 49 e che si automoltiplichino per altri 49 milioni per l’eternità consentendoci freddure eterne su Salvini e la Lega.
Francamente: me ne infischio.
Me ne infischio non perché ho poco senso civico ma forse perché ne ho troppo e temo sempre il peggio quindi con quegli ormai mitologici 49 milioni – come si dice qui – ci ho dato su, come con i processi a Berlusconi o Andreotti.
Vedremo cosa succede e nel frattempo buona settimana a tutti.

Baader Meinhof (Cabaret Voltaire, 1978)

Il karma della Bestia

Il karma della Bestia

ll citofono no,
non l’avevo considerato,
non pensavo che il karma
si fosse incazzato.
Il domatore della bestia,
anche lui è uno spaccino
non è nemmeno
un marocchino.
Ti telefonerò
quando sarai fuori dal gabbio
che poi neanche c’andrai,
han trovato delle sostanze strane.
Hai venduto roba a dei ragazzi
ora siamo diventati pazzi
e mi poi ti han perquisito …
PSICOTROPAICO!
E’ una giornata strana
quando siamo noi
a spacciare per la grana
alla nostra gioventù italiana.
La bestia si è ribellata
questa storia non c’è mai stata
a ragionar come voi
ogni leghista è spacciatore.
Il karma c’ha disarmato l’arma
a sparger merda nel ventilatore
contro tutti a tutte le ore,
poi anche noi prendiam l’odore.
PSICOTROPAICO!

SUPERLEGA: il nuovo “cartello” ha perso una battaglia. Vincerà la guerra

La bugia e l’ipocrisia sono due cose diverse. La bugia, nel bambino, è considerata parte del suo processo evolutivo. Attraverso la bugia il bambino costruisce un proprio spazio segreto, che si riempie di sentimenti o emozioni che ha paura di mostrare. La manifestazione della malizia nel bambino che mente genera una specie di benevola meraviglia, di quando si scopre il mondo immaginario che è riuscito a creare dietro la bugia.

L’ipocrisia è l’atteggiamento di una persona che volontariamente finge di possedere ideali, principi, sentimenti che in realtà non possiede. Essa si manifesta quando la persona tenta di ingannare altre persone con tali affermazioni. In questo caso l’inganno è adulto, perchè ha perduto ogni innocenza.

Nella vicenda del fallito golpe del calcio europeo siamo al cospetto di attori che non sono semplicemente bugiardi, ma ipocriti. Gente che dichiara di difendere principi e ideali di purezza e sportività, quando in realtà sta difendendo i propri lauti guadagni. Tale Alexander Ceferin, presidente dell’Uefa, nel 2020, in piena epidemia mondiale da Covid, si è aumentato lo stipendio di 450.000 euro. Adesso si mette in saccoccia 2,2 milioni di euro l’anno, senza premi perchè, in pandemia, è immorale percepire premi (prima gigantesca manifestazione di ipocrisia: trasformo un compenso variabile in fisso facendo finta di seguire un principio morale). Ceferin infama l’ex amico Andrea Agnelli, presidente della Juventus e coautore del tentato “colpo di stato” della Superlega Europea, dicendo cose enormi: tipo che siccome Agnelli spegne il telefono per non farsi trovare mentre prepara la dichiarazione secessionista dei 12 club fondatori del golpe, il suo comportamento è peggiore di quello dei criminali di guerra che Ceferin si è trovato a difendere nella sua carriera di avvocato (complimenti). Ceferin è a capo di un organismo che introduce la regola del fair play finanziario, e poi permette a Manchester City, Paris Saint Germain ed altri di spendere l’inimmaginabile per creare squadre invincibili (che comunque non vincono sempre, perchè l’imponderabile nel calcio continua ad esistere, malgrado tutto e malgrado l’Uefa). Sempre Uefa è precisamente l’organismo che ha, di fatto, creato una Superlega di ricchi e potenti che detengono il monopolio del calcio professionistico, pagando cifre indecenti per ingaggiare i migliori allenatori e giocatori (non crederete mica che i migliori calciatori del mondo vengano a giocare in Europa perchè ha i migliori monumenti, vero?).
Poi succede l’imponderabile, stavolta un imprevisto planetario, non sportivo: il mondo è costretto a fermarsi a causa di una moderna peste chiamata Covid-19. Fine degli incassi da pubblico allo stadio, perchè gli spalti devono rimanere vuoti, per ragioni sanitarie. Fine di buona parte dell’indotto da merchandising, perchè la battaglia sportiva è meno attraente senza un’arena di tifosi urlanti. Riduzione dell’appeal televisivo, che inevitabilmente porta ad una contrazione dei guadagni da incasso dei diritti televisivi, della pubblicità e delle sponsorizzazioni. Le 12 società secessioniste non fanno altro che cercare di massimizzare i profitti di un circo che spende tanto, ma non incassa, secondo loro, abbastanza per quelle che sarebbero le sue potenzialità (e soprattutto non incassa abbastanza per ripianare i soldi già spesi). La NFL (lega nordamericana di football, quella del Superbowl) ha firmato nuovi accordi sui diritti tv con Cbs, Nbc, Fox, Espn e Amazon per un valore complessivo di 110 miliardi di dollari. La NBA (basket statunitense) fattura 8 miliardi l’anno.

La Champions League nel triennio 2018-2021 ha fatto entrare nelle casse dell’Uefa 1,5 miliardi di euro, pari a 1,8 miliardi di dollari. Il calcio in termini di spettatori ha il triplo dei numeri dell’NFL e il doppio dell’NBA. Ma i diritti tv e gli introiti da pubblicità rendono molto meno. Inoltre l’UEFA retrocede ai club una quota dei ricavi ben lontana dal totale.  Non capisco cosa ci sia di strano, dentro questa logica drogata, se le società che producono lo spettacolo più visto al mondo decidono di mettersi in proprio. La stranezza casomai è che non ci abbiano pensato prima. Adesso è diventato inevitabile non solo pensarlo, ma farlo, dal loro punto di vista, perchè la pandemia ha distrutto i bilanci dal lato delle entrate, e i prossimi introiti servirebbero anzitutto a ripianare debiti destinati altrimenti a diventare inesigibili. In questa situazione, l’appoggio finanziario di JP Morgan al progetto Superlega rivela più di tante chiacchiere.

La spettacolarizzazione spinta all’eccesso che sta dietro a questa idea persegue lo scopo di perpetuare la folle macchina degli ingaggi faraonici. Lo scopo, candidamente dichiarato (e qui Florentino Perez è molto meno ipocrita di Ceferin), è anche quello di poter continuare a dare 12 milioni di euro a Pep Guardiola, 16 milioni a Jurgen Klopp, 31 milioni a Cristiano Ronaldo. Quando sento Klopp dichiarare che non si fa una cosa del genere “contro i tifosi”, o Guardiola affermare: “lo sport non è sport quando non c’è un rapporto fra sforzo e ricompensa: tutti pensano a loro stessi”, francamente mi viene la nausea. Tutti pensano a loro stessi? Certo, e i primi sono loro. Fossero intellettualmente onesti, dovrebbero avere la decenza di tacere, perché questo putsch mira a tutelare anche le loro tasche, dalle quali tracimano milioni di sterline, euro, o franchi svizzeri. Invece si ergono a paladini del “calcio pulito”, competitivo, nel quale conta solo il merito sportivo.

La fiera mondiale dell’ipocrisia. Ce ne fosse uno, di questi paladini del calcio pulito, che dichiari di essere disposto a diminuire il proprio ingaggio, come sta succedendo a qualunque persona normale con uno stipendio normale in tempi di Covid. La scelta di una maggiore sobrietà sarebbe l’unico modo per conferire un briciolo di credibilità a certi discorsi ammantati di purezza. Invece, col piffero: molto meglio tuonare contro gli ammutinati e salvarsi coscienza e portafoglio.
Non vi bastano gli esempi citati? Sapete cosa guadagna Diego Simeone per allenare l’Atletico Madrid? 22 milioni netti. Sapete cosa ha dichiarato? “Considero il dietro-front e le scuse dell’Atletico Madrid dei grandi gesti. Il presidente ci ha spiegato i propri dubbi, credo che alla fine abbia fatto bene, sia nei nostri confronti che davanti ai tifosi”. Peccato che Florentino Perez, presidente del Real Madrid, abbia appena ricordato che tutte le 12 società non si sono accordate al bar dopo una sangria di troppo, ma hanno firmato un regolare contratto per aderire alla Superlega. Peccato che Joan Laporta, presidente del Barcellona, abbia appena dichiarato che “la Superlega esiste ancora”, e che “è assolutamente una necessità”. Sono i presidenti delle due società che fatturano più ricavi al mondo, e hanno assoluto bisogno di rientrare per non fallire. Come la mettiamo?

La cosa più maleodorante è il continuo richiamo al “rispetto per i tifosi”. Se i tifosi, così innamorati della tradizione (la gloriosa Coppa dei Campioni cui accedeva solo la vincitrice del campionato) e del merito da gettarsi a capofitto su una Champions League che imbarca la seconda, la terza e la quarta classificata del campionato nazionale, volessero davvero farsi rispettare, dovrebbero smettere di spendere fortune per il calcio. Smettere di abbonarsi, smettere di sottoscrivere pacchetti satellitari o streaming, smettere di pagare cifre scellerate per un biglietto.
Ma i tifosi non lo faranno, esattamente come è successo per il passaggio dalla Coppa alla Champions. Perchè i tifosi si sono trasformati in clienti, consumatori, e la loro è una dipendenza, esattamente come il tossico dipende dal suo spacciatore. E quando sei dipendente da una cosa, sei disposto a tutto per averla. Florentino Perez, Joan Laporta, Andrea Agnelli e gli altri secessionisti (ora pentiti per finta), lo sanno benissimo. Quello che vogliono fare è sostituire il loro cartello a quello di Ceferin, che non rende abbastanza. Prendere direttamente in mano la gestione dello spaccio, e controllare il territorio senza intermediari.

Tra i binari

Tra i binari scorre il senso della vita. Un andare e venire indefinito, incerto. Nelle stazioni di notte si ulula come lupi solitari, e solo la luce del giorno restituisce ciò che l’oscurità ha celato. Tra i binari brandelli di una società occulta, oscurata, mal voluta, disprezzata…

Elogio della panchina

La campagna ‘Parchi puliti’ e l’intenzione dell’iperattivo vicesindaco Nicola Naomo Lodi di smantellare le panchine in città come prima misura antispaccio è una notizia che ha qualcosa di surreale. Come possibile pensare che togliere posti a sedere possa servire a contrastare gli spacciatori e bonificare i giardini del grattacielo? C’è forse bisogno di avere una panchina a disposizione per vendere e acquistare droga? Non basta girare a piedi e ‘spacciare in movimento’? O, come sta già succedendo, spostarsi in qualche altra zona di Ferrara?
La campagna contro le panchine – ad oggi non sappiamo fino a che punto verrà portata a compimento – sembra una misura talmente assurda e incongruente da indurre più all’ironia e alla satira che alla protesta civile. Così infatti Diego Marani, in un suo gustoso intervento sulla Nuova Ferrara, non resiste alla tentazione di mettere alla berlina la giunta leghista che eliminando il luogo (la panchina) pensa di eliminare il fenomeno (lo spaccio): “Seguendo questa logica, l’assessore Lodi dovrebbe allora vietare le borsette alle signore per sventare gli scippi, confiscare tutte le biciclette per evitarne il furto, chiudere le banche per scoraggiare le rapine”. Il vecchietto nella vignetta di Carlo Tassi su questo giornale propone invece come estremo deterrente una attualissima idea amazzonica: eliminare in toto gli alberi che regalano un’ombra accogliente agli spacciatori e ai malintenzionati.
Insomma, la tentazione di metterla in ridere è forte. Eppure sarebbe sbagliato prenderla sottogamba: la battaglia contro le panchine – si tratti pure di una semplice operazione propagandistica senza drastiche e definitive conseguenze – è un segnale preoccupante, rappresenta con assoluta evidenza un’idea pericolosa di governo della città. Significa voler affrontare un problema di sicurezza sociale – e quello dello spaccio a Ferrara lo è eccome – chiudendo spazi, eliminando luoghi e occasioni di incontro e moltiplicando inferriate, telecamere e controlli. Insomma, la questione è terribilmente seria. In questi giorni singoli cittadini e Associazioni stanno promuovendo una raccolta di firme contro lo smantellamento delle panchine, E’ una buona notizia.
C’è naturalmente altro. Dopo aver smontato e disperso il campo nomadi, anche verso i giovani e i pericoli della ‘movida’ di una città con più di 20.000 studenti universitari la nuova Giunta propone un giro di vite.E che ne sarà in un prossimo futuro dei festival ferraresi o dei concerti d’estate, pericolosa occasione di folle schiamazzanti?
A Ferrara tira oggi un’aria di chiusura, come se per difendersi dal malessere e dal disagio sociale non si possa fare altro che ridurre gli spazi della socialità invece di riempire e riconquistare gli spazi perduti. Panchine comprese. E’ su questo che occorre porre attenzione. Se la sicurezza diventa l’imperativo categorico, la via maestra che ispira tutte le scelte di governo della città (in assoluta continuità con l’operato dell’ex Ministro dell’Interno) allora la faccia di Ferrara è destinata a cambiare progressivamente. Come? Per immaginare il punto d’arrivo, basta avere in mente alcuni quartieri delle grandi metropoli: piazze e strade vuote, e la gente prigioniera in case blindate come casseforti.
La panchina è un bel simbolo di socialità. In panchina non sostano solo gli spacciatori. Ci si siedono gli anziani (Ferrara è una delle città più vecchie d’Italia), i ragazzi, le mamme con i bambini… In panchina ci si dà appuntamento, ci si incontra, si parla, si legge un libro, si guarda il verde dei prati e degli alberi, ci si innamora perfino. Se non ho più dove sostare (e dove bere un sorso d’acqua: le fontanelle sono sempre più rare) la città diventa solo un luogo da attraversare in fretta, non un posto dove vivere.
Non mi piace disegnare scenari apocalittici, ma senza accorgercene rischiamo di imboccare un bivio: la chiusura invece dell’apertura, la difesa invece del coraggio. Non leviamo le panchine, mettiamone altre, e aggiungiamo magari qualche fontanella.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

metodo naomo post fb

Naomo Lodi: “In futuro pattuglie dell’esercito anche in centro. Ma per sanare il Gad servono dieci anni”

Cos’è il ‘metodo Naomo’?
Il famoso ‘calcio in culo’ nasce quattro anni fa quando alcune persone iniziano a dire che il mio fosse un metodo di forza, ma non di violenza. Qualcuno mise addirittura un adesivo con questa scritta nella buca delle lettere di Luigi Vitellio (il segretario provinciale del Pd, ndr) e fui accusato di intimidazione. Io mi scusai perché non ne sapevo nulla. Comunque è vero, faccio delle azioni forti per attrarre l’attenzione e posso affermare che negli ultimi quattro anni ho il peso e l’orgoglio di avere costretto chi di dovere a muoversi. Le azioni di forza, lo ammetto, a volte sono sbagliate, a volte legittime, a volte meno, e su questo c’è un tribunale che le giudica e per ora ho avuto una condanna a 5 giorni solo per le barricate di San Bartolomeo. Ma se questa amministrazione ha dormito per 30 anni, facendo così abbiamo risolto tanti problemi.

Segretario cittadino della Lega e personaggio assai discusso, il suo nome e il suo ‘metodo’ sono celeberrimi in tutta la città. Nicola Lodi, per tutti ‘Naomo’, si racconta e illustra la sua visione di Ferrara: vuole l’esercito anche in centro, pensa di creare macro-associazioni (“mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off” eccetera) e suggerire i temi di dibattito al Festival di Internazionale. “Ma per sanare il Gad – spiega – servono dieci anni”. Il pirotecnico Naomo anticipa al nostro quotidiano cosa accadrà se a maggio la Lega vince le elezioni.

Se la vostra coalizione eleggerà il sindaco, quali saranno le prime problematiche che affronterete?
Se andremo al governo affronteremo subito tre problemi: prima la sicurezza; poi verde pubblico, viabilità e calotte; terzo il lavoro.

E secondo lei vincerete?
Siamo favoriti e stiamo allacciando il rapporto con tutti, e le dirò di più, vinceremo con i voti della sinistra. Ho tanti amici comunisti, non del Pd, che mi dicono “se ci fosse stato il vero comunismo problemi come pulizia e degrado non ci sarebbero”, quindi la sinistra stanca si riconosce più in un partito come la Lega invece che nel Pd, il quale continua ad attaccare sul piano personale, senza trovare soluzioni.

Cosa ha da dire agli ‘amici degli amici’, casomai andaste al governo cittadino?
Sarebbe sciocco dire alle nuove generazioni “non vi daremo un soldo” perché, punto primo, i soldi ci sono, secondo vanno fatti investimenti sul futuro e quindi sui giovani: l’associazionismo è un metodo efficace per fare cultura e anche sicurezza.

Quindi rapporto dialettico con le associazioni?
La mia visione è di far presentare dei progetti, farli valutare da una commissione super partes, eletta dai cittadini, e finanziarli senza più l’ingiusto metodo degli ‘amici degli amici’.

E a chi ha paura di una vostra possibile vittoria?
Non si deve aver paura. Secondo lei chiuderemo Wunderkammer o il consorzio Grisù? No, saranno migliorati, le realtà saranno incentivate a fare progetti migliori, con più costanza. Non puoi avere un associazione che fa solo due eventi all’anno.

In sintesi?
Mettere insieme più teste, esempio il Movida On nessuno lo ricorda. Vorrei mettere insieme Web Radio Giardino, Teatro Off eccetera: fare delle macro-associazioni e sposare progetti fatti in quest’ottica. In poche parole, ritorniamo a dei regimi più alti.

Parlando di elezioni, la Lega è alla guida della coalizione di Centrodestra a Ferrara, qual è il vostro disegno strategico?
Il mio obiettivo era portare la Lega ad un livello tale da poter esprimere un candidato, e ci sono riuscito mantenendo buoni rapporti con tutti (Fratelli d’Italia, Forza Italia, persino Movimento 5 Stelle). Il centrodestra è unitissimo e che il candidato sindaco dovesse essere della Lega non è mai stato messo in discussione.

Ultimamente ha dato l’impressione di abbassare i toni…
Mi sono istituzionalizzato, ho fatto azioni un po’ meno eclatanti, però quello che c’è adesso, lo ribadisco, è un’unità fortissima. Puntiamo a vincere questa città.

Sempre sulle elezioni, cosa ha da dire a chi accusa il centrodestra di voler eliminare eventi come i Buskers o Internazionale?
È una stupidaggine. Non ho problemi ad avere contatti anche con associazioni di sinistra e nei punti di programma elettorale ci saranno i Buskers e Internazionale. Detto ciò posso dirle che il mio sogno è di ampliare i Buskers, sedere al tavolo con gli organizzatori, i commercianti e gli albergatori e dire: “dobbiamo lavorare tutti”. E poi, perché non pensare ai Buskers anche in Gad?

Quindi ampliare questo tipo di manifestazioni?
Certo, voglio espandere in tutta la città i Buskers. Internazionale invece è una questione più complessa, magari facciamolo anche in più periodi, ma è anche giusto che ci sia un comitato che valuti i temi, perché va bene parlare di immigrazione, ma io vorrei anche che si discutesse di ecologia, turismo, cultura, lavoro, passioni, sport, famiglia… Comunque la mia idea è quella di rilanciare questi eventi.

Così si presenta ora l’immagine di copertina della pagina Facebook di Naomo Lodi

A proposito di Gad, si parla di mafia nigeriana, che ne pensa?
Penso che ci sia. C’è comunque una commissione che sta lavorando per capire bene, però le modalità portano tutte a credere che ci sia un’organizzazione criminale di questo tipo. Non so se sia quella nigeriana, sicuramente ci saranno anche quelle italiane, arabe… Ci sono ingerenze di organizzazioni criminali evidenti.

Come fa a esserne così certo?
A parer mio c’è un’organizzazione capillare. Ho ascoltato un ragazzo nigeriano, gestore di un pub che mi ha detto: “Qui si parla di un’organizzazione forte che non è più solo riferita alla droga e alla prostituzione, ma a qualcosa di consolidato che sta cercando di dividere il territorio ed affermare il controllo sullo stesso”. In pratica le varie fazioni si stanno dividendo i quartieri.

Più che i quartieri, magari le zone… Ma c’è qualche evidenza di questa divisione territoriale?
Ho analizzato il fenomeno del ‘cappellino’ che può sembrare una stupidaggine ma non lo è. In realtà nelle varie zone di Ferrara i nigeriani hanno cappellini di colore diverso, in zona Gad hanno la visiera rossa, in via Bologna blu. Durante le risse questi cappellini vengono gettati a terra, e mi hanno spiegato che questo gesto viene fatto in segno di disprezzo. Usano questi cappelli, quindi, per essere identificati con questa o quella banda.

Quante ce ne sarebbero a Ferrara?
Ce ne sono svariate. Sicuramente comunque c’è un’organizzazione incredibile e si è arrivati a una situazione che è esplosa negli ultimi 10-15 anni.

E secondo lei, quindi, è peggiorata di molto la situazione della droga negli ultimi anni?
Parto da un presupposto: c’è chi vende e c’è chi compra. Anni fa la droga era venduta solo in piazza Verdi e tutti i crimini che succedevano a Ferrara erano risolti nel giro di 24 ore, perché le pattuglie conoscevano alla perfezione gli spacciatori e li beccavano subito. Ora invece classificherei questa situazione in maniera più ampia, legata non solo alla droga ma anche al lavoro nero, alle abitazioni, al commercio etnico.

Come si è arrivati a questo punto?
È stato sottovalutato il problema. I primi comitati annunciarono questa escalation già diversi anni fa, in maniera molto decisa. Il primo spacciatore che si vedeva in un angolo nascosto, e non in bicicletta, veniva denunciato e ricordo articoli di giornale che riportavano richieste di aiuto e si diceva, appunto, che stava nascendo lo spaccio in zona Gad.

Ma come ha fatto ad espandersi così in fretta?
Ha trovato terreno fertile a Ferrara, non ha trovato ostruzionismo, ma se quel primo spacciatore fosse stato fermato subito non sarebbe arrivato il secondo, e poi il terzo e così via. C’era sicuramente già un’organizzazione a gestire, perché non si arriva dall’Africa con i sacchi di droga. Questa è una realtà, ed è stato sbagliato sottovalutare il problema per tutti questi anni.

Quindi è stata da subito avvertita la possibile presenza della mafia nigeriana?
La mafia nigeriana lavora da molto tempo, ma ce ne siamo accorti solo adesso. Era arrivata anni fa per trovare gli alloggi. Ora c’è una collaborazione tra immigrati regolari ed irregolari, questi ultimi vivono in Gad appoggiati da persone che hanno tutto in regola. Questo per me è il fenomeno della mafia.

Quali potrebbero essere delle possibili contromisure?
Serve un censimento urgente degli appartamenti nelle zone calde. La Polizia Locale deve controllare le residenze effettive. Non è semplice ma bisogna che riprenda l’attività di indagine anche da parte loro.

In che modo?
Semplice: verificare chi affitta e in caso di irregolarità avvisare il proprietario e poi sequestrare l’immobile, come fanno ad esempio a Padova. Io stesso conosco delle persone che abitano al grattacielo in sub-affitto senza contratto. Bisogna quindi che si vadano a verificare gli appartamenti uno ad uno per trovare eventuali irregolarità.

Tra le soluzioni adottate al momento c’è quella dell’esercito. Secondo lei l’arrivo dei militari è servito a migliorare la situazione?
Io e Alan Fabbri siamo stati i primi a chiedere l’intervento dell’esercito anni fa ed è arrivato per l’esasperazione con la scusa degli “obiettivi sensibili”. Io sono d’accordo con la sua presenza, che può aiutare le forze dell’ordine. È poco avere 10-12 unità, ma la sera vedere i militari in stazione quando si scende dal treno dà più tranquillità. Ci vogliono però più uomini e più coordinamento. Sarebbe bello in futuro vedere una pattuglia dell’esercito anche in centro. Quindi sì, abbiamo avuto dei miglioramenti sul tema delle maxi risse e gli spacciatori sono più guardinghi.

E il turno di notte della Polizia Municipale?
A tal proposito ho incontrato degli agenti donna che mi hanno detto che su questo tema avrebbero fatto delle barricate, perché per uscire di notte qualsiasi corpo di polizia deve essere armato. Abbiamo visto che le aggressioni avvengono contro il personale dell’esercito o dei carabinieri, i quali non hanno mai sparato ma usato altri strumenti, però mi metto nei panni di un agente che si trova a fare un servizio in Gad e che si possa trovare in difficoltà, figurarsi se è senza un’arma.

Quindi è favorevole o contrario al ‘quarto turno’?
Sono favorevole ma c’è un processo da attuare. Si deve addestrare il personale e bisogna armarli, ma per farlo bisogna acquistare le armi tramite un bando e detenerle in un luogo idoneo, ma ad oggi non abbiamo un comando adatto a questa situazione.

La caserma attuale quindi non si presta a questo tipo di soluzione?
Quella in zona fiera non ha la possibilità di esserlo, perché non c’è una cella di sicurezza che bisogna avere, perché di notte anche il vigile diventa un agente di polizia giudiziaria e quindi può trattenere in arresto, non ha la stanza delle armi con personale incaricato a presiederla 24 ore su 24 e non ha nemmeno la stanza per lo scarico delle armi.

E la nuova che è in progetto?
La nuova caserma verrà costruita al Palaspecchi ed avendo visto gli atti ho letto che sarà una “delegazione comunale”, cosa ben diversa rispetto ad una caserma che dovrebbe essere isolata. Lì invece ci saranno uffici, una biblioteca, un centro per i giovani, per cui non avrà i requisiti per detenere armi, e quindi il quarto turno non può essere svolto. Se andrà avanti questa situazione scriveremo a Salvini il quale bloccherà tutto. Il mio sogno comunque resta quello della Polizia Locale armata anche a Ferrara come lo è nelle altre città, ma sia chiara una cosa: armare non vuol dire che se una persona aggredisce devi sparare, per bloccare un possibile aggressore ci sono altri metodi (spray, manganello, manette, ecc..).

Quindi secondo lei quali sono le soluzioni per la zona Gad?
Prima di tutto serve costanza ed almeno due legislature per portare questa zona a livelli normali. C’è troppo spreco di denaro, io metterei subito uno o due delegazioni della Polizia Locale nel cuore del Gad sotto il grattacielo, e convincerei il ministro dell’Interno a portare un ufficio della polizia in stazione. Secondo, ci sono decine di negozi multietnici ed io prendo ad esempio su questo argomento la gestione fatta da città governate dalla sinistra, come Nardella a Firenze. Lui ha messo delle norme precise: prima cosa i negozi multietnici devono avere una superficie di almeno 80-100 mq, devono avere i servizi igienici per il pubblico adatti anche per i portatori di handicap, e ha messo dei paletti per scoraggiare l’apertura di decine di questo tipo di attività. Non dico, quindi, che non ci debbano essere, ma che vanno ridotti. Troppi di questi negozi innescano una concorrenza sleale.

Così, però, non si penalizzano tutti?
No perché quelli lavorano bene vanno premiati magari con delle esenzioni, ma ci devono essere più controlli, soprattutto sulle condizioni igieniche.

E gli eventuali negozi che chiuderanno? Come recuperare gli spazi?
In quel caso vanno incontrati i proprietari ed offerte loro delle soluzioni per cui se danno in gestione il negozio al Comune per far aprire attività di piccolo commercio locale o artigianato, gli si può togliere l’Imu, ad esempio. In poche parole va riconquistata la zona.

E’ famoso per le sue ‘indagini’ e denunce nei video, posso chiederle che fine abbia fatto quella sul latte in polvere? E cosa può dirci sul nuovo fenomeno degli “Action bitters”?
Queste bustine di superalcolici sfuggono alla normativa italiana ed era da molto che le vedevo in giro. Quello sul latte in polvere, invece, è un indagine seria. Da alcuni mesi seguivo questa vicenda a causa delle lamentele fatte da molte farmacie che segnalavano la presenza di nigeriani che tutte le mattine portavano degli anziani a comprare un tipo di latte, quello più costoso. Non sono un poliziotto, ma se mi arriva una denuncia o una confidenza verifico la notizia. Ho visto tutta la trafila che partiva da un negozio dove poi veniva portato questo prodotto dopo l’acquisto. Ho documentato tutto e ho informato la Digos. E in seguito al polverone mediatico scaturito, si sono bloccati. Anche questo è sintomo di mafia: visto l’interesse mediatico l’organizzazione ha detto “stop”.

E su questo tema parte la querela ad Estense.com?
Si.

Può spiegare la sua versione dei fatti?
Il sabato mattina del presunto misfatto ero davanti all’edicola di un mio amico insieme a Matteo Fornasini di Forza Italia, a parlare di strategie politiche. Mentre eravamo lì, è arrivato un nigeriano a chiederci proprio il latte in polvere in questione, scritto su un foglio, ma, ed è stata una delle uniche volte in cui l’ho fatto, ho tirato fuori un euro dandoglielo, per far sì che andasse via. Nonostante questo, costui ha continuato ad insistere ed io ho detto “ho da fare” e in quel preciso istante mi sono trovato una ragazza, a distanza di qualche metro, che ha iniziato ad inveirmi contro, affermando che io avrei chiesto i documenti al ragazzo nigeriano. Dopo una vera e propria aggressione verbale è andata via. Il giorno dopo questo accaduto, è uscito l’articolo sul sito di Estense.com, che diceva “Lodi aggredisce un nigeriano e chiede i documenti”.

A chi la accusa di razzismo, invece, come risponde?
Inizio col dirle questo: ho tanti amici stranieri, persino mia moglie è straniera, ed ho aiutato tanti a prendere persino la cittadinanza. Quindi sono il meno del meno del razzista che ci possa essere in questo momento. Non sono razzista e ti dico persino che ho preso le distanze da Casa Pound, Forza Nuova e tutte le forze di estrema destra, quattro anni fa. Chi mi accusa di essere razzista non conosce bene i fatti che mi riguardano, avendo aiutato tante persone, anche attraverso cooperative come Viale K, con la quale ho un ottimo rapporto.

Con questo vuol dire che a suo parere non tutte le cooperative fanno business sui migranti come invece altre volte ha lasciato intendere?
Ci sono cooperative che lavorano per business, per cui usano queste persone per avere dei soldi, e ci sono invece cooperative, come quella di Raffaele Rinaldi, che lavorano duro ma non ricevono molti aiuti dall’amministrazione.

 

Nella foto in alto, un’immagine di copertina scelta da Naomo Lodi per la sua pagina Facebook

Il buonismo all’eccesso è la benzina del razzismo

Voglio essere estremamente chiaro a proposito dei fatti accaduti a Ferrara sabato notte.

  1. Quel che è successo è gravissimo e non ha precedenti nella nostra città.
  2. Siamo di fronte a una pericolosa banda di criminali e spacciatori.
  3. Gli artefici dei disordini sfruttano la loro nazionalità e il colore della pelle come alibi.
  4. Nazionalità e colore della pelle non sono un’attenuante. Diritti e doveri sono gli stessi per tutti. Questo pone sullo stesso piano chiunque, di qualunque razza o credo religioso e politico sia. Le attenuanti valgono solo in ragione (per esempio) di uno stato di necessità o di estrema indigenza. E valgono per tutti alla stessa maniera. C’è una differenza abissale tra chi ruba o delinque per lucro e chi lo fa per sopravvivenza.
  5. I delinquenti che hanno creato una situazione di forte allarme sabato sera nell’area del grattacielo non agivano in stato di necessità, ma mossi dai loro loschi interessi e per la tutela dei loro traffici illeciti. Non meritano alcuna indulgenza.
  6. Chi sui social minimizza o esorta il ministro Salvini ‘a guardare piuttosto a quel che succede a Napoli’, usa un espediente arrugginito: non è cercando di spostare l’attenzione altrove che si risolvono i problemi. E, anzi, in questa maniera si inaspriscono gli animi e si inducono reazioni altrettanto insensate, come quelle di chi, esasperato, finisce per assimilare indiscriminatamente tutti i migranti ai criminali.
  7. Va ribadito che la distinzione fra persone perbene e delinquenti è trasversale alle razze, alle religioni, alle ideologie. Ciascuno per sé è chiamato a rispondere di ciò che fa e di ciò che non fa. E nessuno può essere accusato di correità semplicemente per il fatto di condividere il colore della pelle oppure un credo politico o religioso.
  8. Per contrastare il fenomeno della criminalità è necessario creare un coordinamento tra le forze dell’ordine sotto il patrocinio della Prefettura, così come avvenne a Ferrara, con ottimi risultati, già una dozzina di anni fa fra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, quando, fra l’altro, fu sgominato lo spaccio di droga nel sottomura.
  9. L’Amministrazione comunale è chiamata prioritariamente a intervenire su due fronti: quello della mediazione culturale attraverso i propri operatori e quello dell’ascolto dei cittadini e delle loro esigenze, per fornire risposte concrete tenendo conto anche delle soggettive ‘percezioni di insicurezza’, ed evitando sterili predicozzi sociologici.
  10. In conclusione: un gruppo di delinquenti ha tenuto in ostaggio la città per qualche ora, come mai era accaduto prima, minacciando, creando impedimenti al traffico, ostruendo l’accesso alla stazione e generando un situazione di evidente pericolo. Se si nega questa evidenza (paradigmatica rappresentazione di altre, meno drammatiche ma analoghe quotidiane situazioni di pericolo), si finisce inevitabilmente per suscitare una reazione di rabbia che andrà ad alimentare il pregiudizio anche attorno ai migranti che agiscono correttamente e si arrabattano ogni giorno per sopravvivere in maniera onesta.

Una serata di ordinaria follia: ecco cosa è successo ora per ora al Gad

Per capire bene cos’è successo a Ferrara tra sabato sera e domenica mattina e il perché questa situazione sia sintomatica di vari problemi, bisogna analizzare i fatti, ora per ora.

L’inseguimento
Intorno alle 20 e 30 di sabato sera, una volante dei carabinieri ferma, per un controllo di routine, un ragazzo di origini nigeriane in zona stazione. Il 28enne in questione, però, fugge dal controllo e nell’inseguimento che ne segue viene investito da un’auto di un cittadino, rimanendo lievemente ferito. La prognosi, dopo le prime cure, sarà di 15 giorni, unita ad una denuncia per possesso di stupefacenti ai fini dello spaccio.

L’interpretazione sbagliata
Nel mentre i soccorsi provvedevano a portare il ragazzo in ospedale, un gruppo di connazionali si raggruppava nei giardini ai piedi del grattacielo. Le voci all’interno del gruppo diventano confuse fin quando non si fa strada la convinzione che il ragazzo sia morto a causa dell’investimento da parte proprio della volante dei carabinieri che lo stava inseguendo. Ne segue una rivolta che causa il rovesciamento di alcuni cassonetti ed attimi di tensione durante i quali è stato necessario l’intervento di svariate volanti dei carabinieri, della polizia, della guardia di finanza e dell’esercito che già pattuglia stabilmente la zona dei grattacieli e della stazione. L’intervento di mediatori culturali e la spiegazione dei carabinieri riesce a riportare la calma nel gruppo di facinorosi e a ristabilire l’ordine.

La diretta di Nicola Lodi
Il primo a rendere nota la notizia sui social è stato il segretario ferrarese della Lega, Nicola Lodi, con una diretta su Facebook alle 21 e 42. Lodi parla di “guerriglia urbana” e di un centinaio di nigeriani che sarebbero venuti quasi al contatto fisico anche con lui. Tali persone, racconta l’esponente del Carroccio, sarebbero affiliati alla mafia nigeriana e protesterebbero a causa dell’errata interpretazione relativa alla dinamica dell’investimento del connazionale. La situazione viene definita esplosiva, quasi di guerra, con una tensione altissima che ha richiesto l’intervento anche di pattuglie di altri Comuni. Nella diretta delle 23 e 07 riferisce anche di un presunto sinistro messaggio che sarebbe arrivato da parte dei ribelli: “Se il nostro concittadino è morto, domani scateneremo la guerra a Ferrara”.

La domenica mattina
Dopo una notte relativamente tranquilla, la notizia di ciò che è successo a Ferrara la sera prima fa il giro di tutta la penisola. Ci sono gli inviati dei giornali e dei tg delle principali tv. Alcuni protagonisti della vicenda vengono intervistati per raccontare la loro versione dei fatti. Il numero dei nigeriani coinvolti, a questo punto, viene ridimensionato, da oltre cento a meno di cinquanta.

La ricostruzione di FanPage
Secondo la rivista online, in un articolo delle 12 e 14 di ieri, non ci sarebbe stata nessuna guerriglia con le forze dell’ordine, ma sarebbero solo stati rovesciati dei cassonetti. I militari dell’arma dei carabinieri avrebbero smentito anche le voci di un lancio di bottiglie, sostenendo che i cocci visti in strada erano solo l’effetto del ribaltamento di una campana del vetro ad opera di una quarantina di connazionali del ragazzo coinvolto nell’incidente.

La versione de Il Giornale
Secondo la testata diretta da Sallusti, la situazione sarebbe stata diversa. Nelle parole di David Marinai, segretario provinciale del Fsp Ferrara, l’episodio di sabato rappresenterebbe la normalità e la netta differenza numerica tra gli agenti intervenuti e il numero di rivoltosi è stata notevole. Inoltre si afferma che sussiste un problema nell’individuazione dei rifugi degli spacciatori e che le varie bande, in questa situazione, solidarizzano tra loro contro la polizia, superando le divisioni in nome della guerra allo Stato.

La reazione dell’amministrazione
Nelle prime ore dell’accaduto e fino alle 14 e 07 di domenica, l’amministrazione comunale è apparsa assente, o quantomeno ha lasciato la narrazione dell’accaduto ad altri soggetti. Solo a quell’ora, l’assessore alla sicurezza Aldo Modonesi, con un post su Facebook, ha condannato i fatti scrivendo: “E’ una cosa inaccettabile, che la nostra città non merita e che non deve succedere più”. Aggiungendo poi che la risposta delle Forze dell’ordine ci sarà. Lo stesso assessore, in un articolo apparso sulla stampa qualche giorno prima, affermava che i controlli interforze avevano permesso un abbassamento dei picchi di violenza nella zona della stazione.
Anche il sindaco Tagliani si affida a Facebook, oltre che ai giornali, per esprimere la preoccupazione per “un sintomo evidente di una tensione complessiva del nostro Paese che nuoce alla tranquillità dei cittadini italiani e che non può non essere messa in relazione con il decreto sicurezza; un decreto, come ho già detto, appena uscito, che non migliora i livelli di sicurezza ma rischia di creare una nuova emergenza”. In questo modo il sindaco ha forse indirettamente voluto rispondere anche alle parole del ministro dell’Interno Salvini, che, sempre via social, alle 9 e 44 di domenica aveva denunciato l’accaduto condividendo proprio uno dei video di Nicola Lodi e che aveva dichiarato: “Sarò presto in città per mettere un po’ di cose a posto”.

La camminata in Gad
Alle 21 di domenica sera, dopo una frettolosa organizzazione, il senatore Alberto Balboni, neo “inquilino” del quartiere Giardino, organizza una passeggiata per la sicurezza a seguito degli avvenimento del giorno prima. Denuncia il comportamento “ridicolo” del sindaco Tagliani e dell’assessore Modonesi e auspica una tolleranza zero da parte delle forze dell’ordine verso chi mette a repentaglio la sicurezza della zona. Lo stesso senatore aveva chiesto al sindaco di chiedere lo stato di emergenza, annunciando anche una sua interrogazione al ministro Salvini, perché vorrebbe 50 militari in zona Gad per un pattugliamento e un presidio 24 ore su 24. Il figlio del senatore, Alessandro, ha poi sottolineato come anche l’assenza di qualsiasi traccia di spacciatori domenica sera sia il sintomo di come ci sia un’organizzazione che controlla il tutto, togliendo, all’occorrenza, i propri uomini dalla circolazione quando c’è troppo clamore mediatico.

Conclusioni
Sabato sera un gruppo di persone ha inscenato una protesta per una notizia male interpretata e in poche ore le forze dell’ordine hanno riportato la calma. La narrazione della faccenda è stata fin da subito appanaggio di una parte politica e il silenzio di molte personalità di area progressista può essere interpretato come un campanello d’allarme per chi si appresta ad affrontare una campagna elettorale durissima. Questo episodio, inoltre, sottolinea come ci sia un evidente problema con un’organizzazione criminale nella zona dei grattacieli di Ferrara, che è riuscita a insediarsi e a prendere il controllo di una parte della città e che questa provenga da una specifica regione africana: la Nigeria. In una città dove l’ultimo rapporto della Dia conferma la presenza delle famiglie ‘ndranghetiste Pesce-Bellocco di Rosarno, infiltrazioni dei Casalesi e dell’Alleanza di Secondigliano e di una criminalità di matrice cinese, vedere una fetta del territorio lasciato in mano ad un’altra organizzazione criminosa fa riflettere su quali effetti (e quali vantaggi mediatici) questa situazione potrà determinare.
Sempre dalla relazione del 2018 della Dia si evince che “La criminalità nigeriana, al pari di quella albanese, si conferma fra le più attive nel traffico di sostanze stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione, reato che spesso vede alla sua base delitti altrettanto gravi come il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la tratta e la riduzione in schiavitù di esseri umani. Le conoscenze e l’esperienza maturate dagli Uffici investigativi del nostro Paese consentono di tracciare un evoluzione, nel tempo, di tale forma di criminalità. Storicamente, la presenza di comunità nigeriane va fatta risalire fin dagli anni ’80, specialmente nel nord Italia, in Piemonte, con Torino in testa, in Lombardia, in Veneto e in Emilia Romagna”. Concludendo, non si può affermare di avere un problema con un’etnia, ma sarebbe stupido non ammettere che alcuni membri di una certa etnia rappresentino un problema per la sicurezza della città.

#VocidalGad – Massimo Morini: “Fare le regole non basta, bisogna anche farle rispettare”

La quinta puntata di #VocidalGad ha come protagonista Massimo Morini, presidente dell’associazione “Comitato Zona Stadio” di Ferrara.

“L’associazione Comitato Zona Stadio – ricorda Morini – è nata nel 2013 e l’obbiettivo che si pone è quello della salvaguardia del quartiere in termini di riqualificazione, ampliamento delle relazioni interpersonali tra gli abitanti e quindi aumento della socialità. L’esigenza deriva dal fatto che l’associazione è nata in relazione a problematiche di quartiere molto rilevanti, sentite come tali dalla maggior parte dei cittadini, ma che in precedenza non avevano trovato una voce adeguata per portarle nelle sedi giuste”.

Quali sono queste problematiche?
Fondamentalmente sono lo spaccio, la prostituzione e il degrado che ne consegue. Tutto ciò è espressione di forme di microcriminalità nella zona Giardino, che proprio per questo oggi risulta diversa rispetto al passato.

In cosa è diversa?
Pure in passato c’erano fenomeni di microcriminalità, ma prettamente autoctoni e di dimensioni abbastanza gestibili dalle forze dell’ordine. La criminalità che si è sviluppata negli ultimi 10 anni, legata ai processi migratori, in termini quantitativi è molto più solida e organizzata. Questo rende la gestione difficoltosa. Noi come cittadini ci siamo resi conto del peso che ha questa microcriminalità nelle strade, nel senso che c’è un continuo via vai di spacciatori nell’area dello stadio oltre che nella zona del grattacielo, che propongono in maniera diffusa le loro droghe, creando ovviamente fastidio, paura, problematiche di sicurezza.

Anche il prezzo degli appartamenti è sceso drasticamente.
Questa è una conseguenza. Ovviamente nell’arco degli anni c’è stata una grande concentrazione di microcriminalità in quest’area più che nelle altre. Questo problema è sfuggito di mano, non per inerzia dell’amministrazione, ma proprio per la portata elevata.

Magari non ci si è resi subito conto dell’ampiezza del problema?
Diciamo che è stata sottovalutata e quindi l’ondata che ne è conseguita è stata dirompente anche per le normative stesse perché essendo una problematica di microcriminalità ha in sé molte pericolose implicazioni.

massimo-morini
Massimo Morini

Qualcuno però afferma che ci sia stato un abbandono del quartiere da parte dell’Amministrazione.
Dal mio punto di vista non c’è stata la necessaria attenzione, questo non è mai stato considerato un quartiere da sviluppare. La vicinanza alla stazione e la presenza dei grattacieli ha favorito la creazione di un’area di delinquenza e l’amministrazione, almeno fino al 2013, è stata poco attenta. Uno dei punti di forza della nostra associazione, in modo anche dirompente e innovativo, è stato quello di porsi in maniera critica ma collaborativa nei confronti degli amministratori, facendo presente, al di là della mera protesta e dell’evidenziare una problematica, il fatto che questo quartiere aveva bisogno di un intervento non solo delle forze dell’ordine ma anche dell’amministrazione stessa. Un intervento che fosse basato su una vera riqualificazione.

C’è stata una risposta positiva?
Posso dire che dal 2013 il quartiere Giardino è stato molto più ‘attenzionato’ dall’amministrazione, ci sono state tutta una serie di iniziative che sono state fatte, che hanno avuto una finalità di riqualificazione del quartiere in termini di partecipazione e di attività, perché se un quartiere muore da questo punto di vista viene ‘preso in carico’ dalla microcriminalità.

Però è dovuto venire anche l’esercito.
Una delle nostre proposte, essendoci confrontati con le forze dell’ordine, era quella di aumentare il presidio anche in termini numerici e l’esercito ha un significativo ruolo di aiuto. Le cose sono migliorate, ma i problemi non sono risolti. Però c’è un occhio in più.

Quindi in questi ultimi cinque anni è migliorata la situazione?
C’è stata una maggiore presa di coscienza del problema, Ma occorre fare di più, ad esempio dare maggior attenzione alle attività commerciali, e controllare al contempo quelle che sono al limite della legalità e che possono fingere da luoghi di spaccio. Occorre secondo noi anche dare più forza alla polizia municipale. Un’altra cosa che potrebbe fare l’amministrazione con maggiore sistematicità è verificare il rispetto delle normative. Porre per esempio termini restrittivi per la vendita degli alcolici non basta, bisogna vigilare sul rispetto.

Ti riferisci al “Regolamento di Polizia Urbana della città di Ferrara“?
Assolutamente si. Secondo il nostro punto di vista, non viene attuato in questo momento. Sarà per la mancanza di forze, per la mancanza di impegno, ma manca qualcosa. Si può e si deve fare assolutamente di più. Anche nel controllo degli appartamenti, poiché molti di questi affittati da italiani si sono scoperti essere luogo di spaccio e di deposito di droga, quindi capire le persone che ci stanno, in quanti ci stanno, tutta una serie di indagini approfondite che dovrebbero essere fatte partendo dal grattacielo fino a tutta l’area del quartiere Giardino.

Avete cercato un’integrazione, una possibile convivenza con le persone di altre etnie che abitano questo quartiere?
Abbiamo cercato di far si che il problema non fosse quello dell’italiano verso lo straniero o la persona di colore, ma di concentrare l’attenzione sui fenomeni dello spaccio e della criminalità, anche se chi lo fa ora per strada è nigeriano, ma ci sono altre etnie che gestiscono la droga in altre zone di Ferrara. Ci sono anche altre problematiche legate ai furti in casa e alle biciclette che sono gestiti da altre etnie.
Il problema dello spaccio è che l’offerta è legata alla domanda e a domandare sono i ferraresi… In ogni caso un punto è chiaro: chi sta qua deve rispettare le regole. Non ha importanza che sia di etnia nigeriana, scuro o chiaro, l’importante è che rispetti le regole,se no non può stare in questa città. Noi abbiamo cercato anche di collaborare con le associazioni straniere perché riteniamo che sia importante anche capirsi. Cito un esempio particolare che è emblematico: il primo incontro con l’associazione nigeriana è stato fatto nel quartiere Giardino, sotto casa mia, ed è andato male, perché c’era molta diffidenza da parte loro, su chi fossimo, su cosa volessimo, del perché facessimo certe cose. Successivamente gli incontri hanno fatto capire a queste persone che di fronte avevano altre persone che avevano voglia di costruire qualcosa di positivo.

Avevano paura in pratica?
Sì. C’era a suo tempo un sentimento di paura perché si sentivano, giustamente, aggrediti in quanto etnia, poiché una parte di loro delinqueva. Dico una parte perché ci sono nigeriani che sono persone assolutamente integrate, perbene. Per dire come c’è una diffidenza reciproca, noi verso loro e loro verso noi. Abbiamo cercato anche di comunicare con loro perché riteniamo importante far presente a loro il problema, perché se ne rendessero conto in maniera importante, in modo che anche loro isolassero, come facciamo noi con gli italiani, chi sbaglia, perché questo va contro anche a loro stessi, altrimenti ogni volta che si vede passare una persona di colore si dice ”ecco, è passato lo spaccino”, e non è così. Per questo dico che c’è bisogno di socializzazione, e noi con le nostre iniziative abbiamo cercato proprio di coinvolgere, comunicare, capire e conoscere tutti per affrontare i problemi a 360 gradi.
Siccome, però, è un problema grosso, da una parte ci sono le problematiche che devono essere gestite dalle forze dell’ordine e che sono di loro competenze, dall’altra parte un cittadino può anche lui fare qualcosa in qualche modo. È vero anche che ultimamente la situazione è molto difficile, c’è molta tensione ed i cittadini sono stanchi.

Aumenterà secondo te questa tensione con l’avvicinarsi delle elezioni?
Ma al di là delle elezioni, che è uno scontro politico e sicuramente ci saranno delle strumentalizzazioni di destra e di sinistra, come ci sono sempre state, è proprio il cittadino che è stanco di questa situazione.

Secondo te i media esagerano nel riportare il quartiere giardino o la zona Gad come un territorio conosciuta solo per la criminalità?
Diciamo che, come in tutte le cose, forse fa più notizia un fatto negativo che uno positivo. Il tentativo di indurre l’amministrazione a fare dei progetti, partendo dal riconoscimento dei problemi che i media denunciano puntualmente, è per riscattare la nomea del quartier che, avendo in sé la parola ‘giardino’, porta intrinseco il significato di un quartiere bello, residenziale, un quartiere che ha delle potenzialità, e che non può essere schiacciato dalla negatività dello spaccio, deve essere valorizzato nell’ottica della positività che ha. È ovvio che in questi anni il non-interessamento, lo spegnere le luci, le zone buie, hanno fatto avere un vantaggio a chi nel buio si trova bene rispetto a chi sta nella luce.
Un altro esempio  l’aiuola in ‘Giordano Bruno’: abbiamo cercato di appropriarci di una soluzione che aveva proposto il Comune, quella di gestire attraverso l’associazione, il verde e abbiamo pensato di fare un’aiuola di fiori, curata assieme ai bambini, quindi in collaborazione con la scuola, e con dei richiedenti asilo politico, dei ragazzi validi e in gamba, volenterosi, proprio perché riteniamo che sia importante anche far vedere il bello, perché il bello richiama il bello. Se tu in un giardino ci metti dei fiori, lo vivi,  magari le famiglie ci vanno, anziché andarci altre persone. Ma è un percorso duro e lungo.

I prossimi obbiettivi?
Il nostro prossimo obbiettivo è quello di mantenere sempre alto il livello di attenzione da parte dell’Amministrazione, perché comunque non deve terminare il percorso di iniziative che sono state fatte, ma riproporlo anche in maniera standardizzata. Ci è dispiaciuto perdere l’appuntamento del mercatino europeo perché era un’iniziativa importante, adesso abbiamo lo stadio, che speriamo sia fonte di riqualificazione positiva. Poi collaboriamo con le forze dell’ordine per favore un puntuale presidio nel quartiere.

La guerra sporca di Duterte

di Federica Mammina

Il mondo è disseminato di guerre e conflitti di ogni tipo: ci sono le guerre religiose, quelle contro certe etnie, per impossessarsi di materie prime preziose e le guerre fra poveri.
Anche nel lontano paese delle Filippine, dal 2016, se ne sta combattendo una: la “guerra contro la droga”. Un nome ingannatore che potrebbe far pensare ad una giusta lotta contro i signori della droga, con lo scopo di salvare le persone da questa terribile dipendenza e dallo sfruttamento di delinquenti senza scrupoli. L’obiettivo di sradicare il commercio e il consumo di droghe illegali è quello che ha proclamato il presidente Duterte nel maggio 2016 non appena eletto, ma che di fatto si è tradotto in una guerra indiscriminata contro spacciatori, consumatori di droga e persone innocenti. Una guerra condotta con mezzi illegali, senza processi e con esecuzioni sommarie. La stessa polizia, cui il presidente ha garantito piena immunità, ammette di aver ucciso migliaia di persone (alcune fonti parlano di almeno 7000 vittime), ed in molti casi è stato dimostrato che il ricorso all’uso della forza non fosse affatto necessario.
Il substrato di questa guerra è la profonda stortura del voler colpire, al pari dei narcotrafficanti, anche i tossicodipendenti, che Duterte ha paragonato, in uno dei suoi tanti deliranti discorsi, agli ebrei, esprimendo il desiderio di sterminarli tutti proprio come fece Hitler.
Ma se dal passato abbiamo veramente imparato qualcosa, quante migliaia di persone devono morire prima di intervenire e porre fine a questo sterminio? Dobbiamo sempre aspettare di guardarci indietro per indignarci di tali aberrazioni?

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
Il segreto di Jacques

CAPITOLO PRECEDENTE

CAPITOLO V – Il segreto di Jacques

La mattina successiva Juan era già al lavoro quando i due esploratori si svegliarono. Nella gola rocciosa l’aria era particolarmente fredda e umida, e i raggi del sole avrebbero impiegato ancora qualche ora prima di lambire il fondo del pozzo. Fu necessario buttare altra legna sul fuoco per mantenere il bivacco al caldo. La legna però, inumidita durante le ore notturne e una volta a contatto delle braci, produsse un fumo denso e lattiginoso che invase tutto l’emiciclo e che non ne voleva sapere di disperdersi verso l’alto. Era un fumo pesante e intriso di vapore che rese l’aria del pozzo irrespirabile. I tre furono costretti a ripararsi in un anfratto dell’imboccatura del tunnel che conduceva alle grotte e lì attesero che il fumo si diradasse.
Finalmente le fiamme iniziarono a crepitare e il fuoco riprese vigore. La legna, ormai completamente asciutta, cominciò ad ardere illuminando e riscaldando le pareti di roccia circostanti. Ora, nonostante nell’aria vi fosse ancora l’odore acre del legno carbonizzato, il fumo era ridotto a una colonna verticale e rarefatta che puntava velocemente verso l’alto.
Greenstone e gli altri poterono così risistemarsi attorno al fuoco.
Stava iniziando il terzo giorno da quando i membri della spedizione avevano lasciato il villaggio, e fino a quel momento tutti quanti avevano sostenuto sforzi fisici ben superiori a quelli di un qualunque borghese di Londra o Parigi, certamente più abituato alle rassicuranti comodità della vita di città.
Soprattutto loro, i tre scesi nella gola, avevano dovuto subire ogni genere di avversità in un ambiente quanto mai ostile. Un luogo che in quel breve lasso di tempo aveva già palesato buona parte delle difficoltà che di lì a poco avrebbero dovuto affrontare.
Tutto questo si leggeva, manco a dirlo, sul viso stravolto di Jacques Verdoux, che si sforzava di nascondere all’amico scozzese le sue ormai pessime condizioni di salute.
«Jacques come vi sentite? Non mentitemi, lo vedo che non state bene… Se siete mio amico dovete dirmi la verità!» chiese Sewell preoccupato.
«Ma no, che dite! Amico mio, sono solo molto stanco… Queste ultime giornate movimentate mi hanno dato del filo da torcere… Vedrete che mi riprenderò!» s’affrettò a garantire il paleontologo, ostentando una finta sicurezza.
Sewell fissò Verdoux negli occhi. Quest’ultimo accennò un mezzo sorriso imbarazzato e distolse subito lo sguardo. Poi, frugando nella sua borsa di cuoio, estrasse una bottiglietta contenente un liquido verde smeraldo e ne bevve due sorsate.
A quel punto Sewell parlò di nuovo: «Diavolo d’un francese! Nascondete dell’assenzio, ve lo portate appresso in mezzo alla giungla… e non l’offrite nemmeno ad un amico?»
Jacques Verdoux non colse il tono ironico dello scozzese.
«Vedete Joseph, questo non è assenzio… È un preparato di un mio vecchio amico medico, mi serve per curare una dannata ulcera che mi tormenta da parecchi mesi, tutto qui… E poi ha un saporaccio!»
L’espressione di Sewell si fece seria. «Caro Jacques, dimenticate chi avete di fronte? Anche se vado in giro per il mondo in cerca di strani animali sono pur sempre un biologo. Mio padre, come ben sapete, era farmacista… io sono cresciuto tra provette e alambicchi… Insomma dovreste saperlo! I distillati non hanno segreti per me e quello è assenzio… e dall’aroma direi di ottima qualità!»
Sewell fece una pausa aspettandosi un’obiezione del francese che invece rimase ammutolito, poi continuò: «Ieri sera vi eravate addormentato da poco e dalla vostra borsa stava per cadere quel flacone da cui avete appena bevuto, così l’ho raccolto e ho annusato il suo contenuto… Absinthium non c’è dubbio! E capisco anche perché lo bevete di nascosto… Forse per via del laudano che ne è disciolto? Siate sincero con me Jacques, da quanto tempo assumete laudano?»
Verdoux si rese conto che era inutile continuare a nascondere la verità all’amico, non gli rimase che ammettere la sua dipendenza dal laudano. Ma lo fece in modo inaspettato.
«Sto morendo Joseph! Il mio sangue è malato… Ho un cancro! Già un anno fa i medici mi avevano dato pochi mesi di vita, quindi il mio tempo è quasi scaduto… Quando mi parlaste del vostro viaggio e mi diceste che probabilmente sarebbe stato l’ultimo. Quando mi offriste di unirmi a voi… Ebbene in quel momento sentii che avrei potuto dare un senso a quel poco che ancora mi restava da vivere. Non avrei aspettato passivamente la morte, le sarei corso incontro a testa alta in un’impresa che sarebbe stata ricordata anche dopo di me! Il laudano serve solo ad alleviare il dolore, niente di più.»
La sorpresa di Sewell fu evidente e la sua reazione fu istintiva. «Diavolo Jacques! Avreste dovuto dirmelo, io avrei capito… Invece mi avete ingannato! Mi avete nascosto la verità e ora la vostra condizione manderà all’aria l’intera missione! Dovrò portarvi a Lima perché qualche dottore possa prendersi cura di voi… Eravamo a un passo… e non avrò più un’altra occasione!»
«Joseph, non me ne vogliate… Io non tornerò indietro! Ho deciso che rimarrò qui e lo farò con o senza il vostro permesso!»
Il volto del francese appariva più disteso, aver nascosto la verità per tutto quel tempo era stato un fardello troppo pesante. Finalmente se n’era liberato e ciò gli permise di parlare all’amico con franchezza: «Il mio viaggio qui in Perù è un viaggio di sola andata. Sapevo che non avrei avuto un’altra opportunità per vivere un’avventura come questa… Joseph, vi ho nascosto la verità è vero! Ma ho già rimediato…»
«Che intendete dire?»
«Come ben sapete, a Parigi ho una buona reputazione. Ho speso tutta la mia vita dedicandola al Centro di Paleontologia, e il Museo Verdoux mi ha dato tante soddisfazioni e un discreto guadagno. Sono un uomo ricco, sapete bene anche questo… E sapete che ho solo e sempre avuto il mio lavoro. Non ho famiglia, quindi nessuno che possa rivendicare alcunché dopo la mia morte. Prima di partire ho dato incarico a un mio legale di fiducia di trasferire tutte le mie sostanze al vostro Dipartimento di Ricerca di Cambridge, con il vincolo che foste voi l’unico amministratore nonché beneficiario!» Dopo un accenno di sorriso il francese continuò: «Inutile dire che, comunque vadano le cose quaggiù, il vostro rettore, Mr. Hackett, vi accoglierà a braccia aperte quando ritornerete. E anche se questa missione non dovesse dare i risultati sperati avrete abbastanza fondi per finanziarne altre a vostro nome… Comunque sono sicuro che questa spedizione sarà un successo. Lo sento!»
Sewell rimase in silenzio. Le parole del francese avevano lasciato un solco profondo nel suo animo. Un misto di collera, imbarazzo, riconoscenza, ma soprattutto una profonda tristezza lo prostrarono rivelando il lato più nascosto e sensibile del suo carattere. «Jacques, io non so, non so che dire… Non dovevate… Non posso permettere che moriate quaggiù, lontano dalla vostra casa, dalla gente che ha stima di voi…»
«Di stima mi basta la vostra, amico mio… sempre che ne proviate ancora…» s’affrettò a dire il paleontologo, «Ad ogni modo non sono ancora morto mi pare, mi reggo ancora in piedi e sento che aver vuotato il sacco mi ha fatto bene direi… Quando arriverà il mio momento sarete il primo a saperlo. Intanto che ne dite di spiegare a me e a Juan cosa avreste deciso di fare per oggi?»
«E’ difficile adesso… Lasciatemi un po’ di tempo per riordinare le idee. Siete un vecchio pazzo testardo! Però siete anche l’amico migliore che potessi incontrare…»
Sewell si girò e si allontanò, non voleva che l’amico s’accorgesse del subbuglio di emozioni che stavano mettendo a dura prova il suo abituale autocontrollo. Camminò fino all’ingresso della volta arborea e si fermò a riflettere. Guardava dritto verso il fondo del tunnel per scorgere gli ostacoli che avrebbero dovuto superare di lì a poco, ma la vista si era offuscata. Fu allora che con una mano si asciugò le lacrime.

Alle dieci e mezzo del mattino i tre uomini si avviarono nel tunnel della gola diretti alla grotta principale dell’enorme complesso sotterraneo di Arauna. Si erano equipaggiati a dovere: indossavano giacconi di tela grossa trattata con cera d’api e olio di lino per renderla impermeabile. Sotto i giacconi delle maglie di alpaca li avrebbero tenuti al caldo, mentre come attrezzature si portarono corde, picconi, strumenti per la raccolta di eventuali reperti e le indispensabili lanterne.
Greenstone fu l’unico a portarsi un’arma da fuoco: il suo Winchester 1876. Juan invece aveva con sé un Bowie da caccia che, anche se lo considerava un semplice attrezzo da lavoro, nelle sue mani poteva diventare un’arma micidiale.
Poco prima l’indio aveva udito le parole dei due scienziati standosene in disparte, in fondo lui era lì unicamente per svolgere le mansioni per cui era stato assunto. Durante il cammino tuttavia, quando si trovò ad affiancare lo scozzese, sentì il bisogno di dire qualcosa: «Sir Joseph, non preoccupatevi per Monsieur Verdoux. La forza di volontà può fare miracoli, ed egli vuole continuare la missione… Non si arrenderà facilmente! E poi lo terrò d’occhio, quindi state tranquillo!»
Sewell fece un cenno d’assenso senza dire nulla, lo sguardo fisso in avanti esprimeva tutto il suo disagio.
Greenstone era un uomo ancora giovane. Aveva compiuto da poco trentasei anni, ma aveva vissuto una tale quantità di esperienze in giro per il mondo che si era ormai temprato ad affrontare e superare ogni tipo di avversità, o quasi. Era abituato a valutare e risolvere le situazioni accorpando tutto sotto il suo esclusivo controllo. Non si fidava granché del prossimo e fino a quel momento i fatti gli avevano dato ragione.
Ma quella mattina, la confessione dell’amico l’aveva spiazzato.
Era successo tutto all’improvviso e in uno dei momenti forse più delicati dell’intera spedizione. Si rendeva conto che la situazione non era più sotto il suo controllo, anzi. La morte dell’amico era dietro l’angolo e non poteva farci nulla. Non c’era un nemico da cui difendersi, non c’era una scappatoia al destino, era soltanto questione di tempo.
Per uno come lui era una sensazione d’impotenza quasi insopportabile. Lo scopo stesso della missione che l’aveva portato fin lì rischiava di finire in secondo piano.

Dopo la confessione di Verdoux i due scienziati non si erano più scambiati una parola. Il cammino procedeva di buon passo e Greenstone aveva impartito le istruzioni per l’esplorazione della grotta a voce alta, evitando di guardare in faccia i due compagni. Il suo disagio era evidente, ma non riuscì a trovare nessun modo per superarlo se non quello di rinchiudersi in un silenzio meditabondo. Jacques Verdoux, dal canto suo, si era tenuto in coda al gruppo limitandosi a osservare l’ambiente circostante con apparente noncuranza.
Una volta giunti all’imboccatura della grotta, il francese si portò al fianco di Sewell e gli afferrò un braccio bloccandolo. «Joseph, ho bisogno di sapere se vi fidate ancora di me!» disse con tono quasi implorante. «Ditemi dunque, vi fidate ancora di me?»
La veemente quanto improvvisa iniziativa del francese sortì l’effetto insperato di scuotere Greenstone dal suo isolamento. Lo scozzese si voltò, fissò l’amico con un’aria di sincera riconoscenza e dichiarò: «Jacques, non ho mai smesso di avere fiducia in voi… Come potrei? Mi avete sempre dimostrato di credere in me anche quando tutti i nostri stimati colleghi, da Parigi a Londra, ridevano del sottoscritto. Ricordate? Avete messo in gioco la vostra reputazione per sostenermi! Ora scopro pure che siete mio benefattore, mettendomi nel vostro testamento…» fece una breve pausa poggiandogli una mano sulla spalla. Poi aggiunse: «Sarò sempre in difetto con voi, lo sapete Jacques… E sono onorato che abbiate deciso di affrontare questo difficile momento con me al vostro fianco… E in ogni modo, per quel che ne so, in questo dannato posto abbiamo tutti quanti una discreta probabilità di lasciarci la pellaccia!»
I due risero e si abbracciarono.
Anche Juan, di solito imperturbabile, accennò un sorriso, poi disse: «Sir Joseph, col vostro permesso io accenderei le lanterne…» ficcò una mano nella bisaccia estraendovi un acciarino e un paio di radici sbucciate di manioca, si avvicinò allo scozzese e gliene porse una, «Tenete, è yuca dolce. Stamane non avete ancora mangiato nulla!»
Greenstone accettò volentieri, addentò la radice e s’inoltrò oltre il buio della caverna.
I suoi due compagni fecero altrettanto.

CAPITOLO SEGUENTE

La questione afghana

Quell’albergo era “sotto stretta sorveglianza”, così una fonte ufficiale riferendosi all’Hotel Intercontinental di Kabul trasformato in campo di battaglia. Sembra una battuta ma non lo è. E’, invece, una delle innumerevoli facce del caos imperante da quelle parti. Sabato notte parte di quel caos si è manifestato all’interno dell’Hotel Intercontinental, dove i talebani hanno dato l’ultimo esempio della loro fatale determinazione facendosi saltare volontariamente per aria e riempiendo di raffiche stanze e corridoi. Alla fine, venuto giorno, c’è chi ha contato 22 uccisi più quattro aggressori morti (ma il numero rimane incerto).

In Occidente (è da lì che vengono gli anti-talebani) è dilagato un misto di sgomento e di stupore, quasi si fosse scoperto che il terrorismo infesta ancora i nostri incubi. Sai la novità. Nella settimana precedente l’assalto all’Hotel Intercontinental le cronache afghane, totalmente ignorate, avevano certificato l’eliminazione di una novantina di talebani e la scarcerazione di altri 75, ex seguaci di quell’anima nera della guerra civile degli anni Novanta di nome Guldbuddin Hekmatyar, classificato “terrorista globale”. Hekmatyar era stato a sua volta scagionato dopo mesi di trattative che avevano garantito a lui e a 2.200 dei suoi l’impunità per i crimini compiuti. Una simile manica larga potrebbe sembrare un avvio di pacificazione nazionale ma non lo è perché la ribellione non ha ridotto i suoi cruenti ritmi letali.
Non è servita a niente neanche la spavalda incursione del vicepresidente Mike Pence, arrivato a Kabul per comunicare che gli americani non se ne andranno dall’Afghanistan finché non l’avranno liberato dal terrorismo. Ossia mai. A conclusione del suo fervorino Pence aveva comunque ringraziato le autorità locali per “la collaborazione nel mantenere la sicurezza”. Collaborazione per la verità fin troppo stagionata avendo imboccato il diciassettesimo anno di anzianità e servita, come scritto dal memorialista americano Philip Caputo, a bombardare “non solo i ribelli ma anche gli ideali americani”. E poi c’è la questione della sicurezza, che Pence ha evocato con disinvoltura. Nessuno sa dove stia di casa, di certo non in Afghanistan e tantomeno a Kabul. Però le truppe americane non solo vi restano parcheggiate, ma sono in crescita (sono già in 14.000). Probabilmente si stima sconveniente andarsene da un Paese con oltre un trilione di dollari di minerali non sfruttati e con la maggiore produzione mondiale di eroina. E poi c’è la questione Cina-Russia- Iran, tre Paesi che i ‘signori della guerra’ di Washington considerano nemici e che stanno appena oltre il confine afghano. Kabul può dunque costituire una magnifica base di partenza per sovvertirli. Per non contare l’affluenza in Afghanistan dei miliziani dello Stato Islamico cacciati dai fronti iracheno e siriano. Mosca già ne valuta in 10.000 individui la loro presenza. Fanno di tutto per imporsi all’attenzione, come se coltivassero l’intenzione di giustificare il proposito degli antiterroristi occidentali di mettere radici nella regione. Nel mese di dicembre il terrorismo ha infatti provocato un paio di centinaia di vittime, quasi la metà delle quali (85 per l’esattezza) provocate dai pro-Califfo rimasti senza Califfo.

Apparentemente meno eccitato di molti suoi colleghi il generale John Nicholson, comandante delle truppe americane in Afghanistan, ha ammesso che la situazione è “in stallo” e che le possibilità di vittoria vanno valutate in base alle condizioni che verranno prospettandosi e non sul tempo. Con ciò riprendendo quasi alla lettera un vecchio detto locale secondo il quale gli invasori avranno anche l’orologio, ma chi li combatte ha il tempo dalla sua. L’esercito del generale Nicholson arrivò in Afghanistan con l’idea di “impalare” quel barabba di Osama Bin Laden. Fu il capo degli antiterroristi della Cia, un tale Cofer Black, a usare quell’espressione prima di prendere l’impegno di “portare la testa di Bin Laden al presidente”. E invece dovette dedicarsi ad altro, essendo l’obiettivo trasfiguratosi nell’importazione di una democrazia da scaffale di supermercato inscatolata a Washington. Un altro buco nell’acqua, tanto da costringere uno dei direttori della Cia messo a forza in pensione, il genenerale David Petraeus, a piangersi addosso lamentando che né gli Stati Uniti né la Nato avessero vinto il terrorismo. E non si riuscirà certo a vincerlo con i 3.000 soldati aggiuntivi che Trump ha deciso di mandare portando a 14.000 il totale. Quest’altra spedizione è stata chiamata New War Strategy, in realtà niente di più vecchio.
Per spiegarla al presidente afghano Ashraf Ghani arrivò inatteso a Kabul il segretario di Stato americano Rex Tillerson, già autore di una dichiarazione curiosamente enigmatica, stando alla quale sul campo di battaglia afghano non vinceranno né i talebani né gli Stati Uniti. Dopo 16 anni di guerra, e chissà quanti altri ancora, sarebbe questo il finale di partita immaginato a Washington. Naturalmente i talebani la pensano in altro modo e ne avevano già informato il segretario della Nato Jens Stoltenberg, che aveva annunciato più finanziamenti (un miliardo di dollari l’anno fino al 2020) “a sostegno dell’Afghanistan”. Dovrà prepararsi a una lunga guerra, gli avevano detto.

Terrorismo di talebani e di pro-Califfo a parte, in Afghanistan anche la Cia avrebbe avviato un programma di squadre clandestine per decimare i quadri della ribellione. Tattica forse già impiegata nel Vietnam che non produsse risultati apprezzabili. Adesso, cocciutamente, la si rispolvera. Non è l’unico riferimento alle sciagure del Vietnam. L’altro è la droga. L’85 % dell’eroina e della morfina prodotta nel mondo viene dall’oppio afghano procurando utili per tre miliardi di euro l’anno. Poi c’è il resto, che in un rapporto Onu del 2009 era così descritto: “Ogni anno muoiono più persone a causa dell’oppio afghano che per qualsiasi altra droga: circa 100.000 in tutto il mondo”. In Afghanistan in particolare “il numero di persone dei Paesi Nato decedute per overdose di eroina è cinque volte maggiore del numero di truppe Nato perdute dall’inizio delle operazioni militari”. La guerra come droga e la droga per fare la guerra.

LEGGI ANCHE
DIARIO DALL’AFGHANISTAN 1
DIARIO DALL’AFGHANISTAN 2

La via traversa dell’aquila bianca

Davide Aquilani è quello strambo, lo chiamano Aquila per via del suo cognome.
Dicono che è suonato solo perché sorride sempre, anche quando lo maltrattano. E lo maltrattano spesso…
Davide ha trentadue anni ma sta con quelli di quindici. Gironzola nel parco di via della Traversa, vicino la circonvallazione.
Non ha un lavoro, i suoi sono morti che era piccolo e abita col nonno novantenne in una casa popolare.
Nessuno si chiede quanto durerà.
Davide non parla, non lo ha mai fatto, però disegna da Dio: si firma “Aquila Bianca”, tutti i muri da via della Traversa alla stazione sono suoi! I ragazzi del quartiere lo sanno ma non lo dicono: Davide – fenomeno – è roba loro, lui è buono e fa tutto quello che vogliono.
Un giorno qualcuno gli dice di disegnare il Boss tutto nudo a cavallo di un maiale, lui esegue, l’opera non è niente male ma fa incazzare il Boss che lo fa picchiare dai suoi. Quando lo trovano è in un lago di sangue, ha perso sei denti ma sorride lo stesso.
Dopo qualche tempo i ragazzi lo vedono tornare, oltre ai denti e al naso, gli hanno rotto pure quattro costole e un ginocchio. Davide zoppica e sorride a tutti, però nessuno ha più il coraggio di parlargli: hanno paura di fare la stessa fine.
Perciò finisce che lo allontanano. Lui non capisce perché, ma il suo sorriso lentamente si spegne.
Ora se ne sta da solo e tutti i santi giorni dipinge qualsiasi cosa sui muri dei capannoni, quelli abbandonati vicino alla stazione. Lo fa dal mattino fino a quando, verso sera, gli spaccini del Boss non lo cacciano.
Davide ha ricominciato a sorridere, i suoi disegni parlano per lui, sono bellissimi e gli tengono compagnia.
Passano poche settimane e alcune persone importanti, capitando per caso in zona, notano i murales di “Aquila Bianca” e intuiscono che sono dei capolavori. La notizia si sparge e la gente corre a visitare il luogo.
Inutile dire che tutto questo non giova agli affari del Boss: i suoi spaccini devono trovarsi un altro posto per smerciare la roba.

Due mesi dopo un noto gallerista si aggira per via della Traversa, incontra un ragazzo del posto e gli chiede: “Scusa, conosci per caso la persona che ha disegnato i magnifici graffiti che si vedono su quei capannoni laggiù, quelli firmati Aquila Bianca?”
“Certo, sono quelli di Davide!”, fa il ragazzo.
“Sapresti dirmi dove posso incontrarlo?”, continua l’uomo.
“Certo, al cimitero… L’hanno trovato un mese fa nel canale qui vicino!”, il ragazzo fa una smorfia e se ne va. Mentre s’allontana guarda il cielo e sussurra: “Sei volato via finalmente… ora sì che sei libero Aquila!”

White Eagle (Tangerine Dream, 1982)

La mia nottata da infiltrato fra stazione e grattacieli

Le stazioni sono posti assai particolari, e quella di Ferrara ne ha di storie da raccontare. Spesso in prima pagina a causa del degrado e di episodi che alimentano la cronaca nera, ha suscitato sempre la mia curiosità per la “doppia faccia” che cela, nemmeno troppo velatamente. Ed è per questo che ho deciso di passare lì una serata.
Arrivo in via del Lavoro intorno alle 22 e 45, il parcheggio è semi deserto. Sceso dall’auto, girandomi intorno, noto di essere l’unico da quelle parti. Mi avvio verso il sottopassaggio. Il lungo corridoio è deserto. Esco sul binario 3, lì prendo l’altro sottopassaggio che mi porta nell’ingresso. La situazione cambia. Al mio arrivo trovo seduti due ragazzi, avranno sui 20 anni, osservano il tabellone dei treni in partenza, altra gente è sull’uscio del grande portone di ingresso che raggiungo. Uscito fuori mi guardo intorno e mi rendo conto di una cosa: tolti i tassisti, sono tra i pochissimi italiani nella zona. La predominanza etnica è africana. Fingendo di aspettare un treno, mi siedo sulla destra del portone, noto subito che ci sono due ragazzi che mi osservano, sono abbastanza abituato, ma la cosa mi fa capire che la zona è strettamente “sorvegliata”. Dopo un po’ decido di fare una passeggiata. Con un po’ di titubanza mi avvio verso il famoso giardino dei grattacieli. Ne ho solo sentito parlare, non ci sono mai stato fisicamente se non di passaggio. Entro dopo aver superato un parcheggio di bici, in lontananza, sulle giostre, dei ragazzi ridono e scherzano nella loro lingua madre. C’è una panchina libera, decido di sedermici e far finta di stare al cellulare. Sono trascorsi all’incirca 5 minuti e vengo avvicinato da un ragazzo in bici dalla capigliatura tutt’altro che sobria. “Amico come stai?” è il suo esordio, gli rispondo che è tutto ok e gli chiedo lo stesso. Sorride e mi chiede “Vuoi fumo, erba?” Nella mia testa in quel momento ho pensato due cose: se dico di no, potrei sembrare sospetto, se dico di si commetto un reato. Corro il rischio e rifiuto gentilmente. Si allontana, non sembra essere del tutto soddisfatto. Noto il suo avvicinarsi ad un gruppetto di ragazzi, chiaramente sta parlando di me perché mi indica. Inizio a sentirmi osservato. Continuo a far finta di essere impegnato con il telefono e vengo raggiunto di nuovo dal ragazzo in maglietta con medaglione dorato al collo, ma questa volta accompagnato da un suo amico, sempre in bici e berretto da rapper.
La discussione è diversa, anche i toni meno amichevoli. “Come mai qui?” Mi chiede senza mezzi termini il nuovo arrivato. Gli spiego a fatica che sto aspettando un treno e sono uscito a fare un giro. Prosegue guardandomi in modo sospettoso e in inglese mi chiede “Where are your from?”. Io gli dico che vengo dal Sud e sono diretto a Venezia. Sembra calmarsi, mi dice che anche lui è stato al Sud, in Calabria. Inizia così una chiacchierata. Gli chiedo cosa fanno lì e mi dice, molto candidamente, che sta “lavorando”. Sorrido, conosco queste situazioni e farsi notare cosciente dei fatti è sempre meglio. Gli chiedo come mai tutta questa gente e mi risponde che passano lì la sera i suoi amici, alcuni lavorano, altri sono di compagnia. Azzardo una domanda scottante: “Ho sentito dire che questa zona sia pericolosa?” La reazione mi sorprende. Sorride e mi dice “Tu non in pericolo, qui tutti amici”. Sorrido anche io, mi chiede una sigaretta ma gli dico che non ne ho e mi dice se voglio comprare qualcosa, questa volta però l’offerta si allarga, passa anche alle donne. Gli spiego che tra poco sarei dovuto ripartire e mentre lo faccio dei suoi connazionali richiamano l’attenzione verso di loro con delle urla. C’è una specie di battibecco tra alcuni di loro, subito scattano con la bici. Mi guardo attorno e capisco che sono più di quanto credessi.
L’atmosfera sembra riscaldarsi, decido che forse è meglio lasciare quel posto e ritornarci quando sarà più tranquillo, ma mentre vado via si vedono i lampeggianti di una volante di pattuglia della polizia. Così si calmano gli animi, e tutti sembrano prendere altre strade, ma con gli occhi puntati sui movimenti dell’auto. Oramai però mi sono avviato. Raggiunta di nuovo la stazione mi accingo verso il corridoio, guardo l’orologio che ormai segna quasi l’una. Mi dirigo verso via del lavoro ma scendendo nel sottopassaggio del binario 3, un gruppetto di ragazzi ostruisce la strada, stanno preparando le siringhe per la droga, gli chiedo di farmi passare e con modi non molto carini mi dicono “Proprio qui devi venire a rompere?!”. Non rispondo e proseguo oltre, ma dall’accento capisco che sono ferraresi però. Esco finalmente dal tunnel. L’aria di via del Lavoro è del tutto diversa: non un’anima, non un grido, non una volante. Un silenzio che fa contrasto con quell’universo che mi sono lasciato alle spalle. Faccio per andare verso la macchina e vengo quasi spaventato da un uomo di colore che esce dalla boscaglia che dà sul cancello dei binari per i treni merci. Mi guarda con fare sospetto e sorride, ricambio il sorriso e proseguo dritto, lui mi segue con lo sguardo, capisco dal suo modo di fare che non era andato a fare dei bisogni come potevo credere inizialmente, ma a nascondere qualcosa, ma meglio non farsi vedere interessato mi dico. Una volta in auto tiro un sospiro di sollievo ma guardo ancora fisso la stazione: una parte di me vorrebbe tornarci, ma l’altra mi dice che, per ora, può bastare.

La dedica dei Caldi Peperoncini Rossi…

How long how long will I slide
Separate my side I don’t
I don’t believe it’s bad
Slit my throat it’s all I ever.

All’uscita di Californication, nel 2000, i Red Hot Chili Peppers sono all’apice della loro carriera: il ritorno del chitarrista John Frusciante porta nuove sonorità e stimoli. La band, ormai matura è inoltre in grado di affrontare musicalmente tematiche complesse quali la morte, l’avidità, il suicidio, il viaggio e la California, intesa come metafora del sogno americano. Quello che esce è un disco memorabile che sancisce il massimo successo commerciale per la formazione americana con oltre 15 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Ma Californication è anche l’album della presa di coscienza della band rispetto al passato travagliato dei propri componenti ed un brano in particolare è dedicato al loro primo chitarrista Hillel Slovak, scomparso per un’overdose dopo aver tentato numerose volte di disintossicarsi: Otherside.
I heard your voice through a photograph
I thought it up and brought up the past
Once you’ve gone you can never go back
I’ve got to take it on the other side.

La videoclip è anch’essa un’opera d’arte. Un ambiente cupo, ispirato al cubismo, lontano dalle ambientazioni vivaci che contraddistinguono la gran parte della videografia della band. Anthony Kiedis vestito di scuro canta dall’alto di una torre, mentre gli altri componenti della band suonano oggetti del paesaggio come un orologio medievale rotante o dei cavi ad alta tensione. La storia, raccontata in maniera allegorica, è proprio quella di Slovak che cerca di scappare prima dalla propria dipendenza, rappresentata metaforicamente prima da un mostro, poi da un labirinto ed infine dalla parte corrotta di sé stesso, raffigurata dalla propria ombra.
Centuries are what it meant to me
A cemetery where I marry the sea
Stranger things could never change my mind
I’ve got to take it on the other side.

Il testo sembra contenere tre diversi punti di vista: una voce narrante che cerca di capire in quale punto della propria vita si trovi, quello della parte “sana” del protagonista che cerca di uscire dalla propria dipendenza e quello dell’altra parte (Otherside, appunto, che in inglese non andrebbe scritto tutto attaccato) “malata e corrotta” che inevitabilmente riporta verso la trappola letale della droga. Il tutto su un arrangiamento semplice ma molto efficace e di forte impatto, in grado di dare il massimo risalto ai cori di Anthony Keids.
Turn me on take me for a hard ride
Burn me out leave me on the other side
I yell and tell it that it’s not a friend
I tear it down I tear it down
And then it’s born again!

Veramente un gran pezzo, come testo, musica e video. Al punto che in diversi Paesi ha ottenuto il primo posto in classifica, scalzando addirittura la title track dell’album, Californication.

Otherside (Red Hot Chili Peppers, 2000)

La criminalità in città aumenta, ma gli esperti dicono che è solo “percezione”

In occasione della Festa della Legalità, l’incontro avvenuto all’Arengo la scorsa settimana getta le basi per una riflessione su ciò che viene detto e ciò che viene invece trascurato dell’argomento criminalità. Ecco un’ulteriore interpretazione legata al nodo, oggi più delicato che mai, dell’immigrazione.

Il crimine si può tradurre come un delitto grave, ovvero un reato, un illecito che provoca conseguenze particolarmente rilevanti e nocive alla vittima che lo subisce. Per capire di cosa parliamo occorre spiegarsi e chiarire bene le cose che diciamo, pertanto se parliamo di crimine, criminalità e affini dobbiamo sapere cosa significano e soprattutto come influenzano le nostre vite: è a questo che servono le parole. Anche se all’Arengo si è scelto di privilegiare i numeri.

Quando vado all’incontro pubblico tra gli addetti ai lavori e la cittadinanza sul tema della sicurezza nel nostro territorio, mi trovo in mezzo ad una platea di giornalisti in attesa dei relatori che arriveranno di lì a poco.
Così, mentre la deliziosa saletta dell’Arengo si riempie di gente, mi sistemo in prima fila ad armeggiare col registratore e a controllare il mio taccuino. Sono insolitamente puntuale, tanto che ho scelto il posto migliore che potevo, subito dopo un collega seduto al mio fianco apre il suo portatile e un giovane tecnico del comune accende il proiettore delle slide puntandolo sullo schermo alla mia sinistra. Poi finalmente arrivano.
Sono quattro: c’è l’addetto stampa del comune, Alessandro Zangara, che precede il responsabile regionale alla sicurezza Nobili, li seguono il vice questore Crucianelli e l’assessore ai lavori pubblici Modonesi. Quindi, a parte l’ospite, ci sono un funzionario della regione, un funzionario di polizia e un politico. Quale parterre più adatto per parlare di crimine e criminalità? Magari un commissario (e quello più o meno c’era), un sociologo, un antropologo, uno psicologo, un criminologo, un giudice… chissà.

Dopo le presentazioni capisco subito che la serata si tradurrà molto probabilmente in una lunga elencazione di numeri e statistiche, di tabelle e percentuali, il tutto puntualmente condito di considerazioni su ciò che è stato in passato e su ciò che è nel presente. E per il futuro? Non si sa, non ci sono i dati…
Vabbè, ma almeno qualche previsione potevano azzardarla però!
Comunque, plaudo all’onestà intellettuale dei tecnici che, non avendo sfere di cristallo, generalmente evitano per mestiere di parlare di cose che non siano comprovate da dati certi. Evviva le certezze dunque!
Ma di quali certezze stiamo parlando? Ebbene ve lo dico subito: la più eclatante è che l’Italia è il paese più mite e sicuro del mondo!
Proprio così. L’ha fatto intendere Nobili, l’ha confermato con tanto di tabelle luminose e illuminanti Crucianelli, l’ha ribadito alla fine Modonesi, aggiungendo che il vero problema sta nella “percezione”.
Ma “percezione” è comunque una parola e delle parole tratterei alla fine, concentriamoci pertanto sui numeri (che in ogni caso non trascriverò).

Da qualche anno, in Europa, così come in Canada e Stati Uniti, i crimini più violenti contro la persona, ovvero gli omicidi, sono in calo. L’Italia segue il trend di tutti gli altri paesi occidentali, col pregio di essere tra i paesi a più basso indice di violenza d’Europa. Se a questo aggiungiamo che l’Europa è il continente col più basso indice di violenza di tutti e cinque i continenti, l’equazione dei nostri esperti “Italia uguale isola felice” non fa una grinza.
La questione si fa più delicata e complessa quando spostiamo lo sguardo su altri tipi di crimini, come gli stupri e le lesioni gravi, ma soprattutto sui crimini contro la proprietà, come i furti e le rapine.
In questo caso, purtroppo, il panorama appare invece preoccupante: i numeri infatti ci dimostrano che sono in costante aumento i furti commessi nelle proprietà private (appartamenti, ville, luoghi di lavoro), ed è soprattutto il fenomeno delle rapine effettuate all’interno delle abitazioni che desta più sconcerto. Si tratta ormai di una pratica criminosa sempre più frequente che prende di mira le case isolate di campagna, magari abitate da persone anziane che hanno scarse possibilità di reagire e difendersi. Lo sconcerto aumenta quando al furto si aggiunge il pestaggio delle vittime inermi, spesso gratuito, immotivato e inferto con inaudita violenza, che qualche volta ha provocato la morte dei rapinati.
Questa generale tendenza al rialzo dei reati di tipo predatorio (termine usato dagli esperti), ossia contro la proprietà, inizia e prosegue costante da vent’anni ad oggi e, dai dati evidenziati, la prospettiva di un’inversione di tendenza non lascia molto margine all’ottimismo. Quindi, a metà serata, la domanda che mi pongo è se l’Italia sia davvero un’isola felice, o forse si profili l’ipotesi di qualcosa simile alla rassegnazione ad accettare un progressivo peggioramento delle proprie sicurezze con l’idea (ribadita con insistenza dalle istituzioni presenti) che altrove sia stia decisamente peggio.

E Ferrara? La nostra città e il nostro territorio rispecchiano sostanzialmente l’andamento nazionale con una “piccola” differenza in controtendenza, ovvero l’aumento degli omicidi: nella nostra provincia, nel 2015 ci sono state quattro uccisioni! Il dato è comunque del tutto eccezionale poiché, si affretta a dire Crucianelli, la casistica di omicidi nel nostro territorio resta talmente bassa (in media zero o un omicidio all’anno) che quest’ultimo dato non può rappresentare un valore di tendenza utile a fini statistici. In pratica, nel nostro futuro, la possibilità di essere più o meno ammazzati lo scopriremo solo vivendo.
In aggiunta a queste considerazioni e grazie alle domande di alcuni giornalisti meno annoiati di altri, è poi emerso che, restando sempre in ambito ferrarese, è avvenuto un progressivo spostamento degli equilibri nelle attività di smercio e spaccio della droga, mercato che da qualche tempo è passato nelle mani della comunità nigeriana, relegando al secondo posto gli spacciatori magrebini che ne detenevano il controllo da anni. Resiste qualche outsider italiano che spaccia facendo concorrenza a proprio rischio e pericolo agli africani. Risulta, tra l’altro, che gli stessi nigeriani gestiscano il racket della prostituzione delle ragazze di colore, all’interno di un apparato organizzativo che allunga le sue maglie ben oltre i confini del nostro territorio.
A questo punto, all’esplicita richiesta di qualcuno di poter avere qualche informazione più precisa sulla provenienza della droga che viene smerciata nelle nostre strade, Crucianelli si trincera in un ben collaudato “Non posso rispondere perché sono informazioni riservate e le indagini sono tuttora in corso”, che personalmente ho inteso in questo modo: “Accontentatevi di quel poco che vi ho detto perché lì in mezzo ci sono nostri infiltrati che rischiano la pelle”.
Con tutto ciò, resta da dedurre che il mercato della droga è e rimane un affare tra extracomunitari, e questo già si sapeva.

Ma c’è dell’altro. Sempre negli ultimi anni, per quanto riguarda le lesioni personali, gli stupri e altri reati come scippi e borseggi, i dati oscillano tra alti e bassi in un sostanziale equilibrio verso l’alto, cioè in una generale tendenza ad aumentare. Anche se i fattori che portano a questo risultato sono diversi e necessitano di approfondimento. In altre parole, se il tendenziale aumento delle aggressioni e delle violenze personali viene motivato da un aumento della litigiosità tra le persone (a questo punto sarebbe stato opportuno capirne pure le cause, magari coinvolgendo sociologi e antropologi, o no?), l’aumento degli stupri e delle molestie sessuali ai danni delle donne viene spiegato con una maggiore sensibilità al problema che è all’origine di un aumento delle denunce, come dire: siccome sappiamo che spesso in passato tali stupri non venivano denunciati, non possiamo affermare con certezza che rispetto a prima ci sia stato un oggettivo aumento dei reati oppure solo un aumento delle denunce.
Viene poi fatta un’ulteriore considerazione che delinea un generico identikit di chi commette questi crimini: sono giovani maschi di età compresa tra i quindici e i trent’anni circa!
Ebbene sì, avete letto bene, sono giovani maschi… Io mi sarei aspettato che dicessero che erano vecchiette psicopatiche o casalinghe frustrate, o mariti cinquantenni in piena crisi di mezza età. In pratica una rivelazione sorprendente!
Nonostante il generale clima di ottimismo e buona volontà che si respira all’Arengo, posso dire, a mio modesto e insignificante parere, che le prospettive per il futuro appaiono desolanti.

Certo è vero, rispetto agli altri paesi occidentali, il nostro rimane tuttora in una condizione privilegiata a basso indice di criminalità violenta, è un fatto indiscutibile. Guardando però meglio quali sono gli altri paesi con cui ci confrontiamo, alcune cose mi appaiono più chiare: se lasciamo da parte il caso di Stati Uniti e Canada che hanno contesti storici e sociali assai differenti dal nostro (e che comunque stanno registrando negli ultimi anni, a differenza di noi, un repentino calo del tasso di criminalità), vediamo che in Europa al primo posto tra i paesi più violenti c’è il Regno Unito (che peraltro, come oltre oceano, sta avendo anch’esso un notevole calo di criminalità), seguito da Francia e Germania. Paesi dunque con una componente multirazziale assai più radicata e diffusa della nostra, ma anche con un’economia più stabile e florida di quella italiana.
All’incontro si è pure accennato ad una maggiore devianza giovanile di questi paesi rispetto al nostro, fenomeno ad esempio testimoniato dall’incredibile divario del numero di giovani attualmente nei riformatori inglesi rispetto a quelli italiani (circa quarantamila in Inghilterra contro gli appena millecinquecento in Italia), certo occorre anche dire che l’ordinamento giudiziario britannico è assai diverso rispetto al nostro e simili differenze andrebbero analizzate in modo più serio e approfondito.

A questo punto mi assale una serie di dubbi e quesiti, il guaio è che ho la spiacevole consapevolezza che gli esperti interlocutori che ho di fronte non possano soddisfare le domande che mi faccio e vorrei far loro, semplicemente perché rispondere a tali domande non rientra nelle loro competenze. Per cui non mi resta che esporle adesso, sperando che qualche lettore più illuminato di me abbia le risposte.
Per quanto ancora resteremo un paese a basso indice di criminalità violenta se il nostro apparato statale persevera nella sua politica di accoglienza d’emergenza, senza cioè un serio ed accurato programma d’inserimento sociale e lavorativo duraturo dell’immigrato? Voglio dire: è logico accogliere fiumi di disperati, ospitarli in strutture provvisorie (spesso creando contrasti con le popolazioni che entrano forzatamente in contatto coi rifugiati), accudirli, affidarli a organizzazioni di assistenza sociale per un periodo di tempo limitato, e, scaduto il tempo, abbandonarli a se stessi, senza lavoro né soldi, in una società che li vede come degli intrusi? Accogliere persone e sistemarle come pacchi qua e là senza un programma di inserimento sociale serio e complesso a lungo termine non genera il rischio di aumentare malcontento e frustrazione sia tra coloro che arrivano che tra coloro che già abitano nel territorio? Non è forse questo modo di concepire l’accoglienza che ha causato il proliferare di enclave etniche chiuse, terreni fertili per la criminalità, come l’esempio della comunità nigeriana di Ferrara starebbe a dimostrare? Non è forse vero, ad esempio, che gran parte dei furti e delle rapine nelle ville sono commessi da persone originarie dell’est europeo?

Credo che abbiamo di fronte un problema serio: ovvero la tendenza da parte delle istituzioni a mettere in conto un progressivo innalzamento del livello di criminalità come un fatto inevitabile e fisiologico. Fatto generato da un contingente mutamento sociale in direzione di quel melting pot previsto e preventivato da certa parte politica. Se a questo aggiungiamo la difficoltà del paese ad uscire da una crisi economica che si trascina da anni e, contrariamente ai proclami di ripresa occupazionale che puntualmente vengono annunciati dal governo per essere poi subito smentiti dalla realtà, continua a rilasciare per strada migliaia di disoccupati, si comprende quanto questa compressione sociale stia evolvendo in un potenziale e pericoloso teatro di nuovi conflitti tra poveri.
E ribadisco il concetto di “guerra tra poveri” che di implicazioni razziali ha poco o nulla, poiché, a proposito di percezioni più o meno motivate dai fatti, è un fatto che molti pregiudizi si siano concentrati in comunità come quelle slave e rumene che, almeno da un punto di vista “razziale”, sono assolutamente identiche agli italiani. In effetti un italiano non è più razzista di un rumeno, di un albanese, di un serbo, o di un nigeriano, di un pakistano, di un cinese, eccetera. E nigeriani, tunisini, filippini e tutti gli altri non sono più violenti di noi italiani.
Da sempre, la tendenza è di guardare agli individui e alle comunità giudicando le loro azioni e i loro comportamenti per etichettarli e trasformarli in strumenti di propaganda ideologica in un senso o nell’altro. E da sempre l’errore è quello di trascurare le cause profonde all’origine di tali comportamenti che sono uguali per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dalla provenienza.
Se creiamo le basi per generare malessere sociale, ovvero un abbassamento generalizzato della qualità della vita (l’aumento della disoccupazione e della soglia di povertà, la concentrazione nel territorio di altri gruppi etnici percepiti come possibili minacce, un sempre più diffuso sentore comune di ingiustizia sociale seguito da una conseguente mancanza di fiducia nel futuro), corriamo il grave rischio di trasformare la nostra società in una polveriera di conflitti e violenze dalle conseguenze inimmaginabili.

Concludo tornando all’argomento criminalità: secondo gli esperti della serata quindi, il nodo non sarebbe tanto nel pericolo concreto corso dal cittadino, ma nella “percezione” che quest’ultimo ha del pericolo. In altre parole trattasi più di pericolo paventato che reale! Vuoi vedere che siamo tutti diventati dei timorosi visionari, palesemente insicuri e pure un po’ vigliacchi? Può darsi, ciò non toglie che quando si “percepisce” qualcosa, spesso e volentieri ci si azzecca.

Noi contro la ‘democrazia’ della droga. La nuova comunità semiresidenziale nel cuore della città

Nasce a Ferrara la cooperativa “Palaur” che affianca i giovani nella battaglia di emancipazione dalla dipendenza da alcol e droga.

“La droga è la cosa più democratica che c’è in Italia” afferma Alice e nei suoi occhi c’è la consapevolezza di chi ha visto tanti giovani farsi rubare la vita dalla “roba”. Le fa eco Paola: “Un giovane fa una serata, un amico gli offre una pastiglia…è così che si inizia, senza neanche rendersene conto”. Il problema “droga” e il mostro “alcol” non sono relegabili ad un servizio del telegiornale sull’ennesima morte di un minorenne dopo una serata in discoteca. Non sono problemi lontani, non sono distinti da noi: sono infiltrati nel tessuto sociale, in maniera più subdola ed invisibile rispetto al passato, e perciò più difficile da riconoscere ed affrontare.

E’ con l’intento di offrire un sostegno ai giovani, e alle loro famiglie, che con l’alcol e la droga hanno avuto a che fare, o che hanno anche solo sfiorato il problema, che nasce a Ferrara, in via Ragno n 15, la cooperativa sociale PALAUR di cui Alice Cacchi e Paola Pieroboni, laureate in psicologia, ed Aurelio Zenzaro, educatore, sono i fondatori. Dopo anni di attività nelle comunità di recupero, Alice, Paola e Aurelio hanno deciso di intraprendere un nuovo percorso: aprire uno spazio cittadino che coniugasse il servizio di consulenza ai giovani sulle problematiche della dipendenza da alcol e droga, al reinserimento sociale dei giovani che hanno affrontato in passato il percorso della comunità di recupero. “Il passaggio dalla comunità residenziale alla società è un momento molto delicato e pieno di problemi: magari fuori ritrovi una famiglia disfunzionale oppure gli “amici” pronti a farti ricadere nel giro- spiega Paola- e la cosa più difficile di tutto il percorso di recupero è saper dire di no. Un tempo la dipendenza da alcol e droga era legata ad immagini di emarginazione e degrado, basti pensare al tossico che si bucava nella panchina dei giardinetti o all’ubriacone steso per strada. Ora la proliferazione delle droghe sintetiche hanno reso il fenomeno socialmente accettabile: le droghe sintetiche allentano i freni inibitori, ti fanno sentire “figo” ed è per questo che hanno facile presa sui giovanissimi alle prese con le tipiche crisi di autostima adolescenziali. Non parliamo poi dell’alcol, legato indissolubilmente ai momenti di convivialità. Quanti aperitivi si consumano con sempre maggior leggerezza?”.

La droga non conosce distinzioni di classe né ci si può sentire al sicuro dall’avere una famiglia più o meno unita. Come ci racconta Alice: “Nelle comunità di recupero la maggior parte delle persone con problemi di droga proveniva da famiglie disfunzionali o avevano vissuto dei grossi traumi nella loro vita. L’eroina e la cocaina era il rifugio per chi voleva mettere a tacere i propri problemi. Ora non è più così. L’età più a rischio è quella tra i 18 e i 26 anni, si desidera essere accettati dal gruppo. In genere c’è sempre l’amico che ti invita a provare, ed una volta provata la droga sintetica ci si sente bene. Invece la droga è un veleno, così come l’alcol, e il fegato di un giovane, molto ricettivo per la giovane età, subisce danni maggiori di un adulto”.

La notizia bomba di un figlio tossicodipendente esplode tra le mani dei genitori, spesso, troppo tardi. Dopo che si è cercato di mettere la testa sotto la sabbia e di non dar peso a comportamenti all’apparenza poco preoccupanti (perdita di peso, apatia, cattivi voti a scuola). Troppo spesso si pensa “non riguarda mio figlio” oppure “è solo un adolescente svogliato”, ma gli operatori di PALAUR invitano a tenere le antenne sempre alzate: “ Alle medie si fa già uso di cocaina -interviene Paola- noi, a livello generazionale, non siamo ancora pronti a cogliere la quotidianità dell’uso delle sostanze stupefacenti. I veri “esperti” sono i nostri figli, circondati, fin da giovanissimi, da questa realtà”. Il giovane fa fatica a rivolgersi alle comunità residenziali dove vengono imposte, specialmente all’inizio del percorso terapeutico, diverse restrizioni, dall’uso del telefono al ricevimento degli amici; lo stesso vale per il SERT, che risulta spesso essere un ambiente troppo medicalizzato. La cooperativa Palaur si prefigge di colmare quella zona d’ombra che precede o segue l’abuso di sostanze stupefacenti: il momento in cui si ha un primo approccio con la droga oppure quello, come detto, in cui il giovane riabilitato fa il suo nuovo ingresso in società. La famiglia è un importante sostegno ma la spinta deve venire sempre dal giovane coinvolto nel problema. Quando questo accade, ci racconta Alice “procediamo ad un primo colloquio conoscitivo e redigiamo delle skills training (che significa letteralmente “allenamento di abilità”) cioè schede tecniche in cui si evidenziano le abilità personali e relazionali di ognuno. Come comunità semiresidenziale svolgiamo la stessa attività delle comunità residenziali: adottiamo un medesimo protocollo terapeutico e puntiamo sullo svolgimento di attività che possano rafforzare l’autostima dei ragazzi (laboratorio di cucina, apicultura e produzione di miele, laboratori di informatica)”.

“La cosa più coinvolgente -spiegano gli operatori- sono gli incontri che organizziamo in sede con i gruppi famigliari”. Troppo spesso il vero problema, di cui la droga o l’alcol sono solo la punta dell’icerberg, è il “non detto” tra genitori e figli. Rapporti incancreniti dalla mancanza di comunicazione, dalla freddezza dei rapporti che diventa abitudine. Dice Paola: “Molto spesso chiedo, forzo, genitori e figli ad abbracciarsi. Basta il contatto fisico per sciogliersi in lacrime, per sciogliere nodi intrecciati in anni di malintesi. E’ l’inizio del processo di guarigione”.

droga

GERMOGLI
Droga, no grazie.
L’aforisma di oggi

Giornata mondiale della lotta alla droga: non solo un dovere istituzionale per lottare contro l’illegalità dell’uso e dello spaccio delle sostanze stupefacenti, ma anche azione preventiva. Con informazione ed educazione adeguate.

Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico è l’alcool o la morfina o l’idealismo. (Carl Gustav Jung)

drogaUna quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

L’OPINIONE
Violenza e bruttezza. Il tracimare della realtà virtuale

Quali sono gli effetti della bruttezza, soprattutto di quella specie di bruttezza che si confronta e si oppone all’etica? Questi effetti sono sicuramente disgustosi e a volte terribili come il più feroce di tutti: quello che ha distrutto non solo le testimonianze della bellezza, sporcando e infierendo contro l’arte e i musei, case della bellezza. ma che ora, spostando il tiro, si spinge a uccidere e a terrorizzare i giovani cristiani, nella casa del sapere che è l’università cristiana del campus di Shabaab a Garissa…
L’odio per la cultura e l’ossessione della Storia. La più bieca tra le forme di bruttezza che sporca e la ragione e il sentimento. Il crasso velo di ignoranza che si fa scudo di un grido: è la guerra che lo vuole e così “vi colpiremo ancora!” Ignobile.

Ma nel nostro mondo occidentale altre forme di bruttezza rimangono impunite quasi giustificate da un pensiero che a livello razionale suona altrettanto disgustoso della violenza esercitata sulle opere d’arte o sulle persone di altre religioni. Il bullismo esercitato nella scuola di Cuneo da un gruppo di studenti in gita che non si limitano ad esercitare in una specie di sadico rituale, una violenza di gruppo verso un compagno ubriaco e semincosciente, ma a filmarlo, a scattare selfie e documentazione di una azione sporca e disgustosa. Depilazione delle gambe, bruciature, scherzi sessuali fino a cospargere d’urina il corpo ormai diventato oggetto del compagno steso in una vasca da bagno; fino a decorare quella povera carne di caramelle. Ma ancora, come nella violenza jaihadista, la fa da padrona la scrupolosa documentazione filmica di questa vicenda perché la vera realtà non può fare a meno di quella parallela, virtuale ma ormai per gran parte di noi, vita “vera”.

Ma ancora il peggio deve avvenire. Gli eroi di tanta impresa, scoperti, interrogati, puniti dai professori e dalla preside ora vengono difesi da qualche genitore che ha trovato eccessiva la pena inflitta in quanto sarebbe stato giusto che i ragazzi se la fossero vista tra di loro Una ragazzata, insomma. A questo si vorrebbe fosse ridotto il ruolo della scuola ormai fortino espugnato dall’”altra realtà” virtuale.

“Ai nostri tempi” c’era sì il bullismo, la violenza come disperato tentativo di ribellarsi alla costrizione di un sapere che veniva indotto con il potere esercitato dalla struttura stessa della scuola. E basti pensare a quello che accadeva nelle scuole inglesi o in quelle irlandesi o anche in certi istituti privati italiani, ma la democrazia aveva aperto un dialogo che eccetto alcuni casi immediatamente denunciati non scalfivano l’interazione tra docenti e discenti perché gli insegnanti detenevano non la potestas ( ovvero il potere militarmente inteso) ma l’auctoritas un potere che viene dall’essere dispensatori di sapere.

Cosa è rimasto di questa scuola che umilia gli insegnanti e li rende comunque ricattabili dalla realtà virtuale? Suona dunque eroica la sentenza e la punizione comminata dalla preside di Cuneo e dal corpo insegnante. Il risultato però è vanificato dal virtuoso genitore che trova l’episodio uno scherzo e ritiene eccessivi i metodi di repressione del bullismo.
Così la bellezza del sapere, la scuola educatrice di vita si trasforma nella banale e pessima idea convenzionale di “così fan tutti” .

E meno male che questa gloriosa impresa non è stata commessa da extracomunitari sicuramente dichiarati degna di quella fascistica idea del “Oh bongo bongo bongo stare bene solo al Congo” a cui tanti militanti leghisti sembrano credere.

La bruttezza poi si esercita come violenza indotta verso i detentori della bellezza. Si veda la fine immonda fatta dall’ultimo discendente della più ricca stirpe americana: i Getty. Trovato morto e dissanguato oscenamente nudo dalla cintola in giù. I Getty che avevano eretto i templi della bellezza con i loro musei e che erano finiti dentro le spire della paranoia col vecchio che si era creato una specie di difesa invalicabile anche qui pensando a una realtà altra dove gli echi della vita reale non dovevano entrare anche quando la mafia taglia l’orecchio in Italia a un suo nipote e lui vorrebbe fargli pagare il riscatto o a quest’altro distrutto dalla droga.

E cosa possono fare contro questi esempi il delicato potere e l’”aura” che spirano da un quadro, da una statua, da un libro? Un altro anche se diverso esempio di violenza.

E’ giusto che la biblioteca di Storia dell’arte della Gnam di Torino debba essere aperta solo una mattina a settimana perché non ci sono i soldi per tenerla aperta? E impedire così lo studio della bellezza?

biciclettata-stadio

IL CASO
Due anni di biciclettate contro spaccio e degrado in zona stadio: dalle finestre applausi e fischi

“Ciao quartiere”, scandisce ad alta voce la ragazza che apre il corteo di una ventina circa di persone.

“Comitato Zona Stadio: biciclettata per riqualificare il quartiere. Unitevi alle pedalate per un quartiere migliore. Nella biciclettata toccheremo i punti nevralgici del quartiere: piazza Castellina, la zona dell’acquedotto, via Oroboni e il grattacielo”. Annuncia al megafono Massimo Morini, presidente del comitato nato il 15 marzo 2013, che ieri ha festeggiato il secondo compleanno con tanto di pasticcini, brindisi e palloncini legati ai manubri.

“Due anni di biciclettate – racconta al megafono un altro signore mentre pedala sotto le finestre di via Oroboni – cento serate in strada, due fiaccolate, dieci presìdi contro il degrado e lo spaccio di droga”.

“Buonasera signora siamo tornati – dice un signore rivolgendosi ad una donna che si affaccia alla finestra – siamo qui per voi. Se saremo in tanti, verremo ascoltati. Non nascondetevi dietro alle finestre”.

“All’inizio ci davano per morti dopo due mesi – spiegano dal comitato – ci dicevano che eravamo dei patetici, che non avevamo di meglio da fare. Abbiamo ricevuto delle offese, ci hanno anche tirato dell’acqua in testa, e gettato i vetri per terra, ma noi andiamo avanti contro il degrado e lo spaccio di droga”.

Non tutti infatti apprezzano l’iniziativa di questi cittadini. C’è chi la considera eccessiva o non risolutiva rispetto al problema o anche molesta per i rumore degli slogan declamati al megafono e dei fischietti. Per il comitato questo è invece proprio lo strumento di disturbo a quelli che loro vedono come attori del degrado della zona, ovvero gli spacciatori.

“Salviamo il quartiere”, grida una signora. “E allora pulitelo”, gli urla laconico di rimando un signore da un cortile.

Ma c’è anche qualcuno che si affaccia dalle finestre ad applaudirli. Di certo, conseguenza o meno della loro presenza, per le strade, quando passa il corteo, non si vede nessuno di sospetto.

“Ci troviamo ogni venerdì sera alla 21 nel Piazzale Giordano Bruno di Via Cassoli – spiega Morini – lo scopo è monitorare il quartiere. Stiamo valutando con il Comune altre iniziative per riqualificare la zona, per farla rivivere, perché per migliorare la qualità di un quartiere la cosa più importante è viverlo. I residenti della zona non sono molto partecipi, un nostro grosso problema è quello di coinvolgere i cittadini. Il coinvolgimento è difficile, e stiamo cambiando tipo di iniziative per invogliare le persone ad uscire di casa e partecipare attivamente.”

“Purtroppo ogni volta che abbiamo messo i volantini ce li hanno tolti – spiega un signore – così abbiamo creato un blog: http://comitatozonastadio.wordpress.com”.

“E non si dica che non c’è neanche un cane” scherza Morini, riferendosi alla mascotte a quattro zampe del comitato.

(foto di Stefania Andreotti)

comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
comitato-zona-stadio-biciclettata-quartiere-degrado
federico-varese

Insegna a Oxford ma parla ferrarese l’uomo che spiega la mafia al mondo. “Uno shock per me la morte di Aldrovandi”

Conoscendolo, uno magari si immaginerebbe di vedere sulle pareti del suo studio di Oxford – dove è ‘professor’ (ordinario, si direbbe da noi) di Criminologia – la foto di Montale con l’upupa o il ritratto del suo adorato Italo Calvino. Perché Federico Varese [vai al suo sito] è sì sociologo ed esperto dei fenomeni mafiosi fra i più apprezzati a livello internazionale; ma prima di tutto è uomo di raffinata cultura e vasto retroterra letterario. Invece, al momento in cui la sua immagine appare nel collegamento Skype, ecco delinearsi la locandina di un grande classico di Sergio Leone, “Per un pugno di dollari”, forse a sdrammatizzare proprio il fardello del sapere accademico o per alludere con ironia ai temi dei suoi attuali studi. “E’ un bel film”, chiosa con semplicità. Di fronte a sé, invisibile all’intervistatore remoto, confida di avere collocato un’altra locandina, quella del più maturo ed evocativo “Gli spietati”, di cui Clint Eastwood oltre che protagonista è anche regista.

E’ una bella storia quella di Federico Varese, partito da Ferrara ancora adolescente, proiettato dai banchi del liceo Ariosto, avamposto in Italia della sperimentazione didattica, al Canada sulle ali di una borsa di studio. E poi da là a Cambridge per il perfezionamento (dopo la formazione universitaria bolognese) e quindi negli Stati Uniti per le sue prime docenze. Varese non nasce mafiologo. “All’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo del Muro, mi pareva che tutti noi stessimo osservando una trasformazione epocale, la fine del comunismo e la transizione caotica e confusa verso qualcosa che ci raccontavano essere l’economia di mercato e la democratizzazione nell’ex Unione Sovietica. Io avevo sempre avvertito l’interesse e il fascino di quel mondo e volevo capire come sarebbe cambiato”. Cosi’ Varese ha scoperto che, anziché democrazia, diritti e mercati ben regolati, nell’ex Urss si stava sedimentando un grumo di interessi politici finanziari e mafiosi capace di sottrarre ai cittadini le risorse naturali e i gioielli dell’industria sovietica. “La mia aspirazione è stata sempre quello di fare lo scrittore. Ad un certo punto ho però deciso che volevo raccontare il mondo attraverso gli strumenti della sociologia, della storia e della politologia, piuttosto che con la poesia e il romanzo. In questa scelta devo molto a Goffredo Fofi, uno degli intellettuali che stimo di più”. La sua narrazione trova espressione non solo attraverso i libri, ma anche sulle pagine di riviste come Lo Straniero e di quotidiani come La Stampa, con cui Varese collabora regolarmente già da qualche anno.

Le convinzioni maturate ed espresse nel suo primo volume (The russian Mafia del 2001, un successo immediato e tradotto in diverse lingue) lo portano a confutare la concezione classica del fenomeno mafioso. “La spiegazione di tipo culturalista a mio avviso è errata. La mafia e’ un fenomeno economico e la cosidetta ‘omertà’ è frutto della paura. D’altronde se il fondamento di questo fenomeno fosse culturale non si spiegherebbe perché in certe zone del sud la mafia non è presente mentre lo è in aree del nord dove ci sono alti livelli di fiducia e di ‘capitale sociale’. La mafia è attratta dal denaro mentre non attecchisce dove ci sono povertà e sottosviluppo. Vi e’ quindi un legame stretto tra criminalita’ organizzata ed economia di mercato”.

Secondo Varese quello che rende un territorio più o meno vulnerabile al racket mafioso è, innazitutto, la struttura dei mercati locali. Più tali mercati sono orientati all’esterno, all’export, meno l’imprenditore può beneficiare dei servizi della mafia “perché il suo competitore è lontano, non ce l’ha sotto casa, quindi non ci sono azioni di intimidazione da svolgere. Ma quando il mercato è locale, ecco allora che la mafia trova terreno fertile: può intimidire i concorrenti a favore di coloro che pagano il pizzo e sono collusi”. In questi casi tocca alle istituzioni assicurarsi che la concorrenza avvenga in maniera trasparente ed equa. “Quando lo Stato lascia fare e adotta la tesi erronea che i mercati si autoregolano, allora la situazione diventa pericolosa”.

Anche di questo Varese ha parlato la scorsa settimana dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, convocato per un’udienza conoscitiva, nell’imminenza del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. Proprio il tema della legalità caratterizzerà infatti l’azione del nostro governo in Europa. “Ho spiegato che in Europa mafia, camorra e ’ndrangheta fanno cose differenti da quelle che fanno in Italia. Operano in maniera diversa perché faticano a riprodurre le medesime condizioni di controllo del territorio tipiche di certe zone del Sud e del Nord Italia. In Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio i mafiosi vanno per comprare droga e nascondersi; in Inghilterra e all’Est fanno riciclaggio del denaro e vendita di beni contraffatti, mentre in Germania, Francia e Austria sono dedite anche a traffico d’armi, frodi e usura. Questi dati sono contenuti in uno studio fatto proprio dal mio gruppo di ricerca ad Oxford”.

Oltre all’analisi del fenomeno, i parlamentari hanno chiesto a Varese anche cosa si possa fare per ridurre il potere delle organizzazioni in Europa. “Bisogna contrastare i flussi finanziari che ne consentono la sopravvivenza. I soldi arrivano dall’Italia e in qualche modo passano di mano in mano. Sopratutto bisogna riconquistare alla democrazia i territori attualmente controllati dalla mafia in Italia. Si puo’ anche cercare di spingere altri Paesi ad adottare il reato di associazione mafiosa (oltre all’Italia, oggi c’e’ in Belgio, Lussemburgo, Austria, Romania e Grecia). Ma vi sono fortissime resistenze ad introdurre questa fattispecie, sopratutto nel Regno Unito e nei Paesi scandinavi. A mio parere quindi sarebbe meglio se l’Italia si concentrasse sugli strumenti che gia’ esistono, come il mandato di cattura europeo, e facesse di tutto perché vengano applicati”.

Compatibilmente con i tanti impegni, Federico Varese torna spesso in città. Ci sarà anche venerdì 18 aprile, per ricordare Enrico Berlinguer a trent’anni dalla morte nell’incontro organizzato in biblioteca Ariostea dall’istituto Gramsci. “Il miglior modo per amare Ferrara è non viverci, ci diceva spesso Giorgio Bassani. Forse è per questo che io ne sono tanto innamorato”, afferma sorridendo. “Seguo le sue vicissitudini politiche. Ma quel che più mi ha impressionato in questi anni è stato l’omicidio di Federico Aldrovandi: è stato uno shock, ingenuamente mai avrei immaginato che una cosa del genere potesse accadere a Ferrara. E’ un fatto terribile, che mina il patto che dovrebbe esistere tra cittadini e istituzioni: coloro che ti tutelano si rivelano i tuoi peggiori nemici. E, quel che è peggio, qui si è aggiunta la menzogna istituzionale. Per fortuna il sindaco dell’epoca, Sateriale, con associazioni culturali come l’Arci, gruppi spontanei e naturalmente la famiglia si sono mobilitati subito per cercare la verità. E’ stata una lotta di civiltà che ho molto ammirato. Ho anche apprezzato l’attuale sindaco Tagliani quando scese in piazza ad apostrofare un gruppetto di sostenitori dei colpevoli. Spero che lo strappo si stia ricucendo. Ma bisogna fare molta attenzione, perché quando viene meno il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, mafie e criminalità comune ne approfittano”.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi