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Mettere in Comune, proposta sovversiva per un’economia di scambio

Lo zio di Bruno faceva il panettiere e per il trasporto aveva un carretto che utilizzava solo un paio d’ore al giorno. Per tutto il resto del tempo il carretto restava in sosta davanti al negozio e in paese chi ne aveva bisogno poteva usarlo liberamente: il bene di uno, dunque, era reso disponibile anche agli altri, secondo necessità, senza che il proprietario ne avesse alcun danno e senza pretesa di alcun diretto tornaconto. Il carretto era lì, e anziché starsene fermo tutto il resto della giornata era disponibile e veniva impiegato da chiunque, in base alla necessità, secondo un principio di mutuo soccorso. Lo zio di Bruno non ci guadagnava né ci perdeva nulla. Però maturava un credito di gratitudine, che in qualche modo fruttava benevolenza e favori perché, in genere, quando le persone sono aiutate tendono ad essere riconoscenti. Altri membri della comunità facevano altrettanto, comportandosi in maniera simile allo zio di Bruno: rendevano disponibili i loro beni quando non li impiegavano direttamente. Questo semplice sistema mutualistico, fondato su un’idea solidale della comunità e dunque sulla disponibilità alla reciproca assistenza (che talvolta magari si realizzava nelle forme del baratto), consentiva di massimizzare i benefici dei beni strumentali, rendendo concreto un valore che spesso resta solo potenziale, e dava così beneficio a tanti anziché a uno solo.

E’ quel che accade quando si esce dalla logica dell’egoismo proprietario di cui siamo vittime e si considera la possibilità di socializzare l’uso di ciò che è nella nostra disponibilità. Anche con semplici gesti quotidiani, che possiamo considerare di altruismo, ma che costituiscono potenzialmente un ribaltamento delle modalità padronali e predatorie con cui gestiamo i beni materiali (e talvolta purtroppo anche i rapporti con gli individui), si può – pure nella quotidianità – contrastare la china di una società che, anche nell’esaltazione del mito del possesso, scivola pericolosamente verso il baratro.
Peraltro, il possesso presuppone l’acquisizione; e la brama di avere ci spinge all’acquisto compulsivo, fomentando l’appetito che appaga il mostro del consumismo sul quale si reggono i cardini del nostro sistema economico. Ridurre i consumi e commisurarli alle nostre reali necessità è l’obiettivo da perseguire. Per dirla coerentemente con la ben nota massima profusa dalla saggezza di Erich Fromm, bisogna sfuggire le spire dell’opulenza fortificate dal possesso e ritrovare il senso autentico e realmente appagante dell’essere.

Fuor di metafora, cercando di inquadrare il fenomeno dello squilibrio distributivo, possiamo osservare che da una parte c’è sottoutilizzo, dunque spreco; dall’altra c’è invece carenza, quindi bisogno: razionalizzando l’uso dei beni colmiamo (o attenuiamo) il bisogno, semplicemente eliminando lo spreco.

È un po’ quel che in parte avviene con la sharing economy (e – in forme però pericolosamente deviate – con la gig economy). L’economia collaborativa induce le persone a scambiare beni e servizi attraverso differenti modalità che tendenzialmente implicano un corrispettivo, in termini di compartecipazione alla spesa o di temporaneo baratto di beni: così, come ben sappiamo, ci sono persone che rendono disponibile un passaggio in auto, la propria casa, un posto letto, o un qualsiasi altro genere di beni o servizi…
Il meccanismo di scambio è attualmente intermediato da piattaforme private, che fungono da nodo di incontro e smistamento fra domanda e offerta, ponendo in corrispondenza richieste e disponibilità. I nomi delle più affermate sono ben noti a tutti: Uber, AirBnb, Gnammo, BlaBlaCar… Molti le utilizzando, altri diffidano. Tanti sollevano il dubbio che, dietro l’etichetta di sharing economy, ci stia una nuova conformazione del modello capitalistico che, operando in un terreno ancora ampiamente deregolamentato, aggira così vincoli e imposizioni, attua forme di sfruttamento del lavoro e spesso elude le spire del fisco. Molti, anche per questo, diffidano. Il meccanismo, peraltro, genera a livello mondiale un enorme giro d’affari, stimato in 300 miliardi di dollari.

Il municipio intermediario pubblico fra bisogni e disponibilità

Immaginiamo, però, che la funzione di piattaforma – punto di incontro fra domanda e offerta, nodo degli scambi e fulcro del sistema – sia svolta da un ente istituzionale, il Comune per esempio; e che il conferimento delle disponibilità corrisponda dunque – letteralmente – a una messa ‘in comune’ di beni e servizi, con la tutela e la garanzia offerta dalla pubblica amministrazione.
In questo modo, potenzialmente, tutti i beni resi disponibili (a partire da quelli inutilizzati o sottoutilizzati), come pure la disponibilità individuale a svolgere servizi, verrebbero facilmente posti in corrispondenza con le corrispettive necessità, cioè con carenze e bisogni. E lo scambio sarebbe garantito dall’autorevolezza del mediatore, il Comune appunto, che in tal modo esalterebbe la propria funzione statutaria, quella di essere spazio di incontro e luogo comunitario di condivisione.

In fondo, già ora, il Comune preleva forzosamente dai singoli membri della comunità le risorse necessarie per garantire i servizi; e lo fa attraverso le leve fiscali e i relativi meccanismi di tassazione. Ma in tempi di crisi le risorse scarseggiano e così pure i trasferimenti dallo Stato, sicché molti servizi vengono drasticamente ridotti o tagliati.
Ecco, allora, che un sistema integrativo e complementare di erogazione di beni e servizi, fondato sullo scambio mutualistico volontario fra cittadini, ma favorito, garantito e supervisionato dall’ente pubblico, potrebbe in parte sopperire concretamente alle carenze, dando risposta anche a bisogni ai quali, attualmente, l’ente pubblico non è in grado di fare fronte.
I beni messi in comune dai cittadini e le potenziali prestazioni di servizio rese a titolo volontario sarebbero censite e raccolte in un’unica banca dati pubblica, preposta a porre in corrispondenza disponibilità e necessità, dunque con virtuali funzioni di luogo di incontro fra domanda e offerta. Non ci sarebbero, in tal modo, speculazioni né rischi, poiché i fruitori avrebbero la garanzia offerta dal Comune, cui spetterebbe il compito di censire gli utilizzatori del servizio e vigliare sulla correttezza di tutto il processo.

Non vale la pena, qui, addentrarsi nei dettagli organizzativi di un simile servizio. Sarebbe una rivoluzione, certo. E d’altra parte la situazione attuale impone a tutti, istituzioni comprese, rivoluzioni culturali e organizzative indispensabili per risollevarci dalla crisi e creare nuovi equilibri.
Una rivisitazione delle attualità modalità su cui si fonda l’economia di scambio, che ponesse al centro il municipio come perno e intermediario pubblico, potrebbe utilmente concorrere allo scopo.

LA RIFLESSIONE
Responsabilità civile e solidarietà: la comunità deve ritrovare il suo cemento

L’economia di mercato viene celebrata ogni giorno dai mass media secondo precise ritualità che ricordano da vicino le funzioni religiose dei tempi passati. Il discorso economico, banalizzato e semplificato, è diventato parte del discorso quotidiano del popolo, elemento portante della comunicazione politica, riferimento centrale di ogni tentativo di giudicare il passato e di guardare al futuro. Il mercato è diventato l’ineffabile dio che governa le sorti delle società, delle persone e delle nazioni. Questa rappresentazione rituale ci dice assai di più sulla natura e la possibile evoluzione della società di quanto possano dire i numeri, gli indici e gli indicatori, sui quali il discorso economico diventato scienza e quindi volgarizzato vorrebbe fondarsi.
Nessuno sembra più ricordare che il ragionamento economico si fonda su una serie di assunti, di presupposti taciti e di ipotesi che rappresentano solo una sezione di realtà osservata da una particolare prospettiva. Ed è proprio il riconoscimento pubblico di questi fondamenti che fa dell’economia stessa una disciplina, che può dirsi a buon diritto scientifica poiché aperta alla pubblica discussione.
Osservato da un punto di vista sociologico il sistema denominato ‘economia di mercato’ è semplicemente un’istituzione, ovvero un complesso di valori, norme, consuetudini, che definiscono e regolano durevolmente, i rapporti sociali e i comportamenti reciproci di soggetti la cui attività è volta a conseguire un fine socialmente rilevante. In quanto tale, anche il mercato è qualcosa che nasce nella società e si fonda su dei valori comuni condivisi.

L’economia, che al suo nascere si poneva come disciplina morale, connessa alla politica e all’etica, è andata specializzandosi per diventare una sfera autoreferenziale che funziona in base a implacabili regole interne. Essa si fonda su ‘valori’ quali l’efficienza, il profitto, la crescita a ogni costo, la competizione esasperata, che hanno  finito per scollegarla e metterla in contrapposizione con altri valori che riconosciamo ancora come fondativi del vivere civile. Con le parole più precise dell’economista David Korten:

“Non esiste espressione più forte per i valori di una società delle sue istituzioni economiche. Nel nostro caso abbiamo creato un’economia che stima il denaro al di sopra di tutto il resto, accetta la disuguaglianza come se fosse una virtù ed è spietatamente distruttiva nei confronti della vita”.

Questo meccanismo autoreferenziale, che per funzionare deve costantemente crescere e ampliare i propri confini sembra, oggi più che mai, sfuggito di mano, con conseguenze che rischiano di essere gravissime: sta inesorabilmente distruggendo i beni ambientali, i beni pubblici e i beni comuni, cioè quel capitale sociale immateriale che è necessario al suo stesso funzionamento. Tale rischio era già stato mirabilmente descritto da Adam Smith, uno dei padri dell’economia moderna, eletto a campione delle varie forme di liberismo e fonte inesauribile di citazioni.  Siamo nel 1774 ma l’analisi riportata ne “L’economia dei sentimenti conserva ancora oggi tutta sua attualità :

“Tutti i membri della società umana hanno bisogno di reciproca assistenza, e, allo stesso modo, sono esposti a reciproche offese. Quando la necessaria assistenza è reciprocamente offerta dall’amore, dalla gratitudine, dall’amicizia e dalla stima, la società fiorisce ed è felice. […] La beneficenza, dunque è meno essenziale della giustizia all’esistenza della società. La società può sussistere, anche se non nel suo stato più confortevole, senza beneficienza; ma il prevalere dell’ingiustizia non può che distruggerla completamente”.

Un mercato sano, fondato su una sana concorrenza, può prosperare solo all’interno di un contesto caratterizzato dalla giustizia sociale e dalla presenza di un adeguato stock di beni comuni. Solo all’interno di un contesto caratterizzato da regole chiare e da attori auto-interessati, ma ragionevolmente virtuosi, il mercato può esprimere tutto il suo valore positivo. Solo in un tale ambiente trova fondamento e significato la più celebre citazione di Adam Smith:

“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del panettiere che ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro considerazione del loro stesso interesse”.

E sempre Smith ci rammenta con due secoli e mezzo di anticipo i limiti e l’impotenza del consumatore ormai condizionato:

“Il clamore e i sofismi dei mercati e dei produttori persuade facilmente il popolo che gli interessi privati di una parte, e di una parte subordinata della società siano l’interesse generale di tutti”.

Il mercato, elemento quasi mitico dell’attuale economia, è un’istituzione meravigliosa e potente, ma per funzionare bene deve essere regolato in modo trasparente, in modo tale che nel suo funzionare non distrugga i beni comuni, indispensabili all’esistenza della società entro cui agiscono le forze economiche. Fiducia e reciprocità sono indispensabili per far funzionare gli scambi e le relazioni tra le persone. Giustizia e beni collettivi non sono dunque intralci al libero mercato, limitazioni che ne impediscono il buon funzionamento. Al contrario, costituiscono la base, in assenza della quale l’intero sistema è destinato a corrompersi e a implodere. Senza la prospettiva del bene comune l’economia perde ogni orientamento e ogni umana direzione; senza l’idea di reciprocità – che non è riducibile al mero utilitarismo – ogni persona perde la speranza; senza una base profonda di cooperazione e fiducia la competizione economica diventa semplicemente distruttiva; senza giustizia e con l’unico fondamento della fiducia del consumatore, il mercato non può espletare compiutamente la sua funzione positiva.

Oltre che produttiva la buona economia deve piuttosto diventare generativa: deve creare valore, ma deve anche contribuire a generare fiducia e inclusione sociale, deve riconoscere e controllare le esternalità che produce nel breve e nel lungo periodo. Se, al contrario, il sistema economico diventato rapace distrugge sistematicamente le risorse ambientali e relazionali, chi le potrà riprodurre? La politica travolta dagli scandali forse? La famiglia? Le comunità locali? Le istituzioni educative ormai ridotte a una branca del mercato stesso? Il pubblico ormai assoggettato ai poteri della finanza internazionale?
Non vi è dubbio che un sano ragionare economico debba essere, prima che tecnicismo specialistico, chiaro ragionamento sociale e morale. E dietro a questo buon ragionare non si può non vedere un’immagine dell’uomo, della società e dei suoi valori non più riducibili al mero dogma della crescita e all’imperativo del consumo forzoso. Se ancora si vive in una democrazia urge recuperare anche la valenza positiva della cittadinanza rispetto a quella del consumo, la dimensione della responsabilità civile e della convivialità rispetto a quella della concorrenza fine a se stessa, l’ambito delle virtù umane e civili rispetto a quello dei pur indispensabili diritti, la qualità dei prodotti e dei servizi rispetto alla pervasività incontrollata dei flussi finanziari. 

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Al festival di Altroconsumo il focus è sull’economia di scambio

Si preannuncia un week end interessante e ricco di appuntamenti quello che a partire da venerdì 22 maggio vedrà Ferrara teatro del festival di Altroconsumo. “Dire, fare, cambiare” non è solo il titolo di questa terza edizione, ma rappresenta anche il proclama degli organizzatori secondo i quali i tre giorni nella città estense sono una tappa importante nel percorso di emancipazione di una nuova generazione di consumatori sempre più informati, attivi e consapevoli. Sarà quindi un’occasione di confronto, di scambio, di conoscenza. Fra i temi centrali di riflessione c’è la nuova economia di scambio, la cosiddetta ‘sharing economy‘ che si basa non sulla proprietà ma sulla condivisione dei beni. Racconteranno in proposito la loro esperienza i couchsurfer ferraresi Anna Luciani e Simone Chiesa, la cui storia è stata recentemente resa nota proprio dal nostro giornale [leggi].
Rosanna Massarenti direttrice della rivista Altroconsumo, intervistata da Ferraraitalia [leggi] ha sottolineato la necessità “di attrezzarsi per affrontare il mercato con consapevolezza”. In questo senso l’associazione e la rivista sono da sempre all’avanguardia nella battaglia per un’informazione libera e trasparente a per l’affermazione dei diritti dei consumatori.

Fra gli ospiti anche la ‘nostra’ Maura Franchi, sociologa  esperta dei comportamenti di consumo, con particolare attenzione alle scelte alimentari, che su Ferraraitalia tiene larubrica Elogio del presente, che sarà intervistata dalla direttrice di Altroconsumo. Da segnalare anche la presenza di uno dei maggiori studiosi contemporanei di psicologia, Paolo Legrenzi, che si annuncia protagonista di una vivace conversazione e di una serie di divertenti esercizi con il pubblico per imparare a pensare, ad affrontare e risolvere i problemi guardandoli da prospettive diverse.

Curiosa e stimolante appare la la mostra esperienziale interattiva “Dire, Fare, cambiare” allestita negli Imbarcaderi dopo il grande successo riscosso dalla precedente mostra che ha visto fra l’altro il coinvolgimento dei mentalisti.

Momenti forti di quest’edizione sono certamente quattro dibattiti su altrettanti temi di grande attualità e rilevanza: “Il Trattato Ttip: rischi e vantaggi. Sui diritti e sul cibo si può trattare?”, “Il consumatore al centro della Rete: diritti, doveri e opportunità in Internet”, “Da €-Medicine a We-Medicine” e “L’età della Sharing Economy”. Sul palco di Altroconsumo nomi eccellenti del panorama italiano e internazionale, rappresentanti di realtà innovative: Google, Blablacar, Airb&b, Granarolo si confronteranno su diritti, insidie e opportunità della rete, come tutelare la salute con una medicina che rispetti i cittadini-pazienti, come salvare le garanzie sul cibo conquistate a fatica nel mercato europeo e messe a rischio proprio dal trattato Ttip con gli Stati Uniti. L’ultimo evento (domenica 24, tardo pomeriggio) sarà dedicato alla sharing economy, filo conduttore di tutto il Festival, perché esprime proprio un nuovo modo di concepire i consumi e la capacità dei cittadini di fare rete nel mondo e di farsi parte attiva del mercato, mettendo in comune cose, servizi, idee.

Non mancheranno momenti di intrattenimento e divertimento. sabato 23, alle 21.15, nella piazza del Castello il duo comico Ale&Franz si esibirà in uno spettacolo irriverente e divertente, tra lo stralunato e il surreale.
Moltissimi anche gli approfondimenti culturali, i laboratori formativi, le degustazioni e i gruppi d’acquisto che saranno aperti a tutti coloro che vogliono saperne di più su alimentazione, salute, risparmio, sicurezza, energia e scelta dei prodotti migliori.

A Palazzo della Racchetta, dove sono in programma tutti gli eventi dedicati al cibo, la redazione di Altroconsumo racconterà anche com’è possibile fare informazione indipendente, libera dai vincoli della pubblicità. Al Chiostro San Paolo ci sarà, invece, la possibilità di usufruire delle consulenze di giuristi e fiscalisti e, novità di quest’anno, anche dei dentisti dell’Accademia italiana di odontoiatria protesica.

Esperti e consulenti di Altroconsumo aiuteranno il pubblico anche a scegliere e a usare al meglio tantissimi prodotti (dai cosmetici agli smartphone) e lanceranno anche due nuovi gruppi d’acquisto, uno sulla benzina e uno sui pannolini per bambini.

Da non perdere gli eventi ospitati nel Castello Estense, ad iniziare dalle visite guidate alla mostra di Boldini per ri-scoprire fascino e splendori della Belle Époque, al workshop ‘E tu hai stoffa per i tessuti?’ con Aurora Magni, docente universitaria che dialogherà sui temi della sostenibilità del tessile, ovvero come scegliere vestiti sicuri, ecologici e socialmente responsabili. Per i bambini, invece, iniziative e laboratori nell’area dedicata nel Cortile delle Duchesse.

Il festival ha il patrocinio del Comune e della Provincia di Ferrara e vedrà come partner Ferrara Fiere Congressi e Ferrara terra e acqua. Il programma dell’evento è consultabile sul sito altroconsumo.it.

 

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