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ALBERI E FORESTE AL BIVIO:
biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

 

La corsa alle biomasse forestali mette e rischio la biodiversità e la salute dei cittadini: non sono una fonte di energia rinnovabile e non devono ricevere incentivi pubblici. Alberi e foreste a un bivio: biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

Convegno nazionale: Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia
Giovedì 22 aprile, dalle ore 14,00 alle 16,30 – Link Zoom al convegno[clicca Qui]

Roma – Green Impact e GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, le due organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance – l’alleanza di oltre 100 ONG in 27 paesi – insieme a ISDE – Medici per l’Ambiente, Parents for Future e WWF Forlì – Cesena hanno organizzato un convegno nazionale contro l’utilizzo delle biomasse forestali per la produzione di energia elettrica, che si terrà giovedì 22 aprile in streaming su Zoom e sulle pagine Facebook delle associazioni organizzatrici. Al convegno aderiscono anche Greenpeace Italia, ProNatura Emilia Romagna, ProNatura Forlì, Centro Parchi Internazionale, SISM (Società Italiana Scienze della Montagna), SIRF (Società Italiana di Restauro Forestale), CISDAM (Centro Italiano Studi e Documentazione degli Abeti Mediterranei), GrIG (Gruppo d’Intervento Giuridico), Italia Nostra Toscana, Italia Nostra Abruzzo, OIB – Osservatorio Interdisciplinare sulla Bioeconomia e Simbiosi Magazine.

Le foreste sono già messe a rischio dagli incendi, dal disboscamento, dai cambiamenti climatici e dal sovra-sfruttamento. L’aumento dei tagli per sfamare la fame di legname delle centrali a biomasse forestali per la produzione di energia elettrica costituisce un’ulteriore minaccia per il nostro patrimonio forestale.
Un recente articolo pubblicato su “Nature” riporta un incremento del 49% della superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento della perdita di biomassa del 69% in tutta Europa nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila m3 tra il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’Italia è inoltre tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, causando tagli boschivi e impatti sugli ecosistemi forestali anche fuori dal nostro Paese.
Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia europee sia nazionali, di deduzioni fiscali e di incentivi che hanno incrementato l’uso delle biomasse legnose per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come ecologico e rinnovabile nonostante le criticità in merito.

“L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni di CO2 in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del riscaldamento globale”, dice Fabrizio Bulgarini di Green Impact. Le centrali a biomassa, nate per utilizzare i materiali di scarto, non possono in alcun modo ricevere gli alberi tagliati per essere ridotti in “pellet” e bruciati come biocombustibile.
Una posizione ribadita dalla scienza: a febbraio oltre 500 scienziati, anche italiani, hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine forestale per produrre energia su grande scala.

Le problematiche poste dalla produzione e dalla combustione delle biomasse forestali sono numerose:

  • la combustione di legno produce CO2 e compromette la capacità delle foreste di assorbirla.
  • La combustione di legno produce particolato: le polveri sottili PM 2,5 e PM 10.
  • I boschi italiani stanno aumentando di superficie, ma rimangono di bassa qualità: hanno i bassi livelli di biodiversità e una bassa provvigione, ovvero pochi metri cubi di legname per ettero. La produzione di biomassa legnosa porta a una gestione forestale con tagli ravvicinati negli anni;
  • La richiesta di combustibile legnoso ha causato l’importazione di legname ottenuto con metodi impattanti quando non illegali da molti paesi del mondo.

“Gli alberi”, dice Giovanni Damiani del GUFI, “sono più preziosi come componente viva degli ecosistemi che tagliati e utilizzati come combustibile”. Le foreste forniscono infatti numerosi benefici ecosistemici: di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi, il riciclo dei nutrienti; di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre…); di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici; benefici culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. La gestione delle foreste deve considerare e garantire tutte queste funzioni.

Contatti:
Valentina Venturi – GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane – 340 3386920 | press@gufitalia.it
www.gufitalia.it

FUTURO SOSTENIBILE
“LE CITTA’ SIANO IL FULCRO DELLA RIPARTENZA POST COVID”
Il rapporto Legambiente 2020

All’inizio di novembre è stato reso noto il rapporto Ecosistema urbano, curato da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e il Sole 24 ore: 207 pagine fitte di dati, grafici, tabelle, disegni. Quella del 2020 è la XXVII edizione del rapporto, costruito secondo 18 parametri monitorati da Legambiente e Ambiente Italia. Oltre 30mila i dati raccolti attraverso questionari inviati ai 104 Comuni capoluogo e alle informazioni di altre fonti statistiche accreditate. Il risultato è una classifica generale che, per quel che valgono le classifiche, specie in queste tematiche, è stata costruita assegnando un punteggio in centesimi sulla base dei risultati qualitativi ottenuti nei 18 indicatori relativamente alle aree tematiche aria, acqua, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia.

Osservando le prime città classificate si nota che per Trento e Mantova, che occupano i primi posti con 79,98 e 76,75 punti, non vi sono state variazioni rispetto alla classifica 2019. Tra le prime 10 città le variazioni più significative si sono registrate per Reggio Emilia, che risale la classifica di 7 posti posizionandosi al quinta, Cosenza (+6, ottava) e Biella (+10, in nona posizione). Le altre sono Pordenone terza (+1), Bolzano quarta (-1), Belluno sesta (+2), Parma settima (-2) e Verbania decima (+1) con un punteggio di 68,89, 11 in meno di Trento. Treviso, che nel 2019 era nella top ten, scende all’undicesimo posto perdendo quattro posizioni. Tra le città che hanno mostrato, in positivo, le variazioni più significative vi sono Forlì (risalita di ben 44 posizioni), Imperia (+41), Rieti (+39) e Avellino (+31), mentre tra quelle che hanno perso posizioni vi sono Potenza, che ne perde 25, seguita da Caserta (-23), Varese e Chieti (-21) e Pescara (-20). E Ferrara? La nostra città perde rispetto all’anno scorso 12 posizioni e si colloca, con 62,86 punti, al 22° posto della classifica che, su 104 città monitorate, è chiusa da Vibo Valentia con soli 23,31 punti ottenuti dalla valutazione dei parametri considerati.

Inquinamento atmosferico: Ferrara? Insufficiente

Se si va ad analizzare le classifiche per le diverse tematiche del rapporto indicate come performance ambientali, la città estense non è presente in nessuna, ad eccezione di quella relativa alla raccolta differenziata, dove invece svetta con una percentuale dell’86,2, seguita da Pordenone (86,1%) e Mantova (85,6%). Le altre classifiche riguardano le aree tematiche aria rappresentate da quelle della concentrazione in biossido di azoto (NO2), dove capeggiano Agrigento (4 µg/m3), Enna e L’Aquila.
Ferrara presenta per questo indicatore una concentrazione media di 26,2 µg/m3, collocandosi al 52° posto. Per le polveri sottili PM10 e PM 2,5 la nostra città registra rispettivamente una concentrazione media di 29,0 e 18,5 µg/m3 (72° e 68° posto); infine per quanto riguarda l’ozono (sforamento del limite di 25 giorni/anno oltre i 120 µg/m3), si colloca sessantesima. Complessivamente Ferrara, assieme a tutte le città della regione, presenta un’aria classificata come insufficiente, ultima delle cinque classi in cui sono suddivisi i centri urbani che superano per almeno due parametri i limiti della normativa comunitaria sia per PM10 e PM2,5 che per NO2 e O3. Questi, secondo l’Agenzia Ambientale Europea (EEA), sono gli inquinanti sotto osservazione che comportano un rischio per la salute umana, e che dichiara come l’inquinamento atmosferico continui ad avere impatti significativi sulla salute della popolazione europea, in particolar modo per i cittadini delle aree urbane.

Le conseguenze in Italia sono le oltre 60mila le morti premature ogni anno dovute all’inquinamento atmosferico. “In sostanza, continua il dossier dell’ufficio scientifico di Legambiente Mal’aria di città 2020, l’inquinamento atmosferico è al momento la più grande minaccia ambientale per la salute umana ed è percepita come la seconda più grande minaccia ambientale dopo il cambiamento climatico”. In una tabella del dossier [Vedi qui]  che presenta i giorni totali nelle città in cui si è registrato nel 2019 sia il superamento dei limiti del Pm10 che dell’ozono, Ferrara si trova al 18° posto con 103 giorni (Torino, prima, ne ha registrati 147, Piacenza 128, Rovigo, territorialmente molto vicina a noi, 115, Modena e Reggio Emilia 108). Bologna, trentesima con 59 giorni, è l’ultima delle città della regione e presenta il superamento dei limiti solo per l’ozono (25 giorni).
Per il solo PM10, nel 2019, sono 26 le città capoluogo di provincia che hanno superato il limite giornaliero di 35 giorni con una media superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. Sempre prima Torino con 86 giorni di superamento. Nella classifica delle città fuorilegge ci sono quasi tutti i capoluoghi veneti (ad eccezione di Belluno), molti capoluoghi dell’Emilia Romagna, tranne Bologna e Cesena, quindi anche Ferrara, e più della metà delle città lombarde (7 su 12), a riprova della criticità espressa nelle dichiarazioni dell’Agenzia Ambientale Europea.
Altro dato ricavato da queste poco esaltanti classifiche è quello delle città che hanno superato il limite per le polveri sottili (Pm10) dal 2010 al 2019: Ferrara si ritrova nel secondo gruppo (9 anni su 10) assieme a Parma e Piacenza, tra le città emiliano-romagnole. Nel primo (10/10) sono presenti Modena, Reggio Emilia, Rimini e Rovigo (questa sempre per ragioni di affinità territoriale). Infine le altre, Ravenna, con 7 anni su 10, seguita da Bologna (6/10) e Forlì (5/10). Per ultime le classifiche dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana la soglia limite di polveri sottili in un anno (il D.lgs. 155/2010 prevede un numero massimo di 35 giorni/anno con concentrazioni superiori a 50 μg/m3) e, per l’ozono, dei capoluoghi di provincia che nel 2019 hanno superato con almeno una centralina urbana l’obiettivo a lungo termine per la protezione della salute( il D.lgs. 155/2010 prevede in questo caso un numero massimo di 25 giorni/anno – come media su 3 anni – con concentrazioni superiori a 120 μg/m3 come media massima giornaliera calcolata su otto ore). Nella prima Ferrara è al 12° posto con 60 superamenti nella centralina di Corso Isonzo, mentre nella seconda al 31° con 43 giorni di superamento.

La gestione del ciclo dei rifiuti

Tornando al rapporto [Vedi qui] tra i temi trattati non si può non prendere in considerazione quello dei rifiuti.
In una rappresentazione grafica le città monitorate vengono suddivise in 5 classi, da ottima a scarsa, in base alle modalità di gestione dei rifiuti e ai risultati ottenuti nel 2019. Ferrara si trova nel primo gruppo, anzi capeggia la classifica relativa alla raccolta differenziata, come già accennato, con un 86,2 %, superando di appena 0,1% Pordenone, che si colloca al secondo posto prima di Mantova (85,6%). Del gruppo delle città con una qualità ottima nella raccolta differenziata (quelle che separano più dell’80%) fanno parte anche Reggio Emilia e Parma. Per quanto riguarda la produzione di rifiuti urbani (kg/abitante/anno) il dato di Ferrara nel 2019 è di 650 kg, con Reggio Calabria la città che ne produce la quantità più bassa (371 kg) e Piacenza quella con il dato più alto (766 kg), e che supera di un solo kg Rimini e Ravenna (765 kg). Nel sistema di raccolta porta a porta Ferrara realizza un misero 10,3% di cittadini serviti secondo tale modalità, uno dei livelli più bassi in Italia, dove la maggior parte delle città fornisce un servizio di oltre il 90% e una quarantina arriva al 100% di cittadini serviti dalla raccolta domiciliare. Ma qui si tratta di scelte e strategie delle aziende che gestiscono questo importante servizio.

Proseguendo nell’analisi del Rapporto molti sarebbero gli indicatori che meriterebbero commenti e approfondimenti. Qui voglio solo riportare i dati che interessano Ferrara scorrendo le classifiche rispetto ai vari temi.

Acqua potabile per uso domestico

Per quello che riguarda l’acqua potabile per uso domestico Ferrara consuma 144,7 litri/abitante/giorno, in una classifica dove, oltre a Milano che primeggia con ben 269,1 litri, non sono molte le città che superano la quota dei 200 litri (Brescia, Chieti, Monza, Pavia, Reggio Calabria). La maggior parte consuma quantità che si collocano tra i 100 e i 200 litri, con l’unica eccezione di Frosinone che di litri al giorno per abitante ne consuma solo 95,2.
Altro tema che riguarda l’acqua è la dispersione della rete idrica. Ferrara presenta una differenza tra acqua immessa e consumata per usi civili, industriali e agricoli del 38,8%, con Frosinone, tra le città italiane monitorate, che per questo indicatore mostra la peggiore performance (77,8%) e Pordenone che risulta invece la più virtuosa con solo l’11,3%.
La percentuale di popolazione residente servita da rete fognaria delle acque reflue urbane vede molte città, di ogni parte d’Italia, raggiungere il massimo, cioè il 100%. Solo Pistoia (55%) e Catania (56%) mostrano dati molto bassi e preoccupanti, mentre Ferrara si colloca nella parte alta dei valori con l’88% della popolazione servita. Folto è il gruppo delle città che superano quota 90% registrando valori prossimi al 100%; infine, ad eccezione di Reggio Emilia (83%), tutte le altre città della regione realizzano percentuali che si collocano nella fascia 95-99% di popolazione raggiunta dal servizio fognario.

Mobilità urbana

Altro tema scottante trattato dal rapporto è quello della mobilità. Iniziando dall’indicatore numero viaggi/abitante/anno sul trasporto pubblico Ferrara raggiunge il livello di 70, poco oltre la metà della classifica capeggiata da Milano con 468, se si esclude Venezia (705) che, ovviamente, rappresenta un caso atipico, solo altre 6 sono le città che superano quota 200 (Genova, 413; Roma, 328; Trieste; 310 e a seguire Bologna, Torino e Brescia).
La maggior parte, Ferrara compresa come detto, si colloca ampiamente sotto quota 100 (con Vibo Valentia 2 e Sondrio 3 fanalini di coda), a riprova della criticità della problematica mobilità in Italia. Altro indicatore monitorato è l’offerta di trasporto pubblico misurata come vetture-km/abitanti/anno. Anche in questo caso la città estense non figura tra le città virtuose, riportando un valore dell’indicatore di 19: dato alquanto scarso se confrontato con quello di Milano (88) e delle altre città della parte alta della lista (Venezia, Trieste, Roma). Bologna, la migliore in Emilia Romagna, ottiene un livello di 45, con Parma che segue a 40.

Sempre in tema di mobilità gli indicatori della superficie stradale pedonalizzata in m2/abitante e delle piste ciclabili, sia come metri equivalenti ogni 100 abitanti che come Km totali.
Nel primo dei parametri Ferrara, con 0,39 m2/abitante, occupa la prima parte della classifica dove Lucca distanzia tutte le altre città con 6,73 m2/abitante. Classifica chiusa da L’Aquila e Trapani con nessuna superficie pedonale precedute con un misero 0,01 m2/abitante da Reggio Calabria.
Sulle piste ciclabili ci si aspetterebbero dati di eccellenza dalla nostra città, è così è, ma solo in parte: nella classifica dei metri equivalenti Ferrara è undicesima riportando 20,48 metri di piste ogni 100 abitanti, e viene preceduta, in ambito regionale, da Reggio Emilia, prima con un dato più che doppio (44,37 metri/100 abitanti) e da Ravenna (26,63 metri/100), mentre in quella dei Km totali scala di un posto a fronte di 101,6 Km di piste, anche in questo caso preceduta da Reggio Emilia, sempre prima,  e da Modena (174), Bologna (156,4), Parma (138,4) e Ravenna (129,3), a riprova che la definizione di città delle biciclette non è una sua esclusiva.
L’ultimo indicatore che interessa la mobilità è quello delle auto circolanti ogni 100 abitanti. Le città italiane si distribuiscono in un intervallo che va da 78, Frosinone, a 43 per Venezia, quindi una forbice non troppo ampia. A Ferrara circolavano, nel 2019, 65 auto/100 abitanti, un dato intermedio, condiviso da molte altre città: infatti nella fascia 70/60 figurano ben 65 centri urbani.

Verde pubblico

Per quanto riguarda l’indicatore verde urbano pubblico Ferrara non sfigura, anche se non tanto in termini di valori assoluti: si colloca infatti attorno al 30° posto (20 alberi/100 ab) della classifica che vede Cuneo primeggiare con 203, seguita da Modena con 114 alberi/100 abitanti.
Per l’indicatore m2/abitante di verde fruibile in area urbana la classifica è migliore (17° posto per un valore di 60 m2/abitante), ma sono Matera (997,2), Trento (406,2) e Rieti (333,6) che presentano spazi di verde urbano difficilmente raggiungibili. Tra le città emiliano romagnole solo Parma fa meglio di Ferrara per quest’ultimo parametro, mentre per il precedente tutte, esclusa Piacenza, ottengono migliori performance.

Serve una cabina di regia

A conclusione di questo lungo elenco di dati e numeri alcune riflessioni sul significato dei risultati scaturiti dal Rapporto Ecosistema urbano 2020.
La media del punteggio dei capoluoghi quest’anno si è abbassata al (53,05%), mentre era 53,51% lo scorso anno e “quota 100” non è stata raggiunta da nessuna città e nessun capoluogo supera gli 80 punti, a differenza della passata edizione in cui ci riuscirono Trento e Mantova.
“E’ necessario – afferma Mirko Laurenti, responsabile del Rapporto – dare un contributo alla riflessione globale sul futuro delle città, partendo dalle esperienze positive, da chi è riuscito negli anni a realizzare significative azioni e cambiamenti in chiave green”. L’impegno è notevole perché gli indici del Rapporto raccontano in sintesi di un Italia che si muove a singhiozzo tra le solite emergenze, con qualche luce e molte ombre. Dare allora continuità agli interventi, anche copiando dalle altre città europee. E poi far sì che il Governo istituisca finalmente una cabina di regia per le città, sostenendo e spingendo i sindaci affinché imbocchino con decisione la strada della sostenibilità, dando gambe a quei progetti che rappresentano l’unica via per un futuro più sostenibile, condiviso, salubre.

Morte in diretta di un orso polare

di Francesca Ambrosecchia

Il video dell’orso polare che muore di fame ormai ha fatto il giro del web. Quel povero animale e la sua agonia hanno lasciato senza parole. Ammetto che per me è stato impossibile finire quel filmato: il solo vederlo camminare con tale difficoltà, trascinandosi gli arti posteriori, in un’ultima e disperata ricerca di cibo mi ha immobilizzato e commosso. Un cumulo di pelle e ossa in un paesaggio canadese desertico. Mai avevo assistito ad una scena simile.
Il pubblico è stato toccato e scioccato, ancora di più la sua parte più sensibile: ci si rende conto di quanto l’ecosistema sia fragile, di quanta sofferenza stia portando il cambiamento climatico e di quali specie animali stiamo perdendo.
La seconda emozione che ho provato è stata rabbia. Rabbia per le ragioni appena descritte ma anche perché mi sono chiesta come, chi era dietro la videocamera, non avesse potuto far nulla. Una reazione non solo mia, dato che l’autore del filmato si è sentito in dovere di giustificare il suo “non intervento”. L’obiettivo era sensibilizzare la società con l’aiuto di immagini dall’impatto estremo, dare un valore e uno scopo alla morte di quell’essere vivente.

“Avevamo le lacrime agli occhi mentre filmavamo. È stata l’esperienza più sconvolgente che abbia mai vissuto”
Paul Nicklen, attivista e fotografo del servizio

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’isola di plastica

di Federica Mammina

Mi rendo conto che è troppo presto per pensare alle vacanze dell’anno prossimo, ma io un consiglio devo proprio darvelo: affrettatevi a visitare quei posti che avete nella lista dei desideri, soprattutto se sono posti di mare, famosi magari per le spiagge bianchissime o le acque cristalline.
Perché? Pare che se la produzione e il consumo di plastica rimarrà invariato, intorno al 2050 potrebbe esserci più plastica che acqua. Già, forse una stima un po’ allarmistica, ma sta di fatto che la caldissima estate appena trascorsa sia stata segnata da ben due notizie poco confortanti. La prima è che il capitano Charles Moore (lo stesso che nel 1977 scoprì il Pacific Trash Vortex, la più nota isola di plastica dei mari del Nord) ha portato le prove dell’esistenza di un’altra isola di plastica, nei mari del sud Pacifico, individuabile al largo del Cile e del Perù. La sua superficie, che si aggira intorno ai 2,6 milioni di chilometri quadrati, è pari ad almeno otto volte la superficie dell’Italia, e a tutto il mar Mediterraneo. La difficoltà di individuare aree come questa consiste nel fatto che non si tratta di plastica intera (non dobbiamo immaginare cioè gli stessi contenitori che usiamo a mollo nell’acqua), ma di micro frammenti, difficilissimi da pulire e che però stanno distruggendo l’ecosistema, perché oltre a soffocare l’oceano, vengono ingeriti dai pesci e dagli uccelli marini. La seconda notizia è che i vortici marini e le correnti, che generano isole come questa, hanno riversato diciotto tonnellate di rifiuti in un autentico paradiso, Henderson Island, dichiarata Patrimonio dell’umanità, dove la plastica ormai ricopre il 99,8% della superficie. Insomma, si fa un gran parlare dell’inquinamento dell’aria, e a ragione ben inteso, ma non corriamo il rischio di dimenticarci che il nostro benessere dipende dalla salute del pianeta per intero, i cui ecosistemi sono tutti tra loro interconnessi? Insomma, come l’aria così l’acqua.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dalla smart city alla comunità intelligente

La compagnia di taxi più grande del mondo, Uber, non possiede veicoli. La società di media più popolare del mondo, Facebook, non crea contenuti. Il più grande fornitore mondiale di alloggi, Airbnb, non possiede immobili. Il rivenditore più quotato al mondo, Alibaba, non ha inventario.
È l’economia della banda larga. Se le infrastrutture da sempre sono il fondamento della competitività economica, la banda larga è oggi l’infrastruttura regina dell’economia, e certamente la tecnologia che è cresciuta più rapidamente.
La banda larga permette città intelligenti: le smart city. Le tecnologie informatiche applicate alle nostre città le rendono migliori, consentono di gestire e monitorare accuratamente i processi urbani con risparmio di denaro, maggiore efficienza, offrendo un servizio migliore ai contribuenti.
Ma è proprio la diffusione della banda larga che ha alzato il livello della sfida, facendo della città intelligente una frontiera non più sufficiente. Non basta essere una smart city è necessario creare città migliori e per fare questo occorre divenire anche “comunità intelligenti”.
Peter Drucker, economista, padre della scienza del management, nel 1973 aveva previsto che nel giro di due decenni sarebbe stato impossibile per la classe media mantenere il proprio stile di vita con il lavoro delle proprie mani. Già allora Drucker previde che il mondo che conoscevamo stava cambiando. Egli chiamò il nuovo lavoro che sarebbe stato richiesto alla classe media “lavoro di conoscenza” e le persone che l’avrebbero svolto “lavoratori della conoscenza”.
Nell’ultimo decennio del XX secolo e nel primo decennio del XXI la profezia di Drucker si è avverata. Oggi, tutti i posti di lavoro desiderabili nelle economie industrializzate, e anche in quelle in via di sviluppo, richiedono componenti sempre più elevate di conoscenza rispetto al passato.
Le comunità intelligenti hanno come obiettivo quello di sviluppare una forza lavoro qualificata nel campo delle conoscenze, dalla fabbrica al laboratorio, dall’edilizia al call center o all’impresa.
L’opportunità di creare cittadini colti e competenti parte dall’infanzia e continua per tutta la vita, va dai programmi prescolastici alla scuola secondaria, dall’ istruzione tecnica superiore alle università.
È compito dei governi delle comunità intelligenti coltivare e nutrire le risorse della conoscenza. Accrescere l’offerta di conoscenza sul proprio territorio, aprire campus dei saperi, promuovere programmi di arricchimento nel campo della scienza e della ricerca, portare risorse educative e investimenti culturali nella comunità. Cambia pure l’ottica del rapporto tra scuola e lavoro, perché il lavoro che è richiesto non è più la mano d’opera del passato ma il lavoro di conoscenza, per questo nelle comunità intelligenti il governo locale opera a stretto contatto con le scuole e con le imprese per offrire agli studenti esperienze di prima mano, corsi di specializzazione in grado di prepararli alle carriere nelle industrie leader ed emergenti della comunità. Crescere i propri lavoratori della conoscenza è una parte del compito, come mantenerli e attirarne di più è un altro. Le comunità intelligenti investono in risorse fisiche e digitali, ma l’investimento prioritario è sempre più quello nelle risorse umane, nel capitale umano come condizione per migliorare la qualità della loro vita.
L’economia a banda larga è un’economia basata sull’innovazione. Il primo requisito per l’innovazione è la conoscenza. La banda larga è diventata il grande oleodotto dove passa il patrimonio di conoscenze del pianeta, rendendo possibile agli innovatori di imparare più velocemente che mai. Un altro requisito critico per l’innovazione è l’accesso al talento. La banda larga ha consentito alle multinazionali e alle piccole imprese di accedere efficientemente ai migliori talenti del mondo.
L’innovazione è essenziale per l’economia interconnessa del XXI secolo. Le comunità intelligenti perseguono l’innovazione attraverso un rapporto tra impresa, governo e università. È il triangolo dell’innovazione o la “triplice elica” che aiuta a mantenere i vantaggi economici dell’innovazione a livello locale, creando un ecosistema di innovazione che impegna l’intera comunità in un cambiamento positivo.
Creare, attrarre e mantenere i lavoratori della conoscenza sono i passi più importanti che una comunità può intraprendere per aumentare il tasso di innovazione. A differenza delle attività tradizionali come la maggior parte di noi le concepisce, un’impresa innovativa è tutta di persone e costruita sulla forza lavoro della conoscenza. Sono le “gazzelle”, come le ha definite l’economista statunitense David Birch, piccole, agili e aggressive start-up con grandi ambizioni, affamate delle risorse necessarie per raggiungerle. Oggi le “gazzelle” di successo, questi hub della conoscenza, secondo l’Ocse, creano in tutte le nazioni industrializzate la crescita del reddito sul quale si alimenta il resto delle economie locali.
Le comunità intelligenti sono, dunque, diverse, le comunità intelligenti adottano la tecnologia ma non la producono. Al contrario trovano usi intelligenti delle tecnologie sulla base della loro visione e delle soluzioni da dare ai loro problemi più urgenti. Si assicurano di avere la banda larga e le infrastrutture informatiche necessarie per essere competitive, sapendo che si tratta solo di mezzi per raggiungere i propri fini. La maggior parte delle loro risorse ed energie è volta a produrre conoscenza, a sviluppare una forza lavoro della conoscenza.
Più sforzo entra nell’elaborazione di un ecosistema di conoscenza e di innovazione che coinvolge governi nazionali e locali, imprese e istituzioni, più si creano posti di lavoro di alta qualità e si soddisfano esigenze sociali.
Molte smart city si limitano all’efficienza immediata, ai vantaggi delle nuove tecnologie, ma devono ancora intraprendere i primi passi verso la creazione di comunità intelligenti.

VIDEOINTERVISTA
De Biase: “La tecnologia sta cambiando il nostro modo di pensare”

“Ci siamo dotati di un sistema tecnologico che ha trasformato l’ambiente in cui viviamo e ha modificato il modo stesso con cui noi lo percepiamo”, afferma Luca De Biase, direttore di Nova, il supplemento settimanale del Sole 24 ore riconosciuto come autorevole faro sul mondo della tecnologia e dell’innovazione. Posto che la vita e l’evoluzione di noi umani avviene nell’ambito di questo ecosistema – caratterizzato dalla presenza pervasiva dei media e degli apparati tecnologici – “chiamiamo ecologia della mente l’approccio che ci consente di interpretare noi stessi all’interno di un ambiente artefatto col quale dobbiamo trovare un equilibrio, così come in passato lo abbiamo stabilito con quello che definivamo ambiente naturale”.
Ricreare l’equilibrio “è una necessità crescente – spiega ancora De Biase – perché questo mondo che ci offre importanti possibilità di relazione, ma al contempo mostra anche criticità che dobbiamo riuscire a mitigare”. Serve, dunque, un’ecologia della mente per contrastare l’inquinamento tecnologico.

Su questi temi il direttore di Nova ha recentemente pubblicato “Homo pluralis, essere umani nell’era tecnologica”, in cui si sofferma sui processi di automazione e sugli effetti delle dinamiche evolutive digitali; e “Come saremo?”, che pone al centro della riflessione le grandi trasformazioni in atto, connesse non solo alle tecnologie ma pure alle dinamiche migratorie, ai cambiamenti climatici, all’instabilità finanziaria, alle disuguaglianze; e il cui fulcro è un appello alla creatività per rispondere adeguatamente alla necessità di definire un futuro vivibile e desiderabile.

Guarda la videointervista a Luca De Biase

orso-danica

L’OPINIONE
Uomini e orsi

La vicenda dell’orsa Daniza uccisa in Trentino, probabilmente non per errore, durante un tentativo di cattura e la scoperta in Abruzzo della carcassa di un altro orso, pare avvelenato, hanno scatenato in rete una quantità di reazioni molto accese, che alla fine e al di là degli episodi specifici rimandano all’irrisolta questione del rapporto etico che gli umani dovrebbero instaurare con le altre specie con cui condividono il pianeta. Dalla lettura dei social network e della stampa emergono posizioni che quasi sempre si collocano agli estremi: da chi pensa che la vita di un essere vivente è ugualmente preziosa indipendentemente dalla specie a cui appartiene, salvo poi non specificare quasi mai quali criteri etici vadano applicati qualora occorra necessariamente operare una scelta, a quelli che sostengono che gli esseri umani hanno il diritto di esercitare una potestà assoluta sulla natura di cui sono gli indiscussi signori e padroni, semmai rifacendosi ad una presunta investitura divina o comunque in quanto ritenendoli specie dominante.
Queste concezioni così distanti si riflettono inevitabilmente sul concetto di “ambiente naturale” che viene proposto nei diversi interventi. Così, mentre da un lato si tendono a sottovalutare il grado di antropizzazione e la densità abitativa dell’Italia che, diversamente da quanto accade altrove in Europa e per tacere degli USA, fanno del nostro paese uno dei luoghi più affollati del pianeta, dimenticando che molte specie selvatiche necessitano di spazi vitali dell’ordine di parecchie decine se non centinaia di chilometri quadrati, dall’altro emerge una visione brutalmente antropocentrica e strettamente funzionale alle presunte esigenze della nostra specie o, meglio, a quelle di alcune specifiche categorie economiche.
Allo stesso modo emergono spesso, sostenute con grande convinzione da parte di persone, viene da dire, che non hanno mai visto un gatto “giocare” con un topo o quello che rimane di un pollaio in cui sia riuscita a penetrare una volpe, posizioni che rimandano all’idea di una natura “buona” a prescindere, in cui gli animali uccidono solo e sempre per stretta necessità di sopravvivenza, come se l’aggressività umana fosse un accidente evolutivo e non un’eredità. Effetto probabilmente questo dei cartoni della Disney visti nell’infanzia, dell’assimilazione degli animali selvatici ai propri amici a quattro zampe e di una vita trascorsa prevalentemente in città o in spazi aperti “artificiali”. Ad esse si contrappongono concezioni altrettanto apodittiche che enfatizzano senza fondamento i gravi ipotetici rischi a cui escursionisti, agricoltori e pastori andrebbero incontro in ragione della presenza di qualche predatore sul territorio.
In mezzo a tanta polemica sono dell’idea che occorra ribadire che in medio stat virtus. Non in ossequio ad un anodino ed un po’ vigliacco principio di equidistanza fra due minoranze molto determinate, ma semplicemente perché la questione cui si alludeva all’inizio, quella cioè se esistano regole intrinseche che disciplinino il rapporto fra l’uomo e le altre specie, è in sé indecidibile, per quanto in molti continuino a provare di dimostrare il contrario. Per rendersene conto basta, da un lato, ricordare che se si considera l’uomo una delle tante specie che popolano il pianeta allora bisogna accettare fino in fondo, come avviene per le altre, che si comporti in modo tale da favorire la sopravvivenza dei propri simili rispetto agli altri esseri viventi; mentre, dall’altro, è opportuno tenere presente che l’evoluzione è un processo inarrestabile, per cui ogni specie, per quanto progredita, è necessariamente un punto intermedio in un percorso ipoteticamente infinito: pensare che l’essere umano rappresenti un punto d’arrivo ed abbia quindi per questo motivo privilegi particolari sulle altre specie è perciò una contraddizione in termini. Chi è convinto del contrario per motivi religiosi non è comunque in grado di dimostrarlo in modo irrefutabile.
Da ciò dovrebbe discendere che noi umani in quanto specie tecnologicamente più evoluta ed in grado di incidere più di ogni altra sull’ecosistema, dovremmo comunque essere tenuti ad applicare, anche nel nostro stesso interesse, il massimo di responsabilità nei confronti del pianeta e degli esseri viventi con cui lo condividiamo. E’ del tutto evidente che finora il nostro comportamento è andato quasi sempre in tutt’altra direzione. Occorre tuttavia avere presente che quando si ricorre alla categoria della responsabilità significa, come detto, che non esistono regole assolute, perché altrimenti basterebbe semplicemente applicarle, ma che ogni singola questione deve essere affrontata e discussa nel proprio contesto specifico, cercando di volta in volta di trovare il miglior equilibrio possibile. Un ruolo importante deve averlo l’educazione, intesa sia come conoscenza che come rispetto nei confronti delle altre forme di vita, senza la quale si rischia di restare preda di concezioni puramente ideologiche. Così come la visione prospettica degli equilibri del pianeta dovrebbe finalmente prevalere sulle logiche di brevissimo periodo di qualsiasi natura: anche qui valutando correttamente caso per caso il rapporto costi/benefici.

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“Nessun danno all’ecosistema”. La replica al Wwf dei signori dell’isola di acciaio e cemento che trasforma il gas liquido in metano

SEGUE – In regola. Da ogni punto di vista. Con buona pace di chi è convinto del contrario. ‘La sicurezza fa parte della nostra filosofia aziendale. Prima tra tutti quella dell’habitat nel quale operiamo’, dice Alessandro Carlesimo responsabile delle relazioni esterne di Adriatic Lng, la multinazionale che gestisce il terminale gasiero 15 chilometri al largo di Porto Viro inaugurato nel 2009. L’idea di essere identificati come l’impianto che potrebbe aver originato l’inasprirsi della crisi dell’ecosistema marino, non solo non piace alla società, ma contrasta con le risultanze del piano di monitoraggio approvato dal Ministero dell’Ambiente, condotto da Ispra, l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in collaborazione con Arpa Veneto. Premiata come migliore infrastruttura mondiale nell’ambito della XII° edizione dei Platts Global Energy Award, l’isola d’acciaio e cemento armato adagiata sul fondale, trasforma il gas liquido naturale in metano sfruttando il calore dell’acqua di mare. Un’operazione che garantisce il 10 per cento del consumo nazionale di metano, la fonte di energia più usata dagli italiani. A casa e sul lavoro.

“Tecnologie d’avanguardia, minimo impatto ambientale”

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Alessandro Carlesimo responsabile relazioni esterne di Adriatic Lng

‘Abbiamo adottato le tecnologie migliori per l’efficienza energetica e la salvaguardia ambientale – continua – L’energia termica necessaria agli impianti di rigassificazione è fornita dall’acqua di mare, il suo calore e i fumi delle turbine a gas, innescano un ciclo di recupero termico in linea con le normative italiane. Il risultato è un minor consumo di energia rispetto ad altri rigassificatori e minori emissioni di anidride carbonica. Lo sforzo c’è. E il prezzo pagato dall’habitat per l’energia è contenuto al minimo. ‘Nessun danno all’ecosistema, nessuna modifica. E’ tutto certificato – spiega – Nelle barriere sottomarine create a circa 700 metri dall’impianto si sono sviluppati i pesci. Ci sembra un ottimo segnale. Un segnale in netto contrasto con le conclusioni del comitato scientifico de Wwf di Trieste, secondo il quale i rigassificatori a ciclo aperto come quello di Porto Viro, sterilizzano l’acqua e la rendono priva di nutrimento per le creature del marine. ‘I dati elaborati da Ispra non dicono le stesse cose’, insiste Carlesimo.

L’Adriatico è malato da anni
Da anni la salute dell’Adriatico è precaria, lo è da prima dell’inaugurazione del rigassificatore incluso a pieno titolo nelle scelte di approvvigionamento energetico decise dal 2006 con l’obiettivo di divenire il Paese d’ingresso del gas proveniente da sud e destinato al resto dell’Europa. Caratterizzata da alti bassi, inquinamento di vario tipo, cambiamenti climatici, pesca selvaggia, innalzamento della temperatura. Gli equilibri sono fragili ‘ma non per questo la colpa deve ricadere sull’impianto’, precisa Carlesimo. Altrimenti non ci sarebbero tanti rigassificatori nelle acque del Mediterraneo e altri in arrivo, il più grande in Francia. Da noi, dove la scelta è diversificare i Paesi d’importazione del gas per allentare legami troppo vincolanti, ne funzionano già tre e se ne prevedono 11, di cui cinque approvati. E questione di scelte energetiche’.

Il problema è la lavorazione a ciclo aperto
A creare ansia però non è tanto la presenza di un rigassificatore, tutti hanno bisogno di energia per scaldarsi, cucinare o illuminarsi, quanto la lavorazione a ‘ciclo aperto’, ‘combinato’ nel caso di Porto Viro. Una preoccupazione a cui nel 2006 il governatore dell’Alabama Rilly spaventato dall’impatto sull’ambiente marino, ha messo fine negando il permesso di costruire l’impianto fino a quando la compagnia ConocoPhillips nel 2008 ha cambiato il metodo di lavorazione escludendo l’uso di acqua di mare. Cosa che peraltro non succede nemmeno a La Spezia, dove la struttura di Panigaglia nata nel ’71, rigassifica bruciando gas con un vaporizzatore a fiamma sommersa. Quesito: l’isola d’acciaio può nell’eventualità convertire la propria lavorazione tagliando fuori il mare dal processo produttivo? ‘Sì, ma non sarebbe conveniente – spiega Carlesimo – si perderebbe una grande percentuale della capacità di rigassificazione’. Per un’azienda, come economia insegna, la diminuzione di produzione non è l’obiettivo più ambito. E non c’è nulla di strano.

“Comprendiamo le preoccupazioni, ma assicuriamo che non ci sono pericoli”
Secondo l’Lng Journal del luglio 2006, il piano ‘b’, la rigassificazione a ciclo chiuso compensabile con la riforestazione per mitigare le emissione di anidride carbonica, comporta l’impiego dell’ 1, 5 – 2 per cento del gas stoccato dall’impianto. Perché rinunciarvi quando si hanno le carte in regola? Non c’è motivo, tanto più che non ci sono ragioni d’allarme. Quanto alla richiesta di un supplemento di indagine da inserire nel piano di monitoraggio, che già comporta un esborso a sei zeri da parte di Adriatic, risulta piuttosto improbabile. ‘Pur comprendendo le preoccupazioni di chi le ha manifestate – continua – non possiamo trasformarci nell’osservatorio dell’Alto Adriatico, come azienda è logico intervenire con il monitoraggio nelle immediate vicinanze del terminal. Per noi l’obiettivo è solo quello di capire come interagisce l’ambiente con il nostro lavoro’. E ancora. ‘Posso dire che non c’è pericolo d’inquinamento né di modifica dell’ecosistema – continua – Le schiume che tanto spaventano non sono pericolose, si tratta di un fenomeno naturale, di una turbolenza meccanica che non contiene nulla di inquinante’. Sul processo per danneggiamento aggravato ambientale di cui devono rispondere due suoi dirigenti, Adriatic non interviene se non per ribadire l’estraneità agli episodi contestati, relativi alla comparsa di schiume che ha hanno lambito la costa. ‘Anche il cloro usato durante il processo di rigassificazione rientra nei parametri di legge. Non rappresenta un pericolo – dice – La percentuale contenuta in ciascun litro d’acqua è inferiore ai 2 milligrammi per litro.’
Le tre fasi di campionamento di Ispra, effettuate prima dei lavori, durante e dopo l’inaugurazione dell’impianto, hanno tenuto conto di differenti criteri di monitoraggio tra cui l’analisi dei sedimenti sul fondale, della dimensione dei pesci, del giro di correnti. La massa d’acqua restituita al mare al termine della lavorazione ha una temperatura inferiore a quella di partenza di 4.7 gradi. ‘Non si può parlare di shock termico, tanto più che torna normale in meno di centro metri di distanza’. Nulla di cui preoccuparsi, stando a queste affermazioni: l’impatto è sotto controllo.

2 – CONTINUA
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