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La valle di lacrime

 

E con i primi, esitanti passi dopo la caduta (non il dramma di Arthur Miller, ma il mio capitombolo), comincio ad avere una sazietà spesso ingannevole degli spettacoli che in questo periodo hanno prodotto orrore – ma si sa che spesso siamo attratti dall’orrore – e purtroppo complicità nell’osservarli.

Il più visto e il peggiore, che si svolge in una valle di lacrime, è quello che assorbe mente, cuore e organi sessuali nel sabato sera. Ecco allora che le coppie s’alternano in terrificanti esibizioni (vi piacerebbe, miei pochi lettori che avessi usato il termine performances, ma non cado nella trappola!) lugubri, apparentemente preparati per suscitare pietà, amore e odio, tra volteggi degni di un mediocre Dracula e la puzza di piedi mal lavati.

I ‘giudici’ esprimono disprezzo, amore e piangono. I ballerini piangono. Il pubblico piange. Ma non solo. Piangono anche dalla zia che li ospita la domenica pomeriggio. I singulti riempiono la sala tra gli sguardi duri dei giudici che ribadiscono il loro giudizio finale (e il rimando ad un clima religioso non è casuale), ostentando noncuranza e disprezzo per i non ripescati.

Sì! Come i pesci all’amo. E come gli tsunami che sconvolgono la terra ecco che dal profondo mi esce un urlo: Basta! Mi accorgo che il segno esclamativo punteggia queste righe, ma è naturalmente voluto. Mi son liberato.

Un serpentello maligno però insinua la sua testa viperina per chiedermi/ci: ma questi milioni di spettatori come voteranno? Come giudicheranno la politica? Come esprimeranno un voto – sempre legittimo – per assicurare il loro percorzo democratico?

E il disagio si fa ancor più pruriginoso, quando per curiosità assisto in diretta alle presenze politiche ad Atreju 2021 e alle esternazioni della piccola signora romana dagli occhi tondi. Questo è un esempio tratto dal giornale Il tempo:

“Il centrodestra ha i numeri per essere determinante. Non accetteremo compromessi, vogliamo un patriota al Quirinale”. Oppure: “: “Il Pd sta cercando un capo dello Stato gradito ai francesi, non mi stupisce: in questi anni la sinistra ha favorito la svendita dei nostri asset strategici e delle nostre grandi aziende proprio ai francesi. Noi vogliamo un presidente della Repubblica che piaccia agli italiani”. Poi l’affondo sul segretario Pd Enrico Letta: “è il Rocco Casalino di Macron”. Ne ha anche per il premier Mario Draghi: “Palazzo Chigi è diventato l’ufficio stampa dell’Eliseo”.

Absit iniuria verbis….

Frattanto tengo a capo letto un libro che mi ha insegnato moltissimo in questi frangenti burrascosi: Daniel Mendelsohn [Qui], Tre anelli. Una storia di esilio, narrazione e destino, Einaudi 2021 (Originale, 2020).

Da tempo ho letto tutti i suoi romanzi, ma questo è nel tempo stesso racconto e saggio e si rifà al destino di tre grandi protagonisti esuli ad Istanbul, a cominciare dal più grande critico del Novecento ebreo Erich Auerbach [Qui], che fuggì a Istanbul dalla Germania di Hitler e lì scrisse uno dei libri più importanti della letteratura occidentale, Mimesis.

L’anello di cui si parla è nello stesso tempo digressione ed essenziale modo critico. Scrive nel risvolto di copertina il bravo prefatore Norman Gobetti Mendelsohn racconta «anche una tecnica narrativa, un modo di dare forma alle storie e un senso al mondo: la narrazione ad anello, l’arte della divagazione, l’idea di un viaggio, di un’odissea che permette un ritorno a casa arricchiti».

È uscita in questi giorni una fondamentale opera: Giorgio Bassani, Poesie complete, a cura di Anna Dolfi [Qui] , Feltrinelli, 2021. L’imponente lavoro della Dolfi, certamente la maggior studiosa dello scrittore ferrarese, ripercorre in ogni istante con una superba opera di ricostruzione l’interconnessione ad anello di ogni aspetto degli interessi critici, poetici, narrativi e ancora altro dello scrittore.

Da fonte certa si sa che Bassani, allorché si rivolgeva al mondo ebraico, usava la dizione “loro”. Ecco allora cosa scrive Mendelshon, e Anna Dolfi mi assicura che non conosceva il testo dello studioso, allorché scrisse il suo commento.

Cito: “La concezione ebraica di Dio – scrive Auerbach – non è tanto causa quanto piuttosto sintomo del loro modo di vedere e di rappresentare” (difficile non essere colpiti dall’uso in questo passo dell’aggettivo possessivo “loro”, come se Auerbach stesso non fosse un ebreo; una scelta che m’induce a chiedermi se il suo interesse per l’”opacità” fosse puramente accademico). (p.37)

Di anello in anello si conclude il mio circolar vagando tra gli orrori della televisione generalista. Ora che il camminare ritorna ad essere necessità e guarigione, abbandono le sedute lacrimose e riservo il senso nobilissimo del pianto a ben altri fatti e momenti aiutato in ciò dalle mie Beatrici: Liliana Segre [Qui] ed Edith Bruck [Qui] accompagnate da un critico di vaglia che muove bene il bastone, Natalia Aspesi [Qui].

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DIARIO IN PUBBLICO
La Bontà

 

Nell’epoca dei social è ancora possibile parlare di ‘Bontà’? Non quella che reclamizza la chiesa (cattolica o no), ma quella che sul campo agisce per aiutare il prossimo.

Conosco un gruppo di donne. Sono sorelle e non solo metaforicamente ma fisicamente, ognuna con il proprio lavoro e i propri interessi. Di una di esse – sono cinque – mi reputo amico fraterno. Tutte, con una parola che appare scontata, svolgono la loro attività in modo serio e responsabile.

Ma quelle donne, quelle amiche, nel momento del bisogno sono sempre presenti sia per portare medicine, che per confortare, che per aiutare con gioia e con leggerezza in situazioni pesanti. Molti le conoscono: taccio il nome perché probabilmente non vorrebbero che venisse divulgato, ma a loro da parte mia e della mia famiglia va un sentito grazie!

Non sono un bacchettone, ma certo la vicenda di Morisi mi ha lasciato a dir poco perplesso. Allora è vero che La Bestia agiva confondendo casi privati e pubblici? Vedo quel viso palliduccio che, con un sorriso imbarazzato, o almeno pare, sembra seguire la furia da lui provocata del suo ‘Capitano’, i cui gusti sessuali sono totalmente diversi da quelli del suo ex guru.

La noia ti afferra alla gola. Ecco Sarkozy, ecco lo zio di Salman, ecco i femminicidi, ecco gli incidenti sul lavoro. Perfino Greta ha perso smalto. Che resta allora? Ritrovare nella cosiddetta ‘cultura’ il senso profondo di una speranza che non tutto è e sarà perduto.

sukkahL’avvenimento, che più mi ha coinvolto nella settimana passata, è stato La festa del libro ebraico che si è svolto sul tema della casa dal 23 al 26 settembre. Una serie d’incontri quasi tutti svolti sotto la sukkah [Qui], la mitica tenda che ospitò gli ebrei in fuga.

Gli incontri e i relatori sono stati di primaria importanza: da Luciano Canfora [Qui], che ha parlato da par suo del suo ultimo libro, Il tesoro degli ebrei. Roma e Gerusalemme Laterza 2021, alla presentazione del libro Il merito dei padri Storia de La Petrolifera Italo Rumena 1920-2020, che racconta la storia di una famiglia, gli Ottolenghi e di una impresa. Guido Ottolenghi ha dialogato con Romano Prodi moderati dall’eccellente futuro rettore di Unife la professoressa Laura Ramaciotti.

La mia attenzione però si era naturalmente diretta alla presentazione del libro della carissima amica Edith Bruck [Qui], Il pane perduto, La nave di Teseo, 2021 vincitore del premio Viareggio e dello Strega giovani. Rivederla seppure in streaming mi ha commosso profondamente e per qualche minuto abbiamo parlato di un tempo irripetibile, gli anni Ottanta del secolo scorso, quando orgogliosamente portavo a pranzo o a cena le due donne più affascinanti di quel momento: Elsa Morante e Edith Bruck.  

Le giornate si sono concluse con la presentazione del volume di Eshkol Nevo [Qui], Tre piani, da cui è stato tratto il film di Nanni Moretti sicuramente non eccelso. Come al solito si è discusso sulla liceità o possibilità di tradurre in film un’opera letteraria con esempi famosissimi, di cui rimane nella memoria solo quella che a mio parere ha raggiunto la qualità del libro: Morte a Venezia di Thomas Mann ridotto in film da Luchino Visconti.

L’incontro con Nevo, presentato dal collega e amico Alessandro Piperno e moderato dalla straordinaria direttrice del Circolo dei lettori di Torino, Elena Loewenthal, mi ha permesso di ricordare il tema della predestinazione con il mancato incontro in quella Israele che ancora mi aspetta, proprio con Nevo, a casa di Massimo Acanfora e Simonetta della Seta. Una vicenda che ha a che fare con il mistero, che ancora non voglio svelare, se la mia ascendenza è siglata da un nonno naturale ebreo.

Del folto pubblico intelligentemente guidato dal presidente Dario Disegni e dal direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto era perlomeno curiosa l’assenza di gran parte delle Associazioni culturali ferraresi, salvo la costante presenza della Direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea Anna Quarzi. 

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A Ferrara dal 23 al 26 settembre 2021
TORNA LA FESTA DEL LIBRO EBRAICO

 

Torna per la XII edizione, la Festa del Libro Ebraico, uno dei principali eventi culturali ideato e organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah-MEIS di Ferrara. Attraverso presentazioni di libri, incontri, performance live, proiezioni e concerti, il festival letterario ha permesso a migliaia di persone di entrare in contatto con la ricchezza culturale dell’Ebraismo e si è confermato un appuntamento fisso per la città estense.

Dal 23 al 26 settembre il giardino del Museo ospiterà sotto la sukkah, la tradizionale capanna costruita in occasione della festa ebraica di Sukkot, decine di ospiti prestigiosi: dallo scrittore israeliano Eshkol Nevo, al Professore emerito Luciano Canfora, dal politico ed economista Romano Prodi, agli scrittori Igiaba Scego ed Alessandro Piperno.

Il tema conduttore sul quale si interrogheranno e rifletteranno i protagonisti della XII edizione della Festa del Libro Ebraico è la CASA. Forse la parola più pronunciata in questi ultimi mesi, “Casa” è un luogo ma anche uno stato d’animo, un rifugio o una trappola; può significare famiglia, stabilità, sicurezza, ma alle volte anche oppressione e insofferenza. Per l’Ebraismo, la casa è sempre stato uno strumento di elezione per la trasmissione dell’identità e dei valori; una risorsa che ha permesso la sopravvivenza di un popolo in diaspora. Il vocabolo in ebraico usato per indicarla è Bayit, la cui lettera iniziale – Bet – è la prima consonante dell’alfabeto e ha una forma chiusa su tre lati, simbolo di protezione ma anche di permeabilità culturale.

L’iniziativa ha il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Ferrara, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Ferrara. È realizzata inoltre con la collaborazione dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e la sponsorizzazione di Coferasta.

“La Festa del Libro Ebraico – spiega il Presidente del MEIS Dario Disegni – è da più di un decennio uno degli eventi cardine che rappresenta il cuore e la missione del Museo. Negli anni abbiamo avuto l’onore di ospitare a Ferrara autori italiani e internazionali tra i più rappresentativi della letteratura contemporanea. Per il secondo anno consecutivo, nonostante le difficoltà e i limiti imposti dalla pandemia, non abbiamo voluto rinunciare a un festival che porta con sé il valore inestimabile della cultura. Questi tre giorni saranno una vera e propria Festa di nome e di fatto, che celebra il libro, l’identità ebraica e il dialogo”.

“La capanna con il tetto di frasche nella quale, secondo la Torah, gli ebrei devono risiedere per sette giorni – aggiunge il Direttore Amedeo Spagnoletto – rappresenta la precarietà sulla quale deve riflettere l’umanità nel contesto più intimo della dimora. Ma è anche il simbolo di uno spazio aperto all’ospitalità, un luogo accogliente, proprio perché semplice ed essenziale, dove tutti possono riconoscersi e dialogare. Ambientare la Festa del Libro Ebraico in questa cornice così speciale significa, in fondo, riconoscere al testo scritto queste peculiarità. La lettura crea una relazione unica in ognuno e contemporaneamente ci apre a mondi nuovi con i quali instauriamo un contatto eterno”.

IL CALENDARIO
Si inizia il 23 settembre alle 17.00 con l’inaugurazione (evento su invito). Intervengono Dario Disegni, Presidente del MEIS; Daniele Ravenna, Ministero della Cultura; Mauro Felicori, Assessore alla cultura e paesaggio della Regione Emilia-Romagna; Alan Fabbri, Sindaco di Ferrara e Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Alle 18.00 si apre al pubblico con un tuffo nel passato: una conversazione a più voci dedicata alla vita a Pompei, Gerusalemme e Roma nel cruciale decennio 70/80 del I secolo. Il Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli ne discute con il Professore emerito di Filologia classica all’Università di Bari Luciano Canfora (autore de “Il tesoro degli ebrei. Roma e Gerusalemme”, Laterza 2021) e Samuele Rocca (autore di “Mai più Masada cadrà”, Salerno, 2021). Modera l’archeologa e Digital Media Curator Astrid D’Eredità.

Venerdì 24 settembre, la mattinata (9.30-11) è dedicata alle scuole con “A cosa serve una casa?”, un laboratorio di filosofia per bambini a cura della filosofa, educatrice e scrittrice Sara Gomel.
Alle 12.00 si presenta il libro “Il merito dei padri. Storia de La Petrolifera Italo Rumena 1920-2020” (ed. Il Mulino, 2020) di Tito Menzani, Emilio Ottolenghi e Guido Ottolenghi: la storia di un’impresa e una famiglia, tra gli ostacoli della guerra e le leggi razziali, cadute e risalite. Guido Ottolenghi conversa con Romano Prodi (Presidente Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli) moderati dal neo Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara Laura Ramaciotti.

Alle 16.00 il Direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto e il Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara Anna Quarzi presentano il libro di Edith Bruck “Il pane perduto” (La nave di Teseo, 2021), vincitore del Premio Strega Giovani e del Premio Viareggio-Rèpaci, in collegamento con l’autrice.

Sabato 25 settembre si conclude con “Il violinista sul tetto” la seconda edizione dell’ARENAMEIS “Una risata ci salverà”, il cinema all’aperto ospitato nel giardino del Museo. A precedere la proiezione del celebre musical che ha fatto la storia del cinema, una imperdibile sorpresa riservata al pubblico. Per l’occasione si potrà inoltre visitare dalle 19.30 la mostra “Ebrei, una storia italiana”, mentre l’evento e la proiezione inizieranno alle 20.30.

La festa si chiude domenica 26 con una intera giornata dedicata ai libri: alle 10.00, un laboratorio per i bambini dai 7 ai 10 anni a cura del MEIS. Alle 10.15 il Direttore del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) Gadi Luzzatto Voghera presenta il libro di Raniero Fontana “André Neher. Apertura di spirito, coraggio della fede” (Pazzini, 2020), dedicato al filosofo e teologo francese naturalizzato israeliano André Neher, grande conoscitore della Kabbalah, la mistica ebraica.

Alle 11.30 viene presentato in anteprima I-Tal-Ya Books, il progetto internazionale di censimento digitale di circa 35.000 libri ebraici, frutto della collaborazione tra l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, la National Library of Israel. Dopo i saluti di Noemi Di Segni, Presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane; Oren Weinberg, Direttore National Library of Israel; Sally Berkovic, Amministratore Delegato Rothschild Foundation Hanadiv Europe; intervengono: Yoel Finkelman, Curator Judaica collection della National Library of Israel, Francesca Bregoli, Professore Associato di Storia (Queens College, NY), Andrea De Pasquale, Direttore dell’Archivio Centrale dello Stato, e Chiara Camarda, Catalogatrice dell’I-Tal-Ya Books Project. Modera Gloria Arbib (Steering Committee I-TAL-YA Books Project e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione MEIS). Segue la TECA Digitale: dimostrazione e ricerca del Catalogo unico dei libri ebraici. Le traduzioni sono a cura dei tirocinanti della SSLMIT Università di Trieste – Pagine Ebraiche.

Alle 16.30 Shaul Bassi racconta il volume da lui curato “Il cortile del mondo. Nuove storie dal Ghetto di Venezia” (ed. Giuntina, 2021) assieme alla scrittrice Igiaba Scego, autrice di uno dei contributi contenuti nel libro. Modera la curatrice del MEIS Sharon Reichel.

Appuntamento conclusivo alle 18.00 con “Io sono la mia casa”, l’incontro che vede come protagonisti lo scrittore israeliano Eshkol Nevo, dal cui libro “Tre piani” (Neri Pozza, 2015) il regista Nanni Moretti ha tratto il suo ultimo film presentato al Festival di Cannes, e lo scrittore Premio Strega Alessandro Piperno, tornato in libreria proprio in questi giorni con il romanzo “Di chi è la colpa” (Mondadori, 2021), moderati dalla Direttrice del Circolo dei Lettori di Torino e scrittrice Elena Loewenthal.

INFO E PRENOTAZIONI
Tutti gli eventi tranne l’ARENAMEIS sono gratuiti. È consigliata la prenotazione. L’ingresso dei prenotati è consentito fino a 10 minuti prima dell’inizio dell’evento, dopo tale orario l’ingresso sarà possibile anche per i non prenotati nei limiti della capienza consentita dalla normativa Covid. Per accedere, sarà necessario esibire il Green pass. Per informazioni e prenotazioni: tel. 0532 1912039 e 342 5476621 (attivi martedì-domenica 10.00-18.00), email a meis@coopculture.it. In caso di pioggia gli eventi si terranno negli spazi interni del museo. L’ingresso all’ARENAMEIS ha il costo di 4 euro e comprende la visita alla mostra “Ebrei, una storia italiana”.

Alcuni eventi potranno essere seguiti in diretta sulla pagina Facebook del MEIS @MEISmuseum: scopri di più su meis.museum/fle2021/

LA FESTA DEL LIBRO EBRAICO IN PILLOLE
Giunta alla sua XII edizione, la Festa del Libro Ebraico è uno dei principali eventi culturali ideato e organizzato dal MEIS. Attraverso presentazioni di libri, incontri, performance live, proiezioni e concerti, il festival letterario ha permesso a migliaia di persone di entrare in contatto con la ricchezza culturale dell’ebraismo e si è confermato un appuntamento fisso per la città di Ferrara. Sono stati protagonisti delle passate edizioni ospiti internazionali del calibro di Abraham B. Yehoshua, David Grossman, Eike Schmidt e Christian Greco.
La Festa si terrà dal 23 al 26 settembre 2021 e avrà come tema conduttore il concetto di Casa. L’argomento scelto si sposa armonicamente con lo spazio nel giardino del museo che ospiterà la festa: la sukkah, la capanna costruita in occasione della festa ebraica di Sukkot, che ricorda la precarietà della vita e il valore dell’accoglienza.

IL MUSEO NAZIONALE DELL’EBRAISMO ITALIANO E DELLA SHOAH
Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah nasce a Ferrara con la missione di raccontare oltre duemila anni di storia degli ebrei in Italia.
Da Sud a Nord, per secoli gli ebrei italiani hanno contribuito e partecipato all’evoluzione del Paese, attraversando periodi difficili, segnati dalla persecuzione e dall’isolamento e fasi di integrazione e scambio. Ciò che emerge è un’esperienza comune, che riguarda tutti. Al MEIS ognuno può riscoprire un pezzo della sua storia.

Ufficio Stampa
Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS
Rachel Silvera
+39 0532 769137
ufficio.stampa@meisweb.it

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DIARIO IN PUBBLICO
Dalla Farmacia alla Libreria

Nel giorno speciale di una festa importante mi preparo a rivivere i vecchi riti che fanno parte di questo luogo e di un’antica tradizione. Fioccano a cascata gli auguri di nipoti e pronipoti, mentre attendiamo la visita di Galeazzo treenne, a cui ogni giorno dedichiamo una macchinina di Monster Truck. Ormai nel suo linguaggio lo zio viene chiamato l’Edicolante, con grande soddisfazione di Davide, il vero edicolante.

Nel frattempo, da un caro amico ricevo una puntualizzazione sul tema dei giovani e sulle loro esigenze. Così mi scrive Mario Vayra, tra i primi allievi/compagni della mia lunga carriera pedagogico-culturale: «Caro Gianni, vedo che il mare, anche se mare laido, come dici tu, ti giova … Mi sembri in forma, almeno il Gianni letterato sembra in forma … Mi viene voglia di proporti un commento. Dici delle ragazze e dei ragazzi che leggono, flirtano, giocano sulla spiaggia, come noi un tempo; anche se a loro manca qualcosa che per la mia generazione e quella successiva era essenziale: una attenzione al mondo e al sociale/politico che ha fatto parte del nostro esserci … Come fai a saperlo che a loro manca quel qualcosa? Se non ricordo male anch’io, come molti dei miei amici di allora, andavo al Lido per divertirmi, ascoltare musica, giocare a pallone possibilmente tutto il giorno, aspettando il momento magico della notte. Ricordo i giorni al mare un po’ come giorni di sospensione della realtà, in cui però non si cancellavano l’impegno, le domande, le letture fatte e le liste di quelle da fare. Io non credo che i giovani che vedi in spiaggia siano poi così diversi da come eravamo noi, non necessariamente, almeno, e, soprattutto, non tutti. Un abbraccio, Mario».

Non mi sembrava di aver scritto nulla di diverso almeno nello specifico. Anche ai tempi immemoriali della mia giovinezza, in spiaggia si andava con le stesse esigenze di oggi, tra pantaloni a gamba di elefante, foulard e capelli lunghi (gli altri o i fortunati) sul lungomare di Viareggio, ma dietro c’era la consapevolezza di un impegno che traeva forza dall’essere presente sempre e comunque.

Ci chiamavano ‘gli angeli del fango’, leggevamo la Morante anarchica, assistevamo con forza e ‘impegno’ alle terribili vicende dell’assalto allo Stato democratico, anche se tra noi c’era chi si mimetizzava per ottenere una facile ricompensa consumata tra scuole occupate e la pseudo liberazione sessuale.

Oggi tutto questo è non solo improbabile ma ‘incomprensibile’; perciò, quello di cui discutevo nel mio Diario era ed è una constatazione non un giudizio. Non si può certo qui aprire una seria disquisizione sul concetto di politica oggi, o su come viene gestita a ‘Ferara’.

Leggiamo sulle pagine dei quotidiani locali come si configura la gestione della cultura nella mia non sempre amata città; sentiamo di progetti a cui partecipano le ultime associazioni culturali ancora attive; ci stupiamo, ma non troppo, della proposta della mostra e convegno su Italo Balbo, mentre dai sotterranei della casa di mio fratello escono le foto dimenticate del matrimonio dello zio federale, con la presenza di tutti i Balbo: da Italo a Lino. Ma di questo ne ho parlato e scritto molte volte.

Ora qui agli Estensi come disinvoltamente i frequentatori e abitanti chiamano il Lido/Laido il silenzio è diventato il comun denominatore del luogo. Un silenzio cattivo, rancoroso che nemmeno la normale vita di spiaggia riesce ad infrangere. Solo l’insistente abbaiamento dei pelosi seccati rompe questa anormale mancanza di voci.

Fino a pochi anni fa, diciamo dal 2019 in poi, il chiacchiericcio e le grida rompevano il sonnolento svolgersi dei riti di spiaggia. Ci rifugiamo quindi per rintracciare il tempo perduto da Simon’s lo storico locale, che ha visto consumarsi generazioni di prime colazioni tra il continuo sfornamento di impagabili brioches.

Ora Simone viene curato affettuosamente dalle figlie, nipoti e parenti, Così si è creata una straordinaria équipe di ragazze, che con determinazione e coraggio si sono assunte il non facile compito di depositare nella storia un racconto profumato. Così sotto la guida di Fede (Federica), Patrizia, Daniela, Alessandra – per ricordare la squadra che ci accoglie al mattino – siamo accolti, coccolati, sostenuti nel ricordo, mentre i caffè e le brioches scivolano nelle due bocche voraci.

E poi lo spiegamento dei giornali appena comprati da Bruna e Davide: lei vero pilastro di una difficile e preziosa necessità di allargare il lavoro a utilissime e fondamentali attività complementari. Gentile, competente, consapevole della delicatezza del suo lavoro, mentre lui apparentemente casinista, è fondamentalmente e oggettivamente capace di svolgere il suo lavoro con dignità e valore.

Naturalmente il luogo d’incontro dell’intera comunità è la farmacia, dove si pensa a ragione, ma ci si illude anche, di trovare il rimedio tutti i nostri mali: fisici e psichici. Si arriva dunque fiduciosi in farmacia e immediatamente i soliti ben informati con piglio organizzativo dividono la folla smarrita tra i compratori al banco e coloro che si devono prenotare per il vaccino. Invano i gentili farmacisti escono per mettere ordine. I bene informati deviano le smarrite signore o i brontolanti anziani nella fila sbagliata, mentre i pelosi che accompagnano l’umano, tenuti fuori, uggiolano il loro smarrimento.

Non resisto alla tentazione e anch’io sottovoce comincio a dare consigli, mentre accarezzo la coda di un cagnolino disperato perché tenuto fuori. Dietro me una bella signora, accompagnata dalla figlia, mi racconta di questo ormai consueto bailamme che si prolunga non solo nei mesi estivi, nonostante la buona volontà dei farmacisti e tra una mezz’ora italiana e l’altra parliamo del destino del viale principale e dell’adiacente – Carducci e Le querce – del destino degli alberi, del destino del Lido.

Ancora tristezza e ricordi. Infine, golosamente munito della medicina richiesta, mi dirigo a passo svelto alla libreria, dove mi accolgono con la consueta cortesia. Chiedo notizie del libro di Calimani [Qui] e se ci fosseribo state copie dei volumi di Natasha Solomons [Qui], la grande scrittrice con il cui volume, I Goldbaum voglio concludere la mia ricerca sulle scrittrici ebree. Sono rimasto malissimo del mancato premio ad Edith Bruck [Qui] allo Strega, mentre mi rivolta lo stomaco il paragone tra no-vax e la stella gialla…..Pazienza!

Il vento scuote gli alberi, il mare non l’ho ancora visto, non voglio omologarmi ai danzatori che dai tre ai novanta scuotono chiappe e colli e tuttavia con una certa soddisfazione constato che almeno il Lido è produttore di ricordi.

 

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calcio pallone campo partita

DIARIO IN PUBBLICO
E alla fine… basta!

 

Mentre la parete di alberi col suo fiato profumato mi avvolge fino dentro la camera, qui a Vipiteno, penso e constato che ormai la mia ricerca per capire l’umore degli italiani medi, le loro richieste, i loro idoli, le loro preferenze, ormai è finita.

Non più a sentire l’umidore dei pensieri di zia Mara, non più a contemplare le unghie laccate delle mani tozze di Al Bano nella sua divisa pseudo chic tra cappello, sciarpetta, e giacchetta vip; non più la seriosità esibite nelle dichiarazioni calcistiche nel frattempo sconfessate dall’urlo bestiale dei tifosi; non più a contemplare l’abbraccio decisamente non odoroso degli idoli d’oggi, convulsamente attenti a reiterare gli scaramantici gesti della loro avventura milionaria.

Si tenta di spacciare il fisico di Maldini con riferimenti erotici non indifferenti. Perfino il capo di Stato si piega al rito e al mito del calcio. Ed io alle 11 di sera, assistendo alla cerimonia di chiusura del premio Strega, mi commuovo ancora sentendo la serenità raggiunta, la qualità altissima del pensiero di Edith Bruck [Qui], la sua immensa umanità espressa in parole; quegli occhi che hanno visto e condiviso l’orrore e hanno saputo trasformarlo in dialogo, in una totale trasformazione in eticità e amore.

Ma qualcosa succede. Incuriosito dalla frettolosa cena di gala, che di solito conclude la settimana nell’hotel Zum Engel, dal frettoloso sparire degli ospiti, risalgo in camera e spingo il pulsante e m’immergo nei momenti conclusivi della partita del secolo. Non l’avessi mai fatto! Mi lascio trascinare dalle prodezze dei campioni e, per la prima volta in vita mia, vengo travolto dall’eccitazione comune.

Guardo intanto con altrettanto ribrezzo le scene mostruose che accompagnano e commentano la vittoria; sghignazzo a più non posso agli osceni strafalcioni, che vengono propinati dai commentatori. Uno per tutti. A piazza del Popolo a Roma l’eccitatissimo cronista urla come sia commovente accompagnare assieme le note “dell’inno dei  Mameli” tutti assieme!

Nella Repubblica di lunedì 12 luglio l’editoriale di Ezio Mauro così commenta: “Ancora una volta scopriamo che lo sport veicola ed esalta il sentimento nazionale come se fosse diventato l’unica espressione ancora capace di generare e legittimare democraticamente lo spirito patriottico”.

Da questo spunto invece di elaborare la recensione attesa e complessa dell’ultimo volume della scrittrice ebraica Natasha Solomons [Qui], I Tunderbaum, mi dedico all’analisi dei festeggiamenti e degli inviti al Quirinale e a Palazzo Chigi dedicati da Mattarella e Draghi alla nazionale vittoriosa e al fascinoso Matteo Berettini. E capisco che ormai senza lo sport è impossibile governare. Mi si stringe il cuore; ma così sembra debba intendersi la funzione dello sport nella totalità dei governi d’ogni tipo.

Mentre di ritorno dal Castello di Ambras ad Innsbruck [Qui], travolto dalle meraviglie guerriere di Ferdinando II, dalla Wunderkammer con le sue mostruosità fascinose, dai personaggi della nostra storia tra cui lo splendido ritratto del duca ferrarese Alfonso II e della sua sposa Barbara d’Austria, dal giardino segreto e dal pavone che urla la sua bellezza passeggiando tra le aiuole, capisco che ‘forse’ lo sport ha sempre dominato come esercizio del potere (e si veda il Gigante di Ambras che, novello Gigio Donnarumma, imponeva le sue mostruose fattezze nelle collisioni tra eserciti).

Peter e Delberta sono contenti del mio stupore e questa giornata speciale si conclude con il più spaventoso temporale a cui abbia mai assistito, mentre lo scenario delle abetaie e pinete che alzano la coda del meraviglioso abito da ballo che indossano e che indolentemente rivela cime e montagne che lasciano senza respiro.

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Settimane letterarie

 

In questi frangenti pandemici si accavallano, si esigono, si compiono a ritmo serrato, presenze in streaming per tener dietro alla fame di cultura attuata in lontananza; purtroppo devo rinunciare anche ad impegni presi molto tempo fa, come il simposio su Parini filosofo dell’educazione tenuto a Brera il 15 aprile e per il quale rimando agli atti.

Stringente ma necessaria invece era la mia presenza alla Giornata di studi organizzata da Italiques LECEMO-Sorbonne Nouvelle Paris 3 Historia Magistra il 16 aprile 2021: Pavese settant’anni dopo Un bilancio critico. Questo convegno aveva lo scopo, come sottolinea il titolo, di tracciare un bilancio dell’attività critica nel giro dei settant’anni trascorsi dalla morte dello scrittore. Organizzatrice dell’incontro una studiosa resasi meritevole per i suoi studi nicciani e per l’encomiabile commento all’ormai celebre Taccuino segreto, pubblicato per la prima volta dal suo ritrovamento tra le carte pavesiane da parte di Lorenzo Mondo in edizione critica dalla casa editrice Aragno nel 2020:
Cesare Pavese, Il Taccuino segreto a cura di Francesca Belviso. Con una testimonianza di Lorenzo Mondo. Introduzione di Angelo d’Orsi, Nino Aragno Editore, Torino 2020.

A tre giorni dal Convegno la BUR pubblica una riedizione del diario pavesiano dal titolo ormai ufficializzato de Il mestiere di vivere con l’aggiunta del Taccuino:
Cesare Pavese, Il Mestiere di vivere. Diario1935-1950 con Il Taccuino segreto. Prefazione di Nadia Terranova. A cura di Salvatore Renna. Introduzione di Enrico Mattioda. Con una testimonianza di Lorenzo Mondo, Bur contemporanea/Rizzoli, Milano, aprile 2021.

E qui scoppia e deflagra un caso che diverrà la ragione principale del Convegno parigino. Leggendo l’introduzione, la bibliografia generale, le note al Taccuino nel volume edito dalla BUR, mi rendo conto dell’improprietà dell’edizione. Ad esempio nella stesura della Bibliografia generale il mio nome è totalmente assente e anche rilevo la trascuratezza con cui vengono usate le note della Belviso al Taccuino senza darne conto critico. Così il tema della mia relazione, che si titolava «L’eterno ritorno». Pavese e il mito in una dimensione europea, si trasforma in un’analisi precisa delle gravi responsabilità dei curatori del volume BUR. A darmi man forte la coordinatrice del pomeriggio, l’amica e collega Anna Dolfi e gran parte dei relatori, tra cui spiccava per acume e comprensione del tema Giuditta Isotti Rosowsky relatrice di Tra i testamenti traditi, il caso Pavese. In conclusione, la giornata pavesiana nello streaming si è protratta dalle 10 di mattina alle 19, con un’ora di intervallo per un frettoloso pasto.

Oggi 25 aprile mi fa piacere trovare sul canale televisivo della Effe riproposto un documentario sul mio autore curato da Paolo Di Paolo, valente studioso che assume particolare importanza nell’essere trasmesso in una data importante come quella in cui si ricorda l’anniversario della Liberazione. Alla sera del Convegno francese mi abbatto sull’accogliente poltrona che nulla ha a che vedere con la tremenda opera di Pesce esposta alla Fiera di Ferrara. Essa mi ha accolto e consolato mentre accarezzavo un libro meraviglioso, la cui importanza è paragonabile per la conoscenza dell’autore ai proustiani Le soixante –quinze feuillets, che l’attivissima amica Dolfi mi aveva spedito con il corriere dalla Biblioteca francese di Firenze il giorno stesso dell’uscita.

Nel caso del volume che accarezzo si tratta di un inedito di Thomas Mann, che è l’autore in assoluto a me più vicino. Il libretto Resoconto parigino, traduzione di Marco Federici Solari, L’Orma editore, Roma 2021, racconta di un viaggio a Parigi fatto nel 1922 dallo scrittore in compagnia della moglie per una serie di conferenze che avrebbero avuto il compito di collegare la cultura francese allo spirito germanico. I nomi che vi compaiono sono quelli che hanno nutrito i miei giovani anni di studioso. C’è perfino citato in positivo Benedetto Croce!

Nel libro si riscontrano alcune scelte linguistiche operate dal traduttore-commentatore assai interessanti, come l’uso reiterato di “suntuoso” in luogo del più comune “sontuoso”. E’ una  rievocazione superba della cultura entre deux guerres che rimanda – e non è un caso – alla straordinaria rievocazione di Oxford in quegli stessi anni, mai uscita in Italia se non in questo 2021 scritta da Evelyn Waugh A Little Learning  (1964), reso in italiano con Autobiografia di un perdigiorno nella ottima traduzione e cura di Mario Fortunato.

Continuo a seguire con evidente interesse trasmissioni assai popolari sulla tv, sia che si chiamino Forum, dove le vicende quasi incredibili dei contendenti dimostrano, se ce ne fosse bisogno, il grado quasi infimo delle relazioni sociali e parentali, quasi tutte legati all’uso del danè, o la serale dose de L’eredità, che mi appassiona per il gioco mnemonico, dove la mia preparazione accademica svanisce nel nulla allorché il soggetto dell’interrogativo da risolvere diventa lo sport o le notizie da social.

Imperdibile invece uno spettacolo che seguo con fedeltà e apprezzamento, il Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio, il quale purtroppo è caduto in una imbarazzantissima gaffe allorché, nel presentare il romanzo della mia amatissima amica Edith Bruck, Il pane perduto, la chiama Cruck; forse misteriosamente attratto dal rumore del pane spezzato! Il suo evidentissimo imbarazzo e le sue scuse ne hanno poi dimostrato l’intelligenza e la sensibilità.

Nei miei sempre più brevi spostamenti per raggiungere la libreria e al venerdì la bancarella dei fiori noto tristezza e rassegnazione. Non mi piace nulla questo atteggiamento rinunciatario. Aspetto con ansia dunque le aperture, che avverranno da domani 26 aprile, riponendo ancora una volta la fiducia e la volontà del ritorno in due importanti colonne della vita sociale: l’amicizia e la lettura di ogni forma artistica.

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PRESTO DI MATTINA
Shemà Israel

Shemà Israel: «Ascolta, [o] Israele! Il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4); «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lv 19,17). Sono parole, queste, fatte per resistere nella memoria e fissarsi nel cuore. Ma soprattutto da mettere in pratica come una preghiera da attuare incessantemente nella vita. Parole da tenere appresso quando si cammina, ci si corica e ci si alza; abbracciate alle nostre mani, poste davanti agli occhi, scritte sulle porte di casa e della città, con noi sempre perché le si possa ascoltare e praticare ininterrottamente.

Questo diviene pure l’ascolto di una memoria: la testimonianza di una storia in cui continua ad ardere, come in un roveto che mai si consuma, una promessa di futuro, capace di riscattare il presente perduto. Promessa di una fedeltà per sempre, di un amore che, quando si risveglia, diviene liberazione e riscatto del sangue innocente, proprio là dove ogni speranza pareva vana e il futuro ormai negato per sempre.

Desolazione e lamentazione nazionale, disperazione e invocazione di un popolo oppresso e innocente narra il salmo 44 (43). Il rabbino Abraham Joshua Heschel (1907-1972) ha scritto: «Vi sono momenti in cui non affrontiamo altro che disfatte, in cui la fede non deve sopportare altro che orrori, ciononostante ad onta dell’angoscia e del terrore non siamo mai sopraffatti dall’estremo sgomento. “Anche se Dio volesse schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! Questo sarebbe il mio conforto, e io gioirei, pur nell’angoscia senza pietà, perché non ho rinnegato i decreti del Santo” (Giobbe 6, 9-10). Nei deserti della disperazione zampillano le sorgenti. È questo l’insegnamento della fede: “Giaci nella polvere e nutriti di fede”» (L’uomo non è solo, Milano 1970, 161). Da questo salmo sale l’antico e costante respiro di dolore degli ebrei, perseguitati in tutti i secoli, ma trae forza, con esso, anche il grido degli oppressi di tutti i tempi: «Tutto questo ci è accaduto e non ti avevamo dimenticato, non avevamo rinnegato la tua alleanza. Non si era vòlto indietro il nostro cuore, i nostri passi non avevano abbandonato il tuo sentiero; ma tu ci hai stritolati in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti nell’ombra di morte. Se avessimo dimenticato il nome del nostro Dio e teso le mani verso un dio straniero, forse che Dio non lo avrebbe scoperto, lui che conosce i segreti del cuore? Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello». Sono pure le parole del salmo 44 recitate nell’ufficio liturgico delle letture del giovedì della II e della IV settimana. E ogni volta che lo si rievoca è impossibile non rimanere nell’animo sgomenti di fronte al respiro soffocato, al dolore delle sorelle e fratelli ebrei; animo che si acquieta un poco solo in quello “Shemà Israel” che sussurro ogni volta in me, tra le parole del salmo a rinnovare l’ascolto profondo, (ob-audio), l’obbedienza alla parola appunto e così avere parte a una fede che nell’ascoltare e praticare non viene meno perché scaturisce, perenne, come da sorgente cristallina, da Abramo nostro padre nella fede.

Shemà Israel. È questo, allora, un invito all’ascolto incessante non solo per Israele ma comune a tutte le religioni bibliche. Ascolto che decentra l’uomo da se stesso, dall’illusione mortale di considerarsi come un assoluto, come un Dio, anzi sostituendosi a Dio. Ricordo un film documentario di Erion Kadilli, del 2010 in cui si racconta la folle vita di un mercenario italiano, dal titolo Sono stato Dio in Bosnia. L’ascolto della memoria impedisce l’evaporazione del passato, il soffocamento nel presente e si riscopre così un’apertura nello spazio dell’altro, come spazio di futuro, la sua storia e il suo destino come legato al tuo, la sua dignità come la tua, voce senza voce, che anche nel silenzio non riesce a asfissiare la domanda: “dov’è tuo fratello?”

Rimanere in ascolto della memoria è allora tornare a respirare: come un seme che buca la terra con lo stelo; appena un filo d’aria, appena. Così le promesse seminate nella terra della memoria ‒ il credere storico di Israele ‒ bucano anche il “presente senza via di fuga”, tornando a respirare nel futuro di Dio.

Quella di Israele è memoria messianica, testimonianza di elezione e di liberazione in una prospettiva di alleanza rivelatasi nella storia di un popolo, ma destinata a irradiarsi, beneficiare e sostenere la speranza di tutti i popoli. La memoria biblica non si chiude nel passato ma è prospettica: non è un ricordare inerte, uno stare a guardare con rimpianto e nostalgia i bei tempi passati; neppure è un ascolto passivo, ma è un fare, di più: un ‘darsi da fare’ per mettere in pratica la parola ascoltata.

Dio stesso si fa e divieneAscolto’: “ti ascolto Israele”; in ascolto soprattutto del grido degli oppressi, e si dà da fare pure lui in un crescendo di verbi ‘in transito’ nel racconto dell’Esodo che manifesta la sua azione, il suo esserci e farsi ‘compagnia’ del suo popolo afflitto nella storia: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele. “Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!” Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?” Rispose: Io sarò con te”».

La memoria storica del credo d’Israele la troviamo in Dt 26, 11-10: «Mio padre era un arameo errante. Scese in Egitto. Visse là forestiero. Divenne numeroso. Gli Egiziani ci imposero una dura schiavitù. Gridammo a Jhvh, Dio dei nostri padri, e Jhvh ascoltò il nostro grido. Ci condusse fuori dall’Egitto con mano potente e braccio teso e ci diede questa terra dove scorre latte e miele» (Dt 26, 5-10).

«La prima cosa che salta agli occhiscrive Aldo Bodratoè che il testo ci presenta l’agire divino come l’intervento di un gohèl, di una potenza parentale protettrice e vindice. La seconda cosa è che tutto ciò non si risolve nella restaurazione dello stato precedente, ma crea una trasformazione inattesa nel destino degli uomini in gioco, li fa passare da figli di un senza patria, da schiavi, a liberi beneficiari di una terra. Li trasforma in un popolo cosciente dei suoi debiti verso il suo Dio e dei propri doveri di ospitalità e di rispetto verso deboli e stranieri. È il tema del Dio liberatore e promotore di una comunità capace di libera equità ed è tema che emerge, come proclamazione di un evento che, meraviglia inaudita, accende una luce nel caos della storia e rende possibile indirizzarla su strade diverse dal puro e semplice affermarsi del brutale dominio della forza. Nega il nome affermando una presenza. Un esserci che non è uno stare, ma un agire e che non si esaurisce in nessun evento presente, passato e futuro, perché è più che essere e che evento. È compagnia».

Per Edith Bruck ogni giorno è giorno della memoria. “La memoria è vita e la scrittura è respiro, è luce pure perché risplende nel buio profondo e insensato dello sterminio”. È per lei come il pane quotidiano, ricorda che l’ultimo gesto di sua madre su quel treno che andava ad Auschwitz fu regalare una fetta di pane a una donna che allattava un neonato. In un’intervista afferma: “Per me il credo è non fare distinzione tra esseri umani e, credere è pure un grandissimo impegno civile”. Il suo recente libro, Il pane perduto (Milano 2021), si chiude con una preghiera: «Oh, Tu, Grande Silenzio, se Tu sapessi delle mie paure, di tutto ma non di Te. Se sono sopravvissuta, avrà un senso. No? Ti prego, per la prima volta ti chiedo qualcosa: la memoria, che è il mio pane quotidiano, per me infedele fedele, non lasciarmi nel buio, ho ancora da illuminare qualche coscienza giovane nelle scuole e nelle aule universitarie dove in veste di testimone racconto la mia esperienza da una vita. Dove le domande più frequenti sono tre: se credo in Te, se perdono il Male e se odio i miei aguzzini. Alla prima domanda arrossisco come se mi chiedessero di denudarmi, alla seconda spiego che un ebreo può perdonare solo per se stesso, ma non ne sono capace perché penso agli altri annientati che non perdonerebbero me. Solo alla terza ho una risposta certa: pietà sì, verso chiunque, odio mai, per cui sono salva, orfana, libera e per questo Ti ringrazio, nella Bibbia Hashem, (Il Nome) nella preghiera Adonai (Il Signore), nel quotidiano Dio».

Questa compagnia della memoria mi ha fatto ricordare un racconto rabbinico che, insegnando l’atteggiamento con cui dire il credo, mi ha aiutato a recitare con serenità il salmo 131, composto da parole che ‒ un tempo ‒ non proferivo con scioltezza, ripetendole balbettante senza autentica verità, come potevo asserire con certezza: «Signore, non si esalta il mio cuore, né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me». Si narra che «Rabbi Noè udì un giorno dalla sua camera uno dei suoi discepoli che nella scuola attigua cominciava a recitare gli articoli di fede, ma poi, subito dopo le parole “Io credo in perfetta fede”, s’interrompeva e sussurrava a se stesso: “Non lo capisco” e di nuovo: “Non lo capisco”. Lo zaddik uscì dalla sua stanza e entrò nella scuola. “Che cos’è che tu non capisci?” domandò. “Non capisco come può essere” rispose il discepolo, “Io dico: credo. Se credo veramente, com’è che io pecco? Ma se io non credo veramente, perché allora dico una bugia?”. “Si dice, gli rispose Rabbi Noè, che le parole ‘io credo’ siano una preghiera. ‘Che io possa credere’, ‘fa che io creda’ ecco che significa”. Il chassid s’accese. “Così va bene, esclamò, così va bene! Ch’io possa credere, Signore del mondo, ch’io possa credere!». Da quella volta, anch’io discepolo della parola, mi accendo e tutte le volte che giunge il salmo della speranza di Israele dico: «Signore ‘fa’ che non si inorgoglisca il mio cuore, ‘fa’ che non si levi con superbia il mio sguardo, ‘fa’ che non vada in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze; fiducioso come bimbo svezzato, portato da sua madre possa pure io, un poco, portare il dolore del fratello su di me. Speri Israele nel Signore».

Anche ne Il libro di tutti i libri di Roberto Calasso, come in quello di Edith Bruck troviamo riportata in chiusura una preghiera, quella detta Gevurot (Potenze), la seconda delle diciotto benedizioni: «Tu che fai rivivere i morti». Stando in piedi, ripetuta per tre volte al giorno e quattro il sabato, benedice Dio così: «Tu sei potente in eterno, Signore che risusciti i morti, che sei grande nel concedere salvezza che fai spirare il vento e fai scendere la pioggia. Egli nutre i viventi per grazia, fa risorgere i morti con grande misericordia, sostiene i cadenti, guarisce i malati, libera i prigionieri e mantiene la sua fedele promessa a chi dorme nella polvere. Chi come Te, o Potente? Chi Ti assomiglia, o Re che fa morire e risorgere, che fa sbocciare per noi la salvezza? Tu sei fedele nel far risorgere i morti».

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