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Una brutta campagna elettorale:
due tristezze e due proposte

 

Stiamo entrando in campagna elettorale, anzi, veramente ci siamo entrati almeno un anno fa. La tristezza di Beppe Sini, storico militante pacifista e nonviolento, è la nostra stessa tristezza. Dopo il tragicomico balletto per mettere insieme il patchwork delle liste, dopo la lotta al coltello per accaparrarsi  un collegio “sicuro”, ci aspettano 40 giorni di mirabolanti  promesse e schiaffi in faccia a destra e a manca. Tutti contro tutti, soprattutto in zona Centro e nella periferia di Sinistra. Tanto si sa, questa volta la Destra (quella vera) vincerà a mani basse. Si parlerà molto di rigassificatori. Non si dirà una parola sulla Ius soli e sui diritti civili degli stranieri in Italia. Berlusconi ha tirato fuori dal cassetto la flat tax. Giorgia Meloni si rivolge a noi, agli italiani, e ci chiama “patrioti”. La pace, tutti insieme, l’hanno sotterrata sotto il tappeto. Insomma, saranno elezioni molto brutte, e tutte da perdere. Un motivo in più per non starsene in silenzio.
La redazione di periscopio

di Beppe Sini
Responsabile del Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo

Il 25 settembre si voterà per il rinnovo del Parlamento italiano. Ed ancora una volta saranno esclusi dal voto milioni di persone che in Italia vivono, lavorano, crescono i loro figli, fanno un gran bene al nostro paese.
Milioni di persone che continuano a subire nel nostro paese un regime di apartheid, una violenza razzista istituzionale che è strettamente connessa ed effettualmente complice della violenza razzista e schiavista e assassina dei poteri criminali e del regime dei predatori e della corruzione.

Cosa si attende ancora a riconoscere il diritto di voto a tutte le persone che in Italia vivono? Cosa si attende ancora a far cessare il regime della segregazione razzista nel nostro paese? Lo chiediamo dal secolo scorso: una persona, un voto.

Il 25 settembre si voterà per il rinnovo del Parlamento italiano. Ed anche i sassi sanno che la prima e più urgente iniziativa politica e legislativa è opporsi alla guerra, avviare il disarmo e la smilitarizzazione, passare dalla folle e sanguinaria “difesa” armata alla necessaria ed urgente ed unica ragionevole difesa popolare nonviolenta, iniziare una politica internazionale di pace con mezzi di pace che convochi l’umanità intera all’universale solidarietà per far cessare tutte le uccisioni e cooperare per la salvezza dell’intero mondo vivente.

Una politica internazionalista, una politica dell’umanità, una politica della salvezza comune di tutte e tutti. Il programma di Guenther Anders e di Ernesto Balducci [vedi su questo giornale un ricordo nel centenario della nascita], il programma di Rosa Luxemburg e di Simone Weil, il programma di Virginia Woolf e di Hannah Arendt, il programma di Primo Levi e di Aldo Capitini, il programma di Mohandas Gandhi e di Luce Fabbri.

Cosa si attende ancora a capire che il tempo è poco e la strage è in corso? Cosa si attende ancora a capire che è in pericolo l’esistenza dell’umanità intera? Solo la pace salva le vite, e salvare le vite è il primo dovere. Solo la nonviolenza costruisce la pace, libera tutte le oppresse e tutti gli oppressi, appronta gli strumenti e l’orizzonte di senso necessari alla salvezza comune di quest’unica umana famiglia e di quest’unico mondo vivente.

In questa grottesca, triste e trista campagna elettorale queste due indispensabili parole di verità, questi due prioritari impegni programmatici vorremmo sentire enunciati e sottoscritti da chi si candida a fare le leggi con l’impegno di contrastare il fascismo che torna, che in larga misura è già qui.

1. una persona, un voto
2. pace, disarmo, smilitarizzazione subito

Questo articolo  è uscito con altro titolo su pressenza del 10 agosto 2022.
In copertina: foto tratta da www.apiceuropa.com

Cos’è la destra, cos’è la sinistra
Il boomer, il ragazzo e il bambino senza memoria

 

Tu che sei giovane come me, quindi sei un boomer, te la ricorderai la “conventio ad excludendum” contro i comunisti. C’è persino una voce su Wikipedia, che ad un certo punto dice: “Per tutta la durata della prima repubblica nessun governo ebbe ministri o sottosegretari del PCI, i cui rappresentanti entrarono per la prima volta ufficialmente in un governo col Governo Prodi I nel 1996, quando il PCI si era già trasformato in Partito democratico della Sinistra”. Nel mezzo c’è stato Gladio, la strategia della tensione, le stragi di Stato che usarono manodopera neofascista e membri infedeli  – infedeli alla Costituzione ma non alla continuità statuale col ventennio – dei servizi segreti, Licio Gelli e la Loggia P2, il Piano di Rinascita Nazionale.

Il governo frutto del “compromesso storico” (appoggio esterno del PCI ad un monocolore democristiano) nacque nel mezzo di questa temperie da una profonda riflessione di Enrico Berlinguer, fatta nel settembre 1973 sul giornale Rinascita, che prendeva le mosse dal colpo di stato fascista  – finanziato dagli Stati Uniti – che rovesciò in Cile il governo socialista di Salvador Allende. Giusto per controbilanciare le superficiali evocazioni della scelta “atlantista” di Berlinguer, come se dietro non ci fosse stata una dolorosissima e articolata analisi, mi limito a questo estratto: “gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.” (per leggere i tre articoli di Berlinguer su Rinascita, clicca qui).

Classe borghese, privilegi, potere. Parole chiare, nette, che definivano. Proprio come sono nebulose, ambigue, mistificatorie le parole da cui è composta la melassa acquitrinosa del politichese. Parole prive di un senso, anzitutto perchè appaiono privi di senso coloro che le pronunciano, se non come personaggi di una pièce dell’assurdo à la Ionesco. Come un Enrico Letta che, sprezzante della sua propria fisiognomica, evoca “gli occhi della tigre”. E’ psicologicamente sintomatico che il capo del partito più impallidito in questi anni, anche nel nome – da Partito Comunista a Partito Democratico della Sinistra, a Democratici di Sinistra, a Partito Democratico – dichiari di volere un partito “dai colori vividi e netti, come in un quadro di Van Gogh”. Sembra davvero che l’inconscio si sia impadronito del suo eloquio, conducendolo a elaborare immagini che sono l’esatto contrario della pallida (e inconfessata) percezione di sé.

Tu che sei ragazzo/a adesso, invece, ti becchi la “conventio ad excludendum” verso Fratelli d’Italia, il partito erede della tradizione fascista. La cosa fa sorridere, per un paio di ragioni. La prima è che la sua leader, Giorgia Meloni, è già stata Vicepresidente della Camera dal 2006 al 2008, e Ministro (per la Gioventù: cosa volesse dire, a parte un vago echeggiare littorio, non si sa) dal 2008 al 2011. Quindi non è stata esclusa proprio da niente. La seconda è che la storia dell’Italia dopo la Liberazione dal fascismo, come ricordato prima attraverso la linea nera delle stragi, è attraversata molto più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. Te lo ricordi il G8 a Genova? La “macelleria messicana” messa in atto dalla nostra polizia? Era il 2001, quanti anni avevi? La geopolitica atlantica, unita al più forte partito comunista d’occidente, ha reso inevitabile il fatto di doversi tenere, come serpe in seno, forze dell’ordine e interi gangli dell’intelligence permeati da metodi fascisti e legami col fascismo, dopo aver giurato di difendere la Costituzione nata sulla pregiudiziale antifascista? Non so se era inevitabile, ma è andata così. Quindi non è che gli eredi della tradizione fascista italiana stiano eventualmente “uscendo dalle fogne”: non ci sono mai stati.

Questo non vuol dire che non si corra alcun rischio. Il rischio è che la destra vinca le elezioni a mani basse e abbia, da sola, i numeri per cambiare un pezzo della Costituzione. Infatti Pierluigi Bersani (uno dei pochi con il sale in zucca, oltre ad un pugno inascoltato di costituzionalisti) affermava con elementare buon senso che chi collabora tuttora in tante amministrazioni locali (Pd e 5stelle) dovrebbe fare un cartello elettorale, minimo per contendersi i seggi uninominali con la destra. Invece Pallore Democratico fa a meno dei 5Stelle, i nuovi parìa che hanno osato disturbare il manovratore solitario Mario Draghi, e imbarca il 3% di Azione, giocandosi l’ala sinistra nonchè la possibilità di far tornare a votarlo chi non vota più, per nausea, disperazione o rabbia (ricordo che due tra le peggiori leggi degli ultimi anni, il Jobs Act e la legge elettorale con cui voteremo, sono targate PD).Quel PD sotto il cui ombrello crescono spesso buoni amministratori locali, in Direzione Nazionale non smette di deludere.

Infine ci sei tu, nativo digitale, che ti ritrovi a vivere in una terra che conosci solo per come è adesso: torrida, secca, abitata da gente vecchia, governata da gente vecchia, in cui l’ascensore sociale ti porterà fuori dall’Italia, se hai fegato e soldi per prenderlo – no, il talento non ti basterà.

Non hai neppure la capacità di sognare, perchè il mondo virtuale che maneggi da quando avevi due anni ti mette tutto a portata di mano: non hai mai dovuto immaginare niente. L’idea che hai del lavoro come di una merce uguale a tutte le altre, non è colpa tua. E’ quella che ti è stata lasciata in dote da gente vecchia, tutelata, che ha fatto il fenomeno con il tuo sedere: flessibilità, cioè precariato; disponibilità, cioè sfruttamento salariale. Il liberismo in economia uccide le libertà civili: se non hai la possibilità di progettare un futuro con il tuo lavoro, ti puoi scordare di sposarti, fare figli. Oppure lo fai ma con l’ incoscienza di chi non può pianificare, perchè è nato sotto la stella dell’incertezza. Non è tutto male in questo panorama: ci sono i nonni, che ti aiutano con la loro pensione. Domani tu non potrai farlo coi tuoi nipoti. Se io fossi te, farei fatica a capire cosa vuol dire “destra” o “sinistra” (leggi qui il pezzo di Giuseppe Nuccitelli su queste colonne).

Però hai l’imprinting del sopravvivente. Non hai un passato e non hai un sogno, hai un problema: cavartela e costruire un futuro per te e il pianeta in cui sei costretto a vivere. Con il tuo pianeta condividi lo stesso destino di precarietà. Gli esseri umani che hanno un passato non ne hanno appreso le lezioni, continuano a fare gli stessi errori. L’assenza di memoria potrebbe essere la tua arma vincente.

Viva Moleskine, abbasso Draghi

 

“Energia democratica”, “Base riformista”, “Unione popolare”, “Più Europa meno Africa”, “Insieme per il futuro”, “Nostalgia del passato”, “Azione”, “Reazione”, “Noi con l’Italia”, “Noi contro”, “Potere al Popolo”, “Tassisti su Marte”, “Natura Morta”, “Italia Viva”, “Forza Italia”, “Forza Spal”, “Popolo della famiglia allargata”, “Viva Moleskine abbasso Draghi”, “Fratelli d’Italia”, “Liberi e Uguali”, “Diversi anzi unici”, “Casa Pound”, “Coraggiosa”, “Vigliacca”, “Lega del Donbass libero”, “Sudtiroler Volkspartei”.

Alcuni tra i nomi di partito, o lista, di questo elenco sono falsi, ma appaiono verosimili. Ciò dipende dal fatto che tutti questi nomi sono assolutamente inverosimili. Eppure molti tra essi sono reali, il loro nome e simbolo è stato depositato, votato, esiste oppure è esistito. Di uno, Forza Italia, abbiamo riso a crepapelle quando fu presentato. Dopodiché ha governato per vent’anni.

“Nel nostro paese la forma più comune di imprudenza è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno.”
Ennio Flaiano

Il cammino (laico) di Santiago del Chile e di Gabriel Boric

 

Un sintetico ma efficace pezzo di Camilla Desideri, editor di Internazionale per l’America Latina (Qui), illustra la clamorosa e, per molti versi, inaspettata svolta a sinistra nel governo del Cile, con l’elezione di Gabriel Boric.

Il Cile è una terra di grandi contraddizioni sociali, che ha fatto i conti solo a metà con il tragico periodo della dittatura militare del generale Augusto Pinochet (1973-1990), considerato da molte istituzioni internazionali un genocida. Ricordiamo che la presa di potere della giunta militare, che rovesciò con la violenza il governo legittimo guidato dal socialista Salvador Allende, fu “sollecitata” da una parte del Parlamento, che prese a pretesto per la svolta autoritaria la pesante crisi economica del paese (altro esempio della storia che dimostra quanto possano essere labili i confini tra “democrazia” e “dittatura”, tanto da risolvere spesso l’una dentro l’altra). La risoluzione che mirava a destituire Allende fu adottata dalla maggioranza del Parlamento, ma non raggiunse i due terzi richiesti per essere valida. Ciononostante questa risoluzione bastò a fare da copertura al golpe militare dell’11 settembre 1973, con l’assalto delle Forze Armate al palazzo presidenziale e la cattura di Allende, che secondo la versione più accreditata (confermata anche dalla figlia) si suicidò per non finire nelle mani dei golpisti.

Allende tentò un esperimento socialista molto spinto in campo economico-sociale, in senso più radicale rispetto al suo predecessore Frei Montalva. Completò la nazionalizzazione dell’industria del rame, che era in mano alle imprese statunitensi, ma non le indennizzò per l’ avvenuta espropriazione. Idem per la riforma agraria, che gli mise contro la potente classe dei latifondisti locali. Il primo grande problema della sua gestione fu l’inflazione (causata dall’enorme emissione di cartamoneta), che si mangiò completamente l’aumento dei salari e generò contemporaneamente la scomparsa dagli scaffali dei generi di prima necessità e la loro ricomparsa al mercato nero, nel quale la valuta locale non venne più accettata in pagamento in quanto considerata carta straccia. Il secondo fu il crollo del prezzo internazionale del rame, che era di gran lunga la principale fonte di esportazione. Il terzo fu la nazionalizzazione di ogni attività privata, comprese le banche, che spinse alla fuga gli investitori. La fine dell’esperienza di Allende fu preannunciata dalla rivolta dei ceti popolari (in primis i minatori delle miniere di rame nazionalizzate), che a causa dell’aumento giornaliero dei prezzi non riuscivano più a pagarsi da mangiare nonostante i salari aumentati “per legge”.

Il quarto problema fu che il Cile non poteva diventare un’altra Cuba, un’altra minaccia comunista vicino al cortile di casa statunitense. Il prezzo più caro dell’embargo lo pagano sempre i più deboli, e in Cile era più difficile resistere al boicottaggio economico rispetto a Cuba, perché l’esperimento socialista era inscritto all’interno di un sistema istituzionale di democrazia parlamentare. Verrebbe da dire che Allende rimase in mezzo al guado: per realizzare un sistema economicamente socialista avrebbe dovuto riuscire nell’impresa (tutt’altro che semplice, ammesso che la volesse) di rendere autoritaria la struttura politica e di propaganda – come fece Castro. Non facendolo, avrebbe dovuto essere più prudente nel mettere mano all’economia del paese, perché la forza interna ed esterna del capitale non poteva essere sottovalutata. Ma soprattutto, avrebbe dovuto comprendere che la spirale dei prezzi avrebbe affamato proprio quelle masse che dovevano sostenerlo. E quando il tuo popolo sta peggio di prima, e mi riferisco alla parte di popolo che avrebbe dovuto emanciparsi grazie a te, non c’è ideologia o speranza nell’avvenire che tenga.

Dopo ci furono anni di dittatura sanguinaria e, nel contempo, di liberismo assoluto in campo economico, ispirato alla Scuola di Chicago di Milton Friedman. Il tragico snodo cileno, con il fallimento della “terza via” sudamericana al socialismo, fu uno degli eventi che nel 1973 convinsero Berlinguer, a capo del più forte partito comunista d’Occidente, a riposizionarsi teorizzando il “compromesso storico” con la principale forza d’ispirazione cattolica. (esattamente quello che Allende non fece, pur non avendo la maggioranza assoluta in Parlamento, e con un’economia dipendente in maniera decisiva dalle importazioni dagli USA). Enorme era il rischio, che Berlinguer scorgeva, di una deriva “cilena” nella radicalizzazione dello scontro sociale in Italia; Italia che già da quattro anni era stretta nella morsa delle stragi neofasciste, chiaramente volte a stabilizzare il quadro politico ed economico in senso conservatore, e quindi in quel frangente reazionario verso l’ascesa sociale dei ceti più popolari, che molti traducevano nel “pericolo comunista”.

Se allora le coordinate ideologiche di riferimento del socialismo realizzato erano fruste, ma non defunte, adesso, a distanza di cinquant’anni, di quell’armamentario ideale è rimasta in piedi, in termini di autorevolezza, la pars destruens, cioè la critica marxiana ai meccanismi di creazione del plusvalore in un sistema capitalista. La pars construens, cioè la parte propositiva mirante all’ edificazione di un sistema economico alternativo, ha conosciuto fallimenti insuperabili. Di sicuro non sono spariti lo sfruttamento, la disuguaglianza, la povertà. Contro questi promette di combattere il nuovo Presidente del Cile, Gabriel Boric, un ragazzo trentacinquenne affermatosi come leader delle lotte studentesche ed ora eletto al ballottaggio con una maggioranza composita che gli ha permesso di ribaltare il risultato del primo turno e di battere il candidato di destra Antonio Kast.

Le idee di Boric sono figlie della sua generazione, oltre che della recente storia iperliberista del suo paese: ambientalismo, parità di genere, scuola gratuita, rilancio della sanità pubblica contro lo strapotere classista delle assicurazioni private, pensioni pubbliche contro lo strapotere dei fondi privati. Potrebbero essere proclami generici, che alla prova della realtà potrebbero mostrare i limiti della loro genericità. Però Boric e il suo entourage non hanno solo l’incoscienza e l’inesperienza della giovane età. Avessero solo queste, avrebbero perso il ballottaggio. Invece lo hanno vinto, contro i pronostici, convincendo della propria squadra e aggregando dietro al proprio nome uno schieramento variegato, dai comunisti al centro. Questo denota un pragmatismo che mi permetto di attribuire alle numerose giovani donne che Boric ha inserito in squadra: fra tutte, Izkia Siches, presidente del Collegio Nazionale dei medici cileni, assurta a ruolo di grande autorevolezza durante l’epidemia da Covid per avere consigliato al Governo di chiudere Santiago per evitare l’aggravarsi della situazione sanitaria.

Per intanto, questo gruppo di giovani ha portato a votare il maggior numero di persone nella storia elettorale del Cile. Per intanto, questo gruppo di giovani, forse anche per il fatto di non avere provato direttamente la vergogna collettiva di quel periodo nefasto, ha ridato entusiasmo e passione (guarda il video) ad un popolo violentato, piegato, stremato da una dittatura feroce e da una elaborazione dolorosa e interminabile di quel lungo, irredimibile lutto.

 

“Il popolo deve difendersi, ma non deve sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi spazzar via né massacrare, però nemmeno può umiliarsi. Lavoratori della mia patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro nel quale il tradimento vuole imporsi. Sappiate che, quanto prima, si apriranno nuovamente grandi strade dove cammina l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole, ma sono certo che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la slealtà, la codardia e il tradimento.”

Salvador Allende

 

Antonio_Gramsci

GLI SPARI SOPRA
«Care compagne e cari compagni».

 

«Care compagne e cari compagni».

Ecco si, il mio discorso lo inizierei così

«Perché mi abbiate scelto a rappresentarvi, al momento mi sfugge. Non capisco quali caratteristiche voi abbiate notato che a me da oltre mezzo secolo sfuggono. Ma tant’è ».
«Il mio pensiero è ottuso e tutt’altro che avanguardistico, credo testardamente nei valori e nelle ideologie del mio e del nostro passato. Ideologia termine fin troppo bistrattato, il cui significato è oltremodo semplice, complesso di idee e concetti alla base di un movimento politico. Già qui per anni ci hanno voluto far credere che il sostantivo femminile ideologia fosse in contrapposizione con il sostantivo femminile idea, non è così. Io sono comunista, forse troppo per qualcuno, forse poco per altri, sono di sinistra nell’unica accezione che io ritengo esista, sono marxista, ateo non integralista, illuminista, abbastanza democratico, femminista, sono abbastanza buono ma non buonista, antimilitarista ma forse non pacifista del tutto, mediocre, con nessuna eccellenza, non sono scrittore ma scrivo, leggo molto perché mi ricordo poco. Non credo di avere un grosso carisma, non sono un leader, non trascino le folle, credo che fare sindacato sia un mestiere mentre la politica non lo è. Ero l’ultimo della classe al liceo, un discreto difensore delle giovanili, non amo il calcio ma sono appassionato di S.P.A.L., sono certo dei miei dubbi e non russo quasi mai».

Qui forse dovrei fare una pausa, arrotolarmi le maniche della camicia, bere un sorso d’acqua e ricominciare.

«Tutti sappiamo cosa rappresenta per noi il pugno chiuso. Da una mano aperta, le cinque dita si stringono come segno di unità, non è un caso se il giornale fondato da Antonio Gramsci sia chiamasse proprio così. L’unità a sinistra però è un concetto più vacuo dell’ araba fenice, più introvabile sacro graal, più leggendario dell’Arca di Noè. La base da cui nascono tutti i movimenti di sinistra degli ultimi due secoli e mezzo è una polvere più fine della farina di riso. Da sempre ci dividiamo, dal 1800 in poi, Anarchici e Socialisti, Socialisti e Comunisti, Comunisti e Sinistra extra parlamentare. Per non parlare poi dell’oggi. Ma poi ci arrivo. Aggiungo un tema centrale di questa ricerca disperata di aggregazione e comunitarismo. Non sto parlando di centro sinistra, verso cui non si può avere un atteggiamento pregiudiziale e nemmeno additarlo come IL nemico, ma sto parlando di aggregazione oltre, molto oltre il PD. Partito verso il quale non ho grosso trasporto e che io, nelle mie classificazione novecentesche, inquadro in uno spicchio parlamentare di centro, liberale, alle volte di destra democratica, ovviamente utilizzando i mie canoni di riferimento. Ora, non distruggetevi in applausi a scena aperta, serbate i pugni nelle tasche, perché pure per noi duri e puri c’è molto da puntualizzare. La mia area politica, oramai estinta, è quella di un partito di massa, di popolo, il partito che fu la speranza di un italiano su tre. Ora nel parlamento italiano credo che l’incidenza della sinistra sia prossima al 3-4%. Poi un partito comunista dell’1% è un ossimoro, una contraddizione in termini. Nella storia recente abbiamo visto quanto le sinistre arcobaleno abbiano fallito, perché raggruppamenti elettorali, dove mille partiti volevano solo mettere i puntini sulle i ad ogni incontro, abbiano avuto vita breve. Quanti sono i partiti che in un qualche modo in Italia si rispecchiano nell’Eurocomunismo o quanto meno rispecchino una sinistra radicale? Cinque, otto, dieci? Io non lo so, ma ritengo questa disgregazione pulviscolare il punto centrale della mancanza di rappresentanza di una buona parte degli elettori della nostra fazione. Come è possibile, ancora oggi nel XXI° secolo dividersi su Lenin, Trotsky e Mao? E’ vero che sono un vetro e trinariciuto nostalgico, ma credo in una terza via. Si, come quel signore sardo che faceva della pacatezza e della calma un’arma micidiale contro il capitale».

E qui secondo me, dovrei divincolarmi, altrimenti riprenderei concetti triti e ritriti, sedimentati nella mia piccola mente.

«Io lo so che le critiche non mancheranno, i compagni mi riterranno troppo morbido, i democratici mi additeranno quale amico delle destre, perché sottraendo voti al centro sinistra la destra sarà al governo. Perché ora dov’è? Ma quello che vorrei dire a me stesso per primo è che occorre un pensiero critico, nei confronti del sistema mondo, è ora di smetterla di fare un passettino in avanti e due indietro, non c’è tempo per inquinare di meno, occorre disinquinare. Occorre de-privatizzare, almeno i beni comuni, la salute, l’ambiente, la scuola, i cimiteri. Certo i servizi cimiteriali sono a scopo di lucro, e a voi sembra normale? Non si può produrre soldi con altri soldi, eliminando la forza lavoro, il prodotto, il manufatto. Occorre risanare, ristrutturare, individuare nella grandi multinazionali il vero nemico, a cui imporre dei limiti chiari, evidenti, mondialisti. Chimica, acciaio, risorse prodotte con una vera attenzione all’ambiente e alla qualità dell’aria e dell’acqua. Non c’è più spazio, non c’è più tempo. Le risorse pubbliche rimangano pubbliche, la solidarietà ritorni ad essere un elemento cardine della società. Come possiamo noi, trucioli di falci e martelli, predicare un internazionalismo proletario quando ancora ci dibattiamo su chi abbia il diritto a fare la guardia al mausoleo di Lenin. Poi, non come primo punto, che rimane la realizzazione di una nuova e unitaria sinistra, aggregante, inclusiva, non settaria, senza niet e senza veti, senza puri (la purezza è di destra, ricordiamocelo), aperta ad un dialogo con forze diverse, si il PD e pure i 5S (o almeno quella parte che era contraria all’aggregazione con la Lega). Non saltate sulle sedie, non datemi del servo del capitale. Ho detto dopo, non prima».
«La tristezza di un mondo dove la sinistra non va più di moda, non ha più attrattiva, non aggrega più, mi disturba, mi fa sentire un fallito, mi vergogno nei confronti di mio padre, di mia bisnonna, di un popolo intero che da due secoli ha cercato di costruire un mondo migliore, per i propri figli, mentre io non l’ho fatto, non ho lottato, non mi sono realmente sacrificato. Non è giusto. Avremmo dovuto lasciare un mondo migliore, come tutte le generazioni passate hanno fatto. Noi no, e siamo ancora qui a dibattere sulla tonalità di rosso più adatta alla nostra bandiera. Che è ancora a terra e che viene sventolata solo alle manifestazioni alternative. Nessuna inclusione, solo steccati, tu si, tu no, un noi talmente tanto ridotto da essere diventato una elité, un club, un gruppo di privilegiati che abbaia ad ogni compagno difforme dalle proprie immutabili tavole della legge, su cui con lo scalpello sono scolpiti i diktat, mai di qua, mai di la, io sono più di te, io sono meglio di te. Per me compagne e compagni, il pugno chiuso è questo, l’Unità come ricerca, approdo e ideologia. Casa per casa, strada per strada (cit.) sogno per sogno».

E a questo punto, tra i pugni chiusi e le lacrime dovrebbe partire l’Internazionale suonata dagli Area.

crisi-sinistra

GLI SPARI SOPRA
L’analisi del Boh

 

“La situazione italiana è grave ma non seria”
(Ennio Flaiano)
… ma viene da aggiungere pure un … boh?

Avrei voluto commentare la caduta del governo Conte due e l’arrivo dell’illustrissimo, esimio professor Draghi. Ma, nonostante stia scrivendo – parole che forse cancellerò prima di cliccare un invio – sono decisamente spiaggiato. Non credo sia grave non avere opinioni, per uno come me intendo. Cioè non sono un commentatore di professione, non sono un ‘proto influencer’ o ‘semi giornalista’, sono solo un cazzone di sinistra, sbandato, senza guida politica, che non risponde a nessun politburo.

Dice: ma al mondo cosa può interessare l’opinione di uno che manco ce l’ha una opinione?
Esatto, saggia domanda.

Ma imperterrito, almeno fino a quando non spingerò il tasto canc, provo a spiegarmi una condizione inspiegabile. Perché ritengo il Conte due un governo che ha avuto più positività che negatività? Forse perché siamo da oltre un anno all’interno di una crisi mondiale che ha stracciato le certezze di un ‘sistema mondo’ sul ciglio della sua autodistruzione? Forse perché una persona distinta, in doppio petto, con la riga da una parte, che non mi rappresenta, alla fine mi rappresenta pure? Al netto dei tanti errori e dei molti ministri molto sotto la soglia della sufficienza, la lotta di alcune persone per bene hanno permesso di tenerci a galla nel marasma, dei Gallera, Fontana, Salvini, Melloni e compagnia cantante. Dovessi dare un voto al governo darei un appena sufficiente, ma in un compito di una difficoltà estrema, con domande che non c’erano sul libro, e neppure si poteva attingere da vecchi appunti, perché la storia arriva a mala pena alla seconda guerra mondiale, manca tutto il secondo novecento, figuriamoci il XXI° secolo, per non parlare della fine del mondo. Non lo so se i miei ragionamenti sono di sinistra, forse sono solo scombinati e senza senso.

Dice: ma uno come te non avrebbe voluto un governo diverso?

Certo che si, avrei molti nomi, che vanno dalla sinistra moderata, all’estrema sinistra, con qualche spruzzata di liberi intellettuali anarchici, operaisti, economisti ecologisti, che poi, per cercare davvero dei nomi che mi piacciono dovrei usare Wikipedia. Peccato che in Italia le forze politiche che io voto, sommate insieme, nei mille simboli che li compongono, forse, arrivano al cinque per cento. Percentuale da estinzione che però non sarà mai agglutinata, perché noi compagni (moderni), non quelli veri di un tempo, non sappiamo aggregarci. Non abbiamo attrattiva, discutiamo nei collettivi in rete, dove abbiamo la capacità di scannarci tra leninisti e trozkisti, tra comunisti e comunisti, tra anti euro e anti Nato. Siamo morti compagni. Non so se qualcuno leggendo, e magari conoscendomi, si preoccupa della mia sanità mentale o della mia ottusa coerenza. Non fatelo, non sono una fake, sono io e per me non c’è speranza e né scelta. Continuerò a votare un qualunque partitino dell’ 1%, non ho alternativa, non ho scampo, quello sono e quello rimarrò.

Tornando a Conte, il sicario ha eseguito il suo intervento alla luce del sole, ha consegnato l’Italia nelle mani dell’unico banchiere in grado di coagulare intorno a lui un ampia rappresentanza, creando un governo d’ammucchiata che Boccaccio scansati proprio. Voleva la destra? E la destra ha avuto.
E quindi, quale era l’alternativa? Alle urne compagni, mobilitiamoci nelle piazze. A no, non si può. Attacchiamo le locandine, consultiamoci nelle sezioni. Le sezioni non esistono più e poi non si può fare neppure quello.

Dittatura! Grida il popolo.

No, un virus di merda, che non riusciamo a debellare perché prima, da sconosciuto ha fatto centinaia di migliaia di morti ed ora, perché le case farmaceutiche hanno bisogno di lucro, continua a farli.

Le elezioni sono un diritto! Guardate che lo so.

Quindi ricapitolando, meglio un banchiere, sicuramente ricco di capacità, amico di Silvio, dei Mattei, l’uno diventato europeista, l’altro spalmato a pelle di leone davanti a Montecitorio, per permettere al Migliore di pulirsi i piedi, con un governo ‘all’altezza’, dove spiccano alcuni personaggi da brivido, o meglio le elezioni? Consultazioni da fare nel pieno di una possibile terza ondata, con centinaia di morti al giorno (in Italia), senza comizi, con una campagna elettorale di una violenza immane, al netto di almeno tre mesi di immobilismo, (mentre stanno arrivando i soldi dell’Europa), con un risultato elettorale già scritto. Destra destra, più centro destra, più centro e più né destra e né sinistra.

Ma la sinistra?

Non c’è compagni, noi non esistiamo, finche rimaniamo fuori, arroccati dentro al mausoleo di Lenin non incideremo mai, ora proprio ora, dove c’è bisogno di noi, perché il sistema capitalistico si sta sgretolando, noi non riusciamo a proporre nulla che non sia litigiosità sulle sfumature da dare alla bandiera rossa. Perché? Perché non riusciamo ad aggregarci, mano aperta che si stringe a pugno, fratellanza che ci portava a dividere il pane, corpi tenuti per mano in un nuovo quarto stato, dove tutti invece di guardare al sol dell’avvenire, si guardano le mani che tengono strette un telefono dallo schermo luminoso. Perché non siamo capaci di unirci, di essere il sogno di milioni di persone come nel ‘900, perché non sogniamo più?

Troppi, perché in un mare di parole inutili.

La più grande democrazia del mondo

Mi duole dirlo ma devo ammettere che quel Donald Trump mi mancherà molto.
Ovviamente sono lontanissimo dalle panzane che albergano nel suo cervello ma confidavo convintamente nel suo operato.
Speravo davvero con tutto il mio cuore in un suo secondo, tragico, patafisico mandato così da poter vedere colare a picco – finalmente – l’impero più farlocco nella storia dell’uomo.
L’affondamento forse è già iniziato ed è ormai inarrestabile ma quasi sicuramente, con altri 4 anni di Trump, le cose avrebbero preso una piega decisamente più “accelerazionista”.
Con ogni probabilità ci estingueremo tutti quanti in tempi non troppo dilatati ma ecco, per pura soddisfazione personale, avrei tanto voluto vedere la decomposizione di quel paese privo di senso che così tanto ha fatto per portarci tutti quanti sull’orlo di questo ulteriore schifo che ci attende.
Adesso, con quella specie di verruca mezza azotata di Joe Biden là, ad abitare quella dozzinale imitazione di una villa palladiana, torneremo a sentire per un altro po’ le ormai consuete – mi si passi il termine – fregnacce sulla “più grande democrazia del mondo” – non più retta da un pazzo scriteriato, bensì da un sincero e non divisivo democratico.
Se posso dirlo: che due palle.
È da quando ho tre anni che sento ripetere ‘sta menata e per credere a ‘sta menata uno deve avere 3 anni ed essere bombato nel cervello di stupidi telefilm americani com’ero io a quell’età o – se è adulto e senziente – essere più scemo di Trump in persona.
Come se ce ne fosse stato bisogno, abbiamo visto ancora una volta come “la più grande democrazia del mondo” non sia volontariamente in grado di organizzare ciò che, anche per il me stesso 3enne del 1989, definisce una democrazia, ovvero: delle semplici elezioni dove ogni persona ha diritto a un voto, alla faccia di quegli ormai mitologici “grandi elettori”.
A questo punto ciao ciao Stati Uniti e grazie mille per i vostri artisti disadattati dal vostro vivere da completi idioti dal “tenore di vita non negoziabile”.
Possiate affondare tutti e cinquanta – o quanti siete – in tutto quel petrolio e quella coca cola e che vi possa invadere il Messico il prima possibile.
Buona settimana.

Sister Ray (The Velvet Underground, 1968)

DIARIO IN PUBBLICO
Ce l’hai la tessera?

Lentamente risorgo dai guai fisici per testimoniare questi momenti di funzione pubblica che, come già era accaduto in passato, ancora adesso, nonostante i cambi di amministrazione e altro, ripropongono l’immagine di “Ferara, stazione di Ferara” secondo l’antica abitudine.

Mi accorgo all’ultimo momento che la tessera elettorale è esaurita; quindi disciplinatamente il lunedì mattina prendo il taxi e mi dirigo all’Ufficio elettorale, dove da una parte stazionavano i richiedenti del documento e dall’altro si allungava una lunghissima fila dell’ufficio immigrazione. Esce il vecchietto disciplinatore degli uffici a cui bisogna rivolgersi e con aria seccata fa entrare due di noi e li indirizza a sinistra su per la scala. Ubbidiente mi accingo a salire i gradini e contandoli mi accorgo che sono 50! Sono appena reduce da una colica renale, ho un’età di diversamente giovane, perciò non era forse dovere indicare l’ascensore per scalare il piano? Inutile. Bocche cucite! A questo punto esplode la mia rabbia e all’annoiatissima impiegata, che mi guarda con disprezzo, urlo la mia indignazione. Silenzio. E, dopo avermi sbattuto il certificato nuovo, mi affida ad un altro burbero in camicia bianca, che si degna di accompagnarmi all’ascensore e farmi scendere. Inutile protestare dicendo che, al di là di ciò che mi serviva, la tessera era il documento necessario per esprimere la mia volontà democratica: ciò per cui mi sono battuto tutta la mia vita civile. Mentre uscivo ironicamente esprimo il mio ‘grazie’ per avermi aiutato a recuperare il documento. Il vecchietto soddisfatto mi risponde “ non c’è di che!”. Finalmente tronfio di avere i documenti prendo il secondo taxi e mi reco al seggio, naturalmente vuoto, con i giovani scrutatori ansiosamente pronti a esprimere al meglio il proprio dovere e compito, tra mascherine, lavaggi delle mani e distanziamento.

E nella mattina piena di sole m’avvio a piedi a casa, scrutando se dalla casa del nipote medico si avvertano segni di presenze animali, o se nel breve percorso ancora riconosco i pelosi della zona.

I risultati elettorali mi procurano una certa curiosità, non tanto per l’evidente tenuta del governo di alcune regioni-chiave che sembravano definitivamente perdute, quanto per l’oculatezza con cui i cittadini hanno votato. Un brivido mi coglie, quando penso come la Toscana potesse disconoscere la sua identità di sinistra. E non certo per Giani, che ben ho conosciuto e che trovavo eccessivo nelle sue spacconate anche in tempi lontani. Puoi dare fiducia a chi si è gettato per anni la notte di Capodanno dal ponte Vecchio in Arno per cosa? Ma al di là del mediocre Giani, quel che ha retto è stata la fondamentale supremazia del rosso in quella regione. L’avessimo persa sarebbe stato non grave, ma gravissimo. Almeno per me. Poi mi accingo a passare le lunghe ore a sentire i soliti noti a sproloquiare, a commentare, a giudicare. E le nottate con Mentana, Vespa, la Berlinguer, la Gruber, per citarne alcuni che ripetono all’infinito ciò che avevano enunciato domenica e ora mercoledì continuano a ripetere .

Nel frattempo arrivano decine e decine di libri su e di Pavese, che mi aiuteranno a pensare come attuabile la trasferta a Parigi in ottobre alla Maison d’Italie, l’ambasciata italiana, per degnamente commemorare i 70 anni della morte di Cesarito. In questo duro lavoro sono aiutato dall’altro pavesiano di ferro: Fiorenzo Baratelli che mi ha promesso di sollevarmi a prendere l’impresa. E non sarà facile rimuovere e collocare in scaffali atti all’uopo le centinaia di volumi. Ma già l’ho premessa che quella mèsse sarà un giorno tutta sua.

Infine una notizia importante mi comunica gioia e fiducia. La storica dell’arte Barbara Guidi, operativa a Ferrara, ha vinto la direzione del Museo Civico di Bassano. Una scelta tutta meritatissima, che stringerà sempre di più i rapporti tra Ferrara e Bassano, nell’imminenza delle celebrazioni del Centenario di Canova, che rappresenterà per me – se lo raggiungerò – il punto di arrivo del mio impegno sull’artista, in atto da più di 30 anni. Chissà.

E mentre riguardo il bellissimo numero di Studi Neoclassici che è ora in composizione quattro nomi mi ritornano in mente: Antonio, Cesare, Elsa, Giorgio.

I miei eroi di una vita.

#nonsivotaascuola
ma per la politica italiana la scuola è “l’ultima della classe”

Nella maggior parte delle regioni italiane le scuole riapriranno il 14, il 15 o il 16 settembre.
Qualche giorno dopo, le scuole sedi di seggio elettorale chiuderanno di nuovo perché domenica 20 e lunedì 21 settembre si voterà in tutta Italia per il referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari, per le elezioni dei Consigli regionali in Veneto, Campania, Toscana, Liguria, Marche, Puglia e Valle d’Aosta e per l’elezione del Sindaco in oltre 1.000 i Comuni, tra cui 19 capoluogo. Ovviamente, in caso di ballottaggio, solo in quei Comuni si rivoterà dopo due settimane cioè il 4 ottobre.
In Italia ci sono circa 60.000 seggi elettorali, di questi oltre 51.000 sono in sedi scolastiche statali quindi una percentuale altissima di scuole viene impegnata per le elezioni.

Solo quest’anno, dopo decenni, alcuni politici di diversi schieramenti hanno proposto chiaramente di votare in altre sedi che non siano le scuole (da Nicola Zingaretti a Maria Stella Gelmini).

In questi anni di grande assenteismo dalle urne, evidentemente il motivo risiede nella paura di subire, in termini di mancato consenso elettorale, l’evidente contraddizione fra il riaprire finalmente le scuole dopo il lungo periodo di lock down seguito dalle vacanze estive e dal chiuderle subito dopo, per qualche giorno, a causa delle elezioni.
La prima domanda che sorge spontanea è: si può votare in altre sedi che non siano quelle scolastiche?
La risposta è assolutamente sì perché in altri Paesi lo fanno: ad esempio: “nel Regno Unito i seggi elettorali sono spesso allestiti per strada, in posti dove la gente solitamente passa per andare al lavoro. In Olanda nel 2014 si è votato da Starbucks”. In Francia e in Germania, i seggi sono allestiti in uffici pubblici, ma anche in piazze e scuole. In Germania si può votare per lettera (Briefwahl)” (1). In Spagna si può compilare la scheda a casa (papeletas electorales) per poi consegnarla nei seggi. Da altre parti del mondo si usa il sistema telematico per il voto a distanza (a proposito di didattica a distanza…).

In Italia si potrebbe votare negli uffici pubblici, negli uffici postali, nelle stazioni, nelle palestre, nei palazzi dello sport e chissà in quali e quanti altri posti, se ci si pensasse con impegno.
La seconda ed ultima domanda è: perché certi politici, considerati i tempi brevi a disposizione, ci stanno pensando solo adesso visto che hanno scarsissime possibilità di riuscita?
Sono anni che propongo altre soluzioni perché le scuole siano sempre aperte, anche d’estate (per manifestazioni, concerti, cineforum, incontri, eventi, sagre, centri estivi, …) e soprattutto che non chiudano nei giorni prima e dopo le elezioni; di conseguenza la mia conclusione è sempre la stessa: il nostro non è un Paese che dà  Priorità alla Scuola.
Ora però è arrivato finalmente il momento che quei politici ci dimostrino se ci tengono davvero alla scuola impegnandosi a fare le leggi che servono perché… tra il progreDIRE e il contrafFARE c’è di mezzo il NorMARE.

16 Luglio, ore 17,30: appuntamento al Parco Massari

P.S. A questo proposito ricordo a chi è di Ferrara che il Coordinamento ferrarese di Priorità alla Scuola ha convocato un’assemblea per capire che scuola dovremo aspettarci a settembre, per parlare di ciò che sta succedendo a Ferrara ed immaginare quello che potrà accadere nelle prossime settimane.
L’appuntamento è per giovedì 16 luglio alle ore 17,30 al Parco Massari di Ferrara per parlare di:
– linee guida e prime conferenze di servizio;
– la situazione a Ferrara: le indicazioni dei tecnici del Comune ed il lavoro dei Dirigenti Scolastici;
– iniziative future sia a livello locale che nazionale;
– varie ed eventuali.
Il ritrovo è fissato all’ingresso del Parco dal lato di Corso Porta Mare.
L’invito è esteso a tutte le persone interessate: genitori, studenti, insegnanti, dirigenti, personale e cittadini.

(1) https://www.giornalettismo.com/dove-si-vota-negli-altri-paesi-europei/

LA SINISTRA PERDUTA E UN MATCH SENZA STORIA
Il passato di Renzi contro il futuro di Berlinguer

Sentire parlare Renzi di Berlinguer è come sentire Gelain parlare di Edson Arantes Do Nascimiento. Non è semplicemente offensivo, è fuori tema. Non c’entra nulla, sono piani contrapposti, è come scivolare sulle pendici del Montagnone seduti su un cartone e fare la discesa libera sulla Streif a Kitzbühel.
L’ex leader di un partito, che alcuni, ancora, purtroppo, imperterriti ritengono di sinistra, che con orgoglio dichiara di mai essere stato comunista, rivendicando, anche se non palesemente, le sue origini democristiane, è la vera nemesi della evaporazione dei valori di sinistra nella società italiana.
Sia chiaro, nessuna critica a chi è diverso da me, io sono il solito, anacronistico dinosauro e quindi non faccio testo. Ma è interessante analizzare, in maniera sociologica il percorso effettuato dal Partito Democratico, figlio della tradizione catto-comunista italiana, da prima della sua fondazione ai giorni nostri.
Il povero Renzi, figlio dei fantasmi dei Natali precedenti, non perde occasione per dimostrare il suo fastidio nei confronti dei rossi, ‘la lettera scarlatta! che lui e pure gli altri, rifiutano senza se e senza ma. Addirittura nel criticare Berlinguer ed il Pci addita il fatto di essere stato tra la gente, come un difetto, mettendo al primo posto la vittoria elettorale e non la rappresentanza di un popolo. Ricordo al ragazzaccio di Firenze che un Italiano su tre era comunista e che 12.600.000 nostri connazionali a metà degli anni Settanta votarono il primo partito in alto a sinistra nelle schede elettorali.
Il coinvolgimento, il sentirsi una piccola parte di una grande utopia, non ha eguali nel misero panorama politico dell’Italia di oggi.
Sarebbe bello un mondo dove i tasselli del puzzle riprendessero ad avere la loro consona collocazione.
Il Renzismo è un sepolcro imbiancato del neoliberismo attuale, il Partito Democratico è (a parere mio) un raggruppamento moderato di una destra liberale.
E la sinistra?
E’ un’altra cosa.
Non potrà mai esistere, e storicamente mai esistette, una ipotetica unità a sinistra, se non verrà fatta chiarezza su che cos’è o cosa vuole essere la sinistra italiana.
Mille anime, mille rivoli, mille raggruppamenti, che mai vinceranno le elezioni. Ma per ricreare un popolo e ritornare a parlare con quel medesimo popolo è fondamentale, partire da una vittoria elettorale? Ecco, io credo sia quello il problema. E’ come se una squadra di calcio dei dilettanti si ponga il problema di vincere la Champions.
Occorre camminare, prima di iniziare a correre.
La modernità di Berlinguer sta nelle sue idee, sta nell’aver capito che il mondo non è o bianco o nero, sta nella ottusa convinzione che gli ultimi sono la base di un qualsiasi raggruppamento di sinistra, che non si vergogna della bandiera rossa e che addirittura ne rivendica la forza trainante per il cambiamento della società.
Io ritengo legittime le posizione centriste e centripete di molti esponenti della sedicente sinistra italiana. Ma non sono le mie.
Non credo che si esca dalla crisi stando né a destra e né a sinistra, così facendo si diventa barricata, parafrasando Lenin. Semplicemente credo che l’evoluzione del capitalismo rapace, quello della mercificazione e privatizzazione del tutto, abbia fallito, così in Italia e così nel mondo.

La cosa pubblica, il welfare, il solidarismo, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” (cit.), non sono concetti superati e nemmeno ottuse paturnie di pochi trinariciuti vetero comunisti. Sono il punto di partenza o meglio di ripartenza, di una sinistra di popolo, una sinistra dell’anima, che non ha la velleità di ricostruire uno sbriciolato centro sinistra, ma ha l’obbiettivo di ricostruire se stessa.
Matteo, non volermene, ma non metterti più contro Enrico, non ne hai il fisico, sarebbe come se Patricio Sumbu Kalambay avesse voluto sfidare Muhammad Ali.
Sarebbe stato un match senza storia.

Nota: questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 15.02.2019

Il futuro non è scritto ma sa già un bel po’ di fritto

C’è una domanda che ronza in giro ormai da un po’: è possibile che ormai, in questi anni ’20 appena iniziati, gli Stati Uniti d’America stiano andando definitivamente a rotoli?
Le risposte sono poche ma le domande sono effettivamente moltissime.
Trump verrà forse rieletto a novembre per un altro spumeggiante mandato da presidente?
Come si può pensare di sfidare la personificazione dell’assurdo più inspiegabile candidandogli contro uno sfidante che si chiama quasi Joe Bidet?
Kanye West correrà per davvero pure lui per le presidenziali o è questa sua recente boutade, un’altra delle sue infinite boutade?
Queste sono sole le prime domande che ci possiamo fare osservando “il Paese leader del Mondo Libero” dopo 4 anni di presidenza Trump, una pandemia ancora in corso e i soliti cronici “problemi sociali” che “la più grande democrazia del mondo” sembra non aver mai avuto intenzione di risolvere per davvero.
Se mi faccio queste domande mi balenano nel cervello il passato remoto di un Ronald Reagan, il passato un po’ più prossimo di George W. Bush, l’imperfetto di Donald Trump e un futuro che non è scritto ma sa già un bel po’ di fritto (cit.).
Collegando questi tre puntini, devo dire che una rielezione di Trump non mi pare così improbabile.
E se una rielezione di Trump può sembrare fattibile, devo ammettere che anche la candidatura dell’autoproclamatosi “rapper-genio-gesùcristointerra” Kanye West possa sembrare non troppo assurda o almeno: assurda uguale all’ipotesi del Trump 2.
In fondo stiamo parlando di un paese in cui sugli specchietti delle macchine bisogna scrivere una frase che avverte sulle reali dimensioni di ciò che si vede nei poco fa citati specchietti delle poco fa citate macchine.
Che dire?
Che fare?
Niente, sono tempi davvero esaltanti in cui vivere addentrandoci sempre più in qualcosa che somiglia per davvero all’Apocalisse di cui un tempo si parlava con una leggera ironia.
L’importante è non perdere la passione, la forza della lucidità e – soprattutto – quel sano spirito che consente di scrutare nell’abisso per poi scatarrarci dentro, tenendosi ben pronti in caso nel caso in cui le cose, come fortunatamente avvenne in passato, possano volgere anche solo per un breve attimo “a favore” di noi comuni mortali comunemente a rimorchi di chi ormai da secoli ci rimorchia nel suddetto abisso.
Buona settimana.

The Voice of America/Damage is done (Cabaret Voltaire, 1980)

Ferrara e l’Emilia ai tempi del leghismo

E allora, come è Ferrara al tempo della Lega? L’interrogativo ricorre spesso, a porlo sono amici che in città non vivono, curiosi di capire cosa muta in una comunità in cui – dopo settant’anni – la barra del comando cambia pilota. Ma a chiederselo sono i ferraresi stessi: quelli che la Lega hanno votato per avere conferma della loro scelta e coloro che l’hanno avversata per verificare la fondatezza della loro ostilità. I più aperti, sull’uno e sull’altro fronte, pronti eventualmente a fare ammenda e riconoscere, semmai, l’errore di valutazione…
A chi me lo domanda (e a me stesso) rispondo: non molto, in effetti. D’altronde, per realizzare un significativo cambiamento quando si è ai vertici di una organizzazione articolata e complessa – come certamente è una municipalità – servono non meno di due anni. Prima di allora ogni giudizio sarà da considerarsi un’impressione o la semplice riconferma del proprio (pre)giudizio.

Le città hanno mille articolazioni, i legami sono molteplici e complessi… Fare e disfare quando ci si cimenta in un aggregato istituzionale che consorzia fra loro decine di migliaia di persone è impresa assai complessa, e le mille normative da osservare certo non agevolano il compito e rallentano i tempi di ogni intervento. Quindi, per esprimere un giudizio sensato, bisognerà attendere e vedere quale scenario urbano si definirà e come si rimoduleranno nel concreto i rapporti di forza e gli orientamenti valoriali alla fine del prossimo anno.
Di certo chi paventava – con la Lega al comando – una sorta di sbarco dei barbari sarà rimasto sorpreso dal fatto che la città non sia stata messa a fuoco già la notte del trionfo. E, per converso, chi dapprima ha sperato nel cambiamento e poi gioito del risultato elettorale, magari si rammaricherà di non vedere ancora chiari elementi di discontinuità. Ma tant’è…

Alcune considerazioni, però, si possono fare già ora, in ordine ai segnali percepiti e al comportamento dei nuovi amministratori. Il sindaco Alan Fabbri, per esempio, dimostra di mantenere un apprezzabile equilibrio, il suo si conferma il volto bonario del leghismo: non opera strappi, dispensa più sorrisi che ghigni, dà nel complesso l’impressione di voler salvaguardare un filo di continuità con il lavoro svolto in precedenza, introducendo con cautela qualche innovazione. Anche il tribale Naomo, suo vice e alter ego, volto guerriero del partito, pur restando fedele alla sua maschera, tutto sommato (aldilà di qualche – per lui – evidentemente incontenibile sparata) non ha ancora causato eccessivi danni, né ha creato troppi imbarazzi alla città (pur con qualche nefandezza inevitabilmente già all’attivo).

Ciò che invece stupisce – ma nemmeno troppo per la verità – è la persistente incapacità di quelle che fino a pochi mesi fa erano forze di governo e ora sono opposizione, di dispiegare un’azione di contrasto seria, concreta, puntuale, efficace, fatta di proposte e progetti, di sfide lanciate ai nuovi amministratori. Ci si limita perlopiù a sterili polemiche e a baruffe di palazzo.
In questo si confermano le scarse qualità del personale politico che nei dieci anni trascorsi è riuscito a disperdere un patrimonio di credibilità e di consensi accumulato fin dal dopoguerra, che aveva mantenuto la sinistra al vertice della città per quasi 70 anni; un credito dilapidato a causa di un’amministrazione miope e supponente, anonima e priva di intuizioni, di visione e del coraggio necessario per sperimentare e innovare. La stessa pochezza si esprime oggi dai banchi del Consiglio comunale: grigiore e autoreferenzialità, scarse capacità di dialogo con il territorio e le persone che lo popolano.

Alzando lo sguardo dalla palude, è inevitabile ricordare che a fine mese, in Emilia Romagna, si vota per il rinnovo del Consiglio regionale e per il Presidente.
Stefano Bonaccini (Pd) si è costruito una solida fama di buon amministratore, al punto che la Lega ha scelto come privilegiato terreno di scontro l’ancor confusa vicenda dei bimbi di Bibbiano, facendo leva più sulle emozioni che sulla razionalità e i programmi; i verdi, poi, giocano la carta Salvini come jolly pigliatutto, per spostare l’attenzione dallo scenario locale a quello nazionale. Lucia Borgonzoni al momento, però, nei sondaggi resta qualche punto dietro l’attuale numero uno. L’esito del voto avrà certo incidenza anche sul futuro del governo nazionale.
La partita è aperta, di certo l’onda di sano e genuino entusiasmo generata dall’inatteso movimento delle Sardine ha ridestato l’orgoglio dei progressisti, che nelle piazze hanno ritrovato i capisaldi valoriali che ne hanno storicamente tratteggiato il cammino. E’ questo un elemento potenzialmente decisivo ai fini del risultato, poiché la riscoperta ‘appartenenza’ potrebbe indurre a tornare a votare una significativa parte dei molti delusi della sinistra, che negli ultimi tempi hanno invece disertato le urne, contribuendo a elevare la quota dei non votanti, salita sino allo spaventoso 62 percento dell’ultima tornata alle Regionali del 2014.
Ma il clima, oggi, appare assai diverso rispetto a quello di cinque anni fa. E anche quella commistione di mestizia e paura che si respirava e si disegnava sui volti del popolo della sinistra e ancor si percepiva appena due mesi fa, oggi ha lasciato spazio ai sorrisi di una solida speranza.

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

Minarelli in versione gattopardo, ma l’autoconservazione porta alla disfatta

di Alessandra Tuffanelli

Dom. 13 Ott. 2019 – Estense.com:
“Nicola Minarelli è il nuovo segretario provinciale del Pd. […] rigenerare un partito in crisi non solo di voti. E per farlo il Pd riparte con un volto nuovo, quello di Nicola Minarelli, eletto sabato mattina nuovo segretario provinciale.”
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Mar. 22 Ott. 2019 – La Nuova Ferrara:
“Pd, Minarelli lancia Calvano e Zappaterra per il bis in Regione. Il segretario: si parte dai consiglieri uscenti, poi nomi nuovi”

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Squadra vincente non si cambia!
Alla faccia della discontinuità auspicata dal nuovo segretario nazionale e richiesta a gran voce da iscritti e simpatizzanti nei territori (o, quantomeno, da quelli che di voce ne hanno ancora un po’, tra ciò che rimane di iscritti e simpatizzanti).

Dunque, un’operazione di facciata, finta, a mio avviso. Pura simulazione di cambiamento, che però nasconde – e neanche troppo velatamente – una manovra di strenua autoconservazione di una classe dirigente che, pur gravata da un consenso che ha raggiunto i minimi storici, non accenna ad un minimo di autocritica, non arretra di un millimetro rispetto alle proprie posizioni e rimane ancorata con le unghie e con i denti ai ruoli acquisiti. Quanto sia salda quella presa lo scopriremo con certezza solo il prossimo gennaio con l’esito del voto regionale. Si finge di cambiare tutto, insomma, per non cambiare niente. Non sia mai che gli elettori ci credano ancora. Ma temo non accadrà.

Un grave errore politico quindi, a mio avviso, la scelta di riorganizzarsi e costruire una nuova proposta politica e programmatica per la regione, partendo dai consiglieri uscenti, così come lo è stata quella di confermare il candidato uscente Bonaccini. Che, al di là delle sue capacità e competenze come uomo politico e amministratore regionale, nel merito delle quali non voglio entrare qui ora, è assolutamente espressione di piena continuità con il precedente assetto del partito e soprattutto di quella ideologia renziana cui il popolo del centrosinistra ha detto no, in maniera chiara e forte, più e più volte, oramai.

Un errore che rischia di far fallire un’eventuale alleanza delle forze di centrosinistra per le prossime elezioni regionali e di consegnare, dopo la città, anche la regione in mano alle destre.

Maggioritario o proporzionale? I casi e la storia

Maggioritario o proporzionale? Governabilità o rappresentatività? Stabile egemonia di pochi partiti o frammentazione dell’espressione popolare? E’ uno dei temi caldi del momento sul sistema di voto. Cinque regioni del nostro Paese – Veneto, Sardegna, Lombardia, Abruzzo ed ora Piemonte – si sono già espresse favorevoli alla consultazione popolare con referendum abrogativo della quota proporzionale prevista dalla legge elettorale nazionale. E proprio cinque è il numero necessario per ottenere il provvedimento. Si accende ancora una volta la diatriba su una questione mai risolta definitivamente, con schieramenti agguerriti, convinti per l’una o per l’altra tesi. Non hanno convinto nemmeno le rettifiche che tentano di mediare due sistemi agli antipodi, difendendo comunque il principio di base del sistema del momento. Sono due modalità che storicamente attingono alle teorie del voto intorno al 1770 in Francia, anche se alcuni scritti di Raimondo Lullo, scrittore, teologo, astrologo, alchimista e missionario spagnolo di palma di Maiorca, scoperti nel 2001, testimoniano che egli avesse già abbozzato entrambi i metodi nel XII secolo. L’epopea del sistema proporzionale continua nel ‘900, sulla spinta delle grandi formazioni politiche di massa, centriste popolari e sinistra socialista; il Belgio risulta il primo Paese ad applicarlo nel 1900. E’ una scelta che permette di fotografare le suddivisioni politiche offrendo una rappresentazione parlamentare il meno distorta possibile e va a tutelare le minoranze come, nel nostro caso italiano, il Südtiroler Volkspartei altoatesino, sebbene anche con il sistema maggioritario i partiti regionali di largo consenso locale, fortemente radicati sul territorio, possono trovare una loro rappresentatività nell’arco parlamentare, uscendo indenni o rafforzati dalle urne. Sull’adozione del sistema maggioritario o proporzionale la Storia ci racconta molto, basti pensare all’esperienza della Repubblica di Weimar, nata dalle ceneri della Germania distrutta nel 1919 e morta nel 1933, con l’ascesa al potere di Adolf Hitler. I riferimenti al sistema proporzionale con cui avvenivano le elezioni è troppo forte per ignorarne gli effetti; un sistema voluto convintamente da da Hugo Preuss, uno dei padri della nuova Costituzione, che introdusse anche il sistema automatico con il quale a ogni partito concorrente veniva assegnato un deputato per ogni 60.000 voti acquisiti. Con ciò si creava un legame imprescindibile tra i componenti della Camera e l’afflusso dell’elettorato, rendendo estremamente dinamiche e democratiche le elezioni. Ma le maggioranze parlamentari non funzionarono e operavano in perenne stato di crisi; le mutevoli composizioni del parlamento e del governo resero ingovernabile lo Stato tedesco dove il “governo effettivo dei partiti” teneva sotto scacco le istituzioni, testimoniando giochi politici per la dominanza o il soddisfacimento di interessi. Neppure la maggioranza al governo era compatta in una visione comune sulle questioni politiche, sociali e culturali. Il sistema elettorale proporzionale e le coalizioni ballerine e instabili resero i governi inefficaci nelle decisioni, minando l’equilibrio tra poteri e garanzie costituzionali. Una base traballante sulla quale non poteva svilupparsi alcuna strategia politica. Nel panorama politico tra il 1919 e il 1932 nella breve vita della repubblica di Weimar i governi parlamentari che si susseguirono furono 20: la durata minima appartiene al governo Stresemann nell’ottobre 1923, durato in carica per 48 giorni, che segue il governo Stresemann del 13 agosto 1923 durato 51 giorni. Il più longevo governo appartiene a Müller, che governò dal 29 giugno 1928 per ben 636 giorni, neppure due anni. Le falle del sistema si manifestarono in tutta la loro evidenza nel 1930, quando si rafforzarono i nazionalsocialisti e le debolezze della socialdemocrazia manifestarono ormai labili confini. Le accuse reciproche tra socialdemocratici e comunisti resero impossibile la costruzione di qualsiasi forma di comune impegno. Ma con tutta probabilità era già troppo tardi per impedire l’affossamento della democrazia tedesca. L’incapacità di trovare un comune denominatore è il vero dramma weimariano, la mancanza di “autorevolezza” e istanze decisionali forti condussero al baratro. Da qua in poi, è storia fin troppo nota: nel 1932 Hitler manifestò il proposito di assumere la leadership del governo e i pieni poteri, per il controllo dello Stato. Nel gennaio del ‘33 fu nominato Cancelliere dal Presidente Hindenburg e a febbraio le testate giornalistiche e le libere manifestazioni di pensiero e opinione avversarie furono soppresse. Interessanti le pagine autobiografiche di Otto Braun – ministro dell’Agricoltura, Demanio e Foreste, nonché Presidente dei ministri della Prussia dal 1920 al 1933, denominato dai nemici “zar rosso della Prussia”- che accompagnano come una marcia funebre le sorti della Repubblica di Weimar. Egli registra pagina dopo pagina con minuziose note, gli andamenti dei governi, non lesina sulle accuse di autoreferenzialità dei partiti maggiori, l’arroganza politica dei singoli partiti nel costruire coalizioni, la scarsa simpatia degli elettori per una politica arrendevole che sfugge costantemente alle responsabilità. Il grande esperimento di Weimar rimane comunque agli annali della Storia per quelle riforme sociali e quelle trasformazioni epocali di carattere culturale che hanno lasciato il segno anche dopo l’orrore nazista. Molti diritti e istituzioni che oggi sono normali in tutti i paesi democratici nascono proprio in quei giorni, affermando la priorità del sociale, edificando un welfare coraggioso per l’epoca, promuovendo garanzie sociali che meritano rispetto, voluti da una Costituzione illuminata che rimane punto fermo per tutte le democrazie moderne.

TACCUINO POLITICO
“Aprire porte e finestre”… Qualche domanda a Massimo Maisto e al Pd ferrarese

Ho partecipato alle primarie del Pd e ho votato Zingaretti. L’ho fatto mosso dalla speranza che si voltasse pagina rispetto al passato recente e meno recente. Al netto dei cambiamenti politici nazionali innescati dal ‘colpo di sole’ ferragostano di Salvini mi pare che il ‘cambiamento’ del Pd sia ancora prigioniero di belle parole, ma scarso di fatti. Ormai Zingaretti non ha più alibi dopo l’uscita di Renzi dal Pd. Prendiamo una parola d’ordine che è stata il motivo dominante della sua elezione a segretario: bisogna aprire porte e finestre per fare entrare aria nuova. Se prendo in considerazione la preparazione del congresso della Federazione Pd di Ferrara, mi sento di dire che le porte sono state tenute sprangate con le finestre ben chiuse con doppi vetri. Facendo salva la mia stima per Massimo Maisto, gli rivolgo alcune domande.
1 – Dopo la catastrofe generale che ha investito il Pd nazionale il 4 marzo 2018, è presente ai dirigenti locali del Pd la sconfitta storico-epocale subita nelle elezioni amministrative locali? E’ falsa e consolatoria l’interpretazione che accolla al ‘vento nazionale’ la causa della sconfitta ferrarese, perché in altre città emiliane il centro-sinistra ha vinto. E’ quindi evidente che ci sono seri motivi locali da esaminare per capire le cause della debacle e che riguardano i temi programmatici, i responsabili politici e gli amministratori del Pd. Domanda: può rappresentare il futuro del Pd dentro il Consiglio comunale il candidato sconfitto alle elezioni? Ne state discutendo nei congressi in corso?
2 – Le vecchie culture politiche che vengono dal Novecento si sono sfarinate. Con che cosa le sta sostituendo la sinistra del tempo della ‘meglio gioventù’ di Greta? Zingaretti parla di idee nuove e nuove pratiche. Quali? Si tratta di idee generiche e di pratiche assenti perché il partito nei territori non esiste più da anni. Caro Massimo, a fronte di questa realtà perché non avete organizzato iniziative preparatorie ai congressi aperte all’associazionismo culturale la cui vitalità e ricchezza conosci bene come ex assessore alla Cultura? Parlo come Presidente dell’Istituto Gramsci che da quasi dieci anni organizza cicli di eccellente qualità culturale sui temi della democrazia, libertà, Europa, globalizzazione, e che continua ad essere ignorato dal Pd. Come pensa di cambiare e di ricostruire una presenza forte nei territori il Pd ferrarese se non si apre in modo permanente alle idee e alle persone che compongono l’arcipelago plurale dell’associazionismo di area di sinistra?
3 – In estrema sintesi conclusiva… Sono preoccupato per l’autoreferenzialità di una classe dirigente che continua a passare da una sconfitta all’altra senza mai fare i conti con le cause profonde che le hanno determinate e che hanno radici lontane, ben oltre l’era di Renzi. Se svolgo queste aspre riflessioni è perché ho sempre considerato indispensabile la presenza di un grande partito della sinistra. Nessun movimento (o lista elettorale) civico/a potrà incidere nel medio-lungo periodo in assenza di un rinnovato, forte e organizzato partito democratico. Non dovremmo mai dimenticare che il ribaltone governativo è ‘merito’ di Salvini e non di un mutamento negli orientamenti nella società civile. Salvini può passare, ma il consenso che rappresenta la Lega non è una parentesi, come non lo era il fascismo nonostante lo pensasse Benedetto Croce. Aveva ragione negli anni Venti del secolo scorso il giovanissimo Piero Gobetti a definire il fascismo ‘l’autobiografia della Nazione’, così come oggi lo è la Lega rispetto ad una parte larga dell’opinione pubblica nazionale. Senza una nuova azione culturale e civile diffusa e continua dentro la società non ci sarà astuzia tattica o demonizzazione dell’avversario che ci potrà assicurare un futuro. Si potrebbe cominciare raccogliendo l’invito del giovane Leopardi: “Convertire la ragione in passione…”.

DIARIO IN PUBBLICO
Poltrone, ansia pubblicitaria, cataclismi

In questi giorni di attesa, attaccato come non mai alla tv per aspettare la soluzione finale, mi accorgo, della incredibile e certo non voluta significanza della pubblicità che interrompe le maratone di Mentana. Tutte si riferiscono a poltrone per anziani e invalidi, altre a sofà di una nota marca. Allora: c’è un significato nascosto oppure la poltrona pubblicizzata crea un sottile rapporto su quel che succede in politica? La poltrona oggetto del desiderio e della comodità.

La mia perfidia intellettuale mi spinge oltre, per esempio ad osservare attentamente le posture, le camminate, gli ingressi e le uscite degli uomini (meno le donne non costrette alla divisa) che forse ci governeranno. Le giacchette (alla toscana) si striminziscono sempre di più fino a formare una specie di sacca nell’unico bottone che si può allacciare; i pantaloni a tubo – si diceva ai miei tempi – lasciano libero sfogo alle ‘fette’ enormi di solito che si muovono a ritmo marziale mentre le delegazioni entrano ed escono a ritmo affrettato con spalluccia in avanti. Lentamente tramontano le barbe che ora scompaiono dalle gote d’Orlando e rigogliosamente s’infoltiscono in quelle di Franceschini. Il Capitano sfoggia le mises più incredibili e il labbrone s’atteggia a ironica sapienza. Si trascinano enormi sacchi e si levano e s’indossano caschi da moto come se fossimo ad una corsa ad Imola. Qualcuno, novità molto apprezzata, arriva in taxi che è segno di democrazia sociale mentre braccato dai giornalisti emette  frasi sibilline prontamente recepite dall’uomo con la penna alle labbra che non ho mai capito chi fosse, o dalla curiosità di un ragazzotto paffuto che ha i capelli come un misto fra quelli di Trump e del premier inglese Johnson.

Sempre più spesso invoco pietà dai comunicati che a ritmo convulso vengono sparati al ritmo di uno al minuto.

Riprendo la cronaca sabato 31 agosto quando dopo le durissime dichiarazioni del cioccolatino Mozart-Di Maio – e lo sconcerto del sempre più frastornato Pd – il Conte corre tra le braccia di Mattarella (poverino!!! Matta naturalmente) a sussurrare e a gridare la sua impotenza. Lo sbuffo della giacchetta si sgonfia; il ciuffetto ribelle viene lisciato e ricomincia “la Ronde” metafora totale della vicenda narrata nel meraviglioso film di Max Ophuls dallo stesso titolo: “La storia è tratta dalla famosa commedia di Arthur Schnitzler ed è un girotondo d’amori che cominciano e si concludono con una piccola prostituta passando per un soldato, una cameriera, un signorino di buona famiglia, una signora, il marito di lei, una sarta, un poeta, una attrice, un ufficiale”. Divertitevi se riuscite a sostituire alcuni personaggi politici con quelli del film ovviamente cancellando la differenza dei sessi.

E così sarà per tutto il giorno mentre immagino il buon Mentana che si strappa le vesti perché non può fare la sua maratona.

Cataclismi ambientali intanto ammorbano l’aria e non solo metaforicamente. La mancanza d’ossigeno getta a riva enormi quantità di pesci morti sui littorali dei Lidi comacchiesi e naturalmente comincia la caccia del popolo scemo che armato di retini si porta a casa cadaveri piscatorii in attesa di farne una bella ‘magnada’. Meno male che ho lasciato le aure non profumate del ‘Laido’ prima dell’ecatombe.

Qui al di là della polemica sulle panchine l’afa rende immobile la città dei Buskers. Tutto tace in attesa degli ‘eventi’ che si concluderanno quando anche questo diario sarà pubblicato ed io dichiarerò pubblicamente che se si andrà al voto sceglierò l’unica persona che ai miei occhi ancora conserva dignità e carisma. Vale a dire Emma Bonino.

Crisi di governo: meglio le elezioni di un altro pasticcio

Le cose non vengono per caso. Nello stesso giorno, mentre al Senato va in scena l’ultimo atto dell’ex governo del cambiamento, si chiude la lunga odissea della Open Arms con lo sbarco immediato degli ultimi novanta migranti. Naturalmente l’emergenza continua e c’è da chiedersi che ne sarà dei 356 imbarcati sulla Ocean Wiking e della feroce politica dei “porti chiusi” e della “sacra difesa dei confini” che ha rappresentato il fulcro della fortunata propaganda malpancista del dimissionario Ministro degli Interni. Qualcuno a sinistra ha una credibile politica alternativa per riaprire le porte alla immigrazione legale e impostare un serio confronto con gli altri stati europei? Io non riesco ancora a vederlo.
Mentre il mazzo di carte torna nelle mani del presidente Mattarella – e tutti si appellano alla sua sapienza e prudenza istituzionale – il commento unanime sui media è che questa volta Matteo Salvini abbia toppato, sbagliando clamorosamente i tempi e i toni e cacciandosi alla fine in un vicolo cieco. La prova ultima sarebbe il ritiro da parte della Lega della mozione di sfiducia presentata pochi giorni prima e l’estremo tentativo di una ricucitura con l’alleato pentastellato. “Fuori tempo massimo”, hanno risposto in coro gli esponenti del Movimento 5 stelle.
E’ quindi finita la grande ascesa di Salvini? Si romperà quell’incantesimo che ha permesso alla Lega di vincere una dopo l’altra le elezioni (europee, regionali, municipali) e di arrivare a sfiorare il 40% nei sondaggi? Basta guardare le piazze piene di folle acclamanti che in tutta la penisola accolgono il grande capo leghista per rendersi conto che Matteo Salvini non solo resterà in campo ma continuerà ad essere il protagonista indiscusso attorno a cui ruoterà la scena politica italiana. A maggior ragione se in autunno si tornerà a votare.
A meno che Mattarella… Non sono un esperto e nemmeno un indovino, ma l’unica alternativa alle elezioni anticipate sembra davvero poco praticabile. Diventa difficile pensare che da questa crisi al buio possa sortire un governo con un programma credibile e condiviso, capace di portare a termine la legislatura. Il governo giallo-rosso, la strana alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, pur sponsorizzata da Renzi e da Prodi, si presenta come un esercizio di acrobazia politica. Una soluzione ancora più complicata e pasticciata del passato governo giallo-verde
C’è in realtà un’unica vera ragione – che tutti sanno ma che nessuno dice, né il Pd né i 5 Stelle – che favorisce, almeno in teoria, la somma giallo-rossa e la formazione di un nuovo governo. Non è certo la vicina scadenza di una Finanziaria lacrime e sangue e il probabile e paventato aumento dell’Iva: perché, al di là dell’allarme generale, nessun partito ha una ricetta per uscire dal buco nero dei nostri conti in rosso. E non è nemmeno la conclamata volontà grillina di portare a termine l’iter per il taglio del numero dei parlamentari. L’unica cosa che oggi accomuna Pd e 5 Stelle è la paura delle elezioni anticipate; una paura matta (quasi una certezza) che la destra, e la Lega in particolare, capitalizzi il consenso degli ultimi mesi e faccia il pieno di voti.
Naturalmente Pd e 5 Stelle si dichiarano prontissimi al confronto elettorale. Giurano di non badare a interessi di bottega e di avere a cuore solo il bene del Paese. Ma queste sono cose che si devono dire, ritornelli che lasciano il tempo che trovano. La vera posta in gioco, la vera grande preoccupazione è impedire a Matteo Salvini di stravincere le elezioni anticipate e diventare Presidente del Consiglio.
Il tempi della crisi sono strettissimi e Mattarella ha giustamente una gran fretta. Se anche dovesse partire una trattativa tra Pd e 5 Stelle, non avranno a disposizione due mesi come quelli che servirono per scrivere il famigerato contratto tra Salvini e Di Maio. Se alla fine vincesse la grande paura (di perdere le elezioni anticipate) e si arrivasse comunque a un accordo giallo-rosso, c’è da scommettere che il nuovo governo sarà diviso e litigioso come o più di quello che lo ha preceduto. Con una prospettiva di vita molto breve.
Matteo Salvini è stato il coautore e il principale protagonista dello sciagurato governo giallo-verde, ma questa volta ha ragione. Piuttosto che un altro pasticcio, meglio le elezioni subito. Piuttosto che arrendersi alla paura, meglio affrontarsi in campo aperto.

Elezioni a Ferrara: destra ferma ai voti del 2009, il Pd ha perso nelle roccaforti. Ora serve l’orgoglio della sinistra

Non mi sono mai piaciute le analisi politiche troppo sofisticate, forse per invidia verso chi le sa fare davvero. E ho sempre pensato che le analisi, anche se complesse, debbono portare a facili sintesi, altrimenti non servono a niente.
Per questo preferisco parlare dei risultati elettorali di Ferrara con amici che se ne intendono più di me e che guardano i valori assoluti e non le percentuali. Perché, come dicevano i nostri vecchi, “le percentuali vanno bene la sera in televisione ma, se vuoi capire quanto hai davvero guadagnato o quanto hai perso, devi guardare i numeri veri, seggio per seggio”. Da quel che ho saputo vien fuori una prima sintesi molto netta e semplice: se è vero che la destra a Ferrara ha complessivamente preso gli stessi voti che aveva ricevuto nel 2009 (quando il sindaco di centro-sinistra è stato eletto, sia pur al ballottaggio, con ampio margine), allora non è la destra che ha vinto le elezioni, è la sinistra che le ha perse. A partire dai quartieri tradizionalmente popolari e storicamente di sinistra (non dal Gad, per intenderci).
Questo un primo punto. Non l’onda lunga populista e xenofoba, quanto una marea calante a sinistra. Il “nostro” elettorato, presumibilmente deluso e forse anche peggio, non ha votato la Lega: non ha votato e basta. Se questo è vero (e i dati sembrano inconfutabili), significa che la responsabilità della sconfitta ricade soprattutto sulla sinistra e sul partito che è stato il baricentro della sinistra negli ultimi 15 anni, cioè il PD. Quel gruppo dirigente, infatti, pur avendo avuto forti avvisaglie di quel che stava per succedere nella propria città, non ha voluto o non ha saputo cambiare rotta: la differenza tra le due ipotesi è minima. E ha gestito le elezioni come se dovesse sfruttare un’antica rendita di posizione, piuttosto che fare i necessari investimenti innovativi (sulla politica e sulle persone). Un gruppo dirigente che invece di allargare il fronte del consenso fuori di sé lo ha ristretto alle burocrazie interne. Un gruppo dirigente che, pur essendo giovane, non ha intercettato i nuovi bisogni e le nuove domande della nostra comunità. Limitandosi a ripetere ciò che di buono è stato (sicuramente) fatto in questi anni, senza rispondere al “di più” che veniva richiesto.

Tuttavia, per non giocare a scaricabarile, è giusto dire che questa perdita di sensibilità politica sui bisogni delle nostre comunità non nasce negli ultimi anni. E che non è (solo) responsabilità dell’attuale gruppo dirigente del PD o di coloro che sono stati “bersaniani” la mattina, “renziani” il pomeriggio, “zingarettiani” il giorno dopo, pur di restare in pista e nascondere la loro acerba esperienza dietro l’appartenenza a una corrente. Quel che non ha funzionato è probabilmente (anche in questo caso preferisco una sintesi forte) la miscela costitutiva del PD, ove la somma di due esperienze politiche (quella ex democristiana e quella ex comunista) non ha mai prodotto una nuova cultura di sinistra più larga e più innovativa. Qui non ho dati oggettivi cui riferirmi: solo sensazioni e delusioni, lo confesso.
Io sono stato molto favorevole al progetto di costituzione del PD. A quei tempi ero sindaco in carica e pensavo: “Ma perché mai io e il mio vice sindaco, che lavoriamo bene insieme tutto il giorno, la sera dobbiamo andare in differenti sedi di partito e litigare fra noi per quattro nomine?” Ma il PD non è riuscito a superare questa separazione iniziale fra interessi delle diverse componenti costitutive ed è finito persino per amplificarla. Il PD (anche locale, non solo locale) non è diventato l’amalgama della nuova sinistra di cui c’era grande bisogno (dopo la caduta del muro e dopo tangentopoli) ma solo un luogo in cui le vecchie famiglie politiche si misuravano e dividevano il potere residuo. La mancata sintesi culturale (e organizzativa) è avvenuta prima dell’arrivo di Renzi e ne ha facilitato il successo. E anche lo sperpero delle competenze a vantaggio del criterio della “fedeltà” è iniziato prima del renzismo. Con Renzi, la supremazia dentro il PD della componente non comunista è diventata dominante: sia a Roma che in Emilia, che a Ferrara. Ed è iniziata la “rottamazione” del gruppo dirigente in carica, sostituito dai famosi “cerchi magici”, che di magico avevano ben poco.

Vorrei precisare: io non ho nulla contro il fatto che a un certo punto una generazione più giovane mandi a casa i più vecchi, specie se sono imbolsiti. Ma se i giovani non sono in grado di leggere il cambiamento e allargare il consenso allora (poche frottole!) si tratta di semplice successione dinastica, non di rinnovamento. Non dico che in politica e nelle istituzioni debbano essere introdotti i concorsi per titoli, ma quando il curriculum e l’ esperienza sono molto scarsi, allora il rinnovamento diventa un terno al lotto non un investimento sul futuro. E si lascia spazio a una concorrenza di ancor più basso livello. In molti casi, anche localmente, si è preferito puntare su apprendisti della politica benedetti dall’alto e improvvisate cordate, piuttosto che non sulle competenze dimostrate.

Ma vorrei essere più autocritico che critico. Se queste considerazioni sul PD hanno un fondamento, i nostri vecchi (che distanza tra loro e noi… di sapere, saper ascoltare e saper fare…) avrebbero detto: “inutile che ve la prendiate con chi è diventato padrone di casa, la responsabilità è vostra che gliene avete dato la possibilità senza gnanch dir bao…” E io penso che avrebbero ragione. Anche se non so dire perché questo sia accaduto: se per il declino inesorabile della cultura ex comunista (seppure nella versione riformista e democratica italiana) o per la indiscussa supremazia “gestionale” della componente ex democristiana, oppure per un diffuso opportunismo dei singoli. Sta di fatto che un buon numero di dirigenti PD di grande esperienza e intelligenza hanno preferito confondere il vecchio con il nuovo e si sono messi “al servizio” di un PD meno sociale e più “social”. Un partito in cui, come qualcuno ha detto, “sono più importanti gli elettori che gli iscritti”: ecco, appunto… Per non dire di quei dirigenti che sono scappati dal PD sperdendosi nel nulla invece che far valere all’interno le loro idee e dare battaglia.
Non soffro di nostalgia, ma se qualcuno mi chiedesse: “in cosa le due culture costitutive del PD all’inizio si differenziavano?” Io risponderei che (almeno qui in Emilia) la cultura ex-comunista ha sempre cercato di anteporre il progetto comune alla carriera del singolo, il “cosa è necessario fare” al “che vantaggio ne potrei trarre”. Questa etica, che era inizialmente dominante (malgrado tutte le battaglie e gli scontri anche personali), si è andata progressivamente annacquando e non ha mai permeato di sé il PD. Alla fine, come dicono gli economisti, la moneta cattiva ha scacciato quella buona e il progetto personale o di piccola squadra ha fatto ombra su quello politico.
Su questo punto ognuno può avere opinioni più sofisticate e ricche delle mie. Io mi limito a dire che gli ex “democratici-cristiani” (con il rispetto per molti di loro, cui mi lega vecchia e sincera amicizia) da soli non hanno mai vinto le elezioni a Ferrara. Perché avrebbero dovuto vincere le ultime? Se nemmeno il loro più alto rappresentante (uno dei migliori ministri italiani della cultura) è riuscito a vincere le sue?

Ecco allora le mie “semplici” conclusioni. Nessun rigurgito tardo comunista, no. Ma spetta a quel po’ di sinistra progressista che è rimasta in vita credere che si può rimontare la china: purché si torni a un progetto collettivo, partecipato, condiviso in cui siano gli obiettivi generali a dominare sulle ambizioni personali e non il contrario: l’etica sulla politica politicante, il bene comune sulle carriere, il disegno sulla gestione quotidiana. Che si torni al “sapere ascoltare e saper fare”, perché non è dal numero delle dimissioni che si misura la volontà di cambiamento. E non credo che sia un, seppure auspicabile, prossimo congresso del PD a risolvere il problema.

Lo confesso, anche se è difficile da costruire: sogno un congresso di “coalizione progressista” che si svolga a partire da un ascolto sociale diffuso e dalla definizione di un progetto condiviso sul futuro della città. Non saranno i probabili svarioni della nuova giunta a riconsegnarci il consenso elettorale se i cittadini non torneranno a considerarci un interlocutore attento e affidabile.

La versione di Mario: come e perché il centrosinistra ha perso il sindaco

da: Mario Zamorani (Coordinatore +Europa di Ferrara)

1. Un sistema di potere al capolinea
Un’ampia maggioranza di ferraresi ha detto basta al sistema di potere e di poteri della nostra città. Un sistema in toto rappresentato dal Pd. Malgrado un bravo sindaco uscente che pure ha commesso importanti errori che non gli sono stati perdonati.

2. Eppure il sole sorge ancora
Molti pensavano che dopo la vittoria della Lega avremmo vissuto invasioni di cavallette o altri disastri biblici, ma a Ferrara il sole sorge ancora, come tutti gli altri giorni. Anche se sembra prudente controllare la mattina.

3. Progetto Fusari
Quando 2 anni fa abbiamo concepito e poi nell’ottobre 2018 prima lanciato e poi contribuito a far decollare il progetto Fusari, non sapevamo che questo progetto, anche per le qualità di Roberta Fusari, avrebbe impedito, come è stato, lo schiaffo della vittoria di Fabbri al primo turno.

4. Ripetuti interventi di +Europa Ferrara e dei Radicali per evitare la sconfitta
+Europa Ferrara è intervenuta con varie e ripetute proposte finalizzate ad evitare la sconfitta, mai ascoltata. Qui sono riportate solo alcune delle principali, paurosamente numerose. Qua e là sono riportati stralci presi da estense.com.

5. 2014, elezioni comunali
Alle comunali del 2014 proponemmo una lista elettorale che nel simbolo enunciava quello che era già possibile vedere, l’annuncio di una fine se non si fosse intervenuti con evidenti discontinuità: serviva la preparazione di un’altra Ferrara. Avevamo cercato di dirlo, cinque anni fa, di avvisare. Nel simbolo elettorale era scritto: dopo 68 anni – un’altra Ferrara. Poteva essere un’altra Ferrara preparata dal centro sinistra o questa che abbiamo: in assenza della prima è arrivata la seconda.

6. Settembre 2015, presentate alcune petizioni, in parte rimaste senza risposta
Presentate alcune petizioni a termini di Statuto e Regolamento del Comune. A varie delle nostre petizioni non è stata neppure data risposta (per altro obbligatoria). Ad esempio a questa: “I sottoscritti cittadini chiedono che l’amministrazione comunale si attivi per disegnare un Progetto Ferrara: a maggior ragione in quanto quest’anno ricorre il ventennale di Ferrara città Parimonio dell’Umanità. Progetto che, a partire dalla definizione di identità e ruolo del nostro territorio, disegni la città del futuro, per un’idea di città di qui a 20 anni, coinvolgendo nel progetto figure di alta professionalità in molteplici campi, personalità capaci di ideazione, in particolare urbanisti, economisti, scienziati, storici, filosofi, psicologi, sociologi, ambientalisti, poeti, artisti, creando inoltre i presupposti per la partecipazione attiva dei cittadini ferraresi, prefigurando una smart city che dialoga su se stessa e aperta al futuro”. Ma se la nostra proposta fosse stata considerata e approfondita, quindi attuata, oggi ci troveremmo a parlare della sconfitta? L’autoreferenzialità prevalse.

7. Giugno 2017: un questionario sulla Gad
“Complessivamente la zona Gad è uno dei problemi di questa città. Che riguarda la qualità della vita di chi vive e frequenta quella zona di Ferrara”: così dicevamo, e lanciammo “una proposta prima di tutto politica alla giunta”. Chiedevamo una consultazione popolare tramite questionari, modalità prevista dallo Statuto comunale; aggiungendo: “in primo luogo è necessario fare le domande giuste ai cittadini. Senza ipocrisie, per capire che cosa genera disagio e insicurezza, prestando attenzione alle risposte. Poi andrà coinvolto un numero alto di persone. Penso almeno a qualche migliaio di risposte”. So che la nostra proposta fu discussa in giunta e respinta. Se le cose fossero andate diversamente sarebbe possibile pensare a differenti risultati elettorali.

8. XX settembre 2017, laicità della politica
Proponemmo: “un particolarissimo incontro incentrato sul significato della laicità; si terrà mercoledì 20 settembre in Municipio, nella sala dell’Arengo alle ore 17. Tutti sono invitati a partecipare e tutti avranno 5 minuti per dare la loro personale definizione di laicità, in un fluire, laico, di opinioni anche fra loro differenti”. Come sempre a fronte di nostri stimoli nessuna risposta dal Pd. Ora, la questione della laicità della politica, cioè il contrario dell’autoreferenzialità, esplode. E oggi viene detto in sede di analisi della sconfitta : “Prendiamo atto che abbiamo tutelato più il sistema che il cittadino” (Ilaria Baraldi). Molti, davvero molti gli argomenti di cultura politica da noi sollevati nel corso di numerosi incontri pubblici negli ultimi anni: quasi sempre senza riscontrare attenzione o interesse da parte del Pd.

9. Appello inascoltato, marzo 2018
«Un ‘appello’ per far ripartire il centrosinistra», «+Europa organizza un incontro per un “cambio di direzione” dopo la sconfitta elettorale».
«Ascoltare e coinvolgere maggiormente i cittadini, cambiare radicalmente direzione e abbandonare atteggiamenti supponenti verso l’esterno e le litigiosità interne. È questo il succo dell’appello che Mario Zamorani e Paolo Niccolò Giubelli della lista +Europa con Emma Bonino lanciano al Pd e al centrosinistra, dopo la pesante sconfitta elettorale. Appello che sarà al centro di un incontro in programma giovedì 15 marzo». Appello, naturalmente, inascoltato. Erano troppo impegnati a tutelare il sistema.

10. Primavera 2018: ascolto dei cittadini
Nella primavera del 2018 con Roberta Fusari e Daniele Lugli, dopo la sconfitta del Pd alle elezioni politiche, proposi al Pd un grande progetto impostato sull’ascolto di molte migliaia di cittadini, tramite un apposito questionario, in modo da comunicare ai ferraresi l’interesse e la volontà di ascoltare le loro istanze; anche per comunicare la fine dell’autoreferenzialità del potere ferrarese. Lugli aveva anche preparato nel dettaglio le domande, che nelle nostre intenzioni dovevano essere diffuse sia online, sia su carta. Lo proponemmo al segretario provinciale e alla segretaria comunale del Pd. Dopo un po’ di batti e ribatti, dopo considerazioni poco convinte da parte loro, non se ne fece niente e decisi di ritirarmi. Ancora oggi credo che quel progetto avrebbe potuto invertire un trend che appariva già allora perdente.

11. Luglio 2018: primarie
A luglio 2018 raccogliemmo firme per chiedere le primarie di coalizione con regole condivise. Dei vari partiti o movimenti a me noti non venne nessuno a firmare; si presentarono solo persone comuni, con la sola eccezione di Roberta Fusari. Per altro in quel periodo ricevetti ben due telefonate dal segretario provinciale del Pd che mi chiedeva di sospendere la raccolta di firme. Naturalmente dissi che non l’avremmo fatto. Anche in quel caso non se ne fece niente visto che nessuno mostrava il minimo interesse. Tutti sanno che poi la fase delle candidature nel centro sinistra avvenne in forme che definire disordinate è un eufemismo. Ancora oggi sono convinto che se quella fase si fosse svolta in modo ordinato, ad esempio con primarie di coalizione, il risultato poteva essere diverso. Sicuramente migliore.

12. Luglio 2018, il Pd ha bisogno del vostro aiuto
Verso Ferrara 2019. Baraldi: “Il Pd ha bisogno del vostro aiuto”
Appello della segretaria comunale durante l’incontro organizzato dai Radicali
Una analisi della crisi del centro sinistra in Italia e in Occidente con lo sguardo rivolto alle elezioni amministrative ferraresi e a quelle europee in programma il prossimo anno. È questo l’obiettivo dell’incontro organizzato dai Radicali Ferrara dal titolo ‘Il mondo della cultura parla alla politica’.
Un momento che, come spiega lo storico rappresentante Mario Zamorani, vuole essere “l’inizio di un percorso, che merita un approfondimento, verso le elezioni amministrative a Ferrara in una situazione nuova e molto complessa. In Occidente siamo di fronte ad un enorme e velocissimo cambiamento di paradigma, che è presente dappertutto, e questo impaurisce ed angoscia i cittadini. Noi dobbiamo provare a curare la loro angoscia e superarla per evitare che si trasformi in comportamenti non corretti”.
Tra il pubblico è presente anche la neo segretaria comunale dei dem Ilaria Baraldi che, chiamata in causa, interviene non risparmiando critiche anche alla azione del suo partito: “Un po’ il Pd deve pagare pegno e non ci si deve vergognare di dirlo quando ci si accorge di avere sbagliato. Dai dati forniti dall’Istat non dobbiamo nascondere che le politiche di questi anni su povertà e disuguaglianze non hanno prodotto i risultati che aspettavamo: non abbiamo usato gli strumenti adeguati”.
La consigliera comunale chiede quindi collaborazione in vista delle elezioni del prossimo anno. Il Pd è l’ultima questione in campo, ma se secondo voi questa città merita di rimanere una comunità, con tutte le difficoltà, abbiamo bisogno del vostro aiuto”. Peccato che in seguito la stessa abbia ripetutamente respinto le nostre proposte e anzi ci abbia pesantemente attaccato. Laicità e politica, cultura e politica: i grandi assenti.

13. Ottobre 2018 Candidatura Fusari, subito stroncata
Nell’ottobre 2018 abbiamo formalmente lanciato la candidatura di Roberta Fusari, che in seguito (novembre) accettò di candidarsi a sindaca. Subito interviene la segretaria comunale del Pd che afferma: «temo che non abbia attribuito il giusto significato alla parola cambiamento“, e «non è sicuramente quello che intendiamo quando parliamo di cambiamento e civismo». Ma qual era l’autorevolezza del Pd in materia di civismo? Boh. Già in quella fase enunciava tutta la sua contrarietà ad una possibile candidatura di Modonesi. Oggi sostengo che se al ballottaggio con Fabbri fosse andata Fusari (se sostenuta fin dall’inizio dal Pd) forse le cose sarebbero andate diversamente. Del resto tra primo e secondo turno so che erano in tanti a pensarlo. Forse avremmo vinto, e in caso di sconfitta di certo avremmo perso con minor margine.

14. Novembre 2018: non sosterremo mai Modonesi
A novembre 2018 nel corso di un incontro non riservato e in presenza di altre organizzazioni, incontro da lei organizzato, la segretaria comunale del Pd ci disse: non sosterremo mai Modonesi. Quando poi Modonesi divenne candidato ufficiale del Pd, è mia opinione, lì per coerenza ci dovevano essere le dimissioni di chi aveva pronunciato quelle parole. Non a sconfitta avvenuta, con la presenza in Consiglio comunale garantita.

15. Arci, marzo 2019
In questa data, del tutto incidentalmente nel corso di una conferenza stampa che parlava d’altro, ho sostenuto che non esiste solo la cultura dell’Arci. In particolare pensavo al fatto che per i giorni successivi avevamo invitato Pazzi ad una nostra iniziativa; lì avrebbe poi recitato alcune sue poesie.
La segretaria comunale del Pd mi ha aggredito sostenendo che la mia era “Retorica destrorsa e avulsa dalla realtà”. Ho replicato sostenendo che solo il pensiero unico è autoritario e destrorso. Ho osato nemmeno attaccare, ma solo parlare, di Arci e si è scatenata la caccia alle streghe; ero pronto per essere simbolicamente bruciato sul rogo per lesa maestà (a proposito di autoreferenzialità).
Poi interviene Maisto: “attacco sguaiato e ridicolo”. E avevo solo detto l’ovvio: non esiste solo la cultura dell’Arci.
Anche ricevetti una telefonata tutta ampiamente sopra le righe da parte di un’autorevole esponente di un importante associazione di categoria che mi ha detto che non sarebbe venuta come relatrice (come avevamo concordato) ad un incontro pubblico da noi organizzato pochi giorni dopo: ho ascoltato interdetto e senza replicare. E questo solo per avere nominato, non criticato, l’Arci (tra l’altro sono orgogliosamente iscritto Arcigay) fuori dai parametri dell’ortodossia.

16. Società con tratti pervasivi e con oligarchi
Proprio durante questa vicenda relativa all’Arci (intervento della Baraldi, dell’esponente di una autorevole associazione di categoria e di Maisto) ho vissuto con precisione cosa significa a Ferrara sviluppare considerazioni, sia pur blande, che vengono vissute come eretiche, antisistema, eterodosse, da miscredente rispetto a dogmi o tabù. Ho percepito per vari giorni una crescente macchia d’olio di isolamento creata attorno a me da collaudati sistemi e apparati di potere. Del resto in una società che per molti decenni non ha conosciuto neppure l’ipotesi di un ricambio inevitabilmente si consolidano aspetti di questo tenore, anche inconsciamente; senza vera volontà di colpire chi fa affermazioni ritenute eretiche, giusto per un profondo e ben introiettato conformismo del potere: tratti di società pervasiva (“Prendiamo atto che abbiamo tutelato più il sistema che il cittadino” si dice oggi). Potere che era stabilmente in mano a pochi oligarchi; penso al potere politico/partitico (autereferenzialità, scarsa o nulla propensione all’ascolto, specie all’ascolto del diverso) ma non posso non pensare ad esempio alla gestione della Holding. A mio parere in quegli ambiti si decide fra pochi oligarchi. All’inizio ho parlato bene di Tagliani e credo di non potere essere tacciato (anche se alcuni lo faranno) di essere uno sfasciacarrozze o un antisistema, ma tratti di società pervasiva, di società chiusa, e tratti di potere in mano a pochi oligarchi a mio avviso c’erano e anche si percepivano.

17. Cose diverse
Solo nell’ultimo comizio in piazza nell’ultimo giorno del ballottaggio ho sentito cose diverse da Modonesi. Intanto era presente autocritica (e non la solita stucchevole retorica dell’abbiamo fatto tutto bene, tutto va bene, tutti sono contenti) e poi c’erano indicazioni in forte controtendenza rispetto al passato in termini di metodo. Ma eravamo a tempo scaduto. Spero di trovare la registrazione di quelle parole, mai sentite prima in quella forma. Si dovrebbe ripartire da lì. E da un’autocritica un po’ più solida e argomentata.

18. Commenti ferraresi alla Direzione nazionale Pd
«Era necessario garantire una discontinuità rispetto al passato cercando un candidato possibilmente non espressione del gruppo dirigente stretto del Pd».
«Un’apertura vera, che ovviamente avrebbe comportato perdere una parte di sovranità, mi sono convinta facesse troppa paura. Sui candidati che comunque si è cercato d’individuare partiva la corsa a bruciarli, scattavano i veti: troppo di destra, troppo di sinistra, troppo indipendente.
Non abbiamo avuto coraggio, siamo stati supponenti».
Tutto questo è vero ma non basta enunciarlo a sconfitta avvenuta. Serve un’inversione di rotta, servono segnali potenti, fortissimi di cambiamento vero. Serve una pietra tombale sulla supponenza.

19. Quantità e qualità
La politica, in gran parte, la si fa con la quantità (in questo campo noi siamo davvero deficitari); ma la qualità ha la sua importanza. Con questo intervento ho raccontato i molti spunti che avevamo offerto, inascoltati quando non apertamente avversati, e che a mio avviso potevano impedire la sconfitta. Sarà sempre così? Aspettiamo il futuro, senza troppo speranze.

Ferrara, 22 giugno 2018

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dagli Achei agli Ikei

Ho partecipato agli incontri promossi dai gruppi civici impegnati, sulle orme di altre città, a costruire programmi dal basso attraverso la partecipazione delle persone. Mi sembrava una bella realtà di città che apprende nell’incontro e nello scambio.
Qualcosa, poi, ha incrinato le mie attese inducendomi ad abbandonare i raduni. Nel momento di darsi un regolamento ho richiesto che venissero dichiarati come fondanti l’antifascismo e la Costituzione nata dalla Resistenza.
Per tutta risposta mi fu osservato che si tratta di valori scontati, pertanto non era necessario “porre paletti”.
“Scontati” e “paletti” sono parole che, per quanto mi riguarda, non avrebbero mai dovuto essere pronunciate. Visti gli esiti, appaiono ancora più dissennate.
L’esperienza è stata sufficiente per comprendere che il cambiamento era già penetrato e che ormai, come i risultati hanno poi dimostrato, eravamo fuori tempo massimo.
Il Pd doveva saperlo in partenza, perché subito aveva abbandonato il campo, salvo poi estrarre dal cilindro il proprio candidato sul fotofinish.
Ora siamo al dopo. È vero, siamo sempre al dopo di qualcosa, ma c’è dopo e dopo. E il dopo riguarda la “città che apprende” che vorremmo fosse la nostra città. Interroga anche la nostra inadeguatezza a raccontarla in questi anni, a convincere l’amministrazione precedente.
Alla nuova auguriamo buon lavoro, intelligenza, capacità di lettura e di ascolto.
“Le parole sono importanti” diceva trent’anni fa Michele Apicella nel film di Nanni Moretti la “Palombella rossa”. Se poi si traducono nella violenza del linguaggio e in altrettante adulterazioni, fanno del messaggio un’arma pericolosa.
Il nuovo si è presentato con una sorta di amplesso tra il neoeleletto consigliere Stefano Solaroli e la sua “Beretta”, un salto all’indietro, ai tempi della fidanzata di ferro della mia naia. Per non parlare dell’evocazione stile cinegiornale Luce per celebrare la vittoria delle armate leghiste che hanno liberato la città dagli occupanti.
La riproposizione del passato come futuro. È quello che da queste pagine abbiamo sempre temuto.
Ma del passato che avanza non ce ne accorgiamo ormai più, chiusi nei nostri bozzoli di primogenitura, di esclusione degli altri che non siamo noi. Anche apprendere in questa dimensione è fastidioso, è un inutile ingombro, potrebbe ingenerare il dubbio che, si sa, finisce per logorare.
Ormai viviamo nella nostra isola di Ikea, siamo degli Ikei. Dei singoli singolari di una esistenza prêt à porter, il sudore di capire e di condividere non fa più per noi.
Sapevamo che il cavallo aveva già varcato le mura della città, neppure notte tempo. Gli Achei hanno ceduto agli Ikei, con il loro cavallo assemblato seguendo le istruzioni di montaggio: un po’ di nigeriani, un po’ di rom, un po’ di paura, un po’ di esercito mai pervenuto, un po’ di legittima difesa.
Ikea è la voglia di cambiamento con il fai da te del kit pilotato come le Ronde, le Sentinelle in piedi e gli Insorgenti. Il cambiamento preconfezionato. È sufficiente seguire le istruzioni e te lo monti da solo. È la democrazia del self service.
Nuovo arredamento per quanto dura. Poi c’è sempre l’Ikea con il suo catalogo di nuove proposte. Una sorta di Svezia promessa in sedicesimo. L’Ikea è giallo e blu, gli Ikei giallo e verde, ma col verde che pare tendere al blu.
All’Ikea si cazzeggia un po’ per forza, un po’ per disperazione e anche il cazzeggio è precario.
Ma l’Ikea è un porto. Anzi il porto del cambiamento. Qui ogni bastimento è una promessa di confort, di sonni ristoratori per gente esausta di disperazione, sfiancata dal trascinarsi sempre verso l’ultimo girone infernale.
Tutto è componibile e scomponibile è questa la filosofia degli Ikei, la straordinaria rassicurazione della loro lingua. Una prospettiva che apre inaspettate porte di accesso e vie di fuga.
Tutto si incunea nelle menti degli Ikei come in lattine capaci di contenere indifferentemente il gasato frizzante come il naturale. Il miraggio di un welfare svedese che promette di conciliare i tempi di vita con i tempi dello shopping.
All’Ikea non c’è bisogno di capire insieme, tanto ci sono le istruzioni. Non c’è necessità di una comunità geniale, non si sente il desiderio di intessere amicizie geniali. Geniale è chi ha ideato il prodotto che ti ha conquistato e che ora desideri possedere, a te siano sufficienti le istruzioni per l’uso. Poi c’è sempre la resa, qualora emergessero difetti.
All’Ikea ci vai sempre per acquistare la libreria, che non trovi mai come la vorresti, ma tanto i libri possono anche aspettare.
Noi nel frattempo continueremo a raccontare la nostra idea di “Città della Conoscenza”.

Tristi ma non sconsolati. Si riparte dalla ‘questione ecologista’

Esiste una bellissima frase di un bravo, anche non molto conosciuto scrittore tedesco, Johannes Kühn: “Ganz ungetröstet bin ich nicht”. Vuol dire: “Sono triste ma non totalmente sconsolato”.
Vale anche  per le elezioni di Ferrara, la città che ho scelto come seconda patria. La Lega ha vinto questa tornata elettorale senza se e senza ma, come ha scritto giustamente Fiorenzo Baratelli su questa testata (leggi QUI). Devo dire, grazie a Dio o, come più si addice a un laico, grazie all’elettorato democratico è stato un risultato chiarissimo che non lascia spazio per qualsiasi scusa. Così esiste finalmente una possibilità di cogliere un ‘momento storico’ per ricominciare e far nascere una ‘sinistra nuova’: più giovane, più aperta, meno chiusa in se stessa, meno ‘arrogante’ – “noi siamo i buoni sempre parte del mondo migliore, loro i cattivi che pensano solo alla sua pancia” – più ‘ecologica’, come peresempio in Germania con l’avanzata dei Verdi.

Un po di questo ‘Rinascimento civile’, senza i riferimenti dogmatici, l’ho sentito personalmente anche in occasione dei alcuni incontri del Terzo polo di Ferrara. Certo il risultato del voto ferrarese è molto deludente, quasi un incubo, certo un brusco risveglio come ha scritto Francesco Monini su Ferraraitalia (leggi QUI-link), ma per un democratico è da accettare. Una realtà politicamente nuova di sicuro apre anche un momento da non perdere per creare qualcosa di nuovo: un progresso di una città con tantissime risorse di passione civile.

La Lega, secondo me, vuole difendere solo un sogno di un passato che non c’è più e un’idea di società ormai anacronistica. Curare solo il proprio giardino, pensare solo e prima di tutto ai connazionali ‘di sangue’ sono concetti senza futuro in un mondo che cambia velocemente e nel quale è spesso molto difficile capire in quale direzione ci porta la ‘globalizzazione’.

Devo dire che all’inizio non sono stato un grande fan delle manifestazioni Fridays for Future perché mi sembravano un po’ troppo naiv e anche sponsorizzate da una grande macchina mediatica (e dalla famiglia di Greta ecc.). Dopo la grande vittoria dei Verdi in Germania (e non solo) ho cambiato il mio giudizio. Oggi ogni tipo di politica deve avere al suo nucleo la ‘questione ecologica’.  Parafrasando il famoso slogan di Trump e di Salvini: “Il mondo prima di tutto”. Così si può difendere il proprio territorio: ‘regionalismo’ sì, ma in un altro modo.
Come ha detto una volta Pier Paolo Pasolini parlando del regionalismo di Giorgio Bassani – che diventa nei tempi della Lega sempre più importante da conoscere – “Abbiamo bisogno di un regionalismo estremamente moderno, ovvero un regionalismo civile e non popolare”. Forse un bel punto di partenza dopo il deludente voto ferrarese.
Morale: sono molto triste per il voto ferrarese, ma non totalmente sconsolato…

A Ferrara il suicidio di un Pd che ha perso contatto con la realtà

di Nicola Cavallini

Parto da Ferrara. Stavolta il Pd poteva schierare anche l’Uomo Ragno, e avrebbe perso lo stesso. Stavolta la Lega poteva schierare anche Naomo, e avrebbe vinto lo stesso. Ah, c’era Naomo. Appunto. Ha vinto.
A poco è servito l’ultimo roadshow di un onnipresente Modonesi,novello Zelig. Il Pd ha perso perché si è suicidato a Ferrara. Al ducetto toscano è bastato tirare appena il guinzaglio per indocilire una già mansueta pattuglia di parlamentari ferraresi, il cui grado di fedeltà al capo di turno è canino. Guai a muovere un dito, guai ad alzare un sopracciglio per difendere non la banca, ma i risparmi dei propri compaesani, quelli che li avevano mandati a Roma. Trentamila famiglie azzerate, tipo un quinto del bacino elettorale della Provincia. Alle ultime politiche il mitico Franceschini ha avuto meno preferenze di un semisconosciuto 5stelle, ed è stato ripescato con il proporzionale. Impensabile fino a qualche anno fa, eppure è accaduto. Quindi questa è una sconfitta annunciata e tafazziana, a dispetto di un Sindaco che ce l’ha messa tutta ma è stato isolato dal suo stesso partito, fatto di mezze figure e che Ilaria Baraldi non poteva certo risollevare in qualche mese (anche se un candidato sindaco discontinuo si doveva trovare, ma il guinzaglino del Regionale ha dettato la linea, prendendo l’ennesimo granchio).
Passo alla nazione, quella che non siamo: noi siamo un insieme di famiglie, alcune delle quali controllano il territorio e l’economia. Non parteciperò al coro autoriferito e troppo comodo che si indigna sui social per il nuovo fascismo dei brutti, sporchi e cattivi. Noi siamo belli? Può darsi che siamo troppo belli, che siamo dei fighetti, e che qualcuno che friggeva pinzini ai festival adesso si senta più a suo agio tra i finti celti della Burana. Noi siamo puliti? Forse troppo, perché a forza di stare in un posto pulito, illuminato bene, poi in un caffè come quello del racconto di Hemingway così intitolato è più credibile trovarci un Alan Fabbri(e chi non l’ha capita vada a leggersi il racconto). Siamo buoni? No, siamo tremendi. Siamo settari, perpetuiamo faide sanguinose coi nostri compagni e il nostro settarismo non è duro, puro, ideale, macché, serve solo a ritagliarsi uno spazio di piccolo, tapino, miserevole potere. Parliamo sempre delle masse popolari e a forza di parlarne le abbiamo perse. Alcuni di noi sono più colti, più formati, e questa è una aggravante. Le masse sono moltitudini di singoli individui. Credo che alcuni di noi – non i migliori, che sono spesso i più sommessi – dovrebbero riavvicinarsi alle loro mitiche masse partendo da una severa analisi di come sono loro, di che individui sono.

Rispettare il voto

È la prima regola della democrazia: rispettare il voto. Alan Fabbri è il nuovo sindaco di Ferrara, la Lega e i suoi alleati hanno vinto le elezioni e amministreranno il Comune di Ferrara per i prossimi cinque anni. Piaccia o non piaccia l’esito delle urne, il dovere di tutti è accettare il risultato. Dare atto, prendere atto. Riconoscere la vittoria dell’avversario da parte dello sconfitto; assumere consapevolezza dei doveri (oltre che dei diritti) e svolgere con equilibrio le funzioni di governo da parte del vincitore, trattando amici e avversari alla stessa maniera.

La democrazia si fonda su questo presupposto: il riconoscimento della dignità dell’altro, anche nella divergenza, quando professa idee o propone soluzioni non gradite. Ma deve esserci reciprocità fra gli attori sociali: da parte degli sconfitti nel riconoscere il legittimo diritto dei vincitori di governare e sviluppare i propri programmi; e simmetricamente il dovere, da parte di chi ‘pro tempore’ assume la conduzione della casa comune, di considerare anche esigenze e diritti di coloro che dissentono, tutelando sempre la libertà di azione e di espressione di tutti.

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni, svilupperemo e approfondiremo a trecentosessanta gradi l’analisi sul voto, sui suoi presupposti e le sue conseguenze

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