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DIARIO IN PUBBLICO
Il Pallidone, il Rosso, l’Ossimoro e via inventando

 

Nella gara immaginifica che scuote e delizia il ‘fragile’ sistema culturale della nostra ‘Ferara’ ci si avvia alla creazione di nuovi miti e nuovi contendenti. Tutto nasce da una definizione del roboante ‘signore della cultura’ che ci definisce “pallidi intellettuali”, dove l’aggettivo certamente non montaliano, per sempre fissato nel celeberrimo “Meriggiare pallido e assorto”, a quanto apprendo dalla stampa è rivolto anche a me. Ma me ne compiaccio. Essere pallido e ragionare, contrapponendosi a chi è sempre rosso di rabbia e di immotivato sdegno. Il mio ruolo allora diventa quello del Pallidone, che deve il suo colorito non certo alla presenza di anemia o altri sintomi patogeni, ma ad una discreta consapevolezza, usatissima in altri tempi, quando il pallore era significativo di discrezione e di calma da contrapporsi al Rosso – non certo di tal colore per motivi politici e ideologici – quanto per costituzione e mentalità connaturate. Nel ‘teatrino’ delle sorprese che accumula, oltre all’uso smodato della fragilità, altri lessemi, confortato dall’uso spericolato di “poc’anzi” e “quant’altro” (e si legga lo spassoso e intelligente libro di Claudio Nutrito pubblicato nel 2014, Quant’altro parole di salvataggio per parlare senza dire niente) viviamo accompagnati da ‘altro’ e ancor più spassoso uso di una parola, questa volta non rivolta a me ma ad un amico carissimo, il quale viene interpellato da un amministratore che ammette di averlo colto in fallo su di una formula di “deposito temporaneo gratuito di durata illimitata”.
Il suddetto assessore conclude che la definizione che ha proposto è un ossimoro. Anzi un errore! E lo rimprovera di non avergli inviato una mail, quasi che gli atti pubblici e la loro discussione si potessero risolvere mail. Così s’infoltiscono le schiere dei contendenti. Sulla pubblicazione della lettera stilata da un gruppo che s’interessa della politica culturale della città e che nel giro di una settimana ha raccolto 1500 adesioni si è scatenata l’ira della dottoressa Sgarbi, che minaccia di portare tutti i firmatari in tribunale per fantomatiche offese. Altra figura fondamentale si aggiunge alla recita: quella di Medea. Così tra Covid e ristori, tra vaccinazioni e scelte Draghi, il ‘popolo’ partecipa alla recita. Frattanto s’accumula e si inferocisce il ricorso ai ‘social’, che nell’amata pronuncia ferrarese si scandisce come sciocial esibiti dal primo cittadino in una sequela straordinaria di followers.

E così ‘Ferara’ s’inorgoglisce delle proprie lotte.

Un lutto che ha colpito la nostra comunità, specie quella di quartiere, è stata la scomparsa del professor Morsiani, un medico celebre e competente; ma io lo definirei soprattutto con una parola che tanti, troppi, ora sporcano e male interpretano: un intellettuale curioso di tanti aspetti della vita politica, sociale e culturale. Con lui negli ultimi anni condividevo la passione per i pelosi, che portavamo a ‘pascolare’ nel giardinetto davanti al Monastero di Sant’Antonio in Polesine, ben presto divenuto una specie di conversation room all’aperto, a cui partecipavano compagni di peloseria o curiosi. Poi Lilla mi è mancata e da lontano guardavo con malcelata invidia e tristezza il ‘profe’ che portava a spasso la sua cagnetta. Una volta ci incontrammo lungo la nostra via XX settembre. Morsiani portava un bellissimo berretto di tweed grigio. Gli feci i complimenti per l’indumento. Senza proferir verbo lui se lo tolse e me lo diede: “tenga è suo!” Alle mie proteste non volle sentire ragioni: nemmeno di un cambio. Ora quel bellissimo berretto l’ho indossato oggi per ricordarmi la qualità e la generosità di un uomo gentile. Che nel mio lessico è ciò che di più laudativo si possa dire per ricordare.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Il Bassani nascosto

I pelosi

Stella
Bob

Bob è di Laura Sensi, Stella di Linda Mazzoni e Claudio Gualandi. Da quando sono passato al ruolo di criceto mi osservano con sempre maggior sospetto, domandandomi con leggeri uggiolìi e leccatine discrete cosa sta succedendo. Imbarazzato, rispondo che mi sfugge un video su Bassani, che il Comune di Ferrara ha prodotto su un’idea dell’assessore alla cultura Marco Gulinelli che, in teoria, dovrebbe essere il mio superiore nella gerarchia di quell’assessorato. Ma come mai? La storia è lunga e va brevemente riassunta. Quando venne firmato l’atto di istituzione della donazione Prebys alla città di Ferrara e la nascita del Centro studi bassaniani, tra le condizioni ineliminabili c’era che chi scrive questa nota sarebbe diventato co-curatore del Centro da parte del Comune. In altre parole ho dovuto assumere il ruolo di dirigente comunale (sic!), che avrebbe dovuto sorvegliare il buon funzionamento del Centro e riferire al suo diretto superiore: l’assessore. Negli anni in cui è avvenuto, anno dopo anno, il passaggio di opere straordinarie appartenute a Bassani e donate dalla prof. Prebys e dagli altri eredi, i Liscia per la sorella Jenny e gli altri eredi del fratello Paolo, il Centro sempre più assume il ruolo di una biblioteca, che lavora in perfetta concomitanza con la maggiore delle nostre biblioteche: l’Ariostea. Qui al Centro sono custoditi alcuni manoscritti di Bassani, quadri preziosi, i mobili, i libri, materiale fondamentale, tanto da diventare l’intero complesso un punto ineliminabile di riferimento per gli studiosi dello scrittore. In più il Centro è allocato in uno dei più bei palazzi ferraresi, appartenuto alla famiglia Minerbi, il cui capostipite Giuseppe fu amico intrinseco dello scrittore e a cui Bassani dedicò L’airone.

Da una nota di un giornale locale frattanto vengo a sapere che, in tempo di celebrazioni del ventennale della morte dell’autore, sarebbe stato prodotto un video, che intendeva onorare la memoria dello scrittore. Interpellata, la prof. Prebys mi assicura che neanche a lei era stata annunciata quella iniziativa, estremamente legittima, ma a cui forse sarebbe stata auspicabile un’informazione diretta. Così, un poco sconcertato, chiedo quando avrei potuto vedere il video. Mi si dice che la visione sarebbe avvenuta nel programma di Marzullo Mille e un libro, che come molti sanno, comincia alle 1.35 di notte. Armato di pazienza punto la sveglia e alle 1 mi pongo davanti alla tv, dove alle 2.45 finalmente riesco a gustare, da buon criceto, il video in questione. Sulle note di una celeberrima poesia di Bassani, Rolls Royce, sfilano in bianco e nero le immagini di quella Ferrara che lo scrittore ricorda, immaginando quel viaggio attraverso la città compiuto da morto. La voce dello scrittore si mescola con quella della figlia Paola, della nipote, dei due fratelli Sgarbi, amici di famiglia e con quella di due attori, che Bassani conobbe allorché insegnava all’Accademia di Arte drammatica di Roma. Il tutto sotto la sapiente organizzazione dell’assessore Gulinelli.  Ma da criceto perplesso domando: “Ma perché non sono stato informato di quella lodevole iniziativa? Quali sono i motivi di questo silenzio?”

Lo so Bob e Stella. Non sempre le ragioni di questa città collimano con l’evidente interesse (culturale) della stessa. Mi ricordo che in un bellissimo romanzo di Eshkol Nevo, Nostalgia, di questo sentimento si dà una definizione assai pregnante, che si riassume nel concetto dell’altrove. ‘Essere altrove’ è nostalgia. Così alle tre città a cui ho dedicato il mio lavoro: Ferrara, Firenze, Bassano forse avrei potuto cedere alla nostalgia. Essere a Venezia per esempio e fare di Ferrara il luogo dell’altrove. Vivissimo ricordo è quello che mi affiora alla memoria in un colloquio fiorentino con Giorgio. Io abitavo a Bellosguardo, in un luogo sublime. L’architetto che restaurò quella casa aveva creato a Fiesole una abitazione per Bassani, che non volle mai andare ad abitarvi. Per lui il luogo della sua ‘ferraresità fiorentina’ era il Grand Hotel, o l’Hotel de la Ville, dove ricreare la sua nostalgia di Ferrara. Che nulla ha a che fare con, per me, improprio paragone che Vittorio Sgarbi crea tra Ariosto e Bassani. Ma si sa, amici pelosi, queste riflessioni possono essere tenute in considerazione da un povero criceto?
Ferrara quanto mi costi ancora oggi. Vado a dormire presto. Devo recuperare la notte insonne alla ricerca del Bassani perduto, o reso invisibile.

“Dunìn l’è mort”.
Come e perchè la ditta F.lli Sgarbi sta conquistando Ferrara

Chi frequenta, almeno un po’, il vizio della scrittura, conosce bene il ‘tormento del titolo’. Ti lambicchi il cervello ma il titolo, il titolo giusto, non arriva. Alla fine lo trovi, ma non ti convince, e lo cambi e lo ricambi. Fermo e Lucia? Gli Sposi Promessi? I Promessi Sposi? Ma succede anche il contrario. A volte, invece di uno, ne trovi dieci di titoli. E vanno tutti bene, ti piacciono tutti, non vorresti scartarne nessuno.
Su Vittorio Sgarbi, su sua sorella Elisabetta, sulla nota vicenda della Collezione Cavallini Sgarbi, di cose da dire ce ne sono davvero tante. E ognuna di queste merita il suo titolo proprio. Così, abusando della pazienza dei miei venticinque lettori (una stima molto più vicina al reale di quella fatta un po’ per piaggeria dal sommo Manzoni), nel seguito troverete diversi titoli paralleli. Parafrasando il famoso detto: “A ogni titolo il suo lettore. A ogni lettore il suo titolo”.

Dunìn l’è mort

Dunìn – così si chiama a Ferrara, ma vive in qualsiasi altrove con altro nome –  era un tale che donava senza pretendere nulla in cambio. Nel detto popolare Dunìn è morto, se n’è spenta la genia, perché nella dura realtà della vita, chi dona, chi ama presentarsi come benefattore disinteressato, spesso nasconde un suo personale tornaconto. Insomma, quel che sembra un dono è spessissimo uno scambio commerciale ben camuffato.
La Collezione Cavallini Sgarbi ‘donata’ alla città in cambio del 20 per cento degli incassi, ha suscitato un gran polverone. E’ un fatto piuttosto vergognoso, e bene ha fatto la neonata Associazione Piazza Verdi a denunciarlo, rivelando tutti i dettagli della vicenda.  E inaugura anche una prassi inedita – scambiare in vita l’affidamento al Pubblico di un bene privato in cambio di un congruo affitto – che è sperabile non faccia scuola.
D’ora in poi, mi viene da dire, dovrebbero essere severamente vietate le donazioni, o presunte tali, che non siano post mortem. Vuoi donare un bel quadro alla Collettività? Grazie tante, è un gesto nobilissimo. Ma aspetta di morire.
Insomma, anche a me tutta la storia non piace per nulla. Sono disposto anche a scandalizzarmi, ma non riesco a fingermi sorpreso. Dunìn l’è mort da molto prima che Vittorio Sgarbi venisse al mondo. Anzi, che io sappia, il proverbiale signor Dunin non è mai esistito.
C’è però qualcosa che mi è sembrato davvero insopportabile: le parole di Vittorio Sgarbi appena dopo la vittoria del Centrodestra e l’elezione di Alan Fabbri a Primo Cittadino di Ferrara. Siccome Sgarbi possiede un formidabile megafono, e siccome Sgarbi ama le ripetizioni (vedi il fatidico “capra, capra capra”) è difficile dimenticare la sua dichiarazione di intenti, la sua solenne promessa: per Ferrara lavorerò gratis, dalla mia città non voglio neppure un soldo, farò il presidente di Ferrara Arte senza stipendio.
Ecco, almeno questo Vittorio Sgarbi poteva risparmiarcelo.

Le urne dei Forti

Vittorio Emiliani ha scritto aI Fatto Quotidiano (12 febbraio) una appassionata e dolente lettera sulla decadenza di Ferrara. L’occasione per il suo intervento, quasi un de profundis, è ancora una volta la vicenda di cui sopra e, insieme, le ultime sparate pubbliche del Vicesindaco Naomo Lodi. Emiliani, che a Ferrara aveva frequentato il Liceo Ariosto e che per la nostra città conserva un amore profondo, ispirato dalle ‘urne dei Forti’, pensando cioè ai tanti e trapassati ferraresi illustri, lamenta l’abisso di volgarità in cui è caduta la città degli Estensi. Volgarità che, sia detto per inciso, noi indigeni dobbiamo sorbirci quotidianamente.
Ferrara è da tempo e stabilmente alla ribalta delle cronache nazionali. Per la clamorosa sconfitta del Centrosinistra e l’avvento del primo Governo Leghista, per il falso e sciagurato storytelling su un quartiere Gad in mano alla malavita, per la rimozione dello striscione di Giulio Regeni dallo Scalone del Comune, per la ‘proposta indecente’ di assunzione fatta dal Consigliere Comunale Armato Stefano Solaroli, per la ruspa sgombra-rom e le minacce sui social del capopopolo Naomo… L’ultimo capitolo della nuova ‘fortuna mediatica’ di Ferrara è, per l’appunto, l’accordo artistico-commerciale tra i fratelli Sgarbi e la nuova Giunta leghista. Altri seguiranno.
La “triste Ferrara” di cui scrive Emiliani, è tanto più triste per noi ferraresi. Che, quando incontri un amico foresto, questi non ti chiede più del Meis o della mostra di De Nittis e di Previati, ma sfodera ironie o ti sussurra all’orecchio le sue condoglianze per la discesa agli Inferi di Ferrara.
I Forti, gli Uomini illustri di Ferrara – nella sua lettera Vittorio Emiliani ne nomina tanti – probabilmente in questo momento si rivoltano nella tomba. Aggiungo altri nomi all’elenco di Emiliani: che cosa penserebbero della Ferrara di oggi, cosa direbbero, che proposte farebbero persone del calibro di Silvano Balboni, Vittorio Passerini, Paolo Ravenna, Guido Fink, Adriano Franceschini, Luciano Chiappini, Carlo Bassi se fossero ancora tra noi?
Rimangono i vivi. Ma questi preferiscono strillare vanamente. O starsene in silenzio. Forse il nostro guaio non si chiama Naomo, non dipende dalle vere o presunte malefatte della premiata ditta F.lli Sgarbi. Forse il guaio (la nostra colpa) è non svegliarci da un profondo sonno civile, prima ancora che culturale e politico.

Peccato Vittorio!

Attenzione, quel che dirò di seguito, mi guadagnerà dei nemici.
Non conosco di persona Vittorio Sgarbi. Culturalmente e politicamente sono ai suoi antipodi: non c’è bisogno di aggiungere altro. Ma non capisco, e non approvo, quel livore che tante e tanti amici di sinistra nutrono verso di lui. Sembra quasi obbligatorio esternare verso Sgarbi un sovrano disprezzo, dargli dell’incompetente, del farabutto, del fascista e consimili. A me pare una solenne cretinata.
Non conosco Vittorio Sgarbi, non ho il numero di uno dei suoi numerosi cellulari. Se lo avessi, se una sera mi venisse voglia di fare quel numero e lui, per qualche caso, rispondesse al telefono, gli direi che io non la penso cosi. Che, anzi, lo ritengo persona di profonda conoscenza della storia dell’arte e di grande curiosità intellettuale, con una rara sensibilità e intuito nello scoprire e valorizzare tanti nostri artisti ‘minori’ e ingiustamente dimenticati. Gli concederei volentieri talento nella scrittura, in particolare nella divulgazione. Confesserei che molti suoi libri, anche se non geniali, sono godibili e scritti in un buon italiano. Libri utili, in mezzo a un mare di libri inutili.
Certo, Sgarbi è anche affetto da un egotismo al quarto stadio; è un Grande Narciso, un polemista che ama trascendere nell’insulto. Ma quanti, tra politici ed intellettuali, e con meno talento di lui, coltivano i medesimi vizi?
Vittorio Sgarbi non mi piace. Eppure lo compiango. Mi spiace che nella sua vita, percorsa sempre a cento all’ora, abbia compiuto quell’errore fatale e irrimediabile. Ha voluto occuparsi e occupare la politica. Così è diventato un politico mediocre, un saltafossi, un arraffino: ‘uno come tanti’, proprio lui che per vizio e vocazione si è sempre pensato unico e inimitabile.
Si fosse limitato a fare bene il suo mestiere, avesse continuato ad arare il suo campo e coltivare le sue messi,   Vittorio Sgarbi sarebbe diventato un altro Federico Zeri (da Sgarbi tanto odiato, ma che tanto gli assomigliava, nel fiuto, nell’anticonformismo, come nelle inevitabili cantonate). Non esageriamo, Sgarbi non è e non sarebbe mai stato un Roberto Longhi, ma pian piano avrebbe potuto occupare un posto significativo nella storia della critica dell’arte figurativa. Si sarebbe preso le sue soddisfazioni. E avrebbe fatto i soldi ugualmente.
Senza la politica, con la passione e la strenua applicazione al lavoro che tutti gli riconoscono, poteva fare molta strada. E magari, con un po’ di fortuna, andare anche lontano, arrrivare a incontrare i suoi posteri, entrare addirittura nel novero dei ferraresi illustri. E invece niente. Capra, capra, capra… Che peccato Vittorio!

 

Premio stampa a Gian Pietro Testa, una carriera in direzione ostinata e contraria

«Il Premio Stampa a me? Quando hanno detto che me lo volevano dare, sono rimasto, come dire… stupefatto». Ha esordito così il giornalista ferrarese Gian Pietro Testa nella sala del Consiglio comunale di Ferrara, invitato ieri dall’Associazione stampa cittadina per ricevere il premio alla carriera. Gian Pietro Testa è stato giornalista de “Il Giorno” insieme con Giorgio Bocca, inviato speciale de “l’Unità” e di “Paese sera”, chiamato a dirigere l’Ufficio Stampa del Comune di Ferrara a cui ha dato un’impronta organizzativa professionale in tempi pioneristici (anni ’80), fondatore della scuola di giornalismo di Bologna (anni ’90) e anche tra i primi sostenitori di questa testata Ferraraitalia (2013) nonché maestro di un’intera generazione (o più) di giornalisti che si sono trovati al suo fianco tra Bologna, Ferrara, Milano, Roma, Napoli.

Premio Stampa 2017: Elisabetta Sgarbi, Alberto Lazzarini, Serena Bersani, Vittorio Sgarbi, Giancarlo Mazzuca, Gian Pietro Testa e l’assessore Simone Merli

Come ha detto Riccardo Forni, presidente dell’Associazione stampa di Ferrara, «Gian Pietro Testa è stato un maestro per tanti di noi. Mi ricordo le collaborazioni con la rivista “Ferrara”, da lui fortemente voluta. Ha sempre avuto questa capacità di scegliere e di trasmettere educazione e formazione».

Eppure Gian Pietro Testa ha ribadito senza falsi pudori: «Lo stupore di essere stato scelto per il premio non è perché avessi paura di non aver fatto il mio mestiere, quanto per la consapevolezza di essere sempre stato un giornalista contro, ma contro veramente. E lo sono ancora adesso. Uno dice “è andato in pensione”. No, io continuo ogni tanto a scrivere un pezzetto. E sempre più antipatico [risate in sala]. Perché poi vengo spinto dai colleghi che mi spronano: “no, le devi dire delle cose”. Per cui quando mi ha telefonato Riccardo Forni “ti diamo il premio”, io non lo avrei mai creduto che dei colleghi scegliessero me, soprattutto in una città come Ferrara, che appena uno salta fuori con la testa, gliela tagliano. È l’Isis. L’Isis…? Sono nati a Ferrara, secondo me [risate in sala]. Appena uno salta fuori dal gregge… zacchete. Io sono d’accordo con Charles Bukowski, che ha scritto una cosa geniale: “A forza di stare dentro il branco, prima o poi si pesta una merda”. Che è vero! Allora, penso: “Come è successa questa cosa qui, che mi danno il Premio stampa?”. È successo perché sono degli amici, questo è il fatto, sono molto contento di averli, questi amici, con i quali ho potuto tra l’altro giocare a pallone. Che è la cosa più importante della mia vita. Altro che giornalismo. Io, quando riuscivo a fare un dribbling e a prendere in giro l’avversario, era la cosa più bella. Ricordo che ho iniziato a giocare a pallone che ero bambino. E quando ero già al liceo, a Bologna, ho preso con me a giocare Bulgarelli. Giacomino era un grande giocatore, quando aveva 13-14 anni. Era in banco con mio cugino, al San Luigi, e abbiamo giocato come dei matti, ci siamo divertiti moltissimo. Io ho continuato a divertirmi tutta la vita. Finché, disgraziatamente, un politico mi ha fregato. Un politico della mia parte, tra l’altro. Chi era? Renzo Imbeni. Una partita tra giornalisti e politici, giocata a Reggio Emilia. Io giocavo centravanti e lui giocava invece in difesa, allora si diceva ancora centro-mediano, adesso non si sa, perché tanto giocano lì in mezzo. Successe che mi è venuto addosso con una ginocchiata, che mi ha distrutto il ginocchio destro. Il giorno dopo partivo per l’Eritrea, perché sono stato in guerra. Là non è stato molto piacevole, mi chiamavano “lo zoppo”. Sono rimasto zoppo, anche se ho fatto la protesi».

Gian Pietro Testa con la moglie Elettra Testi al Premio Stampa 2017 (foto Giorgia Mazzotti)

A questo punto è entrata in sala Elettra Testi, che ha preso posto nella prima fila della platea. E Gian Pietro, tra le risate generali, ha commentato: «Scusate, adesso bisogna che ricominci, perché è arrivata mia moglie. Sto andando un po’ disordinatamente. Quindi Forni mi ha detto: “sappiamo che tu non sei proprio d’accordo con i premi”. Ed è vero. Siccome il Pulitzer non me lo danno, posso benissimo parlarne contro. “Però – mi ha detto Forni – se vieni, devi dire senza paura quello che pensi”. Io sto cercando di dire quello che penso, ma faccio fatica a trattenermi. Il giornalismo, ad esempio. Io amo questo mestiere. Mi viene in mente quando Mazzuca è arrivato al “Giorno”. Il giornale era ancora il più bello d’Italia, con i suoi difetti, per carità, un po’ supponente. Ma la supponenza l’abbiamo lasciata tutta alla “Repubblica”. C’ha fregato tutto, dal “Giorno”. Ma soprattutto, il fatto di sapere tutto. Noi eravamo dei geni? Non è vero, eravamo dei poveri cretini. Come sono molti giornalisti. E il giornalismo, oggi purtroppo, è troppo in mano ai cretini. Almeno una volta c’erano i Montanelli, c’erano dei personaggi che rimettevano tutto insieme. È come quando fai la pasta. A me piace fare le tagliatelle. Lì raccogli tutto. E così c’erano questi personaggi, che mettevano tutto insieme e rifacevano la pasta, raffazzonavano. Adesso non c’è più nessuno, o pochi, perché sono in minoranza. Perché? Perché il giornalismo è caduto così in basso? Ci sono i titoli con degli errori spaventosi. Nessuno conosce più l’italiano. Ma dico: avete fatto le elementari? Non dico l’università, le elementari! Ci sono errori di ortografia e di composizione della frase che non sono accettabili. Ma perché è così importante? Perché saper scrivere vuol dire saper pensare. L’organizzazione della scrittura è l’organizzazione della propria mente. Ecco perché ho pensato che fosse il caso di creare la Scuola di giornalismo. In quel momento ero segretario dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna. C’era un amico, figlio di un amico carissimo, Agostini (morto il padre, morto il figlio), che lavorava per la Regione. E gli proposi di lavorarci sopra insieme. Trovammo i soldi e riuscimmo a fare questa benedetta scuola. Io uscirò presto da questa vita, sempre sconfitto. Ma ne sono contento. Questa fu una delle poche vittorie».

Gian Pietro Testa premiato da Serena Bersani e Alessandro Zangara al Premio Stampa 2017 (foto Giorgia Mazzotti)

A Gian Pietro Testa è stato consegnato il Premio Stampa 2017 alla carriera dal capo Ufficio Stampa del Comune di Ferrara Alessandro Zangara e dalla collega Lucia Mattioli insieme con la presidente dell’Associazione stampa dell’Emilia-Romagna Serena Bersani.

Il Premio Stampa 2017 è stato attribuito alla famiglia Sgarbi – con Giuseppe, padre, i figli Elisabetta, scrittrice e regista, e Vittorio, critico d’arte, nella memoria di mamma Rina Cavallini. L’assemblea dell’Associazione stampa di Ferrara ha poi ritenuto di manifestare un segno d’attenzione ad Antonio Pastore, professore emerito di otorinolaringoiatria dell’Università di Ferrara e a Romano Perdonati, maestro panificatore ferrarese, con due Menzioni speciali per il loro continuo impegno nell’università e nelle attività della società civile.

Ulteriori informazioni e la registrazione integrale con video e audio della cerimonia di sabato 29 aprile 2017 sono consultabili su CronacaComune, quotidiano online del Comune di Ferrara.

EVENTO
Vittorio Sgarbi a Ferrara per presentare il suo ultimo libro e parlare di arte e capre

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“Capre!” Quante volte lo abbiamo sentito apostrofare così i suoi interlocutori? Ora sono anche sulla copertina del nuovo libro di Vittorio Sgarbi: la riproduzione di un dipinto di Rosa da Tivoli, che rappresenta appunto delle capre al pascolo.
E nemmeno alla conferenza che si è tenuta ieri nella sala dell’Oratorio San Crispino il celebre opinionista ha perso l’occasione di proferire una delle sue parole più ‘amate’ e ricorrenti, che ormai lo contraddistinguono. Questa volta però non le ha pronunciate in riferimento a qualcuno, anzi, Sgarbi si è mostrato molto più docile rispetto alla classica visione che i mass media ci offrono, ricoprendo in pieno le vesti di critico d’arte. Ha così presentato il suo ultimo libro “Dall’ombra alla luce. Da Caravaggio a Tiepolo” dedicandosi, senza troppe divagazioni alla sua passione: l’arte.

Baciccio, Guercino, Mastelletta: sono solo alcuni dei pittori che hanno reso l’Italia tanto ricca, di cui però non conosciamo l’identità. “Siamo invece certi delle opere, ma soprattutto dell’esistenza di Cimabue, Giotto, Brunelleschi, Leonardo, i classici “pittori toscani”, famosi per decisione del Vasari, che ha conferito loro il primato”. Siamo quindi, secondo il celebre critico, davanti ad una storia dell’arte conosciuta in maniera molto imperfetta e molto inefficiente rispetto a quello che dovremmo vantare. “Noi siamo il primo paese nel mondo ad avere tante opere d’arte. E non lo sappiamo nemmeno!”
Per questo ha pensato di rivelare i tesori dell’arte italiana e da qui prende il nome la serie di volumi di cui Sgarbi ha presentato il quarto tomo, aggiungendo che per terminare la sua opera, ne scriverà anche un quinto arrivando fino a De Chirico.

“Per realizzarlo, ho immaginato la storia dell’arte italiana tagliata a fette. E in questo libro in particolare, ho voluto parlare di una serie di artisti meravigliosi, ma totalmente sconosciuti. Pittori che, non solo non vengono mai citati, ma sono addirittura chiusi in chiese strane, remote e la gente non sa nemmeno che esistano”. Ecco perché nasce questo libro dal titolo profondamente metaforico, “Dall’ombra alla luce”, che rimanda a un duplice significato: il passare dalle ombre  di Caravaggio alla luce di Tiepolo, ma allo stesso tempo la volontà dell’autore di far riemergere, far “venire alla luce” tutte quelle opere che sono rimaste nell’ombra per troppo tempo.

Certo, il nostro opinionista non si è lasciato sfuggire qualche critica, soprattutto a proposito della situazione nella quale versano alcune architetture della zona. “Non possiamo avere le chiese chiuse, soprattutto per noi che ci troviamo nel ‘Nord produttivo’, le chiese di Ferrara devono essere aperte! Il ministro – ha detto Sgarbi riferendosi a una sua conversazione con l’ex ministro Bray, ma alludendo forse anche all’attuale titolare del Mibact, il ferrarese Franceschini – ha il dovere di aprirle tutte, una per una. Da questo punto di vista, sento Ferrara un po’ inerte, ma non per questo la odio, come erroneamente si crede, anzi la amo e sono felice di esser tornato nella mia città”.

Sgarbi ribadisce più volte l’amore e l’orgoglio che prova per la città natia, anche se i suoi rapporti con questa non sono stati tra i più felici. Il popolo ferrarese sembra non avvertire questo distacco, riempiendo la sala nella quale si è svolta la presentazione e restando ad ascoltare in religioso silenzio, fino all’ultimo fragoroso applauso. Anche il padre Giuseppe e la sorella Elisabetta non potevano mancare all’appuntamento, sostenendo Vittorio con una determinata ammirazione.

Insomma, chi si aspettava lo Sgarbi critico, agitato e polemico della televisione questa volta se n’è andato insoddisfatto, ma per tutti quelli interessati all’arte, il nostro opinionista ha dato una lezione coinvolgente e sentita, degna di un vero divulgatore del nostro immenso e in larga parte sconosciuto patrimonio.

Caterina, o l’amore che resta

Finché morte non vi separi è una bugia. Il minimo sindacale. Un amore come il nostro arriva molto più in là. E il tuo lo sento anche da qui. (Giuseppe Sgarbi, Lei mi parla ancora).

Giuseppe Sgarbi e Susanna Tamaro durante la presentazione dei loro libri alla libreria Ibs+Libraccio
Giuseppe Sgarbi e Susanna Tamaro durante la presentazione dei loro libri alla libreria Ibs+Libraccio

La stanza con il caminetto acceso ora silenzioso, la poltrona tristemente vuota, i cappelletti della Katia. Dai lontani baci improvvisi, agli abbracci che non hanno bisogno di parole, oggi Giuseppe si ritrova solo, in compagnia di quei ricordi che fanno venire voglia solo di cullarsi nel passato per non pensare al presente o a un futuro che non si vuole nemmeno.
Lei non c’è più ma resta, ovunque.
Una lunga dichiarazione d’amore, come quelle di altri tempi, come quelle che non si leggono più e che ti lasciano solo la bellezza di quanto meraviglioso possa essere avere provato un sentimento che tutto guida, che tutto conduce, quella dell’ultimo libro di Giuseppe Sgarbi, Lei mi parla ancora, dedicato alla moglie Caterina, scomparsa recentemente. Sempre da troppo (“e tu, dimmi: perché sei andata via? Così presto, poi. Che fretta c’era?, dimmi….”). La meravigliosa ode alla “Rina spaccatutto”, come la chiamavano da giovane, che cambiava tono di voce quando parlava con la figlia Elisabetta, una dolcezza riservata solo a lei, una voce che diventava quella di un padre con Vittorio e quella di una donna con lui, Giuseppe, che aveva abboccato a un amo, felice di averlo fatto, quello gettato da una donna dalla testa lucida, vivida, fulminante. La luce di una vita che ci insegna presto a non fidarsi di lei.
Conosciutisi giovani (“la mattina che siamo saliti sulla corriera il mondo è cambiato. In meno di venti chilometri è cambiato”…), in bilico fra Ferrara e Stienta, Giuseppe e Rina si erano innamorati come in un romanzo di altri tempi, di quelli che si vorrebbero leggere ogni giorno. Lui sa, e romanticamente scrive, che chiunque si avvicinasse a lei avrebbe subito la sensazione che il mondo fosse piccolo. Che solo le loro braccia unite avrebbero formato il compasso che avrebbe disegnato il loro futuro e che tutto ciò che fosse stato compreso nel perimetro di quel cerchio sarebbe stato solo loro. E che, di cerchio in cerchio, avrebbero conquistato il mondo, per non separarsi più. E così sarebbe stato fino a poco tempo fa, sessantacinque anni dopo. Una vita intera. Un silenzio ora, una ghiaia muta nel cortile, una vite priva di foglie e un amaro odore di carburante. Tutto tace. Ora. Non c’è più tempo per abbracciarsi, per scambiarsi sguardi unicamente amorevoli, per dirsi quello che non ci si era detti. Se solo si avessero ancora le gambe forti e giovani per rincorrere e non lasciare andare…. L’ossigeno da solo non può nulla, serve acqua. E quell’acqua, per Giuseppe, era solo Caterina. Pagine tristi, ma avvolgenti e meravigliose, un mondo che entra in punta di piedi in quella storia d’amore tanto riparata quanto discreta. Dolcissimo immaginarsi che tra normali mura domestiche possa scorrere tanto calore. Quasi fiori tra e da pietre, travertino che fiorisce, con un solo piccolo e leggero tocco. Rina, una donna d’altri tempi, non nel senso normalmente dato a questa espressione, ma donna esploratrice del futuro, non certo una prigioniera del passato. E stare con lei non significava cercare un punto fermo intorno al quale mettere radici. Significava correrle dietro. Con la testa prima di tutto. “Quando ci penso”, continua Giuseppe, “mi viene in mente una cosa, letta chissà dove non si sa più quanti anni fa, che dice che chi si concede il lusso di amare una creatura selvatica finisce col guardare il cielo. Una vera forza della natura, questo si’. Impossibile addomesticarti. … se facevi una cosa era sempre le passione. Una passione come una mareggiata: non guardava in faccia nessuno e non si fermava davanti a niente”. Rina era libera nei pensieri, nelle parole, veloce, bella, brillante, infaticabile, retta, logica, ordinata, amante dei viaggi e della vita. Quasi un affresco. Da un incontro senza baci, dove a parlarsi erano state solo le mani intrecciate e gli occhi negli occhi, Giuseppe e Rina avevano iniziato uno di quei giochi che sarebbe stato per sempre. Fianco a fianco, fino alla fine. Una strada illuminata solo da due sorrisi complici e da un amore immenso che faceva girare la testa e poteva sfidare le stelle. E con esse camminare. Perché le cose accadono perché devono accadere.

img_6136Giuseppe Sgarbi, Lei mi parla ancora, Skira, 2016, 118 p.

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EVENTUALMENTE
Vasco Brondi e l’ex Cccp Marco Zamboni galleggiano sull’orizzonte piatto tra via Emilia e il Po

La piattezza della pianura come luogo distintivo della propria identità, delle proprie radici. Sembra banale, ma non lo è. Chi è cresciuto in questa fetta di terra tra la via Emilia e il Po non bada tanto al paesaggio e ai luoghi che ha intorno. La campagna è – appunto – piatta, che spesso vuol dire anche anonima, meticcia, scontata, un’accozzaglia di edifici, capannoni, recinzioni, disposti un po’ frettolosamente da geometri e proprietari pragmatici, impegnati più che altro a far crescere colture intensive, ad allevare animali, a impiantare piccole e grandi imprese. Pochi, qui, sembrano essersi dedicati molto a pensare e progettare la forma delle cose intorno. Tanto più che l’orizzonte è piatto, lo sguardo non spazia molto lontano, e spesso la nebbia lo accorcia fino a cancellare ogni perdita d’occhio.

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Copertina di “Anime galleggianti” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni (foto Piergiorgio Casotti)

Non hai il contorno del paesaggio ad accompagnare la vita quotidiana, come chi vive tra le colline, che siano senesi, umbre, venete; per non dire dei luoghi di montagna, punteggiati da casette ed edifici dello stesso stile, fatti di materiali e colori omogenei, armoniosi e ricorrenti. Qui la laboriosità sembra aver messo da parte la riflessione estetica, a meno che non sia finalizzata alle eccellenze che si sfornano negli stabilimenti di Lamborghini, Ducati, Ferrari, in quelli di ceramiche o di aziende che si fregiano dei migliori marchi del mangiare e del bere. Chi fa e fabbrica non bada tanto a farsi vedere. E molto, da queste parti, non si vede proprio: paesi dove il tempo un po’ si è fermato e un po’ no, dove il tempo arriva e si appoggia a casaccio, dove accanto al vecchio pescatore di fiume trovi nuovi abitanti arrivati da Romania e Cina, dove il cemento si tinge dei colori più improbabili, dove gli aironi convivono coi pesci siluro, i tralicci dell’alta tensione con i canneti affondati negli argini.

A raccontare l’irraccontabile di un’area geografica sfuggente e discordante ci si sono messi due maestri della parola e della poesia in musica che, da queste parti, ci sono nati e cresciuti: Vasco Brondi, ferrarese classe 1984, che è l’anima del progetto musicale Le luci della centrale elettrica, e Massimo Zamboni, chitarrista, autore di testi e cofondatore del gruppo storico dei Cccp, nato a Reggio Emilia nel 1957.

Foto di Luigi Ghirri all’ingresso di una casa colonica, Formigine (Modena) 1985
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Cesare Zavattini a Luzzara fotografato da Gianni Berengo Gardin, 1973
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Scena iniziale del film “Il giardino dei Finzi-Contini” dal romanzo di Giorgio Bassani

Per descrivere un viaggio nelle terre piatte, Brondi e Zamboni si appoggiano al fotografo Piergiorgio Casotti e insieme partono a bordo di una zattera in alluminio, che naviga lungo uno dei canali del Po. Il resoconto che ne esce è fatto di quello che vedono, che incontrano, ma anche delle parole e delle immagini che prima di loro qualcuno ha scritto e immortalato contribuendo a dar forma al senso di identità della gente di pianura: il fotografo Luigi Ghirri, gli scrittori Cesare Zavattini e Giorgio Bassani, cantanti come Francesco Guccini e Lucio Dalla.

Il risultato è nel libro che esce giovedì 14 aprile 2016: “Anime galleggianti, dalla pianura al mare tagliando per i campi” pubblicato da La Nave di Teseo, che è la nuova casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi. Dal giorno dopo via al tour di presentazione in giro per l’Italia: 15 aprile a Ferrara con Paolo Foschini (Corriere della sera), 16 aprile a Roma, 18 aprile a Milano, 19 aprile a Firenze, 20 aprile a Bologna.

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Un difficile rapporto tra parole scritte e immagini: i ‘Racconti d’amore’ di Elisabetta Sgarbi

Così, da studioso bassaniano, mi reco al cinema a vedere Racconti d’amore, di cui l’episodio centrale s’intitola Micol “da un racconto (?) di Giorgio Bassani” e m’appresto a dare la mia valutazione del film diretto da Elisabetta Sgarbi: non tre stellette ma tre “i”: Impostato, Impettito, Ingenuo.

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La ‘locandina’ di uno dei quattro racconti del film

E’ sempre difficile rendere “visive” le parole. E ben lo sanno quei registi che si sono cimentati con capolavori della narrativa, da De Sica regista de Il giardino dei Finzi-Contini a Visconti che affronta James Cain in Ossessione, Tomasi di Lampedusa in Il Gattopardo, d’Annunzio ne L’innocente per non parlare di Verga e di Boito nel sommo capolavoro Senso. La difficoltà, come ribadisce un critico attentissimo quale Alfonso Berardinelli, è nella capacità di rendere in immagine la parola. Un caso per tutti, il fallimento di un regista difficile come Jean-Marie Straub, coadiuvato da Danièle Huillet, che filma cinque tra i ventisette dei Dialoghi con Leucò di Pavese, secondo quella tecnica straniante che tanto mi ricorda quella del film della Sgarbi.
Sembra quasi che il risultato sia lo stesso. Pochi osano dimostrare che il film è sbagliato, proprio per non apparire incolti o non all’altezza dell’evento. I nomi che compaiono, Franco Battiato per le musiche, Laura Morante Michela Cescon, Sabrina Colle, Rosalinda Celentano, Tony Laudadio, Ivana Pantaleo, Andrea Renzi, Elena Radonicich, per quattro storie d’amore e di Resistenza ispirate ai racconti di Sergio Claudio Perroni, Fausta Garavini, Giorgio Bassani e Tony Laudadio, dovrebbero essere la garanzia di un film che, tuttavia, risulta inesorabilmente “impostato”.
Dalla fragorosità della musica scelta da Battiato alla posa “assettatuzza” direbbe Boccaccio, vale a dire del modo in cui i protagonisti straniati sono più preoccupati del come indossare abiti d’epoca, rifatti con una precisione encomiabile “ton sur ton”, che gli abiti della miseria contadina di tre storie o dell’eleganza di Micol nel “racconto” bassaniano. Si veda il primo episodio: lei indossa un basco che è così ben sistemato sulla testa da apparire falso. O nell’episodio tratto dal racconto della Garavini: lo scialle con cui la donna si copre la testa, sopra il golf all’uncinetto e col foulard annodato, rendono una posa da museo del costume.

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Un immagine del film di Elisabetta Sgarbi

“Impettito”: la bella Micol cammina tra le case di Ferrara, le mura e il parco che la relega. La vediamo scendere le scale dove s’affastella la collezione della famiglia Sgarbi, e che mai Bassani avrebbe approvato come décor della casa della sua protagonista. Lei, che è la signora dei vetri e che ha la sua stanza decorata con i làttimi veneziani, preoccupata su come indossare il bel vestito bianco e nero, di una brava stilista, usato per recarsi alla visita al cimitero ebraico o alla sinagoga. Non basta la voce di Toni Servillo a commentare la qualità della prosa bassaniana. Certo, è facile per chi, alla prima occhiata, scopre i luoghi che da sempre fanno parte del suo immaginario, trovarne l’irrealtà. Tanto giusta quanto contraddetta nei luoghi reali elencati in coda al film. Eppure, al di là di una bellissima fotografia e dello scorrere lento del fiume, sembra quasi che l’umanità dolente e delusa, che si dovrebbe e potrebbe confrontare con la maestosità del Po e del Delta, venga sconfitta dall’impettita presenza di begli attori che sembrano messi lì per caso, a testimoniare la qualità dell’operazione.
Il miglior episodio, quello di Laudadio, per un momento lascia trapelare, in quello stringersi delle labbra sottili del pescatore innamorato, un’angoscia irrimediabile. Potremmo allora dire che quel film ha tutte le caratteristiche e i pregi e difetti di un bel documentario, e che il miracolo delle parole visive sembra perdersi nella vastità del fiume, percorso senza comunicarci quella fiducia della parola che si fa occhio, e occhio cinematografico.
E per una volta, non sembri presuntuoso il non lasciarsi intimidire dal sospetto di non apparire abbastanza colti.

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Racconti di una Resistenza impossibile

Si affida alla storia e alla memoria Elisabetta Sgarbi per rimanere lontano dalla retorica, fantasma sempre in agguato quando ci si confronta con il racconto degli episodi della Resistenza e degli ultimi decisivi mesi di guerra, trappola che imprigiona ricordi di vita vissuta in una narrazione stereotipata senza spazi per la complessità e che li spinge in un passato sempre più lontano e difficile da comprendere per il tempo presente.
Il lavoro della Sgarbi, al contrario, narra della Resistenza nelle pianure del Basso Ferrarese e del Polesine, tema ancora molto controverso nel dibattito storiografico, e lo fa attraverso le testimonianze di chi quel periodo lo ha vissuto, includendo episodi eroici e meno eroici.

Lidia Bellodi, una delle testimoni del film di Elisabetta Sgarbi

Velia-film-sgarbiVelia Evangelisti e (sopra) Lidia Bellodi, due delle testimoni del film di Elisabetta Sgarbi

Le celebrazioni del 69° anniversario della Liberazione a Ferrara sono iniziate proprio con la presentazione del film-documentario ‘Quando i tedeschi non sapevano nuotare’ della regista ferrarese Elisabetta Sgarbi, organizzata dal Comune di Ferrara, dal Museo Civico del Risorgimento e della Resistenza, da Arci, Anpi, Betty Wrong e Rai Cinema.

Sono storici che della Resistenza nel nostro territorio si occupano da sempre, come Anna Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, Davide Guarnieri, Andrea Rossi e il direttore dell’Istituto Parri di Bologna Luca Alessandrini, a confutare la tesi che la lotta di Liberazione non fosse possibile in pianura, a causa della mancanza di luoghi in cui nascondersi. Non solo, secondo Antonella Guarnieri – storica e responsabile comunicazione e didattica del Museo della Resistenza di Ferrara – già prima del 1943 è individuabile il “movimento antifascista” che porta “in carcere 60 ferraresi, tra cui lo stesso Giorgio Bassani e Alda Costa” e che preoccupa le autorità per la sua “particolarissima caratteristica di essere interpartitico e interclassista”.

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Fin qui la storia, ma navigando sul Grande Fiume è come se gli innumerevoli rami che crea nel suo Delta ci portassero ad approdare ad altrettante vicende di coloro che in quegli anni c’erano. Il loro racconto non è fatto solo di parole, anzi forse la parte più importante sono i loro volti, i loro sguardi, su cui la regista indugia perché, confessa, “è un modo di entrare con una lente di ingrandimento” dentro le emozioni. Il rabbino Luciano Caro testimonia “l’orgoglio” della comunità ebraica ferrarese e la sua esperienza personale di rifugiato in un paese vicino Lucca: “abbiamo vissuto i due aspetti la protezione e la delazione”, tutta la comunità li ha protetti nonostante sapesse delle loro origini, ma fu un conoscente del padre a denunciarlo, deportato ad Auschwitz non fece più ritorno. Balduino Masieri di Alberone narra di quando ha visto i tedeschi annegare inghiottiti nelle acque del Po mentre tentavano di attraversarlo con una fune, e Giuseppe Sgarbi, il padre di Elisabetta e Vittorio, ricorda una giornata passata nascosto a fumare per il timore di essere di essere catturato durante un rastrellamento. Lidia, partigiana di Bondeno, racconta di quel 18 febbraio 1945, quando più di duecento donne, madri, mogli, sorelle, fidanzate, hanno assaltato il Comune di Bondeno e gettato i registri di leva dell’anagrafe giù dalle finestre per bruciarli: lei all’epoca aveva 19 anni ed era fra quelle donne. Ma si ricorda anche di quella sua amica staffetta che per passare un posto di blocco di fascisti e tedeschi si è tirata su la gonna: allora poche donne potevano permettersi di comprare le mutande da indossare sotto i vestiti. Velia, staffetta di Ferrara, parla dell’orgoglio di suo padre antifascista quando l’ha vista uscire di casa in missione vestita da uomo con il suo cappello in testa, ma anche dello scivolone subito fuori dalla porta a causa del ghiaccio sul marciapiede e poi delle serate con suo marito: “mi veniva a prendere in bicicletta e via che andavamo a ballare”.

Non racconti epici, ma episodi di una guerra divenuta quotidianità, non eroi, ma testimoni sopravvissuti, che ci raccontano dei loro vent’anni.

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l’avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto.”
(Italo Calvino, Oltre il ponte)

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