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Gli azzeccagarbugli servi dei padroni dell’energia

Ci sarà un motivo se Alessandro Manzoni, maestro nel cogliere lo spirito italico prima dell’Unità d’Italia (espressione ossimorica, come sappiamo), ha ideato un personaggio come l’avvocato Azzecca-garbugli.

L’azzeccagarbugli mette la sua abilità nel trovare cavilli sempre al servizio del potente. In questo racchiude in sè due vene congenite dell’italiano: la litigiosità bizantina e il servilismo, che purtroppo trovano udienza in molti tribunali italici, evidentemente sensibili alle medesime sirene.

L’ultimo esempio è di oggi. Il Governo impone (ai tempi di Manzoni sarebbe stata una grida, cioè un editto dell’autorità) una tassa di solidarietà a carico delle aziende distributrici di energia, gas e petrolio: si confronta il dato derivante dalla somma algebrica tra le spese e i ricavi dal 1° ottobre 2021 al 30 aprile 2022 con il dato spese e ricavi dello stesso periodo dell’anno precedente. Se l’aumento del dato tra un anno e quello precedente supera il 10%, sull’ importo dell’aumento – che lo Stato ha deciso di calcolare prendendo come riferimento l’imponibile IVA –  l’azienda deve pagare il 25% di extra tassa, che vada a finanziare uno sconto sulle nostre bollette.

Faccio un esempio: se io sono un cane a sei zampe e ho avuto quest’anno un saldo di 5 miliardi, mentre l’anno precedente il mio saldo dello stesso periodo era 1 miliardo, sulla differenza di 4 miliardi pago allo Stato il 25%, ovvero 1 miliardo, che ritorni ai cittadini a mezzo Stato per fargli sopportare l’aumento enorme della bolletta. Infatti quei 4 miliardi io, cane a sei zampe, li ho lucrati in massima parte comprando energia a prezzo prefissato e rivendendola a prezzo di mercato, prezzo che attualmente è schizzato verso l’alto per motivi quasi esclusivamente di speculazione. Si chiama contributo di solidarietà: una minima misura di redistribuzione che non affama il cane (che continua ad essere bello pasciuto) e serve a non far crepare i gatti, che siamo noi.

Sapete che sta succedendo? Che i consulenti azzecca-garbugli del cane a sei zampe e suoi derivati stanno suggerendo ai loro clienti di non pagare l’acconto (40%) di questa cifra. Infatti il Governo ha incassato pochissimo rispetto alla stima di fine giugno: circa un quarto del previsto. Gli azzecca-garbugli servi del cane stanno dicendo al cane di non pagare le tasse, perchè il cosiddetto “differenziale IVA”, ossia la variazione della cifra imponibile su cui si paga l’IVA da un anno all’altro, potrebbe dipendere non solo dalla differenza di prezzo, ma dall’ampliamento del portafoglio clienti, dall’acquisto di un ramo d’azienda o dal semplice aumento della quota di mercato. Quindi sarebbe un indicatore spurio, e addirittura incostituzionale.

Sarebbe come se io decidessi di non pagare l’Irpef sui miei guadagni perchè secondo me sono stato bravo a farli, e quindi non è giusto che ci paghi le tasse. Se lo faccio io o lo fai tu, domani hai l’Agenzia delle Entrate alla porta. Se lo fa il cane a sei zampe, abbiamo Draghi incazzato che “minaccia sanzioni”. Contro un’azienda controllata da lui stesso, peraltro, visto che il Tesoro ne detiene il 30%.

“A saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente” 

L’ avvocato Azzecca-garbugli a Renzo, ne I Promessi Sposi

 

 

Gasss… Sembra blu ma è marrone.
Chi decide in Europa?

 

Sembrano fatti di cronaca, semplici notizie provenienti da zone calde ma in realtà possono aiutarci a comprendere come si muovono gli Stati e quanto sia reale l’impotenza dell’Europa di fronte all’unica potenza egemone rimasta dopo la caduta del muro di Berlino.

L’Europa finisce di essere indipendente dopo la seconda guerra mondiale per ovvi e noti motivi, ma mentre per un certo periodo l’ordine delle cose e le gerarchie erano più chiare, adesso sembra quasi che stiamo imparando a nascondercelo, sempre di più facciamo persino finta di essere “indipendenti” e che scelte evidentemente oscure facciano parte di piani a sostegno di interessi casalinghi.
Resta apparentemente fuori dallo schema la Gran Bretagna da cui gli Usa hanno raccolto il testimone e con cui si sono scambiati i ruoli, e la Francia che si è creata uno spazio piccolo dentro uno spazio più grande e lavora per avere una dignità all’interno dell’impero americano. Un po’ per vocazione imperiale e un po’ spropositato orgoglio nazionale.

In questo periodo abbiamo fame (anzi freddo) di gas. Le nostre bollette si impennano, famiglie in difficoltà e aziende costrette a chiudere per il raddoppio dei costi energetici. Nessuno lo vorrebbe, nessuno ne avrebbe bisogno, e se da una parte c’è un’Europa che ha paura della Russia, a torto o ragione e per lo più per ragioni storiche di posizionamento geografico, un’altra non avrebbe nessuna necessità di mostrare i muscoli.

La Russia è la principale fornitrice di gas dell’Europa e, soprattutto, ha costruito nel tempo una serie di infrastrutture che lo trasportano o potrebbero trasportarlo in maniera costante e abbondante. Ci sono però paesi dell’ex blocco sovietico poco stabili da cui passano i gasdotti che a tratti ne minacciano la sicurezza e il passaggio.

Poiché il gas a noi serve comprarlo e ai russi serve venderlo hanno costruito un gasdotto, il Nord Stream 2, che bypassa questi paesi e arriva direttamente in Germania, paese sicuro e stabile, per poter poi essere smistato in Italia, Francia e altrove. Questo gasdotto passa sotto il Mar Baltico che è un mare interno dell’Oceano Atlantico, e che tocca i seguenti paesi: Danimarca, Svezia, Finlandia, Russia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Germania.

Di questi paesi, la Finlandia ha storicamente sempre evitato di innervosire il suo potente vicino e confinante riuscendo però a tenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti e Nato tenendosene però saggiamente fuori come ha fatto del resto la Svezia. La Danimarca è invece un membro della Nato e un fidato alleato degli Stati Uniti e non ha problemi di approvvigionamento di gas in quanto già da tempo ha raggiunto l’autosufficienza.
Ci sono poi i paesi ex sovietici cioè le Repubbliche Baltiche e la Polonia che invece hanno motivi di tensione con la Russia e per questo appoggerebbero qualsiasi operazione contro di essa, ospitano ben volentieri basi, mezzi e uomini americani o Nato, cosa che ovviamente viene accolta e promossa da Washington, interessata a stabilire avamposti sempre più vicini ai confini russi.

È un po’ un gioco agli scacchi, o forse al massacro. Per una corretta comprensione delle dinamiche e oltre alla geografia, bisogna anche tener presente che la Nato esiste per tutelare gli interessi americani, unici a promuovere guerre che a volte è logico far combattere agli altri, e che l’Europa serve da campo di battaglia per un’eventuale guerra futura. Lo era stato maggiormente durante l’era pre-muro ma anche oggi, al tempo dei missili galattici, non è un argomento scomparso del tutto.

Fatta la cornice, costruita la mappa fisica e concettuale, torniamo all’Ansa. Annalena Baerbock, la ministra degli Esteri tedesca, ha dichiarato: “Mosca si espone a conseguenze gravi in caso di aggressione all’Ucraina”. Parlando al Bundestag ha sottolineato che le sanzioni coinvolgerebbero anche il gasdotto Nord Stream 2 “Prepareremo un pacchetto di sanzioni forti”, ha spiegato che includono per diversi aspetti “anche Nord Stream 2”.

La Germania ha quindi parlato di sanzioni alla Russia come giustamente deve fare un Paese che fa parte della Nato e che nonostante sia una potenza economica è strettamente controllata, come l’Italia, da un’infinità di basi e soldati americani dislocati da decenni sul proprio suolo. Ma per quanto possibile si è tenuta sul vago, del resto ha tantissimi interessi sia nell’Est europeo sia proprio con la Russia. Interessi commerciali, si intende, quelli che fanno girare l’economia, danno lavoro, benessere e a volte riscaldano.

Il Nord Stream 2 porterebbe benefici a Paesi, ad esempio, come l’Italia, la Francia e la Spagna oltre che alla stessa Germania, che non hanno nessun interesse nell’aumentare le tensioni in confini che andrebbero studiati bene ma siamo costretti, nostro malgrado, a partecipare a questo piano.
Certo, la Russia non sarà simpatica, potrebbe legittimamente non piacerci ma, come ha detto il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov parlando davanti alla Duma “I nostri colleghi occidentali sono letteralmente in uno stato di frenesia militarista» e fanno «dichiarazioni isteriche”. “Siamo pronti a tutto – ha detto ancora – noi non abbiamo mai attaccato nessuno, siamo sempre stati noi ad essere attaccati, e quelli che l’hanno fatto non se la sono cavata».

E la Russia sembra, in effetti, sotto assedio da quando sono state partite le rivoluzioni colorate, di cui abbiamo visto solo frutti avvelenati. All’obiezione eventuali sulle questioni georgiane, della Crimea, del Donbass e magari sulle questioni della Bielorussia risponderei che bisognerebbe provare prima ad escludere insufficienti conoscenze storiche, rivendicazioni territoriali, problemi di confini, ingerenze. Insomma …“dati (prima) cause e pretesti”…

Dunque, adeguate dichiarazioni dalla Germania, russi che difendono le loro posizioni in maniera diplomatica, mentre gli Usa, senza troppi giri di parole e per bocca del portavoce del dipartimento di Stato Usa, Ned Price (parlando all’emittente radiofonica pubblica Npr, e come riportato dal Guardian), dice: “Voglio essere molto chiaro: se la Russia invade l’Ucraina in un modo o in un altro, il gasdotto Nord Stream 2 non andrà avanti“. “Non entrerò nei dettagli”, ha detto, ma poi ha aggiunto: “Lavoreremo con la Germania per garantire che non vada avanti”.

Gli Usa terranno in considerazione gli interessi tedeschi e europei? Dubbi in proposito. Sembra più una minaccia, sembra voler far capire a russi ed europei che al di là di qualsiasi interesse in campo, ce n’è uno che vale di più, il loro.

Un attento osservatore potrebbe notare che gli Usa hanno diritti sul Mar Baltico più o meno come ne avevano in Italia ai tempi della tragedia del Cermis. Saranno loro a decidere, da Paese occupante, e a noi resterà il freddo dell’inverno, guardando al ticchettio del contatore del gas e alle perdite economiche dell’interscambio commerciale.

Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi

Bielorussia, la fine dell’umanità alle porte di casa nostra

 

La foto in copertina (Foto di Dire.it – https://www.dire.it/) mostra tutto l’essenziale. Povere persone, famiglie, in fuga da paesi distrutti da guerre, coperte con mezzi di fortuna, inermi, affamate e semiassiderate (qualche giorno fa un bambino di un anno è morto di freddo). Il confine è quello tra Bielorussia e Polonia. A fronteggiarli, la guardia di frontiera polacca in assetto di guerra, come dovesse contrastare l’invasione di un esercito nemico.

La Bielorussia accoglie i migranti in fuga dal Medioriente (siriani e iracheni di etnia curda, soprattutto), offrendo loro visti turistici per farli atterrare nel paese – ma con la “promessa” di farli arrivare in Germania –  attraverso pacchetti della compagnia aerea di bandiera. Poi li addossa al confine con la Polonia, che non li vuole e progetta la costruzione di un muro. Nel frattempo le persone – attualmente alcune migliaia – che non riescono ad attraversare di nascosto il confine restano al freddo, soffrono e muoiono. Il dittatore bielorusso Lukashenko accusa l’UE di non avere un cuore perchè rifiuta di accogliere i migranti, che secondo lui vogliono approdare in Germania. La Germania tratta con lui, mentre l’Unione Europea accusa la Bielorussia di usare i migranti come strumenti di ricatto contro l’Europa che ha proclamato “sanzioni” contro il regime di Lukashenko. La Polonia vieta a Frontex (l’agenzia europea che si dovrebbe occupare del controllo della gestione delle frontiere) l’accesso alle zone dove sostano i migranti. Il vero braccio di ferro è sulle forniture di gas. Lukashenko minaccia di chiudere il gasdotto che passa dal suo paese per portare il 20 per cento del gas russo all’Europa. Putin, che appoggia Lukashenko, al contempo nega che un’ipotesi di blocco delle forniture possa mai verificarsi. L’Europa per correre ai ripari dovrebbe rivolgersi a fornitori alternativi (Norvegia, Libia). Nel frattempo il prezzo del gas sale.

Tra il primo ed il secondo paragrafo di questo articolo passa tutta la differenza tra l’essenza in-umana dei fatti e la gerarchia degli interessi in ballo. Tuttavia i due concetti non sono scollegati, bensì interdipendenti. La foto comunica una enorme disumanità della politica, che non riesce a (o non vuole fino in fondo) salvaguardare la salute e la vita degli esseri umani più deboli, compresi i bambini. Ma si potrebbe dire che questi esseri umani vengono sacrificati per il nostro benessere? Si potrebbe affermare che queste persone vengono lasciate al freddo in una foresta ostile per evitare a noi di rimanere al freddo nelle nostre case? Forse no. Però, se pensiamo a quanto le regolari forniture di gas e petrolio influenzano la produzione delle nostre fabbriche ed il lavoro di migliaia di persone; se pensiamo a quanto può incidere, sul bilancio familiare, un’impennata nei prezzi di queste materie prime, dovremmo trarre una conclusione meno drastica, ma non priva di cinismo. E’ un ragionamento cinico quello che induce il dittatore Lukashenko a utilizzare queste persone come arma di ricatto verso l’Unione Europea. Ma questo cinismo avrebbe la medesima forza ricattatoria, se dall’altra parte i ricattati accettassero il rischio di far subire ai loro cittadini le conseguenze di una (temporanea) crisi energetica?

«Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko. L’autonomia in campo energetico nel medio termine sarà fondamentale e nel breve termine certamente dobbiamo lavorare per utilizzare al meglio le relazioni esistenti sia con il Nord Africa, che con la Norvegia e con la Russia». Parole di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia. A voi sembrano parole rassicuranti? Personalmente le trovo scivolose. L’autonomia energetica “sarà fondamentale”. Potrebbe voler dire che, attualmente, l’autonomia energetica è un obiettivo, ma non una certezza. Qualcuno è così puro di cuore da pensare che l’Unione Europea non sarebbe in grado, se davvero lo volesse, di mettere in ginocchio il gambler bielorusso? Ma dietro Lukashenko c’è Putin. La Russia finge di fare da mediatore tra Europa e Bielorussia, in realtà utilizza la Bielorussia come avamposto per estendere la propria influenza (anche territoriale: ricordate l’invasione della Crimea?) ai confini di Stati, come la Polonia, che attualmente sono alleati (scomodi) dell’Unione Europea. Il muro di Berlino è stato abbattuto nel 1989, la cortina di ferro e il Patto di Varsavia non esistono più, ma la Russia sembra in grado di esercitare una forza crescente al cospetto di un’Europa debole, divisa, capace solo di un’ unione monetaria cui non ha fatto seguito nè un’ unione politica, nè economica, tantomeno sociale (ne parla anche Daniele Lugli, qui).

Il diritto occidentale garantisce la libera circolazione delle merci e dei capitali, ma ostacola la libera circolazione delle persone, soprattutto di quelle rese profughe da conflitti spesso alimentati dalle stesse democrazie occidentali. Nel frattempo gli ultimi, gli incolpevoli, gli indifesi, soffrono e muoiono, paradossalmente (e purtroppo non è la prima volta) individuati come nemici dai neofascisti, che non trovano di meglio che prendersela con gli ultimi, anzichè con i primi. E’ un mondo che ricostruisce muri per le persone, e contemporaneamente consente ai soldi di andare dove pare a loro. Davvero si fatica ad immaginare qualcosa di più disumano di questa costruzione umana.

ALBERI E FORESTE AL BIVIO:
biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

 

La corsa alle biomasse forestali mette e rischio la biodiversità e la salute dei cittadini: non sono una fonte di energia rinnovabile e non devono ricevere incentivi pubblici. Alberi e foreste a un bivio: biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

Convegno nazionale: Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia
Giovedì 22 aprile, dalle ore 14,00 alle 16,30 – Link Zoom al convegno[clicca Qui]

Roma – Green Impact e GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, le due organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance – l’alleanza di oltre 100 ONG in 27 paesi – insieme a ISDE – Medici per l’Ambiente, Parents for Future e WWF Forlì – Cesena hanno organizzato un convegno nazionale contro l’utilizzo delle biomasse forestali per la produzione di energia elettrica, che si terrà giovedì 22 aprile in streaming su Zoom e sulle pagine Facebook delle associazioni organizzatrici. Al convegno aderiscono anche Greenpeace Italia, ProNatura Emilia Romagna, ProNatura Forlì, Centro Parchi Internazionale, SISM (Società Italiana Scienze della Montagna), SIRF (Società Italiana di Restauro Forestale), CISDAM (Centro Italiano Studi e Documentazione degli Abeti Mediterranei), GrIG (Gruppo d’Intervento Giuridico), Italia Nostra Toscana, Italia Nostra Abruzzo, OIB – Osservatorio Interdisciplinare sulla Bioeconomia e Simbiosi Magazine.

Le foreste sono già messe a rischio dagli incendi, dal disboscamento, dai cambiamenti climatici e dal sovra-sfruttamento. L’aumento dei tagli per sfamare la fame di legname delle centrali a biomasse forestali per la produzione di energia elettrica costituisce un’ulteriore minaccia per il nostro patrimonio forestale.
Un recente articolo pubblicato su “Nature” riporta un incremento del 49% della superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento della perdita di biomassa del 69% in tutta Europa nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila m3 tra il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’Italia è inoltre tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, causando tagli boschivi e impatti sugli ecosistemi forestali anche fuori dal nostro Paese.
Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia europee sia nazionali, di deduzioni fiscali e di incentivi che hanno incrementato l’uso delle biomasse legnose per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come ecologico e rinnovabile nonostante le criticità in merito.

“L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni di CO2 in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del riscaldamento globale”, dice Fabrizio Bulgarini di Green Impact. Le centrali a biomassa, nate per utilizzare i materiali di scarto, non possono in alcun modo ricevere gli alberi tagliati per essere ridotti in “pellet” e bruciati come biocombustibile.
Una posizione ribadita dalla scienza: a febbraio oltre 500 scienziati, anche italiani, hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine forestale per produrre energia su grande scala.

Le problematiche poste dalla produzione e dalla combustione delle biomasse forestali sono numerose:

  • la combustione di legno produce CO2 e compromette la capacità delle foreste di assorbirla.
  • La combustione di legno produce particolato: le polveri sottili PM 2,5 e PM 10.
  • I boschi italiani stanno aumentando di superficie, ma rimangono di bassa qualità: hanno i bassi livelli di biodiversità e una bassa provvigione, ovvero pochi metri cubi di legname per ettero. La produzione di biomassa legnosa porta a una gestione forestale con tagli ravvicinati negli anni;
  • La richiesta di combustibile legnoso ha causato l’importazione di legname ottenuto con metodi impattanti quando non illegali da molti paesi del mondo.

“Gli alberi”, dice Giovanni Damiani del GUFI, “sono più preziosi come componente viva degli ecosistemi che tagliati e utilizzati come combustibile”. Le foreste forniscono infatti numerosi benefici ecosistemici: di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi, il riciclo dei nutrienti; di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre…); di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici; benefici culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. La gestione delle foreste deve considerare e garantire tutte queste funzioni.

Contatti:
Valentina Venturi – GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane – 340 3386920 | press@gufitalia.it
www.gufitalia.it

DeepL. Prove del nuovo mondo

Mi è difficile tentare di spiegare cosa sia, per me, la rivoluzione che stiamo vivendo e che la maggioranza di noi non comprende minimamente. Ammesso ovviamente che io ne abbia un poco decodificato lo spirito o almeno ne intuisca vagamente qualcosa. Fatto è, che siamo di fronte a un’autentica rivoluzione che non è solo tecnologica ma anche biologica, antropologica e sociale; siamo di fronte ai primi vagiti di un mondo completamente nuovo. Si badi bene: non al suo concepimento che risale a molti anni fa ma proprio ai suoi primi passi – ancora insicuri – ma dall’incedere dei quali si intravvede già il mondo che verrà o, meglio, il mondo che potrà essere.
Allora proviamo a fare insieme un piccolo esperimento anche se la cosa mi costringe, mio malgrado, a pubblicizzare uno specifico prodotto. Mentre leggete andate sul sito DeepL (https://www.deepl.com/home) datevi 10 secondi per vedere la home page e poi scegliete l’opzione “traduci ora” che vi porterà sulla finestra di lavoro. Ora selezionate l’articolo che state leggendo e copiatelo nell’apposito spazio, scegliete quindi la lingua nella quale lo volete tradurre. In pochi secondi avrete una traduzione che se non è perfetta è sicuramente estremamente verosimile, forse un pò messa in crisi dal mio periodare che in verità mi sembra sempre un poco strano e contorto.
Bene, Adesso poniamoci alcune domande, partendo però dal presupposto che la tecnologia utilizzata per la traduzione appena vista, basata sull’intelligenza artificiale, è appena agli inizi e sta rapidamente migliorando insieme al migliorare delle performance delle macchine (hardware) che la supportano.
Come impatta questa applicazione sul lavoro di milioni di persone che si guadagnano da vivere facendo traduzioni? Per ora si dirà, poco, ma pensate in prospettiva. Come consumatore ho uno strumento che mi consente di tradurre istantaneamente qualsiasi documento scritto in qualsiasi lingua in un’altra lingua. Non ho più bisogno di traduttori umani, non ho più bisogno di imparare una lingua per obbligo; ora semmai posso farlo per piacere, perché mi gratifica e mi piace. Moltiplicate questo per cento, per mille, per un milione, per un miliardo, quanti potrebbero essere gli utenti potenziali di questo servizio, Alla fine, quanti posti di lavoro di traduttori, insegnanti di lingue ed attività connesse, saranno andati persi quando la tecnologia – in pochi anni – sarà arrivata a maturazione, magari aggiungendo alla traduzione del testo scritto quella verbale?
Sembra incredibile ma questo fantastico strumento è gratuito, come avete avuto modo di vedere. Possibile che una simile cosa sia data in uso gratuito? Ma allora da cosa guadagnano quelli che lo hanno costruito?. Dalla versione Premium certo (a pagamento) o da qualcos’altro che sia stato definito dal modello di business aziendale che non occorre indagare ulteriormente. Ma c’è una cosa particolarmente importante che anche noi diamo gratuitamente: i metadati connessi al nostro uso della piattaforma e l’informazione che immettiamo nel sistema (i pezzi da tradurre), che – per così dire – sono il cibo che lo rende sempre più “intelligente”. E tutto questo è possibile grazie ad una gigantesca infrastruttura fatta di computer, cavi, modem di trasmissione (etc.) che ormai nessun essere umano è in grado di afferrare nella sua completezza e totalità. E funziona grazie all’uso di una gigantesca quantità di energia necessaria a far funzionare le macchine e a trasmettere ed elaborare l’informazione.
Proseguiamo con l’analisi di questo caso banale. L’attività di traduzione è altamente complessa, richiede a noi umani anni di preparazione, allenamento costante, abilità, impegno e per chi non vi è proprio portato, sacrificio. Eppure la “macchina”, anzi il grande sistema digitale interconnesso, è già in grado di sostituirla decentemente per ora, perfettamente tra un pò di tempo. Un grande passo avanti da quando 22 anni fa il computer Deep Blue batteva per la prima volta un uomo giocando a scacchi, il campione mondiale Kasparov.
Provate ora a pensare a quali altre attività o lavori potrebbero essere digitalizzate e automatizzate; non siate taccagni, (quasi) qualsiasi cosa riusciate a pensare tra poco la tecnologia riuscirà a replicarla (ok, sto un pò provocando lo ammetto). L’avvocato? niente di più facile. Il notaio ancora più facile. La gestione contabile? Elementare. Diagnosi mediche? Davvero nulla di più facile. Quanti milioni di posti di lavoro saranno resi obsoleti e sostituiti da questo sviluppo?
Fantastico, ma forse abbiamo un problema. Se la struttura sociale, le istituzioni e il nostro modo di pensare resta quello attuale, dobbiamo inventare nuovi lavori (che non siano già automatizzati) e sperare che qualcuno li paghi altrimenti siamo messi male. Oppure dobbiamo iniziare a sognare e ritenere che da ora in avanti il lavoro diventerà pura creatività applicata, relazione amorevole, esplorazione spirituale, perché a manipolare materia ed informazione per produrre tutto quel che serve basta il mega sistema assistito da “poche” persone. Ma questo richiede giocoforza una radicale trasformazione sociale, istituzionale e nel modo di pensare. E’ uno scenario infernale o uno scenario paradisiaco? Il ritorno all’Eden prima della caduta o il precipitarsi verso il caos? Non si sa.
Che dire? Semplice no? La realtà del mondo nascente si manifesta in tante piccole cose sulle quali non riflettiamo affatto; ce l’abbiamo proprio sotto gli occhi, troppo vicina e quotidiana ed è proprio per questo che ci sfugge, che non riusciamo a vederla.
E c’è da scommetterci: se rileggeremo queste righe tra un anno sembrerà già qualcosa di irrimediabilmente datato, un reperto di archeologia del pensiero. Provare per credere.

Un esempio di architettura verde

di Federica Mammina

Guardiamo spesso ai paesi orientali come modello di tecnologie avanzatissime e di elaborazione di progetti innovativi. A volte ci sembrano quasi irraggiungibili. Ogni tanto però capita che siano loro a chiedere a noi di realizzare qualcosa di grandioso, e quando accade vale la pena sottolinearlo.
È la Cina in questo caso che, avendo deciso di puntare sul verde per combattere l’inquinamento prodotto dalle sue megalopoli, ha concluso un contratto con lo studio Stefano Boeri Architetti per la costruzione di una città foresta lungo il fiume di Liujiang, nella provincia meridionale del Guangxi. La città, che ospiterà 30.000 persone, comprenderà appartamenti, uffici, alberghi e scuole, tutto ricoperto da vegetazione. Quelle che saranno un milione di piante e 40.000 alberi potranno assorbire circa 10.000 tonnellate di CO2 e 57 tonnellate di polveri sottili l’anno, producendo allo stesso tempo 900 tonnellate di ossigeno.
Ma questa città verde, oltre a combattere l’inquinamento, contribuirà anche al mantenimento della biodiversità locale, oltre ad essere autosufficiente dal punto di vista energetico, con l’ausilio di pannelli solari per il riscaldamento e di impianti geotermici per il condizionamento estivo.
Sentiamo spesso parlare di impegni per la salvaguardia del nostro pianeta come qualcosa di realizzabile con fatica in un futuro che sembra spingersi sempre un po’ più avanti. Questo progetto, che dovrebbe essere completato entro il 2020, e si basa sullo stesso principio del bosco verticale di Milano, dimostra invece che un futuro sostenibile è possibile, e in tempi rapidi.
E magari questo futuro potremmo averlo iniziato a costruire proprio noi italiani. Che non guasta.

Cambiamenti climatici, l’appello di Greenpeace: Cari ferraresi, rimbocchiamoci le maniche

Spesso facciamo fatica a renderci conto delle conseguenze reali e pratiche delle grandi crisi ambientali che il mondo sta attraversando per la prima volta da quando esiste l’uomo. Ci sembrano epiloghi da film di fantascienza, magari prima o poi si risolveranno e il mando andrà avanti come sempre. Non è così.
Nel dossier pubblicato ieri, 15 settembre, a firma del nostro direttore Sergio Gessi, abbiamo parlato di quanto una notizia sconvolgente e di primaria importanza per la sopravvivenza della vita sulla terra (niente di meno!) possa passare inosservata o essere omessa dai principali organi di stampa. Per capire sia l’entità del problema che le motivazioni di tanto prolungato o ostinato silenzio, oggi ne abbiamo discusso con Luca Iacoboni, giovane e preparato responsabile – italiano – della campagna Clima ed Energia di Greenpeace.

Il Polo Nord ha i giorni contati?
Diciamo che l’Artico ha i giorni contati se non facciamo niente. Gli esperti concordano nel ritenere imminente il punto di non ritorno.

Alcuni hanno calendarizzato lo scioglimento totale dei ghiacci della calotta polare per settembre dell’anno prossimo. E’ credibile?
Ci sono diversi pareri: che sia a settembre, ottobre o a Natale, ai fini della sopravvivenza del genere umano poco importa. Quello che importa è sapere che siamo agli sgoccioli e che se continueremo così arriveremo ad un momento in cui sarà impossibile cambiare rotta.

Cioè un momento in cui non potremmo più parlare di come evitare drammi e devastazioni, piuttosto potremmo solo chiederci quanto ci metteranno ad arrivare.
Esatto

Ma cosa significa cambiare rotta?
Significa fermare o rallentare il cambiamento climatico in atto

Come?
Producendo energia diversamente. Il punto è proprio questo: si deve fermare lo sfruttamento del pianeta, bisogna smetterla di usare fonti come carbone, petrolio e gas.

Scusi l’interruzione, ma ho l’impressione che a fare discorsi di questa entità e rilevanza mondiale si possa perdere di vista il quotidiano. Perché chi legge, che magari è già vessato da mille pensieri sul lavoro e la famiglia, da oggi deve iniziare a pensare che il suo problema numero uno sia lo scioglimento progressivo dei ghiacci in Artico?
E’ molto semplice: questo individuo può rendersi conto guardandosi un attimo attorno di come il problema di cui parliamo influisca in tutti gli aspetti della sua vita di ogni giorno e di quella dei suoi figli. Anche voi ferraresi vi state rendendo conto come tutti della realtà di certe questioni, facciamo qualcosa da oggi.

Per esempio?
Dieci anni fa, il grande fenomeno delle bombe d’acqua non esisteva. Gli eventi atmosferici catastrofici sono sempre più numerosi, le temperature si alzano, possibile che non si veda tutto questo? Chi va a fare la settimana bianca si renderà conto che la neve scarseggia, che il turismo invernale è in crisi? O ancora potremmo parlare delle frequenti siccità e dei cambiamenti delle fasce climatiche con i danni alle colture che comportano. Questi fenomeni sono molto presenti a Ferrara e in tutto il territorio nazionale, oltre che mondiale.

Direi che è chiaro: bisogna passare al rinnovabile. Ma le faccio alcune obiezioni, le più citate: passare all’energia pulita potrebbe creare un danno alla nostra economia.
Sbagliato. Le energie rinnovabili attualmente creano più indotto per l’economia di tutte le altre fonti e sono capaci di attrarre molti più investimenti.

Servirebbe forse un governo capace di guardare più in là delle prossime elezioni o del prossimo referendum?
Da un parte sì, ci vorrebbe un governo veramente al servizio del cittadino e non delle lobby. Ma in realtà certe decisioni servono anche per le prossime elezioni perché tutto il comparto rinnovabile traina lavoro.

Ah no, non mi parli di lavoro. Lei sta a Roma (che ha evidentemente i suoi problemi), ma deve sapere che a Ferrara si sente spesso ripetere che dobbiamo sentirci grati di avere il polo chimico perché porta posti di lavoro.
Il vecchio ricatto lavoro o salute?, si è fatto così anche con l’Ilva di Taranto. Mi lasci dire che prima di tutto dobbiamo slegare l’occupazione da questo tipo di discorsi: o lavori e ti ammali, o ti ammali e non lavori. Il lavoro è un diritto fondamentale come la salute. Basta con i ricatti. Diciamolo chiaramente: il comparto dell’energia pulita attrae più lavoro dell’energia legata a gas e petrolio.

E’ vero che a volte i giornali possono cadere nella disinformazione, ma è anche vero che per attrarre lettori talvolta bisogna seguire i loro interessi. Quindi alla gente interessa poco lo scioglimento dei ghiacci?
Il problema esiste ed è interessante. Bisognerebbe andare a vedere da chi sono finanziati quei giornali che evitano certe notizie. A volte si potrebbe scoprire che all’interno ci sono le cosiddette lobby.

Le problematiche di cui parliamo possono essere però anche affrontate dal basso, dopotutto Greenpeace si regge grazie alle donazioni dei singoli privati.
Certo, io credo che il cambiamento debba venire prima di tutto dentro di noi.

Cosa può fare da domani nel suo piccolo il lettore che legge l’intervista?
Oltre alle raccomandazioni che si fanno sempre sul ridurre al massimo lo spreco di energia, per esempio si possono privilegiare prodotti che vengono da imprese virtuose. E anche prodursi da soli un po’ dell’energia che si consuma.

Vale a dire mettere i pannelli solari?
Sì, ma non solo. Per esempio comprare l’energia da quelle poche cooperative che la producono 100% rinnovabile e non più nei colossi dell’energia, che anche quando usano la parola rinnovabile hanno poco di veramente ecosostenibile.

Oppure aiutare Greenpeace.
Anche certo, l’aiuto però non è soltanto la donazione, ma anche il supporto alle iniziative, il volontariato, il cyberattivismo.

Kazakistan-Astana

ALTRE METE
Kazakistan, sogni e ricordi nel delicato equilibrio tra passato e futuro

Mentre Expo 2015 a Milano si avvia a salutare gli ospiti che ne hanno visitato i padiglioni da tutto il mondo, si configurano già i luoghi più amati.
Ai primi posti quello dedicato al Kazakistan, la cui capitale Astana ospiterà la prossima esposizione universale programmata per il 2017, dedicata all’energia del futuro. Ore di attesa per vedere mele, tulipani e storioni, prodotti-bandiera del Paese che ha ottenuto l’indipendenza dalla ex Unione Sovietica nel 1991, ospite di uno dei più grandi giacimenti petroliferi al mondo.
Diversi Paesi hanno già garantito la propria presenza all’evento, che focalizzerà l’attenzione sul futuro sostenibile ricordando l’inevitabile transizione energetica verso un futuro sostenibile, mentre il commissario generale Anuarbek Mussin attende la risposta dell’Italia, fiducioso che ci sarà, in virtù dei rapporti che la legano al Kazakistan.
Ma anche per motivi meno economici e più sottili.

Motivi che bene evidenzia l’etnologo e regista Andrea Segre nel suo ultimo documentario, “I sogni del mare salato”, presentato nell’ambito Documentari dell’ultima edizione del Festival di Internazionale a Ferrara. Il film, appartenente al progetto Fuorirotta (www.fuorirotta.org), che accoglie diari, reportage, documentari e fotografie, raccontando i migranti e suggerendo nuove mete di viaggio e di scambio con gli altri.
Il film “non ha pretese di inchiesta”, racconta il regista Andrea Segre; bensì ha la foggia di “un viaggio in una umanità che sta vivendo ciò che in Italia si è vissuto cinquanta anni fa.
Quello che si può scoprire facendo domande ai propri genitori, o ai propri nonni, sempre tutelando le persone che vivono la realtà che visito – e che non potranno più farsi una volta scomparse le memorie storiche.”

Tessendo in maniera tecnica una analogia di fondo che rende difficile essere positivi. Perché ora, in Italia, la festa è finita; sembra i soldi siano fuggiti, così come le promesse e le speranze che accompagnavano la generazione nata nel secondo Dopoguerra. E non è un caso se al racconto di viaggio di oggi di Segre in Kazakistan si alternano fotografie d’epoca tratte dall’archivio personale del regista e da quello storico dell’Eni, dove è ritratto il boom degli anni Sessanta, il miracolo economico, finalmente la ripresa dopo stenti e difficoltà finita la guerra.
Ragazze in dolcevita e cappotto a quadri che scherzano e ridono, ragazzi in comitiva si abbracciano pensando al futuro dietro l’angolo, con la certezza di essersi lasciati alle spalle un passato ingombrante e disseminato di pezzi da ricomporre. Passato che in Kazakistan è ancora così forte e accentuato dala “jurta” in una campo desolato, dove per sette giorni si saluta mangiando, bevendo e cantando un figlio delle steppe che se ne è andato. Pescatori kazaki di Jambai nel fotogramma successivo a quello in cui compaiono pescatori di Chioggia, quei laghi salati che custodiscono i sogni di una intera popolazione.

Paese in ascesa, dove la crescita economica procede spedita, il Kazakistan di oggi somiglia infatti molto all’Italia degli anni Sessanta. Una gallina le cui uova d’oro si chiamano petrolio e gas (il cui primo importatore è attualmente proprio l’Italia), in cui non c’è più posto per essere poveri, mentre si spera di diventare sempre più ricchi. Il successo di chi se ne va verso le città per lavorare in multinazionali, di chi guadagna quattro volte la pensione dei propri genitori cozza contro la realtà vista da chi per scelta o necessità – pastori, contadini, bambini – è rimasto nelle immense steppe che ruotano immobili intorno al Mar Caspio, l’occhio di acqua salata che ricorre nel titolo.
Lo scetticismo degli anziani è latente, opposta alla realizzazione in itinere dei più giovani; non bastano gli stipendi alti dell’oro nero per spazzare via un senso di malinconia che pervade chi è rimasto ad abitare città fantasma, oramai dominate da trivelle instancabili, custodi giganteschi di un Paese i cui abitanti ritornano solo per costruire nuove sentinelle di ferro e acciaio; dove se uno torna è solo per costruire altri fatiscenti palazzi del petrolio che svettano sulla steppa desolata, e non per restare: questo significherebbe ammettere che il sogno ha delle falle aperte, che l’acqua comincia a sgorgare da tubi lasciati aperti per errore. E non si tratterebbe dell’acqua salata del sogno.
Ciò che domina è il miracolo economico, la paura di essere esclusi e il desiderio di farne parte.

I primi operai che lavorano per l’energia dei Paesi satellite dell’Est; l’entusiasmo di chi apre una nuova attività, caschi da lavoro e tute in bianco e nero di fianco a impiegati usciti da master londinesi che vanno all’ufficio in taxi con autista, tutto scorre parallelo al Kazakistan di oggi.
Dove per ogni ristorante inaugurato c’è una apprendista (non più giovane) che lavora in un caffè.
E c’è il desiderio, un giorno non lontano, di aprire un ristorante, magari alla moda occidentale – magari lasciandoci accanto il “kuyrdak”, piatto tradizionale del posto. Ma ancora c’è da correre, mentre la giornata termina facendo i conti a matita su un pezzo di carta.
Corre veloce il progresso, somiglia a quello che un passo dopo l’altro ci porta a rimpiazzare, l’iPhone 6 al posto del 5, sembra raccontare tra le righe il documentario di Segre.
L’importante sembra essere non avere tempo per ricordare o provare nostalgia, di rallentare e chiedersi dove si sta andando, e in che modo. E pensare che Godot lo hanno aspettato invano non aiuta. Spesso però aiuta ricordare che il viaggio è tanto importante quanto l’arrivo, nonostante spesso tutto quello che si trova sia solo una porta a vetri appannati con la scritta “Chiuso”.

LA LETTURA
Benvenuti nella verde era della “terza rivoluzione industriale”

In un mondo oggi caratterizzato sempre più da esaurimento di combustibili fossili, da esplorazioni “di frontiera” e da cambiamenti climatici imponenti, Jeremy Rifkin, noto economista e presidente della “Foundation on Economic Trends” di Washington, traccia i profili dell’ormai necessaria Terza Rivoluzione Industriale e dei suoi pilastri. E lo fa in un testo interessante, costituito da 9 capitoli, decretando la fine dell’era del carbonio e individuando nella cosiddetta “terza rivoluzione industriale” la via verso un futuro più equo e sostenibile, dove milioni di consumatori possano produrre energia verde in case, fabbriche e uffici e condividerla con gli altri. Secondo l’autore, si dovranno creare le infrastrutture di un’era collaborativa, peraltro oggi emergente, se si vuole progredire.
rifkin2I cinque pilastri di questa nuova rivoluzione, al centro del capitolo intitolato “una nuova narrazione”, sono identificati nel passaggio alle fonti di energia rinnovabile; nella trasformazione del patrimonio immobiliare esistente in tutti i continenti in impianti di micro-generazione per raccogliere in loco le energie rinnovabili; nell’applicazione dell’idrogeno e di altre tecnologie d’immagazzinamento dell’energia in ogni edificio e in tutta l’infrastruttura, al fine di conservare l’energia intermittente; nell’utilizzo delle tecnologie internet per trasformare la rete elettrica di ogni continente in una inter-rete per la condivisione, fra pari, dell’energia; nella transizione della flotta dei veicoli da trasporto passeggeri e merci in veicoli plug-in e con cellule a combustibile che possano acquistare e vendere energia attraverso la rete elettrica continentale interattiva.

Se tutto questo sembra alquanto futuristico, a una prima lettura, l’interesse delle argomentazioni, che peraltro hanno, da qualche tempo, convinto l’Unione europea indicata come pioniera nel darsi l’obiettivo di trarre un terzo dell’elettricità che consuma da fonti verdi entro il 2020, convince a poco a poco il lettore che segua attentamente l’autore nell’analisi dei dati europei relativi all’installazione di impianti eolici (38% della nuova capacità di generazione installata nell’Unione europea nel 2009), di produzione di energia idroelettrica, geotermica, da biomassa, da conversione dei rifiuti urbani, settore quest’ultimo che si rivela come uno dei più promettenti. Un’attenzione ai “mutui verdi” potrebbe agevolare la conversione degli edifici, nel volerli pensare come “piccole centrali di generazione” autosufficienti, ove banche e istituti di credito eroghino mutui a tasso agevolato, ipotizzando un periodo di 8-9 anni per il recupero dell’investimento grazie al risparmio sulle bollette. E ciò per rimanere al primo e secondo pilastro. Essendo le energie rinnovabili intermittenti, ecco il terzo pilastro: la possibilità di immagazzinare energia nei momenti d’interruzione (sole e vento ad esempio non sono sempre presenti, appunto), grazie a nuove tecnologie e alla possibilità di utilizzo dell’idrogeno. Il quarto pilastro riguarda invece la creazione di una rete info-energetica
che permetta a milioni di individui che producono energia per il proprio consumo di condividere quella in eccesso. Un sistema di trasporti elettrici, chiude il ciclo e costituisce l’ultimo pilastro. A chiudere il libro, un capitolo che ipotizza il passaggio dalla globalizzazione alla continentalizzazione, ove una collaborazione sempre più stretta “bilaterale” fra continenti – e viene citata, in proposito, l’iniziativa europea-nordafricana Desertec – come chiave del presente e del futuro, nell’idea di creare partnership sempre più strette e collaborative fra unioni continentali.

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J. Rifkin, La terza rivoluzione industriale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo, Mondadori, 2011, pp. 329.

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SALUTE & BENESSERE
La tiroide, una fornace che alimenta il metabolismo del nostro corpo

La tiroide è una ghiandola ormonale di importanza vitale per il nostro organismo, situata nella regione del collo, davanti alla trachea, immediatamente al di sotto della laringe. La tiroide secerne ormoni che vengono utilizzati da ogni tessuto del corpo. Questi ormoni sono responsabili per l’energia del metabolismo, la termoregolazione, lo sviluppo del cervello, come pure per aiutare gran parte degli organi a funzionare in modo proprio. L’ormone principale è la tiroxina (T4) e la quantità di ormone prodotta è controllata da un altro ormone, secreto dall’ipofisi, che si chiama ormone stimolante la tiroide (TSH). Il T4 è la forma di deposito dell’ormone che, per essere attiva, deve essere trasformata in T3 dal fegato, cervello (e pochi altri organi), rimuovendone una molecola di iodio. La tiroide è coinvolta nei processi biologici e ogni piccolo cambiamento nel sistema può provocare una conseguenza. Secondo la medicina ufficiale i principali problemi della tiroide sono: ipotiroidismo, malattia di Hashimoto, ipertiroidismo, malattia di Graves, gozzo, noduli e cancro.
Prima che lo stato di malattia sia raggiunto, una funzione tiroidea che sia anche leggermente alterata può recare disturbi al sistema cardiovascolare, a quello immunitario, alla fertilità, alla digestione, al livello energetico, al controllo del peso e anche sulla sensazione generale di benessere di una persona.

I sintomi
Sintomi frequenti di disfunzione tiroidea possono essere dolori muscolari o articolari, perdita di capelli, che possono diventare più sottili o secchi, secchezza della pelle, fragilità delle unghie, stipsi o diarrea, problemi mestruali, problemi di fertilità, sensazione di spossatezza, cambiamenti di peso non altrimenti spiegabili, sensazione di confusione mentale, depressione o ansia. E’ importante che il medico sia attentissimo anche alla clinica e alla storia della persona.

Lo stretto rapporto tra tiroide e intestino
Alcune considerazioni: tiroide e intestino sono collegati, dunque l’alimentazione è fondamentale, ci sono cibi che favoriscono l’infiammazione e una ipersensibilità; lo stress poi, in molti casi, non è la causa delle malattie, ma agisce come attivatore e amplificatore, indebolisce le nostre difese immunitarie e ci rende più suscettibili a infezioni croniche. Il sistema digestivo rappresenta il crocevia fondamentale per trovare la strada della salute e la sua funzione è influenzata dal funzionamento della tiroide che può alterare l’attività del sistema immunitario. In buona sostanza, se si mantiene in salute il sistema intestinale circa il 60-70% di tutte le malattie andrà meglio.

Come aiutare tiroide e intestino
L’occhio attento del medico deve coglierne i segni: mani e piedi sempre freddi, un calo della peluria, una stanchezza anomala e altri esami del sangue che segnalano un rallentamento della tiroide. Ecco che allora si possono assumere vari integratori che sostengono le capacità di recupero naturali; in questo senso, è opportuno ricorrere ad alimenti ricchi di acidi grassi essenziali che hanno un’azione ringiovanente su tutti gli organi, tiroide compresa, che durante il cambio di stagione rischia di lavorare a rilento. Quando la tiroide viene correttamente stimolata, anche l’intestino svolge le sue funzioni in modo corretto. Ridurre lo stress con esercizi di meditazioni e consapevolezza interiore aiuta a ripristinare l’equilibrio e l’armonia della sfera emozionale e di conseguenza può aiutare a riequilibrare anche il sistema endocrino.

L’IDEA
Un giardino in un vaso

La nostra città è verde, parchi, viali alberati, giardini, giardinetti, siepi, fiorai. Il sotto mura.
Dietro agli antichi portoni imponenti spesso si nascondono curiosi giardini segreti, spazi amorevolmente coltivati e curati da altrettanto amorevoli mani. Nei giardinetti di ogni quartiere sbucano aiuole profumate, che decorano ogni pensiero. Le mura lussureggiano, i rami degli alberi applaudono. I pensieri corrono all’infanzia, quando si passeggiava o si correva per i vialetti del parco Massari o quando si andava, la domenica, a comprare i fiori per la mamma. Spesso i soldi della cosiddetta sabatina (o sabadina, per altri) non bastavano a comprare mazzi fioriti importanti. Allora si raccoglieva qualche rosa o margherita nei giardini oppure si confezionava un piccolo vaso cui si colorava la base. Se si era in campagna, da qualche amichetto, la scelta poteva cadere sui papaveri. Se si aveva più tempo, poi, s’iniziava qualche mese prima e, fin dall’estate in montagna, si raccoglievano fiori che finivano pressati in quaderni o in albi-raccoglitori rudimentali. La gioia di mamme, nonne e zie era presentata come grande e autentica. Che sorpresa! Mai avremmo immaginato che i nostri lavoretti, fatti con tanto amore e cura, avrebbero alimentato scatole e scaffali di granai e ripostigli. Quei fiori erano per noi un regalo infinito, un dono immaginato con il cuore, una creazione che, da sola, poteva adornare le tavole e illuminare i pensieri invernali spenti e sbiaditi. In primavera cercavamo ancora i colori. Sempre quelli, ma anche di nuovi, con lo stesso entusiasmo e la stessa cura. Felici.
Nelle esposizioni floreali cittadine, ho recentemente rivisto quell’energia, quei colori, quella voglia di dare e di portare allegria. Ferrara è fiorita, oggi, lo è nei suoi giardini e nelle sue vetrine di fiori, nelle sue mostre e nelle sue strade. Ma possiamo fare meglio. Aggiungiamo, allora vasi di fiori, ovunque, in ogni angolo, spargiamoli come riso sul sagrato di una chiesa. Distribuiamo colori vivaci e petali per le strade. Perché un giardino segreto può essere anche, semplicemente, in un piccolo vaso. Ora come allora.

Fotografie di Simonetta Sandri, dalla manifestazione Giardini Estensi

ACCORDI
Settimana energica.
Il brano di oggi…

The+Chemical+BrothersOgni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta… 

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

The Chemical Brothers – Sometimes I Feel so Deserted

Un brano potente per incominciare la settimana: Sometimes I Feel so Deserted è il titolo del nuovo singolo dei Chemical Brothers, uscito la settimana passata come anticipazione del nuovo album in uscita a luglio. Il duo inglese non rinuncia alla sua solita elettronica energia, che quest’estate salirà sui palchi italiani di Piazzola sul Brenta (1 luglio) e Roma (2 luglio).

inverno-medioevo-russo

Un inverno nel Medioevo russo

da MOSCA – Inizialmente pensavo di parlarvi di alcuni testi che rappresentano una sorta di disobbedienza naturalista, un percorso dell’energia, dall’energia, con l’energia, attraverso e verso l’energia, ossia di raccontarvi del Piccolo trattato sull’immensità del mondo, Elogio dell’energia vagabonda di Sylvain Tesson o del suo più recente Nelle foreste siberiane.

Questo perché lui, che ha percorso il mondo a piedi, a cavallo, in bicicletta, in canoa e ha camminato e cavalcato nelle steppe di Asia Centrale o Tibet, conosce e ama la Russia da sempre.

Questo perché Tesson ci regala e insegna un nuovo nomadismo, un vagabondaggio gioioso, leggiadro e libero, rivolgendosi a tutti quelli che almeno una volta nella propria vita hanno sentito la necessità di evadere dalla città, dal suo caos e dall’asfalto, lontano da ogni tipo di modernità.

Questo perché lui ha cercato l’ispirazione, prima dei fatidici 40 anni, nella foresta siberiana, sul lago Bajkal, meraviglia naturale lunga settecento chilometri e larga ottanta, dove, da eremita, ha vissuto per sei lunghi e rigidi mesi. Un uomo coraggioso rimasto di fronte a spazi smisurati, abbandonati a sé stessi e con sé stessi, dove ci vogliono la forza e il coraggio che solo i solitari possono avere.

Questo perché volevo condividere con voi il senso di libertà di respirare ossigeno libero e puro, di cogliere il ritmo dei passi in armonia con quello del cuore, alla scoperta di un mondo senza limiti da parte di uno spirito senza limiti, lo stesso che potreste aver percepito leggendo Into The Wild.

Questo perché volevo sentire con voi, vivo, il tocco della natura, la bellezza di accarezzarla dolcemente e teneramente con la punta delle agili dita quasi vellutate di rosa, di toccarla dopo una lunga e forzata assenza, lo stesso tepore che si assapora quando si sfiora la persona amata che non si vede da lungo tempo perché distante nello spazio ma non nel tempo e nella mente.

Il nostro scrittore la mattina legge, pensa, fuma, disegna, spacca la legna, spala la neve, scrive. E poi magari si riserva di pattinare sul ghiaccio, di pagaiare in kayak, di provare la sauna (la sua versione slava, la banya), di camminare in mezzo alla candida neve.

Ma poi siamo incappati in Pavel Sapozhnikiv, ventiquattrenne di Mosca, che sta affrontando un’esperienza analoga nelle foreste russe, ma per motivazioni diverse. Anche qui ricorre l’idea di eremita, un giovane che si cimenta nell’ esperimento di vivere 8 mesi dimenticato dal mondo e avvolto solo da neve e freddo, come se fosse nel Medioevo. Nessun contatto con l’esterno, niente elettricità o internet. Solo la sua fattoria, lui e le sue forze fisiche e mentali, un pozzo e gli animali.

Sembrerebbe un reality ma si tratta, invece, del progetto psico-sociologico, concepito da Alexei Ovcharenko dell’agenzia di eventi Ratobor, denominato “Eroe” (vivere intorno all’anno 1100), che vuole mettere a confronto la nuova società con le difficoltà di un tempo, analizzando le differenti reazioni della psicologia umana. Il tutto è iniziato lo scorso settembre e terminerà a fine maggio.
La teoria dietro l’esperimento è quella di “tracciare i cambiamenti sociali e psicologici nelle personalità e di studiare quanto sia importante il supporto degli altri esseri umani”.
Pavel può solo cacciare, allontanarsi da casa per cercare cibo, bagno e fienile rigorosamente esterni. Deve seguire regole strettissime: nutrirsi solo di alimenti pescati, cacciati o raccolti da lui, scaldarsi avvolgendo le gambe in panni spessi, spaccare la legna, mangiare uova (vietati grano, patate e pomodori che allora non c’erano), prelevare l’acqua dal pozzo. L’obiettivo è ripercorrere il quotidiano dei suoi antenati russi che vivevano nel Medioevo in tale area, e comprenderne l’evoluzione, vivendo “da solo, nel passato”.

I luoghi sono stati interamente ricostruiti secondo i libri di storia (con il supporto dell’archeologo Alexander Fetisov, la fattoria è stata costruita usando solo materiali e tecniche che sarebbero stati utilizzati all’epoca) e, in caso di malattia che non lo metta in pericolo di vita, l’eremita deve sbrigarsela da solo come facevano i suoi antenati. Anche gli strumenti sono di quel periodo, basici. Al centro del villaggio vi è un’abitazione con tre stanze: una sorta di sala al centro con un piccolo riscaldamento a legna – focolare, un giaciglio ricoperto di pelli di animali al posto del letto, pesce essiccato e funghi appesi al soffitto, mirtilli rossi e grasso di maiale in un angolo.

Sarà interessante osservare come un uomo può sopravvivere oggi in e alla solitudine. Sommersi e circondati da informazioni e comunicazioni di ogni tipo, è difficile immaginarsi isolati. Arrivare a riuscire a restare da soli potrebbe magari farci avvicinare maggiormente a una reale decrescita felice, dove basta davvero poco, per dirla con Serge Latouche.

Resta il fatto che questo esperimento mi ricorda i libri di Mauro Corona e la sua incredibile Fine del Mondo Storto, dove scompaiono l’energia, il benessere, la modernità; dove non vi sono altri mezzi che le forze fisiche, la manualità e le conoscenze che ciascuno di noi ha della terra, della sua vita, della sopravvivenza che essa sola ci può garantire. Quasi un umile ritorno alla semplicità e alle nostre origini, dove rimarranno solo i più forti, capaci di fronteggiare la natura e la sua grandezza. Confrontandosi da pari. E altrettanto da pari rispettandosi.

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