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Richiamo all’ordine!

Appena iniziato il lockdown di marzo, una mia amica mi invia un messaggio per invitarmi a seguire un webinar gratuito sul metodo di studio di Massimo De Donno (ideatore del corso Genio in 21 Giorni). Il primo punto che disse, lo step numero zero per uno studio efficace senza perdita di tempo, fu: metti in ordine la scrivania. Eh già, un ambiente ordinato significa molto per la nostra capacità di concentrazione. Allora mi è tornato in mente quando, da adolescente, ho reagito ai periodi più critici riordinando la mia camera; cercavo l’equilibrio interiore, ma quello esteriore poteva diventarne uno specchio, o aiutarmi a trovarlo. In effetti, scegliere la disposizione degli oggetti stimola il senso critico: questo mi serve o lo butto? E qual è il posto più funzionale per questo?…
Ho scoperto che per i monaci buddhisti mettere in ordine ha un grande valore ed è una forma di meditazione. Ordine significa anche scegliere di seguire una regola, di rivestire un ruolo (penso alla Chiesa cristiana quando dice “ordinare sacerdote”, “l’ordine dei frati”, ecc).
Per quel che mi riguarda, posso confermare che sistemare la scrivania mi ha aiutato a studiare meglio. Non solo: pormi degli obiettivi da appuntare su un’agenda la domenica per la settimana successiva, e la sera per il giorno dopo pure hanno aiutato molto la mia persona e formazione. Credo che l’importante sia non cadere al lato opposto del caos, ossia un formalismo troppo rigido: organizziamo sì le giornate, ma lasciamoci anche scombinare i piani se serve! A volte è molto meglio così!

Emozioni

Forse perché l’arte rende tutto troppo struggente, troppo straziante, troppo entusiasmante, e non è la tua vita. Innamorarsi perdutamente di un libro, di un’opera, di una canzone fino ad esserne ossessionati è anche un modo di vivere fino in fondo la vita degli altri, ma non è detto che aiuti a vivere fino in fondo la propria. Ti fornisce l’alibi per essere incontentabile, e finisci per scappare.

“Sembra quasi che se metti la musica (e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa che procuri emozioni) al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla come un prodotto finito. Ci troverai sempre qualcosa da ridire, starai sempre in subbuglio, e continuerai a criticare e a cercare di dipanare la matassa finché non va tutto a rotoli e devi ricominciare daccapo. Forse noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo, e questi sono stati d’animo difficili da raggiungere in una relazione stabile e solida.”
Nick Hornby

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Lo spazio di un oblò

Abbiamo scherzato tante volte C. e io sull’uomo oblò, lei lo aveva in casa. Lo vedevamo ritagliarsi gli spazi più impensati, anche minimi, pur di affacciarsi da qualche parte, uscire all’improvviso.
C. accettava questo compromesso, era lo spazio di un oblò in cui lui si faceva sottile sottile rassicurando che non c’era niente di male in fondo. Ma sì, dicevo anch’io a C., lascia fare, ne ha bisogno, tra mezz’ora torna, dove vuoi che vada.
Poi, un giorno, da quell’oblò lui ha scelto il mare aperto. C. non era preparata, non lo ha neanche visto prendere la rincorsa, ha solo sentito il tonfo che tutto questo stava provocando dentro di lei.
È passata qualche settimana e C. sta mettendo in fila tutte le volte che, in tanti anni, lui stava facendo le prove generali per il grande tuffo, forse erano messaggi.
I compromessi, nella coppia, non si registrano mai a tavolino, sono accordi larghi che un po’ si dicono e un po’ no, ognuno si riserva la propria quota di interpretazione soprattutto in tema di libertà ed è giusto che sia così, perché fissarli troppo li renderebbe stringenti, chiusi e inaccettabili.
E se lo diventano, non è vero che basta essere chiari e dirselo, è difficilissimo fare capire all’altro che abbiamo già individuato la via di fuga definitiva, che è poi lo stesso oblò da sempre difeso con innocenza. L’oggetto del compromesso può diventare il motivo della rottura e ci troviamo a essere scesi a patti per qualcosa che aveva già insito il senso di una fine.
Non vuol dire che non si debba trovare un accordo tra le diverse spinte, di cui magari una centrifuga, ma dovremmo basare questo equilibrio sul dinamismo reciproco per evitare che quell’oblò si spalanchi all’improvviso su un mare in cui uno dei due rischia di affogare, mentre l’altro ha già preso il largo.

Che tipo di equilibri avete raggiunto nella coppia? E i compromessi sono sempre stati espliciti?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Crescita illimitata in un ambiente finito: non è un problema di economia ma di demografia

Si parla troppo e male di terrorismo, di economia, di finanza, di conquiste tecnologiche, di guerre, di politica politicante, di migrazioni e di catastrofi naturali o prodotte dall’uomo. La questione popolazione mondiale, invece, sembra restare fuori dall’agenda internazionale malgrado sia assolutamente centrale: a un tempo causa di enormi problemi in molte parti del mondo ed effetto di politiche e strategie geopolitiche fallimentari o semplicemente inesistenti.

Le dinamiche demografiche a livello mondiale e le conseguenti migrazioni, rappresentano forse il problema più grande del presente e del prossimo futuro, poiché sono direttamente collegate ai temi ambientali, energetici, agricoli, geopolitici, sanitari, economici, industriali e militari. La popolazione mondiale si sta avvicinando ai 7,5 miliardi con squilibri spaventosi nei tassi di natalità (e mortalità), che stanno destabilizzando ogni forma di equilibrio demografico e, di conseguenza, politico e sociale. E’ un dato rivelatore se lo si confronta con quello del 1972 (il mondo aveva allora 3,8 miliardi di abitanti), anno in cui uscì il celebre rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo, rapporto che fece il giro del mondo, suscitando infinite discussioni nel grande pubblico e mai sopite polemiche, sia a causa degli scenari che paventava, sia per effetto delle soluzioni che proponeva. Visti gli attuali risultati demografici e le risorse impegnate in oltre quarant’anni di ricerche e interventi (da governi, organizzazioni sovranazionali, Oms, ong, oltre che dalle immancabili multinazionali) si tratta di un fallimento epico a livello globale. Malgrado l’enorme numero di aborti, la diffusione della contraccezione, l’introduzione della pianificazione familiare, malgrado guerre, pandemie, malnutrizione, fame e carestie, la popolazione mondiale è semplicemente raddoppiata in meno di 50 anni.
Dunque, con buona pace degli ‘ottimisti razionali’ e dei ‘teorici del nuovo ordine mondiale’, non sembra azzardato affermare che a livello demografico complessivo, la situazione sia andata totalmente fuori controllo: un dato estremamente inquietante se si considera che, in tutta la storia dell’uomo, agli squilibri e alle forti tensioni demografiche, sono sempre state associate grandi catastrofi. E’ pur vero che molte previsioni pessimiste, da Malthus a Ehrlich, non si sono (per ora) realizzate, poiché la capacità creativa umana, manifestata attraverso i prodotti e i servizi della tecno-scienza, ha consentito finora di cambiare le condizioni limitanti (una per tutte la quantità della produzione agricola) che davano senso a quelle previsioni; ma l’enorme e squilibrato incremento demografico cambia a sua volta i nuovi e precari equilibri consumando a ritmo esponenziale lo stock di risorse interconnesse sulle quali si regge la vita del pianeta e dell’uomo.

Anche l’attuale sistema economico globale, che ai miliardi di persone che abitano il mondo dovrebbe garantire almeno la copertura dei bisogni fondamentali, sembra trascurare ogni limite e pare muoversi esclusivamente in base alle proprie regole di funzionamento interno (autoreferenza), caratterizzate dall’assioma della crescita illimitata, dal teorema della massimizzazione del profitto nel breve periodo, dalla eliminazione coatta di ogni barriera al libero flusso di capitali, merci e persone. E’ un dato di fatto che il sistema produttivo globale, già dagli anni settanta del secolo scorso, ha raggiunto una capacità produttiva tale da superare la domanda; quest’ultima è di fatto promossa dal marketing attraverso la creazione sistematica di nuovi bisogni ed è sostenuta dalla riduzione della durata di vita dei prodotti (obsolescenza programmata) e dall’accorciamento del loro ciclo di utilizzo (moda). Accanto all’enorme produzione, esso genera enormi esternalità che intaccano i beni comuni e corrompono la fiducia necessaria al suo stesso funzionamento. Malgrado gli indubitabili progressi materiali il sistema, fondato sul mercato e sulla competizione, non è in grado di redistribuire la ricchezza generata ne di allocare equamente i beni e i servizi prodotti, come ampiamente dimostra la contemporanea ed enorme crescita di patologie associate da un lato al iperconsumo e, dall’altro alla carenza di beni essenziali. In tale quadro, il sistema produttivo globale trova proprio nella esplosione demografica dei paesi più poveri una giustificazione di ordine morale per continuare la sua crescita ipertrofica e una ghiotta opportunità per trovare nuovi mercati e nuovi consumatori.

Ci si trova dunque in una situazione del tutto nuova e particolare almeno per l’ampiezza con cui si manifesta: in un ambiente finito (il pianeta terra) una specie biologica (l’uomo) cresce esponenzialmente di numero e in modo assolutamente squilibrato a prescindere da ogni limite ecologico, mentre il sistema economico (che trasforma materie prime in beni scambiabili e consumabili) deve parimenti continuare a crescere, in ottemperanza agli assiomi quasi religiosi che presiedono al suo stesso funzionamento. E’ un’intera cultura che sostiene questo tipo di visione: molte persone sono convinte infatti della necessità della crescita demografica e ancora più persone sono convinte dell’assoluta necessità della crescita economica. I primi, in nome di astratti principi religiosi (“moltiplicatevi, diffondetevi e dominate la terra”), di più ingenue credenze umanistiche (“c’è spazio per tutti, la terra è grande”) o considerazioni geopolitiche (“il numero è potenza: bisogna fare più figli per non venire invasi da altri popoli o etnie più prolifiche”). I secondi, in nome di principi economici assunti fideisticamente (“le ferree leggi naturali (!) scoperte dalla scienza economica”) o di presunti valori sociali umanistici (“bisogna crescere per sostenere il welfare, pagare le pensioni e vincere la povertà”) o di premesse filosofiche indimostrabili (“la mano magica del mercato, il valore assoluto della competizione, l’esistenza certa di una one best way”). Non sfuggirà certo, al lettore più attento, l’inquietante risonanza di alcuni di questi assunti con tesi e teorie che hanno caratterizzato alcune delle fasi più drammatiche e buie del secolo scorso.

L’integrazione di queste due tendenze è assolutamente esplosiva per il sistema terra e i suoi delicati equilibri. Vi è infatti una parte di mondo, quella più ricca e tecnologicamente progredita, quella che sulla crescita e il consumo ha costruito il proprio dominio materiale, dove la crescita demografica si è fermata mentre si allunga per i singoli l’aspettativa di vita; è qui che gli spiriti più visionari intravedono negli sviluppi della tecno-scienza la possibile fine della biblica punizione del lavoro e la liberazione definitiva dalle catene del bisogno; ma è sempre qui che vaste fette della popolazione, stordite da decenni di consumismo, non riescono più a dare senso alla vita e a concepire un futuro possibile; ed è ancora qui che si trova il centro dal quale irraggia la religione della crescita illimitata, del mercato globale e della competizione continua, che viene diffusa al resto del mondo.
Vi è un’altra parte del mondo, quella più povera e meno progredita secondo gli standard occidentali, quella che possiede gran parte delle risorse indispensabili al primo mondo, quella sfruttata e allo stesso tempo dedita all’emulazione dei modelli occidentali di cui è spesso succube, dove la crescita demografica è invece assolutamente esplosiva e francamente preoccupante soprattutto nella zona dell’Africa sub sahariana dove il numero medio di figli per donna è superiore a 5,1 (secondo le stime del word fertility report dell’UN).

Quel che sta succedendo in Italia negli ultimi anni, è esemplare di questa tensione e dell’inconsistenza dei dispositivi attraverso i quali il problema demografico potrebbe e dovrebbe essere affrontato. L’Italia è caratterizzata infatti da un sensibile calo di natalità e da un complessivo invecchiamento della popolazione. Un dato che viene letto come molto negativo mentre potrebbe rappresentare invece il raggiungimento, del tutto positivo, di un nuovo equilibrio demografico in un ambiente di vita già largamente artificiale. Anche in questo caso tuttavia la popolazione sta aumentando per effetto delle quote migratorie crescenti. Ed è proprio il fenomeno migratorio, coniugato alla crisi economica, che mette in drammatica evidenza, inserendolo nell’esperienza personale di ognuno di noi, il problema demografico di cui moltissimi, troppi, non hanno mai avuto alcuna contezza: ora esso è clamorosamente sotto gli occhi di tutti, ed ognuno ne interpreta ampiezza, cause ed effetti a modo suo. Malgrado questo, sembra mancare, a livello politico, ogni volontà di riflettere collettivamente su tali questioni spinose quanto complesse e tutto viene soffocato da un vacuo buonismo, da una retorica politicamente corretta, da un vago disinteresse. Eppure, malgrado i vincoli demografici ed economici non vengano presi sul serio nella pubblica discussione (che dovrebbe essere l’anima della democrazia), nessuno può negare che esista un limite al numero di persone che la terra è in grado di sostenere, così come c’è un limite al numero di persone che possono vivere insieme, pacificamente, in uno specifico ambiente: la questione semmai è capire l’ampiezza di questi limiti. Molti scienziati (e molti pessimisti) sono convinti che essi siano già stati abbondantemente superati.

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SALUTE & BENESSERE
Quando la testa gira

I giramenti di testa sono il sintomo più frequente dopo la febbre e la cefalea, ma spesso non vengono interpretati in maniera corretta. Innanzitutto, occorre specificare che ce ne sono di vari tipi: il capogiro che dà una sensazione di confusione, di testa piena, di testa vuota; la vertigine, la sensazione visiva di rotazione dell’ambiente in cui ci si trova; l’instabilità, ossia la sensazione di oscillare quando si sta in piedi; il disequilibrio che è la difficoltà nel procedere quando si cammina, con paura di cadere. La vertigine può essere l’espressione di un danno del labirinto mentre il capogiro, l’instabilità ed il disequilibrio sono spesso sintomi che la accompagnano o restrizioni fascio-vascolari. Sgombriamo però l’idea che il giramento di testa sia provocato solo dall’artrosi cervicale, questa diagnosi ha portato stuoli di pazienti a sottoporsi a visite ortopediche, radiografie e risonanze magnetiche del tutto superflue. Per venire a capo della questione basterebbero invece poche, semplici domande: quanto durano i giramenti di testa? Compaiono dopo che si sono fatti movimenti particolari? Vi si associano disturbi dell’udito? Il paziente ha dei ponti in bocca, un’ernia iatale, problematiche cardiache, ecc. Sicuramente un paziente con questo tipo di sindrome vertiginosa avrà una maggiore tensione della muscolatura del collo, ma ciò non significa che il disturbo provenga necessariamente da quel distretto. In effetti varie possono essere le cause che possono provocare la crisi vertiginosa e l’interpretazione di ciò dipende, molto spesso, dalla specialistica a cui ci si rivolge. L’equilibrio Molti sono i fattori che lo determinano ed un’alterazione di uno di questi fattori può creare seri scompensi in tutto il sistema posturale. Infatti l’equilibrio è un bene fondamentale per l’uomo: può persino essere considerato il suo sesto senso nella condizione in cui sono garantiti: – una posizione corretta del corpo nello spazio; – un orientamento dello sguardo che consenta di tenere adeguatamente sotto controllo cosa avviene nell’ambiente circostante; – un ritmo del battito cardiaco e del respiro adatto alla situazione; – una consapevolezza della propria posizione nello spazio; – il benessere psicologico in ogni condizione ambientale. Vari organi (in particolare i sensori posti nell’orecchio interno, nella retina oculare, nei muscoli, nelle articolazioni e sulla pelle) e centri nervosi garantiscono questa funzione. I disturbi dell’equilibrio sono molto numerosi e diversi tra loro, e altrettanto numerose le cause da cui derivano (di varia natura e gravità), per cui la diagnosi e la terapia di un disturbo dell’equilibrio sono spesso difficili e possono richiedere la collaborazione di diversi specialisti, tra cui la figura dell’osteopata, in grado di fare un primo bilancio attraverso specifici test di tipo meccanico ed ergonomico. Sappiamo che l’orecchio risulta essere uno dei più importanti apparati che condizionano la postura; tant’è vero che coloro i quali non sentono bene con un orecchio cercano di compensare tale deficit ruotando il capo dal lato opposto alla lesione; ciò comporterà, sicuramente, un’errata posizione del corpo potendo generare disturbi di vario genere quali: scoliosi, cervicalgie, ecc. Per le vertigini il problema risulta essere molto più complesso. Fortunatamente il nostro organismo possiede una notevole capacità di adattamento alle patologie dell’apparato vestibolare. Recenti studi hanno dimostrato che il miglioramento spontaneo è tanto più rapido quanto più sollecitamente la persona affetta recupera l’abituale attività motoria e quanto meno vengono utilizzati farmaci capaci di ridurre questa spontanea attività di adattamento. La terapia osteopatica riequilibratrice del paziente vertiginoso – una rieducazione osteo-cinetica vestibolare con difficoltà di compenso spontaneo; – una rieducazione tesa a neuro-riprogrammare la funzione dell’equilibrio; – una riprogrammazione posturale successiva all’aggiustamento vestibolare. L’osteopata, quindi, interviene in una fase valutativa iniziale e in una fase terapeutica successiva quando si escludono patologie valutate dallo specialista, garantendo così una risposta più efficace alla domanda che il paziente rivolge.

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Presente precario: lo zapping del sindaco fra passato e futuro

Il mondo cambia, Ferrara anche. Lo si voglia o no, la città deve uscire dalle propria mura e trovare un nuovo equilibrio tra Bologna, Comacchio e il centro est emiliano. Tre punti cardinali di una dimensione geofisica, oltre che economica, imposta dall’abolizione delle Province e calata in una realtà ancora profondamente legata ai campanili. Restare ancorati ai propri confini è una questione culturale, d’abitudine e di organizzazione sociale, ma il modello va superato. Lo pretende il futuro, così come richiede il rafforzarsi di un’identità dei Comuni della provincia, da sud a nord, per favorire lo sviluppo e frenare il rischio di finire in coda a realtà più incisive e dinamiche, che potrebbero metterci alla corda ancora di più di quanto già non siamo. La missione è complicata, ma non si può fare diversamente.

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Il sindaco di Ferrara Tiaziano Tagliani

Lo ha spiegato a più riprese il sindaco Tiziano Tagliani nel corso del colloquio con responsabili e giornalisti dei media cittadini (Cristiano Bendin Il Resto del Carlino, Stefano Scansani La nuova Ferrara, Marco Zavagli Estense.com, Stefano Ravaioli Telestense, Monica Forti Ferraraitalia.it) organizzato da “Think Tank – Pluralismo e dissenso”. Oggi Ferrara gioca la sua partita facendo della stabilità di governo un valore indispensabile per superare lontananze e divisioni storiche, ancor più accentuate nei paesi della provincia estense, e Bologna realtà metropolitana a cui siamo legati soprattutto per la mobilità. Sono realtà lontane per cultura, ma nell’assetto politico nel quale ci stiamo addentrando, devono stare insieme e i sindaci di Comacchio e Cento, partecipare al disegno istituzionale per il bene di tutti. “E’ difficile pensare che Goro avverta un legame con la città metropolitana e lo è altrettanto credere che un sindaco metropolitano faccia gli interessi di Ferrara – ha detto – In questo quadro bisogna capire con cosa si vuole riempire l’area vasta, Merola chiederà di rafforzare la relazione con il centro-Emilia, ma se non c’è un disegno equilibrato si finirà con il sciogliere la regione”. La sfida è servita.

Due ore tra domande e risposte dalle quali sono emerse la speranza di un lieto fine della disastrosa vicenda della Cassa di Risparmio. “La cattiva gestione dell’istituto ha fallito, i contraccolpi si sono sentiti anche in altre città, Genova, Asti – ha spiegato – C’è stato un momento in cui sembrava esserci un acquirente e avevo chiesto una pluralità d’offerta, ma è tutto. Nessuna pressione, ognuno deve fare il proprio mestiere. La politica è rimasta fuori dalla Cassa da almeno 16 anni e l’attuale situazione è identica a quella di un’asta immobiliare”. Sul fronte della chimica ha sottolineato le difficoltà di realizzare un polo “verde”, l’intenzione è quella di proseguire nelle operazioni di bonifica, ma resta il problema di trovare chi investa in un settore fermo in tutt’Italia. Quanto alla possibilità di nuovi insediamenti imprenditoriali, Tagliani è stato chiaro, un sindaco può sollecitare le occasioni, snellire il più possibile la burocrazia per invogliare gli imprenditori a mettere radici nel Ferrarese, ma la decisione finale spetta sempre a chi tiene i cordoni della borsa. Qualche volta va male e qualche altra meglio come nel caso di Manifatture Berluti, scarpe artigianali di alta qualità a, che ha fatto base a Gaibanella e pensa di allargarsi in un prossimo futuro. Non è certo fabbrica dai grandi numeri, ma rientra nell’ambito di un mercato di nicchia prestigioso capace, grazie ai prodotti di lusso, di reggere le contrazioni del mercato.

Nello zapping tra passato e futuro il sindaco, ha ricordato il tramonto delle imprese di costruzioni incapaci di competere con il mercato, ma ha salvato la “buona eredità”: “Abbiamo una città della cultura che continua ad andare avanti, perché l’idea era ed è buona”, ha precisato. C’è l’intenzione di affiancare al Palazzo dei Diamanti, immagine di punta del turismo culturale, un ristrutturato Palazzo Massari da trasformare in un tempio dei “saperi” ad uso cittadino. E proprio dove la cultura s’intreccia con il turismo, sotto il cappello del riconoscimento Unesco e nell’attesa dell’approvazione del progetto Mab (Man and biosphere) del Delta, da cui a giugno dovrebbe nascere una riserva naturale, il destino di Ferrara appare legato a doppio filo con quello di Comacchio, che solo lo scorso anno, a riforma delle Province avvenuta, ha votato il referendum per passare sotto quella di Ravenna. Ma i matrimoni, si sa, alle volte sono d’interesse, superano i dissapori e sfociano in alleanze tra business e politica. Soprattutto a fronte di certi sintomi. Un esempio? La politica delle grandi mostre si scontra con budget assottigliati e rischia di andare compromessa dall’intraprendenza di altre città, che mettono in scena più di un’esposizione di richiamo a pochi chilometri da Ferrara, “rubandole” turisti, visitatori e incassi. Il valore estetico di Ferrara non si mette in discussione, ma bisogna renderla particolare, unica e vendibile.

“Allargare il centro storico riqualificandolo è una cosa di interesse collettivo – ha precisato – vorrei poter convincere i commercianti che più è grande più la città ci guadagna. Dobbiamo spingere per la sua bellezza”. Sgomberare il “listone” dalle bancarelle, polemiche o no, sembra far parte del nuovo look e di un più largo progetto nel quale storia, architettura e natura si devono mescolare e offrirsi quale sostegno all’economia ferrarese, che per ora non può contare su un vasto numero di aziende ispirate alla sostenibilità e alle energie rinnovabili come il sindaco spera al punto da spendersi perché gli spin off universitari diventino vere e proprie realtà imprenditoriali. Nel frattempo bisogna essere tanto bravi da affascinare i turisti, da essere speciali. E’ la chance più immediata. “Inutile chiedere una fermata di Italo o Frecciarossa  – ha insistito Tagliani – Prima vanno create le condizioni perché ciò avvenga”.

La vocazione culturale ha allora bisogno di un turismo tinto di naturalismo che fa del Po e del suo Delta un tesoro a cui restituire il giusto posto nel mondo e dell’idrovia, la via d’acqua degli appassionati del grande fiume la cui porta d’ingresso è la città capoluogo, l’ottava stazione del Parco. Stazione ancora lontana dall’essere istituita, specifica Tagliani, perché il Parco del Delta del Po è in sofferenza. “Ci sono delle difficoltà normative di cui sta facendo le spese, è necessaria una nuova legge regionale e bisogna lavorare bene sul Delta, che fa parte della nostra cultura e va rispettato come bene comune quale è. Il Mab Unesco, che ci trasforma in riserva, è una straordinaria occasione per tutti”, ha detto. “Il parco è un valore aggiunto, è ovvio che ci sono delle difficoltà di gestirlo dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Abbiamo a che fare con una forte antropizzazione, a cominciare da quella dei lidi, a cui siamo abituati a pensare in termini di seconda casa. Certo negli anni ’60 l’intera partita poteva essere governata meglio. Resta il fatto che l’habitat comacchiese è una grande occasione per l’economia turistica, alcuni imprenditori l’hanno capito. Penso inoltre al cuore del lido di Volano, ha rapporti con la pineta, con le valli e si presta a una qualità edilizia nuova e diversa”. E’ evidente che l’ormai trentennale progetto di creare una struttura-villaggio nei terreni della Provincia, a ridosso della spiaggia, non è ancora tramontato.

Nel frattempo il Parco arranca, appare in disarmo, anche dal punto di vista della dirigenza tecnica, il direttore Lucilla Previati, ma non è l’unica, ha lasciato l’ente. “Per ovviare abbiamo stretto un accordo con l’Università di Ferrara, a occuparsi temporaneamente dell’aspetto ambientale, sarà Giuseppe Castaldelli del Dipartimento di biologia ed evoluzione”, ha precisato.
Parco in stand by e idrovia inceppata a nord a causa del ponte sulla ferrovia da rialzare per permettere il passaggio delle imbarcazioni di quinta classe: l’imbuto più criticato della grande opera alla cui realizzazione ha contribuito l’Europa. Ferrara città non vive l’idrovia con particolare attesa, piuttosto guarda al Sebastian, la nave-pizzeria incagliata nella darsena. “Abbiamo dei problemi tecnici, andranno risolti con il tempo come è accaduto in altre città d’Europa. E’ tutto difficile, mettere d’accordo tante amministrazioni, spostare il pub, però andiamo avanti. Intanto cerchiamo di chiudere quanto prima il cantiere ferroviario di via Bologna”.
I cantieri dell’idrovia, quelli verso il mare, sostiene, saranno ultimati entro il 2015, mentre a nord si lavora al progetto di qualificazione del canale Boicelli. Il quadro è in divenire: “In questa situazione gli imprenditori sono a rimorchio dello stato dell’arte, ma intanto è bene sfruttare quanto già c’è a favore del turismo fluviale – prosegue – Per ora passeranno le bettoline di classe inferiore alla Va. Non c’è ragione di rinunciare al progetto, si farà un passo alla volta”.

Dalla lunga conversazione non potevano mancare la vicenda del Sant’Anna di Cona e la recente sentenza emessa dal Tribunale ferrarese: “Sono in politica da 25 anni, personalmente non votai la delibera con cui se ne approvò la nascita. Sono diventato sindaco nel 2009, quando il Sant’Anna di Ferrara era già chiuso – ha ricordato – Mi assumo invece la responsabilità politica di averlo fatto aprire e aggiungo che ha retto il terremoto. Quanto alla sentenza, prendo atto del lavoro della magistratura dal quale non risultano tangenti incassate”. Insieme al lascito Sant’Anna, ha precisato, c’è anche quello del debito di 170 milioni di euro trovato al suo arrivo e che entro il 2019, alla scadenza del secondo mandato, vuole dimezzare. “Vogliamo restituire ai cittadini 90 milioni di euro per dare ossigeno alla città e agli amministratori che verranno dopo di me”, ha spiegato. Un’intenzione legata ad un modo diverso di governare senza il quale si rischia di pagare pegno: “Ci sono città ancora governate con il vecchio sistema, i buchi finanziari diventano inevitabili e quei buchi, vengono pagati anche con i soldi dei ferraresi”.

Quella al sindaco Tiziano Tagliani è l’ultima delle tre interviste con i sindaci degli ultimi 31 anni, organizzate dal Think tank ferrarese “Pluralismo e dissenso”, presentate e moderate dallo storico esponente dei Radicali cittadini Mario Zamorani.

Leggi l’articolo di presentazione dell’iniziativa [vedi].

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Se tutto è narrazione

In questo tempo assistiamo ad una particolare enfasi sulla narrazione. Ogni narrazione ci trasporta verso un mondo possibile, vale a dire verso una condizione, almeno in parte diversa da quella quotidiana. Il marketing lo sa e, attraverso la dimensione narrativa, ci porta in mondi ideali, divertenti e buoni. Del resto, “quando due uova sono uguali il consumatore preferisce l’uovo con una storia” per citare il brillante motto contenuto nel libro di A. Granelli e F. Trupia, “Retorica e business. Intuire, ragionare, sedurre nell’era digitale” (Egea, 2014).
Il rapporto tra realtà, desideri e progetti è una questione sempre aperta. Ognuno di noi cerca di continuo un equilibrio tra esigenze di adattamento alla realtà e spinte al cambiamento, in sostanza pratica un proprio equilibrio tra sogno e realtà: senza stabilità e radicamento non è possibile nessuna proiezione verso il nuovo, ma senza una tensione verso un nuovo traguardo, prevale la noia.
A livello sociale il tema dei mondi possibili ha la stessa funzione: può servire a prefigurare un cambiamento o, al contrario, può spostare l’attenzione da un presente preoccupante. La rete espone di continuo la tensione tra realtà e sogno, non a caso nella fase storica in cui è più forte il richiamo alla ineluttabilità delle linee delle macro decisioni che governano il mondo appare più cogente. Si parla di vincoli di bilancio, di risorse limitate, di equilibri instabili che vanno salvaguardati. Insomma intorno a noi il richiamo all’adattamento sembra di gran lunga prevalere. Al tempo stesso, la rete ci propone l’apertura a un mondo possibile, un mondo che si compone dei materiali più vari, a cominciare da quelli del cinema, delle pubblicità, fino a quelli evocati dalle più diverse citazioni di autori più o meno celebri. Siamo portati a mettere in scena vite diverse, magari facendo alle nostre stesse vite un po’ di maquillage, mostrandone gli aspetti più gradevoli, il volto della festa, del viaggio. In rete cerchiamo una discontinuità almeno parziale con il nostro quotidiano. Più in generale, mettiamo in scena un passaggio dalla realtà all’immaginazione.
Anche nei media assistiamo alla stessa dinamica. La forma narrativa ha plasmato ogni notizia trasferendola, almeno parzialmente in un contesto narrativo con l’obiettivo di accrescere l’impatto emozionale. Se il registro è sempre quello dei sentimenti, è molto alta la probabilità che si producano credenze piuttosto che conoscenza, adesioni acritiche piuttosto che riflessione.
La nostra identità si costruisce sempre di più attraverso vite immaginate e rappresentate piuttosto che reali. Abbiamo bisogno di sogni, del resto. L’immaginazione è importante come spinta al cambiamento, ma talvolta è solo un modo per accettare una realtà verso la quale ci si sente impotenti. Forse i sogni trovano uno spazio smisurato quando la realtà consente spazi di azione limitati. Il ruolo dei sogni, delle grandi visioni ha sempre tracciato inattese linee di futuro, ma se i sogni restano inagiti, se non lasciano tracce all’alba, alimentano la frustrazione.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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La chiave per una buona salute?
E’ questione di equilibrio

Il sistema nervoso autonomo è responsabile di funzioni vitali importantissime, quali il battito cardiaco, la digestione, l’eliminazione e così via. Esso è parte del sistema nervoso periferico e si occupa di tutte quelle funzioni che non sono controllate dalla nostra volontà. Esiste però anche un aspetto sottile di questo sistema che non è comunemente noto, ovvero che il sistema nervoso autonomo può essere usato per riportarci all’equilibrio se opportunamente attivato.

Il sistema nervoso autonomo è diviso in due rami, il simpatico e il parasimpatico, che rappresentano le “filiali” del sistema nervoso. Il simpatico è legato ad attività che richiedono che una mente vigile; il parasimpatico è legato alle attività più rilassanti, come dormire, mangiare e guardare la tv. Non abbiamo mai in funzione un solo sistema, sono entrambi necessari per far funzionare l’organismo.
Tra i due ci deve essere un giusto equilibrio che è la chiave per una buona salute. Le persone che attivano eccessivamente il loro sistema simpatico tendono a soffrire di stress e sintomi correlati, come problemi cardiaci, pressione del sangue alta e insonnia. Le persone che invece attivano prevalentemente il loro parasimpatico possono soffrire di depressione, avere mancanza di motivazione/ambizione e un sistema immunitario indebolito.

L’attivazione del sistema nervoso simpatico è responsabile della ‘lotta’ e della ‘fuga’: aumenta il battito cardiaco e rende il flusso del sangue più veloce, i muscoli sono tesi, i riflessi sono velocizzati e la digestione e l’eliminazione possono essere rallentate o bloccate completamente. In sostanza, attiva tutte le risposte primarie che sono in relazione con la vita.
Viceversa, il ramo parasimpatico, detto anche “il vago”, è responsabile del riposo, del recupero e del relax. L’attivazione del sistema nervoso parasimpatico diminuisce il battito cardiaco, rilassa i vasi sanguigni e i muscoli, consentendo al sangue di portare sostanze nutritive e i rifiuti fuori dalle proprie cellule. Stimola la digestione e rallenta la respirazione.

Fondamentalmente tutte le normali reazioni del corpo sono associate alle attività essenziali che si svolgono durante la giornata e al recupero. Le pressioni della società odierna, spesso sono molto impegnative e diventa difficile mantenere il giusto equilibrio tra questi sistemi, in modo da contrastare la disfunzione del sistema metabolico e l’accelerazione del processo di invecchiamento cellulare, aumentando l’insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete, ictus, etc.
È necessario quindi riacquisire un equilibrio consapevole, imparando a gestire le proprie giornate in modo che quando si stimola troppo un sistema, si passi ad un’attività che metta in azione l’altro.
Ad esempio, al lavoro è importante prendersi delle pause durante la giornata; nel week-end, si dovrebbe evitare di dormire davanti alla televisione tutto il giorno.
Un consiglio è cercare di accostare attività lavorative stressanti e sedentarie con attività rilassanti ma allo stesso tempo energetiche, come ad esempio camminare a passo sostenuto o fare sport. E poi, subito dopo pranzo e dopo cena, 3000 passi per migliorare l’equilibrio fra i sistemi e sentirsi in forma!

Lo stile di vita è alla base della buona salute e del benessere.

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IMMAGINARIO
Imprescindibili equilibri
La foto di oggi

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

OGGI – IMMAGINARIO ARTE

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Sergio Zanni, ‘In bilico per l’equilibrio’ (foto di Davide Bassi)

In bilico, per l’equilibrio

Uomini in bilico, alla ricerca dell’equilibrio, in continua trasformazione ed adattamento ad un ecosistema in continua evoluzione. Il sistema non si considera mai chiuso o adiabatico, che non esiste in natura e nell’universo, ma un sistema sempre aperto dove si ha sempre un certo grado di entropia. L’equilibrio dinamico è quindi la tendenza a trovare il miglior utilizzo possibile delle energie con i minori cambiamenti possibili dei parametri. [clicca l’immagine per ingrandirla]

A Ferrara ci sono luoghi in cui si cerca l’equilibrio. Lo scultore Sergio Zanni dispone due uomini sospesi nel vuoto su un sottile filo metallico, nel controluce del suo studio, riparati dalla vetrata gialla di una ex-officina meccanica illuminata dal sole da almeno 100 anni. Gli uomini di Zanni stanno cercando l’equilibrio, non singolarmente, ma in gruppo. Un equilibrio difficile che si ottiene quando la sommatoria delle potenze che agiscono sul sistema è nulla. La perdita di equilibrio di uno deve essere supportata dall’altro: o si cade. Alla ricerca di un equilibrio difficile. Zanni conosce il problema, lo studia e lo risolve con la sapienza dell’Arte. Un’arte che ha ragione di vivere e d’esser diffusa, per sempre.

Eugenio Scalfari afferma che “… il pensiero è soprattutto cultura, racconto, meditazione, approfondimento dei fatti, analisi del carattere dei personaggi, strategia di lunga durata o tattica di immediata applicazione e differenza tra l’una e l’altra … Finché la nostra specie esisterà, la lettera e il telegramma, il romanzo e il breve racconto, il quadro ad olio e lo schizzo disegnato con pochi tratti di matita avranno tutti ragione di vivere e d’esser diffusi. Io la penso così e spero di non sbagliarmi” (Eugenio Scalfari, in “Il vetro soffiato”, L’Espresso, 29/05/2014).

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La connessione tra cervello
e postura

Per dirla molto semplicemente, noi controlliamo la nostra postura col cervello, siamo nati in posizione fetale e fin da bambini abbiamo imparato a resistere al campo gravitazionale assumendo una certa postura, come esseri umani camminiamo eretti sui due piedi per risparmiare energia.

Il nostro cervello con gli anni si adatta ad una buona postura, a un certo tono muscolare e a un movimento normale. Il cervello impara a rilassare alcuni muscoli, come la parte anteriore delle spalle e i bicipiti femorali; ne contrae altri come i glutei, i quadricipiti e i muscoli della schiena, per avere sufficiente tono per stare in piedi, camminare, correre ecc. Il nostro cervello ci permette di contemplare il cielo, di fare pensieri astratti, eseguire problemi di matematica, parlare, ecc. Tutte queste funzioni sono il risultato di un cervello che può resistere alla gravità per lunghi periodi di tempo e bilanciarsi notevolmente su due piedi anziché quattro.

Questo per dire che assumere una postura errata spesso è un evento del tutto inconscio, e non un atto di volontà. La postura di un neonato è carente perché la parte del cervello che controlla i muscoli posturali si deve ancora sviluppare. Questo sviluppo avviene con il crescere del bambino: nelle varie fasi di crescita, il bambino pratica azioni innate come il gattonare, il correre e il giocare, tutte azioni che il cervello compie grazie a stimoli provenienti dalle articolazioni, dai muscoli, dagli occhi e dalle orecchie.
Il progressivo accumularsi di questi stimoli sviluppa il cervelletto e la parte del cervello dedicata a governare la postura. Il cervelletto si trova nella parte posteriore della nostra testa ed è l’organo più importante per la coordinazione dei muscoli, per i riflessi e per mantenerci in una posizione eretta rispetto al campo gravitazionale terrestre. La gravità dunque è una continua fonte di stimolo per il nostro cervello e di conseguenza per la nostra postura.
Le articolazioni che ricevono la maggior fonte di stimoli sono quelle della colonna vertebrale, struttura fondamentale per mantenere una postura eretta. In questo modo, mano a mano che il tempo passa, i muscoli posturali diventano più forti e riescono quindi a mantenere la normale postura eretta facendo meno fatica.
Ma se, al contrario, un determinato individuo ha un biomeccanica alterata o un malfunzionamento di un’articolazione dovuto a trauma, stress, infiammazione o condizioni ereditarie, arriveranno meno stimoli al cervello incitando proporzionalmente meno i muscoli posturali. Questo comporta una riduzione dell’efficacia muscolare che si manifesta con una postura errata. Una postura errata, prolungata nel tempo, può dare origine a cambi fisiologici come l’artrite, ernie discali, scoliosi o disfunzioni somato-viscerali, problemi cognitivi e/o sensazione di malessere generale.

Una postura corretta è quindi molto importante per la nostra salute perché permette di bilanciare i muscoli e ridurre lo stress. La postura normale si misura con un “filo a piombo”, con linee di riferimento immaginarie che corrono lungo la parte anteriore del corpo: la testa deve essere dritta, non inclinata o girata da un lato; le spalle allo stesso livello, non una superiore all’altra; i fianchi devono essere pari e le braccia devono scendere perpendicolarmente. Lateralmente, il filo a piombo deve passare attraverso orecchio, spina dorsale, bacino, ginocchia e piedi. Se le spalle sono troppo arrotondate, la testa può “affacciarsi” e superare il filo a piombo, aggiungendo una stima di 1 chilo per ogni cm. In avanti di pressione sul collo. Una pressione ripetuta nel tempo nella parte posteriore della colonna vertebrale dal collo e alla parte bassa della schiena, può portare alla formazione di ernie del disco. Se, guardandovi allo specchio, vedete il vostro corpo con delle asimmetrie, pensate che il cervello deve continuamente compensare questi difetti posturali consumando energia.

Spesso, una cattiva postura è dovuta a uno squilibrio muscolare o alla debolezza in alcuni gruppi muscolari, causati da posizioni sbagliate. Il corpo umano non era certo destinato a sedere davanti ad una scrivania per otto ore al giorno, fatto diventato consuetudine nella nostra cultura moderna. Stare seduti per periodi prolungati può rendere, infatti, i tendini del ginocchio ritratti, andando a tirare la parte bassa della schiena. Il corpo cerca sempre di mantenere il suo centro di gravità, quindi se la parte lombare è appiattita, la testa deve piegarsi in avanti, accorciando i muscoli della parte anteriore del collo e indebolendo ulteriormente quelli nella parte posteriore. I muscoli della schiena possono affaticarsi possono andare in spasmo, causando dolore e disagio. Questo non permette al cervello di risparmiare energia, può causare stanchezza e influenzare l’umore.

Una cattiva postura può anche influire negativamente sulla respirazione. Ci sono molti muscoli che collegano la gabbia toracica alle spalle; quando la schiena diventa debole e le spalle curve in avanti, ci può essere una riduzione di movimento della gabbia toracica, che può portare a una diminuzione di ossigeno al cervello. Un appiattimento della parte bassa della schiena (cifosi) o arrotondamento (lordosi), può anche causare una diminuzione nella meccanica del diaframma, il muscolo principale della respirazione. L’elenco dei sintomi che si manifestano quando l’ossigeno diminuisce anche leggermente durante il giorno, è troppo lungo per riportarlo qui, ma vale la pena riflettere anche solo un momento su come tutte le funzioni organiche sono collegate alla postura.

Come aiutare a ristabilire una buona postura?
Il modo migliore per iniziare è quello di rivolgersi a qualcuno che valuti la vostra postura, e poi praticare metodi appositamente studiati come l’RPG, il Pilates, lo yoga, il training crossfit, ecc. sono tutti ottimi, per iniziare a migliorare la postura.

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Il piede, straordinario modello di ingegneria biologica

I nostri piedi, dimenticati e spesso maltrattati, in realtà rappresentano uno straordinario esempio di ingegneria biologica, ma anche uno degli elementi distintivi della specie umana, alla pari del cervello.
Spesso sottovalutato, il piede ha un ruolo fondamentale nella postura e nella storia dell’evoluzione umana. Dall’appoggio del piede dipendono le strutture sovrastanti come caviglia, ginocchio, e anche tutta la colonna, fino alla base del cranio. La conquista della posizione eretta ha permesso, non solo il progressivo sviluppo del cervello, ma anche l’esigenza di comunicare con gli altri e quindi la conquista del linguaggio. Ciò è stato reso possibile proprio dalle sostanziali modifiche che ha subito il nostro arto inferiore nel corso dell’evoluzione.
Il piede, questo meraviglioso segmento corporeo, contiene numerosissimi recettori (terminazioni nervose) che rappresentano quasi un “sesto senso”. Questa si chiama “propriocettività”. Una qualità indispensabile per praticare lo sport ma anche per la vita giornaliera. Senza, l’uomo non sarebbe neanche in grado di compiere correttamente i movimenti più elementari, come camminare, parlare e afferrare un oggetto.
Se siamo in grado di avvertire una puntura di spillo, una carezza, il caldo e il freddo e di controllare molti movimenti, lo dobbiamo alla “sensibilità propriocettiva”, ossia a una rete nervosa separata da quella del tatto, del dolore e della temperatura, che raccoglie informazioni solo da tendini, muscoli ed articolazioni. Una quantità di dati che permettono di avvertire l’esatta posizione del corpo, lo stato di contrazione dei muscoli e ancora la velocità e la direzione di ogni spostamento degli arti e della testa. La propriocezione plantare (capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio), abbinata alla stimolazione visiva, aumenta di molto l’equilibrio e il benessere.
Il piede dell’uomo ha quale caratteristica distintiva la formazione di una volta plantare con tre punti specifici di appoggio, in corrispondenza del calcagno posteriormente e delle teste del 1° e 5° metatarso anteriormente. La parte mediale è incurvata verso l’alto (arco longitudinale mediale) ed assicura al nostro piede una fondamentale azione ammortizzatrice nell’impatto al suolo. Tale particolare conformazione è deputata a trasformare le spinte verticali provenienti dall’alto che si scaricano sul piede in spinte laterali, per meglio essere distribuite sulla pianta d’appoggio.
E’ straordinario come una massa relativamente ampia come quella dell’uomo riesca a mantenere l’equilibrio in posizione eretta, attraverso una superficie d’appoggio relativamente piccola come quella dei nostri piedi.
I nostri piedi, instancabili lavoratori, sostengono il peso del nostro corpo e le forze che si scaricano su di esso. Permettono il cammino e l’adattamento al terreno, una sorta di “ammortizzatore biologico”. Come un’elica, che si avvolge e si svolge per compiere la sua azione propulsiva statico-dinamica. In più, come si diceva, hanno anche una funzione recettoriale e sensitiva con migliaia di informazioni spaziali che arrivano al cervello, rappresentando uno dei principali “organi” coinvolti nel mantenimento della postura.
Attraverso la mia esperienza di osteopata, ho riscontrato che un dolore alla schiena, il bruxismo, il mal di testa, disturbi della digestione ecc. potrebbero dipendere proprio da un cattivo appoggio plantare.

Consigli pratici
Si possono effettuare semplici esercizi di flesso-estensione e prono-supinazione, da eseguire in maniera lenta e controllata, seduti a terra su un tappetino o su una sedia, per mantenere una buona mobilità delle strutture articolari e muscolari degli arti inferiori.
Nel caso in cui si avvertano dolori legati a qualche trauma, è comunque opportuno far valutare le articolazioni del piede dal vostro osteopata di fiducia, per evitare che atteggiamenti viziati del piede possano ripercuotersi su tutto il vostro corpo, anche a distanza di qualche mese.

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Migliora la tua vita cambiando la postura

Quando ti guardi allo specchio cosa vedi? Una persona in posizione verticale con una perfetta postura o un individuo curvo con le spalle cadenti, mento che sembra anni più vecchio della sua età.
E c’è di peggio, quando ci mettiamo a lavoro sulle nostre scrivanie o affondiamo nei nostri divani, non ci rendiamo conto delle posizioni sbagliate che assumiamo e a cosa potrebbero portare nel futuro.
E’ interessante osservare che i problemi come il mal di schiena e la cervicale hanno raggiunto proporzioni epidemiche in tutti i paesi in cui lavorare da seduti è diventato la norma. Sedie e scrivanie sono i fattori ergonomici che più influiscono su una cattiva postura. Molti di noi trascorrono fino al 75% della propria vita di veglia seduti sulle sedie.
La nostra postura influisce direttamente sul funzionamento generale del nostro corpo, ed ha anche una grande influenza sul nostro modo di pensare e di sentire.

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Aree di dolore più comuni

Una buona postura consente processi di guarigione del corpo che permettono di lavorare in modo più efficiente ed efficace, aiutando a prevenire le malattie future. Allineare il corpo aiuta i muscoli, le articolazioni e i legamenti a lavorare come natura vuole. Migliorare la postura riduce l’affaticamento, la tensione muscolare e il dolore. Una buona postura contribuisce ad ottenere un buon equilibrio a livello fisico, mentale ed emotivo. Una persona che ha una buona postura tende a proiettare all’esterno equilibrio, fiducia, integrità e dignità. Alcune persone soffrono di varie disfunzioni come i problemi all’anca, alla schiena o al collo, mentre altri hanno l’asma, stress o vari tipi di lesioni da sforzo ripetitivo. Alcuni semplicemente vogliono migliorare la loro autostima.
Come fare allora per cominciare a curare un po’ la nostra postura? Un primo passo può essere semplicemente quello di osservarsi quando si è di fretta. Si noti la posizione della testa e delle spalle, sono storte? C’è tensione in altre parti del corpo, per esempio, la schiena, le gambe, le braccia e persino la mascella? Attenzione, non c’è niente di sbagliato nel fare le cose in fretta, è la fretta costante che può farci del male.
La chiave per una buona postura è davvero prendersi un momento durante le proprie attività quotidiane e mettersi in pausa per riflettere su come si sta eseguendo un determinato compito, anche se semplice e svolto in piedi o da seduti. Basta provare per un giorno per accorgersi che questo giova non solo alla postura, ma anche al vostro modo di vivere.

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Alla ricerca di una nuova solidità

Evaporati sogni, miti, certezze e riferimenti per l’azione, liquefatte in tante pozzanghere le certezze e le attese di futuro che avevano guidato le generazioni precedenti. Inseguiamo micro narrazioni, piccoli frammenti di senso da condividere, zattere galleggianti di un’identità smarrita. Questa è l’immagine che sottende la gran parte delle analisi delle trasformazioni del contesto post moderno, a partire dalla fortunata metafora della società liquida proposta da Bauman. Così abbiamo legami liquidi, anche l’amore è divenuto liquido, tutto sembra avere perso consistenza.
McKinsey, nota e prestigiosa agenzia di consulenza americana, intitola “Consistency”, una recente news letter, sottolineando come su questo concetto chiave si giocherà nel futuro prossimo il rapporto tra imprese e clienti, tra brand e consumatori.
Il termine consistenza rimanda ad una pluralità di significati: densità, solidità, stabilità, coerenza. Tutti termini molto lontani dalle immagini di velocità e di fluidità che hanno connotato le analisi fin qui e che continuano, non senza ragioni, ad accompagnare l’era di Internet.
Credo che nessuno possa sottovalutare il frenetico mutamento in atto, l’accelerazione di processi distruttivi e creativi che l’innovazione tecnologica sollecita. Eppure, emergono nuove domande di consistenza. Di cosa stiamo parlando? Di una qualità che si colloca a ridosso dei comportamenti di imprese, organizzazioni e istituzioni, ma anche di quelli individuali. Una qualità che investe la stessa tenuta identitaria, in quanto riguarda l’intima convinzione di una continuità biografica.
Il termine consistenza richiama parole come affidabilità, coerenza, fiducia. In un contesto strutturalmente imprevedibile ci aspettiamo di poter contare almeno sulla parola data, sulla prevedibilità dei comportamenti rispetto ai patti assunti, delle azioni rispetto alle dichiarazioni e così via. La fiducia è una condizione della formazione di coesione sociale e di legami e la mancanza di fiducia per un Paese è un danno assai più grande di qualche centesimo di punto di Pil.
Di fronte ad un quadro istituzionale e pubblico in forte crisi, le persone cercano una solidità mediata innanzitutto dalle buone relazioni. Cerchiamo consistenza nei luoghi del quotidiano, nelle relazioni dirette, nelle passioni che ci animano. La cerchiamo nei campi in cui avvertiamo di avere se non il controllo, almeno una personale responsabilità di scelta. Per questo le scelte di consumo fungono talvolta da sostituti di atti politici (pensiamo ai consumi sostenibili e al fascino del green, al biologico, ecc.).
Cerchiamo di allargare lo spazio della responsabilità, mantenendolo però sempre nella realistica area di ciò che compete a noi, che è nelle nostre possibilità. Per descrivere questa tendenza, l’etichetta di individualismo, associata troppo a lungo al ritiro dell’investimento dalla sfera della politica, non ci è mai sembrata così “inconsistente”, così incapace di cogliere il mutamento di segno dalla società di massa alla società degli individui.
Come sempre accade, il pendolo della storia propone continue oscillazioni per gli individui, impegnati nella ricerca di ancoraggi di senso e di un equilibrio inevitabilmente precario.

Maura Franchi (sociologa, Università di Parma) è laureata in sociologia e in scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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