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La moda del blogger santone e la sconfitta della ragione

Domenica scorsa mi è capitato di assistere alla seguente scena: una coda lunga almeno una decina di metri di donne che hanno atteso per ore al freddo e sotto la pioggia per incontrare una blogger che da consigli su come combattere la cellulite. Pare questa blogger abbia il pregio di dire brutalmente alle sue seguaci cosa ci sarebbe di sbagliato nel loro corpo per poi dispensare consigli all’avanguardia, quale pioniera dell’inesplorato mondo della smagliatura. Il tutto accompagnato da una assolutamente disinteressata vendita di prodotti miracolosi.
Premesso che nulla di male c’è nel volersi prendere cura del proprio corpo, ma non vi è il rischio, seguendo questi personaggi “famosi” che lucrano sulle debolezze altrui, di avere come obiettivo un modello perfetto, che ci causa solo frustrazione perché irraggiungibile?
E di perdere di vista un sano miglioramento di sé tenendo ben in mente il limite oltre il quale dovremmo semplicemente accettarci?

“L’aspetto esteriore è un meraviglioso pervertitore della ragione.”
Marco Aurelio

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tornare alla meraviglia

Restare attoniti è come essere colpiti dal fragore del tuono. È come stupire di fronte agli arabeschi dei fuochi d’artificio generati dall’esplosione delle polveri piriche.
Stupore e meraviglia generano il pensiero alla ricerca del bello, dell’equilibrio tra noi e ciò che è fuori di noi. È l’incontro con l’inatteso che genera il “thauma” dei greci: la gioia per il nuovo, l’angoscia per l’ignoto.

L’estetica come fondamento della sensibilità umana, l’intensità del piacere e dell’ammirazione che producono meraviglia e felicità. Ci manca così tanto l’etica nella nostra vita di tutti giorni, individuale e collettiva, che neppure più ci sfiora il bisogno di estetica: la necessità del bello, il bisogno di meraviglia. Nelle nostre vite quotidiane le emozioni sono continuamente sollecitate dai piazzisti di beni materiali e immateriali, dal mercato alla politica, dallo spettacolo alle nuove tecnologie. È la modernità, bellezza! Le emozioni hanno di gran lunga soppiantato i temi storici della ragione e della virtù, di qui l’etica è divenuta un’emergenza della nostra convivenza civile.

Un eccesso di emozioni ha finito per inaridire la nostra sensibilità, non siamo più in grado di farne un buon uso. L’equilibrio tra emozione e reazione si è spezzato, come quello tra sentimento e ragione. Ritornare all’arte non per consumarla, ma per provare a percorrere un cammino di rieducazione, di recupero dell’umano che abbiamo bruciato. Provare a riconoscere quanta poesia e quanta prosa costellano ancora le nostre giornate.

È uscito l’ultimo libro di Edgar Morin, ‘Sull’Estetica‘, in cui raccoglie trent’anni di note relative alle sue esperienze letterarie, poetiche e musicali, oltre ad appunti su cinema, fotografia e pittura. Esperienze del bello, esperienze di emozioni, dal ‘Vascello fantasma’ di Wagner a ‘Una stagione all’inferno’ di Rimbaud, da Picasso a Kandinskij, da Balzac a Zola. Shakespeare e Dostoevskij, come Sergio Leone e Francis Ford Coppola. L’estetica, come “aisthesis”, come sensazione e sentimento, prima di essere il carattere proprio dell’arte, ci ricorda Morin, è un dato fondamentale della sensibilità umana. Cita il pensatore americano Ralph Waldo Emerson: “Ogni uomo è così profondamente poeta da essere suscettibile degli incanti della natura”. L’emozione estetica, dunque, non è solo propria della fruizione dell’opera d’arte, ma risiede nella capacità di ognuno di noi di mantenere intatta la propria forza d’incanto.

Lo sciamano che è in noi è andato perduto, il genio che ha l’occhio per guardare diverso dallo sguardo di tutti i giorni, dallo sguardo di tutti gli altri. Non c’è tempo per questi tempi nel nostro tempo. Non è previsto e neppure pensato, le lunghezze d’onda sono altre. Ma il tempo così si svuota di intelligenze, dell’opportunità di capire e di crescere, della possibilità di uscire verso il futuro. Le occupazioni delle nostre società da queste dimensioni sono distanti e neppure hanno le orecchie per ascoltare e gli occhi per vedere.

Il bello non appartiene più ai nostri orizzonti. E la nostra follia che ci conduce ai precipizi non è il prodotto del disagio estremo che prelude ai territori fertili dell’arte.
Nella civiltà del calcolo, del profitto, della frammentazione, dell’esistenza anonima, avremmo bisogno di essere nutriti oltre che di pane anche di poesia, scrive Morin. Non deve stupire, perché basta guardarsi attorno per scoprire che nella moltiplicazione dei festival cresce un neo-tribalismo come espressione del bisogno di condividere, di godere insieme di un bel concerto, di una bella opera. Ma non cresce l’umanità, non germina una coscienza nutrita da una filosofia umanista rigenerata, anzi, ognuno si fa tribù.
È l’esperienza estetica che manca, il ritorno a essere capaci di meraviglia e di stupore, acceleratori della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo.
Ciò di cui abbiamo bisogno secondo Morin è di ri-educare all’estetica, essere curiosi, cercare di sapere, cercare di conoscere, indagare il senso della vita e la sua complessità.
Recuperare la comprensione umana attraverso l’arte, dal romanzo al teatro, dal cinema alla poesia, alla pittura, per tornare a ri-vedere con lo sguardo pulito, a ri-conoscere il bello e la meraviglia, per ri-prendere il controllo delle nostre vite contro l’ascesa dell’insignificanza.

Arte e tecnologia

di Francesca Ambrosecchia
foto di Fabio Bianchi

Una stretta connessione tra arte e tecnologia esiste da sempre. Forse Leonardo da Vinci ne è l’esempio più lampante: l’arte si intreccia con le scoperte e le ricerche in ambito tecnico scientifico. Nascono nuovi strumenti e nuove tecniche operative che influenzano anche il mondo artistico.
Il tempo passa e la tecnologia avanza: siamo senza dubbio soggetti 2.0 immersi in un mondo 2.0 e anche l’arte viene sopraffatta da tale realtà.
Sempre più artisti si avvalgono di supporti tecnologici per creare le proprie opere o per allestire mostre: pannelli, led e proiezioni video sono solo alcuni esempi di ciò a cui mi riferisco.
Si può apprezzare la stravaganza e l’effetto prodotto dall’arte contemporanea pur rimanendo legati ai classici ma spesso vengono a crearsi due scuole di pensiero, o meglio, “ di preferenza e gusto”. Voi a quale appartenete?

DIARIO IN PUBBLICO
Del bello e del brutto nella lingua e per le strade

In un buffo gioco condotto sulle pagine di fb cercavo d’individuare oggetti, luoghi, situazioni, ma soprattutto le parole che li descrivono, decisamente insopportabili. Si è giocato specie con quelle parole che, tradotte da una lingua della tecnica come l’inglese, producono risultati da brivido: da ‘ciattare’ a ‘performante’, da ‘endorsement’ fino all’uso divenuto comune di parole difficili come ‘pervasivo’.
Gioca che ti gioca si arriva a situazioni, mode, atteggiamenti e cure del corpo che producono un mio disperato rifiuto: dalla barba, barbona, barbetta, come segnale di essere alla moda, agli sciarponi che ti eliminano il collo, all’eterno uso dei tattoo molto amato dagli unici divi che in questo terribile momento storico-politico superino ancora la prova della popolarità: vale a dire i calciatori, modello epico insostituibile nell’immaginario (eccolo!) popolare.
Mi ritorna in mente, non ‘bella come sei’, ma il discorso che si svolge nella pubblicità televisiva fra signore che si raccontano all’ora di pranzo la qualità preziosa dei loro pannoloni/pannolini che non lasciano odore o bagnaticcio. Avete in mente lo sguardo d’intesa delle sdegnose modelle che reclamizzano i profumi, che lanciano tremende occhiate di fuoco promettendo il paradiso per poi rifiutare il contatto, loro, le divine, mentre una secca voce racconta la marca del profumo in un francese anglicizzato?

Cosi trascinandomi stancamente nel mio doveroso status di casalingo per caso e riguardando con occhio distaccato le meraviglie mangerecce e vestimentarie esposte nei mercatini natalizi mi trovo a ragionare ‘così per non morire al primo incontro’ dei luoghi esteticamente più brutti della città delle cento meraviglie, tenendo presente quello che il genio assoluto dell’architettura contemporanea, Renzo Piano, ha confidato a ‘La repubblica’ su cos’è un museo o una mostra; lui che ha costruito il modello straordinario del Beaubourg per tutto quello che verrà dopo. Un museo o una mostra rovinati e distrutti dai selfie.
Orbene, ma è ormai situazione storicamente accertata, Ferrara ha luoghi specifici nella loro bruttezza che possiedono la capacità malvagia di distruggere quel patrimonio estetico fondamentale della perfetta urbanistica di una città il cui centro è patrimonio dell’umanità. Sono le torri del grattacielo o il palazzo degli specchi, ma anche luoghi apparentemente segreti che, come uno schiaffo in faccia (un’attività che riesce molto bene ai miei concittadini), producono danni estetici terribili.
Nel mio quartiere c’è una chiesa non agibile che da molti decenni è chiusa. Una facciata neo-gotica, un interno senza pretese, ma dignitoso. Fino all’anno scorso un piccolo sagrato accompagnava il non esaltante complesso. Sant’Antonio Abate un tempo richiamava folle di persone che facevano benedire i loro animali all’interno di un quartiere che si concludeva con la piazzetta resa famosa dal film di Visconti ‘Ossessione’. La novità che ha reso quell’angolo un vero obbrobrio estetico è stata trasformare il sagrato in una specie di piazzetta minacciosamente chiusa da paracarri e illustrata da un enorme vaso quadrato in cui svetta un alberello striminzito probabilmente morto. La pietas del vicinato ha addobbato quel moncherino d’albero con alcune palline natalizie che forse non esistono più nemmeno in villaggetti sperduti della campagna ferrarese rendendone ancor più obbrobriosa la vista. Non siamo nei brutti quartieri di periferia, ma in pieno centro storico. Il gusto del ferrarese per adottare situazioni urbanistiche di dubbia qualità estetica rimbalza dalla Galleria Matteotti alla revisione di san Romano fino al disastro di Piazza Travaglio. Così ci s’ingegna a correggere ciò che con entusiasmo si era tentato di costruire. Un ‘crossover’? Non lo so.

Eppure la bellezza offesa potrebbe risollevare il capo e proporre nuove soluzioni e nuove scelte. Basterebbe avere più coraggio e forse più attenzione. Così, non per infierire sulla parola ormai esecrata da tutta la città: calotta. Ovviamente della spazzatura. Perché posizionarla in via Mayr davanti a una celletta religiosa?
Certo si fa presto ad emettere giudizi che, lo capisco, s’imperniano su una paroletta che propone esecrabili pensieri: bellezza.
Bellezza non è un fatto, né una condizione. E’ una verità o meglio una virtù. Resa impronunciabile da chi non appartiene a quella sempre più esigua schiera di ‘radical chic’ presi nelle loro utopiche prestazioni lontane dai ‘fatti’ che tutti ormai chiedono: dai politici, ai giornalisti, dai manovratori del vapore, costruttori ed edili, alle associazioni spesso definitesi da loro stesse culturali.
Bellezza dovrà essere sacrificata perché così la storia ha deciso. Non c’è più posto per l’assioma platonico del bello=buono.
Così ‘ciatteremo’ ancora una volta predicando una virtù astratta che al di là dei ‘like’ non ha più diritto di cittadinanza.
Ferrara: esempio di ciò che accade in tutte le città dal Nord al Sud.

laguna venezia

DIARIO IN PUBBLICO
Del bello nel modo di ieri e di oggi

Sembra inutile o quasi blasfemo commentare esperienze felici nel momento in cui il mondo impazzito sembra regredire alle crudeltà più mostruose, come insegna l’orribile vicenda del Sinai. Ma proprio perché la bellezza, la cultura, l’idea, riescono a trasformare la vita in arte o in qualcosa di simile all’iperuranio, allora forse non sarà inutile ricordare momenti memorabili della propria esperienza della bellezza.
Come Marco Polo di fronte a Kublai Kan nelle ‘Città invisibili’ di Italo Calvino descrive all’imperatore 55 città del suo impero che il sovrano non ha mai visto, ma che tutte riconducono a un’unica città, Venezia, così anch’io ho sperimentato nell’unicità di quel luogo ciò che maggiormente lo collega al mondo, alla natura all’idea. Un luogo – il luogo – emblema della bellezza/bontà; ciò che l’abitante del mondo può desiderare o concepire.

L’occasione mi è stata data dal simposio su Leopoldo Cicognara che l’Accademia di Venezia ha voluto dedicare al suo primo presidente nel duecentocinquantesimo anniversario della sua nascita. A questa occasione s’accoppia l’altra, straordinaria, della bellissima mostra alle Gallerie dell’Accademia veneziana che illustra le opere di Canova, di Hayez e del mentore canoviano, il conte ferrarese Leopoldo Cicognara. La qualità delle due iniziative appassionatamente condotte a vertici straordinari, tra gli altri, da carissimi amici come Alessandro Di Chiara, Paola Marini, Fernando Mazzocca, si è svolta in queste giornate alla presenza degli allievi dell’Accademia, che hanno potuto partecipare a questi incontri e ai quali sono stato orgoglioso di illustrare il trattato ‘Del Bello’ scritto dall’intellettuale ferrarese per i giovani frequentanti l’Accademia veneziana da lui presieduta e che tre giorni prima avevo presentato nella mia edizione novecentesca nella mostra-convegno dedicati a Cicognara e svoltasi alla Biblioteca Ariostea di Ferrara.

Descrivere cosa è Venezia in questi giorni supera ogni fantasia. Alloggiato accanto all’Accademia, luogo mitico per gli intellettuali otto-novecenteschi che la frequentarono e la frequentano, mi sembrava di essere Henry James all’inizio del secolo. La dominante coloristica era il grigio perla, che per un attimo s’illuminava della gloria del sole. I ragazzi che studiano all’Accademia vengono da tutte le parti del mondo e nell’ex ospedale degli Incurabili, sua sede storica, li vedi intenti ai lavori: scultura, pittura, arti decorative o immersi nella lettura. Hanno mises incredibili e una voglia straordinaria di apprendere. La dolce calata veneziana si scontra con i linguaggi di tutto il mondo. E che serietà nel seguire il difficile percorso del trattato ‘Del Bello’ del conte ferrarese. Poi un seminario tenuto alle Gallerie dell’Accademia, in quegli spazi incredibili a confrontarci tutti con Hayez, l’allievo più dotato del momento storico della pittura neoclassica, del quale campeggia lo splendido ritratto della famiglia Cicognara, suo protettore, accanto alla incomparabile statua del divino Canova che troneggia tra gli oggetti, quadri, tavoli, statue, marmi, che artisti e artigiani veneti crearono per l’omaggio delle province venete presentato per le nozze dell’imperatore e che sono tutte opere straordinarie e coerenti proprio con quel concetto di bellezza che il trattato del Cicognara proponeva per l’educazione teorica degli allievi dell’Accademia.
Questo è studiare, questo è vivere dall’interno il senso di una cultura per poterla contestualizzare. Il cuore mi si è aperto e ho parlato non ai colleghi, ma a questi buffi giovani che ti piantavano gli occhi seri in faccia per dirti “non ingannarmi!” Che gioia lavorare così!

Ritorna in questa occasione celebrativa la necessità di capire la storia, di vederla nel suo percorso e individuare le ragioni per cui proprio nel momento di massima presenza e di totale predominio di un Napoleone conquistatore e tiranno, che non si perita di svuotare i luoghi sacri della cultura europea dei loro massimi capolavori per radunarli al Louvre, l’orgoglioso museo ove tutta l’arte si concentra, l’espressione di quel mondo fu una nuova forma di classicità: gareggiare con l’antico, emularlo, forse superarlo, perché quei tempi vedono il nuovo Fidia, il divino Canova, che aggiunge alla esemplificazione della bellezza condotta sull’antico la necessità di trasformarla, come dirà davanti ai marmi del Partenone che Lord Elgin asporta da Atene e che vennero comprati dal British Museum, in “carne, vera carne”.
La grande cultura di Leopoldo Cicognara che non cessa di ampliarla, tenendosi al corrente delle maggiori opere filosofiche, di estetica e di letteratura europee, tanto da raccoglierle poi in una biblioteca di più di cinquemila volumi quasi tutti attentamente postillati e poi venduta alla Biblioteca Vaticana, venne riversata nella sua opera maggiore, una storia della scultura in Italia che ebbe due edizioni, la seconda delle quali consisteva in ben sette volumi, forse l’opera di quella che oggi noi chiamiamo storia dell’arte più importante del diciannovesimo secolo e non solo.
Si amplia così la conoscenza e l’importanza che Ferrara non solo estense ebbe nei secoli dopo la Devoluzione. Una storia non solo legata all’età delle Legazioni, ma anche oltre fino a concludersi in quel secondo Rinascimento che si sviluppò con la Metafisica nel primo ventennio del Novecento.
E nonostante segni minacciosi inducano a non considerare la storia come possibilità prima di conoscenza e di umanesimo cerchiamo di non lasciarsi travolgere dalla sua negazione come i fatti atroci degli ultimi anni purtroppo ci stanno abituando.

La teoria della vongola: anche la verace passerà

Un piatto di spaghetti con le vongole, per favore!
Sì, ma quali vongole?
Nella Sacca di Goro la vongola verace (Ruditapes decussatus) è scomparsa. All’inizio degli anni Settanta lo sfruttamento indiscriminato del mollusco portò la sua pesca da circa 1200 quintali a stagione a circa 70 quintali in 6 anni. Per rimediare all’errore, al sottovalutato danno, e rinfrancare la pesca e l’economia si introdusse un’altra vongola di origine filippina (Ruditapes philippinarum) con caratteristiche ben diverse: maggiore taglia, maggiore adattamento ecologico, maggiore prole. In poco tempo la straniera philippinarum scalzò l’autoctona decussatus e, usurpato il titolo di verace, oggi è l’unico condimento dei nostri spaghetti.

Anni fa Eugenio Scalfari introdusse la “teoria della cozza”, un’immagine metaforica che applicò alla Dc e a Giulio Andreotti. Al mio provincialismo estense la vongola verace suggerisce un’altra teoria: quella della vongola.
Recentemente Bernardo Valli su ‘L’Espresso’ (30/07/2017) evidenzia il crollo demografico della vecchia Europa. In cinquant’anni la Germania potrebbe perdere 24 milioni di abitanti, un destino comune all’Italia. Se persistono i tassi di fertilità odierni, secondo le informazioni raccolte da Valli, entro il 2080 potrebbe scomparire una quota di abitanti equivalente a quella della Germania dell’Est, un tempo comunista. Valli è consapevole che “sono cifre da fantascienza rese nebbiose, incerte, perché con scadenze reali remote”. Tuttavia vede “una decimazione della popolazione contenibile, meglio attenuabile, con una forte immigrazione. Un’idea quest’ultima che spaventa gli elettori e che può cambiare il panorama politico tedesco”. Sempre su ‘L’Espresso’ Eugenio Scalfari (06/08/2017) dichiara che la vera politica europea è “ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato”. Nello stesso numero della rivista Francesca Sironi visita la nostra Lagosanto, il paese italiano con la più bassa presenza di giovani al di sotto dei trent’anni. Testo e foto ne danno un panorama algido, freddo, vuoto. Vuoto di cosa? Di lavoro? Di negozi? Di cinema? No, di cultura: terra rasa, da dissodare, arare, fresare e seminare. Una laguna anossica sul cui fondale le vongole veraci stanno boccheggiando prima della morte.
Queste tre indagini sulla società non considerano la sua parte più caratterizzante e dinamica, quella culturale. Ho la sensazione che si pensi di modificare il corso degli eventi (i.e., bassa natalità, aumento dei pensionati, riduzione del pil) con meccanismi tecnici di migrazione/importazione delle popolazioni senza valutarne le modalità e i successivi impatti culturali: non ricorda la storia della nostra vongola verace? Si diceva: “Dobbiamo guadagnare di più dalla vendita delle vongole, ma le abbiamo già pescate tutte: impiantiamone di nuove, alloctone, più prolifiche! Tanto le veraci ci sono da sempre (!), non scompariranno”.

La mia metafora è semplicistica in quanto non analizza i dettagli ecologico-sociali. La preoccupazione sociale prodotta dall’immigrazione è spesso trattata in Italia solo tecnicamente (si ricordino, per esempio, le ultime considerazioni di Tito Boeri), in termini economici e statistici, considerando in modo asettico numeri, produzione, tassi, invece di persone, culture, etica.
Uno dei punti cardine del problema immigrazione è mantenere e diffondere la cultura (nazionale e locale) per non perdere la tradizione. Sappiamo che questa naturalmente si diluisce con il tempo, muta forme e colori: non scompare immediatamente, si modifica, cambia aspetto. È una dinamica che non possiamo arginare e interrompere. Possiamo però rendere la cultura più comprensibile, fruibile e coinvolgente, agli autoctoni e specialmente agli alloctoni. Una cultura non sussiste indipendentemente dalle altre, perché è solo come parte dell’autodeterminazione del mondo nella sua totalità dinamica e storica che essa può darsi.
Proviamo a seminare l’arte. L’arte ha la capacità nella sua estetica di rendere dinamici tutti gli attori, gli oggetti come i soggetti, le interpretazioni e le emozioni, di modo che tutte le attività dell’uomo vengono rimesse in discussione, rinegoziate. L’esperienza estetica è un’attivazione delle nostre facoltà cognitive, una promozione della vita. L’esperienza estetica permette proprio quelle rinegoziazioni delle pratiche umane che sono necessarie a un essere umano che “non ha alcuna forma di vita impiantata per natura“ (Georg W. Bertram).
L’estetica è un’etica.
Non potendo più apprezzare gli spaghetti alle vongole veraci (i.e., R. decussatus), abbiamo inventato quelli allo scoglio: un coacervo di prodotti freschi e congelati, provenienti da mari differenti, che forniscono, più o meno con soddisfazione, un esempio di gastro-evoluzione. In meno di quarant’anni abbiamo dimenticato il sapore della vongola verace (decussatus) e la sua decimazione: è stata sostituita (quantitativamente) dallo “scoglio”, arduo da scavalcare.
Ed anche la verace passerà.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Lottare senza paura… battere il cancro e i suoi fantasmi si può!

Vichinga e le altre…

Cara Riccarda
Ho letto la storia di T. la vichinga e come spesso accade ho ripensato alle storie che tante ‘guerriere’ mi hanno raccontato in questi anni, i loro volti non li ricordo nitidamente, sono tante, tante davvero, ma le loro parole sì, mi sono entrate nel cuore. E la forza con cui davanti a me ricordano, parlano, ricostruiscono la malattia tirando fuori quello che c’è stato di più doloroso, mentre a volte stanno ancora facendo le terapie, a volte le hanno appena finite e ironizzano su quello che è stato (i capelli… beh sono caduti così che adesso crescono più forti, e magari cambio anche colore eh).
Assieme cerchiamo di capire se la causa della malattia può essere genetica, se c’entrano i “geni dell’Angelina Jolie”, ormai li chiamiamo così i due geni che predispongono al tumore al seno (BRCA1 e 2) che suona meglio di questi acronimi inventati dagli americani.
Perché se l’analisi è positiva, allora i controlli devono essere di più, perché è importante giocare in attacco sempre, perchè anche l’Angelina lo ha fatto e ha fatto informazione, perché bisogna sapere, sempre.
E perché le vichinghe sono tante, tante di più di quello che immaginiamo.
Marcella Neri

Cara dottoressa,
e allora chiamiamoli “i geni dell’Angelina Jolie”. Se proviamo a dare un nome a una cosa incomprensibile, se anzichè usare la sigla, parliamo dei geni dell’Angelina, forse non cambierà nulla nella sostanza, ma l’approccio sarà più umano. Fa meno paura ciò che conosciamo e che possiamo nominare, ci sembra di capirlo, almeno un po’.
Sentire da un medico che le parole di quelle donne, le nostre vichinghe, rimangono e colpiscono anche chi per mestiere ci vive in mezzo, conferma che le pazienti sono prima di tutto persone, storie di battaglie e vissuti. Come la nostra T. che mi ha scritto “la vita ti mette di fronte a prove che non puoi dribblare, non ti resta che giocartela tutta e al meglio”.
Riccarda

Combattere senza paura

Cara Riccarda,
il cancro è un’esperienza che, nel migliore dei casi, lascia perenni cicatrici, visibili invisibili. Sono un medico e sto dall’altra parte, dalla parte di chi deve comunicare la malattia e accompagnare le persone nel loro percorso di “lotta”. Combattere senza paura vorrei che non fosse solo uno slogan da potere dire a chi si trova a dovere affrontare la malattia, ma fosse un modo convinto di mettersi in cammino nelle tappe da vivere su una strada che non è mai breve né semplice.
La chirurgia senologica è spesso solo una tappa del processo di guarigione che prevede la partecipazione anche della oncologia con farmaci chemioterapici, endocrini ed immunologici e della radioterapia.
L’approccio multidisciplinare ha portato negli anni costanti miglioramenti nella qualità della vita delle operate e percentuali di guarigione più alte. Al momento in Italia vi sono più di 600 mila donne sopravvissute al cancro mammario.
I tempi di guarigione del cancro al seno non sono brevi, solitamente dopo l’intervento chirurgico la paziente viene presa in carico, per un periodo minimo di 5 anni, da un oncologo che la seguirà nel follow-up: una serie di controlli periodici programmati utili a intercettare eventuali recidive o ricaduta in malattia.
Chi diventerà un’operata al seno? Si è parlato di una vichinga, di una combattente, una che non si arrenderà mai al male. Tale domanda trova diverse e svariate risposte, così come tante e diverse sono le culture dell’umanità.
Nelle popolazioni del nord Europa, le donne tendono a esibire senza problemi le cicatrici o l’amputazione perché la femminilità, dicono, è un valore che le donne si portano dentro, nel proprio intimo.
Nelle popolazioni mediterranee, prevale invece il ricorso ad interventi ricostruttivi che portano le operate a scegliere una mastoplastica additiva al fine di ricostruire e ripristinare la propria femminilità.
Di vichinghe ne incontro diverse nella mia quotidianità di medico, e mi auguro che tante trovino la stessa forza di T.
Francesco Pellegrini

Caro dottore,
ho volutamente scelto di lasciare il titolo che lei ha dato al suo intervento: combattere senza paura. È il senso che ho colto nella determinazione di T ed è la stessa impronta che lei, mi pare di capire, tende a comunicare quando si approccia a una paziente oncologica.
La storia di T è per tutte quelle donne che sono in prima linea e lottano, solo loro possono sapere quanto.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

DIARIO IN PUBBLICO
Dipingere la musica

Sui programmi Rai Riccardo Muti prova Beethoven con i giovani della sua orchestra. Più che ascoltare le spiegazioni tecniche del Maestro o i suoi consigli di musica (e di vita) vale la pena di guardare i visi dei ragazzi e delle ragazze: rapiti allorché il suono risulta confacente alla lettura del direttore, sconfortati se, dopo molti tentativi, non si è ancora giunti a quel risultato che da loro ci si aspetta e che giustamente viene a loro affidato. Un modo di svolgere il compito didattico e interpretativo, pervaso di responsabilità democratica, di qualcosa di così preziosamente vero che definitivamente affossa il terribile (e magnifico) film di Fellini “Prova d’orchestra”, con quell’ atroce finale che vede il direttore riprendersi il potere senza più nulla concedere di libertà e di concordia ai musicisti.
Al Teatro Comunale di Ferrara uno straordinario concerto del norvegese Ensemble Orchestrale di Stavanger, che suona insieme al più grande, o tra i più grandi, violoncellisti del nostro tempo: Clemens Hagen.
Nel concerto la musica si fa pittura. Entrano le ragazze, bellissime, in abito da sera, ognuna un colore diverso, suonano in piedi: i violini a sinistra, le viole a destra. In mezzo un giovane fratello dai capelli rossi. Suona il violoncello. Dietro di lui, un barbablu dalla folta barba grigia maneggia il contrabbasso. Seduti pure due violoncellisti: a sinistra una ragazza in pizzo beige, a destra un più maturo padre. In prima fila nel campo delle viole una matrona in tunica romana nera, che duetterà magnificamente con il direttore nella Suite di Grieg, si tiene accanto un pallidissimo ragazzo quasi affranto dalla posizione in piedi. Entra il babbo direttore con pancia rispettabile in camicia e pantaloni neri. Il cromatismo delle vesti si fonde con quello della musica e dà una specie di scintillio evidentissimo alle Danze popolari rumene di Bartók. Danzano le gambe del direttore che confidenzialmente s’avvicinano al violoncellista di destra, che sprizza gioia e allegria nel duettare, nel sentirsi unito a chi nel rito della musica scopre finalmente realtà sublimi.

Non sono ovviamente un tecnico che possa giudicare la qualità o meno dell’esecuzione, ma sono felice perché la musica mi trasmette qualcosa che nessuna perfetta riproduzione può darmi. Sono persona tra persone e il mio ascolto può e deve realizzare la musica. Senza io che ascolto, senza i corpi, gli strumenti, i vestiti e gli atteggiamenti di quei ragazzi, so che perderei la bellezza, unico ristoro ai mali del mondo, come diceva un poeta che se ne intendeva, quella bellezza violata dal terremoto che distrugge implacabile la Storia e l’Arte, ma che quella tensione alla platonica bellezza-bontà farà risorgere. Tra un mese, tra un anno, tra un secolo.
Fioccano gli applausi e il sorriso dei giovani e dei meno giovani si allarga a partecipare dell’entusiasmo; poi, dopo l’intervallo, l’orchestra si dispone  in modo diverso, ma sempre in piedi ad ascoltare la voce dello Stradivari di Hagen nel concerto per violoncello n. 1 di Haydn sulla pedana in mezzo.
I ragazzi si sono cambiati la camicia: azzurra il ragazzo violoncellista, grigio chiara quello che suona la viola. Neri invece Hagen e il direttore. Il viso del grande musicista si atteggia in una smorfia, quasi di disgusto poi, mentre un silenzio totale accompagna il grande a solo il viso si distende, gli occhi tenuti sempre chiusi si aprono in un lampo di felicità, la bocca imbronciata accenna a un sorriso. Una scarica, come un filo elettrico sfiorato, passa dai visi dei ragazzi alle mani del Maestro e nel teatro scende un silenzio stupefatto. Intatto. Primordiale. La bellezza ha svelato il suo potere, che è la verità nel suo stato più profondo. Senza infingimenti. Per chi lo crede è la visibilità del divino.

Qui non si tratta di assistere a una performance importante o meno; qui un grande si accompagna e si vuol accompagnare a discepoli nel rito intatto del ‘far musica’ insieme. Spiace che, come accade in altri teatri meno conformisti, non si siano invitati coloro che riempivano il loggione a scendere e occupare i posti privilegiati rimasti vuoti. Sì perché la notte di Halloween tiene lontano dal teatro e trascina tutti tra zucche e bevutine a rispettare il conformistico precetto della rinascita di streghe e morti. Occasione unica per ripetere miti ormai stanchi o perversi, come dimostrano le immagini spaventose che ci giungono dalle riprese di Piazza Verdi e della zona universitaria di Bologna devastata dall’alcol e dalla droga, mentre solo dopo ore si dà soccorso a una poveraccia svenuta per troppo bere o per troppo di tutto. E’ questo che si vuole? Divertirsi in situazioni estreme? Ma questo porta economia, porta denaro fresco, porta consumo dei nostri beni-petrolio accomunati nel segno della Bellezza dicono gli intendenti. Sarà.

Eppure qualcosa ci salva. Sono poi persone vere quelle che trasportano le spaventate suore a braccia fuori dai loro conventi distrutti; che intervengono a mettere in sicurezza persone, animali, cose. Oggi nelle zone pericolanti del cimitero di Cento i volontari in giubbotto e casco gialli trasferiscono fiori e piante sulle tombe dei morti, proibite alla carezza di chi resta. Con gentilezza, con affetto.

Cambiamo abito. Per una moda consapevole

da: ufficio stampa Altroconsumo

#dirittiallamoda, incontro a Roma per un sistema di produzione nel comparto moda senza sostanze tossiche, consapevole e innovativo.

Unire l’etica all’estetica nella filiera produttiva nella moda, eliminando l’utilizzo delle sostanze tossiche nel processo di realizzazione dei tessuti.
Obiettivo: arrivare a rendere i consumatori consapevoli e far loro valutare al momento dell’acquisto non solo il livello di prezzo di un capo ma anche il costo reale, sociale e ambientale, che si cela dietro un prodotto moda.

È quanto si prefigge Altroconsumo che presenta oggi i risultati dell’indagine Cambiamo abito, dossier che ripercorre le diverse esperienze, tra innovazione e tentativi di sensibilizzazione, riunendo oggi a Roma, al convegno #dirittiallamoda, i diversi attori del sistema di produzione e controlli delle filiere, organizzazioni impegnate in campagne concrete, esperti e opinion maker.

Da Greenpeace, attiva dal 2011 sulla campagna Detox, a Blumine/Sustainability-lab che ha fatto della ricerca sulla svolta sostenibile un proprio asset, dal ministero delle Sviluppo economico, Divisione lotta alla contraffazione, alla Guardia di Finanza, alla Confcommercio – Federazione Moda Italia, tutti i diversi soggetti si incontrano per provare insieme a disegnare una nuova geografia della produzione.

Il quadro normativo è chiaro, la legge già impone in Europa, attraverso il Reach, la limitazione dell’uso di sostanze tossiche per la salute e per l’ambiente. I sistemi di certificazione volontaria delle imprese, come Oeko –Tex sono una bussola utile nella scelta per chi vuole acquistare consapevolmente. Ma insieme a Greenpeace Altroconsumo vuole meglio e di più: l’eliminazione entro il 2020 di undici classi di sostanze tossiche nel mondo della produzione moda, attraverso tappe programmate e verifiche periodiche.

Nel mirino ci sono undici classi di sostanze pericolose per l’ambiente e per la salute, tra cui ftalati, alchilfenoli etossilati, PFC, ammine associate a coloranti azoici, metalli pesanti. Sostanze ricercate da Altroconsumo nei test sul tessile e in diversi casi rintracciate. Sui pigiamini per bambini trovati ftalati e coloranti; sulla biancheria intima coloranti, solventi, metalli pesanti, nonilfenolo e nonilfenoletossilato; sui jeans tracce di metalli e formaldeide; sulla maglie da calcio tracce di metalli. Altroconsumo ne chiede l’eliminazione e non la semplice riduzione. Quando ci sono di mezzo sostanze tossiche, non esiste una soglia di concentrazione sotto la quale il problema diventa accettabile, essendo tutti noi contemporaneamente esposti a più fonti tossiche, rischiando dunque l’effetto cocktail. Da sottolineare: i residui rintracciabili sul prodotto finito equivalgono solo a una piccolissima parte della quantità usata nelle filiere di produzione: la maggior parte è già finita nell’ambiente.

Altroconsumo si impegna a nome di tutti i consumatori: vestire più green e sostenibile non deve essere appannaggio di pochi eletti a prezzi irraggiungibili ma un modo di pensare, vivere e scegliere i capi di abbigliamento responsabile e attento alla salvaguardia dei diritti, al rispetto dell’ambiente, al premiare le aziende virtuose per spingere tutto il settore a migliorarsi.
Fornire a chi acquista strumenti concreti, come l’etichetta consapevole che racconti la storia di produzione del capo, una smart label, diffondendo la cultura della valutazione oggettiva e della scelta attiva innescherà un processo virtuoso tra una domanda più cosciente e un’offerta più pulita.

architetture impossibili

INTERNAZIONALE
Visioni di città futura

Una conversazione fra architettura, urbanistica e filosofia su cosa sia la città, su quale sia il rapporto con chi sta dentro e chi sta fuori, sulle sfide future da affrontare, tra l’archistar milanese Stefano Boeri e la francese Chris Younès, filosofa dell’urbanizzazione: questo è stato “Com’è bella la città”, uno degli ultimi incontri del Festival di Internazionale a Ferrara.
Parlando di centro e periferia Chris Younès afferma “oggi persistono le difficoltà fra centro e periferia, ma nello stesso tempo questa è una visione ‘storica’ non più in grado di definire interamente la città: oggi la città è un tutto, un’entità globale”. Ancora più interessante la riflessione di Boeri: “oggi siamo ancora in grado di definire cosa sia spazialmente una periferia: l’ultimo lembo di città prima della campagna. Ma la verità è che ci sono oggi periferie di tipo diverso”, tutte ricomprese nel complesso paradigma di città: “ad esempio se pensiamo alla periferia come degrado, Napoli ha una periferia nel suo centro”.
Entrambi concordano sulla fondamentale importanza di strumenti come lo co-progettazione e la rigenerazione urbana. Le trasformazioni delle città “non possono più essere pensate e discusse solo da esperti, tutti i soggetti cittadini devono essere coinvolti” e in parte sta già accadendo, dice Younès. Secondo l’architetto milanese, con le scarse risorse a disposizione di questi tempi “non è più pensabile una politica deterministica”, che impone le decisioni dall’alto, il suo nuovo ruolo è quello di “una regia che crea le condizioni” perché i processi possano svilupparsi a pieno. E non si può più pensare in termini di grandi opere e grandi infrastrutture, è necessario ricalibrare i progetti urbanistici su “un insieme di tanti piccoli interventi che si ripercuotono sull’infrastruttura sociale” delle città: questa è la rigenerazione urbana secondo Boeri.
Forse non è del tutto condivisibile la sua affermazione su come sia “difficile trovare ghetti nelle città italiane”. Mentre si può concordare su quanto è necessario interpretare in modo nuovo “il rapporto tra questi pezzi di cemento che sono le città da una parte e dall’altra la varietà, cioè la prossimità di popolazioni diverse, e la densità abitativa e di relazioni, che è molto calata”.
Più che filosofiche, quasi poetiche le riflessioni sulla bellezza nelle città. Secondo Younès “bisogna ridare spazio all’estetica e all’emozione estetica” perché è un modo attraverso cui “le opere umane rimangono al di là dei cambiamenti”. Boeri invece fa una vera e propria autocritica: “in architettura si corre spesso il rischio di una bellezza astratta, fredda, autoreferenziale, perché lontana da qualsiasi sensibilità e necessità delle persone che poi dovranno vivere quello spazio”. Ci devono essere “la consapevolezza di un gesto estetico che si misura con il contesto in cui avviene” e “la capacità di concepire spazi che possano essere permeati e vissuti da chi vi abiterà”.

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