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santa francesca romana

PRESTO DI MATTINA
Francesca Romana: donna marginale

 

Il 9 marzo, nella chiesa parrocchiale di XX Settembre costruita nel 1622 dai monaci benedettini olivetani di san Giorgio fuori le mura, abbiamo ricordato santa Francesca, nata a Roma nella nobile famiglia Bussa de’ Leoni, battezzata in sant’Agnese in Agone − la chiesa di piazza Navona − e sposa giovanissima di Lorenzo Ponziani.

Appartenente ad una ricca e facoltosa famiglia di commercianti, Ceccolella, come la ribattezzarono i romani, visse con il marito a casa Ponziani in via dei Vascellari a Trastevere; due dei tre figli morirono ancora giovani e l’angelo, che vedeva durante le sue esperienze mistiche, nel volto aveva i tratti di uno di essi.

Con altre donne, tra cui la cognata Vannozza de Felicibus, moglie di Paluzzo dei Ponziani, che fu subito affascinata dalla spiritualità liturgica e mistica di Francesca, condivise il carisma della carità e la dedizione verso i poveri e agli ammalati. A Tor di Specchi, sotto il Campidoglio, al Teatro Marcello presso il Foro Romano − allora zona in rovina ai margini della città − Francesca e le compagne fondarono una casa santa.

Un fenomeno, quelle delle “case sante”, assai diffuso nella Roma del medioevo. Erano piccole comunità spontanee di bizzoche, terziarie e oblate che conducevano una vita austera, povera fatta di lavoro manuale, preghiera e condivisione dell’altrui sofferenza.

Francesca aprì così una nuova via nel monachesimo femminile tradizionale. La sua fu una riforma radicale per la semplicità dell’organizzazione comunitaria, la libertà di vincoli gerarchici e l’assenza di formalismo. Quella da lei istituita fu comunità aperta e ospitale (ospedale) e, a livello organizzativo, del tutto nuova in quel contesto.

Donne autogestite, ricche di autonomia e flessibilità − assolutamente sconosciuta nelle antiche fondazioni monastiche − e profondamente radicate nel contesto cittadino, dove si rendevano presenti, come un Centro di ascolto parrocchiale, con la loro opera di assistenza ai bisogni della gente.

Pur avendo ancora famiglia, Francesca riuscì a conciliare l’essenza del monachesimo con una spiritualità laicale: le oblate di Tor di Specchi avevano uno stile evangelico, non erano del mondo, ma vivevano nel mondo e nella storia, attraverso una dedizione attiva per andare incontro alle necessità di quel loro tempo così tragico per Roma.

Una donna marginale, periferica, liminare, verrebbe da dire.

Aggettivi con i quali non si vuole alludere alla emarginazione di Francesca. E tanto meno alla sua irrilevanza nel contesto del suo tempo. Al contrario. Si vuole sottolineare come Francesca sia stata una donna che si è dislocata dal centro ai margini, sui confini, nelle periferie di Roma.

La sua missione è stata caratterizzata da una spinta centrifuga volta a raggiungere ciò che è marginale periferico, emarginato in una società, scartato in una città. La realtà marginale si situa su un confine a cavallo di due differenti aree concrete, un dentro e un fuori, un in alto e un in basso, un centro e i suoi margini.

Al centro vi è stabilità, sicurezza, chiarezza, disponibilità di risorse: per questo si gravita verso di esso; e dal centro verso fuori viene respinto tutto ciò che genera insicurezza, che è inaffidabile, pericoloso, inutile, instabile. Non diversamente da un territorio geografico, anche quello esistenziale di una società ha i suoi margini, le estremità, i limiti esterni.

I margini diventano così metafora di persone collocate in stanziamenti abitativi al di sotto della norma nella periferia della città: i disoccupati o i sottoccupati; i migranti da una cultura rurale ad una urbana; minoranze razziali o etniche in difficoltà.

«Una donna sorse allora: Francesca dei Ponziani, che percorre le vie della città satura di esalazioni pestilenziali; è come un angelo terreno, si china senza tregua sui malati, sugli infermi, sugli agonizzanti e sui morti». Così uno storico: siamo tra il XIV e XV secolo, che segnano per la Chiesa uno dei periodi più difficili della sua storia, quello dello scisma d’occidente.

Alla nascita di Francesca, 1384, si era appena spenta la voce possente di Caterina da Siena, in un periodo di non minor crisi, quello della cattività babilonese. Roma è dilaniata e ridotta in rovine. Dal 1404 al 1410 è occupata per tre volte. Per le strade, poveri affamati non si contano, mentre le grandi famiglie si disputano potere, passioni, vendette, papi e antipapi.

Anche la famiglia Ponziani partecipò a queste lotte in difesa del papa e di Roma. Tanto che il marito di Francesca, Lorenzo, fu ferito gravemente e rimase infermo finché visse. In questo clima di miseria e di lotte, aggravato da micidiali pestilenze e inquinato da superstizione e magia, Francesca diventa per la città un segno di Dio, una luce dentro tante tenebre.

Di qui l’iconografia che la raffigura sempre accompagnata e guidata da un angelo, a testimonianza della sua singolare e intima familiarità con Dio.

Nel periodo in cui Roma è in preda alla carestia e alla peste, Francesca distribuisce ai poveri tutto il grano della famiglia e, non contenta di offrire la sua assistenza negli ospedali di Santa Cecilia di santo Spirito in Sassia e in Santa Maria in Cappella, trasforma il suo palazzo devastato in un piccolo ospedale dove gli appestati vengono curati da lei e dalla cognata Vannozza.

Fu il primo di molti altri lazzaretti che aprirono a Roma. Non esita per i poveri a farsi povera e, quando i parenti la rimproverano chiudendole la porta in faccia, lei reagisce con un gesto che scandalizza la Roma bene: va di casa in casa a stendere la mano per i poveri, o si siede presso la Basilica di San Paolo con i mendicanti attendendo l’elemosina dei passanti; o ancora gira con un somarello a raccogliere legna per i suoi ammalati.

Francesca diventa così per tutti la poverella di Trastevere, sino alla morte che la coglierà ancora giovane, a 56 anni, il 9 marzo 1440 − dopo aver fondato a Tor di Specchi il monastero delle Oblate Benedettine olivetane [Qui] – quando tutto il popolo la invocò subito come una santa, indicandola con il titolo advocata Urbis.

Questa comprensione di Francesca come donna marginale è affiorata in me nel momento in cui stavo preparando un pensiero per la messa il giorno della sua festa. Avevo pensato di tenere le letture bibliche della feria di Quaresima, quelle del giorno e non quelle della solennità, perché la quotidianità era il luogo in cui si era espressa la sua santità e perché le letture del giorno contengono la grazia che illumina le situazioni dell’oggi che si stanno vivendo. E così grazie a questo incontro con la Parola mi è stata donata un’immagine di Francesca che fino ad ora non avevo focalizzato.

Nella prima lettura si parlava del profeta Giona, un profeta marginale: lui profeta del tempio, del centro della fede del suo popolo, della purezza incontaminata della fede, che viene mandato da Dio non solo in periferia ma oltre i confini di Israele, tra i pagani, gli impuri e ancora oltre verso gli acerrimi sanguinari nemici del suo popolo: gli Ittiti.

Deve dire loro che se non si convertiranno, periranno tutti. Proprio per questo si sottrare al mandato divino, cercando in ogni modo di allontanarsi da quel confine, di nascondersi nelle profondità − come in un centro simbolico − dapprima nel fondo di una nave sconquassata da una tempesta.

Poi scovato anche lì, preferisce farsi gettare in mare dai marinai per immergersi in una profondità ancora più grande, inghiottito all’interno del ventre oscuro di una balena, che tuttavia lo vomiterà dopo tre giorni sul confine di una spiaggia tra mare e terra.

Solo allora si deciderà a percorrere Ninive, la grande città, andando a predicare per le sue vie, sin nelle periferie, quella misericordia legata alla conversione e al pentimento. Le parole di Giona furono ascoltate e la distruzione fu scongiurata. Il fatto rattristò molto il profeta, che si era messo al margine est della città, per vederne la capitolazione all’ombra di un ricine che seccò per il gran caldo.

E Giona si lamentò con Dio, perché quell’ombra refrigerante della pianta che Dio aveva fatto crescere per lui era venuta meno. «Il Signore allora gli disse: “Ti inquieti tanto per una pianta che tu non hai curato né hai fatto crescere. E per di più è durata solo un giorno e una notte! E io non dovrei preoccuparmi di Ninive, la grande città! Dopo tutto in essa vivono più di centoventimila persone che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?» (Gn 4,10-11).

Nel vangelo di quel giorno poi, Gesù appare come il rabbi marginale, emarginato anche, da una generazione incredula, malvagia che cerca di spingerlo fin sul precipizio del monte per gettarlo giù. Essi chiedono un segno: ma non sarà dato loro altro segno che quello del profeta marginale Giona.

Come Giona restò tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così Gesù rimase nel ventre della terra, ma come Giona, il terzo giorno anche Gesù giorno uscì fuori alla luce: il segno dei tre giorni santi: venerdì, sabato, domenica: Pasqua di risurrezione.

Il profeta e messia di Nazareth diviene così colui che attraversa il confine della morte: transiliens, aprendo un varco anche a noi; rifiutato, derelitto, muore fuori delle mura della città non solo per il suo popolo ma per tutti, non collocandosi al centro, ma oltre, attraversando tutti i confini; squarciando nel tempio il velo di separazione che nascondeva il Santo dei santi, abbattendo le balaustre pure tra Dio e l’uomo in ogni tempio, di ogni religione che voglia trattenere la smisuratezza dell’esondante misericordia del Padre suo a Pasqua.

«La campana del tempio tace, ma il suono continua ad uscire dai fiori». L’ho ricordato altre volte questo haiku giapponese di Matshuo Basho [Qui]. In questo tempo è stato per me una risonanza poetica a rammentarmi quotidianamente lo stile di una pastorale marginale, del passaggio di soglia in questo temp,o in cui ci è chiesta una riforma missionaria, un’uscita delle nostre comunità cristiane.

L’unità pastorale è composta da tanti centri parrocchiali; essi esistenzialmente e pastoralmente devono divenire eccentrici gli uni agli altri attraversando i loro confini, forzando le loro resistenze a trincerarsi in se stessi, nel centro. Si è chiamati dal Vangelo ad oltrepassare le soglie, che marginalizzano ed escludono per riconoscere proprio in quelle realtà, non solo che il vangelo là ci ha preceduto, ma che si è pure in esse seminato e da lì esce come suono dai fiori il suo annuncio anche per noi.

Penso così ad una pastorale “in limine” ancora tutta da “in-ventare”, trovare elaborare e praticare nello spirito di Francesca Romana, “donna liminare”, e al suo Gesù, che nella Pasqua inaugura un passaggio inimmaginabile attraverso il limite invalicabile della morte nel segno di Giona, profeta marginale.

Sì, sogno una pastorale di attraversamento della soglia, dei confini: liminare.

In uno studio di teologia fondamentale, Giuseppe Mazza, docente di questa materia presso l’università Gregoriana di Roma, così ne esplicita il concetto: «Si tratta di un ambito denso di suggestioni e ancora parzialmente inesplorato in teologia. Più ancora dei contesti evocati dalle nozioni di Presenza, di rivelazione e di Incarnazione, siamo qui dinanzi ad una sfera semantica di portata universale: il limite è esperienza comune, ordinaria e straordinaria, incipiente e terminale, consapevole e inconscia. È esperienza profondamente ed inequivocabilmente umana, ma è anche dinamica dell’essere e del donare in e da parte di Dio…

Il limite contiene, definisce e comunica dinamicamente l’Infinito nel finito. L’idea di fondo è qui gemellata con quella di passaggio, di travaso che concentra la logica permeativa dell’osmosi e quella concreativa della performazione (un dire facendo).

La liminalità si presenta come divisione e condivisione, incontro e spazio di equilibrio, valico ed estasi trasgressiva, spazio di domiciliazione “utopica” e di matura fedeltà al finito».
(La liminalità come dinamica di passaggio, Roma Università Gregoriana 2005, 11-13).

Pasqua è passaggio oltre il limite verso un altrove. Così il passaggio diventa un luogo teologico di rivelazione: «“Trans-ire”: un “andare attraverso”, un attraversare implica un cambio di coordinate, uno spostamento di accenti e di prospettive, la forzatura (se necessario) di una migrazione che infrange e squarcia, spesso dolorosamente (il passaggio che si fa “passio“, il “ferire” che si fa “con-ferire”).

Passaggio e limite sono dunque classicamente sempre gemellati, in ordine ad un cammino-verso, che ne connota la dimensione tra positiva, il loro vivace e connaturale essere-in-e-peraltro. In questa inesausta mobilità, la contingenza ed il trascolorare delle realtà caduche ha certamente un posto determinante. Il passaggio non squalifica però ciò che sovradimensiona: al contrario, lo suppone trasformandolo e lo trasforma pro-ponendolo, cioè ponendolo oltre se stesso, in un Altro e in un Oltre che lo rivisitano, lo ridicono senza ridurlo.» (ivi, 125).

A Francesca Romana e tutte le donne che come lei sono donne liminari, anche nella chiesa, dedico la poesia con cui inizia la raccolta di Eugenio Montale In limine

Godi se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall’erto muro.
Se procedi t’imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…
(Tutte le poesie, 7)

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Cover: santa Francesca Romana nel suo andare attraverso, nel suo passaggio oltre la linea trasversale di confine, simboleggiata nella tenda scostata opera dell’angelo tessitore.
Particolare della tela ad olio 80×120 dono di Paola Forlani alla omonima parrocchia ferrarese nel 2010.

api ronzanti lavanda

PRESTO DI MATTINA
L’infinito intrattenimento

 

«Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco».

In queste rime, tratte da una delle nove liriche di Mediterraneo, Eugenio Montale [Qui] ringrazia il suo mare per avergli fatto da levatrice, contribuendo a far nascere da sillabe scurite, da parole stanche e silenti, versi poetici come api ronzanti e sapidi ad un cuore amico.

Grato pure alla sua voce marina, di cui, onda dopo onda, l’eco della risacca ha serbato memoria, come l’erba avvizzita il ricordo del sole. Sì: grato al mare per averlo educato alla poesia, e ad essere lui stesso poeta di parole che «teco educammo» e mai si perderà questo resto di dono, come una consegna da trasmettere ad altri, anche se «noi non sappiamo quale sortiremo domani, oscuro o lieto; forse il nostro cammino» (Tutte le poesie, Milano 1996, 51).

‘Ricevere in dono’, ‘affidare’, ‘ricordare’, ‘allevare’, ‘svezzare’, ‘trasmettere’: sono verbi che richiedono la pratica permanente dell’attenzione, non solo per un poeta e le sue parole silenziosamente “ronzanti”, ma per ogni processo conoscitivo − come il leggere e lo scrivere − e per ogni cammino educativo.

Attenzione come capacità di spingersi fin dentro la realtà e innalzarla, portarla allo scoperto per farla camminare, coglierne i molteplici e segreti legami, accrescere la consapevolezza di sé e degli altri, muovere la decisione della libertà all’azione.

Non meraviglia dunque che per Simone Weil [Qui] obiettivi dell’educazione siano sviluppare la ginnastica dell’attenzione, suscitare motivazioni per continuare ad apprendere, alimentando il gusto del bello; ma anche trovare connessioni tra le parole e la vita, quale presupposto per la narrazione di nuove storie e conversazioni, intesa come trovarsi insieme, tenersi insieme in vita comune con continuità e convinzione.

Per dirla con il titolo di un libro di Maurice Blanchot [Qui] l’educazione non solo di chi legge e di chi scrive, ma al vivere stesso è «l’entretien infini» (la conversazione infinita), che è come dire anche “l’infinito intrattenimento”.

L’esigenza, la necessità di educare è come quella di scrivere o di leggere, un andare sempre oltre la lettura, la scrittura, oltre l’educazione stessa per spingersi più in là, oltre se stessi, verso l’incontro con l’altro, verso un sapere condiviso, una consapevolezza che scaturisce da azione trasformante.

Quando mi riesce, cerco di iniziare a scrivere partendo da un testo poetico. Anche poche parole, perché esse catturano subito l’attenzione, consentendo di dimenticarmi. Devo leggere e rileggere parole altrui, concentrami sulle stesse fino a sillabarle, per immergermi in ciò che alla superfice non appare, per mettere in luce ciò che mi sembra oscuro, sconnesso a una prima lettura.

Attendo così alla porta senza fretta, come quando nella notte si aspetta il venire dell’aurora. Solo allora si fa un poco chiaro il mistero che contengono le parole ronzanti: tanto da scoprire a volte il nettare alla loro mensa.

Vi è così un legame molto profondo tra “attenzione e poesia”. Quest’ultima innalza l’attenzione, e l’attenzione conduce alla poesia: anzi poesia è la stessa attenzione al segreto stesso racchiuso nel reale.

Ce lo ricorda Cristina Campo [Qui] in un testo de Gli Imperdonabili (Adelfi eB, Milano 2014). La poesia come l’attenzione «è attesa, accettazione fervente, impavida del reale»; essa conduce alla sintesi ricomponendo in figure e simboli ciò che è sparpagliato nella vita.

«Poesia è anch’essa attenzione, cioè lettura su molteplici piani della realtà intorno a noi, che è verità in figure. E il poeta, che scioglie e ricompone quelle figure, è anch’egli un mediatore: tra l’uomo e il dio, tra l’uomo e l’altro uomo, tra l’uomo e le regole segrete della natura… L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra: dal Cespuglio Ardente al Grillo Parlante, dal Pomo della Conoscenza alle Zucche di Cenerentola», (I, 151-152)

Sono andato pure a spigolare nel libro di Simone Weil: L’ombra e la grazia. Investigazioni spirituali, (Rusconi, Milano 1996). Per lei l’insegnamento ha per fine quello di preparare all’azione trasformativa attraverso l’esercizio dell’attenzione.

Questa infatti «costituisce nell’uomo la facoltà creatrice», perché legata al desiderio che nella realtà cerca un consenso: convivialità. L’io quando si riempie di attenzione scompare, al pari di una pietra che cadendo in un recipiente d’acqua, lo svuota, trasformandosi da colui che ospita a colui che viene ospitato fuori di sé nella realtà, lasciando tutto il campo all’Altro/altri:

«L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l’amore… Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il resto vien da sé. I valori autentici e puri del vero, del bello e del bene nell’attività di un essere umano si producono mediante un solo ed identico atto; una certa applicazione della totalità di attenzione su di un dato obbietto», (ivi, 124-127).

Nel 2021 è uscita per i tipi della Marietti la ristampa del libro della Weil Piccola cara. Lettere alle allieve. In queste lettere viene alla luce il suo impegno pedagogico, lo stile, le dinamiche, gli orientamenti e le finalità del processo educativo. Lo scambio epistolare ripercorre il suo insegnamento in vari licei di storia e filosofia tra il 1931 e il 1938.

Il comprendere è per lei costituito da un movimento ascendente: di delocalizzazione. Un passaggio ad un altro piano, volto a cogliere tutte le interrelazioni e i rapporti che agiscono nella realtà, offrendo “moventi” a noi stessi per agire.

«Il primo dei principi pedagogici è che, per educare [innalzare] qualcuno, bambino o adulto, occorre anzitutto innalzarlo ai suoi stessi occhi; occorre fare in modo che egli possa sentire nell’intimo di avere un valore, perché è questo l’atto dirompente capace di sovvertire l’ordine esistente».

Tale innalzamento equivale ad un risvegliarsi alla realtà di sé, delle cose e degli altri. Questo risveglio rende altresì accorti a non essere dipendenti dal proprio immaginario e smaschera le pretese ideologiche della società, proprio perché fa emergere in tutta la sua verità che io non sono la misura di tutto e nemmeno gli altri lo sono; per me irriducibile e smisurata è l’esperienza della realtà: «la gioia altro non è che il sentimento della realtà», «la pienezza del sentimento del reale», (ivi, 23).

Anche educare alla fede implica questo processo di apprendimento. Di qui la necessità di risvegliare l’attenzione in vista di un agire trasformante: “nell’attenzione si ha una coscienza luminosa”; “l’attenzione è la forma più pura e più rara della generosità” (Weil, Lezioni di filosofia).

Il Documento base Il Rinnovamento della catechesi, redatto sotto la spinta del Concilio Vaticano II, pubblicato nel 1970 e riconsegnato nel 1988 alla Chiesa italiana e alle parrocchie, resta un testo autorevole per comprendere il senso profondo dell’imparare a credere.

Ai nn. 38-39 si afferma che educare alla fede significa «educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, nutrire e guidare la mentalità di fede… la fede nasce dalla chiara conoscenza del disegno di Dio e dalla profonda coscienza del suo amore. C’è vera mentalità di fede, quando c’è capacità di comprendere e di interpretare tutte le cose secondo la pienezza del pensiero di Cristo».

Così nei vangeli vediamo più volte il Rabbi di Nazareth risvegliare l’attenzione sulla realtà. Lo fa sin dall’inizio quando alla domanda dei discepoli: “dove abiti?” egli risponde: «Venite e vedete». È sempre lui che innalza i suoi discepoli ai loro stessi occhi, li apre alla coscienza della loro chiamata e della loro dignità, dicendo loro: «non vi chiamo più servi ma amici».

Non diversamente accade nel discorso della montagna, quando ricorda a suoi e alla gente il valore che essi hanno agli occhi del Padre suo: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?… Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?»

O ancora «quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Per Agostino tre sono le parole che guidano il cammino della fede: Memoria Christi, expectatio Christi, Attentio in Christum. Si educa alla fede facendo memoria del Cristo; si educa alla speranza nell’attesa del Cristo; si educa alla prassi trasformante della carità se si pone attenzione al Cristo.

L’entretien infini, l’infinito convivio, è l’esperienza educativa, il perdurante invito a sedersi a mensa della Parola e del Pane franto nella vita per frangerlo con i poveri.

Simone Weil, scrivendo ad un allieva, le invia un testo poetico di George Herbert [Qui] dal titolo: Love. Si era intorno a metà novembre del 1938, e questi versi l’avevano segnata per sempre, innalzata ai suoi stessi occhi dallo sguardo del Cristo su di lei.

Scrive nella sua Autobiografia spirituale: «Né i sensi né l’immaginazione avevano avuto la minima parte in questa improvvisa conquista del Cristo; ho soltanto sentito, attraverso la sofferenza, la presenza di un amore analogo a quello che si legge nel sorriso di un viso amato».

Ecco il testo nella traduzione poetica di Cristina Campo

Amore

Amore mi diede il benvenuto; ma l’anima mia si ritrasse,
Di polvere macchiata e di peccato,
Ma Amore dal rapido sguardo, vedendomi esitante
Sin dal mio primo entrare,
Mi si fece vicino, dolcemente chiedendo,
Se di nulla mancassi.
Di un ospite, io dissi, degno di esse re qui.
Amore disse: Quello sarai tu.
Io, lo scortese e ingrato? O, amico mio,
Non posso alzare lo sguardo su Te.
Amore mi prese la mano e sorridendo rispose:
E chi fece gli occhi se non io?
È vero, Signore, ma li macchiai: se ne vada la mia vergogna
Là dove merita andare.
E non sai tu, disse Amore, chi portò questa colpa?
Se è così, servirò, mio caro.
Tu siederai, disse Amore, per gustare della mia carne.
Così io sedetti e mangiai.
(Piccola cara, 71).

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girasole periscopio

PRESTO DI MATTINA
Il girasole e il periscopio

«Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce»
(E. Montale, Tutte le poesie, Milano, 1996, 34).

Andando per questi versi di Montale [Qui] – come si va d’estate sotto il sole, cercando un poco d’ombra – pensavo e ripensavo cosa più potesse assomigliare a un periscopio. E ciò che balzò subito agli occhi del pensiero e fu da subito evidente al cuore era che assomigliava proprio a un girasole.

Come tutte le sementi sbuca fuori dal livello della terra, agitata o quieta che sia, piana o ondulata, ergendosi anche sopra tempestose cime. Ma il girasole fa di più. Come un periscopio gira seguendo il sole dall’oriente all’occidente, dal suo sorgere fino al suo tramonto, perché si faccia chiaro e trasparente là dove non si vede bene, nello sprofondo del sommerso, e traspaiano le cose come sono realmente, diradando le nebbie.

Proprio come fa il sole, periscopio che discende per far sorgere e ruotare tra «bionde trasparenze» il «giallino» periscopio/girasole sulla terra.

L’eliotropo − parola greca per dire girasole (elitropio) − oltre ad essere una pianta comune nei campi e tra le macerie e i terreni incolti, era anche uno strumento usato dai topografi per orientare i raggi del sole attraverso degli specchi in un determinato punto, per porre dei riferimenti, misurare distanze e operare mappature topografiche.

Ma non è così quando si scrive e quando si legge? Per gli scrittori e i loro lettori? Le parole, come tanti girasoli, riflettono e comunicano come specchi l’uno all’altra i significati nascosti in loro; significati che vengono alla luce nel riverbero della coscienza, fissando pensieri, fatti, storie, in narrazioni, punti e sentieri di una topografia esistenziale: terreni umani «bruciati dal salino».

Anche salendo in montagna, ad ogni passante di valico, si arriva ad una quota periscopica, dove è possibile osservare il cammino fatto e quello che ancora resta, senza escludere possibili nuove direzioni in un ambiente cangiante, mutato e ancora inesplorato.

Osare il cambiamento è lo stile a cui si è chiamati oggi e non solo nell’editoria, nell’informazione e nella comunicazione; ma nella vita.

È stato così anche per il quotidiano L’Osservatore Romano [Qui] fondato nel 1861: il giornale del papa divenuto un periscopio molto attento sui fatti internazionali, sulla cultura e la vita delle chiese nel mondo.

Ma lo stesso è accaduto per la più antica rivista italiana dei Gesuiti, La Civiltà Cattolica [Qui], nata nel 1850 da un gruppo di gesuiti desiderosi di parlare della “cultura viva”, vicina ai problemi del popolo e avversa alle divisioni tra credenti.

Nel 1975, Paolo VI definì la nascita della rivista un «gesto d’audacia» in un contesto «privo di cultura proporzionata ai bisogni e alle aspirazioni delle nuove generazioni». Dal 2013 è cambiato il font tipografico dal Bodoni al Cardo, che è un tipo di carattere open source, cioè libero, elegante e arioso, molto usato negli ambienti accademici e di ricerca per la sua flessibilità e l’ampio numero di segni propri delle altre lingue, un segnale di apertura alle culture.

Ma non solo. L’intento è stato quello «di condividere le proprie riflessioni non solo con il mondo cattolico, ma con ogni uomo e con ogni donna impegnati nel mondo e desiderosi di avere fonti di informazione affidabili capaci di far pensare e di far maturare il giudizio personale» (CivCat 2013, 3907, 6).

Si legge nelle Memorie della rivista del 1854 che «tutto in un certo modo è opera di tutti»: questo motto degli inizi si ripropone in forma nuova a livello editoriale oggi, che la chiesa con papa Francesco sta affrontando il passante di valico di uno stile e una prassi sinodali; un «giornalismo dunque che funzioni non solamente per trasmissione, ma anche per condivisione».

Fa riflettere la linea editoriale che papa Francesco ha voluto richiamare per un giornalismo che promuova l’informazione e la comunicazione culturale di una chiesa in uscita, che si faccia ponte e frontiera.

Sia nell’incontro del 2013 come in quello del 2017 con i giornalisti e gli scrittori della rivista, il papa sintetizzava il suo pensiero circa la loro missione in tre parole: dialogo, discernimento, frontiera: «Per favore, siate uomini di frontiera, con quella capacità che viene da Dio (cfr 2Cor 3,6). Ma non cadete nella tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle. Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, è urgente un coraggioso impegno per educare a una fede convinta e matura, capace di dare senso alla vita e di offrire risposte convincenti a quanti sono alla ricerca di Dio».

Nel secondo incontro del 2017 aggiungeva alle prime tre parole chiavi altre tre: “inquietudine”, “incompletezza”, “immaginazione”: «il vostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca? Solo l’inquietudine dà pace al cuore di un gesuita. Senza inquietudine siamo sterili. Se volete abitare ponti e frontiere dovete avere una mente e un cuore inquieti…

Incompletezza. Dio è colui che è “sempre più grande” il Dio che ci sorprende sempre. Per questo dovete essere scrittori e giornalisti dal pensiero incompleto, cioè aperto e non chiuso e rigido. La vostra fede apra il vostro pensiero. Fatevi guidare dallo spirito profetico del Vangelo per avere una visione originale, vitale, dinamica, non ovvia.

E questo specialmente oggi in un mondo così complesso e pieno di sfide, in cui sembra trionfare la “cultura del naufragio” – nutrita di messianismo profano, di mediocrità relativista, di sospetto e di rigidità – e la “cultura del cassonetto”, dove ogni cosa che non funziona come si vorrebbe o che si considera ormai inutile si butta via…

Immaginazione. Questo nella Chiesa e nel mondo è il tempo del discernimento. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, che conosce la via umile della cocciutaggine quotidiana, e specialmente dei poveri.

La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù, assumendo la nostra carne. Il pensiero rigido non è divino, perché Gesù ha assunto la nostra carne, che non è rigida se non nel momento della morte.

Per questo mi piace tanto la poesia e, quando mi è possibile, continuo a leggerla. La poesia è piena di metafore. Comprendere le metafore aiuta a rendere il pensiero agile, intuitivo, flessibile, acuto. Chi ha immaginazione non si irrigidisce, ha il senso dell’umorismo, gode sempre della dolcezza, della misericordia e della libertà interiore. È in grado di spalancare visioni ampie anche in spazi ristretti».

E riferendosi al pittore fiammingo Hans Memling [Qui], che rappresentava la gente con il miracolo della delicatezza del tratto, e ai versi di Baudelaire [Qui] su Rubens “la vie afflue et s’agite sans cesse, / Comme l’air dans le ciel et la mer dans la mer”, così il Papa concludeva la sua riflessione:

«’Sì la vita è fluida e si agita senza sosta come si agita l’aria in cielo e il mare nel mare’. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. E questa genialità aiuta a capire che la vita non è un quadro in bianco e nero. È un quadro a colori. Alcuni chiari e altri scuri, alcuni tenui e altri vivaci. Ma comunque prevalgono le sfumature. Ed è questo lo spazio del discernimento, lo spazio in cui lo Spirito agita il cielo come l’aria e il mare come l’acqua».

Nel 2019 altre due parole papa Francesco aveva rivolto ai giornalisti della rivista Aggiornamenti sociali  [Qui] del Centro di Studi sociali di Milano nata nel 1950, mensile di approfondimento e analisi sulle tematiche sociali, politiche, ecclesiali italiane e internazionali, composta da gesuiti e laici: l’ascolto della realtà e il dialogo.

«Bisogna ascoltare la realtà così com’è, mai coprirla, bisogna tracciare piccoli sentieri per andare avanti, avendo come riferimento il Vangelo. Mai si può dare un orientamento, una strada, un suggerimento senza l’ascolto. L’ascolto è proprio l’atteggiamento fondamentale di ogni persona che vuole fare qualcosa per gli altri. Ascoltare le situazioni, ascoltare i problemi, apertamente, senza pregiudizi.

Secondo passo. Ascoltare e dialogare, non imporre strade di sviluppo, o di soluzione ai problemi. Se io devo ascoltare, devo accettare la realtà come è, per vedere quale dev’essere la mia risposta. Fare un dialogo con quella realtà partendo dai valori del Vangelo, dalle cose che Gesù ci ha insegnato, senza imporle dogmaticamente, ma con il dialogo e il discernimento.

Mai coprire la realtà. Dire sempre: “E’ così”. Mai coprirla con quella rassegnazione del “vedremo…, forse dopo cambierà…”. Mai coprirla: la realtà così com’è. Poi, cercare di capirla nella sua autonomia interpretativa, perché anche la realtà ha un modo di interpretare sé stessa».

L’invito ad essere «buoni lettori e buoni scrittori» ci viene invece da Vladimir Nabokov [Qui], che introduce con un saggio che porta questo sottotitolo le sue Lezioni di letteratura (ebook, Milano 1982, 39). «Uso il termine lettore in un’accezione molto libera. Strano a dirsi, non è possibile leggere un libro, si può soltanto rileggerlo. Un buon lettore, un grande lettore, un lettore attivo e creativo è un “rilettore”. Nel leggere un libro, dobbiamo invece avere il tempo di farne la conoscenza», (ivi).

Nakobov narra poi un aneddoto accadutogli in occasione di un giro di conferenze in un college di provincia, dove propose un quiz per verificare tra gli studenti che l’ascoltavano quali dovevano essere i requisiti del buon lettore e anche di chi scrive.

Essi dovevano scegliere tra dieci definizioni di lettore quattro possibili risposte; queste le definizioni: «Un buon lettore dovrebbe: 1. appartenere a un club del libro; 2. identificarsi con l’eroe o con l’eroina; 3. concentrarsi sull’aspetto socioeconomico; 4. preferire una storia con azioni e dialoghi a una che non ne ha; 5. aver visto il film tratto dal libro; 6. essere un autore in erba; 7. avere immaginazione; 8. avere memoria; 9. avere un dizionario; 10. avere un certo senso artistico».

Le risposte degli studenti in quell’occasione si orientarono o all’identificazione emotiva, oppure all’azione e all’aspetto socioeconomico o storico. Alla fine le risposte secondo Nakobov per individuare il buon lettore erano quelle di chi aveva segnato le crocette su «immaginazione, memoria, un dizionario e un certo senso artistico, quel senso che mi propongo – scriveva – di sviluppare in me e negli altri ogni volta che mi si presenta l’occasione».

C’è allora da augurare al quotidiano dal nome nuovo quello che il poeta Valerio Magrelli [Qui] diceva del suo quaderno:

«Questo quaderno è il mio scudo,
trincea, periscopio, feritoia.
Guardo da una stanza buia nella luce»
(Cavie. Poesie, Torino 2018, 42).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

ragioniere calcolatrice ufficio

Diario in pubblico
Le ragioni dei ragionieri

 

Da sempre ricordo il mio insegnamento all’Istituto Tecnico per Ragionieri Vincenzo Monti di Ferrara tra le mie esperienze più esaltanti nella mia ormai lunghissima missione pedagogico-didattica; perché in quegli anni, proprio in quell’Istituto, insegnavano maestri della cultura non solo ferrarese: da Roberto Pazzi all’amica di una vita Elettra Testi, da Roseda Tumiati Ravenna a Gianni Giordani a Luciana Roccas Sacerdoti, per nominare quelli a me più vicini.

Qui ho avuto la fortuna, come molte volte ho raccontato, d’insegnare per un anno nella sezione A, dove ho conosciuto, partecipato, aiutato, la crescita culturale di straordinari ragazzi e ragazze che ancora oggi restano tra i migliori amici di una vita. Tra costoro Fiorenzo Baratelli, con il quale continuativamente si esplica uno scambio culturale, specie da quando fu nominato direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara, carica oggi ricoperta dal filosofo Nicola Alessandrini.

Fiorenzo ha sviluppato verso quel tipo di studi un’avversione forse capibile per chi si sentiva chiamato ad altro tipo di studi e per quella necessità di scelta tipica, a quei tempi, di chi proveniva da una famiglia operaia o di modesta condizione economica. E anche dopo la sua brillantissima carriera dall’Università di Sociologia di Trento ai prestigiosi incarichi in ambito politico-culturale, per lui la parola ‘ragioniere’ evoca qualcosa di non amato, o meglio rifiutato anche in base ad esperienze dirette avute in quella scuola.

Inutile però rammentargli che a me deve la conoscenza di quel ragioniere – anzi ‘il Ragioniere’ – che è stato il più grande poeta del Novecento: Eugenio Montale [Qui]. E con che soddisfazione entrambi abbiamo sbandierato il servizio apparso su la Repubblica del 16 novembre di Corrado Zunino [Qui], Quel cinque in chimica la macchia sulla pagella del ragionier Montale.

Eusebio, come racconta l’articolo, fu costretto dal padre a seguire Ragioneria, per poterlo poi impiegare nella ditta di famiglia, la cui attività era l’importazione di acqua ragia. E, poiché tout se tient, tra i clienti c’era la ditta Veneziani dove lavorava Italo Svevo…Il poeta è un ragazzo sofferente e apparentemente svogliato. Gli verrà data un’insufficienza in Chimica nel primo trimestre e si salverà solo per i voti eccellenti nelle materie cosiddette umanistiche.

A questo punto, per associazione, mi sovviene il mio lungamente odiato rapporto, non con le materie scientifiche, totalmente ignorate da me, che non riesco a fare un’equazione, ma con il latino, in cui ebbi, prima come insegnanti, poi come colleghi, i più illustri del tempo: Alessandro Ronconi [Qui] e Antonio La Penna [Qui].

Il motivo era semplice; le lezioni si svolgevano alle 15 ed io, da un’intera vita, a quell’ora dormivo e dormo. Miseramente fallii il primo esame su Orazio e, con una sentenza che rimase impressa nel mio immaginario, ricordo la voce pensosa di La Penna che mi sussurrava “solo per rispetto all’amico Walter Binni [Qui], di cui lei è un allievo importante, non concretizzo in voto il mio giudizio!”

Altro che Ragioneria…. Altrettanto con Ronconi, che insegnava grammatica latina e che aggrediva letteralmente lo studente allorché entrava, urlandogli una frase che si doveva immediatamente tradurre. La figura miseranda si configurò in un surreale discorso, che espressi con l’incoscienza della disperazione. All’urlo: “Gli ambasciatori vennero a Roma per recare doni” risposi che non si poteva tradurre, perché recare era verbo intransitivo!

Ma i ragionieri, come suggerisce una Intervista al signor Rossi che Michele Serra [Qui] fa a Vasco Rossi [Qui] apparsa sul Venerdì di Repubblica del 12 novembre scorso, sono straordinariamente importanti in un territorio quale quello che si svolge lungo la via Emilia e che, seppur tangenzialmente, tocca anche Ferrara.

Serra dà un resoconto assai preciso e puntuale della vocazione economico e culturale di quella zona, una vocazione non riferibile alla borghesia ma al “popolo”: “Enzo Ferrari è figlio di un meccanico, Lucio Dalla di una sartina, Francesco Guccini di un impiegato alle Poste, Gianni Morandi di un ciabattino, Ferruccio Lamborghini e Serafino Ferruzzi entrambi di contadini, Enzo Biagi di un magazziniere, il clan transoceanico dei Panini nasce dai campi e da un’edicola nel centro di Modena, Ligabue il cantante ha cominciato come operai metalmeccanico, Ligabue il pittore era povero , rachitico e senza padre”[ivi, p.15].

In questo ambiente è cresciuto Vasco Rossi in quanto “figlio perfetto di questa terra che ha deciso di testa sua, dove non è chi ha fatto il Classico, ma chi ha fatto L’Istituto tecnico e Ragioneria, a battere ogni primato” [p.16]. Così come il mio ragionier Baratelli, uomo di infinite letture, mutatis mutandis Vasco Rossi, con una punta di orgoglio, afferma di avere letto per ben due volte l’intera Recherche proustiana, Aut-Aut di Kierkegaard e Heidegger durante la pandemia.

Certo, confessa avrebbe voluto fare il Classico o lo Scientifico, ma quella era stata la strada se non imposta subìta. E con orgoglio ricordo a Fiorenzo, che a quel Tecnico mi ha conosciuto e si è aperto a quella cultura, che anch’io in altra situazione sono stato costretto a seguire. Non il Classico, ma le Magistrali. Conclude Serra: “E dunque lunga vita a Vasco lunga vita a chi voleva fare il Classico ma ha fatto il Tecnico e gli è bastato per conquistare il mondo” [p.21].

In questi mesi, ormai anni, che rintanati nei nostri fortilizi, cerchiamo di combattere non solo un virus, quello del Covid, ma anche ciò che sembra sia infettato da altre pericolose scelte, ad esempio quelle del Matteo fiorentino, che a sentir come spiega e parla, ho soprannominato alla francese baguette che nella mia forse improbabile versione traduco in filone.
A livello metaforico certamente!

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

giostre montagne russe festa

DI MERCOLEDI’
La festa di San Michele

 

Di mercoledì è caduta quest’anno la festa del patrono a Poggio Renatico. Ho girato in lungo e in largo nella piazza e nelle vie vicine, occupate rispettivamente dalle giostre (noi non le chiamiamo luna park) e dalle bancarelle del mercato.

C’era proprio tutto concentrato in un solo giorno, d’altra parte “a sèn par San Michél” avrebbe detto un vecchio del paese, se lo avessi incontrato. La tradizione è tradizione e io, oltre al giro del centro, non ho fatto mancare i tortellini e il lesso sulla tavola.

Vista così, come da lontano, la sequenza che descrive la giornata di festa è conclusa. Chi legge intuisce che la giornata è stata gradevole e non priva di momenti di tenerezza. In realtà c’è molto di più da riportare: sono successe tante cose dentro, tante da far pensare alla ricchezza di certe giornate, allo spessore dato loro da un mondo di pensieri che fanno sintesi di noi.

Procedo allora in soggettiva, mi muovo nel tempo della giornata e negli spazi della fiera, facendo uscire le parole all’altezza degli occhi, come da una cinepresa. “Tutta la magia della fiera” secondo Corrado Govoni [Qui] è racchiusa in una “trombettina”.

È mattina e io faccio l’ingresso nella via principale trovandomi davanti la bancarella che espone le nuove felpe autunnali. Il primo passo è per andare sotto a quelle appese e guardare che colori hanno anche dietro e se c’è il cappuccio.

Il secondo mentre mi giro e mi sento tutta curiosa per i nuovi arrivi, con addosso la gioia che da sempre mi ha trasmesso mia madre per i vestiti e i vestitini del mercato: è il passo che mi mette davanti due persone che avanzano a braccetto.

Lui conduce lei, che fa piccoli passi barcollanti. Quando siamo a pochi centimetri di distanza la mascherina che indossano non me li nasconde più: lei è stata per anni la mia compagna di tennis, più giovane e più forte di me, ma ora mi saluta con una voce di bambina e si aggrappa al braccio del marito per non cadere. Ha occhi accesi dalla luce di questa mezza vita che le rimane.

Due lockdown mi hanno tenuta nascosta la sua malattia e ora concepirla così, in un solo momento, mi fa tremare la voce mentre le rispondo. Spero che non se ne sia accorta, e forse è così.

Un passo dopo mi appoggio alla scena riposante di due amiche che bevono il caffè al tavolino della pasticceria e mi invitano. Accetto di sedermi con loro e butto fuori l’emozione violenta, mi scuso anzi per il breve sfogo e cerco di esorcizzarlo parlando d’altro; bastano i cinque minuti di un caffè per mettere in circolo mille piccoli argomenti. Ci lasciamo con un po’ di battute spiritose.

Vado avanti e di nuovo mi smarrisco, ora che sono di nuovo sola, non so a cosa riconoscere una qualche importanza, se alla spesa da fare o al camminare meccanico, che mi sta portando dentro la piazza.

In questo mattino “andando in un’aria di vetro” ho già visto troppo. Come accade nella poesia di Montale [Qui], spero che “poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto/alberi, case, colli per l’inganno consueto”.

La ripenso in questa chiave la poesia in cui Montale vede per un istante il miracolo del nulla dietro le spalle e poi lo tiene dentro di sé come un segreto, anche quando le cose concrete tornano a disegnare la maschera della realtà all’intorno.

Decido di entrare nel bar, che è a due passi e gioco la schedina del Superenalotto: oggi non spero di vincere una buona somma; oggi ho bisogno di pensare che qualcosa possano i numeri, che sconvolgano le carte sul tavolo e cambino la destinazione a cui siamo avviati. Il senso di impotenza e di una accettazione impossibile, prima, mi ha schiacciata.

E’ pomeriggio e siamo tornati in piazza con i bambini, i nostri nipotini di cinque e tre anni, a cui abbiamo fatto la sorpresa dopo averli presi dalla scuola: ci sono le giostre! Salgo con loro sul Bruco Mela e tra salite e discese diventiamo un coro che ride e lancia grida di paura un po’ finte e un po’ no.

“Il fanciullino” che è in me, col nome che gli ha dato Pascoli [Qui], è a suo agio. Mi torna addosso tutta l’infanzia con lo stesso entusiasmo di quando salivo sulla Giostrina con le amiche, oppure guidavo la vettura dell’Autoscontro, avendo accanto mio padre che premeva per me troppo piccola il pedale dell’avvio. Ora sono in alto sul Bruco, come su un drone che domina la piazza: vedo le persone dall’alto, ecco mio marito (“il Nonno”) proprio qui sotto, vedo il mosaico intero dei colori e delle forme in movimento.

Quante volte ho sentito da quassù un minuscolo singulto di potenza. Da piccola a volte ho vinto la gara sui Dischi Volanti e sono rimasta in alto ad aspettare l’inizio del giro seguente. Ho ricondotto a quell’immagine altri punti alti della vita, magari conquistati con sacrificio e impegno, ma non più intensi di quello, dell’avere vinto un giro di giostra.

Ho accompagnato volentieri l’estro dei bambini, che dopo un po’ hanno scelto giostre diverse. Ho pensato che nel divertimento ognuno di loro sentisse di essere singolarmente messo alla prova, come è capitato a me. Di voler dimostrare coraggio, di volere tentare una giostra nuova con un misto di paura e di senso dell’avventura.

La sera dopo cena ho fatto quattro passi con mio marito: quattro soltanto perché la fiera con poca gente in piazza pareva davvero “decomposta” come la definisce Govoni e venata di malinconia.

Ho ripensato anche ai primi versi di uno dei sonetti più famosi di Ugo Foscolo [Qui], quello in cui il poeta sente la vicinanza tra la pace della sera e l’eterno ed esordisce con queste parole: “Forse perché della fatal quiete/tu sei l’immago, a me sì cara vieni,/o Sera!”

Nel languore della fiera che finiva mi hanno riportato il senso dell’eterno per come lo conosco, quello dei tanti che c’erano e ora non sono più. A cominciare dai miei. Tutti rivisti per un attimo in questo spazio sospeso tra gioco e malìa: chi ai bordi delle giostre vocianti, chi al riparo sotto i portici in un remoto San Michele di violenti acquazzoni, chi a pavoneggiarsi per il vestito nuovo spianato per l’occasione.

Nella canzone Tutti qui Claudio Baglioni [Qui] dedica una strofa alla medesima sensazione:  “Tutti qui, tutti qui/i miei passi all’assalto/delle strade di nubi e asfalto/Tutti qui i miei sguardi/oltre il cielo in un salto/per vederlo una volta dall’alto”.

Mi piace per il senso di adunata generale: eccole tutte le persone che hanno costruito il nostro passato uno strato sopra l’altro. Ecco il tempo grande che abbiamo dietro di noi e quello piccolo che rimane; Baglioni lo esprime ricorrendo alla misura dello spazio: ”Tutti qui, tutti qui/ i miei viaggi che vago/ per quel mare che ormai è un lago”.

I testi poetici da cui ho tratto le citazioni sono:

  • Corrado Govoni, La trombettina, in Il quaderno dei sogni e delle stelle, Mondadori, 1924
  • Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro, in Ossi di seppia, Piero Gobetti Editore, 1925
  • Ugo Foscolo, Alla sera, dai Sonetti, in Opere, Le Monnier, 1985
  • Claudio Baglioni, Tutti qui. Collezione dal 1967 al 2005, Sony BMG, 2005

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

acqua polla bolla

PRESTO DI MATTINA
La trasfigurazione, una pasqua nascosta

 

«Prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo, salì sul monte e pregando il suo volto trascolorò, divenne altro», (Lc 9,29). Ieri abbiamo ricordato la Trasfigurazione, che è detta anche ‘Pasqua dell’estate’, quasi che tornasse a germogliare nella ferialità dimessa e umile dei nostri giorni. In realtà non si è mai allontanata da noi.

L’ho sempre sentita come la ‘piccola risurrezione’, ‘la pasqua nascosta’, come il seme raccolto dopo la mietitura che torna ad essere gettato nella terra, come il bene nascosto che la gente semina silenziosamente nelle opere e nei giorni.

Trasparenza di un volto, diafania cangiante di colori, come lampo che guizza e subito si nasconde: è così la trasfigurazione del Signore. «Dopo la luce candida e sfolgorante delle vesti una nube li avvolse, all’entrare in quella nube, ebbero paura». Discesi dal Monte Tabor per i discepoli torna il buio e la Pasqua si cela di nuovo nell’umanità terrosa di Gesù; il triplice annuncio della sua passione lascia i discepoli sbigottiti e ciechi. Ma non ci si può fermare o tornare indietro perché la Pasqua è corsa innanzi; non si è perduta, ma la si troverà solo salendo con Gesù verso Gerusalemme. Sarà là l’appuntamento.

Così ho compreso che la sua ricerca deve continuare durante tutto l’anno, andando incontro alla vita della gente, mischiandosi tra la folla compatta e cieca. Ma bisognerà guardare oltre l’apparenza di questa cecità, entravi dentro: «Cristo ogni tanto torna,/ se ne va, chi l’ascolta…/ Il cuore della città/ è morto, la folla passa/ e schiaccia – è buia massa compatta, è cecità…»,  (Giorgio Caproni, il terzo libro, Torino 2016, 77).

Occorre gridarlo sopra i tetti: Pasqua ha tante facce, è nascosta in ogni volto, in ogni vita, essa è come «l’ombra crociata del gheppio [che] pare ignota/ ai giovinetti arbusti quando rade fugace./ E la nube che vede? Ha tante facce/ la pólla schiusa», (E. Montale, Estate, in Tutte le poesie, 175).

Pólla schiusa” è l’insonne Spirito del risorto. Fessura e soffio nel suolo terroso e compatto; pollone zampillante che germoglia sull’albero della vita, dentro le viscere dell’uomo fatto di terra. Pólla deriva da pulláre, scaturire, germogliare: il sorgere dello spirito; il verbo pullulare viene da pullús, piccolo nato, un virgulto, ancora gemmato. Germogli d’acqua dischiusi nell’umanità dallo Spirito sono pure le pagine del vangelo, che con grande meraviglia scorgi zampillare nel sottosuolo di ogni persona, nelle sue buone pratiche samaritane.

Questa universalità misteriosa della Pasqua sparpagliata dallo spirito nelle profondità dell’umano vivere è pure sottolineata fortemente dal Concilio. Nella Gaudium et Spes 22 è detto che il venire associati ‒ il testo latino è “consocietur” ossia il divenire compagni, amici che dividono lo stesso pane – al mistero pasquale del Crocifisso risorto non è prerogativa esclusiva dei cristiani, ma combattendo contro il male, attraversando tribolazioni e subendo la morte, la Pasqua è per tutti; anzi è di tutti.

A tutti è possibile attingere ad essa come a segreta sorgente che zampilla in loro: «ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia… perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale».

Nel testo Il cuore del mondo il teologo di Basilea Hans Urs von Balthasar [Qui] fa parlare il Risorto con queste parole: «Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel suo risorgere. Io sono la metamorfosi/trasfigurazione in greco. Come cambiano pane e vino cosi cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del mondo. Cosi la mia risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le mie forze non siano pervenute sull’ultimo ramo della creazione», (ivi, 58).

Le vie dello spirito che si intrecciano con i destini umani sono appello alla libertà, a prendere posizione di fronte a ciò che accade, persino al cospetto di destini e avvenimenti che fanno contrarre ogni espressione di libertà, imprigionando la coscienza.

Scrive Massimo Recalcati [Qui] che la libertà individuale non sta nella possibilità di fare quello che si vuole della propria esistenza a prescindere dagli altri «non è mai libertà di generarsi da sé, di decidere senza vincoli o condizionamenti del proprio destino, ma è sempre e solo la possibilità di fare qualcosa della scelta degli Altri, di fare qualcosa di quello che l’Altro ha fatto di noi», (Il grido di Giobbe, Torino 2021, 77).

Di fronte all’imporsi dell’altro, con la sua provocazione, con il suo impellente bisogno o con la sua chiamata; di fronte pure all’assurdità inesplicabile del male al quale la vita viene consegnata e imprigionata la coscienza, la libertà sta nel non rinunciare al proprio desiderio di libertà, di infinità promessa, continuando a restare in gioco, lottando, chiamando in giudizio coloro che si nascondono dietro il silenzio, si coprono il volto fosse anche Dio stesso come in Giobbe, senza stancarsi di pretendere che si venga allo scoperto, che accada una parola e mantenuta la promessa: Eccomi! ‘Saper restare accanto’ è la forma della libertà, quella del Samaritano che risponde all’inatteso dicendo: eccomi, col farsi carico, con la pratica del prendersi cura, del far argine al male.

Dico spesso in chiesa ‒ ma anche fuori incontrando la gente ‒ che il vangelo che libera e che cura è nascosto proprio nella loro vita. Affiora e viene visto quando questa diventa dedizione e si mette accanto in silenzio a chi è mortificato dal male, in famiglia e fuori o quando si fa germogliare con il bene la gioia negli altri, si è pane di crescenza.

Un vangelo è nascosto nelle persone, fosse anche solo per quella mezza paginetta di vangelo che ha messo radici nella memoria di tutti, come brace sotto la cenere. Sono le parole del Padre nostro imparate fin da piccoli in famiglia o in parrocchia e mai più dimenticate. Miniatura di vangelo è il Pater noster, il suo cuore resta ardente; basta un soffio di parole la domenica perché si levi il vento forte di voci del canto, fino a riempiere le vele dell’assemblea liturgica, così che di nuovo prenda il largo fuori dalla chiesa tra la gente.

In questi ultimi anni due haiku, brevissimi componimenti poetici della letteratura giapponese, mi hanno reso al vivo lo stile pastorale di chi vuol mettersi a cercare e ascoltare il vangelo nascosto tra la gente: “La campana del tempio tace il suono esce dai fiori“; “Spuntano i germogli al tronco di un grande albero. Poggio l’orecchio”.

Una parabola di Pasqua, è un breve testo dello scrittore dissidente russo Andrej Sinjavskij [Qui], che riporta anche alcune poesie pasquali del Samizdat: raccolta di testi e opere letterarie colpiti dalla censura, autoedizioni che circolavano di nascosto, fuori dell’editoria ufficiale a partire dagli anni ’60.

Sinjavskij fu “prigioniero di coscienza” nei gulag sovietici. “Prigionieri di coscienza” questa la definizione coniata da Amnesty International, sin dalla sua fondazione nel 1961, per le persone private della loro libertà, a causa delle loro opinioni o discriminati per motivi di etnia, sesso, genere o altra identità che non avessero usato violenza e non ne avessero invocato l’uso.

Leggendo questo testo è stato come leggere il vangelo sepolto della trasfigurazione, come scorgere nuovamente nelle vicende di questi “prigionieri di coscienza”, la Pasqua nascosta, la piccola risurrezione in cammino verso Gerusalemme. “Vedi”, sembrava mi dicessero, noi siamo internati, ma la parola di Dio non è incatenata, ma celata e libera e liberatrice in noi. È il vangelo di Gesù «placida luce, luce che mai non tramonta».

«Non è questione di legare la vita al Vangelo – scrive Sinjavskij –  La vita è già, di per sé, sempre, coniugata al Vangelo. Vivi, tiri a campare e all’improvviso senti sottopelle la nostalgia del testo evangelico, come di un tuo tessuto, di cellule costitutive di cui avverti la mancanza, come dell’ossigeno quando si soffoca

Gli eventi della storia sacra, compreso Caino e Abele, la cacciata dal paradiso, il diluvio, corrispondono in modo stupefacente alla nostra microscopica vita di uomini. Quasi ogni giorno viviamo o la cacciata, qualche volta le nozze di Cana, e perfino il miracolo del rifocillamento della folla con pochi pani. E la presentazione al tempio, e il bacio di Giuda. In questo senso il Vangelo – nonostante tutta la incommensurabilità del suo significato, la sua trascendenza e impeccabilità – si riflette in uno strano modo organico (più organicamente di altri libri e leggende) sulla nostra esistenza comune e personale. Ma anche noi, vivendo la nostra semplice vita, è come se tornassimo a rivivere, in tono minore e in forme meno attraenti, la natività di Cristo e i dileggi e le percosse dei soldati. Anche la nostra realtà racchiude misteriosamente, in forma rettratta, i semi evangelici».

Sinjavskij narra poi dei campi di concentramento della Moldavia. La Sacra Scrittura era proibita, ma essa circolava in copie clandestine scritte a mano e, se venivano requisiti quei foglietti, frammenti di vangelo, subito dopo tornavano a riapparire continuando a diffondersi, a germogliare come ‘pólle schiuse’ dallo Spirito:

«Non molto tempo dopo il mio arrivo nel lager, verso sera, un’ora prima della ritirata, mi si avvicinò un tale e mi chiese con cautela se non volessi ascoltare l’Apocalisse. Mi condusse nel locale della caldaia, dove era più facile nascondersi a delatori e carcerieri. Lì, nella penombra di quel covile simile a una caverna si erano già raccolte, e si rimpiattavano negli angoli sedendo sui talloni, alcune persone e io pensai che ora qualcuno avrebbe estratto da sotto il giubbotto il libro o il fascio di fogli, ma mi sbagliavo. Illuminato dai bagliori rossastri della caldaia un uomo si alzò e cominciò a recitare a memoria, parola per parola, l’Apocalisse. Quindi il fuochista, l’anziano contadino che qui era il padrone di casa, disse: e adesso continua tu, Fjodor! E Fjodor si alzò e recitò a memoria il capitolo successivo. …A questo punto mi resi conto che quei detenuti, tutti semplici contadini, che avevano da scontare pene di dieci, quindici, vent’anni di lager si erano suddivisi tutti i principali testi della Sacra Scrittura, li avevano imparati a memoria e, incontrandosi segretamente di tanto in tanto, li ripetevano per non dimenticarli».

Come nel romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 [Qui], in cui i libri bruciati erano stati imparati a memoria e, di nascosto, in caverne fuori città venivano raccontati e i narratori iniziavano a parlare dicevano: “Io sono Dante”, “io Shakespeare”, “ed io sono Goethe”, così i contadini del locale della caldaia ‒ ricorda ancora Sinjavskij ‒ «avrebbero potuto dire di se stessi la medesima cosa. Uno: “Io sono l’Apocalisse, capitolo 22”. L’altro: “E io il Vangelo secondo Matteo”. E così via, in una staffetta, scandita da ciò che ognuno serbava nella memoria. E questo era cultura, nella sua successione, nella sua essenza, nella sua sopravvivenza clandestina. Sostenuta da una catena della memoria. Di bocca in bocca, di mano in mano. Da una generazione all’altra. Da un lager all’altro. Ma nondimeno cultura, e in una delle sue manifestazioni più pure ed elevate», (ivi, 15-19).

Da una poesia del Samizdat [Qui]: Attese di trasfigurazione

Non abbiamo mai avuto una luna così alta.
Le ombre si sono raccolte
ai piedi degli ulivi.
Per tutta la notte
i cani hanno ululato nel vento,
seminando d’inquietudine le vie strette.
Quali brividi percorrono
le viscere oscure della terra
se perfino i galli trattengono il canto
ora che il giorno è fermo all’orizzonte?
D’improvviso fu spezzato il tempo.
Si sciolse la luce dell’astro notturno,
segno del tuo corpo addormentato,
all’erompere violento del tuo sole.
Hai spalancato gli occhi
vestendo di trionfo l’universo
e fino all’alto regno di tuo Padre
è rimbalzato l’annuncio di vittoria.
Ora tu stai vibrante di splendori
al centro degli spazi liberati
nell’armonia della Risurrezione.

Ma sul pianeta rimane
il buio spalancato della tomba
e il mistero della tua assenza.
Avessero avuto voce
le pareti del sepolcro,
la pietra che sostenne per tre notti
il corpo irrigidito!
Quando dagli altri regni rifluì
la vita nelle tue membra, gagliarda
a vincere le porte dell’eterno,
dicono che un fremito inaudito
contorse in grido la roccia.
Ma si rapprese la chiara mattina
intorno alle donne con gl’intimi alabastri;
solo la pietra violata rivelava
il gesto gentile dei lini accolti.
La voce del nimbale messaggero
parlava di ritorni,
ridava le ali all’attesa e alla speranza.
Per tutto il giorno
abbiamo trepidato ai rari segni.
Il vuoto sepolcro ci offuscava
le concitate annunciatrici,
la fiamma certa di Maria di Magdala
intesa al suono della dolce voce,
la custodita tenerezza di tua madre
e il consapevole sorriso.
Ed ora che la sera si raccoglie
di pudore, attendiamo
il ritorno dei discepoli da Emmaus.
Ti hanno riconosciuto
allo spezzar del pane.
Anche da noi la cena è preparata.
Odora sulla mensa
un cibo fraterno da spartire
fra timori e speranze.
E fiduciosi noi stiamo in attesa.
(ivi, 23-25)

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PRESTO DI MATTINA
Ascensione, quando la parola vola

 

«Surrexit Pastor bonus qui animam suam posuit pro ovibus suis, et pro grege suo mori dignatus est, alleluja!»: sono queste le parole di un’antifona liturgica, musicata dal compitore e organista Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525/6-1594), per il canto di comunione alla messa di Pasqua, prendendo spunto dal testo di Giovanni 10 sul Buon pastore. Lo ascolterò ancora una volta domani, prima di salire all’altare, per la festa dell’ascensione del Signore. Un’armonia capace di far rivivere spiritualmente un distacco e un’assenza che tuttavia si fa presente in altro modo, restando un’intima compagnia nel cammino.

Nell’esperienza dell’abbandono affiora più forte anche per Montale una presenza nell’assenza, almeno così ho inteso: «Ecco il segno; s’innerva/ sul muro che s’indora:/ un frastaglio di palma/ bruciato dai barbagli dell’aurora./ Il passo che proviene/ dalla serra sì lieve,/ non è felpato dalla neve, è ancora/ tua vita, sangue tuo nelle mie vene», (Tutte le poesie, 146).

Così, se gli occhi rincorrono il Signore fino a perdersi, e vanamente lo cercano mentre egli scompare dietro la nube dell’esodo in cui cela la sua presenza, i piedi riprendono invece di nuovo il cammino ricalcando le orme dello Spirito: come una luce per i nostri passi ‒ o meglio, riprendendo un verso di Mario Luzi ‒ una «non disabitata trasparenza».

È quanto accadde anche allora. Gesù nell’ascensione si allontanò visibilmente dai suoi discepoli, ma essi lo sentirono ancora presente, in modo nuovo, nello Spirito che si riversò su di loro con un’urgenza di amore, una spinta ad essere testimoni del Risorto ‒ «caritas Christi urget nos» (2Cor 5,14) ‒ che li indusse a spingersi fino agli estremi confini della terra.

Del resto, la Pasqua è tutto un saliscendi, un susseguirsi di salite e discese. Un abbassarsi che sarà innalzato e un innalzarsi che si abbasserà. Un andare e venire, tra cielo e terra, fuori e dentro il cuore del mondo. Come Cristo è risalito dagli abissi della terra risorgendo dopo esservi disceso con la morte ‒ culmine di incarnazione ‒ così ora nell’ascensione si compie in pienezza questa risalita che pone la sua umanità, il suo volto d’uomo, le sue mani, il suo corpo, nella piena comunione col Padre. Con la Pentecoste, poi, e la discesa dello Spirito, il movimento discendente sarà preludio di un nuovo unanime cammino di risalita: quello dell’intera famiglia umana attirata dal Risorto. «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me», dice Gesù in Giovanni, con un’espressione che unisce in sé definitivamente l’abbassamento di colui che fu innalzato sulla croce e l’innalzamento di tutti noi, ora confitti su questa terra, nella gloria del Risorto.

«È asceso il buon pastore alla destra del Padre, veglia il piccolo gregge con Maria nel cenacolo». Così inizia l’inno dei primi vespri e poi di quelli solenni dell’ascensione. E così pure inizia, consonante, quasi corrispondente ad esso, una poesia di Mario Luzi dedicata alle “ascensioni della parola poetica”, del suo allontanarsi e sottrarsi, seguito dal suo misterioso ritorno nella coscienza del poeta ove essa permane come lievito del suo “crescere in profondità”. Quasi una supplica che chiede alla Parola/parola un distacco che non tolga la presenza; che essa non arrivi da sola alla pienezza del senso, a «quel celestiale appuntamento» per cui il poeta l’ha lasciata andare; che non giunga in quell’altrove «senza il caldo di me o almeno il mio ricordo». Ma non è forse questo ciò che chiederà domani l’assemblea liturgica con l’orazione di colletta al Padre, una preghiera in cui diverrà una volta di più consapevole che «nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria»?

Per nulla diverso l’auspicio del poeta: «Vola alta, parola, cresci in profondità,/ tocca nadir e zenith della tua significazione,/ giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami/ nel buio della mente – /però non separarti/ da me, non arrivare,/ ti prego, a quel celestiale appuntamento/ da sola, senza il caldo di me/ o almeno il mio ricordo, sii/ luce, non disabitata trasparenza/ La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?», (Tutte le poesie, 591).

Qui la parola è intesa come forma e comunicazione dell’umano, protesa verso il confine estremo del senso, al limite del mistero che nasconde e porta dentro, insieme, afferrabile e indicibile. In questo volo alto in cui accade che l’amore “cresca in profondità”, la parola è spinta a toccare i poli dell’orizzonte celeste: “nadir e zenit” e tentare l’incontro tra il segno e il suo contenuto, il significato con ciò che lo rappresenta. Si chiede così alla parola che in questa elevazione non si separi dalla corporeità, dal sentire dei sensi e degli affetti, dai ritmi della vita. La si prega che l’ascensione sia abitata dalla profondità, che la parola dimori nel silenzio e la luce nell’oscurità; che la gioia non cancelli la testimonianza dell’aver sofferto (il risorto mostra ai discepoli le ferite del suo corpo) e che il manifestarsi dell’altro non gli impedisca il suo nascondersi, perché è dall’assenza che germina una nuova presenza, ed è dal corpo del risorto che si sottrae che spira il soffio creatore dello Spirito.

Nell’evento dell’Ascensione Gesù crea uno spazio di autonomia e libertà per l’altro; il suo ritirarsi fa partire i discepoli e li rende protagonisti e responsabili del vangelo; il suo nascondersi li porta alla luce, il suo innalzarsi li radica ancor più alla terra e la vita dei credenti, il loro corpo, diviene la dimora dove lui si nasconde; egli li rende autorevoli: non servi ma amici: egli non fa, ma fa attraverso di loro.

Nel vangelo di Luca leggiamo che Gesù condusse i discepoli fuori dal luogo in cui erano rinchiusi, verso Betania (la casa dell’amicizia) e, alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva si separò da loro e veniva portato verso il cielo (Lc 24,50-51).
Benedire ed essere benedetti è come abitare ed essere abitati dall’altro: è abitare in lui e abitati da lui. La benedizione, anche nell’assenza, dischiude e fa riaffiorare una presenza.

«All’Ascensione – scrive Michel de Certeau –, quando questa partenza tante volte annunciata si rivela definitiva, gli apostoli sono meno presi da stupore che dà gioia. Dopo che Gesù fu sottratto ai loro occhi, sparendo nella Nube che manifesta loro il Mistero divino, essi rientrano a Gerusalemme per lodare Dio, con il cuore “tanto lieto”, dilatato dall’azione di grazia. Gioia apparentemente inspiegabile. Ma la loro fiducia in lui, purificata da tante meraviglie, li aveva fino ad allora disabituati di loro stessi e accordati alla sua persona. Probabilmente non sapevano ancora fino a che punto il loro desiderio era la sua presenza in loro; bastava che egli fosse lì e lo seguivano. Anche, quando si realizza la partenza, che compie il disegno di Gesù e dona alla sua umanità la felicità del faccia a faccia con il Padre, la sua gioia riecheggia fino al fondo di loro stessi.

Il mistero che era già presente nello smarrimento del loro cuore si svela infine nella loro gioia. Tra noi la presenza di un altro si misura non dalla sua prossimità fisica, ma dalla trasformazione che egli opera e che apre in noi delle profondità a lungo insospettate. Egli ci “abita”, letteralmente, sebbene la vita in comune nasconda questo lavoro oscuro. Ma, quando si interrompono questi incontri quotidiani, lo sguardo scopre improvvisamente la coabitazione interiore e vi riconosce colui che tanti ricordi e speranze designano. La stessa cosa avviene del Cristo, ma quanto più profondamente! Senza che essi se ne rendano conto, egli abita già i suoi con la sua presenza, dal momento che egli era con loro e che le sue parole e le sue azioni formavano già in loro il suo volto. La sua partenza rivela questa presenza. Ma i ricordi che ormai parlano loro di lui escludono del tutto la nostalgia: Gesù è eternamente vivente, e ritornerà; consacra, con la sua potenza divina, tutto ciò che la sua presenza umana ha misteriosamente suscitato in loro; egli trasfigura questo passato nella vita e nell’attesa», (L’ascensione, in Humanitas, 2012, 4, 655).

Una “non disabitata trasparenza” anche per me. Ne ritrovo traccia in una lettera che scrissi al vescovo Luigi Maverna, dopo che ebbe lasciato la diocesi. Una corrispondenza che è traccia delle “nostre ascensioni spirituali”.

«Carissimo vescovo Luigi, mi sono “acceso” davvero all’incrociarsi dei nostri pensieri con la Parola che salva. A volte la lontananza e il silenzio sembrano diluire l’intensità e l’immediatezza, sembrano relegare nei bei ricordi l’entusiasmo delle nostre conversazioni spirituali. Poi, d’improvviso, complice lo Spirito, quelle gioie di un tempo ritornano in tutta la loro bellezza e nuove, non ripetizione, ma nuova incarnazione dei nostri spiriti come se, irrorati dalla pioggia della Parola, generassero nuovi germogli insperati nel tempo dell’esilio. Mihi enim vivere Christus est (Phil. 1,21) Sì davvero per me è così, ho come paura a dirlo ma è tutta la mia vita, il suo senso, la sua gioia. Quante volte si fa grande il desiderio di vedere il Signore e maestro nel suo vero volto e abbracciarlo quasi fisicamente. Sento che è lui che mi conduce giorno per giorno, il desiderio più grande è quello di essere trovato alla “fine” dopo la “lotta”, fedele: Acceso! Acceso, anche se con piccolissima e pallida luce o almeno, – e forse sarà più vero così, – come fumo che sale da uno “stoppino” appena spento, che si mescola al velo profumato dell’incenso, segno della fede e della preghiera di tutta la chiesa, di domenica alla fine del vespro solenne. E mi piace pensare che Lui vedendo quell’ascensione di bianco fumo, che contorto sale, dapprima corposo, poi come un leggero filo, sappia la fatica e il dolore del credere, ma soprattutto odori il crisma ancora profumato, che ha segnato e la fronte e le mani ed intriso di struggente nostalgia di Lui ed ispirato, per tutto il tempo della mia vita fino ad ora, il desiderio e l’intenzione di piacergli, di compiacerlo, nel tentativo di realizzare quella figura di discepolo che il vangelo racchiude: «Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro» (Lc. 6,40).

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DI MERCOLEDI’
“Casa d’altri”, il racconto perfetto di Silvio D’Arzo

 

Così è stato definito da Eugenio Montale: “un racconto perfetto”. Mi riferisco a Casa d’altri, scritto nel 1947 da Ezio Comparoni, un giovane autore di Reggio Emilia che per pubblicazioni precedenti si era dotato di altri pseudonimi e che per questo suo racconto lungo aveva scelto di firmarsi Silvio D’Arzo. Ho ritrovato  il suo nome in appunti ormai datati, presi a un corso d’aggiornamento per docenti di letteratura italiana; il relatore era il grande Andrea Battistini, che ne caldeggiò la lettura a chi gli chiedeva quali fossero gli autori canonici del Novecento. E’ passato anche troppo tempo, ora voglio conoscerlo. Per prima cosa cerco negli scaffali della mia libreria e trovo quasi subito un volumetto che ho comprato all’epoca, L’uomo che camminava per le strade: una raccolta di racconti dello stesso D’Arzo uscita nel 1993 a cura di Daniele Garbuglia, in cui è riportata una buona bibliografia sull’autore; da lì spicca il nome di Eraldo Affinati come curatore dell’opera saggistica di D’Arzo, raccolta sotto il titolo Contea inglese.

Ho conosciuto Affinati e letto il suo intenso L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani; so che lavora con passione e scrive con sguardo profondo. Si aggiunge a Montale e a Battistini nello spingermi verso questo giovane scrittore reggiano che era del 1920, come mio padre, e come me si era laureato in Lettere a Bologna, lui però a soli 21 anni. Un grande talento morto a 32 anni di leucemia. Non so da cosa vi facciate convincere voi nelle scelte di lettura, io sono piuttosto sensibile alle parabole di vita così segnate dalla tyche e mi lascio guidare volentieri dal giudizio di coloro che mi sono maestri.

Eccomi dunque con il volumetto dei racconti tra le mani. Scelgo di leggere in ordine casuale i testi che vi sono raccolti e sono ben contenta che Casa d’altri qui non ci sia. Sento che devo rispettare delle tappe di avvicinamento al capolavoro. Vado solo a sbirciare le poche righe che lo riassumono nella edizione Einaudi del 1980, che intanto mi sono procurata, in cui la introduzione è scritta proprio da Affinati: i protagonisti sono un prete e una vecchia. Il fulcro della storia ruota intorno a una domanda che la donna rivolge al prete. Mi piace. Mi piace che i personaggi siano persone così e che le parole scambiate tra loro stiano al centro del racconto.

Comincio a leggere e la voce narrante, che è quella del parroco di un paese dell’Appennino reggiano, mi introduce alla povera vita che si conduceva lassù poco dopo la fine della seconda guerra. Nelle pagine iniziali siamo dentro la vita quotidiana del prete: sta lasciando la casa di un morto e dà le disposizioni per il funerale del giorno seguente; incontra il giovane parroco del paese vicino che è appena arrivato ed è pieno di iniziative e lo raggela dicendogli che lì, nella zona di Montelice, la vita non cambia mai, non succede niente di niente.

C’è un giorno diverso, però. L’esordio della storia è nei fatti che vi accadono sul far della sera: il prete sta tornando a casa e nota una donna che giù nel canale lava dei panni. E’ sola nella natura autunnale dalle tinte viola e tiene vicina a sé una capra. Il parroco non la conosce: deve essere venuta a vivere qui da poco; la pensa come un “uccello sbrancato” e nei giorni che seguono ripensa a lei. Si aspetta che prima o poi vada da lui a parlargli, come fanno tutte. Da lui che si è ridotto a essere “un prete da sagre e nient’altro”, mentre ai tempi del seminario veniva chiamato doctor ironicus per la sua arguzia. Vecchio lui, ormai, e vecchia e solitaria lei. Per molte sere ripassa dal punto in cui l’ha vista la prima volta, solo per inquadrarla un momento nel freddo della sera, mentre la luce se ne va.

È amore. Rileggo alcuni passaggi per comprenderlo. Amore fulmineo, è predilezione e attrazione totale. Solo che D’Arzo dissemina brevi segnali linguistici di questo terremoto interiore che travolge il parroco e li distribuisce nei suoi pensieri, a piccoli dosaggi. Mentre le giornate scorrono, apparentemente uguali, il prete non pensa ad altro che ad allontanarsi da casa sul far della sera per rivedere la vecchia. Assume anche informazioni su di lei e viene a saperne il nome, Zelinda, e l’età, sessantatre anni. Fa la lavandaia e fatica da mattina a sera con la sola compagnia della sua capra. “Mai una volta alla processione: mai ai Vespri: mai in chiesa”. Una sorta di Lupa verghiana.

Attendo che arrivi la domanda fatidica che lei rivolge al prete tempo dopo, la sera in cui hanno camminato insieme per un tratto di strada. Ora sono giunti sulla soglia della casa di lei, sull’estrema soglia mi verrebbe da dire, e lei chiede: “se in qualche caso speciale…qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima”. Ecco, di nuovo non capisco. Ritorno indietro alle pagine in cui il prete si accorge della vita faticosa che Zelinda porta avanti, un giorno dopo l’altro. Non ho considerato abbastanza “il male di vivere” che la riguarda. Ho voluto cercare nelle pagine solo i segnali dell’attrazione che il prete prova per lei, scomodando lo Stilnovo con i suoi nodi concettuali: lo sguardo che innamora l’uomo, la visione epifanica della donna e il suo incedere e la sua ritrosia, come elemento che ancor più incatena l’amante.

Devo aver seguito una falsa pista di lettura. Non solo, ammetto che fatico a rapportarmi allo stile di questo testo: ora  trasmette mille echi letterari che me lo rendono familiare, da Manzoni a Fenoglio, da Verga a Machiavelli, ora mi torna estraneo e diverso da ogni altro racconto o romanzo del Novecento che ho attraversato. Saranno le frasi brevi, dal tono perentorio. Frasi costruite spesso su battute popolari che comprendo solo in parte. E sì che sono emiliana come l’autore. Il ritmo narrativo è segmentato e si alternano asserzioni dalla carica semantica sempre diversa: una breve frase sul tempo autunnale già freddo, la successiva sui gesti del personaggio, quella dopo sugli universali della vita e della morte. Non so se mi piace. Capisco che nel mio ruolo di lettore sono in cammino e la strada non è agevole. Lo stile di Silvio D’Arzo un minuto mi fa sentire ‘a casa’ e un minuto dopo mi ha tolto ogni certezza. Meno male che l’introduzione di Affinati mi soccorre ed è un raffinato scavo dentro al testo, di cui fa emergere lo straordinario valore letterario.

Ho recuperato il senso della domanda:  Zelinda vuole sapere se è permesso che qualcuno si tolga la vita, che lei ponga fine alla sua. Cosa le risponde il nostro prete, che in lunghi anni di ministero pastorale a Montelice ha celebrato matrimoni alla buona, cresimato ragazzi e messo d’accordo “sette caprai per un fazzoletto di pascolo”? Dice egli stesso “Sul momento non mi venne parola. Ma poi no, non fu neanche così: alla bocca mi salirono parole e parole e raccomandazioni e consigli e ‘per carità’ e ‘cosa dite’…Tutte cose d’altri, però…Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno di niente”. È una risposta inadeguata. Nella studiata simmetria del testo spicca l’asimmetria tra i ”cosa dite”, convenzionali, e la profondità filosofica della domanda.

Il prete da sagre chiude il suo racconto con due brevi sequenze: l’una nella casa di Zelinda, dove la salma di lei viene lavata e il pianto funebre sta per cominciare. L’altra quando, qualche tempo dopo, incontra il prete di Braino e trova che la vita del paese lo ha ingrassato. I segni del tempo che è trascorso sono tutti qui: le morti che si sono succedute (anche Melide, la perpetua, non c’è più), i chili che il curato ancor giovane ha messo su nella monotona vita della montagna.

“Allora mi vien sempre più da pensare ch’è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d’avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?”
Casa? Penso che voglia intendere la vera casa, in cui un parroco aspira a tornare più di ogni altro, la casa del Padre. Anche se la relazione tra le persone del racconto è tutta orizzontale e la religiosità di Zelinda, che vuole morire e degli altri che restano a vivere, si consuma nei riti che essi compiono e nelle liturgie. Questa terra è casa d’altri. Così come cose d’altri sono le parole inadeguate, le parole trite. Credo di avere afferrato il senso che regge il racconto.
Mi tiro un po’ su, ma il cammino dentro questo testo è ancora lungo.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti testi:
– Silvio D’Arzo, L’uomo che camminava per le strade, a cura di Daniele Garbuglia, Quodlibet, 1993
– Silvio D’Arzo, Casa d’altri e altri racconti, a cura di Eraldo Affinati, Einaudi, 1980
– Eraldo Affinati, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, Mondadori, 2016

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DIARIO IN PUBBLICO
Incontri poetici

 

Nella primavera del Covid decidiamo di andare in piazza a far spese. Il taxi ci porta in centro attraversando strade un tempo fervide di commerci e gente. Ora solo pochi ‘umarel’ discutono animatamente davanti alla Cattedrale, ma sotto il sole tiepido la città, come in una celebre canzone, appare vuota. Imbocchiamo la via famosa per i negozi e di fronte a quelli frequentati da una vita veniamo respinti se tentiamo l’ingresso simultaneamente, con gentilezza ma fermamente, perché, come ci insegna Figaro, “Uno alla volta, per carità! per carità! per carità!”

Infine, troviamo rifugio in un magazzino che vende cosmetici e prodotti per la cura della pelle. Ci lasciano entrare in coppia e cominciamo a vagare tra gli scaffali ancora sconosciuti per reperire ciò di cui abbiamo bisogno. Tra le poche persone che s’aggirano comprando ci imbattiamo in una giovane signora dai lunghi capelli neri che spinge una carrozzina da dove ci sorride una splendida creatura vestita di rosa che ci protende le manine in segno di saluto. Ogni tipo di difesa svanisce e di fronte alla cassa cominciano i vezzi e le moine. Mi congratulo con la madre dai penetranti occhi neri e chiedo di sapere il nome della bimba. “Clizia” mi risponde. A sentirlo il cuore comincia a mandarmi segnali d’amore e rispondo “ un nome montaliano?”. Gli occhi della signora s’illuminano. “Ma allora lei conosce la poesia?” – “Certo!” E dentro di me riecheggia il volo di Irma-Clizia tra le nebulose: “Ti libero la fronte dai ghiaccioli/che raccogliesti traversando l’alte/nebulose; hai le penne lacerate/dai cicloni, ti desti a soprassalti”. E nel caos del ricordo ecco che rivedo Eusebio/Montale all’Alpe mare del Forte dei Marmi e nella sua casa milanese. La signora spalanca gli occhi e mi chiede il nome. A mia volta la invito a venirmi a trovare al Centro studi bassaniani quando aprirà, essendone io co-curatore. La signora lancia un piccolo urlo e dichiara che non ci può credere. Ma perché?. E lei con un grande sospiro dichiara che la sua prima bambina, ora di cinque anni, si chiama….. Micòl in onore di Bassani.

Non è leggenda. È la coerenza dell’impossibile.

E, celando una curiosità malsana, la sera stessa sbircio la prima serata di Sanremo. Mai dico mai avrei potuto toccare con mano l’immensa distanza che separa un vecchietto, ancora culturalmente in forma, con gli orrori che ho visto. Strana gente che viene chiamata ‘cantante’ apre la bocca, da cui escono suoni incoerenti e maldestri. Un giocatore di calcio, che sembra la copia esatta del presentatore, dice e fa cose di una banalità disarmante. E le acconciature e i vestiti…. Da brivido. Una semi-famosa cantante ha i capelli infilati dentro un tubo di metallo e le unghie!!! Altro che Crudelia Demon. L’orrore puro è testimoniato da una anziana cantante L.B. oscenamente scosciata e con i capelli azzurri.

Mi congratulo con me stesso allora di essere un attardato radical chic e, di fronte al rimprovero dei miei assennati amici frequentatori di critica alta e di pensieri accademici, rispondo che stare in questo mondo è anche rendersi conto di dove e come viviamo. Per cui alla sera, lasciando l’ultimo ponderoso volume di critica dantesca, mi diletto a gareggiare con i concorrenti dell’Eredità, perdendo regolarmente visto il mio deficit culturale sullo sport, sulle canzonette, sulla cucina.

In lontananza brancolano negli scompensi del ricordo brani di vita vissuta in Versilia, a Lipari, a Firenze, a Bassano, in fuga da ‘Ferara, stazione di Ferara’. E tutto si confonde, si appiattisce, sembra non avere alcun senso.

Poi con la tromba del giudizio s’affaccia la prossima prova che mi restituisce al mondo: sarò vaccinato il 5 marzo e con la seconda dose al 26 dello stesso mese.

E il tempo si rinquadra nella dimensione che conosco.

DIARIO IN PUBBLICO
Il Lido: terra di polpacci e vecchi stizzosi

Il lento e inesausto raschiare di scope e ramazze preannuncia l’imminente chiusura della stagione estiva ai Lidi ferraresi. Attentamente i diversamente giovani s’applicano alla rimozione degli aghi di pino, che inesorabilmente riempiono ogni luogo, anfratto, via piazza, tende e giardini, fino a spingersi, trascinati dal vento, sulla passerella che porta al mare lontano.

In città, quasi un risveglio da un lungo torpore s’aprono fronti di dissenso coordinati da Mario Zamorani, a cui hanno dato rilievo scritti  di alto valore quali – solo per citarne quelli a me più vicini – quelli di Fiorenzo Baratelli,  di Federico Varese e di Alessandra Chiappini. Un vento nuovo che promette finalmente un serio ripensamento sul perché della sconfitta politica.

Frattanto con mossa astuta il festival del Buskers s’apre con la partecipazione di Gianna Nannini, a sorpresa, che raduna folla compatta senza alcuna protezione e rispetto per la distanza. Ma si sa così accade tra musica live, discoteche, movide, come insegna la vicenda del locale del primo Naomo, che come ora è stato rilevato non è il vicesindaco di Ferrara, bensì Flavio Briatore proprietario del Billionaire e accanito negazionista della pericolosità del coronavirus.

Sulla spiaggia intanto l’affollamento si fa sempre più critico, con un’inesauribile passaggio di bagnanti e racchettanti. Dal mio punto di osservazione noto che dagli onnipresenti calzoncini a mezza gamba nella specie maschile escono polpacci mostruosi, che confermano l’assoluta prevalenza di un popolo di sportivi che ciabattano, strisciano le infradito, s’avanzano indolenti a raggiungere il tavolo pronto, dove s’avventeranno sulle delizie mangerecce.

Ma quest’ultima ondata a giudizio del vecchio stizzoso (la categoria a cui  appartengo) produce un allentamento, non tanto delle misure anti covid, ma della dignità vestimentaria. Così delle famigliole che s’aggruppano festanti, ignobilmente vestite, chi si salva sono solo i pelosi che li accompagnano. I loro compagni umani traversano, strade, viali, e luoghi di mercato semisvestiti, quasi nudi coperti dal solito zaino lasciando scie di profumo scadente, di olio da sole, di sudore.

Allora il vecchio stizzoso apre la tv per confrontare se il modello esce da quella fonte. E viene sommerso da orde di pseudo-cantanti vestiti in modo assurdo, accompagnati da schiere di chellerine (ah! Finalmente l’uso di una parola esatta), che servono loro la possibilità di un’esibizione ‘moderna’. Non parliamo poi dei gesti e delle pose dei calciatori con tutto il rituale di cui mi occupai qualche puntata fa.

Quindi la giustificazione dei ‘vestimenta laideschi‘ ha la sua origine e giustificazione dal modello televisivo, che impone come riferimento assoluto la volgarità. Non è dunque scontato che rifacendomi ad antichi studi e ad amatissimi poeti mi torni in mente il celebre incipit di Eusebio-Montale che così suona:
“Felicità raggiunta si cammina per te sul fil di lama” che potrebbe tramutarsi in “Volgarità raggiunta si cammina/per te ormai desnudo/e quindi non si vesta chi più t’ama”.

Chissà se il Laido mi rivedrà ancora negli anni futuri. Frattanto trasloco i libri nella casa-madre e, mentre raggiungo finalmente in ascensore, non più arrancando per scale sempre più difficili per raggiungere il luogo di studio, m’immalinconisco pensando cosa è e cosa avrebbe potuto essere il Laido degli Estensi.

DIARIO IN PUBBLICO
Il bombolaro e altre storie del Laido

Tra una bomba d’acqua e l’altra, tra epiche montagne di spaghetti allo scoglio, tra il su e giù dei vacanzieri in infradito e polpacci in vista, ingordi del passeggio sul trascurato e discusso viale Carducci epicentro della popular-movida, succede che i miti e rassegnati pseudo-radical-chic-noi, in lotte perenni con il dirimpettaio che esonda la strada con acqua e detersivo, proibitissimi in suoli pubblici, stiano cuocendo le tagliatelle da servire con vero pesto alla genovese agliato, quando, d’improvviso, dal fornello si alzano lunghe, fumose, giallastre lingue di fuoco. All’unisono risuona il verdetto: “La bombola del gas è finita!“. Immediatamente ci si precipita a telefonare all’unico distributore in zona. Risponde una voce severissima che annuncia l’arrivo: ore 16. Mi metto in moto un quarto d’ora prima e arriva il bombolaro. Il deposito delle bombole non è al piano, ma nel cortiletto dietro, chiuso da una saracinesca che impedisce, come del resto si è avverato, l’accesso a chi è in vena di furti. Chiedo se per cortesia mi aiuta ad alzarla, ma il gentiluomo con aria severissima mi spara un “niet!” degno d’altri tempi, visto che il suo è un altro lavoro che non contempla questi abbassamenti lavorativi. Umiliato e imbarazzato penosamente m’attacco non al tram ma alle sbarre. Inutilmente; finché il bombolaro sbuffando m’aiuta. Con fare rabbiosetto mi cambia velocissimo la bombola e sentenzia: “40 euro”. Gliene allungo 50 e ancor più brontolando scava tra i soldi che estrae dalla tasca finché trova il decino di resto e sparisce, ammonendomi di lasciare la saracinesca alzata se non riesco a chiuderla. Penso frattanto “Ma la ricevuta? Che sia un accordo tra impresa e amministrazione non lasciarla?”. Un parente che di queste cose s’intende sentenzia che siamo in regime di monopolio, lasciandomi a meditare.

Ai ‘laidensi’ l’ardua sentenza.

Ci arrischiamo in spiaggia dopo giorni e finalmente raggiungiamo la postazione, helas! accanto al campo di beach volley. Una troupe di ragazzini gioca e condisce il ritmo con un infilata di bestemmie che fa rimbombare le orecchie. Indifferenza totale da parte dei vicini d’ombrellone in parte, immagino, parenti. Alla più sonora chiamo il bagnino, che imbarazzato mi spiega che ha provato a zittirli senza successo. Chiedo allora di cambiare posto, ma nel tempo ferragostano risulta la mossa una pia illusione. Mentre digerisco la sconfitta arriva il mio pronipotino chiamato Sapientino: otto anni e trionfante mi annuncia che in settembre diverrò zio di un peloso, Benny, che spesso verrà lasciato da noi. Si aprono i cieli, squillano le trombe trionfali e mi sento felice. Sapientino sorride sornione, esibendomi le prove fotografiche dei genitori del cocker e della tenerissima bellezza di lui. Ci guardiamo negli occhi e riprovo dopo tanto tempo il sapore della felicità e nel cuore risuonano i versi di Eusebio-Montale:

Felicità raggiunta si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Mi alzo indifferente alle provocazioni delle ‘sciacquette’, che come un mantra ritornano dal mare borbottando bestemmie.

Per fortuna ancora di giovani sani di cuore e di mente ce ne sono tanti.

DI MERCOLEDI’
Mettete dei versi nei vostri cannoni

Finiti gli Esami si Stato, mi sento sollevata come è normale aspettarsi ma anche perplessa. Ora ho davanti uno spazio grande che si chiama estate, oltre il quale dopo tanti anni posso guardare trovandoci altro spazio libero. Sarò in pensione dal primo settembre, e con sei parole ho detto tutto.
Mi riesce però difficile cucirle su di me: ho in mente qualche flash colorato su eventi e atmosfere che mi aspettano, come guardare di meno l’orologio, oppure decidere all’ultimo minuto come organizzare la giornata. Privilegi che hanno a che fare con un ritmo più rilassato, con un diverso ‘tempo’. Per la mia persona il fatto di non avere più le mattine scandite dal suono della campanella è davvero inusitato.

Eppure non riesco ancora a pensare alle mie nuove giornate in forma complessiva, con uno sguardo ampio; non voglio dire che  riuscirei a  prevederle, questo non si può. Non riesco a concepirle.
Ancora penso ai ragazzi. Mi domando come giudicano il loro esame, a cose fatte. Se si ritengono soddisfatti del loro voto e della loro performance. Se sentono di avere superato la prova con se stessi, tenendo fede alle aspettative su cosa avrebbero dovuto dire a noi docenti, su come si sarebbero dovuti esprimere.

Quanto a me, sul triennio con loro ho in mente un bilancio lungo che ora è avvolto su se stesso, lo dipanerò caso mai in una prossima occasione.
Penso all’esame dei ragazzi e mi inonda, questo sì è un pensiero ampio, la considerazione di averli messi di fronte per lo più a testi di poesia. Ero tenuta a proporre loro dei brevi testi e a discuterli insieme; e così la poesia ha trovato il suo posto privilegiato tra le mie scelte. Se i testi della letteratura vanno buttati giù come pillole, non c’è che Amai di Umberto Saba ad assolvere la richiesta. E come Amai, anche l’Infinito di Leopardi, Il lampo di Pascoli, La farandola dei fanciulli sul greto di Montale, e così via. Almeno sono testi interi. In realtà ho dovuto e voluto variare, proponendo altri poeti e altri testi narrativi e li ho dovuti spezzare per ricavarne un passo significativo ai fini del colloquio.

La poesia. Io ci ho provato a lasciar parlare il candidato, a vedere se riusciva a far emergere la struttura del testo, a farne uscire i significati, a svelare gli intrecci profondi con le forme. La poesia non è un mucchietto di parole, su cui il poeta ha soffiato, facendo loro prendere posto sulla pagina.
Li ho visti capaci di superare la spiegazione letterale e riconoscere almeno un livello testuale complementare: per esempio le figure retoriche o la distribuzione dei temi e la rete lessicale con i suoi suoni. Insieme abbiamo sempre parlato delle torte di Nonna Papera, quelle coperte di glasse colorate: si taglia una fetta e la si depone sul piattino. E’ alta e tremolante; il cucchiaino che usiamo per sezionarla attraversa i vari strati colorati e anche il sapore che ha al primo assaggio è fatto dalla somma dei diversi sapori. In classe sembrava funzionare. Durante il colloquio Nonna Papera non è stata nominata, da parte mia, per preservare il valore intimo del nostro ‘lessico familiare’ di classe. Loro non so.

Mi domando cosa rimarrà ai ragazzi di queste letture, oltre il formulario da studenti: il correlativo oggettivo di Montale di qua, il pessimismo cosmico di Leopardi di là. La loro insegnante, io, non è un’esperta di poesia italiana e tanto meno di poesia straniera, però ha cercato di renderli sensibili al testo poetico che è qualcosa di speciale. Oltre a essere un textum, un intreccio di parti che vanno a comporre un sistema, è intriso della funzione poetica della lingua, quella che esalta la formulazione del messaggio in ogni suo aspetto.

Credo infatti che poesia voglia dire almeno altre due cose: la prima è che le parole subiscono una rigorosa selezione prima di prendere il loro posto preciso nel testo, altro che soffiatina per disperderle qua e là. Dal punto di vista comunicativo la poesia è un messaggio che viene ‘messo in comune’ solo dopo essere stato confezionato col massimo della cura formale, in vista della efficienza comunicativa. E della efficacia, che costituisce il secondo elemento fondante di ogni poesia, ovvero la ricchezza e la concentrazione del significato. Quel testo lì, con quelle parole messe in successione, quella e non un’altra, si carica di significati aggiunti. Si dice che la poesia è il trionfo della connotazione, dove tu lettore sei invitato a scavare e ad estrarre dai tuoi carotaggi le radici possibili del senso testuale.
Prendi come esempio la ”rondine” nelle poesie di Pascoli e considera che non si tratta solo dell’animale che viene a ritrovare il suo nido a primavera sotto il tuo tetto. Se conosci l’autore con la sua vita, la maniera di fare poesia, la ‘poetica’, sai meglio evidenziare un ventaglio di simboli che la rondine richiama. Avrai letto X agosto e saprai che essa rappresenta il padre del poeta, assassinato mentre era di ritorno verso casa nella notte di San Lorenzo del 1867 e saprai che il nido familiare rimane per sempre come un valore importantissimo nella vita di Pascoli, e si tratta del nido formato da padre, madre, fratelli e sorelle. Non c’è stata un’altra famiglia per lui. Poi la rondine è bianca e nera e dal contrasto tra questi due colori si evidenziano gli stupori del “fanciullino” mentre assiste ai fenomeni grandi e piccoli della natura, come ad esempio  al temporale notturno, quando una casa illuminata dal lampo improvviso appare “bianca bianca” nel buio.

Chissà se vedendone volare una un bel giorno ti verrà in mente che ne ha parlato anche Pascoli nei suoi componimenti, non tanto per rispolverare gli studi fatti al liceo, ma per arrivare a concepire che la rondine è una rondine ma anche altro. Per andare oltre la superficie delle forme e dei significati in ogni cosa che appare sul tuo schermo.

Della poesia non si butta via niente; ho detto cento volte anche questa frase che richiama altri riti delle nostre campagne. Poi ho anche chiarito quello che intendevo dire, che nel testo poetico anche la forma è significato. Niente vestito che riveste il contenuto, il testo poetico è inestricabile. Se spezziamo i gangli da cui è formato, e a scuola lo facciamo per arrivare a comprendere, lo distruggiamo. Bisogna saperlo; poi va ricomposto, riletto, riascoltato.
Voglio credere che la poesia, con cui ci siamo lasciati, vi accompagni con il suo concentrato di parole e di sensi. Ve la proporrei al posto dell’oroscopo, che pure contiene le quattro o cinque voci su cui costruiamo il nostro tempo qui. Lavoro, salute, valori, affetti e desideri: più o meno sono questi. E volete che non se ne parli nei testi dei poeti? Vorrei sentire alla radio, come facevo ogni giorno alle 7.30 del mattino, una bella poesia per ogni segno zodiacale al posto delle espressioni così prosaiche: “Oggi il vostro capo vi farà impazzire, ma con Marte a favore saprete superare il momento di nervosismo” e frasi simili.

Mi viene da suggerire al mondo, dove ora voi andrete a occupare un nuovo posto, un uso diverso della poesia, così come si possono mettere fiori non solo sui davanzali. “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” proponeva la Ballata di pace che nel lontano 1967 cantavano I Giganti, che così motivavano la loro ‘Proposta’: “perché non vogliamo mai nel cielo/molecole malate,/ ma note musicali/ che formino gli accordi per una ballata di/pace, di pace, di pace”.
Se volete vedere più a fondo e più lontano, mettete poesie nei vostri cannoni.

DIARIO IN PUBBLICO
Il dilemma dell’identità, l’urgenza di una scelta

“Ben ben !!!” – direbbe nonna Cisa – “ti tocca cambiare identità”. Naturalmente sta parlando al criceto in cui mi trasformo nella mia metamorfosi settimanale ed io mi preoccupo subito. Ma perché? Apre a ore la mostra su un artista di strada il celebre Banksy a Palazzo dei Diamanti. La mostra, pubblicizzata ai massimi livelli e curata da Pietro Folena e da Metamorfosi, con cui ho avuto contatti diretti nella preparazione di celebri esposizioni canoviane, prevede l’arrivo di un quadro, l’ultimo eseguito al tempo del Lockdown dal misterioso artista. Il quadro descrive i celebri topini dell’artista che asserragliati in bagno mettono tutto sottosopra. Eccone una descrizione:

Anche l’artista della strada è costretto fra le mura domestiche e si sente topo in trappola. Sono 9 i topini in lockdown. Ce ne è uno che conta i giorni di prigionia segnandoli con il rossetto sullo specchio sostenuto da altri due roditori. Sembrano più criceti su una ruota che topini furtivi, come quando sono all’aperto, gli animali simbolo dell’artista. Ce n’ è uno che corre sulla carta igienica come fosse sul tapis roulant, uno che prende il sapone (tutti devono lavarsi le mani), ma anche chi tira la corda dell’allarme e chi, in barba alle regole, non centra la tazza del water….” Ma benché io possa vantare una priorità sulla trasformazione cricetina qui riassunta in “sembrano più criceti su una ruota che topini”, devo cedere alla priorità dei grandi e da umile pseudo topo vorrei lasciare il campo.

Premetto che non andrò a vedere l’esposizione per l’assoluta mancanza d’interesse che ho per questo artista, ma di fronte ai suoi topi-criceti dovrei assumere un’altra identità. Subito il pensiero corre ai pelosi per eccellenza ma avendo avuto due sublimi creature, che entrambe portavano il nome di Lilla, il problema non si pone. D’altronde la carissima amica Anna Dolfi ha deciso di dialogare con me, assumendo le spoglie di Golden, canino delizioso. Potrei rivolgermi alla sorella Laura che pochi giorni fa ha pubblicato su questo giornale un bellissimo testo giovanile di Garcia Lorca nella traduzione del poeta Caproni e che da poche ore ha pubblicato presso Feltrinelli un testo importantissimo: Giorgio Caproni, “Pianto per Ignacio”. Versioni da Garcia Lorca e altri poeti ispanici, dove la valentissima studiosa ha recuperato decine e decine di traduzioni di testi poetici spagnoli – sconosciute finora – del poeta italiano. La tentazione più grande resta dunque quella di trasformarsi e  assumere le spoglie della Mariposa, ovvero della farfalla. Questo lepidottero ovviamente ha una sua versione maschile immortalata da Mozart:
“Non più andrai, farfallone amoroso,/notte e giorno d’intorno girando;/delle belle turbando il riposo/Narcisetto, Adoncino  d’amor.”

Prima di tutto non so se ci sia una farfalla maschio, ma sembrerebbe di sì, almeno dal testo mozartiano e se il farfallone è la metafora della dissolutezza, il farfallino assume anche l’aspetto di una cravatta elegante quindi normalmente attributo maschile, ma certo – come mi fa osservare la grande comparatista e teorica della letteratura  Enza Biagini – la ‘mariposa’ si sviluppa da un bruco. E a noi i bruchi non piacciono.
Potrei guardare anche agli altri animali dell’opera di Lorca cioè gli scarafaggi ma dopo il fondamentale libro di Ian McEwan, Lo scarafaggio, mai usurperei il campo a un così importante animale.

Da lontano frattanto, mentre s’allenta la rigorosa consegna delle mascherine che, dopo averle faticosamente reperite in quantità industriali, ora sembrano inutili all’aperto, mi affretto a degustare altre importanti opere che potrebbero permettermi di spaziare in universi letterari ben conosciuti. Così alla ripartenza leggo con stupore che il bagno di Forte dei Marmi dove fugacemente incontrai Eugenio Montale, l’Alpemare, ora è divenuto di proprietà del cantante Andrea Bocelli; ma il ricordo ritorna alla straordinaria scena di un pranzo in quel bagno, dove il poeta spariva dietro le siepi di pitosfori per fumarsi la sua sigaretta e la Mosca, sua moglie, notoriamente semi-cieca urlava: “ Guarda Eusebio [il nome di protagonista delle sue Poesie] che ti vedo!” E il suo bellissimo racconto della costruzione della villa di Camaiore, dove passai estate memorabili quando, come in una tragedia di Shakespeare, un’intera foresta si mosse per rinverdire i tre colli su cui venne costruita la villa.

Così ripensando ancora alle trasformazioni in atto ho deciso – non senza farmi forza – a riprendere il mio aspetto di criceto. Almeno fino alla fine del coronavirus.
Verrà con me, se i tempi lo permetteranno, a respirare l’aria salvifica dei monti e a tenermi compagnia nelle tristi serate al Laido degli Estensi, o a verificare l’ultima passione mondiale: la mancanza misteriosa di identità di artisti, scrittori e poeti, quasi che il mondo pretenda l’anonimato di chi elegge a sua immagine e rappresentanza, da Banksy a Elena Ferrante.

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