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LE TRE SIGNORE: QUELLO CHE LA STORIA GLI CHIEDE
Lettera aperta di una donna a Christine Lagarde, Ursula von der Leyen e Angela Merkel

Torino, aprile 2020

Alle tre donne più potenti d’Europa, da donna, vorrei mandare un messaggio per me molto importante ed urgente per il futuro dell’Europa e della democrazia nel mondo; per questo molto più importante della lotta al nazifascismo degli anni ’40.
Vorrei ricordare alle tre signore che oggi governano in Europa, che le dodici stelle della nostra bandiera rappresentano la corona di stelle della Donna dell’Apocalisse. Questa Donna, che riempie l’intero universo con la sua presenza, viene attaccata durante il parto dal drago che vuole mangiarle il figlio nascituro. La donna allora scappa dal drago rifugiandosi sulla Terra, che li custodisce entrambi.
Questa immagine nella sua forma simbolica ci dice, secondo me, che sarà la donna a salvare l’umanità, prima di tutto perché è lei che l’ha partorita e poi perché, in quel simbolo, si fa riferimento all’intera creazione, cioè al valore della vita in tutte le sue espressioni.

Vorrei suggerire a queste importanti signore che in questo momento storico c’è in gioco proprio l’umanità, tutta la sua storia e la sua forza: la solidarietà. Perché il valore è la vita umana in tutta la sua complessità di evoluzione storica. Questo valore origina la storia e genera tutte le sue conquiste.

La donna di questo ha esperienza, perché biologicamente il suo corpo è predisposto a generare. La donna sa di essere originata perché essa stessa dà origine. Quindi la sua sapienza è l’assumersi la responsabilità di tramandare alle generazioni future il patrimonio storico che ha ereditato, migliorandolo con la propria vita ed esperienza.
E’ l’esperienza che ogni donna conosce perché può partorire la vita. Inoltre nella famiglia è capace di accudire la vita in ogni sua espressione, proprio mantenendola in relazione di condivisione, di collaborazione e di responsabilità verso l’altro, che è la vera caratteristica della cultura femminile. Questo è il nostro patrimonio, forte dell’esperienza della nostra umanità.

Credo che sia giunto il momento di attingere a questo nostro patrimonio senza dover dimostrare agli uomini la nostra capacità di governare la vita e di guidare la storia, perché l’abbiamo sempre fatto. Soprattutto sappiamo che dobbiamo rendere conto soltanto a noi stesse, alla nostra umanità e alla nostra consapevolezza, perché siamo consapevoli che senza l’essere umano ogni ricchezza è vana e ogni realtà non ha nessun senso.

La responsabilità dei governanti, in questo momento di cambiamento radicale  e mondiale, è di rendersi conto che non è con la tracotanza e la prepotenza del più forte sul debole che si uscirà da questa prova, ma mettendo al primo posto il valore dell’umanità. Perciò vi chiedo di mantenere fede al progetto europeo nato dal desiderio di pace e fratellanza così forte dopo lo sfacelo della guerra. Mi sembra giunto il momento di agire da donna per l’umanità intera, questo è ciò che la nostra storia ci sta chiedendo.

Grazie per l’attenzione,

Figlia di Ernesto Baroni – partigiano nella IV Brigata Garibaldi e amico di Eugenio Curiel – Grazia Baroni è nata a Torino nel 1951. Laureata in architettura, ha insegnato per un trentennio nella scuola superiore e partecipato a vari progetti di ricerca e formazione. E’ socia e collaboratrice del Centro Culturale Nova Cana. Partecipa al gruppo Molecole, un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, provando a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nel 2020 ha iniziato una collaborazione con il quotidiano online Ferraraitalia.
Scrive Grazia Baroni: “Mi sono sempre impegnata come cittadina in ambito sociale e politico. Madre di quattro figli e nonna di cinque nipoti, anche per loro mi sento impegnata a mantenere la democrazia in Italia per poter realizzare gli Stati Uniti d’Europa, facendo così fruttare il patrimonio di libertà e benessere che mi è stato consegnato non solo dai genitori, ma anche dai padri della Repubblica.”.

 

EUROPA AL BIVIO. Appuntamento a domani, 7 aprile
L’Appello alla Merkel degli intellettuali tedeschi:
“Fate subito i Coronabond”

Cerchiate in rosso sul calendario il 7 aprile. Domani si riunirà l’Eurogruppo, composto dai ministri delle Finanze dellEurozona. Quello è un appuntamento fondamentale per capire dove vorrà andare l’Europa a fronte dello spartiacque della crisi sanitaria, economica e sociale originata dalla vicenda Coronavirus.
La discussione è aperta e anche forte, tra chi chiede una condivisione delle scelte e dei rischi, sostanzialmente un’idea di Europa maggiormente unita e solidale, rappresentata dalla richiesta di emissione degli eurobond (titoli di debito europeo garantiti dall’Unione europea stessa) avanzata da 9 Stati, in primis Italia, Spagna e Francia, e chi, Olanda, Austria, Finlandia ma anche la Germania, è sì disponibile ad aumentare le risorse da mettere in campo, ma confermando la vecchia logica, quella di oggi e di sempre, e cioè che ogni Stato risponde della propria situazione economica, a partire da quella debitoria. Con l’effetto che, dentro la crisi, le distanze tra i Paesi aumenteranno e, alla fine, inevitabilmente, porteranno al prevalere di impostazioni nazionalistiche e alla disgregazione dell’Europa stessa. La partita è aperta.

Per fortuna, però, il dibattito è acceso non solo tra gli Stati, ma anche all’interno degli stessi. Ne è buona testimonianza l’iniziativa di qualche settimana fa di Bild, il principale tabloid tedesco, che ha dedicato una pagina intera a una  ‘lettera d’amore’ (in italiano e in tedesco) per l’Italia. In verità, con l’arrivo della pandemia in Germania, il clima buonista e la simpatia per il l’Italia e gli eroici italiani sta cambiando rapidamente. L’Appello degli intellettuali (che sotto pubblichiamo in traduzione italiana) si rivolge, invece, direttamente alla indecisa cancelliera tedesca (‘uomo forte’ in Europa, rappresentando la grande Germania), chiedendole una politica di aperta solidarietà. E’ un appello accorato, che in sostanza dice: “Caro governo Merkel, fai i Coronabond”.
All’appello hanno già aderito più di 200 intellettuali, scrittori, uomini di teatro, artisti e musicisti tedeschi. Chiedono alla Merkel e a tutti i governi dell’Unione europea di serrare i ranghi e di dimostrare  “la più assoluta solidarietà”. In primo luogo, sottolineano i firmatari, “è necessario intervenire con l’emissione di Coronabond, obbligazioni comuni emesse dai Paesi dell’Unione”. Perché, continua l’appello, “la Germania è forte, ha un potere e mezzi enormi”, l’Europa  ci ha dato tutto quello che siamo, ora spetta anche a noi restituire”.

(Segue il testo dell’appello degli intellettuali tedeschi)

Lettera aperta al Governo della Repubblica Federale di Germania: corona bond europei adesso!

Nella crisi immane che stiamo vivendo su scala mondiale è in gioco tutto: in primo luogo dobbiamo salvare vite umane ed evitare un ulteriore tracollo delle economie nazionali e internazionali, che avrebbe conseguenze materiali e sociali catastrofiche. Al contempo dobbiamo preservare i principi umani, liberali e democratici, conditio sine qua non del nostro ordine sociale, di cui è parte anche la nostra “libera economia”. Solo come cittadine e cittadini
liberi possiamo affrontare la crisi adeguatamente. Per farlo c’è bisogno della massima cooperazione e solidarietà, a livello individuale, regionale, nazionale e internazionale, nonché di un coordinamento politico.
I Paesi dell’Unione Europea devono operare a livello economico con la più assoluta solidarietà, sostenendosi a vicenda, e questo anche nell’interesse della Germania. Devono impiegare tutti i mezzi a loro disposizione, utilizzare le risorse di ogni singola economia nazionale per creare una stabilità comune. La situazione richiede solidarietà concreta e immediata: è necessario intervenire con l’emissione di “corona bond”, obbligazioni comuni emesse dai Paesi dell’Unione. E ciò va fatto prima che la spirale discendente acquisti una propria dinamica di portata ancora maggiore. Le manovre economiche e finanziarie adottate dai singoli stati – pacchetti congiunturali, bonus e indennità ad hoc, crediti di emergenza, acquisti di obbligazioni e iniezioni di liquidità – non basteranno, né sarà sufficiente aggiornare il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, o le “linee di credito contingente” per i bilanci nazionali. La tragedia in atto ha una portata immane. Nella situazione che stiamo vivendo, chi può e vuole assumersi veramente la responsabilità di lasciare inutilizzato il più forte tra tutti gli strumenti di cui noi europei disponiamo?
L’imperativo del momento è: essere il più possibile forti, essere il più possibile solidali. Per ragioni etiche, culturali, sociali e, appunto, economiche. Essere forti implica anche avere una grande responsabilità: questo è un mandato. E la Germania è forte, ha un potere e mezzi enormi. L’Europa ci ha dato tutto quello che siamo – ora spetta anche a noi restituire.
Chiediamo espressamente al governo tedesco di approvare al prossimo vertice dell’UE la proposta del presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte e del presidente francese Emmanuel Macron di istituire “corona bond” – un appello che la Spagna e altri sei paesi dell’Unione già sostengono.

L’EUROPA E LA SPERANZA:
due settimane decisive per rinascere o morire

Nei prossimi giorni si decide la sorte della prossima Unione Europea.
Il Governo italiano insieme a Francia, Spagna ed altri 7 Paesi – che detengono sia la maggioranza del Pil dell’Eurozona (60%), che della popolazione (65%) – chiedono ai Paesi partner (Germania, Olanda, Austria più il blocco dei Paesi dell’Est Ungheria, Polonia ecc.) di introdurre misure specifiche (tipo Eurobond) per finanziare la ricostruzione dell’Europa dopo la catastrofe causata dal Covid-19.
Tra 2 settimane sapremo se ci sarà questa svolta decisiva. Non si tratta di mettere a carico dei tedeschi il nostro debito pubblico creatosi fino ad oggi, e neppure il nuovo debito che nascerà, ma solo una parte da stabilirsi, che dovrebbe essere sottoscritta da tutti gli europei (risparmiatori e istituzioni finanziarie) con un rischio pari a zero e un tasso di interesse molto basso (proprio per non gravare sui debiti pubblici accumulati).
Ciò consentirebbe di immettere una enorme liquidità ed aiuti una tantum a tutti gli europei per 3 o 4 mesi (imprese, lavoratori, disoccupati, lavoratori in nero da regolarizzare), utilizzando anche forme inedite, ad esempio assicurare a tutti un reddito di base. E successivamente avviare alcune politiche comuni come l’introduzione di un sussidio di disoccupazione europeo, un’indennità comune per i poveri, un consolidamento delle spese per sanità, scuola, lavoro per i giovani, erasmus in tutta Europa: una sorta di primo pilastro di base di welfare europeo uguale per tutti.
Spingono in questa direzione anche le scelte della BCE. la quale ora ha capito che deve aprire i ‘cordoni della borsa’ con misure imponenti, acquistando i titoli nazionali a debito in modo illimitato e, a maggior ragione, lo potrà fare per titoli Europei. Un altro segnale positivo è l’abbandono del Bilancio in Pareggio decisa dai Governi UE e la decisione (per la prima volta) di una maggioranza di Paesi UE di procedere ad azioni comuni, capitanati da Francia, Italia, Spagna. Non dobbiamo ‘impiccarci’ agli Eurobond: potrebbero essere lunghi da farsi, perché visti dagli elettori tedeschi, olandesi e dei Paesi dell’Est, come una ‘resa’ ai Paesi indebitati del Sud. L’importante è inventare un modo per cui ci sia una prima vera forma di ‘fratellanza’ nel finanziare questa crisi a beneficio di tutti, un modo che dia la spinta a costruire gli Stati Uniti d’Europa federali, cioè quello che chiedevano i fondatori come Spinelli.
La Gemania e i Paesi nordici hanno il timore che i titoli del debito europeo facciano salire il loro tasso al livello di quello italiano, ma non è un timore fondato. Ci sono in Europa almeno 40mila miliardi di risparmio cash (tra conti correnti bancari e titoli) nelle mani dei soli cittadini (senza considerare le istituzioni finanziarie) che possono finanziare la Ricostruzione.
Solo mettendo mano al portafoglio si allarga il cuore, si formano quei nuovi valori che fondano una nazione. In passato furono le guerre a formare gli Stati. Ora dobbiamo usare cuore e cervello perché vivremo un periodo di de-globalizzazione, di ritorno ai confini ma solo stando tutti insieme nell’ampio spazio europeo possiamo salvare le nostre economie e le filiere che si sono così allungate nel mondo. Tornando a casa nelle singole nazioni, ci sarebbe un drastico peggioramento del tenore di vita.
Per fortuna Mario Draghi l’ha detto chiaramente: “di fronte a una catastrofe di proporzioni bibliche […] la perdita di reddito del settore privato deve alla fine essere assorbita in tutto o in parte dal bilancio pubblico […] durante la prima guerra mondiale in Italia e Germania tra il 6% e il 15% delle spese di guerra fu finanziato dalle tasse (il resto no, ndr.) non si tratta solo di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro, bisogna proteggere l’occupazione e la capacità produttiva […] i livelli di debito pubblico saranno aumentati, ma l’alternativa ad una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico […] lo shock non è ciclico e il costo dell’esitazione può essere irreversibile. La velocità del deterioramento dei bilanci privati deve essere soddisfatta dalla stessa velocità nello schierare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che evidentemente è una causa comune”.
Parole chiarissime che speriamo imprimano la spinta definitiva a cambiare pagina. Se non ora quando?

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

L’OPINIONE
Il risveglio dell’Europa dei popoli

Si può ipotizzare una svolta in Europa? Le ultime manifestazioni di volontà popolare fanno propendere per l’ottimismo, non per questioni di orientamento politico quanto per il valore assoluto del messaggio.

Le elezioni francesi dicono che la gente quando è chiamata ad esprimersi non solo non è prevedibile ma qualche volta addirittura può sorprendere. I risultati della consultazione rappresentano la voglia di qualcosa di diverso, di nuovo, da qualunque parte possa venire perché fa più paura rimanere ancorati al “ce lo chiede l’Europa”, che oramai è un’ammissione di impotenza. Le persone, gli elettori, si scoprono stufi di dover scegliere tra partiti e idee che alla fine si dimostrano sempre uguali, destra o sinistra e peggio ancora centro-destra e centro-sinistra, che vuol dire non voler essere troppo di qualcosa ma nemmeno di qualcos’altro, quindi sostanzialmente uguali, sospesi nelle scelte e nelle responsabilità.

Forse siamo stufi di fingere di scegliere, dell’illusione del cambiamento, del fatto che cambiano le persone ma il mondo rimane lo stesso. Obama è stato migliore di Bush? Un presidente nero ha dato più stabilità al mondo di un presidente bianco? Di una cosa dobbiamo ringraziarlo però, ci ha dimostrato che il colore della pelle non c’entra niente, come del resto la Merkel ha dimostrato che le quote rosa non migliorano il mondo, quindi non è nemmeno una questione di sesso.

Anche in Francia ovviamente la politica era tristemente uguale a se stessa, ridondante, da troppo tempo. Si svaluta il lavoro in nome dell’euro e si salvano le banche a scapito dei risparmiatori e la Le Pen sarà pure di destra, estrema destra, ma cosa potrebbe fare di più terribile di quanto visto in era Hollande o Sarkozy? Cosa esattamente hanno fatto costoro per migliorare la vita dei propri elettori in termini di sicurezza, di lavoro, di benessere diffuso? Quando i partiti tradizionali tacciano di populismo una forza politica che dichiara di voler combattere le elitè o gli interessi bancari a favore della gente comune non solo è un tentativo di volerla screditare ma è anche un ammettere che temi del genere sono al di fuori della loro portata e delle loro intenzioni. E questo, forse, gli elettori lo stanno capendo.

Il Front National è contro la moneta unica ma dire di essere stanchi dello strapotere di una moneta sugli interessi reali delle persone dovrebbe essere patrimonio di tutti, invece viviamo un sistema in cui maggioranza e opposizione non accettano chi chiede di cambiare ricetta economica, di riprendersi il diritto di esercitare una politica economica indipendente e avere la visone di un cambiamento. Non vogliono accettare che qualcuno si possa essere reso conto che non si può continuamente lasciare le decisioni alle oligarchie europee su come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo mangiare, con quale olio dobbiamo condire la nostra insalata e quali valori vogliamo abbracciare o quali bisogni soddisfare.

Anche la Danimarca, chiamata alle urne per pronunciarsi su una più stretta cooperazione nella giustizia e affari interni, ha detto di no, a dimostrazione che puntualmente quando il popolo viene chiamato ad esprimersi su più unione o più sovranità nazionale sceglie sempre la seconda. Per questo probabilmente non siamo quasi mai chiamati ad esprimerci in merito.

Ma chi è contrario all’euro o allo strapotere dell’Unione europea non è un disfattista, uno xenofobo, un becero nazionalista come viene descritto dalla solita politica in cerca di facili consensi, è semplicemente alla ricerca di qualcosa di nuovo, di rappresentanti che siano in grado di interpretare la volontà e i bisogni dei suoi cittadini.

Le persone stanno maturando, grazie purtroppo alla recessione, ai suicidi per mancanza di lavoro, agli attentati ma soprattutto alle risposte date dagli indefiniti centro – destra e sinistra. Sono costrette a prendere le decisioni che la politica non sa prendere, stretta da interessi di quella piccolissima parte della popolazione che muove i fili.

Come potrebbero far passare il Ttip se l’eurozona collassasse? Accordi del genere non avrebbero più senso, le multinazionali dovrebbero rivedere i loro piani, smettere di trattare in stanze segrete con oscuri personaggi portatori di interessi diversi da quelli delle popolazioni europee e cominciare a parlare con gli Stati europei tornati sovrani e questi a loro volta sarebbero costretti a parlarne nei parlamenti nazionali che normalmente ci deludono, ma che sono pur sempre frutto di libere elezioni e, volendo, a portata di cittadino.

La Germania dovrebbe trovare altri mercati per smistare i suoi prodotti perché in un’Europa senza costrizioni prevarrebbe il libero mercato e gli Stati riacquisterebbero le loro armi di difesa come ad esempio la valutazione corretta data dal mercato del valore delle proprie monete nazionali (leggasi svalutazione per alcuni, rivalutazione per altri).

L’insofferenza sale di fronte ai messaggi di una politica ambivalente, borderline, ogni volta che è chiamata a decidere come ad esempio nel caso migranti. Un po’ di tempo fa ci regalavano accordi contestabili con il dittatore Gheddafi, che li fermava a suo modo, oggi invece contratta con il doppiogiochista Erdogan che finge di voler entrare in Europea ma frena le ondate migratorie solo se l’Europa elargisce fondi, usa la Nato per i suoi scopi e grazie al suo scudo si permette l’abbattimento di un caccia russo.

E poi c’è il terrorismo e l’Isis. L’Europa e la Nato combattono questi fenomeni in maniera confusa, senza un piano che guardi realmente al futuro e in ordine sparso senza concludere nulla perché sono portatori di interessi diversi e rifiutano anche di coordinarsi con la Russia che si sa avere interessi diversi da quelli di Europa e Usa. Ma la gente, gli elettori, che interessi hanno? Interessa a qualcuno la loro opinione?

E sullo sfondo c’è sempre l’indirizzo politico attuato nei confronti della Grecia, della popolazione greca, un monito per tutti noi, che ci dice che in caso di bisogno nessuno ci aiuterebbe, anzi per Mario Monti quella vicenda è stata la dimostrazione che l’unione monetaria ha funzionato e anche per questo forse gli elettori cominciano a non crederci più. Per molti è stato infatti l’esempio più lampante di come gli interessi bancari e delle elitè europee possano passare sopra agli interessi delle persone, senza ritegno. Nemmeno il peggiore degli usurai sarebbe arrivato a spremere così tanto una delle sue vittime, con l’aggravante che era stata tolta la possibilità di rivolgersi alla polizia. Usura legalizzata.

In Italia succede poi una faccenda strana per certi aspetti. Il nostro leader maximo rinuncia alla sua quota bombardamenti in Siria in nome di quanto accaduto in Libia, quasi a dimostrazione che una volta tanto la storia insegna qualcosa. E mette persino in discussione le sanzioni alla Russia impedendo di fatto che esse siano prorogate in automatico per il 2016. Un tentativo forse di intercettare gli elettori più attenti anche se purtroppo per lui chi vede questo è capace di vedere anche il resto, ancor di più in un momento in cui la consapevolezza sembra crescere e l’Europa dei popoli manda segnali di risveglio.

claudiopisapiafe@gmail.com

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