Tag: ezio raimondi

locandina Festivaletteratura 2021

… a Mantova … al Festivaletteratura!
Un’emozionante lezione en plen air

 

Apre oggi la 25° edizione del Festivaletteratura di Mantova [qui il programma completo]. Di festival è ormai piena l’Italia, ogni borgo e città si inventa una materia, un argomento, e chiama a raccolta scrittori, critici e professori di chiara fama. Il Festivaletteratura è qualcosa di più e di diverso. E non solo perché è il capostipite, il primo di tutti i festival sorti sulla scia del suo successo, o per l’inarrivabile ricchezza degli appuntamenti in programma, ma per quello che ci sta dietro. Non uno scaltro manager culturale, o un assessore in cerca di gloria riflessa, ma un gruppo di lavoro appassionato e competente. Da qui nasce un’offerta culturale – sociale e culturale – che riesce a parlare tante lingue per tanti pubblici diversi: lettori resistenti, appassionati di libri, bibliotecari, studenti, insegnanti, adolescenti, fino ai piccoli e piccolissimi.
Si va a Mantova per assistere a quel particolare incontro, evento, reading, per ascoltare dal vivo l’autore preferito, per partecipare a un’intrigante iniziativa collaterale. Ma si va, e si ritorna ogni anno, anche per respirare un’aria tutta particolare, un garbato profumo di cultura che sembrava scomparso, fagocitato dal divismo o dallo sciocchezzaio dei media.
Roberta Barbieri, assieme ad altri due redattori inviati di
Ferraraitalia, seguiranno il festival nei prossimi giorni. Ma Roberta è una veterana, per oltre 10 anni ha partecipato attivamente al Festivaletteratura, andando regolarmente a Mantova assieme ai suoi studenti del liceo. Ecco il suo racconto.
( Francesco Monini)

– Arrivati! Forza ragazzi, bisogna scendere.  L’ho detto per molti anni di seguito all’arrivo a Mantova, o l’ho sentito dire alla mia collega, ogni volta che siamo sbarcati dal treno alla stazione ferroviaria. Sempre di mercoledì, nella tarda mattinata del primo giorno del Festival.
– E’ lontana la palestra, profe?
– No, ci carica i bagagli un pulmino dell’accoglienza volontari che è già fuori dalla stazione. Noi lo seguiremo con le bici fino al Piazzale Gramsci, la palestra è lì vicino. Ci staremo poco, il tempo di sistemare le nostre borse; poi dobbiamo passare in Piazza Leon Battista Alberti a ritirare la lista dei nostri servizi per i cinque giorni e di corsa in mensa, che non è vicina. Qualcuno di noi potrebbe avere già il primo servizio oggi nel primo pomeriggio. Coraggio.
– Chi ci dirà cosa dobbiamo fare, profe?
– Il vostro capo squadra vi darà gli incarichi. In genere si accoglie il pubblico stando all’entrata, si  gestisce la cassa, oppure si rassetta la platea ogni volta e la si prepara per l’incontro seguente. Cose così. Chiamate pure se avete bisogno, ma vedrete che vi inserirete bene nella squadra a cui sarete assegnati.

Volontari Festivaletteratura
Mantova, settembre 2019: Foto ricordo di un gruppo di ragazzi volontari del Festivaletteratura

Il gruppo si muove, in media sono quindici tra ragazze e ragazzi del nostro Liceo, che anche quest’anno abbiamo scelto con fatica tra i tanti che si sono candidati, più noi due docenti che li accompagnamo. Lo dico meglio: ogni anno, almeno dal 2003, siamo diciassette appassionati di lettura, che vengono qui a fare i volontari, con la voglia di essere dentro agli ingranaggi del Festival:  incontrare autori già conosciuti tramite le letture, oppure autori nuovi e chiedere loro un contatto telefonico o una mail per invitarli a venire a scuola durante l’anno scolastico, fare la conoscenza di altri relatori e delle loro idee sul mondo e di altri giovani volontari, perché no.
C’era da dormire (poche ore) sui letti di cartone pressato nella palestra che ci veniva assegnata ogni anno; tutti insieme a esibire i nostri pigiamini leggeri per le prime notti fresche di settembre; a darci il cambio per le docce con spugne e biancheria di ricambio tra le mani. Non ricordo che ci fosse tutto questo imbarazzo: si parlava fitto fitto di eventi già avvenuti e di come era andata.
Chi aveva avuto incontri carismatici, o era rimasto folgorato da un autore nuovo non la finiva più di dare dettagli. L’anno in cui ci venne dato un buono acquisto per i libri esposti in piazza Castello, sotto il tendone della libreria del Festival, fu tutto un citare titoli o mostrare gli acquisti già fatti, anche se era la mezzanotte passata e alcuni crollavano per la stanchezza accumulata in dieci ore di servizio, più le lunghe corse in bici per spostarsi in città.

Non ricordo alcuna lamentela. L’unica, ma è successo di rado, quando la postazione assegnata a qualcuno di noi era un po’ defilata e non dava l’opportunità di fare grandi incontri. Una volta mi sono lamentata io perché mi era toccato il servizio all’evento delle 5.30 al Campo Canoa e la sveglia andava puntata alle 4.30. La sera, però, ho dovuto ritrattare il mio disappunto. Avevo visto sorgere il sole dietro le torri della città, una meraviglia, attraversando a piedi il ponte sul Mincio insieme al gruppo dei visitatori. Molti, in realtà, venuti in quella mattina di settembre del 2008 ad assistere a Sottosopra Mantova e a seguire la guida mirabile di Stefano Scansani.

Voglio ricordare così tutti i ragazzi che sono venuti a Mantova insieme a me, come dei lettori appassionati e adulti e voglio sperare che abbiano percepito noi docenti come delle giovani e appassionate lettrici.
Avevano sedici anni o poco più. Scavalcate le ansie delle famiglie, che prima di partire chiedevano dove dormirete, dove mangerete, starete insieme o sarete sparsi per la città; superate le enormi difficoltà del viaggio per ferrovia, neanche Mantova fosse di là da un oceano; trovate in loco o portate in qualche modo le bici da Ferrara, i cinque giorni del Festival, dal mercoledì alla domenica della prima o seconda settimana di settembre, erano un intenso tempo magico, uno spazio magnetico, in cui ad avere importanza erano prima di tutto gli eventi.

Qualcuno posso ricordarlo.
Per esempio quella volta al Blurandevù, di sera tardi. Tutti di corsa verso la Piazza Virgiliana sulle bici stanche come noi alla fine dei rispettivi servizi in diverse postazioni nella città.
C’è David Grossman [Qui] e due delle nostre ragazze sono nel gruppo che ha preparato l’intervista. Arriviamo e ci sediamo a terra, ai margini della siepe che il pubblico ha formato con le schiene accalcate. E comincia un dialogo intenso tra lui e i giovani che gli fanno domande, un dialogo che ascoltiamo nel silenzio totale che si è fatto.
Grossman estrae uno alla volta dei bigliettini da un’urna di vetro che i suoi intervistatori hanno preparato: ogni foglietto contiene una parola chiave, che diventa una domanda. Quando l’ospite risponde alla parola pace siamo tutti rapiti dalla profondità delle sue parole, dalla semplicità con cui si apre a noi.

Era forse l’edizione del 2006: ricordo a flash che parlando della situazione in cui si trovava l’area arabo palestinese si disse molto preoccupato per i suoi figli; che lo scrivere romanzi gli permetteva di allontanarsi dalla sua città, Gerusalemme, e dalla bruttezza del mondo circostante e di cercare nella dimensione dell’immaginario la propria identità. Ricordo la sua intensità nel dare le altre risposte su parole come amicizia, diritti e altre così. Alla fine fu un applauso liberatorio per tutti, lungo e bello. Che bravi i ragazzi a fare così l’intervista, continuavamo a dirci nel fresco della notte tornando più tardi del solito, tutti in fila indiana verso la palestra.

Per esempio quella volta che ritrovai nel ruolo di capi squadra, nonché responsabili della postazione al teatro Ariston, due ragazzi che erano venuti inizialmente col nostro gruppo dell’Ariosto, poi avevano ‘fatto carriera’ e ora da universitari continuavano ogni anno a esserci. Che bei ricordi abbiamo rispolverato insieme, ricordando gli aneddoti della loro prima volta al Festival.
Poi non posso non ricordare in parata le esperienze del mio servizio presso il Cortile della Cavallerizza, quando era ancora agibile, e in seguito a Palazzo San Sebastiano. Lì ho conosciuto e ascoltato tanti intellettuali, scrittrici e scrittori, economisti, giornalisti, attori e interpreti bravissimi, che hanno non solo fatto la traduzione simultanea in italiano, ma hanno animato il dialogo tra ospite e pubblico.
E un compositore, che mi avevano tanto invidiato i ragazzi; avevo l’incarico di raccontare come si era svolto l’evento per filo e per segno, al rientro in palestra. Era Giovanni Allevi [Qui], di cui poi ho ascoltato quasi tutto.

Festivaletteratura volontari
Mantova, settembre 2019: Foto ricordo di un gruppo di ragazzi volontari del Festivaletteratura

Non posso tacere dei pranzetti alla mensa, e perché no delle cene. Quando si arrivava alla spicciolata e ci si cercava con lo sguardo se i posti liberi erano sparsi tra i tavoloni che occupavano il cortile della scuola alberghiera. Quando si mise al tavolo accanto al nostro Stefano Rodotà [Qui], che aveva appena finito di parlare in Piazza Castello. Fu un momento: ci vide preparare le mani per applaudirlo e con un cenno ci fece no, continuate a mangiare. Vengo a pranzo dove pranzate voi. E i ragazzi per primi lo lasciarono essere uno di noi, che mangiava alla mensa del Festival.
Devo chiudere con due ricordi personali, ai quali tengo particolarmente. Del primo non so dire la data: finisco il mio ultimo servizio la domenica mattina e mi precipito a sentire Gianni Clerici [Qui], che parla della sua carriera di commentatore sportivo e di scrittore. Trovo anche posto a sedere ed è da lì che verso la fine, quando la parola passa al pubblico, mi vedo alzare la mano e mi sento dire che leggo da talmente tanti anni i suoi articoli sul tennis nella pagina sportiva di Repubblica da avere assorbito alcuni suoi modi di dire. Il che fa di lui nella mia carriera di lettrice un compagno di viaggio, e di questo vorrei ringraziarlo. Si alza e si mette la mano sul cuore guardando nella mia direzione. La gente applaude. Mi alzo e sul cuore metto la mia. Quando viene portato il microfono a Beppe Severgnini, che si è prenotato dopo di me, non sento quello che dice e non sentirò nient’altro fino alla fine dell’incontro.

Dell’ultimo ricordo dico invece luogo, data e ora esatta: Teatro Bibiena, ore 11.30 di sabato 6 settembre 2008. Una delle sue allieve, Elia Malagò [Qui], dialoga con Ezio Raimondi [Qui] “della sua avventura di insegnante e dell’ininterrotta pratica della lettura”, così recita il programma. Che dice anche: “Ezio Raimondi è uno dei pochi intellettuali italiani di respiro davvero europeo”.

Sono cose che so dal primo giorno in cui ho seguito la sua lezione delle 9.00 alla Facoltà di Lettere di Bologna, all’aula 2 del primo piano. Erano gli ultimi anni Settanta e io per due anni accademici mi sono seduta in prima fila: arrivavo con grande anticipo, dopo avere preso un treno all’alba e riguardavo gli appunti della lezione precedente mentre aspettavo.

Mentre ci parlava e ci affascinava (e ci dava saggi su saggi da leggere, tanto da venire soprannominato il libridinoso) le lunghe mani del professore si muovevano davanti a me. Gliele ho anche strette: il giorno della laurea quando ha proclamato il mio voto e una volta per strada a Ferrara, molti anni dopo. Era venuto per una Lectura Dantis alla Biblioteca Ariostea, nell’incontro casuale che ne era seguito lungo la Via Mazzini mi aveva riconosciuta e salutata. E ora ero qui, seduta ad applaudirlo nel teatro gremito di suoi ex allievi, in una atmosfera così struggente da essere elettrica. Durante l’applauso finale che non finiva mi sono scese due belle lacrime e le ho lasciate scorrere.

Di mercoledì, quest’anno il giorno 8 settembre, comincia l’edizione n.25 del Festivaletteratura e io, anche se da un anno non insegno più e non posso portarci i ragazzi, non posso nemmeno mancare.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
La seconda voce dell’anima

«Se ascoltaste oggi la sua voce! Non indurite il cuore». È un versetto del salmo 95,8: un ‘vocale’ convertito in testo nelle pagine del salterio, che ridiventa suono nella proclamazione a voce alta. Fa parte di una salmodia liturgica, del canto che, quale grande invitatorio alla preghiera, apre il culto giudaico e cristiano. Ma questo versetto rispecchia pure l’esperienza che ognuno sperimenta ogni volta che legge un libro. Dalle pagine aperte risuona infatti l’invito non già alla lettura ma all’ascolto, a seguire la voce che prende forma e si traduce in un corpo, nell’espressione di un viso. Lo sguardo di un volto che attende anche solo una risposta silenziosa. È un volto, segnato da sillabe e vocali, che viene risagomato ogni volta, di nuovo, come sequenze cinematografiche, sotto gli occhi di chi legge.

Ci si stupisce sempre come la prima volta, aprendo un libro, che basti così poco, poco più di un niente per dire e udire cose nuove. Una manciata di lettere combinate ai suoni e tenute insieme da noi, fin da piccoli, chini sul sillabario – «l’alfabeto il modello d’ogni combinatoria d’unità minime» direbbe Italo Calvino – poi seguendo la rubrica dei nomi nuovi, per imparare il mistero della vita che porti dentro e si congiunge con quella di fuori.
Sillaba dal greco syllabḗ, “prendo, riunisco insieme” suoni a lettere unite in un’unica emissione. Congiunge insieme vocali (“lettera dotata di voce”) e consonanti (che “suona con” o “suona insieme” alla vocale). E il lemma ne è come la premessa, il titolo, l’argomento, l’invitatorio che viene prima come porta d’ingresso al dire.

È il miracolo del linguaggio vocale e scritto: segni e suoni amalgamati assieme, lettere come nel gioco di dame e cavalieri che si allontanano e si lasciano, si cambiano di posto rincorrendosi dentro alla parola stessa o nella frase o nella pagina passando poi da una all’altra, da un libro a quello successivo, sino a formare in ciascuno una biblioteca interiore. Un’immagine che ritroviamo nella lettera inviata a Eliodoro da san Girolamo nella quale, riferendosi alla prematura scomparsa di Nepoziano, suo figlio spirituale, ricorda: «l’assidua lettura, e prolungate meditazioni avevano reso il suo cuore come una biblioteca di Cristo» (Lettera LX a Eliodoro).
È il linguaggio come un prodigio, simile a quello del caleidoscopio che punta l’oscurità luminosa del mistero e, ruotando, le tessere come lettere disegna figure e sensi nuovi al nostro vivere, traduce e interpreta l’esistenza, e quanto più inserisci vetri colorati quanto più nel caleidoscopio prendono forma parole nuove, frammenti di un infinito comprendere e interpretare.

Ogni volta che si apre un libro, la lettura ci pone in un’attualità di ascolto di un passato altrimenti muto, con effetti prodigiosi ricordati da un versetto del salmo 62 [61]: «Una cosa ha detto il Signore, due ne ho ascoltate». La voce non rimane infatti prigioniera dell’evento passato che l’ha suscitata una prima volta; ma attraverso la scrittura ri-parla una seconda volta anche oggi. È come se la voce diventasse testo e questo, quando è compreso, ridiventasse voce interiore, risveglio e chiamata al senso.

In una prima occasione la voce si è udita nella sua enunciazione originaria. Poi infinite volte è stata mediata e tradotta dal testo che la rende ri-udibile nel segno della scrittura. È allora anche una questione di traduzione, insieme testuale ed esistenziale, elaborata da colui – l’interprete –, che è chiamato a vivere una prossimità così intensa con l’altrui scrittura da generare un processo di assimilazione e comprensione, che lo spinge a riversare se stesso nel testo, se non a incontrare se stesso in colui che con altre lingue lo scrisse.

Così, l’abbiamo imparato per esperienza, «la lettura non è mai un monologo, ma l’incontro con un altro uomo, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più profonda e al quale ci rivolgiamo in uno slancio intimo della coscienza affettiva, che può valere anche un atto d’amore. E qui forse, tra il lettore e lo scrittore, si producono lo sguardo, la coscienza, il faccia a faccia di una vera e propria relazione etica» (E. Raimondi, Un’etica del lettore, Bologna 2007, 13-14).

L’intera Bibbia può considerarsi allora come una conversazione in itinere. L’invito permanente all’ascolto, all’incontro e al dialogo: per tentare alleanze; per formare amicizie; per ricercare quel santo Graal di quell’ultima cena, che ha visto nella condivisione del pane e del calice, un comunicare nell’agire e nel patire, il simbolo reale di quell’amore così grande da spingersi a dare la vita per gli amici. Il calice della vivificante vita del Figlio dell’uomo, che sarà in grado di trovare solo chi saprà rivolgere all’altro – ecco l’istanza etica – raffigurato al cavaliere che lo custodisce, ormai malato e vecchio di millenni, la domanda giusta: «qual è il tuo dolore, la tua ferita?».
La Torah e i Vangeli, formati in diversi momenti e tempi della storia, sono ancora una narrazione in corso, che continua anche oggi a cercare e a trasformare i suoi lettori. Leggendola, infatti, la loro vita verrà ridefinita e interpretata in un modo nuovo.

Suggestiva appare dunque l’immagine del poeta e saggista inglese John Donne che scrive: «Tutta l’umanità deriva da un unico autore, e costituisce un unico volume. Quando un uomo, muore, non viene strappato via un capitolo dal libro, bensì viene tradotto in una lingua più alta; ed ogni capitolo deve essere così tradotto. Dio impiega diversi traduttori; alcuni pezzi sono tradotti dalla vecchiaia, alcuni dalla malattia, alcuni dalla guerra, alcuni dalla giustizia, ma la mano di Dio è in ciascuna traduzione, e la sua mano rilegherà di nuovo tutti i nostri sparsi fogli per quella biblioteca nella quale tutti i libri saranno aperti l’uno all’altro» (J. Rosen, Il Talmud e internet, Einaudi, 2001, 11).

Com’è umile e solenne aprire un libro. Ne nasce un’intimità che cresce a poco a poco, una familiarità che soppianta l’in-conoscenza. Lo si apre bensì con le mani, ma come in punta di piedi, sospesi, in attesa di qualcosa, di qualcuno, come si fosse a Natale, anche in pieno agosto. Girare pagina è poi un’altra, come vedere un bambino fare un passo, e poi un altro, un poco più sicuro, e poi via via più spedito e allegro, quando egli si scopre nel libro e prende confidenza, sino a che, voltando le pagine del libro, questo dischiude le pagine del lettore, come fossero “aperti l’uno nell’altro”.

Un libro può diventare così la seconda voce della propria anima. L’ho imparato leggendo un racconto chassidico in cui si narra di un vecchio libro di preghiere, del rabbino suo lettore e dei suoi nipoti: «I suoi nipoti dissero, un giorno, al Rabbi:nostro nonno e nostro maestro: il tuo libro di preghiere è vecchio, le pagine sono ingiallite, alcune di esse sono quasi illeggibili e noi abbiamo deciso di regalartene uno nuovo, in segno del nostro affetto e della devozione che abbiamo per te”. Rispose il Rabbi: “da innumerevoli anni io prego da questo libro: ogni mattina, ogni pomeriggio ed ogni sera. Esso è diventato vecchio insieme a me. Le sue pagine mi sono familiari, così come io sono divenuto familiare a loro. Esse sono una testimonianza della mia vita; esse hanno conosciuto i momenti di gioia e di serenità che il Santo dei Santi ha voluto concedermi, ed anche i momenti di dolore e di sofferenza. Le lettere di ogni riga, di ogni pagina di questo vecchio libro mi hanno aiutato a esprimere al Creatore, tutto l’amore e tutta la fiducia che io sento per Lui. Ogni lettera, ogni parola del vecchio libro, sono entrati nella mia persona. Così come la mia persona, sembra entrata in ogni sua lettera ed in ogni sua parola. Io ed il vecchio libro siamo divenuti una sola cosa. A volte, quando tutto quello che esiste intorno a me sembra crollare, quando io, con dolore, vedo il male prevalere sul bene, e l’ingiustizia prevaricare il senso della giustizia, e sento il mio corpo farsi privo di forze, in tal maniera, da non poter dar voce alle sante preghiere che in antico i Maestri composero, allora basta che io passi il mio indice sulle parole stampate del Libro, perché avvenga in me qualcosa di strano, di misterioso. A me sembra che da quelle pagine esca una voce, che non è la mia, ma che alla mia molto assomiglia. Miei cari nipoti, questo vecchio libro dalle pagine ingiallite, dopo così lungo tempo, di vita in comune, sembra aver appreso a pregare per me. Esso è insostituibile, perché rappresenta la seconda voce della mia anima”» (A. Sonnino, Racconti chassidici dei nostri tempi, Assisi/Roma 1978, 110).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

PRESTO DI MATTINA
La Bibbia: una storia di storie

Il volto nelle parole è un libro del critico letterario Ezio Raimondi, che contiene nella premessa una felice citazione di Italo Calvino: «Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni?».

Si inizia così un viaggio alla ricerca di noi stessi, in un faccia a faccia con l’altro, per decifrarne esperienze ed immaginazioni. È una ricerca volta a trovare quel senso che ogni corporeità racchiude: la forma di una spiritualità che si configura attraverso le parole. L’obiettivo è quello ri-trarre, nel senso di tirar fuori dal testo, con il racconto che procede in avanti, come ogni storia, i volti rinchiusi nel passato. Estrarli dalle pagine per farli transitare oltre, attraverso il passante del presente, nell’orizzonte del futuro. Là dove cioè la memoria del passato diventa generativa di nuove invenzioni, creatrice di nuove parole, come diafanie velate di altre spiritualità affioranti dalla materialità dei testi: altri volti da rischiarare.

Tutto ciò rievoca in me la figura dei ‘passatori’ di un tempo, coloro che aiutavano ad attraversare i fiumi o le frontiere. Tali non sono forse anche gli abitanti del passato, i loro testi, traghettati sulla barca del presente di chi li legge, e rilasciati sulla sponda di un altro mare sconosciuto?
Non è solo un’esigenza estetica, quella del passatore che scorre le pagine delle opere per godere di altre voci, immagini, notizie. La sua è anche un’urgenza ‘estatica’: far uscire la vita, la propria e l’altrui, divenuta stretta. Sciogliere di nuovo la libertà di un’esistenza segregata, di un libro chiuso, di una voce prigioniera del silenzio o di un volto velato dall’oblio. Il processo estatico è autenticamente liberatorio solo se diventa responsabilità per gli altri, se è proteso verso un ‘noi’, uno spazio in cui condividere quel patrimonio spirituale comune che s’incrementa nella misura in cui ce ne spossessiamo donandolo.
Gli ‘altri’ che attendono una risposta sono gli anonimi lettori ,traghettati da un libro all’altro per quel patto sottinteso stipulato con l’autore. È così che anche le parole, rivedendo la luce negli occhi del lettore, diventano parole estatiche. Quante volte infatti ri-nasce una parola? Tutte le volte che viene letta.

Scrive Claudio Magris nell’introduzione a Il volto nelle parole: «[Enzo Raimondi] vede e parla con le opere che incontra, le riporta in vita, in un dialogo incessante che restituisce loro un volto e una voce… la [sua] vita stessa appare intessuta, quasi formata dalle esistenze incontrate nei libri o nella realtà – che si incrociano con essa e in essa. “…Ogni [suo] esercizio interpretativo è un racconto”. L’interpretazione è un divenire che trasforma il passato e pure chi lo interpreta: gli eventi dietro l’interprete che li considera “sono nello stesso tempo ombra del suo spazio interiore”» (Il volto nelle parole, Bologna 1988, 8).

Leggendo questi testi non ho potuto non pensare all’aspetto letterario e narrativo della stessa Bibbia. Che ha generato letteratura, perché è essa stessa grande letteratura, una storia di storie, tanto che potremmo dire: “In principio era il racconto”. Non per caso si narra in un antico midrash (in ebraico da dārash investigare, ricercare, studiare, interpretare, narrare) che «Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia – adora i racconti». Per questo non deve sorprenderci che sia proprio nelle storie della Bibbia che Egli abbia scelto di nascondersi, per essere da lì cercato.

Per il vero, solo da poco tempo si è iniziato a parlare di interpretazione narrativa della Bibbia, di un Dio come soggetto e ispiratore di un racconto in cui vicende, personaggi e storie ritornano dal passato solo grazie ai loro lettori. Viene così a generarsi un’alterazione, una via di uscita. Il testo stesso tracima in nuovi spazi, percorre nuovi territori; si contamina con altre immagini, si confronta con differenti situazioni trasformandosi in nuovi ulteriori racconti. Si pensi all’imponente romanzo di Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, in parallelo al testo biblico delle storie familiari della Genesi.

Da una storia nasce una proliferazione di altre storie: o meglio una ‘storia altra’. Uno spin-off si direbbe oggi nel gergo televisivo; un episodio, una vicenda umana, un evento derivante in modo imprevisto da un’azione o da una situazione interna od esterna al racconto, scaturita da una trama precedente, come da talee nuovi germogli. Papa Gregorio Magno avrebbe spiegato il termine spin-off, riferito alla Bibbia, dicendo che «la Scrittura cresce con chi la legge». Così ogni testo ed anche la Bibbia non va compresa come un punto di arrivo, ma nel suo carattere prospettico, nella possibilità di dare vita ad altre storie. Essa è, nella felice espressione di Northrop Frye, «il grande codice», generativo di cultura e letteratura che ha influenzato profondamente gli stili e i modi di pensare ed agire dei popoli che ha incrociato (Il grande codice. Bibbia e letteratura, Milano 2018).

L’interpretazione narrativa si prende a cuore la ‘lettura’ del testo biblico. Ciò che la interessa non è tanto la Bibbia come documento ma come ‘monumento’ (da mònere = ricordare, far sapere). E questo è possibile solo se un lettore rigenera il ricordo e, nella lettura, fa rivivere la storia, diventandone così testimone. Per questo i rabbini dicono che la Torah ha settanta volti: per sottolineare che non c’è un solo modo di interpretare il testo biblico, ma tanti quanto sono i possibili lettori, i quali, non diversamente da un martello che colpendo la roccia ne fa scaturire scintille, producono una molteplicità di interpretazioni e di sensi.
Come non ricordare, a questo proposito, il lavorio incessante di ruminazione della sacra Scrittura a partire dai Padri del deserto, e poi l’operosità diuturna di tutti gli altri frequentatori e interpreti della sacra Pagina nel medioevo fino ad oggi?
Tutti, ciascuno a suo modo, cercatori del volto nascosto tra le parole di quella storia che li farà a loro volta narratori di buone novelle.

Fu il francescano Nicola di Lira (1270-1349) che, dando forma a tradizioni più antiche nell’interpretazione scritturistica, promosse il ritorno al senso letterale nella lettura e nello studio della Bibbia, senza dimenticare il suo significato nascosto, spirituale. Riprendendo un celebre distico di Agostino di Danimarca, egli seppe così formalizzare i quattro sensi di lettura del testo biblico. Si parte dal “senso letterale”: la lettera insegna i fatti, la storia; poi il “senso allegorico”: l’allegoria insegna ciò che devi credere; ed ancora il “senso morale” ti insegna come comportarti; ed infine il “senso anagogico”, ovvero ciò che sta oltre, al di là, che ti insegna a cosa devi tendere; è il “senso spirituale”, l’esperienza di intimità generata dall’incontro col mistero dell’Altro nascosto nel testo.

Questi differenti significati che si incontrano nella lettura hanno dato origine a quell’esercizio che è detto Lectio divina. È la preghiera liturgica fatta con la Parola di Dio. La lettura delle Scritture porta ad un dialogo con esse, per incontrare colui che, attraverso le Scritture, parla ancora oggi ed invita a fare esperienza della sua amicizia. Il Concilio ha esortato ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo [Girolamo]» (Dei Verbum, 25).

La Lectio divina è così un percorso di lettura segnato da varie tappe. Si passa da un luogo ad un altro, avvicinandosi sempre di più al luogo dell’incontro. Un itinerario simile a quello descritto da Teresa d’Avila nel Castello interiore: partendo dalla porta del castello che è l’invocazione che ci venga aperto; si passa poi, di dimora in dimora, attraverso una esperienza sempre più profonda della propria umanità e interiorità, che crescono nella relazione all’altro, fino a giungere ed avere parte alla sublime umanità del Cristo. Dall’esteriorità della lettura del testo (lectio) si entra dentro al testo e tramite la meditazione (meditatio) dentro sé stessi. Meditare corrisponde a misurare, soppesare, accostando pensiero a pensiero sino a scoprire il significato di un parola alla luce di un’altra. È come lavorare di notte o percorrere una galleria oscura: alla fine si vedrà la luce, qualcuno ci viene incontro. Nella terza tappa, che prende la forma di un dialogo orante (oratio), si intrecciano parole e silenzi, domande e risposte, suppliche o rendimento di grazie: una preghiera dialogante: nella prossimità di una voce il riconoscimento di una presenza. Si giunge così a contemplare l’altro nel testo (contemplatio) come invitati a prendere posto, introdotti in uno spazio dentro la pagina, una dimora segreta, la cella del vino di cui parlano il Cantico e Teresa: è l’esperienza della intimità, di quel legame dell’amore che libera l’amore. Si sta non come una cartolina o un santino in un libro d’ore. L’intimità dell’amore è piuttosto simile alla condizione della scrittura in pagina: nero e bianco, diversi e distinti, ma intimamente uniti.

Una domanda: “Che cos’è che trasforma la lettura in preghiera, il lettore in discepolo alla mensa della Parola del Maestro interiore?” Un movimento: apri e leggi; vieni e vedi.

Un anno a Trafoi con i ragazzi della parrocchia in una sosta, lungo un ghiaione, mi misi a raccogliere sassi, come se cercassi nello scaffale in biblioteca. Poi le nuvole coprirono tutto, ovattando l’intorno di silenzio e mi ritrovai d’improvviso in una biblioteca di pietre: sassi neri, squadrati, rigati di bianco ai lati, come libri e quaderni di pietra. Biblioteca della montagna! Diari silenti che narravano l’evoluzione e la storia del mondo! Anche breviari filettati d’argento, che pregavano dentro il suo groviglio e il suo dolore. Solo lo sguardo penetrante del desiderio la coltre nebbiosa, in perseverante attesa di qualcuno, come goccia dopo goccia che scava le pagine di pietra, arriva ad aprirle. Solo il cuore che ascolta il silenzio le comprende e le prega.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

DI MERCOLEDI’
La catena delle idee

Ho finito di leggere La misura del tempo, il romanzo di Gianrico Carofiglio arrivato secondo nell’ultima edizione del Premio Strega. Ne ho parlato in questa rubrica due settimane fa, ammettendo di averlo solo cominciato e riferendo alcuni spunti di riflessione che ho trovato pungenti nelle prime pagine. Mi piacerebbe poter ascoltare di nuovo Carofiglio a Mantova, al Festivaletteratura che per questa ventiquattresima edizione si terrà dal 9 al 13 settembre  prossimo. Ho visto che a lui e a Pietro Del Soldà sono state riservate la postazione più capiente, Palazzo Ducale-Piazza Castello, e la giornata più importante, cioè domenica, quando l’afflusso del pubblico è massimo. Il titolo dell’evento, il numero 85, è accattivante: Ci vuol coraggio a essere gentili.

Qualcosa mi fa pensare che parlerà più l’ex magistrato che lo scrittore Carofiglio, anche se inevitabilmente si farà riferimento al suo ultimo romanzo. Me lo fa pensare il titolo dell’evento, che credo possa riferirsi al codice etico di chi riveste un ruolo di pubblica utilità e scommetto che si parlerà dei politici. Me lo fa supporre il codice etico dell’avvocato Guerrieri, il protagonista del romanzo: un protagonista alter ego di Carofiglio, con la mappa delle sue competenze e convinzioni, con la sua idea ‘gentile’ di legalità.
Non credo che sarò presente all’evento, cercherò di recuperarne i contenuti attraverso gli altri nuovi canali attivati per questa edizione speciale del Festival nell’anno del Covid 19, in particolare le 17 trasmissioni radio e gli eventi in streaming, oppure l’Almanacco.

Ho continuato a leggere La misura del tempo e ho scoperto di quali e quante variabili narrative è fatto, soprattutto il doppio finale non mi ha deluso. Sicchè il libro ha una buona tenuta, le parti che descrivono le procedure processuali non soffocano la trama, il caso in discussione è complesso e mantiene il giusto grado di suspense, il racconto si snoda su più piani temporali e ci guadagna in spessore narrativo senza perdere in chiarezza, lo stile è impeccabile. Non è il romanzo migliore tra quelli che hanno come protagonista Guido Guerrieri, ma si colloca tra i migliori. Una passaggio da sottolineare? Questo: Guerrieri sta aspettando che dalla discussione dei giudici riuniti in camera di consiglio esca la sentenza del processo a cui si è dedicato nelle ultime settimane. Per resistere all’ansia dell’attesa raggiunge la spiaggia deserta di san Francesco a Bari, rimane in solitudine a guardare il mare e segue i propri pensieri. Ricorda una importante riflessione di Elias Canetti sulla verità che è sempre in movimento e muove come il vento i fili d’erba (e non sarà questo processo a offrirne una univoca e statica come “una roccia”), poi si avvia verso la pineta. E lì si sorprende a ricordare la propria giovinezza, a ripensare al trascorrere del tempo e a carpirne uno dei possibili sensi: “Col passare del tempo alcuni luoghi della città – la pineta è uno di questi – mi ricordano sempre più intensamente sensazioni e fantasticherie del passato remoto. Un’epoca di stupore. Ecco, certi luoghi della città mi fanno sentire nostalgia per lo stupore. Essere storditi dalla forza di qualcosa. Mi piacerebbe tanto, se capitasse di nuovo. Forse potrebbe essere proprio lo stupore – se fossimo capaci di impararlo – l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile”.
Non volevo parlare di questo libro e invece non ho potuto fare a meno di riportarne un passo, almeno uno tra i tanti che ho incontrato nelle 259 pagine non ancora lette.

Ora però il tema comune della giustizia mi spinge a  incontrare di nuovo Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, per me il suo migliore romanzo. E’ uscito ormai da quasi vent’anni, nel 2001; sto pensando a quanti ragazzi l’ho fatto conoscere in questo lasso di tempo. Prima si leggeva il libro, poi si vedeva il film omonimo di Gabriele Salvatores (uscito nel 2003), cercando di gustare l’uno e l’altro e di mettere a confronto alcune soluzioni narrative adottate dallo scrittore e dal regista.

Sarò selettiva nel considerare questo bel romanzo di formazione. Toccherò soltanto due aspetti  del suo tessuto narrativo e partirò da un numero, il 1978, che indica l’anno in cui accadono i fatti del racconto. E’ l’anno record per i sequestri di persona che si verificano in Italia e nel mese centrale di questo anno, che anche per la mia vita privata è stato speciale, nel mese di giugno, in mezzo a sterminati campi di grano maturo Michele Amitrano fa una scoperta. Trova un bambino della sua stessa età, 10 anni più o meno, tenuto prigioniero sottoterra, in un orrendo buco.

Il secondo punto è costituito dalla somiglianza tra i due bambini: stessa età, stessa voglia di gioco all’aria aperta. Solo che Filippo, il bambino sequestrato, è chiuso al buio da molti giorni. Chi conosce questo romanzo sa con quali dubbi tormentosi debba convivere Michele prima di prendere la sua decisione. Da una parte il mondo dei grandi che lo costringono a non andare più da Filippo: sono suo padre e gli altri padri di famiglia della borgata di Acqua Traverse collocata nel sud più povero, privo com’è anche del mare. Sono loro che hanno sequestrato Filippo per inseguire il sogno di diventare ricchi con i soldi del riscatto. Il padre vuole portare Michele e la sorellina e la bella moglie a vedere il mare, a vivere al nord, dove ci sono le famiglie ricche come quella di Filippo e nelle case sono appesi preziosi quadri di velieri, non ci sono modeste gondole di plastica appoggiate sopra la tv a indicare i sogni.

Dall’altra c’è il senso di giustizia, quella istintiva e naturale che proviamo tutti fino dalla più tenera infanzia. Quella che ci ha fatto portare il cibo ai gatti randagi, che mi ha messi contro il cattivo del nostro gruppo di bambini, perché abbiamo voluto stare dalla parte del più debole. Quella che non ha mai diviso il gruppo in bambini ricchi e bambini poveri. Quella. Michele la conosce bene: ha già difeso Barbara, la cicciona, dalle angherie del capo banda, il Teschio.

Obbedire, dunque, a suo padre? Che è coinvolto nel sequestro e Michele lo ha dovuto scoprire. Oppure uscire di notte per andare a liberare Filippo, quando la polizia è ormai sulle tracce del maldestro gruppo di sequestratori e loro decidono stoltamente di farlo fuori?
La notte è piena di mostri che si nutrono di buio, la notte è il regno della paura. Michele pedala sulla sua bici, dopo essere scappato dalla finestra della propria camera ed esorcizza i mostri parlando da solo. Ha scelto di andare in aiuto di Filippo, perché sente che è giusto.

Anche Guido Guerrieri si pone la stessa domanda mentre il suo ultimo processo volge al termine. Ha lavorato sodo, non senza momenti di perplessità e di sconforto. Ha messo in atto tutta la propria abilità investigativa insieme al gruppo dei suoi collaboratori, ha predisposto la migliore strategia possibile per interloquire con l’avvocato dell’accusa nel rispetto delle procedure e con tutta la capacità oratoria che ha accumulato in molti anni di attività forense ha tentato di instillare nei giurati un ragionevole dubbio sulla colpevolezza del suo assistito. Ma la domanda vera riaffiora in lui mentre cammina da solo sulla riva del mare in attesa della sentenza, la domanda vera è: il mio cliente ha davvero commesso l’omicidio del quale è accusato oppure è innocente? Si sente stanco, con la voglia di ritirarsi e cambiare vita. La sua professione così prestigiosa, la carriera brillante, quanto posto hanno lasciato alla giustizia naturale? La stessa che gli ha fatto dare riparo ai gatti randagi quando era bambino?

Nella vita dei piccoli, a cui Michele appartiene ancora (ancora per poco) la scelta è fatta e consiste nel ripetersi “Io non ho paura” e andare nella notte a liberare l’amico.
Nel mondo adulto, in cui opera l’avvocato Guerrieri la scelta segue percorsi meno lineari. Tra la sfera dei buoni e la sfera dei cattivi esistono molte sfumature, molte condizioni intermedie. Soprattutto non dipende solo dalle convinzioni di Guerrieri, né dalle sue azioni il trionfo della giustizia processuale, in tutte le sue sovrapposizioni possibili con quella naturale. Ecco perché il doppio finale del romanzo, come dicevo due mercoledì fa, non mi dispiace. E’ un finale che ha bisogno di molto tempo per dispiegarsi e mi pare realistico. Per lo stesso motivo, perché risulta più plausibile, mi piace il finale implicito e non consolatorio di Io non ho paura.

La giustizia, che argomento impegnativo. Molti testi della letteratura mondiale ne sono attraversati fin dall’antichità. Se ne ho parlato oggi è perché un romanzo appena uscito come quello di Carofiglio mi ci ha fatto pensare di nuovo e mi ha indotta a rimettere in evidenza il libro di Ammaniti, che ho riletto più volte, con l’ottima compagnia degli studenti. Ho scoperto un nuovo ingresso nello spazio di quest’ultimo racconto, l’ho considerato in una luce nuova. Ho spesso ragionato sul nuovo rapporto che Michele è costretto a stabilire col padre, sulla sua brusca crescita rispetto alla spensieratezza dei suoi compagni di giochi e della sorella. Oggi vedo in lui più forte il senso dell’agire secondo giustizia.

Leggo la triste notizia che riguarda la scomparsa avvenuta ieri di Andrea Battistini, il professore di letteratura italiana all’Università di Bologna che è stato allievo prediletto di Ezio Raimondi e insieme a lui ha pubblicato un testo fondamentale: Le figure della retorica. Una storia della letteratura italiana. Un grande italianista, di cui a mia volta sono stata allieva negli anni in cui era assistente di Raimondi, alla fine degli anni Settanta. Leggo anche una sua citazione che viene riportata dal quotidiano: “nessuna prospettiva esaurisce mai la ricchezza del testo” e ritrovo ciò che mi è accaduto rispetto a Io non ho paura. Ne ho riscoperto un tratto costitutivo e mi ci ha condotta la lettura di un altro libro: citando Lovejoy, uno dei suoi autori “amici”, Raimondi la chiamava “la catena delle idee”.

DI MERCOLEDI’
La musica dei libri e il concerto della letteratura

Eccomi qui di nuovo a scuola, per l’ultimo giorno di servizio. Mi trattengo per l’intera giornata: ci sono le prove orali degli esami preliminari per i privatisti; se supereranno questa fase affronteranno in settembre il loro esame di Stato. Non so valutare che giornata sia questa, certo sarà lunga come innumerevoli altre che ho trascorso qui. Durante l’inverno arrivavo con la prima luce e riprendevo la macchina quando si era fatto di nuovo buio.

Le candidate della mia quinta, tre, hanno volti nuovi per me. Sono giovani, ma hanno più dei diciannove anni abituali degli studenti in corso. Vado insomma a parlare di Letteratura Italiana con delle adulte sconosciute e non so quale sarà la chiave del nostro dialogare. Si fa presto a dire che stamattina c’è la verifica orale di Tizia e Caia, ma io che sono l’esaminatrice mi sento addosso più dubbi che mai sulla conduzione di questo orale.

Partirei da un testo. Ho sempre proceduto così nelle verifiche curricolari, in quanto al testo si riconosce la centralità nel nostro insegnamento e io ho una profonda convinzione sulla validità di questa scelta didattica. Sto dalla parte del lettore e dialogo con l’opera. Gli studenti sono altri lettori, che potenziano i loro strumenti di lettura e i metodi. Ascolto ciò che sanno di un testo, chiedo che ne rielaborino i contenuti, che lo accostino ad altri  testi, che vi ritrovino gli elementi culturali del contesto, che esprimano un parere motivato su ciò che hanno letto.

Mi trovo in sala insegnanti e solo tra un quarto d’ora avranno inizio le prove. Sono sola, se si escludono i libri ele voci dei libri, che restano chiusi malamente nelle poche vetrine della parete di fondo. Ogni scaffale appartiene a un dipartimento di materia, perciò escono voci diverse e confuse le une sulle altre, come se molti solisti stessero scaldando la voce tutti insieme su note diverse.

Le voci dei libri è un libro delicato e forte al tempo stesso che ho letto pochi anni fa. E’ uscito nel 2013, l’autore è il mio professore di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, il grande Ezio Raimondi: uno che durante la lezione ci assegnava quattro o cinque saggi da leggere per la volta successiva e, quando sembrava che la lista fosse finita, la sua voce tonante trovava fiato per dire: “Si leggano anche….”. Uno che fu soprannominato da studenti di un corso diverso dal mio, non ricordo se più grandi di me, ‘il libridinoso‘. Correva la voce che leggesse moltissimo e in ogni circostanza, che possedesse una tecnica particolare per divorare i libri in pochissimo tempo. Io, che seguivo appassionatamente le sue lezioni alzandomi all’alba per arrivare presto in facoltà e trovare un posto in prima fila, lo vidi spacchettare un libro all’inizio di una conferenza pomeridiana su Boccaccio e lo tenni d’occhio, per verificare come leggeva. Ricordo che girava le pagine come sfogliandole per contarle e che in pochi minuti richiuse il testo. Volli credere che l’avesse letto compiutamente, come voleva la diceria tra noi studenti.

Certo per me Raimondi ha rappresentato un figura mitica, ‘un maestro. Anche ora che riapro il suo libro mi commuovo, come mi sono commossa nel settembre 2018 quando al Festivaletteratura a Mantova noi suoi ex studenti abbiamo riempito il teatro Bibiena per andarlo ad ascoltare e applaudire. Di questo momento conservo un ricordo struggente. Apro a caso e leggo in alto nella pagina una affermazione che ho segnato: “Ad attrarmi in Bachtin, prima ancora di conoscerlo, e a catturarmi quando lo conobbi, era l’idea della parola che vive nel vedersi ripetuta in un’altra, era questo gioco dialogico delle voci, la polifonia appunto, che mi si mostrava come principio vitale della letteratura e, a un tempo, dell’esistenza umana”. Qualche riga sotto ho segnato: “Per chi pensava alla letteratura come un luogo nel quale si conosce se stessi e gli altri, meglio che con altri strumenti, Bachtin diventava un maestro ideale, un amico, un venerando, un sapiente”.

Il lettore esperto Raimondi si rapporta a un altro lettore esperto, a Bachtin, e ne sente la voce potente. Le loro voci si alzano, ora distinte l’una dall’altra, ora sommando le proprie intensità. La polifonia che ne consegue è la gazzarra delle reazioni che hanno tutti gli infiniti lettori di uno stesso testo, l’accavallarsi delle opinioni tra loro uguali oppure diverse, talvolta opposte. Ma la polifonia è anche dentro il testo letterario, dove i personaggi di carta, come li chiamava Pirandello, hanno la propria visione sul mondo e la esprimono come suonando le note di un loro spartito; la polifonia diviene struttura profonda dell’opera nei romanzi di Dostoevskij, come Bachtin mi guidò a riconoscere in un saggio corposo, che lessi l’anno in cui il corso monografico tenuto da Raimondi era su Machiavelli. Non fu una lettura facile. Andò meglio con il saggio sulle novelle del Decameron e sulla carnevalizzazione in letteratura, in cui Bachtin riconosce un profondo legame tra letteratura e antropologia, tra i riti del carnevale e il nostro complesso rapporto con l’alterità, col gioco delle identità ‘altre’ che assumiamo temporaneamente quando indossiamo il costume da Arlecchino, da Regina o da Cardinale. Ci ho riflettuto ogni volta che mi sono travestita per le feste di carnevale; da quando ho imparato a riconoscere il peso della casualità nelle nostre vite mi vesto volentieri da Carta da gioco. Bachtin e altri nove autori furono per Raimondi veri compagni nel suo percorso di lettore e i loro libri divennero per lui veri libri dell’amicizia. Io li ho chiamati in questi ultimi vent’anni ‘libri galeotti’ e le mie amate colleghe con me li hanno cercati nel vissuto di lettura dei tanti autori che abbiamo invitato nella nostra scuola, perché dialogassero con gli studenti.

Come farò a imporre tutto questo alle mie candidate di là, che magari stanno ripassando la biografia di Giovanni Pascoli o di Beppe Fenoglio? Come proporre loro un testo che mi consenta di sentire chiara e forte la ‘loro voce’?  Ho detto bene: la chiave sta nel ‘come’ proporrò loro di discutere insieme, più del ‘cosa’ chiederò. Senza domande nette, ma con il piccolo mondo del testo a disposizione. Offrendo il mio punto di vista, dopo avere lasciato spazio al loro.

Si preparano da mesi a questo esame, spero che piaccia loro sentirsi consultate sul programma che hanno preparato per questo momento. E’ ora. Andiamo a incontrare un testo vero, un ‘libro vero’. Raimondi lo definisce così: “Il libro vero, quello con cui si dialoga più volte, al quale si ritorna, non conferma delle verità, ne offre di nuove, purché ci sia da parte nostra fedeltà e non conformismo, e resti viva la curiosità, il desiderio di ascoltare qualcuno che parla del nostro presente, al momento giusto. Perché il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto: con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura”.

Le citazioni qui contenute provengono da: Ezio Raimondi, Le voci dei libri, Bologna, Il Mulino, 2013

ezio_raimondi

Ricordando Ezio Raimondi e la sua scommessa culturale su Ferrara

Ci lasciano i grandi protagonisti della cultura novecentesca. Tre giorni fa Cesare Segre, ieri Ezio Raimondi. Se ancora una parola come Maestro ha senso non c’è dubbio che Segre e Raimondi siano stati legittimamente Maestri. Solo nel 2012 all’apertura della settimana Alti Studi dell’Istituto di Studi Rinascimentali nel salone dei Mesi di Schifanoia Ferrara tributò un commosso omaggio a Ezio Raimondi assegnandogli il premio città di Ferrara, consegnato alla figlia, per la sua lunga e mirabile attività di presidente dell’Isr.

E’ difficile per i non addetti ai lavori ripercorrere il cammino che portò un’associazione culturale, come quella che nel 1983 nacque tra le tombe neoclassiche della Certosa di Ferrara, a diventare tra le più vivaci e interessanti realtà culturali del Paese, frequentata e sorretta dall’entusiasmo con cui un gruppo di intellettuali – con l’aiuto di un purtroppo dimenticato troppo presto assessore alla cultura quale fu Giuseppe Corticelli allievo di Raimondi – puntò sulla proposta che l’Europa delle Corti, libero e nuovo gruppo di studiosi, attenti alle società di antico regime, faceva a Ferrara e alla sua mirabile storia.

Nacque allora e ebbe sede a Ferrara l’Istituto di Studi Rinascimentali. Lavorarono per l’Isr studiosi come Amedeo Quondam, Paolo Prodi, Adriano Prosperi, Carlo Ossola, per citarne solo alcuni tra i tanti che firmarono quei testi, che superando ormai il centinaio di titoli, hanno profondamente influito sulla consapevolezza critica della funzione fondamentale delle corti italiane e tra le prime proprio Ferrara e il suo Rinascimento, ma non solo. Basti pensare a opere monumentali come lo Iupi, l’incipitario unificato della poesia italiana a cura di Marco Santagata o il fondamentale Atlante di Schifanoia a cura di Ranieri Varese o le edizioni dei volumi sulle Guerre in ottava rima fino alla pubblicazione dell’Orlando Furioso 1516 a cura di Marco Dorigatti.

E’ alla meta degli anni Novanta del secolo scorso che Ezio Raimondi viene invitato dall’allora sindaco di Ferrara ad assumere la presidenza dell’Istituto ferrarese. Un motivo d’orgoglio in più, specie in una stagione dove le risorse economiche si facevano sempre più esigue e dove, nonostante il prestigio raggiunto dall’Isr, si faticava non solo a stampare i volumi ma a trovare anche le possibilità di produrre regolarmente la pubblicazione di “Schifanoia”, la rivista, organo scientifico dell’Istituto. E se è necessario ritessere il filo che univa o ha unito per lunghi anni il lavoro svolto da Raimondi come presidente e da chi scrive questa nota come direttore dell’Isr è anche necessario ripercorrere le affinità e le discordanze che ci hanno permesso una collaborazione appassionata.

In tempi ormai lontani le scuole critiche saldamente gestite dai Maestri ( e Raimondi era tra i più prestigiosi) innescavano confronti e utili scontri sul metodo e sulla fedeltà alla scuola. Era dunque logico che le mie credenziali critiche affidate all’insegnamento di Walter Binni e di Claudio Varese non fossero sulla linea raimondea. Certo ci univa la comune amicizia con un grande storico dell’arte come Andrea Emiliani e da parte mia l’ammirazione per Francesco Arcangeli amico e sodale di Raimondi che – per li rami – portava a Giorgio Bassani e in più l’irresistibile propensione a interessarmi di storia dell’arte che mi portò a diventare canovista e “giardiniere”: due specificità critiche che Raimondi coltivava da sempre in modo superbo. Ciò non impedì che nel comune rispetto e nell’ammirazione che gli professavo sarebbe stata una non facile scommessa pensare a come sarebbe stata la collaborazione che fu estremamente proficua e leale.

La sua inflessibile consapevolezza di un’ eticità del pensiero critico che mai si sarebbe piegata a una sia pur minima strumentalizzazione del lavoro scientifico si coniugava con quella sterminata cultura che gli rendeva possibile leggere quell’ impressionante numero di testi che invadevano come un meraviglioso castello d’Atlante la sua casa e il suo ufficio all’Istituto dei Beni Culturali di Bologna. E quanta ironia e nello stesso tempo quanta consapevolezza c’era nella raccomandazione di portargli i libri in ufficio per non turbare la moglie destinata a coinvivere con quelle migliaia di volumi! L’incarico era affidato a Claudia Spisani la segretaria dell’Isr addetta ai contatti con la sede bolognese.

Con Raimondi si respirò in quegli anni il senso e il modo di raggiungere l’internazionalità del lavoro svolto dall’Isr. Un nome come quello di Raimondi significava che per l’associazione ferrarese era giunto il momento dell’eccellenza (parola troppo usata e spesso a sproposito) nella produzione scientifica, nel lavoro organizzativo e nelle settimane alti studi. Sembra ormai che quei tempi siano lontanissimi, quasi un’età dell’oro, ma forse dimentichiamo che l’intero impianto culturale sta subendo radicali cambiamenti che renderanno gli studi e la loro organizzazione fondamentalmente diversa da come noi (quelli dell’altro secolo) avevamo immaginato e perseguito.

E’ di pochi giorni fa la clamorosa protesta del presidente dell’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento di Firenze, Michele Ciliberto, che minaccia la chiusura di alcuni settori del più importante Istituto di ricerca sul Rinascimento dotato di una sterminata biblioteca e di opere d’arte d’altissimo pregio perché i fondi vengono negati o scemati. La stessa sorte che ha in parte condiviso anche l’Isr. Sembra che quel tipo di cultura ma soprattutto il modo con cui i Maestri hanno gestito l’organizzazione della cultura sia diventato obsoleto o non perseguibile. Un motivo che immagino sarà di non poca importanza per il nuovo ministro del Mibac, Dario Franceschini.

Quello di cui dobbiamo essere grati è stato come un intellettuale di primissimo piano come Ezio Raimondi abbia creduto nelle possibilità culturali di una piccola città come Ferrara e con lui quella straordinaria schiera di studiosi che si sono messi al servizio di una città che dovrebbe del suo glorioso passato trarre linfa per costruire o suggerire un futuro ancora foriero di speranze.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi