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Una Matrioska salverà il mondo

 

Patria: il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni“. “Nazione: il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica“. (Treccani)

Mi sono sempre meravigliato di quanto l’uomo, nella storia, abbia sentito il bisogno di combattere per qualcosa che pone fuori (sopra) di sé, invece che per sé. Dio, Patria, Nazione. Uso la parola “uomo” in senso specifico: sono i maschi che hanno costruito queste astrazioni. Per renderle dei feticci in nome dei quali uccidere e morire, i maschi ci hanno iniettato dentro concetti tratti dalla fisiologia: il sangue, come se un legame di sangue potesse allargarsi dalla propria ristretta cerchia di avi e discendenti, fino a ricomprendere una moltitudine di consanguinei che fanno un popolo, che formano una nazione. Anche qui, il maschio umano parte da un elemento reale, che scorre nelle sue vene, e lo trasforma in un’astrazione. Un allargamento della propria genìa ad un numero indefinito di pseudo-consanguinei. Un’idea folle. Che infatti porta all’altra follia genocida, quella della razza pura.

Non so se sia completamente attendibile, ma obbligherei tutti i nazionalisti, tutti i razzisti, tutti i sostenitori della superiorità della loro razza a fare il test genetico che attraverso il DNA rivela le varie origini etniche. Sarebbe bello vedere la faccia di un suprematista che scopre che nelle sue vene scorre sangue nigger, l’espressione di un nazista con la svastica tatuata addosso che scopre di essere di origine ebraica, l’amara sorpresa di un turco fanatico che scopre di avere ascendenze armene e curde.

Qui si innesta un altro elemento, questo sì biologico. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che un elevato livello di testosterone aumenta l’aggressività e diminuisce la capacità di ponderare le proprie decisioni, rendendole più impulsive. Lo ha detto anche la bravissima Francesca Mannocchi, inviata di guerra (anche) in Ucraina: “c’è troppo testosterone”. Si riferiva nello specifico ai proclami bellicisti di politica e stampa. Fino a che un uomo soddisfa il bisogno simbolico di prolungarsi il pene acquistando un Suv, i rischi sono limitati. Quando l’uomo in questione ha la possibilità di imbracciare un fucile, i rischi aumentano. Se poi il maschio in questione può azionare dei missili, diventa anziano ma non lo accetta ed è strafatto di steroidi, il rischio diventa maledettamente alto.

La parola “patria” ha un etimo che deriva da “terra dei padri”, ma sono le madri che danno la vita. Sono persuaso che questa, come tutte le guerre, sia una guerra dei maschi, come scrive anche Roberta Trucco in un bello e drammatico pezzo appena pubblicato sul nostro giornale (qui). Una progressiva presa delle leve del potere (potere anche mediatico) da parte delle donne non rivestirebbe solo una funzione di riequilibrio sociale ed emancipazione culturale, ma contribuirebbe a spostare le priorità nei valori e le modalità di narrazione e magari anche gestione dei conflitti. Le donne non hanno bisogno di esibire ed esercitare la virilità: non è nella loro natura. Non intendo essere agiografico (ci sono state donne di potere feroci o spietate, perchè hanno mutuato un attitudine maschilista), nè costruire un santino: sono disperatamente interessato a intravedere un futuro per la specie umana. Guardate due donne che litigano. La loro ferocia verbale è superiore a quella maschile, più raffinata e greve al tempo stesso. Si potranno odiare per sempre, difficilmente arriveranno ad ammazzarsi.

Quando qualcuno mi dice che ho una spiccata parte femminile lo considero un bel complimento. Gli uomini ucraini in età dai 18 ai 60 anni, come sappiamo, hanno il divieto di uscire dal loro paese da quando è partita la guerra di aggressione russa. Questo divieto oblitera d’imperio la loro parte femminile, statuendo per legge la declinazione della loro individualità in termini esclusivamente virili: lotta, combattimento, aggressività. Le donne e i bambini possono andarsene, loro no. Loro devono rimanere a difendere con le armi…che cosa? La Patria, la Nazione. Non venitemi a raccontare che separarli dai figli e dalle compagne e lasciarli lì a combattere e a morire (non su delle alture, non lontano e sopra i bombardamenti ma sotto le bombe) serve a difendere la loro famiglia. Se volessero proteggere i loro affetti dovrebbero avere la possibilità  – almeno la possibilità – di andarsene via insieme alle loro famiglie. Se lo ritengono necessario, dovrebbero avere la chance di ricostruire un futuro altrove insieme ai loro cari. Invece, anche solo parlare di questa opzione (trovare una “seconda patria”) ti fa incasellare dentro una scatola con l’etichetta di smidollato, di vigliacco. Sono loro che ci chiedono di avere le armi, sento dire. Ma loro chi? Chi è costui che ha parlato con ogni singolo maschio ucraino per essere così sicuro delle sue intenzioni? Se lui muore, la Patria un giorno forse gli sarà grata, ma sicuramente i suoi figli saranno orfani e sua moglie vedova.

Albert Einstein dopo la salita al potere di Hitler si trasferì negli Stati Uniti. Sarebbe stato meglio per l’umanità se avesse imbracciato le armi contro il Kaiser? Sigmund Freud dovette chiedere un visto per l’Inghilterra, mentre le sue opere venivano bruciate e quattro delle sue sorelle trovavano la morte in un campo di concentramento. Rudolf Nureyev chiese asilo politico alla Francia e in Unione Sovietica – dove, accusato di essere una spia, fu condannato in contumacia per alto tradimento –  tornò solo nel 1987, grazie ad un permesso concessogli da Gorbaciov. Avrebbe dovuto andare in galera, anzichè espatriare? Cosa sarebbe stato meglio, per lui e per tutti, che ballasse tutta la vita in carcere? Cassius Clay rifiutò di arruolarsi per il Vietnam, affermando che, a differenza di quanto accadutogli nella sua nazione, nessun vietcong lo aveva mai chiamato “sporco negro”.

Però i partigiani hanno fatto la Resistenza armata, si obietta. Certo, ma chi si trovava in guerra e come l’hanno fatta la Resistenza? Pietro Secchia (Brigate d’assalto Garibaldi) afferma che, su 1.673 nomi di dirigenti del movimento partigiano, circa il 90% erano militanti che erano già stati condannati al carcere, al confino o all’esilio dal regime fascista. Moltissimi erano disertori. Quanto all’approvvigionamento di armi e alle leggendarie piogge di rifornimenti aerei dagli Alleati, cito quanto scrive Carlo Levati (partigiano Tom) nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”:
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l’imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall’aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: “Lucio 101” che significava attesa; “Lucio 1O1 il pollo è cotto” voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso “pollo”, che non venne mai; tant’è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: “Se il pollo c’è … ormai è carbonizzato!”. Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l’assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d’Adda per recuperare armi.»

Questo accadeva, tra l’altro, in una situazione completamente diversa dall’attuale: le truppe di Hitler avevano già sfondato in mezza Europa. La guerra era già diventata mondiale, e gli italiani non solo avevano i nazisti in casa, ma facevano i conti da anni con un regime interno che si era alleato coi nazisti per mandare i giovani italiani coscritti a morire in nome del Duce. I fautori dell’invio di armi alla “resistenza” ucraina, facendo un parallelismo con l’aiuto alleato ai partigiani, raccontano una favola ad un tempo mitologica e superficiale: mitologica perchè, come l’episodio sopra narrato mostra, gli alleati lanciarono armi soprattutto a partire dalla tarda primavera del 1945, alla vigilia della Liberazione; superficiale, perchè l’Europa e l’Italia non sono alleati bellici dell’Ucraina contro la Russia. Chiunque sostenga il contrario (compreso il nostro Governo) dovrebbe spiegare su quali basi giuridiche l’Italia offrirebbe assistenza armata all’Ucraina, che non è un paese aderente alla Nato e non fa parte dell’Unione Europea. 

Per quanto mi riguarda, sono e sarò un renitente e un disertore. Preferisco andare in carcere che ammazzare persone che non conosco e che non mi hanno dichiarato guerra, per soddisfare la brama di potere di qualcuno. Potessi avere una remota possibilità, imbracciando un fucile, di far fuori il tiranno: invece ho la certezza che dovrei ammazzare l’ innocente per salvare la mia vita, contemporaneamente perdendola per sempre. La guerra la dichiara qualcuno che sta in cima alla piramide, ma a morirne sono quelli che si trovano alla base della piramide. In nome di cosa? Il mio nemico è Putin, ma il mio fucile al massimo potrebbe uccidere un potenziale Bulgakov, un futuro Kandinskij, un Cechov, un Dostojevskij.

Tutta questa gente che si è messa in modalità “partigiana”, esaltando e propugnando la magnifica resistenza dei camerieri e ragionieri ucraini che diventano guerriglieri e “dobbiamo mandare loro le armi”: intanto se ne sta a casa, e sfoggia il proprio patriottismo in un talk show (in Italia, una delle peggiori degenerazioni dell’informazione). Avrei un briciolo di rispetto per questa posizione se chi la sostiene si muovesse per andare a combattere in prima persona a fianco degli ucraini, perchè almeno rischierebbe in proprio. Invece non ho nessun rispetto per i colonnelli da tastiera, nè per le margherite che si scoprono tupamaros, ma non si schiodano dalla poltrona. La battaglia per la “patria” la combatta chi la vuole combattere, ma almeno lo faccia assumendo il rischio sulla propria pelle. Altrimenti sono esercizi di oscenità verbale. Come l’osceno Ed-War-d Luttwak, che racconta che l’Europa è cresciuta a guerre, che lui se ne è fatte tre (mai una in trincea o sotto le bombe) e che è “un’esperienza bellissima”.

Io mi sento a mio agio nella “matria“, insieme alle donne e madri russe, alle donne e madri ucraine, che vedo già nel mio condominio, con bambini ma senza uomini. Sono loro che possono cambiare il paradigma della storia umana, perchè hanno dentro il seme della vita e non l’anelito alla morte. La mia estrema speranza che questa non diventi una guerra all’ultimo europeo, o all’ultimo essere umano, ha l’aspetto di una matrioska.

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RUSPE E DIRITTI UMANI:
come far passare un violento sgombero come “buona pratica”

Noi di Ferraraitalia eravamo presenti allo sgombero violento del Campo Nomadi di via delle Bonifiche, abbiamo visto il Vicesindaco Lodi troneggiare su una ruspa ad uso foto-ricordo, abbiamo sentito le dichiarazioni deliranti dei nuovi padroni di Ferrara e della fedelissima claque leghista. 

Oggi, anche noi rimaniamo allibiti dalla totale falsificazione, dal travisamento dei fatti da parte di questa fantomatica Associazione 21 luglio. Che nessuno conosce, che non ha mai messo piede a Ferrara, ma che ha evidentemente sponsor (politici) potenti ed entrature importanti, tanto da venire ascoltata da una Commissione del Senato della Repubblica. Ugualmente siamo stupiti e dispiaciuti che un quotidiano come Avvenire, un giornale e un corpo redazionale che abbiamo sempre stimato, si sia ‘bevuto’ la notizia falsa e pilotata politicamente, senza neppure alzare il telefono per fare le dovute verifiche.
Sotto riportiamo la risposta arrabbiata e dolente della
Associazione Cittadini del Mondo. La condividiamo parola per parola.
(Redazione di Ferraraitalia)

A Roma qualche giorno fa, alla Camera dei Deputati – apprendiamo da Avvenire.it del 13/9/21 –  l’Associazione “21 luglio”  ha presentato il libro “Oltre il campo : superamento dei campi rom in Italia”.  Il presidente dell’associazione Carlo Stasolla ha messo in evidenza le pratiche virtuose di 8 città, tra le quali Ferrara, che hanno superato i campi “integrando le persone e rispettandone la dignità”, insomma esempi virtuosi da indicare nelle linee guida.
Questo fatto sorprendente di citare il metodo ‘positivo’ ferrarese con le ruspe si è  ripetuto più volte nonostante varie smentite delle organizzazioni locali.

Già nel febbraio 2020 il Comune di Ferrara, su indicazione di Stasolla, era stato invitato, tra le Amministrazioni virtuose, alla Commissione per i diritti umani del Senato. In quell’occasione abbiamo scritto ai giornali e alla stessa Associazione 21 luglio portando anche testimonianze fotografiche del violento sgombero del campo.

Naomo Lodi con Ruspa
L’attuale vicesindaco fi Ferrara Nicola Naomo Lodi in posa sulla ruspa

Una storia alla rovescia che ha visto in successione: manifestazioni xenofobe sfociate nell’intervento immediato dopo-elezioni con il vicesindaco leghista – già noto in campagna elettorale per la sua maglietta “+ rum – Rom” – in bella posa su una ruspa; consiglieri comunali che invitavano ad usare mezzi ‘trincia-rom’; sostenitori  della Lega che si facevano fotografare con lanciafiamme contro i rom.

Ora anche la beffa: ci viene detto durante la stessa presentazione che Ferrara avrebbe “speso solo 12mila euro per superare l’area di via delle Bonifiche abitata da decenni da 44 sinti italiani”. Informazione chiaramente a scopo elettorale, di per se numericamente ridicola, forse questa è stata la spesa delle ruspe!

Corteo Lega contro campo nomadiNella realtà cittadina, abbiamo assistito ad una esplosione di fanatismo che ha coinvolto 44 persone, italiane, che hanno perso buona parte dei loro averi e sono state sparpagliate, sistemate provvisoriamente nella lontana periferia della città, in appartamenti comunali ripristinati per l’occasione e che hanno dovuto essere riforniti di tutto poiché quasi niente si è salvato del precedente insediamento dopo l’intervento delle ruspe (sempre presumibilmente con i 12mila euro di cui sopra).

Il diritto ad una casa dignitosa è fondamentale per tutti, per questo ci siamo sempre opposti a questo sgombero propagandistico che non ha mai prospettato una soluzione abitativa stabile, né inserimenti lavorativi, né miglioramenti di nessun genere.

Alcune organizzazioni di volontariato si sono preoccupate di tamponare gli effetti dello sgomberogarantire la scuola ai bambini e di mantenere, se non l’unità del gruppo, almeno l’unità di alcune famiglie. Questo intervento umanitario ha fatto comodo anche all’Amministrazione comunale che, con l’impegno degli altri, può vantarsi di non avere avuto gli sfollati per strada.

In questo quadro risulta incomprensibile il reiterato elogio dell’Associazione di Stasolla a queste pratiche violente, un tentativo di normalizzare una politica che ha poco in comune con l’integrazione e la dignità umana.

CITTADINI DEL MONDO
Ferrara, 16/09/2021 

Cover: L’attuale sindaco Alan Fabbri e il Vicesindaco Nicola Lodi (detto Naomo) guidano il corteo di sostenitori e simpatizzanti leghisti, per dare avvio allo sgombero. 

                                                                

Succede a Ferrara…
Memento per un anziano fascista

 

Di recente, un politico ferrarese che rivendica le proprie radici fasciste (la coerenza non è sempre un valore) ha scritto di essere fermamente contrario all’intitolazione di un luogo cittadino alla memoria di Gino Strada, perché faceva parte di un famigerato servizio d’ordine studentesco che non disdegnava l’utilizzo di una chiave inglese come mezzo contundente da usare “…contro chiunque non fosse allineato con la loro farneticante ideologia marxista-leninista-maoista. Insomma, comunista”.
Per questa falsa accusa un ‘giornalista’, tal Moncalvo, è già stato condannato dalla magistratura per diffamazione, e ha dovuto risarcire Emergency con 150.000 euro. Incurante della datata calunnia, il politico locale aggiunge che Strada non ha mai “rinnegato quella sua violenza giovanile, mai chiesto scusa alle sue vittime, mai compiuto il più semplice atto riparatorio. Insomma, mai ha mostrato il minimo pentimento.”
Parrebbe (bontà sua) che abbia “rimediato a questa violenza facendo del bene”…, bene sul quale peraltro manifesta “qualche riserva”. In effetti “pare” che Gino Strada e la sua organizzazione in questi 30 anni abbiano, tra l’altro, operato decine di migliaia di bambini dilaniati e amputati dalle mine più bastarde, quelle a forma di pappagallo verde, tanto da sembrare un giocattolo. E non per “rimediare” a qualcosa, come insinua costui rinnovando la calunnia, ma per rispondere ad una chiamata della sua coscienza di medico chirurgo, chiamata cui ha dedicato la propria esistenza. E questo è un fatto, non un’opinione.
Non si chiedeva a questo politico altrettanta grandezza (difficile pretenderla da noi stessi, figuriamoci da lui). Non avrebbe nemmeno senso (essendo la risposta scontata) chiedergli perché, invece, riterrebbe indubbiamente meritoria un’intitolazione odonomastica al gerarca fascista Italo Balbo, e senza bisogno che costui rinnegasse nulla, anzi a celebrazione delle sue gesta di famigerato picchiatore.
E anche questo è un fatto, non un’opinione.

Potevamo però almeno sperare che tacesse. Ma non ha taciuto. Allora nemmeno noi. Visto che non è più uno sbarbatello fascista ma un uomo attempato, è tempo che si interroghi sull’ipotesi che il giovanile fanatismo, dal quale evidentemente non è guarito, gli stia restituendo una rappresentazione rovesciata dei fatti della vita, e del loro valore. Un quadro che non ha nulla di politico, ma qualcosa di patologico.

 

“Le statistiche sulla sanità dicono che un americano su quattro soffre di qualche forma di malattia mentale. Pensa ai tuoi tre migliori amici. Se stanno bene, vuol dire che sei tu”.

Rita Mae Brown

Green pass, black mind

Quando la ministra della Sanità era Beatrice Lorenzin (il cui curriculum è diploma di maturità classica), ero sconvolto dalla quantità di persone che mi davano dell’ antiscientifico perchè sospettavo che la sua idea di rendere obbligatori 12 (dodici) vaccini avesse poco a che fare con la “scienza” e molto a che fare con una follia prezzolata, definibile più elegantemente come un notevole investimento “geopolitico” fatto da Big Pharma sul nostro paese. Ma un esavalente (difterite/tetano/pertosse/polio/hib/epatite b) la cui prima dose è fatta a bambini di tre mesi e che, almeno in Italia, non è facile reperire e farsi somministrare come vaccino monovalente, più altri 6 vaccini mi sembrava una enormità. E in ogni caso, dopo tutte queste perplessità, io, al mio tempo, mi sono vaccinato e mio figlio, a suo tempo, pure.

Adesso invece sono sconvolto dalla quantità di persone che scendono in piazza contro la “dittatura sanitaria” perchè lo Stato chiede loro un certificato di avvenuta vaccinazione anti-Covid, o sostitutivo per i soggetti “fragili” (una epidemia che ha fatto, secondo le statistiche, circa 4 milioni di morti) per andare al bar o al ristorante o al museo, piscina, palestra. A me dispiace molto, lo dico senza ironia, per i bar e i ristoranti che dovranno fare a meno degli incassi di costoro (i pasdaran della libertà, non i 500.000 voltagabbana che sono corsi a prenotare il vaccino quando hanno capito che avrebbero perso lo spritz). Sono altresì basito per la fine che hanno fatto le parole, per lo smottamento del loro senso. In una cosiddetta “dittatura sanitaria”, se non esibisci il green pass non puoi entrare al ristorante, ma puoi assembrarti quanto ti pare in piazza per urlare la tua “libertà contro l’oppressione”. Puoi anche sputare ai giornalisti e dare loro dei pezzi di m… in piena libertà:  https://youmedia.fanpage.it/video/aa/YP2ZxOSwxz7WUCZ3

In una dittatura, se provi ad andare in piazza vieni picchiato e messo in galera. Sandro Pertini, Leo Valiani, Vittorio Foa, possono parlare di libertà e dittatura. Gianluigi Paragone, Diego Fusaro, Vittorio Sgarbi non possono. Per parlare di qualcosa di serio, e tragico, come una dittatura, bisogna correre un rischio e assumersi una responsabilità. Questi tribuni da strapazzo non corrono alcun rischio. Li vorrei vedere in Bielorussia, in Corea del Nord. E anche tu (uno dei mille ferraresi, magari) che vai in piazza dopo una vita passata a non andarci mai, e ti trovi insieme a Forza Nuova e Casa Pound, che ti guidano con il saluto romano. Loro che, visti i simboli che ostentano, di dittatura dovrebbero intendersene, e invece nemmeno loro ne sanno nulla (per loro fortuna e per nostra sfortuna). Non sanno niente, e tu sfili in piazza con loro.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”

Umberto Eco

Fabbri a un passo dall’investitura, il fanatismo e l’intolleranza della Lega fanno paura

La notte si fa buia. Le elezioni sono andate come si temeva e diversamente da come invece auspicava chi a cuore ha l’interesse collettivo e la concezione di una comunità solidale, aperta al confronto, accogliente, non rinserrata in se stessa. A Ferrara, Alan Fabbri si è fermato a un passo dallo storico successo, ha raccolto circa 36mila voti e gliene sarebbero bastati altri 1.500 per diventare sindaco al primo turno. E’ velleitario pensare che in 15 giorni la situazione possa essere ribaltata. Per Ferrara dunque si profila un’inedita stagione politica in cui le tradizionali forze di governo (che tali sono nelle istituzioni di diretta emanazione municipale e in quelle in qualche modo condizionate o comunque riflesso del potere) dovranno farsi da parte per lasciare spazio a una nuova classe dirigente, che preanuncia una decisa svolta. Ciò che accade, in sé è effetto di una sana dinamica democratica che si basa sull’alternanza, garantisce il ricambio dei gruppi dirigenti e delle lobby che ruotano attorno al Palazzo, evita l’incrostarsi di insane abitudini e il sedimentarsi di improprie rendite di posizione. Ma nutriamo molte riserve sulle competenze dei nuovi governanti e sugli indirizzi politico-amministrativi che intendono perseguire. E più ancora spaventano le parole d’ordine della Lega, spesso pronunciate con virulenza e in forma di invettiva, le ostentate e ripetute esibizione muscolari, il fanatismo, l’intolleranza, la mancanza di rispetto per chi la pensa in modo diverso. Però, a voler vedere la situazione anche sotto una differente prospettiva, in una comunità di medie dimensioni come Ferrara, è plausibile (e auspicabile) che, aldilà degli eccessi propagandistici, nei fatti si possa giungere ad accettabili livelli di convivenza. E lo choc – in tal senso – potrebbe risultare salutare per chi, in parte, ora mostra di avere esaurito ‘la spinta propulsiva’ e smarrito l’ingegno che dovrebbe esser proprio del grande timoniere. Ma ciò avverrà solo se i vincitori mostreranno ragionevolezza e gli sconfitti sapranno seriamente riflettere sugli errori e sulle cause della disfatta, cominciando da subito a definire un percorso di ripartenza nutrito di grandi idee, coraggiosi e innovativi progetti, senza sprecare energie in sterili polemiche, in futili rivendicazioni o in stucchevoli faide interne.

Diverso è il ragionamento se si considera la prospettiva sul fronte del voto europeo e dei conseguenti risvolti nazionali. Sono in molti a ritenere che il governo si trascinerà fino all’autunno, quando – acclarata l’impossibilità di varare una finanziaria che non implichi lacrime e sangue – Lega e Cinquestelle scioglieranno l’unione e si sfideranno per la resa finale dei conti.
Al riguardo, personalmente, penso invece che – forte dell’esito di questo tornata – Salvini forzerà presto la mano, cercando il ‘casus belli’ per tornare presto alle urne, sfruttando un vento che si è rivelato ancora più favorevole del previsto, per anticipare la prevedibile tempesta di sabbia del caldo autunno politico. Il leader del Carroccio potrebbe, fin d’ora, puntare su un’alleanza con Fratelli d’Italia, senza Berlusconi e quel che resta di Forza Italia, confidando sul meccanismo elettorale confezionato da Renzi, che garantisce con il 40% dei consensi il controllo della maggioranza del Parlamento. Se l’operazione riuscisse, un’estrema destra di governo incardinata nell’asse Lega – Fratelli d’Italia (partito che accoglie molti reduci o epigoni dell’ex Msi) svolgerebbe i compiti istituzionali, con l’ausilio dei facinorosi di Casa Pound e Forza Nuova, un passo a lato, formalmente fuori dal perimetro dell’intesa parlamentare, ma pronti ad attivarsi nelle piazze e sul terreno della movimentazione sociale. Una prospettiva inquietante, sotto un cielo dominato dalla luna nera.

roghi-libri

Dalla Cina a Mosul: quando i libri bruciano

Là, dove si bruciano i libri, si finisce col bruciare anche gli uomini. Heinrich Heine

E’ sempre un gran brutto segno quando si bruciano i libri. E non solo nei falò e nei roghi, ma anche metaforicamente, con le liste nere degli autori scomodi, con la censura di quegli scrittori che hanno esercitato la piena libertà di espressione rivendicando il diritto di pensiero con la fantasia, la formulazione di ragionamenti e riflessioni, l’esposizione di storie, fatti e circostanze da ‘occultare’ al popolo dei lettori perché ritenute ‘pericolose’.
Una nefasta pratica voluta e ordinata da autorità politiche e religiose sulla spinta del fanatismo ideologico, della visione ristretta che passa per rigore morale, dell’odio. I roghi dei libri e la distruzione delle biblioteche, pratiche del passato e di un presente più recente, mirano all’estinzione della storia precedente come fosse un’azione di pulizia intellettuale, l’annullamento del pensiero scomodo che incombe su governi e organizzazioni restrittive. Il fuoco non lascia niente dietro di sé se non cenere; nessuna traccia sulla quale poter ricostruire le testimonianze del passato.

I roghi di libri nella storia sono numerosi. Nel 212 a.C. in Cina, durante il regno dello spietato Quin Shi Huang vennero bruciati numerosissimi libri antichi e assassinati 460 accademici; chiunque si opponesse all’ordine veniva sepolto vivo. Scamparono al fuoco solo i testi di pratiche magiche e i manuali tecnici. L’imperatore fece scrivere: “Io ho apportato l’ordine alla folla degli esseri e sottomesso alla prova gli atti e la realtà. Ogni cosa ha il nome che le conviene. Io ho distrutto nell’impero i libri inutili. Io ho favorito le scienze occulte, affinchè si cercasse per me, nel Paese, la droga dell’immortalità.” Nel 292, secondo testimonianze, furono dati al fuoco i libri di alchimia dell’enciclopedia di Alessandria e nel 642 venne distrutta l’intera biblioteca su ordine del califfo Omar, conquistatore d’Egitto. Nel 1497 a Firenze, Girolamo Savonarola ordinò un imponente rogo di libri e opere artistiche di grande valore, passato alla storia col nome di ‘Falò delle vanità‘, perché ritenuto materiale immorale. Durante l’Inquisizione subirono la stessa sorte i manoscritti delle popolazioni Maya e Aztechi e all’inizio del 1500, in Andalusia, venne emanato l’ordine di consegnare alle autorità castigliane i libri scritti in lingua araba e, tranne quelli riguardanti la medicina, la storia e la filosofia, furono distrutti col fuoco. Nello stesso secolo, era il 1553, Papa Giulio II fece ardere le copie del Talmud in un grande falò. Ma è la distruzione dei libri nella Germania nazista, che ci accosta più da vicino al vero significato del rogo: numerosi roghi in tutto il Reich, organizzati tra il 1930 e il 1945 per incenerire le opere di oppositori politici, scrittori considerati immorali, nemici del regime anche solo per le loro origini etniche. Tra i più significativi, quello avvenuto nella Bebelplatz a Berlino il 10 maggio 1933. Le opere di Brecht, Heinirch e Thomas Mann, Dȍblin, Joseph Roth, Simmel, Adorno, Bloch, Hannah Arendt, Edith Stein, Freud e moltissimi altri scrittori e artisti furono messe al bando e fatte scomparire tra le fiamme del fuoco appiccato ai camion cosparsi di benzina, che li trasportavano. Il sindaco di Berlino inaugurò l’evento, dando alla cerimonia carattere ufficiale, quasi religioso. Dopo il 1933 è il deserto culturale, la diaspora dell’intelligenza tedesca e il più massiccio esodo di intellettuali che la storia moderna abbia mai conosciuto. Ed è storia dei nostri giorni quella del 1961, nella nostra Italia democristiana, quando nel cortile della Procura di Varese avviene l’ultimo rogo improvvisato di libri, per disposizione legale: si trattava della condanna per oscenità dell’opera del marchese de Sade ‘Storielle, racconti e raccontini’, pubblicata nel 1957. I libri ‘proibiti’ furono sequestrati e bruciati; l’editore, l’illustratore e alcuni librai in possesso del volume furono sottoposti a processo. Negli atti venne scritto: “ E non vi è dubbio che tali racconti sia per il linguaggio usato, sia per la natura dei fatti narrati, feriscano il senso di pudore, della decenza e di più intimi sentimenti morali”. In Cile e in Argentina, i libri tra le fiamme confermarono la volontà golpista di annientare la libertà di pensiero ed espressione per rafforzare la dittatura, indicatori di una morsa che stritolava i Paesi: in Cile, nel 1973 dopo il golpe di Augusto Pinochet, e in Argentina nel 1976, per mano dell’ufficiale Menèdez, membro della giunta Vandela. Sparirono nel rogo le opere di Proust, Garcia Marquez, Neruda, Saint-Exupèry, Vargas Llosa e molti altri, con la motivazione: “Con il fine che non rimanga nessuna parte di questi libri, opuscoli, riviste, perché con questo materiale non si continui a ingannare i nostri figli.” Un rogo singolare e particolarmente doloroso fu quello della notte del 25 agosto 1992 in una Sarajevo stremata dalla guerra e dall’assedio: i cannoni nazionalisti serbi distrussero con i loro colpi l’edificio che custodiva la storia di 600 anni di convivenza: 1,5 milioni di libri, 155.000 libri rari e manoscritti. Nel violento incendio che seguì lo scoppio delle granate, molti bibliotecari e cittadini tentarono di salvare i volumi sotto il tiro dei cecchini; la bibliotecaria Aida Buturovič perse la vita.
E la triste sequenza di roghi, inarrestabile, raggiunge anche il 2015, quando, secondo le fonti, sono stati bruciati circa 2000 libri dall’Isis perché non considerati ‘islamicamente corrispondenti’. Tra essi, testi per bambini, di diritto, poesia, filosofia, salute, scienza, prelevati dalla grande biblioteca di Mosul, dall’università, dalla biblioteca musulmana sunnita, da quella della Chiesa Latina e dal convento dei Padri Domenicani che possedevano testi antichi preziosi.

Oggi l’indice puntato della censura dei governi riguarda il ‘troppo ateo’, ‘troppo transgender’, ‘troppo religioso’, ‘troppo espicito’. Qual è l’esatto confine tra eccesso di pudore e censura, tra controllo preventivo e condizionamento, tra fobie infondate e ragionevolezza? Vedremo altri roghi con le avventure di Herry Potter in testa, una delle serie di libri più ostacolati negli Usa e in Arabia Saudita, per istigazione alla stregoneria?

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Scienza diviso umanesimo, uguale: fanatismo

Rispettavano la natura, la amavano, quasi la idolatravano, come fine a se stessa, come massimo valore. Poi una nuova ideologia, un nuovo desiderio prendono il sopravvento: il bisogno di avere un figlio. E tutto cambia.
Non è stato facile avere Paolo Giordano quest’anno per la prima volta al Festival di Internazionale a Ferrara, visti i suoi numerosi impegni a seguito dell’uscita in libreria di ‘Divorare il cielo’, romanzo best-seller dalla primavera scorsa. ‘Gli scienziati raccontano’, incontro organizzato dal Master di primo livello dell’Università di Ferrara ‘Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza’, si è svolto venerdì 5 ottobre presso il Dipartimento di Economia e Management. A incontrare lo scrittore, nonché fisico teorico di formazione, il giornalista scientifico Michele Fabbri, fiero di esser parte del master Unife che – ha ricordato alla platea – esiste da ben diciotto anni e ha prodotto ormai più di 800 persone esperte, italiane e non.

La posizione di Fabbri è chiara. Intervistato da Ferraraitalia, ha confermato come sia questa la via maestra per perseguire una vera comunicazione scientifica: “non una semplice divulgazione che cerca di spiegare il difficile con parole semplici, ma una comunicazione in grado di far comprendere come la tecnoscienza si articola nella vita quotidiana; la nostra sfida è formare coloro che formeranno, coloro che si porranno come interfaccia tra chi fa scienza e chi no”. Eh sì, perché il momento storico che stiamo vivendo è, a detta dello scienziato divenuto autore letterario, peculiare: “il divorzio tra racconto e scienza, in tutti i sensi, è sofferenza per la cultura”. Una spaccatura, quella tra sapere umanistico e sapere scientifico, che si realizza molto presto nella vita delle persone, addirittura già alle scuole elementari, quando una parte fondamentale del sapere viene presentata come oscura e violenta, provocando di fatto un istintivo disamoramento che mai potrà venir meno. Giordano, invece, non ha abbandonato un mestiere per intraprenderne un altro. Le opere della sua seconda vita sono profondamente intrise di temi scientifici, estremamente attuali e prorompenti.

Non ci è permessa, oggi, la non comprensione della scienza: se ciò poteva anche essere sopportabile nel passato, oramai è impensabile. Molte sono le sfide etiche che i sempre incessanti progressi della tecnoscienza ci presentano, ma il tempo per metabolizzare tutto questo non è mai sufficiente. E se non si afferrano i termini delle questioni, il rischio è quello di affidarsi all’istinto, all’intuito, se non all’indole o al momento contingente. Amos Oz lo chiamava “gene del fanatismo”: un gene presente in ciascuno di noi, ma attivabile dal contesto che si vive. E, forse, il nostro tempo sta collaborando all’attivazione di molto fanatismo, da una parte e dall’altra, senza vie di mezzo. “C’è ancora molto da fare nella comunicazione scientifica attraverso la letteratura”, ci confessa ancora Giordano dopo l’incontro. “Basti pensare che molti libri narrativi con temi scientifici partono da un livello di complessità medio-alto, perché è difficile partire da più in basso”.
Avevano amato la natura, così com’era, ma ora volevano un figlio, ed essa non glielo concedeva. Eppure la soluzione era là, una via contraria alla precedente. La fecondazione assistita.

‘Good news’ e ‘fake news’: il rischio di farsi irretire dalla retorica della verità

Le cose sono vere sino a prova contraria. Se assumessimo laicamente questa forma mentis si sgretolerebbero i dogmi e finirebbero le crociate (crociate che impropriamente definiamo ideologiche quando confondiamo l’ideologia con il fanatismo). Invece la verità affascina e irretisce. Rassicura. E conquista. Perché quando si è certi di una cosa si può procedere senza freni. E senza inibizioni. Ma la vita dovrebbe indurci alla prudenza. Quante volte una presunta verità, presto o tardi, ha mostrato il suo rovescio e s’è rivelata un abbaglio… La verità per Cesare Zavattini aveva tre ‘a’ nel finale, era un eco beffardo che ci lasciava senza parole né sicurezze. Per Luigi Pirandello era una dama velata che asseriva “io sono colei che mi si crede”. Elias Canetti esortava a “non credere a nessuno che dice sempre la verità” e spiegava: “La verità è un mare di fili d’erba che si piegano al vento, vuol essere sentita come movimento, assorbita come respiro. E’ una roccia solo per chi non la sente e non la respira; quegli vi sbatterà sanguinosamente la testa”.

Per stabilire la (sempre provvisoria) verità dei fatti e delle asserzioni bisognerebbe basarsi sulla puntuale verifica, secondo un principio di corrispondenza: un’affermazione è vera se è comprovata ed è tale sino a prova contraria. Poi – sistematicamente – si dovrebbe cercare non di suffragare quella verità adducendo elementi a sostegno, ma al contrario di scalpellarla per vedere se resiste agli attacchi.
Su congetture e confutazioni Karl Popper fonda il metodo della ricerca scientifica: ipotesi dalle quali si genera un modello che sarà sottoposto a continue insidiose verifiche. Il modello resta valido (vero) sino a che non è scalfito. Potrà subire dei progressivi riaggiustamenti e sarà spazzato via quando emergerà una prova dirompente che ne frantuma il nucleo fondante: la terra che da piatta diviene tonda…

Lo stesso sistema andrebbe eticamente adottato per disciplinare le relazioni fra gli individui, prestando rispetto a tutti ma cieca fede a nessuno e pretendendo sempre da ognuno di dare prova di ciò che sostiene.

 

Al tema della “verità” è dedicata l’annuale edizione del festival della filosofia in programma a Modena, Carpi e Sassuolo da domani (venerdì 14) a domenica

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Sulla Ferrara infelice e disperata de L’Espresso

Del reportage su Ferrara di Fabrizio Gatti, che ha destato scalpore e provocato la conseguente replica del sindaco, devo dire che ho trovato molto proficuo lo sforzo di raccontare ‘l’altra Ferrara’, cioé la parte più povera e a volte invisibile della città. Si tratta però di prenderne il buono – la prospettiva, alcuni dati – e lasciar perdere la retorica della disperazione e dell’infelicità. Questo a mio avviso sarebbe utile alla città per comprendersi.

Il giornalista ha infatti usato statistiche socio-economiche quali i dati sull’occupazione, la povertà, gli indici demografici, alcune cifre sull’assistenza sociale. Ha inoltre ricordato la presenza della mafia nigeriana, dello spaccio di droga e, in alcune aree della città come il Gad, la perdita del controllo del territorio da parte delle istituzioni. E per fortuna, bontà sua, ha dimenticato il tasto dolente dell’inquinamento.
La ricostruzione, dicevo, va salvata per farne un dibattito serio e anche per non lasciare l’argomento a una facile ironia o peggio relegarlo a monopolio e strumento di propaganda delle odierne e odiose destre xenofobe. I punti sollevati da Gatti esistono, sono urgenti e meritano attenzione.
La risposta del Sindaco invece, soffermandosi sulla crescita del turismo, le nuove fermate dei veloci (e costosi) treni di Italo e Trenitalia, le nuove infrastrutture ecc., ha finito per ricordarmi un famoso film con Gene Wilder intitolato ‘Non guardarmi: non ti sento’. Insomma la sua mi è parsa una difesa d’ufficio dell’amministrazione piccata e tuttavia fuori fuoco poiché i treni veloci o le infrastrutture, le mostre, le piste ciclabili parlano di una Ferrara ampiamente visibile e pubblicizzata che poco ha a che fare con la parte povera e multietnica della città. Non credo fosse in discussione questo.
Come difesa d’ufficio, peraltro, sarebbe bastato incrociare qualche statistica nazionale per confutare i dati utilizzati da Gatti sull’impoverimento, sulla demografia, sull’immigrazione, e sottolineare come queste cifre riguardino dinamiche nazionali e internazionali contro cui nessuna amministrazione comunale ha colpe né può vantare soluzioni. Non è a Ferrara, ma in Italia che ci sono pochi nati. Non è a Ferrara, ma in Italia che la povertà relativa ha raddoppiato le sue percentuali. Non è a Ferrara, ma in Europa e nel mondo che le migrazioni stanno cambiando la realtà di interi continenti. È quindi Ferrara il simbolo di un periodo europeo e non il contrario. Anzi la retorica della disperazione, se paragonata alla realtà e ai numeri di altre aree del Paese, o del Mezzogiorno, dove risiedono la maggior parte delle famiglie povere italiane, risulta del tutto inappropriata.
Su questo però, ripeto, sarebbe utile a tutti discutere, spiegarsi, argomentare.

Tornando al reportage, ebbene i parametri valutativi usati dal giornalista non mettono in discussione di certo la ‘felicità di Ferrara’, bensì il suo benessere. È il binomio ‘benessere-felicità’ o quello ‘povertà relativa-disperazione’ ciò che contesto al giornalista, o meglio ai titoli sensazionalisti dell’articolo.
Allora è il caso di aggiungere altre prospettive al racconto della città e dire magari che, a dispetto di tante altre città padane, Ferrara non è infelice né disperata prima di tutto perché è ancora un luogo. È uno spazio vissuto che genera senso e relazioni umane, memoria, conoscenza e condivisione. Sono le relazioni simmetriche, la capacità di muoversi liberamente e partecipare, è la capacità di vivere la propria sfera privata per poi condividerla in una sfera pubblica che fanno di una città un luogo vivo (costo di un affitto o di una casa, mobilità, gratuità di eventi e servizi, ecc.).

Dunque, Ferrara è ancora un luogo e lo è proprio perché non è particolarmente ricca né industrializzata e non è ancora soffocata né snaturata dal turismo di massa o dalla diseguaglianza. Questi fattori, insieme agli impulsi positivi legati alla sua antica università, le hanno consentito di conservare il suo corpo, la sua forma, e di attirare costantemente nella sua orbita.
Certo, stiamo parlando di un’Italia tremendamente invecchiata e la felicità di Ferrara, va detto, non è eterna né scontata. Essa dipenderà dalle sue capacità residue di generare radicamento nei nuovi ferraresi (le statistiche demografiche restano inesorabili), di generare uguaglianza e di difendersi dal consumo del suolo, dalle speculazioni edilizie, dal proliferare di centri commerciali, dall’inquinamento, che pure ne hanno minacciato e continuano a minacciarne l’essenza.

Ebbene, vale la pena ricordare che una città che genera radicamento è l’antidoto migliore a qualsiasi tipo di fondamentalismo o fanatismo e le città della desolazione italiane sono proprio quelle industriali e postindustriali che vantano pil, cifre e dati più virtuosi. È lì che crescono i focolai d’odio, di rabbia e rancore dovuti allo sradicamento e alla fine delle comunità, ed è lì che nascono e attecchiscono le leghe e i Salvini.
In questa vicenda è chiaro che spetterà un ruolo importante alla nostra classe dirigente, la quale nel complesso, se confrontata al resto d’Italia, viene da diversi mandati positivi, e tuttavia dovrà nell’immediato futuro favorire la maggiore compartecipazione possibile tra la città dei poveri e quella dei ricchi, tra i nuovi e i vecchi ferraresi.
Insomma, Ferrara è anche l’altra città di cui il giornalista Gatti parla, e agire su di essa è un’occasione, forse l’unica, di rigenerazione, per creare nuovi, inediti equilibri.
Il fatto è che, purtroppo, – come la peste di Camus o la cecità di Saramago, – l’odio, la paura, l’isolamento degli italiani, lo stallo politico nazionale, la mancanza di idee e visioni precise del Paese, si propagano su e giù per lo stivale al pari di un morbo inarrestabile, rendendoci disperatamente inermi, soli, a volte miopi.

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GERMOGLI
Compromesso
L’aforisma di oggi

Il senso della mediazione

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Lo scrittore israeliano Amos Oz

Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte (Amos Oz)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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Né con gli dei né con il capitale

Intanto che ogni religione esca dalle nostre scuole. Sia le religioni degli dei, sia le religioni secolari del capitale. È inutile piangere, è inutile spaventarsi, è inutile recriminare. Il fanatismo si combatte con la ragione. Ma se si inculca fin dalla più tenera età che ci sono ragioni superiori alla ragione umana, allora non stupiamoci se in nome di un dio qualunque si può uccidere e dichiarare guerra, sia quello un dio divino o un dio materiale come il denaro.
La religione è da sempre nemica della scuola, perché riconosce una sola scuola, la sua: il catechismo. Ogni religione è contro l’individuo, poiché l’individuo non ha senso se la religione non glielo attribuisce. E poi ci stupiamo?
La nostra scuola è aconfessionale ma non laica, insegnamento della religione e educazione laica non possono coesistere se non in contraddizione.
Se la vita non è conoscibile attraverso la scienza ciò che si studia a scuola a cosa serve se non al secolarismo di un mondo che non conosceremo mai, che non ci appartiene, perché il mondo è un altro, è quello dello spirito, della fede, della teologia, degli dei? È questa l’impossibile coabitazione tra scuola e religione, se non a costo di compromessi che tolgono o valore alla religione o valore alla scienza.
L’aveva scritto, inascoltato, nel 1996, circa vent’anni fa, il filosofo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro “Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale”, tradotto in 39 lingue. I futuri conflitti nel mondo non saranno né economici né ideologici ma culturali, mentre gli stati-nazione resteranno gli attori principali, lo scontro sarà tra civiltà. La civiltà attraversa gli stati-nazione e rappresenta i gruppi di persone che condividono gli stessi valori culturali.
Ma Huntington fu contestato di aver sottovalutato la forza della modernità e della secolarizzazione. Altri affermarono la capacità di far trionfare i valori dell’Occidente nell’arena del mondo. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Jean Kirkpatrick osservò che i valori dell’Occidente sarebbero stati innestati in tutte le culture altre: “Huntington non considera quale monumento potente siano la modernità, la scienza, la democrazia, la tecnologia dell’Occidente e il libero mercato. Egli sa che la grande questione per le civiltà non occidentali è poter essere moderne senza essere l’Occidente.”
Ma la risposta più inquietante sul trionfo dell’Occidente venne da Gerard Piel, ex presidente del Scientific American, una delle più antiche e prestigiose riviste di divulgazione scientifica, nel suo articolo dal titolo “L’Occidente è meglio” scrive:” Tutti i popoli del mondo aspirano al modello Occidentale […] Più essi procedono alla loro industrializzazione, più essi abbracceranno il progresso e le idee occidentali di individualismo, liberalismo, costituzionalismo, diritti umani, uguaglianza, libertà, leggi, democrazia e libero mercato. L’educazione di massa, che consegue alla industrializzazione occidentale, produrrà il contributo decisivo”.
Ecco una versione dell’istruzione non laica, altrettanto confessionale quanto una religione. La religione della propria cultura e della propria civiltà. Che impedisce di guardare in faccia con gli strumenti della ragione e dell’intelligenza a quanto ci sta accadendo intorno. Un altro fondamentalismo non differente da quanti uccidono in nome del loro dio.
Da tutto ciò dobbiamo difendere le nostre scuole e i nostri giovani, far sì che mai l’intelligenza e lo sforzo alla comprensione si arenino nelle fallaci illusioni dei miti della superiorità di una religione o di una cultura, mai che tutto ciò possa schiacciare il dubbio, il bisogno di sapere e di ricercare.
È questa la laicità di una scuola, coerente in tutta la sua organizzazione e nei suoi insegnamenti con il compito di crescere generazioni autonome nel pensiero da ogni condizionamento ideologico, morale o religioso, cacciando ogni virus in grado di minacciare la libertà, soprattutto delle menti più giovani, da ogni sorte di incubo irrazionale.
Terrificante è il solo pensare di affrontare la deriva del fanatismo religioso con il fanatismo dell’Occidente, di un Occidente che si proponga di dominare sulle culture e le civiltà del mondo, di un Occidente contro tutti.
Molte delle religioni del mondo, nessuna esclusa, contengono germi di fanatismo che possono portare allo scontro di civiltà paventato da Huntington. Tutti i fondamentalismi ritengono che la modernità e la secolarizzazione degli stati siano la causa della defezione dalle dottrine religiose. Uno dei loro obiettivi è ristabilire lo stato teocratico, governato dalle leggi della religione e della teologia.
Ma occorre anche liberarci dal fanatismo della religione del capitale umano, per cui lo scopo delle nostre esistenze dovrebbe risiedere nei mercati, nell’accumulare ricchezze e nella crescita economica.
Se riflettiamo bene non è molto differente da quello delle religioni che considerano la vita come mezzo per realizzare la volontà di un dio o degli dei. Solo che il nostro dio è molto materiale e risiede nei beni di consumo.
Se questi fossero i valori, il modello di educazione che l’Occidente intende globalizzare nel mondo, dovremmo veramente preparare noi e i nostri figli ad affrontare uno scontro di civiltà.
Ma la ragione nel mare dell’irrazionalità può ancora trionfare. Dipende da noi, dalle nostre scuole.
C’è solo una religione a cui dobbiamo educare i nostri giovani, pienamente laica, una religione nel significato etimologico della parola, di unire insieme, di legame che unisce gli uomini in una comunità civile.
La religione della giustizia sociale, la religione dell’uguaglianza di tutti di fronte alla ricchezza, allo star bene, alla libertà dal bisogno e dallo sfruttamento. L’idea che il mondo e i suoi beni non sono solo di qualcuno, ma appartengono allo stesso modo a tutti. Che non abbiamo bisogno di difendere questa cultura o quella religione, ma il valore inestimabile di ogni vita che si muove su questa Terra, che lo scopo della vita non è accumulare ma condividere, distribuire tra i miliardi che siamo, perché nessuna condizione sociale di uno solo tra noi possa essere diversa da quella degli altri, far parti diseguali per essere uguali, per dirla parafrasando don Milani.
Solo questa sarà la lotta che ci potrà vedere vincenti contro ogni fanatismo, contro ogni integralismo religioso o meno.
Intanto perché non incominciamo a lasciar fuori dalle scuole dei nostri figli qualunque religione, quella degli dei e quella del capitale, insegniamogli ad essere laici, ad avere il pensiero libero da ogni ombra irrazionale.

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Identikit del fanatico

Eric Hoffer (1902-1983) è uno scrittore e filosofo statunitense nato da una coppia di immigrati tedeschi. Trascorse la giovinezza e l’età adulta accompagnando il lavoro intellettuale a impieghi saltuari come un personaggio di un romanzo di Jack London: fece il lavoratore stagionale e il venditore di arance, il cercatore d’oro e lo scaricatore di porto. In questa circostanza voglio ricordarlo come autore di un libro pubblicato nel 1951 e ora, finalmente, tradotto per la prima volta in Italia: “Il vero credente. Sulla natura del fanatismo di massa” (Castelvecchi). Ecco un decalogo del perfetto fanatico tratto da questo aureo libretto.

  • “Perché in un soggetto maturi una disponibilità al fanatismo, egli deve essere privato della propria identità e unicità individuale: deve smettere di essere George, Ivan o Hans, ovvero un atomo umano la cui esistenza è limitata dalla nascita e dalla morte. La via più drastica per ottenere un simile risultato è la completa assimilazione dell’individuo entro un organismo collettivo”.
  • “Nella pratica quotidiana dei movimenti di massa la messinscena riveste un ruolo forse più stabile nel tempo di qualunque altro fattore. Non vi è dubbio che nell’inscenare processioni, parate, rituali, i movimenti di massa tocchino una corda sensibile in ogni animo. Anche le personalità più temperate sono travolte alla vista di uno spettacolo di massa d’effetto. In occasioni simili si assiste a un’euforia e a un istinto di uscire dalla propria pelle che coglie i partecipanti”.
  • “L’obiettivo dei movimenti fanatici è fomentare lo sprezzo del presente. L’impraticabilità di molti obiettivi proposti s’inserisce nel quadro della campagna contro il presente. Offrire qualcosa di praticabile significherebbe riconciliarsi con esso. La fede nei miracoli, a sua volta, implica un rifiuto e un atto di sfida nei confronti del presente”.
  • “Pur dando l’impressione di trovarsi su poli opposti, i fanatici si accalcano in realtà a un solo estremo. I fanatici di vario colore si guardano con sospetto reciproco e sono pronti a saltarsi alla gola a vicenda, ma popolano lo stesso quartiere e si potrebbe quasi dire che appartengono alla stessa famiglia”.
  • “L’odio è il più accessibile e completo di tutti gli agenti unificanti: discosta e svelle l’individuo dal proprio Io, lo distrae dal suo benessere e dal suo futuro, ed egli diventa un corpuscolo anonimo che freme per fondersi e mescolarsi ai suoi simili in una massa incandescente. Condividere un odio con qualcuno, vuol dire trasmettergli un senso di affinità, e dunque smorzarne la capacità critica”.
  • “Per quanto si possa ritenere cruciale il ruolo rivestito dalla leadership nell’ascesa di un movimento di massa, è indubbio che il leader non può far apparire un movimento dal nulla come d’incanto. Si deve essere in presenza di un desiderio diffuso di accodarsi a qualcuno e obbedire, nonché di un’intensa insoddisfazione per la realtà delle cose. L’indottrinamento di chi è frustrato è più facile dell’indottrinamento di chi non lo è”.
  • “Bisogna non esagerare l’efficacia della propaganda. Il propagandista di talento porta al punto di ebollizione idee e passioni che erano già calde nel pensiero del suo uditorio, assecondando i sentimenti più reconditi in chi lo ascolta. La propaganda più che instillare pareri, articola e giustifica opinioni già presenti nei suoi destinatari”.
  • “E’ raro che i pensatori lavorino bene insieme, mentre è generalmente facile per gli uomini d’azione sviluppare uno spirito di cameratismo. Tutti i movimenti di massa si servono dell’azione come agente unificante. I conflitti ricercati e incitati non servono solo contro il nemico, ma anche per privare i seguaci della loro individualità distinta e per renderli più facilmente solubili nel solvente della collettività.”
  • “La fede assoluta premunisce l’animo umano in vista dell’azione. Essere in possesso della sola, unica e indiscutibile verità è una premessa indispensabile per un comportamento deciso e ostinato sul campo. Per essere efficace una dottrina non deve essere compresa, ma creduta. Possiamo essere certi soltanto di ciò che non comprendiamo”.
  • “Il pericolo rappresentato dal leader fanatico per i movimenti di massa è dato dalla sua incapacità di darsi pace. La passione per le sensazioni forti lo induce a continuare a brancolare bramoso di sempre nuovi limiti da superare. Per lui l’odio si fa abitudine. Rimasti sprovvisti di avversari esterni da schiacciare, i fanatici iniziano ad avversarsi reciprocamente.”

Ogni riferimento alla campagna elettorale in corso, in cui assistiamo ad una pericolosa gara fra chi vuole superare Hitler e chi vuole arrivare prima nel replicare una nuova marcia su Roma, è consapevolmente voluto…

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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osservatorio globale

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