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Cos’è la destra, cos’è la sinistra
Il boomer, il ragazzo e il bambino senza memoria

 

Tu che sei giovane come me, quindi sei un boomer, te la ricorderai la “conventio ad excludendum” contro i comunisti. C’è persino una voce su Wikipedia, che ad un certo punto dice: “Per tutta la durata della prima repubblica nessun governo ebbe ministri o sottosegretari del PCI, i cui rappresentanti entrarono per la prima volta ufficialmente in un governo col Governo Prodi I nel 1996, quando il PCI si era già trasformato in Partito democratico della Sinistra”. Nel mezzo c’è stato Gladio, la strategia della tensione, le stragi di Stato che usarono manodopera neofascista e membri infedeli  – infedeli alla Costituzione ma non alla continuità statuale col ventennio – dei servizi segreti, Licio Gelli e la Loggia P2, il Piano di Rinascita Nazionale.

Il governo frutto del “compromesso storico” (appoggio esterno del PCI ad un monocolore democristiano) nacque nel mezzo di questa temperie da una profonda riflessione di Enrico Berlinguer, fatta nel settembre 1973 sul giornale Rinascita, che prendeva le mosse dal colpo di stato fascista  – finanziato dagli Stati Uniti – che rovesciò in Cile il governo socialista di Salvador Allende. Giusto per controbilanciare le superficiali evocazioni della scelta “atlantista” di Berlinguer, come se dietro non ci fosse stata una dolorosissima e articolata analisi, mi limito a questo estratto: “gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.” (per leggere i tre articoli di Berlinguer su Rinascita, clicca qui).

Classe borghese, privilegi, potere. Parole chiare, nette, che definivano. Proprio come sono nebulose, ambigue, mistificatorie le parole da cui è composta la melassa acquitrinosa del politichese. Parole prive di un senso, anzitutto perchè appaiono privi di senso coloro che le pronunciano, se non come personaggi di una pièce dell’assurdo à la Ionesco. Come un Enrico Letta che, sprezzante della sua propria fisiognomica, evoca “gli occhi della tigre”. E’ psicologicamente sintomatico che il capo del partito più impallidito in questi anni, anche nel nome – da Partito Comunista a Partito Democratico della Sinistra, a Democratici di Sinistra, a Partito Democratico – dichiari di volere un partito “dai colori vividi e netti, come in un quadro di Van Gogh”. Sembra davvero che l’inconscio si sia impadronito del suo eloquio, conducendolo a elaborare immagini che sono l’esatto contrario della pallida (e inconfessata) percezione di sé.

Tu che sei ragazzo/a adesso, invece, ti becchi la “conventio ad excludendum” verso Fratelli d’Italia, il partito erede della tradizione fascista. La cosa fa sorridere, per un paio di ragioni. La prima è che la sua leader, Giorgia Meloni, è già stata Vicepresidente della Camera dal 2006 al 2008, e Ministro (per la Gioventù: cosa volesse dire, a parte un vago echeggiare littorio, non si sa) dal 2008 al 2011. Quindi non è stata esclusa proprio da niente. La seconda è che la storia dell’Italia dopo la Liberazione dal fascismo, come ricordato prima attraverso la linea nera delle stragi, è attraversata molto più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. Te lo ricordi il G8 a Genova? La “macelleria messicana” messa in atto dalla nostra polizia? Era il 2001, quanti anni avevi? La geopolitica atlantica, unita al più forte partito comunista d’occidente, ha reso inevitabile il fatto di doversi tenere, come serpe in seno, forze dell’ordine e interi gangli dell’intelligence permeati da metodi fascisti e legami col fascismo, dopo aver giurato di difendere la Costituzione nata sulla pregiudiziale antifascista? Non so se era inevitabile, ma è andata così. Quindi non è che gli eredi della tradizione fascista italiana stiano eventualmente “uscendo dalle fogne”: non ci sono mai stati.

Questo non vuol dire che non si corra alcun rischio. Il rischio è che la destra vinca le elezioni a mani basse e abbia, da sola, i numeri per cambiare un pezzo della Costituzione. Infatti Pierluigi Bersani (uno dei pochi con il sale in zucca, oltre ad un pugno inascoltato di costituzionalisti) affermava con elementare buon senso che chi collabora tuttora in tante amministrazioni locali (Pd e 5stelle) dovrebbe fare un cartello elettorale, minimo per contendersi i seggi uninominali con la destra. Invece Pallore Democratico fa a meno dei 5Stelle, i nuovi parìa che hanno osato disturbare il manovratore solitario Mario Draghi, e imbarca il 3% di Azione, giocandosi l’ala sinistra nonchè la possibilità di far tornare a votarlo chi non vota più, per nausea, disperazione o rabbia (ricordo che due tra le peggiori leggi degli ultimi anni, il Jobs Act e la legge elettorale con cui voteremo, sono targate PD).Quel PD sotto il cui ombrello crescono spesso buoni amministratori locali, in Direzione Nazionale non smette di deludere.

Infine ci sei tu, nativo digitale, che ti ritrovi a vivere in una terra che conosci solo per come è adesso: torrida, secca, abitata da gente vecchia, governata da gente vecchia, in cui l’ascensore sociale ti porterà fuori dall’Italia, se hai fegato e soldi per prenderlo – no, il talento non ti basterà.

Non hai neppure la capacità di sognare, perchè il mondo virtuale che maneggi da quando avevi due anni ti mette tutto a portata di mano: non hai mai dovuto immaginare niente. L’idea che hai del lavoro come di una merce uguale a tutte le altre, non è colpa tua. E’ quella che ti è stata lasciata in dote da gente vecchia, tutelata, che ha fatto il fenomeno con il tuo sedere: flessibilità, cioè precariato; disponibilità, cioè sfruttamento salariale. Il liberismo in economia uccide le libertà civili: se non hai la possibilità di progettare un futuro con il tuo lavoro, ti puoi scordare di sposarti, fare figli. Oppure lo fai ma con l’ incoscienza di chi non può pianificare, perchè è nato sotto la stella dell’incertezza. Non è tutto male in questo panorama: ci sono i nonni, che ti aiutano con la loro pensione. Domani tu non potrai farlo coi tuoi nipoti. Se io fossi te, farei fatica a capire cosa vuol dire “destra” o “sinistra” (leggi qui il pezzo di Giuseppe Nuccitelli su queste colonne).

Però hai l’imprinting del sopravvivente. Non hai un passato e non hai un sogno, hai un problema: cavartela e costruire un futuro per te e il pianeta in cui sei costretto a vivere. Con il tuo pianeta condividi lo stesso destino di precarietà. Gli esseri umani che hanno un passato non ne hanno appreso le lezioni, continuano a fare gli stessi errori. L’assenza di memoria potrebbe essere la tua arma vincente.

Attenti alla Statista

 

Giorgia Meloni e il suo partito sono in questo momento sugli scudi. Fratelli d’Italia (conserva la fiamma ma si annette Goffredo Mameli e ha adottato l’inno nazionale) è stimato attorno al 25%, quattro o cinque punti sopra il PD di Letta e quasi dieci punti sopra la Lega che, grazie al suo leader, ha sbagliato tutte le ultime mosse.
Le elezioni di fine settembre sono ancora lontane, e la maggioranza degli italiani non sa ancora chi voterà – e se andrà a votare – ma il dato è comunque storico. Per la prima volta in 75 anni di storia repubblicana il partito di estrema destra diventa il “primo partito”. Giorgio Almirante sarebbe contento.

Molti, anche del Centrosinistra, minimizzano, lo ritengono un fenomeno passeggero, perché la politica in Italia è come la porta girevole del Grand Hotel, entra uno ed esce un altro: Berlusconi, Monti, Renzi, Conte… E poi, Giorgia è cambiata, non urla più come una coatta di Tor della Monaca, e ha scritto (o si è fatta scrivere) una bella autobiografia. E soprattutto è una donna, finalmente una donna, la prima, l’unica donna in una balbettante politica da appannaggio da sempre dei maschi.

La metamorfosi è compiuta, ora Giorgia è una statista. Ha smorzato i toni, senza rinunciare ai suoi sacri valori. Sembra la carta carbone (la carta carbone è nera) della sua grande amica Marine Le Pen. Con la differenza che in Francia c’è il presidenzialismo e Marine arriva prima al primo turno e perde regolarmente al secondo. In Italia invece, se come probabile a settembre vince il Centrodestra, Giorgia può diventare Presidente del Consiglio. Matteo Salvini è troppo depresso per opporsi.

Sulla fiamma sono sempre diffidente, ma la nuova Giorgia sembrava convinta e convincente. Poi ho letto il suo programma elettorale, IL MOVIMENTO DEI PATRIOTI IN 15 PRIORITÀE’ già il titolo mi ha precipitato nella macchina del tempo. E dopo i patrioti, tra una promessa e l’altra, ecco che salta fuori la gloriosa fiamma con le sue parole ammuffite e puzzolenti, tutto il vecchio repertorio fascista e neofascista. Lo sapevo io, la vecchia bestia non muore mai.

“Difesa della famiglia naturale, lotta all’ideologia gender e sostegno alla vita. […] PRIMA L’ITALIA E PRIMA GLI ITALIANI […] una Legge che dica che la difesa è sempre legittima  […] Controllo delle frontiere e blocco navale con rimpatrio immediato a seguito di accordi con gli Stati del nord Africa. Espulsione dei clandestini e stop al business dell’accoglienza […] TUTELA DELLA NOSTRA IDENTITÀ DAL PROCESSO DI ISLAMIZZAZIONE […] Albo degli imam e obbligo di sermoni in italiano. Nessun cedimento a chi vorrebbe eliminare i simboli della nostra tradizione cristiana, vietare il presepe o rimuovere i crocifissi dai luoghi pubblici. Tetto al numero massimo di alunni stranieri per classe […] Cura dei più bisognosi con pasto caldo e dormitorio per tutti ma stop al racket dei mendicanti […] Per una Gioventù nazionale protagonista delle sorti dell’Italia.”
(Tratto da IL MOVIMENTO DEI PATRIOTI IN 15 PRIORITÀ)

In Copertina: Giorgia Meloni interviene al CPAC (Conservative Political Action), Orlando, California, 24-27 febbraio 2022 (foto Wikimedia Commons) 

silhouette libri cultura

Si censura Dostoevskij … per l’Ucraina o per noi?

 

Il fatto è noto: l’Università Bocconi ha annullato un corso su Dostoevskij tenuto da Paolo Nori [qui] (peraltro gratuito) in omaggio all’Ucraina invasa da Putin.
Dopo l’incredulità del docente, l’università ha ritirato la sua decisione demenziale. Un piccolo segno, ma è noto che è proprio dai ‘piccoli segni’ che si coglie il futuro che ci aspetta (se non si reagisce). Confondere un autocrate come Putin con il suo popolo e la sua cultura (considerata patrimonio dell’umanità), è un ‘segno dei tempi’: ci si deve tutti accodare al pensiero unico di totale condanna di Putin (e fin qui va bene) senza discutere sulle nostre (europee, per non dire Usa) responsabilità.

Gli italiani hanno già vissuto durante il fascismo questi “piccoli passi” da pusillanimi che volentieri assecondano la vulgata dominante diventando più “prussiani del re di Prussia”, facendo cioè quei piccoli gesti che piacciono a quello che si reputa in quel momento “lo spirito dominante del tempo”. Discriminare, odiare, consigliare amichevolmente di non esporsi, un ammiccare complice, rigettare qualsiasi azione che possa comprometterti, una predisposizione millenaria al conformismo, il terrore di ogni complessità, soprattutto quella del pensiero, dividere tra buoni (noi) e cattivi (gli altri), soprattutto il rifugio della rassicurante appartenenza al nostro gruppo che ci scalda e protegge.

Colpire il pensare libero che è alla base della democrazia. Essere vissuti 75 anni in una democrazia non ci esenta da questi istinti e quindi se “soffia il vento contro la Russia di Putin” tutto ciò che è russo va demonizzato. La storia è colma di questi comportamenti opportunistici, com’è avvenuto durante il nazi-fascismo (e non solo). I partigiani che si rivoltarono furono solo il 3% della popolazione e nel ‘43 quando Mussolini era già stato destituito dal Gran Consiglio a Ferrara (per esempio) c’era una fila per andarsi a iscrivere al partito fascista che andava dalla sede (quasi alla fine di Viale Cavour) fino al Castello.

Fascisti diventati in molti casi comunisti, socialisti, democristiani, liberali nel dopoguerra ed è per questo che fu bruciato il Tribunale (conteneva compromettenti documenti). La condanna senza appello alla guerra e a Putin non ci deve esimere da un dialogo civile (da un libero pensiero) che ci faccia uscire da questa drammatica situazione in un mondo migliore (e più pacifico). Oggi le tifoserie sono dannose. La guerra non deve nasconderci che siamo dentro un capitalismo che crea crescenti disuguaglianze, disastri ambientali, che negli ultimi 20 anni ha impoverito il 90% di europei e americani e proprio di questo parla Dostoevskij che passò 4 anni in Siberia e 2 anni di servizio militare per aver contestato il regime zarista e in Delitto e Castigo insorge contro la pretesa dei sostenitori del liberalismo di rendere l’umanità calcolabile. Anche il Cristo scelse di non essere contato dal primo censimento dei Romani in Palestina, fuggendo in Egitto con la famiglia. Caifa nel condannare Gesù dirà “è meglio che muoia uno piuttosto che tutto il popolo”. Durante la pandemia e ora con la guerra (segnalo che in questo momento ci sono 30 guerre nel mondo) c’è chi vorrebbe creare un pensiero unico (senza se e senza ma), ma ciò significa minare l’individuo (e il suo libero pensare, amare, volere) che rappresenta l’essenza dell’umanità.

Il pensiero di Dostoevskij è molto critico coi meccanismi economici e il Raskolnikov di Delitto e castigo illustra come non credesse alla supposta razionalità dell’Homo economicus, su cui si basano le teorie dell’economia capitalista moderna (non tutte). Scrive Dostoevskij “L’uomo non persegue i propri interessi, ma i propri fantasmi”. Per questo motivo, ma forse anche per i tanti rovesci economici patiti, il grande scrittore russo “aborre il capitalismo, che ha osservato i danni che ha prodotto a Londra e che ora sta facendo a San Pietroburgo” la rivoluzione industriale nella quale Delitto e castigo è ambientato. Dostoevskij esprime nel romanzo il suo disprezzo per la borghesia del denaro tramite il personaggio dell’avvocato Lužin, ricco ma meschino e moralmente depravato, che offre una sua parodistica e interessata versione della “mano invisibile” di Adam Smith: “Non lavorando che per me stesso lavoro, di fatto, per tutti”. Anche la formalizzazione matematica dell’economia portata avanti da altri economisti classici anglosassoni, da David Ricardo in poi, era per Dostoevskij un’aberrazione.

Formalizzazioni che ancora oggi sono ben presenti nella cultura degli economisti neo liberisti che sono molto “efficienti” ma iniqui, direbbe Dostoevskij, per il quale “non c’è niente di più disumano della miseria delle grandi città moderne”. Il suo sguardo sulla povertà è vicino a quello di Charles Peguy (scrittore e saggista francese di poco posteriore a Dostoevskij, autore di Il denaro), che stabiliva una distinzione tra “l’inferno” della miseria e la povertà, la quale non solo preserva la dignità dell’uomo ma gli assicura anche (almeno fino a prima della rivoluzione industriale) una forma di “sicurezza”. “Nella povertà infatti si può conservare ancora la nobiltà dei sentimenti innati, mentre nell’indigenza nessuno potrebbe farlo”, afferma Dostoevskij. Ma è nella critica all’Homo economicus richiamata all’inizio che sta, forse, l’elemento di maggiore modernità di Dostoevskij. Ricordiamo infatti tre premi Nobel per l’economia, Herbert Simon (1978), Daniel Kahneman (2002) e Richard Thaler (2017), che hanno criticato, sulla base della psicologia comportamentale, quel modello di presunta razionalità nelle scelte economiche, spiegando come queste ultime siano viziate, sia nei consumatori che negli investitori, da pregiudizi cognitivi. Uno che ha scritto Il giocatore guardandosi in pratica allo specchio, non poteva non averlo capito.

Attaccare Dostoevskij non significa attaccare la Russia ma il nostro “sistema” che rende il 90% dei cittadini (europei e americani inclusi) sempre più poveri, mentre arricchisce in modo esponenziale una piccola fascia (sfruttando paradisi fiscali e riduzione delle imposte), che non genera lavoro (abbiamo lo stesso livello di occupati del 1960), dove un quarto dei giovani né studia né lavora, sempre più separati dalla Natura e dalle altre persone, più dipendenti dal digitale e dalle grandi multinazionali. Un “sistema” che mina le stesse democrazie (in grande ritirata nel mondo da 30 anni). Bisogna ritornare a pensare con la nostra testa, smettere di barattare libertà nostra (e degli altri) con consumismo e falso benessere, una nuova Europa federale, fondata su pace e autonomia (anche difensiva) dalla Nato e dagli Usa, diventare un polo mondiale di democrazia e di “buona vita” per tutti (non solo per i ricchi) attraente per i cittadini russi, cinesi, americani. Le dittature lavorano su odio e guerra perché sanno che dividono (divide et impera), la cultura e l’arte uniscono e sono il punto di partenza per la pace.

II mio amico Eric

Eric Gobetti è un giovane storico, studioso del periodo del fascismo italiano, che ha scritto un saggio di parte, ma ampiamente documentato, sulla vicenda delle foibe, ultimamente cavalcata dai neonazionalisti per dimostrare una presunta equivalenza tra assassinii o addirittura genocidi. Da quando questo saggio è divenuto parte della discussione pubblica, i suoi account sono intasati da minacce di morte a lui e ai suoi figli, del tipo “comunista appeso, ci vendicheremo” (questa è una delle più riferibili).

Eric Cantona è stato un ottimo calciatore. Tuttavia è diventato più celebre per le sue gesta e dichiarazioni a bordocampo che per il suo talento sportivo. Icona del Manchester United pur essendo francese di nazionalità, nel 1995 fu squalificato per nove mesi dopo aver colpito con una scarpata stile Bruce Lee un hooligan che gli gridava “tornatene in Francia, bastardo!” dalle tribune dello stadio del Crystal Palace. Ha interpretato se stesso in un bel film di Ken Loach, nel quale per una volta la celebrità e l’anonimato non sembrano affatto due mondi separati, ma si compenetrano nella trama di una commedia amara e (stranamente per Loach) condita di ingredienti surreali.

Non conosco personalmente nè l’uno nè l’altro Eric, eppure li sento come miei amici.

 

“Ho avuto un sacco di momenti belli nella mia vita, ma il migliore è stato senza dubbio quando diedi il calcio a quell’hooligan”.

Eric Cantona

Il cattivo poeta

Sono tempi dal cielo chiuso, quel che oggi sembra grandezza non è che prepotenza…

Primavera 1936, anno di nascita dei nostri genitori, per alcuni di noi cinquantenni. Tempi lontani, tempi non semplici per molti di loro, tempi dove la saggezza era un antico ricordo. L’anno in cui il neopromosso federale più giovane d’Italia, Giovanni Comini, di stanza a Brescia, viene convocato a Roma da Achille Starace, segretario del Partito Fascista e numero due del regime, per sorvegliare quotidianamente il Vate, Gabriele d’Annunzio, diventato un personaggio “scomodo” al regime. Il racconto di chi ha cambiato opinione, gli ultimi anni della vita di un genio non più simpatizzante per Benito Mussolini, scorrono sullo schermo, ne Il cattivo poeta, esordio nel lungometraggio di Gianluca Jodice.

Comini (interpretato da un intenso Francesco Patanè, esordiente), ha un compito davvero ingrato assegnatogli da Starace (Fausto Russo Alesi), per il quale “D’Annunzio è come un dente guasto, o lo si ricopre d’oro, o lo si estirpa …”. Il poeta è, infatti, certo del fatto che l’alleanza con la Germania di Hitler (che definisce “il ridicolo nibelungo”) sarà l’inizio del disastro, vi si oppone fermamente. Il regime teme che un dissenso tanto illustre possa danneggiare i suoi piani. D’Annunzio (un meraviglioso Sergio Castellitto), vecchio e affaticato, vive quindi isolato sul Lago di Garda, nel suo Vittoriale, dove il film è quasi interamente girato, in una vita ormai al limite e dissennata, fatta di vizi estremi che prevedono sesso, antidolorifici e cocaina. Sempre animato dall’ormai irreale speranza che l’asse Roma-Berlino si distrugga prima che scateni l’inferno. 

Nella parte iniziale, il film convince poco, lo spettatore rimane forse un po’ spiazzato e deluso dall’immagine decadente del poeta, da un ritratto negativo che getta ombra sulla sua poesia e grandezza, da un Uomo logorato dalla lunga clausura in “quei giardini che appaiono foreste, in quel placido lago che si fa oceano” e profondamente deluso da un’Italia sull’orlo della distruzione sociale, umana e politica e che si dirige verso l’abisso. Ma poi la storia riprende, le immagini del Vittoriale sono avvolgenti e cariche di pathos, la storia italiana viaggia parallela alla vita del poeta: rivediamo l’Impresa eroica di Fiume e il Futurismo con la gagliardia fisica, erotica e mentale del Vate, i moti nazionalsocialisti che trasformarono l’ideale fascista tanto ammirato in una dittatura che strinse in una morsa la vecchiaia del Poeta e l’Italia. D’Annunzio è stato rivoluzione e trasgressione, poetica e violenza, l’archetipo dell’artista che ha il dovere di andare contro il potere, di prendere posizione e schierarsi verso il pensiero dominante, di un Uomo che non ha avuto paura del dissenso, convinto che la Bellezza è la sola arma di distruzione del male. Il fascino di tanta grandezza arriva anche a Comini (“Tu sarai testimone della mia veggenza”, gli dirà), che aiuta il Poeta ad organizzare un breve incontro con Mussolini durante la sua fermata alla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova. Ma il Duce lo ignora. Tutto è perduto. Ed è tardi. Non resta che rassegnazione.

La sceneggiatura, sempre di Jodice, utilizza per i dialoghi di D’Annunzio solo le sue parole scritte o pronunciate in pubblico. L’impianto teatrale è evidente, vi è una grande cura della scenografia e dei costumi. Nella fotografia predominano i colori seppia, blu e grigio pietra (soprattutto quello delle uniformi, quasi a voler ricordare il buio e il tono delle tenebre per un Poeta crepuscolare, dove il Vittoriale, da luogo della memoria diventa monumento funebre di una vita e di un mondo); il grigio, tuttavia, a volte è squarciato dai verdi intensi e sgargianti dell’arredamento del Vittoriale. Resta forse un lumicino?? Gli ambienti e l’architettura sono imponenti, sovrastanti. Il cattivo poeta ci ricorda di diffidare di chi “ha bisogno di un balcone” in questi “tempi da cielo chiuso” e piange la morte del pensiero autonomo.

 

 

 

Il cattivo poeta, di Gianluca Jodice, con Sergio Castellitto, Francesco Patané, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Italia, 2021, 106 minuti.

Trailer 

occhiali Gramsci

Il mio Gramsci

 

L’occasione per questo atto d’amore mi è stata offerta dal mio amico e collega Giuseppe Quattrini e dal Liceo Ariosto di Ferrara, dove sono state organizzate ‘le giornate della Filosofia’ dedicate a varie tematiche e approcci al pensiero contemporaneo. Nel corso della conferenza ho potuto parlare del mio amore per Antonio Gramsci: da dove nasce, perché, chi è Antonio Gramsci oggi?

Il mio Gramsci è il frutto sempre fresco di una passione sorta grazie alla mia maestra delle elementari. Era lei che nella Bologna dei primi anni Settanta, ogni sabato ci leggeva Garcia Lorca, Lee Masters e le Lettere dal carcere di Gramsci. Da allora, ho continuato a leggerlo e rileggerlo, persino all’esame di maturità, scelsi il tema di storia su Gramsci e la questione meridionale. Divenuto professore di filosofia e storia in Sardegna ho avuto occasione di partecipare a un convegno internazionale a Cagliari, a cura dell’Istituto Gramsci nel sessantesimo anniversario della morte. Era il 1997.

Letto, studiato, amato in tutto il mondo, Gramsci in Italia si studia poco e male, neppure lo si veicola tra i giovani. Perché era comunista? Una volta crollata l’URSS, abbiamo buttato via il bambino e l’acqua sporca? Forse. O forse perché Gramsci parla alla coscienza critica degli italiani di oggi; una coscienza affievolita, apolitica, che si vergogna di essere stata comunista.

Ha una concezione della dialettica come dialogo, vaso comunicante e di reciprocità tra struttura e sovrastruttura che consente di comprendere come il ‘900 sia stato il “secolo americano”. Reinventa il concetto di egemonia non come comando, ma come percorso verso il consenso e una via nazionale per l’Italia post fascista e quindi democratica.

E chi ha il compito di costruire il consenso, l’egemonia? Gli intellettuali critici organici, capaci di rivolgersi alle masse. Non certo gli intellettuali chierici, servili dei Signori prima e dei Padroni poi. Gli intellettuali che pure dichiarano di essere di sinistra ma che disprezzano il popolo e la cultura popolare. Quelli che preferiscono frequentare i salotti televisivi e benpensanti per promuovere se stessi e i propri libri, nel più acclarato impulso narcisistico.

Il mio Gramsci ha capito che il Nord ha colonizzato il Sud con la collaborazione dei ceti intellettuali e agrari meridionali in Italia, non senza un appoggio esterno all’Italia. Mentre il blocco industriale del Nord è legato agli interessi semifeudali e mafiosi del Sud. Per questo la questione meridionale resta perennemente all’ordine del giorno, senza una vera azione governativa di contrasto all’emigrazione, all’abbandono degli studi, al vivere di lavoretti in nero, alla disoccupazione femminile etc. etc.

Il ‘mio Gramsci’ aveva ben chiaro lo stretto rapporto tra politica e cultura e quindi aveva compreso come il Fascismo fosse una delle tante rivoluzioni passive che hanno segnato la penisola italica prima e l’Italia unita poi. Riprendendo il pensiero di Cuoco ciò significa che l’Italia ha subito quasi sempre delle Restaurazioni mascherate da Rivoluzioni nelle quali le masse non hanno avuto veramente un ruolo se non la subalternità. Ma cosa rende i subalterni dei subalterni?

La propaganda, l’ideologia, il consenso tutte operazioni culturali messe in atto dal potere dei partiti e dai loro intellettuali di riferimento che illudono i subalterni. Cosi fu per il Fascismo con la piccola borghesia che appoggiò Mussolini, credendo di fare la storia e invece ne fu totale strumento di bieco conformismo: agente bianco della controrivoluzione diceva Gramsci. E oggi che il quinto stato vota a destra? E i partiti di sinistra trovano consenso nella borghesia?

Occorre sempre tenere presente che struttura e sovrastruttura si influenzano e che i ceti meno abbienti trovano la loro voce nella propaganda egemonica della destra reazionaria e populista. Sovranista e nazionalista se non regionalista, secondo una retorica che tende all’egemonia del denaro e del conformismo. Se non dell’indifferenza.

Io odio gli indifferenti – scrisse Antonio Gramsci – essi sono la gramigna della coscienza collettiva. Oggi direbbe che la sinistra ha abdicato al suo compito, ingurgitata dall’ennesima operazione trasformista, portandola ad essere il salvacondotto della buona borghesia. Incapace di parlare agli operai, agli emigrati, alle vittime del caporalato, frequentatrice di banche e banchieri, più che di precari e giovani disoccupati.

Caro Antonio quanto sono stati belli e sofferenti i tuoi amori! Tu che lavavi i piatti, unico uomo a farlo alle riunioni di partito. Le donne a cominciare da mamma Peppina ti hanno accompagnato e tua sorella Teresina, Giulia la madre dei tuoi due bambini, Tatiana sua sorella (vicina a te in carcere) ti portava il meglio possibile. Amore e rivoluzione. Cuore e pensiero. Sono strettamente connessi. Quando la tua vita è volata via di notte, Tania ti ha accompagnato alla grigia tomba nel cimitero, dove giaci coi fiori spenti dall’arido silenzio della memoria dei più.

 

 

 

 

IL Fascismo è fuori dalla costituzione

Dopo l’assalto di Forza Nuova alla sede nazionale della Cgil, si è riaperto il dibattito sulle formazioni neofasciste e sulla opportunità del loro scioglimento per decreto. Così era stato nel novembre del 1973 per Ordine Nuovo, a seguito del processo e delle pesanti condanne inflitte ad alcuni suoi leader. Al di là del dibattito e dello scontro tra i partiti, viziato come d’uso da strategie mediatiche, il riferimento fondamentale – anche per verificare la possibilità dello scioglimento di Forza Nuova e Casa Pound – rimane il dettato costituzionale, cosa cioè la nostra Carta dispone rispetto al fascismo storico e ai tentativi di risuscitarlo. Il contributo del costituzionalista Francesco Pallante, che sotto riportiamo, attraverso un’analisi puntuale del testo costituzionale, fornisce utili elementi di conoscenza e di riflessione.
(La Redazione)

di Francesco Pallante

L’entrata in vigore, il 1° gennaio 1948, della Costituzione repubblicana segna una cesura nella storia d’Italia. A fronte del tentativo di trattare il fascismo come una parentesi, chiusa la quale avrebbe ripreso vigore l’ordinamento giuridico liberale imperniato sullo Statuto albertino, s’impone la diversa prospettiva di chi – lungo il sentiero tracciato da Piero Gobetti sin dal 1924 – fa propria l’idea che, dal punto di vista costituzionale, «la questione non sia di difendere [lo Statuto], ma di creare [una nuova costituzione]» (La filosofia di un fascista mancato, in Opere complete di Piero Gobetti, vol. I, Scritti politici, Einaudi, 1997, p. 574).

La prima disposizione della Costituzione repubblicana è il manifesto dell’avvenuta cesura. L’Italia era una monarchia oligarchica fondata sul privilegio. Con la nuova Carta fondamentale, si ribalta nel suo opposto, divenendo una «Repubblica democratica fondata sul lavoro» (art. 1, co. 1). I sudditi si tramutano in cittadini; da discendente, il fluire del potere si fa ascendente; il lavoro perde la sua connotazione negativa e si rinnova in strumento di inclusione sociale. Tale esito era tutt’altro che scontato. La destituzione di Mussolini (25 luglio 1943) apre il campo all’azione di una pluralità di forze che perseguono obiettivi solo parzialmente convergenti. Al confronto che si innesca tra alleati, partiti antifascisti riuniti nel CLN, corona, militari, ex sostenitori e membri del regime fascista si sommano le divergenze interne a ciascuna delle forze contrapposte: una miscela ad alto rischio di deflagrazione. Proprio in ciò sta il «miracolo costituente»: nell’aver saputo ricondurre a unità, nel nuovo testo costituzionale, il pluralismo sociale e ideale liberato dalla fine del fascismo, contenendone, nonostante gli aspri conflitti, i possibili sviluppi distruttivi. Chiave del successo, un articolato costituzionale felicemente compromissorio: tale, cioè, da non poter essere considerato da nessuno come pienamente “suo”, ma nemmeno come totalmente “altrui”.

Tuttavia, se è vero che il testo finale risulta approvato a larghissima maggioranza (453 voti favorevoli a fronte di 62 contrari), è altresì vero che non si deve sminuire, sotto il profilo concettuale, il significato delle posizioni ostili alla nuova Costituzione. Spiegando come nascono le carte fondamentali, Gustavo Zagrebelsky distingue le «costituzioni che comandano» dalle «costituzioni che unificano» (Intorno alla legge, Einaudi, Torino 2009, pp. 230 ss.). Le prime – le costituzioni che comandano – presuppongono che la società sia divisa da un conflitto tra due o più parti contrapposte, che si risolve con la prevalenza di una sulle altre. Tale prevalenza è sancita dalla Costituzione, che pone fine alle ostilità dividendo la società in dominanti (i vincitori) e dominati (i vinti). In casi come questi, la Costituzione è un “comando”, un “colpo di potenza” degli uni verso gli altri. Le seconde – le costituzioni che unificano – presuppongono anch’esse l’esigenza di dare ordine a una società plurale, ma, in questo caso, la pluralità è frutto della compresenza di forze amiche o, se avversarie, comunque non irriducibilmente ostili le une alle altre. La costituzione, di conseguenza, anziché come un «regolamento di conti tra nemici» opera come un «coordinamento tra amici».

È chiaro che quelli ora delineati sono modelli ideali, rigorosamente distinguibili l’uno dall’altro sul piano concettuale, non altrettanto sul piano storico. Ne è evidente dimostrazione proprio la Costituzione italiana, nel contempo atto di unificazione tra le vittoriose forze antifasciste e atto di comando ai danni della sconfitta forza fascista: una situazione fotografata con chiarezza dall’esito del voto finale.

Si comprende, così, come il fascismo risulti doppiamente estraneo all’ordinamento costituzionale repubblicano: perché, sul piano storico, la nuova Repubblica democratica è l’esito della vittoria della Resistenza sul fascismo (come ben si dice con l’espressione «Costituzione nata dalla Resistenza»); e perché, sul piano politico, fascisti e nostalgici del fascismo si ostinano a rimanere tali anche dopo la caduta del regime, rifiutando, con la Costituzione, i principi e le regole del costituzionalismo democratico, per definizione ostile all’assolutezza del potere e, di conseguenza, al fascismo che a quell’assolutezza anelava. Insomma, da qualunque punto di vista – teorico, storico, politico – si guardi la questione, l’antifascismo emerge come il principale tratto identitario della Costituzione italiana: ne è l’elemento costitutivo fondamentale. La doppia funzione – di comando e di coordinamento – della nostra Carta si esprime, con tutta evidenza, nel suo essere articolata, oltre che in norme rivolte a disciplinare i nuovi assi di sviluppo della società italiana, altresì in norme finalizzate a dettare proibizioni nei confronti del fascismo. È il caso della XII disposizione transitoria e finale, che vieta «la ricostituzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista» (co. 1) e dispone che siano imposte con legge limitazioni «per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione […] al diritto di voto e all’eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista» (co. 2). Delle due norme, è senz’altro la prima a rivestire importanza maggiore, per la sua proiezione indefinita nel tempo: il divieto di ricostituzione è imperituro e dettagliato in modo piuttosto preciso nella successiva legislazione di attuazione: la legge n. 645/1952 (c.d. legge Scelba), la legge n. 152/1975 (c.d. legge Reale) e la legge n. 205/1993 (c.d. legge Mancino).

Sarebbe, tuttavia, riduttivo ritenere che la funzione di comando della Costituzione si esaurisca nella sua XII disposizione transitoria e finale. Analoga è, infatti, la funzione delle numerose disposizioni costituzionali che, nel dettare la nuova disciplina democratica dei fenomeni sociali, prendono, più o meno implicitamente, le distanze dal regime precedente. Si pensi all’art. 18 che, nel proclamare la libertà di associazione, si figura le “camicie nere” mussoliniane e vieta le associazioni «che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare» (co. 2). Oppure all’art. 21, che a tutela della libertà di stampa violentemente conculcata dal fascismo, distingue accuratamente le ipotesi di autorizzazione, censura e sequestro, ammettendo solamente quest’ultimo e con garanzie più stringenti di quelle previste per la libertà personale. O, ancora, a una norma sull’organizzazione costituzionale come l’art. 102, co. 2, che – ricordando la barbarie del Tribunale speciale per la difesa dello Stato – vieta l’istituzione di «giudici straordinari», vale a dire di organi giudicanti appositamente costituiti per vagliare fatti già avvenuti (e, dunque, suscettibili di essere formati in modo tale che la decisione sia pregiudicata). O, infine, sempre nell’ambito dell’organizzazione dei poteri, alla denominazione assunta dall’esponente di vertice dell’esecutivo: non «Primo ministro», come per esempio in Inghilterra, ma «Presidente del Consiglio dei ministri» (art. 92, co. 1), a sottolinearne la funzione di coordinamento tra pari anziché di primazia verso subordinati – com’era, invece, al tempo del fascismo, quando l’analoga figura si fregiava, significativamente, del titolo di «Capo del governo».

Questi casi – e gli altri che potrebbero essere ricordati – significano che l’intera Costituzione, in tutte le sue articolazioni, s’impone come comando ai fascisti e a chi, al di là delle furbizie lessicali dietro cui vilmente si nasconde, all’ideale fascista di fatto si rifà. È dunque errata la posizione che vorrebbe ridurre l’antifascismo costituzionale alla sopra ricordata XII disposizione transitoria e finale, trattando il fascismo come un fenomeno contingente, storicamente circoscritto all’esperienza consumatasi durante il ventennio: una posizione che mira, in ultima istanza, a riconoscere dignità costituzionale a chi, riproponendo posizioni di fatto analoghe a quelle del fascismo, la Costituzione vorrebbe distruggerla, sfruttandone la democraticità a fini antidemocratici – alla maniera in cui un parassita approfitta delle risorse del soggetto in cui s’incista.

Il fascismo, insomma, è fuori dalla Costituzione, e non potrebbe essere altrimenti, perché il compromesso democratico può, per definizione, includere solo chi è disposto a riconoscere il valore delle posizioni altrui, a partire da quelle che non condivide. Aprirlo a includere il fascismo – neo, para o post che sia – significherebbe, oltre che condannare il compromesso alla distruzione sul piano concreto, trasformarlo in una accozzaglia contraddittoria sul piano ideale. Per questo i fascisti non godono delle libertà costituzionali: perché, avendo subìto e subendo la Costituzione nel suo complesso come comando, non ne sono parte attiva, ma passiva. Come ha scritto Paolo Barile, con esplicito riferimento alla libertà di manifestazione del pensiero, ma sviluppando un ragionamento suscettibile di estensione generale, la XII disposizione transitoria e finale Cost. priva l’ideologia fascista della garanzia costituzionale delle libertà (Libertà di manifestazione del pensiero, in Enciclopedia del diritto, vol. XXIV, 1974, p. 470). Di tutte le libertà: quelle individuali allo stesso modo di quelle collettive, come dimostra l’art. 49 Cost., che, nel definire i confini della contesa politica, stabilisce che essa debba svolgersi «liberamente» e «con metodo democratico», così implicitamente escludendo le formazioni politiche che si rifanno al fascismo. Che il fascismo, «sotto qualsiasi forma» si manifesti, possa essere libero e democratico è infatti una contraddizione in termini così lampante che la sua negazione sarebbe di per sé sufficiente a privare di credibilità la Costituzione in cui s’incarna la «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di “Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato “Contro la democrazia diretta” (Einaudi 2020) e “Elogio delle tasse” (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

Questo articolo è già apparso col medesimo titolo sul sito volerelaluna.it

Cover: Militante di Forza Nuova in azione (Wikimedia Commons)

la Repubblica di Weimar

“Operaio scrive “CGIL” sull’ingresso della sede di Confindustria per farla devastare dai fascisti”

Lercio

Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, tale è la geniale capacità del collettivo satirico Lercio di catturare, con una frase, l’essenza dei fatti. In questa fake new si legge la stupidità della folla smarrita, il tragico errore di mira della guerra tra deboli, la sottovalutazione del senso di una protesta, quando a connotarla e a guidarla è un manipolo di violenti. Ho letto commenti del tipo “Confindustria fa il suo mestiere, il sindacato invece no, quindi è più colpevole”. Nessuno che si ricordi se, sotto il regime franchista, sotto Pinochet, sotto Videla, sotto Mussolini, i ricchi stessero peggio e i poveri meglio. Quelli che non si sentono più rappresentati da nessuno scendono in piazza organizzati da tale Pamela Testa, fascista dichiarata; sul palco il comizio lo tiene tale Giuliano Castellino, vice capo di Forza Nuova, nemico giurato del green pass fattosi vaccinare per poter tornare allo stadio (sic). Per organizzare una protesta in proprio bisognerebbe organizzarsela, appunto, non farsela organizzare dai fasci. Non ricordo una manifestazione operaia in cui sul palco parlassero Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti. Eppure c’erano, ma venivano isolati. La tragica cartina al tornasole fu l’assassinio di sindacalisti ad opera di brigatisti rossi. Invece oggi fascisti e difensori della libertà contro la “infame tessera verde” marciano fianco a fianco.

Quel che più spaventa è questa moltitudine di persone impoverite, rabbiose, disilluse, che ricorda in modo sinistro la Repubblica di Weimar poco prima della salita (legale) al potere di Adolf Hitler, che solo qualche anno prima aveva preso il 2 per cento alle elezioni.

 

Il marcio su Roma

Ricordate l’ #andràtuttobene? Non va tutto bene. Il green pass sarà uno strumento discutibile, ed io ne discuto spesso con persone serie che ne contestano la natura e l’efficacia. Tuttavia, sarebbe ora che chi manifesta contro il green pass si organizzasse in proprio affinché il suo dissenso non venisse regolarmente guidato da squadracce di fascisti che, guarda caso, tra tutti coloro con cui potrebbero prendersela, se la prendono con la CGIL.
Sarebbe ora si organizzasse in proprio, anche perché la polizia, spiace dirlo, è stata ancora una volta morbidissima con questa feccia.

L’Italia, Repubblica fondata sull’antifascismo, annovera storicamente tra le forze dell’ordine diversi seguaci di un nostalgico ritorno alle radici e alle pratiche fasciste. Una striscia nera attraversa le nostre istituzioni dal dopoguerra. Gente che non solo non è mai stata allontanata, ma ha fatto carriera. Qualcuno fa addirittura il diplomatico, l’ambasciatore.

Ci sono interi reparti che hanno sprangato nella caserma Bolzaneto manifestanti pacifici ed inermi, durante una notte d’estate del 2001 a Genova passata alla storia come “macelleria messicana”.
In nome dell’anticomunismo, abbiamo avuto Gladio, le stragi neofasciste con depistaggi operati da interi reparti di apparati dello Stato, una loggia P2 che con una mano ha comprato buona parte dell’informazione italiana mentre con l’altra, pare, pagava i neofascisti che hanno messo la bomba alla stazione di Bologna.

Quando vogliono, le forze dell’ordine picchiano, sprangano, torturano, depistano, spacciano (ricordate la caserma dei carabinieri di Piacenza, vera e propria cupola della droga, che era stata appena encomiata per l’alto numero di arresti effettuati?). Quando non vogliono, le forze dell’ordine lasciano fare.
I Black block distruggono la città di Genova impunemente. I fascisti di Forza Nuova assaltano e devastano le sedi della CGIL impunemente. La polizia democratica e repubblicana, spiace dirlo, in questi frangenti sembra essere una minoranza. Magari non lo è: si faccia sentire anche lei, allora.

Cari no green pass, è ora che decidiate da che parte stare. Potete continuare a discettare quanto volete della composizione dei vaccini, anche se a volte prendete pastiglie perché ve le ha consigliate il barista, “con quella sono stato bene subito”. Potete continuare a gridare alla violazione della privacy, anche se tra cellulare e social vi fate tracciare anche le mutande.

Decidere da che parte stare non vuol dire cambiare idea. Vuol dire dividere concretamente la propria posizione da questa gentaglia, prenderne le distanze fisicamente, combatterla sulle strade e nelle piazze, se non volete essere assimilati a loro. Stanno soffocando la vostra voce con il tanfo della merda che hanno nel cervello, stanno piallando le vostre argomentazioni con la violenza delle svastiche tatuate sulle loro braccia.

Gli stolti in buona fede se la prendono col dito, perché non vedono la luna. La feccia in malafede indica il dito perchè non vuole che si guardi la luna. La posizione della CGIL sul green pass è stata talmente attenta a tutte le sensibilità da essere addirittura criticata al suo interno per un presunto eccesso di tolleranza verso gli antivaccinisti.

Eppure quando si tratta di assaltare, di vandalizzare, di colpire con la violenza, l’obiettivo è la CGIL. E io dico “bene”. Vuol dire che questa organizzazione è ancora percepita come un baluardo, forse l’unico rimasto, e quindi da abbattere. Mai come oggi sono fiero di farne parte.

Ricordiamocene, quando a volte, dopo esserci fatti il mazzo per i lavoratori, perdiamo tempo a parlare del nostro ombelico. Non ne vale la pena. Quel che conta è la forza, il presidio del territorio. La feccia lo ha capito, nella sua stoltezza. Ricordiamocene anche noi.

salvacondotto-Ivan-Harsanyi giorgio perlasca

Stefano Gargioni, Giorgio Perlasca e il silenzio del Comune di Ferrara

 

Il post antisemita e neofascista di Stefano Gargioni – dirigente scolastico dell’Istituto Giorgio Perlasca, Giusto fra le Nazioni – ha prodotto, a Ferrara e in Italia, molte reazioni di sdegno e condanna. Stiamo aspettando la decisione del Ministero retto dal ferrarese Patrizio Bianchi –  e sarebbe bene che la sospensione fosse perpetua, tanto da impedire a una persona del genere di metter più piede in una scuola della Repubblica.

Oggi, però, la notizia più inquietante è un’altra. A più di  48 ore dall’uscita delirante di Gargioni, non registriamo nessuna reazione (stupore? presa di distanza? condanna?) da parte del Sindaco e Vicesindaco di Ferrara. Sappiamo che entrambi amano parlare tramite social, ma le loro seguitissime pagine Facebook si gingillano ancora riportando la ‘buona stampa’ sul governo cittadino e non spendono una parola sul preside fascista. 
(Francesco Monini)

Non intendo scrivere sulla vicenda del dirigente scolastico fascista Stefano Gargioni che paragona il Green Pass all’Olocausto, non perché non abbia pensieri al proposito ma perché credo che la vicenda, nella sua macroscopica gravità, non dovrebbe aver bisogno di parole ma di vere e proprie manifestazione civili di indignazione (che durino molto di più del tempo che serve per scrivere un commento sui social) da parte dei genitori, del personale scolastico, dei altri Dirigenti Scolastici, degli amministratori, dei cittadini.
Bene hanno fatto i dirigenti scolastici di Ferrara e Provincia ad inviare ai giornali una lettera di presa di distanza dell’accaduto. Bene hanno fatto le organizzazioni sindacali e le RSU/RSL dell’istituto Perlasca a comunicare pubblicamente il loro pensiero critico verso l’operato del preside.
Come in tutti i casi in cui una goccia, seppur grande, fa traboccare il vaso mi chiedo come mai siano state sottovalutate tutte le altre gocce che quel vaso hanno riempito: le messe in orario scolastico, i giudizi pesanti sul Presidente della Repubblica, gli organi collegiali convocati in presenza nonostante le disposizioni ministeriali, i protocolli di sicurezza non rispettati, i rapporti sindacali resi difficoltosi, il mancato controllo del green pass, eccetera.
Mi chiedo anche perché il sindaco non sindachi, il vicesindaco non vicesindachi, l’assessore non assideri ma soprattutto perché i consiglieri di destra di Ferrara non consiglino?
A volte il loro silenzio è davvero assordante. Speriamo almeno che il Ministro dell’Istruzione: Bianchi, provocato da simili comportamenti indecenti, provi almeno un po’ a “sbiancare” il troppo “nero” che sta dilagando a scuola oltre i limiti del civile confronto democratico.
In copertina: Salvacondotto collettivo Famiglia Harsanyi. Documento rilasciato dal finto console spagnolo Giorgio Perlasca che attestava la cittadinanza spagnola e il diritto all’ospitalità in case protette affittate dall’Ambasciata spagnola che godevano dell’extraterritorialità.  – Tratto dal sito della Fondazione Perlasca: www.giorgioperlasca.it

Succede a Ferrara…
Memento per un anziano fascista

 

Di recente, un politico ferrarese che rivendica le proprie radici fasciste (la coerenza non è sempre un valore) ha scritto di essere fermamente contrario all’intitolazione di un luogo cittadino alla memoria di Gino Strada, perché faceva parte di un famigerato servizio d’ordine studentesco che non disdegnava l’utilizzo di una chiave inglese come mezzo contundente da usare “…contro chiunque non fosse allineato con la loro farneticante ideologia marxista-leninista-maoista. Insomma, comunista”.
Per questa falsa accusa un ‘giornalista’, tal Moncalvo, è già stato condannato dalla magistratura per diffamazione, e ha dovuto risarcire Emergency con 150.000 euro. Incurante della datata calunnia, il politico locale aggiunge che Strada non ha mai “rinnegato quella sua violenza giovanile, mai chiesto scusa alle sue vittime, mai compiuto il più semplice atto riparatorio. Insomma, mai ha mostrato il minimo pentimento.”
Parrebbe (bontà sua) che abbia “rimediato a questa violenza facendo del bene”…, bene sul quale peraltro manifesta “qualche riserva”. In effetti “pare” che Gino Strada e la sua organizzazione in questi 30 anni abbiano, tra l’altro, operato decine di migliaia di bambini dilaniati e amputati dalle mine più bastarde, quelle a forma di pappagallo verde, tanto da sembrare un giocattolo. E non per “rimediare” a qualcosa, come insinua costui rinnovando la calunnia, ma per rispondere ad una chiamata della sua coscienza di medico chirurgo, chiamata cui ha dedicato la propria esistenza. E questo è un fatto, non un’opinione.
Non si chiedeva a questo politico altrettanta grandezza (difficile pretenderla da noi stessi, figuriamoci da lui). Non avrebbe nemmeno senso (essendo la risposta scontata) chiedergli perché, invece, riterrebbe indubbiamente meritoria un’intitolazione odonomastica al gerarca fascista Italo Balbo, e senza bisogno che costui rinnegasse nulla, anzi a celebrazione delle sue gesta di famigerato picchiatore.
E anche questo è un fatto, non un’opinione.

Potevamo però almeno sperare che tacesse. Ma non ha taciuto. Allora nemmeno noi. Visto che non è più uno sbarbatello fascista ma un uomo attempato, è tempo che si interroghi sull’ipotesi che il giovanile fanatismo, dal quale evidentemente non è guarito, gli stia restituendo una rappresentazione rovesciata dei fatti della vita, e del loro valore. Un quadro che non ha nulla di politico, ma qualcosa di patologico.

 

“Le statistiche sulla sanità dicono che un americano su quattro soffre di qualche forma di malattia mentale. Pensa ai tuoi tre migliori amici. Se stanno bene, vuol dire che sei tu”.

Rita Mae Brown

strage etiopia

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
I Fantasmi del passato (VIII Parte)

Etiopia Debra Berhan – Egitto el Alamein: a volte ritornano, per singolo o doppio caso fortuito, i fantasmi del passato coloniale italiano.

Nel maggio 2006, il quotidiano La Repubblica ha pubblicato le foto e un’inchiesta del proprio inviato Paolo Rumiz Etiopia quella strage fascista (poi riproposto online nell’aprile 2018 da The Magazine Italia), che confermerebbero “le prove di un efferato crimine italiano in Etiopia, 70 anni dopo la proclamazione dell’Impero” e che rigetterebbero “luce sinistra su un conflitto che la nostra memoria ancora rimuove o traveste da scampagnata coloniale”.

Tutto comincia con un primo caso, grazie il ritrovamento da parte di un dottorando dell’università di Torino di un pacco di telegrammi dimenticati in un faldone dal titolo “Varie” presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma. Dentro, un manoscritto senza firma, una mappa, altri documenti di conferma e un contenuto agghiacciante. A riemergere dall’oblio del passato e dalla profondità delle grotte naturali presenti nell’area montuosa di Debra Berhan – 100km a nord di Addis Abeba, nell’alto Scioà – sarebbe la conferma di una strage avvenuta tra il 9 e l’11 aprile 1939.
In base a quanto scoperto dal ricercatore, nel luogo indicato dalla mappa e in quei giorni vennero fucilate dopo la resa o avvelenate con i gas più di mille uomini, donne, vecchi e bambini, componenti una carovana del reparto ‘salmerie’ dei partigiani di Abebè Aregai, leader del movimento di liberazione etiope, rifugiatisi nella grotta dopo essere stati individuati dall’aviazione e circondati da un numero soverchiante di militari italiani.

Il gruppo è in realtà composto in larga misura da fuggitivi, feriti, anziani, donne e bambini, parenti degli uomini in armi, che garantiscono la cura dei feriti e l’appoggio dei partigiani alla macchia e da alcuni combattenti guidati da Tesciommè Sciancut.
L’ordine del Duce è perentorio: stroncare la ribellione. Ma stavolta stanare i ribelli è impossibile, così il 9 aprile la grotta viene attaccata con bombe a gas d’ arsina e con la micidiale iprite nonostante l’Italia abbia firmato la messa al bando internazionale di queste armi letali sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1928.

Dalle carte emergono dati incredibili.
Nella grotta il ‘bombardamento speciale’ sarebbe stato portato a termine dal ‘plotone chimico’ della divisione Granatieri di Savoia, da sempre ritenuta una delle più ’nobili’ delle nostre Forze Armate e si sarebbe svolta secondo strategie, procedure e fatti inenarrabili.

Il mio compito – scrisse nel suo diario il sergente maggiore Boaglio – era far scendere e scoppiare i bidoncini…nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente….”.

La notte successiva, una quindicina di ribelli armati avrebbe tentato una sortita riuscendo a scappare. Molti cadaveri vennero gettati fuori dalla grotta. Moltissimi si arresero all’alba del giorno 11. Ottocento persone, si legge nel documento, in quel mattino stesso vennero fucilate su preciso ordine dato dal Governo Generale, cioè o dal generale Ugo Cavallero o dallo stesso Amedeo di Savoia.

Ma non è finita. Dentro c’è chi resiste ancora – uomini, donne e animali – e i nostri chiedono i lanciafiamme per ‘bonificare’ l’antro, ramificatissimo.

I dettagliati telegrammi degli alti comandi sono istantanee dall’inferno. “Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare at termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche”.

Le prove, schiaccianti, entrano nella tesi di dottorato ma mancano ancora i riscontri sul campo, così il ricercatore organizza una missione col supporto dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e viene accompagnato dal giovane studioso etiope Johnatan Sahle.

La mappa trovata allo Stato maggiore consente di individuare facilmente la zona, a un giorno di macchina dalla Capitale, in un altipiano di grotte e punteggiato di chiese copte, attorno alla cittadina di Ankober, 2600 metri di quota, sulle valli dei fiumi Uancit e Beressà. E’ dai preti dei villaggi che arrivano le prime conferme (“non ottocento, ma migliaia di morti”) e l’indicazione delle strada giusta, fino al paesino di Zemerò, e poi – per altri 30 chilometri fuori pista – fino al villaggio di Zeret, una ventina di tukul in pietra e paglia, 180 metri a picco sopra la bocca dell’inferno.

Il nome della grotta dice già tutto: Amezegna Washa, antro dei ribelli. Sotto, il fiume Ambagenen, che vuol dire Fiume del Tiranno. All’imboccatura, lo stesso muretto protettivo descritto nei rapporti dell’esercito italiano.

armi chimcheDentro la grotta non c’ è più andato nessuno, da allora. Dentro, un labirinto, in parte impercorribile. Ma bastano i primi cento metri alla luce delle torce per dare conferme. “Ossa dappertutto – racconta il ricercatore – quattro teschi, di cui uno con addosso la pelle della schiena; proiettili, vestiti abbandonati, ceste per il trasporto delle granaglie”. E poi rocce annerite, forse dai bivacchi (ma era difficile che i ribelli accendessero fuochi il cui fumo li segnalasse all’aviazione italiana) o forse dai lanciafiamme. Gli italiani, raccontano i figli e i nipoti di chi vide, calarono verso l’imboccatura della grotta dei pesanti bidoni che poi furono fatti esplodere con i mortai. E ancora: chi non fu fucilato, fu buttato nel burrone sotto la grotta. “Fu colpa degli Ascari”, le truppe indigene inquadrate nell’esercito italiano, “è l’obiezione ricorrente di fronte ai massacri in Abissinia. Ma gli ascari non si muovevano mai senza l’ordine di un ufficiale bianco. La ferocia di queste repressioni era anche il segno dell’esasperazione dei fascisti di fronte alla resistenza degli etiopi. La rabbia per un controllo incompleto del territorio”.

Oltre all’autore della scoperta anche l’autore del reoprtage Paolo Rumiz pare non avere più dubbi sia sui fatti che sulle conclusioni da trarre e aggiunge: “No, il camerata Kappler non fu peggio di noi. Il governatore della regione di Gondar, Alessandro Pirzio Biroli, di rinomata famiglia di esploratori, fece buttare i capitribù nelle acque del Lago Tana con un masso legato al collo. Achille Starace ammazzava i prigionieri di persona in un sadico tiro al bersaglio, e poiché non soffrivano abbastanza, prima li feriva con un colpo ai testicoli. Fu quella la nostra ‘missione civilizzatrice’? L’ Africa per noi non fu solo strade e ferrovie. Fu anche il collaudo del razzismo finito poi nei forni di Birkenau. Negli stessi anni, un altro personaggio con la fama di ‘buono’ – Italo Balbo governatore della Libia – fece frustare in piazza gli ebrei che si rifiutavano di tenere aperta la bottega di sabato. Quanti perfidi depistaggi della coscienza”.

impero italianoC’ è bisogno di parlarne” – conclude Matteo Dominioni, l’autore della tragica scoperta in Etiopia – “il vuoto storico e morale da riempire è enorme”.
Tutto è cominciato così e così tutto continua per un secondo puro caso consecutivo, dal momento che lo stesso cognome, Dominioni, appartiene anche ad un altro ricercatore sul campo, Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo, il Sandgraf -Conte della Sabbia- come lo avevano soprannominato i generali tedeschi o il ‘samaritano del deserto’, cioè colui che percorse 30.000 chilometri nel corso di 355 ricognizioni che lo portarono a recuperare, riconoscere e raccogliere, ad uno ad uno, i resti dei suoi commilitoni caduti in Libia e in Egitto dopo oltre quattro mesi ininterrotti di attacchi e contrattacchi, offensive e controffensive, nel corso della più grande battaglia della seconda guerra mondiale combattuta in Africa, e che si concluse il 23 ottobre 1942 ad El Alamein, stabilendo la tragica fine dell’avventura coloniale italiana.

 

 

Leggi la Prima Parte [Qui], la II [Qui],la III [Qui], la IV [Qui], la V [Qui], la VI [Qui]

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

italo balbo

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
fortuna, violenze e morte di Italo Balbo (VII Parte)

“Un’immensa voragine di sabbia”: così all’inizio del XX secolo, Gaetano Salvemini definì la Libia, quando ebbe inizio l’avventura coloniale italiana.
Qualche anno più tardi furono molti contadini italiani a non credere ai miraggi di quella terra promessa, che la propaganda fascista descriveva fertile, rigogliosa, “liberata” e pronta per essere coltivata. Mussolini, volle che fosse il gerarca Italo Balbo ad occuparsi della colonizzazione agricola della Libia, dopo averlo sollevato dall’incarico di Ministro dell’Aeronautica del Regno d’Italia e inviato in qualità di Governatore nel 1934.
Balbo dichiarò che avrebbe seguito le gloriose orme dei suoi predecessori e avviò una campagna nazionale che voleva portare due milioni di emigranti sulla Quarta Sponda Italiana del Mediterraneo. Ne arrivarono soltanto 31mila, ma furono un numero sufficiente da trincerare dietro un muro militare, costruito nel 1931 in Cirenaica, per contrastare la resistenza delle tribù beduine degli indipendentisti libici Senussi.
Quel muro, il muro italiano di Giarabub, è tuttora presente, visibile e in funzione. Oggi viene indicato, mantenuto e utilizzato come efficace barriera anti-immigrazione. Si ritiene cioè che trattenga il flusso migratorio clandestino diretto verso l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo, impedendo di raggiungere i luoghi di imbarco più facilmente accessibili che si trovano sulla costa del Golfo di Sirte.
muro italiano di Giarabub

muro italiano di Giarabub
Il muro italiano di Giarabub. 1931 (Libia)

Il muro italiano in Libia si presenta come una doppia linea di recinzione metallica lunga 270 chilometri, larga quattro metri, alta tre, visibilmente malandata ma resa insuperabile da chilometri di matasse di filo spinato che si srotolano dalle regioni a ridosso del porto di Bardia, lungo le sterpaglie desolate della Marmarica, fino a perdersi nel Grande Mare di Sabbia del Deserto Libico.
Questa grande opera venne commissionata alla Società Italiana Costruzioni e Lavori Pubblici di Roma, che la realizzò in sei mesi, dal 15 aprile al 5 settembre 1931, ad un costo complessivo di circa venti milioni di lire, impegnando nella costruzione 2.500 indigeni sorvegliati da 1.200 soldati e carabinieri, lungo un percorso totalmente privo di strade e di risorse idriche.
Il reticolato di filo spinato è sostenuto da paletti di ferro con base in calcestruzzo, vigilato dai ruderi fatiscenti di tre ridotte e sei ridottini. Lungo il suo percorso venero costruiti tre campi d’aviazione, una linea telefonica, vennero utilizzati 270 milioni di paletti di ferro e ventimila quintali di cemento.

Non potendo che apparire come ben piccola cosa di fronte all’immensità del paesaggio che la ospita, la presenza di questo muro colpisce perché oltre ad essere nel deserto, è deserto. Il compito di sorveglianza e controllo è sempre stato principalmente garantito dall’innesco di migliaia di mine antiuomo, cioè armi automatiche che esplodono e uccidono selettivamente, tutte le volte che vengono attivate da presenze umane.
Per un certo periodo, va però detto che fu oggetto di ricognizioni aeree sistematiche che venivano audacemente condotte, oltre che dai piloti dell’Aeronautica Militare, anche e direttamente dal loro capo supremo e Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.
Oltre al muro, Balbo continuò a mantenere in vita quello che era stato fatto prima e qui negli anni precedenti: missioni e bombardamenti aerei.
E le derivazioni dei trimotori Savoia Marchetti usati da Balbo nelle transvolate atlantiche divennero caccia bombardieri siluranti chiamati Sparvieri, che continuarono ad essere utilizzati contro un’etnia composta da famiglie di pastori nomadi o seminomadi considerati ribelli, in bombardamenti incendiari e tossici.
Nei sei anni che Balbo visse e volò in Libia lo Sparviero abbatté tutti i record e tutti i primati di volo civile, velocità, trasporto, durata, distanza.
Poi il salto di qualità e da civile divenne un aereo militare: nella versione militare S.79K, il primo impiego operativo di 99 veivoli di questo tipo avvenne con l’intervento italiano nella guerra civile spagnola come “Aviazione Legionaria” e il 26 aprile 1937, tre S.M.79 dell’Aviazione Legionaria presero parte al bombardamento della cittadina basca di Guernica, un’incursione aerea compiuta (sotto il nome in codice di Operazione Rügen) in cooperazione con la Legione Condor nazista, che colpì nottetempo la popolazione civile inerme e ispirò il celeberrimo dipinto di Pablo Picasso.

L’allontanamento dal Ministero aveva eliminato Balbo dal centro del sistema di sviluppo industriale dell’Aeronautica, per cui lui, dopo esserne stato il motore e l’immagine, si ritrovò ad occuparne il ruolo di fantasma dell’opera in corso.
Sette anni prima era alla guida di imprese di voli transatlantici: il primo nel 1930 da Orbetello a Rio de Janeiro; il secondo tre anni dopo, da Orbetello a Chicago. Questa seconda crociera atlantica, organizzata per celebrare il decennale della Regia Aeronautica Militare Italiana nell’ambito dell’Esposizione Universale Century of Progress che si tenne a Chicago tra il 1933 e il 1934, lo aveva coperto di gloria.
Il governatore dell’Illinois e il sindaco della città di Chicago riservarono ai trasvolatori un’accoglienza trionfale: a Balbo venne intitolata una strada, tutt’oggi esistente, e i Sioux presenti all’Esposizione lo nominarono capo indiano, con il nome di Capo Aquila Volante. Il volo di ritorno proseguì per New York, dove il presidente Roosevelt organizzò, in onore agli equipaggi della flotta di 25 idrotransvolanti italiani, una grande street parade. Italo Balbo fu così il secondo italiano, dopo Diaz, ad essere pubblicamente acclamato per le strade di New York.
Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare ogni tipo di manifestazione organizzata a Chicago in onore del grande pilota: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta” e che commemorava il suo precedente onore acquisito come pioniere omicida dello squadrismo fascista.

Italo Balbo diario 1922Là, in Italia, partendo dalle valli del delta padano, aveva visto portare a compimento grandi opere di bonifiche che strapparono alle acque nuove terre da coltivare e nuove forme di diritti sindacali da reprimere grazie alla ”esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario”(Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori).
Sempre là, nella bassa provincia Ferrarese, aveva inaugurato la strategia criminale delle esecuzioni mirate come responsabile diretto, morale e politico dei due omicidi premeditati, da lui considerati ’bastonate di stile’, che significavano frattura del cranio, somministrate al sindacalista Natale Gaiba e al sacerdote don Giovanni Minzoni.
Natale Gaiba venne assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore del Comune di Argenta, di aver fatto sequestrare l’ammasso di grano del Molino Moretti, imboscato illegalmente per farne salire il prezzo, venisse strappato ai latifondisti agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, ridotto alla fame.
don minzoniDon Minzoni, parroco di Argenta, venne assassinato dai fascisti locali: Balbo non volle ammettere che fossero stati individuati e arrestati coloro che organizzarono l’assassinio e intervenne in molti modi, anche con la costante presenza in aula, per condizionare lo svolgimento e il risultato sia delle indagini che del processo penale, garantendo l’impunità del crimine.
Più infame ancora dell’appoggio politico e morale agli assassini, la diceria che don Minzoni fosse rimasto vittima di una ‘questione di donne’ e avesse un’amante, ignobile falsità costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina di andare a nozze con un vestito degno: calunnia propagata anche dalle pagine del Corriere Padano, il quotidiano fondato da Balbo che chiamò Nello Quilici a dirigere immediatamente dopo che quest’ultimo, in qualità di caporedattore del Corriere Italiano, venne coinvolto a Roma nell’ambito delle indagini sul rapimento e omicidio dell’on. Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario.

Qui, in Libia, Italo Balbo trovò condizioni esattamente contrarie e non riuscì a trovare, nemmeno con la forza, l’acqua sufficiente da donare alla terra di quei pochi coloni veneti e della bassa ferrarese, disperati e poverissimi, che, sotto l’enfasi propagandistica del regime, lo avevano raggiunto, si erano rimboccati le maniche e si erano illusi di rendere verde il deserto.
Fu sempre qui, in Libia, che Balbo, per tragica ironia della sorte o per fatale coincidenza, precipitò realmente in una voragine di sabbia e trovò la morte, colpito dal fuoco amico della artiglieria contraerea italiana.
Non fu peraltro l’unico ferrarese a rimanere vittima e protagonista di questo oscuro episodio avvenuto il 28 giugno 1940 nei cieli e sul suolo di Tobruk agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Con un ennesimo tributo di sangue vanamente versato qui, sulla sconfinata superficie libica, dove un muro difensivo alto pochi metri, è il beffardo simbolo di una torre di Babele che avrebbe dovuto innalzarsi fino in cielo, assieme a lui persero la vita anche i suoi più cari parenti e fidati collaboratori.

Evidentemente, mentre lui seguiva le orme dei grandi colonizzatori italiani, qualcos’altro stava seguendo le sue tracce, poiché la responsabilità storica di quanto avvenuto per sbaglio, come tragico errore e incidente di guerra, venne assunta in prima persona da un capo pezzo del 202 Reggimento di Artiglieria, che ammise di aver sparato raffiche di artiglieria contraerea all’indirizzo del trimotore Savoia Marchetti 79 pilotato dal suo comandante supremo nonché concittadino Italo Balbo, essendo significativamente pure lui, Claudio Marzola, 20enne, un ferrarese purosangue.
I colpi letali partirono da una delle tre mitragliatrici da 20 mm in dotazione a un Incrociatore Corazzato della Marina Regia che permaneva in rada semiaffondato e a scopo difensivo antiaereo, varato con lo stesso nome del santo patrono della città di Ferrara: San Giorgio.
Al momento del varo, avvenuto a Genova nel 1911, il motto dell’Incrociatore San Giorgio fu “Tutor et ultor” e a partire dal suo impiego nel primo e nel secondo conflitto mondiale venne cambiato in “Protector et vindicator” (Difensore e vendicatore).

Leggi la Prima Parte [Qui], la II [Qui],la III [Qui], la IV [Qui], la V [Qui], la VI [Qui]

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

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25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
costruiamo il nostro Impero (V Parte)

La concorrenza italiana alla dominazione britannica nel Mediterraneo si concretizza in modo vistoso negli anni Trenta: con il possesso nord orientale delle isole del Dodecanneso e con il controllo dell’Albania, l’Italia poteva controllare l’accesso nel Mare Adriatico trasformandolo in un proprio lago interno e in Africa, dalla Tripolitania, l’Italia poteva minacciare tutto il bacino del Mar Rosso.
In Palestina ed in Egitto, così come in Iraq, la propaganda fascista sobillava e affiancava i nazionalisti anti-inglesi.
Alleanza in Europa e competizione nel Mediterraneo e nel Mar Rosso: dalla concordia-discordia dei primi anni Trenta, all’atto finale della seconda guerra mondiale in Africa: l’anacronismo della politica estera fascista e la violenza dell’impresa coloniale.

E’ in questo contesto che nasce l’impresa abissina, le cui motivazioni vanno ricercate  in molteplici fattori: in primo luogo, è stata un’impresa che, secondo il Duce, doveva portare, con la creazione di un Impero, a un accrescimento del prestigio italiano nel contesto internazionale; in secondo luogo aveva una ragion d’essere nella volontà mai celata di vendicare la vergognosa cicatrice, come l’aveva chiamata D’Annunzio, della  sconfitta ad Adua nel 1896 (“the shameful scar as D’Annunzio had called it, of their defeat ad Adowa in 1896” (E.M. Robertson, “Mussolini as Empire Builder”, New York,  St. Martin Press, 1977); in terzo luogo, essa nasce dalla convinzione che in modo pacifico l’Inghilterra non avrebbe mai acconsentito ad un accrescimento del ruolo mediterraneo e mediorientale italiano e che quindi era necessario forzarle la mano, per ottenere che acconsentisse ad un’amichevole ridefinizione dei rispettivi interessi nel Mediterraneo, per giungere insomma a quell’agreement mediterraneo che avrebbe dovuto sancire l’inizio di una nuova era della politica estera italiana; in quarto luogo Mussolini decise l’impresa sulla base di motivazioni interne, più di carattere propagandistico -per rinvigorire la spinta ideale del fascismo, ormai esaurita sotto il profilo del rinnovamento sociale- che non economico.

Pare, a questo riguardo, di poter asserire che il progetto fascista comportasse per sua stessa natura il progetto della costruzione di un Impero: era e si dimostrò imperialista già dalla sua base ideologica. Le dichiarazioni di Mussolini, Dino Grandi; Guariglia, Italo Balbo e Federzoni, nel corso degli anni successivi alla marcia su Roma, sono numerose, e tutte portano a concordare sulla volontà fascista di costruire un Impero. Anche se la categoria classica dell’imperialismo in questo caso non è del tutto appropriata, dato che non lo si intende come una diretta derivazione di istanze contenute nello stato borghese precedente al fascismo, pare che Valette colga nel segno quando afferma: “Realizzare lo stato fascista nel senso pieno del termine significava creare un impero … l’espansione era necessaria per il fascismo” (“réaliser l’état fasciste au plein sense du mot signifiait créer un Empire… l’expansion était necessaire au Fascisme” (J. VALETTE, “Problèmes des relations internationales 1918-1949”, Paris, SEDES).

L’aspetto del prestigio internazionale, al di là delle motivazioni economiche, demografiche e psicologiche interne al regime, riveste un ruolo fondamentale. Probabilmente fuori tempo, anacronisticamente e senza considerare la mutata situazione internazionale del ‘900, nel 1935 l’Italia cerca quel “posto al sole”, che nel pensiero fascista le spetta di diritto, in una comunità internazionale che è ampiamente imperialista e razzista fin dal secolo precedente. Una conquista coloniale rappresenta indubbiamente agli occhi di Mussolini un traguardo di prestigio a cui l’Italia non può rinunciare. L’espansione è una necessità per il fascismo: affermarsi come grande potenza, esportare il modello fascista in Africa, creare un Impero che assicuri prosperità e rispetto alla madrepatria, è questo l’obiettivo della politica mussoliniana.

D’altronde, Pino Rauti, facendosi interprete del progetto fascista quale poteva essere nel 1935 scrive: “Etiopia quindi … , come liberazione da antichi complessi di inferiorità, come “spazio” anche psicologico e mentale da offrire alle nuove generazioni, come strada ai bordi della quale c’era il problema, difficile ma affascinante, della nostra presenza in tutto il Mediterraneo e al cui termine si profilava lo sbocco grandioso di una impresa da usare come test rivoluzionario per l’intero continente nero.

Là volevamo radicarci da grande potenza, radicandovi milioni e milioni di connazionali… E vendicare anche gli smacchi subiti prima, in quell’Africa verso la quale avevamo guardato tante volte ma senza mai riuscire a mettervi più di un timido piede, sempre pronto al dietro-front, e nella rivalsa delle sconfitte patite in malo modo, affrancarsi per sempre da tanti stati d’animo di inferiorità, da frustrazioni e complessi che dipingevano l’antica immagine dell’”Italietta” e dell’italiano eternamente con le pezze dietro, in giro a buscarsi per il mondo il pane, come una razza inferiore o incapace, o capace solo di prestazioni subordinate. Poesia? Retorica? Sogni? La storia vive anche di questo….” (P. RAUTI – R. SERMONTI, “Storia del fascismo” Vol. V, ROMA, CEN, 1977).

Sembra plausibile che in un’ideologia spiccatamente nazionalista e darwinista, quale quella fascista, rientrasse il progetto della costruzione di un Impero come affermazione decisiva della potenza nazionale. È chiaro che tale progetto rientra in una concezione geopolitica che vede l’espansione della potenza di una Nazione in senso prettamente spaziale. E questo era stato intuito dallo storico che più di ogni altro ha significato un punto di riferimento per i suoi successori: Gaetano Salvemini. Egli infatti, nella sua interpretazione della politica estera fascista come pura improvvisazione a fini propagandistici interni, aveva individuato prontamente ed in modo corretto che la “filosofia della violenza, il culto della guerra e la deificazione dello stato con il suo “fanatismo nazionalista”, la militarizzazione del sistema educativo ed il rifiuto di ogni forma di collaborazione internazionale, interpretata in chiave piuttosto social-darwinista quale lotta di tutti contro tutti… fascismo alla lunga, avrebbe significato guerra” (cit. da J. PETERSEN, La politica estera del fascismo come problema storiografico, Storia Contemporanea, III, 1972).

Non stupisce se durante il conflitto vi furono quindi vari episodi in cui i soldati italiani agli ordini di capi militari fascisti vennero più volte accusati dalla comunità internazionale di uso di armi proibite, quali le pallottole dum dum o gas ed agenti chimici quali l’iprite, e se dopo tanti anni siano ancora in fase di indagine storica e militare le efferate atrocità contro le popolazioni civili, verso le quali non si nutriva alcun rispetto umano, in quanto razza inferiore.

È triste, ma anche questo è stato il fascismo, e questo il risultato della sua politica e della sua cultura.

Nota:
“Alla conquista economica dell’Impero”, da cui sono tratte le immagini nel testo e la cover di questo articolo, è un gioco di tracciato con 95 caselle, variante del classico gioco dell’oca. Edito nel settembre 1937 dalle Officine dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche Bergamo per celebrare la conquista dell’Etiopia e la Fondazione dell’Impero.

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25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(II Parte)

Nello scarno dibattito che il 25 Aprile dedica alla ‘Liberazione dal colonialismo’ si affrontano due convinzioni stereotipate e contrapposte.
Numero uno: gli italiani erano brava gente che hanno portato la civiltà e le strade in Africa ma non hanno potuto compiere l’opera perché hanno perso la seconda mondiale.
Numero due: gli italiani hanno compiuto solo crimini di guerra trucidando e seviziando i civili senza pietà durante tutto il loro dominio.
Forse non ha senso rispondere alla domanda se gli italiani siano stati ‘brava gente’ o se abbiano compiuto solo nefandezze. Sarebbe più opportuno chiedersi cosa sia rimasto nella memoria delle popolazioni africane colonizzate dagli italiani o se, dove e come, l’atteggiamento coloniale e razzista si presenti e manifesti ancora e tutt’ora nella nostra società.

“La Francia si è spaccata intorno all’Algeria, nel Regno Unito c’è stato un enorme dibattito intorno all’indipendenza dell’India nel 1947”, sostiene Nicola Labanca, autore del libro Oltremare: Storia dell’espansione coloniale italiana (Il Mulino, 2007):”Non si può paragonare il colonialismo francese e britannico con quello italiano. Il nostro è stato una piccola cosa rispetto anche ai grandi imperi spagnoli e portoghesi. Una piccola cosa che produceva piccoli guadagni che interessava una piccola parte del Paese e quindi come una piccola cosa è anche ragionevole che se ne parli meno”.
L’aspetto quantitativo del problema che ridurrebbe l’Italia a sotto-potenza coloniale se posta a confronto con le grandi potenze coloniali europee, non collima con l’aspetto qualitativo, dal momento che la forma di colonialismo interpretata dall’ideologia fascista può vantare primati assoluti e metodologie criminali di eccellenza che hanno tristemente fatto scuola e che continuano ad essere tragicamente attuali.
Proprio per queste ragioni, il colonialismo italiano dovrebbe essere studiato e analizzato come una vera e propria sindrome da porre all’origine di una serie di fatti  difficili da giudicare mancando informazioni e approfondimenti sia nel dibattito pubblico, che in quello politico, che in quello scolastico-universitario dove si è iniziato a parlarne solo negli ultimi anni grazie a una giovane generazione di scrittori che hanno affrontato il tema come Gabriella Ghermandi, Francesca Melandri, Antar Marincola, il collettivo Wu Ming 2 e Igiaba Scego, una delle più importanti scrittrici italiane di origine somala, che nella presentazione del suo romanzo La linea del colore: Il gran tour di Lafanu Brown (Bompiani, 2020) ha ricordato : “Da piccola e adolescente ero molto consapevole di cosa fosse il colonialismo. Me lo raccontava mio padre, che oggi non c’è più. Sognava di fare l’astronomo e a scuola in Somalia, vestito da Balilla, cantava le canzoni coloniali, ma dopo la quarta elementare gli è stato impedito di studiare. Ostacolare l’apprendimento di intere generazioni è stato uno dei crimini peggiori del colonialismo”.

Delle quattro colonie, quella che gli italiani conoscono di più è l’Etiopia, anche solo per il fatto che la sua conquista, che si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 – che fu incompleta e che durò solamente cinque anni- rappresenta l’apogeo del fascismo ed è solo così che viene presentata, in un’unica paginetta, nei manuali scolastici.
Nonostante il ruolo minore dell’Italia come potenza coloniale, fu un’impresa gigantesca dal punto di vista umano, ideologico e logistico e fu una guerra tragicamente all’avanguardia per essere il 1935, perché il regime fascista usò tutta la tecnologia bellica, oltre che mediatica, più avanzata dell’epoca: carri armati, aviazione militare, bombardamenti con gas nervini. Scrive Nicola Labanca “Nessuna invasione britannica, francese o portoghese in Africa ha mai visto mezzo milione di soldati impiegati contemporaneamente come nel caso dell’invasione dell’Etiopia, dove c’erano 500.000 italiani al fronte”.

Per poter dispiegare una tale potenza di fuoco era necessario anche costruire infrastrutture, strade, ponti, cioè quell’insieme di grandi opere proclamate pubbliche e civili che in realtà servirono per far marciare le truppe e mantenere il dominio militare.
Per questo il regime fece trasferire in Africa Orientale Italiana (Eritrea-Etiopia-Somalia) tra il 1935 e il 1941 circa 200.000 operai italiani.
In gran parte erano braccianti disoccupati delle regioni del Meridione e del Nord Est  o borghesi arruolatisi spontaneamente nella Milizia Volontaria che decisero di far fortuna nel nuovo impero. Tutti però si tennero ben lontano dal pericoloso entroterra. Si stanziarono nei centri urbani principali, dove si trovava il 90% della comunità italiana svolgendo mestieri tipici al servizio degli altri italiani: negozianti, albergatori, ristoratori, locandieri, meccanici, camionisti.

Torino, targa di piazza Adua, trasformata in “piazza vittime del colonialismo italiano”

Anche la repressione della resistenza in Abissinia condotta dal Maresciallo Rodolfo Graziani, dopo aver ottenuto fama e onore in seguito alle gesta di ‘pacificazione’ della Libia, presenta aspetti di avanguardia che culminarono nel maggior eccidio di religiosi cristiani mai avvenuto in terra africana e ricordato come “l’olocausto nero”.
E’ da rispettare nei ricordi altrui e da iscrivere nella nostra memoria, il significato che continua ad assumere la data del calendario etiope Yekatit 12 corrispondente al 19 Febbraio, Giornata di Lutto Nazionale celebrata nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massari compiuti dal colonialismo italiano nel 1936, come altra metà e faccia oscura del 25 Aprile 1945 italiano.
(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

funerale-matteotti

Ricordare tutte le vittime per rimanere liberi

Giornata della memoria il 27 gennaio: quel giorno nel 1945 è liberato il campo di concentramento di Auschwitz, estrema conseguenza di un pensiero di morte, coerentemente teso fino al genocidio.
In Israele c’è un giorno dedicato, Yom HaShoah, sempre il 27, ma del giorno di Nissan. Per la differenza con il nostro calendario cade in aprile o nei primi giorni di maggio. Si era pensato al 15 di Nissan (rivolta di Varsavia 19 aprile 1943) scartato perché coincidente con l’inizio delle festività pasquali. La giornata internazionale – senza nulla togliere alla straordinarietà della Shoah – è dunque memoria di ogni sterminio.

Importante la ricorrenza in questo periodo in cui più evidenti si fanno tendenze naziste, anche nel nostro Paese. Da tempo le indica Giuliano Pontara, amico della nonviolenza (e mio) e massimo conoscitore di Gandhi. Così, più o meno, le riassume: Mondo, teatro di una spietata lotta per la supremazia; Diritto assoluto del più forte, Politica libera da ogni vincolo morale Suprematismo, Disprezzo per il debole, Violenza glorificata, Obbedienza assoluta, Dogmatismo fanatico. Importante è nel nostro Paese dove il fascismo, padre del nazismo, ha avuto origine. Circostanza dimenticata o sottovalutata, magari accompagnata dal richiamo al vasto sostegno popolare conseguito dal regime. Come se questo non comportasse, proprio perciò, maggiore attenzione alla situazione che si profila. Intanto il dannunziano Vittorio Sgarbi, molto ascoltato dagli amministratori di Ferrara, propone una mostra e l’intitolazione di una strada o piazza in onore di Italo Balbo, squadrista e quadrumviro. Non mi pare fuori luogo pensare a quando il fascismo ha mosso i propri sanguinosi passi, anche nella mia città, giusto cento anni fa.

Nella documentata “Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, pubblicata nel giugno del 1921, trovo a Ferrara, nel solo mese di gennaio: il 3 Alfredo Brugnoli è aggredito e bastonato da una trentina di fascisti; il 10 è la volta di Alfredo Brugnoli (che ho ben conosciuto) salvato dall’intervento di compagni e, per una volta, dalle forze dell’ordine; il 18 a Gaibanella squadristi bastonano operai che cantano inni proletari; sempre il 18 aggressione a Giacomo Matteotti, tafferugli tra fascisti e socialisti e socialisti arrestati; il 19 un fornaio che canta Bandiera Rossa è fatto segno di revolverate e ferito a una gamba, il vice commissario perquisisce lui e i suoi compagni. fornai pure loro, nessuno è armato, nessuna ricerca dei responsabili malgrado le indicazioni; il 20 l’assessore comunale Autunno Ravà è insultato e provocato, l’intervento di numerosi compagni evita il peggio; sempre il 20 Matteotti uscendo dall’ospedale, dove ha fatto visita a un operaio ferito, è aggredito a sassate, che colpiscono non lui ma operai accorsi; ancora il 20 a San Martino bastonatura del capo lega; il 23 sempre a San Martino ferito da una revolverata il compagno Fioravante Bernagozzi; ancora il 23 a Cona squadristi assaltano la Camera del Lavoro con scambio di revolverate e due fascisti feriti, i carabinieri arrestano 15 leghisti; il 24, giorno successivo, i fascisti tornano a Cona e incendiano la Lega; sempre il 24 incendiano pure la Lega di San Martino; ancora il 24 a Denore sono feriti cinque operai a revolverate, due gravemente; il 26 è incendiata nella notte la Lega di Fossanova; ancora il 26, nella tarda serata, a Cona una bomba è scagliata contro il Sindacato operaio. Poi sarà peggio, fino alla Marcia su Roma.

Così Matteotti, su  La Lotta di Rovigo del 7 gennaio 1922, commemora i trucidati antifascisti del vicino Polesine: Giù il cappello, signori della borghesia! Sono i nostri poveri compagni che vi guardavano, signori della borghesia! Giù il cappello, e guardateli pur voi questi poveri, che senza odio vissero e nell’angoscia della morte non seppero odiare. Questa è la pagina del ricordo e il ricordo nella nostra umana dottrina è sinonimo di amore. Noi ricordiamo i morti per amore dei vivi, non per odio ai carnefici. Se i morti ci lasciarono un pegno, esso fu di spargere il bene per quelli che rimangono.
Signori della borghesia, guardate i nostri morti! Li uccideste voi, ma sono nostri, guardateli e, se potete, dalla luce dei loro occhi imparate ad amare, ma non li toccate. Essi furono uccisi da voi; ma noi li seppelliremo. Voi apriste le fosse, noi le ricopriremo di fiori; perché li uccideste? Furono uccisi perché vollero essere fra i primi a dire la parola dell’unione, della buona battaglia incruenta in nome dell’Ideale. Furono uccisi, perché alzarono il capo dalla terra e guardarono in faccia il signore. Perché dissero: «Siamo legati alla gleba che amiamo, ma non siamo servi del nostro simile». Non per altra ragione ebbero il cuore trafitto, il cranio spezzato, le povere carni martoriate.
Ognuno cadde presso la sua casa, perché una macchia di sangue restasse sulla soglia e creasse, non il vendicatore, ma il figlio della vittima, ma il successore al posto di combattimento lasciato vuoto dal padre. Ogni vittima è di un paese diverso, perché ogni paese aveva fatto la sua battaglia e perché ogni paese avesse il suo martire. Così vollero i signori della borghesia, per punizione del servo che volle essere uomo e non pensarono che la loro bieca volontà crea uomini d’acciaio.
Dormite in pace, morti gloriosi! Nessuno vi tocca. Altri morti girano per le contrade del Polesine e d’Italia in attesa d’essere vivi. Risorgete in ispirito con loro. Se apriste, gli occhi, non vedreste che rovine. Tante rovine! Lasciate che vi liberiamo le sedi ove parlaste, che vi liberiamo la terra ove lavoraste. I morti che girano, vi ripetiamo, stanno per lasciare la veste del lugubre silenzio, attendete!
Voi non odiaste: amaste soltanto. Vi sarà resa tutta la libertà, tutto l’amore. Non per voi, non per i vostri corpi mortali, ma per il vostro spirito vivente nelle vostre creature.
Giù il cappello, se volete che i figli dei morti partiscano in un’era migliore, coi vostri figli, il pane del lavoro.

L’invito va accolto, anche ora, da chi trae profitto dalla violenza passata e presente e dalla profonda diseguaglianza economica e sociale. La diseguaglianza è alla base – lo ricorda sempre Pontara – del malessere della società, che giunge fino alla barbarie nazista. I privilegiati trovano sempre volonterosi scellerati al loro servizio. La maggioranza volta la testa per non vedere, sperando di non essere vittima. Poi si unisce ai plaudenti. Una presa di coscienza, il rispetto alle vittime sono dunque preliminari alla costruzione di un percorso di liberazione. Verità e riconciliazione è la lezione che si viene dal Sudafrica. Intanto bisogna sapere opporsi in tempo. Nella notte dei cristalli, 9-10 novembre 1938, 267 sinagoghe furono distrutte, non quella di Schiederwindt. Fece scudo con il proprio corpo il Presidente della Provincia. Di fronte alla sua decisione le squadre d’assalto si ritirarono.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

In copertina: i funerali di Giacomo Matteotti (wikimedia commons)

SCHEI
Ministero della Cultura Popolare

Scommetto che anche tu – proprio tu che stai leggendo – muori dalla voglia di dire la tua sulle ultime misure del governo. Magari avevi appena aperto un locale, dopo anni di sogni, pensieri, progetti, e adesso non sai come pagare i debiti. Magari fai il cuoco, e se non puoi dare da mangiare alla gente non hai da mangiare tu. Oppure sei uno che ha passato venti giorni in una terapia intensiva con un tubo in gola. Oppure sei un infermiere di un reparto Covid. La mattina ti metti il pannolone per pisciarci dentro, ti bardi con lo scafandro, preghi Dio o lo imprechi e parti per le dodici ore di turno.

Se appartieni ad una delle prime due categorie (che ne esemplificano altre cento: il pizzaiolo, il barista, lo sceneggiatore, l’attore, il tecnico delle luci) sono sicuro che stai maledendo il governo di incapaci che ti è toccato in sorte. Se sei un malato o se curi la gente, sono sicuro che tu al loro posto avresti completamente sprangato le città, così da non rischiare di beccartelo ancora, o così da avere forse, tra un mese, un turno di riposo. Dal virus, dalla gente, dalla paura, da tutto. E poter dormire.

Se non stai morendo di Covid ma rischi di morire di fame, la paura di ammalarti è soppiantata dalla paura di fallire. Di non essere in grado di mantenere la tua famiglia. Se hai un lavoro “sicuro” ma ti sei ammalato seriamente o è successo ad un tuo congiunto, vuoi solamente guarire e raccontare con un post su facebook quanto è brutto quello che hai passato, che c’è gente che sta addirittura peggio di te e che col Covid “non si scherza”.

Adesso, in autunno, con la seconda curva in crescita, per il Governo non è più così semplice. A marzo contava solo la parte sanitaria. Adesso le persone sono più stanche e più povere, e si erano illuse che fosse finita. Molte di loro hanno speso soldi per mettersi in regola e poter lavorare. Se tutti questi sacrifici e tutte queste aspettative vengono deluse, le persone non sono più disposte a sopportare, e il credito concesso si trasforma all’istante in rabbia popolare.

E’ una classica storia italiana. Siamo bravi a non affogare quando abbiamo l’acqua alla gola (non a caso la Protezione Civile è uno dei nostri fiori all’occhiello), ma quando si tratta di pianificare l’uscita dall’alluvione, la nostra atavica incapacità di organizzare il futuro prende il sopravvento. Conte ha un bel dire che ristorerà tutti coloro che hanno subito il blocco delle attività. Purtroppo, la burocrazia nostrana – la vera padrona del vapore – è in grado di sbriciolare la più filantropica delle iniziative legislative. Non sono naturalmente nelle condizioni di affermare che avrei potuto concepire di meglio di questo secondo lockdown. Nessuno dei contestatori è nelle condizioni di farlo: infatti nessuno ha idee migliori, tranne l’ovvia pretesa di chiudere un settore che non sia il proprio (chi la scuola, chi i supermercati).

Un discorso a parte lo meritano le attività culturali. Lo voglio vedere il ristoro riservato a dei teatri di periferia o a circoli ricreativi che non hanno nemmeno un bilancio degno di questo nome. Lo voglio vedere come troveranno il parametro reddituale sulla base del quale indennizzare una compagnia di teatro sperimentale, un archeologo, un tecnico del suono, un editor, uno sceneggiatore, un traduttore, un restauratore. Queste attività si muovono normalmente in una zona grigia, molto tendente al nero, lavoratori e attività “autonome” che sono soggette alla precarietà e all’incertezza in una situazione ordinaria, figuriamoci in mezzo ad una pandemia. Perchè la cultura non è fatta solo di grandi musei, di grandi orchestre, di grandi teatri, di artisti che radunano folle plaudenti e fatturano come un’azienda di dieci persone. Il patrimonio culturale della penisola, enorme e sovente disseminato nelle chiesette più sperdute della provincia italiana, è lasciato nell’ incuria. Basta vedere la teoria di ville storiche diroccate o i siti archeologici abbandonati che chiunque può incontrare in uno qualunque dei propri viaggi alla scoperta delle “meraviglie dell’arte”. E’ come trovarsi in eredità una fortuna in bellezza, potenzialmente più redditizia di tutto il petrolio estraibile dai pozzi arabi, e non prendersi nemmeno il disturbo non dico di manutenerla, ma almeno di darle una spolverata al mese, come si fa coi soprammobili di casa propria.

Cosa volete che freghi alla nostra “classe dirigente” della cultura. “Con la cultura non si mangia”, disse più o meno letteralmente un ministro delle Finanze qualche anno fa. Esagero?

Gli stanziamenti in Legge di Bilancio (LdB) per le missioni “Turismo” e “Tutela dei Beni Culturali” sono aumentati negli ultimi anni dopo un calo dovuto alla crisi del 2008, anche se ammontano a solo lo 0,15 per cento del Pil e lo 0,3 per cento della spesa primaria. Inoltre, l’Italia spende meno nelle “Attività culturali” (0,3 per cento di Pil) rispetto alla media europea (0,4 per cento) e ai paesi più simili al nostro come Francia (0,6 per cento), Spagna o Germania (0,4 per cento entrambi).

Nel bilancio dello stato le spese relative al patrimonio culturale italiano sono in gran parte incluse in due missioni di spesa: “Tutela dei Beni Culturali” e “Turismo”. Nel 2019, la spesa per le due missioni era di appena lo 0,15 per cento del Pil e lo 0,3 per cento della spesa primaria (cioè il totale delle spese della Pubblica Amministrazione al netto degli interessi sul debito pubblico). Gli stanziamenti per le due missioni sono iniziati a decrescere a partire dagli anni della crisi, passando dallo 0,11 per cento del Pil del 2008 allo 0,08 per cento del 2011 (Fig. 1). In seguito, c’è stata una lenta ma costante risalita fino al recupero e sorpasso (nel 2016) del livello del 2008, arrivando al 2019 con un valore uguale allo 0,15 per cento del Pil.

Un altro modo per misurare la spesa pubblica in cultura, adatto soprattutto ai confronti internazionali, è l’utilizzo della contabilità COFOG (classificazione internazionale della spesa pubblica). La spesa pubblica italiana in “Attività culturali” ammontava, nel 2018, a circa 5 miliardi di euro, cifra grossomodo stabile negli ultimi anni. La spesa in “Attività culturali” sul Pil è rimasta invariata negli ultimi anni a circa lo 0,3 per cento. L’Italia (Fig. 2) si colloca al di sotto della media dell’Unione Europea (0,4 per cento del Pil), e comunque al di sotto di altri Paesi come Spagna e Germania (0,4 per cento) e Francia (0,6 per cento). Spendiamo meno persino della Grecia, in proporzione (non un lusinghiero termine di paragone). (fonte: https://osservatoriocpi.unicatt.it/).

 

No, direi che non esagero. Eppure il nuovo corso della cultura a Ferrara è riuscito a trovare il modo di far guadagnare qualcuno. Peccato che sia una famiglia di privati, che prende una lauta percentuale (il 20 per cento) dei soldi incassati dai biglietti d’ingresso al castello Estense (attenzione: di ogni tipologia di biglietti, non solo di quelli per vedere la mostra), e questo perchè dentro il Castello è ospitata la sua collezione privata di opere d’arte. Costi di allestimento e accessori tutti a carico del Comune. Un classico caso di collettivizzazione dei costi e privatizzazione dei ricavi, per non parlare del gigantesco conflitto di interessi (lo Sgarbi maschio è anche stato nominato presidente di Ferrara Arte). Una famiglia il cui più celebre membro bercia in ogni occasione, compreso in Parlamento, senza mascherina, ma si permette il lusso di dare del “fascista” al Presidente della Camera che gli intima di rimettersela sul muso. Il tutto mentre si ingegna per organizzare a Palazzo Koch una mostra agiografica sul più celebre fascista ferrarese, Italo Balbo.

Ne vedremo delle altre, di queste miserie (redditizie, per qualcuno). Ne abbiamo appena vista una, sul web: un video osceno, girato in una sala del Comune, in cui l’assessore ombra dice “e adesso andiamo a prenderlo nel c…o come dice il Papa” e l’ombra di assessore chiosa “sono d’accordo”. Quando una figura così grigia, così impalpabile, si presta a fare da spalla di un così miserabile spettacolo, viene da domandarsi quanto valga per questa gente il decoro di una funzione ricevuta per grazia.

Per leggere i precedenti articoli della rubrica SCHEI di Nicola Cavallini clicca [Qui]

guernica-picasso

Regia Aeronautica Italiana

Il 26 aprile 1937, la Legione Condor in appoggio alle truppe del generale Franco contro il governo legittimo repubblicano di Spagna, rase al suolo la cittadina di Guernica. La legione Condor era un corpo volontario composto da elementi della Luftwaffe e della Aviazione Legionaria, unità non ufficiale della Regia Aeronautica italiana. Quattro anni prima di entrare nella seconda guerra mondiale al fianco dei nazisti, il regime di Benito Mussolini fu il primo ad appoggiare le truppe del generale fascista Francisco Franco nella guerra civile di Spagna.

Guernica è anche il dipinto di Pablo Picasso che rappresenta in arte la distruzione della città.

L’ambasciatore nazista di Francia vide l’opera e chiese a Picasso: “Avete fatto voi questo orrore, Maestro?”  

Picasso rispose: “No, è opera vostra”.

ITALO BALBO TRASVOLATORE IN MOSTRA:
la storia ridotta ad agiografia

Spiace, ma ahimè non sorprende, riscontrare una continuità di scelte e di temi fra la passata amministrazione di centro sinistra, guidata dal sindaco Tagliani, e quella attuale di centro destra retta da Alan Fabbri. Molti potrebbero essere gli esempi; mi limito a riproporre un argomento che non dovrebbe essere motivo di discussione, ma che invece continua ad essere tristemente attuale.

Nel 2013 l’Amministrazione Comunale bandì un premio, intitolato Riconoscimento Quilici, con l’intento di valorizzare e proporre come modello ai giovani ricercatori la figura di un antisemita esaltatore e propugnatore delle leggi razziali. Lo strumento fu l’Istituto di Storia Contemporanea, che avvallò con la sua autorevolezza scientifica una scelta che si poteva solo condannare.

Lo stesso Istituto si presta, ancora una volta, a giustificare e a promuovere la annunciata esposizione dedicata ad Italo Balbo trasvolatore.

L’operazione è sofisticata: si astrae un singolo episodio dalla carriera di un violento organizzatore dei fasci, responsabile, nelle nostre campagne, di distruzioni, incendi, assassinii, gerarca fascista e uomo del regime: se ne esalta la positività e si lascia che questa faccia opinione e contribuisca a quella opera di revisione del giudizio morale che non può essere accettata.

Nessuno vuole chiudere o impedire la ricerca storica, ma questa si fa non con esposizioni agiografiche, a partire dal tema, costruite con il materiale fornito dalla famiglia, ma con la ricerca, con convegni, con pubblicazioni che collocano i singoli episodi all’interno di un contesto. Lo attesta l’ampia bibliografia esistente.

Italo Balbo non ebbe il coraggio di dissociarsi pubblicamente dalla promulgazione delle leggi razziali e ne fu oggettivamente complice; tanto più grave la sua adesione in quanto, personalmente, non era antisemita come testimonia la amicizia con il Podestà Ravenna. Riproporne la figura in  termini positivi senza che le istituzioni vogliano rendersi conto del significato eversivo della proposta, senza che vi sia pubblico e diffuso dissenso, è triste segno di tempi che non fanno bene sperare, che si prospettano poco civili.

Cover: Tratto da Wikipedia commons: Monumento aos Heróis da Travessia do Atlântico , de Ottone Zorlini (1891-1967), em São Paulo, Brasile – fundo editado (sfondo modificato)

Ignoranza

GLI SPARI SOPRA
La dittatura dell’ignoranza

Hanno ragione loro.

Smettiamola di nasconderci dietro a un dito, i falsi buonisti, i radical chic, i prototauristi, i polifosfati, gli etnocentristi. Diciamolo chiaro e forte, viviamo in una dittatura, che ci chiude in gabbia, che ci incatena, che limita la nostra libertà. E’ ora di dire basta! (clicca se sei indignato)

Viviamo nella dittatura, sì, ma dell’ignoranza.

La forza fisica e la sopraffazione come valori fondanti di un branco di vacui palestrati, che con quella merda di testosterone che si ritrovano al posto del cervello uccidono un ragazzo, indifeso, magro, mille volte più uomo di loro. Non una rissa tra pari, ma una esecuzione, una fascista spedizione punitiva.

Dice ma perché ci metti sempre di mezzo la politica?

A parte che il fascismo non è un opinione ma un crimine, e poi le esecuzioni di tanti contro i pochi hanno lo stile e il marchio delle camice nere del ventennio. Tutto qui.

I muscoli dei mariti che picchiano le mogli, i muscoli cerebrali dei finti intellettuali che offendono e denigrano la dignità umana con frasi di una violenza pari alle botte, ma pure i timorati di Dio che sputano sentenze e giudizi estetici e fetidi nella fogna dei social network.

Sì, viviamo in una dittatura, dove la forza fisica fa la differenza, dove masse di pecore senza testa si agglomerano in piazze, nella convinzione di essere antisistema, quando loro stessi sono il sistema, l’appecoramento di una vuota umanità senza rispetto per gli altri.

Portare o meno una mascherina non è una scelta personale, perché chi non la porta sceglie anche per gli altri.

Il muscolo più atrofizzato, in questa fetente dittatura, è quello del cuore. Masse informi di vendicatori, pronti a difendere l’orgoglio italiano bruciando immagini e uccidendo l’umanità.

Come rispondere a tutta questa violenza, fisica e psicologica? Come può reagire quella parte di umanità schiacciata dai soprusi di un’ oligarchia dell’atrofia celebrale?

Io di mio non ho una gran capacità di porgere l’altra guancia, ma veramente mi sento a disagio nel commentare questo mondo, sempre più lontano e sempre più cattivo.

E badate bene: l’ignoranza che ci schiaccia, nulla c’entra con la cultura. Esiste gente ignorante con fior di lauree.

Certo lo studio, la lettura aiutano a combattere la dittatura, ma non sono sufficienti. Occorre debellare l’arroganza, la prepotenza, il sopruso, la convinzione di onnipotenza, data dai muscoli, dai titoli o da una tastiera nascosta nell’ombra.

Non è possibile un confronto con esseri di siffatta risma. L’ignorante non ha dubbi, naviga in un mare di certezze. Le regole che valgono per gli altri non valgono per il forzuto dall’intelletto monocellulare.

Dove ha sbagliato Darwin? Dove si è fermata l’evoluzione della specie ed è cominciata l’involuzione, perchè la democrazia non riesce a tutelare le persone più deboli? A quando una rivoluzione che spazzi via i miasmi della violenza e dell’odio? Forse mai. Siamo troppo occupati a vivere le nostre vite difficili, cercando di stare a galla, come dice Vasco, sopra a questa merda.

La famiglia, la scuola, l’esempio, forse non sono più sufficienti. Spero un giorno di poter vedere questi mezzi uomini e mezze donne incriminati per reati contro l’umanità. Quell’umanità ammazzata su una strada di periferia. Il suo nome era Willy ed era un uomo.

I suoi carnefici, degli infami topi di fogna.

Il re nudo, una fiaba moderna

I vestiti nuovi dell’imperatore  è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837. La trama della fiaba è nota e parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Un giorno due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, ma invisibile agli stolti e agli indegni. I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché. Attribuendo la non visione del tessuto alla sua indegnità, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.
Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi essi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità.
L’incantesimo è spezzato da un bimbo che grida con innocenza “Ma il re è nudo!”.
Ciononostante, il sovrano continua a sfilare come se nulla fosse successo.

Desidero proporre ora una riflessione che proprio partendo dal messaggio contenuto in questa fiaba possa sostenere il pensiero critico a non rimanere impantanato nei vari ismi che possiamo vedere agitare sempre di più la nostra società nelle forme del negazionismo, populismo, relativismo, dogmatismo, fascismo
Il re è nudo! si grida a gran voce nella fiaba. Questo fatto è talmente evidente da suscitare una reazione paradossale nei presenti: la sua ovvietà viene gridata a gran voce da un bambino, ma allo stesso tempo negata da chi questa evidenza vuole coprire, poiché spinto da interessi di altra natura.

Come si arriva al negazionismo

Siamo tutti uguali. E’ un dato talmente scontato in una società che si definisce democratica, che il rischio è proprio quello di dimenticarselo. Possiamo osservare i nostri figli giocare con gli altri bimbi allo stesso modo negli anni della scuola dell’infanzia, senza nessuna preclusione rispetto al colore della pelle, provenienza geografica o culturale, disabilità. Poi crescendo cosa succede?
Per giustificare certi orrori
, che con una parola chiamiamo razzismo, ecco che diventa necessario mettere tra parentesi il nostro essere uomini, la nostra comune natura, etichettare e ridurre l’altro ad artificiose e reificate identità: quella dell’ebreo, del nero, del migrante dell’omosessuale…

Solo così, da veri anestesisti dell’anima riusciremo passo dopo passo ad arrivare all’insensibilità emozionale, necessaria per giustificare anche linguisticamente la trasformazione della solidarietà in buonismo, per chattare contenuti grondanti di odio, per redigere atti legislativi dove le persone sono ridotte a pacchi postali da collocare in modo burocratico.
Per arrivare a questo risultato è necessario tenere accesa la televisione durante i pasti per vedere, mentre si consuma il pranzo, immagini di esseri umani morire di fame.
E’ necessario smettere di studiare, dimenticare la nostra storia, le nostre radici e appiattire tutto sul presente, non fare memoria di nulla, perché solo così tutto si può negare…anche che il re è nudo!

I problemi legati all’immigrazione ci sono e sono enormi. Devono essere gestiti con responsabilità e competenza. Non affrontarli in nome di una accettazione generalizzata sprovvista di una politica di integrazione è doppiamente colpevole. Altra cosa però è utilizzare queste emergenze solleticando e sfruttando la stanchezza della gente per fini di potere! Non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando di esseri umani!
Metaforicamente il bambino della fiaba di Andersen lo assimilerei alla nostra Carta costituzionale, voce che è necessario ascoltare in tutti quei casi in cui vogliamo essere rassicurati sulla congruità delle nostre scelte.
Per esempio sulle democraticità delle scelte politiche.

Quando si perde la memoria 

Eccidio di Sant’Anna di Stazzema 12 agosto 1944,560 morti;
Eccidio delle Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944, 335 morti;
Eccidio di Lippa di Elsane30 aprile 1944,269 morti,
Eccidio del Padule di Fucecchio 23 agosto 1944, 174 morti…questo elenco purtroppo è molto lungo e visto che a scuola questi avvenimenti non si studiano quasi più, chi vuole può, consultando L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 43-45 (,ed.Il Mulino,2016), ritrovare  tutte le stragi di quel periodo con i 5.607 episodi di violenza, per un numero complessivo di 23.669 persone uccise.

Questo fu il fascismo. Ed è per questo che la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Desidero proprio rivolgere queste note col cuore in mano a chi è insofferente ed infastidito dalla cosiddetta retorica della Resistenza.
Non lasciamoci tentare dall’opporre, quasi in modo ragionieristico, alle stragi sopra richiamate i morti causati dalla reazione partigiana, nasconderemo solamente che il re è nudo! Dovremmo invece tutti vigilare affinché non siano ostentate, in modo particolare oggi sui social, dai nostalgici del ventennio, simboli, motti, effigi che in un qualche modo possano essere ricollegati a quegli orrori.
Dovremmo tutti ritenere che queste dimostrazioni pubbliche di un richiamo ai caratteri del fascismo storico non siano da archiviare come manifestazioni folcloristiche di un numero limitato di soggetti, ma pericolose deviazioni rispetto a ciò che dovremmo condividere come cittadini per il mantenimento di una società democratica.

L’esempio della Polonia

Guardiamo a ciò che sta succedendo nella Polonia di oggi, il paese che ha conosciuto Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau e Maidanek dove oramai da un po’ di anni sta crescendo sempre più un clima antisemita che rischia di rovinare l’Europa intera.
Abbiamo ancora negli occhi l’immagine del 17 febbraio del 2018 quando il primo ministro polacco Morawiecki depose un mazzo di fiori in un cimitero tedesco sulle tombe dei polacchi che durante la seconda guerra mondiale collaborarono con i nazisti, considerando i sovietici e i comunisti un nemico peggiore.
Commenta W, Goldkorn dalle colonne de l’Espresso: “Morawiecki è un signore cinquantenne, colto e istruito. Ha studiato economia in Europa e negli Stati Uniti, è diventato un importante banchiere. Insomma, è un uomo che conosce il mondo. Eppure, quel mazzo di fiori in onore di gente che nell’inverno del 1945 lasciò il territorio polacco assieme ai reparti nazisti – e che tradì la Polonia – veniva deposto proprio nei giorni in cui lo stesso premier spiegava che c’erano ebrei tra i perpetratori della Shoah; e a poche settimane dall’inizio delle commemorazioni del cinquantesimo anniversario dell’espulsione, nel 1968, degli ultimi ebrei rimasti in Polonia: traditi quindi dalla Polonia.”.

Un limite da non oltrepassare

Non c’è il tempo qui per analizzare compiutamente come sarebbe necessario tutti i richiami storici sopra riportati e il rischio è quello di esporsi a immediate contro argomentazioni che però a mio avviso non dovrebbero offuscare il messaggio che faticosamente tento di proporre. Qui non è il problema di dare il torto agli uni e la ragione agli altri, o di imporre sulle una propria verità.
Discutiamo, confrontiamoci, studiamo il più possibile senza trincerarci dietro a barriere ideologiche o pregiudizi di sorta; la cosa importante è porre il limite oltre cui nessuno può andare, oltre cui la facoltà critica diventa negazione dell’altro.
E questo rischio si corre ad ogni livello. E’ in fin dei conti un discorso di assunzione di responsabilità verso le giovani generazioni.

Quando si ha a che fare con l’interesse pubblico il dovere principale è quello di esplicitare quali siano gli interessi in gioco.
Il governo ha obbiettivi di un certo tipo, l’opposizione  un altro, i cittadini spesso  un altro  ancora; la democrazia riguarda l’equilibrata conciliazione di tutti questi diversi interessi attraverso l’arma bianca del compromesso.
E tutto ciò sia che riguardi i problemi di politica internazionale che quelli interni come, solo per fare un esempio, le misure anti covid da prendere per il rientro a scuola (davvero si ritengono provvedimenti adeguati il distanziamento di un metro in classi di 25 studenti, e autobus carichi completamente in tragitti fino a quindici minuti?).

Solo questo modo di agire, disinteressato, pubblico, critico come insegna l’intero percorso conoscitivo di J.Habernas, potrà consentire di formare una coscienza civica sensibile alla ricerca del bene comune, che non giochi a nascondino con la realtà mistificandone i fatti e dove anche in questo caso  possa essere sempre possibile che si levi alta una voce a richiamare tutti che  il re è nudo!

In ricordo: il bar della stazione

In ricordo delle ottantacinque persone che non ci sono più, e delle duecento che non sono più le stesse, e di chi ha dato una mano.

“Oggi, stazione di Bologna, due agosto di un anno vicino al duemila, ore dieci e venti del mattino, tutti sono allegri perché partono, e faccio finta di partire anch’io”.
Stefano Benni

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

SOVRANISMO: DIO, PATRIA e ZAR
L’antica ricetta per un nuovo Peron alla milanese e un’Evita all’amatriciana

Dio, patria e Zar. Il sovranismo in tre parole. Nulla di nuovo sotto il sole, aggiungi alcuni concetti a caso tipo famiglia tradizionale, valori cristiani, prima noi, ci stanno invadendo, ospitiamoli a casa loro, autarchia, stampiamo moneta, difendiamo la nostra razza, libertà (intesa come la mia e non la tua), ed ecco pronto un perfetto strumento ideologico per definire i padroni a casa nostra. A piccole dosi, aggiungerei un po’ di insofferenza nei confronti dell’antifascismo (superato perché non c’è più il fascismo – cit.), disagio nei confronti della scienza, ricerca continua e imperterrita del complotto, costruzione del nemico e sua conseguente disumanizzazione e il giochino è fatto.

Il concetto di sovranità nazionale e di confine chiuso ci porta indietro negli anni, nei secoli, in cui il sovrano, lo zar instillava nei sudditi l’amor patrio, come siero per immunizzare il popolo dalle velleità di rivolta. Le dittature si mantengono su questi valori, guerra continua e senza limiti contro nemici veri, verosimili o inventati.

La cultura ad esempio. I professoroni, gli intellettuali, i radical chic, primo ed importante nemico da abbattere e delegittimare.
E come si fa?
Facile.
Ora, nei tempi del tutti connessi è semplicissimo, basta gridare più forte da una tastiera, spammare di continuo fake news costruite ad arte, lanciare input alle bande di sudditi che fanno il lavoro sporco, distruggendo il pensiero civile di chi vuole esprimere un parere discordante o peggio irrispettoso del sultano, su un qualsiasi social network.
E il gioco è fatto. Il primo tassello del domino inizia a cadere.

«Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola», la frase attribuita a Goebbels di non accertata provenienza è l’emblema del concetto del populismo sovranista. La personalità malata del ministro della propaganda nazista tendeva a costrure gigantesche menzogne a cui alla fine credeva pure lui. Quale miglior metodo per convincere gli altri se non quello di essere convinti delle proprie bugie?

I tre elementi cardine che citavo all’inizio continuano a mantenere lo stesso valore dei secoli passati. Attraggono i sudditi come una calamita, facendoli sentire migliori, più forti, parte di un gruppo dominante. Il famoso ‘noi’ è la più grande delle fandonie. Lo zar, quando parla di noi si riferisce a lui, mentre il popolino quando parla di noi non riesce a capire che anch’esso parla di lui. I privilegi di cui sarebbero dotati gli avversari o meglio i nemici, perché le schiere fedeli al sovrano devono proteggere il loro duce da masnade di cattivi, clandestini, esseri contro natura, comunisti che sbucano in ogni dove, peccatori che intaccano le bianche vesti del sultano, non esistonoE quindi vanno costruiti.

I limiti intellettuali di molti sovranisti di casa nostra non sono nemmeno ritenuti limiti dagli accoliti, anzi. Il linguaggio da bar sport, le movenze, l’abbigliamento fintamente trasandato sono prettamente costruiti a tavolino per assomigliare ai propri elettori. “Vedi lui è come me, come noi, dice pane al pane e vino al vino, non come loro che studiano, studiano e non sanno un cazzo”.

E voi? Ma voi chi?
Non sto cercando di analizzare le differenze, con la mia piccola testa, ma sto cercando di raccontare il perché un trinomio vecchio di millenni continua ad essere appetibile alle genti di questo fetente ventunesimo secolo.
Mi sento dire spesso, ma come fai ad essere ancora Comunista? Berlinguer è morto, il Pci non c’è più, il comunismo è stato sconfitto dalla storia. Mi viene da rispondere: “Ma tu, cazzo! che ti ritieni rappresentato dai valori di Romolo, non è che sei più retrogrado di me?”

Qui non parlo di una destra moderna, in quanto i valori sopra enunciati nulla hanno a che vedere con una destra liberale, moderna e repubblicana. Sempre, ovviamente, lontana da me, ma con cui dibatterei volentieri sui tanti valori avversi. Mi riferisco proprio alla maggioranza della destra italiana. Ora, capire perché il popolo italiano, in una sua parte, non so se maggioritaria o meno abbia bisogno di un conducator, di un Peron alla milanese e di una Evita all’amatriciana è materia per sociologi, quello che è decisamente avvilente è capire perché il resto della popolazione italica non sia in grado di smontare le fandonie sovraniste.

Forse se ne esce solamente da sinistra, da una vera sinistra.
Ma anche questo è un tema da dibattere, un po’ come cercare un unicorno in un gregge di mucche. Occorrerebbe un nuovo umanesimo, una compattazione sui valori dell’antifascismo, una riscoperta dei valori fondanti del progressismo. Ma a dire il vero io non vedo luce in fondo al tunnel. Forse quella fioca fiammella che emerge dall’oscurità, sono solo i fari del treno che ci viene addosso.

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