Tag: fascisti

PER CERTI VERSI
La dittatura, la liberazione e noi

LA DITTATURA, LA LIBERAZIONE E NOI

Mio babbo
Mi ha raccontato
Ancora
Del Fascismo
Mi fa vedere
Il suo atlante
Di geografia
Razzista
Povera Africa
Spartita
I bianchi…
Poi la guerra
L’ultima cartolina
Dello zio
Dalla Yugo
Lo zio in Russia
Morto assiderato
Poi le bombe
Il rifugio
Pippo
Un solo coniglio
Se no fame
Ma era un coniglio?
Il partigiano
Licurgo Fava
Trascinato
Per Medicina
Torturato
Fucilato
Davanti alla Chiesa
Medaglia d’oro
Grazie Licurgo
A te e a tutti
Quelli e quelle
Come te
Come voi…
Poi
La Liberazione
Suo nonno esce
Dal rifugio
I cecchini fascisti
Lo freddano
L’ultima vigliaccata…
Lo portano al cimitero
Con una carriola

Chi parla di dittatura
Oggi
L’ha solo letta
Non sa cosa sia
Me compreso
Abbia cura
Di certe parole
Premura
Ricordi
Che cosa è stato

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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foibe

GLI SPARI SOPRA
La giornata del ricordo (raccontata diversamente)

 

La giornata del ricordo [Qui]: un tema difficile da affrontare, scivoloso e irto di ostacoli, dove la storia e il contesto divengono un fastidioso orpello, sul percorso della narrazione italianocentrica.

Per anni si è taciuto su ciò che accadde prima e dopo la guerra sul confine orientale d’Italia. Ora, che un ex comunista negli anni ’90 (Luciano Violante [Qui]) ha istituito la giornata del ricordo, i tragici avvenimenti vengono sempre e solo raccontati da un unico punto di vista.

Le belve titine assetate di sangue sterminarono migliaia di nostri concittadini inermi: questa la sola e unica narrazione di ciò che accadde. I partigiani Jugoslavi come le SS, la violenza della stella rossa contro gli italiani “brava gente”.

Ma siamo proprio sicuri di sapere come sono andati i fatti? Siamo davvero convinti che i morti nelle foibe siano solo italiani, civili e innocenti, una barbarie che si è sviluppata solo dal 8 settembre in poi, senza nessun antefatto?

Vi do un consiglio di lettura: “E allora le foibe” di Eric Gobetti [Qui]. Un libro di storia completo, dove le fonti sono chiare e rintracciabili, dove non c’è una tesi prestabilita, dove i colpevoli non stanno in premessa, dove gli accadimenti si sviluppano nell’arco di mezzo secolo o forse più, dove i fatti tragici parlano sia con accento italiano che slavo, dove il sangue, laggiù sul fondo delle foibe, è di tante, troppe etnie, per essere classificato solo ed esclusivamente come un dramma patriottico.

Trieste, lstria e la Venezia Giulia sono stati per secoli luoghi di incontro, una porta sull’oriente dove popoli di origine differente, hanno convissuto in pace, italiani, slavi, ottomani, austro-ungarici, mille colori, odori speziati, architettura mitteleuropea, capitelli in stile greco mediterraneo. Un pot-pourri di genti diverse in un contesto aperto.

Poi, la “Gran Vera” si mangia una generazione, i ragazzi del ’99 cadono da una parte e dall’altra della barricata. La guerra finisce e inizia il ventennio.

Le scuole slave a Trieste e nella Venezia Giulia vengono chiuse, i cognomi vengono italianizzati, iniziano le persecuzioni e la pulizia etnica. Il regime vuole italianizzare l’Istria per purificarla dai barbari dell’est.

Le terre vengono confiscate, intere popolazioni vengono espropriate delle loro case, inizia l’esodo delle genti slave verso l’interno e verso nord. Cominciano le stragi e le persecuzioni e laggiù nelle foibe cadono Istriani e Dalmati di origine slava.

Una delle foto maggiormente utilizzata per evocare la violenza dei partigiani di Tito nei confronti degli italiani, ritrae un plotone di esecuzione intento alla fucilazione di un gruppo di persone, sul ciglio di una foiba. Dagli elmetti si capisce però, che i soldati non sono Jugoslavi, ma italiani.

Quell’’immagine gira ancora nel web come monito dell’orrore comunista.

Il campo di concentramento di Arbe [Qui], molto meno famoso di quello nazista della risiera di san Saba, fu gestito direttamente da fascisti italiani. In quel medesimo campo videro la morte oltre 1.500 tra sloveni e croati deportati.

Nel 2021 è decorso l’ottantesimo anniversario dell’invasione italiana della Dalmazia e dell’Istria. Questo era in breve il contesto entro cui si lega la tragedia delle foibe e dell’esodo italiano di ritorno. I numeri aberranti degli infoibati, secondo la documentazione storica conta di circa cinquecento morti all’indomani dell’8 settembre del 1943, tre-quattro mila dopo il 1945.

Numeri mostruosi, come è mostruosa e schifosa una guerra, tutte le guerre, di questi morti stando all’analisi delle vittime si evince che la maggior parte furono collaborazionisti e o combattenti fascisti al fianco dell’occupante nazista. Non fu pulizia etnica, ma una vendetta e una brutale resa dei conti.

Tra le tante vittime ci furono certo donne e uomini estranei alla violenza fascista avvenuta in precedenza, uccisi solo perché italiani. Ma la guerra non ha nulla di umano, pur essendo l’espressione unica che ci differenzia dagli animali, dai Neanderthal a oggi.

I numeri e i concetti non sono revisionismo storico, tantomeno negazionismo, e nemmeno la banalizzazione di una tragedia, sono tasselli che non possono essere avulsi dal contesto. Mieli e altri, parlano di centinaia di migliaia di morti italiani, addirittura di milioni: ecco perché si vuole equiparare ciò che accadde sul confine est con la Shoah, ma così non fu.

Fu una delle tante immani tragedie che si verificarono durante la seconda guerra mondiale.

Quello che invece è passato, nell’opinione pubblica, anche progressista e democratica, è l’equiparazione partigiano/fascista, cioè tanto gli uni quanto gli altri compirono delle atrocità, senza pensare a quale parte della barricata occupavano.

Dopo il ’43 circa trentamila italiani andarono a gonfiare le file della resistenza Jugoslava, diecimila dei quali morirono tra le sponde est e ovest del Tagliamento.

L’immagine degli italiani brava gente, del fascismo buono se confrontato al nazismo è oramai diventata una verità. Difficile credere che nei campi di concentramento gestiti dalle forze armate italiane, furono internate centomila persone e almeno cinquemila (compresi donne e bambini) ne morirono.

Molto più semplice paragonare il nazi-fascismo al comunismo, non importa se durante la seconda guerra mondiale morirono ventitré milioni di Russi e senza Stalin, in Europa si sarebbe marciato col passo dell’oca per sempre.

Certo che mi espongo alle critiche di chiunque voglia fare i paragoni. Ma io mi chiedo: il comunismo fu Stalin, Pol Pot e Mao o Marx, Gramsci, Brecth, Sartre, Neruda, Rosa Luxemburg e Berlinguer? Il cristianesimo fu Gesù Cristo o Tomás de Torquemada (il grande inquisitore)? L’America fu Martin Luther King o Andrew Jackson? La Francia fu la paria dei Lumi, o una delle più grandi potenze colonialiste del mondo? L’Inghilterra fu la prima nazione ad avere una costituzione o fu la nazione che estinse i nativi in almeno due continenti?

Sono domande a cui ognuno, a seconda delle proprie ideologia, avrà una risposta adeguata, ma come ultima chiosa vorrei aggiungere: esistette un fascismo buono e un nazismo cattivo? A mio parere no, Hitler venne dopo Mussolini e prese molti spunti da esso. Hitler vedeva Mussolini come un modello, quindi fu il nazismo a copiare il fascismo e non viceversa. Il führer prese a modello la “soluzione finale del problema indiano” attuato in America, quando progettò lo stermino degli ebrei.

L’antifascismo in Italia non è più un valore condiviso, non esiste più una forza politica di massa che ne faccia bandiera, assioma insormontabile. Solo l’ANPI [Qui] tiene per sempre alto il valore dei partigiani, mentre tutt’intorno fermenta il revisionismo.

La storia non dovrebbe avere colore o ideologia, andrebbe raccontata tutta, con numeri e dati reperibili, ma così non è. La memoria diviene facilmente manipolabile, soprattutto quando la massa percepisce gli eventi così come ci sono descritti, senza cercare mai di approfondire, come in un film giallo di terz’ordine, dove l’assassino è il cameriere, comunista per giunta.

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PER CERTI VERSI
Assalto alla sede della CGIL

ASSALTO ALLA SEDE DELLA CGIL

La storia nera
Nera fascista
E neofascista
È fatta di infiltrazioni
C’è una cattiva idraulica
In giro
Qualche
Sopravvissuto
Dell’era dei misteri
C’era a assediare la sede
Della cgil
C’era
La mano nera
In quell’assalto
I mandanti
Sono degli impuniti
Certi
Della loro impunità
I feriti
Quelli ci sono sempre
Tra forze dell’ordine
È grave
Gravissimo
Pure tra i manifestanti
È grave
Eppure si assaltano
Come cento anni fa
Sindacato
Pronto soccorso
Luoghi della convivenza
Per diffondere paura
Con una volontà
Di menare le mani
Di ritornare al dominio
Della forza
Di distruggere gli argini della vita civile
E lo Stato lento accorre
Eppure
Eppure un corno
Questo liquame
Disumano
Che da decenni
Ha infettato
Sparso vittime
Abusato di vite
Mostrato croci uncinate
Braccia tese
A mezz’aria levate
Virulento scorre

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Cella 22

racconto di Maurizio Olivari
foto di Giordano Tunioli

Il clac clac metallico della chiave della cella 22 nel carcere femminile di Como era penetrata come una stilettata nella sua testa già turbata dal protocollo d’ingresso nella casa circondariale. La consegna di tutti gli effetti personali, di fatto, l’avevano staccata definitivamente dal mondo esterno.
La cella era una stanza lunga cinque metri e larga circa quattro, con una piccola finestra in alto da dove entrava un raggio di sole interrotto dal disegno di sbarre verticali e orizzontali che formavano sulla parete opposta l’ombra di una scacchiera. Due reti per dormire lungo le pareti e un tavolino sotto la finestra, due sedie con la vernice scrostata, due mobiletti e due mensole a fianco e sopra i letti.
Sara, con un fagotto di indumenti fra le braccia, fece due passi avanti, fermandosi di fronte alla finestra, rimanendo poi immobile a guardare il raggio di sole, quasi non accorgendosi della presenza nella stanza di un’altra persona.
“Ciao sono Angela, sedici anni per omicidio colposo, fra quattro esco” esordì con tono garbato la compagna di cella “accomodati pure, non fare complimenti, fai come fossi a casa tua” continuò sorridendo “tu perché sei qui ? Devi aver fatto fuori qualcuno, l’importante che tu non abbia fatto del male a bambini. Se hai fatto fuori un uomo, hai fatto bene. Sono delle bestie, come il mio compagno, ex compagno… Mi trattava come un animale, soprusi, sevizie e io a sopportare, sopportare, sopportare… Fino alle cinque coltellate che gli ho dato mentre dormiva come un ghiro ubriaco. Zac zac zac zac zac… fine della trasmissione!”
Sara si girò lentamente verso quella voce e, sedendosi sul ciglio del letto con in grembo il suo fagotto di indumenti, vide di fronte a lei una donna minuta con i capelli neri appena segnati da qualche ciocca bianca, gli occhi di un azzurro intenso ma con un velo di tristezza e le labbra coperte da un rosso intenso, appena dischiuse in un sorriso, rimasto dopo aver detto zac zac zac zac zac.
Rimasero qualche minuto senza parlare, solo guardandosi negli occhi, trasferendo nel silenzio, le emozioni che provavano in quel momento.
”Mi chiamo Sara…” Fu interrotta dall’apertura della cella e dalla voce della secondina: ”Fuori! C’è l’ora d’aria!”
Angela prese sottobraccio la novizia ed insieme si avviarono in fila indiana con le altre detenute verso il cortile interno recintato da muri altissimi che impedivano la vista dell’esterno, tranne la punta di un campanile di una chiesa che confinava con il carcere.
Camminando lungo il recinto, Angela dispensava consigli a Sara sul comportamento da tenere verso le altre detenute. ”Quella rossa di capelli, lasciala perdere” sussurrò “è sempre pronta al litigio e nessuna compagna la vuole frequentare. Ha ucciso i suoi due bambini… le hanno dato 30 anni ma meritava l’ergastolo. Della secondina bionda ti puoi fidare, puoi anche chiederle qualche favore e se può ti aiuta, è una brava ragazza. Con quella cicciona là in fondo invece non ti confidare, va subito in Direzione a spifferare tutto.”
Sara ascoltava mantenendo però uno sguardo assente, come se le parole le sentisse solamente, senza capirne il senso. Tornate in cella, la compagna riprese il discorso interrotto: “Dicevi che ti chiami Sara… e poi?”
Così Sara, con un filo di voce, iniziò a raccontare: “Avevo dieci anni e vivevo ai margini di un paesino di campagna dove la mia famiglia lavorava la terra, terra che ci ha dato il Duce, ci diceva mio padre che s’impegnava venti ore al giorno per ottenere i migliori raccolti ma non il sabato, perché andava alle adunate fasciste con il vestito della festa e la camicia nera. Mia madre si raccomandava di non andare sempre a quelle manifestazioni, lui per tutta risposta le rispondeva di stare tranquilla perché in Italia son tutti fascisti. Poi la politica coloniale di regime l’aveva portato in Africa alla ricerca di un posto importante, lasciando alla mamma tutto il peso del lavoro e della famiglia che si era allargata per aver ospitato una mia zia, anche lei rimasta sola perché il marito s’era arruolato nella Decima Mas.
Al mattino mia mamma, dopo aver munto le tre mucche che avevamo, m’accompagnava alla scuola elementare facendo quasi cinque chilometri a piedi lungo uno stradone sterrato che quando pioveva diventava un torrente di fango. Quel tempo trascorso per arrivare al paese era per me piacevolissimo, era l’unico momento che mi permetteva di stare sola con lei. Ascoltavo i suoi racconti, le sue raccomandazioni, perché la sera era talmente stanca che dopo cena, mi portava con sé nel lettone e subito s’addormentava. Io la guardavo e pregavo il Signore di darci la salute e d’aiutare il papà che era lontano…”
“Vuoi molto bene a tua mamma” l’interruppe Angela.
“Volevo molto bene… adesso la tengo nel cuore” precisò Sara.
”Dimmi perché sei qui!” insistette Angela.
Sara riprese a raccontare: ”Avevo dieci anni, nel 1944 e c’era la guerra. Noi in campagna la sentivamo meno però i pericoli c’erano, non solo dagli alleati che bombardavano ma anche dai soldati tedeschi che si ritiravano. Quell’anno non andai più a scuola, era stata chiusa per mancanza della maestra che aveva lasciato il paese e, poiché rimanevo tutto il giorno a casa sola con lo zio che era tornato dal fronte perché aveva perso una gamba, mia mamma mi diede una rivoltella dicendomi di usarla solo per difendermi. Una sera appena prima di cena, intorno al tavolo illuminato dalla luce di una candela per evitare che gli aerei ci potessero bombardare, la mamma, la zia e lo zio sulla sua sedia a rotelle, dicevano sottovoce, tanto che facevo fatica a sentire, che in zona c’era un gruppo di partigiani che se ne stavano nascosti da qualche parte. Chiesi senza ottenere risposta chi fossero. Ma proprio allora si sentirono delle voci provenire dal cortile…”
In quel momento una voce proveniente dall’esterno della cella ordinava d’uscire per la cena.
Angela prese sottobraccio la sua compagna, che appariva ancora immersa nei suoi pensieri e forse rattristata dall’interruzione del suo racconto, e insieme s’avviarono verso la sala mensa che era molto grande, con tre file di lunghi tavoli ed un bancone dove veniva distribuito il pasto. Nel vassoio trovarono minestra di verdura, tre fette di prosciutto cotto, un formaggino molle, un pezzo di pane e posate di plastica. Sul tavolo una brocca con acqua di rubinetto.
Sara, dopo due cucchiai di minestra, abbassò la testa rifiutando il resto del pasto. Una detenuta accanto, l’apostrofò con “la signorina non ha gradito il menù, cameriere porti caviale e champagne!”
Angela intervenne apostrofando la vicina con uno spregiativo “stupida!”
Il ritorno in cella fu per Sara un sollievo, tanto che, dopo il solito rumore del clac clac della chiave che chiudeva la porta, continuò a raccontare cosa successe quell’aprile del quarantaquattro.
“Mia mamma andò alla finestra e da una fessura dell’imposta vide un gruppo di uomini armati che si avvicinavano alla casa. Non avevano una divisa, quindi non erano né tedeschi né soldati della Repubblica di Salò. Si spaventò e corse da noi urlando che erano partigiani. Io però non capivo perché avesse così paura. Sentimmo dei colpi forti contro la porta finché non la sfondarono ed entrarono coi fucili spianati. Cercavano mio padre e tutti gli altri fascisti della zona. Così presero mio zio, lo strattonarono, lo buttarono a terra e lo trascinarono fuori in cortile. Io m’ero aggrappata alla mamma e alla zia che venne staccata da noi e portata via. Poi sarebbe toccato a noi due e quasi gentilmente, quello che doveva essere il capo, perché gli altri lo chiamavano comandante Mauro, ci prese sottobraccio e ci invitò a seguirlo. Gli altri trascinarono lo zio e la zia dietro la stalla e scomparvero alla nostra vista. Uno di loro tornò dal capo chiedendogli cosa dovessero fare. Lui rispose che lo sapevano. La mamma intanto mi strinse a lei così tanto che sentii il suo cuore che batteva forte su di me. All’improvviso sentii una raffica di mitra e mia mamma che gridava disperata. Un secondo partigiano arrivò per ricevere ordini dal loro capo. Lui gli ordinò di prendere mia madre, così il partigiano me la strappò dalle braccia e la portò via. Questo comandante Mauro mi teneva stretta mentre io gridavo mamma e piangevo, e lei, mentre la trascinavano via, urlava il mio nome!” Sara s’asciuga una lacrima e continua: “Incrociai lo sguardo del capo, era magro coi baffi, vedevo nei suoi occhi il piacere per quello che stava per succedere. Ho nella testa l’ultimo urlo che ho fatto chiamando mia madre e la raffica di mitra che è seguita. Poi rivedo il sorriso beffardo di quell’uomo… alla fine mi lasciarono in mezzo al cortile e se ne andarono lungo lo stradone che portava al paese. Io piangevo, piangevo e piangevo!”
Mentre Sara pronunciava quelle ultime parole, Angela le prese le mani e gliele baciò. Poi le accarezzò il viso rigato di lacrime.
La lampada della cella si spense, era arrivata l’ora del silenzio. Rimase solo il tenue bagliore blu della luce d’emergenza che permetteva alla ronda notturna di controllare l’interno delle celle.
“Proviamo a riposare” sussurrò Angela.
“Proviamo” rispose Sara.
In carcere il mattino arriva presto col suono assordante della sirena. Ma Sara si svegliò molto prima. Aveva visto spuntare l’alba attraverso la finestrella con le sbarre incrociate che quel giorno non disegnarono la loro ombra sulla parete.
Quella mattina il cielo era grigio e metteva ancor più tristezza di quanto già non facesse lo stare in quel posto.
Angela si svegliò, “maledetta sirena” disse. Poi invitò Sara ad andare con lei al turno dei bagni. Dopo il clac clac della serratura della porta, si unirono alle altre detenute e s’avviarono ai bagni.
Al mattino le porte delle celle rimanevano aperte e questo fatto offriva l’impressione di una certa libertà anche quando rientrarono dalla colazione.
Sara riprese il suo racconto, bisbigliando le parole, quasi non volesse far sentire oltre la porta della cella 22.
“Avevo dieci anni quando, dopo l’uccisione di mia madre, venni accolta da una sua cugina vedova che viveva a Fusignano, in Romagna, assieme al figlio di quindici anni. Era molto lontano dal mio paese ma mi trattavano benissimo…”
“Ma tuo padre che fine fece?” chiese d’un tratto la compagna.
Prima di rispondere Sara cambiò espressione, socchiuse gli occhi quasi a voler scavare nella memoria. Poi disse: “Solo dopo qualche anno ho saputo che era stato catturato dagli inglesi e rinchiuso nel campo di concentramento di Assau. Finita la guerra fu liberato, ma intanto s’era ammalato e, quando seppe ciò che ci era successo, s’aggravò… Morì proprio mentre la Croce Rossa lo stava trasportando in Italia. Io non riuscii nemmeno a vederlo un’ultima volta.”
“Per te fu un’ulteriore disgrazia…” cercò di consolarla Angela.
“Quando hai vissuto tante tragedie, quello che arriva dopo ha un peso minore… Era comunque mio padre e, con la sua morte, rimasi definitivamente da sola. Ho passato sei anni travagliati, sono entrata e uscita da diversi istituti. Ho avuto problemi comportamentali, fobie e raptus isterici. Sono stata in cura per anni, anche se i medici non si facevano illusioni sulla mia guarigione. Nonostante ciò mi ero molto affezionata alla mia nuova famiglia e provavo per mio cugino Fulvio molta tenerezza, tanto che mia zia già ci immaginava sposati… Dopo l’ennesima cura, il dottore disse che nel mio caso l’arrivo di un figlio sarebbe stata probabilmente la soluzione a tutti i miei problemi. Così a sedici anni e, col benestare di tutti, mi decisi a sposare mio cugino Fulvio, anche lui minorenne…”
“Avete avuto figli?” chiese Angela.
“No… Stavo un po’ meglio ma il mio tormento non è mai passato e l’unico mio desiderio era quello di sapere chi fosse quel bastardo… il Comandante Mauro, il boia che ha distrutto la mia famiglia!” Sara fece un lungo sospiro, poi riprese a raccontare: “In Romagna dove abitavo ci vivevano tanti ex partigiani, così andai alla sezione dell’Associazione Partigiani d’Italia a chiedere informazioni su questo Comandante Mauro. Non è stato facile perché faceva parte di un gruppo che operava in un’altra zona d’Italia, molto a nord, in provincia di Como per l’esattezza. Mi dissero che sarebbe stato necessario chiedere in altre sezioni dell’Associazione. Però qualcuno dal cielo m’ha aiutata, perché dopo qualche tempo ho saputo finalmente il suo vero nome: Anteo Raditti!”
“Hai saputo anche dove abitava?” chiese incuriosita Angela.
“No Purtroppo… ma, non so perché, pensai che dovevo andare a chiedere al mio vecchio paese. E così ho fatto. E venni a sapere che i Raditti erano diventati proprietari dei vecchi terreni che sotto il fascismo erano stati assegnati a mio padre. Ho scavato nella memoria per vedere se tra la mia famiglia e loro ci fossero mai stati dei contrasti, dei rancori. Trovai la conferma parlando con una vecchia signora novantenne che abitava ancora in paese e che all’epoca aveva lavorato alle poste. Mi disse che aveva visto molte volte mio padre litigare fortemente con Anteo Raditti per vecchie questioni sui confini dell’azienda agricola, tanto da venire alle mani. Una volta sentì il Raditti gridare a mio padre che gliela avrebbe fatta pagare. Adesso tutto appariva più chiaro, l’esecuzione della mia famiglia non era stata frutto di un’azione militare ma di una vigliacca vendetta personale. Continuavo a star male, anche se mio marito faceva di tutto per consolarmi. Mi sentivo sola, il figlio non arrivava e nella mia testa risuonava sempre il nome di Anteo Raditti. Ho cercato conforto nella fede, non ho mai pensato alla vendetta, ma avrei voluto tanto incontrarlo, guardarlo in faccia e chiedergli il perché di tanta cattiveria. Avevo dieci anni quando mi tolse tutto. Ora ne ho trenta e dopo vent’anni di dolore… adesso sto bene, abbastanza bene direi.”
“Andiamo a fare due passi nel corridoio?” propose Angela.
“Sì andiamo!” annuì Sara.
Il corridoio di quella sezione della casa circondariale, era molto lungo e l’andirivieni delle detenute lo faceva somigliare al passeggio domenicale in una via del centro, con la differenza che, al posto degli alberi, ai lati c’era una fila di celle con le porte di ferro aperte che alla sera si chiudevano, chiudendo al loro interno le speranze, i sogni, i ricordi, i pentimenti e le rabbie di tutte quelle detenute.
Mentre camminavano avanti e indietro lungo quel corridoio, il volto di Sara appariva più sereno, quasi che il racconto fatto ad Angela, l’avesse in qualche modo rasserenata.
Angela l’aveva capito, ma la sua curiosità non era stata soddisfatta completamente. D’un tratto ruppe il silenzo e le chiese: “E poi?”
“E poi qualcuno dal cielo m’ha aiutato ancora…” riattaccò Sara “perché mio marito, che insegnava a scuola, fu nominato preside di una scuola media vicina a Como, a pochi chilometri da qui. Ci siamo trasferiti e siamo andati ad abitare in una bella villetta appena fuori paese. Iniziai le pratiche per il cambio di residenza e un giorno andai in Comune per consegnare dei documenti. Forse era la vecchia Casa del Fascio, ora era il Municipio.
Nell’atrio c’era un pannello dov’erano indicati tutti gli uffici e i nomi dei responsabili, poi vidi per caso il nome del sindaco… era Anteo Raditti!”
“Cazzo! Alla fine l’avevi trovato!” esclamò Angela sempre più coinvolta.
“Proprio così…” continuò Sara “Il suo ufficio si trovava al secondo piano. Avevo il cuore in gola e dovetti sedermi per calmarmi. Avevo il dubbio che non fosse lui, che fosse solo un omonimo. L’unica cosa da fare era incontrarlo. Così ho salito le scale, mi sono fatta coraggio e ho bussato al suo ufficio. Uscì una segretaria che mi disse che il sindaco era fuori città e che sarebbe rientrato il giorno dopo. Quando tornai a casa non dissi nulla a mio marito, ma quella notte non riuscii a dormire. Il giorno dopo sono riaffiorati tutti i ricordi, gli incubi, tutto il dolore vissuto in quegli anni. Così ho tirato fuori l’abito più bello che avevo, ho messo un filo di trucco, un po’ di rossetto e sono tornata in Comune. Per salire di nuovo quelle scale ho fatto uno sforzo enorme, ogni gradino mi faceva rivivere quel giorno tremendo, rivedevo mia madre, i miei zii, sentivo le grida, il terrore, gli spari, la disperazione… poi lui, la crudeltà del suo sguardo, il comandante Mauro… Sono arrivata al secondo piano, mi fermo davanti alla porta del suo ufficio, busso, apro. Mi viene incontro la segretaria che mi chiede chi deve annunciare al Signor Sindaco che si trova dietro un’altra porta. La scanso in malo modo e le rispondo che mi annuncio da me. Faccio tre passi e apro la porta, entro in una sala molto ampia, in fondo vedo un salottino in pelle con una grande scrivania, dietro vedo il sindaco che si alza e mi viene incontro lentamente. Incrociamo lo sguardo. Quella faccia magra, i baffetti sottili, era il comandante Mauro… S’avvicina, mi guarda con stupore, era incredulo. M’aveva riconosciuta come io avevo riconosciuto lui! Buon giorno Comandante Mauro, gli dico. Poi, prima ancora che quel boia potesse dire qualcosa, tiro fuori dalla borsetta la pistola che m’aveva dato mia madre. Lo sentii gridare, implorare come aveva fatto mia madre… Gli ho sparato tre colpi nel petto ed è caduto ai miei piedi, morto stecchito. Ho gridato con tutto il fiato che avevo il nome di mia madre, poi ho pianto…”
“Vieni, andiamo” Angela la prese sottobraccio e, stringendola forte, la fece sedere sul letto della cella. Sara era tornata silenziosa, con lo sguardo verso la finestra. Un raggio di sole, che filtrava fra le nuvole, formava un disegno a scacchi sulla parete.
Una guardia entrò in cella invitando Sara a seguirla. “Sei trasferita al carcere di Ravenna!” Sara raccolse il suo fagotto di indumenti, s’avviò verso la porta e girandosi sussurrò: “Ciao, auguri!”
“Ciao a te!” rispose Angela piangendo.
Dopo due giorni si riaprì la porta della cella 22. Entrò una giovane ragazza, con una coroncina di fiorellini finti inserita fra i capelli rossi, indossava un giaccone verde con sotto un maglione, più grande di almeno due taglie, e pantaloni che in fondo si allargavano a coprire gli scarponcini con la suola a carrarmato.
“Ciao sono Angela, sedici anni per omicidio colposo, fra quattro esco. Accomodati pure, fai come fossi a casa tua. E tu chi sei?”

“Anna Frank sei finita nel forno”… Reagisce e viene aggredito davanti alla famiglia al grido di “Duce Duce”

da: Coordinamento Provinciale di Articolo Uno Ferrara

Ieri sera, mentre si trovava a Venezia con la famiglia per festeggiare l’anno nuovo, l’amico e compagno Arturo Scotto è stato aggredito da un gruppo di fascisti al grido di “Duce Duce”, nelle migliori tradizioni squadriste: approccio arrogante, scarica di botte e fuga vigliacca. La sua colpa? Aver protestato di fronte ai cori ‘Anna Frank sei finita nel forno”, inascoltabili.
Lasciando alla moglie Elsa la cronaca dell’accaduto [consultabile nella sua pagina Facebook al link: is.gd/J9s0u0], ci preme sottolinearne l’estrema gravità. Un fatto reso doppiamente grave in quanto non solo si è colpito un ex Deputato della Repubblica, ma si è anche colpito un genitore davanti alla propria famiglia in quello che doveva essere un momento spensierato e di gioia: una condizione di massima vulnerabilità, in cui tutti noi potremmo trovarci in qualsiasi momento.
Un attacco alla nostra idea di comunità, di vita pacifica, ai valori di antifascismo e nonviolenza che tutti noi condividiamo e che rende bene (nel caso ce ne fosse ancora bisogno) il clima di odio crescente che si respira nel nostro paese.
Chi ancora insiste nel negare l’esistenza di un nuovo e pericoloso fascismo in Italia (e non solo), o non ha capito nulla della fase storica che stiamo attraversando o è in malafede.
Nel manifestare la nostra piena solidarietà ad Arturo ed alla sua famiglia cogliamo l’occasione per ribadire, ancora una volta, la nostra riprovazione per questi fatti vergognosi. Riteniamo necessario che venga attuata (così come previsto dalla Costituzione e dalla normativa successiva) una puntuale e severa politica di condanna di ogni atteggiamento o manifestazione fascista sul nostro territorio: dalle scritte sui muri, ai cori nostalgici e ai saluti romani, fino ad arrivare alle aggressioni verbali e/o fisiche. Che avvengano nelle strade, negli stadi, ovunque. Chi commette queste azioni deve essere perseguito e condannato secondo quanto previsto dal codice penale. Non si tratta più di eventi sporadici. Di casi isolati o di ragazzate. Lasciare correre, negare, sottovalutare questi fatti equivale a condividerne le responsabilità.
Noi non ci stiamo!

Incredibile Sgarbi

Vittorio Sgarbi si candida a sindaco di Ferrara. Ovviamente, niente da eccepire: è nel suo diritto. Leggo la sua dichiarazione riportata tra virgolette dai quotidiani locali: “Una pseudosinistra opportunista ha rimosso tutti i ferraresi illustri per non riconoscerne la superiorità morale e culturale. Così, oltre a non aver nessun dipinto metafisico di de Chirico, Ferrara ha respinto e umiliato Italo Balbo, Giorgio Bassani ecc.”. Rileggo perché non credo ai miei occhi vedere affiancati nel riconoscimento morale un gerarca fascista tra i più violenti negli anni dell’affermazione del Fascismo, a capo di imprese squadriste con seguito di morti nelle campagne ferraresi, Ravenna, Parma ecc., oltre che essere stato il mandante dell’assassinio di don Giovanni Minzoni e l’autore del racconto “Una notte del ‘43”. No, neanche la tradizionale ‘esuberanza’ del critico o il continuo sconto che si fa alla sua maniera ‘colorita’ di esprimersi può consentire di passare sotto silenzio una tale scandalosa e vergognosa dichiarazione. Per non essere frainteso voglio essere chiaro su un punto fondamentale. Non è accettabile che si superi il confine che separa la libera ricerca storica su tutto ciò che ha riguardato il dramma della dittatura fascista e una strisciante e ‘normale’ riabilitazione di uno tra i capi più importanti e responsabili della dittatura fascista.

*Fiorenzo Baratelli è presidente dell’Istituto Gramsci di Ferrara

SETTIMO GIORNO
L’infame provocazione e le leggende metropolitane

PIAZZA FONTANA – Era un pomeriggio alla milanese, quel 12 dicembre 1969, grigio, freddo, le lucine di Natale tentavano, poverine, di sbriluccicare, ma erano opache in quell’umido tra pioggerellina e nebbia. Sono scoppiate le caldaie, disse un poliziotto all’entrata della banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, un pompiere controbattè l’affermazione apodittica: macchè, è una bomba. Entrai, ero il primo giornalista a introdurmi nel bunker del massacro, sotto il tavolone in mezzo alla sala circolare c’era il buco, il cratere dov’era scoppiata la bomba. I brandelli delle vittime penzolavano appiccicate ai muri, mai avevo visto un orrore del genere. Non ci volle molto per capire che i terroristi fascisti avevano dichiarato guerra all’Italia democratica che tentava di uscire da una società per certi versi medievale, una guerra di cui avevano discusso e che avevano preparato alcuni anni prima, coperti dalle sante autorità.
Poche ore dopo la strage, uscì, ufficiale, la prima deviazione politica, il primo atto di un conflitto ideologico, che, forse, non è ancora terminato. Fu il prefetto di Milano Mazza a gettare la grande bugia in mezzo allo sconcerto della popolazione: sono gli opposti estremismi, disse, un’invenzione che avrebbe imputridito anche le relazioni personali (persino familiari) dei cittadini.
Non mi ci volle molto per capire, tornato al giornale scrissi “Un’infame provocazione”, titolo di prima pagina che ebbe, per fortuna, grande seguito. Era tutto chiaro, ma le autorità, secondo il piano ben concertato continuarono ad affermare che era una strage anarchica e, per dimostrare che era vero, ecco l’arresto proditorio di Pietro Valpreda e subito dopo il volo di Pino Pinelli dal quarto piano della questura milanese, uffficio di Calabresi. Eravamo ancora lì in questura in quella notte tragica, Pinelli era caduto (?) senza un grido, ma il questore diceva “si è buttato gridando che era la morte dell’anarchia quando lo informammo che avevamo preso Valpreda e che aveva confessato”. Era tutta una balla, una vergognosa bugia. C’era anche Calabresi lì nell’ufficio del questore, ma non disse parola, pareva nascondersi dietro il suo maglioncino beige. Era tutta una montatura ben architettata, confezionata da tempo e non importa sapere chi erano gli esecutori, colpevole era quella parte dello Stato che non ammetteva altra società se non quella che afferiva agli interessi dei padroni e uso la parola “padroni” con cosciente consapevolezza. Era una strage di Stato. Sono passati 45 anni da quel giorno e mi domando con grande tristezza se è cambiato qualcosa nella nostra società: il potere è sempre nelle stesse mani e le centinaia di vittime delle stragi nere sono state ammazzate due volte con una insopportabile spietatezza.

IL COMUNE PAGATORE – Entro nel negozio davanti al quale un questuante se ne sta sdraiato, mano tesa al passante. Quello sì che sta bene, mi dice una signorina dietro il banco. Beh, insomma… azzardo. Come no, continua la commerciante che sa tutto: il Comune gli dà la casa, gli dà trenta euro al giorno e gli paga perfino il telefonino. Rimango allibito: scusi, chiedo, ma chi le ha raccontato questa fola metropolitana? E lei, sicura: me lo hanno detto!
Ecco come si forma l’opinione della cittadinanza: “me l’hanno detto”. L’importante è che le informazioni siano di destra, siano razziste, siano contro la povera gente, così si forma la coscienza “buona” del paese.

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LA RICORRENZA
Arte, percorsi tematici e App per non dimenticare la lunga notte del ’43

“E i segni dei proiettili, lievi, sì, ma però chiaramente visibili, che nonostante un recente restauro si vedono ancor oggi butterare qua e là l’antica spalletta contro la quale furono allineati i condannati a morte? L’epoca dei massacri, di quelli veri, è ormai così lontana, che non c’è da meravigliarsi se un occhio distratto, sfiorando appena questi segni, ne riconosca tanto poco la natura da attribuirli facilmente all’esclusiva opera del tempo, […]”

Il 15 novembre del 1943 non è una data importante solo per la memoria ferrarese, è un passaggio fondamentale per la storia nazionale: storici del calibro di Claudio Pavone ritengono che la strage del Castello Estense sia il primo eccidio di guerra civile in Italia. Sono passati appena due mesi dall’armistizio dell’8 settembre e a Verona si sta tenendo il primo Congresso della Repubblica Sociale Italiana: proprio qui viene data la notizia che Igino Ghisellini, il federale di Ferrara, è stato assassinato nei pressi di Bologna. Immediatamente dall’assemblea si levano le grida di vendetta: “A Ferrara! Tutti a Ferrara!”. Le squadre da Verona arrivano in città verso le 20.
“Chi potrà mai dimenticare le lentissime ore di quella notte? Fu una veglia interminabile per tutti; con gli occhi che bruciavano fissi a scrutare attraverso le fessure delle persiane le vie immerse nel buoi dell’oscuramento; col cuore che sobbalzava ogni minuto al crepitio delle mitragliatrici, o al passaggio repentino, anche più fragoroso, dei camion di uomini armati”.
Nella notte vengono prelevate dalle loro case e portate alla Caserma della milizia, in piazza Beretta, 72 persone: antifascisti, molti ebrei, alcuni cittadini considerati traditori per non essersi iscritti alla Repubblica Sociale, oppositori del regime in genere. Fra loro e i 34 antifascisti, ebrei, oppositori del regime che erano già nelle carceri di via Piangipane dal 7 ottobre si selezionano i dieci cittadini da passare per le armi per punire la morte del Federale Ghisellini. All’alba del 15 novembre davanti a Castello Estense vengono fucilati Emilio Arlotti, Pasquale Colagrande, Mario e Vittore Hanau, Giulio Piazzi, Ugo Teglio, Alberto Vita Finzi, Mario Zanatta; sulle mura presso i Rampari di San Giorgio Gerolamo Savonuzzi e Arturo Torboli; infine il giovane ferroviere Cinzio Belletti, che tornando dal lavoro ha assistito alla strage, viene inseguito per non essersi fermato all’alt e assassinato in via Boldini. I cadaveri verranno lasciati davanti al muretto del Castello per tutta la mattina, come monito per i ferraresi. Solo l’Arcivescovo Ruggero Bovelli, con un duro intervento presso le autorità fasciste, riuscirà a far spostare i corpi.
“Erano undici: riversi, in tre mucchi lungo la spalletta della Fossa del Castello, lungo il tratto di marciapiede esattamente opposto al caffè della Borsa e alla farmacia Barilari: e per contarli e identificarli, da parte dei primi che avevano osato accostarsi (di lontano, non parevano nemmeno corpi umani: stracci, bensì, poveri stracci o fagotti, buttati là, al sole, nella neve fradicia), era stato necessario rivoltare sulla schiena coloro che giacevano bocconi, nonché separare l’uno dall’altro quelli che, caduti abbracciandosi, facevano tuttora uno stretto viluppo di membra irrigidite”.

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Sagome e biografie delle 11 vittime della strage

Da giovedì davanti alla “antica spalletta” del fossato, sul marciapiede davanti alle lapidi, ci sono le sagome e le biografie di quelle 11 persone, non solo vittime, per impedire che i segni dei proiettili possano essere equivocati. Inoltre quelle lapidi, insieme ad altri luoghi della memoria in città, sono diventate una delle tappe del percorso urbano “ResistenzamAPPe – Guerra e Resistenza in Emilia-Romagna settant’anni dopo”, applicazioni informatiche multimediali scaricabili su differenti supporti (smartphone, tablet, pc), contenenti 29 percorsi dei nove capoluoghi di provincia regionali sui temi della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. La responsabilità della trasmissione della memoria di quelle vite e di quegli eventi torna a essere di ogni ferrarese, perché non accada nuovamente ciò che è avvenuto all’indomani del 15 novembre: “la voce che subito circolò – una diceria messa in giro ad arte, era chiaro -, secondo la quale nessuno di Ferrara aveva partecipato al massacro, nessuno di Ferrara si era macchiato di quel sangue, […] Ebbene nessuno che non fosse di Ferrara, e molto pratico, per giunta, della città, avrebbe potuto rintracciare a colpo sicuro il Consigliere Nazionale Abbove non già nel suo palazzo di corso Giovecca, ma nello studio-garçonière […] E i due Cases, padre e figlio […] chi altri, se non qualcuno che ne conoscesse perfettamente il rifugio – qualcuno di Ferrara, dunque! – sarebbe stato in grado di indirizzare proprio lassù, in cima a quel polveroso labirinto di scale semicrollanti, i cinque scherani mandati a prelevarli?”.

Tutti i virgolettati sono estratti da “Una notte del ’43” di Giorgio Bassani

Foto di Federica Pezzoli

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Primo Novecento: ecco la zona industriale e una compatta
classe operaia

STORIA DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE FERRARESE (QUINTA PARTE)

Fra il 1919 e il 1921 lo scontro di classe nelle campagne raggiunse il suo vertice, le squadre fasciste sconfissero le leghe socialiste, sicché le organizzazioni sindacali del fascismo, appoggiate dagli agrari, si imposero sui sindacati della sinistra. Il padronato agrario mise in discussione il “patto Zirardini” del 1920, che prevedeva l’obbligo da parte degli imprenditori di assumere durante l’inverno, sebbene per un tempo limitato, i lavoratori disoccupati. Durante il ventennio fascista permase nelle campagne ferraresi il problema della disoccupazione rurale, anzi la politica deflazionistica avviata nel 1927, con l’obiettivo di portare il cambio della lira italiana nei confronti della sterlina inglese alla cosiddetta “quota novanta”, si tradusse per l’economia ferrarese in una preoccupante crisi agricola e finanziaria.
“Nacque per decreto del 1936 la zona industriale di Ferrara, dove dovevano insediarsi diverse aziende trasformatrici dei prodotti agricoli ferraresi e in funzione della riorganizzazione autarchica dell’economia italiana: dalle industrie canapicole a quelle per la produzione di amido, dalle distillerie alle fabbriche di imballaggi, dalla Società Chimica Aniene alla Società Gomma Sintetica, alla Leghe Leggere, alla Cellulosa. Buona parte delle industrie insediate nella zona industriale ferrarese, creata a nord-ovest della città a congiungersi col vecchio polo industriale di Pontelagoscuro sul Po, poterono entrare in funzione solo a guerra iniziata, nel 1941-42. Nonostante gli orientamenti autarchici della produzione, la presenza della zona industriale rappresentò per Ferrara un’importante novità sul piano sociale: nasceva per la prima volta un nucleo compatto di classe operaia industriale, non legata a brevissimi cicli stagionali”*. Intanto era sorta, a partire dal 1934, una zona industriale anche a Tresigallo, quantunque interamente mirata alla sola attività di trasformazione dei tradizionali prodotti dell’agricoltura ferrarese: canapa, frutta, barbabietole, latte

* F. Cazzola, “Economia e Società” (XIX-XX secolo), in F. Bocchi (a cura di), “La Storia di Ferrara”, Poligrafici Editoriale, Bologna 1995.

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