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SCUOLA FIRST: impressioni di settembre…
Anche Ferrara scende in piazza il 25 giugno

“Settembre poi verrà ma senza sole” sono le parole di una strofa di Settembre, una canzone di Peppino Gagliardi, famosa negli anni Settanta. Le stesse parole potrebbero essere adatte per definire la situazione che sta vivendo la nostra scuola pubblica; infatti, pur avendo la certezza che a settembre la scuola non ripartirà ‘normalmente’, gli amministratori nazionali e locali stanno lavorando con grande lentezza. assolutamente ‘al buio’ per preparare le condizioni per il rientro.
È evidente che a settembre la comunità scolastica ha un assoluto bisogno di ripartire in presenza: bambine, bambini, ragazze, ragazzi, insegnanti, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno resistito per tre mesi, materialmente e psicologicamente, per far fronte all’emergenza.

Dopo questo enorme sforzo collettivo, e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già state riavviate, la scuola ha bisogno di ricominciare in presenza perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita umana e nemmeno economica.
Per quanto il problema della ripartenza sia complesso, io penso che non ci potrà mai essere una soluzione ‘lluminosa’ se non ci si avrà il tempo di lavorare seriamente, insieme, con tempi distesi, guidati dalla luce di un faro rappresentato dalla scuola in presenza.

È sotto gli occhi di tutti come il nostro non sia un Paese che investe sulla sua scuola per investire sul proprio futuro-. Io però speravo, ingenuamente, che in un momento così delicato si sarebbero unite le forze per reperire le idee e le risorse necessarie per mettere la scuola, intesa come ‘organo costituzionale’, in grado di poter esercitare la propria funzione. Invece, le priorità di questa classe politica sono altre: basta guardare alle risorse promesse ad Alitalia e FCA e confrontarle con quelle destinate alla scuola per accorgersi subito della sproporzione a sfavore del nostro sistema educativo.

Inoltre, dopo mesi di ‘scuola dell’assenza’, ancora oggi – nonostante la Commissione Tecnico Scientifica presieduta dal Professor Patrizio Bianchi abbia concluso i suoi lavori un mese fa – il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha ancora emanato le linee guida indispensabili per far ripartire le scuole in presenza e in sicurezza.
Le anticipazioni relative a questo documento destano molta preoccupazione. Non sono infatti previste risorse straordinarie, né investimenti strutturali, né personale aggiuntivo. Non c’è nessun impegno per garantire una riapertura in sicurezza. Si parla di “riduzione del tempo scuola”, di didattica a distanza, di formazione sulle nuove tecnologie… e non è un caso che siano in uscita proprio le linee guida per la didattica digitale integrata e per la sua valutazione. Si rischia lo stravolgimento della scuola della Costituzione.

Non è quello che i genitori si aspettano.
Non è quello che gli insegnanti chiedono..
Non è quello che serve al mondo della scuola.
Non è quello di cui il Paese ha bisogno.

In un momento in cui occorreva unire gli sforzi per mettere la scuola al centro dell’agenda politica, in cabina di regia stanno lavorando al risparmio e in maniera raffazzonata per indirizzare la scuola verso un settembre di didattica a distanza, di spezzatini organizzativi senza logica e criterio, di tempi ridotti e di spazi democratici ristretti.

Wake me up when september ends (“Svegliami quando settembre finirà”) dei Green Day, una canzone di tutt’altro genere musicale rispetto a quella citata nell’incipit, interpreta bene il modo di vivere dei molti che si aspettano che una soluzione, prima o poi, cadrà dal cielo. Mi spiace ma credo che la scuola di tutti debba essere progettata insieme. E credo che nessuno meglio di chi vive la scuola quotidianamente, possa occuparsene con cognizione di causa portando avanti i sogni e i bisogni collettivi.

Un’altra scuola è possibile rispetto a quella che sembra uscire dalle linee guida del Ministro ma, ora come mai, è necessario che i genitori, gli insegnanti, gli educatori, il personale amministrativo, i dirigenti, i cittadini uniscano le proprie forze per chiedere che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado, per reclamare risorse straordinarie, per avere personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola, per assumere i docenti precari, per ottenere degli investimenti strutturali per l’edilizia scolastica, per avere una corretta prevenzione sanitaria, per pretendere di essere informati, per poter partecipare al progetto di ripartenza e per scrivere insieme le pagine di questo nuovo patto di corresponsabilità educativa.

Per questo, anche a Ferrara si è costituito il Coordinamento  “Priorità alla scuola”: un movimento formato da cittadini, genitori, insegnanti, educatori, operatori della scuola, professionisti che, come in altre 70 città italiane, porterà in piazza queste rivendicazioni. Per Ferrara la manifestazione, quindi l’appuntamento per tutti coloro che vogliono la scuola al primo posto (#scuolafirst), è il 25 giugno, in piazza Savonarola, alle ore 18,00.
Dopo avergliele “cantate”scendendo in piazza, avremo più forza e forse dovranno ascoltarci. Anche a Ferrara chiederemo impegni precisi ad amministratori pubblici e dirigenti scolastici. C’è in ballo la nostra scuola pubblica, un Bene Comune, un bene prezioso che oggi è in pericolo. Siamo in tanti, e siamo disposti a rimboccarci le maniche: settembre è vicinissimo e non c’è un minuto da perdere.

Comunque la pensiate, buona partecipazione alla manifestazione e alle iniziative successive.
Qui la pagina facebook di Ferrara: https://www.facebook.com/PasFerrara/ 
Qui la pagina nazionale: https://www.facebook.com/prioritaallascuola/
Qui la mail per segnalare il proprio interesse alle iniziative future: prioritaallascuolaferrara@gmail.com

SCHEI
Fiat lux (in altre parole: una schifezza)

Il sindacalista Cisl Marco Bentivogli sostiene che la polemica sui 6,3 miliardi che FCA Italy (Gruppo Fiat Chrysler) ha chiesto in prestito a Banca Intesa sia “roba da radical chic”. Rimarcare che il gruppo chiede soldi in Italia e paga le tasse in Olanda – dove ha sede legale – e Regno Unito – dove ha domicilio fiscale – sottraendo molte entrate fiscali a noi sarà radical, sarà chic, ma non è una polemica da salotto. A meno che la giovane premier della Danimarca, che nega aiuti di Stato alle aziende danesi che hanno sedi in paradisi fiscali, non sia considerata una che governa dal salotto di casa sua (a parte adesso, causa pandemia).  A meno che far mancare un miliardo circa di tasse all’anno all’erario del proprio Paese sia considerato un dettaglio trascurabile. Non è trascurabile, è una schifezza.
Che lo facciano anche i giganti del web e molte altre aziende non sminuisce la schifezza, casomai la amplifica. Del resto, chi è causa del suo mal pianga se stessa: fino a che l’Unione Europea non stabilisce regole fiscali comuni e tollera regimi semi paradisiaci come quello olandese o lussemburghese, ci sarà chi ne approfitta. Con buona pace del Commissario alla Concorrenza, che in questo caso non trova niente da eccepire, probabilmente perché sa che chi viola la concorrenza lo fa entro le regole vigenti.

Premesso questo, non è detto che sia sbagliato far avere questi soldi a FCA. E non per la banale ragione che “è un prestito, non un regalo”, come dice Bentivogli. Ci mancherebbe anche che fosse un regalo! La ragione sta nel fatto che FCA è la prima industria privata italiana, che occupa direttamente 86.000 persone e indirettamente 400.000, che sarebbe folle impuntarsi su una (giusta) questione di principio e mettere a rischio una gestione corrente che a tutti questi lavoratori permette di ricevere lo stipendio tutti i mesi. Quindi va bene il prestito, ma con delle rigide condizioni risolutive, che purtroppo il governo non sta ponendo a FCA. E questo nonostante il prestito comporti una importantissima garanzia, in caso di insolvenza, da parte di SACE (ente statale)
Quali condizioni? Riportare la sede legale o fiscale in Italia non è una condizione che si possa pretendere solo da FCA. Quello è un obiettivo che si deve porre l’Unione Europea: con regole fiscali uguali per tutti, nessuno avrebbe più interesse a spostare la sede all’estero. Le condizioni dovrebbero essere altre, poche ma inflessibili: non erogare dividendi per tutta la durata dell’ammortamento (3 anni); garantire almeno gli attuali livelli occupazionali; investire in Italia per ampliare la base produttiva; non delocalizzare stabilimenti e produzioni all’estero.

Se queste condizioni non vengono poste, può succedere questo: siccome FCA questi soldi in cassa li ha (ma semplicemente preferisce tenerseli e attingere ad un prestito a tasso quasi zero), il maxi dividendo di 5,5 miliardi che ha già dichiarato di distribuire dal 2021 in previsione della fusione con PSA(Peugeot-Citroen) si può considerare finanziato (e garantito) in Italia, ma esentasse nella stessa Italia, visto che le tasse sui dividendi e sul trasferimento delle royalties, FCA li paga (in misura inferiore) all’estero. Del resto, è esattamente a questo scopo che ha trasferito sede legale e fiscale. Inoltre: se FCA non ha l’obbligo di non licenziare o delocalizzare in Italia (metto fra parentesi ulteriori investimenti, che in questo momento potrebbe apparire esagerato), la morale della favola sarà la seguente: si prendono soldi garantiti dallo Stato italiano senza restituire nulla all’economia italiana, ma anzi sottraendo posti di lavoro, reddito e base produttiva.

Sfortunatamente, le condizioni del prestito poste dal Governo italiano sono molto meno stringenti: intanto il blocco alla distribuzione di dividendi vale solo per il 2020. Inoltre il vincolo è “a sostenere costi del personale, investimenti o capitale circolante impiegati in stabilimenti produttivi e attività imprenditoriali che siano localizzati in Italia”, a “gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”. Che è molto diverso da avere l’obbligo di non fare licenziamenti collettivi, di non chiudere stabilimenti. A queste condizioni, FCA Italy potrebbe in ipotesi mandare a casa diecimila dipendenti obsoleti e sostituirli con diecimila giovani “a tutele crescenti” con l’avallo di qualche sindacato; chiudere stabilimenti in Italia e aprirne in Serbia “gestendo” il saldo algebrico negativo con un piano industriale ispirato alla contrazione del fatturato da Covid; e ciò nonostante avrebbe rispettato le condizioni attualmente poste dal Governo.

Fiat lux, viene da dire. Si faccia luce, e chiarezza.
Occorrerebbe essere più chiari con Fiat, o FCA come è più appropriato chiamarla adesso. Del resto FCA è molto chiara nelle sue scelte. In questo è un padrone classico. Basta vedere cosa ha fatto con il quotdiano la Repubblica non appena ha comprato il Gruppo editoriale GEDI dalla famiglia De Benedetti: ha licenziato il direttore Verdelli, scomodo e non gradito, e lo ha fatto nonostante fosse minacciato di morte; lo ha sostituito con il fidato ex La Stampa Maurizio Molinari, che fedelmente ha rifiutato di pubblicare su Repubblica un pezzo del Comitato di Redazione sul prestito a FCA, pezzo considerato “sbilanciato”. Il CdR si è messo in stato di agitazione, e per ora si è raggiunta una pace armata con il direttore, del tutto comprensibile per i giornalisti che campano grazie al lavoro in Repubblica. I nomi che invece hanno un mercato a prescindere da Repubblica, come Gad Lerner, Pino Corrias, Enrico Deaglio, se ne sono già andati, e pare ci stiano pensando Roberto Saviano, Michele Serra, Ezio Mauro.
Siamo sempre lì, la ‘Forza del Mercato’: per chi può permettersi di scegliere è un po’ più facile fare il giornalista libero.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Get your motor runnin’

Memore dell’antico adagio kennedyano “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”, da qualche giorno ho deciso di smettere di mangiare così da poter risparmiare qualche soldino.
Mi sembrava giusto tenere da parte una busta da mandare io in prima persona a Fca così, direttamente perché: non si sa mai dove vanno a finire i soldi dello Stato.
Figuriamoci dove vanno a finire quelli di Fca.
Di sicuro non a gente che poi se ne rimane a poltrire sul divano, questo è sicuro.
I soldi che andranno a Fca andranno sicuramente in mani esperte, sapienti, mani di gente che da sempre pensa al futuro del Paese investendo sul futuro di tutti noi.
Fca è infatti da sempre in prima linea quando si parla di futuro, sin dai tempi in cui era un altro acronimo che da sempre suscita tanta ilarità in Italia e all’estero.
Dobbiamo dunque essere tutti riconoscenti a Fca e a quell’altro acronimo per aver generato quelle immortali associazioni di parole come “fermati”, “imbecille”, “abbiamo” e “tamponato” ma anche “fix”, “it”, “again” e “Tony” che tanto lustro ci hanno dato qui e nel mondo intero.
Esorterei quindi tutti a fare come me gridando a pieni polmoni “W il made in Italy” e “abbasso quelli là che parlano di reddito universale e poi resterebbero a poltrire sul divano senza essere artigiani della qualità”.
Buona settimana a tutti e mi raccomando: comprate una macchina e/o un furgone.

Born to be wild (Blue Öyster Cult, 1975)

Marchionne: requiem di un A. D.

Marchionne è morto. Viva Marchionne! È quanto la vulgata corrente va ripetendo da giorni con un eccesso di lodi. Appena appresa la notizia delle gravi condizioni di salute dell’ad Fca, con una velocità che svela perfettamente il cinismo di questo sistema di produzione, è immediatamente stato sostituito ai vertici aziendali. Ormai alcuni giorni fa prima della sua morte avvenuta ieri. Ed impressiona questa velocità tanto che ci si chiede: se ciò avviene ai livelli alti figuriamoci nell’ultimo anello della catena! E vien fatto di pensare che nonostante la nostra individualità, la nostra insostituibile unicità siamo tutti pezzi di ricambio di un meccanismo che non ammette inciampi. Perché non si perda un attimo, perché la catena di comando deve essere sempre in perfetta efficienza, perché il governo dei flussi finanziari non ammette incertezze. E i mercati hanno bisogno di sapere, di avere notizie sullo stato di salute dei top manager affinché le fluttuazioni di borsa non ne risentano. E così ecco le postazioni fisse delle Tv di tutto il mondo davanti l’ospedale svizzero che hanno trasmesso servizi giornalistici quotidiani ad ogni edizione di tg. Non c’è spazio per un fatto intimamente ed esclusivamente privato come la morte. Forse il più privato di un’esistenza umana. Non c’è spazio per la pietà, per la compassione. Business is business. A questo modo di procedere si sono accodati tutti i mezzi di informazione. Fin dal primo giorno, con un corpo ancora pulsante seppur in condizioni irreversibili, tutti i tg hanno mandato in onda i cosiddetti “coccodrilli” sulla figura del manager italo-canadese, che di solito si fanno a babbo morto. Un cattivo gusto con pochi precedenti nella storia del giornalismo. Tanto che il primo giorno, di primo acchito, accendendo la Tv l’impressione è stata che la notizia fosse la già avvenuta scomparsa di Marchionne. Altrettanto ha fatto la carta stampata pubblicando spaginate a go go. E poi servizi giornalistici quotidiani. Tutto diventa spettacolo. Eclatante in modo artificioso, perché occorre vendere i giornali e le inserzioni pubblicitarie negli stessi e nelle tv. Tutto diventa sensazionale. Come se mai nessuno morisse ogni giorno, ogni istante nel mondo. Dall’immigrazione alla morte di Marchionne tutto è spettacolo con una finalità economica.
Non c’è tempo da perdere. Le borse reclamano certezze. La morte di una persona non può, non deve interferire con i mega flussi finanziari. È un dettaglio insignificante. E qui sta la parabola di Sergio Marchionne. Lui che ha portato Fca con tutti i suoi marchi (da Ferrari a Alfa Romeo) a Wall Street. Sapeva perfettamente che queste sono le regole del gioco del mercato globale che non si sarebbe commosso più di tanto per la sua scomparsa quando fosse giunto il momento che non immaginava così presto. Siamo noi comuni mortali che restiamo attoniti difronte a tanto cinismo, a questa rapida sostituibilità.
Da più parti si sono sprecate le lodi al manager, come se noi italiani avessimo ancora un’industria automobilistica da difendere. Abbiamo solo degli stabilimenti (quelli sopravvissuti, Termini Imerese ha chiuso e Pomigliano non è in ottima salute) di un’impresa che ha sede legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra e un cervello strategico a Detroit. È bene saperlo per non illudersi. Questo è quanto è avvenuto in questi anni in estrema sintesi. Con la politica che è rimasta a guardare impotente, come oramai avviene per tutti i processi di globalizzazione, e a subirne le conseguenze. Le decisioni di politica industriale, di assetti politico-economici, non le prendono più i parlamenti, ma i mercati globali. E questo è quanto è successo anche a noi con Fiat. Non mi dilungherò sulla democrazia interna all’ex Fiat (esiste una letteratura corposa in merito alla quale ho dato un piccolissimo contributo col mio libro Rappresentanza sindacale, rappresentanza politica e tutela del bene comune. Cgil e Pci nella Fiat degli anni ’80, Festina Lente edizioni). Marchionne in questo è stato in perfetta continuità con la storia ultra centenaria della Fiat di discriminazione politico-sindacale e di negazione dei diritti. Nulla di nuovo da questo punto di vista. Di nuovo c’è stata la rottura con Confindustria nel 2012 e l’uscita dall’associazione degli industriali con conseguente disdetta dei contratti nazionali di categoria.
Cosa sarà adesso della produzione automobilistica in Italia è presto per dirlo. Marchionne credeva nei marchi di alta gamma, quelli che potevano garantire un margine di profitto più alto (Alfa Romeo, Maserati, Ferrari) tutti prodotti in Italia. Vedremo cosa sarà del nuovo assetto dirigenziale. Di certo la notizia di martedì scorso delle dimissioni di Alfredo Altavilla, responsabile per l’Europa di Fca, indicato da alcuni come il successore di Marchionne, e che avrebbe simbolicamente rappresentato la permanenza in mani italiane del massimo vertice aziendale, non promette nulla di buono. Altavilla è considerato uno degli artefici del distacco da General Motors e della fusione con Chrysler e indicato come “ministro degli esteri” di Fca. Manley, attuale ad di Fca nominato all’indomani del peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne, ha assunto ad interim le funzioni di Altavilla. Cosa ciò significhi in termini di ricadute strategiche, anche nel nostro paese, lo scopriremo nei prossimi mesi.
In questa globalizzazione dei mercati in un settore come quello della mobilità individuale, alla politica forse resta il compito fondamentale di definire le linee strategiche di quale tipo di mobilità dei cittadini si vuole nelle nostre città per i prossimi decenni. Forse questo è un terreno in cui la politica può riappropriarsi del ruolo che le è stato sottratto dalla globalizzazione. Semmai questo ruolo volesse giocarlo, ma ho dei dubbi ce ne sia la consapevolezza. Perché parlare di automobili significa parlare di mobilità che è un tema strettamente politico. Dietro la parvenza di scelte manageriali e di mercato su quali modelli sfornare e con quali caratteristiche in realtà c’è un’idea precisa di società, una società basata sul trasporto individuale, dunque sull’individualismo, sulla massima libertà nell’uso delle risorse e degli spazi urbani (si dimentica troppo facilmente che le auto private occupano uno spazio che è collettivo, per non parlare della qualità dell’aria e dell’incidentalità), in cui queste risorse e questi spazi sono usati in primo luogo da chi ha il potere economico per farlo a cui le case automobilistiche principalmente guardano. E tutti gli altri restano a piedi. In senso letterale. Sul tipo di mobilità, collettiva o individuale, si gioca un pezzo importante della partita della democrazia poiché la mobilità ha a che fare con la possibilità di partecipare alla vita democratica sociale ed economica del proprio paese e delle proprie città. E allora puntare sul trasporto collettivo vuol dire scommettere sulla partecipazione delle fasce più deboli della società, sull’inclusione e non sull’esclusione. Un tema questo, ovviamente, che non si può imputare a Marchionne o a chi per lui, ma che attiene al ruolo della politica se non vuole essere un’ancella dell’economia.

BORDO PAGINA
Elogio di Marchionne: la sinistra aut aut

La clamorosa vicenda letteralmente live e streaming di Marchionne, artefice principale della rinascita Fiat, in Italia, Usa (Fiat Chyrsler) e nel mondo, quasi all’improvviso costretto a rinunciare per una probabile malattia anzitempo terminale (con fuori da ogni protocollo, comunicazioni ufficiali e dirette dei vertici Fiat (e Ferrari) per la sua senza ritorno sostituzione) già evidenzia la grande eredità per il futuro industriale italiano tout court post-Marchionne (non solo la Fiat).
Nello specifico, secondo logica cognitiva e commerciale e banale lealtà umana, basta un elogio di Marchionne per chiudere qualsiasi analisi storica: o meglio basterebbe, perché, incredibile nel 2018 e era piaccia o meno dell’automazione e di Elon Musk (e le auto robot o google car), ancora prima della probabile scomparsa anche “biologica” di Marchionne (le cronache sembrano purtroppo semplicemente in attesa della tragica fine annunciata) da certo magmatico e inquietante inconscio collettivo da un lato e dai media della fu sinistra superstiti, emergono già flagranti il peggior odio e invidia di classe che per quindici anni ha già caratterizzato in modulazioni appena formalmente meno eclatanti le cosiddette analisti della fu sinistra, di certi sindacati e della solita Intellighenzia modello Capalbio rossa (tranne Renzi invero).
Mai perdonato a Marchionne di avere salvato la Fiat, di averla con la sinergia Chyrsler fatta emergere persino in Usa, risanando la parallela griffa storica automobilistica, rispettando in pieno il business plane vincente programmato e premiando i lavoratori stessi americani: di avere evidenziato solarmente anche in Italia la fine del mito del sindacalese, vero e proprio virus contro il progresso italiano e il benessere stesso potenziale dei lavoratori. Marchionne ha fatto saltare la casta rossa, sinistra e sindacalismo ideologici e obsoleti e nei fatti i principali nemici dei lavoratori, peggio persino di certo – come si diceva – padronato ancora primitivo strutturale dell’industria/imprenditoria italiana.
Neppure la stima di Obama (insopportabile per la fu sinistra italiana) ha illuminato i tre neuroni che caratterizzano da un pezzo sindacalisti e catto/post/estremo comunisti, profani politici/sindacalisti sacri intellettuali con i conti rigorosamente a Monte Paschi di Siena (e a più zeri!)
E ora neppure una tragedia umana neppure è rispettata dai soliti paraterroristi 2.0 attuali: la prima pagina del Manifesto, sempre da premio Maria Teresa di Calcutta quando scrivono di Ong e migranti, è un vergognoso esempio di nazionalsocialismo rosso senza se e senza ma, potrebbero averla firmata Robespierre e Saint Just.
E sui Social Network una epidemia di siffatta civiltà umanistica a firma tutti i centro sociali uniti contemporanei, siano profili apparentemente privati o meno: quanto alla fu sinistra alla De Benedetti i soliti orwelliani post golpe Napolitano/Monti e clonazioni venute male fino allo stesso cattorenzismo.
Se il trend è questo e continuerà anche se…, Allora Marchionne persino dal Paradiso centrerà la sua ultima corsa vittoriosa su una immaginaria (e non a caso) Ferrari: salvo appunto attualmente non prevedibili cambi di rotta al pitsop degli ultimi falsi prolet della fu sinistra, sarà proprio lui, paradossalmente a staccare la spina e per decenni alla generazione Pd e – o postcomunista e simili, nicchia di amebe e parameci nell’era dell’Auto elettrica o robot prossime venture!

info
http://www.ilgiornale.it/news/economia/piove-lodio-su-marchionne-insulti-social-e-titoli-choc-1556509.html

What is this shit?

In questi giorni di bordello peso, giorni in cui il nostro povero Marchionne è nell’occhio del ciclone, la Volkswagen se ne esce con una di quelle piazzate che mi fanno pensare al celebre, proverbiale, senso dell’umorismo teutonico.
Ma vediamo con calma.
Forse non c’ho capito molto ma pare che la FCA/Fiat-Chrysler a.k.a. Marchionne abbia fatto un gran casino con i dati delle emissioni inquinanti di qualche SUV.
L’accusa è partita dagli americani – hahahahahaha – quelli che girano con delle macchine da 100.000 di cilindrata.
Ma va benissimo.
Se il nostro marpionne ha fatto del casino con i dati delle emissioni di qualche SUV io ci posso anche credere.
Magari questa volta lo asportano.
Multa o non multa da 4,6 miliardi di non so cosa.
Il nostro eroe si è premurato di far sapere al mondo che quest’eventualità “lo disturba molto”.
E nel frattempo c’è già chi parla di giochetti fra l’amministrazione Obama in uscita e l’amministrazione Trump in entrata.
Boh.
Marchionne fa sapere che Fiat-Chrysler comunque “non è come Volkswagen”.
Io non lo so.
E di sicuro non crederò mai a Marchionne e/o alla Volkswagen.
L’unica cosa certa – per ora – è che la Volkswagen ha presentato al salone di Detroit un nuovo modello del caro vecchio pulmino hippie.
Questo coso sarà completamente elettrico, avrà quel dispositivo per la guida automatica ma soprattutto: uscirà nel 2020.
Quindi come dice il proverbio: it’s a long way to the top.
L’altra cosa certa è che quel coso non sembra neanche lontanamente il bellissimo pulmino hippie.
Sembra la Renault Espace da corsa di vent’anni fa.
Insomma, se posso dire la mia fa schifo.
Sembra fatto di Lego Technic.
Mi chiedo perché non si sono limitati a rifarlo identico esteriormente ma con tutte queste migliorie interne.
Sarò un sempliciotto io ma ci sono delle cose talmente – scusate l’aggettivo orrendo – “iconiche” che non necessitano di – scusate quest’altro obbrobrio – restyling.
Ci sono degli oggetti che sono oggettivamente eterni, almeno a livello di design.
Penso ad esempio alla bottiglia della Coca-Cola, alle All Star, alla Fender Stratocaster, alle Polo del sig. Fred Perry, alle Desert Boot della Clarks e appunto, al minivan da hippie marzone della VW.
Insomma, quelle cose di cui si dice “è un classico”.
Di nuovo, da sempliciotto, mi chiedo se una riedizione-copia-pari-pari-identica del vecchio VW da hippie possa vendere anche di più di questo coso qua nuovo, vista questa febbre del vintage che non cala mai.
Queste cose proprio non le capisco.
Sarò anche estremo io che mi ostino a suonare la Fender Jaguar, il più grande progetto ma anche il più grande fallimento della Fender di sempre, la chitarra più ingestibile della storia.
Ha almeno 3 tipi di suoni puliti, ha i puliti più belli del mondo ma fischia come una pazza quando vuole lei e appena la compri devi farle fare almeno 3 modifiche per tentare di arginare tutto ‘sto bordello.
Poi ok, la Fender aveva anche smesso di farla ma quando l’ha fatta tornare in produzione è tornata in produzione identica.
Quindi mi va anche bene se passo per una specie di pazzo estremista luddista del design.
Ma qualcuno è più pazzo di me.
Ho solo 30 anni e non ho mai visto un’epoca che sputa con così tanta convinzione sul concetto di classicità.
Sembra che ci si diverta solo se una roba fa schifo da subito, una rinuncia totale al concetto di classico.
Forse è tutto legato a quest’uso criminoso dell’aggettivo “vecchio”, non si lascia più a niente il tempo di invecchiare più o meno con decoro tranne forse al vino.
Ma vabbè, adesso ho già paura di svegliarmi domattina e scoprire che qualcuno si è inventato ‘sta cosa che sì, forse il vino è meglio se non invecchia.

video: Groovin’ (The Young Rascals, 1967)

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