Tag: femminismo

Vecchi, ricchi, “condizionati” … e una gran paura della morte:
cronaca di un dialogo impossibile

 

Ieri mi sono ritrovata imbottigliata nel traffico. Dovevo portare la mia anziana mamma a pranzo da suoi vecchi amici. A causa di un incidente l’autostrada era bloccata. Siamo arrivate a destinazione alle 14. I due anziani amici di mia madre, genitori di amici della mia infanzia che non vedevo da molto molto tempo, mi hanno gentilmente offerto di rinfrancarmi dal caldo accettando il loro invito a sedermi a tavola con loro.  Tutti ultraottantenni apparivano poco cambiati rispetto ai miei ricordi d’infanzia. Certamente più incurvati, con l’artrite nelle mani,  con il passo meno sicuro, ma con l’ espressione del volto che non era non molto diverso da quello dei miei ricordi.

Una bella casa genovese, in una splendida zona di Genova, la tavola apparecchiata con la tovaglia, la  donna di servizio con il grembiule in cucina che trafficava. Insomma un ambiente che ricordavo, molto borghese e raffinato,  rimasto tale e quale a 40 anni fa, avvolto da muri pesanti separato totalmente dal fuori. Mi sono ritrovata in un atmosfera tipica della mia infanzia che però fa a pugni con la vita che si prospetta per il futuro. Almeno così l’ho avvertito io. Ci siamo seduti a tavola ed è iniziata la conversazione di rito. Il tempo passato, le nostre storie di vita, famiglia figli etc. poi la fatidica frase parliamo un po’ di politica.

Sapevo che stavo cadendo in una trappola ma non ho resistito e siccome gli anziani ospiti avevano un condizionatore  che andava a palla – fuori c’erano 35 gradi – mi sono arrischiata nella battuta “ vedo che avete il condizionatore che va al massimo e dunque devo presuppore che non siate affatto d’accordo con Draghi”. Non l’avessi mai detto… “ Draghi il miglior presidente che abbiamo avuto negli ultimi 30 anni, unico presidente  ammirato in tutto il mondo (e intanto il mio cervello si chiedeva” a quale mondo facevano riferimento?”).  Hanno poi continuato “Autorevole e capace di limitare le “ troppe libertà dei nostri giovani” che naturalmente andavano recintati perché se no portavano il virus in giro causando la  morte dei vecchi”.

Il condizionatore continuava a sparare aria fredda, e loro mi parlavano dei poveri ucraini che andavano aiutat,i perché il mostro Putin” andava fermato. E intanto mi dicevano che i miei figli avevano fin troppe libertà e che andavano contingentate, che il loro sacrificio di sottoporsi a un vaccino sperimentale per difendere la vita dei vecchi era il minimo che potessero fare per ringraziarli per tutto quello che avevano ricevuto – e di nuovo il mio cervello si chiedeva “ un pianeta a rischio estinzione?” Aggiungevano che tutte le mie contro argomentazioni erano irrazionali,  frutto di isteria. Avevo tentato timidamente di dire che una società che usa come cavie i bambini e i giovani adolescenti  con un siero di cui nulla si sa sugli effetti a lunga scadenza era una società che non aveva a cuore il futuro delle nuove generazioni. Hanno tuonato che non avevo fiducia nella scienza! Quando ho opposto a quale scienza facevano riferimento, a quel punto mi hanno detto garbatamente che ero una folle complottista,  che se avevo avuto il Covid senza quasi sintomi era solo culo e che dei loro tre figli solo uno la pensava come me  (per fortuna) e lo definivano appunto il complottista.

Il vecchio padre continuava a ripetermi di aprire una disputa socratica: ”argomentiamo ogni singola posizione e vedrai che fallisci”. Ho accettato la sfida. Mi sono sembrati dei folli come folle apparivo io ai loro occhi. I loro punti erano tutti fondati sul dogma della giustezza delle scienza, quella riconosciuta dal Potere ovviamente, e sul dogma  dello Stato Padre, che sceglie sempre per il bene di tutti al quale i cittadini onesti  devono obbedire ciecamente. Ciò che io reputavo una ragionamento logico per loro era irrazionale e ciò che loro reputavano un ragionamento logico a me pareva solo un modo per scansare la  loro paura della morte.

Mi sono alzata sorridente, mantenendo il più possibile la calma, ho addotto la scusa che avevo una figlia adolescente da recuperare, e con  un filo di ironia ho aggiunto che certamente avrei telefonato al loro figlio complottista per organizzare le barricate in difesa del principio di autodeterminazione così criminalmente calpestato in questi due anni dallo Stato Padre e che come femminista non mi stupiva affatto  dal momento  che da millenni il principio di autodeterminazione viene osteggiata,  a partire dal controllo dei corpi delle donne, dal Patriarcato  di cui massima espressione, oggi, sono le istituzioni .  La padrona di casa mi ha gentilmente accompagnato all’uscita con questa bella battuta “il femminismo; la malattia peggiore che esista e per il quale purtroppo un vaccino non c’è”. Quanto a carattere lo sfoderava con ancor più audacia della mia, chapeau, un bel calcio in culo con il sorriso sulla bocca.

Fuori dalla porta mi aspettava un sole rovente ma una luce intensa, radiosa e meravigliosa.  Mi sono detta che la paura della morte, se non riconosciuta e messa in parole produce queste aberrazioni: “se non si bucavano i giovani,  andavano in giro, mi infettavano e mi ammazzavano” questo avevano detto gli ultra 85enni, come se la morte non fosse presente se non attraverso lo spazio che i giovani portano via ai non giovani . Con questo schema i vecchi possono allontanare il pensiero della morte spostandolo all’infinito sulla colpa dei giovani di essere giovani. Mi è venuto in mente questa brillante riflessione di Franco Nembrini “l’educazione è un casino da mo” [vedi il video], due minuti esilaranti che vi consiglio di ascoltare.

Non cambia nulla, la storia si ripete, se non siamo capaci di andare in fondo ai tunnel delle nostre paure. Resta però il fatto che in tempi estremi come quelli che stiamo vivendo, non affrontare seriamente e profondamente queste nostre paure ataviche diventa criminale perché ci si macchia dell’assassinio vero e proprio e non simbolico della gioventù.

lo confesso, sono uscita schifata anche se sento e so che parte del loro modo di vivere appartiene anche al mio, è parte di  me. E che per liberarmene c’è bisogno di un vero atto di rottura. La babele che ci avvolge, l’incomunicabilità tra generazioni  è forse il castigo che ci spetta per non volere  fare fino in fondo  il salto quantico, il salto  dentro al futuro, con gli occhi di chi lo ha davanti tutto da vivere. Ho scritto questo pezzo perché spero davvero di non fare il loro stesso errore, spero di non macchiarmi di una colpa che non riesco a perdonargli, quella di non sapere accettare la finitudine della vita che porta alla cancellazione del diritto allo  spazio della vita di chi verrà dopo di noi.

VOCI FEMMINISTE RADICALI CONTRO IL GREEN PASS E L’ATTACCO GENETICO AI CORPI

Il femminismo non accetta ricatti

A fronte delle discutibili adesioni appena espresse pubblicamente da alcune femministe radicali
italiane, ci sentiamo in dovere di prendere la parola e chiarire in maniera inequivocabile la nostra
distanza da tali posizioni.
Finora sono state ignorate, delegittimate, silenziate e screditate le piazze in cui da mesi centinaia di
migliaia di manifestanti ogni settimana esprimono – piaccia o meno – un democratico e legittimo
dissenso. Solo adesso, al momento giusto e in maniera faziosa, queste piazze sono finite sotto i
riflettori e sono state catapultate nel baratro più bieco della strategia della tensione.
Cadere in questa trappola, in questo teatro, urlando contro l'”emergenza fascista” costruita ad arte
dalla propaganda diventa strumentale e funzionale per far passare la misura totalitaria e, questa sì,
fascista denominata Green Pass.
Siamo anche noi femministe radicali, provenienti da gruppi, associazioni e background diversi, ma
unite dal principio sacro dell’INVIOLABILITÀ DEI CORPI, cardine del manifesto che abbiamo
sottoscritto insieme a tante realtà del femminismo italiano ed europeo e che rappresenta la base
della nostra azione politica.
Non possiamo accettare in silenzio l’instaurarsi di una dittatura tecno-sanitaria che obbliga le
persone a pagare per lavorare e non possiamo rendere i nostri corpi disponibili a questi così detti
vaccini che sono delle piattaforme a mRNA di riprogettazione cellulare.
Non passiamo accettare il pericoloso precedente rappresentato dal Green Pass: una volta accettato il
principio di poter perdere delle libertà in nome della biosicurezza come nuovo paradigma di
controllo e gestione della società, questo principio diventerà la norma e da quel momento potrà
condizionare qualsiasi altra decisione aprendo ad una società di persone di serie A e di serie B, sul
modello del Credito Sociale cinese.
Il Green Pass diventerà lo strumento per dare l’avvio all’identità digitale che grazie alla rete 5G
permetterà una gestione e controllo assoluto della vita di tutte le persone in una società cibernetica e
transumanista.
Non saper o non voler riconoscere in tutto questo un attacco verso i nostri corpi e verso tutto il
vivente è non avere più gli strumenti per poter lottare con forza e consapevolezza a difesa della
natura, dei nostri corpi, dei nostri figli e della nostra comunità.
Come donne e come femministe radicali non possiamo permetterlo.
Prime firmatarie:
Silvia Guerini
Emanuela Risso
Roberta Trucco
Adesioni:
Cristiana Pivetti
Daniela Danna
Barbara Eletta Camoni
Silvia Marzi
Alice Ujcic
Elena Daniele
Gianna Curti Clech
Donatella Proietti Cerquoni
Marinella Dolci
Cinzia Civitelli
Elena Murdaca
Cristina Basso
Elisa Pastorino
Luisa Vicinelli
Rita Ricciardelli
Pasqua Teora
Agata Leone
Alessandra Merli
Tiziana Visaglio
Samantha Schloss
Giulia Rosignoli
Chiara Rossi
Gigliola Mattei
Selena Chiappori

Adesioni in aggiornamento. Chi desidera firmare può comunicarlo a Onda Femminista Radicale e sarà inserita.

papa vaticano

LE ULTIME, TREMENDE PAROLE DI FRANCESCO.
Se anche il Papa dimentica il sacramento dell’Amore

 

Il Papa è tornato a parlare e lo ha fatto in una conferenza stampa nel viaggio di ritorno dalla Slovacchia. Ha toccato questioni delicate e complesse, con parole che mi sono giunte come pugni nello stomaco. Sentire dire che “l’aborto è un omicidio con l’aiuto di un sicario” a me, che sono madre di 4 figli, è sembrato un obbrobrio.

Per me la vita è sacra ma è altrettanto sacro il diritto all’autodeterminazione. Nel libro di Teresa ForcadesSiamo tutti diversi (edizioni Castelvecchi) che ho curato con Cristina Guarnieri, lei spiega che nel magistero la chiesa considera  il diritto alla vita un diritto fondamentale ma considera tale anche il diritto all’autodeterminazione.

Ora. nella questione complessa dell’aborto i due diritti confliggono: la domanda che sorge allora è:” chi può risolvere tale conflitto? “Per il magistero della chiesa  il diritto alla vita ha sempre la precedenza.
Per me la risposta è semplice, nessuno al di fuori del corpo/ spirito che porta in serbo quella vita, può risolvere tale conflitto.

Perché dico questo? Perché la vita umana non può essere usata in modo strumentale. La legge non sta sopra di noi ma sta davanti a noi e c’è uno spazio di libertà (anche se oggi parlare di libertà mi sembra quasi ridicolo) che si chiama coscienza/autodeterminazione, nel quale nessuno può entrare se non con il permesso.
Non riconoscere alle donne questo spazio è privarle della loro umanità.

Da millenni l’uomo maschio controlla i corpi delle donne in modo ossessivo, il controllo riproduttivo è poi il caposaldo su cui si radica il patriarcato. I figli sono del padre, a loro si dà il cognome del padre, il padre è l’autorità.
Forse oggi I padri sono meno ‘padri’ nell’immaginario collettivo, il loro ruolo si è modificato dagli anni 60′ in poi, ma il dio Padre, lo Stato Padre, il Santo Padre, i padri della scienza, continuano a dettare leggi prive di anima, negando un patto sociale che è alla base delle comunità.

Le donne di questa comunità sono parte, come tutti del resto, ma se a loro continua a venire negato il diritto all’autodeterminazione è forse possibile parlare di  comunità?
La mia amica Monaca (che non è a favore dell’aborto ma di una sua depenalizzazione, posizione che condivido) aveva risolto il caso con il magistero, ponendogli una domanda: come mai la chiesa nel caso di un padre il cui figlio abbia bisogno di un trapianto di un rene, se lo ha compatibile, non viene obbligato in alcun modo a donarlo?
Inoltrò la sua domanda al Vaticano, aggiungendo anche che la donazione di un rene ha un grado di mortalità e di complicanze ben minore di una gravidanza e di un parto. La sua domanda rimase senza risposta.

Con la stessa logica del controllo dei corpi delle donne sono, poi, le parole che Papa Francesco riserva al secco no al matrimonio di gay e lesbiche, ma a un compassionevole si ( sic) alle unioni civili. Il matrimonio è un sacramento che riguarda solo una donna e un uomo, a suo dire, perché nella teologia della complementarità il matrimonio è strettamente legato alla riproduzione. Ma non è forse vero che la chiesa non ha mai negato il matrimonio a una donna attempata che certo ha perso la sua prerogativa di riprodursi? O lo negherebbe a una donna priva di utero? O a un uomo infertile?

La teologia della complementarità, o la visione laica binaria, negano alla base l’unicità di ogni singolo essere umano, senza distinzione di sesso, perché l’ uno diventa la metà dell’altro.
Ma nella struttura sociale, e nell’immaginario che regge questa prospettiva, le donne si trovano sul gradino più in basso.

La cosa curiosa è che il sacramento del matrimonio è la manifestazione dell’amore di Dio e, l’amore di Dio lo troviamo nella trinità, e questo amore non ha nulla a che vedere con la complementarità.
Dunque, in questo caso, lo stesso Papa sembra non riuscire ad entrare in quella prospettiva trinitaria che è alla base della nostra fede cristiana.

Sempre la mia amica Teresa Forcades a questo proposito scrive: “Ecco perché sono a favore del matrimonio omosessuale. Non ritengo sufficiente che la Chiesa diventi tollerante nei confronti  degli omossessuali, né che semplicemente smetta di discriminarli o colpevolizzarli, sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone, sia etero sia omosessuali, a patto che  fra loro vi sia un amore autentico […] il problema del matrimonio  non è se sia  etero o omosessuale, ma la qualità dell’amore che lo anima.”.

Nel 2015, in un articolo pubblicato sul blog 27ora dal titolo Il femminismo ci libererà dalla violenza sui deboli [Vedi qui], affrontavo la questione della assunzione di responsabilità alla pari delle donne nello spazio pubblico e  quanto questo mettesse in crisi gli immaginari di riferimento e le fondamenta della società patriarcale.

Scrivevo: “La venerazione per la Ragione pura che, dall’Illuminismo in poi è stato il motore del progresso in campo scientifico ma anche in quello politico sociale e culturale fino alla creazione degli Stati di diritto ai quali si deve l’abbattimento graduale di diseguaglianze e discriminazioni allora impensabili, oggi sembra in crisi e non risponde più alle esigenze di una democrazia sempre più avanzata. La ragion pura ha gradualmente spogliato l’immagine paterna, a cui l’idea di Stato è legata, della forza empatica e umana di cui era anche portatrice, trasformando la sua autorevolezza in autoritarismo, ha svuotato la parola del suo autentico senso incarnato riducendola a codice astratto privo della conoscenza esperienziale che passa per un corpo sessuato.”.

Mai come oggi queste parole mi sembrano vere!
Sembra che lo stesso Santo Padre abbia perso il senso della parola incarnata.

donna genere femminile femministef

Cattive TERF e buone femministe

 

Nell’articolo di Elena Tebano sul Corriere della sera dal titolo “Chi sono le «Terf», le femministe «critiche del genere» che si oppongono al ddl Zan [Vedi qui] l’acronimo Terf (un termine che sono certa la maggior parte delle donne non conosce) è un’offesa pesante a tutte noi.
Sono una donna e sono una femminista tardiva (radicale lo scopro ora), e questo termine  ho cominciato a sentirlo solo da quando mi sono convinta che il testo del ddl Zan, così come è scritto, cancella le donne e il loro sesso.

Basta dirsi critiche verso quel testo per venire bollate come Terf, ​ e direi che l’articolo di Elena Tebano ne è la dimostrazione. Ma cosa vuole dire? Vuole dire, ce​ lo spiega la giornalista, che siamo “femministe radicali trans escludenti”.  Ma tutte sappiamo bene che Sesso e Genere non sono la stessa cosa. Sappiamo bene che essere incarnate in corpi femminili ha segnato e segna  la nostra esperienza nel mondo e nella storia. Avere le mestruazioni una volta al mese, banalmente, è molto reale e impatta sulla nostra vita anche economicamente. Ed è​ chiarissimo a tutte noi che è sul sesso delle donne che si è costruita l’oppressione millenaria sui corpi delle donne. ​
Ancora oggi 140 milioni di bambine subiscono la​ cliterectomia​ e questo a causa del loro ​sesso biologico.​

Ora, secondo la giornalista e chi usa il termine Terf, volersi dire  donne perché nasciamo con sesso femminile, vorrebbe dire che siamo contro i trans o contro i gay o le lesbiche.
Ma come si può pensare di fare un’associazione di questo tipo? ​ Vorrei informare tutti e tutte che l’acronimo Terf in Inghilterra ormai è considerato un termine dispregiativo bandito persino dalla policy twitter: questo un tweet di Bea Jaspert (@ hogotherforsaken del 5 agosto 2019  “ Twitter’s Uk govt head of Pubplicy Katy minshal agreed at Humanrightctte tha terf, like Bitch and cunt is gendered term and that tweet usin the term, like those cited below, violate twitter’ policies and should be removed.”​

Avrei da entrare poi nel merito di molte questioni affrontate da Elena Tebano, a  partire  dal suo ridurre la biologia e il sesso biologico a un fatto di poco conto,  salvo poi appoggiare quella pratica aberrante che è la maternità surrogata tutta fondata sulla biologia, che fa dei  proprietari dei gameti i veri genitori, a scapito della donna che lo fa crescere nel suo grembo e lo partorisce grazie al suo sesso.
Mi vengono in mente le parole della leader del movimento delle donne mapuchevoi intendete la natura come una forza produttiva (sottinteso – da cui estrarre ogni ricchezza) noi come qualcosa di identitario e spirituale..” più chiaro di così!

Curiosamente i promotori del testo Zan  sono gli stessi che dicono che la maternità surrogata è un atto di amore, che la maternità non è biologia ma cultura, che i nostri corpi sono macchine ai quali cambiare i pezzi per riconoscergli la possibilità di essere quello che “ci sentiamo di essere a prescindere dal dato biologico” includendo nello slogan tutta la bellezza e l’amore di una società che ti accoglie per quello che sei quando invece è una torsione falsissima che prevede un amore della società cosi grande e disinteressato (ironico) da aprirsi in modo sfacciato e senza alcun pensiero critico al mercato delle transizioni e dell’uso di bloccanti della pubertà in età prepuberale, al mercato dei corpi e dei pezzi di corpi, (banche di spermatozoi e ovuli, embrioni etc ) alla medicalizzazione esasperata della società, oggi unico mercato in fortissima crescita.

È bene dunque sapere che chi usa messaggi retorici di amore e inclusione in questo modo, fa riferimento a un’idea di amore e di inclusione basata su questi paradigmi. Oggi la narrazione transumanista, che sono certa la maggior parte  della gente non sa cosa sia, è strisciante e ovunque. Sono quelli  convinti che la chimica infallibile degli algoritmi e dei robot possono tranquillamente sostituire la biologia (limitata e limitante) dei nostri corpi, quelli che perseguono l’immortalità e i corpi perfetti fino a volerci convincere che un corpo di silicone è come l’essere umano. Quelli delle digitalizzazione estrema  che fanno si che un robot oggi risponda al telefono chiedendoti di parlare perché sta imparando a parlare la nostra lingua (provate a telefonare al numero Eni ti risponderà Lucilla!).
Per me invece biografia e biologia sono fortemente interconnesse,  e i nostri corpi sono così intelligenti perché sanno integrare continuamente le informazioni biologiche con quelle biografiche legate al pensiero, ai sentimenti, alle emozioni, all’ambiente che ci circonda e sono giunti ai giorni nostri proprio grazie a questa intrinseca intelligenza emotiva biologica razionale.

Viviamo tempi estremi ma è oggi che siamo chiamati a decidere quale è la visione profonda che anima la nostra idea di mondo e di vivente. Domani sarà troppo tardi.
Io la mia scelta l’ho fatta, sono contro la visione transumanista, perché questa è al servizio del mercato dei corpi e di una falsa idea di libertà e di amore, perché tradisce nel profondo il senso antropoligico di essere umano.
Vi invito ad approfondire e a dire la vostra. Va fatto ora, senza accettare come buoni, falsi e semplificatori slogan, per lo più urlati dalla sinistra, perché in gioco c’è la civiltà futura e il mondo in cui vivranno i nostri figli.

Non tornerò

di Marcella Mascellani

Apprendo, su di un social, della denuncia di un marito relativa alla scomparsa della moglie che poi, in realtà, aveva deciso di lasciare lui e i figli fuggendo con l’amante. Non entro nel merito perché non ne ho alcun diritto. La notizia, tuttavia, mi porta a riflettere sul fatto che, forse, era troppo difficile dire che se ne sarebbe andata e che così soddisfatta della propria vita non fosse.
Avrebbe fatto così scalpore la fuga di un uomo? Non credo. Almeno una volta all’anno sento di uomini che se ne vanno di casa per un’altra donna noncuranti di lasciare figli e magari anche la propria madre in casa con la moglie. Si sentono più sicuri e tranquilli.
Sicuramente le critiche più feroci verranno dalle donne stesse, dalle protettrici del focolare domestico. Alcuni uomini, seduti sul divano e con lo sguardo sornione, penseranno che in fondo veder ogni giorno la propria moglie dar posto alla sciatteria (vi ricordate la canzone del di Charles Aznavour “Ti lascia andare”) fin dei conti non è poi un prezzo così alto rispetto a correre il rischio che se ne vada con un altro e lo faccia in maniera teatrale finendo su tutti i giornali. Non so se avete mai notato come sono orgogliosi gli uomini quando descrivono la propria moglie, o compagna, che si scapicolla dalla mattina alla sera? Innalzano il pensiero su di lei come una coppa lucida di metallo e cantano vittoria. L’importante è che non ceda e che abbia tutto sotto controllo.
Tutto questo mi fa pensare alla nostra condizione.
Anni fa, scusate l’imprecisione, sicuramente almeno dieci e forse più, mi capitò fra le mani un opuscolo curato dal Comune di Ferrara e dall’Azienda Usl sulla depressione femminile in prevalenza causata dal sovraccarico famigliare. Ricordo un ordinato libretto di una decina di pagine, con tanto di numeri di telefono ed indirizzi ai quali rivolgersi in caso di bisogno. Tale stampato ci descriveva benissimo nel nostro disperato tentativo, non sempre fruttifero, di far coincidere tempi di vita personale e lavorativa che insieme formano il grande puzzle della nostra giornata.
Tocca a noi donne provvedere, in prevalenza, alla cura dei figli, dei genitori e di tutti coloro che possono aver bisogno di aiuto durante l’arco della nostra vita. In fondo siamo noi che siamo state educate (e continuiamo ad educare le nostre figlie) a prenderci cura degli altri e a tenere le redini del mondo che ci circonda.
Allora cominciamo col dirci la verità; il sovraccarico famigliare per una donna che lavora, o non lavora, e magari ha anche figli o persone da accudire è una condizione inevitabile. Nel caso lavori fuori casa si aggiunge, spesso, una situazione economica che non sempre consente di ricorrere ad un aiuto domestico. Talvolta, per quanto riguarda i figli, deve fare i conti con un parco nonni ancora impegnato nell’attività lavorativa o di età troppo avanzata per accudire i nipoti, vista la scelta di diventare genitori sempre più ritardata.
La giornata di noi donne inizia la mattina molto presto (prima che sia spuntato il sole per i Teletubbies) e termina a sera inoltrata, con buona pace divina. Ci incontrate per strada in macchina, trafelate e spettinate (abbiamo ancora l’impronta del cuscino stampata sulla testa) alla conquista della scuola materna che dista a circa 15 km dalla nostra vita. Ci rivedrete subito dopo sfrecciare nel disperato tentativo di conquistarci un parcheggio che, velocemente, all’uscita dal lavoro ci consenta di cimentarci in quel paradossale e frenetico mondo che è la nostra quotidianità.
Poi si va avanti con la vita e ci sono i genitori o i suoceri da accudire. E allora via con i sensi di colpa, con gli incontri con l’assistente sociale, la risposta al quesito “badante o casa di riposo?” – Tra quanto entrerà in convenzione? Mamma, papà, come non vuoi stare qui? Come non vuoi quella persona in casa? Per ora ci sto io, dormo da loro, non importa se sul divano, non importa se mi sveglierò sette o otto volte in una notte. Non posso, non devo, con tutto quello che hanno fatto loro per me! –
Augurandomi con tutto il cuore che la fuga di ogni donna che violi la legge morale, che si elevi a paladina della libertà di scegliere e di sottrarsi al destino, sia dettata da un allontanamento dalla routine e non da altri motivi, la invito, però, prima di prendere qualsiasi decisione, a leggere Innamoramento e amore di Francesco Alberoni o ascoltare la canzone di Mina Non tornerò. Leggendo o ascoltando una delle due, troverà traccia del fatto che nel giro di pochi anni la vita con l’innamorato si trasformerà in una vita routinaria simile a quella che aveva con il marito.
E così che va il mondo delle donne. Le donne hanno un cuore grande, sanno trovare il lato bello della cura, sognano mentre si occupano di un bambino o di un anziano. Sanno prendere il sole su di una panchina regalando un sorriso a chi è vicino, che sia una carrozzina con un bambino o un anziano seduto. Sanno trovare, con la dovizia di un ricercatore, un fazzoletto che sia scomparso dalle mani del loro figlio o del loro padre, sanno quando è arrivato il momento di allungare la bottiglia di acqua invitando a non disidratarsi, che sia la loro figlia o la loro madre. E, dando libero pensiero all’antico quesito che chiude la loro giornata, s’interrogano “ma stasera cosa preparo per cena?”

Ddl Zan: il rischio di cancellare la parola donna

 

Genova – Sesso e genere non sono la stessa cosaÈ sul sesso delle donne che si è fondata la millenaria oppressione sui loro corpi. Le discriminazioni sugli omosessuali, sui transgender, sui disabili vanno condannate ma non al prezzo di cancellare il sesso di più della metà della popolazione mondiale.
Ancora oggi 140 milioni di bambine subiscono la cliterectomia e questo solo a causa di avere un certo sesso biologico e non certo per appartenenza a un genere. Qui non si tratta di non far passare il DDL Zan, ma semplicemente di emendarlo per non aprire a un confusionale “identità di genere e al self identification” (basta che mi sento donna per dirmi donna e viceversa) che sarebbe una mutilazione simbolica del nostro sesso con  conseguenze più che concrete, del tipo: uomini che si sentono donne che gareggiano nella categorie femminili – sta già avvenendo – o che chiedono di accedere alle prigioni femminili o nei centri antiviolenza delle donne (anche questo sta già avvenendo).

Una parlamentare norvegese è stata querelata perché ha affermato che “solo le donne partoriscono” (come se gli uomini potessero partorire?) e in Inghilterra le linee guida mediche impongono parole tipo “mestruatore” o persona che mestrua. Questo è il risultato di norme scritte in questi Paesi dove il genere precede il sesso e non il contrario.

L’articolo 3 della nostra Costituzione recita così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo articolo contiene già tutto e davvero non comprendo perché l’onorevole Zan e la compagine che sostiene il suo progetto di legge, non voglia parlare di transessualità al posto del generico identità di genere.

Un cieco o uno senza gambe o un trans o un omosessuale è una persona come tutti ma non gli si dice che ha le gambe, o che ci vede o che è etero, o che è uomo o donna a prescindere dalla sua transizione, per farlo sentire uguale ai ‘normali’.
Chi è normale? Non ci sono persone non normali, ci sono le persone e tutte sono degne di amore e di rispetto; questo il nodo centrale attorno al quale ogni comunità dovrebbe unirsi, ma amore e rispetto passano attraverso la riconoscibilità e la nominazione di tutte le differenze, a partire da quella più grande quella dimoformica. Chiamare le cose con il loro nome è amore e lo diciamo da madri, insegnanti politiche (etc.).
È la prima cosa che s’insegna ai figli, ai bambini a scuola, ai piccoli di una comunità. Se non si fa questo lavoro di nominazione non si può educare (da educere, tirare fuori) al discernimento.

Va aggiunto che nel DDL Zan vanno inclusi dei fermo restando:
il divieto di surrogazione di maternità, condannare l’utero in affitto non è omofobia,
e l’impossibilità vigente al cambio di documenti per semplice arbitrio individuale: opporsi alla self identification non è transfobia!

Il grande paradosso in cui ci troviamo invischiate noi donne oggi, è che “siamo costrette a batterci perché la parola ‘donna’, strettamente legata al nostro sesso biologico, non venga cancellata in nome del diritto di tutti e tutte a non sentirsi discriminati». Parole della stessa Rowling.
Dovrebbe infine far riflettere che questo disegno di legge è stato scritto da un uomo che rifiuta qualsiasi confronto con noi femministe che da mesi (ancora prima della discussione alla camera) chiediamo di essere audite, il che ci riporta al più becero patriarcato: le donne hanno diritto di parola solo e quando la loro parola è asservita al potere ma gli viene negata se è critica.
Insomma una legge che vuole essere a tutela dei e delle cittadine contro ogni discriminazione ne crea una più grande: quella verso le sue cittadine!

Helgoland: l’isola che c’è ma non si vede

Ho da poco finito di leggere Helgoland di Carlo Rovelli.  Le sue prime pagine mi hanno aperto il cuore. In questi giorni in cui tutti si riempiono la bocca della parola scienza come fosse una fede e una verità assoluta lui scrive: “Ma questo è la scienza: un’esplorazione di nuovi modi di pensare il mondo. È la capacità che abbiamo di rimettere costantemente in discussione i nostri concetti. È la forza visionaria di un pensiero ribelle e critico capace di modificare le sue stesse basi concettuali, capace di ridisegnare il mondo da zero”.
E mi sono detta: iniziamo bene. Potente e coinvolgente l’idea di Rovelli di partire dalla storia del giovane Heisenberg, della sua ricerca della solitudine in un paesaggio nordico, duro, della sua scalata su una roccia per vedere l’alba la notte in cui riesce a far tornare i conti che gli permetteranno di comunicare la sua idea sui quanti. Potente  per introdurre la spinosa e controversa teoria dei quanti.  Affascinante la sua disanima su tanti filosofi, di cui i nomi sono sconosciuti ai più, che hanno animato le discussioni nel 900. Però la teoria resta controversa.
Perché è controversa? Perché da più di 100 anni la teoria dei quanti crea accese discussioni tra gli scienziati e oggi, questo Rovelli lo  sa, anche tra la gente comune come me, proprio sull’uso delle parole che servono a illustrarla. Mentre i numeri tornano, almeno, quelli di Heisenberg continuano a funzionare e sono alla base della meccanica quantistica su cui si fonda la tecnologia odierna, non tornano le parole che danno concretezza alla realtà descritta dalla teoria.
È una teoria aperta a diverse interpretazioni, con il rischio che se ne possa anche fare scempio ‘filosofico’. È come se le parole, in questa teoria, si comportassero come i quanti: corrispondono a significanti molti diversi e costruiscono immaginari diversi in chi prova a leggerla e immaginarla. Rovelli lo ha capito bene e tenta di indirizzare i possibili significati dei significanti, perché ama troppo la sua fisica teorica per vederla strapazzata dalla gente comune.
In un certo senso crea una tabella delle parole possibili, come Heisenberg crea la tabella dei numeri possibili. È onesto Rovelli, nel suo secondo capitolo descrive tre modi diversi di raccontarla, quelli su cui gli scienziati si confrontano e litigano, tre modi che comunque presuppongono a monte un dogma e l’autore si posiziona su quella che gli corrisponde di più, ma non dice il dogma che la caratterizza.

E qui vengo al punto di rottura con  l’autore. Rovelli, a mio modo di vedere fa un errore: fatica a riconoscere che ogni tentativo di descrizione della teoria, anche la mia,  e dunque anche la realtà, è per forza legata a una idea dogmatica interna che abbiamo del mondo. Ed è qui che io sento la mia strada divergere dalla sua. Io non ho alcuna resistenza a riconoscere che le mie teorie partano da un dogma, cioè da una verità che sento dentro  di me, ma che non è spiegabile a parole, da una esperienza mistica, mentre Rovelli si arrovella scusate il gioco di parole, sul modo possibile di eludere il dogma perché se no tutto il castello della scienza illuminista fondata su logos, razionalità e dimostrazione, crollerebbe.
Mi viene da aggiungere che, da buon maschio, vuole disegnare la mappa che porta al tesoro, quella unica possibile, anche se, a me,  la teoria dei quanti  dice proprio che ognuno potrà trovare il tesoro seguendo la sua di mappa. So bene che questa mia definizione farà arrabbiare l’universo maschile, ma da buona femminista interpreto la realtà proprio sotto una lente radicale. La teoria dei quanti a livello filosofico ammette senza se e senza ma che l’osservatore modifica la realtà, e dunque fa rientrare dalla porta quello che la storia ha sempre fatto uscire dalla finestra, e cioè che di un dato fatto storico ci possono essere versioni molto differenti.
Le donne lo sanno bene: troppa storia manca della loro interpretazione. Rovelli  sa che la filosofia,  la scienza e la storia devono dialogare, che le une senza l’altra perdono di senso,  si smaterializzano , diventano solo speculazioni astratte che poi di fatto non cambiano veramente il mondo,  o lo cambiano polarizzando le ideologie al punto da creare scontri violenti, ma resta nel solco della storia lineare. L’uomo (maschio, bianco possibilmente) deve potere trovare l’elemento ultimo per spiegare le leggi che governano la natura così da assicurare il tanto bramato ‘bene comune’.
So bene che la mia accusa di maschilismo a Rovelli suonerà cattiva e ingiusta. In realtà io non credo che lui lo sia in modo consapevole, ma in due frasi del suo libro proprio mi ha fatto arrabbiare: una a pagina 55, quando nella lista  delle cose che vuole indagare e studiare ci mette anche tutte le ragazze: “quando volevo provare tutto, leggere, sapere, vedere, andare: tutti i luoghi, tutti gli ambienti, tutte le ragazze, tutti i libri, tutte le musiche…” e una alla fine del libro quando scrive “sapere che la mia ragazza obbedisce alle leggi di Maxwell non mi aiuta a farla contenta” .
So bene che estrapolare le frasi dal  loro contesto  è operazione discutibile ma  la radice del mio disaccordo con Rovelli sta proprio lì, nello sguardo sul reale, così  differente che caratterizza il mio essere donna e il suo essere uomo.

Gli esseri umani da tempo immemore cercano di trovare il loro modo di stare al mondo in armonia con il cosmo, lo fanno cercando di comunicare le leggi che governano la natura, ma in occidente, da ormai troppo tempo, lo fanno per potere sottrarre alla natura il suo potere. Le leggi cambiano e si fanno rarefatte  nei momenti di grande cambiamento, proprio come in quello che stiamo vivendo,  e la natura, sapiente, le tiene costantemente in movimento vanificando il sogno onnipotente dell’uomo, quello di governare tutto.  Antigone insegna,  tra la legge e lo stare al mondo c’è uno spazio inalienabile, lo spazio della nostra coscienza. E’ ora che la fisica, la scienza e la filosofia   riconosca quello spazio, gli dia un nome, e accetti che è uno spazio concreto e invisibile allo stesso tempo,  con un potere incorruttibile e inaccessibile a livello generale.

Fermatevi! Lettera dal virus

Il nemico numero uno è il virus” chiosa il presidente Mattarella. “Tutti contro uno” rimbomba,  e subito sento salire dalle viscere un moto di rabbia. La mia non è una critica all’uomo Mattarella, ma al suo sguardo sul mondo, uno sguardo maschile, dal sapore patriarcale, che ha bisogno a tutti i costi di individuare il nemico con la speranza di riunire le armate e di motivarle alla battaglia. Ma noi non siamo un’armata!
Mattarella non è il solo ad avere questo sguardo sul mondo; è uno sguardo che accomuna i potenti della terra, i filantrocapitalisti che ti dicono quali sono i tuoi  problemi, poi  ti dicono cosa devi fare e infine ti vendono, badate bene ti vendono, la soluzione. 

Ma come è possibile continuare a parlare del virus come nemico quando il nemico, cioè la causa di tutti i mali, è il sistema su cui è costruita la nostra comunità e il virus è solo uno dei suoi sintomi? Nel primo lockdown, quando l’invisibile e sconosciuto virus ci ha raggiunto, i cittadini italiani hanno reagito in modo composto e con grande responsabilità e hanno usato il tempo dello stop per promuovere pensiero. Lo stop ha restituito pensiero creativo. Si è parlato della terra che tornava a respirare, della natura che tornava a farsi vedere anche nelle nostre città, dove la cementificazione ne ha cancellato i messaggi inequivocabili.
Splendido a tale riguardo il video che trovate qui: Lettera dal Virus
Guardatelo, voi che ci dite che il virus è il nemico numero uno e parlateci con le parole che usa  la straordinaria autrice della lettera Fermatevi, Darinka Montico.

Le persone che manifestano lo fanno perché non ne possono più di essere trattate come degli ignoranti senza capacità di pensiero critico. Le donne conoscono bene questa condizione. Da tempo immemore la nostra umanità è valutata solo in base alla nostra capacità di riproduzione, per il resto siamo emotive, siamo deboli, incapaci di scindere pensiero razionale dai sentimenti, siamo delle isteriche, insomma siamo più animali che umane etc. e, a volerla dire tutta, se fosse davvero così la realtà delle donne, oggi è solo un valore di cui la società non può fare a meno. È proprio quel sapere viscerale, che può indicarci la strada e non certo ‘il dio tecnologia’ propagandato dall’ideologia transumanista che fa piazza pulita invece della dignità dell’essere umano.

Un anno fa è uscito per Marlin editore il mio primo romanzo Il mio nome è Maria Maddalena, nel quale tratto il tema della maternità surrogata e della natura. La tesi di fondo: la logica estrattivista patriarcale e capitalista oggi si rivolge ai corpi riconoscendogli valore solo perché si possono immettere sul mercato, esattamente come è stato fatto con le risorse naturali, e di cui oggi siamo testimoni dello scempio commesso.
Il ventre della mia protagonista, Maria Maddalena, si innesta nel grande ventre primigenio della foresta amazzonica e la porterà a dire “più mi addentro nella foresta e più mi è chiaro che la conoscenza di queste popolazioni ci può salvare dal buco nero in cui ci siamo cacciati. Non c’è tecnologia che può insegnarci a vivere, dobbiamo ripensarci antropologicamente.”

Tutte le nostre energie oggi non dovrebbero essere rivolte a combattere un virus invisibile, ma se mai quella retorica del capo, del cervello che dice agli arti cosa devono fare, senza tenere conto di quanto siamo tutti interconnessi, virus compresi.

Leggetevi La nazione delle piante di Stefano Mancuso. Alla fine del libro Mancuso cita la teoria endosimbiotica della Margulis detta così “appunto perché prevede una simbiosi , ossia un rapporto favorevole tra due organismi  che vivono uno all’interno dell’altro…”, teoria che spiega l’evoluzione della vita sul nostro pianeta. Ebbene chi più delle donne può attingere a questo sapere biologico e umano nello stesso tempo? Il sapere delle donne è un sapere simile a quello delle cellule, è ancestrale, è simbiotico per l’esperienza che fanno tutti gli esseri umani venendo al mondo, ma di cui le donne portano un sapere nella carne, proprio perché uniche in grado di ripeterla più volte nell’arco di una vita, è inscritta nella loro carne.

La pandemia ha reso evidente quanto manchi ai potenti (per lo più maschi) una visione a lungo termine sul mondo capace di renderci solidali e uniti, simbiotici in una parola, dove non vince il più forte ma coloro i quali sapranno essere simbiotici con l’ambiente che ci circonda, con coloro che sapranno riconoscere che è l’unità tra diversi, che è la biodiversità che ci può salvare. La vera battaglia che ci attende, quella di impedire la sesta estinzione di massa, virus o non virus, è da fare, ma in connessione con tutti gli esseri viventi, senza pensare arrogantemente che l’uomo (aggiungerei maschio bianco) è il migliore e ha diritto a sopravvivere soggiogando le altre specie.

“FRATELLI TUTTI” …. E LE SORELLE?
il lungo cammino delle donne; le parole della giovane femminista boliviana Adriana Guzman

Nel 2017 la parola Femminismo è stata eletta parola dell’anno.  Oggi nel 2020 quando una donna vince un premio importante o viene eletta in una posizione pubblica di grande rilievo se ne esalta l’importanza, eppure pretendere di essere nominate con il nostro nome, donne, quando si tratta di essere descritte nella quotidianità, con la conseguente declinazione al femminile dei sostantivi e degli aggettivi che ne accompagnano la narrazione viene considerata una richiesta esagerata, inutile e pedante.

Il titolo dell’ultima enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” ne è un esempio lampante. Le donne rientrano nel neutro maschile fratelli e, con buona pace di tutte, guai a chiedere che venga integrato con Sorelle. Il neutro maschile fratelli ci deve accontentare dando per scontato che il sesso delle donne, e per sesso intendo proprio tutti gli organi genitali femminili, un corpo incarnato di donna, non abbia bisogno di essere nominato. Ma il sesso delle donne, che tutti ostentatamente dicono di conoscere a fondo, e certo tutti sono passati da lì per venire alla luce, è reale,  e se quello delle donne  non viene considerato tale,  allora ,“la realtà vissuta dalle donne a livello globale viene cancellata”(Rowiling) .

Oggi sappiamo che le parole influenzano la chimica dei nostri corpi, i neuroni del nostro cervello. Newberg e Waldman hanno raccontato la relazione tra le nostre parole e i nostri corpi e quanto queste abbiano implicazioni profonde sulla percezione che abbiamo della realtà. D’altronde gli antichi lo sapevano bene, i codici sono pieni della saggezza racchiusa in semplici, ma precise parole accostate, basti pensare ai mantra, ai salmi, agli inni etc. Per i cristiani  poi  “ il verbo si è fatto carne”, dunque, Il sapere, quello che muove la realtà, è un sapere che passa attraverso l’esperienza della carne, attraverso l’incarnazione, e non può prescindere da essa. Il sapere non è solamente una speculazione intellettuale e mentale, il sapere è anche viscerale.

Dunque, alla luce di tutto questo perché, poi, ai fatti, si continua a considerare superfluo nominare il sesso di cui  più della metà dell’umanità è costituita, perché lo fa anche il Papa? E’ evidente, l’intenzione del Papa era quella di abbracciare tutte e tutti con il suo fratelli, in particolare gli ultimi, i diseredati, gli immigrati etc (  badate bene tutti neutri maschili, categorie in cui l’umanità viene suddivisa  e di cui le donne diventano una ulteriore  sottocategoria)  ma il suo diniego, alla richiesta delle donne della chiesa di essere nominate nel titolo con l’aggiunta di Sorelle, il che avrebbe aperto anche alla aggiunta all’interno della riflessione di una declinazione al femminile quando occorreva,  mostra  quanto, il Papa, e certo non solo lui, non abbia compreso che gli ultimi degli ultimi molto spesso, anzi forse sempre, siano le donne e le bambine e che non nominandole non si vede. Adriana Guzman, giovane femminista Boliviana, lo spiega molto bene “Qual è l’uomo più sfruttato, più oppresso, più discriminato? Un uomo che è contadino, che non sa leggere, che non sa scrivere in castigliano, che non è andato a scuola, un omosessuale potrei dire, un orfano, un disabile. Ci sono tanti strati di oppressioni sopra un uomo, una sopra l’altra, però al di sotto di queste una donna, che è disabile, che è contadina, che non è andata a scuola, ha in più l’oppressione di essere una donna…”

Dunque, continuando la riflessione, questo Papa che con la sua “Laudato Sì” ha accolto molte delle sollecitazioni e riflessioni che venivano dai movimenti di base, che ha saputo coraggiosamente parlare di natura affiancandola a Dio, che parla di casa comune a prescindere dalle differenze, che è riuscito a spostare lo sguardo  dai mondi “primi” alle popolazioni indigene aprendo al grande sapere ancestrale, che si è posto alla guida di chi da decenni critica  il cinismo dei principi fondanti del capitalismo,  l’arroganza del colonialismo,  e  che si pone contro ogni forma di razzismo e di violenza,  anche nei confronti della natura stessa, non sembra riuscire a capire quanto la cultura patriarcale, di cui tutti e tutte siamo intrisi, ed è umanamente comprensibile,  succede ai più, e in particolare nella gerarchia ecclesiastica che ne è una espressione granitica, sia la radice di tutte le oppressioni e che senza un radicale e nuovo sguardo sul mondo, che passa strutturalmente  attraverso le parole che lo descrivono, non potranno essere estirpate.

Magnificamente la Guzman, in soli 10 minuti, con una acuta analisi che vi invito ad ascoltare (https://youtu.be/bJ7WnZXi_Lk ), dimostra che “Il patriarcato non è un sistema in più, non è il prodotto del capitalismo, non è una conseguenza della colonizzazione, non è una forma di razzismo. No, no, il patriarcato è IL SISTEMA che produce tutte le oppressioni, tutte le discriminazioni e tutte le violenze che vive l’umanità e la natura, ed è costruito storicamente sopra il corpo delle donne!”.

Se non si parte da li, dal riconoscere che la cancellazione del sesso delle donne nella narrazione quotidiana, è la radice dei mali che affliggono la contemporaneità a mio modo di vedere non sarà possibile nessun cambiamento radicale e tanto meno quello invocato dal Papa, e aggiungo: la cancellazione del sesso delle donne è un obiettivo preciso di chi si proclama per il progresso,  del potere tecnocratico da cui oggi sembra siamo governati ed è l’obiettivo dell’ideologia transumanista che dell’incarnazione e dei corpi ne  fa mercato, l’unico mercato ad  oggi in crescita capace dunque di tenere in vita il sistema capitalista. Dunque anche il Papa cade nel paradosso; se da un lato tutta la sua riflessione si costruisce sulla ricchezza delle differenze, sull’importanza  del dialogo umano, legato proprio agli sguardi, alle realtà dei corpi, alla connessione con altri organismi viventi, con il pianeta terra anch’esso vivente, e dunque in netto contrasto con il transumanesimo, nell’uso che ne fa della parola, cancella la differenza del dimorfismo sessuale , la primigenia differenza fondante l’identità dei singoli e facendo questo tradisce involontariamente l’obiettivo che si pone.

cambiamento, natura

EPOCA DI GRANDI CAMBIAMENTI…
o un vero e proprio Cambiamento d’Epoca?

Sono convinta, che viviamo un cambiamento d’epoca e non un’epoca di cambiamenti. Non sono l’unica ovviamente a pensarlo e l’ho sentito spiegare in modo molto efficace dalla Teologa Stella Morra in una sua conferenza di due anni fa, in cui cita Papa Francesco (la potete trovare qui)

Ma cosa vuole dire per me essere fisicamente dentro un cambiamento d’epoca? Mi pongo questa domanda anche perché in questi ultimi tempi ho guardato al mondo e a quanto ci succede da prospettive alternative, a tratti forse provocatorie, e questo ha suscitato molta costernazione e preoccupazione anche in cari amici e care amiche.
Colgo quindi l’occasione di spiegarmi e spiegarmelo, sapendo già, che molto probabilmente, non esaurirò l’argomento e che non sarà sufficiente a chiarire del tutto la mia operazione di rottura, ma lo faccio nella speranza che serva ad aprire un dialogo, anche con chi la pensa molto diversamente da me.

Trovarsi dentro il vortice di  un cambiamento d’epoca, per me, significa  vivere in un periodo storico in cui sono saltati  i paradigmi che hanno sostenuto i pilastri della nostra civiltà. Significa vivere un periodo storico che, proprio per questo motivo, mostra in modo ineludibile la nostra vulnerabilità e le contraddizioni implicite. È come trovarsi dentro case le cui fondamenta sono state erose dal tempo e non sono più sicure. E’ meglio continuare a dormire dentro la casa di sempre, mettendola in sicurezza, come alcuni sostengono si debba fare, o uscire nel buio della foresta e provare a dormire all’addiaccio sonni vigili, perché accompagnati dalla paura dell’ignoto, ma portatori di nuove idee?

Io ho scelto metaforicamente di uscire nella foresta.
Sono convinta che mettere in sicurezza le fondamenta delle nostre case non sia più possibile. La natura si è ribellata e ha reso il terreno una sabbia mobile. Nessun cemento può renderlo stabile. E quando parlo di cemento parlo metaforicamente di tutte quelle proposte tecnologiche che ci vengono propinate come uniche soluzioni alla crisi. Credo infatti che stiamo vivendo prima di tutto una crisi antropologica a cui la tecnologia non può dare risposte.

Questo non vuole dire che considero che la storia che mi precede sia tutta da buttare via, compresa la grande evoluzione tecnologica che si è determinata, che non riconosco le mie radici culturali e che sono indifferente alle lotte e alle conquiste di chi mi ha preceduto e ancor meno che attento alla struttura democratica con fatica costruita in questo ultimo secolo.
Al contrario, provo grande riconoscenza verso l’umanità che fino ad oggi ha indicato una strada, che per questa ha lottato aprendo nuovi orizzonti, che ha contribuito a co-creare la realtà sulla quale si è forgiata la mia crescita personale e anche quella collettiva. Rivendico però il mio essere epifite (cit. da il mio romanzo Il mio nome è maria Maddalena, Marlin editore), per chi volesse capire di più cosa intendo. Cioè rivendico il mio diritto ad essere pianta ospitata da altre piante, ma alla ricerca della luce, della mia luce e dunque di una direzione da seguire che per me non è quella indicata dal pensiero dominante.

Ritengo infatti che ‘le colate di cemento’, metafora assai riduttiva ma efficace – sono genovese e so per esperienza diretta che le nostre strade si stanno sbiriciolando – cioè lo strapotere della tecnocrazia, siano alla base della visione meccanicistica del mondo e che proprio questa visione, privata della saggezza ancestrale della natura, sia la causa dell’erosione delle fondamenta della casa comune.

E’ dunque necessario ripensarsi antropologicamente. E’ necessario guardare alla vita e alla nostra interconnessione con la natura con una radicalità di sguardo che mette in discussione i pilastri, che hanno condotto la storia umana fino a qui. E questa radicalità coincide con quello sguardo femminista che oggi vorrebbe un nuova narrazione della storia, mutuato dalla parola incarnata delle donne. Quel sapere ancestrale infatti è ancora oggi conservato nelle nostre viscere, anche se non per molto, perché subisce appunto un attacco formidabile, proprio da chi proclama che la tecnologia sia l’unica strada che ci può salvare.

L’emergenza del virus ha messo in evidenza tutto questo. All’inizio della quarantena è apparso chiaro quanto il bloccarsi delle attività umane abbia dato fiato al nostro pianeta. Incredibile  il video della terra che respira girato dalla NASA. Su fb hanno circolato splendide immagini del risveglio della natura. Lo slogan “non possiamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”, ha colpito con grande immediatezza l’immaginario collettivo.

Ma la durata di questa consapevolezza è stata quella di un clik.
Presto è rientrata la necessità di trovare soluzioni semplificate a problemi complessi. La ripresa della ‘Economia’ imponeva protocolli vincolanti, uguali per tutti. Poche regole di comportamento, che tutti dovevano adottare, senza porre questioni. Anche solo il semplice guardare alla narrazione della emergenza da angolazioni differenti sembrava sovversivo. Ripeto, io mi sono attenuta rigorosamente alla quarantena, un po’ per mia personale salvaguardia e certamente anche perché  avvertivo la gravità della situazione. Ma la narrazione terrorizzante, no quella non l’ho voluta seguire e per lo stesso motivo sopracitato.

Per salvaguardare la qualità della vita mia e della mia famiglia. Sapevo e credo tutti sappiano che noi siamo corpi incarnati e lo stress e la paura prolungati sono causa di ‘malessere’, per cui causa di indebolimento delle nostre difese immunitarie. Sapevo anche che prima o poi saremmo dovuti uscire dai nostri ‘rifugi/recinti’ e che, per farlo il più serenamente possibile, dovevo prepararmi a vivere con l’ignoto, accettare in profondità la nostra vulnerabilità, senza per questo essere rassegnata alla paura del futuro.

Ecco perché ho iniziato a leggere molto, ad ascoltare molte voci, voci fuori dai circuiti del pensiero dominante, causando i mal di pancia che dicevo. Le voci che ho ascoltato venivano da innumerevoli fonti, alcune fonti forse effettivamente forti e discutibili, forse troppo estreme. Ma la domanda che mi sono posta è: perché i detrattori non entravano nel merito di quello che veniva detto, ma si fermavano alla definizione delle appartenenze di chi parlava, nella convinzione che ‘dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei’?

Questo, per quanto in parte accettabile, mi ha sempre più convinto che siamo difronte a un conflitto tra due visioni del mondo e della vita.
Una visione meccanicistica estremizzata, sulla base della quale i nostri corpi sono modificabili geneticamente e programmabili, autocertificabili, in base al desiderio e non al sesso, la cura si potrà realizzare da remoto, i vaccini saranno l’unica panacea del mondo, gli algoritmi stabiliranno il bene comune e le regole di comportamento per un mondo globalizzato e omologato.

Dall’altra parte una visione, che io definisco mistica, che tiene in conto la nostra incarnazione, il nostro funzionamento biologico, ma che ritiene che questo è strettamente collegato a una natura saggia e capace di auto rigenerarsi e modificarsi, proprio perché siamo tutti diversi. Una natura fatta anche di ‘virus intelligenti’, come alcuni scienziati li hanno definiti, che ci ricordano che siamo tutti, compresi i più insignificanti e minuscoli esseri della natura, sia ospitanti, sia ospiti dell’universo. Esiste quindi una dimensione ‘sacra della vita’ (non nel senso religioso del termine, ma nel senso del ‘mistero’), che governa il nostro stare al mondo secondo leggi in continua mutazione. I nostri antenati onoravano e comprendevano tutto questo con l’osservazione e a queste si affidavano.

Ecco io ho scelto di inseguire, per quanto è possibile, questo sapere, anche se non è controllabile e non è quantificabile secondo la logica odierna, ma richiede altri parametri per essere valutato, parametri tutti da re-inventare, dunque discutibili.  Quello che mi ha lasciato perplessa in questo percorso è che questo mio atteggiamento è sembrato a molti un vero attacco alle fondamenta del nostro mondo occidentale, più di quanto lo sia la nostra ostinazione ad affidarci solo ed esclusivamente a una lettura meccanicistica e tecnocratica del mondo. La complessità non è contemplata, tutto si deve ridurre a semplici formule, facilmente applicabili, perché solo queste garantiranno la sicurezza agognata; questa posizione, invece che essere contraddetta con argomentazioni che accettino la complessità, viene rifiutata tout court.

Insomma due visioni che invece di confrontarsi per eventualmente generare una nuova visione totalmente altra, pensano che il proprio compito sia quello di annientare l’altra. Io dal mio canto continuo a sperare che il conflitto/dialogo generi nuova vita. Proprio in quanto donna, conosco bene la fatica e la potente passione che abita questi periodi, perché molto simili a quello che si vive quando si è ‘in attesa’, quando si ospita il nuovo che avanza, un ospite che suscita l’ambivalenza dell’amore, rifiuto e gioia insieme.

Pari opportunità ante litteram

A volte sembra che i lunghi millenni abbiano avuto la capacità di far dimenticare temporaneamente antiche usanze e modi di vita, anche scontati al tempo, per poi farne oggetto di intuizioni o invenzioni solo in apparenza nuove. Le dure lotte femministe che hanno segnato in maniera indelebile i secoli scorsi potrebbero non essere altro che rivendicazioni di una condizione già vissuta in passato dalle donne, perlomeno in qualche società.

E non è necessario andare alla ricerca di chissà quale enigmatica civiltà in giro per il mondo. Proprio l’Italia, fra le varie miriadi di primati e unicità che ha sempre potuto vantare, ci regala un esempio di convivenza pacifica e di successo tra antiche donne e uomini. Una storia lontana nel tempo ma vicina nello spazio, molto vicina. I Greci consideravano il fatto degno di biasimo, poiché del tutto opposto rispetto al proprio modo di vedere la realtà.

I barbari Etruschi, dicevano, reputano le donne al pari degli uomini, tanto che è loro concesso di aver cura del corpo e di mostrare in pubblico comportamenti libertini o non decorosi. Le fonti vanno lette, tuttavia, con gli occhi delle persone di quell’epoca, intrisa in Grecia di maschilismo ed ellenocentrismo. Dalle testimonianze, dunque, ciò che risalta è la profonda differenza che Greci ed Etruschi dimostravano riguardo il gentil sesso, sottomesso dagli uni e rispettato dagli altri. Una bella storia, una bella favola d’altri tempi se non fosse che l’archeologia è riuscita, quasi senza volerlo, a trasformare in veritiero quello che poteva apparire semplicemente come il tentativo di accentuare con forza le differenze tra i civili Greci e i barbari d’Occidente.

Spina, grazie alla documentazione recuperata dalla necropoli e dall’abitato, ha fornito a chi studia l’antichità un notevole e originale apporto, arricchito dal particolare melting pot che costituiva l’identità della città padana – Etruschi, Greci, Celti, Veneti e non solo – . Dalle tombe rinvenute sono emerse situazioni di unioni matrimoniali, con oggetti prodotti ad Atene, in grado di attestare rituali e pratiche provenienti dall’Ellade, dove le nozze rappresentavano un momento importante per le donne, così come nell’italica Etruria. Ma vi sono anche possibili segnali di un inaspettato ruolo imprenditoriale rivestito da alcune signore, che purtuttavia non rinunciavano alle tradizionali attività femminili quali la tessitura, prerogativa delle donne per eccellenza. Il commercio, la guerra e la politica erano compiti che spettavano all’uomo, mentre dentro casa a governare era nel mondo antico la donna, amante della lavorazione della lana e istruita a tal proposito sin dalla tenera età. Una lavorazione che richiedeva pazienza e dedizione, e che poteva essere mitigata da ancelle se la famiglia era altolocata. Si è però ipotizzata una suddivisione dei compiti che se confermata sarebbe sorprendente: le donne spinetiche sarebbero state per la maggior parte filatrici, e la tessitura sarebbe stata in mano a figure specializzate che usavano telai comuni.

In qualità di padrone di casa e responsabili dell’educazione della prole, le donne etrusche erano pure chiamate alla gestione dei banchetti, essendo punto di riferimento per la servitù. Al contrario delle donne greche, prendevano parte a tali situazioni anche in presenza di uomini e gente straniera, e bevevano inoltre il vino; ma la dissonanza da evidenziare è un’altra. La donna etrusca veniva in questo modo a conoscenza dei contesti politici e degli accordi che gli uomini stabilivano nei momenti conviviali. Innegabile è però quella che da sempre rappresenta per antonomasia la caratteristica principe, in special modo, dell’universo femminile. Si tratta, naturalmente, degli ornamenti dedicati al corpo, costituiti da oggetti rimovibili – è il caso dell’abbigliamento – o permanenti – come i tatuaggi – . A Spina, in particolare, sono affiorati gioielli che hanno accompagnato le donne anche nell’aldilà, ammirabili più di duemila anni dopo nella Sala degli Ori di Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico di Ferrara.

La presunzione della società odierna decade di fronte all’evidenza dell’antico: forse che dovremmo imparare qualcosa da chi era più arretrato tecnologicamente?

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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INTERNAZIONALE A FERRARA 2019
Speriamo che sia femmina?

Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Alexandria Ocasio-Cortez, Samantha Cristoforetti, Fabiola Gianotti, Angela Merkel, Christine Lagarde, Ursula von der Leyen, Federica Mogherini, Bebe Vio, Francesca Schiavone e Flavia Pennetta. Tutte donne di successo. E sono solo alcuni esempi; senza contare tutte coloro che ogni giorno sono madri, figlie, lavoratrici.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.
Combattere gli stereotipi e la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano: il tema è stato al centro di diversi incontri all’interno del programma del Festival di Internazionale a Ferrara.

Parità di genere sotto attacco
Per tutti e tre i giorni della rassegna lo spazio dell’Ex Teatro Verdi è stato animato dagli incontri di inGenere.it, rivista online fondata a fine 2009 di informazione, approfondimento, dibattito e proposte su questioni economiche e sociali, analizzate in una prospettiva di genere.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, eppure in Europa c’è una guerra alla parità, partita dai Paesi orientali e centrali che lentamente si sta diffondendo sostenuta da conservatori e populisti. Marcella Corsi, economista di inGenere.it, ne ha discusso con Agnieszka Graff, studiosa polacca, “femminista affascinata dall’antifemminismo” come si è definita lei stessa. L’antigenderismo è una rete europea e mondiale di organizzazioni: la piattaforma CitizenGO, il Congresso Mondiale delle Famiglie, One of us – European Federation for Life and Human Dignity e Agenda Europe, sono solo alcuni esempi. “Sono movimenti dal basso nati perché le teorie del genere sarebbero una minaccia che mette a rischio l’ordine naturale delle cose. Per loro il genere è un’emergenza al pari di quanto lo è per altri il riscaldamento globale”, ha sottolineato Agnieszka. “Siamo di fronte a un momento di aggressione delle democrazie e il problema è che i politici non vogliono capire che le questioni decisive per le destre fondamentaliste non sono la razza e l’etnia, ma l’aggressione ai diritti delle donne. La questione di genere è una questione politica cruciale”. Per Graff la sfida riguarda le giovani generazioni di maschi affascinati dal conservatorismo misogino “che non odiano le donne, ma vogliono un ordine nel mondo e l’ordine tradizionale degli antigenderisti è molto attraente”.

Famiglia tradizionale o servizi per la famiglia
La domanda allora potrebbe essere quanto è sostenibile il modello della famiglia tradizionale in termini economici: quanto costa e quanto è vantaggioso al giorno d’oggi? inGenere.it ha provato a mettere a confronto Italia e Svezia. “In Italia una persona su due pensa che le donne dovrebbero a casa e non lavorare, in Svezia anche chi lo pensa non lo direbbe mai ad alta voce”, ha esordito Barbara Leda Kenny, caporedattrice della rivista, e persino tra gli occupati a tempo pieno le donne dedicano più di tre ore al giorno al lavoro domestico, due in più degli uomini: la terza peggiore disparità in Europa. A Francesca Bettio, economista di inGenere, è bastato un semplice confronto per capire che c’è un cortocircuito a proposito delle aspettative culturali sul ruolo della donna e dell’immagine della famiglia: “nei Paesi dove ci sono meno donne al lavoro si fanno meno figli”, senza andare in Grecia, Spagna o Croazia, l’Italia ha un tasso di occupazione femminile tra il 30 e il 50% mentre il tasso di fecondità è 1,4 figli per donna; “nei Paesi dove ci sono più donne al lavoro, ci sono più figli”, Svezia, Danimarca e Francia hanno un tasso di occupazione femminile tra il 70 e l’80% e un tasso di fecondità di 1,7 figli per donna.
La differenza è senza dubbio culturale, ma il sistema di welfare gioca un grosso ruolo: basta pensare che in Svezia non si parla di maternità, ma di “congedo parentale” e che questa misura permette a madri e padri di stare lontano dal lavoro per un totale di 18 mesi, tre dei quali obbligatori per entrambi, all’80% del salario. “Culturalmente – ha detto Mirjam Katzin, giurista dottoranda presso l’università di Lund in Svezia – ci si aspetta che i padri condividano le responsabilità genitoriali e ci si aspetta che io come madre spenda tempo anche al di là della cura del mio bambino, così come ci si aspetta che la cura di anziani e disabili sia a carico della municipalità. Sarebbe impensabile avere queste relazioni famigliari senza un sistema di welfare forte, efficace e universale, che funziona grazie alla redistribuzione delle risorse economiche”.
Eppure anche in Svezia questo sistema è sotto attacco e a farne le spese sono le donne. Ecco perché secondo Mirjam “il welfare, i diritti dei lavoratori, la previdenza sociale, la redistribuzione delle risorse attraverso il sistema contributivo” sono anche queste battaglie femministe.

Un momento di Guerra alla parità
un momento di Quanto ci costa la famiglia

Le donne sottorappresentate o non rappresentate

Certo è difficile portare avanti rivendicazioni sulla parità di salario o sull’aumento e il miglioramento dei servizi per le madri lavoratrici (o i padri lavoratori, perche no?) se si pensa che una donna di successo sia un’eccezione, se si è abituati a pensare al capo e all’esperto di turno come a un maschio bianco di mezza età, se la prima domanda che viene fatta a una donna che raggiunge un posto di responsabilità grazie a esperienza e competenza è: “hai pensato a come farai con i tuoi figli?”
Combattere la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano, sono sottorappresentate o ne viene data un’immagine non corrispondente alla realtà. Avete mai pensato al ruolo e all’immagine della donna che danno i film e i media ancora oggi, sia sul piano dell’informazione sia su quello della comunicazione? Se ne è parlato sabato alla Sala Estense con ‘Questione di sguardi. L’immagine delle donne e il divario di genere nell’industria culturale. Per una comunicazione in cui tutti sono rappresentati’ e domenica nell’aula magna del dipartimento di Economia e management con ‘La parola all’esperta. In Europa le voci femminili autorevoli sono spesso assenti nei mezzi d’informazione e nei dibattiti. Ma le cose possono cambiare’.
Christina Knight, direttrice creativa di un’agenzia pubblicitaria svedese, con più di trent’anni di esperienza nell’industria pubblicitaria, autrice di ‘Mad women. A herstory of advertsing’ (Olika 2013), sabato pomeriggio dal palco della Sala Estense ha mostrato alcuni esempi di quello che la teoria della comunicazione chiama ‘the male gaze’: “l’uomo è il soggetto e la donna è l’oggetto”.
Se si aggiunge che “siamo bombardati da circa 5 mila messaggi pubblicitari al giorno, dei quali solo l’8% a livello conscio, mentre il resto lo percepiamo a livello subconscio”, come ha affermato Livia Podestà – responsabile della comunicazione e delle pubbliche relazioni allo Swedish institute di Stoccolma e fondatrice della sezione italiana di Equalisters, organizzazione che mira a ristabilire una corretta rappresentazione di genere nei mezzi di comunicazione – il problema salta subito all’occhio.
L’oggettivizzazione delle donne e il sessismo nei media naturalmente giocano un ruolo nel minor numero di donne in posizioni di leadership nella politica e nel mondo del lavoro perché mancano i ‘modelli di ruolo’. Se lo dovessimo dire con uno slogan pubblicitario: “If you can’t see it, you can’t be it”. E naturalmente “le immagini delle donne non hanno influenza solo sulle donne, ma anche su come gli uomini guardano le donne”, ha aggiunto Podestà: “se sono un oggetto, ci si sente maggiormente in diritto di trattarle come si vuole”. Tutte osservazioni che valgono anche per gli stereotipi sul genere maschile, hanno sottolineato le due esperte di comunicazione: il modello del maschio rude, forte, impassibile, sempre serio, che passa il proprio tempo fuori di casa influenza l’autopercezione di sé come uomo.

Ecco perché nascono guide come ‘Images that change the world’: un manuale per un linguaggio comunicativo egualitario e inclusivo. (CLICCA QUI per scaricare la guida)
Ed ecco perché nascono iniziative come 100esperte.it (inserisci link), la banca dati presentata domenica mattina.
Secondo i dati raccolti dal Global media monitoring project, l’82% degli esperti interpellati dai mezzi di informazione sono uomini bianchi di mezza età e solo il 4% delle notizie che vediamo o leggiamo rispettano la parità di genere. In Italia le donne esperte intervistate sono il 19%, mentre la percentuale delle donne cui viene chiesta l’opinione popolare sale al 43%: quante volte, per esempio, durante un telegiornale avete visto una donna intervistata per chiederle cosa ne pensava del prezzo di un prodotto o di una notizia e quante volte avete letto il suo nome? Fatevi la stessa domanda per l’uomo che molto probabilmente subito dopo seguiva nel servizio per fare la sua analisi come esperto. Perché a spiegare e interpretare il mondo sono quasi sempre gli uomini? 100esperte.it è una banca dati online, inaugurata nel 2016 con 100 nomi e cv di esperte di Stem (science, technology, engineering and mathematics), settore storicamente sotto-rappresentato dalle donne. Il sito è stato ideato e costruito per crescere nel tempo, incrementando il numero di esperte e ampliando anche i settori disciplinari: le esperte di Stem hanno oramai superato quota 130, quelle di Economia e finanza –avviato nel 2017 – sono oltre 60 e nel 2019 la banca dati è stata estesa al settore della Politica internazionale, raggiungendo così 286.

Proprio da questo settore vengono Annalisa Ciampi, professore ordinario di diritto internazionale all’Università di Verona e visiting professor of European Human Rights Law alla Monash University di Melbourne, e Silvia Francescon, laureata proprio a Unife, ha prestato servizio presso l’Ufficio del Presidente del Consiglio nel 2016-2017 in preparazione e durante la presidenza Italiana del G7, seguendo il dossier parità di genere e contribuendo alla stesura della ‘Dichiarazione dei Leader’, ha prestato servizio anche presso le Nazioni Unite, come coordinatrice per l’Italia della Campagna sugli Obiettivi del Millennio. Entrambe credono fermamente nel concetto di ‘modello di ruolo’ e sono seriamente preoccupate del fatto che in Italia “la maternità in molti casi significa la fine della carriera”. Recentemente Silvia Francescon ha accettato l’opportunità di avere un ruolo di primo piano nell’organizzazione e nel coordinamento del prossimo G20 in Arabia Saudita, una grossa sfida per una donna, madre e single, e le sue stesse amiche “prima ancora di complimentarsi e congratularsi” per il suo successo le hanno chiesto: “come farai con i tuoi figli?”.
E se la stessa posizione fosse stata offerta a un uomo?

Il sistema è uomo. La protesta è donna.

di Roberta Trucco

“C’è martirio e martirio. L’iconografia del supplizio femminile nella storia dell’arte”: è il titolo di una conferenza che ho ascoltato pochi giorni fa al museo di Sant’agostino a Genova, organizzata dal comitato cittadino di Senonoraquando.
Santa Caterina di Alessandria, Santa Anastasia, Santa Barbara, Sant’Apollonia, Sant’Agnese e molte altre. Tutte donne colte, donne indipendenti, alcune diaconesse, donne che parlavano in pubblico e che, dopo un diniego al potente di turno sono prima state rinchiuse in prigione, o nei bordelli per essere corrotte, e poi – dopo processi spaventosi – sacrificate nei modi più orrendi. Perché il no al potente non era un semplice rifiuto a un singolo, ma il diniego ‘all’ordine Naturale’ su cui si fonda il patriarcato e il potere stesso.
In questi pochi mesi del 2019. Angela, uccisa a Genova nell’aprile del 2018 dal suo compagno: il giudice ha deciso di dimezzare la pena al suo assassino perché “disperato, deluso, risentito del comportamento di lei…”. A Bologna all’assassino di Olga è stata dimezzata la pena perché in preda a una “tempesta emotiva”. Ad Ancona, l’assoluzione da parte di un collegio giudicante al femminile di uno stupratore perché lei era “troppo mascolina”. Tutti tentativi agghiaccianti di reintrodurre il delitto passionale abolito nel 1981, che prevedeva attenuanti per uomini che uccidevano donne per punirle delle loro condotte disonorevoli. Condotte appunto che si discostano dall’ordine Naturale. Donne che hanno l’ardire, con i loro rifiuti, di spostare l’ago della bilancia su cui si misurano i valori della comunità.

Non serve dunque guardare al passato: i supplizi femminili non finiscono perché la libertà delle donne non rientra nel sistema in cui viviamo. L’ autodeterminazione viene sbandierata nelle dichiarazioni dei diritti umani, ma deve restare inattuata e inattuabile per le donne, simbolicamente le deboli per eccellenza: per loro, condizione duratura, mentre i bambini crescono liberandosi da questo stigma. E, dunque, meritano sì la protezione, ma non la libertà di scelta, che se riconosciuta minerebbe le fondamenta del sistema patriarcale.
Non stupisce quindi che rappresentanti del governo presentino il Ddl 735, conosciuto come Ddl Pillon, decreto da cui anche il Movimento delle Donne per la Chiesa ha preso distanze chiare e nette. Nella dichiarazione delle donne per la Chiesa si legge: “Il substrato culturale del decreto parte innanzitutto da una immagine del tutto stereotipata della donna e dalla volontà di confinarla nel ruolo di madre e moglie […] denunciamo l’utilizzo della religione come strumento di potere, nel nostro caso di potere patriarcale, che ha buon gioco nell’estrapolare e strumentalizzare alcuni passi delle scritture per legittimare una condizione di inferiorità femminile che non può riferirsi al messaggio evangelico, ma che si ha estremo interesse a mantenere immutata”. (Leggi di più QUI)
Un decreto il cui obiettivo primario, anche se celato dietro la fallace e menzognera dicitura “garanzia di bigenitorialità”, è quello di distruggere l’autorevolezza delle donne e le libertà da loro recentemente conquistate.
Non stupisce che rappresentanti del governo come il ministro Salvini, presenzieranno al Wcf, il Congresso mondiale delle famiglie, che si terrà a Verona il prossimo 29/30 marzo. Un forum che vede riunirsi gruppi reazionari sparsi per il mondo che proclamano un ‘ordine Naturale’ in nome del quale sanciscono la subordinazione delle donne quale diritto sociale inalienabile, perché unico in grado di stabilire un ‘Ordine’ (leggi anche ‘Seguaci di un Dio violento’ su ‘Estreme Conseguenze’).
Per i pochi potenti e i pochi ricchi di questo pianeta l’unico modo per mantenere lo status quo è rifondare ‘l’ordine Naturale’ a partire dal suo primo tassello: la subordinazione di un genere e dunque la soppressione della sua autodeterminazione.

Come mi disse un paio di anni fa in un’intervista Grazia Francescato, leader dei Verdi, ecofemminista, da sempre in prima linea in difesa della natura e dei diritti delle donne: “l’ideologia patriarcale riduce la Natura a merce da sfruttare, la considera passivo oggetto di dominio. Identico processo di sfruttamento/oppressione riservato alle donne”.
Il volto della protesta però in tutti i campi è donna. Berta Cachares, Marielle Franco, Malala, Nadia Murad, Emma Gonzalez, Alexandra Octavio Cortes, Nasrin Sotoudeh, Greta Thunberg, Teresa Forcades… E potrei continuare.
“Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale […] E se le soluzioni sono impossibili da trovare all’interno di questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema”, ha detto Greta Thunberg, mentre Alexandra Octavio Cortes ha affermato: “Il sistema è rotto”.
Il sistema vacilla, e purtroppo è fisiologico che in queste condizioni ci sia una recrudescenza reazionaria, ma bisogna continuare a picconarne le fondamenta con coraggio.
Il pianeta è femmina è interesse di tutte e tutti impedirne il massacro.

Dall’alterità fra i generi alla qualità delle relazioni fra i generi

di Roberta Trucco

Quando ho letto la risposta di Umberto Galimberti alla lettera di Giuliano Faggiani dal titolo ‘Che differenza c’è tra l’uomo e la donna?’, su D di Repubblica sabato scorso, sono saltata dalla sedia e ho pensato: “finché questo sarà l’approccio alla differenza tra donna e uomo sarà necessario essere femministe, anche un po’ arrabbiate”. Poi mi è capitato di leggere un articolo di Carlo Revelli sul Corriere della Sera dal titolo ‘Dissentire aiuta, inutile scrivere per i già convinti’ e così mi sono decisa a scrivere per cercare un confronto creativo e per dire garbatamente perché secondo me è un errore cercare di definire uomini e donne a partire da modelli binari.

Cercare una definizione che crei formule applicabili ai generi, sacrificando la complessità dell’essere umano maschio o femmina, è l’errore. Non vorrei essere fraintesa, io sono convinta della grande differenza che segna l’essere umano incarnato in un corpo femminile o in un corpo maschile, la differenza ontologica c’è, è indubbio, ma poi c’è quella unica e irripetibile di ogni individuo, “granello” come lo definisce Revelli, che ha il grande potere, se capace di diventare pensiero collettivo, di segnare la storia e la nostra evoluzione.
Ed ecco arrivo al punto della mia rabbia. Se si continua a relegare la “donna vicina alla natura perché generativa e l’uomo alla cultura perché libero dal vincolo della natura”, si continuerà a non riconoscere quanto la cultura femminile abbia segnato e segni l’evoluzione dell’umanità. Si continuerà a relegare la donna alla maternità come sua unica competenza, una competenza solo naturale, quando invece è assai culturale. E si continuerà, forse involontariamente, a riservare al maschio lo spazio del pensiero (logos) e a negarlo alle donne. Maria Van Shurman, una delle donne più colte del suo tempo, contemporanea di Cartesio (naturalmente quasi mai citata dalla storia della filosofia) contrapponeva al “cogito ergo sum”, il suo “sum ergo cogito”. Ecco, forse questo definisce bene una delle possibili differenze dell’essere incarnati in un corpo maschile o in uno femminile: il punto di partenza del viaggio psichico che ogni bambino/a deve intraprendere per diventare adulto/a, “per rinascere in acqua e spirito” come dice il Vangelo, ma sono convinta che la distanza dal sé autodeterminato del maschio e della femmina non è così facilmente tracciabile nel percorso natura o cultura. Noi tutti siamo animali naturali (da natus): nasciamo e in quella esperienza c’è tutta la forza della vita, in quella prima relazione con la madre certo, ma vista da figli (tutti siamo figli, non tutti forse saremo madri o padri). E siamo animali culturali (da colere, coltivare), in pari modo. Cioè coltiviamo pensiero, generiamo con le mani e con la mente, generiamo ogni giorno attraverso il lavoro intellettuale e materiale, e questo lo facciamo fin dai tempi antichi, maschi e femmine.

E la cosa divertente in tutto questo mio parlare è che sono una femminista atipica: la mia professione primaria è la maternità, sono madre di quattro figli e sono casalinga (scrivo di tanto in tanto). Sono dunque una convinta sostenitrice della maternità come competenza, anche di quella in potenza, convinta che oggi quel sapere ancestrale è necessario al mondo per non collassare, ma non sopporto di vedere ridotta la donna e la sua differenza alla – pur immensa – potenza della prima relazione che segna l’essere umano. Le relazioni sono necessarie all’essere umano, lo definiscono. Senza l’altro non sappiamo chi siamo. Ecco perché gli uomini/maschi, invece di continuare a interrogarsi sulla differenza tra donne e uomini, dovrebbero incominciare a crescere, a mettersi in gioco nella relazione senza timori, senza continuare a giustificarsi dietro l’impossibilità di farlo totalmente perché mancanti dell’esperienza della gestazione. Anche perché, va detto, questa narrazione di alterità donna/natura e uomo/cultura, quando riguarda la sessualità, viene capovolta dagli stessi maschi a giustificazione della loro violenza inaudita contro le donne.

Porto Ferrara: una rivista non provinciale

di Pier Luigi Guerrini

Nel 1982, quando esce in edicola, a Ferrara si erano spente da tre anni le note musicali in fm di Radio Ferrara Centrale, dalla Torre dell’Orologio sulla piazza principale. Il Pci aveva traslocato da poco tempo da Via Carlo Mayr al “botteghino” di Via Porta Mare.
Fin dal primo numero, il mensile Arci dedica una forte attenzione al fattore culturale, la “mission” per eccellenza, dando spazio a ciò che si produceva sia dentro le Istituzioni, nel “palazzo”, sia nel tessuto associativo diffuso. Nelle due pagine centrali del numero d’esordio, Franco Farina (scomparso di recente), allora Direttore del Palazzo dei Diamanti e delle Gallerie d’Arte moderna e Musei, rispondendo alle domande pungenti di Stefano Tassinari, esprimeva con chiarezza il suo amore per Ferrara, presentava alcuni progetti in corso d’opera o in nuce, non nascondendosi però le difficoltà di rapporto col carattere dei ferraresi, generosi ma mai contenti di ciò che si proponeva.
Con un esempio paradossale, un po’ ruvido, Farina diceva “che se scomparisse il castello la gente se ne accorgerebbe soltanto perché verrebbe a mancare l’ombra durante le passeggiate in Corso Martiri. Si avverte molto la mentalità borghese del ‘cittadino’, quello che magari non si sente mai appagato dalle iniziative culturali, ma che se fosse proprietario del giardino situato dietro Palazzo dei Diamanti, penserebbe a costruirci un condominio”.
In ogni numero, ci sono rubriche fisse che danno conto puntualmente di avvenimenti, mostre, incontri attinenti l’ambito della poesia. I curatori di queste rubriche sono: Roberto Pazzi, che non disdegna di sviluppare piccoli bellissimi racconti tra fantasia, storia locale e attualità; Massimo Cavallina, di Ricerche inter/media (poesia fonetica e spettacol-azioni visive) che aveva sede presso la famosa agenzia libraria Einaudi gestita da Roberto Niceforo; Maurizio Camerani (mail art, biennali di arti visive e recensioni librarie).
Nel numero quattro si dà ampio spazio al ‘1° premio nazionale di poesia Castello Estense‘, promosso dalla rivista Poeticamente. Vengono riprodotte tre liriche di alcuni finalisti tra cui un’opera di poesia visiva di Romolina Trentini. Purtroppo, come spesso accade, alla prima edizione di un premio nazionale manca il seguito di una seconda edizione… Le responsabilità erano, a mio parere, da ricercare sia nel passo un po’ avventato degli organizzatori (che andavano comunque incoraggiati) e sia nelle Istituzioni che erano (sono?) ancora “ammalate” di un dirigismo culturale che decretava chi doveva essere sostenuto e chi, invece, no. Un esempio, una conferma di quanto abbiamo appena fermato sul foglio, lo troviamo nel numero successivo di ‘Porto Ferrara’ (il numero cinque). Si parla dell’organizzazione della manifestazione culturale di respiro nazionale ‘La nuova poesia’, curata dall’Assessorato alle Istituzioni Culturali del Comune di Ferrara. Viene annunciato l’arrivo a Ferrara (alla Sala Polivalente) di numerosi poeti e critici da tutta Italia. Tra i poeti attesi, in gran parte nati attorno al 1945, si citano Bianca Maria Frabotta, Alfonso Berardinelli, Vivian Lamarque, Sandra Petrignani, Adriano Spatola, Franco Cordelli, Valerio Magrelli, Giuliano Gramigna e Roberto Pazzi. Nel numero doppio (sei/sette) successivo, un ampio resoconto di Stefano Tassinari, dal titolo ‘La Polivalente in versi‘, analizzava senza sconti l’esito della manifestazione sulla “nuova poesia”. Accanto ad alcune, poche, valorizzazioni ovviamente soggettive (Magrelli e Pazzi), Stefano Tassinari descriveva la delusione, del folto pubblico accorso all’evento, per l’assenza di gran parte degli autori annunciati. Un’iniziativa lodevole, concludeva Tassinari, ma che “per attecchire deve mettere radici con un dipartimento specifico di cui facciano parte operatori artistici, persone in grado di dare continuità e profondità ad una ricerca”. Una proposta molto interessante che non sappiamo se sia stata presa positivamente in considerazione e l’eventuale durata nel tempo. Nel numero seguente, l’informazione è sul Convegno dedicato alla ‘Editoria femminista‘, organizzato dal Centro Documentazione Donna di Ferrara e coordinato da Luciana Tufani. Nel numero di dicembre (11/1982), Daniela Rossi, nell’articolo ‘Una rivista al femminile’, fa un resoconto critico di questa due giorni sulla stampa e l’editoria femminista. Il focus dell’articolo è sulla rivista Dwf (Donna Woman Femme). La direttrice Annarita Buttafuoco evidenzia il tema del rapporto sempre più difficile tra la sfera dell’ambito personale e la connessione col politico. Un politico che, anche e soprattutto, tra le donne appare sempre più frammentato. Col numero di gennaio 1983, la rivista chiude la propria breve storia. Una fine precoce, forse dovuta a difficoltà economiche del committente Arci.

La lunga marcia contro le discriminazioni di genere, razziali e generazionali

di Roberta Trucco

“Questa è una lotta tra una generazione giovane, diversa, femminista, contro una minoranza maschile, bianca, vecchia, disperata, che si aggrappa al potere”. E’ l’incipit di un articolo molto interessante scritto da Jessica Valenti sul Guardian dal titolo ‘Il dibattito sulle armi è una guerra culturale. E i giovani la vinceranno’.
La tesi, molto ben argomentata, è che oggi le contraddizioni di un patriarcato esacerbato dalle impellenze capitaliste stanno deflagrando. Non sfugge più agli occhi di molti, in particolare dei giovani nativi digitali che hanno accesso a molte informazioni provenienti da diverse fonti, l’arroganza di pochi, maschi, bianchi appartenenti a certe élite.
Alla marcia “in difesa della nostra vita” del 24 marzo scorso, organizzata da un movimento di giovanissimi, promossa per rivendicare il diritto a una regolamentazione dell’uso delle armi dopo la terribile strage di adolescenti nella scuola a Parkland in Florida, spiccavano slogan del tipo “Dovrei scrivere il mio saggio universitario, non le mie ultima volontà”, “Le pistole hanno più diritti della mia vagina”, “L’abbigliamento delle ragazze a scuola è più regolamentato delle armi in America”.
Nell’articolo la giornalista riporta che “solo il 3% degli americani possiede metà delle armi che si trovano in America”. E quel 3% non sono chiunque. Secondo uno studio fatto ad Harvard pubblicato su ‘Scientific American’ di questo mese, la persona che con maggiore probabilità accumulerebbe armi negli Usa è un anziano, maschio, bianco proveniente da un’area rurale conservatrice. “Una ricerca allarmante mostra che sono motivati ​​dall’ansia della razza e dalla paura di perdere la loro mascolinità”, continua Valenti e aggiunge: “Uno studio della Baylor University del 2017, ad esempio, ha scoperto che l’attaccamento degli uomini alle armi da fuoco deriva spesso da guai economici e dalla paura di perdere lo status di “capofamiglia” tradizionale”.

C’è un filo ormai, neanche più tanto invisibile, che lega il dibattito sulle armi alle questioni di discriminazioni di genere, razziali e generazionali. Il secondo emendamento della Carta Costituzionale degli Stati Uniti d’America dice che: “Essendo una milizia ben organizzata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. Sembra, alla luce delle tragiche stragi nelle scuole americane degli ultimi 15 anni, contraddire il senso stesso di Stato Libero. Libero per chi?
I cambiamenti delle nostre società ci obbligano a una riflessione profonda. È sempre più evidente che le carte costituzionali su cui sono scritti i fondamenti per una sana convivenza tra le persone che vivono in una stessa comunità non tengono conto della spaventosa accelerazione nel cambiamento sociale. Le leggi, il cui punto di riferimento è sempre la carta costituzionale, oggi sembrano fatte esclusivamente a beneficio di una minoranza di pochi, per lo più maschi bianchi, a scapito di una maggioranza fatta di giovani, bianchi e neri, di femministe/i, la cui diversità di estrazioni culturali diventano un collante e un punto di forza e non più una debolezza. La libertà solo teorica, vessillo del capitalismo, si rivela in tutta la sua fallacia e la democrazia che si fonda su un concetto ideologico di libertà e autodeterminazione, vacilla. Ma questo è un fenomeno solo americano o la contraddizione potente e innegabile della strenua difesa di un concetto di libertà individuale, astratta, neutra e non calata nella realtà di tutti i giorni riguarda tutte e tutti noi e tutte le democrazie occidentali?

Voci fuori dal coro: Vargas Llosa contro le femministe spagnole

di Roberta Trucco

Circa una settimana fa sul quotidiano ‘La Repubblica’ è stata pubblicata la traduzione di una lettera di Vargas Llosa, precedentemente apparsa su ‘El Pais’: ‘Care femministe, lasciate in pace i libri’. La lettera, una invettiva aspra e dura contro le femministe radicali, cominciava così “cerco di essere ottimista ricordando che, nonostante tutto, l’umanità non è mai stata migliore di adesso” (Popper).
Anche io sono ottimista, ma a differenza dello scrittore spagnolo, lo sono proprio perché oggi la rivoluzione femminista sembra uno tsunami inarrestabile. Nessuna risacca. E’ il femminismo che “ha aiutato e aiuterà a liberare l’umanità, liberando prima le donne e poi l’altra metà” (Punkrhuste).

Nel suo lungo articolo Vargas Llosa definiva certo femminismo, quello radicale – ma che significa? Uno modo subdolo per dividere le donne – il più risoluto nemico della letteratura. Addirittura più pericoloso della religione e dei totalitarismi. Elencava i nomi di grandi scrittori, premi Nobel per la letteratura, le cui vite e modi di stare al mondo vengono messi in discussione da scrittrici femministe con una certa dose di ragione. Inaccettabile per lui che l’assertività femminista possa avere la forza di mettere in discussione “i più grandi capolavori mai scritti”.”Se il male non si manifesta attraverso i libri il rischio è che si manifesti nella vita stessa”, argomentava in loro difesa. Peccato che alcuni degli autori messi all’indice dalle femministe hanno realmente condotto azioni fortemente discutibili, ma per Vergas llosa, dato che “la letteratura salverà il mondo” è giusto riconoscergli l’immunità. Certo suona bene la definizione secondo cui la letteratura è il veicolo che permette di far tornare in superficie quanto dell’umano mistero teniamo represso e che ci aiuta a comprendere meglio la vita e le contraddizioni insite in ognuno di noi. Ma gran parte dell’umano mistero resta represso e non torna in superficie perché nell’immaginario maschile le parole delle donne, fuori dall’ambito privato, continuano a rappresentare un pericolo. Nessuno confronto alla pari, nessuna discussione.
La sua invettiva contro le femministe mi ricorda tanto anche il suo discorso contro il referendum sulla Catalogna indipendente. Oggi chiunque mostri alzare il capo e ribellarsi pacificamente, ma con determinazione, contro l’establishment viene visto come un nemico e dunque va annientato. Sarebbe bene che la paura maschile di perdere posizioni di potere interrogasse nel profondo i maschi.
Se Nabokov ha scritto uno dei migliori romanzi del ventesimo secolo ne sono felice, ma a mia figlia voglio anche potere raccontare che era un pedofilo incestuoso e renderla curiosa verso altre voci della letteratura non incensate dai soliti circuiti di potere. I giovani l’hanno capito. Emma Gonzales, una delle leader del movimento studentesco #enough is enough, lo ha detto chiaramente: “Gli adulti amano i giovani quando prendono buoni voti a scuola e li odiano quando esprimono le loro opinioni con forza”. Vale la stessa cosa anche per le donne. Il patriarcato non tollera che vengano palesate le enormi contraddizioni che ci troviamo a vivere in questo momento storico tanto più se a farlo sono i ‘suoi’ figli e le ‘sue’ donne. Sarebbe auspicabile che ‘La Repubblica’ e ‘El Pais’ provvedessero a offrire ai lettori e alle lettrici un’intervista alle scrittrici femministe su questo tema. Mi interesserebbe molto un loro punto di vista. Siamo all’inizio di una nuova era e il mondo ha bisogno di una sinergia creativa tra uomini e donne e non di una guerra tra i sessi, né di una guerra tra generazioni, ma per fare questo, oggi, c’è bisogno che gli uomini di potere si mettano di lato e passino il testimone!

Ps. Per chi è interessato a leggere il breve decalogo proposto dalle femministe spagnole che ha suscitato la reazione del premio Nobel Vargas Llosa, lo può trovare QUI.

quale-futuro

I giovani portatori di nuovi valori di civiltà

di Roberta Trucco

“Il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro, anche nei riguardi della sua educazione”: a dirlo è stata Maria Montessori.

Mai stato così vero! Assistiamo sgomenti al grido dei bambini siriani che ci sbattono in faccia l’orrore di una guerra che li sta sterminando. Dall’altra parte del mondo, nella evoluta e democratica America, ieri 14 marzo, hanno marciato gli studenti al grido di #enough is enough. In discussione è la ‘sicurezza‘, una delle parole più gettonate nelle campagne elettorali degli ultimi decenni e forse di sempre. In nome della sicurezza i ‘padri della patria’ ci dicono che dobbiamo armarci contro le invasioni, contro i diversi, contro quelli che non la pensano come noi. Curiosamente la parola sicurezza viene usata indistintamente dai leader delle nazioni, dai leader di gruppi terroristici, dalle lobby delle armi o da pazzi isolati che sparano per sentirsi parte di un branco. Per tutti la sicurezza passa attraverso l’omologazione, il denaro, la stabilità economica, attraverso un concetto di libertà neoliberale in cui il limite, il limite individuale, non ha confini perché garanzia di uguaglianza. Sembra che nessuno, se non i giovani che marceranno, si chieda se la sicurezza invece non passi attraverso il lavoro di cura, l’amore reciproco, che fa sì che il cucciolo umano cresca nella fiducia delle sue capacità, capacità che unite a quelle dei suoi compagni gli permetteranno di adattarsi all’ambiente in cui vive e di autotutelarsi.

Sicurezza etimologicamente significa sine –cura( senza cura). Me lo fece notare per la prima volta un’amica, compagna di battaglie femministe, Annalisa Marinelli, durante una sua conferenza sulla città sicura (vedi anche Annalisa Marinelli, La città della cura, Liguori Editore). La sua tesi è che una società che non si prende cura delle vulnerabilità non è una società (nel senso ampio e generico di insieme di individui uniti), ma un luogo dove sistematicamente il debole viene annientato, dunque un luogo volto all’autodistruzione. È un fatto: l’essere umano è vulnerabile e volere cancellare questa realtà significa cancellare la sua capacità di dare risposte abili – etimologia di ‘responsabilità’ – alle difficoltà che sempre si incontrano nelle vicende umane.
“Il rischio, qualsiasi sia la forma in cui lo si pensa o si presenta, appartiene alla vita. Azzerarlo non si può. Si può volerlo fare a tutti i costi, ma si chiama controllo, ossessione, possesso, malattia”. Queste le parole scritte in un articolo pubblicato su Repubblica da Maria Pia Veladiano (scrittrice e insegnante) a commento dell’avventura di un bambino che si è perso nel bosco bellunese.
Dunque se la parola sicurezza viene ossessivamente ripetuta cancella inesorabilmente il valore della cura e dell’amore e ammala la comunità, la deresponsabilizza.

Da anni sono convinta che il femminismo sia una delle strade più autentiche per interpretare la complessità odierna e per trovare risposte coerenti. Leggendo autorevoli studi di donne ho iniziato a mettere in fila alcuni eventi apparentemente slegati fra di loro: disagio infantile, distruzione ambiente, sessismo, atti terroristici, guerre. Tutti hanno una radice comune: un concetto errato e fallace di sicurezza e di libertà. Ed è questo che ci sta portando verso la catastrofe. Oggi i giovani che marciano negli Stati Uniti ci stanno dicendo quanto è malata la nostra società, quanto è malato il nostro concetto di amore e di tutela, quanto è malata la nostra responsabilità. Questi giovani hanno dichiarato che non si arrenderanno, marceranno finché non vedranno gli adulti fare qualcosa! E quel qualcosa non è aumentare protezioni, o recinti, ma fare un salto radicale nell’intendimento di questi due concetti fondanti: libertà e sicurezza. Il loro diritto ad andare a scuola sicuri passa attraverso la responsabilità degli adulti di fare leggi e regole che siano coerenti con l’amore di cui si dicono portatori. Mai come oggi il loro monito e insegnamento è necessario alla sopravvivenza di tutti! Mai come oggi sono i nostri maestri nei riguardi della loro educazione e della nostra coerenza!

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora, dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicazione delle proprie potenzialità e successivamente costruire processi di associazione e interazione, poiché ogni molecola, aggregandosi, potrebbe generare un corpo finito ed operante, una parte viva e attiva della società, diventando elemento di speranza e di pressione.
Il gruppo si riunisce ogni due mesi presso la sede di Ce.L.I.T. a Santa Margherita di Staffora (provincia di Pavia). Fra i temi affrontati: studio e dibattito sulla Burocrazia, studio e invio di un questionario allargato sulla felicità, sul suo significato e visione. E’ aperto a contributi e collegamenti con altre esperienze analoghe

Elezioni 2018: un’interpretazione di genere

di Roberta Trucco

All’indomani delle elezioni nazionali tento una mia personale lettura.
Cercare di mettere in parole quello che succede per me è un’azione di sopravvivenza, mi permette di guardare al futuro con speranza.

Da qualche giorno assistiamo a dibattiti politici televisivi tutti concentrati sulle virgole e le parole, in particolare quelle di Renzi, seguite ai risultati elettorali. Come donna quello che mi colpisce è il livello delle analisi degli ospiti, quasi tutti maschili: analisi che sembrano telecronache di un partita calcistica non ancora terminata e in cui il risultato è in bilico, con urli da tifoseria alternati alla ‘poetica’ retorica della palla che rotola più da un lato che da un altro perché si è usato un aggettivo piuttosto che un altro. A #cartabianca poi finalmente Lucia Annunziata si è arrischiata a dire che viviamo in un periodo storico post-ideologico incapaci di dare un volto chiaro agli scenari futuri: questa mi pare l’unica riflessione interessante. Riflessione che però viene da lontano e ha una genesi: il gruppo di donne intellettuali che lanciarono l’appello di ‘Se non ora quando?’ La partecipazione straordinaria a quella piazza mostrò quanto fosse al capolinea un sistema patriarcale di pensiero, di organizzazione sociale, politica, culturale, religiosa, nonché dei meccanismi democratici, incapaci di includere le donne, le loro parole e soprattutto il loro enorme apporto culturale. Ma quella evidenza fu accantonata subito dopo. Donne che rappresentano più del 50% della popolazione mondiale, in una democrazia rappresentativa sono ancora una minoranza raramente ascoltata.
Nulla, anche l’altra sera in breve si è tornati a parlare di Renzi, di pancia di popolo.

Eppure è un fatto: il futuro delle democrazie occidentali, cosa si intende per democrazia, quali i meccanismi che la garantiscono, come devono essere suddivise le rappresentanze, sono i nodi complessi da sbrogliare in tutto il mondo e curiosamente quanto sta accadendo in Italia ne è la fotografia evidente.
Demos-crazia, potere al popolo. Il popolo oggi assiste frustrato all’impossibilità di vedere palesato nella organizzazione istituzionale il suo volere. Frustrazione che noi donne conosciamo molto bene! E non è solo la legge elettorale la causa della possibile paralisi o l’arroganza dei leader (anche se certamente una buona parte di responsabilità risiede li), ma il fatto che le appartenenze religiose, sociali, economiche, politiche, partitiche, di genere, hanno perso i loro confini consueti . È come se le identità dei singoli e delle comunità fossero diventate opache e ci trovassimo in una babele dove non ci capiamo più neanche tra simili. Ascoltiamo lo stesso discorso e ne abbiamo interpretazioni quasi inconciliabili. Si ha la percezione di passare da una dittatura a un’altra, senza alcuna mediazione creativa. Il dialogo rispettoso, ma capace di agire il conflitto, una reminiscenza lontana. Credo che una grande responsabilità di tutto ciò sia da addurre agli intellettuali, quelli riconosciuti e a cui i media fanno da cassa di risonanza. Il loro mestiere: dedicare tempo, pensiero, cultura, dibattiti perché si sviluppi il terreno fertile per la nascita di nuove forme di aggregazione e la costruzione di nuovi immaginari. Considerato dalle società sane e illuminate da sempre una risorsa irrinunciabile, è da tempo un lavoro asservito al potere e alle logiche del mercato. La straordinaria mole di pensiero femminista e femminile (quello anche delle donne prima del momento storico a cui si dà il nome di femminismo) da molto tempo invece racconta con studi autorevoli la trasformazione che ci troviamo a vivere, ma rimane ai margini, patrimonio solo di chi lo studia da tempo. L’arroganza maschile si palesa nell’indifferenza da sempre mostrata a questo sapere. Sapere che altera dalle fondamenta i rapporti di potere mostrando le inaccettabili diseguaglianze delle nostre società ‘evolute’.

Ma le donne si stanno organizzando e l’onda femminista non si arresta. Per me oggi l’unica bussola da seguire in questo mare in tempesta.

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora, dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicazione delle proprie potenzialità e successivamente costruire processi di associazione e interazione, poiché ogni molecola, aggregandosi, potrebbe generare un corpo finito ed operante, una parte viva e attiva della società, diventando elemento di speranza e di pressione.
Il gruppo si riunisce ogni due mesi presso la sede di Ce.L.I.T. a Santa Margherita di Staffora (provincia di Pavia). Fra i temi affrontati: studio e dibattito sulla Burocrazia, studio e invio di un questionario allargato sulla felicità, sul suo significato e visione. E’ aperto a contributi e collegamenti con altre esperienze analoghe.

bambina bolle

Femminismo e pacifismo: le parole d’ordine di una nuova rivoluzione

di Roberta Trucco

Alla vista della bambina vestita da soldato, esibita da Erdogan come possibile martire mentre lei piange a dirotto, le bandiere turche che sventolano e lui che la bacia, lo stomaco mi si rivolta.
Vorrei urlare. Il mio è un urlo silenzioso che sale dalle viscere, quanto il rifiuto della piccola bambina che non lo può esprimere, ma che il suo corpo non può nascondere. E così mi sorge spontanea una domanda: uomini, padri, dove siete? Come potete stare in silenzio di fronte a tanto orrore?
Di fronte a un Trump che parla di armare gli insegnanti per rendere più sicure le scuole, di fronte alle parate militari di Kim Jong-un, puro esibizionismo narcisistico, di fronte a un Salvini che, con un ghigno, parla di buttare a mare gli immigrati perché “prima gli Italiani”, ai grillini che si dichiarano salvatori della Patria, utilizzando inconsapevolmente quella retorica, tutta patriarcale, legata al sacrificio del sangue che ha portato i nostri nonni in guerra facendo dell’Europa un cimitero a cielo aperto.

Ora basta! L’urlo deve uscire e fendere l’aria asfittica che mi circonda.
Parlo alla mia generazione, sono una cinquantenne. Dobbiamo scendere al fianco delle giovani studenti della Florida: ragazze che hanno dicharato che non si arrenderanno finché coloro che fanno le leggi non cambieranno le regole per l’acquisto delle armi, finché i politici non smetteranno di accettare i soldi dalla Nra (National Rifle Association), finché noi adulti non faremo qualcosa!
Oggi più che mai gli uomini, i nostri mariti, i padri dei nostri figli/e devono scendere al fianco delle donne, delle loro figlie, sostenere la loro rabbia e frustrazione, perché sarà la loro passione il motore del cambiamento.
Diceva bene Adriano Sofri, alcuni anni fa, in un articolo su La Repubblica: “la terza guerra mondiale è in atto e il campo di battaglia è il corpo delle donne”.
La rivoluzione verrà, sta già venendo, proprio dal quel corpo femminile martoriato, ucciso, torturato, vilipeso, barattato, venduto, esibito in modo strumentale da maschi cinici e ambiziosi.

E’ sano e auspicabile che oggi gli uomini accettino di non essere i protagonisti per smontare la retorica ormai defunta del Padre di Famiglia che in nome del Bene comune sceglie per tutti. Quel padre di famiglia che sceglie quando fare imbracciare i fucili in nome della sicurezza e della salvezza dei propri consanguinei.
Noi donne non ne possiamo più di questa visione: vogliamo difendere la nostra terra, la nostra nazione con la cura affettuosa che si riserva a una madre stanca. Vogliamo un nazionalismo compassionevole, come lo definisce bene Teresa Forcades in ‘Nazione e compassione’ (ed. Castelvecchi); un nazionalismo femminista capace di esprimere riconoscenza alla terra e alla tradizione che ci ha accolto ed educato, ma che non fa delle ‘differenze’ una gerarchia di razza.
È venuto il momento di lasciare uscire allo scoperto “i ragazzi vivi”, quelli che – come racconta bene Michel Serres in ‘Non è un mondo per vecchi perché i giovani rivoluzionano il sapere’ edito da Bollati Boringhieri – dicono “basta con il sangue come coagulante sociale. […] Non vogliamo più costruire collettività sul massacro di un’altra o sulla propria immolazione; è questo il nostro futuro vitale contrapposto alla vostra storia e alla vostre politiche di morte”.
Le bandiere, le divise e gli onori a esse legati sono stracci se a indossarli sono giovani maschi che non riescono a darsi una identità diversa dai vecchi padri. Quei maschi che mostrano tutta la loro alienazione sparando nelle piazze e nelle scuole ai loro simili che invece si stanno già reinventando.
L’unica grande speranza per il futuro è l’alleanza generosa tra femminismo (femmine e maschi due pari e diversi) e le nuove generazioni, tra padri e madri femministe e figli/e con il sorriso compiacente di quei padri e madri cresciute nella cultura patriarcale.
Padri abbiate il coraggio di lasciarli/e andare in una direzione opposta alla vostra.

Altro che quote rosa: il femminismo riscrive la grammatica

di Roberta Trucco

Le quattro operazioni elementari, addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione, stanno alla matematica come le regole della grammatica stanno alla lingua. Chi può metterlo in discussione? Non sono forse alla base del pensiero, di per sé astratto, al quale dobbiamo dare una immagine per renderlo comprensibile?
E dunque, fanno bene le francesi a chiedere la modifica di una regola grammaticale, regola valida anche per l’italiano, secondo cui “il maschile ha la meglio sul femminile”, che prevede che in una frase un aggettivo si declina al maschile plurale quando qualifica nomi di generi diversi. Non importa se “si parla di 1000 donne e un solo uomo”. Regola che falsa decisamente e in modo subdolo il senso e l’immagine che ne consegue.

Pur essendo laureata in lettere e filosofia, non ho mai avuto una grande passione per la grammatica e mi considero piuttosto ignorante sulle sue regole e sulla loro origine. Uso la lingua italiana con passione affidandomi al mio orecchio e certamente alle regole grammaticali introiettate nell’infanzia. Imbattendomi però nella lettura di questo interessante articolo del post, ‘In Francia si discute di grammatica e “scrittura inclusiva”’, mi è venuto in mente che pongo più attenzione alla costruzione delle frasi e alla loro declinazione da quando mi dichiaro con entusiasmo e decisione femminista, cioè dalla nascita del movimento ‘Se non ora quando?’
Fu proprio in occasione di un tristissimo evento, il femminicidio della giovane Stefania Noce, che lessi per la prima volta una critica, la sua, arguta e calzante, a questa regola grammaticale! (leggi QUI)
Stefania Noce è la figura ispiratrice della pièce teatrale scritta da Cristina Comencini ‘L’amavo più della sua vita’, splendida e intensa, scritta proprio per la campagna #MAI più complici lanciata da Se non ora quando? ormai diversi anni fa e che oggi continua a girare per le scuole. Quando la Comencini la scrisse la questione che ci ponevamo, e che continua a interrogarci, è che oggi le donne forse possono dire no ma non possono ancora agire di conseguenza.
Allora con dolore ci chiedevamo come una giovane donna, così intelligente, arguta e preparata sulle tematiche femministe, fosse rimasta legata in un abbraccio mortale al suo compagno senza comprendere quello a cui andava incontro.

Il dizionario americano Merriam-Webster ha decretato il femminismo il termine più rappresentativo del 2017. Sembra che una nuova onda, forte e inarrestabile sia oggi capace di un vero e autentico cambiamento. È ormai assodato: la violenza contro le donne è strutturale e legata alla struttura patriarcale, struttura che sta vacillando prepotentemente, per fortuna, ma per dargli il colpo definitivo è necessario attaccarne le fondamenta. La grammatica e la cultura che ne scaturisce sono parte di quelle fondamenta. Non temete, la modifica desiderata dalla francesi non è un attacco astorico, la regola suddetta non è sempre esistita sta dentro la storia, la storia del patriarcato e dei suoi mutamenti.
In Francia fu voluta, come ben cita la giornalista Lecoq e riporta questo articolo del Post, nel 1651 con la seguente motivazione: “Poiché il genere maschile è più nobile, esso prevale da solo contro due o più femminili, anche se questi ultimi si trovano più vicini al loro aggettivo”. Poi ribadita nel 1675 dal gesuita grammatico Dominique Bouhours: “quando due generi si incontrano, è necessario che prevalga il più nobile”. E definitivamente acquisita, un secolo dopo, con l’affermazione del grammatico Nicholas Beauzée che faceva parte della Académie Française, con questa chicca: “ Il genere maschile è reputato più nobile del femminile a causa della superiorità del maschio sulla femmina”. Chissà quanti e quante, anche inconsapevolmente e grazie a questa regola, la pensano ancora così.

Forza donne e uomini, per sradicare questo modo di pensare si parte semplicemente da qui, dalla noiosa ma fondamentale grammatica!

Differenze di genere…

di Francesca Ambrosecchia

È inutile affermare che non esistano differenze di genere. L’identità di genere maschile e quella di genere femminile sono ben definite, nelle loro diversità e nei loro punti comuni.
Il discorso su tali identità è complesso e ha avuto inizio solo negli anni ’70 del secolo scorso: non si parla solamente di caratteristiche fisiche e biologiche ma di come la società considera queste ultime. È in quegli anni che le donne assumono consapevolezza della propria situazione di disparità, rilevando che il genere prevalente detiene il potere. A ben pensarci, la società e la cultura di un dato contesto, determinano gran parte di tali “credenze”, in modo particolare riguardanti le donne: come queste sono considerate rispetto agli uomini e quali sono i loro ruoli.
Le pari opportunità sono garantite nel contesto europeo, non ammettendo quindi discriminazioni di genere in ambito economico, lavorativo e sociale ma tali opportunità sono rispettate? E in tutti gli ambiti citati?
Le differenze devono costituire uno dei valori più importanti della società, nell’ottica di una buona convivenza civile. Anche in tale ambito, gli stereotipi vanno messi da parte, anche se spesso sono inconsci: alcune donne potrebbero ritenere di essere portatrici di caratteristiche che proprio queste credenze diffuse nella società attribuiscono loro. Donne come soggetti più deboli, più dolci, più ingenui rispetto a chi o a che cosa? Al genere maschile.
Si tratta di idee e pensieri che, nonostante i progressi, si annidano in alcuni contesti e in certe mentalità.

“Io stessa non sono mai stata in grado di scoprire cosa è esattamente il femminismo; so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino”
Rebecca West

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Catalogna e femminismo: esempi di disobbedienza civile

di Roberta Trucco

Che ne è della richiesta di dialogo di più di due milioni di catalani? Che ne è della vicenda catalana se non un braccio di ferro tra un pugno di pochi uomini? Due milioni non sono numeri ma persone!
La politica, in generale, e Rajoy in particolare, oggi mostrano tutto il loro fallimento. Vorrei ricordare a Vergas llosa, grande scrittore che nel suo discorso a Madrid ha fatto della democrazia una questione solo di numeri e di legge – quella di un padre che non si discute! – che dietro a quei numeri ci sono tante storie e la democrazia è fatta dalle storie delle persone e non da pochi leader. Lui che vive del racconto delle vicende umane dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Personalmente sostengo il coraggio di molti catalani che hanno scelto la disobbedienza civile per mostrare lo stato di alienazione in cui versano i cittadini di uno stato-nazione. Il silenzio assordante delle nostre istituzioni democratiche di fronte alle contraddizioni, ormai insostenibili, del nostro sistema palesa l’inadeguatezza di questa democrazia. Questo succede non solo in Spagna, ma anche in Europa. È vero, la situazione catalana è molto preoccupante, potrebbe sfociare in un’escalation di violenza, ma per non correre rischi è sempre meglio chiudere al dialogo e applicare la legge? O forse la legge deve evolversi con la storia?

La disobbedienza civile è stata sostenuta da grandi leader che hanno guidato le nazioni verso il loro stesso riconoscimento, e non senza spargimento di sangue purtroppo, penso per esempio a Gandhi. Per quanto riguarda invece la tragedia greca, Antigone è forse il più coraggioso esempio di disobbedienza civile. È a lei che si potrebbe volgere lo sguardo oggi, perché può ispirare molti.
C’è una legge inscritta nell’essere umano che in alcuni momenti diventa guida insopprimibile, più forte delle regole umane che ci siamo dati o che ci hanno dato. Il nazionalismo positivo e femminista che promuove Teresa Forcades, monaca catalana benedettina, si fonda su questa legge interiore. La nazione, la cui etimologia viene da nascere, ci dà – come una madre – cose che non abbiamo scelto, ma che ci dicono chi siamo e da dove veniamo. Accettare che il potere centrale, in nome della governabilità, extrema ratio molto maschile, la cancelli ci alienerà ancora di più da noi stessi.
Curiosamente la battaglia di alcuni cittadini catalani e quella di molte femministe che si battono contro la pratica della maternità surrogata, sembrano avere una radice comune, la cancellazione della madre, e sembrano individuare nella perversione del sistema, basato sulla mercificazione di ogni cosa compreso i nostri corpi, la causa che aliena l’uomo a se stesso.
Di fronte a un potere così ottuso, interessato solo alla salvaguardia di un falso benessere economico e al mantenimento dello status quo, non restano che la disobbedienza civile e il femminismo.

Note sull’autrice Roberta Trucco
Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all’ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo è impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini.
Da alcuni anni dipinge con passione, totalmente autodidatta. Intende contribuire alla svolta epocale che stiamo vivendo con la propria creatività unita a quelle delle altre straordinarie donne incontrate nella splendida piazza del 13 febbraio 2011 di Se non ora quando. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta che niente succede per caso.

DIARIO IN PUBBLICO
Ragione e sentimento. Le verità di Jane e di Virginia

Il 18 luglio la giornata e il ricordo sono dedicati a lei, all’unica Jane: Austen. E all’altra, immensa Virginia: Woolf, che le offre la più affascinante biografia del Novecento, oggi pubblicata dalla casa editrice Eliot, traducendo i pensieri a lei dedicati negli scritti critici di Virginia. Al duo sublime, immenso, manca la terza stella, Elsa: Morante. Così si ricompone la costellazione che mi ha guidato negli anni a cercare verità e bellezza nell’universo femminile, circondata da altre luminose stelle. Si chiamassero Anna, Magnani, o Edith, Piaf, Marylin, Monroe, o Martha Argerich.

Nel così detto ‘chiacchericcio’ Jane propone una visione del mondo che solo Virginia può captare e analizzare: “Dunque tutto quello che sappiamo di Jane Austen deriva da qualche pettegolezzo, da una manciata di lettere e dai suoi romanzi”, esordisce la Woolf. E prosegue con quello che – a mio avviso – fulmina e incide per la sua generazione e per la nostra la ricerca intrapresa dalla ragazza Austen di scrivere per tutti e per nessuno: “Riguardo ai primi, [lettere e romanzi] – medita Virginia – un pettegolezzo che duri nel tempo non è mai spregevole, con qualche aggiustatura svolge il suo compito egregiamente”. Pettegolezzo, chiacchericcio, un mondo nuovo e un modo di giudicare che aprirà nuove strade, nuovi intendimenti nella conquista di un posto – una stanza – tutto per sé, dove finalmente avere coscienza del proprio ruolo nel mondo. Meravigliosa la citazione tratta da uno scritto della quindicenne Jane – ‘Amore e amicizia’ – a uso e consumo dei fratelli e della sorella: “Non era che una semplice donna di buon carattere, cortese ed educata, perciò era difficile detestarla: la potevamo solo disprezzare”.
Io stesso negli ultimi tempi ho fatto, a 80 anni, la stessa considerazione della quindicenne Austen.

Elsa intendeva costruire il suo universo letterario, senza un apartheid tra uomo e donna. Essere scrittore per lei non è questione né di sesso né di condizione femminile. E’ scoprire l’universo della scrittura: niente più.
Mentre dunque mi riempio la mente e la ragione con queste straordinarie creature, alle quali per diritto vanno affiancate Marguerite Yourcenar, Norma Jane o Edith o Maria, il mondo mi rimanda un’immagine atroce, sporca, immorale di ciò che si fa alle donne: stupri, omicidi, violenze, quasi che il bastone del comando detenuto dagli uomini e che – fuor di metafora – è il loro organo sessuale le voglia punire per il semplice motivo di esistere e di ‘tradire’ il loro ruolo, solo quello canonico di essere una mater dolorosa.
Non è solo questione di adeguarsi a un femminismo di maniera, ma di capire perché si esplicita così orrendamente l’odio degli uomini – ovviamente di certi uomini – verso le donne.
E non è solo questione di potere sociale o di quote rosa, ma di abitudini ancestrali difficilissime da estirpare anche in quelle che sono considerate le nazioni più progredite dell’Occidente.
Non è giudicando la condizione femminile dell’Oriente che potremmo risolvere il nostro problema, sarà solo cambiando la mentalità corrente che potremo avvicinarci a quella parità che oggi, purtroppo appare utopia o follia.

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