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Palazzo dei Diamanti, il confronto continua. L’opinione di Michele Pastore

Dopo l’intervento dell’architetto Malacarne, di Italia Nostra Ferrara, Ferraraitalia è lieta di ospitare quello dell’architetto Michele Pastore, presidente di Ferrariae Decus-Associazione per la tutela del patrimonio storico e artistico di Ferrara e la sua provincia, che ha risposto al nostro invito a un dibattito serio, documentato e approfondito a proposito della vicenda di Palazzo Diamanti.

di Michele Pastore

Ferraraitalia invita ad affrontare la ‘Vicenda Diamanti’ in modo serio. Purtroppo è tardi!
La decisione assunta a Roma in maniera centralistica, sorpassando la Soprintendenza locale, che pure aveva contribuito alla definizione del concorso, rende la ripresa del dibattito sterile, soprattutto nei termini in cui si è svolto, di contrapposizione aprioristica più finalizzata ad uno scontro politico che ad un dibattito culturale.

Forse è più opportuno pensare al futuro e qui si presentano due temi.
Il primo, in merito alla decisione romana, ripropone una centralità dello Stato, che con la sua “direttiva” corre il rischio di annullare sempre più il decentramento istituzionale come base delle decisioni e delle responsabilità. A me sembra molto grave che una “direttiva” verticistica, originata da un caso specifico, sia estendibile da una città a tutto il territorio nazionale. Una posizione rigida sul tema della conservazione del patrimonio culturale urbano era indispensabile negli anni Settanta. Infatti quella rigidità, con le relative posizioni vincolistiche, ha fatto sì che i nostri centri storici, compresa Ferrara, fossero salvati dall’attacco indiscriminato delle espansioni. Sono, infatti, di quegli anni i piani conservativi per i centri storici: anche Ferrara nel 1975 si dotò di un piano del Centro Storico che ha contribuito non solo a proteggerla e a conservarne il pregio, ma anche a farla diventare patrimonio riconosciuto Unesco. Oggi il principio e la consapevolezza di conservare il patrimonio storico, proprio a seguito di quei piani e di quelle azioni, non è più in discussione: è un valore collettivo condiviso. Di conseguenza, voler insistere solo sui concetti vincolistici diventa oscurantismo. Oggi è necessario affrontare una discussione nuova: la compatibilità e la convivenza tra antico e moderno.

A questo punto affrontiamo il secondo tema di una possibile nuova discussione in parte pregiudicata dalla “direttiva” ministeriale: la qualità dell’architettura moderna e come i nuovi interventi si possano porre nei confronti delle preesistenze. Sono in disaccordo con chi sostiene che nel caso dei Diamanti non è in discussione la qualità del progetto, ma l’opportunità di progettare in quell’area. Io la definisco “area” perché il retro dei Diamanti non è un parco, ma un luogo anonimo e abbandonato, al massimo utilizzato per qualche anno come cinema estivo all’aperto. Da queste considerazioni si può comprendere quale fosse la mia opinione e l’opinione del Consiglio di Ferrariae Decus sulla possibilità di intervenire in quell’area con un elemento funzionale che non intacca il Palazzo dei Diamanti e si pone in maniera trasparente tra il palazzo e la riorganizzazione dello spazio libero formando, ora sì, un parco.
Conosco Palazzo dei Diamanti e ho avuto occasione di capire il nuovo progetto e lo ritengo funzionale e corretto, espressione di un’architettura moderna che dialoga con l’antico senza prevaricarlo e quindi senza provocare alcun pericolo per la sua integrità e conservazione.

Questi sono i due temi che discendono dalla decisione romana, senza considerare gli anni persi, le risorse economiche e professionali impiegate, il rischio di perdere finanziamenti e, inoltre, il pericolo che questa decisione possa pregiudicare qualsiasi futuro intervento delle istituzioni locali non solo a Ferrara.
Ma poiché il problema della rifunzionalizzazione si era posto fin dalla fine dell’Ottocento e riproposto dopo la guerra con intervento mai realizzato, quello sì condizionante e invasivo, che si fa ora?
Qualcuno propone di spostare le grandi mostre in altra sede, ma ormai Palazzo dei Diamanti è un brand nazionale e internazionale, che identifica il luogo con le grandi mostre che vi si realizzano. Fin dal Progetto Mura si propose la formazione del ‘polo museale’ del quadrivio rossettiano. Se per Palazzo Prosperi, diventato di proprietà comunale, si sta avvicinando il momento del recupero, con un finanziamento già acquisito, per la Caserma Bevilacqua-Palazzo Pallavicino, sede dei servizi della polizia di Stato, fin dai tempi della Giunta Sateriale si è verificata l’impossibilità di entrarne in possesso per indisponibilità dello Stato che ne è proprietario.
Realisticamente resta soltanto quindi la possibilità di utilizzare Palazzo Prosperi. Ma a quali usi può essere adibito? Non certo per il trasferimento delle grandi mostre, poiché dispone solo di un grande salone al primo piano e di alcune sale la cui superficie complessiva è certamente inferiore a quella attuale dei Diamanti, e comunque continuerebbero a mancare, a Ferrara Arte, le funzioni nuove di supporto e di servizio che erano previste nell’ampliamento bocciato. Sono quindi stupito che vi sia chi fa questa proposta.

Già nel gennaio del 2017 un documento a firma di Andrea Malacarne per Italia Nostra, Michele Pastore per Ferrariae Decus, Ranieri Varese per Deputazione Ferrarese di Storia Patria, Gianni Venturi per Amici dei Musei proponeva di destinare Palazzo Prosperi a servizi per la Pinacoteca Nazionale.
A me pare che questa proposta posse essere in parte ancora valida. La Pinacoteca Nazionale, parte sempre più importante delle Gallerie Estensi, proprio in questi giorni si è potenziata con l’apertura al pubblico di nuove sale ristrutturate e riallestite con spazi dedicati allo studiolo di Belfiore, con l’esposizione delle Muse, e alla Bibbia di Borso d’Este.

Ferrara Arte, potendo procedere solo con i lavori del restauro di Palazzo dei Diamanti, pur potendo riorganizzare i propri spazi a disposizione, continuerà ad avere bisogno di quegli ambienti che erano previsti nel progetto bocciato.
Forse proprio alla luce di quanto detto si potrebbe pensare che Palazzo Prosperi Sacrati possa diventare centro ‘integrato’ di servizi comuni da dedicare a Ferrara Arte ed alla Pinacoteca Nazionale. Penso a un luogo per la didattica, per una biblioteca specializzata, per archivi, per sale riunioni, per depositi e piccole mostre. Un luogo cioè di supporto: di ricerca e di studio, a completamento ed a supporto delle due più importanti attività museali ferraresi.

Forse dopo quanto è successo solo questo si può fare.

Tutti i gusti (e non solo) della Ferrara di una volta

di Linda Ceola

Vi capita mai passeggiando per Ferrara di chiedervi se esiste un’osteria, un caffè o un albergo che nonostante le crisi subite in passato, sia riuscito a tramandare la propria tradizione resistendo nel tempo? Quanti tra questi hanno dissolto la propria identità nella repentina e mutevole crescita del tessuto urbano e quanti, invece, sono stati capaci di mantenere a denti stretti la propria linea originaria? Marco Nonato, dentista di professione, storico e ricercatore per passione, sceglie di dar luce proprio a questi ultimi attraverso la sua ultima fatica letteraria, frutto di tre anni di lavoro, passati tra archivi pubblici e privati che lo hanno riportato indietro nel tempo, tra i luoghi della sua gioventù. Nasce così “Ristoranti, Caffè, Osterie, Alberghi di un tempo, Storie, Personaggi e Ricette dell’Antica Ferrara”, presentato il 12 dicembre 2016 presso la Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale di Ferrara e curato da Ascom Confcommercio Ferrara in collaborazione con Fipe (Pubblici Esercizi).

La presentazione del testo si è aperta con il vicesindaco Massimo Maisto, nonché assessore alla cultura e al turismo del Comune di Ferrara, che subito ha individuato nel libro “un dono per la città, ma soprattutto per i cittadini,” desiderosi di volgere uno sguardo al passato e alle sue ripercussioni. A seguire gli interventi di Giulio Felloni, presidente provinciale Ascom Confcommercio e di Davide Urban, direttore generale Ascom Ferrara, che ha sottolineato la capacità di questo libro di far riaffiorare ricordi di momenti speciali passati insieme a persone care. “Non è solo un testo legato alla memoria personale e popolare dei cittadini” ha detto Urban, “bensì anche una sorta di guida orientativa enogastronomica per il turista”.
Poi la parola è passata a Marco Nonato, autore dell’opera: “Fare lo scrittore non è il mio mestiere”, eppure il suo primo testo sull’automobilismo storico ferrarese ha avuto un grande successo, oltre ad essere stato tradotto in inglese, quindi ha voluto riprovarci. “Il desiderio che sta alla base di questa ricerca è quello di ricordare i locali, gli alberghi, le osterie che hanno caratterizzato la storia dell’ospitalità ferrarese”, ha spiegato Nonato, “di cui si rischiava sicuramente di perdere la memoria”. Ricorda il ristorante Da Giovanni, situato vicino al castello: negli anni Sessanta vide l’assalto affamato della squadra dell’Inter che per quindici giorni potè godere delle sue delizie. Giunse in città anche il giovane Karol Wojtyla, al tempo arcivescovo di Cracovia, per festeggiare l’anniversario di Copernico, astronomo e matematico polacco che visse per anni nelle stanze collocate sopra l’Osteria Brindisi. La sera, non conoscendo la lingua e non sapendo dove andare a rifocillarsi venne guidato al ristorante La Vecchia Chitarra di Bertino da Italo Antinori, noto otorino di Ferrara, e non si vergognò di ordinare, rigorosamente in latino, doppia razione di cappellacci. Tra le curiosità da non dimenticare Moser, celebre ciclista che si recava spesso in città da Conconi, medico sportivo. Era il 1984 quando Moser, valicato il record dell’ora a Città del Messico, spodestando dopo dodici anni Eddy Merckx, è tornato a Ferrara e per un mese ha mangiato al ristorante Nordovest, senza mai pagare un soldo con grande sorpresa del signor Andreotti, che alla fine ha ricevuto la bicicletta del record con le prime ruote lenticolari. Bizzarra l’idea della storica Trattoria Occhiali, una delle esperienze più importanti della cucina tradizionale ferrarese degli anni Cinquanta, che ha deciso di allestire un piccolo palco, il Golden Tap, sul grande cortile adiacente, lasciando libera scelta al pubblico di esibirsi previo acquisto di una bottiglia di vino. Il clima di festa era così assicurato!

Questi e tanti altri ancora i racconti di Marco Nonato, che non intende assolutamente dimenticare e, attraverso fotografie, storia e aneddoti ha sottolineato un altro obiettivo del testo, oltre alla memoria: “verificare quali sono state le attività che sono riuscite nonostante i cambiamenti e l’innovazione a rimanere in auge, come l’Hotel Europa, l’Hotel Annunziata e il Ristorante la Provvidenza”.
A chiudere l’iniziativa è stato Leopoldo Santini, cultore per eccellenza delle “cose” ferraresi che appassionatamente ha accompagnato il pubblico in un viaggio sensoriale attraverso il fritto misto del Cavalier Giovanni Molara e il risotto dei Montini. Tanti nomi e altrettanti luoghi pregni di una vitalità antica tutta da scoprire tramite il testo di Marco Nonato che ha scelto di destinare una parte dei proventi alla Fondazione Ado Onlus di Ferrara per acquistare uno strumento di diagnostica avanzato.

Vivere completamente immersi nella Bellezza porta talvolta a dimenticarsene. “Ristoranti, Caffè, Osterie, Alberghi di un tempo, Storie, Personaggi e Ricette dell’Antica Ferrara” è un invito a fermarsi e a guardare, perché come diceva Samuel Johnson “La vera arte della memoria è l’arte dell’attenzione”.

L’APPUNTAMENTO
La voce delle pietre del Duomo racconta l’origine di Ferrara

da: architetto Michele Pastore (presidente di Ferrariae Decus)

Voci dalle Pietre: la mostra di Marmi Romani e Bizantini che, dopo essere stata a Palazzo Municipale, riaprirà il 26 febbraio a Palazzo di Ludovico il Moro vuole cercare di togliere dall’oblio la più antica origine della città di Ferrara. Se gli anni dal ‘400 al ‘500 sono stati la consacrazione della capitale rinascimentale degli Estensi, su cui molto abbiamo indagato e conosciuto, molto meno si sa di quei frammenti, fotografati ed esposti, che sono le tracce di una città medievale che ha le sue origini molti secoli prima.
Sono 19 i pannelli che fanno rivivere la nostra storia urbana medievale. Storia affascinante e appena percepita che però apre un mondo complesso che andrebbe approfondito perché cela ancora l’origine dello sviluppo di Ferrara. Fra i capitoli che emergono, particolare rilievo assume l’iscrizione epigrafica che “riporta un decreto emanato dal Consiglio dei Sapienti di Ferrara, confermata con giuramento del popolo riunito in generale assemblea, compilato e scritto da maestro Stefano giudice e notaio perché ne conservi perenne memoria” (tratto da A. Franceschini “I frammenti epigrafici degli statuti di Ferrara del 1173”, Ferrariae Decus e Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria, Ferrara, 1969).
mostra_pietreTale iscrizione riporta con precisione la data in cui fu scolpita: 13 maggio 1173. E’ un vero e proprio contratto sociale scritto sulla pietra: sulla fascia marmorea addossata al fianco sud della Cattedrale di San Giorgio lungo piazza Trento e Trieste, oggi seminterrata (la quota originale della piazza era inferiore a quella attuale di oltre un metro) e ricoperta dalle “botteghe” porticate addossate allo stesso fianco della Cattedrale. Ancora al di sotto della epigrafe è collocato un sedile in pietra, usato dai fedeli in attesa di entrare in chiesa.
Questo prezioso e unico complesso epigrafico e architettonico si sviluppa per tutta la lunghezza della fiancata della Cattedrale, per circa 80 metri, saltando l’antica Porta dei Mesi per una altezza di 60-80 centimetri. E’ una straordinaria testimonianza da salvaguardare e valorizzare per la memoria delle origini della città. Lo storico cittadino A. Franceschini, partendo dalle notizie e dalle tracce scoperte da G. Baruffaldi nel 1696 e da G.M. Scalabrini attorno alla metà del 1700, nel 1968 concretizzò e diffuse la scoperta, durante i lavori di restauro di alcune botteghe, che raccontava una storia di Ferrara scolpita sul muro (La voce dalle Pietre). A. Franceschini in “Affidati ai marmi della Cattedrale i primi statuti comunali ferraresi” (Istituto Padano di arti grafiche, Ferrara 1969), si sofferma sui contenuti dell’epigrafe: veri e propri decreti che esprimono la volontà del popolo ferrarese (Consiglio dei Sapienti) di riconoscere benefici alla fabbrica della Cattedrale; di riconoscere al loro signore diritti giurisdizionali (che saranno poi ripresi con gli Statuti del 1287); di introdurre norme di diritto possessorio. Tali norme, derivanti più dal diritto romano che dal diritto longobardo, saranno poi precisate e ampliate negli statuti del Comune del 1287. Questi primi decreti, e i successivi del 1287, testimoniano come a Ferrara, così come nel sistema di quei primi “liberi comuni”, i nuovi ceti urbani attuarono, forse per la prima volta, i principi dell’autonomia di governo e di eguaglianza sociale. In questo periodo “la comunitas trionfò sul dominium” (L. Munford “La città nella storia”, Edizioni Comunità).
L’epigrafe è nel contempo testimonianza di come, dopo la caduta dell’Impero Romano, la Chiesa fosse la sola organizzazione universale capace di tenere assieme il popolo e di come anche l’autonomia ‘comunale’ di Ferrara avesse raggiunto importanti principi di socialità nell’autogovernarsi.
Come la costruzione delle mura segnò la nascita della forma fisica della città, passando dal disordine abitato della campagna all’ordine della città organizzata, cosi gli Statuti dettero vita per la prima volta a un insieme di principi regolatori.
Questo patrimonio deve essere salvaguardato, valorizzato e deve diventare nuovo interesse per gli studiosi, ma anche per i cittadini e per il turismo. Già alcuni negozi sotto i portici del Duomo hanno messo in evidenza al loro interno l’epigrafe, durante i lavori di rinnovo. Ma non possono restare episodi spontanei. Forse è necessario iniziare una fase di conoscenza completa della scritta (con il minor disturbo per i negozi interessati) con strumenti e tecnologie avanzate di lettura non distruttiva e fotografia, che potrebbe essere oggetto di apposita mostra e si potrebbe eventualmente proporre la riproduzione sulle vetrine di vetrofanie delle epigrafi retrostanti. Per poi intervenire con opportune norme edilizie che prevedano, in caso di interventi sui negozi, la messa in evidenza, la salvaguardia e il restauro dei frammenti.

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