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Giro del mondo in 45 fotografi: World Press Photo a Ferrara

La mostra del World Press Photo – allestita per il Festival “Internazionale” a Ferrara, dove rimarrà fino a domenica 29 ottobre 2017 – fa vedere una dopo l’altra molte fotografie che durante il 2016 ci hanno colpito sulle prime pagine dei giornali o che sono rimbalzate sul web. Ce ne sono anche parecchie che casomai ci erano sfuggite, ma notevoli per come sono capaci di raccontare guerre, scontri, imprese sportive, bellezza naturalistica o degrado sociale. Questo è il resoconto di una visita guidata fatta con Babette Warendorf, giovane curatrice delle mostre fotografiche del WPP.

Mostra World Press Photo per Internazionale al Pac di Ferrara (foto Luca Pasqualini)

Durante Internazionale – a fare da eccezionale guida ai visitatori della mostra di Ferrara del Wpp – c’è stata infatti una rappresentante dello staff del World Press Photo, l’organizzazione del premio con sede ad Amsterdam che dal 1955 assegna ogni anno uno tra i più quotati riconoscimenti foto-giornalistici del mondo. “Una giuria internazionale – ha spiegato Babette – sceglie le foto che rappresentano meglio gli eventi più rilevanti dell’anno precedente. I criteri di selezione sono quelli della bellezza estetica e della capacità di raccontare fatti, perché il contenuto e la storia che ci stanno dietro sono molto importanti oltre alla tecnica. I vincitori sono 45 divisi per 15 categorie. Solo 5 tra questi autori premiati sono donne, che anche a livello di partecipazione sono una minoranza: il 15% di oltre 5mila fotografi, provenienti da 126 paesi, che hanno inviato 80.400 foto”.

Mostra World Press Photo per Internazionale a Ferrara: Babette mostra le immagini del vincitore della ‘Foto dell’anno’ Burhan Ozbilici (foto GM)

La visita comincia con il vincitore della foto dell’anno: il fotografo turco Burhan Ozbilici, con la sua sequenza di scatti che immortalano il killer di Ankara, mentre brandisce la pistola con la quale ha ucciso l’ambasciatore russo all’inaugurazione di una mostra d’arte. “Il fotografo – ha raccontato Babette – ci ha spiegato che era andato quasi per caso a quella mostra, nella città turca dove lavora. Quando si è trovato lì è successo l’attentato e lui ha deciso che doveva documentare tutto, anche se questo gli poteva costare la vita. Ecco allora la foto del killer in posa alla John Travolta, ma anche tutte le altre. C’è lo scatto che documenta la situazione prima dello sparo, con il killer fuori fuoco alle spalle dell’ambasciatore, e quella delle persone tenute in ostaggio e terrorizzate, perché non si sapeva se l’uomo avrebbe ucciso ancora qualcun altro. Lo stesso Ozbilici ci ha detto che ha temuto di essere ucciso, ma voleva comunque che restasse una testimonianza”.

“The silent victims of a forgotten war” di Paula Bronstein per World Press Photo 2017 in mostra a Ferrara

La visita prosegue soffermandosi sull’immagine di Paula Bronstein, la fotografa statunitense vincitrice del 1° premio della categoria ‘Vita quotidiana’ per uno scatto singolo, quello della donna afgana con in braccio un bambino ferito. Il bambino è il figlio della sorella della donna, rimasta uccisa dalla stessa bomba che ha ferito il piccolo lungo il percorso per accompagnarlo a scuola, a Kabul. L’immagine – fa notare Babette – ricorda la posa iconica della ‘Pietà’ di Michelangelo. Oltre al perfetto contrasto di luci e ombre la scelta è motivata dal fatto che rivela come la guerra afgana sia terminata solo in teoria, mentre c’è persino un aumento di bombardamenti suicidi e attacchi fatti per destabilizzare la vita civile.

Una sequenza di foto per  l’italiano Alessio Romenzi, 3° premio per le ‘Notizie Generali’, che racconta i combattimenti per togliere la città di Sirte al controllo del gruppo degli Stati Islamici (Is). “Uno scatto eccezionale – ha sottolineato Babette – è quello dove si vede la cattura di un combattente dell’Isis, momenti che di solito non vengono mai mostrati”.

“Mediterranean Migration” di Mathieu Willcocks/MOAS.eu 2016,per World Press Poto 2017 a Ferrara

Immagini scattate in Siria da fotografi siriani quelle nella prima stanzetta del piano terra del Pac di Ferrara, con la foto singola delle due bambine ferite realizzata da Abd Doumany, “nome fittizio dell’autore, che è un paramedico e non può rivelare la sua vera identità”, e quelle di Walid Mashadi, “che ha 21 anni ed è il fotografo più giovane fra quelli premiati; è riuscito a scappare dalla Siria raggiungendo la madre a Parigi solo dopo che era già avvenuta la consegna ufficiale del Premio”.

Una foto che colpisce per l’insieme denso di colori e vita racchiuso nella stiva di una nave con a bordo i clandestini al largo delle coste della Libia quella dell’inglese Mathieu Willcocks, 3° premio per le ‘Spot News’, mentre meno nota è quella della sua stessa serie con la macchia arancione del naufrago che spicca per il suo giubbotto di salvataggio in mezzo al blu del mare e del cielo. “Il fotografo – ha detto Babette – ci ha raccontato che quando si sono avvicinati per prendere a bordo quel naufrago, si sono accorti che in realtà era morto. I salvataggi avvengono spesso quando è ancora buio e nel caos vengono lanciati i salvagente ma alcune delle persone soccorse non sanno nuotare e non riescono a farcela lo stesso”. Ancora un ammasso di umanità, ma in questo caso stipata all’interno di una prigione delle Filippine, quella di Noel Celis, fotografo filippino vincitore del 3° premio foto singola della categoria ‘Notizie Generali’. “Il sovraffollamento delle carceri filippine – ha spiegato Babette – è legato alla campagna di lotta contro la droga portata avanti dal nuovo presidente in carica. Amnesty International riferisce che questo ha portato a violazioni dei diritti umani, con una diffusione di uccisioni sommarie portate a termine in strada da parte della polizia e anche di civili armati”.

All’aspetto delle uccisioni indiscriminate anche nei confronti di persone che si sarebbero arrese è dedicato il primo premio della stessa categoria ‘Notizie Generali’ assegnato al reportage di Daniel Berehulak, fotoreporter indipendente di origine australiana con base a Città del Messico.

“Taking a stand in Baton Rouge” di Jonathan Bachman (World Press Photo 2017 a Ferrara)

Molto famosa la foto dello statunitense Jonathan Bachman con la ragazza nera vestita con un abito scuro e completamente disarmata che affronta il poliziotti bardati dai piedi fino alla cima della testa chiusa nei caschi anti-sommossa davanti al dipartimento di Baton Rouge, in Louisiana, per la manifestazione contro l’ennesima uccisione di un uomo di colore da parte delle forze di polizia (1° premio scatto singolo per la categoria ‘Questioni contemporanee’). Babette ha fatto osservare l’efficacia della suddivisione dell’immagine, che “sulla metà di sinistra ritrae le forze armate dall’aspetto disumanizzato di automi e, sulla metà di destra, la positività vitale umana e disarmante della giovane con viso e braccia esposte e sullo sfondo l’albero, il prato e la natura che sono simboli di vita”.

Reportage di Amber Bracken delle proteste in Dakota contro il passaggio del gasdotto sotto il fiume (foto Luca Pasqualini)

Un’altra protesta è documentata da Amber Bracken, canadese, vincitrice del 1° premio della stessa categoria ‘Questioni contemporanee’, con la serie di foto fatte in Dakota a testimoniare la lotta degli indigeni contro il progetto di far passare un gasdotto, che viene chiamato Black Snake (serpente nero), nel sottosuolo del fiume Missouri, prima fonte di acqua potabile per la popolazione.

Scattate per il New York Times le foto di Tomás Munita, di origine cilena, che dopo la morte di Fidel Castro per realizzarle – dice Babette – è andato a Cuba con moglie e figli vivendoci per oltre un mese. Il WPP gli ha assegnato il 1° premio di storie di ‘Vita quotidiana’ perché è riuscito a rappresentare questa realtà dal di dentro.

Lalo De Almeida è un fotografo brasiliano premiato per il reportage sulla madre dei due gemelli affetti da microcefalia a causa di un virus (2° premio ‘Questioni Contemporanee’, storie).

Spagnolo il fotografo Jaime Rojo, che documenta l’invasione delle farfalle monarca che migrano dal Messico agli Stai Uniti e che – ha detto Babette – arrivano talmente numerose da far spaccare per il loro peso i rami degli alberi dove si posano (3° premio ‘Natura’).

Racconta una comunità isolata nel nord est della Russia la sequenza di immagini della fotografa russa Elena Anosova (2° premio, storie di ‘Vita quotidiana’).

World Press Photo 2017 a Ferrara: Francesco Comello

Tra i quattro italiani vincitori, Francesco Comello, che – ha lodato Babette – mostra con grande poesia le giornate all’interno di un comunità spirituale ed educativa che si trova in uno spazio ritirato sulla strada trafficata verso Mosca, in Russia (3° premio, storie di ‘Vita quotidiana’) e Antonio Gibotta, «specializzato in festival strani», che qui immortala la festa annuale che simula un colpo di stato, messo in scena con farina, uova e petardi (2° premio, storie di ‘Persone’). Della stessa categoria il ritratto femminile che Babette segnala come particolarmente bello per l’intensità e la dignità che emana al di fuori degli stereotipi sulle donne africane: quello del neozelandese Robin Hammond con tratti che rivelano la personalità spiccata di una donna del Sudan del Sud, afflitta da malattia mentale dopo la nascita del suo sesto figlio  (2° premio scatto singolo di ‘Persone’).

“Praying for a Miracle” di Robin Hammond

Spettacolari le immagini della categoria ‘Sport’: 1° premio per scatto singolo all’inglese Tom Jenkins. Il reporter è riuscito a immortalare la rovinosa caduta di cavallo e cavaliere posizionando la macchina con scatto a distanza nel tratto più insidioso della gara in una giornata di pioggia a Liverpool, in Inghilterra. Acrobatico pure il tuffo del tennista francese Gael Monfils nei campionati di tennis Australian Open a Melbourne, in Australia, che fa vincere il 2° premio per scatto singolo categoria ‘Sport’ all’australiano Cameron Spencer, “che – secondo Babette – conoscendo questa propensione a buttarsi dell’atleta aveva posizionato la macchina in orizzontale per riuscire a cogliere l’acrobazia di Gael in sospensione con la sua ombra disegnata nettamente sotto di lui”.

“The Dive” di Cameron Spencer per World Press Photo 2017 a Ferrara

Sembrano immagini quasi irreali quelle di Bence Matè (ungherese, 3° premio storie categoria ‘Natura’). Ma il World Press Photo non ammette ritocchi e per immortalare così questi elefanti monumentali sotto al cielo stellato africano, l’autore usa virtuosismi tecnici: il grandangolo di 15mm puntato dal basso in alto restituisce il senso di grandezza del soggetto e poi lo scatto con un tempo lentissimo, 25 secondi di apertura dell’obiettivo! Ecco allora i puntini luminosi delle stelle che si imprimono sullo sfondo, mentre gli animali restano sorprendentemente fermi.

“Now you see me” di Bence Maté – WPP 2017

Il limite della selezione di immagini per Babette sta nel fatto che resta un premio con una partecipazione fatta in massima parte di uomini bianchi provenienti quasi tutti da Paesi anglo sassoni. «Sarebbe interessante – ha commentato la curatrice – che ci fossero più donne e più fotografi di Paesi emergenti, perché potrebbero fare emergere una sensibilità e un modo di rappresentare la realtà sicuramente differenti. Per questo con il WPP facciamo dei laboratori, ad esempio in Africa, per cercare di far venire fuori sguardi nuovi».

‘World press photo 2017’ al Padiglione d’arte contemporanea-Pac, corso Porta Mare 9, Ferrara. Fino al 29 ottobre, ore 10-13 e 15-19, lunedì chiuso. Ingresso: biglietto intero 4 euro, ridotto 3 euro, gratuito per bambini 0-6 anni e persone con disabilità

Per info: Padiglione d’arte contemporanea, tel. 0532 244949 o 0532 203064, sito www.artecultura.fe.it, su www.internazionale.it e la pagina con tutti i premiati www.worldpressphoto.org/collection/photo/2017

Visitatori in coda per la mostra World Press Photo a Ferrara (foto Luca Pasqualini)

INTERNAZIONALE
Se l’Occidente non riconosce più i suoi nemici

Ci sono giornalisti che si trovano a loro agio solo sotto i riflettori di uno studio televisivo, fra politici e opinion makers che parlano di niente, accavallandosi e accapigliandosi gli uni sugli altri. E poi ci sono giornalisti che trovano ancora la voglia e alcune volte il coraggio, di andarle a cercare le storie da raccontare da dietro quelle telecamere.
Corrado Formigli, due volte vincitore del Premio Ilaria Alpi, che tutti conoscono come autore e animatore di Piazza Pulita su La7, appartiene a questa seconda ‘specie’ e ha appena pubblicato un volume che racconta il suo viaggio, primo giornalista italiano, nell’inferno dell’assedio di Kobane e nelle zone di guerra occupate dagli uomini del califfo Al-Baghdadi. Il titolo del libro è “Il falso nemico. Perché non sconfiggiamo il califfato nero” (edito da Rizzoli) e Corrado lo ha presentato sabato pomeriggio a Palazzo Roverella durante il Festival di Internazionale a Ferrara.

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Perché e per chi l’Isis è il ‘falso nemico’?
Lo è, o lo è stato per la Turchia, che per lungo tempo “ha chiuso uno, due, tre occhi sui jihadisti che attraversavano il confine per diventare foreign fighters perché l’Isis serviva per combattere Assad e i Curdi”. Lo è per i Sauditi, anzi secondo Formigli, l’Isis sarebbe addirittura il loro “ fratello pazzo”, sfuggito al loro controllo. Il califfato però è forse soprattutto il falso nemico dell’Occidente che, a ben vedere, lo ha creato. Mettendo insieme i pezzi dello scomposto quadro mediorientale degli ultimi anni, come fa Corrado, emergono una serie di errori di Europa e Stati Uniti: “lo Stato Islamico è stato creato e potenziato dagli errori occidentali”. Al-Baghdadi ha creato l’organizzazione e ne è diventato il leader nella prigione statunitense di Camp Bucca, nell’Iraq meridionale, dove tutti i jihadisti “dormivano insieme all’aperto ed erano lasciati liberi di avere contatti fra loro”. Nel frattempo Paul Bremer, nominato governatore dell’Iraq da George Bush, aveva sciolto e messo al bando il partito Baʿth di Saddam, e “ex ufficiali e burocrati laici che si erano formati in Occidente hanno deciso di offrire le proprie competenze al Califfato”. Se poi si aggiunge che il ritiro dal territorio iracheno è avvenuto “senza sapere cosa sarebbe successo dopo e, peggio ancora, lasciando gli arsenali delle armi dell’invasione in mano a un esercito allo sbando e corrotto”, il quadro è completo. Anzi no. Corrado una cosa non è ancora riuscito a capirla: il mistero riguarda la Highway 47, l’unica strada che porta da Mosul alla Siria, l’unica arteria di collegamento fra le due capitali dello Stato Islamico, “costantemente sorvolata dai droni della coalizione e sorvegliata da terra dai curdi, ma mai toccata”. “Io detesto i complottisti – spiega Corrado – ma in questo caso ho dovuto combattere il complottista che è nato in me, perché non sono riuscito a capire come mai per due anni nessuno ha bombardato quella strada. E quando abbiamo provato a chiedere, i comandanti curdi ci hanno risposto che loro dovevano sentire il comando americano, che li ha sempre fermati dicendo che si rischiavano vittime civili”. Forse si riferivano agli autisti dei tir che trasportano le cisterne di petrolio.

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C’è però un altro falso nemico, questa volta agli occhi di un’Europa miope, che fa accordi con la Turchia di Erdoğan e ne prepara altri con l’Egitto di Al-Sisi: sono “i rifugiati”, anche se “statisticamente non c’è un autore di un attentato in Europa che sia arrivato qui su un barcone”, si arrabbia Corrado. Questo libro, confessa, lo ha scritto “per far conoscere le loro storie, per far capire cosa c’è dietro, cosa hanno vissuto”. “I rifugiati dovrebbero essere i nostri primi alleati perché hanno vissuto la guerra sulla propria pelle, hanno visto i propri cari perdere la vita, quindi credono nella libertà e nella democrazia molto più di noi, che spesso le diamo per scontate”.

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INTERNAZIONALE
A Internazionale 2015 l’erede di McLuhan

Il massemediologo canadese Derrick de Kerckhove, probabilmente il più grande scienziato dei media vivente, degnissimo erede di quel Marshall McLuhan che rivoluzionò fin dagli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso l’analisi strutturale delle comunicazioni di massa, dall’era di Gutenberg alla Costellazione Marconi, dalla cultura tipografica alla nuova cultura elettronica, in particolare dai giornali alla televisione e alla nascente all’epoca civiltà elettronica. De Kerckhove è un altro rivoluzionario, come ha spettacolarmente dimostrato nel dibattito “Mercato Digitale” di cui è stato protagonista il 3 ottobre nell’Aula Magna di Giurisprudenza, nell’ambito di Internazionale 2015. L’uomo elettronico e il business dopo Internet e le nuove tecnologie, questo il tema dell’incontro. Con de Derkhove anche altri brillanti esperti e ricercatori tutti italiani (anche giornalisti): Nicolò Cavalli, Dino Pesole, Lucilla Sio, Stefano Feltri. Tutti concordi nel denunciare certo iato strutturale passatista e defuturizzante in Italia tra l’era delle nuove tecnolgie, i suoi effetti sul/nel/dal nuovo mercato digitale e il bel paese, sempre, contemporaneo attardato.

derrick de kerckhove
Derrick de Kerckhove

Alla fine, De Kerchove ci ha gentilmente concesso una breve ma significativa, rapidissima, futuristissima intervista, in perfetto italiano (è da anni anche nel nostro paese come docente di Sociologia dei Mass Media all’Università Federico II di Napoli)
Derrick, Umberto Eco negli anni Sessanta, scrisse una breve saggio su Marshal McLuhan, presentandolo in Italia. Oggi, Eco scriverebbe le stesse parole o diversamente?
Bella domanda! Eco scrisse non favorevolmente su McLuhan, anche sarcastico, un poco misteriosamente. Come pioniere innovativo della nuova scienza dei media, come noto, entrò in competizione con Marshall McLuhan, furono parole solo comprensibili in tal senso, narcistiche.
Derrick, alla luce del 2000 e le nuove tecnologie, chi ha vinto…?
Sorridendo:… Marshall McLuhan!

Mehdi Rabbi

INTERNAZIONALE
Lo sguardo poetico sull’Iran dei giovani autori persiani

“Io scrivo storie perché non posso farne a meno. La scrittura è per me come una passeggiata notturna infinita e gioiosa” (Mehdi Rabbi)

Il giovane Mehdi Rabbi, classe 1980, è per la prima volta a Ferrara ma questa è anche la sua prima volta fuori dall’Iran. Al Festival di Internazionale ha presentato un libro speciale, edito da una giovane casa editrice, Ponte33, che traduce solo autori persiani, con uno sguardo attento, approfondito e ben documentato su questo mondo. Ma anche tenero e avvolgente. In questa avventura editoriale si cercano giovani autori, se pur già insigniti di alcuni importanti riconoscimenti, soprattutto per aiutare i lettori a uscire da ogni stereotipo sull’Iran. Il nome Ponte33 richiama il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate, 33 appunto, da sempre giovani e meno giovani si incontrano, parlano, discutono, recitano versi, leggono libri. Insieme a Bianca Maria Filippini, Felicetta Ferraro, ex addetta culturale dell’ambasciata italiana a Teheran, al suo rientro in Italia nel 2008 aveva avuto l’idea di creare uno spazio, un’associazione culturale che facesse anche editoria, per far conoscere un paese dove aveva vissuto e che amava profondamente, ma di cui si parlava solo negativamente, di cui si conoscevano solo opere di letteratura di fuoriusciti che scrivevano di una realtà che non esisteva più. Da qui l’idea di comunicare la ricchezza iraniana dal di dentro, descrivendola dall’interno.
Più che una casa editrice classica, uno spazio nel quale far ‘transitare’ verso l’Italia scrittori, poeti, grafici, artisti e presentare una produzione culturale autentica, diversa dagli stereotipi infarciti di chador che fa intravedere begli occhi di donna orientale, che hanno invaso il mercato editoriale. E anche la copertina del libro di Rabbi è diversa, realizzata da un grafico iraniano che ora espone a New York. Altra originalità di Rabbi è che viene dal sud, da una regione ricca di petrolio, ma che vive una realtà difficile dal punto di vista ambientale. Non si parla della scintillante e viva Teheran: non più la capitale al centro, ma i piccoli centri, in un libro di racconti con i giovani come grandi protagonisti. La parola chiave è “cercare qualcosa in più”. Il titolo scelto è quello di uno dei racconti, ma riesce a dare un’idea generale di tutto il libro: ha a che fare con i ricordi personali di Mehdi e con le sue esperienze amorose, i racconti di una generazione che vive una nuova apertura, la storia dei suoi vent’anni, le corse serali per andare dalla sua amica, per andare a bere e divertirsi, il momento più importante della giornata. Questo è il personaggio del libro in cui Mehdi si riconosce: un ragazzo che riflette le speranze dei giovani. Lui ama correre e “forse la corsa può dire qualcosa della nostra generazione abituata a riflettere – dice – che non cerca lo scontro con i problemi che incontra, la corsa è un modo per pensare e risolvere i problemi”. I giovani sono la maggioranza della popolazione iraniana, gli under 25 sono fra il 60% e 70%. Alla domanda su cosa i giovani sperino che porti questa apertura di credito verso l’Iran, Mehdi risponde che con l’accordo sul nucleare gli iraniani hanno trovato la speranza che il dialogo torni al centro della vita politica, che la nuova economia porti a nuove libertà sociali. Lui non parla mai di velo, nemmeno di religione o di politica in senso lato. Vuole solo raccontare i ragazzi, con una lingua che a volte ricorda la loro estrazione popolare, che sottolinea l’importanza della cultura locale; vuole parlare di amicizia, di amore, di solitudine, di desiderio di realizzarsi, di rapporti genitori-figli, di disincanto giovanile, della piccola cittadina di Ahvaz, con il suo clima, i ponti, gli alberi esotici, i mercatini, i giovani universitari. E mentre nel Khuzestan seccato dal sole il fiume Karun scintilla e la vita scorre, Mehdi esplora i sentimenti e i legami che da sempre tengono uniti uomini e donne.
Un’altra visione dell’Iran. Finalmente. Ci voleva.

morte-medio oriente

INTERNAZIONALE
Con la morte accanto. I racconti di Baghdad

Inaam e Hassan non vivono più in Iraq. Ahmed viene da una Baghdad surreale, quando si parla del suo lavoro si parla di fantascienza araba: lui, scrittore iracheno contemporaneo, che ha vinto il più importante premio internazionale per la letteratura araba di fiction con il suo incredibile “Frankenstein a Baghdad”. Il titolo richiama scene di vita nelle quali spari, autobombe, cadaveri e odore di polvere da sparo e morte fanno parte di un’esperienza quotidiana con cui si confronta ogni cittadino della capitale irachena, un tempo vanto di fasti passati. Se non siete superstiziosi, dice il moderatore Gad Lerner, eccoci qui a parlare della morte e del rapporto con la morte, che sembra così diverso nell’esperienza e nelle culture occidentali e medio-orientali. C’è empatia in sala. Si alternano momenti di stupore e riflessioni ad altri di sottile ironia. Anche nei racconti di Hassan Blasim si parla di morte, che va avanti da oltre dieci anni in Iraq ed è diventata il racconto della migrazione. E nel lavoro di Inaam Kachachi vi è una diaspora (“i cuori sono uccelli che scorrono”) che però si conclude con corpi da tagliare a pezzi per essere riportati nel luogo natale che è l’Iraq.
Questo rapporto con la forte probabilità quotidiana di incontrare la morte è un’importante differenza culturale che oggi viviamo. In un posto come l’Iraq sconvolto dalla guerra, la morte va sfidata, da noi è ancora un tabù. La familiarità con la morte è qualcosa che gli iracheni vivono da tanto. Questo è il vero dramma.
Quando Lerner chiede ad Ahmed Saadawi se occidentali e iracheni hanno un rapporto diverso con la morte, l’autore risponde che non dovrebbe essere diverso ma uguale per tutti: si entra e si esce dalla vita tutti allo stesso modo, lasciando questa terra. “Ciò che è veramente diverso per le varie culture, è quello che succede dopo. In Iraq, dalla metà degli anni Sessanta, l’incontro con la morte è regolare”, dice l’autore. E aggiunge: “abbiamo avuto golpe e lotte politiche, giungendo fino a un abbraccio con la morte durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. Era normale allora vedere alla televisione immagini che inneggiavano anche alla morte. Terminata quella guerra, pensavamo fosse finita, invece è arrivata l’invasione del Kuwait e poi le guerre cominciate nel 2003 con l’invasione dell’Iraq. Si pensava che, caduto Saddam, ci sarebbero state pace e ricostruzione, invece ci siamo trovati in una guerra civile e da due anni conviviamo con l’Isis. Ho scritto una volta che la morte è diventata di routine. E’ vero, purtroppo. Per esempio passi in una strada e vedi feriti, ma tiri avanti, vai dritto, ormai queste scene fanno parte del quotidiano. Questo non è normale, la morte dovrebbe destare paura e terrore”.
Anche Inaam Kachachi parla della morte, ricordando come gli iracheni provengano dalla Mesopotamia, la terra di Gilgamesh l’eroe che cercava l’immortalità, come siano eredi di Shahrazād, che con i suoi racconti ha ingannato la morte. Racconta anche che all’iracheno che vive all’estero non fa paura sapere se e quando morirà, quanto ignorare dove verrà sepolto. Per questo, nel suo racconto ha pensato a un cimitero elettronico dove tutti possono trovarsi, in un mondo fatto di diaspore.
Hassan Blasim ha fatto accendere le luci del teatro perché non gli piaceva l’idea di parlare di morte con un pubblico che ascoltava ma che lui non vedeva e poi ha esordito dicendo che lo humor nero fa parte dell’Iraq di oggi, fa parte del quotidiano, della vita stessa: “Qui ci si è abituati a convivere con la morte e forse per questo ne abbiamo meno paura di voi”. Il suo Frankenstein è una vera ricerca antropologica. Mentre gira per la città per trovare chi ha ucciso le persone di cui è fatto il suo corpo, si definisce come il cittadino iracheno primigenio: fatto di parti di corpi di molti popoli, provenienti da tanti e diversi villaggi, da tante religioni, da varie etnie di persone morte in attentati. Questo strano personaggio vuole vendicare ogni brandello del suo corpo. Il paradosso sta nella domanda e nella sua risposta: chi ha ucciso questi vari brandelli? La risposta è: siamo stati noi. Il corpo di Frankenstein è allo stesso tempo vittima e carnefice che fa partire una vendetta priva di ogni dimensione etica. Questo uomo è un mosaico di tutte le componenti della società irachena, quindi è il prototipo del cittadino iracheno. C’è chi si uccide per lui, per potergli dare i pezzi di ricambio di cui ha bisogno. Lui è il numero uno e i suoi seguaci saranno il due, il tre, il quattro… Sembra il salvatore, ma la storia insegna che chi si presenta come tale finisce per diventare un dittatore. Solo la concordia e l’intesa salveranno questa umanità in declino, non un cavaliere bianco. Questo Frankenstein è davvero strano, ma fa venire una gran voglia di riflettere.

atlante mafie

INTERNAZIONALE
Geografie criminali fra narcotraffico e finanza

Mafia capitale come modello della criminalità organizzata del futuro. È la ‘profezia’ di Enzo Ciconte, fra i massimi esperti in Italia della storia e delle dinamiche delle associazioni mafiose e consulente della commissione parlamentare antimafia: “Mi auguro che quello che sto per dire non si avveri, ma temo che il modello romano di condizionamento possa rappresentare il modello futuro di mafia, che si ripulisce delle attività più violente e del traffico di droga ed entra tramite la corruzione nel mondo della politica e dell’economia”. Ciconte lo afferma di fronte al pubblico che sabato pomeriggio ha affollato il cortile del Castello per la presentazione del terzo volume di “Atlante delle mafie. Storia, economia, società, cultura”, da lui curato insieme a Francesco Forgione e Isaia Sales ed edito da Rubbettino.
Appena prima ha definito l’organizzazione romana come “un’escrescenza criminale nuova e originale, che ha avuto la capacità di stabilire legami corruttivi con la politica e l’economia al punto di arrivare alla configurazione del 416 bis”, cioè l’associazione mafiosa. E anche l’inchiesta Aemilia sulla presenza mafiosa nella nostra regione (la cui prima udienza preliminare è prevista per il 28 ottobre in uno dei padiglioni della Fiera di Bologna, ndr) ha evidenziato fenomeni corruttivi che hanno portato a condizionamenti e distorsioni nel sistema economico legale. Ciconte però è ottimista: “In Emilia Romagna ci sono le forze e le capacità per una nuova liberazione dalla mafia” che minaccia “il vostro modello di comunità per come lo avete conosciuto negli ultimi cinquant’anni”.

Nel nuovo “Atlante delle mafie” si parla dei rapporti tra mafie ed economia, tra mafie e finanza, perché “il denaro che proviene dalla droga non ha più l’etichetta e si confonde con quello dell’evasione”, ha sottolineato Ettore Squillace Greco della Dda di Firenze, fra gli ospiti della presentazione. Secondo il magistrato questi sono i maggiori cambiamenti degli ultimi anni: la capacità delle mafie di infiltrare la finanza e la loro internazionalizzazione. Ecco perché l’Atlante allarga l’orizzonte al di là dell’Oceano, guardando a Brasile, Messico, America Latina.
Ma parla anche di “cosa è successo a Cosa Nostra dopo la cattura di Riina, ma soprattuto dopo l’arresto di Provenzano”, e di come negli ultimi anni il ruolo dominante sia stato assunto dalla ‘ndrangheta. Due sono i motivi per cui è accaduto, secondo Ciconte: il primo è che “è riuscita a diventare la regina del narcotraffico, in particolare della cocaina”, il secondo è che “è sempre stata un’organizzazione mafiosa sottovalutata e poco conosciuta”.

Le ultime battute dell’incontro sono state dedicate alla necessità di una “nuova religione civile basata sull’etica della responsabilità” dopo la crisi morale e culturale degli ultimi anni.
“Le mafie sono violenza e relazione, non hanno colore politico. I partiti sono autobus sui quali le mafie salgono per arrivare da qualche parte. Noi cittadini dobbiamo saper distinguere fra chi è disposto a fare da bus e chi no, perché in fondo la classe politica è una nostra espressione” ha detto Squillace Greco. “Non le si può considerare solo un problema criminale” e “non ci si può affidare solo ai magistrati”, ha aggiunto Ciconte: “c’è bisogno dell’impegno di tutti”.

INTERNAZIONALE
“Quel treno speciale per Pechino”: normalità è equilibrio sopra la follia

Piedi che compongono passi e si muovono frenetici sul pavimento lucido e asettico,
mani che impugnano maniglie di trolley ripieni trascinati contro la loro volontà.
Facce stanche e sparuti sguardi.
Siamo in una stazione, uno dei posti che Marc Augé definiva non-luoghi.
Dove i viaggiatori sono solitamente persone accomunate da lavoro o svago.
Qui i viaggiatori sono Olga, Andrea, Jacopo, Carmelo.
E apparentemente non hanno niente in comune, se non il fatto di essere matti.

“Quel treno speciale per Pechino”, questo il titolo del film presentato da Giovanni Piperno
venerdì 2 ottobre in occasione del Festival di Giornalismo Internazionale, documenta il viaggio
che lui, insieme ad altre settantasei persone con problemi psichiatrici
accompagnati da 130 familiari e operatori,
intraprende nell’agosto 2007 partendo da Venezia in direzione Pechino.
“Questo viaggio è stato organizzato, anche grazie all’apporto del Ministero della Sanità,
dall’associazione Le parole ritrovate (leparoleritrovate.org), nato nel 2000,
che coinvolge familiari, operatori e semplici cittadini nell’ordine di idee di raccontare storie di tutti i giorni relativamente alla sanità mentale, con l’intento di scambiarsi esperienze di vita nell’ottica del fareassieme – racconta il regista al termine della proiezione.

Ho fatto un regolare casting per scegliere gli attori di questo film – continua – mi appuntavo durante le chiacchierate gli aspetti caratteriali che mi colpivano di ognuno di loro.
Nel corso della narrazione e del viaggio, si sono andati poi delineando
naturalmente quelli che sarebbero stati i protagonisti. Di notte insieme al fotografo e aiuto regista guardavamo il girato della giornata.
Con alcuni di loro sono ancora in contatto: Jacopo ora sta meglio; Olga può vivere nella casa che
era di sua madre, intervallando la sua permamenza nella casa famiglia; Andrea deve prendere medicine pesanti per stare bene, e questo non è un bene”.

Lo sferragliare del treno diventa termometro degli animi, custode obbligato dei passaggi tra sonno e veglia, tra fermate in stazione e discussioni a mezza voce o ad alta voce.
Si attraversa pigramente Budapest, Mosca, il lago Bajkal, Ulan Bator, la Mongolia con le sue steppe sconfinate, fino a entrare trionfalmente nella stazione della capitale cinese.
Alle chiacchiere con gli ospiti si aggiungono quelle con i loro familiari, con gli pshichiatri, con gli operatori. Chi racconta come è comparso il disagio, chi racconta come e perché ha cominciato a fumare, chi vorrebbe allontanarsi dal resto del gruppo e simi lamenta che “se l’avesse saputo non sarebbe mai partito”.
Lentamente, a tratti con fatica intervallata da momenti di tenerezza e di divertimento, tra un corso di yoga e una lezione di astrologia, si compatta un gruppo di persone inizialmente frastagliato,
con qualche falla a dover essere tappata, con qualche piccola ferita che forse può esser medicata da quello strano viaggio su carrozze e rotaie, mescolati ad altri passeggeri.

C’è il monolitico Andrea, serio e visceralmente schietto, corrispondente speciale di una emittente radiofonica a cui racconta passo passo il viaggio – con occhio del tutto personale.
C’è Olga, amante dei gioielli con i turchesi, che soffre di una patologia che le fa sentire le voci e si chiede se tutti quegli elettroshock che le hanno fatto siano serviti a qualcosa.
C’è Carmelo, che soffre di un disturbo bipolare e passa da stati di gioia
immensa a momenti di depressione totale.
C’è Jacopo, ragazzino autistico, accompagnato dai suoi genitori
che non lo perdono di vista – e di cuore – neppure per un attimo.
C’è Vincenzo, per tutti solo Enzo, napoletano polemico
e dalle simpatie anarchiche che odia dover stare in un gruppo,
detesta chi comanda e considera questo viaggio “una pura follia”
– in fondo, come dargli torto?

La Grande Muraglia della finalmente ritrovata Pechino
diviene ultimo baluardo per questo strano gruppo, che immortala
la propria impresa con una foto ai piedi del’immensa costruzione.
Sorrisi, pose, maglietta bianca che porta impressa una lettera nera,
ognuno collegato all’altro per comporre una unica frase.
E allora è questa la normalità? mi chiedo quando il film termina.
Andrea e Olga passeggiano di sera lungo una strada affollata, mano nella mano.
Siedono al tavolino di un locale, finiscono a rimembrare vecchi tempi (“Bei tempi”) come una coppia che sta insieme da una vita.
Jacopo sfreccia tranquillo nella corsia centrale di un centro commerciale con i roller blade che gli hanno regalato i genitori.
Enzo cede alla chitarra che il regista gli chiese di portare al principio del viaggio. Non la suona da quindici anni ma nessuno lo nota, intona una canzone melodica mentre sullo sfondo scorrono le immagini di un reality show cinese. L’audio è muto.
Qui nessuno sembra davvero Lost in translation.

Srebrenica

INTERNAZIONALE
L’ombra della realpolitik da Srebrenica alla Siria

Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e persino le Nazioni Unite, in nome della realpolitik hanno scelto di sacrificare Srebrenica pur di raggiungere un accordo con i serbi, puntualmente stipulato dopo il massacro di luglio: a novembre del 1995 a Dayton in Ohio e poi inl dicembre a Parigi con i trattati che hanno posto fine a tre anni e mezzo di guerra in Bosnia. Le vite dei profughi bosniaci rifugiatisi nella ‘zona protetta’ dell’Onu sono state considerate “vite disponibili”, è stato “il fallimento grottesco di quella che si fa chiamare comunità internazionale”: le parole di Ed Vulliamy sferzano il pubblico che ha riempito il teatro comunale Claudio Abbado per “Srebrenica, vent’anni dopo”. Vulliamy scrive per “The Observer” e “The Guardian”, a quel tempo era inviato nei Balcani ed è autore di “The war is dead, long live the war: Bosnia – the reckoning” (Vintage 2013). Lo scorso luglio ha firmato, insieme a Florence Hartmann (autrice di “Il sangue della realpolitik, il caso Srebrenica”), un articolo dal titolo “How Britain and the Us decided to abandon Srebrenica to its fate”: lo studio di alcuni documenti declassificati rivelerebbe che la caduta di Srebrenica era parte di una politica di Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e dei vertici Onu per la ricerca di una pace a ogni costo. “Una pace molto complicata e allo stesso tempo semplice: una pace basata su Srebrenica, che ha rappresentato l’inizio della fine della guerra”, afferma Vulliamy.
Ennio Remondino, allora corrispondente della Rai a Sarajevo, rincara la dose: “Per viltà politica si è scelto di far decidere alla guerra la nuova geografia della regione”.
Tra l’11 e il 13 luglio 1995 i serbo-bosniaci di Ratko Mladic, ‘il macellaio di Srebrenica’, dopo averli separati da donne, bambini e anziani, uccidono e gettano in fosse comuni più di ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani. Pulizia etnica, il più grave crimine commesso in territorio europeo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Remondino racconta che, quando diversi giorni dopo riuscirono a giungere sul posto con una troupe, “non si vedeva nulla tranne la distruzione totale della città: c’era la percezione della morte, si sentiva l’odore della morte, ma non si poteva immaginare l’entità del massacro”.
Chi invece ha vissuto quei giorni terribili dall’interno della città è Christine Schmitz, infermiera di Medici senza frontiere che nel 1995 ha coordinato le attività a Srebrenica della Ong e ha testimoniato nei processi contro Ratko Mladic e Radovan Karadzic, imputati di genocidio al Tribunale dell’Aja per la ex Jugoslavia.
“Fame, violenza, senso di impotenza” sono le parole che ha usato Christine per descrivere la situazione della ‘zona protetta’ prima della conquista da parte dei serbo-bosniaci: “Vigeva la legge del più forte” e “la popolazione dipendeva dagli aiuti umanitari, che a volte non arrivavano per diversi mesi”. Poi la capitolazione: “il bombardamento è iniziato il 6 luglio, la mattina presto, ed è finito solo l’11, abbiamo tentato di incrementare i contatti con la nostra squadra di Belgrado per continuare a far uscire informazioni”. Infine le parole più terribili, quelle che il mondo non avrebbe più dovuto udire: “selezione” e “deportazione”. Anziani, donne, bambini selezionati e deportati su bus, senza sapere dove fossero diretti e senza sapere quale sarebbe stato il destino dei mariti, fratelli, figli, padri. Per Christine Srebrenica è “un giovane padre musulmano che mi viene incontro con in braccio il suo bambino di un anno, seguito da un soldato con un pastore tedesco. Mi ha dato suo figlio e non ho più saputo nulla di lui. Lo hanno ritrovato in una fossa comune”.
Gli organismi internazionali, le possibilità e i limiti dei loro interventi, la politica estera europea, la realpolitik delle potenze mondiali e la tragedia delle popolazioni civili travolte dai conflitti: questioni aperte allora come ora. Vent’anni fa con la guerra nei Balcani, oggi con la Siria.

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Internazionale a Ferrara: John Berger, Bernard Guetta e Martin Baron per un gran finale con le cose che abbiamo in comune

Gli appuntamenti imperdibili di domenica 5 ottobre. Da John Berger a Maisa Saleh. Da Bernard Guetta a Teju Cole. Con Martin Baron, Giovanni De Mauro e Gad Lerner.

11.00 Teatro Comunale Quel che abbiamo in comune Una conversazione su libri, pittura, fotografia, giornalismo, politica, cinema e tanto altro ancora. John Berger critico d’arte, scrittore e pittore britannico, Teju Cole scrittore statunitense. Modera Maria Nadotti giornalista e saggista

11.30 Imbarcadero 2, Castello Estense Antiatlante delle frontiere. Per una nuova concezione dei confini e delle mobilità nel ventunesimo secolo. Nicola Mai Aix-Marseille Université presenta le installazioni del progetto antiAtlas of Borders

11.30 Cinema Apollo Russia. Le rovine dell’impero. La crisi in Ucraina e il ruolo di Mosca nello spazio post sovietico. Ilya Azar giornalista russo, Georgij Bovt Russkiy Mir, Bernard Guetta France Inter. Introduce e modera Andrea Pipino Internazionale

12.30 Sala Estense Un quotidiano al minuto. Come sarà il nuovo sito di Internazionale con Giovanni De Mauro Internazionale, Mark Porter grafico britannico e Martina Recchiuti Internazionale

14.30 Cinema Apollo Siria. Segnale interrotto. E’ il paese più pericoloso del mondo per i giornalisti e la guerra continua a porte chiuse. Maisa Saleh giornalista siriana, Yara Bader Syrian center for media and freedom of expression, Eva Ziedan Siria-Libano. Introduce e modera Lorenzo Trombetta Ansa

15.00 Sala Estense L’uomo che ripara le donne. La guerra di un medico contro le violenze sessuali in Congo. Denis Mukwege Panzi Hospital, Rdc Colette Braeckman Le Soir dialogano con Gad Lerner

16.30 Teatro Comunale Edizione straordinaria. Sulla carta o sul digitale, il giornalismo punta sull’inchiesta. Martin Baron The Washington Post, Edwy Plenel Mediapart. Introduce Giovanni De Mauro Internazionale. Modera Marino Sinibaldi Rai – Radio3

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Internazionale a Ferrara:
tra informazione, politica e cultura gli appuntamenti da non perdere di sabato 4

Ecco la segnalazione di alcuni fra i più interessanti appuntamenti di sabato al festival di Internazionale.

11.00 Teatro Comunale L’amico invadente Come cambiano i rapporti tra Europa e Stati Uniti. Bernard Guetta France Inter, Josef Joffe Die Zeit, David Rieff giornalista statunitense. Introduce e modera Luigi Spinola Pagina99

11.30 Ridotto del Teatro Comunale Verso un apartheid sanitario Il progresso medico ha migliorato la salute e la speranza di vita nel mondo. Ma non per tutti. Esteban Burrone Medicine Patent Pool, Manica Balasegaram Msf Access campaign, James Love Knowledge Ecology International. Modera Luigi Ripamonti Corriere della Sera

12.00 Cortile del Castello Le metamorfosi Scrivere nella lingua dell’altro. Jhumpa Lahiri scrittrice statunitense dialoga con Caterina Bonvicini scrittrice. Modera Alberto Notarbartolo Internazionale

14.00 Cinema Apollo La lobby più potente del mondo Idee per la società civile contro la finanza casinò. Ugo Biggeri Banca Etica, Kenneth Haar Corporate Europe observatory, Aline Fares Finance watch. Introduce e modera Nunzia Penelope Il Fatto Quotidiano

14.00 Mercato coperto Apri gli occhi Una conversazione sul mestiere di fotoreporter e il valore della testimonianza. Giles Duley fotografo britannico, Francesco Zizolafotografo italiano. Modera Giovanni Porzio giornalista

14.30 Sala Estense Africa. Il continente arcobaleno Gay, minoranze religiose e atei nel mirino del fanatismo. Tre autori in difesa della diversità. Ntone Edjabe Chimurenga,Lola Shoneyin scrittrice nigeriana, Binyavanga Wainaina scrittore keniano.Introduce e modera Pierre Cherruau giornalista e scrittore francese

16.30 Cinema Apollo Titoli tossici La stampa economica al tempo della crisi. Gerard Baker The Wall Street Journal, Nicolas Barré Les Echos, John Lloyd Financial Times. Introduce e modera Ferdinando Giugliano Financial Times

17.00 Teatro Comunale La politica al tempo dell’antipolitica Una conversazione sul futuro della democrazia e le nuove forme di partecipazione. Laura Boldrini presidente della camera dei deputati, Ilvo Diamanti sociologo e politologo. Modera Eric JozsefLibération

18.00 Mercato coperto L’orto in casa Prodotti locali, biosostenibilità e nuove opportunità economiche. Novella Carpenter scrittrice e contadina urbana statunitense,Aurelia Weintz 10 milla orti in Africa. Introduce e modera Emanuela Rosa-ClotGardenia

18.30 Cinema Apollo Ruanda, vent’anni dopo L’ombra del genocidio sui conflitti di oggi. Jean-Hervé Bradol Msf e Crash, Colette Braeckman Le Soir, Giovanni Porziogiornalista. Introduce e modera Loris De FilippiMsf

19.00 Teatro Comunale Creatività s.p.a. Fare, rischiare e fallire: i segreti del successo.Edwin Catmull Pixar e Walt Disney animation studios dialoga con Annamaria Testaesperta di creatività e comunicazione. Modera Claudio Giunta Università di Trento

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“Sto solo provando a mostrare quello che vedo”. Il film su Altman introduce l’Internazionale

Con Mondocinema, rassegna internazionale d’autore è ufficialmente incominciata l’ottava edizione del festival di Internazionale.

“Si tratta di film che trovano ingiustamente poco spazio nelle sale”, spiega Chiara Nielsen “e che sono invece perfettamente in linea con il lavoro della rivista.” Presentando il film “Altman”, Francesco Boille, che segue per la rivista il settore cinema, dice: “Questo non è un film per soli appassionati di cinema e di Altman, è un film per tutti, perché nel ripercorrere la carriera e la produzione cinematografica del regista, mostra uno spaccato della società contemporanea.”

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Presentazione di Mondocinema da parte degli organizzatori

E non ci sarebbe stato modo migliore di aprire il Festival del giornalismo, ieri giovedì 2 ottobre, perché il film Altman di Ron Mann restituisce la vita di un uomo eccezionale, il cui principale imperativo era raccontare la verità, sempre. Ad una conferenza gli chiesero: “Sembra che i suoi film siano fatti per far esplodere i miti e i generi americani.”, e Altman rispose, “Sto solo provando a mostrare quello che vedo”.

Nella carrellata di interventi di amici e colleghi, come Paul Thomas Anderson, Bruce Willis, Julianne Moore e Robin Williams, alla domanda “Cosa significa altmaniano?”, rispondono: “Vita, libertà, ricerca della verità”, “far vedere agli americani chi siamo”, “fare il culo a Hollywood”, “raccontare storie in modo magistrale”, “ispirazione”.

Altman girò 39 film, un mix di generi, tecniche e stili e, in una delle ultime interviste, si definisce “un artista ancora profondamente coinvolto con il mondo”.

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locandina del film

Ecco, “coinvolti con mondo” è l’augurio che con questo film Ron Mann, e Altman con lui, fanno a tutti noi, giornalisti e scrittori, amministratori e organizzatori, partecipanti e spettatori di questa ottava edizione di Internazionale.

“Altman” di Ron Mann, con Julianne Moore, Bruce Willis, Robin Williams, Keith Carradine, James Caan e altri, documentario, durata 95 min., Canada 2013 durata 95 min.
Presentato alla 71a Mostra internazionale del cinema di Venezia, presentato al Toronto film festival 2014

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